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Temi dell'attività Parlamentare

Conflitto arabo-israeliano
Il conflitto israelo-palestinese, nel più ampio contesto regionale mediorientale, costituisce da sempre interesse prioritario del Parlamento. Il processo di pace non ha segnato punti di rilievo nell'arco della scorsa Legislatura - semmai mostrando gravi incidenti di percorso come le due crisi di Gaza - ma nella parte finale di essa la caduta soprattutto del regime egiziano di Mubarak ha fatto venire meno un attore fondamentale degli equilibri regionali, sì da suscitare apprensione in Israele. Tel Aviv vede infatti l'onda islamista emersa dalla Primavera Araba, e a fronte di ciò alcune mosse del governo israeliano ne hanno accresciuto l'isolamento internazionale: se ciò è palese nei confronti della Turchia, anche le relazioni con l'Amministrazione USA di Obama non risultano idilliache. Le elezioni del gennaio 2013 non hanno infatti dato a Netanyahu il successo che si aspettava, e la formazione del nuovo governo latita, mentre crescono le preoccupazioni per le conseguenze geopolitiche e militari di un prossimo crollo del regime siriano.
Cronologia degli avvenimenti: 2008-2009

Poco dopo l’inizio della XVI legislatura l’operazione “Piombo fuso” tra 2008 e 2009, con il bombardamento e poi l’invasione israeliana della Striscia di Gaza conseguenti a ripetuti lanci di razzi dal territorio, segnava una drammatica recrudescenza del conflitto israelo-palestinese. Gli effetti si vedevano già nel febbraio 2009, quando nelle elezioni politiche anticipate in Israele si affermava il blocco delle destre  attorno al Likud, mentre il partito centrista Kadima e soprattutto i laburisti registravano una secca sconfitta. Il leader del Likud Netanyahu riceveva l’incarico di formare il nuovo governo, al quale il 31 marzo 2009 la Knesset concedeva la fiducia - una coalizione assortita nella quale oltre al Likud del premier – che otteneva 13 Dicasteri -  figuravano Yisrael Beitenu – 5 Dicasteri, tra i quali gli Esteri e il posto di vice premier per il leader Lieberman -, il Partito laburista (ad onta della contrarietà di una parte della sua rappresentanza parlamentare all’ingresso nel Governo di Netanyahu), al quale sono andati 4 Dicasteri, tra cui la Difesa e un secondo posto di vice premier per il leader Barak. Lo Shas ha avuto parimenti 4 Dicasteri, mentre la Casa ebraica ha ottenuto un solo dicastero. A parte l’inattesa presenza laburista, il nuovo Esecutivo si caratterizzava dunque per un'impronta di destra, sia d'ispirazione laica che confessionale. Il nuovo Esecutivo, con una maggioranza parlamentare di almeno 69 seggi (sui 120 della Knesset), mostrava comunque con chiarezza di essere frutto di numerosi compromessi in ragione dell’elevato numero di ministri e vice ministri (quasi 40) chiamati a farne parte.

Prima e dopo la formazione del nuovo governo israeliano si sono moltiplicate le iniziative diplomatiche internazionali per avviare a soluzione l'ormai insostenibile conflitto israelo-palestinese, ma il nuovo governo di Tel Aviv metteva subito in chiaro un nuovo approccio – “pace contro pace” e non più “pace contro territori”- alla questione, dichiarandosi sostanzialmente non più impegnato alla realizzazione della Road Map, e in particolare diffidando della formazione di uno Stato palestinese indipendente. In particolare, Netanyahu esprimeva con chiarezza il timore che uno Stato palestinese indipendente possa infine cadere sotto il controllo di Hamas, amplificando e non risolvendo i problemi delle relazioni con lo Stato ebraico.

Nella seconda parte del 2009 la questione degli insediamenti ha visto prolungarsi l'alternanza di aperture ed irrigidimenti da parte israeliana: il 25 novembre, però, giungeva la decisione israeliana di un congelamento di dieci mesi dei nuovi insediamenti in Cisgiordania (ma non a Gerusalemme), quale atto di buona volontà per far progredire i negoziati con i palestinesi. La decisione è stata adottata nel Gabinetto di sicurezza, organo ristretto al di fuori del quale probabilmente la determinazione avrebbe comportato la caduta del governo.

Cronologia degli avvenimenti: 2010-2011

Mentre peggioravano vistosamente le relazioni con la Turchia, si accresceva l’impressione di un crescente isolamento di Tel Aviv sulla scena internazionale – anche per i contrasti con l’Amministrazione USA testimoniati dallo smacco subito nel marzo 2010 dal vicepresidente Joe Biden nel suo viaggio in Israele.

Le relazioni con Ankara peggioravano ancora in conseguenza degli eventi del 31 maggio 2010, quando poco prima dell'alba, forze speciali israeliane sono intervenute in acque internazionali per impedire l'accesso a Gaza di una flottiglia allestita da varie organizzazioni non governative sotto la sigla Free Gaza. La spedizione intendeva forzare il blocco selettivo imposto da Israele dal 2007 - anno in cui Hamas si era di fatto impadronito di Gaza - allo scopo di prevenire l’afflusso nella Striscia di armamenti o materiali suscettibili di utilizzazione bellica: in tal modo, tuttavia, gli abitanti di Gaza sono stati privati di un gran numero di articoli commerciali in precedenza disponibili. Nel tentativo di fermare la flottiglia, le forze armate israeliane abbordavano mediante elicotteri la nave più grande, la turca Mavi Marmara, ove in circostanze non del tutto chiarite si accendeva uno scontro, durante il quale le forze israeliane ricorrevano all'uso delle armi da fuoco, provocando nove morti e diversi feriti. Al proposito va ricordato che anche altre due navi della spedizione erano di nazionalità turca, come numerosi partecipanti ad essa, tra i quali alcune delle vittime. L’episodio destava comunque una vasta condanna nell’intera Comunità internazionale, e sia dall’ONU che dalla UE veniva la richiesta di un’indagine internazionale imparziale. Israele era costretto ad ammorbidire il suo atteggiamento, inizialmente assai deciso: il 20 giugno il Gabinetto di sicurezza adottava un provvedimento formale di revoca del blocco terrestre della striscia di Gaza in ordine a prodotti di uso civile, senza peraltro alcun mutamento nei confronti del blocco via mare. Il 12 luglio veniva reso noto il rapporto della Commissione militare israeliana di inchiesta sui fatti del 31 maggio, dopo lavori durati cinque settimane. La Commissione non ha stabilito responsabilità di carattere personale, rilevando alcuni errori negli alti comandi, ma nessuna mancanza di elevata gravità: le critiche si sono appuntate soprattutto verso la marina israeliana.

Dopo un periodo di intenso lavoro diplomatico portato avanti dall’inviato speciale USA per il Medio Oriente, George Mitchell, che ha reso possibili colloqui indiretti tra le parti e con altri importanti attori regionali; all'inizio di settembre 2010 sono ripresi i negoziati diretti tra Israele e l'Autorità nazionale palestinese, con un incontro tra Netanyahu e Abbas a Washington, nella cui imminenza vi era stata una riunione più ampia con la partecipazione dell'allora presidente egiziano Mubarak e del re di Giordania Abdallah II. Le trattative hanno ben presto mostrato segni di esaurimento, tanto da chiudersi appena un mese dopo. Dopo la metà di ottobre, inoltre, vi è stata una ripresa di attività edilizia sia negli insediamenti della Cisgiordania dapprima sottoposti a moratoria, sia a Gerusalemme est, dove una sorta di moratoria de facto era iniziata nel marzo 2010 dopo le dure polemiche tra Israele e gli Stati Uniti seguite alla visita del vicepresidente Joe Biden a Gerusalemme.

Il tema dell'espansione degli insediamenti è stato uno di quelli, del resto, che hanno provocato notevole tensione tra Israele e la Santa Sede a seguito del Sinodo speciale vaticano per il Medio Oriente svoltosi dal 10 al 24 ottobre 2010, e nel corso del quale l'imposizione del giuramento al carattere ebraico dello Stato israeliano è stata giudicata alla stregua di una flagrante contraddizione con i princìpi democratici.

I primi mesi del 2011, che hanno visto un inaspettato sommovimento generale nel Nord Africa e in alcune parti del Medio Oriente contro governi da lungo tempo al potere, non potevano lasciare indifferente lo Stato di Israele, in ragione dei prevedibili mutamenti degli equilibri interni dei vari paesi arabi e dell'intera regione. In particolare, la caduta di Mubarak ha privato di Israele di un interlocutore dimostratosi negli ultimi decenni assolutamente affidabile per una collaborazione a tutto campo - e non a caso uno dei primi allarmi in Israele è venuto dai ripetuti sabotaggi del gasdotto tra Arish e Ashkelon, concreto esempio di collaborazione non solo politica con il grande paese arabo confinante. L'area geografica di maggior preoccupazione è venuta così progressivamente ad essere la zona di confine tra l'Egitto e la striscia di Gaza, in cui Israele ha constatato un forte allentamento dei controlli di sicurezza che Mubarak aveva invece mantenuto assai stretti. Nella seconda metà di marzo vi era la ripresa in gran numero dei lanci di razzi dalla Striscia di Gaza, con il probabile nuovo diretto coinvolgimento di Hamas nell'operazione.

A fronte delle apprensioni israeliane, gli eventi della Primavera Araba non sembravano invece aver posto in questione il rapporto tra il ceto dirigente palestinese - sia esso quello di al-Fatah in Cisgiordania o quello di Hamas a Gaza - e la popolazione di riferimento, che pure non versava in una situazione rosea dal punto di vista strettamente economico e dei bisogni quotidiani.

Il progressivo mutamento degli equilibri geopolitici mediorientali ha trovato il 4 maggio 2011 una prima importante conferma, quando al Fatah e Hamas hanno annunciato di aver raggiunto un accordo per una riconciliazione e la riunificazione politica e amministrativa dei Territori palestinesi, differendo al 2012 le elezioni. L'accordo tra le fazioni palestinesi è apparso immediatamente come risultato di un mutamento lieve ma significativo della politica regionale dell'Egitto.

I rapporti dei palestinesi con Israele si sono nuovamente deteriorati dall'inizio di agosto 2011, con una ripresa quotidiana di lanci di razzi dalla striscia di Gaza e relative risposte armate israeliane. Il clima è stato ulteriormente peggiorato quando, in risposta a un'inedita mobilitazione di piazza degli israeliani contro la politica economica del governo, sostenuta soprattutto dal ceto medio impoverito, il governo israeliano ha rilanciato con la proposta di costruire migliaia di nuove case a Gerusalemme est.

Il 18 agosto vi è stata un’escalation terroristica, quando una serie di attentati multipli accuratamente congegnati hanno colpito civili e militari israeliani nella regione meridionale del Neghev, provocando, oltre a numerosi feriti, almeno otto morti, con una conseguente immediata e dura rappresaglia sulla Striscia di Gaza da parte dell'aviazione israeliana. Il 19 agosto anche numerose città meridionali di Israele sono state colpite da una pioggia di razzi, mentre proseguivano le missioni dell'aviazione israeliana su Gaza. Le nuove violenze hanno attirato l'attenzione israeliana sul delicato confine del Sinai, che è sembrato improvvisamente divenire permeabile al passaggio di gruppi armati intenzionati ad effettuare attacchi sul territorio israeliano. La reazione israeliana ha avuto anche l'effetto di aprire un'aspra polemica con l'Egitto, che ha lamentato l'uccisione di cinque agenti della guardia di frontiera colpiti da un missile israeliano nel corso della rappresaglia. Tuttavia l'Egitto è poi sembrato adoperarsi attivamente per spegnere la tensione rinnovata tra Israele e la Striscia, ma il 9 settembre al Cairo, dopo aver demolito il muro di protezione eretto solo da pochi giorni davanti all’edificio assai alto, uno dei cui piani è occupato dall'ambasciata israeliana, decine di manifestanti sono penetrati nei locali della rappresentanza diplomatica, costringendo l'ambasciatore, il personale diplomatico e i loro familiari a una fuga drammatica, mentre sei appartenenti alla sicurezza israeliani sono stati messi in salvo solo per l'intervento di forze speciali egiziane. Al di fuori dell'ambasciata si sono poi verificati violenti scontri tra i manifestanti e le forze dell'ordine egiziane arrivate in massa a fronteggiare la gravissima circostanza.

La pubblicazione (2 settembre 2011) del rapporto della Commissione ONU sui fatti del 31 maggio 2010 ha fatto riesplodere il contrasto già pesantemente emerso tra Turchia e Israele, poiché, di fronte al rifiuto israeliano di presentare scuse ufficiali alla Turchia per la morte dei nove attivisti turchi, lo stesso 2 settembre Ankara ha proceduto a espellere l'ambasciatore israeliano e a porre fine a tutti gli accordi di cooperazione militare bilaterale con Tel Aviv, preannunciando inoltro un ricorso alla Corte internazionale di giustizia contro il blocco di Gaza. Il 6 settembre, poi, il primo ministro turco Erdogan ha annunciato la sospensione completa dei rapporti commerciali nel settore militare nei confronti di Israele. Recatosi in visita in Egitto, il 13 settembre il premier turco è intervenuto nella sede della Lega Araba, ove ha ribadito l'assoluta necessità del riconoscimento internazionale dello Stato palestinese, nonché l'atteggiamento di fermezza già esplicitato nei confronti di Israele.

L'Autorità nazionale palestinese il 23 settembre 2011 ha presentato al Consiglio di sicurezza dell’ONU – dove però in caso di votazione sarebbe scontato il veto USA -, in occasione della sessione dell'Assemblea Generale apertasi quattro giorni prima, la richiesta di riconoscimento internazionale di uno Stato palestinese unilateralmente proclamato nei confini precedenti la guerra dei Sei Giorni del 1967. Nei giorni precedenti vi era stato un frenetico lavorio diplomatico dei paesi occidentali per impedire una mossa così diretta da parte dell’ANP: peraltro questi stessi paesi presentavano notevoli divisioni al loro interno, con Israele e Stati Uniti nettamente contrari, e l'Unione Europea ancora una volta divisa. Peraltro, l'offensiva diplomatica dell’ANP non si è limitata a presentare la richiesta di riconoscimento in seno alle Nazioni Unite, ma dopo rapidi negoziati ha ottenuto il 31 ottobre, da parte della Conferenza generale dell'UNESCO, l’ammissione della Palestina a far parte a pieno titolo dell'Organizzazione: anche in questo frangente l'Europa si è spaccata.

A fronte di questi sviluppi favorevoli all'ANP, gli Stati Uniti hanno bloccato la loro contribuzione di 60 milioni di dollari, pari a oltre 1/5 del bilancio totale dell'UNESCO, mettendo in seria difficoltà l'Organizzazione, mentre il Governo israeliano ha annunciato – incontrando il disappunto degli USA e dell’Unione europea - l'accelerazione per la costruzione di circa duemila alloggi negli insediamenti ebraici a Gerusalemme est e in Cisgiordania, congelando altresì il trasferimento all'ANP di entrate fiscali che a vario titolo le spettano in base agli Accordi di Oslo del 1993. Corrispettivo di questo difficile rapporto con l'ANP è stato l'accordo, reso noto l'11 ottobre, raggiunto con Hamas per la liberazione (avvenuta il 18 ottobre) del soldato israeliano Gilad Shalit - prigioniero a Gaza dal 2006 - in cambio di un migliaio di detenuti palestinesi, mediato decisivamente dall'Egitto e con il contributo turco.

Peraltro, i rapporti di Israele con la Striscia di Gaza sono rimasti assai tesi, e hanno visto alla fine di ottobre ripetuti lanci di razzi palestinesi in risposta a 'raid' aerei di Israele. La tensione con Gaza è riesplosa dal 7 dicembre, quando una serie di azioni mirate dell’aviazione israeliana, anche con l’uso di droni, ha provocato la morte di diversi attivisti di Hamas: per tutta risposta il sud di Israele è stato investito tra l’8 e il 9 dicembre da una pioggia di razzi proveniente dalla Striscia. E’ da notare positivamente che nella contingenza la diplomazia egiziana ha cercato di esercitare ancora una volta un ruolo moderatore. La posizione di Israele è stata resa vieppiù critica dal ritrovato accordo tra Abu Mazen e il leader in esilio di Hamas Meshaal, incontratisi il 24 novembre al Cairo per la seconda volta nell'anno in corso; nonché dai trionfi elettorali dei partiti islamico-moderati in tutta l’area nordafricana, dall’Egitto alla Tunisia e fino al Marocco.

Il riavvicinamento tra le maggiori fazioni palestinesi è proseguito nonostante alcuni problemi ancora da risolvere: il 6 febbraio 2012 è stato firmato nella capitale del Qatar, anche grazie alla mediazione delle locali autorità, un accordo che ha finalmente previsto la formazione di un governo unitario tra le fazioni palestinesi, di carattere tecnico, ma guidato dal presidente dell’ANP Abu Mazen, con il compito principale di preparare nuove elezioni parlamentari e presidenziali, la cui data però, per l'intanto, slittava sine die.

Cronologia degli avvenimenti: gli sviluppi più recenti

Il riavvicinamento tra le maggiori fazioni palestinesi è proseguito nonostante alcuni problemi ancora da risolvere: il 6 febbraio 2012 è stato firmato nella capitale del Qatar, anche grazie alla mediazione delle locali autorità, un accordo che ha finalmente previsto la formazione di un governo unitario tra le fazioni palestinesi, di carattere tecnico, ma guidato dal presidente dell’ANP Abu Mazen, con il compito principale di preparare nuove elezioni parlamentari e presidenziali, la cui data però, per l'intanto, slittava sine die.

In questo difficile contesto, una timida ripresa dei colloqui di pace israelo-palestinesi a partire dal 4 gennaio 2012 segnava presto il passo, senza registrare alcun progresso nonostante l'attiva presenza dei rappresentanti del Quartetto (USA, ONU, UE e Russia) e la mediazione della Giordania, divenuta assai più presente negli ultimi tempi nella questione palestinese.

Per quanto riguarda la politica interna israeliana, va ricordato che il premier Netanyahu ha ottenuto il 31 gennaio 2012 con un’ampia maggioranza la riconferma alla guida del Likud. Per quanto invece concerne l'opposizione di Kadima, l’inizio del 2012 ha fatto registrare un forte dissenso nei confronti della leader Tzipi Livni: alla fine di marzo, quando la guida di Kadima è passata nelle mani di Shaul Mofaz, che ha sconfitto nettamente la Livni.

Alla fine di febbraio 2012 nuovi motivi di scontro tra israeliani e palestinesi erano sorti in relazione alla gestione della Spianata delle Moschee a Gerusalemme, che secondo gli islamisti vedrebbe una pressione del fondamentalismo israeliano tale da mettere a rischio i luoghi santi musulmani – i toni spesso esagerati di alcune frange palestinesi sono in effetti talvolta corroborati da farneticanti prese di posizione di carattere biblico da parte dell’oltranzismo ebraico.

Dopo solo pochi giorni è tornata a divampare la violenza tra il territorio israeliano e la Striscia di Gaza, quando il 9 marzo l'aviazione di Tel Aviv ha eliminato lo sceicco al-Kaisi, capo di una formazione oltranzista minore fiancheggiatrice di Hamas: nei giorni successivi sono stati lanciati decine di razzi e colpi di mortaio dalla Striscia contro il territorio israeliano, mentre l'aviazione di Tel Aviv effettuava diverse ondate di missioni aeree, dichiarandone il carattere assolutamente mirato nei confronti di appartenenti a formazioni (soprattutto la Jihadislamica) impegnate in vario modo nella minaccia al territorio israeliano. Il 12 marzo il bilancio complessivo vedeva già 25 vittime palestinesi, con numerosi feriti, ma anche il coinvolgimento di diversi civili israeliani, colpiti dai pochi razzi sfuggiti al formidabile sistema di missili intercettori Iron Dome. Gli scontri sono tuttavia cessati dopo che nella notte tra 12 e 13 marzo è stata raggiunta tra le parti una tregua, di nuovo con la determinante mediazione dell’Egitto.

L’8 maggio ha segnato una svolta nel panorama politico israeliano, che già si preparava a elezioni legislative anticipate in settembre: infatti il partito centrista Kadima, ormai guidato da Shaul Mofaz dopo l’addio di Tzipi Livni, ma in preda a una grave crisi di identità, decideva improvvisamente di entrare nella coalizione di centro-destra guidata da Netanyahu, adducendo la motivazione di voler assicurare al paese una maggiore stabilità politica. La nuova compagine vantava comunque una mai prima registrata maggioranza di 94 seggi nellaKnesset.

Il 16 maggio vi è stato un rimpasto del governo dell'Autorità nazionale palestinese, con il premier Fayyad che ha rinunciato al portafogli delle finanze, dando vita a una compagine non riconosciuta da Hamas. Nel nuovo gabinetto sono entrati dieci ministri di prima nomina, e tra loro alcuni importanti esponenti di al-Fatah, che nei mesi precedenti avevano premuto per la restituzione parziale di cariche di governo a membri partitici. Il rimpasto del 16 maggio ha allontanato di fatto la formazione del governo tecnico di unità nazionale che gli accordi di riconciliazione tra ANP e Hamas avevano previsto: tale governo avrebbe dovuto essere guidato in via transitoria da Abu Mazen, in vista della preparazione di elezioni congiunte a Gaza e in Cisgiordania. In effetti, però, proprio la classe dirigente di Hamas a Gaza aveva temporeggiato, senza dar seguito a questa parte degli accordi di riconciliazione.

Nell’impasse negoziale con Israele, determinata soprattutto per Abu Mazen dalla prosecuzione della politica degli insediamenti ebraici, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese preannunciava l’8 giugno di voler richiedere all’Assemblea generale dell’ONU il riconoscimento come Stato osservatore non membro – alla stregua di quanto attualmente accordato alla Santa Sede. In tal modo l’ANP prendeva atto dell’insuperabilità del veto USA in Consiglio di Sicurezza, quand’anche la richiesta palestinese di ammissione a pieno titolo, presentata il 23 settembre 2011, avesse raggiunto il quorum di nove voti su quindici – e anche questo non si era verificato.

Sul piano interno Israele si è poi trovata a fronteggiare il problema dell’immigrazione illegale da alcuni paesi africani, rispetto alla quale è emersa la linea dura del partito confessionale Shas e del suo capo Yishay – entrato in polemica con l’approccio in questo caso più moderato della destra laica di Lieberman. Vi è stata inoltre una ripresa del movimento di contestazione sociale del 2011, deluso dalla mancata realizzazione di alcune promesse di Netanyahu, e che ha dato vita anche ad alcuni episodi di violenza.

Dal 18 al 23 giugno vi è stata una ripresa della violenza tra Israele e Gaza, che si innestava però nel nuovo clima egiziano determinato dall’elezione alla presidenza di Mohamed Morsi, esponente di spicco della Fratellanza musulmana. L’elemento di novità è stato proprio la mancanza di un ruolo mediatore dell’Egitto, impegnato in un critico snodo istituzionale: semmai, dopo la conferma della vittoria di Morsi, sono cresciute le inquietudini di Israele e le speranze di Hamas di ottenere appoggio e protezione dal nuovo corso della politica al Cairo. Per di più, il ripetersi in settembre di attacchi terroristici dal Sinai contro il territorio di Israele ha mantenuto alto il livello delle tensioni che in Israele pure esistono sin dalla caduta di Mubarak, nei confronti del futuro comportamento delle autorità egiziane. È infatti possibile che il ripetersi dei raid terroristici dal territorio della penisola possa ad un certo punto essere attribuito indirettamente all'Egitto, almeno per un'incapacità repressiva e di controllo.

Il contrasto con Gaza è riesploso alla metà di novembre, con l’uccisione di al Jabari - leader delle Brigate al-Qassam, il braccio militare di Hamas - avvenuta dopo un crescendo di lanci di razzi dalla Striscia di Gaza sul territorio israeliano: ha così avuto inizio l’operazione militare israeliana denominata “Colonna di fumo” o “Pilastro di difesa”, con massicci bombardamenti aerei dal 14 al 22 novembre. Il bilancio dell’operazione è stato di oltre 150 morti e migliaia di feriti tra i palestinesi e di sei vittime israeliane. La tregua, senza precondizioni, è stata negoziata dal presidente Obama e dal presidente egiziano Morsi, che ha segnato un notevole successo per sé e per l’Egitto. Tuttavia la tregua tra Israele e Gaza è molto fragile, ed entrambe le parti hanno minacciato una ripresa ancora più feroce delle ostilità nel caso di una sua violazione. Anche allo scopo di consolidare il cessate-il-fuoco, il 26 novembre sono ripresi al Cairo i colloqui indiretti tra Israele e Hamas che vedono sul tavolo molte questioni, tra le quali la richiesta di libera circolazione di persone e beni nella Striscia e la soppressione della "fascia di sicurezza" al confine con Israele che occupa quasi il 17 per cento del territorio della Striscia di Gaza. Sulla tregua aleggia anche lo spettro del legame tra Hamas, il gruppo Jihad Islamica e l’Iran, pubblicamente ringraziato per il rifornimento di armi: una delle condizioni poste dai gruppi armati della Striscia consiste proprio nell’abbandono da parte di Israele di qualsiasi tentazione di attaccare Teheran e i suoi siti nucleari.

La seconda guerra di Gaza – così definita per il numero altissimo delle vittime, che è sembrato riportare ai tempi dell’operazione “Piombo fuso” di quasi quattro anni prima - ha reso evidente un cambiamento nei rapporti di forza fra le fazioni palestinesi, dove l’interlocutore principale risulta ora essere Hamas, con il suo leaderKhaled Meshal, in esilio da molti anni e protagonista delle trattative per il cessate-il-fuoco al Cairo. La popolarità di Hamas, dopo il recente conflitto e, ancor più, dopo la firma della tregua, si è estesa  anche in Cisgiordania.

Fatah, al contrario, il partito laico maggioritario nell’ANP che governa la Cisgiordania, nonostante il riconoscimento di Israele, sembra avere di fatto perso ruolo e visibilità con l’arrestarsi del processo, sostenuto dagli Stati Uniti, che avrebbe dovuto condurre alla firma di un trattato di pace. Il voto del 29 novembre all’ONU, con l’ammissione della Palestina quale Stato osservatore non membro ha riaperto i giochi per Fatah che, negli ultimi giorni, aveva ricevuto anche il sostegno di Hamas. Nell’ottica di Abu Mazen, il cambiamento di status[1] è l’ultima opportunità per la ripresa della strada dei “due Stati”. I palestinesi sperano inoltre che l’accesso agli organi delle Nazioni Unite possa portare nuovi diritti, anche se le opinioni in materia sono piuttosto contrastanti. Mentre è chiaro infatti che uno stato osservatore (come è stato anche l’Italia fino al 1955) partecipa alle riunioni dell’Assemblea generarle senza diritto di voto, altri aspetti, come la possibilità di aderire a trattati internazionali o alla Corte Internazionale di Giustizia, sono più controversi. Sembra invece meno problematica, anche se non scontata, la possibilità che alla Palestina venga consentito di aderire allo statuto della Corte Penale Internazionale, cosa che le permetterebbe di inoltrare l’accusa contro Israele per crimini di guerra se la strada del negoziato si dovesse nuovamente rivelare fallimentare.

Khaled Meshaal, che insieme ad Abu Mazen ha sostenuto nel 2011 un piano egiziano per la riconciliazione fra Hamas e Fatah, si è recato l’8 dicembre nella Striscia di Gaza, da dove manca dal 1967, per un tour di tre giorni. La visita di Meshaal fa pensare ad un riavvicinamento tra le due leadership di Hamas: quella in esilio e quella basata a Gaza. Quanto ai rapporti con i palestinesi della Cisgiordania, in una sua recentissima dichiarazione alla Reuters, Meshaal ha affermato che sebbene siano finora falliti tutti i tentativi di formare un governo di unità nazionale, esistono però adesso le condizioni per una riconciliazione.

Secondo Israele, l’iniziativa di Fatah all’ONU ha violato gli Accordi di Oslo del 1993, in base ai quali è stata istituita l’Autorità palestinese. Il portavoce del Governo, Mark Regev, ha dichiarato inoltre che la vicenda pone palestinesi e israeliani fuori dal processo negoziale. Israele ha inoltre annunciato di voler proseguire con la costruzione di 3.000 nuovi appartamenti in Cisgiordania e, soprattutto, in un’area di Gerusalemme est fortemente contesa (Area “E1” che collega Gerusalemme al resto della Cisgiordania) a lungo considerata come il maggior ostacolo alla realizzazione della soluzione dei due Stati. In aggiunta, ha deciso di trattenere le tasse destinate all'Anp in base agli accordi di Parigi[2].

Il 22 gennaio 2013 si sono svolte le elezioni politicheisraeliane, alle quali il premier Netanyahu si è presentato unitamente al partito della destra laica di Avigdor Lieberman: il risultato non è stato però incoraggiante per Netanyahu, che ha visto la propria coalizione perdere 11 seggi rispetto al risultato del 2009, pur restando nettamente la prima forza politica del nuovo Parlamento, con 12 seggi di vantaggio sulla seconda, la vera sorpresa, il partito centrista Yesh Atid guidato da Yair Lapid. Nel complesso, il complesso delle forze di destra – difficili comunque da ricondurre sotto un’unica direzione di marcia - ha riportato una risicata maggioranza di 62 seggi su un totale di 120 della Knesset. Nel voto è emersa anche una notevole differenziazione regionale, con l’affermazione netta dei partiti confessionali a Gerusalemme, con la tenuta sostanziale di Netanyahu e Lieberman a Haifa - precedentemente considerata la “città rossa” di Israele - e con la netta affermazione di Lapid a Tel Aviv, città tradizionalmente laica e modernista. Il 2 febbraio Netanyahu ha ricevuto l'incarico per formare il nuovo governo, le cui trattative si rivelano tuttavia assai difficili e dagli sbocchi imprevisti.

Sempre più chiaramente emergono intanto le preoccupazioni di Israele e della Comunità internazionale per un un possibile passaggio di armamenti anche letali dalla Siria ormai in disfacimento al forte alleato in territorio libanese, Hezbollah. In questo senso il 29 gennaio 2013 il capo dell'aviazione militare israeliana aveva senz'altro ammesso che lo Stato di Israele è già impegnato in una efficace lotta contro il trasferimento di armamenti agli Hezbollah attraverso il confine siro-libanese: solo poche ore dopo fonti estere che non hanno però ricevuto conferma ufficiale in Israele hanno riferito di un attacco di caccia israeliani sul confine tra Libano e Siria per impedire che una batteria di missili AS-17 giungessero in possesso di Hezbollah. La partita più pericolosa potrebbe innescarsi nel momento in cui il sospetto dei trasferimenti di armi riguardasse anche armamenti chimici.

Proprio alla fine di febbraio sembra riaccendersi poi la tensione con Gaza, dopo che già in Cisgiordania erano scoppiati tumulti in solidarietà ad alcuni detenuti palestinesi che in carcere avevano iniziato uno sciopero della fame. Gli scontri assumevano maggiore gravità dopo la morte in carcere di un palestinese arrestato il 18 febbraio, che secondo l’ANP sarebbe deceduto in seguito a percosse e torture. Il 26 febbraio un razzo proveniente da Gaza ha raggiunto la città israeliana di Ashqelon, e le autorità hanno chiuso i due valichi con Gaza di Erez e Kerem Shalom.

L'attività parlamentare

L'attenzione del Parlamento per la questione mediorientale era naturalmente già stata sollecitata nel passaggio tra il 2008 e il 2009, durante l’operazione militare israeliana a Gaza, quando le Commissioni Esteri riunite di Camera e Senato avevano ascoltato comunicazioni del Ministro degli Esteri Frattini sugli sviluppi della situazione (sedute del 30 dicembre 2008 e del 7 gennaio 2009). Le questioni mediorientali erano peraltro già state al centro, nel novembre 2008, della missione in Siria di una delegazione della Commissione Affari esteri della Camera, su cui il Presidente della Commissione, On. Stefani, riferiva nella seduta del 18 dicembre 2008.

Il contesto mediorientale faceva da sfondo anche all'approfondimento della situazione regionale dei profughi, assistiti da un'apposita Agenzia ONU, l'UNRWA, il cui Commissario generale Filippo Grandi è stato ascoltato nell'ambito dell'indagine conoscitiva condotta dal Comitato permanente sui diritti umani della Commissione Affari esteri (seduta del 13 aprile 2010). Il conflitto israelo-palestinese, nel più ampio contesto della situazione mediorientale e mediterranea, aveva del resto già costituito l’oggetto principale delle comunicazioni del Governo, rese dal Ministro degli Affari esteri On. Franco Frattini alle Commissioni Esteri riunite di Camera e Senato (seduta del 27 maggio 2009).

Sui drammatici fatti verificatisi il 31 maggio al largo delle coste di Gaza, quando l’abbordaggio da parte della Marina militare israeliana di alcune navi cariche di aiuti umanitari - che intendevano forzare deliberatamente il blocco selettivo imposto a Gaza dalle autorità israeliane - provocava nove morti (otto attivisti turchi ed un cittadino statunitense di origine turca) e numerosi feriti, il Governo ha svolto alla Camera una prima informativa nella seduta dell’Assemblea del 3 giugno 2010. La posizione italiana sulla vicenda veniva in seguito precisata dallo stesso Ministro degli Esteri, On. Frattini, che nella seduta del 9 giugno 2010 delle Commissioni Esteri riunite di Camera e Senato ha riferito sui recenti sviluppi della situazione in Medio Oriente.  Nei giorni successivi, che hanno poi condotto all’annuncio dell’alleggerimento del blocco su Gaza, il Ministro tornava a riferire in occasione delle comunicazioni concernenti il Consiglio europeo del 17 giugno 2010, rese come di consueto innanzi alle Commissioni riunite Esteri e Politiche dell’Unione europea dei due rami del Parlamento (seduta del 17 giugno 2010).

Il 14 settembre 2011 vi era l’ultimo intervento sui recenti sviluppi del processo di pace in Medio Oriente da parte del Ministro degli Affari esteri On. Franco Frattini, in occasione dell’audizione presso le Commissioni Esteri riunite dei due rami del Parlamento.

Il primo intervento parlamentare del Governo Monti sulla questione israelo-palestinese si è avuto quando il Ministro degli Affari esteri Giulio Terzi di Sant’agata ha riferito alle Commissioni Esteri riunite della Camera e del Senato (seduta del 30 novembre 2011) in ordine alle linee programmatiche del suo Dicastero: il Ministro ha ribadito la posizione di equilibrio dell’Italia tra le esigenze contrapposte, che mira ad assicurare a un tempo il principio fondamentale dalla sicurezza dello Stato israeliano e dei suoi cittadini, e l’impegno non meno essenziale per la creazione di uno Stato palestinese.

Successivamente, sulla missione in Israele e nei Territori palestinesi di una delegazione della Commissione Esteri, svoltasi dal 21 al 24 febbraio 2012, sono state rese il 29 febbraio 2012 comunicazioni del presidente.

Un ulteriore intervento parlamentare del Governo, nella persona del Ministro degli Esteri Giulio Terzi, ha riguardato il riaccendersi di gravi tensioni tra Israele e la Striscia di Gaza nel contesto più ampio della crisi mediorientale - che soprattutto in Siria non accenna a trovare una soluzione -, nella seduta delle Commissioni Esteri riunite dei due rami del Parlamento del 20 novembre 2012. In precedenza il Ministro Terzi in analoga sede si era soffermato tra l’altro anche sui profili della questione israelo-palestinese (seduta del 6 giugno 2012).

Alla fine del 2012 le Commissioni Esteri riunite di Montecitorio e Palazzo Madama hanno nuovamente ascoltato il Ministro Terzi in ordine all’esito del voto in Assemblea Generale dell’ONU sul riconoscimento all’Autorità palestinese dello ‘status’ di Paese osservatore non membro delle Nazioni Unite, in relazione alle prospettive del processo di pace (seduta dell’11 dicembre).

Il teatro israelo-palestinese è stato inoltre più volte al centro dell’attività parlamentare non legislativa in occasione delle periodiche comunicazioni del Governo sulle missioni militari internazionali cui l’Italia partecipa, in ragione della presenza di nostri militari nell’ambito delle missioni richiamate nella sezione dedicata agli interventi legislativi. L’ultima occasione è stata quella del 16 gennaio 2013, quando i Ministri degli Esteri e della Difesa hanno riferito alle omologhe Commissioni riunite dei due rami del Parlamento.