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Sentenze della Corte di Giustizia dell'UE

La sezione raccoglie gli estremi delle sentenze della Corte di Giustizia dell'Unione europea (CGUE) che, dal mese di dicembre 2011, a seguito della loro pubblicazione sul sito della medesima, sono state trasmesse alle Camere dal Governo (Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri) e assegnate alle Commissioni parlamentari competenti per materia ai fini di un loro possibile esame, ai sensi dell'articolo 127-bis del Regolamento della Camera dei deputati.

Si tratta delle sentenze in cui lo Stato italiano o altro ente pubblico territoriale italiano sono parte - anche interveniente - nella causa dinanzi alla CGUE e delle sentenze relative a procedimenti avviati a seguito di rinvio pregiudiziale da parte di un'autorità giudiziaria italiana. Attraverso uno specifico collegamento ipertestuale è possibile consultare il testo integrale di ciascuna sentenza.


  • Sentenza della Corte (Sesta Sezione) del 15 ottobre 2014

    Causa n.: C-323/13
    In data: 03/12/2014

    Sentenza della Corte (Sesta Sezione) del 15 ottobre 2014

    Causa n. :
    C-323/13
    Assegnazione:
      In data:
      03/12/2014
      NOTA DI SINTESI:

      Con il suo ricorso, la Commissione europea chiede alla Corte di dichiarare la Repubblica italiana inadempiente in relazione agli obblighi ad essa incombenti in base al combinato disposto degli articoli 1, paragrafo 1, e 6, lettera a), della direttiva 1999/31/CE, relativa alle discariche dei rifiuti, nonché degli articoli 4, 13 e 16 della direttiva 2008/98/CE, relativa ai rifiuti.

      In particolare, la direttiva 1999/31/CE ha la finalità di prevenire o ridurre le ripercussione negative sull'ambiente e i rischi per la salute umana derivanti dalle discariche e definisce il trattamento dei rifiuti come l'insieme dei processi (fisici, termici, chimici, biologici, inclusa la cernita) che modificano le caratteristiche dei rifiuti allo scopo di ridurne il volume o la natura pericolosa e di facilitarne il trasporto o favorirne il recupero (articoli 1 e 2). L'articolo 6, lettera a), dispone che gli Stati membri provvedano affinché solo i rifiuti trattati vengano posti in discarica. Anche la direttiva 2008/98/CE ha lo scopo di proteggere la salute umana e l'ambiente attraverso la riduzione della produzione dei rifiuti e la promozione dell'applicazione pratica della gerarchia dei rifiuti. Quest'ultima stabilisce un ordine di priorità nella gestione dei rifiuti, in cui lo smaltimento costituisce l'ultimo stadio (articolo 4). L'articolo 13 prevede l'obbligo per gli Stati membri di prendere le misure necessarie affinché la gestione dei rifiuti avvenga senza pregiudizio per la salute umana e per l'ambiente. L'articolo 16 prevede la creazione da parte degli Stati membri di una rete integrata di impianti per lo smaltimento e il recupero dei rifiuti urbani non differenziati.

      Ad avviso della Commissione, la violazione di tali disposizioni riguarda la discarica di Malagrotta nel Lazio, che raccoglieva rifiuti non trattati (la mera triturazione e compressione dei rifiuti indifferenziati non costituisce, per la Commissione, un trattamento conforme alla normativa europea) e il deficit di capacità di trattamento meccanico-biologico (TMB) del SubATO (sub-ambito territoriale ottimale) di Roma e di quello di Latina. Nel corso della fase contenziosa (procedura di infrazione 2011/4021), le autorità italiane hanno riconosciuto la fondatezza delle contestazioni della Commissione, preannunciando l'adozione di misure volte al loro superamento entro il 2014 (la chiusura della discarica di Malagrotta, l'avvio della raccolta differenziata dei rifiuti della città di Roma, la costruzione di una discarica temporanea per lo stoccaggio dei rifiuti trattati e l'adozione di un cronoprogramma).

      La Commissione, ritenendo insoddisfacenti le risposte delle autorità italiane, ha deciso di proporre il ricorso in esame.

      In merito al primo rilievo della Commissione (la triturazione o compressione dei rifiuti indifferenziati destinati a discarica non evita o riduce gli effetti negativi a carico dell'ambiente e della salute umana, in violazione degli articoli 1, paragrafo 1, e 6, lettera), della direttiva 1999/31/CE nonché degli articoli 4 e 13 della direttiva 2008/98/CE), le autorità italiane contestano il ritardo con cui la Commissione, pur essendo a conoscenza dei dati fin dal 2009 (anno in cui è iniziata la fase precontenziosa di EU-Pilot), ha deciso la costituzione in mora dell'Italia (2011) e affermano che, in ogni caso, il termine concesso per conformarsi al diritto europeo non può essere inferiore al ritardo della comunicazione dell'avvio della procedura di infrazione. Quanto al secondo motivo del ricorso (il deficit di capacità di TMB nei SubAto di Roma e di Latina), le autorità italiane ricordano, da un lato, di avere riconosciuto l'esistenza di tale deficit e, dall'altro, di averne previsto il superamento a decorrere dal 2014. Il ritardo nella realizzazione delle misure preannunciate sarebbe da addebitarsi non solo all'incapacità delle autorità nazionali di adattare velocemente la disciplina in vigore alle direttive europee ma anche ai comportamenti fraudolenti di alcuni gestori delle discariche nel frattempo condannati penalmente. Pertanto, ad avviso delle autorità italiane, il ricorso in esame costituirebbe un processo alle intenzioni da parte della Commissione, essendo quest'ultima informata del fatto che sono state adottate nuove disposizioni nazionali e che la situazione riguardante il trattamento dei rifiuti sarebbe nettamente migliorata.

      Con riferimento alle posizioni delle parti, la Corte afferma che la fondatezza dell'inadempimento degli obblighi di trattamento dei rifiuti contestato dalla Commissione all'Italia è ammessa dalle stesse autorità italiane e che, secondo una costante giurisprudenza, l'esistenza di un inadempimento deve essere valutata in relazione alla situazione dello Stato membro quale si presentava alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato (nel caso di specie due mesi dalla ricezione del medesimo, inviato con lettera del 1^ giugno 2012), non potendosi prendere in considerazione dalla Corte le modifiche successivamente intervenute. Inoltre, uno Stato membro non può eccepire disposizioni, prassi o situazioni (per esempio, la presenza di organizzazioni criminali) del proprio ordinamento giuridico interno per giustificare l'inosservanza degli obblighi e dei termini previsti da una direttiva. Infine, spetta alla Commissione, sulla base dell'articolo 258 TFUE, valutare l'opportunità di agire contro uno Stato membro che si ritiene abbia violato le disposizioni del Trattato, scegliendo anche il momento in cui iniziare il procedimento per inadempimento. La Corte, dal canto suo, è tenuta ad accertare se l'inadempimento contestato sussiste o no, senza che le spetti pronunciarsi sull'esercizio del potere discrezionale della Commissione.

      Sulla base di tali argomentazioni, pertanto, la Corte ritiene fondata la censura della Commissione, che rileva la violazione da parte dell'Italia degli articoli 1, paragrafo 1, e 6, lettera a), della direttiva 1999/31/CE nonché degli articoli 4 e 13 della direttiva 2008/98/CE, non avendo adottato le misure necessarie a che la gestione dei rifiuti urbani avvenga senza pregiudizio per l'ambiente e la salute umana.

      Quanto al secondo rilievo (violazione dell'articolo 16 della direttiva 2008/98/CE in relazione al deficit di capacità di TMB), la Corte sottolinea che la mancanza di una rete integrata ed adeguata di impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti urbani è stata riconosciuta dalle stesse autorità italiane nel luglio 2012. Gli ulteriori elementi dedotti dall'Italia riguardano misure adottate successivamente alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato. Inoltre, le affermazioni italiane sull'utilizzo di altri impianti nella regione Lazio sarebbero state smentite sia da provvedimenti amministrativi sia da notizie di stampa sulla formalizzazione di accordi nel 2013 per portare i rifiuti fuori dalla regione. Pertanto, ad avviso della Corte, dato che l'esistenza di un inadempimento deve essere valutata in relazione alla situazione alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato e dato che è incontestato che, alla scadenza di tale termine, la situazione nella regione Lazio non era conforme alle prescrizioni dell'articolo 16 della direttiva 2008/98/CE, anche il secondo rilievo sollevato dalla Commissione è fondato.

      Per tali motivi, la Corte dichiara che la Repubblica italiana, non avendo adottato le misure necessarie per assicurare che il trattamento dei rifiuti urbani conferite nelle discariche dei SubAto di Roma (ad esclusione di quella di Cecchina) e di Latina avvenga in modo da limitare gli effetti negativi a carico dell'ambiente e della salute umana, è venuta meno agli obblighi posti degli articoli 1, paragrafo 1, e 6, lettera), della direttiva 1999/31/CE nonché degli articoli 4 e 13 della direttiva 2008/98/CE. Inoltre, non avendo creato una rete integrata ed adeguata di impianti di gestione dei rifiuti, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi previsti dall'articolo 16 della direttiva 2008/98/CE. La Corte condanna quindi l'Italia al pagamento delle spese.

    • Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 9 ottobre 2014

      Causa n.: C-428/13
      In data: 03/12/2014

      Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 9 ottobre 2014

      Causa n. :
      C-428/13
      Assegnazione:
        In data:
        03/12/2014
        NOTA DI SINTESI:

        La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione degli articoli 7, paragrafo 2, e 8, paragrafo 6, della direttiva 2011/64/UE relativa alla struttura e alle aliquote dell'accisa applicata al tabacco lavorato.

        Tale domanda è stata sollevata nell'ambito di una controversia tra il Ministero dell'economia e delle finanze e l'Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (AAMS), da un lato, e la Yesmoke Tobacco SpA dall'altro, in merito alla decisione del direttore generale dell'AAMS, dell'11 gennaio 2012, di introdurre un'accisa minima unicamente sulle sigarette con un prezzo di vendita al pubblico inferiore a quello delle sigarette della classe di prezzo più richiesta.

        In particolare, con tale decisione, in base all'articolo 39-octies, comma 4, del decreto legislativo 504/95, veniva fissata al 115% dell'importo base l'accisa minima sulle sigarette con prezzo di vendita al pubblico inferiore a quello delle sigarette appartenenti alla classe di prezzo più richiesta. La società italiana Yesmoke Tobacco SpA, che produce e commercializza sigarette a un prezzo inferiore a quello della classe di prezzo più richiesta, ha impugnato la decisione dinanzi al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio. Quest'ultimo ha annullato la decisione dell'AAMS, ritenendo che essa reintroducesse de facto un prezzo di rivendita minimo per i tabacchi lavorati, in elusione, a suo giudizio, della sentenza della Corte di giustizia C-571/08. Contro la sentenza di annullamento il Ministero dell'Economia e delle Finanze e l'AAMS hanno proposto appello al Consiglio di Stato.

        Con la sua domanda pregiudiziale il Consiglio di Stato domanda alla Corte se la citata direttiva consenta una disposizione nazionale che stabilisca non già un'accisa minima identica per tutte le sigarette, bensì un'accisa minima applicabile unicamente alle sigarette con un prezzo di vendita al pubblico inferiore a quello delle sigarette della classe di prezzo più richiesta.

        In via preliminare, la Corte di giustizia rileva che la direttiva 2011/64/UE fissa i principi generali dell'armonizzazione delle strutture e delle aliquote d'accisa per il tabacco lavorato e ha l'obiettivo di garantire, da un lato, il buon funzionamento del mercato interno nonché condizioni neutre di concorrenza nel settore del tabacco.

        In particolare, la Corte osserva che l'art. 7, paragrafi 1 e 2, della citata direttiva stabilisce che:

        • le sigarette prodotte nell'Unione e quelle importate da Paesi terzi sono soggette, in ciascuno degli Stati membri, a un'accisa ad valorem calcolata sul prezzo massimo di vendita al minuto, compresi i dazi doganali, nonché a un'accisa specifica calcolata per unità di prodotto;
        • l'aliquota dell'accisa ad valorem e l'importo dell'accisa specifica devono essere uguali per tutte le sigarette.

        Per altro verso, l'art. 8, paragrafo 6, della direttiva stabilisce che gli Stati membri possono applicare un'accisa minima sulle sigarette.

        Quando gli Stati membri si avvalgono della facoltà offerta dalla direttiva di introdurre un'accisa minima, la regolamentazione che adottano deve inserirsi nel contesto definito dalla stessa direttiva senza contravvenire ai suoi obiettivi (tutela della concorrenza). L'applicazione di soglie d'imposta che variano in funzione delle caratteristiche o del prezzo delle sigarette comporterebbe distorsioni alla concorrenza tra le differenti sigarette e sarebbe contraria all'obiettivo di garantire il corretto funzionamento del mercato interno e condizioni neutre di concorrenza perseguito dalla direttiva.

        La Corte dichiara pertanto che la normativa italiana attua un sistema in cui l'importo prelevato sulle sigarette della classe di prezzo più richiesta, in applicazione dell'accisa globale, è inferiore all'importo prelevato a titolo dell'accisa minima sulle sigarette meno costose, con la conseguenza di creare distorsioni di concorrenza e di contravvenire agli obiettivi della direttiva.

      • Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 10 settembre 2014

        Causa n.: C-270/13
        In data: 03/12/2014

        Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 10 settembre 2014

        Causa n. :
        C-270/13
        Assegnazione:
          In data:
          03/12/2014
          NOTA DI SINTESI:

          La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione dell'articolo 45 TFUE che stabilisce il diritto della libera circolazione dei lavoratori all'interno dell'UE e il divieto di discriminazioni fondate sulla nazionalità.

          La domanda è stata proposta dal Consiglio di Stato nell'ambito di una controversia avente ad oggetto la nomina del presidente dell'autorità portuale di Brindisi. Nel procedimento di nomina, le autorità competenti avevano designato una terna di esperti nei settori dell'economia dei trasporti e portuale, tra i quali sig. Casilli e il sig. Haralambidis. Il primo aveva proposto ricorso innanzi al TAR Puglia avverso il decreto del 7 giugno 2011 con cui il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti aveva nominato il sig. Haralambidis, adducendo il fatto che quest'ultimo non poteva essere nominato presidente dell' autorità in quanto privo della cittadinanza italiana. A seguito di accoglimento del ricorso sul fondamento dell'articolo 51 della Costituzione italiana, il sig. Haralambidis aveva adito il Consiglio di Stato.

          In particolare, il giudice del rinvio chiede alla Corte se l'articolo 45 TFUE possa essere interpretato nel senso di consentire ad uno Stato membro di riservare ai propri cittadini l'esercizio delle funzioni di presidente di un'autorità portuale, in quanto di natura pubblicistica e rivestenti carattere fiduciario.

          La Corte di giustizia, sulla base della legislazione italiana (in particolare, la legge n. 84/94), ritiene che la figura del presidente di un'autorità portuale sia riconducibile alla più generale nozione di lavoratore, ricadente nell'ambito di applicazione dell'articolo 45 TFUE.

          Nel caso di specie, le attività del presidente di un'autorità portuale sono esercitate sotto la direzione e il controllo del Ministro, che lo nomina e che, nei casi previsti dalla legge, lo può revocare. Inoltre, come corrispettivo per lo svolgimento dei suoi compiti, è versata al presidente una remunerazione con le caratteristiche di prevedibilità e regolarità, insite in un rapporto di lavoro subordinato. La Corte aggiunge che la natura di diritto pubblico del rapporto di lavoro è irrilevante ai fini dell'applicazione dell'articolo 45 TFUE.

          In secondo luogo, la Corte precisa la portata della deroga contemplata dall'articolo 45, paragrafo 4, TFUE, per gli impieghi nella pubblica amministrazione, chiarendo che essa è applicabile nei limiti di quanto è strettamente necessario per salvaguardare gli interessi nazionali. Nel caso di specie, la Corte non rinviene, tra i compiti attribuiti al presidente di un'autorità portuale, l'esercizio dei pubblici poteri e funzioni il cui obiettivo è la tutela degli interessi generali dello Stato. I poteri di imperio ad esso attribuiti (il potere di ingiungere la rimessa in pristino dei luoghi, in caso di occupazione abusiva di zone demaniali, e il compito di assicurare la navigazione nell'ambito portuale), pur rientrando in linea di principio nella deroga alla libera circolazione dei lavoratori, non sono esercitati in via abituale e rappresentano una parte residuale dell'attività svolta, la quale presenta in generale un carattere tecnico e di gestione economica che non può essere modificato dal loro esercizio.

          Per tali motivi, ad avviso della Corte, un'esclusione generale dell'accesso dei cittadini di altri Stati membri alla carica di presidente di un'autorità portuale costituisce una discriminazione fondata sulla nazionalità vietata dai paragrafi 1-3 dell'articolo 45 TFUE, e il successivo paragrafo 4 deve essere interpretato nel senso che non consente a uno Stato membro di riservare ai propri cittadini l'esercizio delle funzioni di presidente di un'autorità portuale

        • Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 10 aprile 2014

          Causa n.: C-85/13
          In data: 04/09/2014

          Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 10 aprile 2014

          Causa n. :
          C-85/13
          Assegnazione:
            In data:
            04/09/2014
            NOTA DI SINTESI:

            Con il suo ricorso, la Commissione europea chiede alla Corte di giustizia di dichiarare la Repubblica italiana inadempiente per non avere ottemperato agli obblighi ad essa incombenti in base agli articoli 3, 4, 5 e 10 della direttiva 91/271/CEE, come modificata dal regolamento n. 1137/2008, in materia di acque reflue urbane.
            L'articolo 3 della direttiva dispone l'obbligo per gli Stati membri di provvedere affinché tutti gli agglomerati urbani siano provvisti di reti fognarie per le acque reflue urbane. In particolare, per quelli con più di 10.000 abitanti e le cui acque reflue si immettono in acque recipienti considerate, ai sensi del successivo articolo 5, aree sensibili, il termine a provvedere è fissato al 31 dicembre 1998. L'articolo 4 dispone l'obbligo per gli Stati membri di provvedere affinché le acque reflue urbane che confluiscono in reti fognarie siano sottoposte, prima dello scarico, ad un trattamento secondario o ad un trattamento equivalente. L'articolo 5 dispone che gli Stati membri individuano le aree sensibili e provvedano affinché le acque reflue urbane che confluiscono in reti fognarie siano sottoposte, prima dello scarico in aree sensibili, ad un trattamento più spinto di quello secondario, entro il 31 dicembre 1998 per tutti gli scarichi provenienti da agglomerati con oltre 10.000 abitanti. L'articolo 10, infine, dispone che gli Stati membri provvedano affinché la progettazione, la costruzione, la gestione e la manutenzione degli impianti di trattamento delle acque reflue urbane garantiscano prestazioni sufficienti nelle normali condizioni climatiche locali e, nella progettazione, si tenga conto delle variazioni stagionali di carico.
            Come disposto dall'articolo 15 della direttiva (obblighi informativi a carico degli Stati membri), la Commissione europea, con lettera del 29 maggio 2007, ha invitato il governo italiano a fornire, entro sei mesi, informazioni dettagliate in merito all'attuazione della direttiva. Le risposte a tale richiesta, ad avviso della Commissione, sono state trasmesse ben oltre il termine, non riguardavano l'intero territorio nazionale e, inoltre, si basavano su dati imprecisi. La Commissione ha in particolare giudicato le informazioni trasmesse insufficienti ai fini della verifica del rispetto della direttiva con riferimento agli agglomerati urbani con più di 10.000 abitanti, che scaricano le loro acque reflue in aree sensibili o nei relativi bacini drenanti. Secondo la Commissione, quindi, l'Italia sarebbe risultata inadempiente agli obblighi previsti dagli articolo 3, 4, 5 e 10 della direttiva, continuando a violare sistematicamente tali disposizioni. Di conseguenza, la Commissione, il 26 giugno 2009, ha inviato al governo italiano una lettera di diffida, invitandolo a presentare le sue osservazioni entro due mesi, e ha trasmesso un elenco di 525 agglomerati con più di 10.000 abitanti, che scaricano le acque reflue in aree sensibili non in conformità con la direttiva.
            Dopo che il governo italiano, con lettera del 27 ottobre 2009, ha risposto ammettendo l'incompletezza dei dati presentati e l'esistenza di situazioni di non conformità alla direttiva, la Commissione, con lettera del 20 marzo 2011, ha emesso un parere motivato, ai sensi dell'articolo 258 del TFUE, invitando il governo italiano ad adottare le misure necessarie entro il termine di due mesi con riferimento ad un elenco di 159 agglomerati non ritenuti conformi sulla base dei dati disponibili (procedura di infrazione n. 2009/2034).
            Il governo italiano, con lettera del 27 luglio 2009, ha inviato una nuova analisi dettagliata in base alla quale risultavano essere 153 gli agglomerati non conformi alla direttiva e, contestualmente, indicava i progressi ottenuti.
            Le informazioni fornite dal governo italiano, tuttavia, non sono state ritenute sufficienti al superamento dei rilievi con riferimento a 50 agglomerati con più di 10.000 abitanti, rispetto ai quali la Commissione disponeva di prove sufficienti di non conformità alla direttiva alla data di scadenza del termine impartito per la risposta. La Commissione ha quindi deciso di proporre ricorso alla Corte di giustizia.
            Nel corso del procedimento, la Commissione ha confermato i suoi rilievi per 41 dei 50 agglomerati inizialmente indicati. Il governo italiano ha ammesso l'inadempimento limitatamente a 36 agglomerati e, rispetto ai rimanenti agglomerati, ha fatto riferimento ad analisi di controllo successive alla scadenza del termine previsto dal parere motivato.
            La Corte, richiamando consolidata giurisprudenza, ha osservato che l'esistenza di un inadempimento dev'essere valutata in relazione alla situazione dello Stato membro quale si presentava alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato e che i mutamenti avvenuti in seguito non possono essere presi in considerazione. Sulla base di tale argomentazione, la Corte ha ritenuto il ricorso fondato ed ha dichiarato che la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza degli articoli 3, 4, 5 e 10 della direttiva 91/271/CEE (come modificata dal regolamento n. 1137/2008), condannandola alle spese.

          • Causa n.: C-301/12
            In data: 04/09/2014
            Causa n. :
            C-301/12
            Assegnazione:
              In data:
              04/09/2014
              NOTA DI SINTESI:

              La domanda di pronuncia pregiudiziale, proposta alla Corte di Giustizia dal Consiglio di Stato, verte sull'interpretazione degli articoli 9 e 11 della direttiva 92/43/CE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche. In particolare, tale direttiva, che ha lo scopo di contribuire a salvaguardare la biodiversità mantenendo gli habitat naturali in uno stato di conservazione soddisfacente, stabilisce la creazione della rete Natura 2000, una rete di zone speciali di conservazione (ZSC) e zone di protezione speciale classificate dagli Stati membri. La procedura di individuazione delle ZSC prevede, all'articolo 4, la formazione da parte degli Stati membri di un elenco di siti di importanza comunitaria (SIC), trasmesso alla Commissione e da questa fissato. Una volta inserito il sito nell'elenco comunitario dei SIC, lo Stato membro designa tale sito come ZSC e adotta le opportune misure per evitare il degrado degli habitat naturali e delle specie. Inoltre, qualsiasi piano o progetto non direttamente connesso o necessario alla gestione del sito, ma che possa avere su di esso conseguenze significative, deve essere approvato dalle autorità nazionali solo dopo un'opportuna valutazione che escluda qualsiasi pregiudizio all'integrità del sito. Qualora, nonostante una valutazione negativa e in mancanza di soluzioni alternative, il piano o il progetto debba essere realizzato per motivi di interesse pubblico, anche di natura sociale o economica, lo Stato membro adotta ogni misura compensativa necessaria a garantire che la coerenza di Natura 2000 sia tutelata, informandone la Commissione. L'articolo 9 prevede la valutazione periodica da parte della Commissione del contributo di Natura 2000 agli obiettivi della direttiva, contemplando anche la possibilità di un declassamento di una ZSC, qualora ritenuto opportuno. L'articolo 11, infine, prevede che gli Stati membri garantiscono la sorveglianza dello stato di conservazione delle specie e degli habitat. La direttiva è stata attuata nell'ordinamento italiano con DPR n. 357/1997 che, tra l'altro, prevede, all'articolo 3, che le regioni comunicano al Ministero dell'ambiente i siti da inserire nell'elenco dei SIC, trasmesso alla Commissione europea per la costituzione della rete Natura 2000; lo stesso Ministero dell'ambiente provvede alla designazione dei siti ZSC, nell'ambito dei siti inseriti nell'elenco dei SIC definito dalla Commissione; si prevede inoltre che le regioni, sulla base di specifico monitoraggio, effettuano una valutazione periodica dell'idoneità dei siti, proponendo eventualmente al Ministero dell'ambiente un aggiornamento dell'elenco, della delimitazione e dei contenuti della scheda informativa dei siti. Il ministero provvede alla trasmissione delle proposte alla Commissione europea. L'articolo 7 disciplina la procedura di monitoraggio, prevedendo l'adozione di linee guide da parte del ministero e delle misure di attuazione da parte delle regioni. Sulla base della normativa vigente, la società Cascina, proprietaria di un terreno incluso nel Parco Naturale della Valle del Ticino e classificato quale SIC, ha eccepito il progressivo deterioramento ecologico del sito a causa del potenziamento del traffico aereo nella zona Malpensa, chiedendo nel 2005 al consorzio Parco Lombardo della Valle del Ticino, in quanto ente gestore del sito, di adottare le misure necessarie ad impedire tale degrado ambientale. Non avendo ricevuto risposta, nel 2006 la società Cascina ha presentato al Ministero dell'ambiente un'istanza-diffida affinché provvedesse a riperimetrare o a declassare il sito, escludendolo dall'elenco dei SIC. L'interesse della società discenderebbe dalla circostanza che la disciplina vincolistica del SIC impedirebbe di modificare la destinazione dei terreni, come invece previsto dal piano di riassetto dell'area Malpensa. A seguito della dichiarazione di incompetenza da parte del Ministero, la società Cascina ha riproposto l'istanza alla regione Lombardia che l'ha, tuttavia, respinta. Successivamente, nel 2009, il TAR ha respinto il ricorso presentato dalla società per l'illegittima inerzia del Ministero dell'ambiente e della regione Lombardia, in quanto, da un lato, il potere di iniziativa e di proposta è attribuito alle Regioni e non al Ministero e, dall'altro, il rigetto dell'istanza da parte della Regione Lombardia deve essere interpretato non già come rifiuto a provvedere ma come manifestazione della volontà di continuare a comprendere il sito di proprietà della società Cascina nell'elenco dei SIC. La Corte di giustizia europea, investita della controversia dal Consiglio di Stato, a cui ha fatto appello la società Cascina, si è espressa su una serie di questioni pregiudiziali concernenti l'interpretazione della direttiva 92/43/CE. In particolare, ad avviso della Corte, gli articoli 4, 9 e 11 della direttiva devono essere interpretati nel senso che le autorità competenti degli Stati membri devono proporre alla Commissione europea il declassamento di un SIC qualora sia stata ad esse presentata, da parte del proprietario di un terreno incluso nel sito, un'istanza che adduce il degrado ambientale del sito medesimo, purché essa sia fondata sulla circostanza che, nonostante il rispetto di tutte le disposizioni della direttiva (in particolare, l'articolo 6), il sito non può definitivamente contribuire alla conservazione degli habitat naturali nonché della fauna e della flora selvatiche o alla costituzione della rete Natura 2000. Inoltre, non è in contraddizione con i suddetti articoli della direttiva una normativa nazionale che attribuisca la competenza a proporre la modifica dell'elenco dei SIC solo agli enti locali territoriali e non anche, quanto meno in via sostitutiva in caso di inerzia, allo Stato, purché tale attribuzione delle competenze garantisca l'applicazione corretta delle disposizioni della direttiva.