Camera dei deputati

Vai al contenuto

Sezione di navigazione

Menu di ausilio alla navigazione

Cerca nel sito

MENU DI NAVIGAZIONE PRINCIPALE

Vai al contenuto

Per visualizzare il contenuto multimediale è necessario installare il Flash Player Adobe e abilitare il javascript

Strumento di esplorazione della sezione Lavori Digitando almeno un carattere nel campo si ottengono uno o più risultati con relativo collegamento, il tempo di risposta dipende dal numero dei risultati trovati e dal processore e navigatore in uso.

salta l'esplora

Resoconti stenografici delle indagini conoscitive

Torna all'elenco delle indagini Torna all'elenco delle sedute
Commissione XIII
12.
Martedì 19 gennaio 2010
INDICE

Sulla pubblicità dei lavori:

Russo Paolo, Presidente ... 3

INDAGINE CONOSCITIVA SUL FENOMENO DEI DANNI CAUSATI DALLA FAUNA SELVATICA ALLE PRODUZIONI AGRICOLE E ZOOTECNICHE

Audizione di rappresentanti dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA):

Russo Paolo, Presidente ... 3 5 6 7
Cenni Susanna (PD) ... 5
Toso Silvano, Esperto dell'ISPRA ... 3 6
Sigle dei gruppi parlamentari: Popolo della Libertà: PdL; Partito Democratico: PD; Lega Nord Padania: LNP; Unione di Centro: UdC; Italia dei Valori: IdV; Misto: Misto; Misto-Movimento per le Autonomie-Alleati per il Sud: Misto-MpA-Sud; Misto-Minoranze linguistiche: Misto-Min.ling.; Misto-Liberal Democratici-MAIE: Misto-LD-MAIE; Misto-Repubblicani; Regionalisti, Popolari: Misto-RRP.

COMMISSIONE XIII
AGRICOLTURA

Resoconto stenografico

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di martedì 19 gennaio 2010


Pag. 3

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE PAOLO RUSSO

La seduta comincia alle 13,05.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso e la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Audizione di rappresentanti dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sul fenomeno dei danni causati dalla fauna selvatica alle produzioni agricole e zootecniche, deliberata dalla Commissione nella seduta del 20 gennaio 2009, l'audizione di rappresentanti dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA).
È presente il dottor Silvano Toso, esperto, al quale do la parola. Al suo intervento potranno far seguito eventuali domande dei colleghi deputati.

SILVANO TOSO, Esperto dell'ISPRA. Come credo tutti sappiate, l'Istituto nazionale per la fauna selvatica è recentemente confluito nell'ISPRA. Tra i compiti definiti dalla legge n. 157 del 1992, l'Istituto ha anche quello di esprimere pareri e indicare linee guida e indirizzi non solo per la conservazione della fauna selvatica, ma anche per gli interventi di regolazione in funzione degli impatti che le popolazioni selvatiche possono avere sulle attività umane di interesse economico, come l'agricoltura, la circolazione stradale e così via.
Per assolvere a questo compito, l'Istituto da molti anni si occupa di varie materie inerenti all'aspetto del rapporto tra fauna selvatica e uomo, soprattutto costruendo banche dati relative sia alla distribuzione, alla densità e alla numerosità delle popolazioni selvatiche delle specie più impattanti (ad esempio gli ungulati), sia esprimendo i propri pareri, come da legge, alle pubbliche amministrazioni che di volta in volta fanno richiesta su questa materia. Questo vale sia per le regioni e le province, sia per le aree protette e gli enti parco. Sebbene da parte degli enti parco non ci sia obbligo di richiesta del parere, tuttavia la prassi gestionale, soprattutto negli ultimi anni, ha fatto sì che anche gli enti gestori delle aree protette si rivolgessero abbastanza spesso all'Istituto per avere linee guida e pareri sulle tecniche di mitigazione degli impatti che la fauna selvatica può avere sull'attività economica.
Visto che una parte considerevole della problematica relativa ai danni da fauna selvatica riguarda proprio le attività agricole e visto che una porzione importante di questi danni è causata dagli ungulati, che rappresentano una parte della fauna selvatica in crescita negli ultimi venticinque anni - in larga parte del Paese, soprattutto nella parte centrale e settentrionale - nella banca dati nazionale sugli


Pag. 4

ungulati l'Istituto ha voluto inserire anche un capitolo relativo ai danni causati da questi animali all'agricoltura.
Questi dati ci dicono che esiste un problema sostanziale di reperimento delle informazioni. È stato piuttosto difficile avere un quadro esaustivo e omogeneo di informazioni da parte delle amministrazioni pubbliche delegate alla gestione faunistica per quanto riguarda l'entità dei danni e, soprattutto, la loro distribuzione nelle diverse specie e la georeferenziazione del dato, due elementi estremamente importanti al fine di valutare le possibilità di intervento.
In generale, quasi il 90 per cento dei danni causati da ungulati ha come specie responsabile il cinghiale; il restante 10 per cento circa è causato da altre specie, soprattutto cervidi, e solo l'1 per cento è causato dai bovidi selvatici. Gli ungulati prettamente alpini non contribuiscono che in minima misura alla creazione di problemi di impatto con l'agricoltura o la forestazione; un impatto appena maggiore è quello dovuto ai cervidi, ossia cervi, caprioli e daini. In particolare, il capriolo negli ultimi venti anni ha conosciuto una notevole espansione, sia dal punto di vista della distribuzione geografica, sia dal punto di vista della densità delle popolazioni locali.
Noi abbiamo sempre suggerito, come linea guida, di affrontare il problema attraverso tre strumenti diversi: l'indennizzo monetario del danno, peraltro previsto dalla normativa nazionale e dalle norme regionali; la prevenzione del danno, aspetto che è stato molto spesso trascurato e che, invece, soprattutto per certe tipologie di danno, può rappresentare un elemento di notevole utilità nel limitare l'impatto; il controllo numerico delle popolazioni, sia attraverso l'attività venatoria, sia attraverso il controllo stesso delle popolazioni, così come definito dall'articolo 19 della legge quadro, che fa capo alle amministrazioni regionali e spesso, per subdelega, alle amministrazioni provinciali.
Dal punto di vista normativo, ci sembra che l'articolo 19 sia sostanzialmente idoneo ad affrontare la questione dal punto di vista giuridico. Forse qualche aggiustamento potrebbe essere condotto su alcuni versanti. Il primo è quello di introdurre una modifica che metta in risalto anche la problematica legata alle specie alloctone, ossia estranee alla fauna locale, che se assimilate alle faune autoctone costituiscono un problema poiché la norma prevede che sia possibile solo il controllo, ma non l'eradicazione anche locale della fauna selvatica. Faccio presente che ci sono degli input a livello internazionale, da parte degli organismi che si occupano di conservazione della natura, e anche precise indicazioni sulla base di convenzioni internazionali, che impegnano l'Italia al controllo severo delle specie estranee, importate nel nostro Paese. Pertanto, l'introduzione nella normativa di una previsione specifica per affrontare questo problema può essere opportuna.
Il caso della nutria è abbastanza emblematico: la compromissione della tenuta degli argini dei canali, soprattutto i canali pendenti, può provocare problemi di tipo idraulico e anche di sicurezza pubblica.
Un altro punto che mi sembra opportuno sottolineare è che nelle aree protette di dimensioni limitate previste dalla legge n. 157 - non quelle istituite ai sensi della legge quadro sui parchi n. 394 del 1991, parchi nazionali e parchi regionali - quindi negli istituti come le oasi di protezione e le zone di ripopolamento e cattura, che sono stati pensati dal legislatore prima del 1992, ossia in un periodo in cui gli ungulati erano ancora limitati dal punto di vista distributivo e di consistenza delle popolazioni, potrebbe essere prevista l'attività venatoria esclusivamente per gli ungulati, alleviando così la problematica relativa al prelievo di questi animali all'interno di questi istituti, che attualmente è possibile solo attraverso il controllo della popolazione. A tal fine, si potrebbero introdurre regolamenti che prevedano solamente determinate tipologie di caccia, che non confliggano con la funzionalità degli stessi istituti, pensati per la riproduzione in campo aperto e l'irradiamento o la cattura e il trasferimento di piccola selvaggina utilizzata per attività venatorie.


Pag. 5


Un altro elemento che riteniamo importante è il rapporto che dovrebbe instaurarsi tra gli enti gestori dei parchi - aree protette di grandi dimensioni, ossia quelle istituite ai sensi della citata legge n. 394 - e le amministrazioni che gestiscono il territorio cacciabile. È evidente, infatti, che per animali che hanno un territorio molto vasto e, quindi, compartecipano nel territorio sia dell'area protetta che delle zone limitrofe, è opportuno che la programmazione della gestione venga fatta di comune accordo, sia pure nel rispetto delle caratteristiche istituzionali dei diversi enti.
Tra l'altro, esiste un istituto previsto dalla legge n. 394, quello dell'area contigua ai parchi, che purtroppo finora è rimasto scritto solo sulla carta e non ha ancora avuto concreta applicazione. Esso, invece, proprio per la sua funzione di cerniera tra territorio cacciabile e territorio protetto, potrebbe svolgere un ruolo notevole nel limitare la problematica dell'impatto delle popolazioni di grandi animali che compartecipano nel territorio di entrambi gli istituti. Tuttavia, riteniamo che si debba tenere in considerazione il fatto che la remora che si è posta agli enti gestori dei parchi rispetto alla creazione delle aree contigue è stata soprattutto la questione della residenza venatoria. La legge prevede, infatti, che la caccia nelle aree contigue possa essere svolta solamente da cacciatori che hanno residenza anagrafica nel territorio del parco o nei comuni limitrofi al parco. Se, invece, fosse possibile estendere questa possibilità alla residenza venatoria e non anagrafica, probabilmente molti degli ostacoli che hanno impedito la creazione di aree contigue potrebbero venire meno.
L'Istituto sta producendo un manuale - penso che nel giro di 2-3 mesi possa essere pubblicato - sulla verifica dei danni da fauna selvatica (soprattutto da ungulati) e sui metodi di prevenzione dei danni stessi, nonché su tutti gli elementi che dovrebbero entrare in gioco perché le amministrazioni delegate, soprattutto le regioni e le province, possano inserire i dati in maniera omogenea e creare una banca dati a livello regionale e nazionale. In tal modo, si potrebbe ragionare su una base conoscitiva migliore rispetto a quella che abbiamo attualmente, dove c'è un'enorme difformità, come ho detto prima, di qualità e di quantità di dati presenti da parte delle pubbliche amministrazioni.
Infine, cito il problema delle risorse economiche, un problema importante che potrebbe essere affrontato, oltre che con l'uso delle risorse già reperibili da parte dello Stato attraverso la concessione governativa per la licenza del porto d'armi e le tasse regionali per l'esercizio venatorio, anche con un meccanismo che preveda una filiera corta, anche di carattere economico, di utilizzo delle carni degli animali selvatici. Bisognerebbe, poi, individuare un altro meccanismo che faccia rientrare le risorse economiche prodotte da questa filiera anche per il ristoro dei danni o per la messa in opera degli strumenti di prevenzione rivolti al mondo agricolo.
Ho fatto una sintesi, ma sono ovviamente disponibile a rispondere a eventuali domande.

PRESIDENTE. Do la parola ai colleghi che intendono intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

SUSANNA CENNI. Innanzitutto, voglio ringraziare il professor Toso, poiché ritengo che la sua relazione e le competenze che ha espresso siano molto utili per il lavoro che questa Commissione si è proposta di svolgere, anche attraverso varie proposte di legge che sono state presentate.
Quel che lei ha detto è ovviamente molto interessante e conferma alcune mie convinzioni. In primo luogo, è utile non scardinare la legge n. 157; inoltre, forse l'unico tema sul quale si può provare a introdurre qualche modifica è quello dei danni, laddove si potrebbero apportare alcuni aggiustamenti con cognizione di causa, senza usarli come un grimaldello per operare, come dicevo prima, uno scardinamento della legge.
Peraltro, da quanto lei ha detto, ma anche da quanto esposto in precedenti


Pag. 6

audizioni di amministrazioni provinciali, ATC eccetera, mi sembra di aver capito che, per fortuna, comincia ad esserci un quadro abbastanza esteso di convenzioni stipulate da questi enti con l'ISPRA per avere una base conoscitiva e scientifica sulla quale poggiare interventi di prelievo o di prevenzione.
A questo scopo, visto che lei ha detto che sostanzialmente il 90 per cento dei danni che vengono oggi prodotti all'agricoltura - ma credo anche ai parchi, complessivamente, quindi alla flora e anche alla fauna - sono provocati dagli ungulati, dai cinghiali in particolare, vorrei capire in che misura tali danni potrebbero essere evitati da azioni di prevenzione.
In secondo luogo, poiché lei ha un punto di osservazione nazionale, vorrei sapere se si sente di indicarci qualche esperienza particolarmente virtuosa nella gestione corretta del tema dei danni provocati all'agricoltura.
Devo dire che questa Commissione - e il Partito Democratico l'ha fatto ripetutamente - in più occasioni ha espresso riserve sulla nascita dell'ISPRA, ma soprattutto sul fatto che non esiste più l'INFS, un ente a sé stante in grado di mettere a disposizione delle politiche venatorie un quadro di riferimento. Vorrei sapere se attualmente all'ISPRA è garantita piena operatività, se questa agenzia complessivamente intesa, con un quadro di competenze molto più vasto di quello delle politiche venatorie, e non soltanto, consente uno svolgimento adeguato delle funzioni per le quali l'INFS era stato istituito.

PRESIDENTE. Do la parola al nostro ospite per la replica.

SILVANO TOSO, Esperto dell'ISPRA. Alla prima domanda rispondo che quella del cinghiale è una faccenda complicata. La gestione del cinghiale coinvolge oggi un numero di fruitori molto elevato, con caratteristiche anche di blocco sociale e culturale non indifferenti. Questo comporta che esistono problemi nel trasferire nella gestione pratica alcune linee guida suggerite dall'Istituto e approvate dalle amministrazioni.
In realtà, si crea una sorta di corto circuito: le squadre di caccia al cinghiale sono ormai da anni abituate a carnieri mediamente molto consistenti, il che significa che tendono a mettere in atto tutte le modalità possibili perché la fruibilità delle popolazioni rimanga alta e inalterata anno dopo anno, indipendentemente dalla ricettività del territorio che ospita queste popolazioni dal punto di vista agricolo.

PRESIDENTE. Mi faccia capire. Questa è la storia di chi deve controllare gli incendi boschivi e in qualche misura...

SILVANO TOSO, Esperto dell'ISPRA. È un po' così.
Le squadre di caccia hanno molti mezzi per evitare che la popolazione locale che loro tendono a gestire si depauperi oltre un certo livello, in modo da assicurarsi, anche per l'anno successivo, un carniere secondo loro adeguato. Allora, alte densità di cinghiale che sono tollerabili nelle fasce alte dell'Appennino, dove ormai non si pratica quasi più agricoltura, non sono evidentemente tollerabili, invece, nelle parti medio-basse, dove c'è ancora un'attività agricola importante.
L'Istituto, ha svolto un lungo lavoro di ricerca applicata sulla gestione del cinghiale e alcuni anni fa ha pubblicato e distribuito a tutte le amministrazioni delle linee guida che prendono per mano l'amministrazione, dalla programmazione fino agli estremi dettagli della gestione.
Purtroppo, dobbiamo constatare che il blocco sociale costituito dai cacciatori specializzati nella caccia al cinghiale ha molto spesso rappresentato un ostacolo perché queste linee guida di carattere tecnico venissero applicate.
Si tratta di svolgere un lavoro molto serio, a nostro modo di vedere, affinché queste linee guida, tanto apprezzate anche a livello internazionale, passino dalla carta alla pratica gestione. Tuttavia, a doversi impegnare a questo fine sono soprattutto le amministrazioni regionali e provinciali.
Un elemento importante è, ad esempio, quello della disincentivazione, se non addirittura


Pag. 7

della proibizione dell'allevamento del cinghiale. Non si capisce, del resto, perché una specie che ha, in media, degli incrementi utili annui del 200 per cento debba essere ancora allevata. Molto spesso la scusa è che si alleva il cinghiale per produrre carne alternativa. In realtà, allevare cinghiali per produrre carne in un recinto dando loro lo stesso cibo che si dà alla Cinta senese, vale a dire a una razza rustica di maiale, produce esattamente gli stessi effetti dal punto di vista organolettico. Succede, però, che il cinghiale venduto vivo, magari sottobanco, fa guadagnare molto di più.
Sebbene questo fenomeno sia molto diminuito in alcune regioni, ad esempio in Toscana, è ancora presente in molte regioni meridionali, dove i cinghiali vengono comprati e introdotti sul territorio. Eppure si tratta di una specie che, lo ripeto, già in natura ha incrementi utili annui estremamente elevati, dunque non ha alcun bisogno di immissioni, considerando peraltro le problematiche di carattere sanitario che questo comporta.
Quanto alla domanda relativa a eventuali esempi virtuosi, devo dire che ci sono alcune province, soprattutto emiliano-romagnole e qualcuna anche in Toscana, che hanno tentato di affrontare in maniera razionale la problematica sia della gestione faunistico-venatoria degli ungulati sia del controllo delle popolazioni di fauna selvatica.
Con queste amministrazioni abbiamo stipulato protocolli di intesa, in modo da evitare un continuo passaggio di carte di carattere burocratico, per l'espressione di pareri sullo stesso argomento, magari suddivisi tra i vari istituti presenti in un'amministrazione provinciale. Abbiamo, dunque, tentato di alleggerire il lavoro di carattere burocratico sia per l'Istituto, sia per l'amministrazione che riceve i pareri.
Cito i due esempi - ma ce ne sono altri - delle province di Modena e di Arezzo, dove abbiamo trovato interlocutori molto attenti e i risultati si sono visti. È fondamentale, però, che negli uffici competenti per caccia e pesca delle amministrazioni pubbliche ci siano interlocutori tecnicamente preparati - questa, purtroppo, non è la regola nel nostro Paese - perché solo in questo modo siamo in grado di dialogare con loro in maniera proficua. Difatti, dove esiste questa precondizione le linee guida dell'Istituto hanno molte più chance di essere applicate concretamente.
Sulla questione del passaggio dell'INFS nell'ISPRA non ho nulla da dire, nel senso che, come dicono gli inglesi, sono un civil servant e mi rifaccio alle decisioni assunte dal Governo.

PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Toso per le importantissime e utili indicazioni che ha voluto offrire a questa Commissione.
Per noi era assolutamente indispensabile ascoltare, in rappresentanza dell'ISPRA, il dottor Toso, anche per portare a una celere conclusione l'attività di indagine.
Ringrazio nuovamente il nostro ospite per la disponibilità manifestata e dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 13,35.

Consulta resoconti delle indagini conoscitive
Consulta gli elenchi delle indagini conoscitive