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dal 29/04/2008 - al 14/03/2013

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Temi dell'attività Parlamentare

Recenti sviluppi della situazione politica nei Paesi aderenti all'Iniziativa adriatico-ionica
Albania

Nel corso del 2008 l’Albania, guidata dal premier di centro-destra Sali Berisha e con al vertice dello Stato il Presidente Bamir Topi – eletto nel luglio 2007 dopo un travagliato percorso parlamentare – ha compiuto importanti progressi sulla via dell’integrazione nelle istituzioni euroatlantiche: infatti dopo l’invito ad aderire alla NATO rivolto all’Albania in aprile dal Vertice di Bucarest dell’Alleanza atlantica, in luglio è stato firmato il Protocollo di adesione, la cui ratifica ha successivamente consentito (aprile 2009) l’adesione a tutti gli effetti – unitamente alla Croazia. Meno incoraggiante il processo di avvicinamento all’Unione europea: ancora nel novembre 2008 il rapporto periodico della Commissione UE evidenziava la persistenza in Albania di elevati livelli di corruzione, soprattutto nei campi della giustizia e della polizia, nonché delle dogane e della sanità, e ciò nonostante i reiterati impegni delle autorità di governo di Tirana, rimasti per lo più inattuati. Le riforme giudiziarie, sulle quali pure i due principali partiti albanesi avevano assicurato il loro appoggio, non hanno registrato veri progressi.

Va tuttavia segnalato che nell’aprile 2008 il Partito democratico al governo e il Partito Socialista all’opposizione, in uno dei rari momenti di collaborazione – e non a caso contemporaneamente al cruciale appuntamento del vertice NATO di Bucarest -, sono riusciti a far approvare in Parlamento a larga maggioranza una riforma costituzionale, il cui impatto principale ha riguardato la materia elettorale, l’elezione del Capo dello Stato e la stabilità dei governi.

Più in particolare, la riforma ha decretato il passaggio da un sistema elettorale misto tra maggioritario proporzionale ad un sistema proporzionale su base regionale a liste bloccate, con soglia di sbarramento differenziata - del 3% per i partiti che si presentano da soli, del 5% per quelli inseriti in una coalizione. L’aver collocato lo sbarramento a livello regionale (coincidente con le circoscrizioni elettorali) è stato giudicato dai partiti minori alla stregua di una discriminazione nei loro confronti, e nelle more dell’approvazione della riforma costituzionale essi hanno condotto una ferma battaglia, utilizzando anche lo strumento dello sciopero della fame. Nel novembre 2008, poi, il Parlamento ha adottato un nuovo codice elettorale, redatto con l’assistenza di esperti internazionali, nonché ulteriori misure con impatto sui processi elettorali, quali l’informatizzazione dell’anagrafe dei cittadini e degli elenchi dei votanti.

Per quanto concerne l’elezione del Capo dello Stato, dopo che per alcuni mesi era sembrata prevalere l’opzione per l’elezione diretta da parte dei cittadini, è stato invece confermata la designazione da parte del Parlamento, abbassando tuttavia il quorum per l’elezione, a partire dal quarto scrutinio, alla sola maggioranza assoluta dei componenti dell’Assemblea.

E’ stato altresì riformato l’istituto della fiducia, prevedendo che il mancato consenso parlamentare su una mozione di fiducia presentata dal Primo Ministro comporti la richiesta al capo dello Stato, da parte del premier, dello scioglimento del Parlamento, il quale, dal canto suo, potrà sfiduciare il Primo Ministro in carica solo previa proposta di un nuovo Primo Ministro.

La riforma costituzionale ha riguardato infine la fissazione a cinque anni della durata del mandato per la carica di Procuratore generale.

Il clima politico albanese è stato successivamente caratterizzato da un confronto tra la maggioranza di governo e il Capo dello Stato - anch’egli peraltro proveniente dai ranghi del Partito Democratico di Berisha - in rapporto alla nomina di magistrati per le giurisdizioni superiori, che il governo ha fatto in modo di far respingere in Parlamento, per poi dare il via libera in luglio a una diversa compagine di candidati. La vicenda ha sollevato preoccupazioni sul livello di indipendenza delle istituzioni statuali dall’Esecutivo, così come sul persistente legame in Albania tra vita politica nazionale e contrasti prettamente personalistici.

Non vanno poi dimenticate le roventi polemiche che hanno fatto seguito alla devastante serie di esplosioni, nel marzo 2008, in un deposito di munizioni nei pressi della capitale, con il tragico bilancio di 26 morti e circa 300 feriti: oltre al mancato rispetto di normative pure esistenti in ordine alla sicurezza e alla pubblica salute, come prova la vicinanza del deposito ad aree residenziali, le discussioni hanno messo in rilievo il carattere sospetto della collocazione del deposito anche per la vicinanza all’aeroporto internazionale di Tirana: è stato infatti ipotizzato che tale prossimità sia stata volta a facilitare dubbi traffici di armi e munizioni, che avrebbero coinvolto anche una compagnia statale, la MEICO. Nonostante il governo abbia respinto questi addebiti, vi sono state le dimissioni del Ministro della difesa, successivamente indagato per il disastro, ma anche per traffico di armamenti.

Anche il Ministro degli esteri pro-tempore Basha è stato incriminato nel dicembre 2008 per corruzione, in relazione a presunte irregolarità e uso illecito di fondi pubblici commesse nel 2006, quando era Ministro dei lavori pubblici, trasporti e telecomunicazioni, nell’ambito della costruzione dell’autostrada destinata a collegare l’Albania e il Kosovo: le malversazioni avrebbero comportato un esborso supplementare di 230 milioni di euro. A queste accuse il Ministro ha reagito negando loro ogni fondamento e definendole politicamente motivate, senza dimettersi.

Nel corso del 2008 l’Albania non sembra aver risentito della crisi finanziaria globale - del resto esplosa nelle regioni centrali dell’economia mondiale solo verso la fine dell’anno -, facendo registrare una crescita di circa il 6% in presenza di un moderato tasso di inflazione. Per quanto concerne la finanza pubblica, il 2008 ha segnato un miglioramento dovuto principalmente a misure fiscali di carattere amministrativo, mentre l’introduzione all’inizio dell’anno di una flat tax sul reddito del 10% ha contribuito all’aumento delle entrate fiscali e dell’afflusso di capitali esteri.

Nel 2009 l’evento politico più importante sono state senza dubbio le elezioni legislative che si sono tenute in giugno, e che hanno visto un sostanziale pareggio tra il Partito democratico di Berisha il Partito socialista guidato da Edi Rama: infatti il Partito democratico ha conquistato 68 dei 140 seggi parlamentari, a fronte dei 65 del Partito socialista; 4 seggi sono andati al Movimento socialista per l'Integrazione dell'ex premier Ilir Meta, mentre un solo seggio è andato al Partito repubblicano (di orientamento conservatore), al partito che rappresenta la minoranza greca e al partito degli albanesi espulsi dalla Grecia durante la Seconda Guerra Mondiale.

La posizione del partito di Ilir Meta è apparsa subito decisiva, e nelle trattative con Berisha Meta ha ottenuto la carica di vice premier e Ministro degli esteri nel nuovo governo, che il 16 settembre 2009 ha ottenuto la fiducia del Parlamento con 74 voti. La nuova compagine governativa ha visto la riconferma di gran parte dei precedenti ministri, ma ha destato particolare scalpore il ritorno al governo di Fatmir Mediu, l'ex Ministro della Difesa dimessosi dopo il disastro del deposito di munizioni presso Tirana dell'inizio del 2008, e che ha ottenuto il Dicastero dell'Ambiente, mentre i procedimenti giudiziari in cui è implicato procedono assai a rilento.

Va tuttavia segnalato che il risultato elettorale è stato duramente contestato dal Partito socialista, che ha chiesto il riconteggio dei voti in alcune circoscrizioni: non essendo questa richiesta stata presa in considerazione da Berisha, il partito di Rama ha disertato sin dall’inizio le sedute parlamentari. Anche se con notevole ritardo, la missione di osservazione elettorale internazionale guidata dall’OSCE ha nel complesso valutato positivamente le procedure elettorali, delle quali ha rilevato alcuni progressi soprattutto nell’identificazione degli elettori, constatando tuttavia la persistenza di alcune violazioni - tra queste il fenomeno tipicamente albanese del voto familiare, incompatibile con i principi della personalità, libertà e segretezza del voto. Va poi ricordato che ben meno della metà degli aventi diritto hanno partecipato al voto, registrando rispetto alle elezioni del 2005 un ulteriore calo del 3,2%.

Nel novembre 2009 l'opposizione di sinistra ha messo in atto una clamorosa protesta di piazza, con una mobilitazione ininterrotta di tre giorni e tre notti, ma senza troppo turbare l'attività del governo: inoltre, si sono registrate tensioni tra il potere centrale di Tirana e le autonomie locali, in maggioranza nelle mani della sinistra.

Alla fine di dicembre 2009 il blocco della situazione politica albanese ha iniziato a destare in modo esplicito preoccupazione negli ambienti internazionali, e l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa ha invitato con una risoluzione a trovare il modo di porre fine alla crisi politica in atto, che metterebbe a repentaglio il futuro dell'integrazione europea dell'Albania: la risoluzione ha fatto appello in particolare al Capo dello Stato Bamir Topi perché assumesse un ruolo di mediazione tra le parti in conflitto.

Per quanto concerne i rapporti con l'Italia l'elemento che più chiaramente emerge negli ultimi mesi è l’insieme di interessi concorrenti dei due paesi e di molte delle loro imprese intorno a molteplici progetti in campo energetico. Va infatti ricordato che già il 10 marzo 2009 il Ministro italiano allo sviluppo economico Claudio Scajola ha firmato a Tirana un accordo per lo sviluppo e l’integrazione dei rispettivi sistemi elettrici e di quelli collegati al gas naturale: in tal modo si è dato il via a una procedura di monitoraggio dei vari progetti di interconnessione, nonché dello stato di avanzamento di quanto già avviato nel campo delle energie rinnovabili e in quello dei rigassificatori. Vi sono inoltre tre progetti finanziati dalla cooperazione italiana allo sviluppo, e nei quali sono coinvolte imprese italiane, nel campo della elettricità: si tratta della realizzazione della nuova linea ad alta tensione tra Elbasan e Tirana, del Centro di telecontrollo finalizzato a regolare i flussi di energia elettrica tra produzione e consumo prevedendo i black out, e della costruzione della sottostazione elettrica di Tirana 2, che permetterà l'integrazione del sistema elettrico albanese con quello europeo, raggiungendo le necessarie elevatissime tensioni.

Il 3 giugno la società italiana PIR, leader nella logistica portuale e nello stoccaggio e smistamento di petrolio e gas, ha inaugurato a Valona il terminal costiero per il transito di gpl e prodotti petroliferi, per un investimento di circa 60 milioni di euro, accanto al quale spicca l'ammontare di 90 milioni per la realizzazione di un termovalorizzatore a Valona da parte della Maire Tecnimont, azienda italiana che opera nei settori del chimico e petrolchimico e del gas, e,  tramite la controllata Maire Engineering, nei settori dell'energia, delle infrastrutture e dell’ingegneria civile.

Il reciproco interesse italo-albanese allo sviluppo della collaborazione nel campo energetico è stato ribadito nel recente incontro a Palazzo Chigi del 12 febbraio 2010 tra il Presidente del consiglio Berlusconi e il premier albanese Berisha, nel corso del quale è stata ipotizzata anche una collaborazione tra i due paesi nel campo dell'energia nucleare. Nell'attesa di possibili sviluppi al proposito, il progetto Energy Complex dell'Enel ha previsto la realizzazione entro il 2014 nei pressi di Durazzo di due centrali a carbone della capacità di 800 MW ciascuna, che sarà completato con la costruzione di una linea elettrica sottomarina che per 200 km. condurrà l'energia prodotta in Albania fino ai terminali pugliesi della rete elettrica italiana.

Tutte queste relazioni e progetti avvengono nel quadro politico di rapporti italo-albanesi caratterizzati dal deciso sostegno dell'Italia all'integrazione europea di Tirana, il primo passo della quale dovrà essere l'eliminazione entro il 2010 dell'obbligo di visto per i cittadini albanesi verso l'Europa, come ribadito dal Ministro degli esteri Frattini nella sua visita del 12 aprile in Albania. D'altra parte, nel corso degli incontri l’On.Frattini ha sollecitato gli albanesi al superamento della situazione di stallo politico attuale, la quale, bloccando la vita parlamentare e il regolare funzionamento delle istituzioni, costituisce un ostacolo indubbiamente rilevante proprio agli occhi di Bruxelles. La visita del Ministro Frattini è stata solo la prima nel quadro dell'iniziativa “Italia-Albania: due popoli, un mare, un'amicizia”, che dalla metà di marzo al mese di giugno 2010 rafforzerà i già strettissimi legami tra i due paesi con più di 80 eventi nei settori della cultura, dell'economia, della politica e dello sport.

 

Croazia
I più recenti sviluppi del quadro politico croato sono stati contrassegnati in primo luogo dall’elezione di Ivo Josipovic, esponente del partito socialdemocratico, a presidente della repubblica per i prossimi cinque anni, il 10 gennaio 2010 sulla base di una campagna elettorale incentrata sulla lotta alla corruzione e sul raggiungimento della membership comunitaria. Occorre peraltro ricordare che il ruolo del Presidente nell’ordinamento croato non è di tipo politico  (designazione del primo ministro, la cui nomina deve essere approvata dal parlamento, e potere di scioglimento del parlamento nonchè di indire elezioni).
L’elemento di maggiore novità è stato rappresentato a luglio 2009 dalla nomina a premier di Jadranka Kosor, sino ad allora vice primo ministro nel governo del dimissionario Ivo Sanader. Il 1° luglio, infatti, Sanader, da sei anni premier e da quasi dieci capo del maggior partito del Paese, l’Unione democratica croata (Hdz) si è dimesso a sorpresa ritirandosi dalla vita politica.
Già vincitore del confronto elettorale del 2003, Sanader vinse anche le elezioni del27 novembre 2007 per il rinnovo del Parlamento unicamerale croato (Hrvatski Sabor), composto da 153 membri eletti ogni quattro anni, che avevano delineato i seguenti rapporti di forza:
  • Unione democratica croata(HDZ-Hrvatska Demokratska Zajednica),36,6% dei voti, 66 seggi; il partito fondato dall’ex Presidente Franjo Tudjiman - guidato dopo la sua morte (dicembre 1999) dal primo ministro uscente, Ivo Sanader - trasformato in una formazione moderata ed europeista, si conferma il maggior partito del paese; alle precedenti elezioni (novembre 2003) aveva conquistato 66 seggi (33,9% dei voti);
  • Partito socialdemocratico croato(SDP- Socijaldemokratska partija Hrvatske), 31,2%, 56 seggi; il partito erede della vecchia lega dei comunisti guidato da Zoran Milanovic cresce moltissimo rispetto al 2003 quando aveva ottenuto 34 seggi;
  • Partito dei contadini HSS – Partito social liberale HSLSS, centristi, 6,5%, 8 seggi;
  • Partito del popolo croato - Liberaldemocratici (HNS-Hrvatska narodna stranka - Liberalni demokrati), partito liberale progressista 6,8%, 7 seggi (ne aveva conquistati 10 nel 2003);
  • Dieta democratica croata della Slavonia e della Baranja(HDSS-Hrvatski demokratski sabor Slavonije i Baranje) partito regionalista conservatore,1,8%, 3 seggi;
  • Dieta democratica istriana(Istarski demokratski sabor/Dieta democratica Istriana), 1,5%, 3 seggi. Nel 2003, presentandosi nella coalizione guidata dal partito socialdemocratico, aveva ottenuto 4 seggi;
  • Partito dei pensionati, 4,1%, 1 seggio;
  • Partito croato dei diritti(HSP-Hrvatska stranka prava), 3,5%, 1 seggio. Il partito di destra nazionalista ha subito un vero crollo, precipitando da 8 a 1 rappresentante;
  • Partito democratico indipendente serbo (socialdemocratico, uno dei partiti della minoranza serba che vive in Croazia) – Partito dell’azione democratica della Croazia (rappresenta la minoranza etnica bosniaca in Croazia);
  • altre minoranze, 8 seggi.

Il 12 gennaio 2008 il Parlamento croato aveva riconfermato Ivo Sanader alla carica di primo ministro, alla guida di una coalizione trail suo partito, HDZ, e  alleati centristi del Partito dei contadini e del Partito social liberale nonché a rappresentanti delle minoranze nazionali.

Alla base della decisione di dimettersi gli analisti hanno indicato il veto della Slovenia all’ingresso della Croazia nell’Ue, gli effetti della crisi economica che ha costretto il governo a intraprendere misure severe (che hanno generato malcontento e proteste) ma anche accuse e sospetti di corruzione nei confronti di politici a lui vicini. Va infatti sottolineato che in Croazia gli effetti della crisi finanziaria globale si sono intrecciati strettamente alle vicende del negoziato finale per l'adesione all'Unione europea, in quanto il veto posto dalla Slovenia per le note questioni confinarie, cui già si è fatto cenno, ha contribuito a differire i tempi dell’adesione che, a sua volta, avrebbe potuto aiutare il paese balcanico ad ammortizzare meglio gli inevitabili effetti della congiuntura internazionale.

Alla guida dell’esecutivo, e del partito HDZ, lo stesso Sanader dimettendosi aveva indicato Jadranka Kosor, sino ad allora vicepremier e ministroper i reduci di guerra, la famiglia e i pensionati. Non era mancato chi, tra gli analisti, aveva giudicato il passaggio di testimone una sorta di polpetta avvelenata per caricare sulle spalle di Kosor la guida del governo in un momento difficile, fino alla fine della legislatura nel 2011. Già nelle primissime fasi della sua azione il governo guidato dalla prima donna premier nella storia della Croazia ha deciso una serie di misure restrittive, soprattutto nuove imposte e tasse, per fronteggiare il deficit di cassa creatosi come conseguenza della crisi economica.

Dopo l’intesa (già sopra ricordata) raggiunta a Lubiana l’11 settembre tra primo ministri croato e sloveno Kosor e Pahor sulla soluzione della questione confinaria e dopo quasi un anno di stop proprio a causa di tale disputa, il 2 ottobre 2009 sono ripresi a Bruxelles i negoziati di adesione della Croazia all'Ue. L’obiettivo di Zagabria è chiudere il processo negoziale entro la prima metà del 2010, per poi entrare formalmente nell'Ue tra il secondo semestre 2011 e l'inizio dell’anno successivo. Tale prospettiva ha trovato conferma nel rapporto annuale sui Paesi che aspirano a diventare membri Ue diffuso il 14 ottobre 2009.

L’esecutivo croato, dopo il rimpasto successivo alle dimissioni (30 ottobre 2009) del vicepremier e ministro dell'economia Damir Polancec accusato da organi di stampa di essere implicato in illeciti finanziari e sostituito alla guida del dicastero dell’economia da Djuro Popijac, un esponente indipendente capo dell'Associazione dei datori di lavoro in Croazia (Hip), ha adottato un’ampia serie di misure economiche e normative volte ad accelerare l’adesione all’Ue. Si tratta, in particolare di un pacchetto di leggi che ha portato a quota 82 i provvedimenti di armonizzazione adottati nel 2009 mentre, sul versante finanziario, legge finanziaria 2010 ha previsto uno stanziamento di circa 275 milioni di euro a sostegno delle politiche di adattamento alle norme dell'Unione europea.

 
Bosnia-Erzegovina

La Bosnia-Erzegovina rappresenta allo stato attuale l’area dei Balcani occidentali che desta le maggiori preoccupazioni in termini di sicurezza e prospettive di stabilità. La ripartizione della popolazione in tre distinti gruppi etnico-religiosi (musulmano-bosniaci pari a quasi la metà della popolazione, serbo-bosniaci e croato-bosniaci rispettivamente pari a un terzo e a un sesto della popolazione) richiama alla mente le matrici etniche e religiose che furono alla base dei conflitti balcanici della prima metà degli Anni Novanta, proseguiti con la crisi del Kosovo alla fine del decennio.

In base agli accordi di Dayton del 1995, che posero fine al conflitto nell’area bosniaca, il paese è caratterizzato attualmente da una forma istituzionale che può definirsi confederale, basata da una parte sulla Repubblica serba di Bosnia(Republika Srpska-RS), e dall’altra sulla Federazione croato-bosniaca. Il carattere confederale dell'assetto del paese è connesso alla notevole debolezza delle istituzioni centrali della Bosnia-Erzegovina, debolezza cui ha sino ad ora supplito la figura del Rappresentante speciale dell’Unione Europea - attualmente il diplomatico austriaco di origini slovene Valentin Inzko - dotato di prerogative molto ampie (i cosiddetti “Bonn Powers”), quali il potere di annullare leggi, imporne di nuove e destituire anche titolari di cariche elettive.

L'assetto costituzionale della Bosnia-Erzegovina non è tale da poter evitare un'elevata frammentazione nelle funzioni di direzione politica, derivante dal fatto che, a suo tempo, nel prendere atto dello status quo esistente alla fine del conflitto bosniaco, gli accordi di Dayton dovettero prevedere l’articolazione delle cariche istituzionali in riferimento ai principali gruppi etnico-religiosi. In tale contesto va rilevato, inoltre, che all'interno di ciascuno di tali gruppi predominano gli elementi più nazionalisti, evidentemente ritenuti capaci, tra l’altro, di una più aggressiva negoziazione con le controparti.

Il quadro politico del paese è caratterizzato da una sostanziale paralisi per la difficoltà delle due entità che la compongono nel trovare una linea comune d'azione per l'attuazione delle riforme necessarie a far avanzare il paese verso l'integrazione europea.

Lo scenario appare monopolizzato dalla campagna in vista del doppio appuntamento elettorale di ottobre2010 - quando si terranno le elezioni sia presidenziali sia politiche - da cui deriva una situazione di stallo decisionale che ostacola il difficile il percorso di stabilizzazione interno; il mancato progresso del dialogo interetnico e delle riforme costituzionali, inoltre, non consente il rilancio del processo di avvicinamento del Paese alla Ue e alla Nato.

Su proposta dell’Unione europea e degli Stati Uniti, i responsabili delle tre comunità avevano accettato di definire una revisione della Costituzione entro la fine di ottobre 2009, per rilanciare il percorso di integrazione euro-atlantica. I negoziati – che si sono svolti a Butmir, nei pressi di Sarajevo - non hanno portato però al raggiungimento di un’intesa tra i rappresentanti delle tre componenti etniche sul pacchetto di riforme costituzionali (rispetto alle quali il premier serbo-bosniaco Dodik è fortemente contrario), finalizzate ad assicurare il corretto funzionamento dell’apparato istituzionale.

In tale scenario la già infuocata campagna elettorale rischia di focalizzarsi su temi cari alla retorica nazionalista - con conseguente pericolo di incremento della tensione interetnica - e non sulla prospettiva europea ed atlantica del paese.

Le auspicate riforme, ossia il raggiungimento, allo stato non ancora verificatosi, dei parametri fissati dalla Comunità internazionale (i così detti 5+2), nonché l’approvazione delle modifiche costituzionali necessarie al corretto funzionamento dell’apparato istituzionale, comporterebbero la cessazione dell'Ufficio del Rappresentante speciale, nato con gli accordi di Dayton.

Proprio il mancato rispetto dei 5 obiettivi e delle 2 condizioni[1] previsti per la chiusura dell’OHR, ritenuta condizione per valutare una possibile domanda di adesione all’Ue, sono stati tra le principali preoccupazioni espresse nel Progress Report del 14 ottobre 2009 della Commissione Ue, che ha chiesto un maggiore impegno nel processo di riforma, con particolare riferimento alle modifiche costituzionali.

Il Consiglio europeo quindi, nelle “Conclusioni sulla strategia di allargamento” adottate il 7-8 dicembre scorso, ha esortato le autorità locali ad intensificare gli sforzi per l’approvazione delle necessarie modifiche costituzionali.

L'agenzia di stampa bosniaca Fena ha reso noto, il 10 febbraio 2010, che il Parlamento confederale ha chiesto al governo di avviare una procedura al fine di emendare la Costituzione e la legge elettorale, discriminatorie verso le minoranze secondo un recente giudizio della Corte europea per i diritti dell'uomo, e di farlo prima che vengano indette le elezioni politiche previste per il prossimo ottobre.

Eventuali rischi di secessione sono stati fortemente stigmatizzati dall’Alto Rappresentante e Vice Presidente della Commissione europea, Catherine Ashton che, nel corso della missione nei Balcani occidentalidel 17-19 febbraio, ha affermato che l’integrità del Paese è un presupposto irrinunciabile per l’adesione all’Ue.

Un ulteriore elemento al centro del dibattito politico, generatore di tensione interna e di preoccupazione della comunità internazionale per il suo potenziale destabilizzante di un quadro già surriscaldato dalla campagna elettorale è rappresentato dall’intenzione di indire un referendum preannunciata in Parlamento, pur senza fornire approfondimenti, dal premier della Republika Srpska, Milorad Dodik; la consultazione sarebbe finalizzata a tutelare gli accordi di Dayton e a consentire al corpo elettorale di pronunciarsi sulle misure esecutive dell’Alto Rappresentante.

Il 10 febbraio 2010 l’Assemblea della Republika Srpska (RS), infatti, ha approvato un disegno di legge di riforma della normativa referendaria proposto dal governo guidato da Milorad Dodik; al voto non hanno partecipato i deputati bosniaci musulmani, che avevano abbandonato l'aula all’inizio del dibattito definendo la legge anticostituzionale e contraria all'accordo di Dayton e preannunciando che, durante l’esame del provvedimento alla Camera dei popoli (il secondo ramo del Parlamento confederale) sarà invocato l’interesse vitale, che comporterebbe il deferimento dell’esame della legittimità del provvedimento normativo alla Corte costituzionale.

La Bosnia ancora non è ammessa al regime di liberalizzazione dei visti; i punti ancora in sospeso riguardano la lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, la gestione dell'immigrazione e delle frontiere e la mancanza del passaporto biometrico. Secondo quanto affermato il 7 aprile dal ministro degli esteri spagnolo (paese che ha la presidenza di turno dell’Ue) Miguel Moratinos, in visita a Sarajevo assieme al sottosegretario di stato americano James Steinberg, l’Unione europea annuncerà l’abolizione dei visti per i cittadini bosniaci in giugno, in occasione della conferenza Ue-Balcani che si terrà nella capitale bosniaca.

Quanto all’integrazione atlantica, il 2 ottobre 2009 il presidente bosniaco di turno, Zeljko Komsic, ha presentato formale richiesta entrare nel Membership Action Plan (MAP), lo strumento ufficiale per il cammino di adesione verso la piena appartenenza all’Alleanza Atlantica. Da quanto emerso da un incontro fra il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, e il primo ministro bosniaco Nikola Spiric tenutosi a Bruxelles il 3 marzo 2010, la Bosnia Erzegovina potrebbe ottenere il via libera ad un accordo di preadesione in occasione della prossima riunione dei ministri degli Esteri dell'Alleanza prevista il 22 e il 23 aprile prossimi a Tallin (Estonia). Il 23 marzo Rasmussen, alla guida di una delegazione del Consiglio Nord Atlantico (di cui fanno parte i 28 rappresentanti permanenti della Nato) in visita a Sarajevo, ha ribadito l'importanza, in prospettiva di adesione alla Nato, che lo stato sia funzionante e capace di agire con determinazione, dal momento che il MAP contempla profili inerenti non solo alla difesa ma anche all'amministrazione e ai diritti umani. Il riferimento, secondo gli osservatori, sarebbe alla retorica separatista, ribadita anche in recenti interventi, del premier serbo-bosniaco Milorad Dodik.

Il pieno appoggio dell'Italia all'integrazione europea e nella Nato della Bosnia-Erzegovina è stato sottolineato dal ministro degli esteri Franco Frattini, alla vigilia della sua visita a Sarajevo (13 aprile 2010), che ha tuttavia evidenziato ritardi nel necessario processo di riforme. L’obiettivo della missione del Ministro a Sarajevo è lanciare un messaggio a sostegno del futuro europeo e atlantico della Bosnia Erzegovina, da cui ci si attende che venga dato nuovo slancio alle riforme costituzionali necessarie per avanzare nel processo di integrazione euro-atlantico. Le Autorità del Paese verranno altresì incoraggiate a proseguire nel processo di normalizzazione dei rapporti con i Paesi limitrofi, e in particolare con la Serbia, anche alla luce della recente risoluzione di condanna del massacro di Srebrenica da parte del parlamento serbo.

Sul piano bilaterale, il Ministro Frattini firmerà un Protocollo di cooperazione tra i Ministeri degli Esteri che mira a rafforzare il dialogo tra le due diplomazie sui dossier di prioritario interesse. Nel corso degli ultimi anni le relazioni bilaterali si sono ulteriormente rafforzate trainate dal comparto economico-commerciale (l’Italia è il quarto partner commerciale della Bosnia con una quota di mercato pari al 10%) e significative appaiono le opportunità di rafforzamento degli investimenti, in particolare nel settore energetico.

Si rammenta, infine, che il mandato di EUFOR Althea, la missione europea di stabilizzazione per la Bosnia-Erzegovina è stato prorogato sino a novembre 2010, da ultimo, con la risoluzione 1895 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 18 novembre 2009.

 
Grecia
La situazione politica interna

Le elezioni politiche anticipate del 4 ottobre 2009 (la precedente tornata elettorale aveva avuto luogo meno di due anni prima, il 16 settembre 2007), hanno avuto i risultati di seguito riportati:

 

PARTITO

VOTI %

SEGGI

Movimento socialista pan-ellenico – PASOK

43,9

160

Nea Demokratia – ND

33,5

91

Partito Comunista – KKE

7,5

21

Allarme ortodosso popolare – LAOS

5,6

15

Coalizione della sinistra radicale - SYR

4,6

13

Verdi - OP

2,5

-

Altri

2,3

-

 

Il nuovo Parlamento si è riunito la prima volta il 14 ottobre e, il giorno dopo, Philippos Petsalnikos, esponente del PASOK, ne è stato eletto Presidente.

Nei giorni immediatamente successivi l’evento elettorale George Papandreou, leader del PASOK vincitore del confronto elettorale, ha costituito il nuovo governo, dopo aver ricevuto l’incarico dal Presidente della Repubblica KarolosPapoulias. Il parlamento ha votato la fiducia il 19 ottobre con 160 voti a favore provenienti dal PASOK e 140 voti contrari dei partiti di opposizione. I principali membri del nuovo esecutivo, nell’ambito del quale Papandreou si è al momento riservato la carica di Ministro degli esteri, da lui già ricoperta in passato, sono: il vicepremier Thedoros Pangalos, già titolare degli esteri, costretto alle dimissioni da capo della diplomazia nel 1999 in seguito all’arresto da parte dei Turchi del leader curdo Abdullah Ocalan mentre lasciava l’ambasciata greca a Nairobi; Luka Katseli, Ministro di Economia, sviluppo e marina mercantile, che è stata la responsabile del programma economico con il quale il neopremier si è presentato agli elettori e che secondo gli analisti è stato un elemento cruciale per la vittoria; Giorgio Papaconstantinou, formatosi alla London School of Economics e già portavoce di Papandreou, nonché deputato europeo, posto alla guida del Ministero delle Finanze per la prima volta separato dall'Economia; Christina Birbili, stretta collaboratrice di Papandreou, esponente politica senza precedenti esperienze governative, posta alla guida del nuovo dicastero dell’Ambiente, energia e cambio climatico, fondamentale per il piano di “sviluppo verde” annunciato nel corso della campagna elettorale; Michalis Chrisochoidis, già più volte ministro e responsabile dello sviluppo nello shadow cabinet socialista, Ministro della protezione del cittadino; Giannis Ragusis, economista, è il titolare degli Interni; il costituzionalista Evaggelos Venizelos è il Ministro della difesa; Anna Diamantopoulou, ex commissario europeo all'occupazione è Ministro dell’Istruzione e altre due donne sono titolari dei dicasteri dell’Agricoltura, Katerina Batseli, e della Sanità, Mariliza Xenogianakopoulou.

Le elezioni si sono risolte, ancora una volta, in un duello tra i due principali partiti greci, Nuova Democrazia e PASOK. ND, il partito fondato nel 1974 da Kostantinos Karamanlis, l’esponente politico che ha guidato la transizione del paese dalla dittatura militare alla democrazia, è una formazione che sostiene politiche di liberalizzazione economica, di privatizzazione e di moderazione fiscale, ed è schierato su posizioni fortemente a favore dell’integrazione europea; il Karamanlis fondatore di Nuova Democrazia è zio di Kostas, dal 1997 presidente del partito e,dopo la vittoria elettorale del 2004 - che ha posto fine a 11 anni di leadership del PASOK - il più giovane premier nella storia greca recente; la sua azione di governo, particolarmente incentrata sul versante economico, ha sviluppato politiche neoliberali che, sebbene osteggiate dalle parti sociali, gli hanno procurato un consenso crescente in corrispondenza del miglioramento del quadro economico.

Le elezioni anticipate del settembre 2007, volute dallo stesso Karamanlis, hanno visto l’ND arretrare quanto a numero di seggi (152 i seggi conquistati, -13 rispetto al 2007) pur conservando un’esigua maggioranza parlamentare in virtù della quale al premier uscente veniva conferito un secondo mandato. Dopo l’affermazione del PASOK nell’ulteriore tornata elettorale anticipata del 4 ottobre 2009, con la quale Karamanlis sperava di conquistare consensi al suo governo a dispetto della debolezza del contesto economico, il primo ministro si è dimesso dalla guida del partito Nuova Democrazia. 

Il PASOK uscito vincitore dal confronto elettorale del 2009 è guidato dal neo premier George Papandreou, figlio e nipote di ex primi ministri: Andreas, il padre, è stato il fondatore (1974) e primo presidente del PASOK, nonché due volte premier (1981-1989 e 1993-1996); il nonno Georgeos è stato uno dei protagonisti della tormentata storia greca nella lunga fase precedente l’instaurarsi del regime dei colonnelli (1967).

I programmi elettorali dei due partiti erano entrambi incentrati sulla necessità di contrastare la crisi economica, sebbene con approcci differenti. L’ND di Karamanlis aveva promesso la riduzione del 30% della spesa pubblica nei prossimi due anni, il raffreddamento delle dinamiche di salari e pensioni, il contenimento delle assunzioni nel pubblico impiego nonché l’accelerazione delle privatizzazioni. Gli stimoli all’economia presenti nel programma del PASOK consistono nella spesa di almeno il 5% del PIL in investimenti pubblici ogni anno, nell’incremento dei salari nel settore pubblico, dei sostegni alla disoccupazione e delle pensioni; è prevista la rinegoziazione delle privatizzazioni effettuate nonché la non prosecuzione dei piani relativi a quelle programmate. Quanto alla politica fiscale, il PASOK ha promesso la riduzione delle imposte per i soggetti che guadagnano meno di 30.000 euro l’anno e il ristabilimento di tasse sul patrimonio e sulla successione.

Quanto al tema dell’immigrazione, l’ND si è impegnata ad imporre più lunghi periodi detentivi agli immigrati illegali mentre il PASOK ha promesso il riconoscimento della cittadinanza ai figli di immigrati nati in Grecia e il diritto di voto a livello locale agli immigrati legalmente residenti da oltre cinque anni.

 

La crisi finanziaria e i suoi riflessi.

Le elezioni del 2009 si sono tenute in un contesto politico fortemente contrassegnato dall’impatto della crisi economica manifestatasi nel 2008 anche in Grecia, paese che usciva da oltre un decennio di crescita virtuosa; la pesante battuta d’arresto accusata dai fondamentali macroeconomici ellenici, con particolare riguardo al deficit di bilancio, secondo gli analisti è correlata da un lato agli effetti diretti della crisi economica internazionale, dall’altro a elementi di debolezza interna.

L’inversione di tendenza si è tradotta in un brusco calo del PIL, che è passato da un tasso d’incremento del 3% del 2008 ad un drastico -1,2% del 2009 con un deficitpari al -12,7% e un debito pubblico superiore al 113% (circa 300 miliardi di euro), e che si prevede raggiungerà il 130% nel 2010. Il quadro macroeconomico è aggravato da un peggioramento generalizzato del settore terziario, asse portante dell’economia ellenica, dove il turismo ha conosciuto una flessione di circa il 15% rispetto all’anno precedente e quello dei trasporti del 30%, e da una seria contrazione delle esportazioni pari al 18%. In difficoltà anche gli altri comparti, tra cui quello automobilistico, nonostante gli incentivi statali promossi nell’aprile scorso, e delle costruzioni.

Oltre ai conti pubblici in negativo, la difficile congiuntura ha inciso negativamente sulla credibilità e fiducia del Paese nei confronti dei mercati finanziari, spingendo la stampa internazionale a paventare il rischio di default sovrano.

Il progressivo deteriorarsi dei fondamentali economici greci ha spinto le principali agenzie di rating a rivedere al ribasso le proprie valutazioni sull’affidabilità del Paese, fino a giungere il 7 dicembre 2009 la Fitch ha declassato[2] il rating a lungo termine del Paese, da A- a BBB+ (il terz’ultimo voto nella classificazione dell’agenzia e il peggiore dell’intera area euro). L’effetto sui mercati è stato immediato con la borsa di Atene che ha accusato perdite superiori al 6% ed i titoli di Stato che sono precipitati sensibilmente, mentre il differenziale di rendimento tra i bond decennali greci e quelli tedeschi, che fanno da punto di riferimento per l’area dell’euro, è salito a più di 210 punti base.

Il “caso Grecia” non ha mancato di instillare ansie e preoccupazioni in ambito comunitario. L’Unioneeuropea, che ha confermato la procedura di deficit eccessivo avviata nell’aprile del 2009, ha richiesto al Governo di George Papandreou, costituito dopo le elezioni anticipate del 4 ottobre scorso, interventi mirati e strutturali volti a realizzare riforme ormai non più procrastinabili pena l’inesorabile declassamento dell’economia nazionale. Uno dei principali timori della Banca centrale europea è la quantità di bond governativi in possesso degli istituti ellenici. Infatti, oltre la metà del loro attivo, circa 40 miliardi di euro, viene utilizzato come garanzia per i prestiti chiesti all’Europa.

Le banche commerciali greche possono sfruttare infatti i fondi europei al tasso fisso dell’1%, consegnando come collaterale proprio i titoli di Stato nazionali. Ma la Banca centrale di Atene a metà novembre ha sollecitato gli istituti di credito ad attingere con moderazione all’operazione di rifinanziamento a un anno che la BCE avrebbe messo a disposizione per il 2010. Inoltre, il declassamento dei titoli di stato ellenici e l’aumento del differenziale rispetto agli analoghi titoli tedeschi, creano uno scenario incerto per il 2010 se si pensa che, ove non si applicassero in tempi rapidi misure correttive e capaci di ristabilire un clima di fiducia, sarà ancora più difficile collocare i circa 50 miliardi di euro di titoli pubblici senza rischi e, soprattutto, trovare i potenziali investitori.

Nonostante si sia trovato di fronte ad uno dei momenti più difficili e delicati degli ultimi venti anni per l’economia ellenica, il Governo di George Papandreou ha lanciato un messaggio di ottimismo, dichiarando che verrà data la massima priorità e attenzione al risanamento dell’economia ed ha escluso categoricamente la necessità di richiedere prestiti al Fondo monetario internazionale.

Il bilancio per il 2010 punta principalmente a combattere i fenomeni di corruzione, gli sprechi e lo sperpero di denaro pubblico. Papandreou non intende, peraltro, venir meno alle promesse fatte durante la campagna elettorale, confermando che il Governo proseguirà lungo la strada di una più equa distribuzione dei redditi e del sostegno alle fasce della popolazione meno abbienti.

Le linee guida della legge finanziaria 2010, approvata dal Parlamento greco il 24 dicembre 2009, hanno previsto uno stimolo della domanda interna, lo sviluppo delle attività imprenditoriali e la creazione di nuovi posti di lavoro. È stato confermato il massimo rigore nella lotta all’evasione fiscale e nella trasparenza nei conti pubblici, attraverso la razionalizzazione della spesa pubblica, una più equa distribuzione degli oneri fiscali, un’oculata valutazione degli investimenti e la definizione di un ponderato piano di sviluppo.

Il bilancio per il 2010 prevede, altresì, una drastica riduzione della spesa e degli sprechi nel settore pubblico e punta a mettere in atto un intenso programma di investimenti per un totale stimato intorno ai 10,3 miliardi di euro (+8,4% rispetto al 2009), dei quali 6,9 cofinanziati dall’UE ed indirizzati verso l’educazione e la sanità (con la creazione di 3000 nuovi posti di lavoro), la previdenza sociale, industria e artigianato, importanti opere pubbliche ed infrastrutture.

Lo scenario delineato per la Grecia differisce da quello degli altri Paesi UE, per i quali il PIL crescerà a partire dal 2010 ed il debito pubblico scenderà progressivamente, e conferma quanto verificato da alcuni studi settoriali, secondo cui l’andamento dell’economia greca sarebbe scarsamente correlato con quello dell’Eurozona per il fatto che ilcommercio internazionale greco (la quota import-export in relazione al PIL) si mostra decisamente inferiore rispetto a quello degli altri Paesi membri. Ciò fa sì che la Grecia potrebbe non riuscire a seguire il ritmo di crescita degli altri partner, restando indietro e perdendo le opportunità future di sviluppo.

Resta poi il rischio previsto dallo scenario peggiore, vale a dire quello di un vero e proprio default. Infatti, ove la situazione non dovesse migliorare entro dodici mesi e il rating venisse abbassato anche dalle altre due agenzie (Moody’s e Standard & Poor’s), i titoli ellenici non sarebbero più utilizzabili dalle banche greche per finanziarsi. Tale scenario di default sovrano potrebbe avere ripercussioni su tutti gli altri Paesi europei, dal momento che il fallimento greco implicherebbe l’obbligo di ripristinare l’assetto monetario della BCE rendendo necessaria la compensazione dei 113,2 milioni di euro che rappresentano la quota della Banca di Grecia.

All’inizio del 2010, mentre assume contorni via via più definiti l’apporto finanziario necessario per la ripresa del paese, stimato in circa 54 miliardi di euro, il Governo di Atene vara un piano triennale per il risanamento delle finanze pubbliche incentrato tanto su tagli di spesa che su nuove imposte, in un contesto di accresciuta lotta all’evasione fiscale. Il piano sembra riscuotere il consenso dei mercati finanziari, che il 25 gennaio rispondono con grande interesse all’asta dei bond ellenici, sopravanzando di molto gli 8 miliardi di euro offerti.

Ai primi di febbraio Papandreou preannuncia l'introduzione di ulteriori misure restrittive, tra le quali il congelamento dei salari pubblici per l'anno in corso, l'aumento dell'età pensionabile e nuove tasse sui carburanti.

L'Unione europea inizia proprio in febbraio a valutare in concreto le possibili misure di sostegno per la Grecia, soprattutto in rapporto alle preoccupazioni per le ripercussioni della crisi ellenica sulla stabilità dell’euro: l'11 febbraio un vertice informale del Consiglio europeo a Bruxelles, con la partecipazione del presidente della Banca centrale europea - reduce da una riunione con i ministri ECOFIN del giorno precedente - raggiunge un'intesa di massima per un intervento a favore della Grecia, senza tuttavia fissarne i dettagli tecnici.

Intanto la situazione sociale in Grecia, già surriscaldata, conosce il 24 febbraio un momento culminante con lo sciopero generale.

Mentre l'Unione europea prosegue nel lavoro di messa a punto delle concrete misure di sostegno alla Grecia, il Governo di Atene annuncia il 3 marzo un ulteriore pacchetto di misure restrittive – poi approvato il 5 marzo dal Parlamento, mentre un nuovo sciopero generale paralizzava la Grecia e infuriavano scontri di piazza - per un valore di circa 4,8 miliardi di euro, soprattutto dirette al contenimento di salari e pensioni. Intanto, però, giudicando troppo debole la risposta dell'Unione europea alla crisi, il Governo ellenico comincia a ventilare la possibilità di tentare di uscire dalla grave crisi finanziaria con il sostegno previsto in simili casi per tutti i paesi dai meccanismi del Fondo monetario internazionale – con grave pregiudizio, in tal caso, della reputazione di solidità dell’euro e di solidarietà tra gli Stati membri della UE, nonché con la possibilità di interferenza del FMI con l’azione e l’autonomia delle Istituzioni finanziarie europee.

Nuovi gravi incidenti in prossimità del Parlamento di Atene si verificano in occasione di un altro sciopero generale dell'11 marzo, mentre permane il sostanziale stallo in seno all'Unione europea sulle misure più appropriate da adottare: sarà solo il 25 marzo, dopo l'intesa tra Francia e Germania, che l'Unione riuscirà a raggiungere un consenso sulle misure a sostegno di Atene – l’Italia aveva propugnato la necessità di un’iniziativa interamente europea, pur dicendosi pronta ad un compromesso per un parziale coinvolgimento del FMI, che è stata poi l’opzione privilegiata. In particolare, è stato deciso che la maggior parte dei finanziamenti dovrà pervenire alla Grecia mediante prestiti bilaterali degli Stati membri, mentre una quota di minoranza potrà essere attinta dai meccanismi del FMI. In ogni caso, la Grecia dovrà far ricorso all’una e all’altra fonte di finanziamento solo in extremis, qualora cioè non dovesse più essere in condizione di rifinanziare il debito con il ricorso al mercato. L’11 aprile è stata resa nota la quantificazione dei possibili aiuti finanziari triennali alla Grecia, fissati per il primo anno nell’ammontare complessivo di 30 miliardi di euro ad un tasso d’interesse del 5% circa. Tutti gli Stati membri che hanno adottato l’euro parteciperanno in proporzione alle rispettive quote nella Banca centrale europea: il contributo italiano dovrebbe aggirarsi attorno a 5,5 miliardi. Dal canto suo il FMI ha precisato di poter mettere a disposizione 15 miliardi di euro.

In presenza di una deludente risposta dei mercati a un’asta di bond ellenici, che ha indotto la Fitch ad un ulteriore abbassamento del rating ellenico, ormai vicino al livello “spazzatura”, dopo le festività pasquali il Governo greco ha messo in cantiere un piano di privatizzazioni che dovrebbe apportare 2,5 miliardi di euro alle casse statali, principalmente incentrato nei settori della gestione dei porti, dell’esercizio ferroviario e relativo patrimonio immobiliare, dei monopoli nazionali del gas naturale e del nickel, della gestione idrica a Salonicco.

La successiva asta di Buoni del Tesoro semestrali della Grecia ha tuttavia risollevato le aspettative generali, registrando un afflusso di capitali di 1,56 miliardi, maggiore delle attese.

 

Montenegro

A seguito del risultato del referendum sull’indipendenza dalla Serbia (21 maggio 2006), il Montenegro dal 3 giugno 2006 è uno Stato indipendente.

Il 6 aprile 2008 gli elettori montenegrini hanno riconfermato nella carica Filip Vujanovic, il presidente uscente (eletto l’11 maggio 2003 presidente della Repubblica del Montenegro ancora unito con la Serbia). Vujanovic, che appartiene al partito socialdemocratico (DPS) di cui è leader il primo ministro Milo Djukanovic, ha vinto al primo turno, con il 52% circa dei suffragi, le prime elezioni presidenziali del dopo indipendenza in forza di una visione politica caratterizzata da un deciso orientamento filoccidentale e dal sostegno all'indipendenza del Montenegro dalla Serbia.

Quanto all’integrazione euro atlantica, aspirazione che il Montenegro condivide con gli altri Paesi dei Balcani occidentali, si rammenta che il 15 ottobre 2007 UE e Montenegro hanno firmato l’Accordo di stabilizzazione ed associazione (ASA) e che il 15 dicembre 2008 il Montenegro ha avanzato alla presidenza francese di turno la richiesta di adesione all’Unione europea. Il 23 aprile 2009 il Consiglio ha invitato la Commissione ad esprimere il parere sull'opportunità di accordare o meno al Montenegro lo statuto di candidato ufficiale (attualmente riconosciuto a Croazia, Macedonia e Turchia); dopo tale valutazione, attesa nel corso del 2010, spetterà agli Stati membri stabilire se e quando aprire i negoziati di adesione.

Dal 19 dicembre 2009 anche ai cittadini del Montenegro è consentito l’accesso all’area Schengen senza visto.

Sul fronte Nato il 4 dicembre 2009 i ministri degli esteri dell'Alleanza atlantica hanno dato il via libera alla richiesta del Montenegro ad entrare nel “Membership Action Plan” (Map), il programma di pre-adesione dell'Alleanza. Riferendosi alla Bosnia-Erzegovina, che pure aspirava ad essere ammessa al Map, il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen ha ribadito, anche in quell’occasione che “la Bosnia otterrà il Map una volta che avrà compiuto i progressi necessari nel processo di riforma”.

Il pieno appoggio italiano al percorso di adesione del Montenegro verso l'Unione europea e verso la NATO era stato garantito dal Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, nel corso della sua visita ufficiale a Podgorica il 16 marzo 2009 ed è stato ribadito, sempre nella capitale del Montenegro, il 21 dicembre 2009 dal Sottosegretario agli Affari esteri Alfredo Mantica, che ha sottolineato che “l'ingresso nell'Ue di tutti i Paesi dei Balcani occidentali è la stella polare della nostra politica in questa area”'. Nella medesima circostanza il sottosegretario ha inoltre sottolineato che, nella visione italiana, le due iniziative di cui il Montenegro ha la presidenza nel 2010, l'InCE (Iniziativa Centro-Europea) e la IAI (Iniziativa adriatico-ionica), devono diventare “strumenti strategici per avvicinare sempre di più l'Europa all'area dei Balcani occidentali”.

Nella convinzione che per rendere possibile il raggiungimento del primario obiettivo dell’ingresso del Montenegro nell’Ue fosse necessario poter operare sull’arco di un intero mandato quadriennale, la maggioranza parlamentare del premier Djukanovic ha presentato una mozione la cui approvazione da parte del Parlamento, il 26 gennaio 2009, ha comportato lo scioglimento dell’organo legislativo permettendo così al Presidente Vujanovic di convocare elezioni anticipate. L'opposizione ha accusato il governo di aver affrettato i tempi delle elezioni per evitare il calo di consensi derivanti dalle conseguenze, sempre più evidenti, della crisi economica internazionale.

I risultati delle elezioni politiche anticipate del 29 marzo 2009 hanno ampiamente confermato le previsioni della vigilia, che davano la formazione guidata da Djukanovic largamente favorita, e dunque maggioritaria nel paese la linea filo-europeista e filo-atlantica tenuta dal gabinetto da lui guidato.

 

La distribuzione degli 81 seggi è risultata così articolata:

  • coalizione “Per un Montenegro europeo”, composta dai socialisti del DPS e dai social democratici del SDP 51,1%, 49 seggi. Le precedenti elezioni politiche (10 settembre 2006) avevano visto la coalizione di Djukanovic primeggiare con il 48,6% dei voti e con la maggioranza assoluta nel parlamento unicamerale (41 seggi su un totale di 81);
  • Partito popolare socialista,16,1% dei voti, 15 seggi;
  • Nuova democrazia serba, 9% dei voti, 8 seggi;
  • Movimento per i cambiamenti, 6,1% dei voti, 4 seggi;
  • coalizione formata dal Partito popolare e dal Partito democratico serbo, 3%, 2 seggi;
  • partiti della minoranza albanese 3.

 

L’Esecutivo - che ha avuto la fiducia del Parlamento l’11 giugno 2009, il sesto guidato da Djukanovic dal 1991, composto da 20 ministri, vede la partecipazione di rappresentanti del Partito socialdemocratico e due delle minoranze.

Il 4 novembre 2009 il presidente serbo, Boris Tadic, ha ricevuto le credenziali del nuovo ambasciatore del Montenegro a Belgrado, Igor Jovovic con ciò suggellando la chiusura della crisi diplomatica apertasi a ottobre 2008 quando il precedente ambasciatore montenegrino a Belgrado aveva dovuto lasciare la Serbia seguito del riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo da parte del suo Paese. 

Una nuova fase di crisi tra Serbia e Montenegro, tuttavia, si è aperta il 15 gennaio 2010, con l’annuncio, da parte del governo montenegrino dell’allacciamento di piene relazioni diplomatiche con il Kosovo e la conseguente immediata reazione della Serbia, che ha richiamato per consultazioni il proprio ambasciatore a Podgorica. In una nota di protesta consegnata all'ambasciatore montenegrino a Belgrado si legge, come riportato da fonti di agenzia, che “lo stabilimento di relazioni diplomatiche fra il Montenegro e il Kosovo minaccia la stabilità regionale e nuoce al miglioramento dei rapporti fra paesi vicini, che è l'obiettivo prioritario del governo serbo”.

Il Montenegro non ha ritenuto di attendere il verdetto - peraltro privo di valore vincolante per gli stati - sulla legittimità della dichiarazione di indipendenza che la Corte internazionale di giustizia pronuncerà nei prossimi mesi. La Corte ha iniziato l’esame della legalità della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo dalla Serbia il 1° dicembre 2009. Tra le repubbliche ex jugoslave non hanno riconosciuto il Kosovo indipendente la Serbia e la Bosnia Erzegovina, a causa della ferma opposizione della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba del paese balcanico. 

I più recenti sviluppi del quadro politico interno sono legati alle elezioni amministrative in 14 comuni, compresa la capitale Podgorica, previste per il 23 maggio 2010. L’appuntamento elettorale è da molti considerato un momento decisivo in quanto, come sottolineano gli analisti locali, se l’opposizione si presenterà unita e se dovesse vincere, si avvierebbe la caduta del regime del premier montenegrino Milo Ðukanovi?; infatti il voto, che riguarda due terzi dei comuni montenegrini, comprende anche la capitale Podgorica e chi amministra la capitale, viene evidenziato, amministra anche il Montenegro.

Nelle elezioni svolte sino ad oggi la difficoltà di battere il Partito democratico socialista (DPS) di Ðukanovi? nella capitale derivava anche dalla non partecipazione al voto dei partiti nazionali albanesi (in Montenegro ce ne sono sei) che invece hanno deciso di partecipare alle elezioni di maggio, e che potrebbero confluire nella coalizione di minoranza andando ad ingrossare la massa critica per il cambiamento degli equilibri politici.

Sebbene le indagini demoscopiche indichino che i cittadini mantengono un elevato livello di fiducia nel DPS, sembra evidenziarsi anche il contemporaneo crescere dell’insoddisfazione per le promesse disattese; proprio questo elemento potrebbe ribaltare all’improvviso l’orientamento degli elettori, da sostenitori del governo a suoi oppositori. A pareri di alcuni osservatori, il tema della difesa del “giovane Stato montenegrino, della giovane democrazia e della sua strada verso l’integrazione euroatlantica” sarà di sicurola più importante carta elettorale nella mani della coalizione di Ðukanovi?.

 
Serbia

Il 7 luglio 2008 la Serbia ha varato il Governo filo-europeista del Premier Mirko Cvetkovic che, nel presentare il suo programma in Parlamento, ha affermato che la coalizione - di cui fa parte anche il Partito socialista un tempo guidato da Slobodan Milosevic - ha individuato sei priorità: la ripresa dei negoziati con l’Unione europea, il rilancio economico, la lotta contro la criminalità organizzata e la corruzione, la cooperazione con il Tribunale internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia, una politica sociale responsabile e il proseguimento della lotta diplomatica contro l’indipendenza del Kosovo, che ha contribuito all’inasprimento dei rapporti tra Belgrado e Bruxelles.

La Serbia ed i serbi kosovari, infatti, non hanno accettato la proclamazione unilaterale d’indipendenza di Pristina e non hanno riconosciuto la nuova Costituzione.

L’8 ottobre 2008 l’Assemblea generale dell’ONU ha dato parere favorevole al ricorso della Serbia alla Corte internazionale di Giustizia dell’Aja in merito alla validità giuridica della dichiarazione di indipendenza del Kosovo del 17 febbraio 2008.

Dopo una latitanza durata tredici anni, nel luglio 2008 Radovan Karadzic è stato arrestato a Belgrado dalle forze di sicurezza serbe. Il leader dei serbi di Bosnia fino al 1996 deve rispondere delle accuse di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, omicidi e stupri di massa, trattamento inumano di civili. L’arresto di Karadzic è sempre stato una delle condizioni per l’avvicinamento della Serbia all’UE e la “pietra miliare” nel processo di integrazione europea, come affermato dai Ministri degli esteri dei 27 paesi membri (23 luglio 2008).

Recentemente (13 gennaio 2010) i servizi segreti serbi (BIA) hanno sottolineato la volontà di impiegare tutti i mezzi a disposizione per catturare Ratko Mladic e Goran Hadzic, gli ultimi due ricercati dal Tribunale penale dell'Aja per i crimini nella ex Jugoslavia (Tpi). Ratko Mladic è l'ex capo militare dei serbi di Bosnia, responsabile del massacro di Srebrenica nel luglio 1995 mentre Goran Hadzic è l'ex leader politico dei serbi di Croazia. Entrambi sono accusati di genocidio e crimini contro l'umanità. Come è noto, proprio alla consegna al tribunale dell’Aja di Ratko Mladic è vincolato l’assenso olandese all’attuazione all’Accordo di Associazione e stabilizzazione (ASA) tra Ue e Serbia firmato nel 2008, sostenuta da diversi paesi dell’Ue, tra i quali l’Italia. Il 31 marzo 2010, dopo un acceso dibattito, il parlamento serbo ha approvato (con 127 voti a favore su 250) una risoluzione di condanna per il massacro di Srebrenica.  Nella Dichiarazione, votata soltanto da democratici e socialisti, i partiti filo-occidentali intenzionati a fare il possibile per portare finalmente la Serbia nell’Unione Europea, non compare il termine “genocidio” e si afferma che il Parlamento serbo ''condanna nel modo più severo'' l’eccidio (costato la vita a 8 mila musulmani) ed esprime ''profonde condoglianze e scuse per le famiglie delle vittime in quanto non e' stato abbastanza per prevenire la tragedia''.Il parlamento ribadisce altresì la propria disponibilità a una piena collaborazione con il Tribunale penale dell’Aja. L’alto rappresentante della politica estera della Ue, Catherine Ashton, ha definito il voto parlamentare sulla risoluzione ''un passo avanti importante'' e una dichiarazione di analogo tenore è stata diffusa anche dal ministero degli esteri olandese.

 In occasione del vertice intergovernativo tra Italia e Serbia, svoltosi il 13 novembre 2009 alla presenza dei capi di governo e di numerosi ministri dei due Paesi, l’Italia ha confermato il via libera alla candidatura di Belgrado nell’UE.

Il 12 novembre 2009 il Parlamento europeo ha votato a favore della liberalizzazione dei visti per i cittadini della ex Repubblica iugoslava di Macedonia, del Montenegro e della Serbia. La decisione finale adottata dal Consiglio dell'Unione europea il 30 novembre ha stabilito l’entrata in vigore delle nuove regole per l’ingresso nei paesi dell’area Schengen dal 19 dicembre 2009.

Il 1° febbraio 2010 è entrato in vigore l'Accordo interinale(Interim Agreement) sugli scambi e sulle questioni commerciali tra la Comunità europea e la Repubblica di Serbia che prevede l'istituzione di una zona di libero scambio tra l'UE e la Serbia e regola alcuni aspetti importanti della vita economica, in particolare nel settore della concorrenza e degli aiuti di Stato.

Il 22 dicembre 2009 il Presidente serbo Boris Tadic - la cui coalizione pro-europea si è rafforzata dopo l’avvio della liberalizzazione dei visti e con l’entrata in vigore dell’Interim Agreement - ha ufficialmente presentato la domanda di adesione della Serbia all’Unioneeuropea al Primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt, il cui Paese ha detenuto la presidenza di turno fino al 31 dicembre 2009. La presentazione della domanda di adesione è stata definita da Catherine Ashton, nella tappa a Belgrado della sua missione nei Balcani occidentali (17-19 febbraio scorsi) “una prova dell’impegno del Governo e del popolo serbi verso l’integrazione europea e verso i nostri comuni valori.” Gli osservatori ritengono che il lungo e non facile processo di integrazione  porterà all’adesione tra il 2014 e il 2018; come è noto, infatti, già sulla trasmissione alla Commissione, che deve predisporre il previsto parere, della domanda di adesione, la posizione di taluni paesi comunitari (Germania, Olanda e Belgio) è prudente rispetto alla possibilità di procedere in tal senso prima dello sblocco del processo di ratifica dell’ASA, a sua volta, come dianzi richiamato, condizionato dall’Olanda alla consegna di Mladic.

Oltre alla collaborazione con il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia pesa sui rapporti tra la Serbia e l’Ue – che peraltro nel 2009 hanno incrementato i rapporti commerciali - la questione dell’indipendenza del Kosovo.

Il quadro appare assai problematico: da un lato, infatti, taluni analisti, sottolineando che i dirigenti serbi hanno escluso la possibilità di barattare il Kosovo con l’adesione all’Ue, rilevano che la graduale integrazione della Serbia nelle strutture dell’Unione avrebbe anche l’effetto di attenuare il potenziale destabilizzante delle tensioni in Kosovo, incoraggiando le autorità serbe a svolgere un ruolo moderatore; d’altro canto, tuttavia, desta preoccupazione la rivitalizzazione del dossier kosovaro nel contesto politico interno, dal momento che le autorità di Belgrado hanno ipotizzato, a fronte di un parere (per quanto solo consultivo) loro favorevole da parte della Corte internazionale di giustizia sulla validità giuridica dell’indipendenza del Kosovo, la promozione di una risoluzione da parte dell’Assemblea Generale dell’Onu a sostegno di tale parere.

La questione potrebbe intralciare il percorso europeo della Serbia dal momento che taluni stati membri, come Francia e Germania, ritengono che la prospettiva europea della Serbia vada condizionata al grado di collaborazione fornito da Belgrado nel contesto kosovaro. Questa posizione non è sostenuta dal Governo italiano. Con riferimento ai rapporti italo-serbi, il sottosegretario agli affari esteri Alfredo Mantica in una recente audizione presso la Commissione esteri della Camera (17 febbraio 2010) ha sottolineato il momento di relazioni assai positive, tanto dal punto di vista politico quanto sotto il profilo economico, tra Roma e Belgrado, ribadendo il forte appoggio italiano al presidente Tadic e alla sua politica europeista; è stato tra l’altro ricordato come l’Italia abbia contribuito a rimuovere il veto olandese sulla recente liberalizzazione dei visti ai cittadini serbi.

 
Slovenia

L’attuale quadro politico sloveno si è delineato con i risultati delle elezioni parlamentari del 21 settembre 2008 che hanno sancito la vittoria del centro-sinistra guidato dall'eurodeputato socialdemocratico Borut Pahor.

 

Questi i risultati della consultazione:

  • SD-Socialni Demokrati (Partito della democrazia sociale), formazione del leader della sinistra Pahor,30,5% dei voti, 29 dei 90 seggi dellaDr?avni Zbor, la Camera bassa del Parlamento sloveno;alle politiche del 3 ottobre 2004 aveva avuto 10 seggi con il 10,2% dei voti;
  • SDS-Slovenska Demokratska Stranka (Partito democratico sloveno) del premier uscente Janez Jansa 28 seggi con il 29,32% (303.474 voti): nel 2004 aveva 29 seggi e il 29,1% dei suffragi;
  • ZARES – Nova Politika, la formazione nata nel 2007 da una scissione del partito liberaldemocratico LDS e guidata da Gregor Golobic (già delfino di Janez Drnovšek, ex presidente della Repubblica e premier nella fase di transizione post sovietica, deceduto nel febbraio 2008) conquista 9 seggi con il 9,4% dei voti;
  • DeSUS, ilPartito democratico dei pensionati del Ministro della Difesa uscente, Karl Erjavec, ottiene 7 seggi, 7,45% dei voti: nel 2004 aveva avuto 4 seggi con il 4% dei voti;
  • SNS-Slovenska nacionalna stranka, formazione nazionalista di Zmago Jelincic ha conquistato 5 seggi con il 5,46% dei voti: 6 seggi con il 6,3% dei voti nel 2004;
  • SLS+SMS, coalizione del Partito popolare e del Partito dei giovani, 5 seggi, 5,24% dei suffragi: nel 2004 i popolari avevano ottenuto 7 seggi con il 6,8% dei voti mentre il Partito dei giovani, con il 2,1%, non era entrato in Parlamento;
  • LDS (Partito liberal democratico) formazione guidata dall’unica donna leader politico, Katarina Kresal, 5 seggi, 5,19% dei voti: nel 2004 i liberaldemocratici erano il secondo partito dopo l’SDS con 23 seggi conquistati grazie al 22,8% delle preferenze.

Agli 88 seggi conseguiti dalle formazioni politiche che hanno superato la soglia di sbarramento del 4% si aggiungono i due seggi eletti dalle minoranze italiana e ungherese.

L’apparente frammentarietà del quadro politico ha trovato una ricomposizione nelle settimane successive al voto nel corso delle quali Pahor ha raggiunto un accordo di coalizione tra il suo SD, i due partiti liberali (Zares e Lds), e il Partito dei pensionati (Desus), che prima era al governo di centro-destra del premier uscente Janez Jansa. La compagine governativa guidata da Pahor è composta da 20 ministri ed è forte di una maggioranza di 50 deputati su 90.

Gli equilibri interni della Slovenia non sembrano aver subito modificazioni con gli effetti della crisi finanziaria arrivata con qualche mese di ritardo rispetto ad altri paesi dell’area e manifestatasi in particolare in termini di aumento della disoccupazione; va comunque evidenziato che, per la prima volta dall’indipendenza, Lubiana ha subito un forte decremento del valore del Pil che ha interrotto costante crescita slovena, definita dagli la “storia di un successo”. Il paese, del resto, ha un’economia di tipo aperto, direttamente connessa con le sorti dei suoi principali partner commerciali, (Francia, Germania, Austria e Italia), dai cui trend è inevitabilmente condizionata. Gli interventi di carattere finanziario (tra cui garanzie statali alle banche e finanziamento della settimana corta lavorativa) posti in essere dal governo sono stati oggetto di dure critiche da parte di Janez Janša, indiscusso leader dell’opposizione che ha stigmatizzato in particolare la lentezza della reazione alla crisi.

Un tema da tempo al centro della polemica politica è quello connesso alla vicenda dei così detti cancellati, quelle migliaia di cittadini ex jugoslavi (in parte rom) che, senza preavviso da parte del primo Governo di centrodestra dell'allora neoindipendente stato, nel 1992 furono cancellati dal registro dei residenti stabili in Slovenia, perchè non avevano regolarizzato in tempo il proprio status, ovvero non avevano richiesto, entro i sei mesi successivi alla dichiarazione di indipendenza, la cittadinanza della nuova repubblica. La lunga battaglia legale successiva alla cancellazione si è conclusa nel 1999 con una sentenza della Corte costituzionale che ha riconosciuto il diritto di ogni "cancellato" a riottenere lo status di residente e di conseguenza, per chi lo volesse, anche la cittadinanza. Una successiva sentenza (2003) ha riconosciuto anche la retroattività dei diritti, a partire dalla data del cancellamento anticostituzionale.

L’attuale governo ha avviato la soluzione di una questione da lungo tempo sospesa e più volte politicamente strumentalizzata; nel febbraio 2009 per la prima volta, il ministero degli Interni sloveno ha dichiarato il numero dei cancellati indicandolo in 25.671 unità e il Ministro degli Interni, nonché leader demo liberale, Katarina Kresal, ha manifestato chiaramente la propria volontà di porre chiarezza nel caso; ciò ha suscitato la reazione di Janez Janša, che opponendosi alla chiusura della vicenda dei cancellati (suscettibile, tra l’altro, di comportare oneri in termini di risarcimento) presenta ancora una volta i democratici da lui guidati come paladini della guerra d’indipendenza e degli sloveni.

La soluzione della questione dei cancellati, che compariva nell’accordo di coalizione, è di recente intervenuta con l’approvazione, a marzo 2010, di una norma che consentirà a quei cancellati, che non avevano potuto farlo sino ad ora, di riottenere la residenza: dei complessivi 25.761 indicati dalle autorità sono ancora oltre 13.000 coloro che non hanno regolato il loro status e non è noto quanti di essi vivano ancora in Slovenia e quanti siano coloro che, dopo anni passati all’estero, possano essere interessati a riottenere la residenza.

l conflitto politico interno in Slovenia, a giudizio di molti osservatori, appare tuttora incentrato sui meriti che le singole parti politiche avrebbero avuto nel processo d'indipendenza del paese. Lo scontro su questo tema, iniziato subito dopo il riconoscimento del paese, vede il centrodestra attribuire il merito della transizione esclusivamente alle cosiddette “forze della primavera”, senza alcun riconoscimento a quelle della cosiddetta "continuità" con il passato regime. In tale chiave gli analisti hanno letto la recente vicenda della mozione di impeachment (peraltro respinta con ampia maggioranza) nei confronti del Presidente Danilo Türk presentata dall’opposizione al parlamento sloveno; alla base dell’atto parlamentare l’alta onorificenza conferita dal Presidente a Toma? Ertl, ultimo ministro degli Interni della Slovenia socialista.

Dopo l'intesa raggiunta a Lubiana l’11 settembre 2009 tra il premier croato Jadranka Kosor e l’omologo sloveno Borut Pahor, il 4 novembre è stato firmato a Stoccolma, alla presenza del Commissario all'Allargamento UE Olli Rehn, l'accordo d'arbitrato tra Croazia e Slovenia sulla questione del confine tra i due Paesi, che mette fine al contenzioso territoriale sulle acque del Golfo del Pirano, un contenzioso territoriale che durava fin dall'epoca della loro indipendenza (1991), e segna un avvicinamento tra i due vicini balcanici, consentendo a Zagabria di avvicinarsi alla firma degli Accordi di Associazione.

L'accordo stabilisce che la risoluzione della questione della delimitazione di parte dei confini marittimi e di superficie tra i due paesi, verrà demandata ad una Corte arbitrale, composta da 5 giudici, la cui decisione sarà vincolante per entrambe le parti. Il punto cruciale del contendere è stato da sempre l'accesso della Slovenia alle acque internazionali, che comporterebbe la cessione da parte della Croazia di parte del proprio territorio. Le posizioni delle parti, mantenute con fermezza, sono sempre sembrate inconciliabili, ed hanno spesso danneggiato, a giudizio degli osservatori, l'affidabilità internazionale di entrambi i paesi. Nel dicembre 2008, Lubiana, che è paese membro dell’Ue, era arrivata a bloccare la trattativa di adesione della Croazia all'Unione europea ponendo il suo veto, poiché i documenti negoziali presentati da Zagabria, una volta accettati, avrebbero sancito la definizione della frontiera a vantaggio dei croati.

Dietro la firma di un accordo perfezionato in pochi mesi dopo anni di infruttuose trattative ci sarebbero, rilevano gli osservatori, sia pressioni esercitate sul governo di Lubiana dalla Comunità internazionale, sia promesse (maggiore integrazione del mercato sloveno con quello finlandese e appoggio alla candidatura di Lubiana ad ospitare la European Energy Regulator Agency); la stessa Presidenza di turno svedese e il Commissario all'Allargamento finlandese Olli Rehn, hanno cercato più volte di convincere le due parti a giungere ad un accordo e la diplomazia statunitense ha a sua volta operato a favore della chiusura del contenzioso confinario, considerato potenzialmente destabilizzante nella delicata area dei Balcani Occidentali. Il Parlamento croato ha ratificato l’accordo il 20 novembre 2009. Quanto alla Slovenia, il parere positivo in ordine alla conformità costituzionale espresso dalla Corte Costituzionale il 23 marzo 2010 su richiesta dell’esecutivo, dovrebbe spianare la strada alla ratifica da parte del parlamento di Lubiana, facilitando la posizione del premier Pahor in parlamento al momento della ratifica, e in un eventuale referendum sull'accordo, ipotizzato dallo stesso governo ma non ancora indetto: i sondaggi indicano, infatti che la maggioranza degli sloveni voterebbe sì, anche se, viene rilevato, l'esito di un eventuale referendum rimarrebbe incerto qualora esso si dovesse trasformare in un voto sull'operato del governo.

Una conferenza per ribadire l’impegno dei paesi dei Balcani occidentali a proseguire nel processo di riforme sulla strada verso l'integrazione nell'Unione europea, organizzata congiuntamente dalla Slovenia e dalla Croazia si è svolta a Brdo pri Kranju, in Slovenia, il 20 marzo 2010. Assente, come preannunciato, il presidente serbo Boris Tadic a causa della presenza all’evento del Kosovo in qualità di paese sovrano e non, come pretende Belgrado, sotto la dicitura Kosovo-Unmik (vale a dire come protettorato dell'Onu), i leader di Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia, Albania e Kosovo hanno firmato una dichiarazione comune; in essa da un lato si chiede all'Unione europea, che era presente con il neo-commissario all’Allargamento, Štefan Füle,  di mantenere vivo il processo di allargamento e di continuare nella liberalizzazione dei visti per tutti i paesi dei Balcani occidentali, dall’altro i paesi firmatari si impegnano a proseguire nelle riforme necessarie per avvicinarsi agli standard dalla Ue e manifestano la volontà di favorire relazioni di buon vicinato.

Sebbene l’assenza della Serbia abbia di molto depotenziato il significato dell’evento, e benché restino aperti molti dei dossier critici nei rapporti tra i paesi dell’area, gli osservatori hanno comunque sottolineato che si è trattato del primo momento in cui si intendeva riunire tutti i paesi della regione dopo l'indipendenza proclamata dal Kosovo nel febbraio 2008.

Il 10 marzo 2010, infine, il ministro dell’agricoltura sloveno Milan Pogacnik si è dimesso oggi dopo l'avvio di una inchiesta a suo carico per corruzione e abuso d'ufficio che vede coinvolti anche altri politici e alcuni uomini d'affari.

 


[1] Si ricorda che i cinque obiettivi, individuati in sede internazionale, attengono rispettivamente: 1) ad una soluzione ragionevole della questione della ripartizione della proprietà tra lo Stato e gli altri livelli di governo; 2) ad una soluzione dell’assegnazione dei beni dell’ex Ministero della difesa; 3) alla definizione della controversia riguardante il distretto di Brcko che insiste sulla parte contesa della linea di demarcazione tra le due Entità; 4) alla riforma fiscale; 5) al rafforzamento dello Stato di diritto attraverso, tra l’altro, l’adozione di una Strategia nazionale sui crimini di guerra e di una legge sugli stranieri e sul diritto di asilo. Le due condizioni, anch’esse elaborate in sede internazionale, riguardano 1) la firma dell’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l’Ue (avvenuta il 16 giugno 2008) e 2) la stabilizzazione della situazione politica.

 

 

[2]    Successivamente, il 16 dicembre, anche Standard & Poor’s ha declassato allo stesso livello il rating ellenico, mentre il 22 dicembre Moody’s ha declassato il debito greco da A1 ad A2.