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Sentenze della Corte di Giustizia dell'UE

La sezione raccoglie gli estremi delle sentenze della Corte di Giustizia dell'Unione europea (CGUE) che, dal mese di dicembre 2011, a seguito della loro pubblicazione sul sito della medesima, sono state trasmesse alle Camere dal Governo (Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri) e assegnate alle Commissioni parlamentari competenti per materia ai fini di un loro possibile esame, ai sensi dell'articolo 127-bis del Regolamento della Camera dei deputati.

Si tratta delle sentenze in cui lo Stato italiano o altro ente pubblico territoriale italiano sono parte - anche interveniente - nella causa dinanzi alla CGUE e delle sentenze relative a procedimenti avviati a seguito di rinvio pregiudiziale da parte di un'autorità giudiziaria italiana. Attraverso uno specifico collegamento ipertestuale è possibile consultare il testo integrale di ciascuna sentenza.


  • Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 21 febbraio 2013.

    Causa n.: C-111/12

    Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 21 febbraio 2013.

    Causa n. :
    C-111/12
    Assegnazione:
      NOTA DI SINTESI:

      Con la sentenza in esame la Corte di giustizia si esprime in via pregiudiziale sull'interpretazione del diritto dell'Unione europea in materia di riconoscimento dei titoli nel settore dell'architettura (direttiva n. 85/384/CEE).

      Nello specifico due sono le questioni pregiudiziali poste dal Consiglio di Stato nella domanda di pronuncia avanzata il 29 febbraio 2012:

      se la prassi amministrativa adottata in Italia, secondo la quale taluni interventi sugli immobili di interesse artistico vengono riservati esclusivamente agli architetti - o comunque a candidati che dimostrino di possedere particolari requisiti curriculari specifici nel settore dei beni culturali - sia compatibile con gli articoli 10 e 11 della direttiva comunitaria n. 85/384/CEE;
      se, in particolare, tale prassi possa consistere nel sottoporre anche i professionisti provenienti da paesi membri diversi dall'Italia, ancorché muniti di titolo astrattamente idoneo all'esercizio delle attività rientranti nel settore dell'architettura, alla specifica verifica di idoneità professionale di cui sopra.

      Tali questioni sono poste nell'ambito di due controversie principali sollevate dagli Ordini degli ingegneri delle province venete, in merito all'esclusione di ingegneri civili dall'incarico di direzione dei lavori su immobili di interesse storico e artistico. Le esclusioni si fondano su una norma di diritto italiano, vale a dire l'articolo 52, secondo comma, del regio decreto n. 2537/25, secondo cui agli ingegneri civili che hanno ottenuto i propri titoli in Italia non competono le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico ed il restauro e il ripristino degli edifici di interesse culturale.

      In tutti e due i casi i ricorrenti contestano tale restrizione del loro campo di attività, facendo leva, segnatamente, sulla direttiva n. 85/384.

      Come ricordato dalla sentenza, la direttiva in questione prevede il riconoscimento reciproco da parte degli Stati membri dei diplomi, titoli e certificati che danno accesso ad attività nel settore dell'architettura e che rispondono a specifici requisiti posti agli articoli 3 e 4. La medesima direttiva, all'articolo 10, stabilisce altresì che gli Stati membri sono tenuti a l riconoscimento anche di specifici diplomi, certificati e titoli, pur non rispondendo essi alle condizioni poste. Tali titoli sono elencati per ciascun paese all'articolo 11. Per quanto riguarda l'Italia si tratta dei diplomi di laurea in architettura e in ingegneria civile. In tutti i casi, la direttiva prevede un mutuo riconoscimento automatico, che escluderebbe secondo la Corte la possibilità per lo Stato membro ospitante di subordinare l'esercizio delle attività nel settore dell'architettura alla verifica delle qualifiche degli interessati in questo settore. Infatti, riconoscere allo Stato membro ospitante una siffatta facoltà equivarrebbe a consentirgli di richiedere prove aggiuntive, il che pregiudicherebbe il riconoscimento automatico dei diplomi.

      Così, se è pur vero che compete alla legislazione nazionale dello Stato membro ospitante definire il settore di attività della professione di architetto, quando una determinata attività sia considerata da uno Stato membro ricompresa in detto settore, l'esigenza del mutuo riconoscimento implica che gli architetti migranti titolari di un diploma, certificato o altro titolo ricompreso nella sfera di applicazione della direttiva - quale è il caso del diploma di laurea in ingegneria civile - debbano poter accedere a tale attività.

      Nella fattispecie, è considerato pacifico dalla Corte che le attività riguardanti immobili di interesse artistico rientrano nel settore di attività della professione di architetto e ricadono quindi nella sfera di applicazione della direttiva n. 85/384.

      Su tali basi, l'accesso alle attività previste all'articolo 52, secondo comma, del regio decreto n. 2537/25, vale a dire alle attività riguardanti immobili di interesse artistico, non può essere negato alle persone in possesso di un diploma di ingegnere civile o di un titolo analogo rilasciato in uno Stato membro diverso dalla Repubblica italiana, qualora tale titolo risponda ai requisiti posti dalla direttiva 85/384 o figuri all'articolo 11 di detta direttiva.

      Alla luce di tali considerazioni, la Corte conclude che gli articoli 10 e 11 della direttiva 85/384 ostano ad una normativa nazionale secondo cui persone in possesso di un titolo rilasciato da uno Stato membro diverso dallo Stato membro ospitante - titolo abilitante all'esercizio di attività nel settore dell'architettura ed espressamente menzionato al citato articolo 11 - possono svolgere, in quest'ultimo Stato, attività riguardanti immobili di interesse artistico solamente qualora dimostrino di possedere particolari qualifiche nel settore dei beni culturali.

    • Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 19 dicembre 2012.

      Causa n.: C-207/11
      Assegnazione: VI COMMISSIONE (FINANZE)
      In data: 22/01/2013

      Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 19 dicembre 2012.

      Causa n. :
      C-207/11
      Assegnazione:
      • VI COMMISSIONE (FINANZE)
      In data:
      22/01/2013
      NOTA DI SINTESI:

      La Corte di giustizia si pronuncia in via pregiudiziale sull'interpretazione della direttiva 90/434/CEE relativa al regime fiscale comune da applicare alle fusioni, alle scissioni, ai conferimenti d'attivo ed agli scambi d'azioni concernenti società di Stati Membri diversi. La domanda pregiudiziale è stata presentata nell'ambito del contenzioso tra la 3D I srl e l'Agenzia delle Entrate, avente ad oggetto il rifiuto da parte di quest'ultima di rimborsare l'imposta sostitutiva versata dalla società a seguito di un'operazione di conferimento intracomunitario di uno dei suoi rami d'attività.

      La 3D I srl nel 2000 ha conferito un ramo della sua attività situato in Italia ad una società residente in Lussemburgo. A seguito dell'operazione, l'attività conferita è stata trasformata in una stabile organizzazione, situata in Italia, della società lussemburghese. In cambio, la 3D I ha ricevuto partecipazioni in forma di azioni della società lussemburghese, che sono state iscritte nel bilancio della 3D I per un valore superiore al valore fiscale dell'attività conferita.

      Nel 2001 la 3D I ha optato per la possibilità, prevista dal d.lgs. n. 358/1997, di pagare, per l'operazione, l'imposta sostitutiva con l'aliquota del 19%, rinunciando al regime di neutralità fiscale previsto dal d.lgs. n. 544/1992 (con il quale è stata recepita la sopra citata direttiva 90/434/CEE). Di conseguenza, le plusvalenze emesse sul piano contabile a seguito del conferimento sono state liberate ed è stata riconosciuta, ai fini fiscali, la differenza tra il valore fiscale del ramo aziendale conferito e il valore attribuito alle partecipazioni ricevute quale contropartita, operando di fatto un riallineamento dei valori contabili di tali partecipazioni con i valori fiscali.

      Successivamente, nel 2004, la 3D I ha chiesto all'amministrazione tributaria il rimborso dell'imposta sostitutiva versata, sostenendo che l'articolo 2, comma 2, del d. lgs. n. 544/1992 era incompatibile con la direttiva 90/434, in quanto subordina la neutralità del conferimento a condizioni non previste dalla direttiva. A suo parere, la condizione secondo cui la differenza di valore doveva essere immobilizzata in una riserva non distribuibile avrebbe indotto le imprese ad optare per l'imposta sostitutiva, dal momento che il pagamento dell'imposta ordinaria - aliquota del 33% - sulla differenza di valore, sarebbe stato ancora più svantaggioso.

      Con il suo quesito, il giudice del rinvio (Commissione tributaria regionale di Milano) ha chiesto alla Corte se la direttiva 90/434 ammetta che un conferimento d'attivo o uno scambio di azioni dia luogo all'imposizione, nei confronti della società conferente, delle plusvalenze del conferimento, a meno che iscriva a bilancio un'apposita riserva uguale al plusvalore emerso.

      La Corte osserva che il combinato disposto degli articoli 4, par. 1, e 9 della direttiva stabilisce che il conferimento d'attivo non comporta alcuna imposizione delle plusvalenze risultanti dalla differenza tra il valore reale ed il valore fiscale degli elementi d'attivo e di passivo conferiti. Essa precisa inoltre che il valore fiscale è quello che sarebbe stato preso in considerazione per il calcolo degli utili o delle perdite, per determinare la base imponibile di un'imposta sul reddito, sugli utili o sulle plusvalenze della società conferente, se questi elementi fossero stati venduti al momento del conferimento d'attivo, ma indipendentemente da quest'ultimo.

      Tuttavia, la neutralità fiscale non è incondizionata. Infatti, ai sensi del combinato disposto dell'articolo 4, par. 2, e 9, della medesima direttiva, gli Stati membri subordinano la neutralità fiscale alla condizione che la società beneficiaria calcoli i nuovi ammortamenti e le plusvalenze o minusvalenze inerenti agli elementi d'attivo e di passivo trasferiti, alle stesse condizioni in cui sarebbero state calcolate dalla società conferente se il conferimento non avesse avuto luogo. L'obbligo, per la società beneficiaria, di preservare - ove essa desideri ottenere la neutralità fiscale - la continuità della valutazione degli elementi d'attivo e di passivo trasferiti mira ad evitare che tale neutralità divenga un'esenzione definitiva non prevista dalla direttiva 90/434. Infatti, la direttiva si limita a istituire un regime di rinvio dell'imposizione delle plusvalenze inerenti ai beni conferiti, il quale, pur evitando che il conferimento di attività dia luogo di per sé stesso ad imposizione, tutela gli interessi finanziari dello Stato della società conferente assicurando l'imposizione di tali plusvalenze al momento del loro effettivo realizzo.

      Se dunque la direttiva 90/434 definisce le condizioni alle quali è subordinato il rinvio dell'imposizione in capo alla società beneficiaria delle plusvalenze inerenti all'attività conferita, essa però non precisa le condizioni alle quali è subordinato il beneficio, per la società conferente, di un rinvio dell'imposizione delle plusvalenze inerenti ai titoli rappresentativi del capitale sociale della società beneficiaria consegnati come contropartita del conferimento e non regolamenta, in particolare, la questione di quale sia il valore che la società conferente deve attribuire a tali titoli.

      Pertanto, contrariamente a quanto la 3D I sostiene nel ricorso, la direttiva 90/434 non vieta agli Stati membri di fissare tali condizioni, bensì lascia a questi ultimi un margine di manovra che consente loro di subordinare la neutralità fiscale di cui beneficia la società conferente a specifiche condizioni di valutazione dei titoli ricevuti in contropartita, come ad esempio la continuità dei valori fiscali, purché tali condizioni non portino al risultato che l'attribuzione di detti titoli in occasione del conferimento d'attivo generi di per sé stessa un'imposizione delle plusvalenze inerenti ai titoli stessi.

      La legislazione italiana avrebbe dunque consentito alla 3D I di attribuire ai titoli ricevuti in contropartita del conferimento il valore che l'attività conferita aveva prima dell'operazione e di beneficiare così del rinvio dell'imposizione delle plusvalenze inerenti a tali titoli, rispettando una condizione che è compatibile con il diritto dell'Unione.

      Sulla base di queste considerazioni, la Corte di giustizia stabilisce che le disposizioni della direttiva 90/434/CEE devono essere interpretate nel senso che esse non ostano, in una situazione quale quella oggetto del procedimento principale, a che a che un conferimento d'attivo dia luogo ad imposizione, nei confronti della società conferente, delle plusvalenze risultanti dal conferimento stesso, a meno che la società conferente iscriva nel proprio bilancio un'apposita riserva in misura corrispondente al plusvalore emerso in sede di conferimento.

    • Sentenza della Corte (grande sezione) del 19 dicembre 2012.

      Causa n.: C-159/11
      Assegnazione: VIII COMMISSIONE (AMBIENTE, TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI)
      In data: 22/01/2013

      Sentenza della Corte (grande sezione) del 19 dicembre 2012.

      Causa n. :
      C-159/11
      Assegnazione:
      • VIII COMMISSIONE (AMBIENTE, TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI)
      In data:
      22/01/2013
      NOTA DI SINTESI:

      La Corte di giustizia si pronuncia in via pregiudiziale sull'interpretazione di alcune disposizioni della direttiva 2004/18/CE riguardanti le modalità e i principi di aggiudicazione degli appalti pubblici. La questione pregiudiziale era stata sollevata il 9 novembre 2010 dal Consiglio di Stato nell'ambito di una controversia tra l'Azienda Sanitaria Locale di Lecce e l'Università del Salento, da un lato, e l'Ordine degli Ingegneri della Provincia di Lecce, dall'altro. La controversia verteva su un contratto di consulenza stipulato tra l'ASL e l'Università senza lo svolgimento di una gara di appalto, avente ad oggetto lo studio e la valutazione della vulnerabilità sismica delle strutture ospedaliere della Provincia di Lecce. Per l'intera prestazione l'ASL si era impegnata a corrispondere all'Università la somma di 200 mila euro al netto dell'IVA.

      Il contratto di consulenza era stato stipulato ai sensi dell'articolo 15, primo comma, della legge 7 agosto 1990, n. 241, che consente alle amministrazioni pubbliche di concludere tra loro accordi per svolgere in collaborazione attività di interesse comune, e dell'articolo 66 del D.P.R. 11 luglio 1980, n. 382, che autorizza espressamente le università pubbliche a fornire prestazioni di ricerca e consulenza a enti pubblici o privati, purché tale attività non comprometta la loro funzione didattica.

      Successivamente, il contratto era stato impugnato da diversi ordini, associazioni professionali e imprese per violazione della normativa nazionale e dell'UE in materia di appalti pubblici; in primo grado, il TAR Puglia aveva accolto il ricorso, sostenendo che l'affidamento dell'incarico relativo all'attività di studio costituiva un appalto di servizi di ingegneria, ai sensi della normativa italiana. In sede di appello, l'ASL e l'Università avevano sottolineato che il contratto di consulenza costituiva un accordo di cooperazione tra amministrazioni pubbliche per lo svolgimento di attività di interesse generale, che la partecipazione a titolo oneroso - ma per una remunerazione limitata ai costi sostenuti - dell'Università al contratto rientrava nell'ambito delle attività istituzionali di quest'ultima e che la legittimità degli accordi di cooperazione tra pubbliche amministrazioni sotto il profilo del diritto dell'UE risultava dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell'UE.

      Il Consiglio di Stato proponeva quindi domanda in via pregiudiziale avente ad oggetto la compatibilità della normativa italiana con la direttiva 2004/18/CE, nell'ambito della quale in particolare il combinato disposto degli articoli 28 e dell'Allegato II A prevede che le amministrazioni aggiudicatrici applichino ai servizi di ricerca e sviluppo e ai servizi di ingegneria le procedure nazionali adattate in attuazione della direttiva stessa.

      La Corte precisa in termini generali che un contratto a titolo oneroso stipulato per iscritto tra un operatore economico e un'amministrazione aggiudicatrice, avente per oggetto la prestazione di servizi costituisce un appalto pubblico.

      Nel caso di specie, la Corte chiarisce che:

      - alla luce della sua precedente giurisprudenza, ai fini della definizione di un contratto come appalto pubblico, è ininfluente la circostanza che l'operatore economico sia un'amministrazione aggiudicatrice; inoltre, con specifico riferimento alle università, l'eventuale loro autorizzazione, da parte degli Stati membri, a offrire taluni servizi sul mercato, non pregiudica il ricorso a gare di appalto aventi ad oggetto i servizi in questione;

      - attività quali quelle costituenti l'oggetto del contratto tra l'ASL e l'Università ricadono nell'ambito dei servizi di cui all'allegato II A della direttiva 2004/18/CE;

      - un contratto non può esulare dalla nozione di appalto pubblico per il solo fatto che la remunerazione in esso prevista è limitata al rimborso delle spese sostenute per fornire il servizio convenuto.

      La Corte aggiunge che dalla decisione di rinvio sembra risultare, in primo luogo, che il contratto di consulenza in questione riguardi prevalentemente attività svolte da ingegneri o architetti e che, se pur basate su un fondamento scientifico, "non assomigliano ad attività di ricerca scientifica"; di conseguenza, non sembra potersi configurare l'esercizio di una funzione di servizio pubblico comune all'ASL e all'Università. In secondo luogo, il contratto potrebbe condurre a favorire imprese private qualora tra i collaboratori esterni altamente qualificati cui, in base a detto contratto, l'Università è autorizzata a ricorrere per la realizzazione di talune prestazioni, fossero inclusi prestatori privati.

      La Corte conclude quindi che il diritto dell'UE in materia di appalti pubblici osta ad una normativa nazionale che autorizzi la stipulazione, senza previa gara, di un contratto mediante il quale taluni enti pubblici istituiscono tra loro una cooperazione nel caso in cui - ciò che spetta al giudice del rinvio verificare - tale contratto non abbia il fine di garantire l'adempimento di una funzione di servizio pubblico comune agli enti medesimi, non sia retto unicamente da considerazioni ed esigenze connesse al perseguimento di obiettivi d'interesse pubblico, oppure sia tale da porre un prestatore privato in una situazione privilegiata rispetto ai suoi concorrenti.

    • Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 19 dicembre 2012.
      Commissione europea contro Repubblica italiana.
      Inadempimento di uno Stato - Ambiente - Direttiva 1999/30/UE - Controllo dell'inquinamento - Valori limite per le concentrazioni di PM10 nell'aria ambiente.

      Causa n.: C-68/11
      Assegnazione: VIII COMMISSIONE (AMBIENTE, TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI)
      In data: 22/01/2013

      Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 19 dicembre 2012.
      Commissione europea contro Repubblica italiana.
      Inadempimento di uno Stato - Ambiente - Direttiva 1999/30/UE - Controllo dell'inquinamento - Valori limite per le concentrazioni di PM10 nell'aria ambiente.

      Causa n. :
      C-68/11
      Assegnazione:
      • VIII COMMISSIONE (AMBIENTE, TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI)
      In data:
      22/01/2013
      NOTA DI SINTESI:

      Con la sentenza in esame la Corte di giustizia - a seguito di ricorso per inadempimento presentato dalla Commissione ai sensi dell'articolo 258 TFUE - condanna l'Italia per aver omesso, per gli anni 2006 e 2007, di provvedere affinché in 55 zone e agglomerati le concentrazioni di PM10 non superassero i valori limite fissati all'articolo 5, paragrafo 1, della direttiva 1999/30/CE concernente i valori limite di qualità dell'aria ambiente per il biossido di zolfo, il biossido di azoto, gli ossidi di azoto, le particelle e il piombo.

      Ai sensi dell'articolo 5, paragrafo 1, della direttiva gli Stati membri adottano le misure necessarie per garantire che le concentrazioni di particelle PM10 nell'aria ambiente non superino i seguenti valori limite (allegato III): dal 1° gennaio 2005 al 31 dicembre 2009, il valore giornaliero di 50 μg/m3 non deve essere superato più di 35 volte per anno civile e il valore annuo da non superare è di 40 μg/m3. A partire dal 1° gennaio 2010, il valore giornaliero da non superare più di 7 volte per anno civile è di 50 μg/m3 mentre il valore limite annuo è di 20 μg/m3.

      Limitatamente agli anni e alle zone e agglomerati indicati, la Corte ritiene ricevibile il ricorso sulla base dei dati forniti dall'Italia nell'ambito delle relazioni annuali presentate a norma dell'articolo 11 della direttiva e riferite agli anni 2005-2007; ne giudica, inoltre, la fondatezza sulla base della stessa ammissione da parte dell'Italia del superamento dei valori limite.

      La Corte dichiara invece irricevibile la richiesta della Commissione di pronunciarsi nei confronti dell'Italia in relazione alla situazione dell'anno 2005 e al periodo successivo al 2007, ritenendo che la mancanza di un'indicazione chiara e precisa del periodo per il quale l'inadempimento viene contestato renda la richiesta priva dei requisiti di coerenza, chiarezza e precisione necessari alla Corte stessa per esercitare correttamente il suo controllo.

    • Causa n.: C-430/11
      In data: 19/12/2012
      Causa n. :
      C-430/11
      Assegnazione:
        In data:
        19/12/2012
        NOTA DI SINTESI:

        La Corte si è pronunciata in via pregiudiziale sulla compatibilità di alcune disposizioni del decreto legislativo n. 286/1998, recante il testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina sull'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero (come modificato dalla legge n. 94 2009 e dal decreto legge n. 89 del 2011 convertito dalla legge n. 129 del 2011, e alla luce di alcune disposizioni del decreto legislativo n. 274 del 2000 in materia di obbligo di permanenza domiciliare, quale sanzione in esito alla conversione di una pena pecuniaria), con il diritto europeo, segnatamente la direttiva 2008/115/CE recante norme e procedure applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini terzi il cui soggiorno è irregolare.

        In sostanza, il giudice del rinvio chiedeva alla Corte se la direttiva citata dovesse considerarsi ostativa ad una normativa come quella italiana, nella parte in cui il soggiorno irregolare di cittadini di paesi terzi è sanzionato con una pena pecuniaria sostituibile con la pena dell'espulsione o con l'obbligo di permanenza domiciliare.

        La Corte di giustizia ha stabilito che la direttiva in questione:

        • non osta alla normativa di uno Stato membro (come quella oggetto del procedimento principale), che sanziona il soggiorno irregolare di cittadini di paesi terzi con una pena pecuniaria sostituibile con la pena dell'espulsione;

        Circa tale aspetto, la Corte precisa che la direttiva 2008/115 verte unicamente sul rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno sia irregolare e, pertanto, non si prefigge l'obiettivo di armonizzare integralmente le norme degli Stati membri sul soggiorno degli stranieri. Tale direttiva, quindi, non vieta che il diritto di uno Stato membro qualifichi il soggiorno irregolare alla stregua di reato e preveda sanzioni penali per scoraggiare e reprimere la commissione di siffatta infrazione.

        • osta alla normativa di uno Stato membro che consente di reprimere il soggiorno irregolare di cittadini di paesi terzi con l'obbligo di permanenza domiciliare, senza garantire che l'esecuzione di tale pena debba cessare a partire dal momento in cui sia possibile il trasferimento fisico dell'interessato fuori di tale Stato membro.

        A tal proposito, la Corte precisa che (nonostante la facoltà di qualificare penalmente il soggiorno irregolare) uno Stato non può applicare una disciplina penale idonea a compromettere l'applicazione delle norme e delle procedure comuni sancite dalla direttiva 2008/115, privando così quest'ultima del suo effetto utile; ribadisce, inoltre, che dette norme e procedure sarebbero compromesse se lo Stato membro interessato, dopo aver accertato il soggiorno irregolare del cittadino di un paese terzo, anteponesse all'esecuzione della decisione di rimpatrio, o addirittura alla sua stessa adozione, un procedimento penale idoneo a condurre alla reclusione nel corso della procedura di rimpatrio. Tale modo di procedere rischierebbe infatti di ritardare l'allontanamento. In particolare, secondo la Corte, laddove la disciplina del predetto obbligo di permanenza domiciliare non ne preveda la cessazione a partire dal momento in cui sia possibile eseguire l'allontanamento dello straniero, ciò pregiudicherebbe l'effetto utile della direttiva consistente, appunto, nell'allontanamento del cittadino di un Paese terzo in condizioni di soggiorno irregolare.

        La sentenza in esame ha altresì fornito indicazioni circa la questione della compatibilità tra quanto previsto dall'articolo 16 del decreto legislativo n. 286 del 1998 (Espulsione a titolo di sanzione sostitutiva o alternativa alla sanzione) e le omologhe disposizioni contenute nella direttiva citata.

        In sintesi, secondo quanto previsto dalla disciplina italiana richiamata, il giudice, nel pronunciare sentenza di condanna per ingresso o soggiorno illegale nel territorio dello Stato, qualora non ricorrano le cause ostative (specificate dal decreto stesso, all'articolo 14), che impediscono l'esecuzione immediata dell'espulsione con accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica, può sostituire la medesima pena con la misura dell'espulsione per un periodo non inferiore a cinque anni.

        L'articolo 11, paragrafo 2, della direttiva citata, prevede che la durata del divieto d'ingresso (come misura accessoria, obbligatoria o facoltativa a seconda dei casi previsti dalla medesima direttiva, di una decisione di rimpatrio) sia determinata tenendo debitamente conto di tutte le circostanze pertinenti di ciascun caso e che non superi di norma i cinque anni; il superamento di tale limite temporale è invece ammesso dalla direttiva ove il cittadino di un paese terzo costituisca una grave minaccia per l'ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sicurezza nazionale.

        Al riguardo, la Corte ha osservato che, perché una disposizione formulata secondo i termini dell'articolo 16 del decreto legislativo n. 286/1998 sia conforme alla direttiva 2008/115, occorre che essa sia applicata in modo tale che la durata del divieto di ingresso da essa imposto corrisponda a quella prevista dall'articolo 11, paragrafo 2, di tale direttiva.