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Resoconti stenografici delle indagini conoscitive

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Commissione III
9.
Martedì 11 dicembre 2012
INDICE

Sulla pubblicità dei lavori:

Narducci Franco, Presidente ... 3

INDAGINE CONOSCITIVA SUGLI OBIETTIVI DELLA POLITICA MEDITERRANEA DELL'ITALIA NEI NUOVI EQUILIBRI REGIONALI

Audizione di esperti in materia di politica e società del mondo arabo mediterraneo:

Narducci Franco, Presidente ... 3 10 11 14
Camera D'Afflitto Isabella, Docente di Lingua e Letteratura araba moderna e contemporanea presso l'Università degli studi di Roma «La Sapienza» ... 3 12
Malgieri Gennaro (PdL) ... 10
Pianetta Enrico (PdL) ... 11
Sbailò Ciro, Docente di diritto pubblico comparato presso l'Università degli studi di Enna «Kore» ... 6 13
Sigle dei gruppi parlamentari: Popolo della Libertà: PdL; Partito Democratico: PD; Lega Nord Padania: LNP; Unione di Centro per il Terzo Polo: UdCpTP; Futuro e Libertà per il Terzo Polo: FLpTP; Popolo e Territorio (Noi Sud-Libertà ed Autonomia, Popolari d'Italia Domani-PID, Movimento di Responsabilità Nazionale-MRN, Azione Popolare, Alleanza di Centro-AdC, Intesa Popolare): PT; Italia dei Valori: IdV; Misto: Misto; Misto-Alleanza per l'Italia: Misto-ApI; Misto-Movimento per le Autonomie-Alleati per il Sud: Misto-MpA-Sud; Misto-Liberal Democratici-MAIE: Misto-LD-MAIE; Misto-Minoranze linguistiche: Misto-Min.ling; Misto-Repubblicani-Azionisti: Misto-R-A; Misto-Autonomia Sud - Lega Sud Ausonia - Popoli Sovrani d'Europa: Misto-ASud; Misto-Fareitalia per la Costituente Popolare: Misto-FCP; Misto-Liberali per l'Italia-PLI: Misto-LI-PLI; Misto-Grande Sud-PPA: Misto-G.Sud-PPA; Misto-Iniziativa Liberale: Misto-IL; Misto-Diritti e Libertà: Misto-DL.

COMMISSIONE III
AFFARI ESTERI E COMUNITARI

Resoconto stenografico

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di martedì 11 dicembre 2012


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PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE FRANCO NARDUCCI

La seduta comincia alle 13,05.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso e la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Audizione di esperti in materia di politica e società del mondo arabo mediterraneo.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sugli obiettivi della politica mediterranea dell'Italia nei nuovi equilibri regionali, l'audizione di esperti in materia di politica e società del mondo arabo mediterraneo.
Ringrazio, per la loro presenza, la professoressa Isabella Camera D'Afflitto, docente di lingua e letteratura araba moderna e contemporanea presso l'università «La Sapienza» di Roma, e il professore Ciro Sbailò, docente di diritto pubblico comparato presso l'università «Kore» di Enna. Invece, il professore Renzo Guolo, docente di sociologia dell'Islam all'università di Padova, ha comunicato di non poter prendere parte all'audizione odierna per ragioni di salute.
Invito, quindi, la professoressa Camera D'Afflitto a svolgere la sua relazione.

ISABELLA CAMERA D'AFFLITTO, Docente di Lingua e Letteratura araba moderna e contemporanea presso l'Università degli studi di Roma «La Sapienza». Ringrazio, innanzitutto, il presidente della Commissione per avermi invitata a questa audizione. Ho preso qualche appunto, pensando a quello che avrei potuto dire sulla base della mia ultratrentennale esperienza nei Paesi arabi, da quando ho cominciato a frequentarli da studentessa e poi da docente fino a oggi, per questioni legate ai rapporti interuniversitari.
Come tutti voi, ho seguito le vicende della cosiddetta «primavera araba», cioè di questa rivoluzione che molti consideravano come una grande rivolta compiuta, finalmente, dal mondo arabo. In realtà, come sappiamo e vediamo, essa è soltanto agli inizi, quindi occorreranno molti anni per vedere qualcosa di più compiuto.
So che ci sono stati altri auditi. Tra l'altro, tutta la parte costituzionale verrà affrontata dal professor Sbailò. Comunque, a me sta a cuore segnalare alcuni punti su cui bisognerebbe fare delle riflessioni.
Per esempio, prima di tutto, bisogna insistere sulle differenze tra i vari Paesi arabi e sulle loro peculiarità. Alle volte, mi sembra che le analisi siano molto superficiali proprio perché si confonde un evento tunisino con uno siriano o egiziano. Tuttavia, se apparentemente ci possono essere dei punti in comune, ci sono, invece, delle differenze molto forti all'interno delle società. Questo, però, talvolta, non lo sappiamo, per cui è facile fare delle gaffe proprio per mancanza di conoscenza.
Un altro elemento che mi sembra si debba discutere da parte dell'Occidente, non solo dell'Italia, è l'eccessiva concentrazione sul problema religioso dei Paesi


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arabi, come sei tutti i questi Paesi avessero solo un aspetto religioso. Certo, per esempio, non si può ignorare la storia dei Fratelli mussulmani, che fa parte della storia dell'Egitto; la storia dei movimenti religiosi fa parte delle storie di questi Paesi. Concentrare tutta l'attenzione esclusivamente su questi movimenti, interrogarli, invitarli e conoscerli è stato un bene, ma avremmo dovuto farlo anche per le altre rappresentanze civili che abbiamo involontariamente sempre messo in disparte.
Infatti, la società civile ci accusa del fatto che molti di questi movimenti religiosi integralisti sono cresciuti grazie all'Occidente che, volontariamente o meno, ha facilitato l'ingresso di queste associazioni anche in ambito internazionale.
Insomma, il problema religioso c'è, ma non è l'unica componente delle società arabe da studiare. Esiste anche la componente laica, della quale, però, siamo all'oscuro. Peraltro, la parte laica non è recente perché, se conoscessimo veramente a fondo la storia di questi Paesi, da quella che si chiama la «rinascita» del mondo arabo, alla fine dell'Ottocento, a oggi, vedremmo che c'è stato un movimento di rinascita a partire dall'Egitto, dalla regione siro-libanese e dall'Iraq. Sono tutti movimenti che hanno gettato i semi, per cui oggi queste continuano a essere delle società laiche con dei rappresentanti che hanno esigenze e priorità completamente diverse da quelle religiose. Credo, però, che non ci siano analisi sulle società laiche, per cui si continua a ignorare totalmente questo mondo.
Un altro elemento che bisognerebbe discutere riguarda il ruolo dei cristiani. Queste comunità sono spesso viste come minoranze, cosa che sicuramente sono, che devono essere protette dall'Occidente. Questo, quindi, è un aspetto che va considerato in quanto queste comunità cristiane, soprattutto quelle del vicino Oriente, sono antichissime e sono sempre esistite.
Per esempio, aver paura che, se cade il regime di Assad, i cristiani possano avere dei problemi è solo uno dei pretesti poiché le comunità cristiane, sebbene minoranze, si sono sempre alleate con il governo o il dittatore di turno e hanno avuto dei privilegi. Insomma, fanno parte di una casta che ha avuto favori non solo in campo economico, ma anche in termini di diritti. Specialmente per quello che riguarda la Siria, oggi i cittadini cristiani, con la caduta di Bashar Al Assad, temono di perdere questi privilegi.
Questa è la mia opinione, ma anche quella di molte persone che frequento e seguo sui vari social network, come Facebook e così via. Il problema è che questi cristiani non vogliono perdere questi privilegi. Invece, spesso puntiamo il dito sul conflitto tra religioni. Prima dell'intervento esterno, questo conflitto, però, non esisteva. In queste comunità c'era una convivenza. Non è fantasia, né una storia delle Mille e una notte: la convivenza esisteva ed è stata interrotta nel momento in cui sono arrivati degli elementi esterni. Questo è successo in Iraq, sta capitando in Palestina e potrebbe verificarsi - o sta già capitando - in Siria.
Il caso dell'Egitto è quello, forse, più evidente perché sappiamo che gli attacchi alle chiese copte erano il frutto dei servizi segreti egiziani che, appunto, intendevano dividere la popolazione e mettere l'uno contro l'altro. Questo, sull'Egitto, è stato chiaramente detto.
Ricordo le manifestazioni dei giovani che ancora oggi vanno in giro con la scritta «Noi siamo egiziani», portando il simbolo sia della croce cristiana sia della mezzaluna, per dire, appunto, che non vogliono essere distinti per la religione. Ricordiamo anche che i musulmani hanno fatto il cordone intorno alle chiese per mandare i copti a messa la domenica, proprio per far capire che quello che stava succedendo in Egitto contro copti non era dovuto alla popolazione. Ovviamente, le eccezioni ci sono. I terroristi sono ovunque. Tuttavia, dobbiamo considerare anche questo come fattore politico.
Un'altra parte del mondo laico e sociale che non abbiamo mai preso in considerazione sono le associazioni sindacali, che sono completamente ignorate. Pensiamo


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che in Tunisia Ben Ali, per anni, ha messo in prigione tutti i capi di queste organizzazioni. Non si potevano chiedere riforme perché, se si faceva parte dei sindacati, c'era la prigione o si doveva a scappare in esilio.
Neppure le associazioni femminili sono state prese in considerazione, se non come curiosità, dagli stessi gruppi femministi occidentali, che hanno cercato di prendere contatto con esse, non sapendo, però, che i movimenti femministi in questa regione esistono dalla fine dell'Ottocento o dall'inizio del Novecento. Queste erano, per esempio, le funzioni dei salotti letterari, che raccoglievano tutte queste donne, che, attraverso la letteratura, proponevano delle istanze politiche e nazionaliste molto forti.
Occorre considerare, poi, il mondo dell'arte e l'intellighenzia araba, quindi, il rapporto tra potere e cultura e tra potere e letteratura. In questo mondo la letteratura è più forte di quello che possiamo immaginare. Non da oggi, tutti i giornali hanno una pagina culturale che è diversa dalla nostra. Infatti, da noi vi sono molte considerazioni su fattori sociali e culturali, invece loro danno spazio ai poeti e agli scrittori, con la pubblicazione di poesie, capitoli di romanzi o recensioni di libri importanti.
L'apporto della cultura alla politica è molto forte. Pensate che due recenti ministri marocchini - Ben Salem Himmish, che è stato ministro nel 2010, e Mohammed Achaari, che è stato Ministro alla cultura nel 2005-2006 - sono tra i più importanti romanzieri di tutto il mondo arabo, non solo del Marocco. Quando si parla di romanzieri, non mi riferisco a persone che scrivono romanzi che vengono pubblicati soltanto perché sono ministri. Si tratta di romanzi che ricevono il consenso della comunità culturale di tutto il mondo arabo e premi a livello nazionale e internazionale.
Per esempio, Ben Salem Himmish ha ricevuto il premio Nagib Mahfuz, che è dedicato al premio Nobel egiziano, e Mohammed Achaari ha vinto il Booker Prize per il mondo arabo. Sono, quindi, libri di un'importanza fondamentale, che parlano dell'attualità del Marocco, ma con una dose di fiction ben fatta. Sono, quindi, ministri, ma anche persone di cultura che dedicano il loro tempo alla letteratura.
Qualcuno mi potrà dire che anche noi abbiamo dei deputati che sono poeti. Non voglio entrare nel merito, ma voglio dire che l'approccio è diverso. Quelle sono persone che quando vanno ai convegni di letteratura sono considerati degli scrittori. Insomma, è diverso il modo di considerare questi intellettuali.
Un altro aspetto è che si è lasciata tutta la cultura del mondo arabo solo a beneficio degli ambienti accademici, mentre spesso c'è una vera scollatura tra il sapere dell'accademia, quello dei politici o quello dei diplomatici. Quindi, questo, forse, non è stato sempre un bene.
Inoltre, mi sembra molto importante sottolineare che spesso questi scrittori, in tutte le parti del mondo, sono stati precursori di eventi che poi sono realmente accaduti. Non mi stancherò mai di dire che se avessimo letto il libro A est del Mediterraneo che Abd al-Rahman Munif, scrittore di origine saudita che viveva in Siria, ha scritto negli anni Novanta - tra l'altro, è stato pubblicato in italiano da una piccolissima casa editrice - avremmo scoperto che l'autore denunciava la tortura e tutto quello che stava succedendo in quel Paese, che lui aveva volutamente indicato, misteriosamente, come «Est del Mediterraneo».
La cosa sintomatica è che i siriani non si riconobbero. Infatti, il Ministero della cultura siriano pubblicò questo libro, pensando che, probabilmente, quelle cose succedevano in Iraq. Peraltro, l'Iraq fece la stessa cosa, pensando che il Paese a est del Mediterraneo fosse Israele. Ognuno ha cercato di nascondere la realtà. Tuttavia, la verità è che questo scrittore aveva denunciato quello che stava succedendo in Iraq molto tempo prima che arrivassero gli americani a scoprire che Saddam Hussein era quello che era.
D'altronde, è rimasto in Siria; era considerato apolide perché i siriani non gli hanno mai dato un passaporto. Riuscimmo


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anche a farlo venire a Roma, ma l'incontro coinvolse uno sparuto gruppo di persone in quanto non si riuscì a interessare la gente. A ogni modo, ancora oggi Abd al-Rahman Munif è considerato un paladino della libertà e il suo romanzo ha riportato, nella prima pagina, i primi articoli della Dichiarazione dei diritti dell'uomo.
Ieri era il 10 dicembre, il giorno dedicato ai diritti umani, e, da quello che ho letto su Facebook, i siriani invitavano a considerare i loro diritti umani, ma non solo in questa giornata perché sono 20-30 anni che vivono in queste condizioni. Dicevano: «Tale il padre, tale figlio: dove eravate voi, che oggi soltanto vi accorgete della Siria?». Ecco, su questo, penso che l'Occidente debba fare un esame di coscienza.
Tornando alle rivoluzioni arabe, tutte le persone che leggono l'arabo hanno visto dei manifesti sia a piazza Tahrir in Egitto, sia in Yemen, sia in Tunisia. C'erano questi versi: «Se un giorno il popolo invoca la vita, gli risponde il destino. La notte dovrà dissiparsi. Le catene dovranno spezzarsi». Questi versi sono di un poeta tunisino, Ash-Shabbi, che negli anni Venti li compose pensando al suo Paese, ma anche a quello che succedeva nell'Impero ottomano. È, quindi, un canto contro la tirannia. Peraltro, questi versi sono anche diventati parte dell'inno nazionale tunisino. Ebbene, oggi, i ragazzi a piazza Tahrir invocavano questi versi, come anche nello Yemen, perché il potere della poesia in questi Paesi non ha niente a che vedere con ciò che accade in altri luoghi.
Se vogliamo capire questi mondi, non dobbiamo soltanto interrogarci su cosa dicono gli Imam, ma dobbiamo anche capire che cosa dicono i giovani. Perché la poesia è così potente nel mondo arabo?
Passando da un Paese all'altro, vorrei ricordare un episodio relativo alla grande poetessa palestinese Fadua Toukan, che negli anni Settanta scriveva poesie e infiammava i cuori di tutti i palestinesi. Allora, Moshe Dayan disse di voler incontrare questa poetessa perché i suoi versi erano pericolosi. Quelle poesie, infatti, infiammano i cuori e rimangono anche per anni nella mente dei palestinesi. Per questo, sono molto più pericolosi delle azioni di decine e decine di fedayin perché le azioni delittuose, anche se provocano lutti, si esauriscono con il tempo e si rimarginano, mentre le poesie verranno invocate per anni da tutta la popolazione giovane e non. La prova è che ancora oggi i versi di Fadua Toukan sono invocati in Palestina.
Dobbiamo, quindi, prestare attenzione a questa cultura perché, attraverso di essa, possiamo conoscere molte cose. Ugualmente, dobbiamo prestare attenzione alla società civile, senza pensare che ci troviamo di fronte a una società bigotta, che sicuramente esiste, come esiste, però, quella dei grandi artisti e dei grandi musicisti, di cui non sappiamo nulla. Difatti, non invitiamo da noi un grande musicista arabo.
Concludo con una nota di folklore. Ci sono dei blog tunisini che oggi invocano la libertà. In particolare, c'è una rete che si chiama Je danserai malgré tout. Sono dei giovani ballerini che hanno inaugurato questa nuova forma di resistenza. Ballano per le piazze di Tunisi, in mezzo ai barbuti, per dire che ci sono anche loro. Non vogliono essere chiamati «giovani dei muretti», che non sanno cosa fare, perché vogliono fare qualcosa per il loro Paese, ma sono sempre lasciati soli. Con questo, ho concluso.

CIRO SBAILÒ, Docente di diritto pubblico comparato presso l'Università degli studi di Enna «Kore». Ringrazio il presidente e la Commissione che mi hanno dato l'opportunità di approfondire ulteriormente quello che sta accadendo sull'altra sponda del Mediterraneo. Le considerazioni che farò sono parte della rielaborazione di ricerche che stiamo conducendo con un gruppo di lavoro della nostra università, composto di giuristi e arabisti, sulle trasformazioni costituzionali sull'altra sponda del Mediterraneo, soprattutto nell'area del nord Africa.
In buona sostanza, questo lavoro è di diritto comparato, ambito da cui provengo.


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Tuttavia, vorrei fare, innanzitutto, una precisazione visto che siamo in una sede pubblica. Mi è capitato di leggere sui giornali che c'è stato un colpo di mano in Egitto, per cui è stata reintrodotta la Sharia nella Costituzione, dopo 60 anni di governo laico. Ebbene, non è così perché la Sharia nella Costituzione egiziana c'è dal 1971, cioè da quando c'è la famosa Costituzione permanente di Sadat.
Poi, in riferimento al 1980, i princìpi della Sharia, sono nel secondo articolo della Costituzione. Sadat, infatti, volle introdurre questo principio. Peraltro, le ragioni geopolitiche sono complesse. C'era una fase complicata di avvicinamento all'Occidente e la necessità di riequilibrare su un altro fronte.
Inoltre, c'è anche un altro elemento. Nel mondo islamico, da sempre, è in corso un conflitto tra due diverse prospettive, quella della statalizzazione dell'Islam o quella dell'islamizzazione della società, espressa dalla formula storica «società e religione». I regimi autoritari cercano di statalizzare l'Islam, attraverso anche l'istituto del waqf, che è paragonabile al trust inglese nella common law. Al tempo stesso, però, c'è questa richiesta di democrazia dal basso, che, ovviamente, ha anche istanze molto forti di carattere religioso.
È difficile, quindi, usare paradigmi euroamericani per comprendere quella realtà. Abbiamo molto lavorato sulla comparazione. Per esempio, quando in Egitto hanno adottato modelli di diritto commerciale di common law, abbandonando i vecchi modelli eurocontinentali francesi, questo, in teoria, doveva servire a una certa democratizzazione della società e a uno sviluppo dell'economia, ma è stato uno strumento di enorme sviluppo della corruzione politica. Anche alcune pratiche democratiche di trasparenza, trasportate in quel contesto, sono state utilizzate da Mubarak in senso completamente diverso, cosa che ha contribuito non poco a delegittimare la modellistica costituzionale occidentale agli occhi di una gran parte dei giovani intellettuali egiziani.
La Sharia al vertice delle fonti normative, di per sé, può essere addirittura un elemento di desecolarizzazione dello spazio pubblico. La Corte Costituzionale egiziana, che fu voluta, nella sua forma attuale da Sadat, e successivamente rinforzata, ha per l'appunto utilizzato la fonte sharaitica per desecolarizzare lo spazio pubblico, con i diritti alle donne di accesso alle alte cariche della magistratura e altre norme che riguardano l'uso degli strumenti di polizia. Questo è paradossale, ma non deve stupire più di tanto. Non è questa la sede per approfondire questo aspetto, anche perché molti di voi, probabilmente, conoscono molto bene questo punto.
Vorrei, tuttavia, focalizzare il fatto che non è, in sé, la Sharia nella Costituzione che indica il carattere integralistico. Infatti, la Corte costituzionale utilizza l'articolo 2 per avocare a sé il controllo di costituzionalità, che non spetta alla moschea di Al-Azhar. È proprio sul ruolo di giuristi di Al-Azhar che si gioca il carattere più o meno laico dello spazio pubblico, non sull'articolo 2.
La Corte costituzionale egiziana ha fatto un'operazione simile a quella che ha fatto la Corte costituzionale italiana con il nostro articolo 41. All'inizio della nostra storia repubblicana si pensava di poter applicare direttamente l'articolo 41, mettendo sotto pressione giudiziaria le attività commerciali ed economiche non direttamente finalizzate all'utilità sociale. Poi, la Corte costituzionale, ribadendo il controllo accentrato di costituzionalità e la natura di quella norma, ha evitato questo. Tra gli anni Settanta e Ottanta, Al-Azhar ha cercato di utilizzare l'articolo 2 per far crollare il Codice civile egiziano, ma è stata bloccata dalla Corte costituzionale che ne ha ribadito la centralità.
Tutta questa disquisizione, che può sembrare tecnicistica (anche se non in questo contesto in cui ci si occupa moltissimo di questo aspetto), è per dire che non è facile capire quello che sta accadendo se si usano categorie troppo rigide di secolarizzazione, laicizzazione e religiosità.
La Sharia è in moltissime costituzioni del mondo arabo e islamico, con varie collocazioni.


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In Arabia Saudita, siccome la sovranità è solo di Dio, non ci sarebbe neanche bisogno di inserirla. Comunque, dove non è nella Costituzione, tra i requisiti per essere Capo dello Stato, vi è l'appartenenza alla religione islamica, cosa che non riguarda l'Egitto. In altri casi, si fa un implicito riferimento alle norme sharaitiche per quanto riguarda l'adozione dello statuto personale dei cristiani.
Non c'è stata una grande insistenza dell'Islam popolare tunisino su questo punto perché il problema non è inserire la Sharia, ma mantenere la titolarità del controllo del carattere sharaitico delle norme o, eventualmente, il controllo dell'attività del legislatore da parte della maggioranza del Parlamento. È questa la vera questione.
Noi abbiamo lavorato, con il nostro gruppo, a una teoria su due paradigmi, quella del doppio ciclo politico e costituzionale nel nord Africa. Peraltro, devo ringraziare pubblicamente il professor Augusto Barbera, che mi ha molto incoraggiato verso l'adozione di questo paradigma.
Nel nord Africa siamo alla conclusione di un doppio ciclo politico-istituzionale apertosi all'indomani del crollo del comunismo in Europa. In quella fase, si indebolisce, per certi aspetti, il peso geopolitico di questi Paesi, prima molto consistente per il problema del confronto con il comunismo, e cominciano delle riforme, sulla spinta dell'Occidente, che non è più disposto a tollerare questi regimi autocratici indefinitamente.
Queste riforme possono essere raggruppate nel rafforzamento delle dinamiche tra esecutivo e legislativo, come in Algeria nel 1989 e in Marocco nel 1996; nell'introduzione del rapporto fiduciario tra Parlamento e Governo, che in molti casi non esisteva; nel rafforzamento dell'autonomia della magistratura e introduzione o rafforzamento del sindacato di costituzionalità (sotto questo aspetto è significativa l'ultima riforma fatta in Marocco); nell'introduzione di un moderato pluralismo politico, come in Algeria nel 1989 e nel 1996; nella liberalizzazione economica e nelle riforme sociali a favore delle fasce più deboli, come in Algeria nel 1996, in Egitto nel 2005-2007 e nel Marocco 1996.
Per esempio, in Egitto, viene completamente smantellata la Costituzione socialista. Infatti, tutti riferimenti al socialismo vengono completamente cancellati in questa fase.
Ora, benché fittizie, queste riforme alimentano le istanze di libertà da parte dei giovani. La professoressa Camera D'Afflitto faceva riferimento alla società civile di questo Paese, che è molto vivace e molto attiva. Per quel poco che l'ho conosciuta, posso dire anch'io che è molto attiva e vivace. Non è per niente riducibile agli schemi. Anch'io, peraltro, l'ho conosciuta attraverso gli occhi di uno scrittore, Al-Sharuni, che è un grandissimo autore copto egiziano, la cui amicizia mi onora.
Si affermano, quindi, politiche di questo genere. Dentro questo ciclo, con l'11 settembre si apre un subciclo. Dopo l'11 settembre, infatti, di nuovo l'Occidente ha bisogno dell'appoggio di questi governi per le strategie securitarie adottate all'interno e all'estero, il che, tra l'altro, contribuisce anche a creare disagio negli intellettuali liberali filoccidentali.
Un lavoro del mio illustre collega, professor Frosini, si intitola Lo stato di diritto si è fermato a Guantanamo. È stato molto studiato questo caso e, in particolare, la procedura utilizzata dall'amministrazione americana di derubricare per via amministrativa provvedimenti, di fatto, restrittivi delle libertà personali. Questa è una tecnica, che sottrae il controllo giurisdizionale. Purtroppo, l'Egitto di Mubarak ha adottato uno schema simile e ha avuto la spudoratezza di inserire la violazione dell'habeas corpus dentro la Costituzione. Ha scritto, insomma, una Costituzione anticostituzionale.
A ogni modo, si apre un secondo ciclo. L'Occidente ha di nuovo bisogno di questi Paesi, ma, a questo punto, la situazione è cambiata. Questi Paesi utilizzano strategie costituzionali per rafforzare le posizioni delle classi dominanti. Abbiamo, così, delle riforme in Egitto o in Tunisia che tendono a «eternizzare» il ruolo del capo dello


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Stato o comunque a evitare una vera competizione elettorale, quindi una contendibilità delle cariche, o ancora a preservare i vertici da possibili azioni giudiziarie. Pertanto, abbiamo varie riforme in Egitto, ma soprattutto in Algeria, dove Bouteflika è praticamente «eternizzato».
Intanto, però, il mondo è cambiato. Questo secondo ciclo costituzionale che poi va in crisi, a sua volta, con la primavera araba, ci consente di capire quello che è accaduto, per esempio per quale ragione vi è una ripresa su larga scala dei movimenti islamici popolari, che non sono né quelli integralistici radicali, né quelli moderati, ma è la realtà dell'Islam di massa, di cui la Fratellanza musulmana è espressione molto forte, anche sul piano dell'assistenza sociale, quindi della presenza nelle problematiche relative alla sanità, all'educazione, al recupero dei giovani e così via. In sostanza, si rafforza la presenza di questa sorta di Umma dell'Islam anche nel mondo della finanza e dell'economia in generale.
Dopodiché, abbiamo la congiuntura economica globale che restringe gli spazi di tolleranza nei confronti di questi Paesi da parte dell'Occidente, nonché l'esaurimento del credito politico, militare, strategico e securitario di questi Paesi nei confronti dell'Occidente, anche perché, in parte, per alcune dinamiche che non riepiloghiamo, la minaccia terroristica è implementata, nel bene o nel male, nel sistema.
Essendo implementata nel sistema, attraverso delle strategie costituzionali, negli Stati Uniti e in Europa, l'emergenza terroristica diventa meno utilizzabile da parte di questi Paesi come strumento per il mantenimento di una linea di credito politico, economico e strategico nei confronti dell'Occidente.
Tutto questo è alla base dell'esplosione dell'insoddisfazione che, non a caso, scoppia nel sud della Tunisia e ha per protagonista una gioventù delusa e con aspettative non rispettate di crescita, di mobilità sociale e di emancipazione sociale ed economica.
Credo che il mio tempo si sia esaurito. Tuttavia, vorrei dire che mi sono concentrato soprattutto sul caso egiziano, per diverse ragioni, ma anche perché, per tanti aspetti, questo è un Paese pilota di tutta l'area. Vorrei, quindi, far notare che in Egitto è in atto un conflitto triangolare sbilanciato, come il delta del Nilo, tra i tre attori principali della storia egiziana, che sono i giudici - dei quali ho dovuto constatare che si ignorava l'esistenza tra gli studiosi occidentali, tranne che negli Stati Uniti e da parte di alcuni pochi colleghi - e soprattutto i giudici costituzionali egiziani, la Fratellanza musulmana, cioè l'Islam popolare, e l'élite militare.
Non mi sono dimenticato di piazza Taharir, ma stiamo parlando di quello che si sta svolgendo, in questo momento, ai vertici del sistema egiziano, che cerca anche di portare dalla propria parte i giovani. Questo conflitto si caratterizza, fin dal primo momento, per l'assoluta fluidità delle fonti normative perché il vertice militare ha assunto il potere in base a una autoproclamazione dopo la rivoluzione del 25 gennaio. Ora, questa autoproclamazione, al di fuori di ogni costituzionalità, è diventata la fonte normativa di tutte le autoproclamazioni successive, fino a quella di ieri di Morsi. Infatti, si è aperto un vulnus nel sistema, che prima non c'era perché Mubarak, nonostante tutte le violazioni che ha fatto, aveva mantenuto un quadro formale, ancorché per commettere dei veri e propri crimini contro l'umanità. A ogni modo, attualmente, è questo aspetto a essere pericoloso perché si è creato il precedente della frattura dell'ordine costituzionale, non ricostruito, come si solito accade.
Anche l'Italia, dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, mostra che si può ricostruire l'ordine costituzionale, che è ricostruibile in ogni momento, sia pure nella sua drammaticità. In quel caso, invece, c'è un buco nero, che contiene il rischio che si creino degli arbitri. Questo è il problema. C'è da dire, però, che l'Egitto è un Paese che dispone di una classe dirigente di altissimo livello intellettuale, culturale,


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politico e giuridico, quindi questo fa ben sperare in una gestione razionale della transizione.

PRESIDENTE. Do la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

GENNARO MALGIERI. Vorrei ringraziare la professoressa e il professore per le molte informazioni che ci hanno dato riguardo a quella che viene considerata - giustamente, come ha detto la professoressa - la «cosiddetta primavera araba», attraverso un'ottica culturale e un'altra prevalentemente giuridica.
Condivido tutto quello che è stato detto, ma mi premeva soltanto aggiungere che, per quanto riguarda il Marocco, in particolare, la stragrande maggioranza degli scrittori che oggi suscitano il nostro interesse e vengono pubblicati anche in Italia non hanno niente a che fare con l'establishment marocchino che, pur essendo abbastanza liberale, almeno fino all'emanazione della nuova Costituzione di qualche mese fa, non ha tenuto in grande considerazione gli scrittori e la cultura, a meno che non si rendessero utili alle ragioni di Hassan II. Penso che con Mohammed VI le cose dovrebbero cambiare.
Registro, tuttavia, che gli scrittori marocchini che vanno per la maggiore vivono e operano all'estero. Uno, Tahar Ben Jelloun, è conosciuto molto bene anche in Italia e vive in Francia. Un'altra, di cui sono appassionato lettore - in francese, perché in italiano è stata tradotta poco o niente - è Laila Lalami, che vive a Los Angeles. C'è poi il caso di una scrittrice straordinaria, Malika Oufkir, che, peraltro, ha la mia età, è del 1953. Mi incuriosì quando lessi sul primo libro, La prisonnière, perché era la figlia braccio destro di re Hassan, negli anni Sessanta, poi, quando il padre, un grande generale, tentò un colpo di stato, in qualche maniera modernizzatore delle istituzioni del Marocco, fu costretta, insieme con la sua famiglia, a 24 anni di prigione nel deserto del Sahara. Adesso vive in Francia anche lei.
Tra gli scrittori marocchini più importanti, che hanno una qualche influenza anche in Europa, ricorderei Ahmed Assid e Fatima Mernissi. Quest'ultima è un'attivista del pacifismo, mentre Assid è uno scrittore berbero, quindi abbastanza inviso all'establishment del regime, che si batte per i diritti civili.
Quindi, dire che il Marocco sia una sorta di isola felice, soprattutto per quello che riguarda il rapporto con altri Paesi, come la Tunisia o l'Algeria, dove esistono problemi ben più gravi, è abbastanza impreciso. Ricordo anche che - la professoressa mi può correggere se dico delle sciocchezze - gli scrittori che, in Marocco, hanno preso le parti della causa dei Saharawi sono stati messi in galera o costretti ad espatriare.
Dunque, quella grande letteratura che potrebbe venire dal Marocco, ed in particolare come luogo di elaborazione dall'antica università di Fez - è appena stata costruita un'altra università molto più moderna, bella e grande - che ha prodotto una grande letteratura, oltre una straordinaria visione filosofica ed interpretativa del Corano, non c'è più. Da Fez non muovono più legioni di intellettuali nel Mediterraneo meridionale, come è stato fino al XIX secolo. Sarei, quindi, meno ottimista rispetto alle cose che ho ascoltato questa mattina.
Per quanto riguarda, invece, altri Paesi, potrei dire del Libano dove un grande poeta come Adonis ha la possibilità di scrivere addirittura dei poemi o delle opere di carattere vagamente pornografico - le riterrei erotiche - senza dover subire alcuna fatwa. Resta, comunque, il problema che la letteratura creativa, in particolare in tutto il mondo arabo mediterraneo, è sottoposta a un rigido regime di censura e molto spesso chi trasgredisce è costretto a pagare delle conseguenze.
Per esempio, per venire alle considerazioni che faceva il professore Sbailò, non ha pagato queste conseguenze uno scrittore egiziano, dal quale mi dividono molte cose, soprattutto la concezione politica. Mi riferisco ad Al-Aswani, il quale già quando pubblicò il Palazzo Yacoubian, che è stato


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un grande successo anche in Italia, fu ritenuto - secondo me, impropriamente - il successore del premio Nobel Nagib Mahfuz. Credo, comunque, che si sia trovato in difficoltà nei confronti dell'attuale regime, pur avendo sostenuto la necessità di capovolgere quello precedente di Mubarak.
Detto questo, il professore Sbailò, che è uno studioso di diritto comparato, sa che è evidente che non possiamo considerare il diritto egiziano con le nostre categorie.
Presiedendo la Commissione cultura dell'Assemblea parlamentare dell'Unione per il Mediterraneo, nella primavera scorsa, quando si stabilì di elaborare una Carta dei valori euro-mediterranea e mi sono trovato a dover agire in corpore vili, si sono alzati dei deputati, uno tunisino e due algerini, proprio qui, a Roma, e hanno detto che intendevano restare fedeli alla Sharia perché lo stato di diritto non esiste e non potrebbero mai accettarlo. Allora, mi sono recato a Bruxelles, dove ho avuto un colloquio con il Presidente Schulz, che al momento presiede l'Assemblea parlamentare dell'Unione per il Mediterraneo, il quale ha dovuto prendere atto che questo tentativo è fallito.
Ciò significa che possiamo dialogare e cercare di capire le regioni gli uni degli altri, sperando che gi altri capiscano anche le nostre, ma immaginare che si possano abrogare quasi con un tratto di penna delle differenze sostanziali dal punto di vista culturale credo sia un'offesa che si reca all'intelligenza del mondo che è a noi vicino, nonché un segno di dabbenaggine da parte nostra.
Termino con un ricordo personale. Il grande Imam di Al-Azhar, Tantawi, un anno e mezzo prima che morisse, alla Mecca, mi disse che non c'è scritto in nessuna parte del Corano che le donne debbano indossare il velo, cosa verissima. Allora, il problema è tutto nell'interpretazione del Corano. Quindi, anche questa interpretazione dalla Sharia è molto soggettiva. In Egitto, in particolare, la Sharia si confonde con l'antico diritto faraonico, a cui hanno fatto riferimento, anche prima di Nasser e prima che i partiti Baath, socialisti e laici, prendessero il potere in tutto il Medioriente.
Credo che anche queste commistioni tra l'antico e il moderno nel mondo arabo mediterraneo debbano essere tenute in considerazione, nel momento in cui si esprimono delle valutazioni a proposito del dialogo, dell'accoglienza e della capacità di interloquire con l'altro da noi, che è sicuramente un soggetto interessante, ma certamente non assimilabile.

ENRICO PIANETTA. Vorrei fare due domande, una al professore e una alla professoressa, per un approfondimento.
Il professore ha chiuso il suo intervento, facendo riferimento al conflitto fra i tre attori, i giudici, la Fratellanza musulmana e le élite militari. Ecco, come vede l'evoluzione di questi rapporti? Questo mi sembra un fatto rilevante proprio perché l'Egitto è un soggetto estremamente importante nell'economia generale di quell'area.
Passando alla domanda di approfondimento per la professoressa, lei sottolinea il fatto che la componente religiosa non è l'elemento fondamentale per capire perché ci sono diversi aspetti da considerare, come del resto è comprensibile. Secondo me, lei ha fatto bene a focalizzare tutta la parte sociale e quella del mondo artistico, culturale e quant'altro.
Sapevamo che in Siria la comunità cristiana riceveva protezione da Assad. Questo crea indubbiamente dei disagi nei rapporti con il mondo occidentale ed europeo. Vorrei, quindi, un maggiore approfondimento su questo.
Quando lo scrittore da lei citato - l'autore di A est del Mediterraneo - ci chiede dove eravamo, dobbiamo ammettere che le uccisioni del proprio popolo da parte degli Assad erano note. Comunque, in tutto questo, vorrei capire come può avvenire l'evoluzione della comunità cristiana, proprio in ragione del fatto che è sostenuta e privilegiata.

PRESIDENTE. Do la parola agli auditi per una breve replica.


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ISABELLA CAMERA D'AFFLITTO, Docente di Lingua e Letteratura araba moderna e contemporanea presso l'Università degli studi di Roma «La Sapienza». La cultura araba dell'onorevole Malgieri è veramente notevole. Non è da tutti conoscerla così approfonditamente. Tuttavia, si riferisce a un mondo francofono che non è quello a cui mi riferivo. Lei si riferisce al mondo delle élite. In Marocco, la gente che manifesta per la strada non sa neanche chi è Tahar Ben Jelloun o Fatima Mernissi. Stiamo parlando di un mondo diverso, quello dei giovani della strada e della gente che vive lì.
La gente che sta in Marocco sa chi è Shabbi e chi è Munif, che sta in Siria, ma non conosce Tahar Ben Jelloun. Parliamo - ripeto - di mondi diversi. Gli scrittori che sono arrivati a noi ci hanno portato alla conoscenza dei loro Paesi. Probabilmente, però, non è quella reale, malgrado siano tutti scrittori che hanno avuto i loro trascorsi in prigione. Pensiamo a Laabi, che oggi sta in Francia. Ecco, vedo che la sua conoscenza è veramente notevole. Tuttavia, mi riferivo a un altro punto di vista, cioè all'esigenza di conoscere e ridare spazio agli altri, ovvero a questa società emergente e ai giovani.
Per quello che riguarda i cristiani, voglio solo fare una piccola annotazione. Da anni insegno in vari master internazionali o dottorati. Spesso, quindi, vengono persone già laureate, che sanno già molto. Ciò nonostante, quando si parla della cristianità, c'è sempre una mistificazione incredibile. Ormai, anche per capire con chi ho a che fare, rivolgo sempre una domanda ai dottorandi o allievi di questi master. L'ultima occasione è stata a Venezia, meno di una settimana fa. Chiedo se esistono chiese nel mondo arabo. Ebbene, la maggior parte dice che non esistono o che sono pochissime. Ecco, noi italiani non conosciamo la realtà di questi Paesi e non facciamo niente per conoscerla. Insomma, abbiamo i paraocchi.
Se poi, si dice che a Tunisi c'è la cattedrale; ad Algeri la chiesa di Nôtre Dame d'Afrique, rispondono che questa è l'eredità coloniale. Al Cairo, dall'aeroporto al centro, ci sono molte chiese copte. Una volta le ho contate: sono 27 da una parte e 32 dall'altra. A Damasco si sentono muezzin da una parte e campane dall'altra. Lo stesso accade a Baghdad.
Se parliamo, poi, degli Stati teocratici come l'Iran, non conoscete la comunità armena, i diritti che ha e non sapete come sono trattati cristiani? Sono stata a Teheran, nelle chiese armene che sono, peraltro, un gioiello di architettura per i mosaici e quant'altro. Ho visto chiese anche in Kuwait. Solo in Arabia Saudita non esistono chiese. Questo, però, è un problema di quel Paese. Pertanto, non si può generalizzare.
Non conosciamo la situazione dei cristiani. Per tutto quello che riguarda questo argomento, siamo sempre sulla difensiva, pensando ai poveri cristiani che sono in mano ai musulmani. Non voglio passare per una filomusulmana, perché non sarebbe proprio il caso, visto che non lo sono, ma conosco la realtà di questi Paesi.
Non direi che la Siria protegge i cristiani. Non userei questo termine. Assad dà dei privilegi a questa comunità. È una casta e, come tale, ha dei privilegi. Per esempio, hanno dei posti oppure i figli hanno possono comprare più velocemente la macchina. Sono stata in Siria negli anni Novanta e comprare una semplice macchina o avere la patente era difficilissimo. Spesso, si aveva la patente, ma non si poteva comprare la macchina. Invece, chi è cristiano fa prima. È tutto più facile.
Se fossi in Siria, neppure io, forse, vorrei perdere questi privilegi e avrei paura dell'arrivo dei musulmani e dei barbuti. Prima di Assad, però, che cosa facevano? I cristiani c'erano e continueranno a esserci.
A prescindere dai problemi nella Costituzione, come vediamo in Egitto, interroghiamoci, invece, su chi sta appoggiando oggi i ribelli di quella che è nata come una ribellione nazionale, da parte di persone che non ne potevano più di sottostare a questi regimi sanguinolenti siriani. Oggi, lo stesso regime di Assad ha aperto le porte agli afgani e a tutti i jihadisti del mondo arabo e islamico, che non sanno neppure


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dove stanno andando. Alcuni, quando sono interrogati, non sanno neanche dove si trovano.

CIRO SBAILÒ, Docente di diritto pubblico comparato presso l'Università degli studi di Enna «Kore». Innanzitutto, rivolgo un pensiero a Nôtre Dame d'Afrique, ad Algeri, perché è la chiesa dalla quale si parte per le missioni nel mondo islamico.
In primo luogo, mi riaggancio a quanto è stato detto dalla professoressa. Il problema dei cristiani va impostato in maniera obiettiva. Uno dei punti della nuova proposta di Costituzione egiziana riguarda proprio il ruolo di cristiani, riconosciuti come comunità (umma), secondo il criterio comunitaristico islamico, insieme agli ebrei. Di questo si parla espressamente e, in un punto, si usa anche la parola «chiesa». Certo, è una visione comunitaristica e non individualistica di diritti. Infatti, è un'altra sintassi giuridica rispetto alla nostra.
Inoltre, il passato giuridico di questi Paesi gioca un ruolo importantissimo. Noi tendiamo a ricostruire i sistemi giuridici di questi Paesi partendo da categorie europee, quindi come sottoprodotti della cultura giuridico europea. Non voglio fare pubblicità al lavoro che stiamo facendo all'università, ma cerchiamo proprio di ricostruire questo elemento, cioè di comprendere il diritto di questi Paesi come ricostruibile con categorie giuridiche europee, ma non classificabile come un sottoprodotto dell'esperienza giuridico europea. Ricostruire giuridicamente e classificare sono, quindi, due cose diverse.
L'onorevole Pianetta mi poneva la questione, effettivamente cruciale, del rapporto tra militari, Fratellanza musulmana e giudici costituzionali. Questo è un rapporto da sempre complesso per chi conosce la storia dell'Egitto, da quando Nasser fece impiccare il leader dei Fratelli musulmani, sebbene lui stesso avesse un passato islamico importante. Bisogna tenere in considerazione che l'elemento islamico è trasversale a queste tre identità. Non ci troviamo di fronte a una casta militare laica, ma ci sono esperienze pregresse di carattere islamico.
C'è una componente laica nei vertici, ma resta una comune appartenenza che può portare un leader militare a offrire a un esponente dei Fratelli musulmani il Ministero dell'istruzione, come è accaduto. C'è - ripeto - una comune appartenenza, che ha sviluppi e sfumature diverse.
Questa comune appartenenza riguarda soprattutto le seconde e terze file dei militari, più che le prime. Basta guardare, in qualche ricevimento, le signore che accompagnano gli ufficiali. Quelle che siedono in prima, seconda e terza fila hanno un abbigliamento che varia sulla base del grado. Più è alto il grado, più occidentale è l'abbigliamento. Già questo ce la dice lunga.
I militari hanno provato più volte a ribadire il proprio potere e così anche i giudici, spesso in conflitto tra di loro, ma non ultimamente. Si tenga presente che i giudici si considerano i veri custodi dell'identità egiziana, infatti durante la dominazione straniera erano l'unica parte della classe dirigente egiziana autoctona. Inoltre, il ruolo del giudice appartiene alla cultura sunnita; è una mentalità, una predisposizione culturale.
Attualmente, c'è una convergenza obiettiva tra giudici e militari, che sta facendo scorrere all'indietro questo processo costituente avviatosi con il Presidente Morsi, eletto con un voto libero, per gli standard ai quali ci aveva abituato Mubarak. Quindi, c'è un succedersi di decreti e controdecreti che hanno il loro fondamento giuridico in questo processo.
Ora, con l'ultimo, il Presidente Morsi mantiene la data del referendum costituzionale, ma afferma che, nel caso il referendum bocci la Costituzione, sia andrà a un nuovo testo costituzionale. Sembra quasi una exit strategy, ma non saprei dirlo con certezza. Ricordo solamente che all'inizio i militari insistevano perché l'Assemblea costituente fosse nominata parallelamente rispetto al Parlamento, mentre i


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Fratelli musulmani lottarono e ottennero che l'Assemblea fosse eletta dal Parlamento da essi stessi dominato.
Conoscendo un po' la storia dell'Egitto, l'ipotesi che si potrebbe fare - dal punto di vista del positive thinking - è che si vada verso un accordo sulla piattaforma di distribuzione dei poteri, peraltro preparato con la riforma costituzionale di Mubarak nel 2007, e confermato adesso, in cui si dava maggiore potere al Presidente del consiglio e autonomia di bilancio per i militari, che sarà un passaggio decisivo.
In conclusione, suggerirei di rivedere le strategie costituzionali dei gruppi militari in Portogallo nel 1976, messe in atto per lavorare alla transizione successiva. Credo che l'élite militare egiziana studi anche diritto comparato. Almeno, così mi pare di vedere dalle loro mosse.

PRESIDENTE. Nel ringraziare nuovamente la professoressa Camera D'Afflitto e il professore Sbailò, dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 14,05.

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