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Resoconti stenografici delle audizioni

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Commissione VIII
31.
Mercoledì 9 novembre 2011
INDICE

Sulla pubblicità dei lavori:

Alessandri Angelo, Presidente ... 3

Audizione del Capo del Dipartimento della protezione civile, prefetto Franco Gabrielli, sui recenti eventi alluvionali che hanno colpito alcune aree del Centro-Nord d'Italia (ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento):

Alessandri Angelo, Presidente ... 3 8 18 23
Bratti Alessandro (PD) ... 12 22
Chiappori Giacomo (LNP) ... 15
Gabrielli Franco, Capo del Dipartimento della protezione civile ... 3 11 17 18 22
Ghiglia Agostino (PdL) ... 14
Margiotta Salvatore (PD) ... 11
Mariani Raffaella (PD) ... 8
Mondello Gabriella (UdCpTP) ... 8
Orlando Andrea (PD) ... 13
Piffari Sergio Michele (IdV) ... 9
Realacci Ermete (PD) ... 10
Rigoni Andrea (PD) ... 18
Vannucci Massimo (PD) ... 16 17
Zamparutti Elisabetta (PD) ... 8
Sigle dei gruppi parlamentari: Popolo della Libertà: PdL; Partito Democratico: PD; Lega Nord Padania: LNP; Unione di Centro per il Terzo Polo: UdCpTP; Futuro e Libertà per il Terzo Polo: FLpTP; Italia dei Valori: IdV; Popolo e Territorio (Noi Sud-Libertà ed Autonomia, Popolari d'Italia Domani-PID, Movimento di Responsabilità Nazionale-MRN, Azione Popolare, Alleanza di Centro-AdC, La Discussione): PT; Misto: Misto; Misto-Alleanza per l'Italia: Misto-ApI; Misto-Movimento per le Autonomie-Alleati per il Sud: Misto-MpA-Sud; Misto-Liberal Democratici-MAIE: Misto-LD-MAIE; Misto-Minoranze linguistiche: Misto-Min.ling; Misto-Repubblicani-Azionisti: Misto-R-A; Misto-Noi per il Partito del Sud Lega Sud Ausonia (Grande Sud): Misto-NPSud; Misto-Fareitalia per la Costituente Popolare: Misto-FCP.

COMMISSIONE VIII
AMBIENTE, TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di mercoledì 9 novembre 2011


Pag. 3

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE ANGELO ALESSANDRI

La seduta comincia alle 14,10.


Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Audizione del Capo del Dipartimento della protezione civile, prefetto Franco Gabrielli, sui recenti eventi alluvionali che hanno colpito alcune aree del Centro-Nord d'Italia.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento, l'audizione del Capo del Dipartimento della protezione civile, prefetto Franco Gabrielli, sui recenti eventi alluvionali che hanno colpito alcune aree del centro-nord d'Italia.
Do la parola al prefetto Gabrielli, che ringrazio per la presenza.

FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della protezione civile. Grazie, presidente. La ringrazio di avermi offerto l'ennesima possibilità di venire in audizione. Credo di essere non dico un habitué di questa Commissione, ma ci vengo spesso e, posso aggiungere, anche volentieri.
Ho prodotto alcune documentazioni, che lascerò agli atti, in cui potrete trovare la disamina e l'analisi dei fatti che sono avvenuti in questi giorni, che, come voi sapete, non riguardano solo la Liguria e la Toscana, ma anche la Basilicata e il Piemonte. Inoltre, proprio in questo momento, mentre sto parlando, è in corso una situazione di forte criticità nel Messinese e nel Catanzarese. Poiché la perturbazione continuerà a insistere in quelle zone ancora per diverse ore, è una situazione i cui sviluppi sono al momento imprevedibili.
Come vi annunciavo, lascerò tutta questa documentazione, nella quale abbiamo cercato di ripetere in maniera sufficientemente puntuale dati e provvedimenti.
Colgo, invece in apertura - poi ovviamente, come consuetudine, sarò a disposizione per ogni interazione e per ogni risposta che sarò in grado di fornirvi - l'opportunità di manifestare un'esigenza, anche all'esito di tutte le notizie che sono state riferite e scritte in questi giorni, quella di ripristinare alcune verità, alcuni punti fermi.
Non vi nego che spesso, leggendo i giornali o ascoltando interventi attraverso i mezzi di informazione, ho la netta sensazione che forse o io mi sono perso un pezzo, o qualcun altro si è perso un pezzo. Vorrei, pertanto, mettere un punto fermo.
In questo senso, dirò anzitutto, che la parola «prevenzione», che viene usata e abusata, comprende, dal mio punto di vista, due grandi macrocategorie.
Esiste una prevenzione strutturale, che è quella che affligge in maniera sistemica questo Paese, ma che, lo ricordo a me stesso, lo affligge per questo rischio, ma anche, per esempio, per il rischio sismico. Se ci si soffermasse soltanto a parlare delle condizioni delle scuole, degli uffici strategici e delle civili abitazioni, si vedrebbe che esiste un problema di interventi


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preventivi che dovrebbero mettere in sicurezza gli edifici e il territorio. E, tuttavia, questa attività di prevenzione è un'attività che non riguarda la Protezione civile. Anzi, se nel recente passato, anche con grande sforzo, si sono attuati alcuni interventi, la mancanza di risorse ha fatto sì che tali interventi fossero incompiuti. Credo che l'esempio della Valle del Bisagno sia una testimonianza di ciò. Per fortuna alcuni interventi sono stati compiuti e, quindi, oggi contiamo danni meno significativi, ma, a mio giudizio, vi è la mancanza di una visione complessiva di un problema che evidentemente non può essere affrontato e risolto per singoli e isolati interventi.
Inoltre, credo anche che noi tutti, a partire da chi vi parla, dobbiamo avere l'onestà di riconoscere che la problematica della prevenzione strutturale prevede costi e tempi che non sono certamente riferibili all'immediato.
Al tempo stesso, vi posso comunicare che quest'autunno, come il prossimo inverno, saranno stagioni impegnative. Non ho la sfera di cristallo, ma negli ultimi anni ci hanno raccontato questo le cronache e gli episodi che si sono verificati. La stessa Liguria nell'autunno del 2010 ha avuto quattro vicende alluvionali. Adesso abbiamo cominciato con una e non sappiamo quali potranno essere le prospettive.
Poiché è assolutamente impensabile e anche eticamente inaccettabile che si debba sempre rimandare a un intervento futuro che, da un lato, le casse dello Stato e, dall'altro, la complessità degli interventi renderebbero, nella migliore delle ipotesi, medio o lungo, io credo che i morti che in questi giorni ci sono stati ci impongano interventi immediati e che questi possano essere compiuti, se si comprende qual è il sistema di previsione e di prevenzione sotto il profilo della Protezione civile, con il concorso di tutti.
E qui cominciano, a mio giudizio, le dolenti note. Mi rendo conto che, per esempio, c'è stato un attacco ingiusto, ma bipartisan, ai sindaci. A Roma sono state chieste le dimissioni del sindaco e non avevamo ancora capito a quale livello di cumulata eravamo arrivati e a Genova è avvenuto lo stesso. Mi rendo conto che a volte gli amministratori, soprattutto quelli che fanno front office con le collettività, una volta che sono aggrediti, rispondono in maniera anche non corretta.
Vorrei mettere un primo punto fermo sull'aspetto previsionale, altrimenti non si capisce chi fa che cosa. Nel nostro attuale sistema esiste una norma di cornice, la direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri del 27 febbraio del 2004, che pone in capo a determinati soggetti determinate attività e pone in capo al Dipartimento della protezione civile un'attività di organizzazione e di responsabilità che è in capo alle regioni in primis.
Esiste un sistema di centri funzionali regionali e un centro funzionale centrale che, rispetto ai centri funzionali regionali, ha un ruolo di coordinamento. Che cosa fa il centro funzionale nazionale? Il centro funzionale centrale, peraltro in coordinamento con altri soggetti che citerò, ogni giorno emette un bollettino di vigilanza meteo. Non sono le previsioni meteo che vediamo in televisione, ma previsioni che attengono alle vicende di protezione civile. Noi segnaliamo le piogge e le nevicate laddove hanno una ricaduta in termini di protezione civile.
Questo bollettino, che viene emanato tutti i giorni, e che è frutto del concorso dell'attività del centro funzionale centrale della Protezione civile insieme al servizio meteorologico dell'Aeronautica e a due centri funzionali regionali, quelli del Piemonte e dell'Emilia-Romagna, che sono stati individuati come centri di eccellenza nell'ambito delle regioni, viene emesso e attiene a una vigilanza meteo.
Questo bollettino ha la funzione di indicare che domani nel Paese avverrà una data situazione, pioverà di qua e nevicherà di là, ma esclusivamente ai fini di protezione civile. Laddove si verificano situazioni di criticità meteorologica che interessano più regioni, il Dipartimento di protezione civile emette un avviso di criticità meteo.


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A valle di tutto questo lavoro, che viene compiuto entro le ore 15.00 di ogni giorno, i singoli centri funzionali regionali, laddove esistono situazioni di criticità idrogeologica, emettono avvisi di criticità idrogeologica e lo fanno in maniera autonoma laddove i centri funzionali regionali sono autonomi, o tramite il Dipartimento che opera in nome e per conto delle regioni che non sono autonome. Attualmente le regioni non autonome sono il Friuli, il Lazio, la Puglia, la Sicilia, la Sardegna e l'Abruzzo. Anche la Calabria non è autonoma, ma solo per l'aspetto meteo.
Ogni regione, quindi, o il Dipartimento per le regioni non autonome, emette, laddove ci sono situazioni di criticità idrogeologica, avvisi di criticità, secondo una tripartizione di pericolosità, prevista dalla direttiva del 2004, per cui vi può essere una criticità ordinaria, una criticità moderata e una criticità elevata.
Vi leggo solo ciò che è riportato con riferimento agli effetti e ai danni di una criticità elevata: «Si prevedono danni alle attività agricole e agli insediamenti residenziali e industriali, sia prossimali che distali, rispetto al corso d'acqua, danni o distruzione di centri abitati, di rilevati ferroviari o stradali, di opere di contenimento, regimazione o attraversamento, possibili perdite di vite umane e danni alle persone».
Questi avvisi di criticità meteo devono poi trovare una trasposizione sul versante della protezione civile, sui piani di protezione civile. In questo campo sia le regioni che sono autonome, sia le regioni che ricevono in nome e per conto del Dipartimento gli avvisi, provvedono alla diramazione sul territorio degli avvisi stessi, prescrivendo per ogni tipo di criticità un tipo di attenzione o di allerta specifica. Qui, purtroppo, c'è un problema di uniformità delle procedure e delle forme di comunicazione e questo è un aspetto, a mio giudizio, da rivedersi e che proporrò all'attenzione del Comitato paritetico, che, come voi sapete, stiamo riesumando dopo dieci anni di inattività.
Il Comitato paritetico, infatti, è previsto dalla legge n. 401 del 2001, ma non ha mai visto la nascita. In questi giorni, finalmente, sarà costituito e, quindi, consentirà di trovare un tavolo di confronto tra le amministrazioni dello Stato e le regioni. Una delle prime questioni da affrontare sarà proprio quella legata a un'uniformità delle procedure e delle forme di comunicazione. Ci sono, infatti, regioni che riferiscono alla criticità elevata l'allerta 2, altre l'allerta 3, altre il preallerta, insomma, c'è una sorta di Babele.
Perché avviene questo? Ciò rispondeva a una logica per la quale le regioni erano le uniche depositarie di questo tipo di intervento e, quindi, ogni regione si è attrezzata in maniera diversa. Quando arriva questo benedetto o maledetto avviso di criticità, la regione dunque gli riferisce un livello di allerta e lo comunica a tutte le strutture della regione. Ogni struttura della regione deve poi provvedere in base ai piani di protezione civile.
Il secondo punto fermo che voglio porre è questo: i piani di protezione civile non sono in capo alle regioni, ma ai comuni e alle province. Quando si afferma, forse sincopando, che emaniamo gli avvisi e che poi sono i comuni che li devono eseguire, non è uno scaricabarile, non è un mettere la croce addosso all'ultimo anello della catena, ma è semplicemente riferire la realtà della situazione.
Vi leggo, perché è assolutamente illuminante, la delibera della regione Liguria che ha recepito la direttiva del 2004 (da recepire, appunto, da tutte le regioni con delibere di Giunta). Nella regione Liguria, che prendo a esempio perché è quella più massacrata da queste vicende alluvionali, la delibera n. 746 del 9 luglio del 2007, allorquando parla dei tipi di allerta idrogeologico e delle azioni, prevede questo a proposito di che cosa dovrebbe fare il terminale comunale di tutta questa vicenda. Vi leggo solo la parte relativa all'allerta 1 (poi c'è un'allerta 2, che è quella di cui stiamo parlando in questi giorni). «L'allerta 1 è l'evento meteorologico che determina uno scenario idrogeologico che configura allagamenti diffusi in ambito urbano ed extraurbano, un innalzamento dei livelli degli alvei dei torrenti


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che possono provocare inondazioni localizzate nelle aree contigue all'alveo e il possibile innesco di frane e smottamenti localizzati, con moderata pericolosità per l'incolumità delle persone e dei beni». Ovviamente vi immaginate che l'allerta 2 è molto più significativo. «Al prefigurarsi di questo scenario idrologico, il sindaco, in qualità di autorità comunale di protezione civile, attiva la struttura comunale di protezione civile, comunica in tempo utile alla popolazione tramite le strutture comunali a disposizione, ivi compreso il volontariato, la necessità di mettere in atto misure di autoprotezione - qualcuno ha ironizzato in maniera anche un po' infame, quando io ho sottolineato l'aspetto dell'autoprotezione, contrabbandandola come se significasse «ognuno faccia come meglio crede o si arrangi», ma l'autoprotezione è uno dei concetti basilari di un sistema di protezione civile - dispone l'interruzione di tutte le attività in alveo e la messa in sicurezza dei mezzi e macchinari, assicura una reperibilità finalizzata, in via prioritaria, alla ricezione di ulteriori aggiornamenti, assicura la sorveglianza attraverso il presidio territoriale delle zone a elevata predisposizione al dissesto idrogeologico e ad alta pericolosità idraulica, riportate nell'allegata cartografia delle criticità a uso di protezione civile e sue eventuali integrazioni di dettaglio a cura dei comuni, anche avvalendosi, qualora necessario, del volontariato, dei corpi dello Stato, di enti pubblici e privati preposti alla bonifica e alla difesa del suolo e del territorio, nonché alla gestione della viabilità stradale e ferroviaria e, se del caso, dell'energia».
Ovviamente queste situazioni, che sono riferite all'allerta 1, aumentano in modo esponenziale per quanto riguarda l'allerta 2, quella prevista nelle vicende che hanno preceduto i fatti sia di Genova, sia della Lunigiana, sia dello spezzino.
Tutto ci può essere, dunque, tranne che confusione. La catena di comando è ben definita e le azioni che devono essere eseguite sono scritte.
Ci sono, dunque, tre temi fondamentali che vorrei sottoporre alla vostra attenzione.
Il primo è quello che ogni comune abbia predisposto un piano di protezione civile. Se i comuni non hanno predisposto i piani di protezione civile e questi piani non sono conosciuti dalla gente, tamquam non essent, anzi, potrebbero risultare veramente oltraggiosi, perché un Piano che rimane in un cassetto e non è conosciuto non serve a nessuno.
C'è poi il tema dell'informazione alla popolazione, un tema fondamentale, che credo non abbia, non me ne vogliate, paternità politica. In questi giorni il presidente Obama sta affrontando il problema della comunicazione ai suoi cittadini per quanto riguarda gli uragani e sta provando un test, che peraltro sta preoccupando - la preoccupazione verte sul fatto che molti non lo riconoscano come tale - utilizzando il sistema per cui tutti i mezzi di informazione possibili a una data ora e con determinate modalità forniranno comunicazioni a tutta la popolazione.
Ricordo a me stesso, anche su questo tema dell'informazione, che il combinato disposto tra l'articolo 15 della legge n. 225 del 1992 e l'articolo 12 della legge n. 265 del 1999 pone in capo al sindaco le comunicazioni alla popolazione. L'informazione alla collettività viene rimessa in capo al sindaco non per una perversione, ma per una semplice ed elementare considerazione: chi meglio di colui che sta sul territorio ne conosce le condizioni? L'altro giorno leggevo alcune affermazioni nell'elbano. Il sindaco si lamentava che la provincia non gli aveva comunicato l'esatta corrispondenza della criticità. Se in un territorio piove da sei ore e piove sempre più, io credo che non si debba aspettare l'avviso meteo per porre in essere alcune azioni.
La terza questione è quella dell'autoprotezione. Io credo che noi non andremo da nessuna parte, lo abbiamo visto purtroppo anche in questi giorni, senza regolarla. Ero a Genova quando il sindaco ha decretato il divieto della circolazione


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dei mezzi privati e vi posso assicurare che la circolazione continuava tranquillamente. Avete visto tutti le immagini sulle spallette del fiume Po; abbiamo visto gente che camminava con l'acqua a mezza coscia o addirittura a mezzo busto.
Credo che questo sia un tema fondamentale, che, a mio giudizio, si abbina con quello che in questi giorni ho definito un nuovo patto sociale, proprio perché, come affermavo in apertura, vi è scarsità di risorse immediate e, anche qualora ci fossero, resterebbe il problema dei tempi per la realizzazione delle opere. Pensate che per la vicenda del Bisagno ci sono stanziamenti da parte della Protezione civile con due ordinanze, una del 2002 e una del 2007, e altri stanziamenti successivi. A oggi queste opere consentiranno una riduzione del rischio pari al 20-30 per cento. Si pone, dunque, un tema delle risorse, ma anche un tema di tempi di realizzazione degli interventi, perché, di fronte ai dissesti idrogeologici, credo che le operazioni non possano essere svolte con la bacchetta magica.
In questo quadro, in attesa che il Paese trovi risorse e che si provveda alla realizzazione di opere che rimangono ovviamente nelle priorità, si pone il tema, secondo me ancora più importante, che è quello di stipulare un patto tra le istituzioni che costituiscono il sistema di protezione civile e i cittadini.
In questo patto, come ricordavo a Genova, passa anche il concetto per il quale, se un sindaco responsabilmente assume alcune decisioni forti, come la chiusura di scuole e di strade, quello stesso sindaco, allorquando i fatti non si verificano nelle modalità in cui sono stati previsti, non debba essere crocifisso. In questo Paese, infatti, avviene anche che, laddove esistono amministratori responsabili e cauti, questi finiscono per rischiare più di colui che accetta le cose in maniera fatalistica, sperando magari che gli eventi non si verifichino.
Dico questo perché quando ho parlato in premessa del meccanismo dei bollettini di vigilanza meteorologica, degli avvisi di criticità, non mi riferivo a una scienza esatta: sto parlando di modelli matematici, di previsioni, non di editti deterministici. Vi posso assicurare che c'erano modelli che ci hanno fatto perdere il sonno e che davano, per quanto riguarda alcune zone che erano tributarie del Po, precipitazioni anche a 1.500 millimetri. C'è poi l'uomo che sta dietro al modello e lo ricompone, ma è una valutazione e, come tale, deve essere ponderata e valutata.
Se non lo facciamo, innescheremo un meccanismo perverso: i centri funzionali, e qualcuno lo sta già facendo, metteranno sempre l'avviso di criticità massima. Qualcuno già lo sta facendo, perché è una forma di tutela. Gli amministratori che avranno l'ingrato compito di intervenire, a loro volta, compiranno esattamente la stessa scelta, ossia attueranno le misure di cautela massima e, quindi, avremo nel giro di poco tempo un Paese completamente immobilizzato.
Io credo che ci sia una via di mezzo, quella del grande senso di responsabilità che dobbiamo mettere in questa partita, lasciando da parte le legittime contrapposizioni, su questi temi, soprattutto per i mesi a venire.
Io credo che effettivamente il tempo sia cambiato, meteorologicamente parlando. Mi spiegavano gli esperti, a proposito delle Convenzioni internazionali sui tempi di ritorno - si legge di tempi di ritorno cinquecentennali - che sono Convenzioni internazionali che attengono ai criteri di costruzioni delle dighe, ma che non hanno nulla a che vedere con la salvaguardia dell'incolumità della gente. Poiché il tempo che avremo da vivere, che non è solo quello di morotea memoria, ma anche il tempo climatologico, sarà estremamente complicato, io credo che dovremmo compiere tutti insieme uno sforzo perché, nell'attesa degli interventi strutturali, ci sia un efficiente sistema di protezione civile, che, come ricordavo prima, passa attraverso le azioni che ho cercato di raccontarvi.


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PRESIDENTE. Ringrazio il prefetto Gabrielli e do la parola ai colleghi che vogliano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

ELISABETTA ZAMPARUTTI. Io volevo sapere se avete un dato sul numero di comuni che non hanno ancora adottato i piani di protezione civile di cui ha parlato e se, in attesa di piani di prevenzione e di reperimento delle relative risorse, non sia il caso, nel nostro Paese, di iniziare a pensare anche all'introduzione di un sistema di assicurazione rispetto ai danni da calamità naturali.
In ultimo, chiedo se, rispetto all'indubbia necessità di una maggiore informazione, non sia opportuno, rispetto ai dati contenuti nel Portale cartografico nazionale del Ministero dell'ambiente, dove ci sono mappe sulle aree a più elevato rischio idrogeologico, renderle più fruibili. Solo un tecnico può riuscire a capire esattamente che rischio può correre una data casa o un dato edificio.

GABRIELLA MONDELLO. Ringrazio il prefetto Gabrielli per la sua esposizione. Sono presenti altri colleghi che rappresentano le aree liguri colpite da questi eventi straordinari e, quindi, anche loro si faranno sentire.
Volevo osservare che anche nella parte di Levante della provincia di Genova, che in un primo momento non era stata colpita tra Lavagna e Sestri Levante - le lascerò, al riguardo, una richiesta inoltrata dal comune di Lavagna -, si è verificata una fortissima mareggiata, con distruzioni delle attività produttive, in particolare degli stabilimenti balneari, ma non solo. Si dovrebbe tenere anche presente, cosa che si era verificata in passato, che la mareggiata lambisce anche la ferrovia, che è importantissima per il collegamento Parigi-Roma.
L'inviterei, anzi, se fosse possibile, ad effettuare una visita, come ha già fatto, del resto, nelle zone colpite dello spezzino e di Genova, se potesse trovare un piccolo spazio per verificare la situazione in loco. In questo, mi faccio portavoce degli amministratori locali che me l'hanno richiesto.
Aggiungo un'ultima considerazione. Vista la ristrettezza dei tempi non è permesso farlo, ma, dato che da anni faccio parte della Commissione ambiente, mi rivolgo al presidente, affermando che dovremo affrontare sicuramente il tema della sicurezza ambientale.
Da tempo vado denunciando che, pur con tutto il rispetto, soprattutto per chi da innocente ha perso la vita e per chi ha perso attività produttive, sono perfettamente d'accordo col fatto che sono spesso i comportamenti dei cittadini stessi, non nel momento dell'emergenza, ma in precedenza, come ben sappiamo, a determinare tali situazioni. Una parte, anche se minoritaria, si fa molto sentire, quando vuole costruire box interrati ed effettuare cementificazioni lungo le coste e gli argini di fiumi. È un argomento che, secondo me, in Italia non deve essere trascurato, anche se impopolare.
So per esperienza diretta - mi ricordo benissimo di quando ero sindaco - che i dinieghi fanno sempre impressione, soprattutto quando le persone insistono, ma credo che quello della sicurezza ambientale sia un argomento che, se vogliamo salvare alcune zone di questo Paese, dobbiamo affrontare con continuità e con determinazione.

RAFFAELLA MARIANI. Vorrei ringraziare il prefetto Gabrielli e porgli due questioni.
Condivido moltissimo le considerazioni che ha svolto, soprattutto sulla filiera delle responsabilità che devono essere rimarcate. Condivido anche il fatto che si spendano risorse sull'informazione e sulla comunicazione dei cittadini, anche alla luce degli effetti dei cambiamenti climatici che qualcuno fino a pochi mesi fa sosteneva non vi fossero.
Per quanto riguarda le nostre competenze, noi abbiamo avuto modo, come ha ricordato lei, di sentire nel mese di luglio anche un appello da parte del Dipartimento della protezione civile riguardo le risorse destinate alla gestione dell'emergenza.


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Per essere utili alle regioni colpite e a quelle popolazioni, ma anche al Dipartimento, vorremmo capire dalla sua viva voce come si predispone in queste ore, nel rapporto tra il Dipartimento e il Governo e particolarmente col Ministero dell'economia e delle finanze, l'organizzazione delle risorse necessarie alla gestione dell'emergenza.
Se non ricordo male, a luglio, ma poi ne abbiamo più volte discusso, a seguito anche dell'emanazione del decreto-legge n. 225 del 2010 (cosiddetto «decreto Milleproroghe»), noi abbiamo contestato la scelta di far gravare sul bilancio delle regioni e sui cittadini, con l'imposizione di un'accisa sul gasolio proprio nelle regioni colpite da calamità naturali, il costo degli interventi. Oggi ci sentiamo dire dalle regioni che, pur applicando quell'ulteriore tassa ai cittadini già colpiti dagli eventi alluvionali, si avrebbe comunque il blocco generato dal Patto di stabilità per la spesa di quelle risorse. Siamo di fronte a contraddizioni che mettono in seria difficoltà la gestione non della prevenzione, cioè delle misure che hanno tempi medio-lunghi - noi speriamo che siano sempre più brevi - di realizzazione, ma delle stesse misure per la gestione dell'emergenza.
Rispetto a questo punto chiedo, quindi, se le risulta che sia necessario ancora provvedere al reperimento di risorse certe per le due emergenze di Toscana e Liguria di un anno fa. Rivolgiamo anche un appello a fare in fretta per riuscire a pagare almeno i lavori che solo un anno fa sono stati realizzati e rispetto ai quali le imprese sono in gravissima difficoltà.
A tale proposito, sottolineo che non è più stato rifinanziato il fondo regionale per la protezione civile per consentire alle regioni, che hanno in capo tante responsabilità, ma che da alcuni anni non hanno più avuto la copertura di quel significativo contributo statale, di esercitare tutte le funzioni che lei ha elencato.
Un'ultima domanda che volevo porle riguarda i conflitti di competenza. In queste ore molti sindaci si rivolgono a noi per sottolineare, soprattutto per la questione idraulica, la difficoltà a vedere ripuliti gli alvei dei fiumi, non dai detriti, ma dalla vegetazione, che naturalmente, nel caso di alluvioni così repentine, impedisce il deflusso delle acque, mette a rischio i ponti e, come abbiano visto anche in quei casi tragici, ha costituito un elemento di accelerazione dei danni.
I sindaci si trovano di fronte a conflitti di competenze tra Genio civile, Autorità di bacino e amministrazioni provinciali. Non ritiene che sia necessario, anche alla luce della stagione invernale che sta arrivando, predisporre una linea di responsabilità più efficace? Neanche il potere di ordinanza del sindaco avrebbe la funzione di liberare gli alvei, però c'è una sorta di patologia in questo momento e sicuramente anche una psicosi rispetto a questo tema. Chi vive lungo gli alvei dei fiumi ha questa preoccupazione e vorrebbe fare in fretta a risolverla, prima che accada l'irreparabile.

SERGIO MICHELE PIFFARI. Ringrazio anch'io il prefetto Gabrielli. Va bene ricordarci l'elenco delle competenze e le modalità di intervento, però lei ci ha segnalato, di fatto, che nel giro di pochi giorni un'allerta ha colpito o sta colpendo sei regioni dell'Italia, quindi una buona quantità del territorio italiano. È vero, sono state emanate norme magari in una data maniera, come la legge Sarno, ma il tema è che non abbiamo ancora la testa della Protezione civile ben definita: non abbiamo ancora ridefinito lo statuto e i regolamenti e l'autonomia della Protezione civile. Al contrario, ci era arrivata la proposta, poi accantonata, di trasformare la Protezione civile in una forma di Spa privata!
Io credo, invece, che sia necessario dotare la Protezione civile di una maggiore autonomia e anche di risorse finanziarie in grado di intervenire in situazioni di questo tipo. Forse è necessario anche monitorare e stimolare, attraverso la Protezione civile, quell'azione di informazione che si diceva carente nei confronti della popolazione in genere. Già oggi si effettuano prove di evacuazione delle scuole, ad esempio, in caso di incendio. Però,


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quando arriviamo all'allerta 2 (o all'allerta massima 5, secondo le regioni che si sono costruite le proprie scale di rischio), per informare e coinvolgere direttamente i cittadini si deve comunque passare attraverso i provvedimenti di emergenza dei singoli sindaci. E non sempre (abbiamo 8 mila comuni in Italia) c'è un'autonomia da parte dei comuni in termini di capacità di interpretare e di reagire velocemente.
Per questo le chiedo: non ritiene che sia opportuno anche che la normativa venga un po' più raffinata, in modo tale che, quando si individua la situazione di allerta, anche in macroaree, non a livello di singolo comune, la reazione (in termini di comportamenti dei cittadini e di provvedimenti dell'autorità comunale) debba essere automatica e non in attesa dell'ordinanza sindacale che stabilisce l'evacuazione, la chiusura o la sospensione di questa o di quell'attività o servizio?
Forse occorre anche un maggior monitoraggio della risposta alle leggi che nel frattempo sono state varate in termini di salvaguardia. Abbiamo emanato la legge Sarno, i comuni hanno risposto con piani idrogeologici, molte province italiane hanno elaborato piani di rischio, però, in realtà, tra la consulenza e la relazione, c'è sempre una scappatoia. Potrebbe essere il caso di arrivare a irrobustire un po' di più il sistema, invece di pensare che serve sempre più flessibilità? La flessibilità fa arrivare al non demolire laddove è stato costruito sul fiume e rispetto ai piani di esondazione. Bisogna sempre trovare la via di mezzo per cui non si può far danno e ce ne accorgiamo solo quando c'è il disastro.
Infine, noi che viviamo nei parchi, poiché il parco è prioritario ad altro, vediamo che il fiume non si pulisce, la ghiaia non si può toccare, perché diventa un furto allo Stato, e verbali del cittadino che si è preso il secchiello dei sassi, perché stava lavorando al suo giardino, come se avesse commesso un furto al patrimonio dello Stato. In questi giorni ho visto verbali anche di questo tipo.

ERMETE REALACCI. Anch'io rivolgo i complimenti al prefetto Gabrielli per il lavoro che sta svolgendo. Lei sa, prefetto, quanto noi teniamo al buon funzionamento del sistema di protezione civile e questo è il motivo per cui abbiamo combattuto le degenerazioni del passato, quando la Protezione civile si occupava di altro.
Non ripeto le considerazioni della collega Mariani, che ovviamente condivido, ma osservo che ci è ben chiara la differenza fra la protezione strutturale e la gestione dell'emergenza. Certo, non è compito suo, non è responsabilità sua, ma voglio ribadire su un punto sul quale da tempo insistiamo, vale a dire che si proceda non solo al ripristino degli stanziamenti, ma che ci siano anche misure che possano, nel corso degli anni, dare più sicurezza al territorio.
In particolar modo, da tempo insistiamo perché l'agevolazione fiscale della detrazione del 55 per cento delle spese per la riqualificazione del patrimonio edilizio, che ha funzionato bene sul risparmio energetico, sia estesa anche al consolidamento antisismico degli immobili, anche perché, per quanto riguarda le abitazioni private, non sarà mai il pubblico a poter mettere mano alla questione. Chiediamo, inoltre, che venga tolto il vincolo del Patto di stabilità per i comuni che hanno a disposizione risorse, e ce ne sono tanti in giro per l'Italia, per quanto riguarda gli interventi legati, da un lato, al consolidamento antisismico degli edifici pubblici, a cominciare da scuole e ospedali, e, dall'altro, alla gestione e alla messa in sicurezza del territorio.
Le volevo porre, poi, una questione specifica. Lei ha correttamente indicato la catena di responsabilità che parte dalla Protezione civile e che investe, quindi, le regioni, le province e i comuni. Però, indubbiamente, dal punto di vista del sistema Paese, il garante di tutto il sistema di protezione civile è la Protezione civile nazionale. Ora noi ci troviamo, effettivamente, di fronte al pericolo che lei ha indicato, cioè al fatto che per tutelarsi le amministrazioni emettano progressivamente


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schemi di allarme massimo, ma non si preoccupino di implementare tali schemi con un'informazione ai cittadini e di monitorare che i cittadini rispondano a questo schema di allarme o che lo facciano i singoli comuni. Troppe volte la comunicazione avviene ancora via fax, per esempio, e sappiamo bene che i fax nei comuni non sono sempre monitorati in tempo reale.
Le chiederei, dunque, signor prefetto, se non sia il caso che il sistema nazionale, anche al di là delle competenze specifiche previste, preveda una modalità di funzionamento per quanto riguarda sia la questione dell'allarme antisismico - abbiamo tutti imparato ad apprezzare la reazione di un Paese come il Giappone, molto più esposto di noi, nel rispondere ad allarmi antisismici - sia anche rispetto al, purtroppo crescente, pericolo di alluvioni legato ai mutamenti del clima in atto. Domando, quindi, se non ci sia la necessità, oltre che di monitorare - so che il sistema di Protezione civile lo fa - i comuni «inadempienti», anche di fornire alcune modalità di funzionamento. Ad esempio, tenendo conto che oggi come oggi noi siamo il popolo che, come densità, ha il maggior numero di utenti di cellulari, forse una convenzione nazionale (magari anche gratuita, perché tutti ci tengono a fare bella figura) con gli operatori del settore, che consenta, quando effettivamente c'è l'allarme massimo, di attivare un SMS per far capire ai cittadini che non è un allarme tra gli altri, per spiegare che bisogna compiere alcune azioni o che ci si deve attivare in una data direzione, potrebbe essere un'iniziativa che funziona per tutti i comuni.
È chiaro che poi nel piccolo comune ci vuole anche la conoscenza del territorio e magari non c'è neanche bisogno che arrivi nel comune di montagna il segnale da chissà dove che il pericolo sta arrivando, però, al di là delle responsabilità formali derivanti dalle norme attualmente in vigore, occorre che ci sia una vostra responsabilità oggettiva nei confronti del Paese di individuare, a fronte di pericoli nuovi, modalità nuove di funzionamento che permettano di arrivare ai cittadini e di mettere in moto quel sistema, come lo chiama lei, di autotutela, che non è una brutta parola, ma un meccanismo di responsabilizzazione a fronte di questi rischi.
Dobbiamo imparare da quanto accaduto in questi giorni a Genova, ma anche in altri luoghi.

SALVATORE MARGIOTTA. Anch'io ringrazio il prefetto Gabrielli di essere con noi e ho stima del lavoro che va compiendo, anche tra le mille difficoltà che ci sono in Italia. Comunque alcune problematicità ci sono, sono emerse nella sua relazione ed erano emerse già nella precedente audizione che abbiamo avuto in questa sede prima dell'estate.
Vorrei svolgere alcune brevissime riflessioni che implicano anche alcune domande. I terremoti non si possono prevedere, checché ne dica qualcuno, ma le alluvioni sì. Non c'è alcun dubbio. Per questo motivo siamo, come sistema Paese, complessivamente più responsabili quando ci sono eventi alluvionali che determinano distruzioni e lutti.
Lei ha descritto benissimo quali sono i livelli che devono funzionare. Ci devono essere i piani di protezione civile, i cittadini devono conoscerli, e deve funzionare l'autoprotezione. Tutto parte, però, dai centri funzionali regionali.
Io credo, ma è una mia opinione, suffragata da alcune mie conoscenze e anche da una competenza in materia, che essi non funzionino omogeneamente in tutta Italia. Lei conosce bene la Protezione civile della mia regione, la Basilicata, dove è venuto spesso. Lì si lavora bene, ma, secondo me, il centro funzionale non è eccellente.

FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della protezione civile. Semplicemente non è attivo.

SALVATORE MARGIOTTA. Esattamente. Di fatto non lavora, esiste solo sulla carta. Peraltro c'è il paradosso per cui quel centro non mantiene, non essendo sostanzialmente operativo, alcun tipo di


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collegamento con la comunità scientifica dell'Università di Basilicata, dove ci sono fior di idrologi. È assurdo che consulenti che magari lavorano in Europa e nel mondo non riescano a dare un servizio nel proprio territorio.
A Genova si è fallito, o meglio probabilmente il centro nazionale ha dato le informazioni giuste, ma ha fallito il link tra l'allerta e le misure operative. C'è un collegamento, secondo me, ancora troppo scarso tra centri e comunità scientifica.
In campo idrogeologico, a mio parere, ha fallito la politica dei centri di competenza. Ci sono centri di ricerca scelti, prima di quando lei svolgesse questa funzione, unilateralmente dal Dipartimento, che non sempre sono riconosciuti dalla stessa comunità scientifica: forse bisognerebbe approfondire un po' il grado di competenza di tali centri.
È banale rilevarlo, ma occorre dirlo: abbiamo sorriso, da italiani, sull'eccessiva enfasi data all'allarme a New York questo agosto, però contemporaneamente ora ci mangiamo le mani per alcune sottovalutazioni che si verificano in Italia. È difficile trovare il giusto punto di mediazione.
Lei ha svolto una considerazione molto giusta questo pomeriggio sul fatto che il rischio è che i centri funzionali e i sindaci diano l'allerta massima. Mi veniva da sorridere, pensando che c'è una inchiesta di PM all'Aquila perché alcuni scienziati non avrebbero previsto il terremoto. È evidente che tutti coloro che devono fare il suo mestiere siano indotti a dare l'allerta massima, altrimenti vengono addirittura accusati di strage colposa.
Vengo al tema delle risorse, che credo altri colleghi svilupperanno. Anche noi del Partito Democratico riteniamo che quel famoso articoletto del decreto Milleproroghe che ha deciso che le regioni debbano far fronte con propri mezzi ai danni che si producono sia da cancellare. È stato un errore. Alcune regioni, come la mia, non sono in grado di farcela e altre che potrebbero farcela sono bloccate dal Patto di stabilità, come ricordato in precedenza dalla collega Mariani. Bisognerebbe avere un criterio assolutamente generale e preciso.
Leggo in questi giorni che un emendamento che lei conosce benissimo e che aveva stanziato al Senato ultimamente alcuni soldi per la mia regione è stato poi cancellato nella legge di stabilità. So che lei era piuttosto critico su quell'emendamento, ma non l'accuso di averlo fatto cancellare.
Sono stato contento che il mio collega del PdL sia riuscito a presentare quell'emendamento, ma è ovvio che è una materia troppo complessa per lasciarla alla casualità della bravura con cui l'uno o l'altro collega riesce nei lavori parlamentari a piazzare il colpo. Su questa vicenda occorrono una programmazione e un coordinamento più generale a ogni livello.

ALESSANDRO BRATTI. Mi riallaccio in parte a quanto espresso dall'onorevole Margiotta. È noto che il sistema di Protezione civile ha nella sua forza a livello nazionale proprio l'organizzazione, il coordinamento dei centri funzionali regionali. Alcuni di questi centri sono probabilmente all'avanguardia a livello internazionale, mentre altri hanno bisogno di aggiornarsi. Questo è uno dei punti cardine.
Le volevo, quindi, chiedere, prefetto, visto che sono stati presentati a livello internazionale negli anni scorsi molti progetti europei che cercavano di migliorare la situazione o anche di integrare le diverse competenze esistenti per migliorare il sistema di protezione civile nella fase revisionale: quanto state ancora puntando sul sistema dei centri funzionali regionali.
Glielo chiedo anche perché abbiamo vissuto un momento, dal punto di vista non solo dei finanziamenti, ma anche della struttura dell'organizzazione, in cui il sistema era stato messo in grande difficoltà. Per questo le chiedo cosa si sta facendo per fare in modo che questo sistema funzioni?
Peraltro, e anche su questo volevo un chiarimento, c'è la questione della recente


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richiesta del Governo alle regioni - si capisce che per trovare soldi si fa di tutto - di pagare in maniera retroattiva per l'utilizzo delle frequenze per la Protezione civile. So che lei si è anche impegnato molto su questa questione, anche su richiesta di diverse regioni, di cui una è la mia, perché la richiesta del Governo non è sicuramente un'indicazione positiva della volontà di rafforzare quel sistema basato sui centri funzionali regionali. Chiedere addirittura alle regioni il pagamento dell'utilizzo delle radiofrequenze per la Protezione civile dei tre o quattro anni precedenti mi sembra che non sia una maniera per aiutare un sistema che può essere un'eccellenza, ma può essere un modo per metterlo assolutamente in ginocchio.
È vero anche quanto lei affermava, ossia che ci potrebbe essere il tema dell'eccesso di precauzione, però io confido, perché ho la fortuna di conoscerne tanti, nella professionalità degli operatori all'interno del sistema, soprattutto se questo sistema viene messo nelle condizioni di operare in accordo e in una stretta relazione con gli altri organismi.
Per esempio, rispetto alle relazioni col Ministero dell'ambiente, si pone tutto il tema dei piani di adattamento climatico, oltre a quello dei piani di bacino, che sono in alcuni casi già esistenti, ma non hanno i soldi per essere finanziati. Sono tutti piani che, se fossero attivati, aiuterebbero moltissimo, soprattutto in alcuni bacini molto delicati. Noi abbiamo anche alcune proposte, che a tempo debito tireremo fuori, se ci sarà la situazione per farlo.
Mi rendo conto che ad esempio con il Piano di adattamento climatico non si risolvono tutte le problematiche, però, dato che all'interno della questione del cambiamento climatico (che è unanimemente riconosciuta, a parte l'assurda mozione approvata in questa legislatura al Senato, che ha cercato di cancellare dall'agenda politica la questione dei cambiamenti climatici, ma che potremmo considerare forse come una nota di folklore) il tema dell'adattamento è forse ancor più importante di quello della mitigazione, rilevo che noi non abbiamo un Piano di adattamento climatico. Sarà un tema che affronteremo domani col ministro dell'ambiente, se avremo l'occasione di incontrarlo, però le chiedo, signor prefetto, se voi avete una relazione interattiva con il Ministero dell'ambiente su questo tema.

ANDREA ORLANDO. Signor prefetto, la ringrazio anche per la tempestività con la quale si è recato ed è intervenuto nella mia provincia, la provincia di La Spezia, dando anche un segnale di attenzione e un sostegno a chi operava sul territorio.
Volevo soltanto porre una questione di queste ore. In assenza di una prospettiva, perché non abbiamo un quadro di provvedimenti che indichi la via della ricostruzione e su tutto incombe il tema delle risorse, che è stato evocato dalla collega Mariani, si stanno, forse anche fisiologicamente, ritirando gli interventi di emergenza. Penso alla presenza dei Vigili del fuoco, del Genio militare e degli altri corpi dello Stato, che hanno rappresentato nel corso di queste settimane l'ossatura del primo intervento e della rimozione del fango, che è stata realizzata in gran parte per opera di volontari, ma coordinati attorno a uno scheletro rappresentato da questi soggetti. In queste ore noi verifichiamo il fatto che si incomincia il ritiro, in assenza di una prospettiva e di un'indicazione chiara.
Il mio intervento è teso a sollecitare un'attenzione riguardo la possibilità che questo ritiro, che capisco essere inevitabile, perché si tratta di corpi che ordinariamente devono essere destinati ad altre finalità, avvenga secondo una sequenza e una logica e che non si non si sgombri completamente il campo.
Ciò sta avvenendo, purtroppo, secondo la segnalazione che viene dagli enti locali del territorio. Rischiamo, quindi, che il prossimo fine settimana, nel momento di picco in cui i volontari si sono recati e hanno dato un contributo importante, ci si trovi in assenza di un minimo di attività di coordinamento, che è svolto efficacemente dalla Protezione civile, ma che è stato coadiuvato in queste settimane, anche per


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questioni di utilizzo di mezzi, da altri soggetti.
La seconda questione, che è stata evocata dal collega Piffari, riguarda una mia iniziativa legislativa che due anni fa ebbi modo di produrre e sulla quale non le chiedo una valutazione. Essa poneva il tema della possibilità di ripensare i divieti assoluti che attualmente incombono in area parco, ma non soltanto, riguardo al prelievo di materiale negli alvei fluviali.
È un ragionamento che naturalmente ha trovato le fondate perplessità di chi è preoccupato dello stato delle falde e del rischio che si torni a pratiche che in passato hanno deturpato e prodotto danni al corso dei fiumi.
A fronte di una situazione come quella che si è venuta a determinare, però, non è forse necessario un ripensamento riguardo all'attuale regime che disciplina la questione e anche, inevitabilmente, alla possibilità che una parte del materiale prelevato possa essere messo sul mercato? Io credo, infatti, che senza questo tipo di intervento la possibilità che gli enti locali nel periodo breve o anche medio siano in grado di togliere quanto è venuto giù dalle colline sia totalmente inadeguata. Con un provvedimento o con forme legislative che disciplinino a regime questo tema forse, di fronte a questa emergenza, ci sarebbe la necessità di una riconsiderazione di molte valutazioni che avevano sicuramente un fondamento, ma che forse oggi dovrebbero essere riviste, come si rivelano molte convinzioni dopo i danni che sono stati provocati e i cambiamenti che abbiamo registrato.

AGOSTINO GHIGLIA. Pongo due questioni molto brevi, ma credo importanti per quanto ho visto capitare anche negli ultimi giorni in Piemonte, eventi che forse lo hanno fatto risaltare in maniera un po' più eclatante.
La questione della frammentazione delle competenze si affronta spesso, ma voglio portare un esempio concreto. L'AIPO ha svolto valutazioni sulla portata d'acqua del Po, sulla base delle quali informava direttamente i prefetti ai fini di un'eventuale chiusura delle scuole. La regione Piemonte, la Protezione civile del Piemonte e l'ARPA hanno svolto valutazioni assolutamente diverse, rivelatesi poi più realistiche, evitando in alcune zone, come per esempio nella zona del vercellese, dove addirittura il prefetto in un primo momento avrebbe voluto evacuare circa 100 mila persone, di mettere in atto un movimento notevole e forse eccessivo.
Si è, dunque, rivelata più realistica la valutazione della Protezione civile e dell'ARPA piemontese, il che, però, crea problemi non da poco. Occorre fare prevenzione e io condivido - ringrazio anch'io il prefetto Gabrielli - tutto ciò che è stato sostenuto in termini di autoprotezione, di prevenzione e anche di nuova cultura della protezione civile, ma dovremmo cercare di essere più uniformi, perché, se da una parte c'è chi, sulla base peraltro di parametri tecnici e anche semplicemente di scale di valutazioni diverse, lancia un allarme di tipo 5 e poi l'allarme che deve essere lanciato dovrebbe essere di tipo 1 o 2, è un problema che noi dovremo affrontare. Non so se sia una competenza di una legge nazionale, o se siano altri che devono intervenire. Vorrei in merito anche solo un suggerimento.
La seconda questione, che è anche delicata, riguarda i parchi, ossia la competenza ad intervenire sui piani dei parchi. Tali piani necessitano di varianti apposite e di piani regolatori che talvolta richiedono anni anche in presenza di manifesti pericoli di carattere idrogeologico.
Come è possibile, a suo avviso, non aggirare, ma affrontare questo problema, che è un problema non da poco, soprattutto in regioni, come la mia, ma anche altre in Italia, dove ci sono molti parchi, che sono piuttosto tetragoni anche in merito alla pulizia dei corsi d'acqua? Si può fare prevenzione e autoprotezione, ma, se poi c'è un'enclave che rimane chiusa rispetto a tutto il resto, anche alle possibilità di intervento degli altri organi dello Stato e della regione, è un problema che si va a sommare a tutti gli altri che già ci sono stati palesati prima.


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GIACOMO CHIAPPORI. Tento di formulare alcune domande passando attraverso un'esperienza diretta, perché ho sentito alcuni colleghi che hanno reso dichiarazioni, ma che evidenziano il fatto che sul territorio non hanno competenza come sindaci. Ci sono affermazioni espresse in maniera un po' particolare, senza offendere nessuno.
Al di là del fatto che, quando arrivano 500 millimetri d'acqua, io credo che ci sia poco da fare in Liguria, cioè in una terra che è costituita di vallate, di «mezzo metro» di pianura e del mare, ci troviamo di fronte a una situazione di Monterosso, che è una vallata il cui paese fa da tappo a questo imbuto. Se sopra non si rende scorrevole il fiume o non si compie un riassetto idrogeologico, quando parte una minima frana, porta via il paese, come abbiamo visto.
Nella situazione di Ponente, da dove io vengo - sono sindaco di Diano Marina - l'allerta è partita e qui si pone un primo problema. L'allerta va in fase 2, ragion per cui la procedura dispone che ci sono le scuole da chiudere. Le ordinanze vanno comunque emanate dai sindaci e i sindaci hanno una discrezionalità sul chiudere o non chiudere le scuole. Mi corregga, se sbaglio, signor prefetto.
A quel punto nasce il primo problema. Io ho chiuso le scuole, pensando al mio entroterra e non al fondovalle, perché il problema erano i bambini, i pulmini e le mamme che venivano, quindi ho chiuso. Abbiamo visto che cosa è successo il giorno dopo e poi si ricercano sempre le colpe. Non sto a guardare chi ha o non ha le colpe, ma poi ognuno gioca con la sua coscienza.
Noi abbiamo allertato, la prefettura ha fatto il suo dovere e io ho aperto il centro operativo comunale, perché sono il sindaco che fa da riferimento per sette comuni. Abbiamo chiuso i punti di debolezza, guadi, sottopassi e altro, e allertato la gente. Ho chiuso il mercato e ho compiuto altre procedure che non avevo mai compiuto, ma che la logica magari induce ad attivare.
Ho fatto anche rimuovere alcuni container, perché se ci sono container sugli argini e l'argine va giù in una piena, il container si mette di traverso addosso al ponte ed è finita.
Abbiamo anche altre situazioni particolari di ponti fatti dalle ferrovie con piattaforme per costruire il ponte, ma, poi, le piattaforme sono rimaste nel fiume e nessuno le ha tolte.
La considerazione più veloce che mi è venuta di svolgere - c'è una proposta in itinere che noi abbiamo avanzato ieri e che porterò avanti - è di chiedere l'intervento dell'esercito, in questo senso: si tengano i campi estivi, si venga nei greti, perché, se è vero che abbiamo un sacco di persone impegnate sui fronti di guerra, abbiamo anche un sacco di persone che possono eventualmente essere utilizzate e che vanno sopra le regole perché la seconda questione più importante, che nessuno esprime, è la seguente. È vero, qualcuno ha anche sbagliato le sezioni idrauliche nel passato, ma che io venga condizionato dalle canne, dalle papere, dai cigni, da un po' di detriti che potrei incassettonare dentro le griglie per realizzare le arginature e invece sono inchiodato a cercare di rimuovere un sacco di queste alchimie di questi grandi pensatori dell'ambiente, che poi creano una montagna di regole che non ti consentono più di muoverti, è ingiusto.
Pertanto, ho riferito al prefetto che avrei portato le ruspe, con tutte le conseguenze che avrei pagato, dentro il fiume e lo avrei pulito a raso. Non si può avere un fiume pieno. Il giorno dopo non si può venire a creare torti a me o imputare colpe a me. Quando a monte mi si comunica che c'è l'allerta, cosa faccio, apro l'ombrello, vado a levare la frana che e lì da tanto tempo?
Non sono qui, purtroppo, a chiedere soldi, perché conosco questa filosofia. I soldi, se arriveranno, arriveranno, altrimenti pagheremo i danni, come li abbiamo sempre pagati. Da noi se li pagano i privati.
Noi abbiamo il Piano delle coste. Se lo sono inventato e studiato quelli che a


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tavolino pensano di realizzare le iniziative. Abbiamo una parte della costa sempre devastata dalle mareggiate, perché in Liguria succede che, se all'allerta meteorologica sale il mare, il mare fa da muro e non lascia defluire i fiumi. Il ragionamento, quindi, è doppio.
Io non so che cosa lei potrà o dovrà studiare, ma cerchi di rendere più pratica e funzionale la sua attività. A noi serve operare, non venire a chiedere i soldi il giorno dopo. Ci serve pulire prima, fare prevenzione prima. Poi magari pagheremo anche meno di quanto andiamo a pagare oggi, in termini di vite umane.
Questa è l'esperienza che le porta un sindaco che si è stufato dell'allerta 1 e 2, che poi è diventata una sindrome, perché è successo il fatto di La Spezia e, naturalmente, si tende a salire. Io non ho avuto se non 120 o anche 150 millimetri di pioggia, venuti però gradatamente. Non hanno compromesso la situazioni, però ci sono muri e spiagge devastate. Si elaborano i piani delle coste e da una parte si mettono i moli e dall'altra non si mettono per questioni di soldi. Sono tutte situazioni che andiamo a vedere col tempo, per quanto riguarda il mio caso personale.
Ci fanno chiudere quattro giorni le scuole. Aggiornatevi almeno sulla parte francese. Abbiamo visto Genova. Non mi azzardo a dire altro, ma mi hanno subito chiamato mamme idrofobe, che avevano i figli a casa. Quando hanno visto Genova, poi, forse, si sono anche pentite di avermi rivolto determinate espressioni.
La Francia non dà alcuna allerta. Mentone dista da Ventimiglia un chilometro e mezzo. A Ventimiglia c'è devastazione e a Mentone tre gocce d'acqua? Magari, se può mettere in sintonia il tutto, ci può servire sentire la Francia, almeno per la parte di Ponente di questa grande Liguria. Sentiamo che cosa dicono loro, prima di sparare le allerta una dietro l'altra, solo per l'effetto di ciò che sta succedendo. Si eviterebbero alcuni piccoli problemi, che si sopportano. Questo è il senso del mio intervento.
Vado avanti su questa faccenda, perché sono stanco di vedere il Genio fermo con automezzi e con altre possibilità. Vanno a fare il campo di qua e di là e magari spendono un po' di soldi da noi tenendo ogni anno un corso. La proposta c'è e vedremo dove andrà. Deve essere un'iniziativa che si muove molto poco e non può seguire le regole. Si pulisce il fiume, ci saranno gli ingegneri, i tecnici e gli idraulici; si stabilirà che si deve avere una data sezione, punto e basta.
Mentone, Montecarlo, Nizza e Cannes hanno chiuso tutti i fiumi. Li hanno tombinati tutti e non succede mai nulla. Da noi un tombinetto fa scoppiare il mondo. Cerchiamo magari di copiare anche dai cugini francesi, che io non amo, perché vanno col naso in su e mi danno un fastidio enorme. Cerchiamo, però, di copiare almeno ciò che sanno fare. La Liguria, se non ci si mettono le mani prima, sarà in continuazione un problema di monti, vallate, due metri di pianura e mare. Se poi il mare si ingrossa, diventa un muro.

MASSIMO VANNUCCI. Prefetto Grabielli, la ringrazio e mi compiaccio per ciò che fa. È evidente che l'audizione di oggi si riferisce in gran parte a questi eventi alluvionali e alle polemiche che sono seguite circa la fase preventiva, l'informazione, l'allarme, l'allerta e gli altri meccanismi, però noi oggi dobbiamo pensare anche alla ricostruzione dal punto di vista infrastrutturale ed economico.
Passo alla mia domanda. Noi siamo di fronte alla prima grande emergenza, alla prima grande calamità dopo la modifica della legge n. 225 del 1992, quella di protezione civile, introdotta con il decreto Milleproroghe, che incide pesantemente e negativamente sia sulla fase dell'emergenza, sia sulla fase della ricostruzione. Non la ricordo ai colleghi che la conoscono bene, ma è stata oggetto di una sua audizione in questa Commissione, nonché di una mozione approvata all'unanimità dall'Aula.
Sottolineo, però, che dopo i recenti eventi alluvionali il Governo ha opportunamente stanziato risorse e ha di fatto confermato che quella modifica non sta in


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piedi. Non l'ha rispettata, sostanzialmente. Non so quale artifizio abbia trovato, però la modifica della legge n. 225 del 1992 è piuttosto chiara: prima le regioni compiono una serie di azioni, poi interviene lo Stato, poi interviene il direttore dell'Agenzia delle dogane e via elencando.
Al contrario, in questo ultimo caso si è affermato opportunamente che la legge non funziona, di fatto il Governo l'ha ammesso. Nel momento in cui ha emanato il provvedimento di stanziamento delle risorse - ho con me il comunicato stampa del Governo - si è premurato di comunicare che «analoga procedura, in adesione a quanto previsto dalla vigente normativa, sarà seguita per gli stati emergenziali già dichiarati per il Piemonte, le Marche, la Basilicata, la Puglia e la provincia di Teramo».

FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della protezione civile. Quella parte è stata inserita perché l'ho richiesto io.

MASSIMO VANNUCCI. Ha fatto molto bene a chiedere di inserirla, perché diversamente non si sarebbe provveduto. Non critico il fatto, però è evidente che siccome per effetto della citata modifica le sue ordinanze di Protezione civile devono ora passare dal Ministero dell'economia e delle finanze, stanziare fondi non basta. Le chiedo, quindi, di riferirci che tempi hanno le sue ordinanze riferite a questo caso, passando dal Ministro dell'economia, e quanti ostacoli hanno trovato? Ci deve dire, in sostanza, se questa modifica della legge n. 225 del 1992 funziona o no, perché ciò incide anche sull'emergenza.
Chi è in grado di effettuare il pronto intervento? Se dobbiamo aspettare che la regione metta l'accisa, che elabori il Piano sul bilancio e altri provvedimenti, intanto chi si occupa del pronto intervento e chi lo paga?
So, perché l'esperienza nostra funziona anche per i colleghi, come il collega parlamentare e sindaco, che la prima azione che il sindaco compie è quella di mettere le macchine di movimento terra, mandare a pulire, a spalare, a sistemare argini. Da noi, nelle Marche, si è fatto così. Però, i comuni interessati, nel momento in cui hanno dovuto pagare i conti, non potevano pagarli, però, perché il Patto di stabilità non glielo permetteva, in quanto avrebbero sforato rispetto al 2007 e alla media. In tal caso si generano debiti oppure default della provincia. Abbiamo visto che la modifica della legge n. 225 del 1992 non funziona.
Allora, quel che io dico è che c'è la legge di stabilità in corso di approvazione e in quella sede dobbiamo modificare questa legge, anche perché il Governo l'ha già modificata, almeno con l'aggiunta di un piccolo comma, se non la vogliamo modificare tutta, che disponga che, di fronte a casi di calamità, il ministro dell'economia e delle finanze può autorizzare gli enti interessati a derogare dal Patto di stabilità, per una cifra che determina lui, in modo da permettere ai comuni e alle province di spendere i soldi che hanno, non i nostri, ma i soldi che hanno, e rifare l'equilibrio del Patto a livello nazionale, che è basato su un principio di solidarietà. Non propongo di aumentare il Patto, ma di riequilibrarlo. Propongo che sia possibile dire: «È successa un'emergenza e bisogna che la regione coinvolta effettui 100 milioni di spese in deroga al Patto di stabilità da distribuire sulla base dei danni subiti e verificati».
Io ci sto lavorando, come il prefetto sa, da tre anni. Sono venuto a questa audizione, approfittando dell'occasione per dire che questo è il momento giusto per intervenire. Che cosa dobbiamo aspettare ancora? Abbiamo avuto l'esempio di cui avevamo bisogno, abbiamo avuto la dimostrazione che la modifica alla legge n. 225 del 1992 non sta in piedi. Questo superministro dell'economia vuole controllare tutto e si tiene le ordinanze per sei mesi! Bisogna trovare un altro meccanismo.
Che protezione civile è quella per cui un'ordinanza debba avere l'approvazione, ma non ci sono tempi certi perché torni indietro? Abbiate pazienza. Capisco che è successo prima di lei, signor prefetto, però così, francamente, non può funzionare.


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ANDREA RIGONI. Prefetto Gabrielli, io la seguo nella sua attività preziosa, difficile e complicata e volevo ringraziarla per essere stato presente, insieme a me, in Lunigiana, la mia terra, nelle immediate ore successive ai danni e allo stato di grande difficoltà che l'alluvione ha portato nella zona, soprattutto nell'area di Aulla e di Mulazzo. La ringrazio anche perché con la sua presenza ha dato un senso alla presenza dello Stato e ha riportato una certa tranquillità e serenità nelle istituzioni locali, in particolare tra i sindaci di quella vallata.
La sua presenza è stata utile anche per far capire, come è emerso anche nell'intervento del collega Vannucci, la difficoltà che lei si trova a gestire. È il capo della Protezione civile, ma le sue ordinanze devono passare per legge dal «grande capo», che è il ministro dell'economia, e quindi tutto si blocca. Tutto questo grande meccanismo, la grande e autorevole esperienza che lei mette in campo si blocca rispetto a un meccanismo che non funziona.
Bisogna affermarlo fino in fondo. Mi associo alle considerazioni di Vannucci. Questa modifica alla legge n. 225 del 1992 sulla protezione civile non funziona: non funziona per l'emergenza, non funziona per la prevenzione e non funziona per sistemare al minimo i danni che vengono creati da situazioni certamente di grande emergenza e di grande difficoltà.
Anch'io credo perciò che è indispensabile intervenire in questa occasione, o rivedendo con la legge di stabilità le regole del Patto di stabilità interno, o rivedendo la legge n. 255 del 1992. Non possiamo soltanto e sempre sostenere che la colpa è della fatalità e che ci sono stati 500 millimetri di pioggia. Non c'è dubbio, ma, se questo Paese non si attrezza definitivamente, come è stato rilevato da Vannucci e come io confermo, sarà un disastro.
Bisogna che arriviamo anche a una deroga del Patto di stabilità interno per i comuni, le province e le regioni. La mia regione, la regione Toscana, si è subito attivata e ha introdotto l'accisa, ma è chiaro che è un meccanismo che, in ogni caso, darà frutto nel tempo e non è immediato. Non è una possibilità di spesa effettiva sul territorio in maniera concreta e tangibile.
Passo a una seconda considerazione, prefetto. Lei ha parlato certamente della cultura dell'autoprotezione e della prevenzione, che è necessaria, e ha fatto riferimento a un dato essenziale: se mancano le risorse immediate, che almeno ci sia un patto fra i cittadini e le istituzioni che dia un senso complessivo anche alla gestione della protezione civile. Io, però, mi domando, e domando anche lei, che ha svolto come me, almeno per quel che riguarda le aree interessate, ma sono convinto anche per le altre del territorio nazionale, un sopralluogo, come possiamo continuare a sostenere che è stata la fatalità. È anche un po' colpa dell'uomo.
Questo Paese è un po' strano, è un po' singolare. È un Paese pieno di vincoli, dove, come ricordava il collega Orlando, non si può estrarre un grammo di ghiaia e di sabbia dal fiume, non si può pulire l'alveo dei fiumi, però ci si può costruire sopra o vicino, si può costruire nelle golene, si può costruire ai margini dei fiumi. Io credo che da questo punto di vista ci sia una consapevolezza nuova e più decisiva. Diversamente tutti i vincoli di queste aree vincolate a rischio idrogeologico alla fine servono soltanto, a mio parere, per creare le condizioni perché ai vincoli ci siano le deroghe e che qualcuno, i più furbi, siano in grado di ottenere tali deroghe.
Io credo che anche questo aspetto rientri nel patto fra istituzioni e cittadini, nonché in un salto di qualità della cultura della protezione civile e del governo dell'ambiente e del territorio del nostro Paese.

PRESIDENTE. Do la parola al prefetto Gabrielli per la replica.

FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della protezione civile. Sarò rapidissimo.
Per quanto riguarda il numero dei comuni che non hanno i piani di protezione


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civile, noi non disponiamo di questo dato, ma, come ho affermato prima, la questione che mi preoccupa di più non è che formalmente abbiano i piani, quanto che i piani siano conosciuti, efficaci e sperimentati attraverso procedure ben note.
Sull'assicurazione, non me ne vogliate, ma è un mio cavallo di battaglia. Io ritengo che questo Paese, per via delle risorse sempre più limitate per questo tipo di problematiche, debba accedere al sistema dell'assicurazione. Il limite sempre vissuto dai cittadini, per un verso, e dai politici, per l'altro, era che l'assicurazione obbligatoria fosse una tassa, ma io credo che la legge n. 10 del 2011 abbia tolto questo «tabù», perché comunque, il sistema delle accise, diventa un sistema di prelievo fiscale al pari di un'assicurazione obbligatoria. Peraltro, si badi bene: l'assicurazione consentirebbe la certezza da parte dei cittadini di vedere risarciti i danni, il che oggi non avviene, perché in tutte le diverse disgrazie che si sono succedute nel nostro territorio ci sono esempi tangibili che esistono disgrazie di serie A, di serie B e di serie C; disgrazie che hanno avuto remunerazioni di un certo tipo e disgrazie che non le hanno avute. L'assicurazione garantirebbe quell'equità che oggi, purtroppo, le condizioni di difficoltà delle risorse dell'erario non sempre consentono.
Sono pienamente d'accordo sul discorso di una maggiore intelligibilità dei Piani, i PAI, che rappresentano una conquista, perché oggi tutto il territorio nazionale è mappato sotto il profilo dell'assetto idrogeologico. Il problema è quanto i cittadini hanno la possibilità di comprendere questi piani e in tal senso anche noi ci stiamo prodigando.
L'onorevole Mondello parlava delle mareggiate. Noi inseriremo nelle ordinanze proprio una specifica indicazione perché vengano ricomprese anche le problematiche annesse alle mareggiate. In questo senso c'è una precisa intesa con i nuovi Commissari, almeno per quanto riguarda la Liguria, dato che la Toscana e la Lunigiana non hanno avuto grandi problemi di mareggiate.
Per quanto riguarda le visite, io visito in continuazione, però vorrei che le mie visite fossero vissute nel senso appropriato. Scherzando, ma non troppo, affermo sempre che mi trovo nella condizione del fantino a cui hanno assegnato un cavallo bellissimo, ma dopato, che prima era dopato con strumenti normativi particolarmente efficienti e con risorse adeguate. Oggi mi hanno dato questo cavallo che è imbolsito dal doping, senza doping, ma mi chiedono le stesse prestazioni.
Io vado volentieri nei territori, vado per capire io per primo e per conoscere, però vorrei che questa mia vicinanza fosse vissuta non identificandomi come colui che arriva e che poi riesce a elargire ciò che io in questa situazione non posso elargire.
Non posso che confermare il tema delle risorse. Mi ascrivo la paternità di quell'inciso sulle cinque alluvioni, perché anche recentemente, nell'incontro che ho avuto poche decine di minuti fa a Palazzo Chigi con il Presidente Burlando, ho comunicato che sono molto vicino alla Liguria e alla Toscana - essendo di Massa Carrara, non potrei non esserlo - ma anche alle cinque alluvioni che non hanno visto ancora il becco di un quattrino. Per questo dico che se qualcuno, con grande miopia, mi accusa di aver interferito sull'articolo 5, comma 1-bis, del decreto-legge n. 138 del 2011, rispondo che non ho interferito su nulla, ma ho solo ripristinato una condizione di equità.
Chiedo e ho chiesto anche oggi fermamente che si acceda a nuove risorse per la Toscana e per la Liguria, perché evidentemente sono, soprattutto la Liguria, anche a seguito delle vicende genovesi, in una condizione di grande prostrazione, ma ricordo a me stesso che le Marche hanno avuto interessati due distretti industriali, che la provincia di Fermo è in una condizione di prospettiva di default economico, che ci sono il Metapontino, la Basilicata, la Puglia, il teramano e il Piemonte.


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Ad oggi, solo il Piemonte ha avuto l'ordinanza di protezione civile, perché ci ha messo risorse di tasca sua. Per le Marche siamo ancora in itinere.
Per questo io ho chiesto che, come si è provveduto a reperire i 65 milioni per la Toscana e per la Liguria con un centesimo di accisa, lo si facesse analogamente per queste cinque regioni, che devono avere almeno il soddisfacimento delle somme urgenze.
Oggi, lo dico e lo ripeto, sono profondamente preoccupato perché se passa il concetto, al di là di tutti i discorsi che ho svolto fino adesso su autoprotezione e patto sociale, che in caso di alluvioni e disgrazie - che, purtroppo, senza essere Cassandra, so che si verificheranno da oggi ai prossimi giorni e ai prossimi mesi - i sindaci non avranno la certezza che almeno le spese per le somme urgenze saranno ripianate, i sindaci incroceranno le braccia e aspetteranno che lo Stato, attraverso il corpo nazionale dei Vigili del fuoco, le forze armate e le forze di polizia, provveda a compiere quegli interventi che, in ordinario, per una tradizione ormai consolidata di profondo senso di responsabilità, i sindaci compiono.
Si pone, dunque, un problema di risorse importante, ma anche un problema di un tessuto che verrebbe profondamente compromesso da questo modo di procedere.
Rispondo all'ultima domanda. La legge n. 225 del 1992, come modificata con l'ultimo decreto Milleproroghe, non va bene? Io credo sicuramente di no, inimicandomi molti soggetti, ma ciò appartiene al mio modo di fare.
Il 17 febbraio scrissi al Presidente del Consiglio dei ministri, al ministro dell'economia e delle finanze e anche al segretario generale del Quirinale che la modifica della legge n. 225 del 1992 per alcuni aspetti era incostituzionale e per altri avrebbe prodotto uno sconquasso nel sistema di protezione civile. Ho sempre sostenuto, e lo ripeto anche in questa sede, che non voglio avere le mani libere e non voglio avere grandi disponibilità.
Ho sempre affermato che a me servivano tre cose. La prima è che fossero rifinanziati i fondi regionali di protezione civile, perché il tema dei centri funzionali che non funzionano in molte regioni passa attraverso la mancanza del rifinanziamento di tale fondo, che dal 2008 non viene più rifinanziato.
La seconda cosa che avevo chiesto riguardava il fatto che, dal 2004, non viene più rifinanziato neanche il fondo nazionale di protezione civile. Ho chiesto non di rifinanziare il fondo nazionale con miliardi, ma di darmi una cifra sulla quale io possa avere i termini per poter io stesso rappresentare nei confronti di chi ne ha bisogno un punto di riferimento. Non servono grandi somme, ma servono somme certe.
In terzo luogo, sostenni espressamente che il concerto a me sta bene - vengo da una cultura legalitaria e, quindi, figuriamoci se il concerto non mi sta bene - ma chiesi che, nell'ambito della gestione immediatamente a ridosso degli eventi emergenziali, fosse riconosciuta a chi ha la responsabilità di intervenire quella libertà che deve essere riconosciuta e associata a tale responsabilità.
Se non si accetta il principio che ci sono situazioni nelle quali a un soggetto, Capo dipartimento o Commissario che sia, si debbono attribuire responsabilità, delle quali deve rispondere, ma alle quali deve corrispondere un adeguato potere d'intervento, allora procediamo in ordinario. Forse ci prendiamo meno in giro e forniamo al Paese un servizio migliore.
Chiesi, dunque, non ottenendolo, di avere o un concerto immediato - addirittura, con il mio solito ottimismo, proposi entro 36 ore, pur rendendomi conto che in alcuni frangenti sono un'eternità -, ma mi fu risposto che, se avessi presentato la bozza il venerdì pomeriggio, la trentaseiesima ora sarebbe caduta di domenica e ciò avrebbe creato problemi. Allora proposi di mettere in capo al Capo del Governo, che, lo ricordo a me stesso, è il capo della Protezione civile in questo Paese (in quanto il capo della Protezione civile non è Franco Gabrielli, non è il capo del


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Dipartimento, ma è il Presidente del Consiglio dei ministri) la decisione per quelle situazioni che lui, nella sua responsabilità politica, ritenesse essere situazioni di particolare urgenza tali da bypassare il concerto, che poi sarebbe potuto avvenire in una fase successiva.
Portai ad esempio il modello de L'Aquila, da un punto di vista formale. A L'Aquila dal 6 al 28 di aprile 2009 le ordinanze sono avvenute senza concerto. Dal 28 aprile in poi sono avvenute con il concerto del Ministero dell'economia e delle finanze, perché è giusto che, investendo grandi risorse, il depositario delle casse dello Stato sia posto nella condizione di poter interagire. C'è, però, una fase che deve essere rimessa alla capacità e alla capacità, e su questo poi si pagano le conseguenze, di chi ha tale responsabilità.
Per quanto riguarda le competenze, quando parlo di competenze, parlo sempre di responsabilità. La competenza, dal mio punto di vista, non è mai uno scaricare il barile. Amo molto un motto che mi piacerebbe figurasse nello stellone: «unicuique suum», a ciascuno il suo, ossia che ognuno faccia il suo dovere e cerchi di farlo al meglio di se stesso. Laddove è possibile individuare una competenza, è possibile individuare anche una responsabilità, mentre molto spesso la logica è «tutti responsabili, nessuno responsabile».
Anche oggi, io non ho voluto fare il riassuntino delle puntate precedenti dicendo che la responsabilità è del sindaco, della regione o della provincia. Volevo mettere soltanto in chiaro il quadro in cui dobbiamo operare.
Sono assolutamente d'accordo sul fatto che dobbiamo intervenire pesantemente per uniformare, anche da un punto di vista della comunicazione. Uno dei primi temi che metterò all'attenzione del Comitato paritetico che vedrà la luce a breve è proprio quello di uniformare anche il sistema della comunicazione, il sistema degli SMS. Lo stiamo studiando anche perché, per esempio, non tutti sanno che noi siamo un Paese soggetto a tsunami, in quanto un evento sismico nelle coste algerine o in quelle greche provocherebbe uno tsunami. Qual è, allora, la capacità di informazione e di tempestività? Io, purtroppo, ho vissuto l'esperienza in negativo di quanto questo Paese debba ancora compiere molta strada sotto il profilo della comunicazione in relazione alla vicenda del satellite che, lo scorso settembre, si temeva potesse precipitare su alcune aree del nostro Paese. In tale vicenda cercai di inaugurare una politica di trasparenza massima: tutte le comunicazioni che giungevano al Dipartimento avrebbero dovuto essere comunicate alla gente, perché la gente, in una concezione di autoprotezione, avrebbe dovuto essere informata. Purtroppo anche in quel caso ho ricevuto la netta sensazione che nel nostro Paese molte proposte hanno difficoltà a passare.
Quanto ai centri di competenza, io ritengo che vi sia un ruolo insostituibile della comunità scientifica. Peraltro, noi a breve andremo a riformare la Commissione grandi rischi e in questo senso ho lanciato un'iniziativa di metodo. La Commissione grandi rischi non è il prodotto dell'indicazione dei soggetti designati dal Dipartimento, ma è il prodotto anche della stessa comunità scientifica. Sono andato, quindi, dal presidente dell'Accademia dei Lincei e dal presidente della CRUI e ho chiesto loro rose di nomi da poter inserire all'interno della Commissione grandi rischi.
Mi piacerebbe che questo metodo, questa nuova Commissione grandi rischi, che è anche il frutto dei centri di competenza, funzionasse. Certo, non dobbiamo passare a un eccesso opposto, ci sono esperienze che si sono consolidate, ci sono centri di competenza che rappresentano eccellenze, però, questo è certo, bisogna aprirsi al mondo dell'università. Amo sostenere che questo Paese ha due grandi tesori, il proprio territorio, che dovremmo salvaguardare, e le intelligenze delle persone che ci abitano. Poter coniugare questi due aspetti è estremamente importante. Ovviamente i centri funzionali sono al top delle nostre attenzioni, come ricordavo prima. L'aver tagliato il fondo regionale di protezione civile significa aver profondamente compromesso molte di queste attività.


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Rassicuro, invece, per le frequenze radio, perché siamo in dirittura d'arrivo per trovare un accordo.
Mi sono, invece, annotato il discorso sul Piano di adattamento climatico. Sarà sicuramente un'interlocuzione, perché al momento non ce l'abbiamo.
Rassicuro l'onorevole Orlando per quanto riguarda il ritiro delle strutture statuali, perché mi sono incontrato con il Presidente Burlando e gli ho riferito che è suo compito individuare una pianificazione delle attività di queste strutture. Faccio una parentesi per chiarire l'origine della norma che attribuisce tale compito al presidente Burlando nella sua qualità di Commissario straordinario per l'emergenza. È una norma un po' a me cara, che trae origine da una vicenda tristissima. A Giampilieri i Vigili del fuoco furono utilizzati a consumazione e alla fine uscì fuori un conto di 14 milioni. Ancora oggi non si sa bene chi li debba pagare. Per questo, in queste ultime ordinanze, ma ancora prima nella direttiva del Presidente del Consiglio che feci emanare nell'aprile scorso, ho indicato espressamente che i commissari debbono sanare le attività pregresse e pianificare, in termini di tempi e di costi, gli interventi successivi. Purtroppo accade, infatti, e questa è una condizione psicologica, che magari, al di là della necessità, si avverta come importante avere a disposizione taluni corpi dello Stato, però, poiché devono essere utilizzati, allora è giusto che la loro presenza sia giustificata e collegata al fatto che ci deve essere una situazione importante da affrontare.
In merito ai divieti nelle aree parchi, ho sentito che ci sono tutte queste situazioni, ma credo che esulino dalle mie competenze. Posso convenire sul fatto della rigidità di alcune, nonché sul fatto che, secondo me, sono più dannose le cementificazioni che non le rigidità sui parchi.
Sul Po credo che sia la rappresentazione paradigmatica di ciò che sta avvenendo. Le questioni che ricordava l'onorevole Ghiglia sono verissime. Esiste una sorta di situazione per cui la regione Piemonte svolge una valutazione e l'AIPO un'altra. È stata, quindi, pensata, dopo un lungo percorso, un'unità di gestione delle crisi. Il provvedimento relativo, però, è fermo al MEF, perché esso ritiene che non sia una riforma a costo zero.
Nella vicenda del Po noi abbiamo rischiato molto, perché, a un dato punto, nessuno aveva svuotato gli invasi. La vicenda è passata quasi inosservata, perché le precipitazioni non sono state notevoli come noi immaginavamo, ma, se fossero state notevolmente superiori, gli invasi non erano stati svuotati, perché nessuno vi aveva provveduto, essendo le competenze molteplici, e sarebbero stati guai.

ALESSANDRO BRATTI. Che cosa c'entra l'AIPO in sede previsionale? Non ha alcuna competenza.

FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della protezione civile. Nella gestione dell'emergenza questa vicenda ha dimostrato che ci vuole un momento di sintesi anche nella fase immediatamente precedente all'acme dell'emergenza, ma la prospettazione che noi abbiamo presentato è ferma al MEF, perché ritenuta non a costo zero.
Ribadisco che sono d'accordo sul fatto che i sindaci devono essere posti in una condizione di tutela rispetto ad alcune critiche che, con il senno del poi e dei professori del giorno dopo, molto spesso diventano occasioni di crocifissione.
Per quanto riguarda le considerazioni dell'onorevole Vannucci, confermo tutto. C'è l'esigenza di ripianare le cinque alluvioni di cui abbiamo parlato e la legge n. 225 del 1992, così come modificata con il decreto Milleproroghe, sicuramente non funziona. L'onorevole sa quanto noi, anche in una sorta di progressione di intervento, siamo d'accordo per una norma che consenta alle autonomie, ai sindaci e alle province di poter spendere, nel limite, peraltro, stabilito dal Ministero dell'economia Concludo dicendo che è ovvio che in queste vicende ci sono aspetti eccezionali legati alle precipitazioni e vorrei che anche questo fosse un dato confermato, come lo è stato per Roma, quando ci fu


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l'allagamento. Quando piovono 500 ml di pioggia e ciò avviene in tempi così ristretti, sicuramente siamo in presenza di eventi eccezionali e, purtroppo, questi eventi eccezionali saranno sempre più ricorrenti.
Ciò che sta cambiando non è che questi eventi avvengano. Quando abbiamo parlato della vicenda romana, ma anche della vicenda di questi giorni, abbiamo fatto riferimento, per esempio, al 1950. A Roma nel 1953 abbiamo avuto le stesse cumulate, come in Liguria nel 1951 o 1952. Il problema è che le frequenze di questi episodi stanno esponenzialmente aumentando.
E allora, poiché la cementificazione c'è stata, il dissesto c'è e gli interventi sul dissesto, come abbiamo visto, hanno tempi lunghi, io credo che noi dobbiamo sempre più parlare di un rischio accettabile. E il rischio accettabile passa attraverso il patto sociale che ci deve essere fra le istituzioni e i cittadini dei territori. Se noi non lo attuiamo, continueremo a contare morti, continueremo con sterili polemiche e, dal mio punto di vista - sarebbe irrispettoso, se fosse riferito alle vostre persone - e per quanto mi riguarda, avrei la profonda sensazione che il lavoro che il mio ufficio e l'intero sistema di Protezione civile stanno portando avanti sarebbe tragicamente inutile. Grazie.

PRESIDENTE. Nel ringraziare il Prefetto Gabrielli, dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 15,50.

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