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Sentenze della Corte di Giustizia dell'UE

La sezione raccoglie gli estremi delle sentenze della Corte di Giustizia dell'Unione europea (CGUE) che, dal mese di dicembre 2011, a seguito della loro pubblicazione sul sito della medesima, sono state trasmesse alle Camere dal Governo (Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri) e assegnate alle Commissioni parlamentari competenti per materia ai fini di un loro possibile esame, ai sensi dell'articolo 127-bis del Regolamento della Camera dei deputati.

Si tratta delle sentenze in cui lo Stato italiano o altro ente pubblico territoriale italiano sono parte - anche interveniente - nella causa dinanzi alla CGUE e delle sentenze relative a procedimenti avviati a seguito di rinvio pregiudiziale da parte di un'autorità giudiziaria italiana. Attraverso uno specifico collegamento ipertestuale è possibile consultare il testo integrale di ciascuna sentenza.


  • Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 29 novembre 2012.
    Econord SpA contro Comune di Cagno e Comune di Varese (C-182/11) e Comune di Solbiate e Comune di Varese (C-183/11).
    Domande di pronuncia pregiudiziale: Consiglio di Stato - Italia.
    Appalti pubblici di servizi - Direttiva 2004/18/UE - Amministrazione aggiudicatrice che esercita su un'entità affidataria, giuridicamente distinta da essa, un controllo analogo a quello che essa esercita sui propri servizi -

    Assegnazione: XIV COMMISSIONE (POLITICHE DELL'UNIONE EUROPEA)
    Assegnazione: I COMMISSIONE (AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI)
    In data: 06/12/2012

    Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 29 novembre 2012.
    Econord SpA contro Comune di Cagno e Comune di Varese (C-182/11) e Comune di Solbiate e Comune di Varese (C-183/11).
    Domande di pronuncia pregiudiziale: Consiglio di Stato - Italia.
    Appalti pubblici di servizi - Direttiva 2004/18/UE - Amministrazione aggiudicatrice che esercita su un'entità affidataria, giuridicamente distinta da essa, un controllo analogo a quello che essa esercita sui propri servizi -

    Assegnazione:
    • XIV COMMISSIONE (POLITICHE DELL'UNIONE EUROPEA)
    • I COMMISSIONE (AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI)
    In data:
    06/12/2012
    NOTA DI SINTESI:

    La Corte di giustizia si pronuncia in via pregiudiziale sull'interpretazione del diritto dell'Unione europea in materia di presupposti che giustificano l'affidamento diretto di un servizio di interesse pubblico (cosiddetto affidamento "in house"). La domanda di pronuncia pregiudiziale era stata sollevata il 23 febbraio 2011 dal Consiglio di Stato nell'ambito di controversie instaurate dalla Econord SpA contro i comuni di Varese, Cagno e Solbiate, riguardanti la regolarità dell'affidamento diretto, da parte dei due ultimi comuni, di un appalto di servizi alla ASPEM SpA senza l'organizzazione della relativa procedura di aggiudicazione, come previsto dall'articolo 1 della direttiva 2004/18/CE.

    Il Comune di Varese, al fine di effettuare la gestione "in house" dei servizi di igiene urbana, aveva costituito la ASPEM sulla quale, all'epoca dei fatti, esercitava il controllo detenendo la quasi totalità del suo capitale. Ai fini della gestione del servizio di eliminazione dei rifiuti solidi urbani, con deliberazioni del 2005, i comuni di Cagno e Solbiate avevano optato per la gestione coordinata con altri comuni, ai sensi degli articoli 30 e 113 del d.lgs. n. 267/2000; a tale scopo avevano concluso una convenzione con il Comune di Varese per l'affidamento, a titolo oneroso, dei loro servizi di igiene urbana alla ASPEM, aderendo a tale società in qualità di azionisti. Nel contempo i due comuni in questione, insieme con altri comuni interessati, avevano sottoscritto un patto parasociale tra azionisti, il quale prevedeva il loro diritto di essere consultati, nominare un membro del collegio sindacale e designare un consigliere di amministrazione della ASPEM. In tale contesto, i suddetti comuni avevano ritenuto che esistessero i presupposti per un affidamento "in house" del servizio di interesse pubblico in questione, dal momento che la ASPEM era controllata congiuntamente da vari enti locali. La Econord SpA contestava tale affidamento diretto, facendo valere che il controllo dei due comuni sulla ASPEM non era garantito e che, di conseguenza, si sarebbe dovuta organizzare una procedura di aggiudicazione in conformità con le norme del diritto dell'UE.

    Con riferimento alla normativa italiana, il testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali (decreto legislativo n. 267/2000) all'articolo 30 stabilisce la possibilità per gli enti locali di stipulare tra loro apposite convenzioni al fine di svolgere in modo coordinato determinati funzioni e servizi. All'articolo 113 si dispone che l'erogazione di un servizio pubblico locale da parte di un ente locale deve avvenire secondo le discipline di settore e nel rispetto della normativa dell'UE, con conferimento della titolarità del servizio a società a capitale interamente pubblico a condizione che l'ente o gli enti pubblici titolari del capitale sociale esercitino sulla società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con l'ente o gli enti pubblici che la controllano.

    Per quanto riguarda la giurisprudenza della Corte di giustizia in materia di affidamento in house, un'amministrazione aggiudicatrice è dispensata dall'avviare una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico nel caso in cui essa eserciti sull'entità affidataria un controllo analogo a quello da essa esercitato sui propri servizi e tale entità realizzi la parte più importante della propria attività con l'amministrazione o le amministrazioni aggiudicatrici che la controllano. Sussiste un «controllo analogo» quando l'entità di cui trattasi è assoggettata a un controllo che consente all'amministrazione aggiudicatrice di influenzare le decisioni dell'entità medesima; nel caso poi in cui venga fatto ricorso ad un'entità posseduta in comune da più autorità pubbliche, il «controllo analogo» può essere esercitato congiuntamente da tali autorità, senza che sia indispensabile che detto controllo venga esercitato individualmente da ciascuna di esse.

    La Corte di giustizia chiarisce che, ove più autorità pubbliche facciano ricorso ad un'entità comune ai fini dell'adempimento di un compito comune di servizio pubblico, non è indispensabile che ciascuna di esse detenga da sola un potere di controllo individuale su tale entità; al contempo, tuttavia, il controllo esercitato su quest'ultima non può fondarsi soltanto sul potere di controllo dell'autorità pubblica che detiene una partecipazione di maggioranza nel capitale dell'entità in questione, e ciò perché, in caso contrario, verrebbe svuotata di significato la nozione stessa di controllo congiunto.

    La Corte - rimettendo al giudice del rinvio la verifica dell'effettivo esercizio di un controllo congiunto sull'ASPEM da parte dei Comuni di Cagno e di Solbiate - conclude quindi che, in caso di istituzione di un'entità comune da parte di più autorità pubbliche, la condizione enunciata dalla giurisprudenza della Corte dell'esercizio congiunto di un controllo analogo a quello da esse esercitato sui propri servizi, è soddisfatta qualora ciascuna delle autorità stesse partecipi sia al capitale sia agli organi direttivi dell'entità suddetta.

  • Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 18 ottobre 2012
    Elenca Srl contro Ministero dell'Interno.

    Causa n.: C-385/10
    Assegnazione: X COMMISSIONE (ATTIVITA' PRODUTTIVE, COMMERCIO E TURISMO)
    In data: 08/11/2012

    Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 18 ottobre 2012
    Elenca Srl contro Ministero dell'Interno.

    Causa n. :
    C-385/10
    Assegnazione:
    • X COMMISSIONE (ATTIVITA' PRODUTTIVE, COMMERCIO E TURISMO)
    In data:
    08/11/2012
    NOTA DI SINTESI:

    La Corte di giustizia si pronuncia in via pregiudiziale sull'interpretazione della direttiva 89/106/CEE relativa ai prodotti da costruzione, nonché sull'interpretazione degli articoli 34 e 36 del Trattato sul funzionamento dell'UE (TFUE) relativi alla libera circolazione delle merci. La domanda di pronuncia pregiudiziale è stata sollevata dal Consiglio di Stato con una decisione del 27 aprile 2010.

    La direttiva 89/106/CEE è volta a consentire la libera commercializzazione dei prodotti da costruzione all'interno dell'UE, mediante l'individuazione di requisiti essenziali che devono essere attuati da norme armonizzate e da norme nazionali di trasposizione, da benestare tecnici europei nonché da specifiche tecniche nazionali riconosciute a livello UE. Ai sensi dell'articolo 6, paragrafo 2, della citata direttiva, gli Stati membri sono tenuti ad autorizzare l'immissione sul proprio mercato di un prodotto da costruzione se soddisfa prescrizioni nazionali conformi al Trattato, fintantoché le specifiche tecniche europee non dispongano altrimenti.

    Le norme italiane impugnate sono il decreto legislativo n. 152/2006 recante norme in materia ambientale, e la circolare n. 4853/2009 del Ministero dell'Interno - Dipartimento dei vigili del fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile, che subordinano la possibilità di commercializzazione di guaine gonfiabili per camini e canne fumarie - che sono «prodotti da costruzione» ai sensi della citata direttiva - provenienti da un altro Stato membro dell'Unione europea, in questo caso l'Ungheria, ad un requisito tecnico, ossia l'apposizione della marcatura CE, al quale non è possibile ottemperare, in quanto allo stato attuale tali prodotti non sono oggetto né di una norma armonizzata o di un benestare tecnico europeo, né di una specifica tecnica nazionale riconosciuta a livello UE.

    In base alla giurisprudenza della Corte di Giustizia, le normative commerciali degli Stati membri dirette ad ostacolare il commercio nell'ambito dell'UE devono essere considerate come misure d'effetto equivalente a restrizioni quantitative ai sensi dell'articolo 34 del TFUE. Da tale articolo deriva l'obbligo di rispettare i principi di non discriminazione e di mutuo riconoscimento dei prodotti legalmente fabbricati e commercializzati in altri Stati membri e di assicurare, altresì, ai prodotti dell'UE libero accesso ai mercati nazionali.

    Ad avviso della Corte, la normativa italiana precedentemente richiamata di fatto impedisce l'importazione e la distribuzione dei prodotti da costruzione commercializzati legalmente in altri Stati membri sul territorio dello Stato italiano, e deve essere quindi considerata come avente un effetto equivalente ad una restrizione quantitativa all'importazione; tali misure costituiscono, pertanto, un ostacolo alla libera circolazione delle merci. Come stabilito all'articolo 36 del TFUE, un ostacolo alla libera circolazione delle merci può essere giustificato da motivi di interesse generale o da ragioni imperative, a condizione tuttavia che le misure nazionali adottate a tal fine siano idonee a garantire la realizzazione dell'obiettivo perseguito e non vadano oltre quanto necessario per il suo raggiungimento. Sebbene il Governo italiano giustifichi la normativa nazionale controversa con l'obiettivo di tutelare la pubblica sicurezza, la salute e la vita delle persone, ad avviso della Corte una normativa che vieta in maniera automatica ed assoluta la commercializzazione nel territorio nazionale di prodotti legalmente commercializzati in altri Stati membri, perché detti prodotti non recano la marcatura CE, non è compatibile con il requisito di proporzionalità posto dal diritto dell'UE.

    Nella sentenza in oggetto la Corte di giustizia conclude che la direttiva 89/106/CEE e gli articoli 34 e 36 del TFUE devono essere interpretati nel senso che essi ostano a prescrizioni nazionali che subordinano d'ufficio la commercializzazione di prodotti da costruzione provenienti da un altro Stato membro, all'apposizione della marcatura CE.

  • Sentenza della Corte (Sesta Sezione) 18 ottobre 2012

    Assegnazione: XI COMMISSIONE (LAVORO PUBBLICO E PRIVATO)
    In data: 08/11/2012

    Sentenza della Corte (Sesta Sezione) 18 ottobre 2012

    Assegnazione:
    • XI COMMISSIONE (LAVORO PUBBLICO E PRIVATO)
    In data:
    08/11/2012
    NOTA DI SINTESI:

    La Corte di giustizia si pronuncia in via pregiudiziale sull'interpretazione della clausola 4 dell'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999 allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, del 28 giugno 1999.

    Le controversie all'origine della domanda di pronuncia pregiudiziale da parte del Consiglio di Stato nascevano dal ricorso proposto da alcune dipendenti nei confronti dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) avverso il rifiuto di quest'ultima di prendere in considerazione periodi di servizio precedentemente svolti presso l'autorità medesima nell'ambito di contratti di lavoro a tempo determinato. La domanda di pronuncia in via pregiudiziale aveva ad oggetto la compatibilità con l'accordo quadro europeo sul lavoro a tempo determinato della normativa italiana (legge finanziaria 2007, L. 296/2006) la quale consente l'assunzione diretta di lavoratori precari in deroga alla regola del pubblico concorso per l'accesso al pubblico impiego, ma con inquadramento in ruolo nel livello iniziale della categoria retributiva, senza conservazione dell'anzianità maturata durante il periodo del contratto a termine o di specializzazione. La clausola 4 dell'accordo quadro stabilisce che i lavoratori a tempo determinato non devono essere trattati in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo indeterminato comparabili per il solo fatto che lavorano a tempo determinato, salvo che ragioni oggettive giustifichino un trattamento differente.

    La Corte, richiamando la sua precedente giurisprudenza, afferma che il principio di non discriminazione, espresso nella clausola 4 dell'accordo quadro, impone che situazioni comparabili non siano trattate in modo differente e che situazioni differenti non siano trattate in modo identico e rimette al giudice del rinvio stabilire se le dipendenti, allorché esercitavano le loro funzioni nell'ambito di un contratto a tempo determinato, si trovassero in una situazione comparabile a quella dei dipendenti di ruolo assunti a tempo indeterminato, e, in tal caso, se sussistessero "ragioni oggettive" che ne giustificavano tale differenza di trattamento. Con riferimento a tale secondo profilo, la Corte precisa che il semplice fatto che il lavoratore a tempo determinato abbia compiuto periodi di servizio sulla base di un contratto o di un rapporto di lavoro a tempo determinato non configura una ragione oggettiva di tal genere.

    La Corte conclude che la clausola 4 dell'accordo quadro osta ad una normativa nazionale, quale quella italiana, che escluda totalmente che vengano presi in considerazione tutti i periodi di servizio compiuti nell'ambito di contratti a tempo determinato al fine di determinare l'anzianità al momento dell'assunzione a tempo indeterminato, a meno che la citata esclusione sia giustificata da «ragioni oggettive», che tuttavia non sussistono per il semplice fatto che il lavoratore a tempo determinato abbia compiuto i suddetti periodi di servizio sulla base di un contratto o di un rapporto di lavoro a tempo determinato.

  • Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 6 settembre 2012.
    Pioneer Hi Bred Italia Srl contro Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali.
    Domanda di pronuncia pregiudiziale: Consiglio di Stato - Italia.
    Agricoltura - Organismi geneticamente modificati - Direttiva 2002/53/CE

    Causa n.: C-36/11
    Assegnazione: XIII COMMISSIONE (AGRICOLTURA)
    Assegnazione: XII COMMISSIONE (AFFARI SOCIALI)
    In data: 03/10/2012

    Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 6 settembre 2012.
    Pioneer Hi Bred Italia Srl contro Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali.
    Domanda di pronuncia pregiudiziale: Consiglio di Stato - Italia.
    Agricoltura - Organismi geneticamente modificati - Direttiva 2002/53/CE

    Causa n. :
    C-36/11
    Assegnazione:
    • XIII COMMISSIONE (AGRICOLTURA)
    • XII COMMISSIONE (AFFARI SOCIALI)
    In data:
    03/10/2012
    NOTA DI SINTESI:

    La Corte di giustizia si è pronunciata in via pregiudiziale sull'interpretazione dell' articolo 26-bis della direttiva 2001/18/CE e succ. mod., concernente l'emissione deliberata nell'ambiente di organismi geneticamente modificati, che non consente ad uno Stato membro di opporsi in via generale alla messa in coltura sul suo territorio di tali OGM nelle more dell'adozione di misure per gestire la coesistenza tra colture tradizionali, biologiche e OGM volte ad evitare la contaminazione accidentale di questi ultimi.

    Tale interpretazione è altresì collegata alla raccomandazione della Commissione europea in materia del 2003 e alla raccomandazione del 2010.

    La controversia è nata tra la Pioneer Hi Bred Italia Srl e il Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali.

    Il 18 ottobre 2006, la Pioneer Hi Bred Italia Srl aveva chiesto l'autorizzazione al Mipaaf alla messa in coltura degli ibridi di mais geneticamente modificati già iscritti nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell'articolo 1, comma 2, del D.Lgs. n. 212/2001.

    Il Mipaaf comunicava con una nota del 12 maggio 2008 (n. 3734) di non poter procedere alla relativa istruttoria nelle more dell'adozione, da parte delle Regioni, di norme atte a garantire la coesistenza tra colture convenzionali, biologiche e transgeniche (come previsto dalla circolare MIPAAF del 31 maggio 2006).

    Nell'ambito del suo ricorso diretto all'annullamento di detta nota, la Pioneer contestava sia la necessità di un'autorizzazione nazionale per la coltivazione di prodotti quali gli OGM iscritti nel catalogo comune, sia l'interpretazione dell'articolo 26 bis della direttiva 2001/18, secondo la quale la coltivazione di OGM in Italia non sarebbe consentita fino all'adozione degli strumenti normativi regionali idonei a garantire la coesistenza fra colture transegeniche, convenzionali e biologiche.

    Il Consiglio di Stato ha sospeso il procedimento sottoponendo alla Corte la questione pregiudiziale oggetto della sentenza.

    L'articolo 26-bis della direttiva 2001/18/CE stabilisce che gli Stati membri possono adottare tutte le misure ritenute opportune per evitare la presenza involontaria di OGM in altri prodotti e che la Commissione raccoglie e coordina le informazioni sviluppando orientamenti sulla coesistenza di colture geneticamente modificate, convenzionali e organiche.

    La raccomandazione della Commissione europea del 2003 afferma che la procedura di concessione definitiva dell'autorizzazione prevista dalla direttiva 2001/18 comprende eventualmente misure specifiche in materia di coesistenza miranti alla protezione della salute umana e dell'ambiente la cui applicazione è obbligatoria.

    La raccomandazione del 13 luglio 2010, nel sostituire quella del 23 luglio 2003, ne riprende e sviluppa gli orientamenti.

    L'articolo 20 del regolamento (CE) n. 1829/2003, relativo al regime degli alimenti e dei mangimi OGM, dispone che i mangimi geneticamente modificati che sono stati legalmente immessi sul mercato UE prima della data di applicazione del citato regolamento, possono rimanere sul mercato e continuare ad essere utilizzati e lavorati purché siano soddisfatte specifiche condizioni elencate nell'articolo.

    L'articolo 16 della direttiva 2002/53 stabilisce inoltre che gli Stati membri vigilino affinché le sementi delle varietà già ammesse e iscritte nel catalogo comune non siano soggette ad alcuna restrizione di mercato per quanto concerne la varietà.

    Secondo la Corte di giustizia UE l'articolo 26-bis della direttiva 2001/18 prevede per gli Stati membri solo una facoltà di introdurre misure di coesistenza.

    L'emanazione da parte di uno Stato membro di un divieto in via generale di coltivazione degli OGM sarebbe pertanto contraria al regime previsto dal regolamento CE 1829/2003 e dalla direttiva 2002/53/CE, che garantiscono la libera e immediata circolazione dei prodotti autorizzati a livello comunitario e iscritti nel catalogo comune, una volta che le necessità di tutela della salute e dell'ambiente siano state prese in considerazione nel corso delle procedure di autorizzazione e di iscrizione.

    Pertanto uno Stato membro, ai sensi dell'articolo 26-bis della direttiva 2001/18 può disporre restrizioni e divieti geograficamente delimitati, solo nel caso e per effetto delle misure di coesistenza realmente adottate. Viceversa uno Stato membro non può, nelle more dell'adozione di misure di coesistenza dirette a evitare la presenza accidentale di organismi geneticamente modificati in altre colture, vietare in via generale la coltivazione di prodotti OGM autorizzati ai sensi della normativa dell'Unione e iscritti nel catalogo comune.

    n.b.:

    La pubblicazione di uno studio condotto dal professor Gilles-Eric Seralini dell'università francese di Caen, che ha evidenziato il rischio di ffetti tossici - quali tumori ghiandolari, malattie a reni e fegato - legati al consumo di prodotti Ogm, ha riaperto il dibattito sul tema. In particolare, l'europarlamentare italiano Oreste Rossi (Lega) ha presentato un'interrogazione in cui chiede al Commissario per la salute John Dalli di attivarsi al più presto per sospendere le attuali autorizzazioni di Ogm sul territorio europeo e di valutare eventuali provvedimenti anche da parte dell'EFSA. L'On. Niccolò Rinaldi (Idv), da parte sua, ha auspicato che lo studio rappresenti "la pietra tombale sulla diffusione degli Ogm" affermando altresì che, ove coltivati, gli OGM contaminano anche i terreni vicini, distruggendo col tempo le coltivazioni tradizionali e tipiche di cui, peraltro, l'Italia è leader mondiale.

  • Sentenza della Corte (Settima Sezione) del 19 luglio 2012.
    Commissione europea contro Repubblica italiana.
    Inadempimento di uno Stato - Direttiva 91/271/CEE - Trattamento delle acque reflue urbane

    Causa n.: C-565/10
    Assegnazione: VIII COMMISSIONE (AMBIENTE, TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI)
    In data: 03/10/2012

    Sentenza della Corte (Settima Sezione) del 19 luglio 2012.
    Commissione europea contro Repubblica italiana.
    Inadempimento di uno Stato - Direttiva 91/271/CEE - Trattamento delle acque reflue urbane

    Causa n. :
    C-565/10
    Assegnazione:
    • VIII COMMISSIONE (AMBIENTE, TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI)
    In data:
    03/10/2012
    NOTA DI SINTESI:

    Con la sentenza in esame la Corte di giustizia - a seguito di ricorso per inadempimento presentato dalla Commissione ai sensi dell'articolo 258 TFUE - ha condannato l'Italia per non aver predisposto adeguati sistemi per il convogliamento e il trattamento delle acque reflue in numerosi centri urbani con oltre 15.000 abitanti, ai sensi degli articoli 3, 4, paragrafi 1 e 3, e 10 della direttiva 91/271/CEE, come modificata dal regolamento n. 1137/2008.

    Secondo l'articolo 3, paragrafo 1, primo comma, primo trattino, della direttiva 91/271, gli agglomerati con un numero di abitanti equivalenti superiore a 15 000 avrebbero dovuto essere provvisti di reti fognarie per le loro acque reflue urbane entro il 31 dicembre 2000. L'articolo 4, paragrafo 1, prevede che, negli agglomerati con oltre 15 000 abitanti, la totalità delle acque reflue urbane che confluiscono in reti fognarie devono, prima dello scarico, essere sottoposte ad un trattamento secondario o ad un trattamento equivalente, al più tardi entro il 31 dicembre 2000. L'articolo 10 prevede che la progettazione, la costruzione, la gestione e la manutenzione degli impianti di trattamento delle acque reflue urbane realizzati per ottemperare ai requisiti fissati dalla direttiva debbano essere condotte in modo da garantire prestazioni sufficienti nelle normali condizioni climatiche e tenendo conto delle variazioni stagionali di carico.

    La Corte ha preso atto della rinuncia della Commissione a procedere riguardo ad alcuni agglomerati urbani avendo l'Italia posto rimedio a numerose situazioni non conformi. Per gli altri agglomerati l'Italia è stata considerata inadempiente. Si tratta di 116 centri urbani non in regola con le disposizioni della direttiva.

    Di questi, 51 erano sprovvisti delle reti fognarie per le acque reflue urbane ai sensi dell'articolo 3 della direttiva (18 in Calabria, 1 in Friuli, 1 nel Lazio, 3 in Puglia e 28 in Sicilia) mentre 92 risultavano sprovvisti di adeguati impianti di trattamento secondario delle acque reflue ai sensi dell'art. 4, paragrafi 1 e 3, e dell'art. 10 della direttiva (1 in Abruzzo, 9 in Calabria, 10 in Campania, 1 in Friuli, 9 in Liguria, 5 in Puglia e 57 in Sicilia).