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Sentenze della Corte di Giustizia dell'UE

La sezione raccoglie gli estremi delle sentenze della Corte di Giustizia dell'Unione europea (CGUE) che, dal mese di dicembre 2011, a seguito della loro pubblicazione sul sito della medesima, sono state trasmesse alle Camere dal Governo (Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri) e assegnate alle Commissioni parlamentari competenti per materia ai fini di un loro possibile esame, ai sensi dell'articolo 127-bis del Regolamento della Camera dei deputati.

Si tratta delle sentenze in cui lo Stato italiano o altro ente pubblico territoriale italiano sono parte - anche interveniente - nella causa dinanzi alla CGUE e delle sentenze relative a procedimenti avviati a seguito di rinvio pregiudiziale da parte di un'autorità giudiziaria italiana. Attraverso uno specifico collegamento ipertestuale è possibile consultare il testo integrale di ciascuna sentenza.


  • Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 12 luglio 2012.
    Procedimento penale a carico di Maurizio Giovanardi e a..
    Domanda di pronuncia pregiudiziale: Tribunale di Firenze - Italia.
    Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale - Decisione quadro 2001/220/GAI

    Causa n.: C-79/11
    Assegnazione: II COMMISSIONE (GIUSTIZIA)
    In data: 03/10/2012

    Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 12 luglio 2012.
    Procedimento penale a carico di Maurizio Giovanardi e a..
    Domanda di pronuncia pregiudiziale: Tribunale di Firenze - Italia.
    Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale - Decisione quadro 2001/220/GAI

    Causa n. :
    C-79/11
    Assegnazione:
    • II COMMISSIONE (GIUSTIZIA)
    In data:
    03/10/2012
    NOTA DI SINTESI:

    La Corte ha giudicato compatibile con il diritto dell'Unione la normativa italiana sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche di cui al Decreto Legislativo n. 231/2001.

    L'articolo 9 della decisione quadro 2001/220/GAI (Diritto di risarcimento nell'ambito del procedimento penale) al paragrafo 1 dispone che ciascuno Stato membro garantisca alla vittima di un reato il diritto di ottenere, entro un ragionevole lasso di tempo, una decisione relativa al risarcimento da parte dell'autore del reato nell'ambito del procedimento penale, eccetto i casi in cui il diritto nazionale preveda altre modalità di risarcimento.

    Il decreto legislativo n. 231/2001, che ha introdotto nel diritto italiano l'istituto giuridico della responsabilità da «illecito amministrativo» da reato delle persone giuridiche, non detta espresse disposizioni riguardo alla possibilità di effettuare la costituzione di parte civile nei confronti di persone giuridiche chiamate a rispondere della responsabilità «amministrativa» da reato. Nella domanda di pronuncia pregiudiziale, il giudice del rinvio osservava che la disciplina nazionale potrebbe, per questo fatto, non essere compatibile con il diritto dell'Unione, dal momento che il diritto italiano limiterebbe la possibilità per la vittima di ottenere un pieno risarcimento del danno subito e la costringerebbe a proporre una nuova azione per chiedere il risarcimento al di fuori dell'ambito del processo penale.

    Con la sentenza in oggetto, la Corte ritiene la normativa italiana compatibile con il diritto dell'Unione in quanto:

    • la decisione quadro 2001/220/ GAI è unicamente volta all'elaborazione, nell'ambito del procedimento penale, di norme minime sulla tutela delle vittime della criminalità e non contiene alcun obbligo per gli Stati membri di prevedere la responsabilità penale delle persone giuridiche;
    • la decisione quadro garantisce alla vittima il diritto al risarcimento nell'ambito del procedimento penale per «atti o omissioni che costituiscono una violazione del diritto penale di uno Stato membro» e che sono «direttamente» all'origine del pregiudizio, laddove, nel caso di illecito «amministrativo» da reato ai sensi del decreto legislativo n. 231/2001, la responsabilità della persona giuridica è qualificata come "indiretta" e "sussidiaria" e si distingue dalla responsabilità penale della persona fisica autrice del reato che ha causato direttamente i danni e alla quale può essere richiesto il risarcimento nell'ambito del processo penale.
  • Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 21 giugno 2012.
    Ministero dell'Economia e delle Finanze e Agenzia delle Entrate contro Elsacom NV.
    Domanda di pronuncia pregiudiziale: Corte suprema di cassazione - Italia.
    Ottava direttiva IVA - Modalità per il rimborso dell'IVA ai soggetti passivi non residenti all'interno del paese -

    Causa n.: C-294/11
    Assegnazione: VI COMMISSIONE (FINANZE)
    In data: 12/07/2012

    Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 21 giugno 2012.
    Ministero dell'Economia e delle Finanze e Agenzia delle Entrate contro Elsacom NV.
    Domanda di pronuncia pregiudiziale: Corte suprema di cassazione - Italia.
    Ottava direttiva IVA - Modalità per il rimborso dell'IVA ai soggetti passivi non residenti all'interno del paese -

    Causa n. :
    C-294/11
    Assegnazione:
    • VI COMMISSIONE (FINANZE)
    In data:
    12/07/2012
    NOTA DI SINTESI:

    La Corte di giustizia si pronuncia in via pregiudiziale sull'interpretazione dell'art. 7, paragrafo 1, primo comma dell'ottava direttiva 79/1072/CEE relativo alle modalità e ai termini per il rimborso dell'imposta sul valore aggiunto ai soggetti passivi non residenti all'interno del Paese. Tale direttiva è stata abrogata e sostituita dalla direttiva 2008/9/CE, ma l'art. 28 di quest'ultima precisa che le disposizioni dell'ottava direttiva restano applicabili alle domande di rimborso inoltrate anteriormente al 1° gennaio 2010, ciò che è avvenuto nel caso oggetto della causa.

    La domanda di pronuncia pregiudiziale è stata sollevata dalla Corte di cassazione chiamata a pronunciarsi sulla controversia tra il Ministero dell'Economia (Agenzia delle Entrate) e la Elsacom NV, società con sede nei Paesi Bassi, in merito al rimborso dell'imposta sul valore aggiunto versata da quest'ultima in Italia nel corso del 1999. L'Elsacom aveva presentato la domanda di rimborso il 27 luglio 2000, e l'amministrazione tributaria aveva motivato il suo diniego al rimborso con il carattere tardivo della domanda, che avrebbe dovuto essere inoltrata, a norma dell'art. 1, secondo comma del decreto del Ministero delle Finanze del 20 maggio 1982, n. 2672, entro il 30 giugno 2000. Il decreto del Ministero delle Finanze ricalca nella sostanza il contenuto dell'art 7, paragrafo 1, primo comma dell'ottava direttiva IVA, in base al quale "la domanda di rimborso deve essere presentata al servizio competente (...) entro i sei mesi successivi allo scadere dell'anno civile nel corso del quale l'imposta è divenuta esigibile". La domanda di pronuncia pregiudiziale era volta ad accertare se il termine di sei mesi avesse carattere perentorio, e fosse quindi stabilito a pena di decadenza dal diritto al rimborso.

    Nella sentenza in oggetto la Corte di giustizia conclude che il termine di sei mesi previsto dall'articolo 7, paragrafo 1, primo comma, ultima frase, dell'ottava direttiva per la presentazione di un'istanza di rimborso dell'imposta sul valore aggiunto, è un termine di decadenza.

    Ad avviso della Corte di giustizia già dal dettato di cui al citato art. 7 si ricava che il termine previsto è un termine di decadenza: in particolare, le versioni linguistiche francese, tedesca e olandese usano espressamente l'allocuzione "al più tardi". Al riguardo, la Corte sottolinea che, in forza di una costante giurisprudenza, le varie versioni linguistiche di una disposizione dell''Unione devono essere interpretate in modo uniforme e, pertanto, in caso di divergenze tra loro, la disposizione deve essere interpretata in funzione dell'economia generale e delle finalità della normativa di cui essa fa parte. Nel caso in questione, l'obiettivo dell'ottava direttiva IVA era quello di "porre fine alle divergenze tra le disposizioni attualmente in vigore negli Stati membri che sono all'origine di distorsioni della concorrenza". La Corte osserva inoltre che la possibilità di proporre una domanda di rimborso delle eccedenze IVA senza alcuna limitazione temporale si porrebbe in contrasto con il principio della certezza del diritto, che esige che la situazione fiscale del soggetto passivo, con riferimento ai diritti e agli obblighi dello stesso verso l'amministrazione tributaria, non possa essere indefinitamente messa in discussione. Dunque, l'introduzione di un termine ordinatorio, ossia di un termine che non sia previsto a pena di decadenza, per la presentazione dell'istanza di rimborso, si porrebbe in contrasto con lo scopo di armonizzazione perseguito dall'ottava direttiva IVA oltre che, eventualmente, con la citata giurisprudenza.

  • Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 24 maggio 2012.
    Amia SpA contro Provincia Regionale di Palermo.
    Domanda di pronuncia pregiudiziale: Commissione Tributaria Provinciale di Palermo - Italia.
    Ambiente - Deposito in discarica di rifiuti - Direttiva 1999/31/CE

    Causa n.: C-97/11
    Assegnazione: VIII COMMISSIONE (AMBIENTE, TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI)
    Assegnazione: VI COMMISSIONE (FINANZE)
    In data: 12/07/2012

    Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 24 maggio 2012.
    Amia SpA contro Provincia Regionale di Palermo.
    Domanda di pronuncia pregiudiziale: Commissione Tributaria Provinciale di Palermo - Italia.
    Ambiente - Deposito in discarica di rifiuti - Direttiva 1999/31/CE

    Causa n. :
    C-97/11
    Assegnazione:
    • VIII COMMISSIONE (AMBIENTE, TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI)
    • VI COMMISSIONE (FINANZE)
    In data:
    12/07/2012
    NOTA DI SINTESI:

    La sentenza si pronuncia sulla richiesta del giudice del rinvio relativa alla possibilità di disapplicare le disposizioni nazionali che prevedono un tributo regionale a carico dei gestori delle discariche di rifiuti solidi (art. 3, commi 26 e 31 L. 549/95) per contrasto con la normativa europea volta, da un lato, ad assicurare che tutti i costi derivanti dall'impianto e dall'esercizio delle discariche di rifiuti siano coperti dal prezzo applicato dal gestore per lo smaltimento (art. 10 dir. 1999/31/CE) e, dall'altro, ad assicurare l'esigibilità di interessi in caso di ritardo di pagamento nelle transazioni commerciali (artt. 1-3 dir. 2000/35/CE).

    Il procedimento principale trae origine dal ricorso della società Amia SpA, gestore di una discarica a Palermo, nei confronti di un avviso di liquidazione indirizzatole dalla Provincia Regionale di Palermo al fine di recuperare il tributo non versato e una sanzione pari al 30% dell'importo del tributo. Il gestore, nel suo ricorso alla Commissione tributaria provinciale di Palermo, associa il mancato versamento al ritardo con cui le amministrazioni conferenti i rifiuti nella discarica avrebbero rimborsato il tributo. Il giudice del rinvio evidenzia che, se da un lato la L. 549/45 fissa i termini per il recupero del tributo speciale nei confronti del gestore della discarica, dall'altro non fissa termini ragionevoli che consentano al gestore di essere rimborsato da parte delle amministrazioni conferenti, né stabilisce una procedura efficace ai fini dell'ottenimento di tale rimborso.

    La Corte richiama la sua precedente giurisprudenza (sentenza del 25 febbraio 2010, Pontina Ambiente, C‑172/08), secondo la quale l'articolo 10 della direttiva 1999/31 non osta ad una normativa nazionale che assoggetta i gestori delle discariche ad un tributo come quello previsto dalla L. 549/95, a condizione che tale normativa sia accompagnata da misure volte a garantire che il rimborso del tributo medesimo avvenga effettivamente e a breve termine e che tutti i costi connessi al recupero (in particolare, i costi derivanti dal ritardo nel pagamento delle somme a tal titolo dovute dalle amministrazioni locali ai gestori medesimi) vengano ripercossi nel prezzo che le amministrazioni stesse sono tenute a corrispondere ai gestori. Inoltre gli Stati membri devono far sì che il gestore possa esigere interessi in caso di mora nel pagamento di dette somme imputabile all'amministrazione locale interessata.

    Sotto il profilo della disapplicazione, la Corte afferma in via generale che preliminarmente spetta al giudice verificare se sia possibile giungere a un'interpretazione del diritto nazionale che consenta di comporre la controversia in modo conforme al dettato e alla finalità delle direttive 1999/31 e 2000/35 e - soltanto allorchè siffatta interpretazione non sia possibile - disapplicare le disposizioni nazionali contrarie alla normativa sopra ricordata.

  • Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 10 maggio 2012.
    Duomo Gpa Srl (C-357/10), Gestione Servizi Pubblici Srl (C-358/10) e Irtel Srl (C-359/10) contro Comune di Baranzate (C-357/10 e C-358/10) e Comune di Venegono Inferiore (C-359/10).
    Domande di pronuncia pregiudiziale: Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia - Italia.
    Articoli 3 CE, 10 CE, 43 CE, 49 CE e 81 CE - Libertà di stabilimento - Libera prestazione dei servizi

    Assegnazione: VI COMMISSIONE (FINANZE)
    In data: 21/05/2012

    Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 10 maggio 2012.
    Duomo Gpa Srl (C-357/10), Gestione Servizi Pubblici Srl (C-358/10) e Irtel Srl (C-359/10) contro Comune di Baranzate (C-357/10 e C-358/10) e Comune di Venegono Inferiore (C-359/10).
    Domande di pronuncia pregiudiziale: Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia - Italia.
    Articoli 3 CE, 10 CE, 43 CE, 49 CE e 81 CE - Libertà di stabilimento - Libera prestazione dei servizi

    Assegnazione:
    • VI COMMISSIONE (FINANZE)
    In data:
    21/05/2012
    NOTA DI SINTESI:

    La Corte di giustizia si pronuncia in via pregiudiziale sulla compatibilità della normativa italiana in materia di riscossione dei tributi locali con la normativa stabilita dai Trattati UE e dalla "direttiva Servizi" (direttiva 2006/123/CE) in materia di libera prestazione dei servizi e di libertà di stabilimento.

    La domanda di pronuncia pregiudiziale è stata sollevata dal TAR Lombardia chiamato a pronunciarsi su tre controversie tra, rispettivamente, la Duomo Gpa Srl e la Gestione Servizi Pubblici Srl ed il Comune di Baranzate, nonché la Irtel Srl ed il Comune di Venegono Inferiore. Tali controversie vertevano sull'esclusione delle citate società da talune gare d'appalto per l'affidamento di concessioni in quanto esse non disponevano di un capitale sociale interamente versato pari a 10 milioni di euro.

    La normativa italiana sul riordino della disciplina dei tributi locali di cui al d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, autorizza le province ed i comuni a disciplinare con regolamento le proprie entrate, comprese quelle tributarie. Gli enti locali possono decidere di affidare a terzi mediante concessione l'accertamento e la riscossione dei tributi e di tutte le entrate locali, nel pieno rispetto della normativa UE in materia. Ai sensi dell'articolo 32, comma 7bis, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito in legge con modifiche dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, tali società devono essere iscritte in un albo dei soggetti privati abilitati ad effettuare attività di liquidazione e riscossione dei tributi, e disporre di un capitale sociale interamente versato pari a 10 milioni di euro (tale obbligo non è previsto per le società a prevalente partecipazione pubblica).

    Nella sentenza in oggetto la Corte di giustizia conclude che:

    - la normativa italiana precedentemente richiamata rappresenta una restrizione della libertà di stabilimento e della libera prestazione di servizi in quanto: 1) costringe gli operatori privati che vogliano svolgere le attività in questione a costituire persone giuridiche e a disporre di un capitale sociale interamente versato pari a 10 milioni di euro; 2) stabilisce la nullità dell'affidamento ad operatori che non soddisfino il suddetto requisito di capitale sociale minimo; 3) stabilisce il divieto di acquisizione di nuovi affidamenti o di partecipazione a gare indette per l'affidamento di tali servizi fino all'assolvimento del suddetto obbligo di adeguamento del capitale sociale;

    - tale normativa, inoltre, costituisce una violazione dei principi UE in materia di parità di trattamento e di concorrenza, in quanto le società a prevalente partecipazione pubblica godrebbero di un regime più favorevole;

    tali misure non possono nemmeno fondarsi sulla tutela dell'interesse generale, poiché eccedono l'obiettivo di tutela della pubblica amministrazione nei confronti del rischio di inadempimento della società concessionaria e comportano restrizioni alle libertà fondamentali sproporzionate e, pertanto, non giustificate. In proposito, richiamando le argomentazioni del giudice del rinvio, la Corte evidenzia come altre disposizioni previste dalla normativa italiana sono più idonee a proteggere in modo più proporzionato la PA e, tra queste, richiama la dimostrazione del possesso dei requisiti generali di partecipazione ad un bando di gara (riferiti sia alla capacità tecnica sia a quella finanziaria) nonché dell'affidabilità e della solvibilità, e l'applicazione di soglie minime richieste del capitale sociale interamente versato della concessionaria parametrate in funzione del valore dei contratti di cui è effettivamente titolare.

  • Sentenza della Corte (grande sezione) del 24 aprile 2012.
    Servet Kamberaj contro Istituto per l'Edilizia sociale della Provincia autonoma di Bolzano (IPES) e altri.
    Domanda di pronuncia pregiudiziale: Tribunale di Bolzano - Italia.
    Spazio di libertà, di sicurezza e di giustizia

    Causa n.: C-571/10
    Assegnazione: VIII COMMISSIONE (AMBIENTE, TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI)
    In data: 21/05/2012

    Sentenza della Corte (grande sezione) del 24 aprile 2012.
    Servet Kamberaj contro Istituto per l'Edilizia sociale della Provincia autonoma di Bolzano (IPES) e altri.
    Domanda di pronuncia pregiudiziale: Tribunale di Bolzano - Italia.
    Spazio di libertà, di sicurezza e di giustizia

    Causa n. :
    C-571/10
    Assegnazione:
    • VIII COMMISSIONE (AMBIENTE, TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI)
    In data:
    21/05/2012
    NOTA DI SINTESI:

    La Corte di giustizia si pronuncia in via pregiudiziale sulla compatibilità con il diritto dell'Unione della normativa della Provincia autonoma di Bolzano in materia di concessione e ripartizione tra cittadini UE e cittadini di Paesi terzi soggiornanti di lungo periodo dei sussidi per l'alloggio.

    La domanda in via pregiudiziale è stata sollevata dal Tribunale di Bolzano nell'ambito di una controversia insorta a seguito del rigetto opposto dall'IPES (Istituto per l'edilizia sociale della Provincia autonoma di Bolzano) alla richiesta del ricorrente diretta ad ottenere un sussidio per l'alloggio, rifiuto motivato dal fatto che lo stanziamento della Provincia autonoma di Bolzano previsto per la concessione di tale sussidio ai cittadini di Paesi terzi era esaurito, in base ad una normativa che consente di stabilire plafond complessivi di diversa entità per i sussidi casa da assegnare rispettivamente a cittadini UE e ai cittadini di Paesi terzi lungo soggiornanti.

    L'articolo 11, paragrafo 1, lettera d), della direttiva 2003/109/CE del Consiglio, del 25 novembre 2003 (relativa allo status dei cittadini di Paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo) prevede per i soggiornanti di lunga durata il beneficio della parità di trattamento per quanto riguarda la previdenza sociale, l'assistenza sociale e la protezione sociale, così come tali nozioni sono definite dalla legislazione nazionale. La Corte ritiene che tale disposizione osti ad una normativa nazionale o regionale (come quella oggetto del procedimento a quo emanata dalla Provincia autonoma di Bolzano) che, per quanto riguarda la concessione di un sussidio per l'alloggio, riservi ad un cittadino di un Paese terzo, beneficiario dello status di soggiornante di lungo periodo conferito conformemente alle disposizioni di detta direttiva, un trattamento diverso da quello riservato ai cittadini nazionali residenti nella medesima provincia o regione nell'ambito della distribuzione dei fondi destinati al detto sussidio, a condizione che tale sostegno economico rientri - in base alla scelte operate dagli ordinamenti nazionali - in una delle seguenti tre categorie: assistenza sociale, protezione sociale, previdenza sociale. Inoltre, tale disparità di trattamento è considerata incompatibile con il diritto dell'Unione a condizione che non trovi applicazione il paragrafo 4 del medesimo articolo 11, recante la possibilità per gli Stati membri di limitare l'applicazione del principio della parità di trattamento sancito dal paragrafo 1 alle prestazioni essenziali in materia di assistenza sociale e di protezione sociale (tale deroga non è però ammessa per le prestazioni in materia di previdenza sociale).

    La Corte - pronunciandosi inoltre sull'ulteriore questione sollevata dal giudice del rinvio se in caso di conflitto fra norma interna e Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) il richiamo operato dall'articolo 6 TUE alla CEDU imponga al Giudice nazionale di dare diretta applicazione all'articolo 14 CEDU (Divieto di discriminazione) ed all'articolo 1 del Protocollo n. 12 (Divieto generale di discriminazione), disapplicando la fonte interna incompatibile, senza dovere previamente sollevare questione di costituzionalità innanzi alla Corte Costituzionale nazionale - esclude in via generale la sussistenza di un obbligo per il giudice nazionale di applicare direttamente le disposizioni CEDU, disapplicando la norma di diritto nazionale con essa contrastante.