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Resoconto dell'Assemblea

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XVI LEGISLATURA

Allegato B

Seduta di Giovedì 13 dicembre 2012

ATTI DI INDIRIZZO

Risoluzioni in Commissione:


   La III Commissione,
   premesso che:
    la situazione dei diritti umani nella Repubblica democratica popolare di Corea continua ad essere grave e drammatica;
    dai dati riportati nel rapporto annuale 2012 di Amnesty International sulla Corea del Nord si apprende, infatti, che uomini, donne e bambini detenuti nei campi continuano ad essere torturati e maltrattati, nonché costretti al lavoro forzato in condizioni rischiose che hanno fatto ammalare i prigionieri tanto che moltissimi di loro sono morti in custodia o poco dopo il rilascio;
    nel Paese non ci sono mezzi d'informazione indipendenti né sono noti partiti politici di opposizione o qualche tipo di associazione civile indipendente. Le critiche nei confronti del Governo e dei suoi leader sono rigorosamente limitate, punibili con l'arresto e la carcerazione da scontare in un campo di prigionia;
    i cittadini nordcoreani affrontano quotidianamente gravi restrizioni di movimento sia all'interno del Paese che all'esterno. Migliaia di nordcoreani che erano fuggiti in Cina in cerca di cibo e impiego spesso sono stati rimpatriati con la forza in Corea del Nord dalle autorità cinesi e sono stati sistematicamente percossi e detenuti al loro ritorno in patria;
    Amnesty International ha, inoltre, ricevuto rapporti secondo i quali, nel 2011, almeno 30 persone sono state messe a morte in Corea del Nord. Le esecuzioni sono normalmente effettuate in segreto, ma un numero crescente di esse è avvenuto in pubblico per servire da esempio;
    la risoluzione del Consiglio «diritti umani» delle Nazioni Unite, del 25 marzo 2010, sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica democratica popolare di Corea ha espresso gravi preoccupazioni in merito alle continue segnalazioni di violazioni sistematiche, diffuse e gravi dei diritti civili politici, economici, sociali e culturali nel Paese;
    il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica democratica popolare di Corea ha descritto la situazione dei diritti umani come pessima nella sua relazione annuale 2010 al Consiglio «Diritti umani» dell'ONU e ha suggerito al consiglio di sicurezza di prendere in considerazione le violazioni dei diritti umani nella Repubblica democratica popolare di Corea istituendo una commissione di inchiesta per indagare sui crimini contro l'umanità commessi dal Governo nordcoreano;
    il Governo della Repubblica democratica popolare di Corea nega il mandato del relatore speciale sulla situazione dei diritti umani nel Paese, ha negato a quest'ultimo anche l'accesso al Paese e si rifiuta di cooperare con gli altri meccanismi dei diritti umani delle Nazioni Unite;
    il Parlamento europeo ha approvato nel 2006 e nel 2010 risoluzioni sulla penisola coreana che hanno evidenziato la grave situazione dei diritti umani nel Paese;
    è di oggi notizia che sia stato lanciato un missile a lunga gittata dalla Corea del Nord, il secondo in meno di un anno, in violazione aperta di quanto stabilito dalle risoluzioni dell'ONU, che vietano alla Nord Corea di effettuare test missilistici o test collegati ad attività nucleari,

impegna il Governo:

   a chiedere alla Repubblica democratica popolare di Corea di porre immediatamente fine alle violazioni dei diritti umani in corso, che potrebbero equivalere a crimini contro l'umanità ed essere pertanto soggette alla giurisdizione penale internazionale;
   a chiedere alla Repubblica democratica popolare di Corea di porre fine immediatamente e in modo permanente alle esecuzioni pubbliche e di abolire la pena di morte nel Paese;
   ad esortare le autorità nordcoreane a garantire l'accesso all'assistenza alimentare ed umanitaria per tutti i cittadini sulla base della necessità ed urgenza;
   a sostenere la creazione di una commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite per valutare la violazione dei diritti umani avvenute in passato o tuttora in corso nella Repubblica democratica popolare di Corea, al fine di stabilire in che misura tali violazioni e l'impunità associata con questi abusi possano costituire crimini contro l'umanità;
   a sostenere le organizzazioni non governative e gli attori della società civile che operano per creare contatti all'interno della Repubblica democratica popolare di Corea, al fine di incoraggiare i cambiamenti che conducono a un ambiente migliore per i diritti umani.
(7-01071) «Allasia, Pianetta, Galli, Brancher, Razzi».


   La VI Commissione,
   premesso che:
    la condotta tenuta da alcune società multinazionali nel settore del commercio elettronico, e non solo, le quali, pur operando in Italia, riescono a trasferite i propri profitti verso Paesi a bassa fiscalità, riveste particolare attuale e oggettivo interesse per le istituzioni e la comunità italiane;
    in particolare, la società multinazionale google è stata oggetto di un recente atto di sindacato ispettivo a firma del proponente, nella forma di una interrogazione a risposta immediata nella VI Commissione finanze della Camera dei deputati, n. 5-08526, cui il Governo ha risposto in termini tali da avvalorare l'urgenza e l'importanza di azioni concrete conseguenti ai fatti ivi rappresentati;
    nel caso di specie, si è potuto constatare che il nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano, su delega della locale procura della Repubblica, ha avviato da tempo una verifica fiscale nei confronti di Google Italy s.r.l. e delle consociate estere e, all'esito dell'attività ispettiva svolta, si è appurato, come si legge testualmente nella risposta fornita dal Governo, che «l'assoggettamento ad imposizione in Italia dei ricavi maturati sul territorio nazionale è stato in realtà eluso sulla base dei contenuti del [...] contratto di servizi generali [contratto di “Marketing and Services Agreement” posto in essere tra le società di diritto estero Google Inc. e, successivamente, Google Ireland Ltd. e Google Italy s.r.l.], artatamente posto in essere con la sola finalità di simulare l'esercizio da parte di Google Italy s.r.l. di una mera attività ausiliaria e preparatoria, che non ha tuttavia trovato alcun riscontro negli elementi di fatto acquisiti»;
    sempre nella risposta fornita dal Governo all'atto di sindacato ispettivo menzionato è possibile leggere come l'Agenzia delle entrate evidenzia la difficoltà di aggredire, attraverso le logiche tradizionali del controllo, le condotte, specie sotto il profilo contabile e fiscale, delle società multinazionali. «Pertanto, al fine di contrastare efficacemente fenomeni di pianificazione fiscale aggressiva aventi scala transnazionale, l'Agenzia delle entrate sta procedendo, in base ad un primo screening delle risultanze dell'attività di tutoraggio dei grandi contribuenti, a una selezione di posizioni che possano dare luogo ad una mirata attività di controllo fiscale nei confronti dei gruppi multinazionali attivi nel settore dell'elettronica e dell’e-commerce e le cui strategie fiscali sono oggetto di attenzione da parte dell'opinione pubblica italiana e internazionale»;
    si dà atto di quanto rappresentato dal dipartimento delle finanze del Ministero dell'economia e delle finanze nell'ambito della già citata risposta all'atto di sindacato ispettivo, e cioè che l'Italia, nelle sedi multilaterali, si stia impegnando nei lavori trasversali in materia di erosione delle basi imponibili e spostamento artificioso degli utili verso giurisdizioni maggiormente attraenti dal punto di vista fiscale, in particolare, in sede OCSE, nel settore delle imposte dirette, specie per ciò che attiene ai lavori relativi al modello di convenzione contro le doppie imposizioni è in fase di elaborazione un documento sulla stabile organizzazione;
    si dà atto e si sottolinea l'importanza dell'impegno e del lavoro della Commissione europea sulla tematica del profit shifting nell'ambito della lotta contro le frodi e l'evasione fiscale, in particolare della comunicazione della stessa Commissione sulle modalità concrete di rafforzamento della lotta alla frode fiscale e all'evasione fiscale anche in relazione a Paesi terzi, presentata all'Ecofin nel novembre 2012 e dei conseguenti provvedimenti sui paradisi fiscali e la pianificazione fiscale aggressiva che la Commissione ha in animo di adottare entro la fine del 2012;
    invero, il 6 dicembre 2012, la Commissione europea ha pubblicato un piano di azione per contrastare l'evasione e l'elusione fiscale internazionale, Communication from the Parlament and the Council, «An Action Pian to strengthen the fight against tax fraud and tax evasion», COM(2012) 722 final, con lo scopo di definire una strategia comune per contrastare gli schemi di pianificazione fiscale aggressiva. L'insufficiente risposta unilaterale da parte dei singoli Stati membri nel contesto di un'economia globalizzata è la premessa per future iniziative ed azioni comuni;
    a tal fine, giova riportare che in un passaggio della Commissione si osserva come gli Stati membri abbiano finora risposto in modo diverso a questa situazione. Tenendo conto delle libertà attribuite alle imprese quando operano nel mercato interno, le stesse possono strutturare accordi con tali giurisdizioni tramite lo Stato membro con la risposta più debole. Di conseguenza, l'efficacia di una protezione generale delle entrate fiscali dello Stato membro dipende dalla debolezza o meno della risposta di quello Stato membro. Questo non solo mina le basi imponibili degli Stati membri, ma mette in pericolo anche eque condizioni di concorrenza per le imprese e, in ultima analisi, ostacola il funzionamento del mercato interno;
    il Governo italiano dovrebbe porsi in prima linea nella risoluzione delle problematiche evidenziate in sede europea e internazionale e svolgere un'azione più determinata anche e soprattutto in Italia, prendendo spunto, ad esempio, dalle analoghe iniziative assunte da altri Paesi europei, come Francia, Gran Bretagna e Germania, e non solo, come l'Australia, per far pagare le tasse ai colossi americani del commercio on-line ovvero per impedire alle multinazionali di trasferire i propri profitti in Paesi a fiscalità privilegiata;
    in Gran Bretagna, la Commissione parlamentare dei conti pubblici, Public Accounts Committee, nel rapporto consegnato il 3 dicembre 2012 sulle multinazionali che bypassano il fisco attraverso procedure di profit shifting – HM Revenue and Customs: Annual Report and Accouunts – ha sottolineato la necessità che le istituzioni intervengano in tempi per limitare la possibilità di queste aziende di sfruttate la normativa nazionale e internazionale per sottrarsi al pagamento delle imposte, garantendo una maggiore trasparenza sulla fiscalità e gli scambi internazionali;
    il ruolo del Governo inglese e quello del fisco britannico nei riguardi delle multinazionali si evidenzia in alcuni passaggi, in cui si osserva come il Governo abbia la responsabilità di valutare e riscuotere l'imposta dovuta da tutti i contribuenti, senza paura o favoritismi, e i contribuenti, a loro volta, debbano pagare tutti l'imposta dovuta. Il Governo è altresì consapevole del fatto che le aziende internazionali siano in grado di sfruttare i sistemi fiscali nazionali e internazionali per ridurre al minimo le imposte sull'attività economica che conducono nel Regno Unito. Il risultato è che non pagano la loro quota equa. Il Governo crede che questa pratica sia diffusa e che HMRC [HM Revenue & Customs] non si stia muovendo in maniera abbastanza aggressiva per valutare e riscuotere la giusta quantità di imposta sulle società da queste multinazionali. Se le aziende non pagano la loro giusta quota di tasse, altri contribuenti devono pagare di più. Entrambi, HMRC e le società soggette ad imposta, non riescono a soddisfare le legittime aspettative pubbliche dal sistema fiscale. Attualmente vi è una totale mancanza di trasparenza sulle ragioni per le quali le multinazionali paghino un'imposta sulle società così bassa. Le aziende globali strutturano le loro società in modi che sono impenetrabili per il pubblico e HMRC, tali da rivelare molto poco del loro approccio alla riscossione delle imposte. Questo mina la fiducia del pubblico nel sistema fiscale e in HMRC e potrebbe avere un impatto negativo per la lotta all'evasione fiscale. Un cambiamento efficace richiederebbe allora una cooperazione internazionale per fare in modo che il Regno Unito non resti isolato, ma c’è un aspetto morale in cima a quello economico per cui la tassazione di attività economica dovrebbe riflettere il modo, trasparente, in cui tale attività si verifica. Il Regno Unito dovrebbe essere in prima linea nel far rispettare tutto questo;
    Google è il caso più emblematico delle questioni rappresentate, ma non l'unico. Esse riguardano anche tutte le multinazionali che operano nel settore digitale e del commercio elettronico, quei colossi che costruiscono e forniscono servizi over the top, cioè al di sopra della rete, nei riguardi dei quali servirebbe uno sforzo congiunto dei Paesi europei e non solo per ottenere l'abbandono delle pratiche di ottimizzazione fiscale che permettono loro di ridurre al minimo le tasse sui loro profitti;
    secondo una recente ricerca di eMarketer condotta sulle ultime tendenze americane, e riportata dagli organi di stampa italiani, gli investimenti pubblicitari nel 2011 hanno interessato il web per circa il 32 per cento, ma la tendenza nei prossimi cinque anni vedrebbe la pubblicità aumentare nel complesso di circa il 20 per cento e in maniera sostanziale tenderà ad esplodere sul web e in particolare sul mobile-web. In Europa, secondo un'analisi elaborata da comScore, ogni quattro persone su internet, tre visitano siti di vendita retail;
    l'azione sinora svolta dal Governo per contrastare le forme di organizzazione dell’advertising digitale e, più in generale, dell’e-commerce, che consentono a talune multinazionali di pagare le imposte connesse all'esercizio delle relative attività in Paesi a fiscalità privilegiata, risulta non ancora soddisfacente. La timida azione finora intrapresa nei confronti delle multinazionali operanti in Italia stride rispetto alla volontà e alla ferma determinazione, più volte dichiarata anche pubblicamente dall'Esecutivo, di contrastare l'evasione e l'elusione fiscale da parte di persone fisiche, professionisti e società attivi sul territorio italiano;
    l'azione di contrasto dell'evasione, che costituisce uno dei principi cardine cui il Governo dichiaratamente si ispira, deve pertanto tradursi in iniziative e interventi concreti ancora più forti e urgenti nei confronti delle società multinazionali, anche per evitare che le società italiane operanti nel settore siano assoggettate a un'imposizione più sfavorevole rispetto alle concorrenti estere e incentivino anche per questa ragione la delocalizzazione delle loro attività, in quanto poste in una condizione di svantaggio competitivo nei confronti di quei soggetti che, invece, grazie a rilevanti e indebiti risparmi di imposta, ottenuti mediante forme di elusione o evasione fiscale, possono porre in essere politiche commerciali molto aggressive;
    la politica fiscale deve occuparsi seriamente e urgentemente delle attività economiche delle multinazionali compiute utilizzando la rete internet, ponendole da subito al centro del confronto politico;
    l'articolo 12 del decreto-legge n. 78 del 2009, convertito, con modificazioni, in legge n. 102 del 2009, recante norme di contrasto ai paradisi fiscali, è insufficiente dinanzi ai metodi e alle pratiche seguite dai soggetti economici menzionati per sottrarsi al pagamento delle imposte in misura adeguata rispetto alla loro effettiva capacità contributiva, sfruttando l'inidoneità delle norme tributarie a sottoporre a giusta tassazione i loro redditi e le opportunità offerte dalla globalizzazione;
    la riduzione degli oneri fiscali nel nostro Paese e la migrazione dei capitali fuori dall'Italia è consentita alle multinazionali che operano in Italia nel settore della grande distribuzione, dall'articolo 1, comma 429, della legge n. 311 del 2004, anche se le stesse non sono esonerate dalla trasmissione telematica degli incassi giornalieri, formalità che sostituisce di fatto l'obbligo dello scontrino fiscale, dichiaratamente non fiscale, e dagli adempimenti previsti dal titolo II del decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972;
    l'azione del Governo, ai fini della configurazione e della valutazione di stabili organizzazioni in Italia dei soggetti residenti all'estero, deve interessare anche la materia del gioco a distanza, nel quale l'introduzione di quote più favorevoli al giocatore è data dalla natura stessa di imposta indiretta, dell'imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse, disciplinata dal decreto legislativo n. 504 del 1998 e dall'articolo 1, comma 66, della legge n. 220 del 2010, come dimostri circostanza che il tributo colpisce una manifestazione mediata di ricchezza, nel caso di specie la scommessa, e il relativo onere può, e di fatto è, trasferito sul consumatore-giocatore. La norma stessa inoltre non è armonizzata a livello europeo e la disciplina, in ordine alla base imponibile, ai soggetti passivi, alle aliquote, è posta dalla sola legislazione nazionale, a prescindere dal trattamento fiscale che gli altri Paesi riservano in materia;
    è necessario e urgente che il Governo promuova un adeguamento della normativa italiana, introducendo le nozioni di simulazione e di elusione fraudolenta;
    è evidente e altrettanto necessario, ma sinora difficile da applicare in un'economia globalizzata, che se si produce valore in un Paese è giusto che le tasse si paghino in misura adeguata alle proprie attività e ai propri profitti nel territorio dove si opera, contrastando le strategie fiscali messe in atto in maniera ingegnosa e raffinata per pagare meno tasse. L'apporto economico delle multinazionali considerate, in termini di sviluppo e crescita del sistema produttivo, è fuori discussione. Tuttavia, consentire, o riuscire ad avere, dei privilegi sul fronte del pagamento delle tasse a danno dell'erario e della leale concorrenza con altre aziende che non hanno altra scelta che pagare le tasse, è ad oggi imbarazzante, inaccettabile e da risolvere al più presto,

impegna il Governo:

   a proporre, nelle sedi internazionali coinvolte l'introduzione di standard internazionali di rendicontazione finanziaria, sulla base dei quali ricredere alle società di depositare i bilanci delle loro controllate;
   a promuovere in sede europea, l'introduzione di un sistema di tassazione per le multinazionali, basato sulla considerazione di taluni fattori chiave per la produzione del reddito in ciascuno Stato in cui ha sede la multinazionale e che ripartisca i contributi fiscali a seconda dei Paesi dove si produce più ricchezza;
   ad assumere iniziative, in sede europea, per la previsione di una definizione comune di paradiso fiscale e per la revisione degli accordi sulla doppia imposizione con i Paesi coinvolti, impedendo alle aziende di utilizzarli per evitare il pagamento delle tasse;
   ad assumere iniziative, in sede europea, per una riduzione dei margini di scelta e di discrezionalità di cui godono le multinazionali nello scegliere i sistemi fiscali più vantaggiosi, prevedendo l'esenzione dal pagamento delle tasse sugli utili solo se tale reddito è tassato in un altro Stato contraente;
   a promuovere una revisione della normativa nazionale, che preveda la presentazione da parte delle multinazionali che hanno sede in Italia di rapporti finanziari dettagliati;
   a promuovere una revisione della normativa nazionale al fine di prevedere le nozioni di simulazione e di elusione fraudolenta.
(7-01072) «Graziano, Fluvi, Vico».


   La VII Commissione,
   premesso che:
    similmente ad altri idiomi, la lingua italiana costituisce elemento di identità e di aggregazione nazionale. Essa è frutto di secoli di trasformazioni ed interazioni con le lingue dei gruppi umani che nel corso della storia hanno dimorato nella nostra penisola. In particolare, nel gergo in uso presso gli esperti di linguistica, la lingua italiana è definita con gli aggettivi «romanza» o «neolatina», a dimostrazione del fatto che nella sua caratterizzazione attuale essa discende direttamente dal latino volgare, parlato dal popolo;
    per quanto nell'opinione generale predomini la convinzione che il latino sia una «lingua morta», è di tutta evidenza quanto la lingua italiana sia permeata dalla tradizione latina che la sorregge. Le terminologie medico-scientifica e giuridica, le dotte citazioni del nostro patrimonio letterario, talune espressioni che costantemente vengono veicolate dai moderni mezzi di comunicazione e persino il linguaggio quotidiano, attingono ad essa;
    partendo da queste considerazioni e osservando l'organizzazione del sistema scolastico italiano, si arriva tuttavia alla conclusione che il tempo riservato allo studio della lingua latina nelle nostre scuole sia esiguo: attualmente, infatti, essa è prevista come disciplina curriculare solamente negli indirizzi classico-umanistici delle scuole secondarie di secondo grado. Nelle scuole secondarie di primo grado, invece, accade che solo alcuni istituti scolastici riservino al latino qualche frammento dell'orario settimanale e comunque solo allo scopo di preparare quegli studenti che intendono proseguire il loro percorso formativo optando per gli indirizzi superiori umanistici;
    uno studio limitato e poco organico del latino rischia di generare conseguenze rovinose per il patrimonio culturale del nostro Paese e per la formazione dei nostri giovani;
    considerate le premesse sul rapporto di discendenza dell'italiano dal latino, appare di tutta evidenza che per apprendere le logiche e le regole della grammatica italiana non si può prescindere dalla conoscenza di quelle della grammatica latina. Applicando lo stesso criterio, lo studente iniziato al latino è inevitabilmente portato ad avere un bagaglio lessicale più ampio e ad esprimersi meglio;
    l'importanza dello studio della lingua latina è riscontrabile anche sotto il profilo sociale. Infatti in un momento di grave disarticolazione culturale e linguistica come quello attuale, caratterizzato dall'uso diffuso di slang e da preoccupanti lacune lessicali riscontrabili anche a livello universitario, la riscoperta e la valorizzazione dell'impostazione della «lingua dei padri», che è basata su un'organizzazione logica dell'uso dei tempi e dei modi verbali favorirebbe certamente la maturazione nei giovani di quelle precondizioni necessarie per poter organizzare la loro struttura mentale e quindi anche il loro futuro;
    sempre sotto il profilo sociale a ciò si aggiunga che un latino riservato solo a pochi studenti potrebbe produrre un pericoloso effetto di discriminazione sociale, dando l'idea della separazione degli studenti tra comunità elitaria e grande massa;
    è pacifico il fatto che il compito precipuo delle istituzioni scolastiche sia quello di formare la società,

impegna il Governo

a porre in essere le iniziative di propria competenza perché lo studio della lingua latina torni a far parte del curriculum delle scuole secondarie di primo grado almeno nella misura di un'ora settimanale.
(7-01068) «Centemero, Pagano».


   La VIII Commissione,
   premesso che:
    nel mese di novembre 2012 piogge di entità eccezionale hanno provocato alluvioni ed esondazioni di corsi fluviali in numerose regioni d'Italia: in particolare Veneto, Liguria, Toscana, Umbria, Lazio e Marche;
    le alluvioni hanno causato vittime tra la popolazione civile, l'evacuazione di migliaia di persone dalle proprie case, danni ingenti a numerosi centri abitati, aree artigianali e commerciali e produzioni agricole, ed al patrimonio storico artistico e culturale territoriale. Per quanto riguarda la viabilità sono ancora inagibili strade, a causa di frane e crolli a ponti ed infrastrutture; rallentamenti e criticità hanno interessato collegamenti ferroviari e marittimi, anche a lunga percorrenza. Una stima completa dei danni non è stata ancora quantificata. Si parla comunque di centinaia di milioni di euro;
    gli enti territoriali interessati da tali eventi hanno chiesto al Governo lo Stato di calamità naturale;
    si è trattato di un evento di portata, eccezionale: la quantità di pioggia che solitamente cade in una stagione si è infatti riversata in un solo giorno, causando l'inondazione di fiumi, torrenti e corsi d'acqua. Va comunque rimarcato che eventi atmosferici di eccezionale gravità (fra cui alluvioni, esondazioni, siccità, nevicate) stanno colpendo sempre con maggiore frequenza il nostro Paese;
    nel disegno di legge in esame (all'articolo 3, comma 40) è stato introdotto, nel corso della discussione in Commissione Bilancio, un finanziamento aggiuntivo di 250 milioni di euro per l'anno 2013 al fondo di protezione civile, istituito con la legge n. 225 del 1992, «da destinare a interventi in conto capitale nelle regioni e nei comuni interessati dagli eventi alluvionali che hanno colpito il territorio nazionale nel mese di novembre 2012»;
    la legge finanziaria per il 2010 ha previsto che le risorse, assegnate per risanamento ambientale con delibera Cipe del 6 novembre 2009, siano destinate a piani straordinari per la sicurezza del territorio del Paese, per gli interventi aventi priorità assoluta, atti a rimuovere le situazioni a più elevato rischio idrogeologico;
    tale risorse sono state assegnate attraverso accordi di programma, stipulati tra il 2010 ed il 2011, tra Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e le regioni che contemplassero il cofinanziamento regionale e definisse la scala di priorità degli interventi, individuata anche sentite la protezione civile e le autorità di bacino;
    nello specifico tali accordi di programma sono stati stipulati dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: con la regione Piemonte in data 17 novembre 2010; con la regione Lombardia in data 4 novembre 2010; con la regione Veneto in data 23 dicembre 2010; con la regione Friuli-Venezia Giulia in data 31 gennaio; con la regione Liguria in data 16 settembre 2010; con la regione Emilia-Romagna in data 3 novembre 2010; con la regione Toscana in data 3 novembre 2010; con la regione Umbria in data 3 novembre 2010; con la regione Marche in data 25 novembre 2010; con la regione Lazio in data 15 luglio 2010; con la regione Abruzzo in data 16 settembre 2010; con la regione Campania in data 12 novembre 2010; con la regione Puglia in data 25 novembre 2010; con regione Basilicata in data 14 dicembre; con la regione Calabria in data 25 novembre 2010; con la regione Sicilia in data 30 marzo 2010; con la regione Sardegna in data 23 dicembre 2010;
    in data giovedì 22 novembre 2012, il Governo ha accolto un ordine del giorno all'AC n. 5534-bis (ordine del giorno n. 9/05534-bis-A/090 a prima firma del deputato Carlo Emanuele Trappolino) che lo impegna a «valutare la possibilità di emanare un provvedimento urgente che permetta alle regioni colpite dalle calamità, individuate dall'articolo 3, comma 40 del disegno di legge in esame, di rimodulare le risorse previste dagli accordi di programma con il Ministero dell'Ambiente», citati precedentemente «al fine di fronteggiare le emergenze e le criticità in atto di dissesto idrogeologico provocate dalle alluvioni del mese di novembre 2012»;
    esponenti del Governo hanno espresso, in numerose occasioni, la necessità di stanziare risorse adeguate contro il dissesto idrogeologico. Lo stesso Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare Corrado Clini ha dichiarato che la stima «per gli interventi necessari alla messa in sicurezza è di circa 40 miliardi di euro in un tempo di 15 anni. Serve un finanziamento annuale stabile pubblico di almeno 1,5-2 miliardi di euro per i prossimi 15 anni per affrontare i nodi critici della messa in sicurezza del territorio»;
    secondo il primo rapporto dello stato del paesaggio alimentare italiano del Corpo forestale dello Stato e dell'Eurispes presentato nei giorni scorsi oltre 27 milioni di italiani vivono in zone a rischio sismico ed idrogeologico;
    secondo il Consiglio nazionale dei geologi sono 6 i milioni di italiani che vivono in zone ad alto rischio idrogeologico,

impegna il Governo

ad assumere iniziative normative urgenti che assegnino alle regioni, i cui territori sono stati colpiti dalle calamità naturali del mese di novembre 2012, la facoltà di rimodulare le risorse previste dagli accordi di programma con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, citati in premessa, al fine di fronteggiare le emergenze e le criticità in atto di dissesto idrogeologico.
(7-01070) «Mariani, Trappolino, Sani».


   La XII Commissione,
   premesso che:
    il decreto del Presidente della Repubblica 8 febbraio 1954, n. 320 «Regolamento di polizia veterinaria»; la O.M. 21 aprile 1983 «Norme per la profilassi della varroasi»; la O.M. del 17 febbraio 1995, recante «Norme per la profilassi della varroasi»; la Risoluzione del Parlamento europeo del 9 ottobre 2003 sulle difficoltà incontrate dall'apicoltura europea; l'Ordinanza del Ministero della salute del 24 aprile 2004 «Norme per la profilassi di Aethina tumida e Tropilaelaps sp.; la Risoluzione del Parlamento europeo del 22 aprile 2004 sulla proposta di regolamento del Consiglio relativo alle azioni nel settore dell'apicoltura; il decreto legislativo 6 aprile 2006, n. 193 «Attuazione della direttiva 2004/28/CE recante codice comunitario dei medicinali veterinari»; il Regolamento (CE) N. 1234/2007 del Consiglio del 22 ottobre 2007 «recante organizzazione comune dei mercati agricoli e disposizioni specifiche per taluni prodotti agricoli»; la Risoluzione del Parlamento europeo del 20 novembre 2008 «sulla situazione nel settore dell'apicoltura»; la Relazione scientifica dell'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA), dell'11 agosto 2008; e la Relazione scientifica commissionata e adottata dall'EFSA il 3 dicembre 2009, ambedue sulla «mortalità e sorveglianza delle api in Europa»; il decreto del 4 dicembre 2009 del Ministero della salute, recante «Disposizioni per l'Anagrafe Apistica Nazionale», istituita di concerto con il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali; la Risoluzione del Parlamento europeo del 25 novembre 2010 «sulla situazione nel settore dell'apicoltura»; la Direttiva 2010/21/UE della Commissione, del 12 marzo 2010, «che modifica l'allegato I della direttiva 91/414/CEE del Consiglio per quanto riguarda le disposizioni specifiche relative a clothianidin, tiametoxam, fipronil e imidacloprid»; la Comunicazione della Commissione del 6 dicembre 2010 «sulla salute delle api» (COM(2010)0714); il Regolamento (UE) N. 37/2010 della Commissione del 22 dicembre 2009 «concernente le sostanze farmacologicamente attive e la loro classificazione per quanto riguarda i limiti massimi di residui negli alimenti di origine animale»; le Conclusioni del Consiglio europeo del 17 maggio 2011 «sulla salute delle api»; la Risoluzione del Parlamento Europeo del 15 novembre 2011 «sulla sanità delle api e le sfide per il settore apistico»; la Comunicazione della Commissione del 3 maggio 2011 intitolata «La nostra assicurazione sulla vita, il nostro capitale naturale: strategia dell'UE sulla biodiversità fino al 2020» (COM(2011)0244) hanno come obiettivo generale di tali normative è da un lato quello di garantire la sanità ed il benessere degli animali e dall'altro quello di garantire la salubrità degli alimenti nonché di tutelare la salute dei consumatori dal rischio di assumere con gli alimenti di origine animale residui di sostanze ad attività farmacologica;
    a livello europeo l'Italia rappresenta uno dei principali Paesi produttori di miele. Ad oggi l'apicoltura ha raggiunto sul territorio nazionale la ragguardevole cifra di circa 1.175.000 alveari, con una produzione di miele pari a 23.000 tonnellate/annue. Di queste, 3.000 tonnellate sono destinate all'esportazione, la restante quota è destinata al mercato interno che comunque non è soddisfatto e importa ogni anno altri 15.000 tonnellate dall'estero. In definitiva ogni anno circa il 43 per cento del miele consumato in Italia è importato. Questo dimostra il fatto di come il settore possiede ancora ulteriori interessanti prospettive per un suo ulteriore sviluppo;
    negli ultimi decenni il settore dell'apicoltura è stato gravemente minacciato a livello globale da fenomeni di spopolamento e morte delle api a causa di una combinazione di fattori relazionati sia all'introduzione di patogeni esotici (es. Varroa destructor, Nosema ceranae, virosi quali IAPV, KBV e altro) che all'aumentata virulenza di determinati agenti eziologici, in primis di Varroa destructor e le virosi associate. A questi si sono aggiunti poi altri fattori quali: le modificazioni climatiche, l'impiego e lo sviluppo di prodotti fitosanitari particolarmente tossici per le api, associati a tecniche agricole non sostenibili;
    nel 2010, anno europeo della biodiversità, è stato dichiarato su scala mondiale che si osservano perdite per quanto concerne gli apoidei tra cento e mille volte più rapide del normale. Un simile allarme è stato dato anche dalla FAO che ha avvertito la comunità internazionale dell'allarmante riduzione di insetti impollinatori, tra cui le api mellifere;
    il settore dell'apicoltura, produzione sostenibile nell'ambito del mondo rurale, svolge una funzione strategica per il miglioramento ed il mantenimento della biodiversità, ed una sorta di «pre-requisito» a garanzia delle produzioni agrozootecniche e della sopravvivenza dell'uomo stesso. Va infatti considerato che l'84 per cento delle specie di piante ed il 76 per cento della produzione alimentare in Europa dipendono in larghissima misura dall'impollinazione ad opera delle api. Per tale motivo il valore economico dell'impollinazione risulta essere tra sette e dieci volte maggiore del valore del miele prodotto;
    a fronte dell'emergenza sanitaria che si è presentata, l'apicoltura moderna deve rapportarsi con una normativa veterinaria antiquata e con una inadeguata disponibilità di presidi terapeutici registrati per le api,

impegna il Governo:

   tenendo conto che l'utilizzo dei farmaci finalizzati alla cura di una patologia di animali produttori di alimenti, destinati alla alimentazione umana ed animale, non può scostarsi dalle norme che ne sanciscono la correttezza e la salvaguardia della salute umana, a prevedere, iter semplificati di autorizzazione all'immissione in commercio (AIC) di farmaci veterinari destinati alle api:
    a) riducendo i tempi previsti per la AIC;
    b) prevedendo tariffe agevolate per la AIC;
    c) semplificando le procedure autorizzative e ammettendo alcune deroghe semplificative a quanto richiesto dagli articoli 6, 7 e 8 del decreto legislativo 193/2006;
    d) prolungando il «periodo di protezione» per le nuove AIC di farmaci veterinari registrati per le api (comma 5, articolo 13 decreto legislativo 193/2006);
    c) prevedendo una tariffazione ridotta per la realizzazione delle prove cliniche da realizzare sulle api per la sperimentazione clinica di nuovi principi attivi da poter impiegare per la lotta alle malattie delle api;

   a richiedere all'Agenzia europea dei medicinali (European Medicines Agency – EMeA) la realizzazione di una fase di ricerca avanzata che studi anche eventuali nuovi principi attivi e conseguenti (LMR) limiti massimi residuali di farmaci potenzialmente impiegabili per l'immediato futuro in apicoltura;
   definire interventi di cura attraverso una procedura semplificata di autorizzazione per l'importazione ed introduzione degli antagonisti biologici e l'uso di acaricidi utili per combattere parassiti vegetali ed animali che provocano gravi danni alla produzione agricola;
   ad assicurare, nell'ambito dei finanziamenti destinati alla sanità ed ai diversi settori zootecnici, sufficienti risorse da dedicare all'apicoltura per la messa a punto di nuove metodiche per la diagnosi, nuovi strumenti terapeutici e nuovi protocolli di intervento da applicare per le più gravi malattie delle api;
   promuovere per quanto di competenza l'insegnamento della patologia apistica;
   a modificare e, se necessario a sostituire con un nuovo decreto, data la mutata situazione epidemiologica delle diverse patologie riguardanti le api, il Regolamento di Polizia Veterinaria (decreto del Presidente della Repubblica n. 320 del 1954), in quanto gli articoli n. 154, 155, 156, 157 e 158 del suddetto Regolamento, prevedono misure troppo restrittive e non risolutive per il settore apistico.
(7-01069) «Miotto, Schirru, Servodio, Sposetti, Viola, Marrocu, Zucchi, Bellanova, Oliverio, Rampi».

ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interrogazione a risposta in Commissione:


   TRAPPOLINO e LULLI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, al Ministro per gli affari europei. — Per sapere – premesso che:
   l'assetto proprietario di Poste italiane vede la partecipazione totalitaria del Ministero dell'economia e delle finanze;
   il servizio postale assume, soprattutto nei piccoli e marginali centri urbani, una fondamentale funzione che non si limita all'offerta dei differenti servizi postali, ma si estende sempre più a servizi bancari: conti correnti, libretti di risparmio, carte di credito, carte prepagate, investimenti obbligazionari, oltre ai pagamenti delle pensioni;
   il completamento del mercato interno dei servizi postali è stato raggiunto in termini legislativi nel 2008, con l'adozione della direttiva 2008/6/CE. L'apertura graduale del mercato e la liberalizzazione dei servizi postali comunitari sono entrati in una fase decisiva. Gli Stati membri sono tenuti a garantire la fornitura di servizi postali universali di elevata qualità e accessibili su tutto il territorio comunitario. La creazione di autorità nazionali di regolamentazione indipendenti è il pilastro principale della riforma postale comunitaria. La direttiva delinea inoltre il quadro normativo per la definizione, tra le altre cose, degli obblighi di servizio universale e dei principi tariffari, fissando regole comuni di trasparenza contabile per i fornitori di servizi universali, stabilendo e garantendo anche il rispetto delle norme di questo servizio;
   la normativa comunitaria dispone inoltre che gli Stati membri debbano mettere in vigore le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla Direttiva in oggetto entro il 31 dicembre 2010;
   con il decreto 1o ottobre 2008 del Ministero dello sviluppo economico sono state definite le «condizioni generali per l'espletamento del servizio postale universale». Tale contratto di programma per l'espletamento del servizio postale universale prevede, quale dovere di Poste italiane, quello di conseguire determinati obiettivi di qualità, tra cui quelli concernenti l'adeguatezza degli orari di apertura degli sportelli rispetto alle prestazioni richieste. Lo Stato quindi, al fine di assicurare la fornitura su tutto il territorio nazionale delle prestazioni comprese nel servizio universale, versa ingenti contributi a Poste italiane spa;
   il piano di ristrutturazione organizzativa del servizio postale, presentato da Poste italiane spa, prevede una diversa distribuzione sul territorio dei portalettere con rilevanti effetti negativi sull'occupazione e sulla regolarità del servizio, compromettendo una delle funzioni proprie della società poste e il concetto stesso del servizio universale per il quale lo Stato riconosce i relativi contributi proprio per assicurare la capillarità e la qualità del recapito postale;
   il piano di riorganizzazione di poste italiane all'autorità prevede inoltre la chiusura di oltre 1.000 uffici postali sul territorio nazionale e l'annuncio di tale piano ha comprensibilmente sollevato diffuse proteste nel paese: L'ufficio postale è infatti ormai l'unico servizio pubblico rimasto nei luoghi più marginali, interni e disagiati, particolarmente necessario alle fasce più deboli e anziane della popolazione, oltre ad essere per antonomasia la struttura che soccorre all'esigenza di soddisfare talune necessità primarie là dove meno sono presenti altri servizi di comunità;
   secondo le informazioni rese note dalle associazioni sindacali il piano determinerà il licenziamento di 1.765 lavoratori nel 2012 nelle sole regioni del Piemonte, dell'Emilia Romagna, delle Marche, della Toscana e della Basilicata, mentre con l'estensione del provvedimento a tutto il territorio nazionale nel 2013 la perdita di posti di lavoro sarà dell'ordine di 10-12.000 unità con la chiusura di circa 2.000 uffici postali e una riduzione del 50 per cento degli appalti;
   la prevista riorganizzazione è stata annunciata nonostante i risultati di bilancio di Poste italiane spa nel 2011 siano positivi, con 846 milioni di utili e un risultato operativo pari a 1 miliardo a 641 milioni;
   gli effetti negativi del processo di razionalizzazione del servizio, da parte della società Poste italiane spa sono ormai infatti evidenti in interi territori della nazione dove la società ha provveduto, nel tempo, a chiudere gli uffici postali e a ridurre gli orari di apertura degli sportelli, e non solamente nelle aree geograficamente più svantaggiate e marginali;
   le segnalazioni dei disservizi postali sono ormai diffuse e non provengono più esclusivamente dai comuni più piccoli, ovvero quelli che storicamente sono i più difficili da servire, ma seri disagi sono segnalati sempre più spesso anche in aree più vaste e in città capoluogo;
   per contrastare tale situazione di disagio, si sono moltiplicati gli interventi degli enti territoriali, di concerto con il tessuto associazionistico e produttivo locale, volti a scongiurare le numerose chiusure degli uffici e limitare il disimpegno del gruppo, i cui negoziati non stanno dando però una significativa inversione di tendenza;
   appare evidente che il piano di ristrutturazione di Poste italiane spa non potrà così garantire, alla luce di quanto sopra esposto, i principi fondamentali previsti dal «servizio universale»;
   al tempo stesso Poste italiane spa, nonostante gli attuali vantaggi dovuti alla logistica ed alla presenza sul territorio nazionale, non potrà conseguentemente essere in grado di cogliere tutte le occasioni per il rilancio di una funzione moderna di «recapito postale»: un settore che rivestirà, soprattutto in relazione all'integrazione con l’e-commerce e le nuove tecnologie, un ruolo strategico nei mercati interni ed internazionali;
   appare quindi necessario un ripensamento complessivo del servizio postale nazionale dal momento che l'attuale monopolio sembra non corrispondere in maniera efficiente ed adeguata alle attuali necessità dei cittadini, ed anche in relazione ai processi di liberalizzazione inaugurati di principi della già citata direttiva 2008/6/CE;
   sussistono comunque alcune norme, a livello nazionale, che incidono sulle possibilità di concorrenza nel comparto. In particolare il perimetro del servizio universale e la riserva in capo al fornitore del servizio universale per gli atti giudiziari, e le procedure relative alla cosiddetta «posta massiva»;
   sarebbe opportuno perseguire, anche in Italia, nel rispetto dei principi di universalità, un modello di servizio postale capace di assicurare maggiore concorrenza ed efficienza, maggiore libertà di scelta per i consumatori e maggiori risparmi per lo Stato –:
   se il Governo, alla luce di quanto esposto in premessa, non ritenga opportuno valutare la necessità di inaugurare un percorso efficace di liberalizzazione del settore postale, concertato con le associazioni sindacali, gli attori istituzionali, sociali, economici e produttivi di riferimento, capace di coniugare i principi di universalità, la concorrenza virtuosa, una maggiore qualità dei servizi, risparmi per la finanza pubblica nel rispetto delle direttive comunitarie del settore e assumendo l'iniziativa per rivedere ed adeguare, conseguentemente, le normative nazionali che possano impedirne la piena realizzazione. (5-08661)

Interrogazioni a risposta scritta:


   MINASSO e SCANDROGLIO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   nel corso della riunione del Coordinamento regionale del PDL svoltasi a Genova in data 3 dicembre 2012, l'onorevole Claudio Scajola, rivolgendosi, tra gli altri intervenuti anche ai parlamentari presenti, ha affermato pubblicamente che in ragione dei propri incarichi istituzionali ricoperti in passato – quale presidente del COPACO e di importanti incarichi ministeriali – era stato messo in grado di conoscere «tutto» di costoro e dei «loro nei» pur non avendoci «mai giocato»;
   dette affermazioni risultano riportate sul quotidiano Il Corriere della Sera, Il secolo XIX e La Stampa del 3 dicembre 2012;
   detti parlamentari, definiti dall'onorevole Scajola, «dissidenti», sono il Sen. Luigi Grillo e gli On. Eugenio Minasso e Michele Scandroglio;
   le affermazioni dell'onorevole Scajola, secondo gli interroganti, sono suscettibili di ledere la loro immagine anche lasciando credere che esistano dei fatti negativi, non a caso definiti «nei», idonei a comprometterne l'onorabilità. Tali fatti negativi, per quanto risulta agli interroganti, sono del tutto inesistenti e destituiti di fondamento. Ad ogni buon conto sarebbe estremamente grave che amministrazioni dello Stato detenessero fascicoli o dossier relativi a parlamentari ed è comunque interesse dell'intera collettività, oltre che degli interessati, ottenere rassicurazioni sul punto, ai fini della garanzia della correttezza della vita democratica del Paese –:
   se amministrazioni dello Stato, ivi compresi i servizi di informazione, detengano fascicoli o dossier contenenti notizie sugli interroganti o su altri parlamentari o ancora su semplici esponenti politici;
   in caso affermativo, di quale contenuto, da chi acquisite e a che titolo;
   quali informazioni esistano o siano rese disponibili con riferimento agli interroganti e ove risultino custodite;
   quali iniziative intenda adottare al riguardo per regolarne la possibilità di accesso anche diretti interessati. (4-19046)


   BARBATO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   presso la scuola statale M. L.King, che fa parte del II circolo didattico di via Bologna a Ciampino (Roma) in data 5 dicembre 2012 pezzi di intonaco di solaio sono caduti fortunatamente in modo non grave sul capo di una bimba di soli 5 anni;
   la bimba è stata trasportata dal 118 in codice giallo all'ospedale di Albano ed è rimasta leggermente ferita alla testa;
   le loro condizioni non destano preoccupazioni;
   le sono state diagnosticate alcune escoriazioni alla testa e due giorni di osservazione;
   nell'occasione una maestra è stata colta da malore quando ha visto la bimba ferita;
   si è sfiorata insomma la tragedia;
   l'agenzia Ansa ha tra l'altro documentato l'episodio con foto scattate sul posto;
   sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco che hanno fatto uscire tutti i bambini e le maestre chiudendo la scuola;
   sono in corso i rilievi;
   al momento gli uffici tecnici del comune stanno predisponendo un'ordinanza di chiusura della scuola dell'infanzia di via Bologna fino a venerdì 14 dicembre 2012;
   il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, – si apprende dal corriere.it edizione Roma – ha telefonato al preside della scuola materna per informarsi sulle condizioni di salute della piccola e dell'insegnante –:
   quali misure si intendano assumere in considerazione dei fatti esposti, in particolare, con riferimento alla scuola dell'infanzia che dovrebbe essere il posto più sicuro dove un genitore consegna il proprio piccolo al mattino e se non si intenda promuovere mediante i provveditorati regionali un monitoraggio sulla sicurezza degli edifici scolastici. (4-19048)


   PICCHI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro degli affari esteri, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   Inca è il Patronato della CGIL presente in Italia ma anche in quei Paesi dove, per effetto dei flussi migratori, si sono formate importanti comunità di italiani residenti all'estero;
   lo scorso 18 settembre, 10 pensionati che avevano affidato l'intero ammontare dello loro cassa pensione al responsabile dell'Inca-Cgil di Zurigo, rimasti dal 2009 senza un franco, avevano avviato azioni giudiziarie nei confronti il citato Inca-Cgil;
   il numero totale dei pensionati che avevano affidato la loro liquidazione al citato patronato è di 70 unità;
   con sentenza del tribunale di Zurigo è stato stabilito che i ricorrenti avevano ragione e che Inca doveva procedere al rimborso per un totale di circa 10 milioni di franchi;
   Inca-Cgil ha proposto ricorso alla corte di appello che ha condannato il patronato Inca-Cgil a pagare la somma dei capitali pensionistici sottratti con gli interessi;
   i pensionati in oggetto sono stati assistiti dal comitato difesa delle famiglie (CDF);
   la legge 30 marzo 2001, n. 152, all'articolo 13 prevede che i patronati che operano all'estero siano finanziati mediante il prelevamento di un'aliquota pari allo 0,226 a decorrere dal 2001 sul gettito dei contributi previdenziali obbligatori incassati da tutte le gestioni amministrative dell'Inps, dall'Inpdap, dall'Inail e dall'Ipsema;
   il risarcimento dovuto ai pensionati da Inca-Cgil di Zurigo è, a giudizio dell'interrogante, assai oneroso per le casse del patronato –:
   se siano a conoscenza di quanto esposto in premessa e, in caso affermativo, se conoscano le modalità in base alle quali Inca-Cgil provvederà al risarcimento dei pensionati come stabilito nella sentenza dei tribunali di Zurigo e se, per detto risarcimento, sia possibile escludere che il citato patronato attinga le somme necessarie dai fondi previsti dalla legge n. 152 del 2001. (4-19056)


   BARBATO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   secondo un articolo pubblicato da repubblica.it in data 11 dicembre 2012 al sud Italia è emergenza infanzia con 417.000 minori in povertà assoluta, spesa sociale e asili nido ai minimi nazionali, dispersione scolastica oltre il 20 per cento;
   sono i dati del nuovo rapporto «fare comunità educante: la sfida da vincere» di «crescere al sud», la rete di associazioni e organizzazioni attive nel mezzogiorno promossa da «Save the Children» e Fondazione con il Sud. Lo comunica, in una nota, Save the Children Italia;
   più della metà degli under 18 in povertà assoluta del Paese sono nel Mezzogiorno, informa la nota, 417.000 Su 720.000, Dove in un solo anno, tra 2010 e 2011, le famiglie con minori povere sono aumentate del 2 per cento. Per famiglie e minori far quadrare i conti diventa impossibile se anche la spesa sociale comunale che li dovrebbe sostenere è la più bassa d'Italia, 61 euro in media nelle principali regioni meridionali che scendono a 25 in Calabria, contro i 282 dell'Emilia Romagna o i 262 del veneto. Povertà e disagio colpiscono in particolare chi è più vulnerabile, come le mamme con meno di 20 anni, le «madri bambine», che sono soprattutto al sud (3,38 per cento a Napoli contro lo 0,97 per cento di Milano);
   difficile anche la situazione riguardante gli asili nido. In regioni come Sicilia, Calabria, Campania e Puglia sono in media solo 5 su 100 i bambini presi in carico nei nido pubblici o nei servizi integrati, contro i 27 di Valle d'Aosta e Umbria o i 29 dell'Emilia Romagna. Il tempo pieno in alcune regioni del mezzogiorno è una chimera, supera di poco il 7 per cento in Sicilia e Campania contro la media nazionale del 29 per cento;
   «Di fronte al fatto che bambini e le bambine che nascono e crescono al sud sono sempre più ai margini, quasi invisibili ed esposti da subito al disagio è indispensabile una inversione di rotta. Per questo abbiamo unito le nostre forze dando vita a “Crescere al Sud”, per puntare ad un ribaltamento dell'approccio in materia di welfare», ha dichiarato Claudio Tesauro, presidente di Save the Children Italia –:
   di quali notizie dispongano i Ministri interrogati e se intendano assumere iniziative a tutela del diritto all'istruzione per questa fascia di bambini particolarmente a rischio, nonché promuovere maggiori politiche di aiuto alle famiglie della Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. (4-19061)


   BARBATO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia, al Ministro dell'interno, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   auto nuove venivano acquistate a rate in provincia di Oristano presentando falsi documenti di identità, poi venivano rivendute a prezzo stracciato a concessionarie della Campania;
   la truffa è stata scoperta dai carabinieri del comando provinciale di Oristano e i presunti responsabili sono finiti agli arresti domiciliari con l'accusa di truffa, ricettazione, falsità in atto pubblico, falsità in documenti di identificazione e contraffazione. Si tratta di tre uomini e una donna residenti a Napoli Ponticelli e Mugnano di Napoli, ora agli arresti domiciliari nelle loro abitazioni, mentre per uno è scattato l'obbligo di dimora;
   a darne notizia la testata metropolisweb in data 12 dicembre 2012 –:
   quali iniziative si intendono assumere in merito ai fatti esposti per prevenire le truffe in crescita in questo settore già devastato dai continui aumenti specie al Sud dell'Rc Auto. (4-19067)


   LARATTA, GARAVINI e ANGELA NAPOLI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della salute, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il presidente della regione Giuseppe Scopelliti è stato nominato commissario ad acta, ai sensi dell'articolo 4, comma 2, del decreto-legge n. 159 del 2007 (convertito con modificazioni dalla legge n. 222 del 2007 e s.i.m.) con obiettivo tecnico dell'abbattimento del disavanzo e rientro dal debito sanitario della regione Calabria. È quindi organo straordinario ed eccezionale dello Stato, con funzioni e compiti specificatamente indicati nella deliberazione del Consiglio dei ministri di nomina, per l'esercizio di funzioni amministrative in regime di temporanea deroga organizzativa dell'ente locale;
   in data 20 luglio 2012 il presidente Scopelliti è stato rinviato a giudizio per i reati di falso in atto pubblico e abuso di atti di ufficio, per avere concorso alla falsificazione dei bilanci comunali, con evidente e palese grave danno per l'ente ed i suoi cittadini, e ne sono conferma oggettiva le risultanze delle relazioni tecniche degli ispettori ministeriali e dei periti della procura della Repubblica di Reggio Calabria;
   lo stesso Scopelliti a febbraio 2012 ha ricevuto un avviso di garanzia dalla procura della Repubblica di Catanzaro per la convenzione firmata dalla regione con l'AIOP per l'ospedalità privata (patto di legislatura regione-AIOP);
   successivamente, il presidente Scopelliti è stato indagato per abuso di ufficio nell'ambito della nomina della signora Alessandra Sarlo, alla quale è stato creato un settore della Regione Calabria al fine della nomina apicale e successivamente affidato l'incarico di verifica e certificazione del rispetto degli obiettivi del piano di rientro in sanità ad avviso dell'interrogante, con grave danno alla struttura organizzativa dell'ente ed alle sue finanze;
   è evidente l'incongruenza di un funzionario, delegato a recuperare un disavanzo ed un debito, che invece è imputato per avere prodotto un enorme debito pubblico, con una condotta continuata per diversi anni ed in diverse circostanze;
   si rilevano, peraltro, nella quotidianità dalle aziende e dalla stampa segnali inquietanti circa la mancata contabilizzazione dei debiti in varie aziende e in particolare nell'ASP 5 di Reggio Calabria dove peraltro sono stati pagati soltanto il 15 per cento dei debiti accertati;
   il direttore generale del dipartimento sanità della regione, nominato intuitu personae dal presidente Scopelliti, è indagato dalla procura della Repubblica di Catanzaro e si è avvalso della facoltà di non rispondere;
   i media hanno fatto rilevare come tale decisione della giunta fosse stata presa al solo fine di far pervenire al comune di Reggio preziose risorse per scongiurare la dichiarazione di dissesto, provocato dalla precedente gestione Scopelliti;
   in data 5 ottobre 2012 il sub commissario Pezzi si è dimesso dall'incarico adducendo la «persistente incompatibilità ambientale» e mancanza di «tranquillità» nell'espletare il mandato, il che induce a far ritenere pressioni di carattere non, o non solo, di carattere amministrativo dell'apparato politico e burocratico della Regione Calabria;
   successivamente il generale Pezzi ha ritirato le dimissioni in data 24 ottobre 2012 con una lettera che mette in evidenza la situazione di ostilità in cui vive in Calabria rispetto ai rapporti con la politica regionale;
   proprio di recente, il «tavolo Massicci» ha prorogato per altri tre anni il commissariamento della regione Calabria nel presupposto che non siano stati raggiunti gli obiettivi di piano, rivelando così il fallimento dell'azione del commissario Scopelliti;
   è evidente che gli scarsi risultati dipendono dall'incapacità ed inattendibilità allo scopo del commissario Scopelliti, che sembra essere proprio la persona meno adatta formalmente e sostanzialmente per recuperare il disavanzo in sanità –:
   come sia possibile che il presidente Scopelliti permanga, nonostante tutto, funzionario delegato del Governo, laddove i fatti in se considerati lo pongono in una condizione di assoluta carenza di legittimazione, e probabilmente anche di «titolo» a ricoprire il ruolo di carattere straordinario ed altamente specifico, considerato il serio e reale rischio che una condotta similare a quelle per cui è indagato/imputato, comporterebbe l'impossibilità di ridurre il debito se non anche il suo aggravamento con conseguente rischio di default della regione Calabria, le cui conseguenze sono facilmente immaginabili;
   se il Governo sia a conoscenza di detta situazione e del rischio di vedere prima occultato e poi dilatato il già enorme debito della sanità calabrese, a tutt'oggi ancora non contabilizzato per intero;
   se il Governo non intenda provvedere, senza alcun indugio, alla nomina di nuovo commissario con la immediata revoca di Scopelliti e la sua sostituzione.
(4-19070)


   BARBATO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   pannelli, tettoie, impalcature di una serie di caselli autostradali, tra cui quelli di Capannori sulla Firenze-Mare, Firenze Nord e Valdarno sull'autostrada del Sole e Rosignano sulla Rosignano-Civitavecchia erano stati realizzati in maniera irregolare, con «fraudolente modifiche dei disegni progettuali, soprattutto nella parte relativa alle saldature delle pensiline» per ovviare «alle ripetute contestazioni di non conformità dei lavori da parte delle varie stazioni appaltanti»;
   l'indagine, partita in seguito alle rivelazioni di un dipendente di una delle società coinvolte, ha portato all'effettuazione di una serie di perquisizioni a carico di nove persone: quattro di essi fanno parte della famiglia Vuolo, i reali proprietari delle società coinvolte, altri due sarebbero dei prestanome, mentre gli altri tre sono tecnici e dirigenti delle società Autostrade, Pavimentai e Sat, tutte del gruppo Austostrade;
   la notizia è stata data il 7 dicembre 2012 dalla testata on line Il Tirreno ed. Livorno nell'articolo a firma di Carlo Bartoli;
   nove indagati e un capo d'accusa (attentato alla sicurezza dei trasporti per aver utilizzato manodopera non qualificata, materiale scadente o per non aver rispettato le procedure nella realizzazione delle opere);
   l'inchiesta giudiziaria della procura di Firenze che sembra allargarsi ad altre persone è condotta dal procuratore Quattrocchi, dai pubblici ministeri Giuseppina Mione e Leopoldo De Gregorio con gli uomini della direzione investigativa antimafia, è partita da una serie di anomalie riscontrate in varie zone d'Italia: prima il crollo, sotto il peso della neve, di un casello nel Cuneese, poi i problemi palesati da una pensilina a Cinisello Balsamo, quindi un cartellone finito sulle corsie di transito dell'Autostrada del Sole a Santa Maria Capua Vetere. L'ultimo campanello d'allarme è infine scattato il 19 novembre 2012 alle 6,45 di mattina quando si è verificato il crollo di alcuni pannelli al casello di Rosignano sulla A12. Guai peggiori, invece, sono stati evitati ai caselli di Firenze Nord e Valdarno, grazie a una serie di interventi preventivi  di  manutenzione straordinaria (http://iltirreno.gelocal.it/);
   fra le imprese su cui sono in corso accertamenti ci sono la Carpenfer di Roma, la Patm e la Costruzioni Travi Elettrosaldati Srl, tutte riconducibili alla famiglia Vuolo. Secondo il testimone, un ex carabiniere assunto come responsabile alla sicurezza della Carpenfer, le aziende che vincevano gli appalti per i lavori in autostrada venivano «convinte» a subappaltare una serie di opere ad alcune ditte tra cui Carpenfer, Patm e Cte;
   i tre tecnici, ingegneri alle dipendenze di società del gruppo Autostrade, svolgevano rispettivamente le funzioni di direttore dei lavori, responsabile unico del procedimento e addetto alla redazione dei capitolati. Oltre alle vicende su cui indaga la procura fiorentina, accertamenti sono in corso da parte della magistratura di Monza, Alba e Santa Maria Capua Vetere;
   gli inquirenti hanno raccolto prove della presenza di «ingenti capitali di dubbia provenienza e tentativi sistematici di corrompere i rappresentanti degli enti committenti»;
   nella vicenda pare sia coinvolto anche il clan camorristico D'Alessandro di Castellammare di Stabia;
   le aziende subappaltanti avrebbero infatti utilizzato materiale scadente e manodopera non qualificata, o non avrebbero rispettato le procedure nella realizzazione delle opere;
   secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli imprenditori avrebbero tentato di corrompere alcuni rappresentanti degli enti committenti per ottenere delle modifiche fraudolente dei disegni progettuali, soprattutto nella parte relativa alle saldature delle pensiline;
   un modo, questo per ovviare alle ripetute contestazioni di non conformità dei lavori da parte delle varie stazioni appaltanti, e l'esistenza di diversi procedimenti penali relativi alla cattiva esecuzione delle opere pubbliche realizzate;
   in data 28 dicembre 2011, su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, il dottor Pasquale de Lise è stato nominato direttore generale dell'Agenzia per le infrastrutture stradali e autostradali;
   la nuova agenzia, operativa dal 1o gennaio 2012, ha sostituito l'Anas nelle funzioni di programmazione della costruzione di nuove strade statali e di controllo sui concessionari autostradali –:
   di quali notizie si disponga in merito all'operato di De Lise in seno all'Agenzia e quali risultati abbia conseguito e se non si intenda rimuoverlo immediatamente alla luce delle indagini esposte in premessa condotte da varie procure d'Italia;
   quali iniziative si intendano assumere a tutela dei fondi degli italiani versati mediante tasse e balzelli ed impiegati nelle suddette opere che mettano a repentaglio la vita di operai e automobilisti. (4-19073)


   BARBATO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro per i beni e le attività culturali, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   nell'ottobre del 2007 il CFLR, centro di fotoriproduzione legatoria e restauro del Ministero per i beni e le attività culturali, propone contratti di collaborazione a progetto a Franco Liberati, Matteo Placido e Marta Nori con i seguenti incarichi: ampliamento digital repository (laboratorio digitale) – Liberati, comunicazione e promozione (Laboratorio di restauro) – Nori, indagini diagnostiche finalizzate all'identificazione dei materiali costituenti manoscritti, disegni e fotografie (laboratorio chimica) – Placido, andando così a ricoprire figure professionali non del tutto presenti tra i profili ministeriali;
   la scelta dei candidati avviene dopo valutazione delle competenze lavorative, dell'esperienza maturata, in maniera volontaria, e non, presso l'Istituto, nonché del loro apporto in tutte le attività dei vari laboratori nel corso degli anni, della capacità nella organizzazione e nella promozione di eventi ed infine della capacità di attivare, in maniera assidua e continuativa, collaborazioni con istituti nazionali ed internazionali, sin dal 2005;
   i tre contrattisti ricoprono i compiti di: attività di ricerca, interessamento a progetti di restauro, partecipazione da relatori a convegni, tavoli tecnici e lavori interministeriali, sopralluoghi e pareri tecnici, contributi nella stesura e promozione di gare di appalto del ministero, promozione e servizio di segreteria, collaborazione ai lavori ed alle attività di tutti i laboratori dell'Istituto, assoluzione di impegni burocratici, amministrativi e logistici;
   i collaboratori svolgono incarichi oltre i contenuti contrattuali previsti, che consentono all'Istituto di erogare servizi e consulenze specialistiche senza alcun onere aggiuntivo, con un congruo ritorno economico e con un'ampia visibilità;
   tra i contrattisti e l'Istituto si genera quello che può essere considerato a tutti gli effetti un vero e proprio lavoro a carattere dipendente, in cui l'operato dei collaboratori garantisce, tra l'altro, la copertura di diversi servizi;
   i contrattisti sono soggetti alla turnazione nei periodi di vacanze estive ed invernali per non lasciare scoperti i laboratori e proseguire così le attività;
   continuano a garantire la propria partecipazione in tutti i progetti e le manifestazioni dell'Istituto (come ad esempio, il servizio di accoglienza a seminari e convegni);
   tutte le attività sono rendicontate mensilmente con un prospetto controfirmato dal responsabile di laboratorio o dal dirigente;
   il rilevamento della presenza è testimoniato dalle timbrature del badge (in alcuni casi nominale) e dalle richieste, inoltrare alla direzione dai contrattisti, per i servizi esterni presso altri istituti ministeriali e non;
   i collaboratori hanno sempre riscontro positivo al loro operato (vi è traccia nelle attestazioni a seguito di convegni, seminari e partecipazioni a lavori interistituzionali sia dal personale interno che da quello esterno al Ministero per i beni e le attività culturali);
   nel settembre del 2008 il Centro di fotoriproduzione legatoria e restauro è fuso all'Istituto centrale della patologia del libro (ICPAL) e viene istituito l'ICPAL (formalmente ICRCPAL);
   i contratti sono integrati con il nuovo nome dell'Istituto e, come accaduto nel 2007, dove non è specificata alcuna data di fine rapporto;
   la presenza dei collaboratori a progetto si rivela cruciale per la realizzazione di vecchi progetti e la promozione di nuovi, oltre alla normale gestione delle attività dell'Istituto e dei laboratori (consulenze interne, perizie tecniche in gare di appalto con sensibile riduzione dei costi, attività didattica, interventi di manutenzione delle apparecchiature di lavoro, ed altro) con un investimento minimo (ogni contratto è inferiore ai 20.000 euro). Anche in questo caso si assiste a ritorni economici (manutenzione gratuita di laboratori e strumentazioni e lavoro di supporto nei processi di analisi, digitalizzazione e realizzazione di volantini di promozione) e grande visibilità (migrazione di tutti i lavori nel nuovo istituto);
   l'istituto, nello stesso periodo, grazie a dei fondi interni e ad altri derivati da lavori esterni, richiede personale volontario, già integrato nell'istituto come restauratore-volontario, l'apertura di partite IVA e affida il lavoro di restauro di documenti e materiali di pregio;
   i contrattisti aprono partita IVA a fronte di una modesta retribuzione permettendo un ulteriore introito all'Istituto e la possibilità, da parte dell'ICPAL, di eseguire lavori su beni culturali di rilevante importanza pubblicizzati in mostre nazionali ed internazionali;
   oltre a questi compiti contrattuali svolgono anche mansioni ausiliarie al laboratorio; in altre parole i lavori che non possono essere eseguiti dall'Istituto per mancanza di personale o di professionalità sono svolti dai contrattisti a partita IVA che, nel contempo, aiutano i laboratori stessi in altri interventi, progetti o pratiche (aiuto nella compilazione di schede di restauro);
   nel gennaio 2009, l'ICPAL ottiene un finanziamento per il progetto triennale 2008-2011 ACC (allied control commission), documentazione prodotta in Italia dagli alleati USA e GB nel periodo 1943-1947. La sovvenzione viene ricevuta anche grazie alla presenza di contrattisti con competenze scientifiche di punta nel laboratorio digitale dell'ICPAL che possono garantire la realizzazione del progetto;
   per la catalogazione e l'ordinamento dei documenti digitali derivati dai microfilm, a causa della carenza di personale interno ed attingendo al finanziamento ricevuto senza grave sull'economia dell'Istituto, si ricade la collaborazione di Fabrizio Rossini – ordinamento microfilm digitalizzati ACC (laboratorio digitale);
   anche il collaboratore Fabrizio Rossini viene coinvolto in attività utili per l'Istituto, non attinenti al suo contratto di collaborazione;
   in tutto questo tempo i contrattisti maturano ed ampliano le loro esperienze non solo nei propri domini di competenza, ma anche nelle tematiche riguardanti gli archivi e le biblioteche. Prendono consapevolezza dei problemi e presentano soluzioni su tematiche nuove e rilevante quali la riproduzione e la conservazione del patrimonio culturale digitale (sia a livello fisico che logico), metodi di diagnostica sui materiali ed altro ancora;
   in pochi anni i collaboratori riescono a perfezionare quelle conoscenze scientifiche e pratiche che li rendono essenziali, funzionali ed unici nell'ambito dei beni culturali e strategici per l'ICPAL;
   nel settembre 2010 l'ICPAL ha come nuovo dirigente la Maria Cristina Misiti;
   nel settembre 2010, una circolare del Ministero riporta la somma di oltre 1.500.000 euro a disposizione dell'Istituto;
   nel dicembre 2010 la dirigente, licenzia i collaboratori con la seguente motivazione «mancanza di fondi e/o terminazione dei lavori» (la lettera ufficiale di interruzione della collaborazione è data il 23 dicembre 2010, cioè solo otto giorni lavorativi di preavviso ed in piene festività natalizie). La terminazione dei lavori e dei progetti in corso non può corrispondere al vero visto che ancora oggi sono attivi per statuto (servizi di comunicazione, indagini diagnostiche, studio dei supporti per la conservazione digitale, deposito digitale) e ancora in corso (ACC);
   il quotidiano L'Unità in data 10 aprile 2011 informa i lettori della vicenda dei tre contrattisti nell'articolo «La lotta infinita dei restauratori del libro licenziati a Natale»;
   il licenziamento dei collaboratori, specializzati in un settore molto importante e di nicchia come quello della conservazione dei beni culturali, ha portato; ad un depauperamento delle professionalità dell'ICPAL, ad una perdita economica non indifferente, un forte ridimensionamento delle attività di ricerca, una minore partecipazione ed organizzazione di convegni e seminari scientifici nazionali ed internazionali ma anche del normale funzionamento dei laboratori, si è acuita la carenza di personale in grado di interagire con specifici macchinari scientifici (microscopio a scansione elettronica; strumenti per determinare lo stato di vita dei supporti digitali, CD e DVD; CSM per la gestione del sito istituzionale);
   in ogni caso, già nel 2011, il capitolo di spesa destinato ai collaboratori, sarebbe a quanto consta all'interrogante finanziato con oltre 360.000 euro come si evince da circolari pubbliche del Ministero per i beni e le attività culturali;
   da statuto, l'ICPAL gestiste la scuola di alta formazione per i restauratori, operativa dal 2011, ma invece di affidare corsi didattici ad esterni (totalmente o parzialmente retribuiti) avrebbe potuto utilizzare i collaboratori interni sia nel tutoraggio che nella didattica senza alcun costo aggiuntivo visto le competenze maturate anche in ambienti esterni all'Istituto. Così come si sarebbe potuto impiegare dei collaboratori per le attività di segreteria didattica e promozione sempre della scuola;
   la continua attività di consulenza svolta dai contrattisti sia all'interno dell'Istituto che per conto dell'Istituto nei confronti di archivi e biblioteche pubblici e privati, ha permesso all'ICPAL di introitare, negli anni, denaro, materiale scientifico, la promozione di progetti ed un riscontro nazionale ed internazionale;
   come si evince dall'articolo apparso sull’Unità in data 10 aprile 2011 Maria Cristina Misiti Crisostomi diventa dirigente vincendo un concorso nel 2006 e due anni dopo è direttore della biblioteca di storia moderna di Roma. Dopo un paio di mesi, è promossa ed è allocata alla biblioteca di archeologia e storia dell'arte. Una volta insediata concede il restauro di un'opera di Sebastiano Conca alla ditta studio di restauro Paolo Cristostomi s.r.l. Tale ditta per voce del suo stesso responsabile Paolo Crisostomi, marito della dirigente, riceve circa il 70 per cento dei fondi che il Ministero per i beni e le attività culturali eroga per il restauro dei libri antichi in out-sourcing. Il restauro del bene documentale avviene malgrado, in quegli anni, siano attivi sia il CFLR che l'ICPL, due istituti dello Stato preposti alla conservazione e restauro di beni archivistici e librari;
   nel settembre 2010 Maria Cristina Misiti Crisostomi è posta alla direzione dell'ICPAL. Nel contempo si legge dal sito della ditta studio P. Crisostomi s.r.l.: «Monitoraggio e controllo ambientale: attività di prevenzione diretta ed indiretta dei luoghi dei conservazione dei Beni Culturali, in particolare librari ed archivistici. Progettazione e formazione: gestione e consulenza di tutti i problemi afferenti ai beni culturali; ricerca e formazione nei settori della catalogazione, inventariazione, conservazione, tutela e valorizzazione. Risorse umane: lo studio P. Crisostomi si avvale di un organico di restauratori – conservatori diplomati o specializzati nelle scuole dell'Istituto Centrale per la Patologia del Libro e della Scuola Europea per la Conservazione e il Restauro dei Beni Librari di Spoleto; [...]»;
   a quel che consta all'interrogante la direttrice offre ad alcuni restauratori dei contratti di collaborazione tramite l'intermediazione di una Onlus. Inoltre, per cercar di prendere un po’ di consenso, la direttrice muove una grande campagna mediatica su un progetto che riguarda lo studio e le indagini per il restauro dell'Autoritratto di Leonardo (lavoro in corso presso l'ICPAL e altri Istituti);
   alla Misiti si lega il progetto digitalizzazione dell’«Allied Control Commision»;
   il progetto prevede la riproduzione in digitale dei documenti della Commissione alleata presente in Italia dal 1943-1947 conservati su microfilm dall'ICPAL. Oltre al valore storico, giuridico e culturale del fondo, il progetto risulta essere un unicum per la quantità di fotogrammi da dover lavorare (circa 14.000.000). Alla digitalizzazione (eseguita in out sourcing) segue il processo di ordinamento e controllo effettuato dall'ICPAL nonché il processo di conservazione (studio dei formati di conservazione e consultazione, tecniche di replicazione dati) e accesso attraverso la rete internet (il Laboratorio digitale dell'ICPAL ha curato il software di gestione per la schedatura delle informazioni e la consultazione delle immagini in remoto). Non esiste altro Istituto o personale interno dell'ICPAL (e del Ministero per i beni e le attività culturali) adeguatamente formato che in tempi brevi possa gestire un flusso lavorativo di questo tipo;
   il progetto, ottenuto anche grazie alla professionalità dei diversi collaboratori, è stato finanziato per 300.000 euro dalla Direzione generale degli archivi. Nel dicembre 2010 il residuo, oltre all'impegno degli oneri di digitalizzazione, era di circa 80.000 euro; sufficienti a concludere il progetto con i precedenti collaboratori;
   a quanto risulta all'interrogante nel dicembre 2011 lo stato dei lavori era fermo. Dopo un primo anno di lavoro parzialmente concluso si è assistito ad un progressivo rallentamento del progetto, con rilevanti danni economici e di immagine. Circa il 25 per cento delle immagini digitali – quelle giunte presso l'ICPAL dopo il licenziamento dei precari – risultavano essere non ordinate ed ancora conservate su hard disk esterni. Inoltre la consultazione on-line della banca dati, di ausilio al piano di digitalizzazione e di importanza strategica per il progetto complessivo, non è più accessibile da diversi anni (con gravi danni ai ricercatori e studiosi internazionali) fermo restando la consultazione in locale presso l'archivio centrale dello Stato;
   consta sempre all'interrogante che nel 2011/2012 si è provveduto ad una spesa rilevante per l'acquisto dello scanner per microfilm e si sta pensando di iniziare nuovamente tutto da capo utilizzando personale interno che consta di poche unità;
   grazie all'acquisto della macchina e all'uso di personale interno ci sarà una riduzione delle spese, ma non è noto in che modo sarà speso il resto del finanziamento, non si conoscono i tempi di realizzazione e se il lavoro sarà appaltato ad altri consorzi esterni con un ulteriore aggravio dei costi;
   i laboratori scientifici hanno strumentazioni all'avanguardia, oltre 300.000 euro, che a quanto risulta all'interrogante per oltre un anno sono stati inutilizzati (con perdita di denaro, nessun ammortamento dei costi e probabili danneggiamenti dovuti alla lunga inattività). Tra questi ci sono strumenti per l'analisi della durabilità dei supporti ottici (non c’è personale qualificato per determinare e valutare i risultati); scanner per la riproduzione di immagini in alta definizione (macchinario dato in prestito all'archivio di Stato di Roma) non risulterebbe in utilizzo l'infrastruttura tecnica per la conservazione del patrimonio culturale di istituti pubblici e privati. L'accesso a documenti culturali di istituti pubblici e privati di valore (Collegio pontificio irlandese, Archivi di stato, e altro) sarebbero stati chiusi o gestiti dall'Archivio di Stato di Roma;
   attualmente l'attività di ricerca risulterebbe ridotta all'osso:
   la mancanza di un codice di trasparenza consultabile sul sito web apre molti interrogativi e sono a quanto consta all'interrogante poco chiari i criteri per l'assegnazione di docenze per la scuola di alta formazione in cui nel bando ufficiale manca, ad esempio, la richiesta di autocertificazione che attesti l'inesistenza del vincolo di parentela o affinità di cui all'articolo 18, comma 1 della legge n. 240 del 2010;
   l'ICPAL aveva il ruolo istituzionale di primo intervento a seguito di calamità naturali. Non si riscontra una sua partecipazione per il terremoto in Emilia;
   l'ICPAL ha un ruolo istituzionale di consulenza tecnico scientifica nella stesura di progettazione di restauri e di cura dei collaudi in fase opera e di conclusione sottoscritto già nel 2008 con la direzione generale degli archivi e la direzione generale dei beni librari, dal 2011 tali attività sarebbero svolti dai laboratori di restauro dei singoli archivi e biblioteche di Stato (che per numero e competenze non possono soddisfare richieste differente dalle necessità del loro istituto di appartenenza). Ciò ad avviso dell'interrogante oltre a ostacolare il restauro di beni culturali preziosi (favorendone il degrado), impedisce una libera concorrenza tra i laboratori di restauro esterni (senza un progetto di restauro le aziende che operano nel settore sono impossibilitate a lavorare);  
   l'Italia, secondo rapporto UNESCO, ha il 60 per cento del patrimonio culturale mondiale ed il 90 per cento di quello documentale;
   i tre contrattisti bruscamente licenziati non hanno ricevuto il versamento di contributi previdenziali dall'Istituto nel periodo 2007, 2008 e 2009 –:
    se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti esposti in premessa e quali misure intendano adottare, in particolare quali siano le risultanze della gestione interna dei fondi ICPAL e di quelli ricevuti negli ultimi cinque anni nonché come siano stati impiegati;
   in base a quali criteri si sia addivenuti alla nomina della dirigente Misiti e se corrisponda al vero che sia stato assegnato almeno un restauro al marito Paolo Cristostomi cosa che, ad avviso dell'interrogante, potrebbe fare rilevare un conflitto di interessi su cui occorre un immediato intervento e se si sia provveduto ad effettuare collaudi e con quale riscontro economico e quali collaborazioni ancora oggi siano in essere;
   se non intenda disporre una verifica ispettiva interna che faccia luce anche sull'assenza o presenza di una programmazione circa le attività dell'Istituto;
   quali assunzioni siano avvenute negli anni 2011 e 2012, di quali elementi disponga sulla menzionata Onlus, quali siano le spese dei fondi previsti per i lavori portati avanti dagli ex collaboratori negli anni successivi al loro allontanamento, quali siano i criteri di assegnazione delle gare di appalto, come si giustifichi la politica dirigenziale che ha sminuito la ricerca e disattende, secondo l'interrogante, i fini istituzionali riportati nello statuto e quali siano le ragioni per l'avvenuto cambio dell'impresa di pulizia nonché le motivazioni del licenziamento anticipato della giardiniera curante il giardino (ex Orto Botanico di Roma) ora in stato di abbandono. (4-19074)

AFFARI ESTERI

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   NIRENSTEIN. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   il 23 novembre 2012, il Vice Ministro degli esteri spagnolo Gonzalo de Benito ha dichiarato che la Spagna sta lavorando per far approvare in ambito Unione europea la decisione di classificare Hezbollah come organizzazione terroristica, soprattutto in relazione all'attentato terroristico di Bourgas, Bulgaria, del 12 luglio 2012, in cui persero la vita cinque turisti israeliani, l'autista dell'autobus che li trasportava e nel quale rimasero feriti altri trentasei turisti cittadini dello Stato ebraico;
   l'11 novembre, il Ministero degli affari esteri austriaco ha annunciato che è in corso una discussione in seno ai 27 Stati membri dell'Unione europea circa il possibile inserimento di Hezbollah nella propria lista delle organizzazioni terroristiche;
   il 7 settembre 2012, in occasione dell'ultimo vertice dei Ministri degli affari esteri dei 27 Stati membri dell'Unione europea, discutendo della situazione siriana, il Ministro degli affari esteri olandese, Uri Rosenthal, ha esortato gli altri rappresentanti a riconoscere Hezbollah e tutte le sue filiali come organizzazione terroristica in Europa come già fatto dai Governi di Stati Uniti, Canada, Israele, Australia, Bahrein e, dal 2008, dal Governo olandese, unica nazione europea ad aver adottato questa misura ad eccezione del Regno Unito, che distingue tra l'ala politica di Hezbollah e quella militare, quest'ultima classificata come organizzazione terrorista;
   il 26 ottobre 2012 un gruppo bipartisan di 76 senatori degli Stati Uniti ha invitato ufficialmente l'Unione europea a includere Hezbollah nella sua lista delle organizzazioni terroristiche al fine di lanciare un messaggio netto e univoco di lotta comune tra Europa e USA contro il terrorismo di Hezbollah. Inoltre, il direttore del dipartimento antiterrorismo della Casa Bianca, John O. Brennan, ha affermato che la mancanza di desegnazione di Hezbollah nella blacklist europea indebolisce l'efficacia della lotta internazionale al terrorismo. La resistenza europea, ha detto Brennan, rende più difficile la difesa dei nostri Paesi e la protezione dei nostri cittadini;
   Hezbollah contravviene ripetutamente alla risoluzione ONU 1701 (2006), che invoca il disarmo di tutti i gruppi armati in Libano al di fuori dell'esercito e vieta agli elementi armati di Hezbollah di essere presenti nel Libano meridionale. Attualmente, il Partito di Dio ha una disponibilità di circa 13.500 soldati e nell'ottobre 2006 lo stesso Hezbollah ha affermato di avere un arsenale di almeno 33.000 razzi, tra cui missili Fajr, di fabbricazione iraniana (capaci di una gittata di 45 chilometri), Zelzal-2 (con gittata di 200-400 chilometri e capacità di trasporto di 600 chilogrammi di esplosivo), missili balistici Scud, razzi Katyusha e missili antinave. Inoltre, secondo il dipartimento antiterrorismo americano, l'Iran ha fornito a Hezbollah Unmanned Aerial Vehicle (aerei senza pilota) come il Mohajer-4;
   numerose testimonianze, specie di profughi scappati dal Paese, riportano il costante coinvolgimento di Hezbollah nella guerra civile siriana, in corso ormai da 20 mesi. A tale proposito, il 10 agosto 2012, il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha dichiarato che l'obiettivo strategico immediato degli Stati Uniti è di rompere i legami fra Siria, Iran ed Hezbollah, i quali prolungano la vita del regime di Damasco. Inoltre, il 15 ottobre 2012, in occasione della riunione sul Medio Oriente del Consiglio di Sicurezza ONU, l'ambasciatore degli Stati Uniti, Susan Rice, ha esortato la comunità internazionale a contrastare le attività terroristiche di Hezbollah e a fare di più per approfondire il coinvolgimento del Partito di Dio nel conflitto siriano, denunciando che il movimento libanese filo-iraniano Hezbollah alimenta con uomini e mezzi la repressione del popolo siriano compiuta dal dittatore Bashar al-Assad, combattendo l'Esercito libero siriano dalla valle della Bekaa, 150 chilometri a est di Beirut, e addestrando la milizia di Assad, gli Shabiha, per trasformarla in un apparato paramilitare;
   il dipartimento del Tesoro USA ha adottato ad agosto 2012 nuove sanzioni contro Hezbollah per il suo sostegno al Governo della Siria. In particolare, la nuova misura mira a impedire qualsiasi attività o passaggio di fondi del movimento Hezbollah nella giurisdizione degli Usa che già da anni considerano il movimento sciita libanese anti-israeliano come un'organizzazione terrorista;
   l'Unione europea classifica le organizzazioni di tendenza terrorista se commettono atti intenzionali che, data la loro natura o il contesto, possono intimidire seriamente una popolazione, costringere indebitamente i poteri pubblici o un'organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto, destabilizzare gravemente o distruggere le strutture politiche, costituzionali, economiche o sociali fondamentali di un Paese o di un'organizzazione internazionale –:
   quale posizione abbia assunto ovvero intenda assumere il Governo nell'ambito della riflessione che si è aperta a livello europeo affinché il movimento Hezbollah venga inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dell'Unione europea.
(5-08664)


   NIRENSTEIN. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   ha suscitato vivo scalpore la pubblicazione dal titolo «Quanto ci costa delegittimare Israele ?» – Rapporto sui finanziamenti pubblici alle ONG che fanno delegittimazione di Israele, a cura di Giovanni Matteo Quer, presentato il 17 novembre 2012 e discusso nei giorni scorsi a Roma in occasione del XXII Congresso nazionale della Federazione delle associazioni Italia-Israele – in quanto vi si documenta che in Italia si è costituito, in via di fatto, un autentico doppio binario nelle relazioni con Israele: da un lato quello ufficiale, quasi esclusivamente governativo, di amicizia e sostegno e, da un altro lato, un canale parallelo, informale ma attivissimo, di condanna, stigmatizzazione, delegittimazione;
   le istituzioni pubbliche italiane erogano, spesso senza alcuna trasparenza e controllo, finanziamenti a organizzazioni non governative che delegittimano lo Stato di Israele o addirittura ne mettono in discussione l'esistenza, annoverando in taluni casi fra i partner locali anche soggetti da anni nella liste americane ed europee delle organizzazioni terroristiche;
   risulta dal predetto rapporto che la direzione generale per la cooperazione allo sviluppo del Ministero degli affari esteri ha sostenuto il «rafforzamento del sistema universitario palestinese» con 986 mila euro, che sono stati destinati, ad atenei come la An-Najah University, luogo d'azione e reclutamento di gruppi terroristici e dove si sono svolte mostre che esaltavano il terrorismo suicida –:
   quale sia la valutazione del Governo su quanto riportato dal Rapporto «Quanto ci costa delegittimare Israele ?»;
   quali iniziative di trasparenza e di controllo sia opportuno, a giudizio del Governo, adottare, condizionando gli aiuti economici relativi alla questione palestinese al rispetto dei diritti umani e al riconoscimento, da parte dei beneficiari, del diritto di Israele ad esistere. (5-08666)

Interrogazioni a risposta scritta:


   MERONI. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   in un precedente atto di sindacato ispettivo (interrogazione a risposta scritta 4-18389), l'interrogante chiedeva di sapere se corrispondessero al vero notizie rilanciate sul web dalle quali si apprendeva che il 26 ottobre 2012 si sarebbe tenuto a Bruxelles un incontro tra i funzionari dell'ambasciata italiana in Belgio ed il direttore della fondazione Keshe, M.T. Keshe, che avrebbe consegnato ai rappresentanti diplomatici italiani tutti i brevetti completi della fondazione Keshe, relativi al progetto di reattore spaziale;
   si ricordava a tal proposito che la Keshe Foundation è stata fondata da Mehran Keshe, nato in Iran e laureato in ingegneria nucleare alla University of London. Negli ultimi 40 anni le sue ricerche si sono concentrate sulle dinamiche del plasma caricato elettricamente e utilizzato come fonte di energia e di campi gravitazionali;
   nella citata interrogazione si chiedeva altresì quali fossero state le valutazioni che avevano indotto il Governo ad acquisire le tecnologie in questione e quali organismi stessero esaminando le tecnologie acquisite e quali le possibili applicazioni;
   nella risposta fatta pervenire all'interrogante il Ministero degli affari esteri, per il tramite del Sottosegretario Marta Dassù, confermava l'avvenuto incontro presso l'ambasciata italiana in Belgio, smentiva una presunta disponibilità manifestata dal Governo italiano ad accettare una collaborazione con la Keshe Foundation in campo spaziale, ma nulla si diceva in ordine alle valutazioni sulle tecnologie acquisite –:
   a quali enti, non meglio specificati nella precedente risposta, siano stati inviati i file acquisti e quali siano le valutazioni in corso. (4-19045)


   CORSINI e ZAMPA. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   l'interesse del mondo imprenditoriale e, più in generale del nostro Paese, per il mercato cinese, sia per quanto riguarda gli aspetti economici che i flussi turistici è in continua crescita;
   in conseguenza di questo accresciuto interesse per la Cina è aumentata in maniera esponenziale la domanda ed il rilascio di visti d'ingresso per l'Italia, sia turistici sia d'affari da parte dei cinesi;
   nell'attività di rilascio dei visti le rappresentanze diplomatico-consolari in Cina si avvalgono della collaborazione, in qualità di società di outsourcing, della fondazione Italia-Cina, del cui comitato strategico è componente anche l'Ambasciatore italiano, Attilio Massimo Iannucci;
   a quanto consta agli interroganti, la citata fondazione ha all'interno dell'ambasciata di Pechino una propria stabile postazione in cui operano regolarmente 3 sue unità –:
   in che modo si concili l'attività all'interno dell'ambasciata dei dipendenti della fondazione Italia-Cina, con il rispetto dell'articolo 43 del Codice comunitario dei visti, il quale prevede che i fornitori esterni di servizi non debbano avere, in alcun caso, accesso al VIS, riservato esclusivamente al personale di ruolo appositamente abilitato, così come riservati sono l'esame delle domande, i colloqui e la decisione ultima sulle domande di visto;
   se non possa sussistere un conflitto d'interesse tra l'incarico istituzionale dell'ambasciatore Iannucci con quello di consigliere strategico di un Istituto privato quale è la fondazione Italia-Cina, peraltro selezionata e scelta come società di outsourcing dallo stesso ambasciatore, ai sensi del comma 7 del citato articolo 43 del Codice Comunitario. (4-19058)

AMBIENTE E TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE

Interrogazione a risposta in Commissione:


   GRAZIANO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   la discarica denominata So.Ge.Ri., in località Bortolotto, nel comune di Castel Volturno, in provincia di Caserta, da oltre trenta anni ha accumulato, senza alcun controllo, rifiuti di ogni genere, urbani, speciali, tossici, nocivi, anche per la colpevole e grave assenza di un intervento efficace che potesse evitare quello che poi è stato attuato e senza che alcuna autorità, istituzionalmente preposta alla tutela delle aree, potesse impedire l'esecuzione di un disastro ambientale del territorio;
   la zona di interesse è interna al sito di interesse nazionale, SIN «Litorale Domitio Flegreo ed Agro Aversano», individuato dall'articolo 1, comma 4, della legge n. 426 del 1998. La discarica è una bomba ecologica a cielo aperto, che continua a versare fiumi di percolato nelle falde sottostanti e direttamente in mare attraverso il Canale Agnena, al confine tra Mondragone e Castel Volturno. So.Ge.Ri. è una ex discarica privata di proprietà della società So.Ge.Ri. s.r.l., utilizzata fino alla fine degli anni ’90 per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani ed assimilabili. Tale discarica può fondamentalmente definirsi come «non controllata», in quanto solo una parte di essa risulta provvista di geomembrane impermeabilizzanti, mentre è assente un adeguato sistema di drenaggio del percolato e di pozzi spia;
   la sottoscrizione dell'accordo di programma «Programma strategico per le compensazioni ambientali nella Regione Campania», in data 18 luglio 2008, tra il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Sottosegretario di Stato presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, a norma del decreto-legge n. 90 del 2008, convertito, con modificazioni, in legge n. 123 del 2008, la regione Campania e il commissario delegato, a norma dell'ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3654 del 1o febbraio 2008, e la sottoscrizione del successivo atto modificativo, in data 8 aprile 2009 tra i medesimi soggetti, pongono la messa in sicurezza della discarica So.Ge.Ri. tra gli interventi prioritari e pertanto immediatamente attuabili aventi come finalità la bonifica dei siti inquinati;
   recentemente, nel mese di aprile 2012, è stato redatto dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, in particolare da Sogesid S.p.A., un progetto preliminare per la messa in sicurezza e la bonifica della discarica, e questo a conferma del danno tuttora in atto. Il progetto ha anche avuto il parere favorevole da parte del comune di Castel Volturno;
   tuttavia, dall'analisi del progetto emergono alcune perplessità di particolare interesse e attenzione:
    a) il progetto prevede la messa in sicurezza della discarica con il solo sistema del «capping», cioè attraverso un pacchetto impermeabile di copertura. Non solo ad avviso dell'interrogante sarebbe indispensabile procedere invece ad una vera e propria bonifica del sito, creando, prima di tutto, una vera e propria discarica, secondo le regole previste dalla normativa vigente in merito, che sarebbe immediatamente realizzabile nella medesima area. La nuova discarica accoglierebbe i rifiuti della So.Ge.Ri solo a seguito di una corretta e trasparente caratterizzazione degli stessi. La scelta compiuta invece dal progetto, continua, di contro, ancora una volta, a non bonificare realmente i siti, inquinati e a preferite soltanto un intervento temporaneo e raffazzonato al problema;
    b) al progetto presentato non è stato allegato il computo metrico estimativo e non è quindi specificato il costo dettagliato degli interventi. Si conosce solo quello complessivo, pari a circa 13 milioni di euro, ma senza la descrizione delle singole voci di costo. Sul punto verrebbe da chiedersi come possano il Ministero e il Comune avallare un progetto privo di simili riferimenti;
   una voce di costo espressamente indicata nel progetto è quella relativa all'esproprio delle terre limitrofe, per un importo pari a circa 600 mila euro. Sulla base di questo importo, i terreni interessati, tutti ricadenti all'interno del comune di Castel Volturno, circa 16.000 metri quadri di aree agricole non edificabili, compromessi per la coltura e declassati dall'Agenzia regionale protezione ambientale Campania, ARPAC, per la presenza di percolato – il quale raggiunge secondo taluni studi anche i 40 metri di profondità – sarebbero stati valutati oltre 35,00 euro al metro quadro, (cifra risultante dalla divisione dell'importo totale richiamato per l'estensione menzionata dei terreni da espropriare) anche se, nel piano particellare di esproprio si legge l'adozione di 12,00 euro al metro quadro come più probabile prezzo di mercato. Sul punto verrebbe da chiedersi come sia potuta avvenire simile valutazione se, nel caso di un terreno agricolo, fertile e non compromesso, la valutazione di norma è di circa 3,00 euro al metro quadro;
   a motivo dell'adozione del sistema di «capping» si sarebbe valutata, forse in modo arbitrario, la permeabilità del suolo con un indice per cui non ci sarebbe assorbimento del percolato nelle falde sottostanti, mentre altri studi e rilievi possono dimostrare che il percolato attraversa il suolo sottostante fino a raggiungere le falde acquifere;
   esiste un progetto dello stesso Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare datato 2007, inerente la messa in sicurezza della discarica, che forse sarebbe utile recuperare, senza ulteriore impiego di risorse pubbliche. In esso, la soluzione progettuale proposta ha lo scopo di isolare rispetto all'ambiente idrico e aereo circostante il corpo dei rifiuti e il percolato intrappolato, realizzando dapprima una cinturazione perimetrale dell'intera area, poi un eventuale ampliamento della rete di raccolta del percolato con pozzi di captazione, un eventuale ampliamento del sistema di drenaggio del biogas, la riprofilatura dell'area confinata, la copertura finale e il recupero a verde, quindi la regimazione delle acque meteoriche;
   non si comprendono le ragioni per le quali nel progetto in parola, relativamente alla destinazione d'uso dell'area, si ritengono ammissibili interventi nel settore dell'agro energia e interventi per la produzione di energia da fonti rinnovabili;
   non si comprendono neppure le ragioni per le quali si esclude dalla progettazione lo smaltimento, all'interno della discarica, di un sito di stoccaggio di rifiuti ingombranti, che potrebbero rilasciare nel tempo liquidi e gas nocivi;
   il degrado ambientale dell'area continua a deturpare un territorio che, per la sua vocazione agricola e zootecnica, dovrebbe invece essere valorizzato e riqualificato sotto il profilo paesaggistico ed economico –:
   quali siano gli intendimenti del Ministro interrogato relativamente alle perplessità evidenziate sul progetto e riportate in premessa;
   se non sia opportuno e urgente, alla luce della rappresentazione e delle considerazioni premesse, rivedere il progetto, anche in collaborazione con le istituzioni interessate e i soggetti coinvolti, per dare risposta alle questioni anche ambientali che da tempo sono oggetto di attenzione e di preoccupazione della comunità.
(5-08663)

BENI E ATTIVITÀ CULTURALI

Interrogazione a risposta scritta:


   CALLEGARI, BITONCI, FORCOLIN, GIDONI e FABI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   il delicato equilibrio creatosi nei secoli nella laguna di Venezia è vitale per l'esistenza della stessa e della città di Venezia, tanto che la stessa Repubblica Serenissima, individuando da subito tale priorità, è riuscita a mantenere, anche attraverso mirati interventi idrogeologici in terraferma, durevole e stabile un ecosistema unico al mondo;
   nel corso degli anni, purtroppo, a seguito anche dell'aumento esponenziale dell'utilizzo delle imbarcazioni a motore che stanno mettendo a repentaglio elementi fondamentali per l'equilibrio della laguna, come le barene, si è intensificato il fenomeno dell'acqua alta;
   nei secoli passati, le maree a Venezia si stima superassero una volta ogni cinque anni il cordolo in pietra d'Istria che protegge le case dalla salsedine, mentre quest'oggi, in alcune zone della città, il cordolo è sommerso anche 40 volte l'anno, così che gli edifici non hanno più difesa contro il degrado;
   il 1o novembre 2012, la città di Venezia è stata colpita a più riprese dal fenomeno dell'alta marea, con notevoli disagi per i cittadini veneziani, i turisti, e, soprattutto, causando notevoli danni agli edifici storici della città il cui deturpamento è una grave perdita, in ragione della sua millenaria storia e del suo patrimonio culturale, per tutta l'umanità –:
   se, in ragione dell'eccezionalità della marea verificatasi a Venezia i primi giorni di novembre 2012, non ritenga opportuno assumere iniziative, nell'ambito delle proprie competenze, al fine di sostenere e contribuire economicamente ai danni subiti dagli edifici storici della città.
(4-19065)

COESIONE TERRITORIALE

Interrogazione a risposta scritta:


   MONTAGNOLI. — Al Ministro per la coesione territoriale. — Per sapere – premesso che:
   organi di stampa nazionale (Corriere della Sera), nello scorso giugno riportavano la notizia secondo la quale nonostante che per il periodo 2007-2013 l'Unione europea mettesse a disposizione 59,2 miliardi per le regioni, le province e i comuni italiani e che avessero presentato un progetto coerente con gli obiettivi del fondo sociale e del fondo per lo sviluppo regionale, alla fine di maggio 2012, quando alla scadenza mancava ormai solo un anno e mezzo, ne fossero stati utilizzati solo un quarto, ovvero il 25,1 per cento;
   analizzando più dettagliatamente il trend degli ultimi anni, emerge altresì come alla fine del 2010, quando il programma era già partito da quattro anni, era stato impegnato solo il 10 per cento, ma che a pochi mesi dalla fine del 2012, anche in ragione del fatto che le singole regioni hanno l'abitudine di concentrare la spesa negli ultimi mesi dell'anno, Bruxelles imponeva all'Italia di arrivare alla percentuale di 35 per cento in quanto al di sotto di tale valore ogni singolo euro non speso dovrà essere restituito all'Unione europea;
   così come riportato dallo stesso organo di stampa, l'aspetto paradossale è che a non impegnare tali risorse sono proprio i soggetti che ne avrebbe più bisogno, in ragione del fatto che la maggior parte dei fondi europei per l'Italia, quasi tre quarti, sono destinati alle regioni del sud, tanto che, mentre l'Emilia Romagna ne ha già usati quasi il 45 per cento, Sicilia e Campania faticano a superare il 10 per cento;
   a causa dell'attuale scarsità di risorse, anche a livello europeo, è opinione diffusa che in fase di pianificazione dei lavori per il periodo 2014-2020 l'Unione europea valuterà con attenzione i Paesi che non avranno speso tutta la loro dote, penalizzando, in una logica di efficientamento, tali Paesi i quali subiranno un taglio ai fondi disponibili –:
   se, alla luce del fatto che l'esercizio 2012 è quasi concluso, non ritenga opportuno precisare chiaramente quale sia stata la percentuale di utilizzo di detti fondi europei, specificando altresì tale dato per ogni singola regione, così da evidenziare quelle maggiormente efficienti e quelle, invece, che non hanno raggiunto l'obiettivo prefissato procedendo se del caso ad una diversa ripartizione di detti fondi, anche a favore delle regioni del nord colpite dalla crisi economica. (4-19057)

ECONOMIA E FINANZE

Interrogazioni a risposta scritta:


   MONTAGNOLI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione. — Per sapere – premesso che:
   la complessa situazione economica ha determinato, in questi ultimi anni, numerose azioni di contenimento del debito pubblico nazionale, alla luce del peso sempre più insostenibile di quest'ultimo, soprattutto all'interno della pubblica amministrazione;
   organi di stampa nazionali (Italia oggi del 27 Settembre 2012) riportano la notizia secondo la quale in Italia dal 2001 al 2010, il numero dei dipendenti pubblici è diminuito di 158 mila addetti, pari al 4,7 per cento e tale riduzione è avvenuta in particolar modo nelle amministrazioni centrali e previdenziali;
   secondo i medesimi organi di stampa, l'attuale ammontare dei dipendenti pubblici ammonta a circa 3.400.000 unità, e con una presenza femminile superiore rispetto a quello maschile –:
   se non si ritenga di precisare l'andamento del numero dei dipendenti pubblici nel corso del periodo storico analizzato, specificando tale dato per ogni regione e, così da individuare con maggiore precisione le aree territoriali ove tale andamento ha determinato livelli di spesa pubblica eccessiva. (4-19051)


   MOSCA, BOCCIA, VACCARO, CASTAGNETTI e LUSETTI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   la legge 27 dicembre 1997, n. 449, articolo 59, commi 52-51: «Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica» ha dettato i principi direttivi di una delega al Governo per l'emanazione di uno o più decreti legislativi che definissero criteri unificati di valutazione della situazione economica dei soggetti che richiedono prestazioni sociali agevolate nei confronti di amministrazioni pubbliche. La delega è stata attuata con il decreto legislativo del 31 marzo 1998, n. 109, in vigore dal 1o aprile 1998;
   il decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 109: «Definizione di criteri unificati di valutazione della situazione economica dei soggetti che richiedono prestazioni sociali agevolate, a norma dell'articolo 59, comma 51, della legge 27 dicembre 1997, n. 449», ha introdotto, in via sperimentale, l'ISE, tassello necessario al fine di dare attuazione all’«universalismo selettivo», ovvero in grado di selezionare i beneficiari delle politiche socio-assistenziali sulla base delle condizioni economiche del nucleo familiare di appartenenza. Tale decreto prevedeva, all'articolo 2, che la valutazione della situazione economica del richiedente (ISE) fosse determinata con riferimento al nucleo familiare e definita dalla somma dei redditi, combinata con l'indicatore della situazione patrimoniale. L'indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) viene definito come rapporto tra l'ISE ed il parametro desunto dalla scala di equivalenza. Tale decreto fissava, altresì, i criteri di composizione del nucleo e definiva il concetto di reddito, patrimonio e scala di equivalenza;
   il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 7 maggio 1999, n. 221, regolamento concernente le modalità attuative e gli ambiti di applicazione dei criteri unificati di valutazione della situazione economica dei soggetti che richiedono prestazioni agevolate, stabilisce che «Gli enti competenti alla disciplina delle prestazioni sociali agevolate possono stabilire, accanto all'Indicatore della situazione economica equivalente, criteri ulteriori di selezione dei beneficiari»;
   a seguito dell'entrata in vigore della riforma del titolo V della Costituzione, legge costituzionale n. 3 del 2001, l'ISEE non si pone più come strumento «obbligatorio» per la definizione dei criteri di accesso ai servizi da parte degli enti pubblici. In sostanza, il carattere di obbligatorietà dell'ISEE deriva da un complesso di norme statali che potranno cedere a fronte di scelte eventualmente diverse che venissero adottate da parte delle singole regioni, una volta che queste si siano pronunciate, con proprie leggi organiche, nelle materie dei servizi sociali. Ciò significa che le regioni potranno aderire, ai diversi modelli di welfare locale, per adottare soluzioni più vicine all'impostazione della legge n. 328 del 2000 (applicazione dell'ISEE), oppure soluzioni che si allontanino da essa, anche per quanto riguarda lo strumento dell'Indicatore della situazione economica;
   l'ambito di applicazione potenzialmente definito dalla normativa ricomprende sia prestazioni a titolarità nazionale sia servizi a titolarità locale, ma anche interventi che rientrano nella spesa sociale e prestazioni di altra natura per le quali vige un principio di razionamento, o di tariffazione differenziata, sulla base di condizioni economiche e patrimoniali dei richiedenti. Questi, riguardano quegli interventi come gli asili nido e altri servizi educativi per l'infanzia; le mense scolastiche e le prestazioni scolastiche (libri scolastici, borse di studio, e altro); agevolazioni per tasse universitarie; prestazioni del diritto allo studio universitario, servizi socio sanitari domiciliari; servizi socio sanitari diurni; residenziali, e altro; Agevolazioni per servizi di pubblica utilità (telefono, luce, gas); Ticket sanitari; Abitazione (assegnazione case popolari, agevolazioni affitto, ecc.); Servizi per l'impiego (liste di collocamento, graduatorie per assunzione, ecc.); Tributi e tariffe comunali (nettezza urbana, ICI); Trasferimenti monetari assistenziali; Trasporti pubblici;
   secondo il rapporto ISEE 2011 della Camera dei deputati, ci sono state oltre 7 milioni di denunce ISEE, per un totale di oltre 18 milioni di cittadini che a vario titolo ricevono agevolazioni, poco più di mezzo milione in più rispetto all'anno precedente. I controlli formali sulla veridicità dei dati e i controlli sono a cura degli enti erogatori, dell'INPS e della guardia di finanza, compresi quelli da effettuare direttamente presso gli Istituti di credito o altri intermediari finanziari. La procedura che incrocia i dati Isee, gestiti dall'Inps, con quelli dell'anagrafe tributaria non è ancora operativa e non viene verificata in automatico la concordanza tra i dati delle dichiarazioni dei redditi e quelli Isee, che interessa circa 19/20 milioni di posizioni fiscali;
   i controlli su eventuali difformità vengono effettuati solo in casi limitati e ove questi avvengono si riscontrano sempre percentuali altissime di false dichiarazioni. Infatti, riportando su tutti un unico dato, emerge che l'80 per cento di quanti usufruiscono di sconti e aiuti su servizi pubblici (circa 15 milioni di italiani) denuncia redditi zero, nonostante la Banca d'Italia riporta che il 90 per cento delle famiglie italiane possiede almeno un conto corrente;
   le lacune rilevate dagli stessi enti locali che applicano l'ISEE per l'accesso ai propri servizi sono molto rilevanti e rischiano di rendere l'indicatore non rappresentativo della reale situazione del cittadino o del nucleo familiare dichiarante. A titolo di esempio si elencano alcune lacune riscontrate nella formulazione dell'attuale ISEE;
   non sono tenute in considerazione alcune entrate che, di fatto, generano capacità di spesa in capo al soggetto richiedente;
   specularmente, non sono tenute in considerazione alcune spese che in realtà certificano uno stato di particolare difficoltà del soggetto richiedente;
   la componente patrimoniale non tiene conto di una serie di beni non tracciati nella denuncia dei redditi;
   l'ammontare delle disponibilità liquide del richiedente è accertato con la presentazione del saldo dei conti correnti al 31 dicembre, dato facilmente eludibile e inoltre non sono tracciati alcuni valori mobiliari o altri investimenti;
   la componente patrimoniale dell'Isee non tiene in considerazione alcuni beni mobili quali moto, natanti, auto di lusso che possono certificare una situazione personale di benessere non accertata dalla sola denuncia dei redditi;
   a scala di equivalenza utilizzata nell'Isee penalizza le famiglie numerose, quelle con persone a carico e non tiene conto di particolari situazioni personali di disabilità che comportano indubbiamente spese notevoli (autismo, celiachia, sindrome di down, epilessia, ...);
   le scale di equivalenza tengono in considerazione solamente la presenza di figli minori. In realtà, all'interno della fascia di età 0-25 anni il costo finanziario e sociale di cui la famiglia si fa carico è ulteriormente differenziato in base alla scuola o all'università frequentata;
   la normativa in merito prevede dunque la possibilità per gli enti erogatori di servizi assistenziali di fissare ulteriori criteri rispetto a quello standard; a questo fine l'amministrazione provinciale di Reggio Emilia ha avviato lo studio di un nuovo modello per stabilire i livelli di consumo e definire chi abbia diritto a sussidi e chi no. Un algoritmo a disposizione delle amministrazioni, locali e nazionali, denominato «equometro» che introduce rispetto alla certificazione Isee attualmente usata per l'accesso ai servizi, una serie più ampia di indicatori:
    a) inserimento di voci di reddito che «sfuggono» alla dichiarazione dei redditi e all'attuale formulazione dell'ISEE;
    b) inserimento di componenti di spesa che denotano uno stato di bisogno e che attualmente l'ISEE non considera;
    c) inserimento del patrimonio mobiliare sulla base dello scalare e non del solo saldo del conto corrente;
    d) inserimento di dati di consumo indicativi di uno stile di vita medio-alto;
    e) inserimento del criterio di disponibilità, oltre che di possesso, di beni mobili (auto, moto, natanti e altro);
    f) diversa formulazione delle scale di equivalenza del nucleo familiare agevolando maggiormente le famiglie numerose e con la presenza di disabilità;
   la prima amministrazione a usare l'equometro come modello per la richiesta di servizi assistenziali pubblici è stata la provincia di Reggio Emilia, che ha poi stipulato convenzioni di sperimentazione con 5 comuni del territorio reggiano (Bagnolo in Piano, Carpineti, Casalgrande, Luzzara, Vezzano sul Crostolo). Molti altri comuni di differenti dimensioni e sull'intero territorio nazionale hanno manifestato il proprio interesse allo strumento e stanno individuando le modalità per avviare una sperimentazione; si citano a titolo di esempio comuni di San Clemente (Rimini), Foggia, Camaiore (Lucca), Cattolica (Rimini);
   i primi dati elaborati in seguito a queste sperimentazioni fanno emergere che nell'80 per cento dei casi analizzati l'applicazione dell'equometro modifica sostanzialmente le condizioni di accesso del richiedente rispetto all'applicazione dell'ISEE. È importante segnalare che tali variazioni non necessariamente penalizzano l'utente: nel 35 per cento dei casi infatti la compartecipazione finanziaria al servizio è aumentata, ma nel 45 per cento dei casi, in funzione della possibilità di verificare in modo più approfondito la situazione di disagio economico e/o sociale delle famiglie, l'utente gode di una maggiore agevolazione rispetto a quanto verificato con l'applicazione ISEE sulle medesime pratiche;
   questo può essere uno strumento in uso alle amministrazioni statali, da affiancare alla stipula di protocolli con guardia di finanza, Agenzia delle entrate, banche ed altri soggetti, i cui controlli sulla veridicità di quanto dichiarato da chi chiede il sussidio dovrebbero fungere da deterrente –:
   se il Governo intenda prendere in considerazione la possibilità di promuovere uno strumento come l'equometro come modello standard per la richiesta di prestazioni pubbliche assistenziali legate al reddito. (4-19053)


   ANIELLO FORMISANO. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   la quasi totale «decapitazione» dei vertici Enav, Finmeccanica e Selex ha prodotto una situazione in virtù della quale oggi Enav è governata da un amministratore unico nella persona del dottor Massimo Garbini;
   ad onta di quanto potrebbe apparire, anche il dottor Garbini, voluto dal Governo Monti alla guida di Enav, risulterebbe coinvolto in indagini giudiziarie, così come riportato da Il Sole 24 Ore del 29 aprile 2012;
   oltre quanto esposto nell'articolo in questione de Il Sole 24 Ore, sembrerebbe che uno dei figli del dottor Garbini sia stato assunto in Enav come controllore di volo;
   sembrerebbe, inoltre, che presso Enav sarebbero recentemente intervenute svariate assunzioni di stretti congiunti di figure di vertice e dirigenti, e che, a quanto consta all'interrogante, tali persone neoassunte sarebbero state «fortemente» sostenute in sede di esame dalle persone dello staff, quasi come, fosse una vicenda familiare;
   risulterebbe, inoltre, che il Ministero dell'economia e delle finanze abbia consentito all'amministratore unico a nominare uno dei suoi più fidati collaboratori quale direttore generale, nonostante il suo stato di amministratore unico, paragonabile a quello di commissario straordinario, avrebbe consigliato di attendere l'insediamento del nuovo consiglio di amministrazione;
   sembrerebbe, inoltre, che il Ministero dell'economia e delle finanze abbia consentito l'adozione di un atto organizzativo in Enav, finalizzato a porre alla diretta dipendenza del direttore generale, la direzione acquisti, che comporterebbe come conseguenza che le funzioni dirette all'acquisto dei costosi sistemi tecnologici (area operativa, area tecnica, area E-procurement) siano poste alle dirette dipendenze della stessa persona –:
   se i Ministri interrogati intendano verificare se corrisponda al vero quanto sopra esposto e quali iniziative intendano promuovere per una verifica della situazione del settore assunzioni di Enav;
   se il Ministro dell'economia e delle finanze non intenda verificare i termini delle autorizzazioni disposte nei confronti di Enav soprattutto alla luce delle problematiche relative agli appalti di Enav e Finmeccanica. (4-19069)

GIUSTIZIA

Interrogazione a risposta scritta:


   MARROCU, CALVISI, FADDA, MELIS, PES e SCHIRRU. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   con il decreto legislativo n. 155 del 7 settembre 2012 si è stabilito la soppressione di tutte le sezioni distaccate di tribunali, compresa quella di Sanluri, capoluogo della provincia del Mediocampidano in Sardegna;
   la sezione distaccata di Sanluri è presidio giudiziario per 45 comuni, con una popolazione di 153.000 abitanti (certamente sotto i parametri previsti) ma con un territorio di oltre 3.000 chilometri quadrati. Utile precisare che la maggioranza dei comuni non risultano sufficientemente collegati con la città di Cagliari, sede del tribunale, sia per la viabilità sia per la carenza di mezzi pubblici;
   la sezione distaccata di Sanluri è interessata annualmente a 2.500 processi civili, 500 penali, 1.000 di volontaria giurisdizione, 750 esecuzioni mobiliari;
   le sedi degli uffici giudiziari di Sanluri sono di proprietà degli enti locali, non comportando alcuna spesa per lo Stato e interessate attualmente a progetti di ristrutturazione su indicazione del tribunale di Cagliari;
   i 45 comuni interessati hanno dato disponibilità alla costituzione di un consorzio di enti locali e in collaborazione con la regione Sardegna stanno elaborando un piano di revisione dei presidi giudiziari che, tenuto conto anche della presenza nel territorio di ben 3 uffici di giudici di pace, pur rispondendo alle esigenze di razionalizzazione poste alla base della riforma prevista dal decreto legislativo n. 155 del 2012; garantisca il mantenimento di questo importante presidio giudiziario –:
   se non ritenga di dovere intervenire, nei termini ritenuti idonei, al fine di sospendere anche attraverso un'apposita iniziativa normativa il trasferimento di competenze e funzioni dalla sede distaccata di Sanluri al tribunale di Cagliari stante la fase di impegno assunto dagli enti locali e dalla regione Sardegna per compartecipare agli oneri di un piano di revisione che garantisca anche alle popolazioni del Madiocampidano e del Sarcidano un presidio giudiziario. (4-19063)

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, il Ministro dello sviluppo economico, per sapere – premesso che:
   il decreto-legge 28 agosto 2008, n. 134, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 ottobre 2008, n. 166, «recante disposizioni urgenti in materia di ristrutturazione di grandi imprese in crisi», introdotto dal precedente Governo Berlusconi in coerenza con gli obiettivi di politica economica e industriale prefissati, ha consentito la ristrutturazione di grandi imprese in crisi non solo finanziaria ma anche di tipo industriale, individuando una specifica disciplina per le grandi imprese operanti nei settori dei servizi pubblici essenziali, volta a garantire la continuità nella prestazione di tali servizi;
   all'interno del medesimo provvedimento legislativo sono state introdotte numerose disposizioni finalizzate a rilanciare la società Alitalia, garantendone la continuità aziendale, in considerazione del preminente interesse pubblico dettato dalla necessità di assicurare il servizio di trasporto aereo di passeggeri e merci in Italia, in particolare nei collegamenti con le aree del Mezzogiorno e in quelle periferiche;
   l'intervento di salvataggio nei riguardi della principale compagnia di navigazione aerea italiana, avvenuto a distanza di oltre quattro anni, rientrava, pertanto, all'interno di una strategia prioritaria del medesimo Governo, per accrescere i livelli di competitività del sistema-Paese, con il convincimento che l'intero sistema aeroportuale rappresentava, come lo è tuttora, uno dei fattori essenziali per uscire dalla crisi economica e favorire al contempo lo sviluppo del commercio, del turismo, dei servizi, oltre che la tutela e la salvaguardia occupazionale dei dipendenti che operano nell'ambito del settore del trasporto aereo civile;
   il citato decreto-legge n. 134 del 2008, che ha introdotto apposite modifiche al decreto-legge n. 347 del 2003 (cosiddetta legge Marzano), in materia di ristrutturazione industriale di grandi imprese in crisi, era stato previsto a seguito delle precedenti decretazioni d'urgenza n. 80 e n. 97 del 2008, che hanno disposto rispettivamente: l'erogazione di un prestito a breve termine di 300 milioni di euro, da utilizzare per coprire le perdite di Alitalia, nonché per la salvaguardia degli interessi pubblici di particolare rilevanza, rivolti proprio alla medesima compagnia aerea, in deroga a quanto disposto dalla vigente normativa;
   a seguito dell'entrata in vigore del suddetto decreto-legge n. 134 del 2008, che ha previsto la cessione di Alitalia alla Compagnia Aerea Italiana – Cai, nell'ambito di un percorso di privatizzazione connesso alla crisi finanziaria della compagnia di bandiera, i primi anni di attività della nuova Alitalia-Cai (2009-2010) sono stati contraddistinti da risultati nel complesso soddisfacenti, sia con riferimento ad una particolare attenzione per la politica tariffaria, che nei riguardi della qualità e puntualità del servizio, nonché dalla necessità di aumentare il tasso di riempimento degli aerei, tuttora piuttosto ridotto;
   il piano industriale e le azioni d'intervento per il rilancio di Alitalia-Cai, nel corso della fase d'avvio del subentro della nuova compagine societaria, erano quindi posizionate verso un mercato diversificato rispetto a quello tradizionalmente perseguito in precedenza dalla compagnia aerea italiana;
   gli interpellanti rilevano tuttavia come, a distanza di pochi anni dal salvataggio finanziario, la situazione della nuova Alitalia-Cai sia ritornata nel complesso a livelli estremamente critici e difficili, sia nell'ambito delle condizioni finanziarie, tornate ad essere nuovamente allarmanti, che per la qualità dei servizi offerti ai viaggiatori, con particolare riguardo alla continuità territoriale e alle limitazioni offerte nei confronti dei viaggiatori, residenti all'interno di regioni caratterizzate da particolari elementi distintivi che le differenziano dal resto dell'Italia;
   le numerose riduzioni di rotte interne avvenute negli ultimi due anni, nei confronti delle principali regioni del Mezzogiorno e dei collegamenti settimanali con le maggiori città meridionali, confermano a giudizio degli interpellanti, come siano ritornate scarsamente competitive le proposte di offerta da parte di Alitalia-Cai, rispetto ad altre compagnie di trasporto aereo e a quelle low cost in particolare;
   il calo dei dati del traffico aereo e del flusso dei passeggeri che si registrano ad esempio per l'aeroporto dello Stretto di Reggio Calabria, negli ultimi mesi pari a -12,7 per cento, a causa di riduzioni delle frequenze delle rotte, decise dalla suddetta compagnia aerea, che si segnalano essere un numero di diverse decine tra il 2011 e il 2012, oltre a determinare evidenti disparità di trattamento della qualità dell'offerta proposta, rispetto a rotte verso altre aree regionali del Centro-nord, contribuiscono a diminuire in modo notevole le opportunità di attrazione di flussi turistici per la Calabria, riducendo lo sviluppo e la competitività del sistema regionale;
   i continui aumenti delle tariffe causati sia dall'aumento del costo del petrolio e conseguenti anche alla crisi economica, che tuttavia, a giudizio degli interpellanti, non rappresentano una valida giustificazione o attenuante delle inefficienze che attualmente si riscontrano da parte della nuova compagnia aerea Alitalia-Cai, contribuiscono altresì ad alimentare i livelli di insoddisfazione degli utenti, accresciuti inoltre dalla insufficiente funzionalità dei servizi resi ai viaggiatori e dai persistenti ritardi di arrivi e partenze, nonostante Alitalia-Cai operi di fatto, a parere degli interpellanti, in un regime di incontrollato monopolio;
   fra i principali elementi distorsivi delle regole di mercato che tuttora caratterizzano negativamente il comparto aereo e che determinano squilibri che alterano la concorrenza e il libero mercato, gli interpellanti rilevano infatti come in Italia permangano condizioni di evidenti criticità nell'ambito della disciplina dei servizi di trasporto, che non giustificano i comportamenti di società come ad esempio Alitalia-Cai, né in termini di spostamento (di una parte sostanziale del servizio di trasporto aereo a quello ferroviario), né soprattutto di effettiva riduzione delle tariffe, tali da produrre effettivi benefici per i passeggeri;
   l'Autorità garante della concorrenza e del mercato, a tal proposito, ha infatti imposto il 25 ottobre 2012 alla predetta compagnia aerea, di cedere gli slot su determinate tratte aeree, ribadendo il principio secondo cui occorra ampliare ad altri vettori aerei, in particolare quelli low cost, lo spazio di assegnazione;
   il provvedimento dell'autorità Antitrust, sebbene in attesa di giudizio da parte del Consiglio di Stato, a seguito del ricorso effettuato da Alitalia-Cai, conferma, a giudizio degli interpellanti, a prescindere dall'esito del sentenza amministrativa, la necessità di definire in tempi rapidi l'avvio di un concreto processo di liberalizzazione di tutte quelle rotte che Alitalia non è in grado di sostenere, come precedentemente evidenziato, a seguito della riduzione delle tratte verso il Mezzogiorno ed in particolare nei riguardi della Calabria, a cui si affianca una politica dei prezzi da parte della stessa compagnia aerea, evidentemente penalizzante;
   gli interpellanti giudicano, inoltre, incomprensibili le scelte aziendali di Alitalia-Cai di ridurre in modo drastico il numero dei voli nei riguardi dello scalo reggino, le cui conseguenze rischiano di infliggere un colpo definitivo ai tentativi di rilancio e di sviluppo dello scalo aeroportuale dello Stretto;
   nel presente periodo, in particolare, in cui gli spostamenti aerei avvengono con maggiore intensità in considerazione dell'elevato numero di studenti e lavoratori che svolgono la propria attività in altre regioni e che rientrano per trascorrere le ferie natalizie, la decisione di ridurre o addirittura sopprimere una serie di voli per Reggio Calabria, conferma, a giudizio degli interpellanti, la scarsa attenzione da parte della più importante azienda di trasporto aereo italiana, nei confronti del Mezzogiorno e più specificatamente dell'intera regione calabrese;
   appare pertanto evidente come la suesposta decisione, a parere degli interpellanti, si inserisca in un più ampio contesto dell'isolamento della Calabria sul terreno della mobilità e del trasporto collettivo, che coinvolge un drastico ridimensionamento delle tratte che riguardano non solo il trasporto aereo, ma anche ferroviario, se si valuta che la riduzione del numero dei collegamenti dei treni ha provocato nel 2012 una diminuzione di 2 milioni circa di passeggeri dalla Calabria verso il Centro-nord e viceversa e la cancellazione dei voli di Alitalia-Cai, ha determinato una riduzione di centinaia di migliaia di viaggiatori;
   in considerazione di quanto esposto, gli interpellanti rilevano come la compagnia aerea non solo stia determinando un grave danno al diritto alla mobilità nonché l'emarginazione sociale ed economica della Calabria, ma rischi di produrre un'ulteriore contrazione occupazionale, con inevitabili tensioni sociali per l'intera area regionale;
   necessitano in definitiva interventi urgenti e prioritari nei riguardi di Alitalia-Cai, affinché riveda l'intera strategia aziendale per le rotte da e verso la Calabria, attraverso il ripristino del numero dei collegamenti pesantemente ridimensionato nel corso degli ultimi due anni, unitamente ad una rivisitazione delle tariffe i cui costi sono diventati esorbitanti ed esageratamente elevati –:
   quali orientamenti, nell'ambito delle rispettive competenze, intendano esprimere con riferimento a quanto esposto in premessa;
   se si intendano attuare, in coerenza con le disposizioni comunitarie, interventi rapidi volti a consentire maggiori liberalizzazioni degli slot nei riguardi degli scali aeroportuali nazionali ed in particolare verso quelle regioni del Mezzogiorno per le quali dovrebbe essere garantita la continuità territoriale per un principio di equità del diritto della mobilità, i cui elementi ostativi derivano principalmente dal perpetuarsi di politiche di dismissione messe in atto da Alitalia-Cai, che ha diretto nel 2012, la propria azione, concentrandosi solo verso una parte del Paese, determinando una graduale e costante riduzione del numero di tratte di percorrenza, in particolare verso la Calabria;
   se non convengano altresì che, le politiche tariffarie e di traffico, in base al regime di liberalizzazioni di cui al regolamento (CE) n. 1008/2008, che ha sancito la facoltà per gli operatori comunitari titolari di licenza di trasporto aereo sia di scegliere liberamente le rotte sulle quali operare in ambito comunitario, sia di fissare le tariffe aeree per il trasporto di passeggeri e merci, siano evidentemente disattese stante l'attuale situazione nel nostro Paese;
   se non ritengano conseguentemente opportuno, per quanto di competenza, intervenire nei confronti di Alitalia-Cai affinché la medesima compagnia aerea riveda il piano aziendale con specifico riferimento alla riduzione delle rotte aeree verso la Calabria e al ripristino dei collegamenti inizialmente previsti;
   quali iniziative inoltre, intendano intraprendere per quanto di competenza, nei riguardi di Alitalia-Cai, affinché la medesima compagnia aerea riesamini le politiche tariffarie evidentemente non competitive anche e soprattutto a causa del persistente regime monopolistico con cui di fatto continua ad operare in particolare per specifiche rotte del Mezzogiorno, che non favoriscono l'ingresso di altri vettori stranieri nel nostro Paese;
   se non ritengano opportuno, infine, prevedere un piano di monitoraggio al fine di verificare le conseguenze sul piano occupazionale e dell'indotto, che deriverebbero a seguito della riduzione delle rotte che Alitalia-Cai ha intrapreso, nei riguardi della Calabria, che rientra all'interno di un più ampio piano di dismissione del servizio di trasporto aereo nei confronti della medesima regione e stabilire un quadro generale in termini numerici dei rischi derivanti dal ridimensionamento del servizio di trasporto aereo nel rispetto dei principi del diritto alla mobilità garantiti dall'ordinamento costituzionale.
(2-01785) «Moffa, Antonino Foti, Vincenzo Antonio Fontana, Mottola, D'Anna, Polidori».

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   TRAPPOLINO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   da alcuni anni, a seguito del notevole sviluppo di zone industriali presenti nei territori comunali di Orvieto, Allerona e Caltel Viscardo, si è verificato un sensibile incremento del traffico veicolare (soprattutto di mezzi pesanti) che ricade quasi interamente su alcuni quartieri ad alta densità residenziale a nord di Orvieto causando disagi e pericoli ai cittadini e problemi alla viabilità;
   per limitare e trasferire questi flussi di traffico gli enti territoriali hanno avviato da tempo l’iter per l'edificazione di un nuovo casello autostradale, lungo l'A1 Milano-Napoli (indicativamente al chilometro 441);
   la realizzazione di tale nuovo casello autostradale nei pressi del territorio comunale di Orvieto rappresenta una grande opportunità di sviluppo sociale, produttivo, economico ed occupazionale per il territorio ed uno strumento indispensabile per decongestionare gli attuali flussi di traffico sia locali che interregionali;
   secondo Unioncamere la «realizzazione di un nuovo casello autostradale sull'A1 all'altezza di Orvieto contribuirà ad ottimizzare i flussi di traffico di questa importante area economica dell'Umbria, permettendogli un più consono inserimento nei circuiti di collegamenti a lunga distanza di livello nazionale. Tale nuovo accesso all'Autostrada del Sole rappresenta quindi una buona opportunità di sviluppo non solo per le zone industriali di Orvieto, Castel Viscaldo e Allerona, ma più in generale per tutto il territorio umbro»;
   il sottosegretario di Stato alle infrastrutture e ai trasporti pro tempore Aurelio Misiti ha dichiarato il 29 settembre 2011 (rispondendo alla Camera dei deputati alla interrogazione n. 5/04904, a prima firma di Carlo Emanuele Trappolino) sulla realizzazione del nuovo casello di Orvieto: «in merito allo stato dell’iter progettuale, faccio presente che l'Anas ha rilasciato sul progetto definitivo, predisposto da Autostrade per l'Italia, la relativa validazione tecnica con prescrizioni. La società concessionaria, recepite le prescrizioni dell'Anas, ha redatto il progetto definitivo, finalizzato all'attivazione delle procedure per l'accertamento della conformità urbanistica dell'opera»;
   lo stesso Sottosegretario ha inoltre dichiarato: «è altresì attivo un tavolo di lavoro tra l'Anas, la Concessionaria ed il Comune di Orvieto, nel quale sono oggetto di discussione i presupposti necessari affinché la realizzazione dello svincolo possa avere uno sviluppo definitivo. È, difatti, indispensabile che, contestualmente alla realizzazione dell'intervento, venga effettuato l'adeguamento della viabilità di collegamento tra il nuovo casello, i comuni che dovranno essere serviti, e le aree industriali esistenti o di prossima costruzione. Tale adeguamento si rende indispensabile anche in considerazione del fatto che la realizzazione dello svincolo senza un contestuale potenziamento della viabilità ordinaria, nella quale lo stesso si inserisca, determinerebbe riflessi negativi sulla circolazione autostradale rendendo inutile o addirittura dannoso l'intervento stesso. Orbene, il nuovo svincolo, secondo quanto comunicato anche da Anas, risulta previsto negli strumenti urbanistici comunali, senza che siano stati tuttavia forniti ulteriori elementi sui piani di sviluppo delle aree limitrofe o sull'esistenza di progetti di adeguamento o potenziamento della viabilità ordinaria di collegamento, sia di carattere comunale che provinciale. In un recente incontro con rappresentanti del Comune di Orvieto sono state condivise le linee operative ed è stata prefigurata, inoltre, la sottoscrizione, previa approvazione di Anas, di un atto convenzionale che disciplini i prossimi passi realizzativi della nuova stazione di Orvieto Nord sulla A/1 da parte di Autostrade per l'Italia, contestualmente all'adeguamento, da parte degli enti locali, della viabilità ordinaria circostante, per assicurare che il sistema viabilistico venga completato con tempistiche coerenti»;
   dalla risposta del Governo appare evidente la funzione dell'amministrazione comunale di Orvieto che «si è impegnata ad assumere un ruolo guida – riportano testualmente le dichiarazioni del sottosegretario pro tempore Aurelio Salvatore Misiti –, raccogliendo ed organizzando gli impegni di tutti gli altri enti coinvolti, al fine di garantire una fattibilità certa dell'iniziativa e a definire, insieme ad Anas e ad Autostrade per l'Italia, concessionaria della tratta autostradale, un programma delle attività con un testo convenzionale correlato»;
   il Ministero ha inoltre assicurato «il massimo impegno al fine di pervenire in tempi certi e brevi, compatibilmente con i necessari adeguamenti precedentemente evidenziati, alla realizzazione dell'opera in questione»;
   la società Autostrade ha destinato per la realizzazione del casello 5 milioni di euro mentre la regione Umbria ha stanziato, per l'edificazione della viabilità accessoria, 2 milioni di euro;
   Anas è il gestore della rete stradale ed autostradale italiana di interesse nazionale: è una società per azioni il cui socio unico è il Ministero dell'economia e delle finanze ed è sottoposta al controllo ed alla vigilanza tecnica ed operativa del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti;
   ad oggi, dopo un anno, non sono emerse novità di rilievo rispetto all’iter di edificazione del casello di Orvieto;
   il ritardo con cui si sta procedendo alla realizzazione di quest'opera, per la quale sono state impegnate gran parte delle risorse necessarie rischia di vanificare, per via dell'inevitabile lievitazione dei costi, gli sforzi e gli impegni finanziari delle diverse amministrazioni, di pregiudicare gli investimenti e, i piani di sviluppo delle imprese presenti e di caricare sui cittadini i disagi di imponenti flussi di traffico che attraversano i centri abitati;
   l'urgenza di realizzare un nuovo casello ad Orvieto è motivata anche dalla necessità di dotare il territorio di una infrastruttura alternativa per la fruizione in sicurezza dell'autostrada A1, soprattutto in relazione al rischio idrogeologico che interessa, ad oggi, l'area dove è presente l'attuale casello. Le recenti alluvioni che hanno colpito anche l'Umbria nello scorso mese di novembre hanno infatti causato la chiusura, per alcuni giorni, del casello di Orvieto impedendo di fatto il collegamento strategico tra il territorio e la direttrice autostradale Napoli-Milano, rendendo inoltre inutilizzata gran parte della viabilità accessoria –:
   per quali motivi l’iter di edificazione del nuovo casello autostradale di Orvieto, nonostante le gravi problematiche presenti sul territorio citate in premessa, le somme già stanziate da enti pubblici e privati, la redazione del progetto definitivo approvato da Anas e la confermata volontà delle parti coinvolte di portare a termine l'opera, si sia interrotto da circa un anno;
   se il Ministro interrogato possa fornire una data relativa al completamento dell'opera e se possa confermare l'impegno per pervenire, in tempi certi e brevi, alla realizzazione del casello. (5-08667)


   TULLO e BOSSA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   la nave Eurocargo Bari della compagnia GRIMALDI dopo aver atteso in rada al porto di La Goultette dal 23 novembre 2012, nonostante che con comunicazione ufficiale delle autorità tunisine inviata il 6 novembre 2012 venivano garantite le finestre di approdo nei giorni e negli orari concordati precedentemente, è stata costretta al rientro in Italia approdando a Genova dopo 14 giorni;
   sulla nave erano presenti circa trenta persone di equipaggio e trentasei rimorchi destinati al mercato tunisino contenenti, anche frutta e medicinali (merce deperibile);
   la compagnia Grimaldi, che aveva già nel luglio del 2011 avuto problemi a fare scalo nel porto tunisino, era stata costretta dalle autorità tunisine (Ministero dei trasporti ed autorità portuale) a richiedere autorizzazioni specifiche non previste dal diritto della navigazione internazionale;
   ricevute tali autorizzazioni la compagnia italiana ha ripreso i collegamenti tra i porti di Genova, Livorno, Palermo e Tunisi il 19 novembre 2012, operando con due navi Ro/Ro la EUROCARGO BARI e La EUROCARGO CAGLIARI, con approdo il 19 e il 21 novembre 2012 avvenuto regolarmente;
   il 23 novembre 2012 doveva avvenire il terzo scalo, mentre la nave era in navigazione l'autorità portuale di Tunisi (OMMP) informava la società Grimaldi che l'attracco non era possibile per problemi di congestione del porto. Durante gli oltre 12 giorni di attesa molte navi, tra cui una della stessa Grimaldi, proveniente da Civitavecchia e Salerno, hanno regolarmente attraccato e scaricato semirimorchi e merci;
   appare all'interrogante che l'impedimento rispetto all'effettivo accesso al mercato della compagnia italiana non sia strettamente di carattere amministrativo, ma possa corrispondere ad un ostacolo di carattere politico in relazione a una reale liberalizzazione del mercato marittimo per la Tunisia, quale coerente applicazione dell'accordo di cooperazione sottoscritto con l'Unione nel 1998 –:
   se sia a conoscenza di quanto accaduto;
   quali iniziative siano state assunte per risolvere il problema della nave bloccata in rada per quasi 15 giorni;
   quali iniziative intenda assumere nei confronti dell'autorità politica tunisina perché sia rispettato l'accordo di cooperazione con l'Unione del 1998 che prevede la piena e reale liberalizzazione del mercato marittimo da e per la Tunisia.
(5-08670)

Interrogazioni a risposta scritta:


   BELLOTTI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   negli ultimi anni, durante i mesi estivi, si sono verificati periodi d'intensa siccità che hanno portato al prosciugamento di diversi corsi d'acqua, causando in larga parte l'emersione degli alvei di alcuni fiumi e, con essi, la comparsa di banchi di materiale alluvionale;
   il dissesto idrogeologico e fenomeni d'incuria e trascuratezza sono, spesso, la causa di gravi calamità e in molte zone del Paese, nell'ultimo decennio, avrebbero concorso allo straripamento di alcuni corsi d'acqua, con gravi danni per le realtà locali e per lo Stato;
   il Po, pur essendo il maggior fiume italiano per lunghezza e per portata, non è stato sottoposto a sufficienti lavori di escavazione del suo letto dopo l'emersione di vaste zone in secca e l'accumulo di quantità significative di materiale alluvionale, specialmente nel territorio del Polesine, e per questa ragione avrebbe minacciato più volte, durante le piene invernali, di straripare, rievocando i tragici eventi collegati all'alluvione del 1951, oltre ad aver provocate il danneggiamento degli argini con forti spese per il loro ripristino;
   il verificarsi di fenomeni di piena abbondante per un fiume come il Po non soltanto risulterebbe possibile, ma quantomeno probabile e prevedibile, visto che non è dato escludere il ripetersi, nei prossimi anni, se non addirittura in quello corrente, di forti precipitazioni atmosferiche;
   è opinione condivisa e trasversale che il vincolo paesaggistico ed ambientale non può sopravanzare la necessità di garantite la sicurezza per la cittadinanza e per le realtà produttive delle aree del Polesine limitrofe al fiume Po, né può reggere al paradosso che un'eventuale danno portato da una piena eccessiva danneggerebbe l'ambiente ed il paesaggio ben più che i lavori volti a garantire maggior contenimento ad una portata delle acque superiore alla media;
   un'estrazione controllata degli inerti alluvionali, praticata esclusivamente nelle aree in cui essi si sedimentano, se in equilibrio con l'apporto delle ricorrenti piene, è imprescindibile esigenza nella materia della disciplina delle acque e non comporta arretramento della zona costiera, dato che la parte fine del solido alluvionale verrebbe in ogni caso trasportata in sospensione fino alla foce, mentre è la parte grossolana e ghiaiosa che sedimenterebbe ed innalzerebbe gli alvei;
   risulterebbe, infine, inutile tutelare la preservazione di un ambiente fluviale se il suddetto ambiente non viene più regolato dalla natura ma è già irreggimentato da argini che ne deviano e regolano il corso –:
   se non si ritenga necessario assumere le iniziative di competenza affinché, secondo il criterio della somma urgenza, siano effettuati lavori di escavazione dell'alveo del fiume Po in modo che l'emersione degli inerti sedimentati ne consenta la rimozione con maggiore facilità e rapidità, al fine di impedire il verificarsi di possibili situazioni di rischio;
   quali iniziative determinate abbia intenzione il Governo di adottare per far fronte alla situazione sopra descritta, al fine di prevenire eventi che potrebbero comportare nuove situazioni problematiche nella gestione delle prossime piene invernali e primaverili non soltanto con riferimento al fiume Po, ma anche agli altri corsi d'acqua a rischio, quali gli affluenti dello stesso Po e il fiume Adige. (4-19047)


   TRAPPOLINO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   nel mese di novembre 2012 piogge di entità eccezionale hanno provocato alluvioni, esondazioni di corsi fluviali in numerose regioni d'Italia: in particolare Veneto, Liguria, Toscana, Umbria, Lazio e Marche;
   le alluvioni hanno causato vittime tra la popolazione civile, l'evacuazione di migliaia di persone dalle proprie case, danni ingenti a numerosi centri abitati, aree artigianali e commerciali e produzioni agricole, ed al patrimonio storico-artistico e culturale territoriale. Per quanto riguarda la viabilità sono ancora inagibili strade, a causa di frane e crolli a ponti ed infrastrutture; rallentamenti e criticità hanno interessato collegamenti ferroviari e marittimi, anche a lunga percorrenza;
   una stima completa dei danni non è stata ancora quantificata. Si parla comunque di centinaia di milioni di euro;
   gli enti territoriali interessati da tali eventi hanno chiesto al governo lo Stato di calamità naturale;
   il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare Corrado Clini ha dichiarato che la stima «per gli interventi necessari alla messa in sicurezza è di circa 40 miliardi di euro in un tempo di 15 anni. Serve un finanziamento annuale stabile pubblico di almeno 1,5-2 miliardi di euro per i prossimi 15 anni per affrontare i nodi critici della messa in sicurezza del territorio»;
   si è trattato di un evento di portata eccezionale: la quantità di pioggia che solitamente cade in una stagione si è infatti riversata in un solo giorno, causando l'inondazione di fiumi, torrenti e corsi d'acqua. Va comunque rimarcato che eventi atmosferici di eccezionale gravità (fra cui alluvioni, esondazioni, siccità, nevicate) stanno colpendo sempre con maggiore frequenza il nostro Paese;
   oltre a danni e vittime il maltempo ha interessato alcune zone strategiche per la viabilità, sia ferroviaria che stradale del centro Italia, creando profondi disagi nelle comunicazioni viarie tra nord e sud del Paese; in particolare i nodi infrastrutturali:
    di Chiusi, in provincia di Siena, che interessa, solo per quanto riguarda le infrastrutture di carattere nazionale, la linea ferroviaria, tradizionale ed ad alta velocità, Roma-Milano; l'autostrada A1; la E78 Grosseto-Fano;
    di Orvieto, in provincia di Terni, che interessa, solo per quanto riguarda le infrastrutture di carattere nazionale, la linea ferroviaria, tradizionale ed ad alta velocità, Roma-Milano, l'autostrada A1;
    di Orte, in provincia di Viterbo, che interessa, solo per quanto riguarda le infrastrutture di carattere nazionale, la linea ferroviaria, tradizionale ed ad alta velocità, Roma-Milano, l'autostrada A1, la E45 Orte-Ravenna;
    il tratto costiero della provincia di Viterbo e di Grosseto, che interessa, solo per quanto riguarda le infrastrutture di carattere nazionale, la linea ferroviaria, tradizionale ed ad alta velocità, Roma-Torino; la SS 1 Aurelia, e la E78 Grosseto-Fano;
   nello specifico, e per quanto riguarda i collegamenti stradali di valenza nazionale, gli allagamenti hanno causato, per alcuni giorni, l'inagibilità del tratto autostradale della A1 tra Valdichiana e Fabro in direzione di Roma e tra Orte e Chiusi in direzione Firenze e la conseguente chiusura dei relativi caselli autostradali, interruzioni e chiusure lungo la SS 1 Aurelia nelle province di Grosseto e Viterbo, disagi e rallentamenti nella E78 ed E45;
   le problematiche riscontrate sono state così gravi che hanno compromesso, in alcuni tratti, l'intera viabilità accessoria territoriale: basti pensare che gran parte del traffico a grande percorrenza tra il nord ed il sud d'Italia è stata spostata sul versante autostradale adriatico;
   nello specifico, e per quanto riguarda i collegamenti ferroviari di valenza nazionale, per alcuni giorni è rimasta bloccata la rete ferroviaria tra Civitavecchia (e conseguentemente Roma) e Grosseto mentre gravi ritardi e rallentamenti hanno interessato la linea ferroviaria ad alta velocità e tradizionale, Roma-Firenze;
   il blocco di questi nodi infrastrutturali strategici, oltre a causare un vero e proprio prolungato stop ai collegamenti interregionali e nazionali ha comportato un blocco della mobilità locale: la viabilità accessoria, quando non è stata resa inagibile dalle alluvioni, si è infatti dimostrata insufficientemente adeguata per garantire una minima capacità di supporto alle attività di immediata emergenza ed incapace di assicurare un ritorno alle attività in tempi brevi (come fruibilità degli edifici pubblici o degli esercizi commerciali di prima necessità);
   va inoltre specificato che gli allagamenti che hanno interessato zone come Orvieto, Chiusi hanno causato disagi anche all'intera area urbana di Roma. L'apertura di alcune dighe, resa necessaria per evitare ulteriori inondazioni da parte dei fiumi nei territori già colpiti, ha infatti causato una piena del Tevere che ha allagato e messo in allerta intere zone della Capitale creando, oltre a gravi danni alla proprietà pubblica e privata, continui e sensibili disagi alla intera viabilità della metropoli;
   risulta quindi evidente che, oltre ai gravissimi danni causati alla popolazione, alla attività produttive ed alle infrastrutture, le alluvioni che si sono verificate nelle zone sopracitate hanno di fatto creato disagi, rallentamenti e interruzioni a gran parte della viabilità, stradale e ferroviaria nazionale;
   per ciò che concerne la gestione delle infrastrutture viarie di carattere nazionale va premesso che:
    Anas è il gestore della rete stradale ed autostradale italiana di interesse nazionale. È una società per azioni il cui socio unico è il Ministero dell'economia e delle finanze ed è sottoposta al controllo ed alla vigilanza tecnica ed operativa del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Anas gestisce direttamente anche alcuni tratti autostradali;
    le norme per le concessioni per la gestione dei circa 6500 chilometri della rete autostradale nazionale a soggetti privati, sono presenti nella legge numero 287 del 1971 (e successive integrazioni e modificazioni);
    per quanto riguarda la gestione della rete ferroviaria nazionale il soggetto preposto è Rfi. Rfi è una società del gruppo Ferrovie dello Stato, a sua volta controllato interamente dal Ministero dell'economia e delle finanze. Rfi, si legge nel sito internet ufficiale, garantisce la sicurezza della circolazione ferroviaria sull'intera rete, sviluppa tecnologia dei sistemi e dei materiali e assicura il mantenimento in efficienza dell'infrastruttura ferroviaria;
   alla luce di quanto esposto sono quindi necessari sia una pronta ricognizione delle zone strategiche viarie di valenza nazionale, in relazione ai rischi di esondazione dei corsi fluviali presenti nelle loro vicinanze, sia un piano efficace per la messa in sicurezza di tali infrastrutture stradali e ferroviarie e della viabilità accessoria inerente;
   il piano di messa in sicurezza sopracitato dovrà essere definito coinvolgendo le società statali, partecipate dallo Stato e di natura privata che gestiscono i nodi infrastrutturali di valenza nazionale individuati dal censimento propedeutico;
   tale piano dovrà poi essere inserito, attraverso gli strumenti normativi presenti, nel programma delle «infrastrutture pubbliche e private e degli insediamenti produttivi» ai sensi ai sensi dell'articolo 1 della legge numero 443 del 2001 –:
   se non ritenga opportuno, per le motivazioni esposte in premessa, aprire un tavolo di confronto interministeriale con l'obiettivo di censire i nodi infrastrutturali stradali e ferroviari di carattere nazionale (che anche alla luce delle recenti alluvioni, hanno mostrato gravi criticità e problematiche in relazione alla loro vicinanza con corsi d'acqua potenzialmente pericolosi), coinvolgendo direttamente le istituzioni preposte e la società di natura pubblica e privata interessate, al fine di elaborare un piano strategico nazionale per la messa in sicurezza di tali infrastrutture, utilizzando gli strumenti normativi e le risorse finanziarie previsti dalla legislazione vigente, a partire dalla legge numero 443 del 2001. (4-19059)


   QUARTIANI. —Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   da giorni il servizio ferroviario regionale lombardo è sottoposto a pesantissimi disservizi, tra i quali si enumerano ritardi, soppressioni di treni riduzione del numero di vagoni e vetture, caos nei turni del personale viaggiante;
   settecentomila pendolari che si recano da casa al lavoro e a scuola e viceversa sono stati costretti a utilizzare mezzi alternativi al servizio pubblico (Trenord è la società che gestisce il servizio regionale ferroviario lombardo al 50 per cento partecipata dalla Regione e al 50 per cento da Trenitalia) ovvero hanno perso ore di lavoro, con ricadute economiche importanti sulle imprese di riferimento o hanno dovuto rinunciare a partecipare a lezioni scolastiche o universitarie, ricavandone un grave danno in un periodo cruciale dell'anno per le attività scolastiche e accademiche;
   da domenica 9 dicembre 2012 si susseguono infatti i ritardi fino ad un'ora nel periodo di punta e cancellazioni di treni a ripetizione (pare che il disagio possa protrarsi per un'altra settimana);
   risulterebbe che questi paradossali disservizi, che colpiscono uno dei più avanzati e funzionanti sistemi ferroviari d'Italia, sia dovuto all'introduzione del nuovo sistema automatico che programma la turnazione/rotazione del personale, il cui costo è stato pari a 1,5 milioni di euro, che sarebbe stato importato dalla Spagna e mai precedentemente testato in quanto ad applicabilità al sistema lombardo;
   dicono le cronache giornalistiche che i pendolari si siano trovati senza treni e i treni senza macchinisti, cosicché l'azienda Trenord avrebbe definito la situazione nei termini di «circolazione fortemente perturbata» –:
   se il Governo sia al corrente della grave situazione determinatasi nel servizio ferroviario lombardo e tra i pendolari della regione Lombardia e, in caso di conoscenza dei fatti sopraindicati, se intenda intervenire per ripristinare una situazione di normalità del servizio, impartendo le necessarie istruzioni e indicazioni alla controllata Trenitalia, dato che le ricadute negative del pesante disservizio potrebbero interessare, anche attraverso futuri atti sanzionatori, la società in questione partecipata da Trenitalia, nonché tenendo conto che un disservizio di tale misura ha già compromesso e comprometterebbe ulteriormente numerose attività produttive dell'economia lombarda, già peraltro colpita dalla crisi economica, nel più importante periodo per le attività della manifattura, del commercio e del turismo proprio nel più favorevole momento delle festività natalizie. (4-19064)

INTERNO

Interrogazioni a risposta scritta:


   BITONCI e MONTAGNOLI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   numerose disposizioni prodotte in questi ultimi mesi dal Governo hanno riguardato gli enti locali, e i comuni in particolare, allorché sono state disposte riduzioni di trasferimenti secondo un approccio lineare e pesanti diminuzioni di risorse a valere sul Fondo sperimentale di riequilibrio, tanto da costringere numerose amministrazioni, proprio per sopperire ai deficit causati da tali ammanchi, ad aumentare l'imposizione fiscale locale, a partire dall'Imu;
   nel 2013, il quadro finanziario ed economico dei Comuni sarà molto più complesso di quello attuale, dal momento che i tagli governativi, così come previsto da norma come il decreto sulla spending review, saranno ulteriormente incrementati e, alle attuali e già gravose imposizioni fiscali a carico dei cittadini, se ne affiancheranno altre, come la TARES;
   negli anni passati, è già stato approvato il differimento, al 31 dicembre 2012, del termine dell'articolo 2, comma 8, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 ed inerente la possibilità di concedere l'utilizzo proventi per concessioni edilizie per il finanziamento di spese correnti nelle misura massima del 50 per cento e per un ulteriore 25 per cento per le spese di manutenzione ordinaria del verde delle strade e del patrimonio comunale –:
   se, considerata la difficile situazione economica e finanziaria nella quale si trovano gli enti locali, ed i comuni in particolar modo, non ritenga opportuno assumere iniziative per posticipare il termine ultimo per l'utilizzo proventi per concessioni edilizie per il finanziamento di spese correnti anche al 31 dicembre 2013. (4-19050)


   BITONCI e MONTAGNOLI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   le recenti normative finalizzate dall'attuale Governo si sono indirizzate principalmente sugli enti locali, e sui comuni in particolare, prevedendo riduzioni di trasferimenti secondo un approccio lineare, ovvero non considerando gli enti che nel corso degli anni hanno adottato politiche di gestione finanziaria efficienti;
   la situazione della finanza locale è particolarmente grave, sia alla luce della pesante riduzione di risorse operata attraverso la rideterminazione del Fondo sperimentale di riequilibrio, sia per il fatto che numerose amministrazioni, proprio per sopperire a tali deficit, sono dovute ricorrere all'aumento delle imposte locali, a partire dall'Imu, e che la difficoltà degli enti è ulteriormente acuita dal fatto che gli amministratori locali si stanno muovendo in quadro normativo estremamente incerto ed instabile;
   la complessità di tale quadro normativo che nel 2012, ha caratterizzato le amministrazioni locali ha comportato il rinvio per ben cinque volte del termine ultimo per l'approvazione dei bilanci preventivi 2012, da dicembre 2012 fino ad ottobre 2012, e quindi a ridosso della conclusione del medesimo esercizio finanziario;
   per il 2013, il quadro normativo che si prospetta per gli amministratori locali non pare meno complesso, a partire dal fatto che dal 1o gennaio 2013, così come stabilito dalla legge di stabilità 2012, l'applicazione dei vincoli del patto di stabilità verrà allargata anche ai comuni con una popolazione tra i 1.000 e i 5.000 abitanti, così che agli attuali 2.300 enti circa soggetti al prodotto stabilità interno si aggiungeranno almeno altri 3.800 enti di inferiori dimensioni, e considerando altresì come sempre dal 2013 entrerà in vigore la nuova imposta TARES –:
   se considerata la ristrettezza dei tempi e l'incertezza normativa nella quale si trovano le amministrazioni locali, non ritenga opportuno assumere iniziative al fine di posticipare il termine ultimo per l'approvazione dei bilanci preventivi 2013 al 31 marzo 2013. (4-19052)


   BARBATO. — Al Ministro dell'interno, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   in data 12 dicembre 2012 il corriere.it ha dato notizia di costruzioni abusive sulla necropoli romana dell'Appia Antica;
   la denuncia è avvenuta con foto aeree che testimoniano piscine nelle antiche vasche; acciaio, vetro e cemento in alcune tenute;
   le nuove serre costruite vicino alla villa;
   il luogo descritto, a firma della giornalista Maria Rosaria Spadaccino, è compreso tra via di Porta Latina e via di Porta San Sebastiano, una tenuta nascosta da alberi e mura antiche, confinante con il parco di San Sebastiano e l'Appia Antica;
   dalle foto aeree si vede ben altro: accanto alla dimora storica principale ci sono tre fabbricati adiacenti e accanto altri lotti, realizzati in acciaio e vetro, costruzioni su cui la magistratura sta indagando per presunti illeciti edilizi;
   nella comparazione delle foto del 2007 e del 2012 è evidente una diminuzione del verde ed un aumento della cubatura, ci sono costruzioni dove prima c'era il parco;
   al momento vi è una denuncia alla procura della Repubblica per illecito edilizio, la segnalazione (che si riferisce ai tre fabbricati adiacenti al palazzo principale) è arrivata all'ufficio abusivismo edilizio del comandante Antonio Di Maggio, «in settembre abbiamo fatto un sopralluogo con le soprintendenze abbiamo accertato varie irregolarità ed illeciti. Abbiamo chiesto foto aeree, per studiare l'area e confrontare i rilievi aerei nel tempo», racconta;
   diverse le zone interessate dal deturpamento archeologico (parco Appia Antica, parco Appia Antica Caffarella);
   sotto i fabbricati ci sono i resti di una necropoli monumentale romana in parte esplorata durante la costruzione di via delle Terme di Caracalla, tra il 1937 e il 1950 – ha detto un archeologo del Ministero per i beni e le attività culturali;
   le piscine della tenuta «sarebbero state costruite trasformando due preesistenti vasche ornamentali, per loro non sono mai state presentate richieste e la loro costruzione ha sicuramente interferito se non danneggiato il sedime archeologico sottostante», continua l'archeologo. Proprio nell'area delle piscine c’è il più importante reperto monumentale: l'oratorio dei sette dormienti e poco lontano un colombario del I secolo dopo Cristo;
   secondo quanto dichiarato dalle soprintendenze (architettonica ed archeologica) allo stesso ufficio abusivismo, «tutte le cubature e gli edifici sono privi di qualsiasi titolo autorizzativo, inoltre la realizzazione di tutti i manufatti non è mai stata autorizzata dalle soprintendenze ed è pertanto illegittima per le norme di tutela»;
   i proprietari delle tenute si sono difesi dicendo che è «tutto regolare» e che non è stata violata alcuna norma di tutela e qualcuno ha finanche sostenuto di avere richiesto ed ottenuto una Dia e avere «costruito su preesistenze (ci sono testimonianze catastali del 1939), usufruendo del condono dell'84»;
   i tecnici che lavorano alla denuncia hanno replicato: «Nel 1986 sono state presentate istanze di concessione edilizia in sanatoria per i tre fabbricati oggetto del sopralluogo, ma a quella data gli immobili non risultano esistenti, per questo chiederemo il ripristino dello stato originario dei luoghi» –:
   di quali notizie dispongano i Ministri interrogati e quali misure si intendano assumere rispetto ai fatti esposti in particolare quali iniziative di sua competenza il Ministro per i beni e le attività culturali intenda mettere in campo per evitare futuri abusi edilizi su zone patrimonio archeologico di valore inestimabile.
(4-19060)


   MONTAGNOLI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 13 riduce le risorse a favore dei comuni del Fondo sperimentale di riequilibrio ed il Fondo perequativo in misura pari al maggior gettito derivante dalla nuova disciplina dell'imposta municipale propria (IMU) rispetto al gettito incassato con l'ICI del 2010;
   il comune di Concamarise (Verona), e che conta circa mille abitanti di popolazione e un bilancio comunale di circa 1.300.000 euro, ha registrato un taglio di trasferimenti per circa 70 mila euro, una cifra estremamente importante per un ente di tali dimensioni, tanto che, così come confermato dagli organi di stampa locale del veronese, in questo comune da qualche settimana i lampioni vengono spenti durante l'orario notturno, ridotto l'orario del personale pubblico per i servizi di assistenza sociale, abolito il servizio di scuolabus per gli alunni delle scuole e ridotte le pulizie degli uffici comunali –:
   se il Ministro non intenda assumere iniziative, nell'ambito delle proprie competenze, per far sì che in situazioni come quella in cui si trova il comune di Concamarise l'erogazione dei servizi essenziali da parte dell'ente pubblico, possa essere assicurata. (4-19068)

ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   BELLANOVA. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   368 lavoratori in forze all'appalto di pulizie dei distretti scolastici della provincia di Lecce ed operanti per l'azienda Intini Source spa, consorziata con il Gruppo Miles Servizi Integrati sono da diverso tempo in stato di agitazione per la mancata retribuzione delle mensilità di ottobre e novembre 2012;
   da quanto lamentano gli stessi lavoratori e le organizzazioni sindacali che li rappresentano sono ormai diversi anni che i ritardi nella corresponsione degli emolumenti previsti da contratto di categoria sono frequenti, tanto da creare ai lavoratori ed alle loro famiglie notevoli disagi di natura economica e sociale;
   questa situazione di continua attesa forzata dei lavoratori nel percepire la retribuzione mensile spettante, non è nuova, ma a memoria dell'interrogante è una pratica che l'azienda applica sin dall'ottobre 2010;
   l'interrogante è a conoscenza che il Ministero con regolarità quando dovuto alle aziende che hanno in appalto tale servizio, non cumulando, attualmente, alcun ritardo;
   va detto che questi lavoratori, nonostante i disagi subiti per la mancata corresponsione dell'emolumento mensile, assicurano comunque quotidianamente il servizio di pulizia negli istituti scolastici salentini, non creando alcun disagio per l'utenza, hanno il diritto di vedersi corrisposto quanto dovuto per assicurando in tal modo una vita dignitosa alle proprie famiglie;
   a parere dell'interrogante trattandosi di appalti pubblici sarebbe utile che il Ministero vigilasse sulle situazioni come quella rappresentata poiché è ingiusto che nella puntualità della corresponsione da parte del Ministero delle fatture ai singoli consorzi, non corrisponda poi la puntualità degli stessi negli emolumenti mensili da versare ai lavoratori interessati –:
   se il Ministro interrogato vista la situazione sopra esposta non ritenga urgente acclarare questa situazione attivandosi presso il consorzio Miles e la azienda Intini Source col fine di evitare ulteriori disagi economico e sociali ai lavoratori interessati. (5-08665)


   DE PASQUALE. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   a pochi giorni dal secondo parere del Consiglio di Stato il Ministero dell'economia e delle finanze ha emanato il 19 novembre 2012 il decreto n. 200 che regolamenta «le modalità e le procedure per l'applicazione proporzionale, a decorrere dal 1o gennaio 2013, dell'esenzione dell'IMU per le unità immobiliari destinate allo svolgimento delle attività istituzionali con modalità non commerciali»;
   dopo aver precisato nell'articolo 3 quali sono i requisiti generali perché una attività possa considerarsi non commerciale, nell'articolo successivo elenca ulteriori requisiti particolarmente restrittivi per quelle attività che si definiscono didattiche;
   queste, secondo quanto affermato nell'articolo 4, comma 3, a, b, c, devono essere «paritarie», non devono essere «discriminatorie nell'accettazione degli alunni»; hanno l'obbligo di «accogliere gli alunni portatori di handicap», devono applicare la «contrattazione collettiva al personale docente e non docente», devono garantire «l'adeguatezza delle strutture agli standard previsti», devono assicurarle «pubblicità del loro bilancio»;
   inoltre le attività didattiche devono essere svolte a «titolo gratuito, ovvero dietro versamento di corrispettivi di importo simbolico e tali da coprire solamente una frazione del costo effettivo del servizio, tenuto conto dell'assenza di relazione con lo stesso»;
   mentre i primi requisiti sono la riproposizione di quanto già stabilito dalla legge n. 62 del 2000 per ottenere il riconoscimento di parità, gli ultimi requisiti sono aggiunti da questo regolamento e mettono in grande difficoltà le scuole paritarie;
   è infatti impossibile che una scuola paritaria, che fa parte di un unico sistema pubblico di istruzione unitamente alla scuola statale, debba ottemperare alle norme di legge, relative alla contrattazione collettiva dei suoi dipendenti, all'adeguatezza funzionale degli edifici, alla modernizzazione delle strumentazioni didattiche, al sostegno degli studenti portatori di handicap, all'aggiornamento del personale per citare alcuni dei tanti capitoli di spesa del suo bilancio, per riuscire ad essere esentata dall'Imu, possa, senza avere alcun finanziamento pubblico, offrire il suo servizio scolastico ed educativo «a titolo gratuito» o dietro «un corrispettivo simbolico»;
   il richiamo in premessa di questo decreto a titolo giustificativo della necessità di adeguarsi ai «parametri di conformità a quelli previsti dal diritto dell'Unione europea» non tiene conto di un particolare assai importante che le scuole non statali, nei diversi Paesi europei godono, anche se in maniera diversificata da un Paese all'altro, di un finanziamento pubblico e, quindi, si trovano nella oggettiva fortunata situazione di non praticare alcuna retta, oppure di praticare semplicemente una retta simbolica ad integrazione del contributo statale. Ma in Italia è molto diverso. Il finanziamento pubblico della scuola paritaria è irrisorio e, per di più, si arresta alle scuole materne e primarie ex parificate convenzionate. Tutte le altre non hanno alcun finanziamento;
   quanto detto risulta secondo l'interrogante ancor più paradossale alla luce di una risoluzione del Parlamento europeo, approvata a Strasburgo appena il 4 ottobre 2012, che ribadisce quanto aveva già solennemente proclamato in una altra risoluzione del 14 marzo 1984 che la libertà di scelta educativa è un diritto fondamentale umano che va garantito, sostenuto e promosso dagli Stati membri, che questa libertà di scelta educativa si esercita anche nelle scuole paritarie e che quindi nei confronti di queste scuole non va praticata alcuna sorta di discriminazione rispetto a quanto stabilito per le altre scuole statali;
   ora, questo regolamento per i vincoli ai quali sottopone le scuole paritarie per essere esenti dall'imposizione IMU appare all'interrogante palesemente discriminatorio. Costituisce un ulteriore atto legislativo che le penalizza, le emargina, le costringe a cessare la propria attività. Mette in evidenza come in Italia ancora alcuni diritti fondamentali, come appunto quello della libertà di scelta educativa, sono dei miraggi lontani e, a queste condizioni, irraggiungibili; e che l'Italia è ancora lontana dall'Europa dei diritti civili;
   questo regolamento è ad avviso dell'interrogante una sorta di accanimento nei confronti di quelle istituzioni che si propongono, senza finalità di lucro, come un servizio al Paese, nel sistema pubblico d'istruzione; il grosso rischio è quello di far diventare queste istituzioni, che nella maggior parte dei casi attualmente non sono «scuole per ricchi», ma accolgono, spesso anche gratuitamente, ragazzi in situazioni familiari svantaggiate, scuole esclusivamente per coloro che potranno pagare una cospicua retta e quindi scuole «solo d’élite»;
   questo regolamento affossando le scuole paritarie, che per il bilancio dello Stato (nelle voci attività specifiche di pertinenza del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, del Ministero della sanità, del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, del Ministero per i beni culturali, province, regioni, fondi europei) costituiscono un risparmio nell'ordine di una decina di miliardi di euro, contraddice la filosofia della spending review intrapresa dal Governo e dalle forze che lo sostengono e andrà ad appesantirlo ulteriormente costringendo indistintamente tutti, a subire altre imposizioni fiscali per raggiungere il suo pareggio;
   il sottosegretario Vieri Ceriani rispondendo, a nome del Governo, al question time, presentato dal PD in Commissione VI, che chiedeva chiarimenti sull'interpretazione dell'articolo 4 comma 3, lettera c), del regolamento summenzionato, ha riferito che presso il dipartimento «sono attualmente in corso approfondimenti istruttori in merito all'eventuale individuazione di parametri di riferimento oggettivi che possano guidare l'attività di accertamento degli enti imposti rispetto alla valutazione dei corrispettivi». Ammettendo con ciò implicitamente che ad oggi non ci sono gli elementi per stabilire quali scuole paritarie debbano pagare l'IMU, nonostante la prossima scadenza del 17 dicembre 2012, lasciando così oltretutto nell'incertezza proprio gli enti non profit titolari di immobili esclusivamente ad usi non commerciali;
   tutto ciò nonostante il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca abbia più volte, sin dal novembre 2012, dichiarato pubblicamente di voler chiedere al Governo di esentare le scuole paritarie non profit dal pagamento dell'IMU;
   stante anche il predetto mancato chiarimento, secondo l'interrogante, le disposizioni del regolamento in oggetto sono, per la parte che riguarda le scuole paritarie senza finalità di lucro, ingiuste, discriminatorie, politicamente miopi, in aperta contraddizione con tutte le manovre di una saggia gestione economica e fiscale e con le più volte dichiarate affermazioni delle più alte autorità istituzionali secondo le quali la scuola, in quanto priorità strategica per lo sviluppo economico e sociale del Paese, deve essere messa al primo posto dell'agenda governativa e disporre di tutte le condizioni, comprese quelle finanziarie, che le consentono di svolgere appieno il suo servizio –:
   se il Ministro interrogato abbia effettivamente avanzato nelle sedi opportune la richiesta segnalata in premessa, che esito abbia avuto e se intenda promuovere misure finalizzate a salvaguardare l'attività delle scuole paritarie senza fine di lucro, posto che appare all'interrogante fortemente a rischio, allo stato attuale, la prosecuzione delle funzioni di tali strutture;
   in particolare se il Ministro abbia proposto o intenda al più presto proporre che come parametro oggettivo, vista anche la risposta al question time di cui in premessa, il corrispettivo versato dai genitori per ogni alunno della scuola paritaria senza finalità di lucro sia considerato «simbolico» rispetto a quanto costa allo Stato ogni alunno della scuola statale.
(5-08671)

Interrogazione a risposta scritta:


   BARBATO. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   l'università Federico II di Napoli è il principale ateneo partenopeo ed uno dei più importanti d'Italia e d'Europa, è la più antica università a essere stata fondata con un provvedimento statale ed è la più antica università laica del mondo;
   il 5 giugno 1224 fu fondata dall'imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia Federico II di Svevia tramite un editto (la generalis lictera) spedito da Siracusa;
   l'università di Napoli è considerata la prima università laica in Europa di tipo statale, non fondata, cioè, da corporazioni o associazioni di intellettuali, o di studenti ma in forza di un provvedimento sovrano;
   in data 12 ottobre 2012 repubblica.it edizione Napoli ha pubblicato un video girato da alcuni studenti universitari oggi giunto a 9329 visualizzazioni in cui si vede piovere copiosamente in un'aula;
   in data 11 dicembre 2012 repubblica.it ha informato i lettori con una didascalia a firma di Paolo De Luca accompagnata da diverse foto testimonianti la situazione attuale: «Disservizi, aule studio chiuse, strutture inadeguate, servizi informatici obsoleti. Tutte le anomalie della Federico II, denunciate con ironia in decine di volantini che hanno invaso i vari edifici dell'ateneo. È la nuova iniziativa «Sos Federico II» avviata anche da «Link», rete di associazioni e collettivi studenteschi, sostenuta anche dal tam-tam di social network. In particolare la campagna si è concentrata sulle facoltà di lettere, scienze politiche e giurisprudenza, aule sovraffollate, assenza di un numero adeguato di servizi igienici, programmi di studio cristallizzati al 1993. E l'anomalia delle biblioteche, «costrette a chiudere troppo presto per mancanza di personale» –:
   se, alla luce di quanto indicato in premessa, non ritenga che sia opportuno assumere iniziative per accrescere le risorse a disposizione delle università onde evitare che continuino a rilevarsi fatti quali quello descritto. (4-19072)

LAVORO E POLITICHE SOCIALI

Interrogazioni a risposta scritta:


   GARAVINI, GIANNI FARINA, FEDI e PORTA. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   al fine del corretto pagamento dei trattamenti pensionistici e di impedire che risorse pubbliche siano erogate ingiustamente, anche per l'anno 2013, l'INPS ha comunicato l'avvio della verifica dell'esistenza in vita dei circa 400.000 pensionati all'estero;
   le ultime campagne di verifica hanno comportato gravi disagi per i pensionati all'estero, ripetutamente denunciati dall'interrogante che, con diversi atti parlamentari (4-11875; 4-14042 e 2-01411), ha sollecitato il Governo a rappresentare all'INPS l'esigenza di ricorrere a un sistema di attestazione semplice e di facile fruizione che potrebbe prevedere anche la trasmissione telematica e certificabile;
   ulteriori inconvenienti riguardavano la mancata o ritardata ricezione dei plichi dovuta per lo più al mancato aggiornamento da parte dell'INPS dell'indirizzario dei titolari di pensioni residenti all'estero, o alla trasmissione inesatta di tali indirizzi all'istituto bancario incaricato dell'invio;
   anche per il 2013 è previsto che la campagna di verifica dell'esistenza in vita sia effettuata attraverso CITIBANK; l'INPS ha comunicato che le modalità di svolgimento non si discosteranno sostanzialmente da quelle adottate nel 2012, con la conferma della lista dei testimoni attendibili che era stata ampliata nel corso della scorsa campagna;
   tale ampliamento dei soggetti abilitati ad attestare l'esistenza in vita non comprende gli operatori dei patronati che, oltre ai consolati, sono gli unici centri di assistenza ai quali i pensionati all'estero si rivolgono per tutte le questioni socio-assistenziali e previdenziali;
   le misure di razionalizzazione della rete diplomatico-consolare hanno comportato una riduzione dell'organico dei consolati che rischiano di avere difficoltà a fare fronte ai confluire di numerose richieste di informazione oltre che di attestazione dell'esistenza in vita, rendendo di fatto necessaria l'assistenza dei pensionati da parte dei patronati;
   in molti casi, i titolari di pensioni italiane all'estero sono beneficiari, altresì, di trattamenti emessi dagli enti previdenziali del Paese in cui risiedono, i quali procedono spesso in parallelo alla verifica dell'esistenza in vita dei titolari delle pensioni; una soluzione per evitare ogni anno il ripetersi dei disagi e la sovrapposizione delle verifiche potrebbe consistere nella stipula di accordi tra l'INPS e gli enti previdenziali locali –:
   come il Ministro del lavoro e delle politiche sociali intenda vigilare sull'andamento della campagna di verifica, per evitare che possano ripetersi i disagi e le disfunzioni registrate negli anni precedenti;
   se intenda sollecitare l'INPS, affinché venga predisposta con urgenza una procedura on-line utilizzabile dai patronati per adempiere alla compilazione e all'inoltro delle attestazioni, per consentire la tracciabilità delle istanze presentate con una maggiore garanzia dei pensionati;
   se intenda sostenere l'abilitazione degli operatori dei patronati quali testimoni attendibili rispetto all'esistenza in vita dei pensionati italiani residenti all'estero;
   quali urgenti iniziative intenda adottare il Ministro degli affari esteri per garantire che nelle prossime settimane i consolati siano preparati a rispondere efficacemente alle numerose richieste di attestazione da parte dei pensionati all'estero. (4-19054)


   BOCCUZZI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   i dati relativi al prodotto interno lordo, al livello dei consumi, alla disoccupazione, all'utilizzo degli ammortizzatori sociali, al debito pubblico italiano, schizzato al 126,1 per cento del prodotto interno lordo, mostrano un'Italia in piena recessione;
   la grave crisi in atto dal 2008 non accenna a diminuire d'intensità. Le affermazioni sulla prossima uscita dal tunnel appaiono sgradevoli e danno il senso del distacco esistente con il paese reale;
   il reddito disponibile delle famiglie si è contratto pesantemente ed è aumentato enormemente il numero di quelle che versano in condizioni di grave disagio economico e sociale;
   la produzione industriale ha registrato su base annua un calo considerevole e negli ultimi 4 anni siamo passati dal 5o all'8o posto nella graduatoria mondiale manifatturiera;
   la disoccupazione ha raggiunto il 10,8 per cento in Italia e ha superato il 9 per cento in Piemonte, percentuale più alta di tutto il nord-Italia (era il 7,6 per cento nel 2011);
   quella giovanile è al 35,1 per cento e quasi un 20 per cento di giovani, i cosiddetti NEET, non studiano, non si formano, non cercano lavoro. In provincia di Torino, nella fascia 15-24 anni, la disoccupazione è giunta al 28,4 per cento, percentuale più alta di tutto il Nord Ovest, la cui media è del 22,2 per cento;
   dal 2007 al 2012 gli occupati fino a 35 anni d'età sono diminuiti di quasi 1,5 milioni, mentre i lavoratori tra 55 e 64 anni sono aumentati del 26 per cento per effetto degli interventi previdenziali;
   nei primi nove mesi del 2012 c’è stato il crollo delle nuove pensioni: gli assegni liquidati dall'Inps sono diminuiti del 35,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2011, solo per effetto della finestra mobile e dello scalino scattati nello scorso anno, mentre la riforma Fornero impatterà dal 2013. L'età media è passata dai 60,3 ai 61,3 e l'anno prossimo sorpasseremo la Germania;
   nei primi 10 mesi del 2012, in Italia sono state richieste quasi 900 milioni di ore di cassa integrazione (in Piemonte oltre 116 milioni, pari al 13 per cento del totale), dato che rende certo il superamento del miliardo alla fine dell'anno. È bene sottolineare che in Piemonte le risorse a disposizione per la cassa in deroga non sono sufficienti per arrivare a fine anno, pertanto il Ministro del lavoro e delle politiche sociali che è torinese dovrebbe attivarsi per fare arrivare rapidamente i milioni ancora mancanti;
   per quanto concerne la mobilità, da inizio anno c’è stata una crescita di quasi il 9 per cento, in particolare di quella non indennizzata;
   in tale contesto appare inopportuno il superamento progressivo dell'attuale sistema di ammortizzatori, previsto dalla cosiddetta riforma del mercato del lavoro;
   in aggiunta, attualmente sono aperti più di 150 tavoli di crisi, che riguardano 180.000 dipendenti e quasi 30.000 esuberi;
   si tratta di un parziale bollettino di guerra, peraltro in continuo aggiornamento;
   dalla fine del 2008, anche il Piemonte ha registrato una consistente perdita di posti di lavoro e di imprese, un massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali, il peggioramento delle condizioni per migliaia di famiglie e la nascita di nuove povertà;
   la situazione resta molto difficile, perché, se stupisce positivamente la grande capacità di reazione di tante aziende piemontesi, in grado di competere e di esportare, si continua a registrare un continuo arretramento nei consumi e nella fruizione di beni e servizi da parte dei residenti;
   in proposito, bisogna ricordare che il tasso di utilizzo degli impianti si attesta al 68 per cento, circa 7 punti sotto il livello tipico delle normali fasi di crescita;
   oltre al lavoro che manca, c’è forte preoccupazione per le prestazioni del welfare locale, alle prese con risorse in forte diminuzione e con una domanda in costante aumento;
   è stato detto tante volte che, dal livello nazionale, un aiuto importante potrebbe giungere anche dalla modifica del patto di stabilità interno, almeno per i comuni virtuosi, per consentire di spendere le risorse disponibili per le opere già cantierabili e rilanciare l'edilizia, da sempre volano per altri settori produttivi;
   le politiche del Governo hanno perseguito l'obiettivo di una sorta di svalutazione interna delle pensioni e delle retribuzioni, che su base annuale sono aumentate dell'1,4 per cento, a fronte di un'inflazione al 3,2 per cento, conseguenza anche del blocco contrattuale dei dipendenti pubblici iniziato dal 1o gennaio del 2010 –:
   quali siano le iniziative messe in atto per arginare la preoccupante situazione esplicata nella premessa. (4-19055)

POLITICHE AGRICOLE, ALIMENTARI E FORESTALI

Interrogazione a risposta orale:


   MAZZOCCHI. — Al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   il comparto ovicaprino sta vivendo una situazione di grave crisi determinata dal continuo aumento dei costi di produzione, e dal crollo registrato dei consumi;
   il pecorino romano DOP, formaggio di antica tradizione, rappresenta una delle voci di maggior rilievo per il comparto caseario nazionale oltre che una importante produzione d'eccellenza del made in Italy agroalimentare essendo uno dei primi formaggi di esportazione nazionale;
   la zona di produzione comprende tutto il territorio delle regioni Lazio e Sardegna oltre che il territorio della provincia di Grosseto;
   nonostante la zona di origine di produzione sia l'agro romano, da cui ne deriva il nome e la fama, il baricentro produttivo negli ultimi anni risulterebbe essersi spostato quasi completamente in Sardegna a cui sarebbe riconducibile circa il 93 per cento dell'offerta complessiva ed in cui ha sede l'organismo di rappresentanza, del comparto ovvero il consorzio per la tutela del formaggio pecorino romano al quale il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali di concerto con il Ministero dell'industria (oggi sviluppo economico) hanno affidato l'incarico di vigilare sulla produzione e sul commercio;
   il disciplinare di produzione stabilisce la condivisione della denominazione pecorino romano alla quale può essere aggiunta nella matrice l'indicazione Lazio, Sardegna o Grosseto;
   la decisione di far condividere lo stesso nome nonostante i prodotti provengano per la maggior parte da territori distanti dalla campagna romana con caratteristiche ambientali e strutturali del tutto differenti, unito al fatto che sussistono politiche regionali eterogenee che, in termini competitivi, si stanno traducendo in veri e propri vantaggi per i produttori sardi in termini di costi inferiori di produzione ad avviso dell'interrogante sta avendo delle ricadute negative per i produttori laziali;
   risulterebbe inoltre che il consorzio di tutela del pecorino romano disattenda la legittima istanza di alcune aziende laziali di ricevere le fasciere marchianti pecorino romano del Lazio così come previsto dallo stesso disciplinare;
   non appare chiaro all'interrogante se a tale diniego sottintenda una politica consortile di parte stabilita dalla maggioranza dei soci/aderenti rappresentata dai produttori sardi che, considerati i molteplici contrasti sopravvenuti in questi anni in merito alla necessità o meno di forme di distinzione del prodotto, hanno sempre valutato ogni misura di tale genere come lesiva dei loro interessi;
   se così fosse non solo il consorzio ometterebbe di tutelare gli interessi dell'intero comparto ma, ancor più grave, sarebbe responsabile di determinare intenzionalmente nel consumatore una reputazione comune del prodotto quando lo stesso invece avrebbe il diritto a ricevere la più ampia e corretta informazione;
   da tale stato dei fatti si evincerebbe che le priorità del mondo agricolo laziale rappresentate dal rilancio delle produzioni di qualità e dalla loro valorizzazione attraverso la concessione delle fasciere marchianti siano disattese dall'incapacità del Consorzio di fungere da organo collegiale super partes a discapito di quelle che sono le produzioni tipiche regionali originarie di tale prodotto –:
   quali siano gli orientamenti del Ministro su quanto esposto in premessa e quali iniziative intenda adottare, di concerto con le istituzioni competenti, per tutelare e salvaguardare più compiutamente l'informazione del consumatore circa la provenienza territoriale del prodotto così come codificata nel disciplinare e, al contempo, scongiurare la fuoriuscita dal mercato dei produttori dell'area meno competitiva. (3-02659)

Interrogazione a risposta scritta:


   MONTAGNOLI. — Al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   la crisi che da tempo investe il settore ippico comporta pesanti ricadute sul fronte occupazionale, oltre che sullo stesso futuro del comparto, tanto che la necessità di attivare misure urgenti a sostegno degli operatori delle filiera è una assoluta priorità, come già più volte affermato dallo stesso Ministro interrogato;
   il mancato pagamento delle spettanze dovute agli operatori ippici da parte di ASSI relative agli ultimi 5 mesi del 2012, che, come annunciato nel comunicato del Ministero del 5 dicembre 2012, sarà corrisposto, con gradualità, soltanto a partire dal prossimo anno, è senza dubbio una delle criticità maggiori che rischia di avere un impatto devastante sulle numerose aziende del settore che si vedono costrette a rinunciare alla propria attività;
   a fronte della necessità di accordare un sostegno immediato agli operatori che attendono il pagamento dei premi al traguardo e dei corrispettivi, potrebbe essere utile l'attivazione di procedure finalizzate all'emissione, da parte del Ministero competente, di una certificazione dei crediti relativi a somme dovute al fine di consentire agli stessi operatori di poter ottenere, attraverso istituti finanziari, anticipazioni a valere sui crediti certificati –:
   di quali ulteriori elementi disponga il Ministro in relazione a quanto sommariamente espresso in premessa e se non ritenga urgente, in considerazione della impossibilità di procedere entro breve termine al pagamento delle somme maturate, attivare misure alternative, quali la certificazione dei crediti, al fine di accordare un sostegno immediato agli operatori del settore. (4-19049)

SALUTE

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   VERINI, MIOTTO, LENZI, BINETTI, DE NICHILO RIZZOLI, PEDOTO, BORDO, CARDINALE, CASTELLANI, D'INCECCO, FRONER, GRASSI, MOSCA, MATTESINI, SARUBBI, SCHIRRU, TOUADI, VICO e VILLECCO CALIPARI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   la sclerosi multipla è una malattia neurodegenerativa, altamente invalidante – colpisce 63 mila persone in Italia, per la maggior parte giovani adulti, in maggioranza donne – della quale non è stata finora individuata la causa;
   il professor Paolo Zamboni, dell'università di Ferrara, ha scoperto nel 2007 una nuova patologia venosa, la CCSVI (insufficienza venosa cronica cerebrospinale), che consiste in malformazioni delle vene giugulari e della vena dorsale azygos, che impediscono il regolare deflusso dal cervello al cuore;
   tale patologia è oggetto di studi approfonditi in tutto il mondo;
   i dati del professor Zamboni sono stati confermati da moltissimi altri ricercatori specialmente dell'area cardiovascolare, mentre diversi studi epidemiologici provenienti dalla letteratura neurologica non sono stati confirmatori. Il livello di attenzione su questa scoperta è alto, sia a livello dei Governi che a livello degli enti deputati alla ricerca. La terapia indicata dal professor Zamboni per la CCSVI è l'angioplastica dilatativa venosa (PTA), mininvasiva, con un profilerai rischio moderato, misurato in diversi studi sia europei che americani;
   il professor Zamboni e il neurologo bolognese Fabrizio Salvi hanno constatato, in un primo studio pilota, che la CCSVI è fortemente presente nei malati di sclerosi multipla, e che, curando con l'angioplastica la CCSVI nei malati di sclerosi multipla, questi ne traggono indubbi benefìci: alcuni sintomi migliorano, si ferma la progressione della malattia, la qualità della vita migliora. Tali dati sono stati confermati in altri studi osservazionali, tanto che il National Institute for Clinical Excellence (NiCE) in Gran Bretagna, al termine di un processo di revisione della letteratura disponibile, ha fortemente raccomandato di proseguire le ricerche istituendo studi sul valore di questa terapia del tipo randomizzato e controllato, esattamente come Brave Dreams. Ad analoga conclusione è giunto il nostro Consiglio superiore di sanità nel marzo 2011;
   la regione Emilia Romagna, raccogliendo i suggerimenti di questi organismi regolatori scientifici, ha finanziato completamente lo studio Brave Dreams, studio multicentrico italiano randomizzato e controllato in doppio cieco. Il disegno di questa sperimentazione è stato pubblicato sulla rivista Trials e sul sito del Governo americano dedicato a studi randomizzati che valutano ipotesi con potenziali possibilità di cambiare, migliorandole, le pratiche cliniche in corso;
   esiste un problema oggettivo nella sanità pubblica italiana dato dal fatto che i malati di sclerosi multipla davanti a questa nuova concreta speranza di stare meglio chiedono e ottengono soprattutto nel privato – a pagamento e non sempre in ambiti eticamente corretti – procedure diagnostiche e interventi di angioplastica;
   sperimentazioni analoghe a Brave Dreams sono in corso nel mondo, quattro delle quali negli Stati Uniti e una in Gran Bretagna;
   la sperimentazione Brave Dreams, multicentrica, che interesserà circa 700 pazienti in tutta Italia, è partita nel mese di agosto 2012 dopo avere avuto l'approvazione dei 18 comitati etici coinvolti, e aver ricevuto il 17 luglio 2012 l'ultimo parere positivo del Ministero della salute;
   la sperimentazione Brave Dreams risponde a tutti i requisiti richiesti dal Consiglio superiore di sanità, nel suo parere espresso nel marzo 2011, e dal Ministero della salute. Essa gode di una completa copertura finanziaria con fondi pubblici, risponde alle aspettative di organismi internazionali come NICE, ha lo scopo di pronunciarsi sulla sicurezza ed efficacia dell'angioplastica dilatativa venosa nei malati di sclerosi multipla, contribuendo in ogni caso in modo significativo al chiarimento dei dubbi ancora esistenti;
   i primi centri dello studio Brave Dreams che sono partiti sono stati quelli di Ferrara e Bologna e stanno per iniziare i centri delle regioni Veneto, Marche, Sicilia;
   diversamente, non stanno partendo, per motivi che non appaiono plausibili, i tre centri della Lombardia che hanno aderito a tale studio, nonostante siano pronti e abbiano avuto l'approvazione dei rispettivi comitati etici;
   sulla materia sono usciti e sono stati pubblicati innumerevoli studi internazionali e nazionali, la maggior parte dei quali confirmatori di quanto indica il professor Zamboni, ma altri di segno opposto;
   in presenza di tali voci discordanti, e proprio per contribuire a chiarire scientificamente i dubbi ancora esistenti a tutela dei malati di sclerosi multipla e CCSVI, lo steering commitee di Brave Dreams ha ribadito il 12 ottobre 2012 la volontà di non interrompere lo studio, e di avviare comunque un processo di revisione coinvolgendo anche altri gruppi scientifici indipendenti per verificare il razionale scientifico ed il razionale di sanità pubblica che supportano la necessità di concludere quanto avviato;
   agli interroganti appare giusto e doveroso, anche alla luce di quanto sopra illustrato, che la sperimentazione terapeutica guidata dal professor Zamboni – basata su una scoperta tutta italiana – possa andare avanti, per poter rispondere alla comunità scientifica internazionale e alle giuste aspettative dei malati di sclerosi multipla e di CCSVI –:
   quali siano le iniziative di competenza che il Ministro della salute abbia intrapreso o intenda intraprendere, al fine di tutelare e garantire il proseguimento e il corretto svolgimento della sperimentazione clinica guidata dal professor Zamboni in tutte le regioni nelle quali si trovano i centri che hanno aderito al protocollo di Brave Dreams. (5-08662)


   TULLO, ROSSA e BOSSA. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   in questi giorni la redazione genovese del quotidiano La Repubblica, ha dato notizia della vendita presso le farmacie del capoluogo ligure di un prodotto in pastiglie denominato ETISORB distribuito dall'azienda THERASIX di Novara;
   il dispositivo viene promosso attraverso forme pubblicitarie che lo indicano come «un dispositivo medico registrato presso il Ministero della salute», «prevenzione del rischio senza rinunciare al bere», «il primo dispositivo medico per la riduzione di alcool fino al 60/70», si fa riferimento anche «due compresse assunte prima del bere» che consentono l'assunzione di 5 bicchieri di vino o tre bicchieri di vino e uno grappa;
   attraverso le notizie riportate il Consiglio superiore di sanità aveva vietato l'immissione in commercio dell'ETISORB;
   oltre all'esigenza di comprendere meglio le possibili controindicazioni dall'assunzione di tale presunto farmaco, si registra come la campagna pubblicitaria a sostegno dello stesso sia in palese contraddizione con tutte le giuste campagne di sensibilizzazione promosse dal Ministero contro l'abuso di alcool ed in particolare di quelle rivolte ai giovani e ai danni che ne conseguono;
   tale farmaco e la sua promozione mortificano, a giudizio degli interroganti, il lavoro delle strutture pubbliche impegnate ad affrontare la prevenzione e la gestione e la cura dei soggetti assuefatti dall'uso eccessivo dell'alcool, rischiando anche di scoraggiare e demotivare chi ha scelto il difficile percorso della disintossicazione e del recupero –:
   se sia a conoscenza della commercializzazione dell'ETISORB;
   se non ritenga che vi siano le condizioni, tanto più se confermata l'assenza di un'autorizzazione ministeriale, dell'immediato ritiro dal commercio del prodotto, assumendo le iniziative di competenza per l'irrogazione delle eventuali sanzioni nei confronti dell'azienda interessata. (5-08669)

Interrogazioni a risposta scritta:


   BARBATO. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   i consumatori italiani dimostrano di essere sempre più attenti alle proprie scelte alimentari informandosi e approfondendo la provenienza e l'origine degli ingredienti formanti i prodotti in vendita;
   tra le preoccupazioni dei consumatori vi è quella legata alle farine che coinvolgono una vasta offerta alimentare (pasta, dolci, pizza, biscotti, taralli, e altro);
   nel settembre 2011 a Genova è scoppiato il caso del pane «pestifero» (presenza del pesticida Diclorvos bandito dalla direttiva europea) e delle presenze di altri due funghicidi (entro le soglie di tollerabilità) –:
   quali misure si intendano assumere a tutela della salute degli italiani anche disponendo per tramite dei Nas serrati controlli sulle farine importate e distribuite oggi in Italia all'ingrosso ed al dettaglio allargando i criteri qualitativi affinché la salubrità delle farine garantisca l'integrità dei cibi ricavati. (4-19066)


   BARBATO. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   il 20 aprile 2009 la signora Iolanda Perenzin viene portata in ospedale per una infiammazione alle emorroidi;
   dopo giorni di terapia, quando la situazione sembra stabilizzata, il dottor De Angelis decide di operarla: «Da allora – racconta la figlia, Emanuela Rondoni – non è mai più riuscita ad alzarsi dal letto. Durante l'intervento le sono state asportati 40 centimetri di intestino, compresa la parte che trattiene i liquidi e le feci». Da quel giorno, la signora Perenzin finisce in un girone fatto di visite, nuovi interventi e spola tra casa e ospedale;
   dimessa il 29 giugno e nuovamente ricoverata il 7 luglio 2009;
   la tengono per giorni in un corridoio dell'ospedale, strapieno. Fino ad essere operata il 16, sempre da De Angelis a notte inoltrata. «Solo a quel punto, il 20 luglio, ho ottenuto che quel medico fosse definitivamente allontanato da mia madre – conclude la figlia – Ma era troppo tardi, quando una nuova equipe di medici l'ha presa in cura c'era poco da fare. L'ultimo che ha provato ad intervenire ha scritto nella cartella clinica che mia madre aveva subito il distaccamento dell'intestino. L'unico vero aiuto l'abbiamo avuto dalla direzione dell'ospedale che ci ha permesso di accedere a tutti i documenti»;
   per la morte della signora Perenzin il pubblico ministero Luigi Fede della procura di Roma ha deciso di far ripartire le indagini iscrivendo nel registro degli indagati 67 persone tra medici e infermieri dell'ospedale San Giovanni, accusate a vario titolo di omicidio colposo e lesioni, e conferendo l'incarico per una nuova perizia;
   è notizia del quotidiano Il Messaggero del 27 novembre 2012 che, la commissione di valutazione dell'ospedale San Giovanni di Roma, ha deciso di confermare con giudizio «ottimo» il primario considerato dalla procura il principale responsabile dell'accaduto. Renato De Angelis. Proprio De Angelis rimarrà al suo posto, a capo della terza chirurgia d'urgenza, per altri cinque anni;
   l'indagine penale è stata travagliata, chiusa dal pubblico ministero Emanuele Di Salvo e riaperta quando la famiglia ha depositato in procura gli atti che provavano che il perito a cui era stata affidata la verifica sull'accaduto lavora nella stessa clinica privata e nella stessa equipe su cui s'appoggia il dottor De Angelis quando opera privatamente. Il pubblico ministero Fede ha quindi deciso di iscrivere al registro degli indagati 67 persone, tutte quelle che si sono occupate della signora e dei suoi ricoveri –:
   se il Ministro è a conoscenza del caso esposto e se non intenda acquisire elementi in merito alla vicenda descritta in premessa. (4-19071)

SVILUPPO ECONOMICO

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   GAROFALO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto pubblicato il 12 novembre 2012 dal quotidiano la Gazzetta del Sud, la società Poste italiane ha trasmesso all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, un documento con il quale annuncia che entro la fine dell'anno, intende procedere alla chiusura di un numero elevato di uffici postali nella provincia di Messina;
   le procedure di dismissione stabilite lo scorso 31 ottobre nella sede della direzione regionale di Poste italiane spa, prevedono infatti la chiusura complessiva di undici sedi postali: tre nella zona della filiale 1 e otto nella filiale 2 (la provincia di Messina è divisa infatti in 2 filiali);
   nella prima in particolare la chiusura degli uffici postali coinvolgerà le sedi delle località: Calvaruso (Villafranca Tirrena), Massa Santa Lucia (Messina), Misserio (Santa Teresa di Riva), Rocchenere (Pagliara), Rodia (Messina), S. Martino (Spadafora), Sant'Andrea (Rometta) e Venetico; nella seconda invece è prevista la chiusura per le sedi postali di: Quattropani (Lipari), San Cosimo (Patti) e Vallebruca (S. Agata di Militello);
   il citato articolo rileva inoltre l'intenzione di Poste italiane di chiudere ulteriori sedi, successive a quelle precedentemente riportate, che coinvolgerà gli uffici situati nelle località di Porto Salvo (Barcellona Pozzo di Gotto), Protonotaro a Castroreale, Sfaranda Castell'Umberto e San Filippo Mela;
   le intenzioni da parte dell'azienda, comunicate alle organizzazioni sindacali e alle amministrazioni comunali interessate, secondo quanto riportato dalla Gazzetta del Sud, sono state comprensibilmente giudicate negativamente da parte dei medesimi, in considerazione delle conseguenze estremamente gravi e preoccupanti che ne deriverebbero sia sul piano dei servizi per gli utenti, che su quello occupazionale, se si valuta un numero così elevato di uffici che si ridimensionerebbero per l'intera area del messinese;
   l'interrogante evidenzia come il suesposto piano di ristrutturazione organizzativa del servizio postale, con riferimento alla chiusura di numerose sedi nella provincia di Messina, ove fosse confermato, determinerà evidenti effetti negativi sull'occupazione e sulla regolarità del servizio, compromettendo una delle funzioni proprie di Poste italiane, nonché il concetto stesso del servizio universale per il quale lo Stato riconosce i relativi contributi proprio per assicurare la capillarità e la qualità del recapito postale;
   l'interrogante rileva altresì come il medesimo piano di ristrutturazione non indica alcuna previsione futura per il recapito postale e non attribuisce neanche le numerose opportunità offerte dal mercato per il settore della logistica, il cui ruolo strategico in espansione si configura come una nuova fattispecie di «un moderno recapito»;
   emergono ulteriori profili di criticità, a giudizio dell'interrogante, in considerazione della carenza di elementi che derivano dall'eventuale compensazione da parte di Poste italiane, nel fornire informazioni agli utenti ed in particolare agli anziani, sulle alternative previste per le sedi postali di cui poter usufruire a seguito delle paventate chiusure degli uffici postali;
   appaiono fra l'altro in controtendenza rispetto alle politiche di dismissione da parte di Poste italiane nei confronti della Sicilia ed in particolare nella provincia di Messina, le disposizioni previste all'interno del decreto-legge n. 179 del 2012, recante: «Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese», che consentono alla più grande azienda di servizi postali italiana, di stabilire succursali negli altri Stati comunitari ed extracomunitari per l'esercizio di attività di bancoposta;
   in considerazione di quanto predetto, l'interrogante rileva che, le suddette norme sebbene condivisibili, siano tuttavia inconciliabili e paradossali con le politiche di disimpegno in corso da parte delle Poste italiane, sia a livello nazionale che in particolare nelle aree territoriali precedentemente suesposte;
   a giudizio dell'interrogante in definitiva, nell'ambito di una corretta razionalizzazione delle risorse e degli uffici postali, sebbene concomitante ad un periodo di crisi e di revisione della spesa, non può celarsi un impoverimento di un servizio importante per il territorio ed essenziale per i cittadini, specie quelli più deboli: anziani, malati e persone a ridotta mobilità –:
   quali orientamenti intendano esprimere con riferimento a quanto esposto in premessa;
   se siano a conoscenza delle intenzioni della società Poste italiane, di avviare una poderosa procedura di dismissione per numerosi uffici postali nella provincia di Messina;
   in caso affermativo, quali siano gli orientamenti, nell'ambito delle rispettive competenze, in merito alle iniziative di Poste italiane, in tema di riorganizzazione delle sedi suesposte;
   se tali decisioni possano determinare gravi carenze dei servizi e dell'efficienza nei riguardi degli utenti messinesi;
   se il medesimo piano di dismissione sia incompatibile con gli obiettivi del contratto di programma di Poste italiane e con il principio dell'universalità del servizio;
   quali iniziative, nell'ambito delle rispettive competenze, intendano intraprende al fine di scongiurare che gli effetti della chiusura delle sedi postali in provincia di Messina, possano tradursi in un ulteriore aggravarsi delle tensioni occupazionali nell'area della provincia interessata;
   se non ritengano opportuno assumere iniziative nei confronti di Poste italiane al fine di salvaguardare gli sportelli allocati nelle suddette località della provincia di Messina, alcune delle quali dotate di una rete viaria inadeguata che renderebbe oltremodo penalizzante per i cittadini/utenti la chiusura degli sportelli, specie per disoccupati ed anziani che maggiormente utilizzano tali uffici, costretti a recarsi, con evidenti difficoltà verso altre sedi postali più lontane. (5-08660)


   FRONER. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   la società Trasco srl di Trento aveva come committente principale la compagnia petrolifera ESSO Italia, del gruppo multinazionale ExxonMobil, che per anni ha servito, effettuando trasporti di benzina e gasolio con i propri camion cisterna, in tutti i distributori del Nord-est;
   la società possedeva più di 70 camion e occupava oltre 100 dipendenti tra Trento e Venezia;
   dal mese di maggio del 2012, la Trasco srl, è stata costretta a fermare la propria attività a causa della decisione di ESSO Italia, che ha omesso di pagarle i servizi di trasporto del mese di marzo e di aprile, per un valore di circa 1.000.000 di euro;
   la ragione del mancato pagamento sarebbe da ricondurre a una sorta di ritorsione conseguente alla richiesta da parte della Trasco srl di vedersi riconosciuti i «costi minimi di sicurezza per l'autotrasporto», previsti dall'articolo 83-bis del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, e determinati dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti che pubblica periodicamente le relative tabelle;
   il comma 4 del citato articolo 83-bis prevede, in particolare, che, al fine di garantire la tutela della sicurezza stradale e la regolarità del mercato dell'autotrasporto di merci per conto di terzi, nel contratto di trasporto, stipulato in forma scritta, ai sensi dell'articolo 6 del decreto legislativo 21 novembre 2005, n. 286, l'importo a favore del vettore deve essere tale da consentire almeno la copertura dei costi minimi di esercizio, che garantiscano, comunque, il rispetto dei parametri di sicurezza normativamente previsti;
   ESSO Italia non ha mai riconosciuto alla società Trasco srl l'adeguamento tariffario ai predetti minimi di legge volti a garantire la sicurezza stradale, un valore inestimabile per la collettività, specie nel caso in questione che riguarda cisterne cariche di carburanti e in un periodo nel quale i costi di trasporto sono immensamente cresciuti;
   la presa di posizione di ESSO Italia ha inevitabilmente leso la Trasco srl e ha portato i proprietari dell'azienda ad avviare un'azione giudiziaria, purtroppo impari viste le dimensioni della controparte che, com’è noto, è una multinazionale;
   ad oggi, in funzione di quanto previsto dal citato decreto-legge n. 112 del 2008, la Trasco srl ha ottenuto l'emissione di un decreto ingiuntivo di circa 5.000.000 di euro immediatamente esecutivo, al quale ESSO Italia si è opposta, ottenendo la sospensione dell'esecutività a causa dell'ovvio stato di crisi della società;
   nella grave situazione in cui versa il nostro Paese è inaccettabile che aziende sane come la Trasco srl siano costrette a portare i libri sociali in tribunale, a causa della condotta di una multinazionale che non sembra rispettare le leggi dello Stato italiano, con la conseguenza di rovinare non solo la famiglia dell'imprenditore, ma anche quella di oltre cento dipendenti –:
   quali misure urgenti intenda assumere per garantire la continuità operativa della Trasco srl e scongiurare l'esito del fallimento di un'azienda sana e con esso il dramma della chiusura per i proprietari e per i dipendenti. (5-08668)

Interrogazione a risposta scritta:


   GIDONI e GOTTARDO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   il giorno 6 novembre si è tenuta una riunione a Tripoli tra i ministri libici (economia, estero e primo ministro) e il Ministro degli affari esteri, un primo approccio con il primo vero governo libico;
   i Ministri libici hanno promesso che onoreranno i crediti verso le piccole e medie imprese italiane operanti in Libia, ma che i tempi sembrano ancora lunghi;
   in attesa dell'evoluzione della situazione pare che la soluzione vada trovata qui in Italia (ad esempio con il fondo di garanzia, idea gradita al Ministero degli affari esteri, ma che pare trovare opposizione nei Ministeri dello sviluppo economico e dell'economia e delle finanze);
   il Governo libico comunque pare manifestare la volontà di ripartire, seppure ancora con alcune difficoltà –:
   quali siano le intenzioni in merito alla questione dei crediti maturati dalle nostre piccole e medie imprese nei confronti del Governo libico;
   se non si ritenga opportuno far ripartire il tavolo al quale partecipino anche i rappresentanti del Ministero degli affari esteri, nonché gli altri soggetti interessati. (4-19062)

Apposizione di una firma ad una interpellanza.

  L'interpellanza urgente Catanoso e Corsaro n. 2-01764, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 3 dicembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Gibiino.

Apposizione di firme ad interrogazioni.

  L'interrogazione a risposta scritta Reguzzoni n. 4-17616, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 13 settembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Bernardini, Mecacci, Beltrandi, Maurizio Turco, Zamparutti, Farina Coscioni.

  L'interrogazione a risposta scritta Reguzzoni n. 4-17808, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 26 settembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Bernardini, Mecacci, Beltrandi, Maurizio Turco, Zamparutti, Farina Coscioni.

  L'interrogazione a risposta scritta Reguzzoni e Montagnoli n. 4-17841, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 27 settembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Bernardini, Mecacci, Beltrandi, Maurizio Turco, Zamparutti, Farina Coscioni.

  L'interrogazione a risposta scritta Reguzzoni n. 4-17843, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 27 settembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Bernardini, Mecacci, Beltrandi, Maurizio Turco, Zamparutti, Farina Coscioni.

  L'interrogazione a risposta scritta Reguzzoni n. 4-17846, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 27 settembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Bernardini, Mecacci, Beltrandi, Maurizio Turco, Zamparutti, Farina Coscioni.

  L'interrogazione a risposta scritta Reguzzoni n. 4-17847, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 27 settembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Bernardini, Mecacci, Beltrandi, Maurizio Turco, Zamparutti, Farina Coscioni.

  L'interrogazione a risposta scritta Reguzzoni n. 4-17859, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 27 settembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Bernardini, Mecacci, Beltrandi, Maurizio Turco, Zamparutti, Farina Coscioni.

  L'interrogazione a risposta scritta Montagnoli n. 4-19010, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 12 dicembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Bitonci.

  L'interrogazione a risposta scritta Caparini n. 4-19026, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 12 dicembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Bitonci.

  L'interrogazione a risposta in commissione Callegari e Fabi n. 5-08647, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 12 dicembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Bitonci.

  L'interrogazione a risposta in commissione Callegari e altri n. 5-08651, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 12 dicembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Bitonci.

Ritiro di un documento del sindacato ispettivo.

  Il seguente documento è stato ritirato dal presentatore: interrogazione a risposta in Commissione De Pasquale n. 5-08579 del 4 dicembre 2012.

ERRATA CORRIGE

  Interrogazione a risposta in commissione Callegari e altri n. 5-08647 pubblicata nell'Allegato B ai resoconti della Seduta n. 733 del 12 dicembre 2012. Alla pagina 37333, seconda colonna, dalla riga ventitreesima, alla riga venticinquesima, deve leggersi: «CALLEGARI e FABI. — Al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:» e non «CALLEGARI. — Al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:», come stampato.

INTERROGAZIONI PER LE QUALI È PERVENUTA RISPOSTA SCRITTA ALLA PRESIDENZA


   BARANI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   come si apprende da fonti giornalistiche cinque bambini di sei anni che hanno frequentato fino a qualche giorno fa la prima elementare in due classi dell'istituto «Giulio Tifoni» di Pontremoli sono diventati, loro malgrado, un caso per la loro prematura bocciatura a scuola;
   lo scrutinio del dissenso ha decretato niente di meno che la bocciatura di cinque bambini, tre stranieri e due italiani, uno dei quali disabile;
   sono state immediate le reazioni dei genitori che hanno annunciato ricorso per chiedere l'annullamento dei provvedimenti, oltre che pensare ad una sorta di class action per chiedere i danni al Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca e ai dirigenti scolastici;
   altro punto su cui i genitori ribattono è che, con un provvedimento così severo, la scuola non favorisce l'integrazione di bimbi stranieri e disabili;
   i bambini bocciati erano allievi di due classi di 29-30 bambini: «classi-pollaio» dicono i genitori che già erano stati protagonisti di un ricorso, poi vinto, al Tar della Toscana contro le aule troppo affollate e nelle quali diventa difficile seguire i piccoli;
   la vicenda ha un precedente proprio nella sentenza del Tar del 30 maggio 2012, che ha dato pieno titolo e diritto a una classe in più dato che nelle due sezioni c'erano 29 e 30 alunni;
   una «falsa» vittoria, dal momento che di fatto a pagare il sovraffollamento delle classi saranno i cinque bambini;
   nell'ultima verifica del 17 maggio, infatti, il 65 per cento degli alunni della sezione con 29 studenti, quella frequentata dai bimbi bocciati, e il 41 per cento dell'altra ha ricevuto una valutazione insufficiente con elaborati ritenuti incompleti o incomprensibili;
   i genitori non si lamentano della professionalità dei maestri quanto del sovraffollamento delle classi;
   per le mamme e i papà risulta impossibile seguire con attenzione 30 bambini contemporaneamente, ognuno con la propria capacità di apprendimento. Inoltre, il provvedimento, ritenuto troppo severo, non favorisce l'integrazione degli alunni stranieri;
   il dirigente scolastico Angelo Ferdani ha dichiarato che «Per il loro bene e seguendo una normativa ministeriale che lo prevede, le insegnanti hanno scelto all'unanimità di far ripetere loro l'anno, può succedere che per immaturità gli alunni abbiano bisogno di più tempo per apprendere. Siamo stati molto combattuti e ci dispiace ma io stesso ho fatto visita alla classe e seguito i bambini in alcune prove. Non sono capaci di scrivere una frase minima sotto dettatura» –:
   quali iniziative di competenza intenda adottare il Ministro dell'istruzione, nell'ambito delle proprie competenze, anche promuovendo l'invio di ispettori, per verificare che non sia stata pienamente rispettata la normativa vigente. (4-16569)

  Risposta. — Si risponde all'interrogazione in esame concernente la vicenda dei cinque bambini frequentanti la prima classe di scuola primaria dell'istituto comprensivo «Giulio Tifoni» di Pontremoli, di cui uno diversamente abile e tre stranieri, che non sono stati ammessi alla classe successiva. Tale vicenda viene anche messa in relazione con il sovraffollamento delle classi frequentate dei predetti alunni.
  L'ufficio scolastico regionale per la Toscana ha relazionato al riguardo, precisando anzitutto i dati numerici relativi alle classi in cui si sono verificate le bocciature: le classi in questione erano composte una da 27 alunni e l'altra da 30; il numero maggiore dei respinti, ossia 4 su 5, si è verificato nella classe con il minor numero di alunni e ciò escluderebbe una diretta correlazione tra classi numerose e alunni respinti.
  Il direttore scolastico regionale ha inoltre evidenziato che la scuola in questione ha ottenuto un organico adeguato alle proprie esigenze con il funzionamento di numerose classi a tempo pieno con la disponibilità di cinquantotto ore di compresenza, che dovrebbero consentire di migliorare l'offerta didattica e, in particolare, di promuovere la personalizzazione di percorsi di apprendimento soprattutto nelle due classi in esame, che accolgono al loro interno alunni con bisogni educativi specifici come il bambino diversamente abile e gli stranieri.
  È stato inoltre evidenziato che all'alunno diversamente abile sono state assegnate dodici ore di sostegno e altre sei ore aggiuntive derivanti dall'attuazione della sperimentazione «Azione di sistema per l'integrazione degli alunni disabili», realizzata in attuazione di un protocollo d'intesa stipulato tra l'ufficio scolastico regionale e la Regione Toscana.
  All'esito dello scrutinio con il quale è stata assunta la decisione contestata è stata disposta dal ministero una visita ispettiva, dalla quale è emerso che il provvedimento di non ammissione dei cinque alunni non era stato adeguatamente motivato. La scuola è stata quindi invitata a riesaminare la valutazione espressa e il consiglio, all'esito della predetta valutazione, ha confermato la decisione assunta.
  Stante la situazione, come sopra esposta, non sembrano sussistere margini per ulteriori interventi da parte dell'amministrazione centrale.
  Il direttore scolastico regionale ha comunque manifestato l'intenzione di adottare, dal prossimo anno scolastico, misure per migliorare le competenze valutative e di gestione degli scrutini dei docenti della scuola primaria.
Il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricercaFrancesco Profumo.


   BARBATO. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   la Biblioteca statale oratoriana, annessa al Monumento nazionale dei Girolamini, ha un patrimonio librario di circa 159.700 unità, tra volumi ed opuscoli, tra i quali 137 stampati musicali, 5.000 edizioni del Cinquecento, 120 incunaboli, 10.000 edizioni rare e di pregio, 485 periodici, una quantità non ancora determinata di microfilm e ritratti;
   importantissimi sono i fondi che hanno arricchito il patrimonio dell'Istituto, tra i quali 5.057 volumi del Fondo Agostino Gervasio, i cui testi trattano di archeologia, numismatica, bibliografia e letteratura classica, il Fondo Filippino, prevalentemente di storia ecclesiastica, sacre scritture e teologia, il Fondo Giuseppe Valletta, contenente edizioni rare del XVI e XVII secolo costituiti da classici latini e greci, storia e filosofia, e 940 volumi del Fondo Valeri che riguardano la storia di Napoli e dell'Italia meridionale;
   la Biblioteca è anche una rara biblioteca specializzata in teologia cristiana, filosofia, chiesa cristiana in Europa, storia della chiesa, musica sacra e storia generale dell'Europa;
   per il suo immenso valore e contenuti di testi è stata fonte fondamentale del sapere di tantissimi studiosi ed uomini di cultura, tra i quali Giambattista Vico e Benedetto Croce;
   tale Biblioteca è da considerarsi patrimonio culturale di incommensurabile valore non solo per la città di Napoli, ma per l'intera umanità, da tutelare e gestire con la massima competenza, vigilanza, attenzione e cura; inoltre fatti di gravità estrema, si sono verificati, quali la scomparsa di almeno 1500 libri preziosissimi libri – si parlerebbe finanche seimila libri;
   foto di dominio pubblico dei giorni scorsi (vedasi Corriere.it – 19 aprile 2012) mostrano cataste di libri sparsi per terra a guisa di rifiuti o pronti per essere trafugati; persistono infiltrazioni di acqua con gravi rischi per l'intera Biblioteca; tutt'al più allo stato attuale non si conosce che cosa e quanto è stato ad oggi trafugato, per mancata corrispondenza tra il patrimonio originario della Biblioteca e quanto vi è al momento;
   la Biblioteca allo stato dei fatti non risulta abitualmente aperta e, si legge sui giornali che non solo «il tetto pericolante non consente l'ingresso all'archivio» ma che nemmeno è messo in sicurezza;
   risulterebbero ancor più inquietanti, laddove fondate, le notizie stampa che indicherebbero l'ex direttore della Biblioteca, De Caro, che con alcuni complici porta via volumi dalla biblioteca. Raid che sarebbero avvenuti in ore serali e notturne e che sono stati registrati dalle telecamere del sistema di videosorveglianza;
   la procura di Napoli, riscontrando il plauso dell'intera città, ha effettuato in data 19 aprile 2012, il sequestro della Biblioteca avviando pronte indagini su quanto avvenuto;
   la nomina di De Caro a direttore della Biblioteca Girolamini è stata comunicata alla direzione generale del Ministero il 1° giugno 2011 dal conservatore del Monumento nazionale dei Girolamini, padre Sandro Marsano;
   tale nomina appare all'interrogante in contrasto con l'articolo 8 della convenzione rinnovata per il biennio 2011-2012 tra il Ministero per i beni e le attività culturali – direzione generale per le biblioteche, gli istituti culturali e il diritto d'autore – e il Monumento nazionale dei Girolamini per il funzionamento della biblioteca, approntata a norma della legge 2 dicembre 1980, n. 803, secondo la quale il conservatore può nominare tra i religiosi della comunità il direttore della biblioteca, posto che De Caro non è un religioso della comunità;
   lo stesso Ministero non ha sollevato obiezioni né si è opposto a tale nomina, né, fatto ancora più grave, ha richiesto curriculum o relazione informativa che documentasse le competenze e professionalità del De Caro a ricoprire tale importante carica;
   al momento della nomina a direttore della Biblioteca, Marino Massimo De Caro era consulente del Ministro pro tempore, con nomina in data 15 aprile 2011, riconfermata dall'attuale Ministro in data 15 dicembre 2011;
   i VAS-Verdi, Ambiente e Società, Italia Nostra, le Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia, e nell'insieme tutto il mondo culturale ed associativo della Città di Napoli hanno rispetto all'accertamento di tutte le responsabilità del caso, alla messa in totale sicurezza della Biblioteca, al recupero del suo tesoro libraio e di quanto altro sparito, per riportarlo al massimo splendore;
   per Stefano Parise, presidente dell'Associazione italiana biblioteche, il problema è «rivedere drasticamente i criteri di nomina dei vertici degli istituti culturali, almeno di quelli più prestigiosi» –:
   se alla luce degli ultimi sviluppi siano stati attivati tutti gli accorgimenti, dalla verifica delle persone che possono accedere ed operare all'interno della Biblioteca e degli spazi annessi, al cambio di chiavi e serrature;
   se nel corso degli anni passati e fino al sequestro della Biblioteca il 19 aprile 2012, al Ministero per i beni e le attività culturali siano state fatte comunicazioni o denunce dai direttori della Biblioteca Girolamini o dai conservatori del complesso monumentale Girolamini, succedutisi negli anni o da altre persone su furti all'interno della Biblioteca o del complesso monumentale Girolamini ed, in caso affermativo, quali iniziative di competenza, il Ministero abbia intrapreso per evitare il ripetersi di essi;
   quali iniziative, nel corso degli anni passati, il Ministero abbia intrapreso per la massima tutela del patrimonio dei Girolamini sul piano della sicurezza, e per la corretta tenuta e fruizione e quali sano stati i contributi dello Stato a tal fine;
   se sia stato mai censito il patrimonio della Biblioteca e del complesso monumentale dei Girolamini;
   per quali ragioni di fronte a quello che all'interrogante appare il mancato rispetto della convenzione, circa la nomina di De Caro su indicazione della Congregazione il Ministero non abbia sollevato osservazioni o richiesto curriculum sulle competenze per studi, attività di ricerca, professionalità di Marino Massimo De Caro, nominato direttore della Biblioteca;
   se non intenda il Ministro, nell'immediato, promuovere, per quanto di competenza, una ispezione sull'attività della Biblioteca dal 2011 ad oggi, al fine di chiarire i danni arrecati dall'ex direttore De Caro e individuare le opportune strumentazioni per preservare la medesima struttura da ulteriori furti, anche attraverso l'inserimento, all'interno di ciascun volume/testo/composizione, di un dispositivo magnetico di protezione antitaccheggio come peraltro suggerito dal professor Mario Rusciano presidente del polo delle scienze umani e sociali dell'Università Federico II di Napoli (Corriere del Mezzogiorno, 15 aprile 2012);
   se non ritenga indispensabile revocare immediatamente la ratifica ministeriale alla nomina di padre Sandro Marsano quale conservatore del monumento nazionale dei Girolamini, da cui dipende la nomina del direttore della biblioteca e assumere ogni iniziativa, anche d'intesa con i vertici romani della Congregazione dell'Oratorio di un commissario straordinario, nella persona del più qualificato bibliotecario in forza al Ministero per i beni e le attività culturali come da proposta, del professor Tomaso Montanari – Corriere del Mezzogiorno 21 aprile 2012, cosa che è nell'interesse dell'ordine, oltre che dello Stato;
   quali iniziative intenda intraprendere per la Biblioteca dei Girolamini nel contesto del complesso monumentale dei Girolamini, attivando anche le procedure per l'inserimento della biblioteca dei Girolamini e dell'intero complesso nel patrimonio mondiale dell'UNESCO. (4-16053)

  Risposta. — Si fa riferimento all'interrogazione in esame, con il quale l'interrogante chiede informazioni relative alle vicende che hanno coinvolto la biblioteca annessa al monumento nazionale dei Girolamini di Napoli, per comunicare quanto segue, con riferimento agli elementi specificatamente richiesti.
  Per quanto riguarda eventuali comunicazioni pervenute alla direzione generale per le biblioteche, gli istituti culturali ed il diritto d'autore da parte della direzione della biblioteca dei Girolamini di Napoli circa i furti di materiale librario, risulta agli atti della direzione generale un'unica comunicazione, risalente al 1o dicembre 2000, proveniente dal direttore pro-tempore.
  Detta nota aveva ad oggetto l'accertamento, richiesto dal nucleo operativo dei Carabinieri di Napoli, dell'effettiva scomparsa, nel 1972, di tre codici risalenti al secolo XV, regolarmente denunciata al commissariato di Napoli e al Ministero della pubblica istruzione, secondo quanto dichiarato nella nota in questione. Di detta denuncia, tuttavia, non si trova notizia nel fascicolo trasmesso da detta amministrazione a questo ministero, all'atto dell'istituzione di quest'ultimo.
  La predetta comunicazione del dicembre 2000 prospettava anche il possibile ritrovamento di due volumi, sui tre trafugati, conservati presso la casa d'aste Sotheby's di Londra, con la quale la Direzione Generale ha intrattenuto una lunga trattativa, in stretta collaborazione con l'avvocatura Generale dello Stato, all'esito della quale i suddetti volumi sono stati restituiti alla biblioteca nello scorso settembre 2011.
  Per quanto riguarda, invece, le notizie apparse sulla stampa, relativamente alla scomparsa di una rilevante mole di volumi, per cui sono state attivate indagini ad opera del comando dei Carabinieri di tutela del patrimonio culturale ed è scattato il sequestro giudiziario della biblioteca, si comunica che la direzione generale non ha mai ricevuto alcuna comunicazione in merito, né dal conservatore del monumento nazionale, né dal direttore della biblioteca.
  Al riguardo, la suddetta direzione generale, in data 19 aprile 2012, ha avanzato le proprie rimostranze, sia al conservatore che al direttore, per non essere stata prontamente informata di tale sottrazione, ed ha invitato gli stessi a trasmettere con urgenza l'elenco dei volumi mancanti, con l'indicazione del numero identificativo del registro di carico e del titolo dell'opera, corredato dalla copia della denuncia presentata al comando dei Carabinieri preposto alla tutela del patrimonio culturale. Tale richiesta non ha avuto riscontro.
  Quanto alle iniziative intraprese negli anni passati per la tutela del patrimonio della biblioteca, si fa presente che sono state effettuate, dal 2000 al 2012, quattro ispezioni amministrative, la prima da parte del Ministero dell'economia e delle finanze, le tre successive su richiesta della direzione generale competente. Dalle risultanze di tutte le visite ispettive è sempre emersa una forte difficoltà di gestione della biblioteca, ma mai elementi che potessero far rilevare responsabilità penali della sua direzione. Le ispezioni hanno evidenziato irregolarità nel merito della sistemazione degli atti amministrativi, contabili e inventariali da cui, in sintesi, emergevano, quali inadempienze da parte dell'istituto, la mancata compilazione ed invio dei modelli 15 C.G. (prospetto riassuntivo delle variazioni intervenute nell'anno del materiale considerato immobile agli effetti dell'articolo 7 del regolamento di contabilità generale dello Stato), indispensabili al controllo della corretta tenuta delle scritture inventariali e della custodia dei beni, nonché la mancata rendicontazione della contabilità speciale dal 1981 al 1994, documenti più volte sollecitati dalla direzione generale.
  Le motivazioni a suo tempo addotte dal defunto conservatore nonché direttore della biblioteca, padre Giovanni Ferrara, per il mancato invio dei modelli 15, erano riferite ai danni procurati dal terremoto dell'Irpinia del 1980, alla mancanza di personale e, da ultimo, alle sue precarie condizioni di salute.
  Il successivo conservatore, succeduto a Padre Ferrara nel maggio 2009, padre Sandro Marsano, è stato convocato dalla direzione generale per le biblioteche, gli istituti culturali ed il diritto d'autore nell'ottobre del 2009, per definire tempi, modalità di ricognizione e sistemazione delle scritture inventariali inerenti al patrimonio librario della biblioteca. Anche in questo caso gli impegni assunti sono rimasti, purtroppo, disattesi.
  In data 19 dicembre 2011, la direzione generale ha ulteriormente sollecitato il conservatore alla predisposizione e presentazione del modello 15, pena la segnalazione, per competenza, al comando Carabinieri tutela patrimonio culturale.
  Alla luce di quanto sopra, l'ultima visita ispettiva, avviata il 17 aprile 2012, non era limitata alla sola verifica amministrativo-contabile, ma mirava ad appurare anche lo stato della Biblioteca e dei volumi in essa conservati, nonché a fare chiarezza su quelli mancanti, secondo quanto appreso dalla stampa.
  L'ispezione è stata interrotta, in data 19 aprile 2012, per il sequestro cautelativo della Biblioteca, disposto, nella notte tra il 18 e il 19 aprile, dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Napoli, ed eseguito con l'apposizione dei sigilli agli ingressi da parte dei Carabinieri e con la contestuale nomina del direttore della Biblioteca nazionale di Napoli quale custode giudiziario della biblioteca dei Girolamini.
  Con decreto del segretario generale del 26 aprile scorso, questa amministrazione ha istituito un gruppo tecnico di intervento emergenziale, per la programmazione di tutti gli interventi necessari al ripristino della sicurezza e della normalità nella biblioteca.
  Quanto alla revoca dell'incarico di direttore della biblioteca, si fa presente che l'incarico in oggetto è conferito dal conservatore del monumento nazionale, a norma della convenzione che regola i rapporti tra la direzione generale per le biblioteche, gli istituti culturali ed il diritto d'autore e il monumento nazionale dei Girolamini. Con nota del 23 aprile scorso, tuttavia, la direzione generale sopra indicata ha chiesto al conservatore del monumento nazionale di provvedere alla revoca immediata della nomina conferita al signor Marino Massimo De Caro.
  Con lettera del 15 maggio 2012, Marino Massimo De Caro ha rassegnato le sue dimissioni dall'incarico di direttore della biblioteca, accettate con nota in pari data da parte del conservatore del monumento nazionale, padre Sandro Marsano.
  Con nota del 21 maggio 2012, il procuratore generale dei Padri Filippini ha revocato l'incarico di conservatore del monumento al padre Sandro Marsano, manifestando disponibilità alla stipula di un accordo grazie al quale questa amministrazione assumesse interinalmente tutte le competenze relative alla riaggregazione e tutela del patrimonio della biblioteca.
  Infine, il 24 maggio 2012, come peraltro reso noto dagli organi di stampa, i carabinieri per la tutela del Patrimonio artistico hanno arrestato Marino Massimo De Caro.
  Inoltre, in data 4 giugno 2012, questa amministrazione e il procuratore generale della confederazione dell'oratorio di San Filippo Neri, rev. P. Edoardo Cerrato, hanno siglato un accordo con il quale sono stati nominati il nuovo conservatore del monumento del complesso dei Girolamini, nella persona del dottor Umberto Bile, vicedirettore del museo nazionale di Capodimonte, e il nuovo direttore della biblioteca annessa, con poteri di funzionario delegato, nella persona del dottor Mauro Giancaspio direttore della Biblioteca nazionale di Napoli, già indicato dalla procura della Repubblica di Napoli quale custode giudiziario della stessa biblioteca, come sopra riferito.
  Il 10 luglio 2012 scorso è stato effettuato un sopralluogo presso il complesso dei Girolamini, cui il sottoscritto ha partecipato personalmente, in compagnia del segretario generale del Ministero e del direttore generale delle biblioteche, gli istituti culturali e il diritto d'autore, alla presenza dei magistrati inquirenti.
  In quella circostanza si è constatato il concreto impegno dell'amministrazione, in particolare del nuovo conservatore, nonché del nuovo direttore e del personale della Biblioteca nazionale di Napoli, nell'esperimento di tutte le possibili attività, compatibili con una situazione di sequestro conservativo dei beni, ivi comprese le misure intraprese per la prevenzione e la tutela del patrimonio librario recuperato e per un difficoltoso, ma non impossibile, ripristino delle attività di ordinaria amministrazione.
  Tra le iniziative da ultimo messe in atto da questa amministrazione, si informa l'interrogante che è stato autorizzato dal direttore della Biblioteca nazionale di Napoli, sulla base delle indicazioni fornite dall'istituto centrale per il restauro del patrimonio archivistico e librario, allo scopo interpellato dalla competente direzione generale, un intervento urgente di disinfestazione della sala D della biblioteca, maggiormente infestata dagli insetti.
  Le rimanenti sale saranno bonificate, a seguito di apposita gara ad evidenza pubblica, il cui bando è in corso di predisposizione.
  Gli uffici competenti hanno, infine, incaricato la direzione regionale della Campania di predisporre un progetto per l'impianto elettrico di deumidificazione delle sale.
Il Ministro per i beni e le attività culturaliLorenzo Ornaghi.


   BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   dal sito del Ministero per i beni e le attività culturali e da quello del Governo si apprende che, lo scorso 10 marzo, il Ministro per i beni e le attività culturali, e il direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale, hanno siglato un accordo di collaborazione con l'azienda statunitense proprietaria del popolare motore di ricerca Google e della piattaforma YouTube, con il quale motore – si legge nel comunicato stampa – si prevede la digitalizzazione e messa in rete di circa un milione di volumi non coperti da copyright e conservati nelle biblioteche nazionali di Roma e Firenze affinché chiunque nel mondo possa avere liberamente accesso a tale conoscenza;
   il patrimonio culturale italiano è immensamente prezioso e costituisce una fonte pressoché inesauribile di ricchezza dal punto di vista economico, sociale e di promozione del nostro Paese nel mondo intero;
   sempre secondo le notizie riportate dalla stampa, il costo della digitalizzazione sarà a totale carico di Google, che si occuperà anche di allestire uno scanning center in Italia;
   non risulta all'interrogante che l'accordo e la documentazione correlata sia attualmente disponibile né sul sito del Ministero né a richiesta –:
   se i fatti riportati in premessa risultino veritieri e, nell'eventualità positiva se l'accordo di collaborazione con l'azienda statunitense preveda delle clausole che tutelino il nostro patrimonio, consentendo a Google l'utilizzo delle scansioni ai solo fini della visione delle opere su determinate piattaforme;
   nell'eventualità positiva, quali siano le piattaforme oggetto dell'accordo, informazione necessaria per scongiurare la potenziale possibilità di ricca monetizzazione da parte dell'azienda statunitense mediante una offerta economicamente onerosa per gli utenti del nuovo servizio offerto;
   trattando del patrimonio di tutti i cittadini italiani se esistano eventuali fini commerciali conseguibili attraverso i numerosi servizi e le applicazioni di cui l'azienda in questione, dispone sul web;
   se risponda al vero la notizia che l'accordo non preveda oneri finanziari espliciti per il Governo italiano e che tutto il costo dell'operazione sarà interamente a carico di Google;
   se le copie digitali delle opere, così definite nel comunicato: «dei più grandi intellettuali, scrittori, scienziati e pensatori italiani» resteranno patrimonio italiano e se potranno essere utilizzate liberamente contestualmente all'avvio del servizio della società americana su tutte le piattaforme;
   in quali formati saranno rese disponibili le opere scansionate e se saranno utilizzati formati aperti;
   con quali modalità sarà possibile accedere ai contenuti acquisiti;
   se sarà direttamente la società statunitense a fornire l'accesso ai contenuti e, nell'eventualità positiva, come garantirà e con quali forme, l'interoperabilità;
   se le opere digitalizzate saranno conservate presso il Ministero per i beni e le attività culturali e, nell'eventualità positiva, quali modalità sono state predisposte dall'amministrazione per condividere questo importantissimo patrimonio con coloro (persone fisiche e giuridiche) che ne intendano fare uso;
   per quale motivo, considerando la rilevanza dell'operazione per la diffusione del nostro patrimonio culturale nel mondo, non è stato ritenuto necessario di dover divulgare pubblicamente i contenuti dell'accordo;
   se, e nell'eventualità positiva, quando e dove, essi verranno resi pubblici.
(4-07202)

  Risposta. — In riferimento all'atto di sindacato ispettivo, con il quale l'interrogante chiede dettagliate informazioni sui contenuti dell'accordo tra questa amministrazione e l'azienda statunitense, proprietaria del motore di ricerca denominato «Google» e della piattaforma «Youtube», nel quale si prevede la digitalizzazione e messa in rete di circa un milione di volumi, non coperti da copyright, e conservati nelle Biblioteche nazionali di Roma e Firenze, si comunica quanto segue.
  L'accordo è stato siglato da questa amministrazione e da Google in data 9 marzo 2010.

Tutela del patrimonio librario e oneri finanziari.
  Google ha allestito, nei pressi di Roma, un centro di scansione dove effettuerà le operazioni di digitalizzazione. L'azienda si farà carico del trasporto dei volumi dalle Biblioteche nazionali di Roma, di Firenze e, a seguito dell’addendum del 17 febbraio 2011, di Napoli al centro di scansione e della riconsegna alle Biblioteche a operazioni ultimate.
  La digitalizzazione e messa in rete delle opere, nell'accordo preventivate fino ad un milione di volumi, riguarda 750.000 volumi del Settecento e dell'Ottocento.
  I costi a carico dello Stato sono rappresentati dalla selezione, catalogazione e movimentazione da e per i magazzini librari dei volumi che saranno digitalizzati da Google.
  Un apposito accordo aggiuntivo di collaborazione per la realizzazione del progetto, denominato «Catalogazione e creazione metadati a supporto del Progetto Google», stipulato il 2 febbraio 2012 tra Presidenza del Consiglio dei ministri, direzione generale per le biblioteche e direzione generale per la valorizzazione dello scrivente Ministero, ha quantificato in 2,3 milioni di euro l'importo richiesto per tutte le suddette operazioni a carico del Ministero e delle biblioteche, di cui 2 milioni da sostenersi da parte del dipartimento per la digitalizzazione della pubblica amministrazione e l'innovazione tecnologica, e 300.000 euro a carico della direzione generale per le biblioteche.
  Le operazioni connesse alla digitalizzazione hanno, quindi, un costo medio, per lo Stato, di circa 3 euro a volume, a copertura delle operazioni sopra elencate, di cui si comprenderà la delicatezza in rapporto soprattutto all'antichità dei supporti.
  Si stima che l'ammontare dell'investimento di Google sia dell'ordine di 100 milioni di euro.

Utilizzo delle scansioni da parte di Google.
  L'accordo tra Google e Ministero prevede la digitalizzazione (punto 4.1 dell'Accordo) di sole opere di pubblico dominio, per le quali non sussistono diritti d'autore che ostino alla libera fruizione dell'opera. Lo stesso punto dell'Accordo impegna le parti a dare esecuzione allo stesso, in conformità alla legge sul diritto d'autore vigente in Italia.
  Il successivo punto 4.3 riconosce a Google la facoltà, a propria discrezione, di indicizzare tutto il testo o contenuto, fornire e pubblicare immagini digitali, rendere disponibile l'intero testo o contenuto per la stampa e/o per il trasferimento elettronico, effettuare copie e concedere licenza di tali copie. Il trattamento che Google adotterà sull'archivio di contenuti digitali acquisiti in base all'accordo sarà analogo a quello delle opere già possedute, che vengono attualmente liberamente fruite sulla piattaforma Google Books, oggi integrata con Google Play, ma rimasta autonoma nei meccanismi di ricerca e nella quantità e completezza dei contenuti fruibili.
  Appare utile ricordare che Google possiede due diverse piattaforme di distribuzione di contenuti digitali testuali, una prima chiamata Google Play, che assorbe Google eBookstore e riunisce contenuti audio e video per la distribuzione a pagamento, una seconda, detta Google Books, che è, invece, un servizio di ricerca sui libri, in sostanza un motore di ricerca che consente la visualizzazione completa e, in tal caso, anche lo scaricamento dei contenuti di pubblico dominio, in quanto è sulla libera accessibilità del servizio di base che Google fonda la sua crescita e gran parte dei suoi ricavi attuali. Infatti, la strategia commerciale comune in rete, per chi si rivolge al grande pubblico, è innestare fonti di ricavo e servizi a pagamento sopra un servizio gratuito di larghissimo uso.
  Le modalità di accesso ai contenuti digitalizzati sono equivalenti a qualunque altra ricerca sul web. È possibile, inoltre, lo scaricamento nei formati pdf ed epub, il primo largamente diffuso, il secondo specifico per la pubblicazione di libri digitali (eBook) e basato su XML.
  Tutti i contenuti digitalizzati in base all'accordo con le biblioteche, in quanto relativi ad opere di pubblico dominio, saranno accessibili gratuitamente. Viceversa, per i titoli a pagamento, e non è questo – si ripete – il caso dell'accordo con questo Ministero, la relativa pagina web indica il prezzo di vendita, selezionando il quale viene dal sistema inoltrata una chiamata a Google Play, sito sul quale avviene il perfezionamento della transazione.

Utilizzo delle scansioni da parte del Ministero.
  I servizi di Google, come stabilisce il punto 4.4 dell'Accordo, rimangono nel pieno controllo di quella società. Tuttavia, la stessa è obbligata a fornire alle biblioteche l'accesso ai contenuti digitalizzati per il trasferimento elettronico, mediante connessione in rete (punto 4.5 dell'Accordo); il che permetterà alle Biblioteche di ottenere le proprie «copie digitali» dei documenti.
  Importante è il punto 4.7, che stabilisce che le Biblioteche avranno facoltà di utilizzare le proprie copie, interamente o parzialmente a propria discrezione, sui siti www.internetculturale.it e www.culturaitalia.it, sui siti web delle biblioteche e su qualsiasi altro sito presente o futuro di proprietà del Ministero o delle biblioteche.
  Il medesimo punto impegna, tuttavia, il Ministero e le biblioteche ad adottare misure tecnologiche di controllo per evitare che, per scopi commerciali, terzi possano trasferire elettronicamente o ottenere in altro modo porzioni delle copie digitali delle biblioteche, ridistribuire porzioni delle copie digitali delle Biblioteche o effettuare il trasferimento elettronico, automatizzato e sistematico, dai suddetti siti web di file immagine provenienti dalle copie digitali delle biblioteche. In ogni caso, ogni vincolo o limite posto alle biblioteche e al Ministero riguardo alla fornitura, concessione in licenza, distribuzione o vendita dei contenuti digitalizzati decade trascorsi 15 anni dalla data in cui Google ha reso disponibile la copia digitale delle opere alle Biblioteche.
  In sostanza, l'intera operazione di digitalizzazione è finalizzata a consentire la libera fruizione da parte della collettività, non solo italiana, di opere di pubblico dominio di grandissima rilevanza culturale.

Pubblicità dei contenuti dell'Accordo.
  Riguardo alla questione sollevata dagli interroganti sul perché, considerata la rilevanza dell'operazione per la diffusione del nostro patrimonio culturale del mondo, non sia stato ritenuto necessario divulgare pubblicamente i contenuti dell'accordo, si fa osservare che il comunicato stampa dell'11 marzo del 2010, che sul sito del Ministero divulgava la notizia dell'accordo, accompagnata dai commenti dei principali attori coinvolti, contiene, sia pure in forma sintetica, tutte le notizie essenziali, qui ulteriormente precisate, riguardo all'utilizzo delle digitalizzazioni e alla pubblica fruizione del materiale.
  L'accordo, da un lato, arricchisce la dotazione di oggetti di pubblico dominio distribuiti da Google, dall'altro, consente al Ministero di utilizzare, in qualsivoglia modalità e in tutti i siti istituzionali, il patrimonio che Google avrà digitalizzato, al fine di permetterne la fruizione più ampia possibile. L'accordo, inoltre, attraverso la digitalizzazione, contribuisce alla tutela del patrimonio librario.
  Si ricorda anche che, grazie all'interoperabilità delle piattaforme, dovuta all'impiego di standard quali l’XML e i metadati, gli oggetti digitali potranno essere fruiti tramite le piattaforme di Internet Culturale e di Cultura Italia e, quindi, anche attraverso Europeana, il portale europeo dei contenuti digitali.
  Si rende, infine, noto che, ad oggi, l'amministrazione ha proceduto ad istituire un comitato tecnico con compiti di indirizzo, valutazione, verifica e monitoraggio delle attività. Il comitato ha espresso, a giugno 2012, parere favorevole al progetto esecutivo, redatto e presentato dalla Biblioteca nazionale centrale di Roma, istituto coordinatore delle attività previste dall'Accordo.
Il Ministro per i beni e le attività culturaliLorenzo Ornaghi.


   BITONCI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   la società Trenitalia, lunedì 9 gennaio 2012, ha comunicato l'intenzione di concentrare l'attività di distribuzione a Roma, chiudendo la sede di Venezia, per ottimizzare recuperi economici;
   la distribuzione di Venezia oggi consta di quattro quadri con mansioni di gestione organizzativa ed operativa del personale addetto alle Frecce Argento (orari, attività dirette e complementari, organizzazione del lavoro, logistica, riposi e ferie, condotta Mestre-Venezia, e altro) cui aggiungere la gestione di 5 patentati C per attività di manovre e riserve;
   la gestione veneziana interessa 31 macchinisti e 40 capitreno in quanto metà della flotta Trenitalia opera su questa tratta (nord est capitale) che è indubbiamente il principale bacino di traffico e di valore economico della società;
   la gestione unica accentrata a Roma rende problematiche le comunicazioni, la tempestività di risposta ai problemi, la gestione delle situazioni emergenziali, la conoscenza del territorio. Non è accettabile la situazione per cui a Roma si fanno nuove assunzioni e valorizzazioni professionali e a Venezia si chiudono servizi;
   gli attuali quadri spostati alle attività Freccia Bianca rendono insostenibile la tenuta dei costi di questo servizio oltre a depauperare professionalità e non consentire reali risparmi per il gruppo Ferrovie dello Stato Spa;
   la società ritiene che la concentrazione sia il viatico del mettere sotto controllo il sistema ferroviario. Da un lato peggiora la condizione generale del servizio e i tempi di risposta alle tante problematiche della gestione, dall'altro si allontana incomprensibilmente la sede di lavoro dalla catena di comando;
   compromette la competizione con la nuova società Nuovi trasporti viaggiatori NTV Spa che ha preventivato una base operativa a Venezia per il lancio di «Italo» in primavera 2012 in contemporanea con la recessione della distribuzione Frecce Argento;
   non tiene in nessuna considerazione il servizio offerto alla clientela e l'efficacia dell'attività. Attualmente il servizio erogato da Venezia è giudicato di buona qualità. Con tutti i guai della società che si operi riducendo ciò che funziona è francamente inqualificabile e ingiustificato –:
   se il Ministro sia a conoscenza della situazione e quali iniziative intenda intraprendere per tutelare la qualità servizi e lavoratori impiegati presso la sede di Venezia. (4-14625)

  Risposta. — In riferimento all'interrogazione parlamentare in esame cui si risponde per delega della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 17 ottobre 2012, si forniscono i seguenti elementi di risposta.
  Occorre premettere che la problematica evidenziata dall'interrogante attiene a questioni di politica gestionale ed occupazionale pertanto, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, per quanto di competenza, non ha possibilità di incidere sulle relative autonome scelte aziendali di Trenitalia.
  Tuttavia, considerata la delicatezza della vicenda posta all'attenzione, sono state acquisite presso la società Ferrovie dello Stato le necessarie informazioni.
  Al riguardo la predetta società ha fatto presente che, nell'attuale ripartizione commerciale dei prodotti di media/lunga percorrenza di Trenitalia, il servizio di trasporto svolto con i treni «Frecciargento» – che vengono impiegati su percorsi di tipo misto (linee Alta velocità e linee tradizionali) – serve, oltre al Veneto e al Lazio, altre destinazioni in varie regioni: Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Lombardia (Brescia), Emilia Romagna, Toscana, Campania, Puglia e Calabria.
  Per ogni prodotto della Divisione passeggeri Nazionale/Internazionale («Frecciarossa», «Frecciargento», «Frecciabianca» e «Servizi di Base») è stato adottato uno specifico assetto organizzativo, con impianti di produzione/equipaggi e di manutenzione a ciascuno dedicati; tale organizzazione, nonché la distribuzione dei relativi impianti sul territorio nazionale, sono funzionali all'ottimale utilizzo delle risorse disponibili (umane e di materiale rotabile).
  All'atto della sua istituzione nel dicembre 2009, la struttura organizzativa del prodotto «frecciargento» prevedeva l'impianto «equipaggi» principale (personale di macchina e di scorta) con sede a Roma, una serie di nuclei «equipaggi» dislocati sul territorio in maniera coerente con le relazioni di prodotto e funzionali al miglior utilizzo delle risorse e un Presidio a Venezia, comunque gerarchicamente subordinato alla sede romana.
  All'impianto principale di Roma, organizzato su un turno di 24 ore, era affidata la gestione del personale di bordo e di macchina con residenza amministrativa a Bologna, Napoli, Roma, Reggio Calabria/Paola e Bari/Lecce (per un totale di circa 300 agenti); all'impianto di Venezia, organizzato su un turno di 16 ore, competeva la gestione del personale con sede amministrativa nella stessa Venezia. Nelle ore notturne, l'impianto di Roma gestiva già, invece, tutti gli agenti dell'intero prodotto «Frecciargento».
  In tale quadro, nell'ambito di un programma di ottimizzazione ed efficientamento dei processi distributivi del personale di bordo e di macchina addetto al prodotto «Frecciargento», è stato successivamente definito un nuovo assetto organizzativo, operativo dalla metà di marzo 2012, che ha comportato la concentrazione delle attività gestionali in un'unica sede individuata presso l'impianto principale di Roma.
  Ferrovie dello Stato ha però evidenziato che per il personale in servizio presso il presidio di Venezia, è stato previsto il riassorbimento, nell'ambito della medesima sede di lavoro, in altre strutture della stessa divisione passeggeri nazionale/internazionale di Trenitalia.
Il Ministro delle infrastrutture e dei trasportiCorrado Passera.


   BITONCI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   nella giornata di martedì 17 luglio 2012, organi di stampa locali di Padova (Mattino di Padova e Gazzettino) hanno riportato la notizia secondo cui il comune di Padova avrebbe in dotazione 113 vetture per i propri dipendenti, che si sommano a 345 automezzi che vengono utilizzati per attività di manutenzione e pubblica sicurezza;
   il rapporto tra numero di autovetture e dipendenti (113 su 1.757) fa di Padova il comune del Veneto con il valore più elevato, anche rispetto a città di dimensioni maggiori, come Verona, o a città più importanti, come il capoluogo di regione, Venezia;  
   in conseguenza della grave crisi economico-finanziaria e della urgente necessità di dover ridurre le spese pubbliche, il Governo precedente aveva adottato, con il decreto-legge n. 78 del 2010, una serie di disposizioni finalizzate ad una rimodulazione delle spesa pubblica per le voci di bilancio degli enti locali più onerose;
   in virtù di tale disposizione, oltre che dei successivi provvedimenti adottati anche dal Governo attuale e che hanno drasticamente rimodulato le risorse trasferite agli enti locali, i comuni hanno dovuto rivedere al ribasso, all'interno dei rispettivi bilanci, sia le voci di spesa di parte capitale e legate al rispetto del patto di stabilità interno, sia le voci di spesa di parte corrente;
   il Governo ha finalizzato in queste ultime settimane un provvedimento d'urgenza denominato «spending review» che fa seguito a precedenti e simili accorgimenti finalizzati ad adottare delle disposizioni per limitare voci della spesa pubblica che gravano sempre più sul debito pubblico italiano, giunto ormai a lambire i 2.000 miliardi di euro e che continua a rappresentare un freno alla ripresa e alla crescita del Paese –:
   quali orientamenti intenda esprimere il Governo, per quanto di competenza, sull'utilizzo delle autovetture per i dipendenti dei comuni per attività diverse dalla pubblica sicurezza o dalle opere di manutenzione e se, anche in virtù della difficile situazione economica e finanziaria degli enti locali, non ritenga opportuno assumere iniziative, anche in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, per concordare un impegno a ridurre la dotazione di automezzi degli enti locali. (4-16995)

  Risposta. — Con l'interrogazione in esame l'interrogante chiede di conoscere l'orientamento del Governo in merito all'utilizzo delle autovetture per i dipendenti dei comuni per attività diverse dalla pubblica sicurezza o di manutenzione di beni pubblici, con particolare riferimento alla situazione del comune di Padova.
  Al riguardo sono stati acquisiti elementi di risposta per il tramite della locale prefettura.
  Ai fini della riduzione della spesa l'amministrazione comunale, contestualmente all'emanazione della normativa di cui al decreto-legge 78 del 2010, ha provveduto al ritiro ed alla conseguente alienazione con asta pubblica di 63 veicoli, con un ricavo di circa 75.000,00 euro.
  Il beneficio conseguito, a decorrere dall'anno 2011, è stato in linea con quanto contenuto nella norma che prescrive una diminuzione della spesa per autovetture rispetto all'anno 2009 nella misura del 20 per cento, con costituzione, dall'esercizio finanziario 2011, di separati capitoli di bilancio per autovetture al fine del controllo della spesa medesima.
  In relazione alla più recente normativa di cui all'articolo 5 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95 – convertito nella legge 7 agosto 2012, n. 135 che prevede, a decorrere dal 2013, una riduzione del 50 per cento della spesa per autovetture di servizio – la Giunta comunale, con provvedimento n. 125 del 3 agosto 2012, ha adottato direttive destinate a tutti i dirigenti per la riduzione, già nei prossimi mesi, del 50 per cento delle autovetture di servizio non destinate alla polizia locale e delle cosiddette auto blu.
Il Sottosegretario di Stato per l'internoSaverio Ruperto.


   BORGHESI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   per le prossime elezioni, nella provincia di Bolzano, la SVP sta progettando di cambiare i meccanismi di ripartizione dei seggi in consiglio provinciale. Poiché rischia di perdere la maggioranza assoluta in consiglio provinciale, sta facendo di tutto per fare in modo che ciò non avvenga. Per questo è disposta a portare avanti proposte come il metodo d'Hondt che le consentirebbe di avere 3 consiglieri in più rispetto a quelli che avrebbe applicando l'attuale «proporzionale» (che non è comunque un proporzionale puro in quanto è previsto un mini premio di maggioranza di un consigliere «regalato» per il partito che ottiene più voti in assoluto). Oltretutto, potrebbe trovare sponda nel maggior partito di lingua italiana che, con questo «metodo» otterrebbe un consigliere in più, perché tutti i partiti del centro sinistra sarebbero costretti a convergere per evitare di disperdere voti;
   in provincia di Bolzano, per via della presenza di 3 gruppi linguistici, la giunta provinciale deve avere rappresentanti italiani, tedeschi e ladini. Le proporzioni «etniche» in giunta devono rispecchiare le proporzioni che ci sono in consiglio. In pratica se, come adesso, il consiglio provinciale ha 8 consiglieri italiani su 35, la giunta dovrà rispettare questo equilibrio. Ciò significa che gli 8/35 (ovvero il 22,8 per cento) della giunta saranno espressione del gruppo linguistico italiano;
   allo stato attuale ci sono 9 assessori in totale (compreso il presidente) di cui 2 sono espressione «italiana», 6 «tedesca» e uno «ladina». Con il metodo d'hondt tuttavia, visto che si basa su un meccanismo completamente diverso dal proporzionale, il gruppo linguistico italiano andrebbe a perdere praticamente 2 consiglieri provinciali, riducendo quindi la sua presenza in giunta poiché solo il 17 per cento del consiglio è costituito da rappresentanti di lingua italiana. Il 17 per cento di 9 è 1,53 e quindi, verosimilmente, verrebbe a mancare un assessore di lingua italiana e ci sarebbe solo un membro in giunta provinciale;
   in pratica la SVP, con il metodo d’hondt, andrebbe ad assorbire tutti i consiglieri che, fino ad adesso, sono stati espressione di gruppi «piccoli», capaci di raggiungere il 2 per cento in tutta la provincia. Il 16 febbraio 2012 inoltre, un giornale di lingua tedesca avanzava l'ipotesi che la proposta del metodo d'hondt fosse solo un diversivo per poi imporre il vincolo del mandato pieno che escluderebbe i partiti sotto la soglia del 2,85 dal calcolo dei resti. C’è inoltre da segnalare che nella provincia di Bolzano la particolarità linguistica della popolazione è tale che non può essere compreso il diritto di rappresentanza a chi esprime il 2 per cento dell'elettorato –:
   se il Governo non intenda monitorare attentamente l’iter della riforma, anche al fine di poter compiutamente valutare, in caso di approvazione, l'eventuale promozione della questione di legittimità costituzionale ai sensi dell'articolo 47, terzo comma, dello statuto della provincia autonoma di Bolzano. (4-15449)

  Risposta. — Con l'interrogazione in esame l'interrogante chiede se il Governo intenda monitorare l’iter della riforma elettorale per il rinnovo degli organi della provincia autonoma di Bolzano.
  La materia relativa alle elezioni provinciali è regolamentata dagli articoli 47 e 48 dello Statuto di autonomia (decreto del Presidente della Repubblica 670 del 1972) come novellati dalla legge costituzionale 31 gennaio 2001, n. 2.
  La citata legge costituzionale ha trasferito alle province autonome di Bolzano e Trento la competenza legislativa, con l'unico limite del rispetto della Costituzione, dei principi dell'ordinamento giuridico della Repubblica e l'osservanza di quanto disposto dallo statuto stesso. Dal 2003, pertanto, le elezioni in Trentino Alto Adige non sono più regionali ma provinciali.
  Mentre la provincia autonoma di Trento ha approvato una propria legge elettorale, quella di Bolzano finora ha applicato – ad eccezione di alcuni necessari adeguamenti di natura tecnica – il vecchio sistema elettorale regionale.
  Non è stato quindi ancora presentato il disegno di legge per le elezioni, che si svolgeranno comunque nell'autunno 2013.
  Peraltro, la scelta di un metodo di calcolo per l'attribuzione dei seggi sembra rientrare nell'ambito delle prerogative riconosciute dallo statuto al consiglio provinciale. Non pare, pertanto, che possa giustificarsi il monitoraggio preventivo sull’iter di approvazione della legge.
  Per quanto attiene poi all'eventuale proposizione della questione di legittimità costituzionale, l'articolo 47 del citato decreto del Presidente della Repubblica 670 del 1972 prevede, al comma quarto, che possa essere promossa dal Governo solo dopo l'approvazione della legge, ed in particolare, entro trenta giorni dalla sua pubblicazione.
Il Sottosegretario di Stato per l'internoSaverio Ruperto.


   CALVISI, META, MARROCU, SCHIRRU, FADDA, MELIS, ARTURO MARIO LUIGI PARISI e PES. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   dal 2009 le Ferrovie dello Stato hanno interrotto il servizio di collegamento marittimo tra Civitavecchia e Golfo Aranci, causando un grande disagio per residenti e turisti, privati di un importante mezzo di comunicazione con la Sardegna;
   la soppressione della tratta Civitavecchia-Golfo Aranci ha poi determinato, di fatto, l'eliminazione definitiva del trasporto merci su rotaia in tutta la Sardegna, visto che quella tratta costituiva l'unico servizio merci su rotaia attivo per la regione Sardegna, causando un ulteriore indebolimento di un sistema infrastrutturale nevralgico, per il quale i sardi avevano già pagato ampiamente in termini economici – considerato che le navi traghetto delle F.S. furono acquistate anche con il contributo della regione Sardegna – e recando gravi danni all'industria sarda, in particolare alla Keller Elettromeccanica nello stabilimento di Villacidro, azienda oggi in crisi, che costruiva e riparava rotabili ferroviari di ogni tipo e ha rappresentato una delle realtà industriali più importanti in Sardegna;
   nel conto nazionale dei trasporti 2010-2011, al capoverso VI.3 (Collegamenti con le isole), è riportato quanto segue: «Le società pubbliche che operano sui collegamenti marittimi di linea tra il Continente e la Sardegna sono il Gruppo Ferrovie dello Stato Italiano e la Tirrenia. La tratta Civitavecchia-Golfo Aranci, gestita dalle F.S., è stata soppressa nel corso dell'anno 2009»;
   il collegamento Golfo Aranci-Civitavecchia è considerato servizio pubblico di interesse nazionale ai sensi dell'articolo 3, comma 1, del decreto legislativo n. 422 del 1997; inoltre è incluso nella rete ferroviaria ad Sistema nazionale integrato dei trasporti (SNIT) di cui al piano generale dei trasporti e della logistica, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 14 marzo 2001, ed è anche indicato nella concessione sessantennale (TAV. B) alle Ferrovie dello Stato di cui al decreto ministeriale n. 138/T del 31 ottobre 2000;
   da un lato, quindi, il quadro normativo-contabile statale afferma la rilevanza e la necessità della linea di collegamento marittimo gestita dalla Ferrovie dello Stato, dall'altro è noto che da anni il servizio è stato interrotto, dando vita ad una situazione evidentemente confusa e contraddittoria;
   il collegamento delle Ferrovie dello Stato è stato di grande importanza, sia perché ha consentito di garantire un servizio alle persone che intendevano spostarsi da e per l'isola, sia perché ha reso possibile l'intermodalità con il ferro; e la soppressione di tale collegamento non è stato sicuramente compensato dall'impegno delle F.S. di continuare a svolgere corse a chiamata anche al servizio del sistema industriale sardo;
   per quale ragione nel Conto nazionale dei trasporti si continui a riportare che: «Le società pubbliche che operano sui collegamenti marittimi di linea tra il Continente e la Sardegna sono il Gruppo Ferrovie dello Stato Italiano e la Tirrenia» visto il collegamento Civitavecchia-Golfo Aranci delle Ferrovie dello Stato è stato soppresso da anni, come giustamente riportato nello stesso Conto nazionale dei trasporti –:
   se lo Stato continui effettivamente a riconoscere una compensazione alle Ferrovie dello Stato per un servizio che non viene più effettuato e, nel caso, a quanto ammontino dette risorse, considerato che in passato la compensazione appannaggio delle FS per il collegamento con la Sardegna si può quantificare su una cifra attorno ai 15 milioni di euro considerato che nel contratto di programma 2001-2005 il contributo statale alle FS per i collegamenti ferroviari con la Sicilia e la Sardegna fu complessivamente determinato in 45 miliardi di lire annui, da suddividere per 2/3 alla regione Sicilia e per 1/3 alla regione Sardegna;
   considerato che il collegamento con le isole comprende anche la Sicilia, se il Governo intenda smentire o confermare le voci riportate dalla stampa sarda che ipotizzano l'attribuzione per i collegamenti con la regione Sicilia dell'intero contributo statale. (4-18516)

  Risposta. — Come è noto agli interroganti tra le attività di Rete ferroviaria italiana (Rfi) previste dall'atto di concessione con lo Stato è incluso il collegamento via mare con la Sicilia e la Sardegna per dare continuità al servizio di rete anche nelle isole maggiori. In questo contesto si sottolinea che Rfi è tenuta a soddisfare la domanda delle imprese ferroviarie e, quindi, il numero delle navi ed i relativi programmi di esercizio devono essere corrispondenti a tale domanda.
  Per quanto riguarda i collegamenti ferroviari per la Sardegna, occorre evidenziare che tale servizio è relativo ai soli treni per il trasporto delle merci e non ai treni passeggeri.
  Ciò in quanto il mercato ha fatto registrare una continua e significativa flessione della domanda a partire dagli anni ’90 fin ad arrivare al 2009, anno caratterizzato da un volume di traffico praticamente inconsistente tale da non giustificare la presenza continua di una nave espressamente dedicata a tale collegamento.
  Rfi ha comunicato di non aver mai proposto alcuna soppressione della tratta e di mantenere attivo il servizio per la relazione marittima tra Civitavecchia e la Sardegna.
  Infatti, il prospetto informativo della rete, nell'edizione vigente, individua il collegamento ferroviario marittimo per/dalla Sardegna (rotta Civitavecchia-Golfo Aranci) tra i servizi obbligatori che il gestore deve rendere disponibili alle imprese ferroviarie.
  Tuttavia, alla luce dell'andamento del mercato, RFI ha modificato nel tempo la propria organizzazione industriale in relazione alle modalità di espletamento di tale servizio.
  Nello specifico Rfi ha riferito che tale servizio viene attivato su richiesta delle imprese ferroviarie e prestato attraverso l'unità navale basata a Messina che viene trasferita, allo scopo, all'impianto di Civitavecchia.
  Nel corso degli ultimi tre anni, con tale organizzazione, sono state effettuate tutte le corse richieste dalle Imprese Ferroviarie sull'itinerario Golfo Aranci (Ga)-Civitavecchia (Cv) e Golfo Aranci-Villa S. Giovanni (Vsg) Messina (Me), comprese le necessarie corse di trasferimento, e precisamente:
   20 corse nel 2010;
   15 corse nel 2011;
   23 corse nel 2012.

  Per ciò che concerne i contributi statali, a partire dall'esercizio 2006 Rfi rendiconta, attraverso il sistema di contabilità regolatoria, la destinazione dei contributi pubblici stanziati in conto esercizio, che riguardano, tra gli altri, il collegamento «ferroviario» con le isole maggiori (Sicilia e Sardegna).
  I contributi assegnati al servizio di collegamento verso le isole maggiori dal 2009 al 2011, come risulta dalle varie rendicontazioni presentate negli anni, sono stati pari a:
   26,1 milioni di euro per il 2009;
   37,3 milioni di euro per il 2010;
   25,5 milioni di euro per il 2011.

  Al riguardo, Rfi ha fatto presente che tali contributi, tuttavia, sono risultati insufficienti – rispettivamente nella misura di 1,9 milioni di euro, 1,6 milioni di euro e 3,4 milioni di euro – a coprire, unitamente al prezzo del servizio pagato dalle imprese ferroviarie, i costi sostenuti per i servizi eseguiti nel triennio.
  Ad ogni modo sarà cura del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti vigilare costantemente sull'osservanza degli obblighi di Rfi derivanti dal rapporto concessorio e contrattuale in atto.
Il Ministro delle infrastrutture e dei trasportiCorrado Passera.


   CATANOSO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   l'aeroporto di Catania ha un'importanza strategica per l'economia della Sicilia;
   numerosi sono stati gli interventi e le proposte per stimolare la giusta attenzione delle istituzioni sull'indispensabile e improcrastinabile adeguamento, sviluppo e preventiva e lungimirante programmazione alla sempre maggiore domanda di mobilità che l'utenza dell'importante struttura impone;
   il rifacimento globale, sin dalle sue fondamenta, della pista di volo e delle altre strutture ad essa connesse, è visto positivamente;
   non può, invece, essere taciuto, a poco più di un mese dall'inizio dei lavori, l'inadeguatezza delle alternative per rendere sostenibili i disagi che la chiusura inevitabilmente provocherà;
   apprendere che l'Aeronautica militare abbia risposto negativamente alla richiesta di ospitare parte del traffico aereo di Fontanarossa, suscita dei motivati sospetti, che hanno origine dall'annosa inadeguatezza della gestione e fornitura dei servizi di assistenza al volo che l'Aeronautica ha a giudizio dell'interrogante colpevolmente sottodimensionato rispetto alla continua e costante crescita del traffico aereo;
   un diniego per motivi di sicurezza apposto in questa fase delicata della vita economica del Paese e della Sicilia in particolare, appare un'ulteriore prova di disattenzione e insensibilità che l'Aeronautica militare italiana ha mostrato e mantenuto negli anni nei confronti dell'aeroporto di Catania. Ne è prova l'autorizzazione concessa agli aerei senza pilota a sorvolare e operare in zone ad alta densità abitativa e nelle immediate vicinanze, se non entro i confini, di una zona ad altissima intensità di traffico aereo civile, che provocano ulteriori ritardi che si sommano a quelli dovuti all'inadeguatezza delle tecnologie e alla vetustà di taluni apparati, come il radar di back-up in uso durante la guerra dei Balcani a Pristina, e al sotto-dimensionamento dello schieramento giornaliero di controllori del traffico aereo che l'Aeronautica militare italiana impone. Si sottolinea che per lo stesso tipo di attività negli Stati Uniti si è scelta una zona desertica, mentre in Sicilia eventuali rischi per questo tipo di attività militare vengono sottovalutati e sottaciuti;
   a giudizio dell'interrogante, un intervento deciso e risolutivo del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti e al Ministro della difesa e dello Stato Maggiore dell'Aeronautica è necessario per affrancare Fontanarossa dall'ostacolo che l'attuale gestione rappresenta e che ne impedisce il pieno sviluppo delle potenzialità e il raggiungimento di obiettivi ben più ambiziosi;
   se l'Aeronautica militare italiana è in grado di soddisfare le esigenze della domanda sempre più crescente di mobilità delle popolazioni, deve assolutamente adeguarsi con uomini e tecnologie idonee a fronteggiare le attese che il mercato impone, altrimenti occorre, secondo l'interrogante, che essa ceda la mano come ha già fatto a Verona ove in poco più di un mese di nuova gestione del controllo del traffico aereo, i ritardi e disservizi che sembravano inalienabili sono scomparsi. Cedere la mano per un servizio reso in tali condizioni e che all'interrogante appare del tutto anacronistico, non è certo elemento negativo per il prestigio ed i compiti che l'Aeronautica militare italiana è chiamata ad assolvere; rappresenterebbe, invece, motivo di merito e dimostrazione di sensibilità nei confronti della collettività e del Paese –:
   quali iniziative intendano adottare i Ministri interrogati affinché si risolvano in tempi brevi le problematiche esposte in premessa. (4-17551)

  Risposta. — In riferimento all'interrogazione parlamentare in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta.
  Come è noto, l'aeroporto di Catania Fontanarossa è stato chiuso temporaneamente a causa di attività di manutenzione.
  Al fine di limitare i disagi dell'utenza e garantire l'operatività dell'aviazione commerciale nel periodo di chiusura è stato ratificato tra il Ministero della difesa ed il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti un accordo interministeriale i cui contenuti sono stati formalizzati con apposito decreto sottoscritto lo scorso 4 ottobre e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2012, n. 254.
  Il citato decreto interministeriale prevede, al fine di consentire i lavori improcrastinabili di completo rifacimento della pista di volo dell'aeroporto catanese, in via eccezionale e in deroga al decreto ministeriale della difesa del 25 gennaio 2008, concernente la classificazione degli aeroporti militari, che il traffico aereo diretto all'aeroporto di Catania «Fontanarossa» sia temporaneamente trasferito verso l'aeroporto militare di Sigonella per il periodo intercorrente dal 5 novembre al successivo 5 dicembre 2012.
  Nel decreto in parola è inoltre prevista, nell'eventualità che i lavori di rifacimento della pista dell'aeroporto di Catania Fontanarossa dovessero protrarsi oltre la data del 5 dicembre 2012, la proroga di un mese, per una sola volta, previa richiesta da parte dell'Enac.
  Per completezza d'informazione si evidenzia che detto decreto stabilisce, tra l'altro, che il traffico aereo civile sull'aeroporto militare di Sigonella è soggetto alle limitazioni ed alle restrizioni poste dall'Aeronautica militare tese a garantire il corretto svolgimento delle operazioni militari, sia nazionali che alleate, e di Stato.
  Si segnala, infine, che gli oneri derivanti dall'esecuzione del decreto in esame nonché dai discendenti accordi tecnici sono a carico del gestore aeroportuale-società SAC s.p.a.
Il Ministro delle infrastrutture e dei trasportiCorrado Passera.


   CROSIO e CAPARINI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   la legge 23 dicembre 1998, n. 448 e successive modificazioni e il decreto ministeriale 5 novembre 2004, n. 292, prevedono misure di sostegno per il settore televisivo locale, consistenti in contributi che vengono annualmente erogati dal Ministero dello sviluppo economico sulla base di graduatorie regionali redatte (con riferimento ai dipendenti occupati e ai fatturati conseguiti dalle imprese televisive locali interessate) dai Corecom – Comitati regionali per le comunicazioni, a seguito di bando di gara che lo stesso Ministero deve emanare entro il 31 gennaio di ogni anno;
   tali misure di sostegno che hanno contribuito, negli anni, alla crescita e allo sviluppo delle imprese televisive locali nell'ottica di sostenere l'informazione locale di qualità, sono importantissime nell'attuale momento in cui le imprese televisive hanno dovuto affrontare rilevanti investimenti per la transizione al digitale e in considerazione della situazione di crisi del mercato pubblicitario;
   i procedimenti per l'erogazione di detti contributi statali stanno, tuttavia, subendo gravissimi inaccettabili ritardi, con evidenti ripercussioni anche per l'occupazione lavorativa nel comparto (sono molte le imprese che hanno richiesto la cassa integrazione in deroga e che hanno avviato procedimenti di licenziamento collettivo);
   in particolare:
    a) il Ministro dello sviluppo economico, nonostante tutti i Corecom abbiano redatto le rispettive graduatorie regionali fin dallo scorso mese di settembre, non ha ancora provveduto alla pubblicazione del decreto di ripartizione tra i vari bacini di utenza dello stanziamento relativo all'anno 2011 (occorre, peraltro, considerare che in caso di ritardo di uno o più Corecom, il Ministro può definire un riparto in acconto);
    b) il Ministro dello sviluppo economico non ha ancora provveduto alla pubblicazione del decreto di ripartizione tra i vari bacini del saldo dei contributi relativi all'anno 2010 (con riferimento al quale è stato, ad oggi, stanziato e corrisposto solo un acconto) che in mancanza di immediato intervento rischiano la perenzione;
    c) il Ministro non ha ancora emanato il bando relativo alle misure di sostegno per l'anno 2012 (nonostante che, ai sensi dell'articolo 1, comma 1, del decreto ministeriale 5 novembre 2004 n. 292, tale bando dovesse essere emanato entro il 31 gennaio 2012) –:
   quali siano le ragioni di tali ritardi, le modalità con le quali il Ministro intenda porre rimedio ai ritardi stessi, e i tempi nei quali i suddetti provvedimenti verranno emanati. (4-18478)

  Risposta. — Il Ministero è pienamente consapevole dell'importanza delle misure di sostegno in favore dell'emittenza locale e del loro contributo alla crescita editoriale e occupazionale per le imprese del settore.
  Nel rispondere alle richieste degli interroganti, si fa presente che il 30 ottobre 2012 sono stati firmati dal Ministro sia il decreto di ripartizione tra i vari bacini di utenza dell'integrazione relativa all'anno 2010 (pari a 13.335.408 euro), sia il decreto di ripartizione dello stanziamento relativo all'anno 2011 (avente un ammontare pari a 95.929.331 euro).
  Nella tempistica di emanazione di tale ultimo provvedimento si è dovuto tener conto di una sentenza del Consiglio di Stato (1683/2011), la quale ha comportato il rifacimento di gran parte delle graduatorie da parte dei Corecom di diverse Regioni.
  L'ultima di esse, quella della regione Campania, è stata trasmessa in via provvisoria alla direzione competente del Ministero il 21 settembre 2012. Trascorsi i 30 giorni previsti dalla normativa vigente (ai sensi dell'articolo 5 del decreto ministeriale n. 202 del 2004) per rendere definitiva tale graduatoria, il Ministro, come già detto, ha sottoscritto, in data 30 ottobre scorso, il provvedimento.
  Quanto all'integrazione relativa all'anno 2010, si fa presente che l'importo di 13.335.408 euro indicato è parte della complessiva somma di 50 milioni di euro, derivanti dalle economie accertate ex legge n. 488 del 1999 ripartite nel triennio 2012/2014, in applicazione di quanto previsto dall'articolo 2 comma 237 della legge n. 191 del 2009.
  Essendo state già espletate le procedure di registrazione presso la Corte dei Conti, saranno a breve emessi i mandati di pagamento relativi ad entrambi i provvedimenti citati, dopo i tempi previsti dalla pubblicazione dei piani di riparto sulla Gazzetta Ufficiale.
  Si evidenzia peraltro che, ai fini della predisposizione dei mandati di pagamento, ai sensi della recente legge n. 183 del 2011, articolo 15, sulla semplificazione degli atti amministrativi, occorre allegare, per le società creditrici di importi superiori a 154 mila euro, la certificazione antimafia, la cui acquisizione da parte del Ministero, dopo la decertificazione delle documentazioni, è in corso di perfezionamento.
  Quanto alle misure di sostegno per il 2012 (circa 78 milioni di euro il relativo ammontare), il 15 ottobre 2012 è stato firmato il bando inerente a detti contributi che è attualmente alla registrazione presso la Corte dei Conti.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoMassimo Vari.


   DI PIETRO e FAVIA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   i testimoni di giustizia sono persone e liberi cittadini che mettono «concretamente» a repentaglio la loro vita e la vita dei loro familiari al fine di aiutare lo Stato nella lotta alla criminalità;
   i «testimoni» di giustizia non sono «collaboratori» di giustizia. Il testimone non è colui che, dopo aver commesso il fatto, con atto di resipiscenza operosa si attiva, ma è colui che, senza aver fatto parte di organizzazioni criminali, anzi essendone a volte vittima, ha sentito il dovere di testimoniare per ragioni di sensibilità istituzionale e rispetto delle esigenze della collettività, esponendo sé stesso e la sua famiglia alla reazione degli accusati e alle intimidazioni della delinquenza;
   la legge 13 febbraio 2001, n. 45, afferma in modo chiaro che devono esservi misure di protezione fino all'effettiva cessazione del pericolo esistente per sé e per i familiari. Quindi, una protezione vera, reale ed effettiva. Sono previste misure di assistenza ed interventi volti a garantire un tenore di vita personale e familiare non inferiore a quello preesistente all'ingresso nel programma di protezione;
   già nel 2008, nella «Relazione sui testimoni di giustizia», approvata dalla Commissione antimafia e trasmessa al Parlamento, venivano elencate in modo chiaro le problematiche e le criticità denunziate dalla quasi totalità dei testimoni di giustizia;
   sono state già proposte moltissime interrogazioni ed interpellanze parlamentari bi-partisan relativamente alle delicate ed imbarazzanti situazioni in cui sono costretti a vivere i testimoni di giustizia;
   la realtà odierna si caratterizza per la persistenza delle criticità già denunciate e relative alla difficoltà nel reinserimento socio-lavorativo, all'inadeguatezza delle misure di protezione, alla difficoltà nell'accesso alle agevolazioni bancarie, all'impossibilità di fare stabile affidamento sull'ausilio dei professionisti e consulenti nominati dalle istituzioni;
   ma quel che è peggio sono le umiliazioni che i testimoni di giustizia sono costretti a sopportare a causa di certe istituzioni;
   mentre le risposte formulate alle interrogazioni ed interpellanze parlamentari sembrerebbero tratteggiare un contesto di ineccepibile rispetto delle regole poste a garanzia di quanti decidono di servire lo Stato con le loro testimonianze, la realtà sembrerebbe tutt'altra. I testimoni di giustizia continuano a sentirsi calpestati, offesi e annullati dalla arroganza ed indifferenza di certe istituzioni;
   i testimoni di giustizia, pur avendo servito lo Stato, continuano ad assistere a comportamenti che umiliano i loro sacrifici e la loro onestà;
   sfuggiva e purtroppo continua a sfuggire a certi rappresentanti delle istituzioni che i testimoni di giustizia sono prima di tutto «persone» e non entità astratte;
   prima di diventare «testimoni» di «giustizia» erano normalissimi cittadini che si alzavano la mattina per recarsi sul posto di lavoro. Avevano una casa in cui ritirarsi alla fine della giornata per condividere ore liete con familiari ed amici;
   i testimoni di giustizia erano e sono persone «oneste» che hanno avuto il coraggio di denunciare il malaffare, pur consapevoli delle difficoltà a cui sarebbero andati incontro, a causa delle possibili ritorsioni della criminalità organizzata;
   sono persone che hanno creduto nelle istituzioni e che hanno il diritto di continuare a crederci per loro stessi e per i loro figli, vittime anch'essi prima delle mafie e poi della sufficienza e superficialità di certe istituzioni;
   il nostro Paese commemora gli eroi di Stato soltanto quando gli stessi non sono più in vita e troppo spesso dimentica il dramma di tutti coloro che per onestà hanno deciso di sacrificare la loro esistenza per il bene comune –:
   quali urgenti iniziative, anche di carattere normativo, il Ministro interrogato intenda adottare per non disincentivare le testimonianze e soprattutto per garantire, nei fatti e non soltanto nelle promesse, il rispetto della dignità dei testimoni di giustizia. (4-12174)

  Risposta. — Nell'interrogazione in esame, l'interrogante pone all'attenzione di questa Amministrazione il problema dei «testimoni di giustizia» chiedendo, in particolare, se si intendono adottare provvedimenti per garantirne un adeguato reinserimento socio-lavorativo.
  Al riguardo è opportuno ricordare, per prima cosa, che la figura del «testimone di giustizia» è stata introdotta nel nostro ordinamento giuridico dalla legge 13 febbraio 2001, n. 45, che prevede le condizioni e i presupposti di ammissibilità, nonché le misure di assistenza economica connesse ai riconoscimento di tale qualità.
  Più nel dettaglio, tali ultime misure consistono in un'adeguata sistemazione alloggiativa, individuata, di norma, con l'assenso dei testimone di giustizia; la corresponsione di un assegno mensile di mantenimento, determinato in relazione al numero delle persone protette; il sostegno di spese per esigenze sanitarie, quando non sia possibile, per motivi di sicurezza, avvalersi delle strutture pubbliche; la garanzia di una assistenza legale all'interessato quale persona offesa dal reato e costituita parte civile nel procedimento in cui rende la testimonianza; la cosiddetta «capitalizzazione» del costo dell'assistenza, attuata mediante l'erogazione di una somma di denaro pari all'assegno di mantenimento fino ad un massimo di 10 anni (120 mensilità), in presenza di un concreto progetto di reinserimento lavorativo; la corresponsione di una somma a titolo di mancato guadagno, derivante dall'eventuale cessazione dell'attività lavorativa del testimone e dei familiari nella località di provenienza, sempre che essi non abbiano ricevuto, allo stesso titolo, un risarcimento dagli uffici del Commissariato antiracket e antiusura; il ricorso a mutui agevolati volti al reinserimento nella vita economica e sociale.
  Si tratta di numerose misure previste espressamente dalla normativa o individuate dalla commissione centrale di cui all'articolo 10 della legge n. 82 del 1991 e dal Servizio centrale di Protezione in relazione alle esigenze dei testimoni di giustizia.
  Dall'approvazione della legge 13 febbraio 2001, n. 45, si è molto lavorato sul terreno del reinserimento socio-lavorativo del testimone, nella consapevolezza che esso non può prescindere, così come prescrive la legge, dal tenore di vita e dal tipo di attività che ha preceduto l'ingresso nel programma di protezione.
  Il discorso è relativamente più agevole quando il testimone, in precedenza, aveva svolto un lavoro autonomo, mentre presenta aspetti più problematici nelle ipotesi in cui l'attività antecedente alla deposizione era alle dipendenze dei privati. Ma anche da questo punto di vista si è lavorato per reinserire chi aveva questa condizione pregressa.
  La trattazione dei singoli casi riguardanti i testimoni è avvenuta e avviene col coinvolgimento attivo degli stessi interessati.
  Obiettivo primario, peraltro, è consentire, se il testimone lo desidera o lo chiede, la permanenza nel luogo di origine attraverso adeguate misure delle quali, in ogni caso, va verificata la possibilità di applicazione.
  La commissione centrale ha sempre riservato massima attenzione e sensibilità nei confronti dei testimoni di giustizia ed è consapevole delle oggettive difficoltà incontrate nella fase di reinserimento sociale, e ciò a fronte di un'azione amministrativa che si dimostra sempre puntuale e rispettosa dei contenuti della legge sui testimoni di giustizia.
  La continua crescita dei numero delle persone sottoposte al programma di protezione ha evidenziato, nel corso degli anni, aspetti di criticità del sistema tutorio.
  Assicurare ai testimoni di giustizia un tenore di vita che, secondo le indicazioni della norma, non pregiudichi quello goduto prima dell'ingresso nel programma è oggetto di sforzi costanti.
  In questa direzione si segnala la convenzione, sottoscritta tra il Dipartimento della pubblica sicurezza ed un istituto di credito, per consentire l'accesso a mutui per il reinserimento sociale: le forme di finanziamento previste sono sia il mutuo ipotecario per l'acquisto di immobili, sia il finanziamento chirografario per l'avvio di attività imprenditoriali autonome.
  Il Ministero dell'interno è pienamente consapevole che sui testimoni il Governo gioca una partita difficile: quella della credibilità delle istituzioni nella lotta alla criminalità. La garanzia di un adeguato futuro ai testimoni e alle loro famiglie è un importante incentivo per gli altri cittadini a non avere remore o timori nel riferire quanto è a propria conoscenza alle forze dell'ordine e all'autorità giudiziaria al fine di contrastare e punire ogni fenomeno criminale. Pertanto, si assicura il massimo impegno e una costante attenzione di questa Amministrazione alle problematiche suesposte.
Il Sottosegretario di Stato per l'internoCarlo De Stefano.


   DI STANISLAO. — Al Ministro della difesa, al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   un recente rapporto dell'Ong inglese Oxfam afferma che negli ultimi tre anni l'Iran ha importato armi di ogni tipo per un valore di 350 milioni di dollari;
   il rapporto diffuso da Oxfam, che riguarda complessivamente 10 Paesi sotto embargo di armi che hanno continuato imperterriti ad armarsi, conferma di fatto quello emesso dal Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) nel gennaio del 2012 il quale evidenziava proprio la grande mole di acquisti che Teheran stava facendo sul mercato delle armi;
   secondo il Sipri, Teheran, nel tentativo di aggirare embargo sulle armi e sanzioni, avrebbe cambiato nome ad almeno 90 navi (petroliere e mercantili) su una flotta di 123 unità. Con queste navi, alle quali è stato disattivato anche il trasponder, l'Iran trasporterebbe armi, greggio e persino grandi partite di droga che servono a finanziare l'acquisto delle merci proibite;
   il 15 febbraio 2012 il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha annunciato l'inaugurazione di 3000 nuove centrifughe per l'arricchimento dell'uranio al 20 per cento, che vanno ad aggiungersi alle 6000 già attive; quest'attività si svolge nell'impianto sotterraneo di Fordo, la cui esistenza è stata rivelata dalle autorità iraniane solamente nel settembre 2009, dopo essere stata tenuta segreta di fronte agli osservatori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) ai quali nel mese di gennaio 2012 è stato impedito di accedere alla base militare di Parchin, a sud-est di Teheran, dove si crede l'Iran stia portando avanti la fase di sperimentazione di armi nucleari;
   dal 5 al 15 dicembre 2011, il deserto del Negev ha ospitato l'operazione «Desert dusk», che ha visto impegnati i velivoli dell'Aeronautica militare italiana insieme a quelli della Israeli Air Force;
   l'operazione «desert dusk» è un'esercitazione che rientra nel programma di collaborazione militare e coordinamento tra l'aeronautica italiana e quella israeliana, finalizzata a mettere a punto procedure e tecniche di azione congiunta per l'intervento in zone di crisi, e che si è svolta nella base militare di Ovda, nel deserto del Neghev, solitamente utilizzata come scalo di charter turistici verso le località del Mar Rosso;
   sono venticinque i velivoli impegnati, tra cui gli F15 e gli F16 dell'Aeronautica israeliana, oltre a quelli di Grosseto, del 36° stormo di Gioia del Colle e del 50° di Piacenza, per un totale di 100 missioni di volo e 150 militari impegnati;
   secondo la Difesa italiana è stata un'ottima opportunità addestrativa, perché condotta in un Paese che vanta eccellenze nel campo della Difesa;
   risulta che a fine ottobre 2012 era stata la Turchia a negare l'autorizzazione a sorvolare il proprio spazio aereo alle esercitazioni militari israeliane, portando la I.A.F. a chiedere la disponibilità, subito accordata, della base militare di Decimomannu, in Sardegna per l'operazione Vega;
   inoltre, secondo il quotidiano israeliano Ha'aretz, ci sarebbe da parte israeliana l'interesse all'acquisto di nuovi mezzi prodotti da Alenia Aermacchi, e Finmeccanica avrebbe già firmato accordi quadro per rifornire l'Italia di aerei senza pilota e nuovi radar;
   va tenuto conto, pertanto, dei rapporti economici, commerciali, militari e diplomatici che legano l'Italia all'Iran e dell'attuale situazione che coinvolge l'intera comunità internazionale circa il programma nucleare iraniano –:
   se il Governo non ritenga di rivedere i rapporti che legano l'Italia e l'Iran tenendo conto principalmente della questione nucleare, delle lacune nel rispetto dei diritti fondamentali riconosciuti dalle convenzioni di carattere internazionale già firmate e ratificate e del traffico di armi verso gruppi terroristici di vario tipo. (4-17953)

  Risposta. — Le preoccupazioni manifestate dall'interrogante riguardanti l'Iran sono affrontate dal Governo italiano, ed in particolare dal Ministero degli affari esteri, con grandissima attenzione nell'ambito di una strategia condivisa con l'Unione europea e la comunità internazionale.
  Scopo delle pressioni nei confronti di Teheran, sia in materia di diritti umani che nell'ambito del dossier nucleare, è infatti quello di indurre il Governo iraniano a rispettare i suoi impegni internazionali. A tale fine, la comunità internazionale sta perseguendo una strategia cosiddetta di «doppio binario» («dual track»), nell'ambito della quale le sanzioni costituiscono lo strumento principale attraverso il quale indurre la Repubblica islamica a rispettare gli obblighi imposti dalle convenzioni in materia e dal trattato di non proliferazione dei quali essa è parte.
  A seguito della decisione del luglio 2012 dell'Unione europea di non importare più petrolio e di sottoporre a ulteriori fortissime limitazioni i movimenti finanziari con il Paese e nel contesto di un crescente isolamento internazionale.
  Tuttavia, il mantenimento di canali istituzionali di dialogo con Teheran – sia in ambito bilaterale che multilaterale, come nel caso del negoziato condotto dall'Unione europea e dai 5+1 sul nucleare – è un'esigenza necessaria al fine di prevenire il rischio di una pericolosa escalation della tensione, che potrebbe condurre a un conflitto militare la cui estensione e i cui esiti potrebbero rivelarsi catastrofici e protratti nel tempo.
  L'Italia, pertanto, continuerà ad intrattenere regolari relazioni diplomatiche con l'Iran, al pari degli altri Paesi membri dell'Unione europea, pur non registrandosi più da anni incontri a livello governativo, in assenza di concreti progressi nel dialogo con l'Unione europea sui diritti umani e con i Paesi del Gruppo 5+1 sulla questione nucleare. Per altro verso, i canali diplomatici consentono un costante richiamo ad atteggiamenti più costruttivi da parte delle Autorità di Teheran che, condizionate da divisioni interne e indebolite dagli effetti economici delle sanzioni, temono che le richieste della comunità internazionale mirino in realtà a promuovere un cambio di regime.
  Per quanto attiene alla compravendita di armi, occorre specificare che l'Unità per le autorizzazioni di materiali di armamento applica rigorosamente la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite n. 1929 del 2010, che, rispetto alle misure già varate con le risoluzioni 1737 del 2006 e 1747 del 2007 nei confronti del Paese, ha stabilito ulteriori restrizioni alla vendita di armamento pesante convenzionale come stabilito dalle categorie del registro delle Nazioni Unite sulle armi convenzionali. Oltre alle citate norme internazionali, vengono puntualmente rispettate le sanzioni stabilite nei confronti del Paese in ambito europeo (posizioni comuni del Consiglio n. 2007/104/PESC e 2007/206/PESC).
  Per quanto riguarda specificamente l'Italia, si applica un embargo totale sulle movimentazioni dei materiali di armamento verso l'Iran.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriStaffan de Mistura.


   DI STANISLAO. — Al Ministro della difesa, al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   il nuovo rapporto 2012 di ICG – International crisis group di Afghanistan – spiega come nel paese si stiano preparando altre elezioni fraudolente e come si stanno compromettendo le poche speranze rimaste per dare stabilità al paese e assumersi la piena responsabilità per la sicurezza;
   la relazione spiega in dettaglio come i vari leader politici del paese si stanno preparando alla transizione che avverrà entro diciotto mesi. Il Governo non ha recuperato credibilità – così dicono i sondaggi – dopo le caotiche e fraudolente elezioni presidenziali e parlamentari del 2009 e del 2010, e finora i leaders non sono stati in grado di invertire questa spirale discendente di sfiducia;
   l'analista Senior di International Crisis Group di Afghanistan ha dichiarato che il presidente Karzai sembra più interessato a perpetuare il proprio potere con ogni mezzo, piuttosto che garantire la credibilità del sistema politico e la stabilità a lungo termine del paese. Se le elezioni saranno ancora fraudolente, il dubbio sulla credibilità delle autorità sarà ancora più profondo e la gente cercherà delle alternative;
   nel rapporto si legge che sono tante le debolezze costituzionali che devono essere affrontate, e lo «stato di diritto» deve essere rafforzato affinché la transizione sia portata a termine. Come primo passo, è necessario impostare la data per le elezioni presidenziali al più presto. Il pericolo è che la priorità assoluta sia mantenere il controllo di Karzai, direttamente o tramite un candidato a lui prossimo. Lui e altri membri di spicco dell’élite possono mettere insieme un'ampia alleanza temporanea, ma la competizione politica rischia di diventare violenta dopo il ritiro della NATO;
   l'Italia è coinvolta in prima linea fin dall'inizio con le missioni Isaf e Eupol e nella fase di transizione e post transizione –:
   quali siano gli sviluppi e la situazione attuale in Afghanistan che vede coinvolta l'Italia con circa 4.000 militari e quali siano gli sviluppi a livello internazionale all'interno della coalizione in un periodo estremamente delicato che dovrebbe preparare il passaggio definitivo dei poteri ad un nuovo governo democratico che garantisca pace e stabilità. (4-18146)

  Risposta. — Il processo elettorale in Afghanistan rappresenta un passaggio indubbiamente importante e, al contempo, delicato per l'evoluzione del Paese verso un sistema compiutamente democratico. Ciò si riflette anzitutto, rispetto al passato, in una sempre più evidente presa di coscienza pubblica dell'importanza di tale momento, che costituisce un pre-requisito fondamentale per il corretto svolgimento delle stesse consultazioni elettorali.
  Per la sua rilevanza e delicatezza, la Comunità internazionale sta già dedicando la massima attenzione alle elezioni presidenziali del 2014. Queste si svolgeranno significativamente alla vigilia del completamento del processo di transizione, in particolare in un momento in cui le truppe ISAF (International Security Assistance Force) saranno ancora presenti nel Paese ma con gli afgani ormai pienamente responsabili della gestione della sicurezza in tutto il loro territorio. Tale attenzione si concretizza in una costante azione di interlocuzione con il Governo di Kabul volta allo svolgimento di un ciclo elettorale credibile e regolare ed all'avvio della concertazione sulle procedure di monitoraggio ad opera di osservatori stranieri.
  Non vi è, da parte della comunità internazionale così come del Governo italiano, alcuna sottovalutazione della delicatezza di tale appuntamento, ed elevatissima è l'attenzione del Ministro degli affari esteri e dei nostri rappresentanti a Kabul. Neppure si può sottostimare la volontà manifestata ai massimi livelli dal Governo afgano di dar corso ad un processo elettorale regolare e corretto. Sono, al riguardo, da registrare come positive le dichiarazioni fornite a più riprese dal Presidente Karzai di non voler puntare ad un terzo mandato, che peraltro sarebbe interdetto dalla Costituzione. Vale inoltre sottolineare come sul processo elettorale sia in corso a Kabul un dibattito serrato che vede impegnati la comunità internazionale attraverso Unama, (United Nations Assistance Mission un Afghanistan), il Governo afgano e la commissione elettorale indipendente – che pur dando luogo a posizioni articolate e non sempre convergenti, mira ad assicurare che sia credibile l'intero processo, non solo il suo risultato. Più in dettaglio, l'attenzione dei suddetti protagonisti è focalizzata su tre aspetti prevalenti: la procedura di registrazione degli aventi diritto al voto ed il connesso progetto di carta di identità elettronica, la nuova legge elettorale e la predisposizione del calendario delle elezioni.
  Quale considerazione finale di carattere generale, appare necessario raggiungere un corretto equilibrio tra l'assistenza, il monitoraggio e la vigilanza della comunità internazionale, da un lato, e l'importanza di una connotazione «afgana» del processo elettorale stesso, dall'altro. Rispetto alle parlamentari del 2009, l'auspicio della Comunità internazionale – recentemente espresso dal gruppo di contatto degli inviati speciali AfPak – è che le prossime elezioni possano essere «più afgane e migliori» e che il Governo di Kabul dia immediatamente e responsabilmente attuazione agli impegni assunti alle Conferenze di Bonn e Tokyo.
  Nella fase attuale, la coalizione internazionale ISAF a guida NATO è impegnata ad assistere il Governo afgano nella formazione e nell'addestramento delle Forze nazionali afgane (Ansf), e ad assicurare che queste ultime possano assumere la responsabilità del mantenimento della sicurezza dell'intero territorio del Paese entro il prossimo anno. Nonostante i tentativi dell'insorgenza armata, la cooperazione tra Isaf e le Ansf rimane un punto fermo nell'obiettivo di preservare le conquiste ottenute con lo smantellamento delle reti terroristiche nel Paese e con la promozione di condizioni di maggiori sicurezza e stabilità a tutto vantaggio della popolazione.
  Il calendario stabilito dai capi di Stato e di Governo al Vertice Nato di Lisbona nel 2010, e confermato al summit di Chicago, resta valido, e l'Alleanza sta lavorando allo stabilimento, per il post-2014, di una missione a guida Nato di formazione, consulenza e assistenza che non sarà un'operazione «di combattimento», allo sforzo della comunità internazionale per l'addestramento ulteriore e per la sostenibilità delle forze di sicurezza Afgane il Governo italiano ha già assicurato a Chicago che fornirà il proprio contributo, in termini di dispiegamento di «trainers» e di assistenza finanziaria.
  Nessuna accelerazione è prevista nei tempi del ripiego delle forze italiane di manovra stanziate in Isaf che saranno gradualmente ritirate nei tempi previsti nel quadro Nato, d'intesa con gli altri alleati e partner, e in omaggio al principio together in, together out.
  In Afghanistan opera anche la missione civile di riforma della polizia Eupol Afghanistan che, lanciata il 15 giugno 2007, ha portato avanti la sua azione a sostegno del Governo locale, con l'obiettivo generale di rafforzamento delle istituzioni e dello stato di diritto superando numerose difficoltà iniziali – in particolare logistiche – che avevano impedito nella prima fase il raggiungimento della piena operatività. La missione, cui partecipano 23 Paesi comunitari e quattro Paesi terzi (Canada, Norvegia, Nuova Zelanda e Croazia), è composta da circa 350 funzionari.
  L'Italia contribuisce con 4 unità di personale tra militari ed esperti civili, oltre a 5 unità di personale italiano assunte direttamente dalla missione.
  È tuttora in corso il dibattito nell'Unione Europea sul futuro di Eupol, il cui attuale mandato, esteso dal Consiglio Affari Esteri del 18 maggio 2010 fino al maggio 2013, sarà probabilmente rinnovato alla scadenza fino alla fine del 2014, lasciando aperta la successiva valutazione circa il possibile contributo Ue-Politica di sicurezza e difesa comune post 2014.
  Eupol Afghanistan sta intensificando la propria attività, in particolare nel settore del cosiddetto «mentoring» nei confronti delle istituzioni afgane e dell'addestramento delle forze di polizia. Giova peraltro rilevare l'accresciuto coordinamento con le attività della missione Nato di addestramento, Nato Training mission Afghanistan Eupol ha inoltre registrato particolari progressi nell'addestramento specializzato di polizia ed in quello destinato a rafforzare le sinergie ed il collegamento tra polizia e operatori del settore della giustizia. Eupol ha lavorato attivamente nello sforzo di razionalizzare il sostegno al Ministero dell'interno e alla Polizia nazionale afgana (Anp) volto alla definizione della strategia nazionale per la formazione delle forze di polizia e per la gestione delle frontiere. Eupol è stata inoltre, coinvolta nello sviluppo del National Police Plan. L'Unione europea assieme a Eupol ha infine avviato il progetto denominato «Civilian Police Capacity Building in Afghanistan» per lo stabilimento del Police Staff College a Kabul (che ha raggiunto la piena capacità operativa) e di un centro di Addestramento nella provincia di Bamyan.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriStaffan de Mistura.


   EVANGELISTI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   la sentenza della Suprema corte di cassazione n. 12355 del 20 maggio 2010 ha affermato che il personale artistico, teatrale e cinematografico di cui all'articolo 40 n. 5 del regio decreto-legge n. 1827 del 1935 deve ritenersi escluso dall'assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria, sia a requisiti normali che ridotti;
   l'articolo 40 del citato decreto dispone che «Non sono soggetti all'assicurazione obbligatoria per la disoccupazione involontaria (...) il personale artistico, teatrale e cinematografico»;
   la definizione di personale artistico è riportata dall'articolo 7 del regolamento di cui al regio decreto n. 2270 del 1924, secondo il quale «Non sono considerati appartenenti al personale artistico, così teatrale come cinematografico, (...) tutti coloro che al teatro o al cinematografo prestano opera la quale non richieda una preparazione tecnica, culturale o artistica»;
   la stessa sentenza ha altresì stabilito il principio per cui l'effettivo versamento del contributo contro la disoccupazione da parte del lavoratore non è presupposto costitutivo del diritto all'indennità qualora detto contributo sia dovuto;
   in conseguenza di tale sentenza, la circolare INPS n. 105 del 5 agosto 2011 ha escluso dal diritto all'indennità di disoccupazione tutte le figure artistiche dei lavoratori dello spettacolo, anche assunti come lavoratori dipendenti, quali registri, scenografi, coreografi, tecnici delle luci, attori, musicisti, cantanti e danzatori, riconoscendo l'indennità solo alle figure tecniche e amministrative;
   la circolare citata afferma di essere scaturita da approfondimenti nonché dal confronto con ENPALS e con le parti sociali interessate mentre, invece, crea una forte discriminazione tra lavoratori dipendenti che ugualmente versano la quota di disoccupazione e ciò, a quanto pare, sulla base del fatto di avere una preparazione tecnica, artistica o culturale e sulla base di un'idea datata e attualmente infondata che considera i lavoratori dello spettacolo «autonomi» in quanto capaci di gestire autonomamente il proprio lavoro;
   non è chiaro quali siano gli «ulteriori approfondimenti» svolti da INPS che avrebbero portato alle conclusioni a cui si è giunti e quali siano le parti sociali interessate che sarebbero state consultate, considerando l'immediata mobilitazione delle federazioni e delle associazioni della categoria;
   i lavoratori dello spettacolo rappresentano una delle categorie più vulnerabili nel mondo del lavoro, soggetti a un'intermittenza occupazionale che ne è elemento sostanziale e spesso soggetti a un pregiudizio che tende a non attribuire loro pari dignità in quanto lavoratori rispetto ad altri settori;
   l'Italia è tra i pochi Paesi europei a non riconoscere i lavoratori dello spettacolo come lavoratori intermittenti e a non avere emanato una chiara regolamentazione per la categoria –:
   quali siano gli intendimenti del Ministro circa l'adozione al più presto di una disciplina integrale sullo status professionale dei lavoratori dello spettacolo, assumendo preventivamente le iniziative di competenza dirette ad abrogazione del regio decreto-legge n. 1827 del 1935 nonché del regolamento regio decreto n. 2270 del 1924. (4-13171)

  Risposta. — L'interrogazione parlamentare in esame concerne l'esclusione del personale artistico, teatrale e cinematografico dall'assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria.
  L'istituto dell'assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria trova la sua fonte primaria nel regio decreto-legge 4 ottobre 1935 n. 1827 (convertito, con modificazioni, nella legge 6 aprile 1936, n. 1155) e nel regolamento di cui al regio decreto 7 dicembre 1924, n. 2270.
  In particolare, l'articolo 37 del regio decreto-legge n. 1827 del 1935 dispone, in via generale, l'obbligatorietà di tale assicurazione nei confronti di tutti i lavoratori subordinati.
  In deroga a tale principio, l'articolo 40 del medesimo regio decreto-legge prevedeva che non sono soggette all'assicurazione obbligatoria per la disoccupazione involontaria alcune categorie di lavoratori subordinati, tra i quali il personale artistico, teatrale e cinematografico.
  Al riguardo, l'articolo 7 del regolamento di cui al regio decreto n. 2270 del 1924 fornisce una definizione di personale artistico, teatrale e cinematografico secondo cui non sono considerati appartenenti al personale artistico, così teatrale come cinematografico agli effetti dell'articolo 2, n. 5, del regio decreto n. 3158/1923 (successivamente recepito nell'articolo 40 n. 5 del regio decreto legge n. 1827 del 1935) tutti coloro che al teatro o al cinematografo prestano opera la quale non richieda una preparazione tecnica, culturale o artistica.
  Di conseguenza, secondo la normativa sopra richiamata, nell'ampia qualificazione di lavoratori dello spettacolo rientrano:
   i lavoratori subordinati soggetti all'assicurazione contro la disoccupazione involontaria che prestano la propria opera che non richiede una preparazione «tecnica, culturale o artistica»;
   i lavoratori che, seppure subordinati, sono esclusi dall'assicurazione contro la disoccupazione involontaria in quanto appartenenti alla categoria del «personale artistico, teatrale e cinematografico».

  Tale distinzione è stata, altresì, confermata dalla Corte di Cassazione che, con sentenza n. 12355 del 20 maggio 2010, ha riaffermato che il personale artistico, teatrale e cinematografico di cui all'articolo 40 del regio decreto-legge n. 1827 del 1935 deve ritenersi escluso dall'assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria, sia con riferimento all'indennità di disoccupazione a requisiti normali che con riferimento all'indennità di disoccupazione a requisiti ridotti.
  In linea con la normativa sopra citata e conformemente all'orientamento giurisprudenziale espresso dalla Suprema Corte, l'Inps ha emanato la circolare n. 105 del 5 agosto 2011, che reca in allegato un elenco delle categorie professionali da annoverare nell'ambito del personale artistico, teatrale e cinematografico per il quale è escluso l'obbligo assicurativo contro la disoccupazione involontaria.
  Detto elenco è stato successivamente aggiornato con la circolare Inps n. 22 del 13 febbraio 2012 che, nel fornire ulteriori chiarimenti e precisazioni, ha esteso la tutela della disoccupazione ad altre categorie di lavoratori dello spettacolo (aiuti registi, assistenti coreografi, generici figuranti e comparse, suggeritori del coro, e altro).
  Tanto premesso, si evidenzia che la questione rappresentata dall'interrogante è stata oggetto di attenzione da parte del Governo ed ha trovato una soluzione sul piano normativo, infatti, la legge n. 92 del 2012 di riforma del mercato del lavoro ha previsto il riordino delle tutele in caso di perdita involontaria dell'occupazione, estendendo la nuova Assicurazione sociale per l'impiego (Aspi) anche al personale artistico, teatrale e cinematografico.
  In conseguenza di ciò, l'articolo 2, comma 69, della citata legge n. 92 del 2012 ha previsto l'abrogazione, a decorrere dal 1o gennaio 2013, dell'articolo 40 del regio decreto-legge n. 1827 del 1935.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   FARINA COSCIONI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   il quotidiano Il Mattino nella sua edizione del 9 novembre 2010 nell'ambito dei servizi dedicati al crollo della domus dei gladiatori a Pompei, ha pubblicato un'allarmante inchiesta della giornalista Gaty Sepe, relativa a un dossier realizzato dalla Soprintendenza «dimenticato» da cui emerge che ben il 70 per cento degli antichi edifici riportati alla luce, necessita di interventi di restauro e messa in sicurezza: il 40 per cento con la massima urgenza perché in stato pessimo o addirittura con un cedimento in atto, il rimanente 30 per cento, in stato appena mediocre, in un secondo momento;
   a queste conclusioni sono arrivati, fin dal 2005 gli architetti Giovanni Longobardi e Andrea Mandara che a capo di alcune squadre di ricercatori, architetti e archeologi hanno eseguito l'indagine – la prima dopo quella condotta dopo il terremoto del 1980 – per verificare le condizioni dei siti di tutta la città, commissionata dall'allora Soprintendente Pietro Giovanni Guzzo con i fondi stanziati dal World Monumental Fund, l'istituzione americana che riunisce alcuni investitori tra cui l'American Express;
   a detta dell'architetto Longobardi «... non c’è stato un solo muro di Pompei che non sia stato indagato; siamo entrati tagliando con le cesoie i catenacci in case di cui ormai si erano perse le chiavi da tempo. Lo stato di conservazione poteva dirsi complessivamente preoccupante»;
   secondo quanto osserva l'architetto Mandara «... i rilievi cominciarono nel 1999 e sono continuati fino al 2005. Gli americani avrebbero preferito finanziare un restauro, ma la Soprintendenza aveva invece individuato la necessità di analizzare tutto lo scavato e volle un'analisi a tappeto che portasse alla definizione di una vera e propria mappa del rischio perché si potesse intervenire con urgenza nelle cosiddette “zone rosse”, quelle più esposte al pericolo»;
   sempre a detta dei due architetti, la gestione dell'acqua piovana è la vera emergenza, un problema generale che riguarda tutta l'area archeologica che costeggia la parte non ancora scavata dove il terreno, fatto in gran parte di cenere e lapilli, subisce salti di livello e con l'acqua è soggetto a smottamenti. Il risultato è che muri fatti per reggere un solaio, quindi un carico verticale, si ritrovano invece a subire la spinta orizzontale del terrapieno che, evidentemente, non possono reggere;
   secondo i due esperti se tutti i lavori, per i quali era stata preventivata una spesa di 250 milioni di euro, fossero stati fatti, forse quel crollo e gli altri che si teme possano ancora venire, si sarebbero potuti evitare: «Il lavoro andava proseguito con un aggiornamento continuo dei dati, ma nessuno dei soprintendenti ad interim nominati ultimamente alla guida degli Scavi ha potuto occuparsene» –:
   se quanto contenuto nel citato articolo de Il Mattino corrisponda al vero;
   in particolare, se sia vero che il 70 per cento delle case del sito archeologico è a rischio;
   se sia vero che lo studio della Soprintendenza sia rimasto «dimenticato» così come si legge nell'inchiesta del quotidiano Il Mattino;
   in caso affermativo per responsabilità di chi questo studio è rimasto «dimenticato»;
   se non si ritenga opportuno promuovere, nell'ambito delle proprie prerogative e facoltà, un'inchiesta di carattere amministrativo per accertare le eventuali responsabilità in relazione a quanto sopra esposto. (4-09381)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione parlamentare in esame indicata, nella quale l'interrogante chiede se corrisponda al vero la notizia, apparsa il 9 novembre 2010 sul quotidiano «Il Mattino», in cui si affermava l'esistenza di uno studio «dimenticato» della soprintendenza da cui emergerebbe che il settanta per cento degli antichi edifici riportati alla luce nell'area archeologica di Pompei necessiterebbe di urgenti interventi di restauro e messa in sicurezza, si comunica quanto segue.
  Tra il 1997 ed il 2006, attraverso specifici finanziamenti dell'organizzazione
no-profit World Monuments Fund e del Ministero per i beni e le attività culturali, è stato elaborato un piano per l'intera area archeologica di Pompei, consistente in una completa ricognizione dello stato di conservazione delle murature, riportato su una cartografia digitalizzata. L'antica città di Pompei, nei suoi elevati, ovvero nelle parti verticali che ancora si conservano, veniva, pertanto, censita in relazione al suo stato di conservazione, attività che si è protratta negli anni e che presuppone, evidentemente, continui aggiornamenti.
  Lo scopo del programma, denominato «Un piano per Pompei», è stato quello di realizzare uno strumento efficace, in grado di guidare la programmazione dei cantieri dei lavori di consolidamento, restauro e manutenzione.
  Sulla base dei dati raccolti si è dato avvio ad interventi che hanno consentito la messa in sicurezza del trenta per cento dei monumenti. Proprio a partire da tale programma, negli ultimi anni e compatibilmente con le risorse disponibili, si è continuato ad operare con puntuali interventi di restauro di singoli edifici e con costanti interventi di manutenzione diffusa. Al riguardo, appare utile precisare che le risorse resesi disponibili nel corso di tali anni sono state certamente di gran lunga inferiori alla cifra ipotizzata di 250 milioni di euro occorrenti per l'intera realizzazione del piano.
  Attualmente, nell'ambito del «grande progetto Pompei» finanziato con 105 milioni di euro da parte dell'Unione europea, si sta provvedendo, anche grazie all'apporto fattivo di nuovo personale tecnico ed amministrativo assegnato alla Soprintendenza dal 1o gennaio 2012, all'aggiornamento ed alla rivisitazione del monitoraggio del sito, per la programmazione dei lavori da effettuare nei vari isolati della città, implementando inoltre il sistema informativo idoneo a recepire la confluenza di diversi
database in un'unica piattaforma operativa, onde permettere l'effettiva integrazione dei dati cartografici, documentali, storico biografici e di schedatura archeologica ed architettonica.
  Anche per quanto riguarda il problema dell'assetto idrogeologico dell'area non scavata all'interno degli scavi, la Soprintendenza è intervenuta, sia finanziando gli studi specialistici preliminari e quelli di censimento, rilievo e recupero della rete sotterranea di Pompei Scavi, sia provvedendo, con una serie di lavori mirati, al ripristino, nell'area demaniale, dell'alveo canale Conte di Sarno, in armonia con gli altri lavori eseguiti all'esterno e finanziati da altri enti.
  Uno dei primi interventi previsti dal «grande progetto Pompei», già in attuazione, è, appunto, quello della risoluzione definitiva del problema di canalizzazione delle acque piovane da dette aree non scavate, che verranno convogliate nel citato canale il quale fungerà, quindi, da punto di smaltimento a valle delle stesse.

Il Ministro per i beni e le attività culturaliLorenzo Ornaghi.


   FARINA COSCIONI, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   il 15 aprile 2011 l'agenzia «Ansa» ha riferito della morte di un operaio di 50 anni, vittima di un infortunio sul lavoro avvenuto all'interno dello stabilimento dell'Acqua «Vera» a San Giorgio Bosco, in provincia di Padova;
   l'uomo stava lavorando a una pressa nel reparto imbottigliamento dell'azienda, quando sarebbe stato schiacciato dal pesante macchinario –:
   di quali elementi disponga il Ministro in merito alla dinamica dell'incidente;
   se risulti che le misure di sicurezza previste dalla normativa vigente siano state osservate;
   quali iniziative, nell'ambito delle proprie prerogative e facoltà, intenda intraprendere a fronte di un fenomeno, quello degli incidenti sul lavoro, spesso mortali, che ogni anno assume una dimensione che non è esagerato definire una strage.
(4-11634)

  Risposta. — L'interrogazione parlamentare in esame si riferisce all'infortunio mortale sul lavoro del signor Michele Zoccarato verificatosi il 15 aprile 2011 a San Giorgio in Bosco (PD), in uno stabilimento di imbottigliamento di bevande.
  Nel rispondere ai primi due quesiti posti, ci si limiterà in questa sede, a riportare gli elementi informativi acquisiti presso la Direzione territoriale del lavoro di Padova nonché quelli forniti dall'Inail.
  Dagli accertamenti compiuti e dalle dichiarazioni acquisite in sede ispettiva è emerso che il 15 aprile 2011 il signor Michele Zoccarato, operaio specializzato della San Pellegrino S.p.A., era impegnato nelle operazioni di controllo del corretto funzionamento delle macchine della linea di imbottigliamento del predetto stabilimento.
  In particolare è emerso che, alle 4.30 circa, il lavoratore, al fine di togliere una bottiglia caduta sulla cosiddetta rulliera, entrava – dopo aver aperto una porta metallica – nel recinto dove operava il braccio meccanico della macchina denominata pallettizzatore. Nel compiere tale operazione allungava un braccio verso la rulliera andando però ad oscurare con il corpo la fotocellula che azionava il braccio meccanico della predetta macchina – che attraverso un movimento verticale ha la funzione di caricare e compattare le bottiglie su un
pallet di legno.
  Il lavoratore veniva, pertanto, schiacciato dal predetto braccio metallico causandone il decesso, nonostante i tentativi di rianimazione prestati all'interno del pronto soccorso aziendale dagli addetti al servizio.
  Sul luogo dell'incidente sono intervenuti il Suem – servizio Asl 118 di Padova, lo Spisal dell'unità locale socio-sanitaria 15 di Camposampiero (Padova) e i Carabinieri di Cittadella (Padova). L'impianto è stato posto sotto sequestro e sul caso risulta aperto un procedimento penale presso la Procura della Repubblica di Padova.
  Nel corso delle indagini lo Spisal dell'unità locale socio-sanitaria 15 di Camposampiero (Padova) ha riscontrato la violazione delle disposizioni a tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro ed ha, pertanto, impartito le relative prescrizioni al rappresentante legale della Società San Pellegrino ed al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. In particolare lo Spisal ha prescritto l'adozione di sistemi atti ad impedire l'accesso degli addetti alla zona di lavoro nella quale si è verificato l'incidente (recinto dove opera il braccio meccanico), nonché l'inibizione dell'utilizzo del macchinario fino all'ottemperanza della prescrizione.
  Per quanto riguarda l'erogazione delle prestazioni dovute per tale infortunio mortale, la sede Inail competente, in base alle risultanze istruttorie, ha costituito la rendita in favore dei superstiti del lavoratore ed ha corrisposto l'assegno funerario, ai sensi dell'articolo 85 del decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965. La stessa sede ha provveduto alla erogazione del beneficio a carico del Fondo per le vittime di gravi incidenti sul lavoro.
  Nel rispondere all'ultimo quesito posto nell'interrogazione in esame, occorre precisare che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali intende perseguire la promozione di comportamenti rispettosi delle norme di legge in materia di salute e sicurezza sul lavoro, accompagnando il processo di attuazione del testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (decreto legislativo n. 81 del 2008 e successive modificazioni e integrazioni) con idonee iniziative promozionali finalizzate all'accrescimento delle conoscenze in materia di salute e sicurezza nelle aziende, nei lavoratori e negli studenti, con particolare attenzione all'aspetto della formazione.
  In questa prospettiva, con l'approvazione – in data il 9 aprile 2008 – del testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro ha preso avvio un complesso processo di attuazione delle disposizioni in esso contenute che ha coinvolto il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, le altre amministrazioni interessate e le parti sociali allo scopo di definire un sistema regolatorio in materia di salute e sicurezza sul lavoro quanto più moderno ed efficace.
  Si può, pertanto, affermare che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali è attivamente impegnato affinché possa concludersi quanto prima il processo di attuazione del testo unico auspicando a tal fine che prosegua in modo proficuo il dialogo e la collaborazione fra i diversi attori istituzionali coinvolti sui temi della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   FARINA COSCIONI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   l'agenzia ANSA ha diffuso la notizia che l'8 settembre 2012 a Somaglia, in provincia di Lodi, un moldavo di 33 anni, titolare di un'azienda di smaltimento di eternit di Desenzano del Garda è deceduto dopo essere precipitato dal tetto di un capannone in cui si riparano mezzi pesanti nella zona di Somaglia;
   secondo le prime informazioni l'uomo stava procedendo, in subappalto, con lo smantellamento del tetto in amianto, quando la stessa copertura ha ceduto, facendolo precipitare a terra da un'altezza di circa sette metri –:
   di quali elementi disponga in merito all'esatta dinamica dell'incidente;
   se le norme relative alla sicurezza siano state rispettate;
   se l'uomo che – secondo quanto riferito dall'agenzia ANSA era impegnato in una operazione di rimozione dell’eternit – fosse in possesso dei requisiti e delle attrezzature richieste per una simile delicata operazione. (4-17526)

  Risposta. — L'interrogazione parlamentare in esame si riferisce all'infortunio mortale sul lavoro occorso, l'8 settembre 2012, al signor Sergiu Neamtu dipendente, con contratto a tempo determinato, della società ABI PLAST srl, avente sede legale in Erbusco (Brescia).
  Nel rispondere ai primi due quesiti, ci si limiterà, in questa sede, a riportare gli elementi informativi acquisiti presso la direzione territoriale del lavoro di Lodi nonché quelli forniti dall'Inail.
  Preliminarmente è opportuno precisare che la società ABI PLAST srl aveva ricevuto in subappalto la realizzazione di alcuni lavori di manutenzione straordinaria di un capannone industriale, di proprietà della società Immobiliare Padana srl, consistenti nella rimozione delle lastre di copertura del fabbricato, contenenti amianto, e nella posa di nuove lastre.
  Tali lavori si inquadravano nell'ambito di un più ampio intervento di manutenzione straordinaria dell'immobile che vedeva coinvolte diverse società.
  In siffatto contesto, il giorno 8 settembre 2012, il signor Neamtu si trovava presso il fabbricato, impegnato nella posa in opera di una nuova copertura di un portico. Nel corso di tale operazione, intorno alle ore 18.30, il lavoratore sfondava un lucernaio, cadendo da un'altezza di circa 7 metri.
  Sul posto sono prontamente intervenuti i sanitari del servizio 118 che hanno proceduto alle operazioni rianimatorie ma senza successo.
  Nel corso delle indagini condotte, su delega dall'autorità giudiziaria, dai funzionari del Servizio prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro dell'Asl di Lodi, sembrerebbe emergere l'assenza di dispositivi e di misure di protezione contro i rischi di caduta dall'alto. Inoltre, dagli ulteriori accertamenti, effettuati congiuntamente dai funzionari della Direzione territoriale del lavoro di Lodi e da quelli dell'Asl, sono emerse varie inadempienze sia sotto il profilo della verifica dell'idoneità tecnico professionale delle imprese esecutrici dei lavori, sia sotto quello dell'osservanza della normativa in materia di sicurezza.
  In ogni caso, con riferimento alla ricostruzione dell'esatta dinamica dell'infortunio nonché all'accertamento di eventuali responsabilità, sono tutt'ora in corso le indagini da parte dei funzionari della competente Asl.
  Per l'erogazione delle prestazioni di legge, si segnala che è in corso l'istruttoria per la costituzione della rendita a superstiti prevista dall'articolo 85 del testo unico n. 1124 del 1965 e per la erogazione del beneficio
una tantum a carico del Fondo per le vittime di gravi incidenti sul lavoro (legge n. 296 del 2006 e relativi decreti ministeriali di attuazione). In base al citato articolo 85, la sede Inail provvederà alla corresponsione dell'assegno funerario alla vedova.
  Nel rispondere all'ultimo quesito posto nell'interrogazione in esame, si ritiene opportuno precisare che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali intende perseguire la promozione di comportamenti rispettosi delle norme di legge in materia di salute e sicurezza sul lavoro, accompagnando il processo di attuazione del Testo Unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 e successive modificazioni e integrazioni) con idonee iniziative promozionali finalizzate all'accrescimento delle conoscenze in materia di salute e sicurezza nelle aziende, nei lavoratori e negli studenti, con particolare attenzione all'aspetto della formazione.
  In questa prospettiva, con l'approvazione del decreto legislativo n. 81 del 2008 e successive modificazioni e integrazioni, ha preso avvio un complesso processo di attuazione delle disposizioni in esso contenute che ha coinvolto il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, le altre amministrazioni interessate e le parti sociali allo scopo di definire un sistema regolatorio in materia di salute e sicurezza sul lavoro quanto più moderno ed efficace.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, pertanto, è attivamente impegnato affinché possa concludersi quanto prima il processo di attuazione del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, auspicando, a tal fine, che prosegua in modo proficuo il dialogo e la collaborazione fra i diversi attori istituzionali coinvolti sui temi della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   FUGATTI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   la direttiva 2006/123/CE, nota come «direttiva Bolkestein», in materia di servizi nel mercato interno, è stata recepita dall'Italia con il decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59, che provvede a regolare anche il settore del commercio su aree pubbliche;
   le disposizioni di cui al citato decreto legislativo, con l'obiettivo di salvaguardare l'impatto del commercio ambulante su aree pubbliche, introducono significative restrizioni all'accesso nel settore;
   l'articolo 16, in particolare, oltre ad introdurre un limite al numero delle concessioni di posteggio utilizzabili nella stessa area, stabilisce, al comma 4, il divieto di rinnovo automatico dei titoli scaduti, creando serie difficoltà agli oltre 160.000 ambulanti che operano a livello nazionale, di cui circa 10.000 soltanto nei mercati regionali;
   l'equiparazione della nozione di risorse naturali, sempre all'articolo 16, con quella di «posteggi in aree di mercato» risulta impropria ed ha avuto l'effetto di generare una forte concorrenza nel settore, questa non sostenibile per gli operatori ambulanti. In tal senso l'articolo 16 non si ritiene debba essere applicato alle concessioni relative al settore del commercio ambulante;
   altre criticità emergerebbero in relazione all'applicazione dell'articolo 70, del citato decreto legislativo, che riconosce l'accesso al settore anche alle società di capitali, con il rischio di tagliare fuori dal mercato le piccole aziende a conduzione familiare, che fino ad oggi hanno operato nel settore rendendolo fortemente competitivo;
   già in occasione dell'esame parlamentare del citato schema di decreto legislativo, le Commissioni X e II della Camera dei deputati avevano sollevato molte perplessità, sia sull'interpretazione estensiva dell'articolo 16 sia sull'apertura del settore alle società di capitali;
   le norme in questione creano una discontinuità rispetto a quanto statuito dalla normativa nazionale e regionale in materia di commercio al dettaglio su aree pubbliche soprattutto per quanto concerne la tutela delle piccole imprese;
   il rischio, se non vi fossero modifiche alle norme citate, sarebbe di lasciare senza lavoro decine di migliaia di famiglie che da generazioni portano avanti le attività del commercio, contribuendo alla crescita economica del Paese –:
   se sia nelle intenzioni del Ministro interrogato assumere le necessarie iniziative per la modifica dell'articolo 16 del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59, riconoscendo l'estraneità della categoria degli operatori ambulanti rispetto a quanto previsto dalle disposizioni della citata normativa europea;
   se intenda assumere le necessarie iniziative normative per la modifica dell'articolo 70 del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59, riservando l'attività del commercio al dettaglio su aree pubbliche esclusivamente alle imprese individuali e alle società di persone. (4-16200)

  Risposta. — Si fa riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, riguardante il commercio su aree pubbliche e, in particolare, la disciplina introdotta per tale settore dalla normativa di attuazione della direttiva europea in materia di servizi nel mercato interno (decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59).
  Al riguardo, si rappresenta che l'argomento è stato oggetto anche della risoluzione n. 7-00547, cui il Ministero dello sviluppo economico ha fornito circostanziati ed esaurienti elementi di risposta.
  In tale circostanza si è fatto richiamo ai principi comunitari evidenziati dalla Commissione europea in risposta a specifici quesiti posti da alcuni Stati, in relazione all'applicazione dell'articolo 12 della direttiva servizi 2006/123/CE, dove è chiaramente esplicitato che «Nella misura in cui il commercio ambulante può svolgersi solo sul suolo pubblico disponibile a tal fine e visto il carattere circoscritto di tale risorsa, è necessario, al fine di consentire un accesso al mercato su base paritaria, garantire che le autorizzazioni alla vendita nei mercati ambulanti abbiano durata limitata. Il periodo per il quale vengono concesse le autorizzazioni deve essere tale da consentire al prestatore di recuperare il costo degli investimenti e ottenerne un giusto rendimento. Infine, è importante notare che occorre attuare una procedura di selezione specifica per il rilascio di dette autorizzazioni, al fine di garantire imparzialità e trasparenza, nonché condizioni di concorrenza aperta.» (cfr. n. 3434 dell'11 giugno 2010).
  L'articolo 16 del decreto legislativo di recepimento n. 59 del 2010 riproduce integralmente l'articolo 12 della predetta direttiva e, di conseguenza, va ribadito che non è sostenibile la possibilità di escludere il suolo pubblico dall'applicazione del principio comunitario.
  La questione relativa alle esigenze di tutela della categoria degli operatori del commercio su aree pubbliche e degli investimenti dai medesimi effettuati nel corso degli anni trova uno strumento nella previsione di cui all'articolo 70, comma 5 del citato decreto che, anche in deroga al disposto di cui all'articolo 16, rimette ad un'intesa in sede di conferenza unificata l'individuazione di criteri per il rilascio delle concessioni sulle aree pubbliche, che siano rispettosi delle norme imposte dall'Unione europea, ma allo stesso tempo in linea con le esigenze sia del mondo economico che delle amministrazioni territoriali.
  A tale accordo si è giunti il 5 luglio 2012, data in cui è stata siglata l’«Intesa sui criteri da applicare nelle procedure di selezione per l'assegnazione di posteggi su area pubblica, in attuazione dell'articolo 70, comma 5, del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59, di recepimento della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno».
  L'Intesa, oltre a determinare un termine di durata minimo di nove anni e massimo di dodici delle concessioni, prevede dei criteri in grado di valorizzare l'esperienza e la professionalità degli operatori, permettendo di recuperare l'anzianità di esercizio degli stessi.
  Relativamente al tema sollevato dagli interroganti, inerente alle eventuali restrizioni del mercato correlate alla forma giuridica e al capitale sociale richiesti per l'autorizzazione all'esercizio dell'attività, si richiama l'attenzione sulla circostanza che il comma 1 dell'articolo 70 risponde alla necessità di adeguare la normativa nazionale alla direttiva 2006/123/CE, che
   al considerando 38 prevede che «La nozione di “persona giuridica” secondo le disposizioni del trattato in materia di stabilimento lascia agli operatori la libertà di scegliere la forma giuridica che ritengono opportuna per svolgere la loro attività. Di conseguenza, per “persone giuridiche” ai sensi del trattato si intendono tutte le entità costituite conformemente al diritto di uno Stato membro o da esso disciplinate, a prescindere dalla loro forma giuridica»;
   all'articolo 15, tra i requisiti da valutare (quindi ammissibili solo in caso soddisfino la condizione di necessità, ossia siano giustificati da un motivo imperativo di interesse generale), prevede i «requisiti che impongono al prestatore di avere un determinato statuto giuridico».

  Per tali ragioni, l'articolo 12 del decreto legislativo 59 del 2010, al comma 1 lettere b) e c), include, tra i requisiti subordinati alla sussistenza di un motivo imperativo di interesse generale, i «requisiti che impongono al prestatore di avere un determinato statuto giuridico» e gli «obblighi relativi alla detenzione del capitale di una società».
  Quanto sopra premesso, risulta evidente che sia lo stralcio della norma in questione, sia eventuali restrizioni correlate alla forma giuridica e al capitale sociale, potrebbero essere prese in considerazione solo nell'ipotesi in cui potessero essere giustificabili in base a motivi imperativi di interesse generale, che sono individuati e ripetutamente richiamati nella direttiva servizi e riportati nelle definizioni e principi generali del citato decreto legislativo.
  Infine, preme sottolineare che, per ovviare ad eventuali problemi legati all'eventualità di una presenza preponderante della grande distribuzione all'interno delle aree mercatali, nell'intesa sopra richiamata, al punto 7, è stabilito un limite al numero dei posteggi complessivamente assegnabili ad un medesimo soggetto giuridico nell'ambito della medesima area mercatale: non saranno assegnabili più di due concessioni nell'ambito del medesimo settore merceologico alimentare e non alimentare nel caso di aree mercatali con un numero complessivo di posteggi inferiore o pari a cento, tre concessioni nel caso di aree con numero di posteggi superiore a cento.

Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   GNECCHI, LENZI, VENTURA, VASSALLO, GIOVANELLI e MATTESINI. — Al Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 24 comma 14 – lettera e) del decreto-legge n. 201 del 2011 convertito, con modificazioni dalla legge n. 214 del 2011, prevede che i dipendenti pubblici in esonero dal servizio alla data del 4 dicembre 2011 ai sensi dell'articolo 72, comma 1, del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni dalla legge n. 33 del 2008 mantengano i requisiti previgenti per l'accesso a pensione;
   l'esonero si considera comunque in corso qualora il provvedimento di concessione sia stato emanato prima del 4 dicembre 2011;
   anche nell'anno 2011, come previsto dalla circolare applicativa del Ministero, i dipendenti interessati all'esonero dal servizio e in possesso dei requisiti richiesti, dovevano presentare domanda di esonero alla propria amministrazione, entro il 1° marzo 2012;
   mentre alcuni dipendenti hanno avuto il cosiddetto «provvedimento di concessione» in tempi coerenti con quelli che dovrebbe garantire una pubblica amministrazione efficiente, molti dei richiedenti l'esonero, sono stati esclusi perché non hanno ancora avuto il formale provvedimento di concessione, ma avevano comunque ricevuto da parte delle amministrazioni interessate, la nota di accoglimento o di consenso all'istanza di esonero prima del 4 dicembre 2011;
   le singole amministrazioni pubbliche, pur avendo notificato ai richiedenti la nota di accoglimento, non hanno rispettato il termine di perfezionamento del procedimento, massimo 90 giorni, previsto come clausola di salvaguardia dall'articolo 2, comma 3, della legge 7 agosto 1990, n. 241 come novellato dall'articolo 3, comma 6-bis della legge 2005, n. 80;
   non vi è dubbio che la norma introdotta dall'articolo 24 comma 14 – lettera e) – legge n. 214 del 2011, rappresenta un discrimine fondamentale per i soggetti interessati a seconda della correttezza o meno dell'amministrazione da cui dipendono ed è quindi prevedibile che da parte di coloro che ne verranno esclusi, vengano attivati ricorsi in sede giudiziaria;
   le domande di esonero andavano presentate entro il 1° marzo 2011, quindi le amministrazioni hanno dati precisi rispetto ad ogni richiesta –:
   se non ritengano i Ministri interrogati di chiedere alle amministrazioni cui era rivolto l'articolo 72, comma 1, del decreto-legge n. 112 del 2008 di relazionare in modo preciso sul numero delle richieste loro pervenute entro l'1 marzo 2011 e relative risposte più o meno complete, per poter avere un quadro preciso della situazione che si crea con il comma 14 punto e) dell'articolo 24 della legge n. 214 del 2011;
   se non ritengano inoltre di dover intervenire al fine di assicurare che le eventuali inadempienze formali di alcune amministrazioni non compromettano il diritto riconosciuto ai sensi dell'articolo 24, comma 14 lettera e) o che nelle more dell'emanazione del decreto previsto dal comma 15 dell'articolo 24 del decreto-legge n. 201 del 2011, si possa procedere con un'interpretazione autentica della norma succitata, alfine di inserire nelle deroghe anche coloro che hanno ricevuto la nota di accoglimento della richiesta di esonero da parte della propria amministrazione. (4-17089)

  Risposta. — In riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, con il quale l'interrogante chiede alcuni chiarimenti in merito all'applicazione dell'istituto dell'esonero dal servizio dopo l'entrata in vigore del cosiddetto «decreto Salva Italia», si rappresenta quanto segue.
  Come noto, nell'ambito della recente manovra recante misure per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici, è stata introdotta una nuova disciplina in materia di trattamenti pensionistici. Nello specifico, ai sensi di quanto disposto dall'articolo 24 del decreto-legge n. 201 del 2011 (convertito in legge n. 214 del 2011), l'istituto dell'esonero è stato abrogato.
  Il legislatore, d'altra parte, fa salve, eccezionalmente, le disposizioni vigenti prima della data di entrata in vigore del decreto in questione solo per i lavoratori che alla data del 4 dicembre 2011 avevano in corso l'istituto dell'esonero dal servizio di cui all'articolo 72, comma 1, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni con legge 6 agosto 2008, n. 133. Lo stesso legislatore precisa che l'istituto dell'esonero si considera, comunque in corso qualora il provvedimento di concessione sia stato adottato prima del 4 dicembre 2011, mentre dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto in questione sono certamente abrogati i commi da 1 a 6 dell'articolo 72 del citato decreto-legge n. 112 del 2008.
  Per quanto riguarda la denunciata disparità di trattamento tra dipendenti che hanno chiesto l'esonero durante l'anno 2011, si segnala che il Dipartimento della funzione pubblica al fine di fornire indirizzi interpretativi e applicativi sulla nuova normativa, d'intesa con il Ministero dell'economia e delle finanze, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e l'Inps ha adottato la circolare n. 2 dell'8 marzo 2012 avente ad oggetto: «decreto-legge n. 201 del 2011, cosiddetto “decreto salva Italia” – articolo 24 – limiti massimi per la permanenza in servizio nelle pubbliche amministrazioni».
  Nell'ambito di questa circolare sono state fornite indicazioni anche a proposito dei citato istituto ed è stato chiarito che «Ai fini della norma, l'esonero si intende concesso se l'amministrazione, nella veste del dirigente competente in base all'ordinamento dell'amministrazione stessa, ha adottato una determinazione formale dalla quale si desuma la volontà di accoglimento dell'istanza dell'interessato. L'eventuale incapienza del fondo comporterà l'applicazione dei nuovo regime e, quindi, la prosecuzione del rapporto di esonero con il dipendente sino alla maturazione dei nuovi requisiti di anzianità contributiva legale» (pagina 7, paragrafo 4). Pertanto, la previsione normativa è stata resa più flessibile poiché, dando rilevanza all'aspetto sostanziale, ai fini del mantenimento dell'esonero, si è richiesta la sussistenza di una formale manifestazione di volontà, non rilevando in tal senso la forma esteriore del provvedimento conclusivo della procedura. In quest'ottica, peraltro, tenendo conto delle previsioni contenute nel decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali del 1o giugno 2012 (pubblicato in
Gazzetta Ufficiale il 24 luglio 2012) e in coerenza con il criterio di certezza dei rapporti, nulla impedisce – anzi ciò è auspicabile – che le amministrazioni adottino una determinazione ricognitiva della volontà già manifestata.
Il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazioneFilippo Patroni Griffi.


   GRIMOLDI, CAVALLOTTO e VANALLI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   villa Borromeo è una dimora storica del XIV secolo, acquistata dal comune di Arcore nel 1979 dai discendenti dei Borromeo per 1 miliardo e 200 milioni di lire;
   la villa ospita nella vecchia portineria restaurata nel 1981 gli uffici comunali, mentre il parco di oltre 25 ettari è aperto al pubblico;
   la splendida dimora storica, vanta 113 locali, cui vanno aggiunti 179 balconi e terrazzi;
   la villa, articolata su cinque livelli, un tempo impreziosita da grandi sale affrescate e decorate con stucchi, vantava un'importante biblioteca, una galleria d'arte ricchissima di opere, un museo, sede permanente di mostre d'arte provenienti da tutto il mondo: oggi versa in uno stato di totale abbandono, tranne le scuderie, oggetto di una restaurazione per trasformarle in centro culturale polivalente;
   emblema di Arcore, la residenza sorge sulla sommità di una dolce collina, cui si accede da largo Vincenzo Vela; della residenza è visibile solamente la parte esterna, molto danneggiata dall'incuria e dai danni degli agenti atmosferici. L'interno è interdetto al pubblico da vent'anni e purtroppo gran parte degli arredi sono stati asportati o gravemente compromessi. Lo scalone centrale è crollato e sono stati rubati stucchi, decorazioni di ferro battuto e rivestimenti di marmo. Si può visitare la cappella che ospita splendide sculture del Vela, recentemente riportata al loro originario splendore, solamente durante la manifestazione «Settembre arcorese» o in occasioni speciali;
   nell'anno 2010, il comune di Arcore ha realizzato un progetto definitivo di consolidamento (I Lotto), concernente il rifacimento delle coperture, delle lattonerie, di alcune strutture voltate e solai, di alcune sala e piano terra;
   il predetto progetto reca un importo complessivo di 2.700.000 euro di cui 2.200.000 euro a carico del comune interessato, mentre la restante quota di 500.000 euro sarebbe stata stanziata nell'anno 2009 dalla società ARCUS (società per lo sviluppo dell'arte, della cultura e dello spettacolo istituita ai sensi della Legge 16 ottobre 2003, n. 291);
   ad oggi, il citato «stanziamento» di 500.00 euro non sarebbe stato ancora erogato;
   nell'ambito del Piano per le opere pubbliche, il Comune di Arcore avrebbe preventivato le seguenti spese:
    nel 2013, la somma di 410.717,11 euro per spese necessarie alla progettazione esecutiva del I lotto;
    nel 2014, la somma di 2.290.000 euro per il restauro vero e proprio (comprendenti i 500.000 euro stanziati dalla società ARCUS);
   l'attuazione dello studio di fattibilità in parola, riguardante azioni di analisi, monitoraggio e risanamento strutturale, interventi di ristrutturazione architettonica e di restauro del patrimonio artistico, nonché azioni di promozione di eventi socio-culturali, sarebbe stato rinviato al 2014 –:
   se, in considerazione della rilevante importanza storica, artistica e turistica che Villa Borromeo ricopre per la comunità territoriale, nonché per scongiurare il depauperamento degli interni della dimora storica, non intenda valutare l'opportunità di assumere iniziative per istituire un fondo speciale nello stato di previsione del Ministero per i beni e le attività culturali, eventualmente gestito da un comitato ad hoc. (4-16439)

  Risposta. — In riferimento all'interrogazione in esame, con la quale l'interrogante chiede se questo Ministero non intenda valutare l'opportunità di assumere iniziative per istituire un fondo speciale nel proprio stato di previsione da destinare ai lavori di ristrutturazione in favore della villa Borromeo di Arcore, in provincia di Monza e della Brianza, in considerazione della rilevante importanza storica, artistica e turistica della predetta villa, nonché per scongiurare il depauperamento degli interni della suddetta dimora storica, si comunica quanto segue.
  L'ambito monumentale denominato «Villa Borromeo d'Adda», attualmente di proprietà del comune di Arcore e vincolato per effetto del decreto del Ministro della pubblica istruzione in data 6 febbraio 1970, è composto da un complesso di immobili in gran parte destinati ad uffici comunali, mentre l'edificio principale, ubicato in posizione più elevata, al centro di un grande parco all'inglese, risulta attualmente inutilizzato.
  Un altro edificio (le scuderie), è stato recentemente restaurato e dedicato ad attività culturali; nel complesso è, inoltre, presente una cappella con sculture del Vela.
  La villa principale ha subìto negli anni un importante degrado, dovuto al mancato utilizzo ed all'assenza della dovuta manutenzione.
  Come rilevato nell'atto di sindacato ispettivo in esame, l'edificio ha subito alcuni crolli e necessiterebbe di restauri al fine di interrompere il progressivo decadimento delle strutture e degli apparati decorativi.
  Nell'anno 2009, l'amministrazione comunale di Arcore ha avviato un progetto di restauro organizzato su più lotti; in tale occasione, la competente Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio per le province di Milano, Bergamo, Como, Lecco, Lodi, Pavia, Sondrio e Varese ha eseguito vari sopralluoghi con i progettisti e la stessa amministrazione comunale ed ha rilasciato un'approvazione preliminare di massima per il progetto di restauro della Villa Borromeo, con nota protocollo 8230 del 3 giugno 2009.
  Relativamente, poi, al finanziamento concesso al Comune di Arcore a valere sui fondi Arcus, assegnato con decreto interministeriale del 1o dicembre 2009, di cui si fa menzione nell'interrogazione, va ricordato che, attualmente, lo stesso non può essere erogato, atteso che Arcus può procedere alla stipula delle convenzioni solo per quei progetti per cui è presente un progetto esecutivo che, allo stato, ancora manca, visto che, come riportato nella stessa interrogazione, il comune di Arcore ha stanziato i soldi per la progettazione esecutiva a valere sul bilancio 2013.
  Pertanto, non appena sarà disponibile la predetta progettazione esecutiva, sarà possibile, per il comune di Arcore, che è stazione appaltante per i lavori di restauro della villa Borromeo, procedere alla stipula della convenzione con Arcus, con conseguente erogazione della somma secondo le previsioni temporali contenute nella convenzione medesima.

Il Ministro per i beni e le attività culturaliLorenzo Ornaghi.


   GRIMOLDI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   sul territorio italiano sono presenti 96 aeroporti, come riportato dal sito ufficiale dell'Enac, molti dei quali di dimensioni esigue e con un traffico passeggeri irrisorio. Si pensi che solo 40 hanno registrato, nel 2007, un traffico superiore a 10.000 passeggeri e solo 25, nel 2009, hanno movimentato un traffico superiore ai 500 mila passeggeri;
   nella regione Lazio, mentre l'aeroporto di Campino riceve, pur avendo forti limiti di crescita strutturali, più di 2 milioni di euro pubblici annui per il servizio di assistenza volo e i pompieri, è in previsione l'apertura di un nuovo scalo a Viterbo. Nella regione Toscana, oltre all'aeroporto di Firenze e di Pisa, sembra essere in progetto anche un aeroporto a Siena. Sull'asse Torino-Venezia ogni 50 chilometri c’è una pista di atterraggio;
   la regione Lombardia sta cercando di differenziare i business in modo preciso, così da garantire la sopravvivenza dei vari scali: Malpensa dovrebbe diventare l’hub intercontinentale, Linate il city airport per i voli a breve raggio, Bergamo la capitale dei low cost e Brescia lo snodo per le merci;
   il forte aumento del traffico previsto al 2030 (si dovrebbe passare dagli attuali 130 milioni di passeggeri a un traffico compreso fra 243 e 295 milioni con incrementi compresi tra l'87 e il 127 per cento) è un potenziale straordinario che metterebbe l'Italia in linea con i più importanti Paesi europei, ma rischia di essere perso se non si adegua rapidamente la capacità dei nostri scali aeroportuali più importanti. Da un'analisi fatta da un importante agenzia, sembra che Fiumicino possa raggiungere la saturazione già nel 2017;
   una concentrazione del traffico aereo su un numero di scali limitati eviterebbe investimenti infrastrutturali di collegamento costosi e poco utili, puntando a mettere in rete e collegare fra loro le infrastrutture davvero fondamentali, come l'alta velocità ferroviaria e gli aeroporti intercontinentali;
   nella direzione opposta si muove invece la scelta di questi giorni di Trenitalia di sospendere per tutta la stagione estiva e fino a dicembre 2012 il collegamento Frecciarossa da Milano Malpensa verso Roma e Napoli, dirottando le partenze sulla stazione centrale di Milano e arrecando quindi un grave danno allo scalo aeroportuale milanese –:
   se il Ministro non ritenga opportuno intervenire nel settore aeroportuale con un piano programmatico che porti alla definizione di macro aree di interesse strategico in cui concentrare il traffico aereo, rispondendo così al duplice obiettivo di razionalizzare i contributi pubblici erogati a favore di scali sottoutilizzati e contribuendo al contempo allo sviluppo del territorio secondo una logica di differenziazione dell'offerta. (4-16447)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame si comunica che lo «Studio sullo sviluppo futuro della rete aeroportuale nazionale quale componente strategica dell'organizzazione infrastrutturale del territorio» elaborato da One works, Kpmg e Nomisma ha esaminato la rete aeroportuale nazionale ed ha fornito idonei strumenti per individuare le esigenze programmatiche del sistema nazionale e definire concretamente gli indirizzi in materia di sviluppo aeroportuale.
  Tale studio ha analizzato le realtà aeroportuali al fine di delineare la fotografia dell'attuale sistema, ovvero una mappatura sull'adeguatezza degli scali aeroportuali e connesse infrastrutture di accesso. Ciò con la finalità di acquisire una ricognizione propedeutica per la redazione del piano nazionale degli aeroporti.
  Il citato studio ha potuto fornire elementi utili di valutazione in merito agli indirizzi da intraprendere per uno sviluppo strategico degli aeroporti e delle infrastrutture in funzione della loro accessibilità e integrazione con il territorio.
  Le risultanze di tale studio sono confluite nella proposta di piano nazionale degli aeroporti elaborata dall'ente nazionale per l'aviazione civile in questi ultimi mesi.
  In merito, si comunica che è in fase avanzata il processo per la definizione di detto piano nell'ambito del quale verranno raccolte ed evidenziate le opportunità che il Paese può mettere in campo per un efficace e coordinato sviluppo del trasporto aereo nazionale evidenziando le criticità esistenti, le necessità emergenti e le soluzioni applicabili per l'efficientamento dell'architettura della rete ed il ruolo dei singoli scali. Per ognuno dei temi esplorati, tra i quali il miglioramento dell'intermodalità tra la rete di trasporto aereo e gli altri modi di trasporto, il piano fornirà, a fronte del relativo scenario, la visione e le strategie da adottare.
  Per i principali scali aeroportuali, il piano indicherà le strategie d'intervento per lo sviluppo della rete nazionale, le opere prioritarie ed i necessari interventi di potenziamento e miglioramento dei servizi, definendo le condizioni per indirizzare le risorse in modo efficace sul territorio.
  Particolare attenzione sarà posta al tema dell'accessibilità agli aeroporti e alle connessioni intermodali, affinché i territori possano trarre i maggiori benefici dallo sviluppo degli scali.
  Con detto piano, inoltre, si darà anche attuazione a quanto previsto dal Codice della navigazione in merito all'individuazione degli aeroporti d'interesse nazionale.
  Nel corso dell'audizione, tenutasi nel mese di giugno presso la IX Commissione della Camera dei deputati, ho avuto modo di evidenziare che l'adozione del piano costituirà un passo importante per lo sviluppo necessario a garantire la fruibilità di infrastrutture adeguate alle previsioni di crescita del traffico passeggeri. Inoltre, ho sottolineato che nell'adozione del piano, si terrà conto, naturalmente, non solo della proposta in corso di revisione per lo sviluppo della rete transeuropea dei trasporti, ma anche degli indirizzi forniti dalla medesima Commissione trasporti nell'indagine sul sistema aeroportuale italiano approvata il 17 febbraio 2010.
  In particolare, nell'ambito di tale indagine, è emersa, tra l'altro, la necessità di pervenire ad un piano che non solo disincentivi la parcellizzazione degli aeroporti e permetta di individuare quelli prioritari su cui concentrare le risorse, ma anche individui profili di specializzazione (ad esempio trasporto merci o aviazione generale, traffico con Paesi vicini eccetera) per gli aeroporti con bassa intensità di traffico, al fine di garantire agli stessi il raggiungimento di un equilibrio economico e gestionale, onde evitare che le difficoltà economiche in cui versano continuino a gravare sulla collettività.
  Al riguardo, si evidenzia quanto previsto nella nota di aggiornamento al documento economico e finanziario 10o Allegato infrastrutture, in relazione al quale si è già concluso l'esame in sede parlamentare e si è in attesa della prescritta intesa della Conferenza unificata.
  Detto allegato stabilisce, tra l'altro, criteri generali di indirizzo per le amministrazioni di competenza sulla base dei quali classificare gli aeroporti di interesse nazionale.
  Ciò, naturalmente, sulla base del quadro normativo di riferimento, degli orientamenti comunitari e degli indirizzi parlamentari in materia di razionalizzazione, degli aeroporti, delle relative infrastrutture e dei pertinenti servizi.
  L’
iter di definizione del piano è previsto per la fine del corrente anno.
Il Ministro delle infrastrutture e dei trasportiCorrado Passera.


   LULLI e VICO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   risale ormai all'8 luglio 2011, l'invio da parte di Iveco spa, società del gruppo Fiat Industrial, alle rappresentanze sindacali unitarie di Irisbus Italia spa, stabilimento di Flumeri (Avellino), una lettera nella quale comunicava che intendeva cedere il ramo d'azienda costituito dallo stabilimento di Valle Ufita alla società Dr motor company dell'imprenditore molisano Massimo Di Risio che tuttavia ha rinunciato all'acquisto pochi mesi dopo;
   il 3 ottobre 2011 la Fiat ha attivato le procedure per la messa in mobilità e la cassa integrazione per tutti i lavoratori dello stabilimento (700 dipendenti più altri 800 nell'indotto), quando soltanto nel 2010 aveva investito 8 milioni di euro nella ristrutturazione aziendale, che diventano 30 milioni, considerando l'insieme degli investimenti degli ultimi 5 anni;
   dopo il taglio del personale, passato da 1.400 a 700 addetti, due terzi dei quali sono in cassa integrazione da mesi, Fiat è passata direttamente alla chiusura dello stabilimento, sancendo la sua uscita, solo in Italia, dalle produzioni per il trasporto pubblico;
   Irisbus, partecipata al 100 per cento da Iveco spa, produce autobus in tutto il mondo, con stabilimenti in Brasile, India, Argentina, Cina, e cinque siti produttivi in Europa, a Annonay e Rorthais in Francia, Valle Ufita in Italia, Barcellona in Spagna e Vysoke Myto nella Repubblica Ceca;
   la chiusura riguarda solo il sito italiano; le ragioni sarebbero da attribuire agli effetti della grave crisi che ha colpito il mercato degli autobus urbani in Italia, le cui immatricolazioni hanno registrato una drastica riduzione, passando da 1.444 unità del 2006 a 1.113 del 2010, a 291 nel 2011; nello stesso periodo la produzione complessiva dello stabilimento di Valle Ufita è scesa da 717 autobus nel 2006 a 472 nel 2010, mentre nei primi sei mesi del 2011 sarebbe arrivata a 145 autobus;
   in risposta all'interrogazione n. 5-05168 Lulli, riguardante la continuità produttiva dello stabilimento Irisbus di Flumeri, il rappresentante del Governo aveva affermato che il Ministero dello sviluppo economico avrebbe seguito la situazione che si è creata sul territorio in seguito alla decisione del gruppo Fiat Industrial di cedere il ramo di azienda Irisbus di Flumeri, autorizzando, attraverso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, la corresponsione del trattamento d'integrazione salariale per un massimo di 818 unità lavorative, per il periodo dal 30 agosto 2010 al 29 agosto 2011;
   il 21 settembre 2011, il Ministro dello sviluppo economico ha convocato Fiat Industrial, Anfia e i segretari generali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl per esaminare le problematiche della società Irisbus di Valle Ufita, incontro che si è concluso con la proposta rivolta a Irisbus di continuare l'attività produttiva fino al 31 dicembre 2011, per consentire nel frattempo la ricerca di eventuali imprenditori interessati all'acquisizione del sito, oltre a Dr motor company, e la ricollocazione di un'ulteriore parte dei lavoratori interessati presso altre aziende del gruppo Fiat Iveco e il possibile utilizzo di ammortizzatori sociali, per la rimanente quota dei dipendenti;
   a seguito del rifiuto unanime di tale soluzione da parte dei lavoratori e della conferma della necessità che la gestione della vicenda venga assunta Presidenza del Consiglio dei ministri, anche «al fine di rivendicare la definizione e il finanziamento del piano nazionale trasporti, unica soluzione per mantenere in Valle Ufita il sito produttivo del settore bus», la società Irisbus ha aperto, il 30 settembre 2011, la procedura di mobilità per tutti i lavoratori del sito. Le organizzazioni sindacali provinciali e la rappresentanze sindacali unitarie hanno, di conseguenza, chiesto all'azienda l'incontro procedurale, previsto dall'articolo 4 della legge n. 223 del 1991;
   in occasione dello svolgimento del citato atto di sindacato ispettivo si è appreso, inoltre, che per il Governo:
    a) la definizione di un piano nazionale dei trasporti, seppure assolutamente necessario in relazione all'oggettiva obsolescenza del parco autobus nazionale, difficilmente potrà contribuire alla risoluzione della vertenza Irisbus per l'oggettiva carenza di risorse già destinate al fondo trasporto pubblico locale istituito presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, per la realizzazione di un piano organico di rinnovo del parco e per le regole volte alla realizzazione di bandi europei che non consentono riserve per l'industria nazionale;
    b) la richiesta di assumere iniziative per stanziare una congrua quota di risorse nazionali e regionali al rinnovo del parco vetture delle aziende operanti nel settore del trasporto pubblico su rotaia e su gomma non è prevista dal piano per il Sud, approvato dal Consiglio dei ministri del 26 novembre 2010, che ha individuato una priorità nelle grandi opere ferroviarie e viarie per rafforzare i collegamenti tra il Nord e il Sud del Paese, destinando ad esse 1,6 miliardi di euro delle risorse del fondo per le aree sottoutilizzate – attualmente denominato fondo per lo sviluppo e la coesione;
    c) ove fosse considerato prioritario, le risorse del fondo per le aree sottoutilizzate potrebbero essere destinate anche al finanziamento del rinnovo del parco vetture delle aziende operanti nel settore del trasporto pubblico su gomma, fatta salva la normativa nazionale ed europea in materia di aiuti di Stato;
    d) le risorse nazionali del fondo per le aree sottoutilizzate, allo stato attuale, sono coinvolte nei processi di attuazione delle manovre finanziarie di luglio ed agosto 2011 sul contenimento della spesa pubblica;
   la chiusura dello stabilimento di Flumeri esaspera le tensioni sociali e incrina, ulteriormente, i rapporti con le parti sociali, determinando un vero e proprio terremoto sociale nella Valle Ufita e, più in generale, nella provincia di Avellino, che già registra 80.000 disoccupati; in Italia, gli autobus del trasporto pubblico che continuano a circolare, pur non essendo a norma rispetto agli standard di legge in materia di emissioni inquinanti e di ammodernamento del parco circolante, sono almeno ventimila;
   la totale mancanza di una chiara politica industriale nel nostro Paese che individui priorità, regole e risorse cui tutti i soggetti interessati dovrebbero sentirsi coinvolti e vincolati, rende possibili le più imprevedibili scelte dei diversi gruppi industriali, senza che questo possa essere tempestivamente gestito nell'interesse più generale dell'economia e dell'occupazione nazionale;
   dopo la chiusura degli impianti di Termini Imerese e Imola, il gruppo Fiat ha dismesso anche l'unico stabilimento che produce autobus in Italia, in un preoccupante crescendo di disimpegno produttivo nel nostro Paese, strategia che, a giudizio degli interroganti, non sembra vedere l'assunzione da parte del Governo della necessaria e incisiva azione di interlocuzione per la salvaguardia delle produzioni nazionali, soprattutto nei settori a più alto fattore qualitativo e tecnologico. L'esempio dei Governi dei principali Paesi industrializzati, quali la Germania, la Francia o gli Stati Uniti, tuttora, non viene seguito nel nostro Paese;
   la gravità di tali scelte industriali e della mancata elaborazione di una politica industriale assumono i caratteri della tragedia economica e sociale in aeree già duramente provate, come quelle del Mezzogiorno;
   il 26 ottobre 2011, è stata accolta dal Governo la mozione Lulli ed altri n. 1-00738, concernente iniziative in relazione alla annunciata chiusura dello stabilimento Irisbus di Flumeri (Avellino), che nel dispositivo impegnava il Governo:
    ad assumere iniziative immediate per garantire la continuità della produzione di autobus e i posti di lavoro nello stabilimento Irisbus di Flumeri, dando immediatamente il via libera ad altri eventuali investitori, anche stranieri, che volessero rilevare il ramo di azienda Irisbus di Flumeri;
    a prevedere nei successivi provvedimenti di carattere economico e finanziario un impegno di risorse finalizzate al sostegno di un piano nazionale del trasporto pubblico, che valorizzi il sistema industriale nazionale di produzione, stimolando innovazione di prodotto e sostenibilità nella propulsione dei motori;
    a convocare un tavolo nazionale, con i vertici del gruppo Fiat, per verificare le reali intenzioni riguardo agli impegni assunti il 13 febbraio 2011 nell'incontro tra il gruppo medesimo e il Governo, nel corso del quale i vertici dell'azienda si erano impegnati a investire 20 miliardi di euro in Italia e a proseguire negli obiettivi di sviluppo;  
   l'Italia ha esercitato per decenni un ruolo primario nella produzione industriale di autobus e appare paradossale che tale patrimonio possa essere disperso, proprio in una fase in cui sono sempre più evidenti, da un lato, i problemi del trasporto pubblico locale e, dall'altro, la consapevolezza della necessità di un riequilibrio modale nei sistemi di trasporto a favore dei mezzi collettivi;
   è necessario mantenere sotto i riflettori nazionali la vertenza Irisbus, affinché tale vicenda continui ad essere oggetto di interesse da parte degli eventuali acquirenti e per evitare che la Fiat ostacoli l'acquisto dello stabilimento da parte dei medesimi –:
   quali iniziative immediate intenda assumere il Ministro per evitare la chiusura definitiva dello stabilimento Irisbus di Flumeri e per garantire la continuità della produzione di autobus e i posti di lavoro, favorendo le manifestazioni d'interesse da parte di altri investitori, anche stranieri, che volessero rilevare il ramo di azienda Irisbus di Flumeri. (4-18500)

  Risposta. — In relazione all'interrogazione in oggetto, si rappresenta quanto segue.
  Il Ministero dello sviluppo economico sta seguendo la vicenda dell'Irisbus dal 7 luglio 2011, data in cui Fiat ha annunciato la volontà di dismettere, cedendolo, il sito produttivo di Flumeri (Avellino). A tale scopo, sono stati convocati incontri con le parti aziendali e le organizzazioni sindacali e il Ministero ha offerto il proprio contributo di mediazione, partecipando a riunioni tenutesi presso il Ministero del lavoro e conclusesi con un accordo per il ricorso alla cassa integrazione guadagni straordinaria per cessazione totale dell'attività.
  In tale ultimo accordo è stata prevista, tra l'altro, la convocazione di un tavolo di confronto presso il Ministero dello sviluppo economico per avviare la discussione sulla reindustrializzazione del sito.
  Il tavolo si è regolarmente tenuto in data 16 gennaio 2012 e, in tale sede, la Fiat
industrial si è impegnata a favorire la continuità produttiva nel sito, tenendo, all'uopo, anche conto di eventuali manifestazioni di interesse da parte di altre aziende del settore automotive. L'azienda ha istituito una specifica task force al fine di valutare dette manifestazioni d'interesse. Il Ministero dello sviluppo economico, da parte sua, si è impegnato ad attivarsi per far conoscere le opportunità d'investimento a eventuali nuovi imprenditori.
  A seguito degli impegni presi sia presso il Ministero dello sviluppo economico, sia presso il Ministero del lavoro, la Fiat ha avviato il piano di ricollocazione dei dipendenti su altri siti del gruppo e, nel frattempo, ha mantenuto contatti con possibili imprenditori interessati.
  Mercoledì 10 ottobre 2012 si è tenuta un'ulteriore riunione presso il Ministero alla presenza di Fiat
industrial, delle istituzioni locali e delle organizzazioni sindacali.
  Durante l'incontro, è stato ribadito che, al momento, ci sono contatti con alcuni imprenditori, tra cui uno, in particolare, con il quale le trattative sono in una fase leggermente più avanzata, anche se è prematura qualsiasi conclusiva valutazione circa la fattibilità e la sostenibilità del progetto industriale presentato.
  Si proseguirà, comunque, nella ricerca d'investitori interessati a insediarsi sul sito, valutando con priorità eventuali imprenditori interessati alla produzione di autobus, senza escludere aziende attive in altri settori che assicurino, ugualmente, la tutela occupazionale.
  Il Ministero dello sviluppo economico ribadisce che, qualora dovessero pervenire eventuali nuove manifestazioni d'interesse, le stesse, verranno immediatamente inoltrate alla citata
task force, istituita da Fiat industrial.
  Il tavolo di confronto verrà riconvocato entro fine anno o non appena ci fossero importanti novità da comunicare.
  Il Ministero dello sviluppo economico si è reso anche parte attiva nella convocazione di un tavolo tecnico con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti dal quale, pur nella consapevolezza dell'esigenza di rinnovo del parco autobus, è emersa l'oggettiva difficoltà, stante l'attuale quadro di finanza pubblica, di avviare in tempi brevi un piano trasporti nazionale. Al tempo stesso, è emerso con chiarezza che le aziende italiane subiscono una forte concorrenza da parte di operatori che possono contare su una maggiore competitività, sotto il profilo dei costi.
  Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti riferisce in particolare, per quanto di sua competenza, che relativamente al processo di rinnovo del parco veicolare su gomma, per effetto della legge 194 del 1998 e successive leggi, le regioni sono state autorizzate a contrarre mutui quindicennali, ma allo stato attuale, tuttavia, i finanziamenti destinati a dare la citata opportunità alle regioni e che, avevano raggiunto un montante annuo pari a 278 milioni di euro, sono stati sostanzialmente azzerati per effetto delle manovre di finanza pubblica.
  Per quanto attiene più in generale il comparto del trasporto pubblico locale, si ricorda che, ai sensi dell'articolo 1 comma 1031 della legge 296 del 2006, è stato istituito il Fondo per la promozione del trasporto pubblico locale con una dotazione iniziale di 300 milioni di euro suddivisi sulle annualità 2007-2008-2009, ulteriormente rifinanziato, per altri 176,5 milioni di euro, per il triennio 2008-2010.
  A distanza di un quinquennio dalla data di istituzione del fondo, le predette risorse utilizzate ormai completamente – unitamente a quelle messe a disposizione dagli enti locali e territoriali – si sono dimostrate insufficienti a garantire un soddisfacente livello di sostituzione dei mezzi.
  Il Ministero dello sviluppo economico continuerà a seguire, come sempre, con particolare attenzione l'evolversi di questa vicenda resa ancora più difficile dalla crisi che sta attraversando il nostro Paese. Non sono poche le difficoltà che le tutte le aziende stanno affrontando, ma una particolare attenzione va proprio a quelle imprese come la Irisbus che operano in aree di maggiore criticità.

Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   MANCUSO, DE LUCA e BARANI. — Al Ministro per beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   il sottosuolo di via Vitorchiano, nel XX municipio di Roma, continua a restituire importantissimi resti archeologici, databili, all'incirca, nel I o II secolo d.C.;
   sono di recente stati rinvenuti le lapidi di alcuni pretoriani, i fregi di almeno due ricchi mausolei, la prosecuzione dell'antica Flaminia;
   i resti si trovano a soli 7 metri di profondità, preservati dal tempo grazie al fango depositato dalle piene del Tevere;
   i fondi stanziati per gli scavi, però, finiranno tra un mese circa e i lavori dovranno fermarsi;
   il costruttore proprietario dell'area, non ancora tutelata, ha manifestato l'intenzione di costruire tre palazzine di lusso a pochi metri dal mausoleo di Marco Nonio Macrino, proconsole d'Asia per Marco Aurelio;
   per gli studiosi il sito è secondo solo all'Appia antica per importanza dei ritrovamenti;
   l'associazione Assocommercio Roma Nord ha chiesto al soprintendente Broccoli di inserire il loco nei piani di interesse turistico per realizzare un museo a cielo aperto lungo il Tevere, lungo la pista ciclabile e l'antico tracciato della Flaminia;
   Marco Perina, assessore alla cultura del XX municipio, ha definito il sito «un'area da salvaguardare, un tesoro da proteggere anche in vista del progetto di Roma 2020, perché può diventare un'importante attrazione turistica» –:
   se il Governo intenda assumere iniziative per stanziare dei fondi adeguati per permettere di portare a termine i lavori in via Vitorchiano e allestire un museo a cielo aperto;
   se il Governo intenda assumere ogni iniziativa di competenza per espropriare l'area, in ragione dell'interesse nazionale, al fine di tutelarla adeguatamente.
(4-14905)

  Risposta. — In merito all'interrogazione in esame, con il quale l'interrogante chiede se il Governo intenda assumere iniziative per stanziare dei fondi adeguati per permettere di portare a termine i lavori di scavo di via Vitorichiano, nel XX municipio di Roma, e allestire un museo a cielo aperto e se intenda assumere ogni iniziativa di competenza per espropriare l'area in ragione dell'interesse nazionale, al fine di un'adeguata tutela, si rappresenta quanto segue.
  A seguito dell'avvio del procedimento di tutela diretta dell'area in esame, da parte della competente Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma in data 23 febbraio 2012, l'associazione «Italia Nostra» ha presentato, il 18 maggio 2012, alcune osservazioni, relative alla necessità di un ampliamento della zona da sottoporre a vincolo diretto, parzialmente accolte dalla Soprintendenza.
  Di conseguenza, è stata ampliata l'estensione dell'area da assoggettare a tutela diretta, in considerazione del fatto che, sulla scorta di recenti acquisizioni di reperti, l'antica via Flaminia ed alcuni sepolcri, ad essa adiacenti, proseguono oltre i limiti finora accertati con lo scavo archeologico.
  Ciò ha comportato la necessità di riavviare il procedimento di vincolo, sia nei confronti del comune, che dei privati, notificato con note del 5 luglio 2012 dalla competente Soprintendenza.
  In data 15 ottobre 2012, è stato emesso decreto di vincolo archeologico diretto, ai sensi degli articoli 10 e 12 del codice dei beni culturali e del paesaggio.
  Gli scavi nell'area interessata sono ancora in corso, ove le condizioni di sicurezza lo consentono, in considerazione della distanza dalla linea ferroviaria e dall'argine del fiume Tevere.
  La competente Soprintendenza è nella linea di valorizzazione del sito, ove possibile, ed è in fase di studio un sistema di musealizzazione consono alla tutela ed alla fruizione.
  In ragione dell'importanza del sito, le indagini sono state affiancate in tempo reale da approfondimenti scientifici e ricostruzioni storiche sfociati in comunicazioni, sia pur preliminari dato lo stato dell'arte, in prestigiose sedi scientifiche:
   2 marzo 2009: comunicazione a Brescia, patria del senatore Macrino, dei primi risultati delle indagini;
   maggio 2009: comunicazione Rossi/Gregori presso la Pontifica accademia romana di archeologia seguita da pubblicazione, nel 2010, nei rendiconti dell'Accademia medesima, volume 82, pagine 109-120;
   maggio 2010: comunicazione e partecipazione dibattito in occasione della giornata di studi a Parigi
«Déconstruction et démontage sur les chantiers médievaux et moderne» presso Université Paris I, Panthéon Sorbonne;
   è in fase di stampa il volume dal titolo: «sulla via Flaminia/Il sepolcro di Marco Nonio Macrino», per i tipi di Mondadori-Electa;
   sono in corso tesi di laurea, presso l'università La Sapienza di Roma - cattedra di restauro dei monumenti, tenuta dal professor Giovanni Carbonara, su progetti di copertura del sito.

  La Soprintendenza citata procederà a formulare una proposta di tutela indiretta intorno all'area archeologica, a seguito della quale la competente direzione regionale provvederà ad assumere adeguate determinazioni.
Il Ministro per i beni e le attività culturaliLorenzo Ornaghi.


   MANCUSO, GIRLANDA, GHIGLIA, BARANI, DE LUCA, CROLLA, CICCIOLI e BOCCIARDO. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   il patrimonio artistico-culturale italiano è unico al mondo, per valore e varietà;
   dal 1970 sono stati effettuati vari scavi clandestini nel nostro paese che hanno portato alla sottrazione di reperti e alla loro immissione sul mercato internazionale illegale;
   il mercato clandestino dei reperti archeologici è il terzo mercato illegale al mondo, dopo quello della droga e delle armi;
   secondo l'università di Princeton si tratta di un milione e mezzo di reperti;
   secondo il Los Angeles Times, solo i 200 oggetti restituiti al nostro Paese dai musei americani e da rari collezionisti o mercanti valgono almeno un miliardo di dollari;
   alcuni mercanti illegali si rivolgono, per la vendita di reperti trafugati, direttamente alle case d'asta internazionali che sorvolano sulla provenienza dei reperti;
   i Governi passati si sono spesso dimostrati poco incisivi nel richiedere indietro agli altri Paesi i reperti appartenenti all'Italia;
   a volte le Forze dell'Ordine riescono a recuperare veri e, propri tesoretti illegalmente all'estero;
   a febbraio 2012, ad esempio, le indagini condotte dal comando carabinieri tutela patrimonio culturale hanno portato al rimpatrio di alcuni straordinari reperti archeologici appartenenti al patrimonio culturale italiano;
   tali reperti erano stati scavati illegalmente in comprensori italiani e il loro valore commerciale complessivo è stimato in circa 2 milioni di euro –:
   se il Governo intenda attivarsi per recuperare i reperti archeologici illegalmente trafugati nel nostro Paese e oggi esposti nei musei di altri Paesi;
   se il Governo intenda assumere iniziative per inasprire le attuali leggi che disciplinano la restituzione. (4-17218)

  Risposta. — Con riferimento alla interrogazione in esame, con cui si chiede di conoscere quali iniziative intenda intraprendere il Governo per intervenire con urgenza in ordine alla problematica della sottrazione illegale di reperti archeologici, si rappresenta quanto segue.
  Da alcuni anni, il Ministero, ha avviato una politica incentrata su una forte sinergia tra le istituzioni preposte a vario titolo alle attività di prevenzione e contrasto del traffico illegale di beni culturali, potenziando, tra l'altro, la presenza di rappresentanti dell'Italia nei tavoli internazionali che trattano tematiche connesse alla tutela e al controllo della circolazione di beni culturali (Unesco, Ue, Unodc, Unidroit, Interpol).
  Sono state avviate azioni ed iniziative (anche grazie all'attività delle Forze dell'ordine e della Magistratura, al coinvolgimento dell'Avvocatura generale dello Stato e del Ministero per gli affari esteri, che ha operato per diversi anni anche attraverso la Commissione interministeriale per il recupero di opere d'arte) volte a promuovere una collaborazione culturale con Paesi e singoli musei di portata mondiale, favorendo restituzioni di opere sottratte, soprattutto beni archeologici provenienti da scavi clandestini, attraverso accordi culturali che hanno contemplato la possibilità di promuovere iniziative espositive anche con la formula di prestiti di lunga durata.
  Risultati significativi prodotti dall'azione del Ministero consistono nel fatto che i grandi acquirenti (soprattutto musei e collezionisti americani) sono più prudenti nell'acquisto di materiale archeologico sul mercato internazionale; inoltre, non sono mancate diverse restituzioni spontanee da parte di cittadini o società che detenevano opere di provenienza dubbia.
  Al fine di coordinare le diverse competenze in ordine all'esercizio dell'azione di restituzione delle cose illecitamente uscite dal territorio italiano e di uniformare i comportamenti dell'amministrazione, anche attraverso l'interpretazione della normativa statale, comunitaria ed internazionale, è stato, poi, istituito, inizialmente presso il segretariato generale (nel 2003) e, successivamente, presso l'ufficio legislativo dello scrivente Ministero, un apposito comitato con il compito di analizzare tutte le problematiche afferenti l'esercizio dell'azione di restituzione. Il comitato è, attualmente, presieduto dal capo ufficio legislativo ed ha tra i propri componenti il segretario generale del Ministero, il comandante dei Carabinieri tutela patrimonio culturale, un Avvocato dello Stato, il consigliere diplomatico del Ministro ed un esperto del settore. Il comitato viene integrato con la presenza di un rappresentante della direzione generale competente alla trattazione delle questioni poste, di volta in volta, all'ordine del giorno.
  Occorre, inoltre, sottolineare che il 19 gennaio del 2011 è stato rinnovato il memorandum d'intesa (Mou) tra il Governo degli Stati Uniti d'America e il Governo della Repubblica italiana circa l'imposizione di limitazioni all'importazione ed esportazione di categorie di materiale archeologico databile ai periodi italiani preclassico, classico e della Roma imperiale. Il memorandum, redatto nel 2001 e già rinnovato una volta nel 2006, ha rappresentato, sul piano archeologico, un tassello fondamentale nella storia della regolamentazione dei rapporti tra Italia e Stati Uniti per quanto riguarda il materiale archeologico compreso tra circa il IX e il IV secolo avanti Cristo (manufatti in pietra, metallo, ceramica, pitture murali e monete).
  Il Mou, successivamente, ha anche costituito l'occasione per apportare una modifica all'articolo 67 del Codice dei beni culturali in materia di prestiti di lunga durata di beni del patrimonio culturale nazionale. A tale proposito, con il decreto legge 13 maggio 2011, n. 70, convertito in legge, con modificazioni, dall'articolo 1 della legge 12 luglio 2011, n. 106 che ha, appunto, modificato l'articolo 67 del Codice dei beni culturali, è stata consentita la prolungabilità dei prestiti, ad istituzioni museali straniere, dai quattro agli otto anni. Questa politica dei prestiti a lungo periodo ha favorito il recente rientro in Italia, dagli Stati Uniti d'America, di reperti archeologici, tra cui due statue femminili di età romana. Le due statue sono state restituite spontaneamente all'Italia, in quanto di provenienza illecita, attraverso la collaborazione tra la società americana Humana e i Carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale, che hanno fattivamente collaborato per accertare la provenienza delle statue medesime.
  Il punto di forza è risultato proprio la banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti gestita dal comando dei Carabinieri per la tutela, che ha fornito una prova evidente della provenienza furtiva dei reperti.
  Sempre in tema di recupero, infine, si ricorda che questo Ministero ha stabilito nel biennio 2007-2008, accordi di collaborazione, ancora in essere, con alcune tra le più eminenti istituzioni museali statunitensi (ad esempio, il Princeton university art museum il Metropolitan di New York, il Fine arts di Boston, il Getty museum di Los Angeles ed il Cleveland museum of art, nell'ambito del comune impegno nella lotta contro gli scavi ed il commercio illegale di beni archeologici, a seguito dei quali sono già rientrate in Italia diverse opere d'arte.
  Per quanto riguarda le iniziative legislative richieste al Governo «per inasprire le attuali leggi» si riferisce che il Governo è ben consapevole del fatto che, nell'ambito dei crimini contro il patrimonio culturale, quello che arreca maggiori danni è sicuramente lo scavo clandestino (e/o il saccheggio delle aree archeologiche), di sovente attuato, con l'ausilio di strumentazioni apposite, da organizzazioni criminali che riescono ad immettere sul mercato, spesso estero, un numero elevatissimo di beni culturali, causando non solo un depauperamento perenne del patrimonio medesimo, ma sottraendo anche i beni alla ricerca storico-scientifica.
  Per tale motivo, il 22 settembre 2011 è stato approvato dal Consiglio dei ministri il disegno di legge recante «Delega al Governo per la riforma della disciplina sanzionatoria in materia di reati contro il patrimonio culturale». Tale disegno di legge, presentato dall'allora Ministro pro-tempore Galan, contiene significative proposte di modifica al nostro codice penale ed al codice di procedura penale mirate al contenimento ed alle repressione dei fenomeni in questione, secondo due direttrici principali e complementari:
   inasprimento delle pene e delle misure di contrasto ai reati che abbiano ad oggetto il patrimonio culturale, anche mediante l'allungamento dei tempi di prescrizione e l'introduzione di nuove figure di reato, nonché per mezzo della procedibilità d'ufficio;
   misure di rafforzamento e di potenziamento dell'azione di contrasto svolta dal comando Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, che viene riconosciuto quale corpo altamente qualificato e specializzato nel contrasto contro i reati compiuti ai danni del patrimonio culturale, che potrà avvalersi, per l'incremento delle proprie dotazioni, dei mezzi di trasporto sequestrati nel corso di interventi compiuti a tutela dei beni culturali e potrà, inoltre, effettuare operazioni sotto copertura, nonché speciali azioni di contrasto anche su internet, avvalendosi dei medesimi strumenti operativi attualmente disponibili per i delitti concernenti la pedopornografia.
  Attualmente il disegno di legge (cui è stato assegnato il numero 3016) è in discussione al Senato, presso la commissione II giustizia, cui è stato assegnato il 15 dicembre 2011.
Il Ministro per i beni e le attività culturaliLorenzo Ornaghi.


   MARINELLO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   la legge 23 dicembre 1998, n. 448 e successivamente il decreto ministeriale 2004, n. 292, indicano una serie di misure di sostegno per il settore televisivo locale, attraverso contributi che sono annualmente erogati dal ministero interrogato sulla base di graduatorie regionali redatte, con riferimento ai dipendenti occupati e ai fatturati conseguiti dalle imprese televisive locali interessate, dai Corecom – Comitati regionali per le comunicazioni, a seguito dei bandi di gara che lo stesso Ministero, deve emanare entro il 31 gennaio di ogni anno;
   le suesposte misure di sostegno, che hanno contribuito nel corso degli anni alla crescita e allo sviluppo delle imprese televisive locali, in un'ottica volta a sostenere l'informazione locale di qualità, sono a giudizio dell'interrogante, molto importanti nell'attuale fase di transizione in cui le imprese televisive hanno dovuto affrontare rilevanti investimenti per l'avvio del processo di digitalizzazione oltre che la crisi del mercato pubblicitario;
   i procedimenti per l'erogazione dei contributi statali, stanno subendo tuttavia, gravosissimi e inaccettabili ritardi, con evidenti ripercussioni anche per l'occupazione nell'ambito del comparto;
   all'interrogante risultano infatti numerose domande di cassa integrazione in deroga richieste dalle imprese del settore che stanno avviando, tra l'altro, procedimenti per licenziamenti collettivi;
   il Ministero, nonostante tutti i Corecom abbiano redatto le rispettive graduatorie regionali sin dallo scorso mese di settembre, non ha tuttora provveduto alla pubblicazione del decreto di ripartizione tra i vari bacini d'utenza dello stanziamento relativo all'anno 2011;
   l'interrogante rileva peraltro, come in caso di ritardo da parte di uno o più Corecom, è possibile da parte del ministero dello sviluppo economico, procedere attraverso criteri di ripartizione sotto forma di acconto;
   l'interrogante evidenzia altresì come il Ministero dello sviluppo economico non abbia ancora provveduto neanche alla pubblicazione del decreto di ripartizione tra i diversi bacini d'utenza dei contributi relativi all'anno 2010, per i quali ad oggi è stato stanziato e corrisposto soltanto un acconto e che in mancanza di immediati interventi, gli stessi contributi rischiano la perenzione;
   ulteriori ritardi da parte del Ministero, sono evidenziati dall'interrogante, nell'ambito della mancata emanazione del bando relativo alle misure di sostegno per l'anno 2012, nonostante il comma 1 dell'articolo 1 del decreto ministeriale n. 292 del 2004, indichi la scadenza del 31 gennaio 2012 –:
   quali orientamenti intenda esprimere con riferimento a quanto esposto in premessa;
   quali siano le motivazioni per le quali il Ministero dello sviluppo economico, non abbia provveduto all'emanazione dei provvedimenti di sua competenza esposti in premessa e quali iniziative intenda conseguentemente intraprendere al fine di una rapida emanazione dei decreti ministeriali a favore del settore televisivo locale, i cui ritardi stanno determinando evidenti difficoltà economiche e finanziarie alle imprese interessate. (4-18453)

  Risposta. — Il Ministero è pienamente consapevole dell'importanza delle misure di sostegno in favore dell'emittenza locale e del loro contributo alla crescita editoriale e occupazionale per le imprese del settore.
  Nel rispondere alle richieste degli interroganti, si fa presente che il 30 ottobre 2012 sono stati firmati dal Ministro sia il decreto di ripartizione tra i vari bacini di utenza dell'integrazione relativa all'anno 2010 (pari a 13.335.408 euro), sia il decreto di ripartizione dello stanziamento relativo all'anno 2011 (avente un ammontare pari a 95.929.331 euro).
  Nella tempistica di emanazione di tale ultimo provvedimento si è dovuto tener conto di una sentenza del Consiglio di Stato (1683/2011), la quale ha comportato il rifacimento di gran parte delle graduatorie da parte dei Corecom di diverse regioni.
  L'ultima di esse, quella della regione Campania, è stata trasmessa in via provvisoria alla direzione competente del Ministero il 21 settembre 2012. Trascorsi i 30 giorni previsti dalla normativa vigente (ai sensi dell'articolo 5 del decreto ministeriale n. 202 del 2004) per rendere definitiva tale graduatoria, il Ministro, come già detto, ha sottoscritto, in data 30 ottobre 2012, il provvedimento.
  Quanto all'integrazione relativa all'anno 2010, si fa presente che l'importo di 13.335.408 euro indicato è parte della complessiva somma di 50 milioni di euro, derivanti dalle economie accertate ex lege 488 del 1999 ripartite nel triennio 2012/2014, in applicazione di quanto previsto dall'articolo 2 comma 237 della legge 191 del 2009.
  Essendo state già espletate le procedure di registrazione presso la Corte dei conti, saranno a breve emessi i mandati di pagamento relativi ad entrambi i provvedimenti citati, dopo i tempi previsti dalla pubblicazione dei piani di riparto sulla Gazzetta Ufficiale.
  Si evidenzia peraltro che, ai fini della predisposizione dei mandati di pagamento, ai sensi della recente legge n. 183 del 2011, articolo 15, sulla semplificazione degli atti amministrativi, occorre allegare, per le società creditrici di importi superiori a 154 mila euro, la certificazione antimafia, la cui acquisizione da parte del Ministero, dopo la decertificazione delle documentazioni, è in corso di perfezionamento.
  Quanto alle misure di sostegno per il 2012 (circa 78 milioni di euro il relativo ammontare), il 15 ottobre è stato firmato il bando inerente a detti contributi che è attualmente alla registrazione presso la Corte dei conti.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoMassimo Vari.


   MARMO. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   in Italia esistono sul territorio circa 250 distaccamenti volontari del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, costituiti da cittadini che prestano volontariamente l'attività di soccorso istituzionale al momento della chiamata di emergenza;
   il decreto del Presidente della Repubblica n. 76 del 2004 disciplina in modo organico il reclutamento, l'iscrizione e l'avanzamento del personale volontario del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonché, all'articolo 9, la formazione iniziale, prima di essere impiegato a livello operativo, secondo i programmi del Ministero dell'interno, dipartimento dei vigili del fuoco;
   la suddetta formazione iniziale verte su un programma di 120 ore complessive, erogate ai discenti, ivi compresi quelli che rivolgono istanza di svolgere attività presso i comandi provinciali e non nelle sedi volontarie;
   la carenza di tali corsi e l'attività formativa erogata dai comandi provinciali alla componente esigono tempi lunghi ed incompatibili con la necessità dei distaccamenti volontari di impiegare operativamente in tempi rapidi il relativo personale neo iscritto;
   il decreto del Presidente della Repubblica n. 76 del 2004, all'articolo 10, prevede per il personale volontario in servizio negli appositi distaccamenti l'obbligo di corso di addestramento sotto la diretta responsabilità del capo distaccamento, mentre per la restante componente in attività nei comandi provinciali il periodo di istruzione viene erogato sotto la responsabilità del comandante;
   una disposizione del dipartimento dei vigili del fuoco-direzione centrale per la formazione nella pianificazione didattica 2010 impone che i corsi di formazione iniziale dei vigili volontari non possono determinare oneri per l'amministrazione, limitando fortemente la presenza di personale permanente formatore per tali necessità, a causa dei predetti costi –:
   se non ritenga opportuno ovviare a tale situazione, promuovendo l'obbligo di svolgere interamente il corso di formazione d'ingresso per i vigili volontari presso i distaccamenti e sotto la diretta responsabilità dei capi distaccamento, in analogia a quanto previsto per i periodi di addestramento di cui all'articolo 10 del decreto del Presidente della Repubblica n. 76 del 2004, utilizzando per l'erogazione dei contenuti didattici le figure qualificate della componente volontaria.
(4-15892)

  Risposta. — Come è noto l'articolo 9 del decreto del Presidente della Repubblica n. 76 del 2004 prevede che i vigili volontari, prima di essere impiegati nei servizi d'istituto, devono frequentare un corso teorico-pratico secondo le modalità ed i programmi stabiliti da questa amministrazione.
  Diversi dal corso di formazione iniziale sono i corsi di addestramento, per i quali sono previste specifiche modalità operative.
  Infatti, l'articolo 10 del medesimo testo normativo prevede che il personale volontario richiamato in servizio è tenuto all'addestramento periodico, secondo le modalità stabilite dal comando provinciale di appartenenza.
  Tale addestramento viene svolto presso il distaccamento di appartenenza per il relativo personale volontario, ovvero presso il comando provinciale per il personale che presta servizio presso il comando stesso.
  La diversità di natura, funzione e modalità di svolgimento del corso di formazione rispetto ai corsi di addestramento, non consente interpretazioni estensive o analogiche della normativa di riferimento.
  I corsi di formazione iniziali, peraltro, sono tenuti nei comandi provinciali di appartenenza ad opera di personale permanente, durante l'orario di lavoro e senza alcun onere per l'amministrazione. Di conseguenza, l'impiego di personale volontario del corpo con il compito di svolgere il corso di formazione iniziale non comporterebbe alcun vantaggio in termini di riduzione dei costi.
  Risulta, peraltro, sicuramente preferibile avvalersi di istruttori professionali abilitati in servizio permanente, al fine di garantire uniformità negli interventi formativi e standard qualitativi equivalenti su tutto il territorio nazionale.
  Diversamente se tali corsi si svolgessero presso i distaccamenti volontari, vi sarebbero oneri a carico dell'amministrazione per spese di missione dei docenti, in contrasto con i princìpi dell'articolo 28 del decreto del Presidente della Repubblica 76 del 2004, dove è previsto che l'organizzazione dell'attività formativa non deve gravare con oneri aggiuntivi sul bilancio dello Stato.
  Si soggiunge, inoltre, che i distaccamenti, presso i quali l'interrogante chiede di poter svolgere il corso di formazione iniziale, non sempre sono dotati delle attrezzature necessarie per svolgere le fasi di addestramento pratico.
Il Sottosegretario di Stato per l'internoGiovanni Ferrara.


   MERONI. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   da notizie rilanciate sul web si apprende che il 26 ottobre 2012 si sarebbe tenuto a Bruxelles un incontro tra i funzionari dell'ambasciata italiana in Belgio ed il direttore della Fondazione Keshe, M.T. Keshe, che avrebbe consegnato ai rappresentanti diplomatici italiani tutti i brevetti completi della Fondazione Keshe, relativi al progetto di reattore spaziale;
   l'incontro tenutosi presso l'ambasciata italiana a Bruxelles sarebbe stato video registrato, ma secondo il protocollo diplomatico non è divulgabile;
   dal comunicato reso noto dal direttore della Fondazione Keshe, l'Italia sarebbe il primo Stato in Europa che ha accettato il pieno trasferimento delle tecnologie del programma spaziale della Fondazione, che è stato già reso disponibile gratuitamente all'Iran e alla Sierra Leone e che la Fondazione si propone di diffondere a tutti gli altri Stati che ne siano interessati;
   la Keshe Foundation è stata fondata da Mehran Keshe, nato in Iran e laureato in ingegneria nucleare alla University of London. Negli ultimi 40 anni le sue ricerche si sono concentrate sulle dinamiche del plasma caricato elettricamente e utilizzato come fonte di energia e di campi gravitazionali;
   la Keshe Foundation è registrata come organizzazione senza scopo di lucro in Olanda ed ha la sua sede permanente a Ninove, in Belgio. Essendo un'organizzazione di ricerca spaziale, il suo obiettivo è stato lo sviluppo di tecnologia ad uso spaziale, come il trasporto, la generazione di energia, i sistemi sanitari e la nutrizione per persone che viaggiano nello spazio;
   secondo quanto si apprende dal sito della Fondazione la tecnologia keshe sarebbe suscettibile di molte applicazioni nel campo dell'energia, del trasporto, in ambito ambientale e per la cura di malattie incurabili allo stato delle attuali conoscenze –:
   se le notizie relative all'incontro tra i funzionari dell'ambasciata italiana in Belgio ed il direttore della Fondazione Keshe, M.T. Keshe corrispondano al vero e, in caso affermativo, quali siano le valutazioni che hanno indotto il Governo ad acquisire le tecnologie in questione, quali organismi stiano valutando le tecnologie acquisite e quali le possibili applicazioni. (4-18389)

  Risposta. — Il 6 settembre 2012, la Keshe foundation ha organizzato un incontro presso i propri uffici di Ninove (Belgio), invitando tutto il corpo diplomatico accreditato nel Paese. Anche alla luce dei numerosissimi messaggi di posta elettronica da parte di cittadini italiani che invitavano la sede ad essere presente, anche un rappresentante dell'Ambasciata d'Italia a Bruxelles ha partecipato all'incontro.
  Il 26 ottobre 2012 il Presidente dell'omonima fondazione, ingegner Keshe, si è personalmente presentato presso la cancelleria diplomatica dell'Ambasciata a Bruxelles, chiedendo di essere ricevuto per consegnare della documentazione relativa ai progetti della fondazione. In tale occasione, nell'ambito delle cortesie d'uso proprie delle missioni diplomatiche, l'ingegner Keshe è stato ricevuto nuovamente da un rappresentante dell'Ambasciata, al quale ha consegnato su sua iniziativa un supporto informatico, acquisito agli atti della sede, contenente alcuni file riferibili ai progetti della Keshe foundation. Come da prassi, si sta provvedendo ad inviare tali file per un eventuale esame da parte degli enti competenti in materia.
  Le notizie riportate dal sito della fondazione sulla presunta disponibilità manifestata dall'Ambasciata, a nome del Governo italiano, di accettare una collaborazione in campo spaziale, sono il frutto di una strumentalizzazione dei contatti avuti e prive di ogni fondamento.
  Il filmato a cui fa riferimento la fondazione è stato abusivamente registrato dall'ingegner Keshe durante l'incontro e riprende unicamente il momento della consegna del supporto informatico. Appare evidente che tale registrazione non possa rappresentare la prova di un impegno ufficiale dell'Ambasciata, né, suo tramite, del Governo italiano, che necessita, come noto, di ben altre forme per essere manifestato.

Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriMarta Dassù.


   MINASSO. — Al Ministro degli affari esteri, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   i cittadini italiani Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni sono stati accusati dalla magistratura indiana in data 7 febbraio 2010 del reato di omicidio per la morte di Francesco Montis e sono stati arrestati senza avere il supporto, come previsto dalle convenzioni internazionali, di un traduttore giurato;
   sono detenuti nel District Jail di Varnasi e sono stati sottoposti ad un processo che si è avvalso di prove ritenute inattendibili da vari esperti;
   sono stati condannati sulla base di un'autopsia manifestamente errata (peraltro effettuata da un oculista) che attesta che la morte di Francesco Montis è dovuta a morte per asfissia da strangolamento mentre non vi è alcun dato obiettivo che deponga in tal senso e, anzi, sia palese che la morte è avvenuta per cause naturali;
   alcune fonti di stampa italiana, riportate sul sito dell'ONLUS «Prigionieri del Silenzio» e su altri siti web, provano con documentazione rilasciata dal tribunale indiano di Varanasi, luogo in cui i due connazionali hanno subìto il processo, che per tentare di produrre documentazione medica a favore dell'accusa sono stati presentati referti medici che se interpretati da veri esperti in autopsia avrebbero evidenziato l'innocenza dei due detenuti;
   purtroppo, invece, l'interpretazione data dal sanitario chiamato dalla pubblica accusa, che altro non è se non un oculista, ha dichiarato la loro colpevolezza;
   secondo quanto viene denunciato dall'associazione «Prigionieri del Silenzio» e dal libro «Le voci del Silenzio» (di Fabio Polese e Federico Cenci) le investigazioni sono state lacunose, se non del tutto assenti, e laddove, invece, eseguite sono state omesse prove che avrebbero impedito la celebrazione del processo e consentito il rilascio, già nel 2010, dei nostri connazionali;
   nel libro citato vengono sottolineate illegalità e la celebrazione di un processo iniquo da parte degli enti coinvolti nella persecuzione dei due cittadini italiani;
   «Prigionieri del Silenzio» informa che, allo stato attuale dei fatti, si può evincere che nella celebrazione del processo ci sia stata una forzatura da parte di persone che potevano fare chiarezza sulla morte del connazionale Francesco Montis e che, invece, hanno voluto coinvolgere e accusare Elisabetta Boncompagni e Tomaso Bruno;
   perplessità sulla chiarezza del procedimento sorgono anche dal fatto che la celebrazione dell'appello continua ad essere rimandata –:
   se si intenda chiedere per le vie diplomatiche direttamente al Governo indiano di assumere iniziative per fare chiarezza sui fatti sopra esposti anche con riferimento alle prove in virtù delle quali sono tenuti in arresto Tomaso Bruno e Elisabetta Boncompagni, cittadini di cui non è stata provata la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio;
   se, inoltre, il Governo italiano intenda agire per le vie diplomatiche al fine di poter sollecitare il processo di appello già rimandato. (4-17492)

  Risposta. — La vicenda di Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni continua ad essere seguita con la massima attenzione della Farnesina e dall'ambasciata a New Delhi.
  Il caso è stato affrontato con le competenti autorità indiane a più riprese e ad alto livello per cercare di accelerare l’iter processuale ed assicurare ai nostri connazionali le migliori condizioni detentive. Si ricorda che il Ministro Terzi ha interessato alla vicenda il suo omologo durante la visita compiuta il 29 febbraio 2012 in India. Anche il Ministro Frattini aveva sensibilizzato in passato, in due diverse occasioni, il Ministro degli esteri indiano. Il Sottosegretario de Mistura ha incontrato le famiglie dei connazionali a Roma ed i loro legali a New Delhi, nel corso di una delle ultime missioni in quel Paese.
  Numerose sono state le iniziative di sensibilizzazione poste in essere dall'ambasciata a New Delhi e dall'ambasciatore Sanfelice in prima persona.
  Il processo di appello ha avuto inizio nello scorso mese di settembre. Il successivo 4 ottobre l'Alta Corte di Allahabad ha confermato il giudizio di condanna all'ergastolo per Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, pronunciato in primo grado dal giudice distrettuale di Varanasi, il 23 luglio 2011. La Farnesina, per il tramite della nostra Rappresentanza diplomatica, continua a sostenere i connazionali e le loro famiglie, fornendo ad esempio assistenza materiale e mantenendo stretti contatti con i legali.
  Il Ministero degli esteri, per quanto di propria competenza, continuerà a seguire il caso con il massimo impegno in stretto contatto con i connazionali, i familiari e gli avvocati in vista delle decisioni che vorranno assumere nel presentare ricorso alla Corte Suprema indiana.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriStaffan de Mistura.


   MISEROTTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   nei giorni scorsi alcuni quotidiani hanno segnalato all'attenzione dell'opinione pubblica un allarme legato alla sostenibilità del sistema pensionistico pubblico, derivante dall'assunzione da parte dell'INPS del deficit dell'INPDAP e dell'ex ENPALS, confluiti nel «SuperInps» con il decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 convertito, con modificazioni, dalla legge di conversione 22 dicembre 2011, n. 214 (cosiddetto decreto Salva Italia);
   secondo la stima contenuta nella prima nota di variazione del bilancio preventivo 2012 dell'INPS, approvato dal Civ (Consiglio di indirizzo e vigilanza) dell'ente, infatti, la gestione finanziaria vedrà un disavanzo di quasi 6 miliardi di euro nel 2012, legato dal «buco» che l'Inpdap porta con sé e che è destinato a sfiorare i 7 miliardi di euro nel 2013 e nel 2014;
   è indispensabile far luce su tutti i conti relativi al «SuperInps», per dare certezza ai pensionati ed evitare allarmismi che creano sfiducia anche sui mercati internazionali –:
   se il Ministro interrogato non ritenga opportuno adottare iniziative volte ad apportare adeguati interventi correttivi per sanare il disavanzo economico e patrimoniale della gestione ex Inpdap in modo da garantire la sostenibilità della spesa pensionistica ed anche al fine di evitare allarmismi che inciderebbero negativamente sulla popolazione e, di riflesso, sui mercati internazionali. (4-17009)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, concernente la sostenibilità del sistema pensionistico in seguito all'incorporazione dell'Inpdap e dell'Enpals nell'Inps, si rappresenta quanto segue.
  In linea generale, occorre premettere che l'articolo 21 del decreto-legge n. 201 del 2011 cosiddetto «salva Italia» ha previsto la fusione per incorporazione dell'Inpdap e dell'Enpals nell'Inps allo scopo di migliorare l'efficacia e l'efficienza dell'azione amministrativa nel settore previdenziale tramite un processo di razionalizzazione e riordino degli assetti organizzativi e funzionali degli enti pubblici a ciò preposti.
  L'intervento di unificazione dei tre enti previdenziali e la creazione di un unico polo previdenziale pubblico consentirà di conseguire risparmi strutturali di gestione e nel contempo di garantire elevati ed omogenei livelli di servizio a tutti gli utenti.
  L'interrogante richiama l'attenzione sugli effetti negativi che tale incorporazione potrebbe determinare sul bilancio dell'Inps al punto da compromettere la sostenibilità dell'intero sistema pensionistico.
  Sulla questione evidenziata, i Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dell'economia e delle finanze, al fine di evitare allarmismi e possibili strumentalizzazioni, il 1° ottobre 2012, sono intervenuti con un comunicato stampa congiunto, chiarendo, nei termini di seguito illustrati, che il sistema previdenziale italiano non presenta rischi di sostenibilità.
  Il disavanzo dell'ente previdenziale dei pubblici dipendenti, infatti, era noto e dipende da alcuni fattori strutturali quali il blocco del turn over negli enti pubblici che ha determinato uno sbilanciamento tra le entrate contributive e le uscite per prestazioni.
  In proposito, si precisa che gli effetti negativi di tale disavanzo sul bilancio dell'Inps riguardano una rappresentazione esclusivamente contabile che era stata ampiamente prevista al momento dell'entrata in vigore del decreto-legge n. 201 del 2011.
  Per effetto dell'operazione di accorpamento, dal punto di vista meramente contabile, il nuovo polo previdenziale costituito dall'Inps assorbe il disavanzo dell'Inpdap. Si evidenzia, tuttavia, che nel nuovo Inps affluiscono anche tutti i trasferimenti effettuati a differente titolo dal bilancio dello Stato all’ex Inpdap.
  Pertanto, dal punto di vista della finanza pubblica, l'accorpamento non produce alcun effetto negativo, in quanto interviene sulla regolazione dei trasferimenti tra enti della pubblica amministrazione con effetti di neutralità sulle singole voci (contributi/prestazioni previdenziali) del conto economico consolidato delle amministrazioni pubbliche, non venendo modificate le norme sostanziali che le regolano.
  In tal modo, viene assicurata la stabilità di tutte le gestioni pensionistiche comprese quelle degli enti soppressi e confluiti nell'Inps.
  In definitiva, l'operazione di accorpamento non comporta alcun effetto né sulle prestazioni previdenziali dovute ai lavoratori né sulla sostenibilità del sistema previdenziale nel suo complesso, la quale resta ampiamente confermata soprattutto in seguito alle modifiche ai diversi regimi pensionistici introdotte dalle riforme degli ultimi anni.
  L'operazione di incorporazione, inoltre, comporta sicuri effetti positivi per la finanza pubblica realizzando una notevole riduzione, crescente nel tempo, delle spese di funzionamento attraverso l'eliminazione di duplicazioni e sovrapposizioni nelle strutture, nella logistica e nelle dotazioni strumentali.
Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   MOSELLA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   un'inchiesta del 2010 della Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Napoli, su presunti intrecci tra camorra, impresa e amministrazione locale di Castel Volturno (CE), vedeva coinvolti ben venti inquisiti, tra cui spiccavano i nomi di ex sindaci (sia di centrosinistra che di centrodestra), funzionari e dipendenti comunali, agenti di polizia municipale, oltre al capo dell'ala stragista del clan dei «casalesi» e accusato della strage degli immigrati del settembre 2008 (la cosiddetta «strage di San Gennaro»);
   gli inquisiti, come spiegava una nota della questura di Caserta, sarebbero tutti ritenuti responsabili, a vario titolo, di «concorso in associazione di tipo mafioso, abuso d'ufficio, falso ideologico e materiale, in relazione ad una serie di condotte illecite posto in essere, tra il 2004 e 2008, al fine di agevolare e consentire l'esercizio abusivo di una struttura ricettiva risultata appartenente ad un imprenditore organico al clan dei Casalesi»;
   tutti gli amministratori e i politici coinvolti nell'indagine descritta continuavano indisturbati a svolgere le loro attività, senza nemmeno ipotizzare loro eventuali dimissioni dai rispettivi incarichi; nell'agosto 2011, veniva sospesa l'attività del consiglio comunale di Castel Volturno, poi sciolto, con decreto del Presidente della Repubblica del 19 settembre 2011, in quanto le dimissioni di 15 consiglieri comunali su venti, eletti nel marzo 2010, avevano determinato la dissoluzione dell'organo elettivo;
   dopo poche settimane di attività, il commissario straordinario, con la delibera numero 32 del 7 dicembre 2011, dava il via libera alla proposta di dissesto finanziario del comune di Castel Volturno;
   a ciò si aggiungeva, nel febbraio 2012 l'arresto di 14 persone, 11 delle quali già in carcere (2 già rilasciate) e 3 ai domiciliari. Si trattava di imprenditori e pubblici amministratori locali, indagati, a vario titolo, di diversi reati, quali l'associazione per delinquere di stampo camorristico, anche nella configurazione del concorso esterno, in relazione a vari clan operanti nelle province di Caserta e Napoli, oltre che di svariati altri delitti, quali la corruzione, l'abuso d'ufficio, la truffa e l'abusivismo edilizio, attuato anche in aree di notevole interesse paesaggistico e di rilevanza archeologica; tutti i delitti sono aggravati dalla circostanza prevista dall'articolo 7 della legge n. 203 del 1991 per essere stati commessi al fine di favorire i predetti clan;
   l'inchiesta ha scandagliato uno dei settori dell'attività camorristica più rilevanti, nel territorio della Campania, ossia la penetrazione nel mondo imprenditoriale, in particolare nel settore edilizio, e le collusioni con le pubbliche amministrazioni locali, volte a realizzare imponenti speculazioni;
   le indagini hanno consentito infatti di fare luce sulla struttura economica che investe, sostiene e alimenta le organizzazioni criminali attraverso la compiacente attività di imprenditori, amministratori pubblici e professionisti, i quali utilizzano i proventi illeciti dei clan camorristici per il facile arricchimento personale e per la conservazione dei medesimi clan;
   risultano accertate delle vere e proprie joint venture in cui alla convenienza ed alla speculazione imprenditoriale si affiancano interessi di natura squisitamente criminale, attinenti al riciclaggio e al reimpiego delle somme provenienti dalle illecite attività esercitate dai gruppi camorristici;
   tali imprese illecite, sfruttando l'enorme patrimonio nella disponibilità della criminalità organizzata, oltre a costituire, di fatto, una forma di concorrenza sleale, hanno determinato effetti destabilizzanti per le economie di intere province, ormai strutturalmente al collasso;
   in una nota stampa della DDA si mette in evidenza la notevole capacità di infiltrazione e condizionamento delle amministrazioni locali, in particolar modo, dei Comuni di Castel Volturno e Casaluce da parte del clan, che, a dire degli inquirenti, negli ultimi dieci anni non ha mai trascurato la sua notevole «attenzione» verso questi territori;
   per tutto quanto su esposto, la prefettura di Caserta disponeva l'invio di una commissione di accesso, che si insediava il 22 febbraio 2012, presso, presso il municipio di Castel Volturno;
   la commissione indicata ha un mandato della durata di novanta giorni, come previsto dal decreto della prefettura, e, quindi, terminerà la propria attività di indagine e di accertamento circa una settimana dopo la data fissata per la competizione amministrativa del 6-7 maggio 2012;
   la cittadinanza sembra voler disertare in massa l'esercizio del voto previsto a maggio, tant’è che a far data dal 10 marzo 2012 è stato lanciato un appello, rivolto al Governo, al Parlamento, alle istituzioni preposte a presidio della legalità, nazionali e regionali, aperto alla sottoscrizione di singoli cittadini, perché si ottenga una proroga dell'attività di accertamento della Commissione di accesso, con rinvio della data fissata per la competizione elettorale, al fine di accertare ogni singola responsabilità in capo agli ex amministratori, ai funzionari pubblici, ai politici di Castel Volturno –:
   se il Ministro interrogato non ritenga necessario assumere iniziative, se del caso normative, per prorogare la durata del mandato della Commissione d'accesso, e rinviare contestualmente la data fissata per la competizione elettorale amministrativa, onde accertare ogni singola responsabilità, amministrativa, penale, civile, contabile di chi ha finora amministrato quel territorio e al fine di dare la possibilità alla comunità castellana di riprendere fiducia in una classe politica percepita oggi come elemento inutile e dannoso mai dedito al perseguimento del bene comune. (4-15527)

  Risposta. — Nell'interrogazione in esame vengono ripercorsi i principali avvenimenti che hanno portato, tra la fine dello scorso anno e l'inizio di quello in corso, allo scioglimento del comune di Castel Volturno e alla conseguente nomina di una commissione straordinaria per la gestione provvisoria dell'ente.
  In particolare, si ricorda che Castel Volturno aveva rinnovato i propri organi elettivi nel marzo 2010.
  A seguito delle dimissioni dalla carica presentate da undici consiglieri su venti assegnati, il Consiglio comunale era stato sciolto con decreto del Presidente della Repubblica del 10 settembre 2011, ai sensi dell'articolo 141 del decreto legislativo n. 267 del 2000.
  In considerazione del coinvolgimento del sindaco e di alcuni tra amministratori e impiegati in un procedimento penale instaurato dalla direzione distrettuale antimafia per i reati di cui agli articoli 110, 416-bis codice penale e articolo 7 legge 203 del 1991, il 30 gennaio 2012 la prefettura di Caserta aveva richiesto l'accesso antimafia, ai sensi dell'articolo 1, comma 3, della legge n. 356 del 1992.
  Acquisita la delega ministeriale, con il decreto prefettizio dell'11 febbraio 2012 è stata istituita la commissione di accesso.
  Il successivo 26 marzo, la commissione ha rassegnato la relazione conclusiva sulle verifiche svolte, sulla cui scorta la competente prefettura, in data 31 marzo 2012, ha formulato una proposta di adozione della misura di rigore, ai sensi dell'articolo 143 del testo unico enti locali.
  Con decreto del Presidente della Repubblica del 17 aprile 2012, pertanto, è stata nominata la commissione straordinaria per la gestione dell'ente per un periodo di diciotto mesi, la cui attività potrà essere prorogata fino ad un massimo di due anni.
  In questo contesto, la prefettura di Caserta, con provvedimento del 13 aprile 2012, ha revocato i comizi elettorali per il rinnovo degli organi elettivi previsto per le consultazioni del 6 e 7 maggio.
Il Sottosegretario di Stato per l'internoSaverio Ruperto.


   PORFIDIA e PETRENGA. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   la legge 23 dicembre 1998, n. 448, e successive modificazioni, e il decreto ministeriale 5 novembre 2004, n. 292 prevedono misure di sostegno per il settore televisivo locale, consistenti in contributi che vengono annualmente erogati dal Ministero dello sviluppo economico sulla base di graduatorie regionali redatte (con riferimento ai dipendenti occupati e ai fatturati conseguiti dalle imprese televisive locali interessate) dai Corecom – comitati regionali per le comunicazioni, a seguito di bando di gara che lo stesso Ministero deve emanare entro il 31 gennaio di ogni anno;
   tali misure di sostegno che hanno contribuito, negli anni, alla crescita e allo sviluppo delle imprese televisive locali nell'ottica di sostenere l'informazione locale di qualità, sono importantissime nell'attuale momento in cui le imprese televisive hanno dovuto affrontare rilevanti investimenti per la transizione al digitale e in considerazione della situazione di crisi del mercato pubblicitario;
   i procedimenti per l'erogazione di detti contributi statali stanno, tuttavia, subendo gravissimi inaccettabili ritardi, con evidenti ripercussioni anche per l'occupazione lavorativa nel comparto (sono molte le imprese che hanno richiesto la cassa integrazione in deroga e che hanno avviato procedimenti di licenziamento collettivo);
   in particolare:
    a) il Ministro dello sviluppo economico, nonostante tutti i Corecom abbiano redatto le rispettive graduatorie regioni fin dal mese di settembre 2012, non ha ancora provveduto alla pubblicazione del decreto di ripartizione tra i vari bacini di utenza dello stanziamento relativo all'anno 2011 (occorre, peraltro, considerare che in caso di ritardo di uno o più Corecom, il Ministro può definire un riparto in acconto);
    b) il Ministro dello sviluppo economico non ha ancora provveduto alla pubblicazione del decreto di ripartizione tra i vari bacini del saldo dei contributi relativi all'anno 2010 (con riferimento al quale è stato, ad oggi, stanziato e corrisposto solo un acconto) che in mancanza di immediato intervento rischia la perenzione;
    c) il Ministro non ha ancora emanato il bando relativo alle misure di sostegno per l'anno 2012 (nonostante che, ai sensi dell'articolo 1, comma 1, del decreto ministeriale 5 novembre 2004 n. 292, tale bando dovesse essere emanato entro il 31 gennaio 2012) –:
   quali siano le ragioni di tali ritardi e le modalità con le quali il Ministro intenda porvi rimedio. (4-18505)

  Risposta. — Il Ministero è pienamente consapevole dell'importanza delle misure di sostegno in favore dell'emittenza locale e del loro contributo alla crescita editoriale e occupazionale per le imprese del settore.
  Nel rispondere alle richieste degli interroganti, si fa presente che il 30 ottobre 2012 sono stati firmati dal Ministro sia il decreto di ripartizione tra i vari bacini di utenza dell'integrazione relativa all'anno 2010 (pari a 13.335.408 euro), sia il decreto di ripartizione dello stanziamento relativo all'anno 2011 (avente un ammontare pari a 95.929.331 euro).
  Nella tempistica di emanazione di tale ultimo provvedimento si è dovuto tener conto di una sentenza del Consiglio di Stato (1683/2011), la quale ha comportato il rifacimento di gran parte delle graduatorie da parte dei Corecom di diverse regioni.
  L'ultima di esse, quella della regione Campania, è stata trasmessa in via provvisoria alla direzione competente del ministero il 21 settembre 2012. Trascorsi i 30 giorni previsti dalla normativa vigente (ai sensi dell'articolo 5 del decreto ministeriale 202 del 2004) per rendere definitiva tale graduatoria, il Ministro, come già detto, ha sottoscritto, in data 30 ottobre 2012, il provvedimento.
  Quanto all'integrazione relativa all'anno 2010, si fa presente che l'importo di 13.335.408 euro indicato è parte della complessiva somma di 50 milioni di euro, derivanti dalle economie accertate ex lege 488 del 1999 ripartite nel triennio 2012/2014, in applicazione di quanto previsto dall'articolo 2 comma 237 della legge 191 del 2009.
  Essendo state già espletate le procedure di registrazione presso la Corte dei conti, saranno a breve emessi i mandati di pagamento relativi ad entrambi i provvedimenti citati, dopo i tempi previsti dalla pubblicazione dei piani di riparto sulla Gazzetta Ufficiale.
  Si evidenzia peraltro che, ai fini della predisposizione dei mandati di pagamento, ai sensi della recente legge n. 183 del 2011, articolo 15, sulla semplificazione degli atti amministrativi, occorre allegare, per le società creditrici di importi superiori a 154 mila euro, la certificazione antimafia, la cui acquisizione da parte del Ministero, dopo la decertificazione delle documentazioni, è in corso di perfezionamento.
  Quanto alle misure di sostegno per il 2012 (circa 78 milioni di euro il relativo ammontare), il 15 ottobre è stato firmato il bando inerente a detti contributi che è attualmente alla registrazione presso la Corte dei conti.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoMassimo Vari.


   REALACCI. — Al Ministro dell'interno, al Ministro per i beni e le attività culturali, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   il tentativo di realizzazione di un centro commerciale a Borgarello (Pavia) fu presentato per la prima volta nel 2000 attraverso due delibere per variante di piano regolatore generale, l'odierno piano di governo del territorio, ma venne bocciato sia dalla provincia che dalla regione Lombardia;
   nonostante il primo diniego degli enti locali preposti il 20 maggio 2010 viene presentato il progetto per realizzare il centro commerciale. Al progetto vengono richieste alcune modifiche su proposta dell'amministrazione comunale nella figura dell'ingegner Giovanni Valdes, sindaco di Borgarello, e così ripresentato il 1° luglio 2010;
   il 12 luglio il progetto viene adottato, con delibera consiglio comunale n. 16 del 2010. La delibera viene però sospesa perché, come prescrivono le norme in materia, è necessaria l'autorizzazione commerciale rilasciata dalla regione Lombardia dopo una conferenza di servizi ad hoc;
   il progetto di centro commerciale adottato a Borgarello (Pavia) contempla la realizzazione di un'area di vendita commerciale di 14.950 metri quadrati, di un parco tematico di 32.700 metri quadrati, di un'area di intrattenimento con multisala e attività sportive, di un hotel con 90 camere e con in cima un osservatorio e un roof garden, di una stazione di servizio, di un nido, di una nursery e di una pista di pattinaggio sul ghiaccio di circa 300 metriquadri. La convenzione prevede che la società che realizzerà il progetto metta a disposizione del comune di Borgarello un importo complessivo di circa 9 milioni di euro ai quali si aggiungeranno altri 3 milioni qualora, per motivi indipendenti dalla volontà della società, questa non riesca ad acquisire e conferire all'amministrazione comunale Villa Mezzabarba;
   nell'autunno del 2010 la vicenda del futuro centro commerciale di Borgarello si intorbidisce a causa dell'arresto del sindaco Giovanni Valdes, perché, come anche riportato dalla stampa locale e da Il fatto quotidiano del 13 gennaio 2011, nel corso della grande operazione antimafia che ha decapitato la ’Ndrangheta in Lombardia, è accusato di turbativa d'asta e falso. Secondo i giudici del tribunale di Milano Giovanni Valdes: «avrebbe truccato la gara per vendere un terreno davanti al suo municipio, finito a una società di “comodo”, la Pfp»;
   il 4 gennaio 2011 viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto ministeriale di scioglimento del consiglio comunale di Borgarello. Dopo lo scioglimento il commissario prefettizio Michele Basilicata partecipa alle conferenze di servizi per l'autorizzazione del centro commerciale e si farà carico anche di tutti i provvedimenti seguenti. Il 4 aprile il comune di Borgarello rilascia la licenza commerciale a «Progetto Commerciale srl»;
   l'area in cui dovrebbe sorgere il centro commerciale ha attualmente una destinazione agricola e risulta molto fragile dal punto di vista ambientale e paesistico. Infatti, essa ricade:
    in vincolo di cui all'articolo 142, lettera c), del decreto legislativo n. 42 del 2004;
    nel piano territoriale regionale d'area «Navigli Lombardi» con appositi indirizzi e direttive paesistiche;
    in zona circondata da un corridoio primario della rete ecologica regionale (RER) a nord, da un elemento di primo livello a est e di secondo livello a ovest, sempre della RER oltre che da un'area prioritaria per la biodiversità ad est;
   a poco più di due chilometri dal complesso della Certosa di Pavia;
   lungo l'ex strada statale 35 già attualmente inadeguata rispetto l'intenso traffico di collegamento Pavia-Milano –:
   se l'azione del commissario prefettizio, all'epoca dei fatti sia o meno in contrasto con la prassi consuetudinaria che vuole il commissario prefettizio, come un funzionario del Governo che dovrebbe limitarsi a gestire l'ordinaria amministrazione;
   quali azioni si intendano intraprendere per tutelare un patrimonio paesistico e naturalistico che rischia di essere compromesso da un ulteriore consumo di suolo e proprio nelle vicinanze di un monastero di inestimabile valore storico-artistico, già monumento nazionale italiano sin dal 1866, come la certosa di Pavia considerato che costituisce un punto di attrattiva turistica prioritaria tra quelli di natura storico-culturale associati al sistema dei Navigli. (4-13230)

  Risposta. — Con l'interrogazione in esame l'interrogante pone all'attenzione del governo l'approvazione, da parte del commissario straordinario di Borgarello (Pavia), del progetto per la realizzazione di un centro commerciale.
  In particolare, si chiede se una decisione di così grande valenza economica e politica, oltre che ambientale e sociale, sia in contrasto con i compiti che la legge assegna ai commissari prefettizi.
  Al riguardo si osserva che l'operato del commissario straordinario non può ritenersi in contrasto con i compiti che l'ordinamento gli assegna.
  Il decreto di nomina, peraltro, conferisce al commissario tutte le funzioni proprie degli organi di governo dell'ente.
  In realtà, l'attività svolta nel caso in esame, è risultata pressoché vincolata. Infatti, il consiglio comunale di Borgarello, con delibera del 12 luglio 2010, aveva approvato, il piano urbanistico attuativo che prevede l'attivazione della nuova grande struttura di vendita e contempla anche gli aspetti paesaggistici e ambientali. La decisione, se pur ampiamente dibattuta, è stata tuttavia assunta dal consiglio comunale a larghissima maggioranza.
  La relativa delibera non è stata oggetto di impugnativa e, all'atto di insediamento del commissario, risultava pienamente valida ed efficace.
  L'operato del commissario, pertanto, non appare censurabile neanche sotto il diverso profilo dell'opportunità, considerato che il progetto era stato già deliberato dall'amministrazione comunale.
Il Sottosegretario di Stato per l'internoSaverio Ruperto.


   REGUZZONI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere a che punto sia l’iter di approvazione del Piano nazionale degli aeroporti ed in che tempi il Governo intende concluderne l'adozione definitiva. (4-17067)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame si comunica che lo «Studio sullo sviluppo futuro della rete aeroportuale nazionale quale componente strategica dell'organizzazione infrastrutturale del territorio» elaborato da One works, Kpmg e Nomisma ha esaminato la rete aeroportuale nazionale ed ha fornito idonei strumenti per individuare le esigenze programmatiche del sistema nazionale e deduce concretamente gli indirizzi in materia di sviluppo aeroportuale.
  Tale studio ha analizzato le realtà aeroportuali al fine di delineare la fotografia dell'attuale sistema, ovvero una mappatura sull'adeguatezza degli scali aeroportuali e connesse infrastrutture di accesso. Ciò con la finalità di acquisire una ricognizione propedeutica per la redazione del piano nazionale degli aeroporti.
  Il citato studio ha potuto fornire elementi utili di valutazione in merito agli indirizzi da intraprendere per uno sviluppo strategico degli aeroporti e delle infrastrutture in funzione della loro accessibilità e integrazione con il territorio.
  Le risultanze di tale studio sono confluite nella proposta di piano nazionale degli aeroporti elaborata dall'ENAC in questi ultimi mesi.
  In merito, si comunica che è in fase avanzata il processo per la definizione di detto piano nell'ambito del quale verranno raccolte ed evidenziate le opportunità che il Paese può mettere in campo per un efficace e coordinato sviluppo del trasporto aereo nazionale evidenziando le criticità esistenti, le necessità emergenti e le soluzioni applicabili per l'efficientamento dell'architettura della rete ed il ruolo dei singoli scali. Per ognuno dei temi esplorati, tra i quali il miglioramento dell'intermodalità tra la rete di trasporto aereo e gli altri modi di trasporto, il piano fornirà, a fronte del relativo scenario, la visione e le strategie da adottare.
  Per i principali scali aeroportuali, il piano indicherà le strategie d'intervento per lo sviluppo della rete nazionale, le opere prioritarie ed i necessari interventi di potenziamento e miglioramento dei servizi, definendo le condizioni per indirizzare le risorse in modo efficace sul territorio.
  Particolare attenzione sarà posta al tema dell'accessibilità agli aeroporti e alle connessioni intermodali, affinché i territori possano trarre i maggiori benefici dallo sviluppo degli scali.
  Con detto piano, inoltre, si darà anche attuazione a quanto previsto dal Codice della navigazione in merito all'individuazione degli aeroporti d'interesse nazionale.
  Nel corso dell'audizione, tenutasi nel mese di giugno presso la IX commissione della Camera dei deputati, ho avuto modo di evidenziare che l'adozione del piano costituirà un passo importante per lo sviluppo necessario a garantire la fruibilità di infrastrutture adeguate alle previsioni di crescita del traffico passeggeri. Inoltre, ho sottolineato che nell'adozione del piano, si terrà conto, naturalmente, non solo della proposta in corso di revisione per lo sviluppo della rete europea dei trasporti, ma anche degli indirizzi forniti dalla medesima commissione trasporti nell'indagine sul sistema aeroportuale italiano approvata il 17 febbraio 2010.
  In particolare, nell'ambito di tale indagine, è emersa, tra l'altro, la necessità di pervenire ad un piano che non solo disincentivi la parcellizzazione degli aeroporti e permetta di individuare quelli prioritari su cui concentrare le risorse, ma anche individui profili di specializzazione (ad esempio trasporto merci o aviazione generale, traffico con Paesi vicini eccetera) per gli aeroporti con bassa intensità di traffico, al fine di garantire agli stessi il raggiungimento di un equilibrio economico e gestionale, onde evitare che le difficoltà economiche in cui versano continuino a gravare sulla collettività.
  Al riguardo, si evidenzia quanto previsto nella nota di aggiornamento al documento economico finanziario 10° allegato infrastrutture, in relazione al quale si è già concluso l'esame in sede parlamentare e si è in attesa della prescritta intesa della conferenza unificata.
  Detto allegato stabilisce, tra l'altro, criteri generali di indirizzo per le Amministrazioni di competenza sulla base dei quali classificare gli aeroporti di interesse nazionale.
  Ciò, naturalmente, sulla base del quadro normativo di riferimento, degli orientamenti comunitari e degli indirizzi parlamentari in materia di razionalizzazione degli aeroporti, delle relative infrastrutture e dei pertinenti servizi.
  L’iter di definizione del piano è previsto per la fine del corrente anno.
Il Ministro delle infrastrutture e dei trasportiCorrado Passera.


   REGUZZONI. — Al Ministro degli affari esteri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   in attuazione del Regolamento (CE) 847/2004, la legge 28 gennaio 2009, n. 2, prevede una sostanziale liberalizzazione del trasporto aereo da attuarsi anche mediante revisione degli accordi bilaterali che ne disciplinano i vari aspetti;
   il nostro Paese ha intrapreso la procedura di revisione di detti accordi bilaterali con l'Angola, inviando una nota verbale di carattere generale che prospetta l'apertura di negoziati per una maggiore liberalizzazione degli accordi aerei attualmente in vigore –:
   se sia pervenuta una conclusione dei negoziati ovvero quale sia lo stato della trattativa;
   quali siano i contenuti dell'intesa o le problematiche che ne impediscono la conclusione;
   se e quali iniziative il Governo intenda attuare. (4-17849)

  Risposta. — A seguito di una intesa tra Ministero degli affari esteri, Ministero dei trasporti ed ente nazionale aviazione civile, l'Angola è stata inserita nella lista dei Paesi extra-comunitari a cui proporre in via prioritaria la rinegoziazione degli accordi aerei vigenti alla luce di quanto disposto dal Decreto salva Malpensa legge 2 del 2009).
  È stata dunque formalmente avanzata per le vie diplomatiche la richiesta di revisione degli accordi bilaterali, firmati a Roma nel 1976 ed entrati in vigore il 19 dicembre 1979, e con l'occasione le Autorità angolane sono state altresì informate che eventuali autorizzazioni provvisorie, in deroga agli attuali accordi, sarebbero state rilasciate alle compagnie interessate che ne avessero fatto richiesta.
  Si è tuttora in attesa delle valutazioni angolane sulle proposte avanzate. Nessuna richiesta di autorizzazione provvisoria extra-accordo è stata fatta pervenire alle Autorità aeronautiche italiane.
  Si osserva, infine, che alle compagnie aeree angolane, inclusa buona parte della flotta della compagnia di bandiera Taag, è fatto divieto di operare sull'Unione europea perché incluse nella «black list» Ue delle compagnie aeree che non rispettano gli standard minimi di sicurezza europei.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriStaffan de Mistura.


   RIVOLTA e NICOLA MOLTENI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   la normativa nota come «spending review» ha determinato la soppressione della Consulta nazionale per il servizio civile, istituita dalla legge n. 230 del 1998;
   nei giorni scorsi l'interrogante ha avuto notizia della formazione di un «gruppo di lavoro» costituito da funzionari dell'Ufficio nazionale per il servizio civile e da rappresentanti dei maggiori enti di servizio civile a carattere nazionale;
   compito di tale gruppo di lavoro, a quanto risulta a carattere informale, è quello di individuare aree di miglioramento e sburocratizzazione nella gestione del servizio civile;
   in particolare uno dei primi obiettivi del «gruppo di lavoro» risulterebbe essere quello di avviare una sperimentazione riguardante la presentazione dei progetti di servizio civile, affinché tali progetti siano presentati esclusivamente per via informatica;
   non risulta all'interrogante che in tale confronto informale siano state coinvolte le regioni e le province autonome, realtà che nei fatti nel 2011 hanno gestito e valutato i 3/5 dei progetti di servizio civile nazionale presentati –:
   se sia confermata la notizia della formazione del «gruppo di lavoro» generalizzato in premessa, da quando esso sia operativo, da chi sia composto;
   se sia parimenti confermata la notizia per cui tale gruppo di lavoro vede l'assenza di rappresentanti delle regioni e delle province autonome;
   se non ritenga il Governo che il mancato coinvolgimento di regioni e province autonome sia non solo in contrasto con il principio di leale collaborazione tra Stato e regioni, ma anche foriero di inefficienza, visto che sono proprio le regioni e le province autonome a gestire le modalità di presentazione e di valutazione inerenti gran parte dei progetti di servizio civile. (4-17324)

  Risposta. — Con l'interrogazione in esame gli interroganti chiedono notizie sulla costituzione, da parte dell'ufficio nazionale per il servizio civile, di un gruppo di lavoro, formato da funzionari del medesimo ufficio e da rappresentanti dei maggiori enti di servizio civile iscritti all'albo nazionale, finalizzato ad «individuare aree di miglioramento e di sburocratizzazione nella gestione del servizio civile», con particolare riferimento alla sperimentazione della presentazione dei progetti esclusivamente in via telematica.
  Dalle informazioni acquisite dal dipartimento della gioventù e del servizio civile nazionale risulta che lo stesso dipartimento, sulla base del protocollo di intesa sottoscritto con le regioni e province autonome in data 26 gennaio 2006, ha chiesto alle medesime, con nota del 9 luglio 2012, finora senza ricevere riscontro, di nominare i propri rappresentanti all'interno del «gruppo tecnico ufficio-regioni/province autonome», al fine di coordinare le necessarie attività di natura esclusivamente tecnica concernenti l'attuazione del servizio civile nazionale.
  Tale iniziativa era stata già adottata per sostenere nella fase di avvio le regioni e le province autonome, in occasione dell'acquisizione delle competenze in materia di servizio civile. In attuazione del decreto legislativo n. 77 del 2002, il gruppo tecnico, all'epoca istituito, ha svolto le proprie funzioni fino alla precedente legislatura.
  La scelta di ricostituire tale gruppo tecnico, collegata alla persistente necessità di un continuo confronto, consentirebbe – in presenza di un positivo riscontro da parte delle regioni e delle province autonome – di trattare in modo congiunto tutte le problematiche inerenti il servizio civile.
  Il comportamento dell'ufficio nazionale per il servizio civile nazionale è stato volto a perseguire il principio di leale collaborazione con gli enti locali.
  A seguito della richiesta avanzata dalla Conferenza nazionale enti per il servizio civile (Cnesc), vi è stato un incontro per discutere sulla semplificazione di alcuni adempimenti amministrativi di competenza degli enti del servizio civile nazionale, tra i quali la possibilità di presentare i progetti in formato elettronico, in coerenza con l'orientamento del Governo volto alla digitalizzazione della pubblica amministrazione.
  L'ufficio già nel 2007 aveva iniziato a studiare la modalità di invio on line dei progetti di servizio civile, ipotizzando la realizzazione di uno specifico software. Tuttavia non è stato possibile concretizzare tale progetto a causa degli elevati costi e a fronte della drastica riduzione delle risorse destinate al Fondo nazionale del servizio civile.
  Il dipartimento della gioventù e del servizio civile nazionale tuttavia, essendo tenuto a dare attuazione alla vigente normativa in ordine alla dematerializzazione, sta valutando la possibilità di sperimentare la trasmissione on line dei progetti di servizio civile mediante il sistema informatico Helios e la posta elettronica certificata. Di tale argomento ha discusso informalmente con la Cnesc – che aveva fatto espressa richiesta – in sole tre circostanze e con rappresentanti sempre diversi. All'evidenza, dunque, il dipartimento non ha istituito alcun gruppo di lavoro, bensì ha riscontrato la richiesta della Cnesc. Qualora una richiesta in tal senso fosse stata formulata anche da una sola regione o provincia autonoma, l'ufficio avrebbe allo stesso modo organizzato un incontro volto ad affrontare la tematica con l'ente territoriale interessato ovvero, in presenza di un positivo riscontro alla nota del 12 luglio 2012, avrebbe trattato nel gruppo tecnico la questione.
  Gli incontri svolti con la Cnesc, peraltro, non hanno avuto alcuna finalità in comune con le attività consultive proprie della Consulta nazionale per il servizio civile e, pertanto, non può ravvisarsi nei medesimi incontri un'iniziativa volta a sostituire tale organismo, che ha cessato la propria attività il 27 ottobre 2012.
  Alla luce di quanto esposto, la preoccupazione degli interroganti in merito al mancato coinvolgimento delle regioni e province autonome non appare condivisibile.
  Occorre altresì segnalare che il dipartimento sta avviando la sperimentazione dell'invio dei progetti on line tramite l'implementazione del proprio sistema informatico Helios. Tale sperimentazione consentirà la gestione totalmente digitale dei progetti a partire dalla fase di presentazione sino alla conclusione del processo di valutazione, creando di fatto «contenitori» di documenti elettronici collegati ai singoli progetti. Il cardine del progetto di digitalizzazione è, dunque, l'esistenza di un protocollo informatico che comunichi con il sistema Helios e viceversa.
  Sul punto, si precisa che gli oneri derivanti dalla manutenzione, gestione e sviluppo di tale sistema informatico gravano sul dipartimento, che lo concede in uso gratuito alle regioni e province autonome, le quali però non possono utilizzare la stessa metodologia del dipartimento della gioventù e del servizio civile nazionale, in quanto hanno sistemi e software di protocollazione differenti e non collegati al sistema Helios. In questa ottica occorrerebbe creare, con le diverse piattaforme di protocollazione, 21 moduli di connessione con oneri a carico delle regioni e province autonome.
  In quest'ambito, ricordo che la regione Sardegna sta studiando un progetto di dematerializzazione di tutta la corrispondenza in arrivo e in partenza dalla regione, che potrebbe interessare anche l'invio on line dei progetti di servizio civile nazionale.
Il Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazioneAndrea Riccardi.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   si legge in un lancio dell'AGENPARL del 4 settembre 2012, dal titolo «ITALIANI ALL'ESTERO: SITO CGIE FUORI USO DA DIVERSI MESI»;
   «il sito web del Consiglio generale degli italiani all'estero (Cgie) è fuori uso, sin da prima dell'estate. All'indirizzo www.cgie.it, infatti, campeggia la scritta “Sito momentaneamente non disponibile”. La situazione dura però da diversi mesi ed è impossibile dunque accedere alle informazioni riguardante l'organo che si occupa degli italiani all'estero»;
   ad un mese di distanza la situazione è immutata, il sito web risulta non raggiungibile ed è impossibile accedere a qualsiasi informazione riguardo il Cgie;
   il Consiglio generale degli italiani all'estero istituito con la legge 6 novembre 1989 n. 368 (modificata dalla legge 18 giugno 1998, n. 198) e disciplinato dal regolamento attuativo di cui decreto del Presidente della Repubblica 14 settembre 1998, n. 329, è organo di consulenza del Governo e del Parlamento sui grandi temi di interesse per gli italiani all'estero;
   il Consiglio generale degli italiani all'estero è un organo facente riferimento al Ministero degli affari esteri, che ne sostiene le spese di funzionamento;
   la trasparenza dovrebbe essere uno dei punti cardine del funzionamento degli organi pubblici ed è singolare che un Ministero permetta che il sito web di un suo importante organo sia inaccessibile per mesi e mesi –:
   per quali ragioni il sito web del Consiglio generale degli italiani all'estero non sia raggiungibile;
   quali siano state, nel dettaglio, le spese di comunicazione e informazione del Ministero degli affari esteri per l'anno 2012, con particolare riferimento a quelle aventi come oggetto gli italiani all'estero. (4-17988)

  Risposta. — Con l'obiettivo di garantire la massima informazione e trasparenza sulle proprie attività, il consiglio generale degli italiani all'estero ha creato nel 2007 il sito web «www.cgie.it», avvalendosi di una società specializzata e utilizzando i fondi disponibili sul capitolo relativo al finanziamento delle spese dello stesso consiglio.
  La problematica sollevata dall'interrogante in merito al mancato aggiornamento del sito è legata all'indisponibilità della società fornitrice del servizio a rivedere il costo di manutenzione del sito. Tale richiesta è stata formulata dal Cgie a fronte delle riduzioni del bilancio disponibile (passato dai 1.994.364,00 euro del 2007 agli 875.981,00 euro del 2012) nell'attuale delicata congiuntura di finanza pubblica.
  Per cercare di mantenere comunque questo importane strumento d'informazione, il Cgie ha avviato con la società fornitrice una trattativa per la rescissione dell'atto di cottimo e la cessione del dominio «cgie.it» che è risultato essere stato registrato come dominio della stessa azienda. La richiesta del Consiglio generale di risolvere la questione con una cessione gratuita del dominio non ha purtroppo avuto buon esito e la controproposta di vendita, effettuata dalla società, è risultata eccessivamente onerosa in relazione ai fondi disponibili.
  Alla luce di questa situazione, il Cgie si è rivolto all'apposito registro istituito presso l'istituto di informatica e telematica del consiglio nazionale delle ricerche di Pisa, ottenendo il blocco del dominio «cgie.it» registrato dalla società in attesa che si giunga ad una soluzione della controversia. In tale contesto, mentre con l'assistenza del Ministero degli affari esteri si stanno valutando le modalità per risolvere il problema, secondo quanto riferito, il Cgie sta considerando la possibilità di costituire un nuovo sito web tramite l'acquisizione di un nuovo dominio, cercando di contenere al massimo i relativi costi nell'ottica di razionalizzazione sopra accennata.
  Allo stesso tempo, per assicurare una diffusa informazione sulle attività del consiglio, tutti i suoi organi tengono in ogni occasione utile, e comunque ogni volta che si riuniscono, conferenze stampa riportate dalle agenzie stampa, in particolare da quelle specializzate sugli italiani all'estero.
  Quanto all'informazione alle nostre comunità all'estero, nonostante le limitazioni di bilancio e le esigenze di razionalizzazione della spesa, la Farnesina ha potuto confermare anche per il 2012 il proprio sostegno, già da molti anni assicurato, alla diffusione presso il pubblico dei connazionali di notizie ed informazioni sull'Italia e sugli italiani all'estero, mediante sottoscrizione di abbonamenti ai notiziari delle maggiori agenzie di stampa operanti nello specifico settore. Tali abbonamenti sono stati destinati ai diversi media in lingua italiana editi all'estero (pubblicazioni stampa quotidiane e periodiche, trasmissioni radiofoniche e televisive) ed ai Comites, per una spesa complessiva di 248.918 euro.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriStaffan de Mistura.


   ZAZZERA e DI PIETRO. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   dopo il crollo della «Schola Armaturarum», del muro nella Casa del Moralista, della Casa del Piccolo Lupanare, del muro di Porta di Nola, il cedimento di un pilastro della Casa di Loreio Tiburtino, della Bottega su via Stabiana e il distacco dell'intonaco di Venere in Conchilia, il 9 settembre 2012 l'area archeologica di Pompei ha subito l'ennesima perdita;
   durante la notte una trave di legno di quattro metri è improvvisamente crollata sul peristilio di Villa dei Misteri, non creando fortunatamente né feriti né vittime vista la chiusura ai visitatori;
   secondo i primi rilevi tecnici, la causa del distacco della trave sarebbe dovuta ad infiltrazioni di acqua, ma le indagini sono ancora in corso;
   ciò che appare davvero sconfortante è il fatto che questa volta non è crollato un reperto storico con secoli e secoli di vita, ma una trave montata una quindicina di anni fa proprio per sostenere le tegole del tetto;
   la struttura dove era allocata la trave infatti, paradossalmente fa parte di un'opera di restauro e di consolidamento;
   ad avviso dell'interrogante, soprattutto alla luce dei numerosi incidenti accaduti dal 2005 ad oggi all'interno degli scavi di Pompei e le denunce di inadempienza contro la soprintendenza, è grave che in quest'area archeologica famosa in tutto il mondo continuino a mancare interventi di manutenzione ordinaria, anche perché tale incuria sta mettendo a repentaglio la sicurezza dei visitatori –:
   per quali ragioni non vi sia un monitoraggio continuo dei beni archeologici di Pompei e quali iniziative il Ministro intenda adottare al fine di garantire la corretta conservazione e manutenzione dell'area. (4-17663)

  Risposta. — In riferimento all'interrogazione in esame, con la quale si chiede per quali ragioni non vi sia un monitoraggio continuo dei beni archeologici di Pompei e quali iniziative questo Ministro intenda adottare per garantire la corretta conservazione e manutenzione dell'area archeologica, anche in relazione al recente crollo di un travetto in legno della copertura moderna del peristilio della Villa dei misteri, si rappresenta quanto segue.
  Allo scopo di assicurare la conservazione delle strutture antiche, dei loro affreschi e dei loro mosaici, si rende indispensabile proteggere tali strutture dalle intemperie con adeguate coperture che, ove possibile, rispettino le fisionomie e volumetrie delle coperture antiche, utilizzando, preferibilmente, i materiali più consoni allo scopo, specie in un parco archeologico come quello di Pompei, che dovrebbe restituire al visitatore l'immagine di una città antica.
  Il peristilio della Villa dei misteri è una struttura antica di cui, già negli anni Trenta, subito dopo lo scavo, è stata ricostruita la parte superiore delle murature, onde consentire il riposizionamento di un tetto moderno che rispettasse, tuttavia, le pendenze e la tipologia del tetto antico. All'epoca della sua ricostruzione, il tetto venne realizzato con travi e travetti in cemento armato che imitavano l'orditura lignea originale, secondo le metodologie allora in voga, su cui venne posato un manto di tegole in terracotta, realizzate come le antiche.
  Nell'autunno del 1973 il tetto del peristilio, gravemente compromesso per infiltrazioni d'acqua che ne avevano deteriorato l'intelaiatura in cemento armato mettendone a rischio la tenuta, venne interamente rifatto, utilizzando il cemento solo per le travi angolari mentre i travetti furono sostituiti con travetti in legno analoghi a quelli antichi e meno pesanti rispetto a quelli in cemento.
  Il travetto caduto la mattina del 9 settembre 2012 è marcito all'estremità inferiore, nella porzione che era inserita nella muratura, come si nota nella parte residua ancora in sito, mentre la parte rimanente risultava ancora in buono stato, nonostante fosse rimasto in opera quasi quarant'anni.
  Sono tuttora in corso operazioni di verifica sugli altri travetti del peristilio, al fine di verificare se vi siano ulteriori danneggiamenti e/o lesioni non visibili dal basso e determinati da qualche fessurazione del manto di tegole superiore che, per sua natura, è direttamente esposto alle intemperie ed agli sbalzi climatici.
  Riguardo, infine, alla necessaria azione di monitoraggio dell'intera area archeologica, si rappresenta che, grazie ai fondi messi a disposizione dalla Comunità europea per il grande progetto Pompei, sarà possibile realizzare un rilevamento analitico dello stato di conservazione delle strutture e degli apparati decorativi e tenere sotto controllo in modo più capillare e diffuso, rispetto a quanto già finora eseguito, l'intero patrimonio archeologico degli scavi.
Il Ministro per i beni e le attività culturaliLorenzo Ornaghi.