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Sentenze della Corte di Giustizia dell'UE

La sezione raccoglie gli estremi delle sentenze della Corte di Giustizia dell'Unione europea (CGUE) che, dal mese di dicembre 2011, a seguito della loro pubblicazione sul sito della medesima, sono state trasmesse alle Camere dal Governo (Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri) e assegnate alle Commissioni parlamentari competenti per materia ai fini di un loro possibile esame, ai sensi dell'articolo 127-bis del Regolamento della Camera dei deputati.

Si tratta delle sentenze in cui lo Stato italiano o altro ente pubblico territoriale italiano sono parte - anche interveniente - nella causa dinanzi alla CGUE e delle sentenze relative a procedimenti avviati a seguito di rinvio pregiudiziale da parte di un'autorità giudiziaria italiana. Attraverso uno specifico collegamento ipertestuale è possibile consultare il testo integrale di ciascuna sentenza.


  • Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 13 marzo 2014

    Causa n.: C-155/13
    In data: 04/09/2014

    Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 13 marzo 2014

    Causa n. :
    C-155/13
    Assegnazione:
      In data:
      04/09/2014
      NOTA DI SINTESI:

      La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione dell'art. 6, paragrafo 4 del regolamento (CE) n. 341/2007, recante apertura e modalità di gestione di contingenti tariffari e istituzione di un regime di titoli di importazione e certificati d'origine per l'aglio e alcuni altri prodotti agricoli importati da Paesi terzi. Tale domanda è stata sollevata dalla Commissione tributaria regionale di Venezia-Mestre nell'ambito di una controversia tra una serie di aziende importatrici di aglio (tra cui la Duoccio srl) e l'Agenzia Dogane - Ufficio di Venezia, avente ad oggetto taluni avvisi di rettifica e di accertamento in merito ad importazioni di aglio di origine cinese che hanno beneficiato di un dazio doganale agevolato.

      In base al regolamento (CE) n. 341/2007, al fine di una migliore sorveglianza sulle importazioni e a seguito di casi di frodi basate su una falsa indicazione dell'origine o del prodotto, tutte le importazioni di aglio sono soggette al rilascio di un titolo di importazione; sono previste due categorie di titoli di importazione, una per le importazioni nell'ambito del contingente GATT (titoli "A") e l'altra per tutti gli altri tipi di importazioni. Le domande di titoli di importazione sono soggette ad alcune restrizioni, al fine di salvaguardare la concorrenza tra gli importatori, che la disciplina europea distingue in due categorie, importatori tradizionali e nuovi importatori. Tra le misure di tutela della concorrenza rientrano i divieti al trasferimento dei titoli di importazione (previsti dal citato art. 6, del regolamento (CE) n. 341/2007) e le sanzioni nel caso in cui lo stesso soggetto presenti più domande. Alle importazioni effettuate ai sensi dei titoli "A" si applica l'aliquota ridotta.

      Nella causa in oggetto l'Agenzia Dogane ha censurato il seguente meccanismo, ritenendolo fraudolento: in un primo momento, la Duoccio o la Tico srl acquistavano aglio da un fornitore cinese; in un secondo momento, prima dell'importazione nell'Unione, la Duoccio e la Tico vendevano la merce ad altri importatori, intestatari di titoli «A», che rivendevano la merce alla Duoccio dopo averla importata.

      In sostanza, la doppia vendita ha anche comportato l'elusione del divieto di trasferimento dei diritti derivanti dai titoli "A".

      La Duoccio srl, infatti, era attiva sia nel mercato delle importazioni di aglio, come importatore tradizionale, sia nel mercato della distribuzione, come grossista. Avendo esaurito i propri titoli "A", la società non era più in grado d'importare aglio a dazio agevolato. Secondo l'Agenzia Dogane, le due vendite consecutive di aglio, dalla Duoccio e dalla Tico agli importatori, e poi da questi ultimi alla Duoccio, miravano a eludere il divieto di trasferimento dei diritti derivanti dai titoli «A».

      Ad avviso della Corte di giustizia, l'articolo 6 del regolamento (CE) n. 341/2007 si limita a prevedere un divieto di trasferimento dei diritti derivanti dai titoli «A», mentre non disciplina la fattispecie in cui l'intestatario di titoli d'importazione ad aliquota ridotta acquisti una merce da un determinato operatore prima della sua importazione e poi la rivenda a quest'ultimo dopo averla importata nell'Unione; più in particolare, la Corte osserva che nel caso di specie erano stati soddisfatti tutti i requisiti formali per la concessione del dazio agevolato, poiché gli importatori avevano provveduto allo sdoganamento della merce avvalendosi di titoli "A" ottenuti in modo regolare.

      Tuttavia, secondo una giurisprudenza costante, i singoli non possono avvalersi fraudolentemente o abusivamente delle norme dell'Unione. L'accertamento dell'esistenza di una pratica abusiva richiede che ricorrano:

      - un elemento oggettivo, ovvero un insieme di circostanze da cui risulti che, nonostante il rispetto formale delle condizioni previste dalla normativa dell'Unione, l'obiettivo perseguito da tale normativa non è stato raggiunto;

      - un elemento soggettivo, da cui risulti che lo scopo essenziale delle operazioni controverse è il conseguimento di un vantaggio indebito.

      Anche se la Corte può, ove necessario, fornire precisazioni dirette a guidare il giudice nazionale nella sua interpretazione, spetta tuttavia a quest'ultimo verificare se sussistano gli elementi costitutivi di una pratica abusiva.

      Con riferimento al primo requisito, la Corte rileva che operazioni quali quelle oggetto del procedimento principale minano la concorrenza tra gli operatori, in quanto consentono ad un importatore tradizionale, che ha esaurito i propri titoli "A", di rifornirsi di aglio importato a dazio agevolato ed estendere la sua influenza sul mercato oltre la quota del contingente tariffario ad esso attribuito.

      Riguardo al profilo soggettivo, per escludere l'esistenza di una pratica abusiva, secondo la Corte è necessario accertare che le operazioni in questione abbiano una giustificazione economica e commerciale, ad esempio il fatto che il prezzo di vendita della merce sia fissato a un livello tale da permettere agli importatori che hanno rivenduto alla Duoccio di trarre un significativo guadagno.

      La Corte di giustizia conclude che l'articolo 6 del regolamento n. 341/2007 non osta, in via di principio, ad operazioni mediante le quali un importatore, intestatario di titoli d'importazione ad aliquota ridotta, acquisti una merce al di fuori dell'Unione da un operatore, che abbia esaurito i propri titoli d'importazione ad aliquota ridotta, e poi gliela rivenda dopo averla importata nell'Unione. Tuttavia, simili operazioni costituiscono un abuso di diritto quando siano state concepite artificiosamente allo scopo essenziale di beneficiare del dazio agevolato. La verifica dell'esistenza di una pratica abusiva richiede che il giudice del rinvio prenda in considerazione tutti i fatti e le circostanze del caso di specie, comprese le operazioni commerciali precedenti e successive all'importazione oggetto della causa.

    • Sentenza della Corte (Nona Sezione) del 6 marzo 2014

      Causa n.: C-458/12
      In data: 04/09/2014

      Sentenza della Corte (Nona Sezione) del 6 marzo 2014

      Causa n. :
      C-458/12
      Assegnazione:
        In data:
        04/09/2014
        NOTA DI SINTESI:

        La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione dell'articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2001/23/CE, concernente il riavvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti.

        La direttiva ha la finalità di proteggere i lavoratori in caso di cambiamento di imprenditore, in particolare assicurando il mantenimento dei loro diritti (considerando 3). Essa si applica al trasferimento di un'entità economica che conserva la propria identità, intesa come insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un'attività economica, essenziale o accessoria (articolo 1, par. 1, lett. a) e b)). L'articolo 6 dispone che i diritti e gli obblighi risultanti da un contratto o un rapporto di lavoro esistente sono trasferiti dal cedente al cessionario. L'articolo 8 lascia agli Stati membri la facoltà di applicare o introdurre norme più favorevoli ai lavoratori.

        Nell'ordinamento italiano, l'articolo 2112 del codice civile dispone, tra l'altro, che, in caso di trasferimento di azienda, il rapporto di lavoro continua con il cessionario e che, ai fini dell'applicazione della disposizione, per trasferimento di azienda (o di parte di azienda) si intende qualsiasi operazione che, in seguito a cessione o fusione, comporti il mutamento della titolarità di un'attività economica organizzata preesistente al trasferimento. Ove però il trasferimento non possa essere configurato come tale, la cessione dei contratti di lavoro da parte del datore di lavoro ricade sotto l'articolo 1406 del codice civile, sulla base del quale è necessario il consenso del lavoratore.

        La domanda di pronuncia pregiudiziale è stata presentata dal Tribunale di Trento nell'ambito di una controversia che oppone alcuni dipendenti di Telecom Italia Spa trasferiti, in base al trasferimento di un ramo dell'azienda, a Telecom Italia Information Technology Srl (TIIT) a tale ultima società.

        Nel 2010, a seguito di una riorganizzazione interna, Telecom Italia ha suddiviso la struttura Information Technology in una serie di sottostrutture, tre delle quali sono state inglobate nel ramo IT Operations, trasferito nel medesimo anno alla propria controllata TIIT. I ricorrenti, impiegati nel ramo trasferito, hanno proseguito il loro rapporto di lavoro con il cessionario.

        Ad avviso dei ricorrenti, il trasferimento non può essere qualificato come "trasferimento di parte di azienda" ai sensi dell'articolo 2112 del codice civile e, pertanto, sarebbe inefficace nei loro confronti. Di conseguenza, il loro rapporto di lavoro continuerebbe a sussistere con Telecom Italia.

        Per i ricorrenti, infatti, il ramo IT Operations, prima del conferimento nel capitale di TIIT, non costituiva una suddivisione funzionalmente autonoma nella struttura di Telecom Italia, anzi non sarebbe stato nemmeno preesistente al trasferimento. Inoltre, in seguito al conferimento del ramo IT Operations, TIIT ha continuato a realizzare una parte preponderante della propria attività a favore di Telecom Italia, la quale esercita nei suoi confronti un potere di supremazia.

        La Corte di giustizia, osservando che la direttiva 2001/23 è applicabile a tutti i casi di cambiamento della persona fisica o giuridica responsabile della gestione dell'impresa, ha richiamato consolidata giurisprudenza secondo la quale il criterio per stabilire se sussista un trasferimento è quello di accertare se l'entità trasferita conservi la propria identità dopo essere stata rilevata dal cessionario.

        La Corte ha chiarito che la mancanza di autonomia funzionale impedisce al trasferimento di ricadere nella disciplina della direttiva ma, anche sulla base della facoltà riconosciuta dall'articolo 8 della direttiva, non osta a che uno Stato membro garantisca nel proprio ordinamento il mantenimento dei diritti dei lavoratori dopo il cambiamento di datore di lavoro, introducendo disposizioni più favorevoli ai lavoratori. Inoltre, non risulta da alcuna disposizione della direttiva che il legislatore europeo abbia voluto che l'indipendenza del cessionario nei confronti del cedente fosse un presupposto per l'applicazione della direttiva stessa. Da ciò deriva che un intenso potere di supremazia del cedente non può costituire, di per sé, un ostacolo all'applicazione della direttiva 2001/23.

        Sulla base di tali argomentazioni, la Corte ha dichiarato che l'articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2001/23/CE deve essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale la quale, in presenza di un trasferimento di impresa, consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell'ipotesi in cui la parte di impresa ceduta non costituisca un'entità economica funzionalmente preesistente e il cedente eserciti un intenso potere di supremazia nei confronti del cessionario.

      • Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 6 marzo 2014

        Causa n.: C-595/12
        In data: 04/09/2014

        Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 6 marzo 2014

        Causa n. :
        C-595/12
        Assegnazione:
          In data:
          04/09/2014
          NOTA DI SINTESI:

          La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione degli articoli 2, paragrafo 2, lettera c), 14, paragrafo 2, e 15 della direttiva 2006/54/CE, riguardante l'attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.

          L'articolo 2, par. 2, lett. c), considera discriminazione qualsiasi trattamento meno favorevole riservato ad una donna per ragioni collegate alla gravidanza o al congedo per maternità. L'articolo 14, par. 1, lett. c), vieta qualsiasi discriminazione, diretta o indiretta, fondata sul sesso, anche con riferimento agli enti di diritto privato, per quanto riguarda l'occupazione e le condizioni di lavoro. Con riferimento all'accesso al lavoro, compresa la formazione, il successivo paragrafo 2 prevede che gli Stati membri possano stabilire una differenza di trattamento solo in relazione alla specifica natura dell'attività lavorativa, purché l'obiettivo sia legittimo e il requisito proporzionato. L'articolo 15 prevede che, al rientro dal congedo per maternità, la lavoratrice ha diritto a riprendere il proprio lavoro o un posto equivalente e di beneficiare dei miglioramenti eventualmente intervenuti.

          La domanda è stata presentata dal Tribunale amministrativo regionale per il Lazio nell'ambito di una controversia avente ad oggetto l'esclusione di una dipendente dell'Amministrazione penitenziaria da un corso di formazione per la qualifica di vicecommissario di polizia penitenziaria a seguito della sua assenza per un congedo obbligatorio di maternità. In particolare, tale Amministrazione ha comunicato alla dipendente la sua dimissione dal corso, con perdita della retribuzione, e l'ammissione a frequentare il corso successivamente organizzato.

          Sulla base dell'articolo 9 del decreto legislativo n. 146/2000, i vincitori del concorso per vice commissario penitenziario, nominati in prova, devono frequentare un corso di formazione di dodici mesi al termine del quale devono sostenere un esame. L'articolo 10 dispone che, in caso di assenza per giustificato motivo per più di trenta giorni, anche se determinata dal congedo per maternità, il dipendente è ammesso a frequentare il corso successivo.

          Ad avviso del giudice amministrativo, tale ultima norma comporterebbe un pregiudizio per la ricorrente la quale, a causa della maternità, si troverebbe in condizioni svantaggiate rispetto ai colleghi maschi, vincitori del medesimo concorso e ammessi al corso di formazione. Ciò anche perché la ricorrente perderebbe la retribuzione e i contributi previdenziali di cui avrebbe beneficiato se avesse potuto seguire il corso iniziale. Inoltre, il diritto della lavoratrice a frequentare il corso successivo non obbliga l'amministrazione interessata a organizzare tale corso, che potrebbe tenersi, a discrezione dell'amministrazione stessa, anche dopo molti anni dal precedente.

          Alla luce di tali premesse, il giudice amministrativo regionale ha sospeso il procedimento e sottoposto alla Corte di giustizia le seguenti questioni pregiudiziali:

          1) se l'articolo 15 della direttiva sia, in primo luogo, applicabile alla frequenza di un corso di formazione professionale e se, sulla base della sua interpretazione, la lavoratrice ha il diritto di essere riammessa al medesimo corso interrotto per maternità o se, al contrario, possa essere iscritta la corso successivo, la cui effettuazione è incerta;

          2) se l'articolo 2, par. 2, lett. c), della direttiva debba essere interpretato nel senso di assicurare alla lavoratrice una protezione assoluta tale da non potere essere compressa nemmeno da una norma nazionale che persegue l'obiettivo di assicurare un'adeguata formazione professionale ma le impedisce di accedere al medesimo corso frequentato dai colleghi vincitori dello stesso concorso;

          3) se l'articolo 14, par. 2, della direttiva debba essere interpretato nel senso di consentire allo Stato membro di ritardare l'accesso al lavoro in danno della lavoratrice che non abbia potuto godere di una formazione completa a causa della maternità;

          4) se tale ultima disposizione, unitamente al principio di proporzionalità, possa essere interpretato nel senso di non consentire che una normativa nazionale preveda le dimissioni dal corso di formazione di una lavoratrice in maternità piuttosto che assicurare corsi paralleli di recupero;

          5) se la direttiva 2006/54 rechi norme direttamente applicabili dal giudice nazionale.

          Con riferimento alle prime due questioni, ad avviso della Corte di Giustizia, sulla base di una corretta interpretazione dell'articolo 15 della direttiva, una normativa nazionale non può, neanche per motivi di interesse pubblico, escludere una donna in congedo per maternità da un corso di formazione professionale, pur garantendole il diritto a partecipare ad un corso successivo, la cui effettuazione rimane incerta.

          Infatti, la norma nazionale, comportando la perdita dell'opportunità di beneficiare di migliori condizioni di lavoro, configura un trattamento sfavorevole ai sensi dell'articolo 15 della direttiva. Inoltre, l'interesse pubblico di fare accedere ai livelli superiori personale adeguatamente formato non risulta perseguito dalla normativa italiana nel rispetto del principio di proporzionalità. Infatti, da un lato, l'esclusione dal corso è automatica a causa dell'assenza per maternità e non è prevista la possibilità per la lavoratrice di sostenere l'esame finale per la verifica della preparazione comunque acquisita, dall'altro, non è previsto un obbligo per le autorità competenti di organizzare corsi a scadenze predeterminate.

          Con riferimento alla terza e alla quarta questione, ad avviso della Corte, l'articolo 14, par. 2, della direttiva non può essere applicato al caso in esame dal momento che non è prevista l'applicazione di disposizioni che riservano una particolare attività ai soli lavoratori di sesso maschile.

          Infine, con riferimento all'ultima questione, la Corte richiama consolidata giurisprudenza, secondo la quale in tutti i casi in cui le disposizioni di una direttiva appaiono, dal punto di vista sostanziale, incondizionate e sufficientemente precise, esse possono essere invocate dai singoli dinanzi al giudice nazionale nei confronti dello Stato membro. Secondo la Corte, le disposizioni degli articoli 14, paragrafo 1, lett. c), e 15 della direttiva soddisfano tali requisiti, per cui sono tali da produrre un effetto diretto. Esse pertanto possono essere applicate dal giudice nazionale, il quale avrà l'obbligo di disapplicare all'occorrenza, di propria iniziativa, qualsiasi contraria disposizione della legislazione nazionale, senza doverne chiedere o attendere la previa rimozione in via legislativa o mediante qualsiasi altro procedimento costituzionale.

        • Sentenza della Corte (Settima Sezione) del 6 marzo 2014

          In data: 04/09/2014

          Sentenza della Corte (Settima Sezione) del 6 marzo 2014

          Assegnazione:
            In data:
            04/09/2014
            NOTA DI SINTESI:

            Le domande di pronuncia pregiudiziale vertono sull'interpretazione dell'art. 17, paragrafo 2, lettera f) della direttiva 2006/112/CE, relativa al sistema comune d'imposta sul valore aggiunto, e sono state proposte nell'ambito di una controversia insorta tra la Dresser‑Rand Francia e l'Agenzia delle entrate (Direzione Provinciale, Ufficio Controlli di Genova), in merito ad avvisi di accertamento finalizzati al recupero dell'imposta sul valore aggiunto non assolta in riferimento agli anni d'imposta 2007 e 2008.

            La Dresser‑Rand Francia produce compressori industriali a gas naturale. Nell'esercizio di tale attività, ha stipulato un contratto con un cliente finale, una società di diritto spagnolo, per la fornitura di beni complessi. Per l'esecuzione di tale contratto, la Dresser‑Rand Francia ha utilizzato compressori importati dal suo stabilimento cinese a cura della Dresser‑Rand Italia Srl (in prosieguo: la «Dresser‑Rand Italia») e ha introdotto nel territorio italiano in provenienza dalla Francia taluni ulteriori componenti necessari per l'utilizzo dei compressori importati. Successivamente, essa ha stipulato con la FB ITMI SpA (in prosieguo: la «FB ITMI»), società terza con sede in Italia, un contratto relativo alla fornitura di ulteriori componenti necessari al funzionamento e all'installazione dei beni in questione presso il cliente finale. La FB ITMI ha spedito direttamente tali beni assemblati al cliente finale, emettendo fattura nei confronti della Dresser‑Rand Italia per le operazioni relative alle prestazioni di assemblaggio e adattamento accessorie, nonché di consegna dei beni in questione. La Dresser‑Rand Italia, nella qualità di rappresentante fiscale della Dresser‑Rand Francia, ha proceduto alla fatturazione del complesso di beni inviati al cliente finale.

            Facendo leva sul proprio status di esportatore abituale, la Dresser‑Rand Italia ha ritenuto di poter ricevere i beni e i servizi forniti dalla FB ITMI senza versare l'IVA, sulla base dell'articolo 8, commi 1, lettera c), e 2, del DPR n. 633/1972, mentre l'Agenzia delle entrate contesta tale possibilità. In particolare, la Dresser‑Rand Francia ritiene che il trasferimento di compressori dalla Francia verso l'Italia costituisca un acquisto intracomunitario assimilato, in base al citato articolo 17, paragrafo 1 della direttiva direttiva 2006/112/CE, in quanto si tratta del trasferimento di un bene mobile materiale effettuato dal soggetto passivo, fuori dal territorio dello Stato membro in cui si trova il bene, ma nella Comunità, per le esigenze della sua impresa. La Dresser‑Rand Francia precisa anche che la vendita dei beni assemblati al cliente finale, a partire dal territorio italiano, costituisce una cessione intracomunitaria. Secondo l'Agenzia delle entrate, invece, il trasferimento di beni dalla Francia verso l'Italia ricade nell'ambito di applicazione dell'articolo 17, paragrafo 2, lettera f), della direttiva, in quanto non costituisce acquisto intracomunitario l'introduzione nel territorio dello Stato di beni oggetto di perfezionamento e manipolazioni se tali beni sono successivamente trasportati o spediti al committente, soggetto passivo di imposta, nello Stato membro di provenienza o per conto suo in altro Stato membro ovvero fuori del territorio della Comunità. L'Agenzia delle entrate asserisce, dunque, che il contratto concluso tra la Dresser‑Rand Francia e la FB ITMI ha ad oggetto non la fornitura di un bene nuovo, ma la prestazione di un servizio. Di conseguenza, l'operazione prevista da tale contratto non potrebbe essere assimilata ad una cessione di beni, ai sensi dell'articolo 17, paragrafo 1, della suddetta direttiva.

            La Commissione tributaria provinciale di Genova ha deciso di sospendere il procedimento e di chiedere alla Corte se l'articolo 17, paragrafo 2, lettera f), della direttiva 2006/112/CE debba essere interpretato nel senso che preclude alla legislazione o alla prassi degli Stati membri la facoltà di prevedere che la spedizione o il trasporto dei beni non siano trattati come trasferimento a destinazione di un altro Stato membro se non alla condizione che i beni ritornino nello Stato membro a partire dal quale erano stati inizialmente spediti o trasportati.

            La Corte rileva che il testo stesso dell'art. 17, paragrafo 2 lettera f) della direttiva 2006/112/CE prevede esplicitamente che la spedizionedi un bene ai fini della prestazione di un servizio resa al soggetto passivo non si considera trasferimento a destinazione di un altro Stato membro, qualora tale bene sia successivamente rispedito al soggetto passivo nello Stato membro di origine, cioè quello a partire dal quale esso era stato inizialmente spedito. La Corte aggiunge che la deroga prevista da tale disposizione deve essere interpretata alla luce dell'obiettivo perseguito dal regime transitorio dell'IVA applicabile al commercio intracomunitario di trasferire il gettito fiscale allo Stato membro in cui avviene il consumo finale dei beni ceduti. L'applicazione dell'art. 17, paragrafo 2 lettera f) della direttiva è quindi subordinata alla condizione necessaria che il bene sia rispedito nel suo Stato membro di origine.

            Nella controversia in questione i beni non sono stati rispediti verso lo Stato membro di origine, cioè verso la Francia, dopo l'esecuzione in Italia dei lavori sugli stessi: pertanto, non essendo stata soddisfatta la condizione relativa alla rispedizione del bene nello Stato membro di origine, l'articolo 17, paragrafo 2, lettera f) della direttiva 2006/112/CE non è applicabile alla controversia.

          • Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 13 febbraio 2014

            Causa n.: C-596/12
            In data: 29/05/2014

            Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 13 febbraio 2014

            Causa n. :
            C-596/12
            Assegnazione:
              In data:
              29/05/2014
              NOTA DI SINTESI:

              La Commissione europea chiede alla Corte di giustizia di constatare che, avendo escluso la categoria dei dirigenti dall'applicazione degli articoli 4 e 24 della legge n. 223/1991, recante disposizioni in materia di licenziamenti collettivi e di recepimento della direttiva 98/59/CE, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi imposti da tale direttiva, che concerne il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di licenziamenti collettivi.

              Sulla base della distinzione di quattro categorie di lavoratori (dirigenti, quadri, impiegati e operai), prevista dall'articolo 2095 del codice civile, il legislatore italiano ha previsto l'applicazione degli articoli 4 e 24 della legge n. 223/1991 a tutti i lavoratori, ad esclusione dei dirigenti. In particolare, mentre per le altre categorie, in caso di licenziamenti collettivi, il datore di lavoro deve seguire una procedura che prevede, in primo luogo, la consultazione delle parti sociali per esperire il tentativo di soluzioni alternative (riduzione o esclusione dei licenziamenti) e, in secondo luogo, il ricorso alle misure di accompagnamento dell'indennità di mobilità nonché dell'iscrizione alle liste di mobilità, per i dirigenti i contratti collettivi prevedono, in caso di licenziamento collettivo, una misura economica di risarcimento.

              La Corte di giustizia - precisando che la nozione di «lavoratore» prevista dalla direttiva ha una portata comunitaria e non può essere definita mediante un rinvio alle legislazioni degli Stati membri - chiarisce che la categoria dei dirigenti può essere pienamente ricondotta in tale nozione, dal momento che la caratteristica essenziale del rapporto di lavoro è, al pari degli altri lavoratori, la fornitura, per un certo periodo di tempo, a favore di un altro soggetto e sotto la direzione di quest'ultimo, di prestazioni, in contropartita delle quali è prevista una retribuzione.

              In secondo luogo, la Corte, richiamando lo scopo della direttiva di ravvicinare le disposizioni nazionali relative alla procedura da seguire in caso di licenziamenti collettivi, respinge l'argomento sostenuto dalla Repubblica italiana, secondo il quale la normativa e i contratti collettivi riguardanti specificamente i dirigenti rappresenterebbero norme più favorevoli ai lavoratori ai sensi dell'articolo 5 della direttiva. La Corte osserva che, non sussistendo a carico dei datori di lavoro l'obbligo di esperire tentativi per verificare la possibilità di evitare o ridurre tali licenziamenti attraverso la consultazione delle parti sociali, la direttiva 98/59/CE sarebbe parzialmente privata del suo effetto utile, a prescindere dalle misure sociali di accompagnamento previste in caso di messa in mobilità.

              La Corte aggiunge che la direttiva 98/58/CE, a parte i casi tassativamente previsti dall'articolo 1 (contratti a tempo determinato, dipendenti dalle pubbliche amministrazioni, equipaggi di navi marittime), non ammette, né in modo esplicito né in modo tacito, alcuna possibilità per gli Stati membri di escludere dal suo ambito di applicazione determinate categorie di lavoratori.

              Per tali motivi, la Corte, accogliendo il ricorso della Commissione, dichiara che la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza della direttiva 98/59/CE e la condanna alle spese.