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Sentenze della Corte di Giustizia dell'UE

La sezione raccoglie gli estremi delle sentenze della Corte di Giustizia dell'Unione europea (CGUE) che, dal mese di dicembre 2011, a seguito della loro pubblicazione sul sito della medesima, sono state trasmesse alle Camere dal Governo (Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri) e assegnate alle Commissioni parlamentari competenti per materia ai fini di un loro possibile esame, ai sensi dell'articolo 127-bis del Regolamento della Camera dei deputati.

Si tratta delle sentenze in cui lo Stato italiano o altro ente pubblico territoriale italiano sono parte - anche interveniente - nella causa dinanzi alla CGUE e delle sentenze relative a procedimenti avviati a seguito di rinvio pregiudiziale da parte di un'autorità giudiziaria italiana. Attraverso uno specifico collegamento ipertestuale è possibile consultare il testo integrale di ciascuna sentenza.


  • Causa n.: C-492/11
    In data: 16/07/2013
    Causa n. :
    C-492/11
    Assegnazione:
      In data:
      16/07/2013
      NOTA DI SINTESI:

      La Corte di giustizia si pronuncia sulla compatibilità rispetto al diritto europeo di vari aspetti della normativa introdotta con il decreto legislativo del 4 marzo 2010, n. 28, recante attuazione dell'articolo 60 della legge 18 giugno 2009, n. 69, in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali (comunicato alla Commissione europea quale misura nazionale di trasposizione della direttiva 2008/52), e con il decreto ministeriale n. 180 del 2010. La Corte dichiara che non vi è luogo a procedere per le questioni sollevate dal giudice del rinvio.

      Il caso riguardava la richiesta di risarcimento del danno cagionato da un carrello elevatore ad una autovettura, per la quale la parte convenuta aveva chiesto la chiamata in garanzia della compagnia assicuratrice, aspetto che rientrava nel campo di applicazione del procedimento di mediazione obbligatoria previsto dal decreto legislativo n. 28 del 2010. Il giudice del rinvio, oltre a porre la questione della corretta interpretazione circa alcuni aspetti del regime dei termini procedurali, sollevava dubbi sulla compatibilità di molteplici profili del decreto citato con la direttiva 2008/52, l'articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione e gli articoli 6 e 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e dei diritti fondamentali.

      I principali aspetti della disciplina italiana sulla mediazione obbligatoria sotto esame riguardavano:

      - la valenza probatoria dell'eventuale mancata partecipazione, senza giustificato motivo, ad un procedimento di mediazione obbligatoria;

      - il regime di ripetizione delle spese a carico della parte che ha rifiutato una proposta di conciliazione se la sentenza con la quale è stata definita la causa corrisponde (interamente, e, a certe condizioni, parzialmente) al contenuto della proposta.

      - il termine entro il quale deve concludersi il tentativo di mediazione;

      - il costo della procedura di mediazione.

      Come è noto, con sentenza n. 272/2012, pronunciata il 24 ottobre 2012, la Corte costituzionale italiana ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di taluni articoli del decreto legislativo n. 28/2010: da tale sentenza emerge, in particolare, che, in seguito alla dichiarazione d'illegittimità costituzionale dell'articolo 5, comma 1, del decreto legislativo n. 28/2010, il previo esperimento del procedimento di mediazione in Italia non è più una condizione di procedibilità della domanda giudiziale e le parti ormai non sono più tenute a ricorrere al procedimento di mediazione.

      La Corte di giustizia UE, preso atto di tale modifica ordinamentale italiana, ha pertanto dichiarato che le questioni indicate dal giudice del rinvio riferite a disposizioni successivamente dichiarate costituzionalmente illegittime, stante l'eliminazione dall'ordinamento nazionale, sono divenute prive di oggetto; per quanto riguarda le questioni residue, la Corte di giustizia ha dichiarato che, considerata l'abrogazione recante l'obbligo di partecipare alla mediazione, in ogni caso erano da considerarsi irrilevanti ai fini dell'emananda decisione del procedimento principale.

    • Commissione / Italia

      Causa n.: C-345/12
      In data: 16/07/2013

      Commissione / Italia

      Causa n. :
      C-345/12
      Assegnazione:
        In data:
        16/07/2013
        NOTA DI SINTESI:

        La Corte si pronuncia sul ricorso per inadempimento proposto dalla Commissione europea nei confronti dell'Italia per il mancato corretto recepimento di alcune disposizioni della direttiva 2002/91/CE sul rendimento energetico nell'edilizia, lette in combinato disposto con l'articolo 29 della direttiva 2010/31/UE (che abroga la direttiva 2002/91/CE, facendo tuttavia salvi gli obblighi degli Stati membri di recepimento e di applicazione della medesima).

        L'Italia ha recepito la direttiva 2002/91/CE con il decreto legislativo n. 192/2005 e con il DM 26 giugno 2009 (linee guida per la certificazione energetica degli edifici). Con una prima lettera di diffida del 18 ottobre 2006, la Commissione ha contestato all'Italia l'omessa comunicazione delle misure di recepimento della medesima direttiva. Con due successive lettere di diffida (rispettivamente, del 14 maggio 2009 e 24 giugno 2010), la Commissione ha contestato all'Italia il recepimento scorretto degli articoli 7, 9 e 10 della direttiva 2002/91/CE, riguardanti l'attestato di certificazione energetica (articolo 7), l'ispezione dei sistemi di condizionamento d'aria (articolo 9), la figura di esperti qualificati per la certificazione e l'ispezione degli edifici e delle caldaie (articolo 10). In mancanza di risposte da parte dell'Italia, la Commissione ha adottato un parere motivato il 24 novembre 2010 (procedura di infrazione n. 2006/2378), seguito da un parere motivato complementare (29 settembre 2011). Non ritenendo soddisfacente la risposta italiana a tale ultimo parere motivato complementare (2 gennaio 2012), la Commissione ha deciso di adire la Corte.

        Con riferimento all'articolo 7, paragrafi 1 e 2 (certificazione energetica) della direttiva 2002/91/CE, la Commissione contesta: il mancato rispetto del termine di attuazione previsto dall'articolo 15 (4 gennaio 2006); la mancata previsione dell'obbligo di inserire nei contratti di locazione una clausola in cui il conduttore dichiari di avere ricevuto un attestato sul rendimento energetico dell'immobile (la direttiva non prevede alcuna deroga in tal senso); l'introduzione di un sistema di autodichiarazione per gli edifici a rendimento energetico basso da parte del proprietario non previsto dalla direttiva e non conforme all'articolo 10 della medesima, secondo cui: a) l'autodichiarazione non permette di raffrontare il rendimento energetico; b) la certificazione energetica degli edifici e l'elaborazione delle raccomandazioni che la corredano debbano essere effettuate da esperti qualificati o riconosciuti e indipendenti. La Commissione, infine, contesta all'Italia l'omessa notifica delle misure di recepimento dell'articolo 9 della direttiva (in materia di ispezioni dei sistemi di condizionamento d'aria) entro il termine previsto dal sopra richiamato articolo 15.

        La Corte, ritenendo fondate le motivazioni del ricorso, dichiara che l'Italia, non avendo previsto l'obbligo di consegnare un attestato sul rendimento energetico in caso di vendita o di locazione di un immobile e avendo omesso di notificare alla Commissione europea le misure di recepimento dell'articolo 9 della direttiva 2002/91/CE, è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza degli articolo 7, paragrafi 1 e 2, e 10 nonché 15, paragrafo 1, della medesima direttiva, letti in combinato disposto con l'articolo 29 della direttiva 2010/31/UE, sulla prestazione energetica nell'edilizia. La Corte condanna l'Italia alle spese.

        Si segnala che l'articolo 6 del decreto-legge n. 63/2013 (in corso di conversione) reca una specifica disciplina degli aspetti della certificazione energetica degli edifici, volta al superamento dei rilievi alla base del contenzioso in esame.

      • Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 13 giugno 2013.
        HGA Srl e altri (C-630/11 P), Regione autonoma della Sardegna (C-631/11 P), Timsas srl (C-632/11 P) e Grand Hotel Abi d'Oru SpA (C-633/11 P) contro Commissione europea.
        Impugnazione - Aiuti di Stato a finalità regionale - Aiuti a favore dell'industria alberghiera in Sardegna - Aiuti nuovi - Modifica di un regime di aiuti esistente - Decisione di rettifica - Possibilità di adottare una siffatta decisione - Regolamento (CE) n. 659/1999 - Articoli 4, paragrafo 5, 7, paragrafo 6, 10, paragrafo 1, 13, paragrafo 2, 16 e 20, paragrafo 1 - Effetto incentivante dell'aiuto - Tutela del legittimo affidamento.
        Cause riunite C-630/11 P a C-633/11 P

        In data: 16/07/2013

        Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 13 giugno 2013.
        HGA Srl e altri (C-630/11 P), Regione autonoma della Sardegna (C-631/11 P), Timsas srl (C-632/11 P) e Grand Hotel Abi d'Oru SpA (C-633/11 P) contro Commissione europea.
        Impugnazione - Aiuti di Stato a finalità regionale - Aiuti a favore dell'industria alberghiera in Sardegna - Aiuti nuovi - Modifica di un regime di aiuti esistente - Decisione di rettifica - Possibilità di adottare una siffatta decisione - Regolamento (CE) n. 659/1999 - Articoli 4, paragrafo 5, 7, paragrafo 6, 10, paragrafo 1, 13, paragrafo 2, 16 e 20, paragrafo 1 - Effetto incentivante dell'aiuto - Tutela del legittimo affidamento.
        Cause riunite C-630/11 P a C-633/11 P

        Assegnazione:
          In data:
          16/07/2013
          NOTA DI SINTESI:

          Con la decisione 2008/854/CE del 2 luglio 2008 la Commissione ha dichiarato incompatibili con il mercato comune gli aiuti illegittimamente concessi dalla Regione Sardegna a titolo della legge regionale 11 marzo 1998 - come interpretata dalla deliberazione regionale n. 33/6 - a favore di investimenti iniziali nell'industria alberghiera dell'isola e ha ordinato il recupero di tali aiuti presso i beneficiari. Secondo la Commissione gli aiuti erano da ritenersi incompatibili in quanto concessi a progetti avviati prima della presentazione della domanda d'aiuto, con ciò venendo meno all'obbligo previsto nella decisione di approvazione degli aiuti da parte della Commissione nonchè ai requisiti fissati dagli orientamenti del 1998. I soggetti interessati hanno presentato ricorso al Tribunale dell'Unione europea chedendo l'annullamento di tale decisione sulla base di tredici motivi, tre dei quali relativi a vizi di procedura e dieci relativi a vizi di merito. Con la decisione del 20 settembre 2011 il Tribunale ha respinto la richiesta; contro tale decisione è stata presentata richiesta di annullamento presso la Corte di giustizia. A sostegno delle loro impugnazioni i soggetti ricorrenti hanno fatto valere sette motivi tutti respinti dalla Corte:

          illegittimità della decisione di rettifica, con la quale la Commissione ha esteso e rettificato la precedente decisione di avvio del procedimento, in quanto fondata su circostanze incomplete. Al momento della decisione di avvio infatti la Commissione non era al corrente dell'esistenza della deliberazione regionale n. 33/6, nonostante che in 28 casi gli aiuti fossero stati concessi sulla base di tale strumento. Secondo i ricorrenti il Tribunale avrebbe ritenuto legittima la decisione di rettifica della Commissione, nonostante che i testi normativi che regolano i procedimenti in materia di aiuti di Stato non prevedano espressamente una decisione di rettifica di un procedimento pendente. Secondo la Corte tale constazione non può condurre alla conseguenza di vietare alla Commissione di procedere alla rettifica o al'estensione del procedimento qualora si dovesse rendere conto che l'avvio era fondato su circostanze incomplete;

          violazione dellarticolo 297 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) ("Le altre direttive e le decisioni che designano i destinatari sono notificate ai destinatari e hanno efficacia in virtù di tale notificazione") e dell'articolo 20 del regolamento n. 659/1999 ("A ogni parte interessata che abbia presentato osservazioni e a ogni beneficiario di aiuti individuali viene trasmessa copia della decisione adottata dalla Commissione a norma dell'articolo 7" ) per non aver notificato la decisione di rettifica ai soggetti beneficiari del regime controverso. Su questo punto la Corte concorda con il Tribunale che le decisioni della Commissione in materia di aiuti di Stato hanno sempre come destinatari gli Stati membri interessati e che l'articolo 20 del regolamento si applica alle decisioni della Commissione che concludono il procedimento di indagine formale;

          inosservanza dei termini previsti dal regolamento n. 659/1999. Secondo i ricorrenti il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto che la Commissione non fosse tenuta a rispettare i termini previsti dal citato regolamento per quanto riguarda l'avvio del procedimento di indagine formale e la sua conclusione. La Corte concorda con il Tribunale secondo cui i termini di due mesi indicati dal regolamento per l'avvio del procedimento si applicano agli aiuti notificati (e non ai casi in cui il procedimento sia stato avviato a seguito di denuncia, come in questo caso) e che in caso di aiuti illegali la Commissione non sia vincolata ai termini stabiliti;

          erronea qualificazione dell'aiuto come aiuto nuovo e pertanto illegale. Sono in questione gli aiuti concessi ai sensi della legge regionale n. 9/1998, come interpretata dalla deliberazione regionale n. 33/6 che considera ammissibili al regime degli aiuti i lavori avviati prima dell'approvazione del regime da parte della Commisisone e della presentazione della domanda, purché dopo la data di entrata in vigore della legge. Secondo i ricorrenti la deliberazione non avrebbe modificato l'aiuto in maniera sostanziale; si tratterebbe dunque di un aiuto esistente. La Corte concorda con ilTribunale, secondo cui invece la modifica introdotta dalla deliberazione non è puramente formale o amministrativa, perchè proprio dalla deliberazione discende l'incompatibilità del regime di aiuti con il mercato comune;

          errore manifesto di valutazione quanto all'esistenza di un effetto incentivante. Secondo i ricorrenti non si può concludere che l'aiuto sia incentivante per l'economia per il solo fatto che la domanda sia stata effettuata prima dell'inizio dei lavori. Come stabilito dall'articolo 107 del TFUE, possono essere considerati compatibili con il mercato interno gli aiuti destinati a faovire lo sviluppo del tenore di vita delle regioni in cui esso sia anormalmente basso oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione, come è il caso della regione Sardegna. Su tali basi la Commissione è autorizzata a rifiutare la concessione di un aiuto se esso non incentiva le imprese beneficiare a favorire lo sviluppo economico. Deve dunque essere dimostrato che l'aiuto è necessario per le regioni svantaggiate e che senza l'aiuto il progetto non sarebbe stato realizzato. La Corte concorda con il tribunale che ha concluso che l'anteriorità della domanda rispetto all'inizio dei lavori costituisce un criterio semplice, pertinente ed adeguato che consente alla Commissione di presumere il carattere necessario dell'aiuto progettato. Nella stessa occasione il Tribunale ha tuttavia ammesso che tale necessità potesse essere dimostrata anche sulla base di criteri diversi, ma non ha considerato tali i motivi addotti dai ricorrenti, vale a dire la certezza di ottenere l'aiuto in quanto corrispondente alle condizioni previste dalla legge regionale; il fatto che la regione Sardegna rientri tra quelle menzionate dall'articolo 107 del TFUE; il fatto di aver benefiziato di un precedente regime di aiuti analogo al regime controverso; il fatto di aver rinunciato a altri aiuti al dine di poter beneficiare dell'aiuto in questione;

          violazione dei principi di imparzialità e di tutela della concorrenza. Secondo i ricorrenti il Tribunale avrebbe violato tali principi, non dichiarando che i soggetti interessati avrebbero dovuto beneficiare dello stesso trattamento di altre dieci imprese che avevano presentato le loro domande prima dell'inizio dei lavori, ma anche prima delle deliberazioni regionali. La Corte ha ritenuto iricevibile tale motivo, in quanto l'impugnazione non ha indicato in modo preciso, come richiesto dall'articolo 256 del TFUE, gli elementi censurati della sentenza di cui si chiede l'annullamento;

          violazione del principio di tutela del legittimo affidamento. Secondo i ricorrenti, il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto che il legittimo impedimento fosse escluso in quanto la decisione di approvazione esigeva espressamente che la domanda di aiuto fosse presentata prima dell'inizio dei lavori. A tale proposito i ricorrenti sostengono di non essere stati informati dalla regione Sardegna della condizione relativa alla previa presentazione della domanda di aiuto; per di più la regione avrebbe loro consegnato una copia della decisione di approvazione della Commissione in cui tale condizione non era menzionata. La Corte concorda con il Tribunale, secondo cui il diritto di avvalersi della tutela del legittimo impedimento presuppone che rassicurazioni precise, incondizionate e concordanti siano venute da organi o istituzioni dell'Unione europea circa la compatibilità e la regolarità dell'aiuto, cosa che non si è verificata in questo caso.

          Per questi motivi la Corte respinge le impugnazioni e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese.

        • Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 30 maggio 2013

          Causa n.: C-512/10
          In data: 16/07/2013

          Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 30 maggio 2013

          Causa n. :
          C-512/10
          Assegnazione:
            In data:
            16/07/2013
            NOTA DI SINTESI:

            Con il ricorso per inadempimento, ai sensi dell'articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), la Commissione europea chiede alla Corte di giustizia di constatare la violazione da parte della Repubblica di Polonia della normativa UE in materia ferroviaria (direttive 91/440/CEE e 2001/14/CE).

            1) Il primo rilievo mosso dalla Commissione riguarda la mancata adozione di meccanismi efficaci al fine di garantire l'indipendenza organizzativa e gestionale del gestore dell'infrastruttura PLK SA (Polskie Linie Kolejowe Spółka Akcyjna), che esercita le funzioni considerate essenziali (il rilascio alle imprese ferroviarie di licenze che conferiscano loro l'accesso alla rete ferroviaria, l'assegnazione delle linee ferroviarie e la determinazione dei diritti che devono essere versati dalle imprese di trasporto per l'utilizzo della rete), dall'impresa che presta i servizi di trasporto ferroviario. Rispetto a tale censura la Repubblica italiana si è costituita in giudizio a sostegno della Polonia.

            Secondo la Commissione, per garantire un accesso equo e non discriminatorio all'infrastruttura ferroviaria, le funzioni essenziali devono essere assicurate da un soggetto indipendente dalle imprese ferroviarie non soltanto sul piano giuridico, ma anche sul piano economico. Quando le funzioni essenziali sono esercitate da una società dipendente da una holding alla quale appartengono fornitori di servizi di trasporto ferroviario, la suddetta società farebbe parte della medesima «impresa» dei fornitori in questione, a meno che non si dimostri che essa è libera di agire indipendentemente da questi ultimi. Come riferisce l'avvocato generale nelle sue conclusioni, la Repubblica italiana, nella sua memoria d'intervento, sostiene che l'obiettivo della direttiva 91/440 è manifestamente realizzato attraverso il modello organizzativo a holding, poiché le funzioni in questione sono attribuite ad una società che esercita unicamente un'attività di gestione di infrastruttura e non fornisce essa stessa servizi di trasporto ferroviario. Gli Stati membri conserverebbero la facoltà - nell'ambito del potere discrezionale ad essi riconosciuto dalla direttiva e conformemente al principio di sussidiarietà - di autorizzare i gruppi ferroviari nazionali e strutturarsi secondo le modalità che considerano le più adeguate e quindi anche adottando strutture di gruppo controllate da una holding comune. La Commissione ha rinunciato a tale censura.

            2) In secondo luogo, la Commissione addebita alla Repubblica di Polonia di non aver preso le misure atte a garantire in tempo utile l'equilibrio finanziario del gestore dell'infrastruttura (PLK SA), in violazione degli obblighi che incombono agli Stati membri a norma dell'articolo 6, paragrafo 1, della direttiva 2001/14, in combinato disposto con l'articolo 7, paragrafi 3 e 4, della direttiva 91/440. Detti articoli impongono infatti che gli Stati membri stabiliscano le modalità necessarie affinché la contabilità del gestore dell'infrastruttura presenti almeno un equilibrio tra il gettito dei diritti per l'utilizzo dell'infrastruttura, le eccedenze provenienti da altre attività commerciali e i contributi statali, da un lato, e, dall'altro, i costi di infrastruttura. La Corte ha invece stabilito che uno squilibrio del conto profitti e perdite della società PLK non è sufficiente di per sé a concludere che la Polonia non abbia adempiuto gli obblighi ad essa incombenti. Per giungere a una tale conclusione, occorre infatti dimostrare che lo squilibrio contabile sia intervenuto «in condizioni normali di attività e nell'arco di un periodo ragionevole», mentre la gestione indipendente dell'infrastruttura ferroviaria in Polonia è iniziata solo recentemente. La Corte ha disposto pertanto che, per questa parte, il ricorso venga respinto.

            3) In terzo luogo, la Commissione rileva l'assenza di misure che incentivino il gestore dell'infrastruttura a ridurre i costi di fornitura dell'infrastruttura e a limitare i costi connessi al servizio di infrastruttura o al livello dei diritti di accesso. La Corte ha sostenuto che la legge sul trasporto ferroviario polacca, sebbene preveda come obiettivo la riduzione delle spese e dell'importo dei diritti di utilizzo, ometta di definire come tale obiettivo dovrebbe essere raggiunto e non istituisce neanche un sistema di regolamentazione con adeguati poteri affinché il gestore dell'infrastruttura renda conto della sua gestione ad un'autorità. La Corte ha concluso che la terza censura invocata dalla Commissione a sostegno del proprio ricorso è fondata.

            4) Infine, la Commissione contesta la procedura per il calcolo dei diritti riscossi per l'accesso minimo alle infrastrutture ferroviarie. Secondo la Commissione, tali diritti corrisponderebbero unicamente ai costi generati dai movimenti effettivi di treni e non ai costi fissi che coprono le spese generali del funzionamento dell'infrastruttura che devono sostenersi anche in assenza di movimenti di treni. La Corte ha dichiarato che i costi di manutenzione o di gestione del traffico, nonché gli ammortamenti, non possono essere considerati direttamente imputabili alla prestazione del servizio ferroviario; pertanto, ha concluso che la quarta censura invocata dalla Commissione a sostegno del proprio ricorso è fondata.

          • In data: 23/05/2013
            Causa n. :
            T-99/09 e T-308/09
            Assegnazione:
              In data:
              23/05/2013
              NOTA DI SINTESI:

              Il Tribunale si pronuncia sul ricorso proposto dalla Repubblica italiana per l'annullamento di alcune decisioni della Commissione europea che dichiaravano inammissibili le domande di pagamenti intermedi delle autorità italiane per ottenere il rimborso delle spese effettuate in relazione alla misura 1.7 del programma operativo (POR) "Campania".

              Nel quadro del sostegno per gli interventi strutturali dell'Unione nelle regioni interessate dall'obiettivo 1 in Italia, la Commissione, nel 2000, ha approvato il programma operativo Campania («PO Campania»), per spese effettuate fra il 5 ottobre 1999 e il 31 dicembre 2008, termine successivamente prorogato al 30 giugno 2009. La misura 1.7 contenuta nel programma concerneva svariate operazioni relative al sistema regionale di gestione e di smaltimento dei rifiuti (realizzazione di impianti di compostaggio, di discariche per lo smaltimento del rifiuto residuale rispetto alla raccolta differenziata, attivazione di Ambiti Territoriali Ottimali e dei relativi piani di gestione e di trattamento dei rifiuti, sostegno ai Comuni associati per la gestione del sistema di raccolta differenziata dei rifiuti urbani, aiuto alle imprese per l'adeguamento degli impianti destinati al recupero di materia derivata dai rifiuti, attività di coordinamento, logistica e supporto alle imprese di raccolta e recupero di rifiuti provenienti da particolari categorie produttive, costituzione di un catasto-osservatorio con funzione di sistema di monitoraggio quali-quantitativo dei rifiuti). Le azioni effettuate in attuazione alla misura 1.7, destinate al miglioramento del sistema di raccolta e di smaltimento dei rifiuti, sono state pari a EUR 93.268.731,59, di cui 50% -EUR 46.634.365,80 - a carico dei Fondi strutturali (FESR).

              In materia di gestione e smaltimento dei rifiuti in Campania, la Commissione aveva avviato nel 2007 una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia (n.2007/2195), addebitandole di non aver garantito che i rifiuti fossero smaltiti senza pericolo per la salute dell'uomo e senza recare pregiudizio all'ambiente e quindi di non aver creato una rete integrata e adeguata di impianti di smaltimento, in violazione della direttiva sui rifiuti (2006/12/CE). Nel 2010, la Corte di giustizia aveva accolto il ricorso presentato dalla Commissione ex articolo 226 CE, constatando l'inadempimento dell'Italia (C-297/08).

              Con lettera del 31 marzo 2008, la Commissione ha informato le autorità italiane che, essendo in corso una specifica procedura di infrazione in materia, non avrebbe provvisoriamente dato luogo ai pagamenti intermedi relativi ai rimborsi delle spese relative alla misura 1.7 del POR Campania sulla base dell'articolo 32, paragrafo 3, primo comma, lettera f), del regolamento n. 1260/99. Tale ultima disposizione stabilisce che i pagamenti del FESR sono subordinati, tra l'altro, all'assenza di procedure di infrazione in corso. Nella successiva corrispondenza, la Commissione ha chiarito che la data dalla quale avrebbe considerato inammissibili le spese relative alla misura 1.7 sarebbe stata il 29 giugno 2007, data di notifica all'Italia della decisione di avviare la procedura d'infrazione. La Commissione, con successive lettere del 2 e del 6 febbraio e del 20 maggio 2009, ha quindi dichiarato l'inammissibilità di alcune domande di pagamento intermedio presentate dalle autorità italiane.

              Con due successivi ricorsi, l'Italia ha chiesto al tribunale di annullare le suddette decisioni della Commissione, contestando in particolare la presunta violazione del sopra richiamato articolo 32, par. 3, primo comma, lett. f), del regolamento 1260/1999.

              Con il primo motivo l'Italia lamenta la mancata coincidenza tra il contenuto della misura 1.7 e l'oggetto specifico della procedura di infrazione. Occorrerebbe, infatti, distinguere tra la nozione di misura, strumento di portata generale e che può essere oggetto di una procedura di infrazione, e la nozione di operazione che consiste invece nelle specifiche azioni di attuazione della misura cui si riferisce e che, nella fattispecie, è oggetto dei pagamenti intermedi sospesi dalla Commissione. L'Italia sostiene inoltre che, mentre la procedura di infrazione si riferiva alla situazione dello smaltimento finale dei rifiuti in Campania, che non potevano essere correttamente smaltiti o riciclati per la mancanza di strutture adeguate, altre fasi della filiera e altre modalità di gestione dei rifiuti (come la fase del recupero e della raccolta differenziata, oggetto della misura 1.7) sarebbero state estranee all'oggetto della procedura e, in sede di replica, precisa che la presunta coincidenza tra l'oggetto della procedura d'infrazione e quello delle domande di pagamento riguarderebbe, a tutto concedere, il recupero, ma non la raccolta differenziata, dei rifiuti che è l'oggetto principale della misura 1.7, sicché gli atti impugnati sarebbero quantomeno «eccessivi», poiché hanno dichiarato integralmente inammissibili le domande di pagamento fondate su detta misura.

              Il Tribunale ritiene infondati i motivi relativi ad una pretesa violazione dell'articolo 32, par. 3, primo comma, lett. f), del regolamento 1260/1999.

              Secondo il Tribunale, al contenuto della "misura" 1.7 va attribuita una portata generale e più ampia rispetto alla nozione di "operazione", poiché si riferisce a diversi interventi e operazioni diretti a raggiungere taluni obiettivi o sotto-obiettivi nell'ambito della realizzazione di un sistema di gestione dei rifiuti in Campania. Sulla base dell'interpretazione letterale, del contesto regolamentare, dell'obiettivo e della genesi dell'articolo 32, par. 3, primo comma, lett. f), del regolamento 1260/1999 e delle altre disposizioni rilevanti, il Tribunale chiarisce che, per giustificare la dichiarazione di inammissibilità di pagamenti intermedi riguardo a una procedura d'infrazione in corso, la Commissione deve dimostrarei che l'oggetto di tale procedura presenta un collegamento sufficientemente diretto con la «misura» cui si riferiscono le «operazioni» di cui alle domande di pagamento in questione. Nel caso di specie, il Tribunale ritiene sussistente tale collegamento, posto che: da un lato, risulta chiaramente che la procedura di infrazione riguardava l'intero sistema di gestione e smaltimento dei rifiuti nella regione Campania, inclusi quindi il recupero o raccolta e l'inefficacia della raccolta differenziata; dall'altro, gli interventi facenti parte della misura 1.7 si riferivano anche alla creazione di un sistema di raccolta differenziata dei rifiuti urbani e alla realizzazione di discariche per lo smaltimento dei rifiuti, come fase finale della raccolta differenziata medesima.

              Il Tribunale, ritenendo infondati anche gli ulteriori motivi del ricorso (relativi al difetto di motivazione e ad ulteriori vizi delle decisioni della Commissione) respinge i ricorsi dell'Italia e condanna quest'ultima al pagamento delle spese.