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Sentenze della Corte di Giustizia dell'UE

La sezione raccoglie gli estremi delle sentenze della Corte di Giustizia dell'Unione europea (CGUE) che, dal mese di dicembre 2011, a seguito della loro pubblicazione sul sito della medesima, sono state trasmesse alle Camere dal Governo (Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri) e assegnate alle Commissioni parlamentari competenti per materia ai fini di un loro possibile esame, ai sensi dell'articolo 127-bis del Regolamento della Camera dei deputati.

Si tratta delle sentenze in cui lo Stato italiano o altro ente pubblico territoriale italiano sono parte - anche interveniente - nella causa dinanzi alla CGUE e delle sentenze relative a procedimenti avviati a seguito di rinvio pregiudiziale da parte di un'autorità giudiziaria italiana. Attraverso uno specifico collegamento ipertestuale è possibile consultare il testo integrale di ciascuna sentenza.


  • Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 26 novembre 2014

    Causa n.: C-66/13
    In data: 26/01/2015

    Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 26 novembre 2014

    Causa n. :
    C-66/13
    Assegnazione:
      In data:
      26/01/2015
      NOTA DI SINTESI:

      La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione degli articoli 3, paragrafo 2, TFUE e 216 TFUE, in combinato disposto con l'articolo 5 della direttiva 2001/77/UE, sulla promozione dell'energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, e con l'accordo tra la Comunità europea e la Confederazione svizzera del 22 luglio 1972 (accordo di libero scambio).

      L'accordo di libero scambio ha lo scopo di promuovere lo sviluppo delle relazioni economiche tra la Comunità economica europea e la Svizzera, assicurando condizioni eque di concorrenza ed eliminando gli ostacoli agli scambi.

      La direttiva 2001/77, abrogata dalla direttiva 2009/28/CE, mira a promuovere le fonti energetiche rinnovabili e, a tale scopo, prevede la possibilità per gli Stati membri di introdurre regimi di sostegno (certificati verdi, aiuti agli investimenti, esenzioni o sgravi fiscali, restituzioni di imposta o regimi di sostegno diretto dei prezzi) in vista di una relazione da parte della Commissione sui risultati conseguiti, prodromica alla eventuale presentazione di una proposta di quadro comunitario in materia di regimi di sostegno dell'elettricità prodotta da fonti energetiche rinnovabili. L'articolo 5 della direttiva prevede che, entro il 27 ottobre 2003, gli Stati membri provvedano a garantire l'origine dell'energia elettrica da fonti rinnovabili immessa sul mercato interno, mediante il rilascio su richiesta di garanzie di origine da parte di organismi incaricati. Le garanzie di origine sono reciprocamente riconosciute dagli Stati membri.

      Per quanto riguarda l'ordinamento italiano, l'articolo 11 del decreto legislativo n. 79/1999 prevede l'obbligo per gli operatori che abbiano prodotto o importato energia ad immettere nel sistema elettrico nazionale, nell'anno successivo, una quota di elettricità prodotta da fonti rinnovabili (elettricità verde) o, in alternativa, acquistando l'equivalente quota da altri produttori o acquistando certificati verdi dal gestore della rete (GSE). Il decreto ministeriale di attuazione dell'11 novembre 1999 dispone che gli impianti di produzione dell'energia verde importata siano ubicati in Paesi esteri che adottino analoghi strumenti di promozione delle fonti rinnovabili. Nel caso si tratti di Paesi non appartenenti all'Unione europea, la possibilità di importazione è subordinata alla stipula di una convenzione tra il gestore della rete di trasmissione nazionale e l'analoga autorità locale. L'articolo 20 del successivo decreto legislativo n. 387/2003, di attuazione della direttiva n. 2001/77/CE, prevede che i soggetti che importano energia verde da Paesi appartenenti alla UE possono richiedere l'esenzione dall'obbligo di acquistare certificati verdi, allegando la copia conforme della garanzia di origine rilasciata da tali Paesi. Nel caso si tratti di Paesi non appartenenti alla UE, tale esenzione è subordinata alla stipula di un accordo tra l'Italia e lo Stato terzo. Tale accordo è stato stipulato tra l'Italia e la Svizzera il 6 marzo 2006 e prevede il reciproco riconoscimento delle garanzie di origine a partire dal 2006. Ai sensi del medesimo decreto legislativo (articolo 4), spetta al GSE verificare il rispetto degli obblighi e comunicare le inadempienze all'Autorità per l'energia elettrica e il gas (di seguito AEEG), competente ad infliggere le sanzioni.

      Nel corso del 2005, la Green Network SpA ha importato in Italia una quota di energia elettrica proveniente dalla Svizzera, certificata dall'autorità competente come prodotta da fonti rinnovabili. Sulla base dell'articolo 20 del decreto legislativo n. 387/2003, per il 2006, la Green Network ha chiesto al GSE un'esenzione dall'obbligo di acquistare certificati verdi. Il GSE ha respinto la richiesta in quanto nel 2005 non era stato ancora stipulato l'accordo tra l'Italia e la Svizzera. Non avendo la Green Network adempiuto all'obbligo disposto dal GSE di acquistare certificati verdi, l'AEEG le ha inflitto il pagamento di una sanzione pecuniaria. A seguito di reiezione del suo ricorso da parte del TAR della Lombardia, la Green Network ha proposto appello dinanzi al Consiglio di Stato, sostenendo che l'articolo 20 del decreto legislativo n. 387/2003 (che subordina la richiesta di esenzione dall'acquisto dei certificati verdi alla stipula di un accordo tra l'Italia ed uno Stato terzo) è incompatibile con gli articoli 3, paragrafo 2, TFUE e 216 TFUE, in quanto l'Unione dispone di una competenza esterna esclusiva per la conclusione di accordi con Stati terzi. Pertanto, ad avviso della Green Network, dovrebbe trovare nuovamente applicazione il DM del 1999, che subordina l'importazione di energia verde da Paesi terzi ad un accordo stipulato tra gli operatori di rete. Tale accordo tra operatori di rete relativo al mutuo riconoscimento dei certificati sarebbe intervenuto in forma tacita tra il Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale (a cui è subentrato il GSE) e l'analogo operatore svizzero.

      A seguito di rinvio pregiudiziale, la Corte ha dichiarato che la Comunità dispone di una competenza esterna esclusiva che non è compatibile con una norma nazionale, come l'articolo 20 del decreto legislativo n. 387/2003, che subordina alla conclusione di un accordo tra lo Stato membro e uno Stato terzo la concessione di un'esenzione dall'obbligo di acquisto di certificati verdi.

      Ad avviso della Corte, un accordo di tale genere (che assicura le garanzie di origine verde di elettricità importata in uno Stato membro), ampliando il campo di applicazione del meccanismo di certificazione previsto dalla direttiva 2001/77, è tale da modificare la portata delle norme comuni. In secondo luogo, considerando che la direttiva 2001/77 ha lo scopo di promuovere la produzione di energia verde negli Stati membri, è innegabile che un accordo come quello tra Italia e Svizzera, che consente esenzioni dall'acquisto di certificati verdi nel caso di importazione di energia verde da un Paese terzo, potrebbe interferire con gli obiettivi della direttiva e con l'obbligo degli Stati membri di aumentare la loro produzione di energia verde. Pertanto, la conclusione di tali accordi, in mancanza di un'autorizzazione da parte della direttiva 2001/77, può pregiudicare il buon funzionamento del sistema istituito dalla direttiva e il raggiungimento dei suoi obiettivi.

      In secondo luogo, la Corte ha dichiarato che è contraria al diritto dell'Unione anche l'applicazione di una norma nazionale, quale il decreto ministeriale di attuazione dell'11 novembre 1999, che mira sostanzialmente, al pari della sopra richiamata disposizione del decreto legislativo n. 387/2003, ad attuare meccanismi transfrontalieri destinati ad attestare che l'energia elettrica importata da uno Stato terzo e immessa nel mercato italiano è elettricità verde. Il principio di leale cooperazione osta infatti a che, dopo che la contrarietà al diritto comunitario di una disposizione quale la prima disposizione nazionale controversa sia stata constatata e quest'ultima sia stata pertanto disapplicata da un giudice nazionale, sia applicata in sostituzione una norma interna che, al pari della seconda disposizione nazionale controversa, è sostanzialmente analoga a quella che è stata in tal modo disapplicata.

    • Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 6 novembre 2014

      Causa n.: C-546/13
      In data: 26/01/2015

      Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 6 novembre 2014

      Causa n. :
      C-546/13
      Assegnazione:
        In data:
        26/01/2015
        NOTA DI SINTESI:

        La domanda di pronuncia pregiudiziale riguarda l'interpretazione delle sottovoci 8471 60 90 e 8518 22 90 della nomenclatura combinata (in prosieguo: la «NC») di cui all'allegato I del regolamento (CEE) n. 2658/87, relativo alla nomenclatura tariffaria e statistica ed alla tariffa doganale comune.

        L'Organizzazione mondiale delle dogane (OMD), ha elaborato il sistema armonizzato di designazione e di codificazione delle merci (in prosieguo: il «SA»), istituito con un'apposita convenzione internazionale, conclusa a Bruxelles il 14 giugno 1983 e approvata, a nome della Comunità economica europea, dalla decisione 87/369/CEE.

        Ai sensi della convenzione SA, ciascuna parte contraente si impegna a far sì che le sue nomenclature tariffarie e statistiche siano conformi al SA, e ad utilizzare tutte le voci e le sottovoci di quest'ultimo, senza aggiunte o modifiche, nonché i relativi codici numerici

        Nel periodo dicembre 2001-ottobre 2003 l'ADL ha importato nell'Unione casse acustiche prodotte dalla Harman Multimedia, società stabilita negli Stati Uniti, e destinate ad essere utilizzate esclusivamente quali unità periferiche di uscita per computer a marchio Apple.

        Ai fini della dichiarazione doganale l'ADL ha classificato le casse acustiche importate nella sottovoce 8471 60 90 della NC, quali periferiche per computer, beneficiando in tal modo dell'esenzione daziaria. Nell'anno 2005 l'Ufficio di Verona dell'Agenzia delle dogane, in esito a un procedimento di revisione dell'accertamento doganale, ha proceduto a contabilizzare a posteriori il dazio dovuto dall'ADL, rilevando che le casse acustiche in questione avrebbero dovuto essere classificate nella sottovoce 8518 22 90 della NC, quali altoparlanti, soggetti all'applicazione di dazi con aliquota del 4,5%. A seguito di domanda di annullamento dei provvedimenti applicativi del dazio nei confronti dell'ADL, con sentenza del 10 luglio 2009 la Commissione tributaria della regione Veneto ha ritenuto che le casse acustiche in questione fossero state correttamente classificate quali periferiche per computer, in quanto dalle istruzioni tecniche delle medesime risultava che erano utilizzabili esclusivamente se collegate con cavo USB ad un computer a marchio Apple, risultando incompatibili sia con strumentazioni audio diverse da personal computer, sia con personal computer con sistemi operativi diversi da MAC OS 9. L'Agenzia delle Dogane ha impugnato tale sentenza dinanzi alla Corte di Cassazione, sostenendo che i prodotti importati erano descritti come casse acustiche ("speakers multimediali") e presentavano pertanto tutte le caratteristiche per essere classificati quali altoparlanti.

        La Corte di cassazione ha dunque chiesto alla Corte di giustizia dell'UE di chiarire se i prodotti importati dall'ADL si debbano classificare quali unità di uscita di macchine automatiche per l'elaborazione dell'informazione (ovvero dei personal computer) alla sottovoce 8471 60 90 della NC, o quali altoparlanti, alla sottovoce 8518 22 90 della NC.

        Ad avviso della Corte di giustizia, secondo costante giurisprudenza, per garantire la certezza del diritto e facilitare i controlli, il criterio decisivo per la classificazione doganale delle merci va ricercato nelle loro caratteristiche e proprietà oggettive, quali definite nel testo della voce della NC e delle note delle sezioni o dei capitoli.

        Nel caso di specie, la Corte rileva che, a norma della NC, le macchine che, pur lavorando con un computer, esercitano una specifica funzione diversa dall'elaborazione dell'informazione, sono da classificare nella voce corrispondente alla propria specifica funzione.

        Pertanto, i prodotti importati dall'ADL, la cui specifica funzione consiste nel riprodurre il suono mediante la trasformazione di un segnale elettromagnetico in onde sonore, svolgono una funzione diversa dall'elaborazione dell'informazione; la circostanza che un altoparlante debba essere collegato ad un altro apparecchio, come una macchina automatica per l'elaborazione dell'informazione, non osta a che esso sia classificato nella voce corrispondente alla sua specifica funzione (la8518 22 90 della NC), ovvero come altoparlante e come tale soggetto all'applicazione di dazi.

      • Sentenza della Corte (Sesta Sezione) del 6 novembre 2014

        Causa n.: C-385/13 P
        In data: 26/01/2015

        Sentenza della Corte (Sesta Sezione) del 6 novembre 2014

        Causa n. :
        C-385/13 P
        Assegnazione:
          In data:
          26/01/2015
          NOTA DI SINTESI:

          La Corte di giustizia si pronuncia sulla domanda di annullamento, proposta dalla Repubblica italiana, avente ad oggetto la sentenza del Tribunale dell'Unione europea (T-99/09 e T-308/09) con la quale sono stati respinti i ricorsi contro le decisioni della Commissione di dichiarare inammissibili le domande di pagamenti intermedi dell'Italia per il rimborso delle spese effettuate, dopo il 29 giugno 2007, relativamente alla misura 1.7 del programma operativo Campania (PO Campania).

          Nel quadro del sostegno per gli interventi strutturali dell'Unione nelle regioni interessate dall'obiettivo 1 in Italia, la Commissione, nel 2000, ha approvato il programma operativo Campania («PO Campania»), per spese effettuate fra il 5 ottobre 1999 e il 31 dicembre 2008, termine successivamente prorogato al 30 giugno 2009. La misura 1.7 contenuta nel programma concerneva svariate operazioni relative al sistema regionale di gestione e di smaltimento dei rifiuti (realizzazione di impianti di compostaggio, di discariche per lo smaltimento del rifiuto residuale rispetto alla raccolta differenziata, attivazione di Ambiti Territoriali Ottimali e dei relativi piani di gestione e di trattamento dei rifiuti, sostegno ai Comuni associati per la gestione del sistema di raccolta differenziata dei rifiuti urbani, aiuto alle imprese per l'adeguamento degli impianti destinati al recupero di materia derivata dai rifiuti, attività di coordinamento, logistica e supporto alle imprese di raccolta e recupero di rifiuti provenienti da particolari categorie produttive, costituzione di un catasto-osservatorio con funzione di sistema di monitoraggio quali-quantitativo dei rifiuti). Le azioni effettuate in attuazione alla misura 1.7, destinate al miglioramento del sistema di raccolta e di smaltimento dei rifiuti, sono state pari a EUR 93.268.731,59, di cui il 50% -EUR 46.634.365,80 - a carico dei Fondi strutturali (FESR).
          In materia di gestione e smaltimento dei rifiuti in Campania, la Commissione aveva avviato nel 2007 una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia (n. 2007/2195), addebitandole di non aver garantito che i rifiuti fossero smaltiti senza pericolo per la salute dell'uomo e senza recare pregiudizio all'ambiente e quindi di non aver creato una rete integrata e adeguata di impianti di smaltimento, in violazione della direttiva sui rifiuti (2006/12/CE). Nel 2010, la Corte di giustizia aveva accolto il ricorso presentato dalla Commissione ex articolo 226 CE, constatando l'inadempimento dell'Italia (C-297/08).
          Con lettera del 31 marzo 2008, la Commissione ha informato le autorità italiane che, essendo in corso una specifica procedura di infrazione in materia, non avrebbe provvisoriamente dato luogo ai pagamenti intermedi relativi ai rimborsi delle spese relative alla misura 1.7 del PO Campania sulla base dell'articolo 32, paragrafo 3, primo comma, lettera f), del regolamento n. 1260/99. Tale ultima disposizione stabilisce che i pagamenti del FESR sono subordinati, tra l'altro, all'assenza di procedure di infrazione in corso. Nella successiva corrispondenza,la Commissione ha chiarito che la data dalla quale avrebbe considerato inammissibili le spese relative alla misura 1.7 sarebbe stata il 29 giugno 2007, data di notifica all'Italia della decisione di avviare la procedura d'infrazione. La Commissione, con successive lettere del 2 e del 6 febbraio e del 20 maggio 2009, ha quindi dichiarato l'inammissibilità di alcune domande di pagamento intermedio presentate dalle autorità italiane. In particolare, la Commissione ha dichiarato inammissibile il rimborso di 12.700.931,62 euro per spese effettuate dopo il 17 maggio 2006 (successivamente, tale importo è stato rettificato in considerazione del ricalcolo del periodo di inammissibilità a decorrere dal 29 giugno 2007) e il rimborso di 18.544.968,76 euro.
          Con due successivi ricorsi, l'Italia ha chiesto al Tribunale di annullare le suddette decisioni della Commissione, contestando in particolare la presunta violazione del sopra richiamato articolo 32, par. 3, primo comma, lett. f), del regolamento 1260/1999.
          Il Tribunale ha respinto i ricorsi dell'Italia ritenendo che la Commissione, per giustificare la dichiarazione di inammissibilità di pagamenti intermedi in relazione all'esistenza di una procedura d'infrazione in corso, abbia dimostrato che l'oggetto di tale procedura presenta un collegamento sufficientemente diretto con la «misura» cui si riferiscono le «operazioni» di cui alle domande di pagamento in questione. Infatti, da un lato, risulta chiaramente che la procedura di infrazione riguardava l'intero sistema di gestione e smaltimento dei rifiuti nella regione Campania, inclusi quindi il recupero o raccolta e l'inefficacia della raccolta differenziata; dall'altro, gli interventi facenti parte della misura 1.7 si riferivano anche alla creazione di un sistema di raccolta differenziata dei rifiuti urbani e alla realizzazione di discariche per lo smaltimento dei rifiuti, come fase finale della raccolta differenziata medesima.

          La Corte richiama gli argomenti del Tribunale, che sulla base del dettato dell'articolo 32, paragrafo 3, primo comma, lettera f), del regolamento n. 1260/1999, ha correttamente attribuito alla nozione di misura (nel caso in specie, la misura 1.7 del PO Campania) una portata generale e l'ha posta in relazione con l'oggetto della procedura di infrazione 2007/2195, constatando che la Commissione ha dimostrato la sussistenza tra i due termini di un nesso sufficientemente diretto. La Corte giudica irricevibili i motivi addotti dall'Italia, in particolare osservando, da un lato, che essi non contengono alcun approfondimento specifico che consenta di individuare un errore di diritto commesso dal Tribunale e, dall'altro, con riferimento all'argomento attinente all'incoerenza del contesto fattuale, che la constatazione dei fatti e la valutazione di tali elementi, salvo il caso di un loro snaturamento, non costituiscono una questione di diritto, come tale soggetta al sindacato della Corte. La Corte respinge anche il motivo relativo al vizio di motivazione della sentenza, avendo il Tribunale debitamente analizzato gli argomenti addotti dalla Repubblica italiana, nonché gli ulteriori motivi proposti, molti dei quali, limitandosi a riproporre le argomentazioni addotte in primo grado, sono giudicati irricevibili.

          La Corte respinge quindi l'impugnazione econdanna l'Italia alle spese.

        • Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 22 ottobre 2014

          In data: 03/12/2014

          Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 22 ottobre 2014

          Assegnazione:
            In data:
            03/12/2014
            NOTA DI SINTESI:

            La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione degli articoli 52 e 56 del Trattato sul funzionamento dell'UE (TFUE), relativi - rispettivamente - al principio di libera circolazione dei servizi e alle deroghe al principio di libertà di stabilimento giustificate da motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica.

            Tale domanda è stata sollevata dalla Commissione tributaria provinciale di Roma nell'ambito di una controversia tra l'Agenzia delle Entrate e i Sig.ri Cristiano Blanco e Pier Paolo Fabretti, i quali avevano proposto ricorso avverso alcuni avvisi di accertamento, con i quali si contestava l'omessa dichiarazione di varie vincite ottenute in case da gioco all'estero. I ricorrenti sostenevano che gli avvisi di accertamento emessi nei loro confronti violassero il principio della libera prestazione dei servizi previsto dal citato articolo 56 del TFUE ed il principio di non discriminazione sancito dall'articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, dato che le vincite realizzate in Italia sono esenti da imposta.

            L'art. 69, paragrafo 1, lettera d), del decreto del Presidente della Repubblica (DPR) n.917, del 22 dicembre 1986, recante approvazione del testo unico delle imposte sui redditi considera quali redditi diversi, come tali facenti parte della base imponibile dell'imposta sul reddito, "le vincite delle lotterie, dei concorsi a premio, dei giochi e delle scommesse organizzati per il pubblico ed i premi derivanti da prove di abilità o dalla sorte".

            Tuttavia, tale disposizione non si applica alle vincite corrisposte da case da gioco italiane, in quanto, a norma dell'articolo 30, settimo comma, del citato DPR, la ritenuta sulle vincite versate da tali stabilimenti è compresa nell'imposta sugli spettacoli, divenuta l'imposta sugli intrattenimenti, introdotta dal decreto legislativo 60/1999.

            Il giudice del rinvio rileva che, sulla base della giurisprudenza della Corte di giustizia, tale diversità di trattamento potrebbe essere considerata giustificata qualora rientrasse in una disposizione derogatoria intesa a garantire l'ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sanità pubblica, restando conforme al principio di proporzionalità.

            Secondo il giudice del rinvio, la normativa italiana mirerebbe non tanto a proteggere le case da gioco nazionali, quanto a scoraggiare le pratiche del riciclaggio e dell'autoriciclaggio di capitali all'estero, nonché a limitare le fughe all'estero o l'introduzione in Italia di capitali privi di origini controllabili.

            Sulla base di queste considerazioni, la Commissione tributaria provinciale di Roma chiede alla Corte di giustizia di valutare:

            - se una normativa nazionale possa assoggettare all'imposta sul reddito le vincite da giochi d'azzardo realizzate in altri Stati membri, mentre quelle conseguite nelle case da gioco nazionali non subiscono tale prelievo (esistenza di una restrizione della libera prestazione dei servizi);

            - se motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica consentano di giustificare tale diversità di trattamento (esistenza di una giustificazione alla restrizione).

            Ad avviso della Corte, la differenza di trattamento fiscale riduce l'attrattività di uno spostamento in un altro Stato membro allo scopo di praticare giochi d'azzardo, e dunque costituisce una violazione dell'art. 56 del TFUE che, sulla base di giurisprudenza consolidata, esige la soppressione di qualsiasi restrizione quando essa è idonea a vietare, ostacolare o rendere meno attraenti le attività del prestatore stabilito in un altro Stato membro.

            Con riferimento al secondo punto, ovvero alla possibilità di giustificare la disparità di trattamento fiscale con gli obiettivi di prevenzione del riciclaggio e autoriciclaggio di capitali e di limitazioni all'ingresso di capitali di origine incerta, la Corte osserva che le autorità di uno Stato membro non possono presumere, in maniera generale e senza distinzioni, che gli organismi e gli enti stabiliti in un altro Stato membro si dedichino ad attività criminali. Inoltre, il fatto di escludere, in via generale, il beneficio di un'esenzione fiscale risulta sproporzionato, in quanto va al di là di quanto è necessario per lottare contro il riciclaggio di capitali, essendovi a tal fine altri mezzi a disposizione degli Stati membri. La Corte aggiunge che la disparità di trattamento non può essere invocata come strumento per combattere la ludopatia - e dunque per tutelare la sanità pubblica - dal momento che l'esenzione fiscale per le vincite ottenute nelle case da gioco situate nel territorio nazionale può, al contrario, incoraggiare i consumatori a partecipare ai giochi d'azzardo.

          • Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 15 ottobre 2014

            Causa n.: C-221/13
            In data: 03/12/2014

            Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 15 ottobre 2014

            Causa n. :
            C-221/13
            Assegnazione:
              In data:
              03/12/2014
              NOTA DI SINTESI:

              La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione dell'accordo quadro sul lavoro a tempo parziale allegato alla direttiva 97/81/CE nell'ambito di una controversia in merito ad un provvedimento del Ministero della Giustizia che disposto la trasformazione del contratto di lavoro a tempo parziale in uno a tempo pieno senza il consenso della dipendente.
              Sulla base di quanto disposto dalla legge n. 183/2010, il Ministero della Giustizia ha unilateralmente imposto il regime di lavoro a tempo pieno alla dipendente (funzionaria del Ministero della giustizia in servizio presso l'organo giurisdizionale del rinvio). Quest'ultima ha proposto ricorso dinanzi al giudice del rinvio (Tribunale ordinario di Trento) chiedendo l'annullamento delle decisioni del Ministero della Giustizia e del dirigente amministrativo del medesimo Tribunale che, adito dalla ricorrente, le aveva ordinato di assoggettarsi al nuovo regime.
              Il giudice del rinvio chiede se l'accordo quadro, e in particolare la clausola 5, punto 2, debba essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale in base alla quale il datore di lavoro può disporre la trasformazione di un contratto di lavoro a tempo parziale in un contratto di lavoro a tempo pieno, senza il consenso del lavoratore interessato.
              Ad avviso della Corte, la direttiva e l'accordo quadro vincolano gli Stati membri per quanto riguarda il risultato da raggiungere (superamento delle discriminazione nei confronti dei lavoratori a tempo parziale, miglioramento della qualità del lavoro a tempo parziale, promozione dello sviluppo del lavoro a tempo parziale) ma lasciano alle autorità nazionali la scelta della forma e dei mezzi. L'accordo quadro, inoltre, enuncia principi generali e prescrizioni minime relative al tempo parziale, tra le quali vi è quello in base al quale il rifiuto di un lavoratore di passare a tempo pieno non costituisce un motivo valido per il licenziamento (clausola 5, punto 2). Tale principio, ad avviso della Corte, non impone, pertanto, agli Stati membri, di adottare una normativa che subordini al consenso del lavoratore la trasformazione del suo contratto a tempo pieno. Esso piuttosto è volto unicamente ad escludere che l'opposizione del lavoratore possa costituire motivo del suo licenziamento.
              Per tali motivi, ad avviso della Corte, l'accordo quadro a tempo parziale, allegato alla direttiva 97/81/CE, e in particolare la clausola 5, punto 2, deve essere interpretato nel senso che non osta, in circostanze come quelle oggetto del procedimento principale, a una normativa nazionale in base alla quale il datore di lavoro può disporre la trasformazione di un contratto di lavoro da contratto a tempo parziale in contratto a tempo pieno senza il consenso del lavoratore interessato.