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Resoconti stenografici delle indagini conoscitive

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Commissione III
10.
Mercoledì 18 febbraio 2009
INDICE

Sulla pubblicità dei lavori:

Colombo Furio, Presidente ... 2

INDAGINE CONOSCITIVA SULLE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI NEL MONDO

Audizione di rappresentanti di ONG del popolo saharawi:

Colombo Furio, Presidente ... 2 6 7 8 9
Ardesi Luciano, Presidente dell'Associazione solidarietà con il popolo saharawi ... 7
Corsini Paolo (PD) ... 8
Haidar Aminatu, Presidente del Collettivo dei difensori dei diritti umani nel Sahara occidentale (CODESA) ... 2
Mahafud Fatima, Rappresentante del Fronte Polisario in Italia ... 8
Mih Omar, Rappresentante del Fronte Polisario in Italia ... 6
Sbai Souad (PdL) ... 9

ALLEGATO. Testo integrale dell'intervento consegnato dall'onorevole Souad Sbai ... 11
Sigle dei gruppi parlamentari: Popolo della Libertà: PdL; Partito Democratico: PD; Lega Nord Padania: LNP; Unione di Centro: UdC; Italia dei Valori: IdV; Misto: Misto; Misto-Movimento per l'Autonomia: Misto-MpA; Misto-Minoranze linguistiche: Misto-Min.ling.; Misto-Liberal Democratici-Repubblicani: Misto-LD-R.

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COMMISSIONE III
AFFARI ESTERI E COMUNITARI
Comitato permanente sui diritti umani

Resoconto stenografico

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di mercoledì 18 febbraio 2009


Pag. 2

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DEL COMITATO FURIO COLOMBO

La seduta comincia alle 15,05.

(Il Comitato approva il processo verbale della seduta precedente).

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Audizione di rappresentanti di ONG del popolo saharawi.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulle violazioni dei diritti umani nel mondo, l'audizione di rappresentanti di ONG del popolo saharawi.
Do il benvenuto ad Aminatu Haidar, presidente del Collettivo dei difensori dei diritti umani nel Sahara Occidentale (CODESA); a Omar Mih, rappresentante del Fronte Polisario in Italia; e a Fatima Mahafud, rappresentante del Fronte Polisario in Italia.
Sono inoltre presenti Luciano Ardesi, presidente dell'Associazione nazionale di solidarietà con il popolo saharawi, e Marisa Rodano.
Do ora la parola agli auditi, a cominciare dalla signora Haidar, il cui il percorso di vita, come abbiamo visto nella sua biografia, non è stato facile: siamo estremamente interessati ad ascoltare la sua testimonianza.

AMINATU HAIDAR, Presidente del CODESA. Buongiorno, presidente e onorevoli deputati. Ringrazio tutti voi per aver accettato di ricevermi qui oggi per esporvi la gravità drammatica della situazione dei diritti umani nel territorio saharawi, occupato illegalmente dal Marocco.
Io sono una ex scomparsa: ho passato quattro anni nelle prigioni segrete, in una pessima situazione, con gli occhi bendati, subendo torture di ogni sorta, fisiche e psichiche. Sono stata rapita alla vigilia dell'arrivo di una missione dell'ONU a El Ayoun, alla giovane età di vent'anni. In quei quattro anni non ho subito alcun processo, né alcuna condanna. La mia famiglia ignorava la mia sorte e non poteva neanche chiedere notizie sul mio conto.
Il mio non è un caso isolato, perché ero con un gruppo di sessantaquattro persone, di cui dieci donne, tra le quali anche Djimi El Ghalia, che doveva essere oggi con noi ma che, per motivi di salute, è dovuta andare in Spagna a curarsi.
Siamo stati liberati nel 1991, con un altro gruppo - il cosiddetto «gruppo di Magouna» - con cui abbiamo trascorso sedici anni nei carceri segreti di Kalaat-Maggouna e Agdez in Marocco.
Anche dopo essere stata liberata, sono sempre stata oggetto di intimidazioni, provocazioni, umiliazioni, convocazioni della polizia e sono stata privata di tutti i miei diritti: dal 1991 non ho mai avuto diritto ad un passaporto, che mi è stato confiscato fino al 2005. Nel 1995-1996 io e un gruppo di reduci dalle carceri segrete abbiamo deciso di far conoscere le gravi e flagranti violazioni commesse dallo Stato


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marocchino contro le popolazioni civili saharawi.
Sono stati commessi veri e propri crimini contro l'umanità: bombardamenti con il napalm e il fosforo bianco; persone gettate vive dagli elicotteri; persone sepolte vive in fosse comuni; per non parlare delle scomparse forzate che hanno colpito tutti i ceti sociali saharawi, senza risparmiare né donne, né uomini, né anziani e nemmeno i mullah.
Non è stato facile infrangere questo muro di silenzio, perché sull'intero territorio vigeva un sistema di sorveglianza militare e sui mezzi d'informazione capillare. È stato necessario andare fino a Rabat, Agadir o Casablanca per contattare le ONG internazionali, perché nel territorio saharawi occupato, fino al 2003, non c'erano possibilità di collegamento internazionale, neanche via internet.
L'abbiamo fatto grazie ai nostri contatti, soprattutto con Amnesty International e con la Maison des Droits de l'Homme (MDH) - l'organizzazione per i diritti umani che ci ha aiutato a contattare Amnesty e che ringrazio molto - l'unica associazione marocchina che denuncia le violazioni dei diritti umani e sostiene la popolazione saharawi, perché è un'associazione neutrale, non strumentalizzata come altre ONG.
Come difensori dei diritti dell'uomo, ci siamo nuovamente trovati a subire intimidazioni. Per contrastare il nostro lavoro e il nostro attivismo, le autorità marocchine sono ricorse a varie pratiche intimidatorie come, ad esempio, il trasferimento abusivo dei difensori saharawi verso città marocchine - cito alcuni casi, come quelli di Mohamed El Moutaouakil, Abdem Attaunate e Mahmoud Leham: gli ultimi due stati costretti abusivamente al soggiorno obbligato a Casablanca - il blocco dello stipendio, l'espulsione abusiva dei difensori dei diritti dell'uomo dai loro posti di lavoro, come nei casi di Harissa Mouftama e Ahmed Hammad
Anche il mio stipendio è bloccato dal 2005, e questo perché - non ci crederete - ho insistito per celebrare, prima e ultima volta in cui è accaduto, la giornata internazionale della donna: un diritto legittimo di cui godono tutte le donne del mondo. Siccome io ho insistito per celebrare questa giornata mondiale, il mio salario è stato bloccato, da allora fino ad oggi.
Il 17 giugno 2005 sono stata percossa e torturata in pubblico, per la strada, in occasione di una manifestazione organizzata dalle donne degli scomparsi saharawi: ancora oggi, infatti, ignoriamo la sorte di più di 500 saharawi scomparsi dal 1976 ad oggi. Erano presenti le loro famiglie, che rivendicavano la liberazione dei rispettivi figli e genitori, arrestati durante l'intifada.
L'intifada è stata una sommossa popolare scoppiata il 21 maggio 2005, proprio per rivendicare il rispetto dell'autodeterminazione del popolo saharawi. Badate, si è trattato di manifestazioni pacifiche, nonviolente!
Io, come difensore dei diritti dell'uomo, come altri miei pari, ho partecipato a quelle manifestazioni per sostenerle, ma anche per raccogliere informazioni da diramare, poi, alle ONG internazionali. Non appena giunta nel luogo in cui la manifestazione era prevista, la polizia è intervenuta nei miei confronti e mi ha torturata, come vedete in questa foto. Altri difensori dei diritti umani mi hanno fotografata prima di portarmi in ospedale. Come vedete, ho dodici punti di sutura sul cranio, tre fratture alle costole e una frattura della clavicola.
Il signore che vedete in questa foto si chiama Ahmed Hammad ed è anch'egli un difensore dei diritti dell'uomo: siccome mi ha portato all'ospedale, anche lui è stato torturato. Solo perché mi aveva portato in ospedale!
La polizia marocchina, purtroppo, riceve direttive severe da Rabat, per intervenire contro i dimostranti che, invece, manifestano in modo pacifico.
In quella circostanza, ho trascorso tre giorni al commissariato di polizia marocchina, sottoposta a interrogatori diuturni, in una bruttissima situazione. L'interrogatorio ha riguardato il mio atteggiamento sulla questione del Sahara occidentale e i miei rapporti con i difensori dei diritti


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umani, con le associazioni di sostegno al popolo saharawi in Italia, in Francia e in Spagna.
Io non ho niente da nascondere, naturalmente, perché non lavoro nella clandestinità, ma pubblicamente: questo è il mio atteggiamento, come ho detto loro e come dico sempre, anche alla stampa marocchina. Sono stata sincera anche con la polizia, dunque, ma purtroppo hanno falsificato il processo verbale. Davanti al giudice istruttore, il terzo giorno, mi sono trovata, stupita, davanti a un dossier falsificato, non firmato da me - io ho protestato - sulla base del quale, davanti ai miei difensori, il giudice istruttore ha avviato la pratica e ha spiccato un mandato di arresto.
Ho così scontato sette mesi di reclusione nel carcere di El Ayoun, una prigione nera, nella quale io ed ad altri difensori dei diritti dell'uomo e detenuti politici - all'epoca eravamo trentasette, sette dei quali difensori dei diritti umani - abbiamo cominciato uno sciopero della fame per protestare contro quella deplorevole situazione. Queste foto mostrano che quella è davvero una prigione nera, una galera: ecco la situazione in cui vivevamo e in cui vivono tuttora i prigionieri politici saharawi.
Ventiquattro ore prima della mia liberazione, hanno costretto la mia famiglia a lasciare l'abitazione. Sono stati costretti ad accogliermi in mezzo al deserto, a 35 chilometri da El Ayoun, per evitare l'arrivo della popolazione a casa mia.
Il giorno della mia liberazione hanno circondato la zona, la mia famiglia ha dovuto allestire delle tende per ricevere i parenti e gli amici e purtroppo, quello stesso giorno, mia figlia, che aveva undici anni, invece di essere contenta della mia libertà, era spaventata, perché è stata interrogata dai gendarmi marocchini. È incredibile che una bambina di undici anni venga interrogata dalla polizia.
In generale, la situazione è drammatica. Tutti i nostri diritti elementari sono calpestati: non abbiamo il diritto di costituire associazioni, di riunirci, di circolare liberamente, né abbiamo il diritto alla libertà di espressione.
Io sono presidente di una ONG chiamata Collettivo dei difensori saharawi dei diritti dell'uomo (CODESA), che non è autorizzata. Il 7 ottobre 2007 abbiamo chiesto alle autorità marocchine l'autorizzazione a tenere il nostro congresso costitutivo come ONG, ma ce l'hanno negata.
Lo stesso è accaduto all'associazione ASVDH (Association sahraouie des victimes de violations graves de droits de l'homme), di cui è vicepresidente Djimi El Ghalia: anche quell'associazione non è autorizzata e, pur avendo fatto ricorso presso il tribunale amministrativo di Agadir, a tutt'oggi non ha alcun diritto a riunirsi. Ogni associazione che osi dire la verità e che sfidi la tesi ufficiale dello Stato marocchino, non avrà mai l'autorizzazione a costituirsi.
Le scuole e i licei, inoltre, sono stati purtroppo trasformati in caserme e gli allievi vengono repressi e perseguitati all'interno delle scuole, che sono circondate dai militari e dalla polizia, la cui presenza in questi istituti è praticamente permanente. Ho delle foto che lo dimostrano: qui vedete i poliziotti in mezzo agli alunni. Questa foto conferma quanto sto dicendo: raffigura un camion di militari. Comunque, ne ho molte altre. Ho portato con me qualche esempio per confermare le mie parole.
Anche i bambini sono continuamente umiliati e intimiditi, purtroppo anche dai maestri e dai professori. Ad esempio, mia figlia stessa, in ottobre, è stata umiliata dal suo professore, il quale le ha detto che sua madre va all'estero perché la lotteria le paga i viaggi. L'ha detto davanti a tutti gli altri alunni, a una quattordicenne! Anche mio figlio viene sempre provocato, gli si impone di cantare l'inno marocchino e prende zero perché si rifiuta di farlo. Questo capita a tutti i bambini, a tutti gli alunni.
Le università marocchine rappresentano un altro dramma. Gli studenti saharawi, per portare avanti i loro studi universitari, sono costretti ad andare ad Agadir,


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Marrakech, Casablanca, Fes e Rabat, quindi città marocchine, perché il Marocco non ha aperto alcuna università nel Sahara occidentale, nonostante si sia arrivati al trentatreesimo anno di occupazione marocchina. È una strategia pesante per allontanare i giovani dal territorio, colpendo così l'identità saharawi.
Nelle università marocchine, purtroppo, gli studenti subiscono la repressione e anche la discriminazione. La polizia forma delle milizie armate contro gli studenti saharawi. Ho qui una foto di una giovane saharawi, Sultana Khaya, che ha perso l'occhio destro a causa delle torture e della repressione della polizia marocchina. Ora è in Spagna, dove gli hanno impiantato un occhio artificiale.
Un altro giovane di ventidue anni, Lwali Quadimi, ora paraplegico, è all'ospedale di Cordoba, in Spagna, dove i medici gli hanno detto che non ci sono più speranze. Altri due giovani sono stati assassinati il primo dicembre da un autobus che li ha travolti: io attribuisco la responsabilità di questo crimine alla polizia marocchina, che ha dato istruzioni per perpetrarlo. Si chiamavano Hossein Alkteyif e Baba Khaya.
La nostra situazione è drammatica. Dal 2005 fino al 27 gennaio scorso, quando ha visto la repressione, la delegazione ad hoc del Parlamento europeo per il Sahara occidentale non ha potuto visitare i territori occupati.
Mentre questa delegazione ad hoc era presente, ci è stato impedito di recarci personalmente - è capitato proprio a me - all'hotel Parador, dove risiedeva. Anche se ho telefonato al presidente della delegazione, la polizia mi ha fermato, mi ha umiliato e dopo quaranta minuti la delegazione è stata costretta a uscire dall'hotel per protestare. Il loro primo incontro avrebbe dovuto essere con me. La delegazione, comunque, ha visto i segni delle torture sul corpo dei difensori dei diritti umani.
La tortura ha cambiato marcia. Pensate che la polizia ha torturato anche delle donne anziane. La cosa peggiore, però, è stato spruzzare prodotti infiammabili su dei giovani, per poi appiccare il fuoco.
L'unico nostro crimine, signor presidente e onorevoli deputati, è quello di dire sì all'autodeterminazione, che è un diritto fondamentale e fondante delle Nazioni Unite. Noi non siamo violenti, né criminali: quello all'autodeterminazione è un nostro diritto, difeso anche dall'ONU e dal Consiglio di sicurezza.
Il conflitto del Sahara occidentale ha danneggiato entrambi i popoli, quello saharawi e quello marocchino, che io rispetto molto. Noi saharawi non siamo contro il popolo marocchino, non lo odiamo: per noi è un popolo fratello.
Con il regime marocchino, però, abbiamo un problema di decolonizzazione. Speriamo che il popolo marocchino, un giorno, capisca che si tratta di una questione di decolonizzazione e aiuti il popolo saharawi, che è un popolo fratello.
Non si è mai registrato un caso di uccisione di un marocchino, né mai abbiamo trattato male i nostri vicini: abbiamo ottimi rapporti con i coloni marocchini che si trovano nei territori occupati.
Prima di giungere ad una soluzione politica del conflitto del Sahara occidentale, però, bisogna - e ve ne prego - chiedere conto al Marocco o premere sulle autorità marocchine, affinché rispettino i diritti umani elementari della popolazione civile.
L'ACNUR, nel corso della visita compiuta nel 2006, ha confermato l'esistenza delle violazioni ed ha affermato che tutte queste violazioni sono strettamente connesse alla negazione di un diritto legittimo che, lo ripeto, è il diritto all'autodeterminazione.
Le raccomandazioni delle Nazioni Unite sono importanti. Tra esse, per me, la più importante è quella inerente l'ampliamento delle competenze della forza MINURSO, in modo che essa possa promuovere e proteggere i diritti umani nei territori occupati.
Questa è, infatti, l'unica missione ONU priva di questo compito e io, come difensore


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dei diritti dell'uomo, ribadisco che deve esserci un meccanismo di tutela dei diritti umani nei territori occupati.
Come tutti i difensori dei diritti umani, ho paura - e lo affermo qui - che i giovani, fino ad oggi rimasti pacifici, diventino un'ulteriore generazione violenta, perché la repressione quotidiana contro questi giovani - che attraverso la televisione e via internet vedono la violenza e il terrorismo diffusi nel mondo - potrebbe farli diventare violenti. Dovete aiutarci, quindi, a mantenere nonviolenta la nostra resistenza.
Mi scuso di essermi dilungata, ho cercato di essere breve. Grazie. Lascio ora a voi la possibilità di fare delle domande.

PRESIDENTE. Ringrazio la signora Haidar per la chiarezza, l'efficacia e l'evidenza con cui ha voluto condurre il suo intervento, che è stato estremamente utile e illuminante per noi.
Tale intervento rimarrà agli atti di questo Comitato e, quindi, ci aiuterà ad orientare le azioni che, nei limiti della nostra attività, saremo in grado di fare, sia in termini di iniziative parlamentari, sia in termini di pressione sul Governo, affinché esso si faccia titolare di un impegno su questo tema.

OMAR MIH, Rappresentante del Fronte Polisario in Italia. Vorrei lanciare un allarme. La signora Aminatu Haidar ha reso testimonianza della situazione drammatica dei diritti umani nei territori occupati del Sahara occidentale.
Questo non lo diciamo solo noi saharawi, attivisti o rappresentanti del movimento Polisario: ci sono altre testimonianze in proposito, la più recente delle quali è l'ultimo rapporto dell'organizzazione Human Rights Watch sulla violazione continua e drammatica dei diritti umani nei territori del Sahara occidentale. Due anni prima l'aveva già documentata l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.
È in corso un processo politico per risolvere questo problema di decolonizzazione. Le Nazioni Unite sono presenti sul territorio dal 1991: è ormai una delle più vecchie missioni ONU.
La nostra richiesta è chiara. Noi abbiamo rinunciato alla guerra e l'abbiamo fatto nel lontano 1991: siamo un movimento di liberazione, una popolazione pacifica che non ha mai fatto ricorso al terrorismo come strumento per far conoscere la propria causa.
Vogliamo solo quanto abbiamo concordato con i nostri avversari, ossia con lo stesso Governo del Marocco. Non abbiamo fatto un accordo segreto, ma pubblicamente e insieme.
Nel 1991 le Nazioni Unite ci hanno invitato a sederci al tavolo di negoziato per chiederci se fossimo disposti a risolvere questo conflitto attraverso un referendum. Noi ne siamo stati molto contenti. L'abbiamo accettato, come ha fatto il Marocco stesso. Purtroppo, diciotto anni dopo, l'impegno preso dalle autorità del Marocco non è ancora stato mantenuto.
Ebbene, la nostra domanda è chiara: c'è un piano? C'è un quadro legale? C'è una linea? Si può risolvere questo conflitto? Questo è quello che vogliamo, però ci preoccupa moltissimo - questo sì - che, fino a che si arriverà alla soluzione politica di questo conflitto, vengano almeno rispettati i diritti umani.
Ci preoccupa moltissimo, inoltre, che l'Unione europea - un grande partner del Marocco - su questo piano non intervenga e non faccia niente. Noi pensiamo che l'Unione europea abbia degli strumenti per farlo, perché è legata al Marocco con un accordo di associazione, che lo obbliga - il Marocco stesso si è impegnato a farlo: nessuno l'ha obbligato - a rispettare i diritti umani nel territorio del Sahara occidentale.
Le chiedo due cose molto chiare, signor presidente. Bisogna innanzitutto intervenire affinché questa missione delle Nazioni Unite sul territorio, che è l'unica missione delle Nazioni Unite che non ha un mandato per controllare il rispetto dei diritti umani, possa avere questo compito. Inviterei inoltre il Comitato dei diritti umani della Camera a recarsi sul territorio, ad andare a trovare gli attivisti, per


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vedere che cosa fa il Marocco nel territorio del Sahara occidentale. Queste sono le nostre due richieste.
Penso che sia molto importante che l'Italia, un grande Paese del Mediterraneo, possa aiutare la soluzione di questo conflitto. Sono passati trentacinque anni da quando esso è iniziato ed ora vogliamo la sua soluzione.
È nell'interesse dei Paesi del Maghreb e dell'Europa che si risolva l'ultima questione della decolonizzazione; siamo convinti che ciò aprirebbe la strada all'unione del Maghreb e ad una migliore comprensione e ad un miglior dialogo tra l'Unione europea e i Paesi del Maghreb.
Bisogna risolvere la questione del Sahara occidentale. Il Polisario è disposto a recarsi sul posto un'altra volta, oggi. L'inviato personale del signor Segretario generale è in Marocco, per incontrare le autorità marocchine. Il prossimo 21 febbraio andrà a incontrare le autorità saharawi e allargherà questa sua missione ai Paesi confinanti, anche in Europa.
Abbiamo la possibilità, se c'è la volontà politica dei nostri avversari del Marocco, di risolvere la questione attraverso un referendum di autodeterminazione. Grazie.

LUCIANO ARDESI, Presidente dell'Associazione nazionale di solidarietà con il popolo saharawi. Nella mia qualità di presidente dell'Associazione nazionale di solidarietà con il popolo saharawi, vorrei far presente agli onorevoli qui presenti la situazione particolare.
Sappiamo che una sentenza della Corte internazionale de L'Aja, sollecitata dallo stesso Regno del Marocco, ha dichiarato il Sahara occidentale come «territorio da decolonizzare». Le pretese storiche che il Marocco ha avanzato più volte sul territorio dell'ex colonia spagnola sono pertanto destituite di ogni fondamento storico e giuridico, come del resto tutte le risoluzioni dell'ONU hanno confermato.
È quindi più che naturale la richiesta, che oggi abbiamo sentito ripetere dai saharawi, di arrivare ad un pronunciamento attraverso un referendum, come è avvenuto, del resto, nel caso della gran parte dei Paesi africani. Se, peraltro, questo principio fosse una volta tanto contraddetto noi rischieremmo, come comunità internazionale, di sovvertire l'ordine che ha regnato fino ad ora, benché precariamente, in Africa.
Mettere in causa le frontiere coloniali vuol dire rimettere mano alla carta politica dell'Africa; voi capite a quali conseguenze questo porterebbe. Il rifiuto, da parte del Marocco, di arrivare ad un referendum è incomprensibile. L'ultimo piano delle Nazioni Unite prevede che abbiano diritto di voto sia i saharawi identificati come tali, da una missione delle Nazioni Unite, sia i coloni marocchini residenti. È incomprensibile come il regno del Marocco rifiuti a cittadini che considera propri sudditi di esprimersi liberamente: non si capisce perché il Marocco non conceda il diritto a pronunciarsi, nemmeno ai cittadini di origine marocchina.
Ci sono forze politiche, associazioni, intellettuali marocchini che ritengono che probabilmente il Re del Marocco abbia paura, addirittura, della libera espressione dei propri cittadini, visto che il referendum avverrebbe sotto il controllo delle Nazioni Unite.
La richiesta che noi facciamo, quindi, è che la popolazione si possa esprimere liberamente. L'ultima richiesta, naturalmente, è quella fatta dalla signora Aminatu Haidar: che in attesa della soluzione politica - che noi speriamo il più vicina possibile - cessino comunque le violazione dei diritti umani. Non ci sono nessun presupposto e nessuna scusa perché questo non avvenga.
Questa Commissione, attraverso le audizioni e, ad esempio, attraverso una missione nei territori occupati del Marocco, ha tutti gli strumenti per approfondire la questione, sia dal punto di vista della conoscenza, sia da quello delle iniziative politiche.

PRESIDENTE. Vi prego di tener presente che questo Comitato - costituito per giunta all'interno di una Commissione


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parlamentare - non può entrare nel merito di alcuni aspetti della politica internazionale.
Il tema che per noi conta è quello dei diritti umani, della violazione degli stessi e della possibilità di collaborare o di intervenire per la loro protezione, mentre la grande cornice del sistema politico nella quale ciò avviene pertiene al Parlamento nel suo insieme e al Governo nella sua responsabilità di gestore e di rappresentante della politica estera del Paese.

FATIMA MAHAFUD, Rappresentante del Fronte Polisario in Italia. Signor presidente, si tratta proprio di diritti, secondo me: il diritto di decidere se essere marocchini o saharawi! Questo è alla base di tutti i problemi che subiamo.
Nella nostra terra noi non abbiamo il diritto di associazionismo, non abbiamo il diritto alla continuità dell'istruzione. Sto parlando del Sahara occidentale occupato dal Marocco, illegalmente, non secondo noi, ma secondo quanto stabilito dalle Nazioni Unite.
La cosa triste è che non ci sono attori terzi a controllare che la vita e la persona vengano preservate da violazioni fisiche, psicologiche e mentali.
Non c'è una sede di Amnesty International, né una sede di Human Rights Watch e nemmeno la MINURSO ha il compito di svolgere questo ruolo di controllore terzo.
A chi dobbiamo rivolgerci noi? In cambio della preservazione della pace in quella zona, noi abbiamo dato, nel più totale rispetto, diciotto anni della nostra vita. Si tratta di intere generazioni, signor presidente, che crescono nei campi profughi, in attesa di qualcosa che non avviene. Ebbene, a queste persone dobbiamo dare gli strumenti per preservare la propria vita. Grazie.

PRESIDENTE. Do la parola ai colleghi che intendono intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

PAOLO CORSINI. Mi sento abbastanza a disagio nell'intervenire, innanzitutto perché non faccio parte del Comitato presieduto dall'onorevole Colombo, anche se faccio parte della Commissione affari esteri.
Ho comunque ritenuto di fermarmi, innanzitutto, per la rilevanza del problema che oggi ci viene sottoposto e, in secondo luogo, per una ragione personale: perché qualche giorno fa, nella mia città, ho commemorato un parlamentare socialista, Guido Alberini, che a lungo, per molti anni, si è impegnato per far conoscere e promuovere la causa del Fronte Polisario. Avevo una sorta di debito nei suoi confronti, quindi.
Vengo ora rapidamente alle domande.
Innanzitutto, vorrei porre una questione abbastanza provocatoria. Premesso che non ho mai studiato questo problema e che ne ho una cognizione solo molto superficiale, nelle note di politica internazionale contenute nella scheda che ci viene presentata, mi pare che emergano due problemi. Da qui la prima domanda provocatoria e poi, invece, una domanda che dovrei rivolgere ad un rappresentante del Governo italiano, che purtroppo non è qui presente.
Ebbene, nella scheda predisposta dagli uffici, si sostiene che alcuni fuoriusciti abbiano accusato il Fronte Polisario - questo mi ha molto stupito - di violazione dei diritti umani, abuso di potere, rapimento e sequestro dei rifugiati a Tindouf, nonché di dispersione degli aiuti internazionali.
Essi affermano, inoltre, che il Polisario è controllato dal Governo algerino. Sono affermazioni che giudico estremamente gravi; se esse fossero vere, se cioè l'organismo che rappresenta il popolo saharawi fosse suscettibile di sospetti o di accuse così rilevanti e gravi, ciò costituirebbero un fattore di forte indebolimento della causa e dell'affermazione del diritto all'autonomia di questo popolo.
Vorrei chiedere ai nostri ospiti, quindi, se queste informazioni, abbiano fondamento oppure no.
La seconda è una domanda che non posso rivolgere ai nostri ospiti, ma che vorrei rivolgere al Governo italiano. Nella


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stessa nota, si fa riferimento ad una violazione dei diritti umani di cui si rende responsabile il Marocco, soprattutto per quanto riguarda le condizioni nei campi dei rifugiati e la politica estremamente vessatoria adottata dal Marocco nei confronti della popolazione saharawi.
Sarebbe interessante conoscere quali sono gli orientamenti e le scelte che il Governo italiano può assumere in termini di pressione e di sollecitazione, in modo particolare nei confronti del Marocco, affinché i diritti umani, che sono inviolabili e non negoziabili, siano rispettati.

PRESIDENTE. Poiché a breve inizieranno in quest'aula i lavori delle Commissioni riunite III e XI, credo che di dover rinviare il seguito della nostra audizione. Spero che sarà possibile, per la maggior parte di voi, essere presenti, perché non intendiamo lasciare le cose in superficie, né fare di un'audizione un semplice esercizio di buon ascolto. Ci importa moltissimo ciò che voi avete detto e avete da dire.
Do brevemente la parola all'onorevole Souad Sbai, deputato non membro del Comitato.

SOUAD SBAI. Signor presidente, io lascerei il testo del mio intervento...

PRESIDENTE. Sta bene, onorevole Sbai, ne autorizzo la pubblicazione in allegato al resoconto stenografico della seduta odierna (vedi allegato).

SOUAD SBAI. Vorrei comunque osservare che la signora Aminatu Haidar ha fatto delle dichiarazioni molto forti, che secondo me sono da controllare, considerato il rilievo di dichiarazioni del genere, in una sede come questa, su un Paese come il Marocco, che per anni ha combattuto per uscire dalla dittatura.
La signora appartiene agli anni Settanta, agli «anni di piombo»: anni bui come lo sono stati in Italia e in altri Paesi. Ci sono state delle torture, c'è stato di tutto, con il precedente Re del Marocco. Oggi, però, c'è stata una riconciliazione con tutti i gruppi incarcerati.
Il paradosso è che la signora vive in Marocco, ha un passaporto marocchino, viaggia e non è un dissidente. Io avrei ascoltato più volentieri un dissidente che vive nei campi profughi saharawi, come il campo di Tindouf.
Si dicono tante bugie su questa questione, per cui bisogna ascoltare, a mio avviso, anche l'altra parte. Mostrare delle fotografie senza una documentazione, senza una registrazione, non è sufficiente. Io potrei portarne altre migliaia, potrei dire che sono cose successe in Italia, com'è accaduto. Penso, quindi, che dobbiamo essere molto cauti.
Chiedo al presidente di invitare fin da subito anche altre ONG, di invitare la parte del Marocco, per fare un dialogo aperto, perché la signora, secondo me, è poco credibile: vive in Marocco, a Casablanca, e ha un passaporto marocchino.
Qui non c'è un dissidente saharawi, che potrebbe raccontarci come vive un saharawi nei campi. Mi preoccupa anche il fatto che stia avanzando un gruppo islamico salafita: temo che i saharawi finiscano nelle loro mani. Spero, quindi, di poter sentire anche l'altra parte, di cercare di farli dialogare, di cercare un rapporto.

PRESIDENTE. Vorrei qui fare osservare alla collega - ringraziando tutti e scusandomi dell'interruzione di questo incontro, che fatalmente sarebbe invece stato destinato a durare e ad essere approfondito - che non siamo un tribunale, ma il luogo in cui la parte che si ritiene offesa viene a portare la sua testimonianza e le prove della propria offesa.
Sta poi a noi, eventualmente, convocare altre parti e ascoltare altre voci, ma in questo momento abbiamo ospitato e dato voce al diritto sacro di questi nostri ospiti di esprimere le loro doglianze, le loro ansie, le loro sofferenze e i loro problemi.
Dopodiché, il suo intervento fa appello all'onestà di lavoro e all'impegno di questo Comitato, che deve per forza allargare, per ogni argomento, i propri orizzonti.
Oggi, però, ci siamo comportati esattamente come ci comportiamo con gli altri gridi di dolore che arrivano a questa Comitato da altre parti del mondo, ascoltando prima di tutto i testimoni di questi


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gridi, non presumendo a priori che ci possa essere una controparte; dopodiché, si vedrà se e come si possono ascoltare altre voci, che possano illuminarci meglio.
Ringrazio vivamente tutti coloro che hanno partecipato. Circa le cose che ho ascoltato, non ho il minimo dubbio sulla buona fede e sulla profonda convinzione degli auditi.
Rinnovo il desiderio di ampliare questa audizione con voi, se potrete, e con le altre voci che potremo raccogliere e che ci chiederanno di essere ascoltate.
Rinvio il seguito dell'audizione ad altra seduta.

La seduta termina alle 15,50.

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