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Resoconto dell'Assemblea

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XVI LEGISLATURA

Allegato B

Seduta di mercoledì 16 giugno 2010

ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA
DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):

I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, per sapere - premesso che:
la programmazione della diga di Gimigliano sul fiume Melito risale al 1978, anno in cui l'opera è stata inclusa in un programma di opere destinate ad essere finanziate dalla Cassa per il Mezzogiorno;
nel lontano 1982 la Cassa per il Mezzogiorno approvava il progetto di costruzione della diga;
nel 1983 l'esecuzione dei lavori veniva affidata in concessione al Consorzio di bonifica Alli Punta di Copanello, confluito nel Consorzio di bonifica Ionio Catanzarese, oggi associato all'URBI Calabria;
si tratta di un'opera imponente, la più grande in cantiere nel Sud, destinata a incidere molto sul territorio della provincia di Catanzaro e dell'intera Calabria, per l'entità dell'investimento - 260 milioni di euro circa, totalmente finanziati - e per la rilevanza dell'infrastruttura, destinata all'approvvigionamento idrico di decine di comuni e di centinaia di aziende ed imprese;
nonostante la rilevanza dell'opera e la forte attesa da parte del territorio la diga, con il trascorrere degli anni, è apparsa destinata a non essere completata, tant'è che più volte anche sui giornali nazionali si è denunciato lo scandalo per l'ennesima incompiuta (si confronti Il Sole 24 ore del 6 novembre 2008 - Calabria, lo scandalo della diga incompiuta da 33 anni di Roberto Galullo);
da ultimo, nel 2008, dopo anni di battaglie, false partenze, ricorsi, arbitrati e trattative, sembrava si fosse vicini ad una svolta tant'è che è stata indicata la data del 2015 per l'inaugurazione della diga ma i lavori sono rimasti bloccati, in attesa dell'approvazione di una «perizia esecutiva del progetto delle opere di completamento dell'infrastruttura»;
con nota datata 3 giugno 2010, indirizzata anche ai parlamentari della Calabria, il presidente del Consorzio di bonifica Ionio Catanzarese, Grazioso Manno (che è anche presidente dell'URBI Calabria), denunciava che aveva scritto al Ministro interpellato e al direttore generale per le dighe, ingegnere Claudio Rinaldi, in data 19 giugno 2008 e in data 17 novembre 2008, senza ottenere alcuna risposta; che aveva anche inviato allo stesso Ministro in data 21 novembre 2008 una nota riservata ma anche questa era rimasta senza riscontro;
nella stessa nota il presidente Manno evidenziava ancora che il Consorzio attendeva dal 9 aprile 2009 notizie sulla perizia esecutiva relativa ai «lavori di sbarramento di Gimigliano sul fiume Melito e variante alla SS 109 della Sila Piccola tra il Km. 57,400 ed il Km, 64,100»;
non può sorprendere il fatto che il presidente del Consorzio si lamenti pubblicamente del mancato riscontro delle sue note, considerato che ha atteso lungamente una risposta (559 giorni dalla nota riservata indirizzata al Ministro, secondo la lettera-denuncia già richiamata) su procedure riguardanti opere la cui esecuzione è affidata proprio al Consorzio di bonifica;
né sorprende che il suo allarme sia stato accresciuto dal fatto che alcuni dei dirigenti ministeriali competenti (in particolare, l'ingegnere Claudio Rinaldi) risultino coinvolti in vicende giudiziarie di grande attualità («... i numerosi scandali che stanno venendo fuori ... non fanno che confermare quanto ho già dichiarato sulla stampa ...e poi alla Procura della Repubblica di Catanzaro con una circostanziata denuncia: intorno alla diga sul fiume Melito

- scrive il Presidente Manno - vedo affari, manovre e soldi, nonché gruppi di interesse affaristici a cui nulla importa dello sviluppo della Calabria ...»);
questa volta il Ministro interrogato si è preoccupato di dare immediato riscontro alla nota del presidente del Consorzio ed ha comunicato che «il progetto della diga sul Melito, in Calabria, sarà sottoposto entro il corrente mese di giugno al parere del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici», escludendo omissioni «da parte del Ministero e della Direzione Generale competente, che si è mossa e si muoverà con la doverosa cautela che l'intervento richiede ed ovviamente nel rispetto delle normative vigenti»;
il Ministro interpellato aggiunge nella nota divulgata dalla stampa calabrese che «i toni della protesta di Manno sono ... fuori luogo e dimostrano una parziale se non del tutto incompleta conoscenza dell'attività fin qui svolta dagli uffici che sono delegati ad occuparsi delle dighe»;
sennonché il presidente del Consorzio lamenta proprio il mancato riscontro alle sue reiterate richieste di informazione. Né sembra che l'indicazione di una data per l'approvazione della perizia da parte del Consiglio superiore dei lavori pubblici sia sufficiente a chiarire l'entità del ritardo e a tranquillizzare sulla correttezza della procedura, considerato che per l'opera sono state impegnate e spese somme rilevanti (secondo fonti giornalistiche, circa 52,4 milioni di euro circa), mentre si avvicina la data prevista per l'ultimazione dell'infrastruttura e i lavori, di non facile esecuzione, sono bloccati -:
se non ritenga necessario attivare una verifica puntuale sulle procedure in corso relative alla realizzazione della diga sul Melito, finanziata per circa 260 milioni di euro, i cui lavori sono da tempo bloccati;
se, considerate le preoccupazioni espresse dal presidente del Consorzio di bonifica Ionio Catanzarese, non ritenga necessario, in particolare, verificare che non ci si siano state irregolarità nella trattazione della procedura relativa alla diga sul Melito.
(2-00763) «Lo Moro, Gnecchi, Giorgio Merlo, Miotto, Miglioli, Rubinato, Argentin, Verini, Pedoto, Ferranti, Baretta, Calvisi, Tidei, Mariani, Viola, Minniti, Ginoble, D'Antoni, Farinone, Morassut, Fogliardi, Ferrari, La Forgia, Iannuzzi, Sereni, Carella, Fiano, Pompili, Gasbarra, Fedi, Bucchino, De Pasquale, Bocci, Martella, Maurizio Turco, Mecacci, Bernardini».

Interrogazione a risposta orale:

MOGHERINI REBESANI, ZACCARIA, CORSINI e LA FORGIA. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della difesa. - Per sapere - premesso che:
in un articolo del 26 maggio 2002 nella Repubblica a firma Claudia Fusani («I Tornado a guardia del summit»), nell'illustrare le misure di sicurezza adottate per la firma del Trattato di Roma, si ricordava che nei giorni precedenti, l'allora Ministro della difesa Antonio Martino aveva firmato una «direttiva classificata riservata» ad hoc, per il solo periodo della firma del Trattato. In essa sarebbero state illustrate le nuove regole d'ingaggio per la difesa aerea. Queste avrebbero anche previsto come ultima ratio l'abbattimento di aerei;
in un articolo del 31 dicembre 2003 nel Corriere della Sera a firma Fabrizio Roncone («Un aereo pericoloso sul cielo di Roma? Io lo abbatterei») veniva intervistato il colonnello Giampaolo Miniscalco, all'epoca comandante del 9o stormo di Grazzanise (Caserta), sulla sorveglianza dello spazio aereo di Roma. Miniscalco presentava il dispositivo dell'Aeronautica militare italiana predisposto per proteggere la capitale da aerei civili pericolosi. In particolare, Miniscalco si dichiarava

pronto ad abbattere l'eventuale aereo civile pericoloso, nel caso in cui egli, come «ultimo anello di una lunga catena», avesse ricevuto l'ordine di sparare;
il 13 novembre 2007 l'onorevole Tana de Zulueta presentò in Commissione difesa della Camera un'interrogazione parlamentare in cui chiedeva al Governo se esistesse in Italia un dispositivo politico militare per l'abbattimento, in caso di necessità, di aerei civili dirottati considerati pericolosi, cosiddetti «Renegade» («rinnegati») e, nel caso di risposta affermativa, quali fossero «le fonti giuridiche riguardanti le modalità identificative dell'aereo come "Renegade", l'autorizzazione a misure di intercettazione e minaccia dell'uso di armi contro tali aerei nonché all'abbattimento dell'aereo medesimo (cosiddetto "tiro distruttivo")». Nella stessa interrogazione, si richiedeva, «qualora tali fonti fossero state secretate, di indicare ciascun atto di secretazione e le relative motivazioni»;
nella risposta del Governo italiano del 14 novembre 2007 alla citata interrogazione, il Sottosegretario alla difesa Forcieri spiegava: «i tragici fatti dell'11 settembre, che hanno stravolto la tradizionale fisionomia della minaccia aerea e reso labile la linea di demarcazione tra tempo di pace, crisi e tempo di guerra, hanno costretto tutti gli assetti militari internazionali a considerare tale minaccia e le relative misure di contrasto da nuove prospettive. Al riguardo, la NATO ha condotto un'analisi delle misure di difesa aerea con l'intento di estendere quelle già esistenti. Alcune decisioni hanno avuto l'effetto di adeguare l'attuale catena di comando e controllo alla gestione di una crisi che si riveli di natura terroristica, favorendo l'emanazione della direttiva NATO MCM-062-02. Tale direttiva definisce la gestione dei nuovi eventi terroristici mediante l'utilizzazione di aeromobili civili che si sottraggono alla disciplina del volo controllato diventando tracce cd. Renegade [...] il predetto documento enuncia il cosiddetto Renegade Concept che consiste, in sintesi, nell'indicazione delle caratteristiche proprie di un velivolo civile utilizzato come arma per condurre attacchi terroristici, nella descrizione delle implicazioni politico-militari che tale designazione comporta e infine nella definizione delle linee guida per la gestione della conseguente situazione di crisi [...] La minaccia terroristica anche tramite l'uso di velivoli civili ha imposto l'esigenza di dotare l'ordinamento italiano di un'adeguata cornice giuridica di riferimento su base legislativa, che legittimi l'emanazione di Regole di Ingaggio idonee a fronteggiare le situazioni critiche in argomento. In tale contesto, l'impiego di un sistema d'arma per l'abbattimento di un renegade è, dunque, una decisione che richiede l'intervento finale dell'Autorità Nazionale Governativa, che il Presidente del Consiglio dei Ministri ha individuato con proprio decreto (classificato) in data 2 aprile 2004. La determinazione delle ROE, che nel caso di specie sono classificate, è atto di competenza dell'Esecutivo e consente, disciplinando in modo rigoroso le varie fasi gestionali di una situazione di crisi derivante dalla minaccia, l'emanazione da parte delle Autorità preposte di un ordine legittimo finalizzato alla neutralizzazione della minaccia stessa». Lo stesso onorevole Forcieri, a margine della sua risposta, aggiungeva che «la questione posta dall'interrogante merita ulteriori approfondimenti sul piano della costituzionalità delle norme su cui si fondano i dispositivi di sicurezza»;
in un articolo dell'11 aprile 2004 sulla Stampa a firma Francesco Grignetti («Nuove misure contro attacchi dal cielo sulle nostre città»), si ricostruiva la possibile risposta del governo, cioè l'abbattimento dell'aereo, alla minaccia di attacco terroristico mediante un aereo civile dirottato. In particolare, si ricordava che secondo l'allora capo di stato maggiore dell'Aeronautica, il generale Sandro Ferracuti, dall'11 settembre 2001 l'aeronautica militare aveva fatto partire i propri intercettori per una missione di controllo e di prevenzione di minacce provenienti da aerei «Renegade» ben 67 volte. E che nel solo 2003 vi erano stati 18 allarmi di tal genere;

in un articolo del Tirreno del 17 settembre 2008 («Paura anche in città per i bang causati dai caccia») si riferisce della preoccupazione causata tra la popolazione di Empoli per la rottura del muro del suono, provocata da due caccia intenti a intercettare un Boeing 737 di una compagnia ceca diretto da Tunisi a Praga;
in un articolo del Corriere del Mezzogiorno dell'8 ottobre 2008 («Due F-16 superano il muro del suono mentre inseguono aereo sospetto. Paura in Campania») si riferisce della rottura del muro del suono da parte di due aerei intercettori all'inseguimento di un aereo militare «Ilyushin 76» della missione Eufor, proveniente dal Ciad. Il duplice secco boato provocato dai caccia avrebbe «messo in allarme la popolazione dell'area vesuviana»: «Due fortissimi boati, con intervallo di sette secondi l'uno dall'altro, sono stati avvertiti questa mattina in mezza Campania. Decine le telefonataci gente terrorizzata, giunte in pochissimo tempo, ai centralini delle forze dell'ordine e del nostro sito»;
in un articolo del Resto del Carlino edizione on line del 27 maggio 2009 («Due boati improvvisi: una coppia di «caccia» sorvola il cielo per intercettare aereo sospetto») si riferisce ancora della rottura del muro del suono, questa volta nella zona di Reggio Emilia, causata da due caccia all'inseguimento di un aereo sospetto. Secondo l'edizione di Grosseto del giornale Il Tirreno, si sarebbe trattato dell'intercettazione di un aereo militare Cessna 551 del Montenegro, in volo dall'aeroporto di Cannes a quello di Vienna, privo di autorizzazione al sorvolo dello spazio aereo italiano («I jet di Grosseto intercettano aereo non autorizzato», Il Tirreno, 28 maggio 2009, sezione Toscana);
in un articolo del Corriere di Bologna, edizione on line del 18 settembre 2009 («Intercettato aereo sospetto sopra Bologna. Decollano due F-16, ma è falso allarme»), si riferisce dell'intercettazione di un C-130 algerino come «velivolo sospetto, e non autorizzato» da parte di due F-16 dell'Aeronautica militare -:
se corrisponda al vero che esiste tuttora un dispositivo politico militare e giuridico per l'abbattimento di aerei civili dirottati cosiddetti «Renegade»;
se tale dispositivo, qualora sia ancora sussistente, sia stato modificato rispetto alla disciplina del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri dell'aprile 2004 e in particolare se siano state modificate e in che modo le regole di ingaggio per l'utilizzo della forza mortale contro gli aerei civili;
qualora tali regole di ingaggio siano state modificate, e siano classificate, se non intenda indicare i relativi atti di secretazione e le relative motivazioni, impegnandosi a darne notizia presso gli organismi parlamentari competenti;
se tale dispositivo, e in particolare l'autorizzazione ad abbattere aerei civili, sussista solo dall'aprile 2004 o se invece esso non sussista già da un momento antecedente all'aprile 2004 e, in tal caso, quando sia stato attivato tale dispositivo, quali fossero le sue fonti normative e le regole di ingaggio adottate prima dell'aprile 2004; qualora tali fonti normative o regole di ingaggio siano state classificate, se non intenda indicare i relativi atti di secretazione e le relative motivazioni, impegnandosi a darne notizia presso gli organismi parlamentari competenti;
qualora tale dispositivo non sussista in generale da una data precedente all'aprile 2004, se esso o dispositivi simili autorizzativi dell'uso della forza contro aerei civili siano stati approntati in occasioni particolari («ad hoc»), in tal caso in quali occasioni, con quali fonti giuridiche e con quali regole di ingaggio; qualora tali fonti giuridiche o regole di ingaggio siano classificate, se non intenda indicare i relativi atti di secretazione e le relative motivazioni, impegnandosi a darne notizia presso gli organismi parlamentari competenti;
se sussistano altre fonti normative o regole di ingaggio che prevedano l'uso della forza mortale (anche) contro civili

all'interno del territorio italiano e in tal caso quali siano e, qualora tali fonti normative o regole di ingaggio siano classificate, se non intenda indicare i relativi atti di secretazione e le relative motivazioni.
(3-01131)

Interrogazioni a risposta scritta:

FARINA COSCIONI, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. - Per sapere - premesso che:
secondo il calendario predisposto da Trenitalia, entro breve tempo si dovrebbe procedere alla cosiddetta automatizzazione della stazione di Orvieto;
detta automatizzazione comporterà nei fatti un obiettivo depotenziamento della stazione di Orvieto;
l'assenza del capostazione comporterà non solo disagi agli utenti, ma una riduzione molto importante dei servizi e l'abbandono della stazione, come già si è verificato in molte altre stazioni che sono state automatizzate; per esempio nessuno potrà attestare i ritardi dei treni che, in particolare per quelli locali, sono all'ordine del giorno;
si registra un generale malcontento delle popolazioni locali, e non solo, essendo una decisione che di fatto finirà con il penalizzare proprio le risorse più importanti del Paese, costituite dai beni culturali e dal turismo;
si è costituito un comitato dei pendolari orvietani che già ha preannunciato azioni eclatanti e clamorose -:
quali siano le ragioni che hanno indotto Trenitalia ad automatizzare la stazione di Orvieto;
a quanto ammonti il risparmio che con questo provvedimento si ritiene di conseguire;
come si ritenga di sopperire agli evidenti ed incontestabili disagi delle locali popolazioni, pendolari e non solo;
se si sia considerato che in tal modo si viene a penalizzare il flusso turistico che costituisce una delle più importanti risorse della città di Orvieto e dell'intera regione.
(4-07630)

MURER e BOSSA. - Al Presidente del Consiglio dei ministri. - Per sapere - premesso che:
ad aprile 2010 è stato stampato presso la Lito sas di Roma un volume dal titolo «Due anni di impegno», con il logo «Consiglio dei ministri-palazzo Chigi»;
tale volume si compone di ottanta pagine a colori e porta in copertina la firma del Sottosegretario senatore Carlo Giovanardi;
in esso si annuncia una rendicontazione di quanto fatto dal Sottosegretario Giovanardi nei primi due anni del suo mandato, con l'obiettivo di compendiare «con immediatezza le principali iniziative» della struttura;
sfogliando il volume, esso appare, in realtà, come una sorta di agiografia personalizzata dove il senatore Giovanardi compare, quasi ogni tre pagine, in una bella foto a colori, ora in compagnia del Viceministro russo all'istruzione, ora mentre stringe la mano ad un Ministro cambogiano, ora sorridente in mezzo a bambini in maschera, ora in posa seria dietro ad un banco di convegnisti -:
in quante copie sia stato stampato, a chi sia stato distribuito, quanto sia costato il volume «Due anni di impegno» firmato dal Sottosegretario Carlo Giovanardi, quali siano le ragioni che hanno spinto il Governo a caricare sui cittadini la spesa di una tale operazione e per quali ragioni si sia ritenuto di procedere, a spese del bilancio dello Stato, alla stampa e alla diffusione di uno strumento di propaganda personale in luogo di documenti dal valore istituzionale.
(4-07635)

SCILIPOTI. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. - Per sapere - premesso che:
il territorio di Montalto Uffugo (CS) è interessato dal tracciato dell'elettrodotto Altomonte-Feroleto; detto tracciato risulta non conforme agli standard progettuali di qualità, di sicurezza, di salute pubblica, di impatto ambientale ed urbanistico, previsti dalla normativa vigente, i quali più volte sono stati contestati e censurati dal comune di Montalto Uffugo (CS) con lettere e delibere e che non vengono osservate inoltre le «fasce di rispetto» così come previsto nel recente decreto 29 maggio 2008 dall'APAT (Agenzia per la protezione dell'ambiente e per i servizi tecnici) - supplemento ordinario n. 160 alla Gazzetta Ufficiale 5 luglio 2008 n. 15;
quanto stabilito dal suddetto decreto ministeriale n. 6102/2002 nella parte in cui impegnava la Terna S.p.A., contrasta con il percorso della linea «a valutare l'introduzione di migliorie tecniche progettuali, con particolare riferimento alle prescrizioni in merito a distanze da abitazioni ed insediamenti vari», in quanto, specialmente nei centri abitati attraversati di Pianette e Lucchetta di Montalto, nessuna miglioria è stata apportata da Terna, ove i cavi passano a meno di 50 metri dalle case, disattendendo chiaramente quanto già previsto dal decreto VIA/3062 del 1998 che espressamente prevede una distanza minima di 50 metri;
con nota 6 dicembre 2005 il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha prodotto richiesta, indirizzata alla commissione VIA, intesa a voler verificare la rispondenza del tracciato definitivo ed attuale con quello autorizzato nel citato decreto VIA 3062/1998 e di tale verifica non ci è dato conoscerne gli sviluppi;
Terna S.p.A., il 21 dicembre 2007, con nota TE/B2887815783, ha presentato al Ministro dello sviluppo economico istanza di autorizzazione alla costruzione e all'esercizio della «nuova stazione elettrica 380/150 Kw di Lattarico (CS) e variante dell'elettrodotto a 380 Kw in semplice terna che collega la S.E. di Altomonte alla S.E. di Feroleto» con richiesta di decreto di autorizzazione e di imposizione del vincolo preordinato all'esproprio;
il Ministro dello sviluppo economico, con nota del 15 febbraio 2008 n. 0003148, ha avviato il procedimento per l'autorizzazione alla costruzione e all'esercizio delle opere di cui sopra, ai sensi della legge 23 agosto 2004 n. 239;
la società Terna S.p.A, con avviso pubblicato il 7 marzo 2008 sul quotidiano la Repubblica, ha reso noto di aver presentato istanza con relativo progetto al Ministro dello sviluppo economico ed al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare al fine di ottenere l'autorizzazione alla costruzione ed esercizio dell'opera di cui in oggetto;
allo stesso Ministro, contestualmente, è stata presentata la richiesta di pronuncia di compatibilità ambientale sull'opera;
il progetto della nuova stazione di trasformazione e del tratto dell'elettrodotto in variante è stato regolarmente depositato a disposizione del pubblico per consultazione presso la regione Calabria, la provincia di Cosenza ed i comuni di Torano Castello, S. Martino di Finita, Rota Greca, Lattarico, S. Benedetto Ullano, Montalto Uffugo, S. Vincenzo la Costa, S. Fili e Rende, a seguito dell'autorizzazione concessa e conseguente comunicazione di avvio procedimento da parte del Ministro dello sviluppo economico in data 15 febbraio 2008;
Terna, in fase di realizzazione dell'opera, si era impegnata per il comune di Montalto a introdurre delle migliorie tecniche progettuali, ma ciò non è avvenuto nonostante nei due centri abitati di Pianette e Lucchetta i fili dell'alta tensione siano posizionati a meno di 50 metri lineari da alcune abitazioni in presenza di un continuo ed insopportabile disturbo acustico (oltre il resto); siamo anche certi

che le cosiddette funi di guardia non sono tali ma sono funi di conduzione telefonica Wind e cioè la Terna espropriando per pubblica utilità ha fatto passare una fune di cavo telefonico per i suoi fini commerciali;
non risulta prodotta, agli atti della regione Calabria, alcuna VIA (valutazione di impatto ambientale) e non risulta redatta o richiesta nemmeno una VAS (valutazione ambientale di strategia) così come statuito dall'Unione europea secondo cui tutti gli stati membri si sarebbero dovuti adeguare entro il 2004. Non è stata mai fornita da Terna idonea documentazione circa il cosiddetto «principio di precauzione» sull'elettromagnetismo. Inoltre il piano energetico della regione Calabria del 31 marzo 2005 prevede espressamente l'interramento dei cavi o tracciati alternati nel caso di attraversamento in aree antropizzate;
numerosissime sono state le manifestazioni di protesta già prima della sua costruzione e il 29 marzo 2006 c/o la sede dell'assessore regionale all'ambiente, è stato istituito un tavolo tecnico di lavoro a cui hanno preso parte oltre alla stessa regione anche la provincia di Cosenza, il sindaco di Montalto e di alcuni comuni limitrofi, della Terna e dei rappresentanti dei comitati locali, al fine di individuare un tracciato alternativo e condiviso e risolvere in tal modo la criticità di Montalto;
il tracciato dell'elettrodotto Laino Feroleto-Rizziconi nel territorio di Montalto Uffugo risulta non conforme agli standard progettuali di qualità, di sicurezza, di salute pubblica, di impatto ambientale ed urbanistico, previsti dalla normativa vigente, i quali più volte sono stati contestati e censurati da singoli cittadini e dal comune di Montalto Uffugo con lettere e delibere e non vengono osservate, inoltre, le «fasce di rispetto» così come previsto nel recente decreto 29 maggio 2008 dall'APAT (Agenzia per la protezione dell'ambiente e per i servizi tecnici) - supplemento ordinario n. 160 alla Gazzetta Ufficiale 5 luglio 2008 n. 156;
nella perizia tecnica redatta dall'ingegner Giancarlo Spadanuda, su mandato dell'amministrazione del comune di Montalto, vengono espresse «forti perplessità di ordine ingegneristico, biologico, sanitario ed ambientale...» all'elettrodotto «...nel territorio montaltese. Se ne consiglia prudentemente ed orientativamente l'ubicazione in altra zona con caratteristiche geografiche e demografiche ben diverse da quelle finora...» utilizzate;
la criticità esistente nel territorio di Montalto nelle due frazioni di Pianette e di Lucchetta evidenziate già nel citato VIA/3062 del 1998 ha consentito al precedente Sottosegretario all'ambiente di individuare un tracciato alternativo identificato nella cosiddetta variante 5. Per cui in data 21 dicembre 2007 con nota TE/B2887815783 la Terna ha presentato al Ministro dello sviluppo economico istanza di variante dell'elettrodotto a 380 Kw in semplice terna che collega la S.E. di Altomonte (CS) alla S.E. di Feroleto (CZ) con richiesta di decreto di autorizzazione e di imposizione del vincolo preordinato all'esproprio;
il Ministro dello sviluppo economico, con nota del 15 febbraio 2008 n. 0003148, ha avviato il procedimento per l'autorizzazione alla costruzione e all'esercizio dell'opera di Variante ai sensi della legge 23 agosto 2004 n. 239 e contestualmente è stata presentata a codesto spettabile Ministro la richiesta di pronuncia di compatibilità ambientale sull'opera;
la Commissione VIA (valutazione di impatto ambientale), con nota del 28 luglio 2009 ha espresso parere interlocutorio negativo riguardo alla richiesta di pronuncia di compatibilità ambientale sul progetto di Variante dell'elettrodotto;
gran parte dei residenti delle frazioni sopra menzionate, lamenta numerosi disturbi di natura fisica quali sindrome vertiginosa e cefalea; inoltre anche le piante e l'erba in prossimità dei cavi tendono ad ingiallire e/o a seccare -:
cosa intendano fare i membri del Governo in relazione alla complessa situazione descritta;

quali siano le motivazioni che hanno orientato la commissione VIA ad emanare un seppur interlocutorio parere negativo sul progetto di variante, sulla base di una documentazione fornita da Terna che appare all'interrogante scarna e lacunosa;
se siano a conoscenza dei rischi reali che corre la popolazione interessata e, pertanto, se si intenda evitare che i cittadini di Pianette e di Lucchetta di Montalto e i loro figli si ammalino di cancro o di leucemia infantile prima di eliminare la fonte del pericolo di tali mali;
se intendano promuovere un'immediata azione conoscitiva, finalizzata a verificare la veridicità di quanto su esposto anche in considerazione del fatto che ad occuparsi della vicenda elettrodotto sul territorio di Montalto è stata investita, nel mese di giugno 2009, la procura della Repubblica di Cosenza, a cui è stato presentato un esposto-denuncia da parte dei comitati locali, la stessa Procura che, in precedenza, ha affidato ad un docente universitario l'incarico di effettuare una serie di verifiche sulle criticità del tracciato.
(4-07639)

MARTELLA. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. - Per sapere - premesso che:
in data sabato 12 giugno 2010 si è tenuta a Fanzolo di Vedelago (Treviso) l'inaugurazione di una scuola pubblica primaria, alla presenza, tra le varie autorità, del presidente della regione del Veneto, Luca Zaia;
da quanto e stato riportato nei giorni 13 e 14 giugno 2010 dal quotidiano La Tribuna di Treviso, si racconta che Zaia è «arrivato poco prima delle 10. La sua accoglienza era stata predisposta fino all'ultimo dettaglio. In prima fila il coro di Salvarosa, frazione della vicina Castelfranco, pronto a cantare l'inno di Mameli (...) Appena arrivato, Zaia, attraverso il suo portavoce, ha subito "imposto" il suo diktat: "Niente inno italiano finché ci sono io". Meglio il "Va' pensiero"...», «...L'inno di Mameli viene suonato, ma solo quando le autorità sono già all'interno della scuola. Risultato? La musica va da sola, nessuno lo sente...»;
in data 14 giugno 2010 vengono pubblicate le dichiarazioni di Giampiero Beltotto, portavoce del presidente Zaia, (La Tribuna, 14 giugno): «È stato tutto frutto di un mio errore di valutazione. Io sono arrivato alle scuole prima di Zaia. Mi hanno detto che i bambini volevano far sentire il canto che avevano preparato nei giorni scorsi e che poi in scaletta c'erano il coro di Verdi e l'Inno di Mameli. Ho chiesto di stringere. (...) Non c'era alcun intento politico in tutto quel che è successo»;
malgrado le scuse e l'assunzione di responsabilità del portavoce, il giorno successivo il presidente Luca Zaia da un lato precisa come (La Tribuna del 15 giugno) «noi non ci siamo occupati dell'organizzazione della manifestazione. Esiste una tempistica da cerimoniale e l'inno è stato cantato», sottolineando tuttavia successivamente che «In Baviera prima fanno sentire l'inno del Land e poi quello della Germania»;
da quanto si evince dalle cronache e da altre testimonianze dei presenti, è stato di fatto sovvertito quello che doveva essere un ordine logico e naturale della cerimonia, ponendo in secondo piano l'esecuzione dell'inno nazionale italiano. L'atto dunque può definirsi, ad avviso dell'interrogante, irrispettoso dei valori repubblicani e dell'unità nazionale;
l'episodio viene semplicemente giustificato con un errore di valutazione, cosa tuttavia non accettabile da parte di persone che dovrebbero svolgere in modo impeccabile il loro ruolo, organizzativo od istituzionale che sia;
lo stesso presidente Zaia non manca di ricordare come in Baviera viene prima eseguito l'inno del Land e poi quello della Germania, facendo così un paragone che

tende di fatto a giustificare anche dal punto di vista politico quanto accaduto;
il Ministro della difesa, Ignazio La Russa, ha affermato che l'episodio, ove fosse vero, sarebbe un «fatto grave» -:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti accaduti;
quali iniziative, nell'ambito delle proprie prerogative e competenze, intenda assumere per evitare il ripetersi di episodi come questo che ledono i valori repubblicani e dell'unità nazionale.
(4-07641)

FARINA COSCIONI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI e ZAMPARUTTI. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della salute, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro per i rapporti con le regioni. - Per sapere - premesso che:
come hanno riferito numerosi organi di stampa e informazione, il deficit sanitario calabrese avrebbe raggiunto livelli a dir poco inquietanti;
il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali, onorevole Leoluca Orlando, avrebbe dichiarato che «La Corte dei Conti ha denunciato la gravità della crisi finanziaria al punto che se la Regione dovesse applicare il massimo della fiscalità regionale per recuperare il deficit, si colmerebbe solo il 3 per cento di ciò che servirebbe»;
la situazione finanziaria della Calabria appare la più grave d'Italia;
si registra una sconcertante incertezza perfino rispetto alle cifre del deficit: il 31 maggio 2010 la regione, per un impegno assunto dalla precedente giunta, avrebbe dovuto presentare i conti rivisti, ma si è ancora in attesa di conoscere i dati. «Una situazione», ha affermato il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali, «di enorme approssimazione e di impunità rivelatrice di un devastante strapotere da parte di quanti dovrebbero svolgere funzioni al servizio della salute e che invece spesso sono al servizio di interessi personale»;
a detta del Presidente della regione Calabria, Giuseppe Scopellitti, ci sarebbero circa tremila assunzioni in più, rispetto al fabbisogno del settore; è in corso una verifica della rete ospedaliere per la quale è allo studio un'ipotesi di chiusura di strutture in alcuni casi, di riconversione in altri; da giugno 2009 ci sono stati concorsi con finalità clientelari che, ha detto il presidente Scopellitti, «hanno prodotto danni, mentre il debito non è ancora certificato»;
sarebbe opportuno comprendere a cosa esattamente si riferisce il presidente Scopellitti quando parla di «devastante strapotere» di chi invece di essere al servizio della salute, spesso è «al servizio di interessi personali» -:
di quali elementi disponga in ordine a quanto esposto in premessa;
dal momento che, come riconosce lo stesso presidente Scopellitti, nella regione Calabria si sta letteralmente «navigando a vista», quali iniziative di competenza si intendano adottare perché sia garantito alle popolazioni della regione Calabria il costituzionale diritto alla salute, anche valutando la nomina di un commissario ad acta per il rientro dai disavanzi sanitari.
(4-07644)

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AFFARI ESTERI

Interrogazioni a risposta in Commissione:

VILLECCO CALIPARI, TEMPESTINI e RUGGHIA. - Al Ministro degli affari esteri. - Per sapere - premesso che:
nel 2009 l'efficienza di tutto il sistema pubblico di cooperazione allo sviluppo è stata sottoposta allo scrutinio dell'OCSE/DAC;

la Direzione generale per cooperazione allo sviluppo (DGCS) del Ministero degli affari esteri ha avviato riforme amministrative: in particolare è stato costituito un gruppo di lavoro interno per l'efficacia dell'aiuto, aperto anche alla società civile, con lo scopo di accelerare il superamento del ritardo italiano nel recepire alcuni degli indirizzi internazionali che non richiedevano una riforma legislativa;
il 9 luglio 2009, la DGCS ha approvato un «piano per l'efficacia dell'aiuto», un documento contenente 26 azioni di riforma gestionale per le iniziative di cooperazione allo sviluppo da realizzare entro marzo 2010. La messa a punto delle azioni è stata affidata a differenti gruppi di lavoro che coinvolgono anche la società civile;
il documento tenta di affrontare le aree problematiche dell'aiuto italiano, così come emergono dalla valutazione intermedia sull'efficacia del Comitato di aiuto allo sviluppo (DAC) del 2008. In particolare, il piano affronta problemi relativi al limitato uso dei sistemi di contabilità pubblica dei Paesi partner, alle missioni di verifica non coordinate e all'aumento delle strutture amministrative parallele non coordinate;
il DAC ha riconosciuto la qualità del documento e la sincerità dello sforzo dell'amministrazione per garantire una iniziale riforma in efficienza, ma ha messo in guardia il rischio che nella messa in opera il piano restasse semplicemente teorico, anche considerando che la DGCS ha perso negli ultimi cinque anni il 20 per cento del suo personale e il prossimo disinvestimento finanziario, che colpirà la struttura nel 2011, rischia di rendere insormontabili le resistenza che sempre si registrano con la messa in opera delle riforma;
secondo uno studio della Commissione europea, le messa in opera del piano potrebbe consentire alla cooperazione italiana risparmi per 160 milioni di euro, anche se, sempre secondo il giudizio della DAC, il piano affronta solo parzialmente le sfide dell'aiuto legato o della trasparenza dell'aiuto;
il DAC ha sollecitato il Ministero degli affari esteri a considerare due elementi aggiuntivi per aumentare le possibilità di successo che risultano mancanti durante la fase di elaborazione: il coinvolgimento degli uffici tecnici locali della cooperazione e la dotazione di adeguare risorse umane interne alla DGCS per l'attuazione delle 26 riforme;
secondo un recente studio della Banca mondiale, su un totale di 38 donatori l'Italia sarebbe in ventinovesima posizione per capacità di allinearsi alle strategie del Paese partner e in ventitreesima posizione per attitudine al coordinamento con gli altri donatori -:
quale sia lo stato di avanzamento rispetto a ciascuna delle 26 azioni di riforma previste dal piano di cui in premessa, rispetto alle scadenze pubblicate sul sito della DGCS (marzo 2010);
quali siano le aree di maggior ritardo e di maggiore criticità nella messa in opera;
a cosa siano attribuibili i ritardi e se siano dovuti a debolezze strutturali dell'amministrazione che è necessario sanare.
(5-03062)

DI BIAGIO, ANGELI, BERARDI e PICCHI. - Al Ministro degli affari esteri, al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
nell'ottobre 2009 è stato presentato presso il Consolato di Bruxelles dal Sottosegretario Alfredo Mantica il cosiddetto consolato digitale, la piattaforma informatica SIFC (Sistema integrato delle funzioni consolari), messo a punto dal Ministero degli affari esteri per la gestione delle attività consolari e per lo svolgimento delle pratiche a distanza;
stando all'illustrazione operata dall'Amministrazione, la piattaforma si sarebbe dovuta presentare come uno strumento in grado di consentire un aumento

dell'efficienza, della qualità e della velocità dei servizi destinati ai nostri connazionali oltre confine;
stando alle linee guida del Ministero degli affari esteri, il cosiddetto consolato digitale sarebbe stata una valida alternativa alla presenza fisica dell'utente presso la rappresentanza anche perché il singolo cittadino avrebbe potuto - tramite autenticazione - accedere ai servizi consolari presupponendosi a monte un confronto diretto tra gli uffici istituzionali oltre confine e le banche dati della pubblica amministrazione;
malgrado la presentazione della nuova piattaforma sia avvenuta nel mese di ottobre del 2009, al momento sono molte le sedi in cui non è ancora arrivato il programma informatico, o presso le quali non esiste adeguato supporto tecnico in grado di far funzionare correttamente il sistema SIFC;
ai sensi dell'articolo 8 del Decreto del Ministero degli affari esteri n. 303/014 concernente «Disposizioni relative al modello e alle caratteristiche di sicurezza del passaporto ordinario elettronico» le rappresentanze diplomatiche e consolari all'estero possono acquisire, anche in via telematica, dal casellario giudiziale e dal bollettino delle ricerche di cui all'articolo 301 del regolamento di esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, i dati e le informazioni necessari per effettuare gli accertamenti istruttori per il rilascio e disporre degli elementi per motivarne il rifiuto;
la direzione generale degli italiani nel mondo raccomanda tuttavia agli uffici consolari di acquisire il nulla osta della questura competente (per ultimo comune di residenza in Italia o comune di iscrizione AIRE) anche per i richiedenti residenti nella propria circoscrizione consolare, poiché il Ministero dell'interno ha comunicato l'impossibilità di accesso alle informazioni contenute nel bollettino nazionale delle ricerche da parte di amministrazioni diverse dalla propria;
il Ministero dell'interno ha conseguentemente sospeso l'invio dei dati aggiornati al Ministero degli affari esteri. Allo stato, agli uffici consolari è consentito l'accertamento di cause ostative al rilascio del passaporto solo tramite il nulla osta della questura. Il Ministero dell'interno ha assicurato di aver provveduto a sensibilizzare le questure, affinché esse riscontrino le richieste di nulla osta con la massima urgenza possibile;
non sempre il sistema di sicurezza del circuito di emissione dei passaporti elettronici presso il Ministero dell'interno (SSCE), che dà il consenso ai consolati per il rilascio del passaporto al connazionale, funziona correttamente ed ininterrottamente, perciò gli uffici consolari sprovvisti del programma SIFC e che devono quindi ancora provvedere alla doppia emissione attraverso il precedente programma passaporti, sono costretti ad interrompere il proprio lavoro;
stando ai dati in possesso degli interroganti, esiste un malfunzionamento del sistema di sicurezza del circuito di emissione dei passaporti elettronici (SSCE) presso il Ministero dell'Interno, che dovrebbe dare il consenso per il rilascio del passaporto ai consolati. In assenza di tale corretto funzionamento presso gli uffici consolari in cui non è ancora operativo il sistema SIFC gli impiegati devono quindi ancora provvedere alla doppia emissione attraverso il precedente programma passaporti e sono costretti ad interrompere di sovente il proprio lavoro;
tale pratica farraginosa comporterebbe un considerevole allungamento dei tempi di raccolta dati nonché di rilascio del passaporto, considerando che la normativa prevede il prelievo delle impronte digitali sia al momento della richiesta del passaporto che al momento in cui questo viene consegnato all'utente;
il sistema informatico SIFC non consente in contemporanea l'utilizzo del programma di posta elettronica non permettendo dunque l'invio immediato dei modelli. Di conseguenza, i documenti prodotti

dal sistema SIFC devono subire un procedimento di lavorazione più lungo e complesso poiché devono essere prima salvati su disco fisso e poi allegati ad una e-mail, mentre il programma gestionale precedentemente in uso consentiva la selezione del modello richiesto e la stampa del documento con i dati già in esso presenti;
gli indirizzi di posta elettronica certificata devono essere individuati separatamente in un database on line complesso da gestire e da consultare, segnatamente laddove sussistono difficoltà di collegamento lento ad internet;
presso molte sedi viene utilizzata la modalità di invio fax per la trasmissione dei modelli ai comuni italiani di riferimento dell'utente richiedente, non essendovi predisposizioni presso questi alla ricezioni di mail certificata con conseguente aggravio di costi e di risorse;
l'assenza di una capillare e strutturata presenza tecnica della piattaforma SIFC, le lacune tecniche e gestionali di questo programma, unite alle difficoltà nella gestione delle informazioni da parte del Ministero dell'interno rischia di ledere in maniera vistosa e complessa il funzionamento di una delle procedure più importanti per i nostri connazionali oltre confine, segnatamente in quelle circoscrizioni consolari in cui si registra un'alta concentrazione di residenti italiani come in Germania o in alcune realtà del Sudamerica;
risulta agli interroganti che al momento gli uffici anagrafe di molte realtà consolari italiane sono oberate di attività, con conseguenti rallentamenti e difficoltà nella gestione delle pratiche di routine. Sono frequenti le difficoltà tecniche nella gestione delle pratiche più semplici sia in presenza di programma SIFC, spesso per mancata compatibilità con i sistemi operativi del datato parco macchine degli uffici consolari o per l'assenza di conoscenze informatiche degli operatori - elemento che costituisce un pregiudizio per il buon funzionamento del programma - sia in assenza del medesimo programma proprio per far fronte alle dinamiche di rilascio di documenti previsti dalla nuova normativa;
il programma SIFC non è di facile apprendimento e si rende necessaria una formazione informatica più approfondita e mirata dei lavoratori rispetto a quella offerta in occasione dell'installazione del programma SIFC presso le sedi -:
se i ministri interrogati siano a conoscenza di quanto esposto in premessa;
quali iniziative si intendano intraprendere al fine di consentire un monitoraggio della distribuzione del programma informatico, garantendone un pieno ed opportuno funzionamento;
quali iniziative si intendano intraprendere al fine di tamponare la situazione di disagio al momento esistente presso alcuni uffici consolari, in attesa del pieno e corretto funzionamento della piattaforma informatica SIFC;
quali iniziative si intendano intraprendere al fine di formare adeguatamente da un punto di vista informatico il personale addetto;
quali iniziative si intendano intraprendere per garantire il funzionamento della parte on line del programma che dovrà essere utilizzato a distanza dai connazionali, considerando che dalla presentazione avvenuta a Bruxelles, il programma on line attinente alle funzioni a distanza non è stato ancora definito.
(5-03070)

Interrogazione a risposta scritta:

CASTAGNETTI, NARDUCCI, SARUBBI e TOUADI. - Al Ministro degli affari esteri, al Ministro della difesa. - Per sapere - premesso che:
si è appena conclusa la conferenza svoltasi a Santiago del Cile dal 7 al 9 giugno 2010, dedicata alla Convenzione sulle munizioni a grappolo a cui hanno

partecipato più di 98 Paesi e 120 organizzazioni della società civile provenienti da tutto il mondo;
la Convenzione entrerà in vigore il 1o agosto 2010, a meno di 2 anni dall'apertura alla firma di Oslo del dicembre 2008. Un totale di 106 Paesi hanno firmato la Convenzione, 36 dei quali l'hanno già ratificata con una rapidità non consueta al cammino di un trattato internazionale;
l'entrata in vigore della Convenzione di Oslo conclude positivamente il processo di «diplomazia umanitaria», apertosi a partire dal febbraio 2007 per iniziativa della Norvegia, e sull'esempio del processo negoziale di Ottawa che aveva portato al bando totale delle mine antipersona. Il passo in avanti compiuto con questo importante Trattato è estremamente rilevante in quanto permetterà di mettere al bando anche le pericolosissime bombe a grappolo, concepite per disperdere o rilasciare sottomunizioni esplosive che minacciano le popolazioni civili, soprattutto i bambini, con conseguenze economiche e umanitarie inaccettabili;
i Governi del Cile, della Norvegia e il programma delle Nazioni unite per lo sviluppo UNDP hanno ospitato la conferenza che si è delineata come il più grande incontro internazionale sulla Convenzione dopo quella dell'apertura alla firma di Oslo, preparando così il terreno di lavoro per il primo meeting degli Stati parte che sarà ospitato dall'8 al 12 novembre 2010 dal Laos (PDR), uno dei Paesi, ad oggi, più contaminati da questa tipologia di ordigni;
risulta che alla suddetta conferenza svoltasi in Cile, vi sia stata una scarsa partecipazione e nessun intervento delle delegazioni italiane di rappresentanza, evidenziando un basso profilo tenuto dal nostro Paese;
l'Italia è fra i primi 94 Paesi che hanno firmato la Convenzione di Oslo (Convention on cluster munitions), il 3 dicembre 2008, ed è un paese in cui non si producono più tali ordigni, tuttavia, ancora non ha ratificato la Convenzione, rimanendo nettamente alle spalle di altri Stati europei con i quali aveva condiviso argomentazioni e prese di posizione nel periodo di negoziazione del testo, tra cui la Francia, la Germania, la Gran Bretagna e la Spagna i quali, avendo già ratificato, hanno confermato con i propri interventi durante la conferenza del Cile, un immediato impegno per la promozione e l'universalizzazione della Convenzione;
la mancata ratifica della Convenzione di Oslo da parte dell'Italia comporterà, in assenza di un'iniziativa governativa in tale direzione, la certa impossibilità di partecipare come Stato Parte al primo Meeting che si terrà in Laos a novembre prossimo;
non risulta al momento un'iniziativa governativa di ratifica della Convenzione di Oslo e si teme che tale rallentamento sia dovuto non soltanto ai soliti ritardi burocratici ma al peso di una richiesta del Ministero della difesa che, nell'ambito di una quantificazione di oneri e costi per la distruzione dello stock in dotazione, contemplerebbe un'addizionale e sproporzionata voce di spesa (di circa 160 milioni di euro) per la realizzazione di programmi alternativi di acquisizione di munizionamento di nuova generazione allo scopo di garantire le capacità operative attualmente rappresentate dalle sub-munizioni cluster e munizioni a grappolo;
la suddetta ulteriore richiesta da parte del comparto difesa potrebbe condizionare la procedura di ratifica della Convenzione di Oslo, mentre sarebbe opportuno tenere distinti i costi derivanti da eventuali programmi dei sistemi d'arma dagli obblighi internazionali derivanti dalla Convenzione di Oslo che, in questo caso specifico, comporta per la distruzione dello stock esistente un esiguo e sopportabile impegno di spesa, stimato in circa 8 milioni di euro, da dilazionare e distribuire su un periodo abbastanza lungo che la Convenzione stessa prescrive in un arco massimo di 8 anni - eventualmente prorogabili, in presenza di circostanze eccezionali documentabili;
risulta che nessun altro Paese, tra quelli che hanno già ratificato la Convenzione,

abbia inserito nelle proprie poste di bilancio voci così onerose per l'acquisizione di materiale bellico, in sostituzione alla dotazione di stock di cluster bombs sul proprio territorio, come quelle che sembrano essere richieste dal comparto Difesa del nostro Paese -:
se rispondano al vero le citate richieste da parte del Ministero della difesa, nell'ambito della quantificazione e copertura degli oneri, poste in correlazione agli obblighi derivanti dallo smaltimento dello stock esistente nel nostro territorio di munizioni e sub-munizioni cluster;
se non ritengano i ministri interrogati, ciascuno per la propria parte di competenza, di doversi attivare affinché sia presentata una tempestiva iniziativa governativa di ratifica della Convenzione di Oslo che ottemperi all'impegno preso con la firma del dicembre 2008, tale da intervenire prima del prossimo meeting degli Stati parte, previsto per il mese di novembre 2010 in Laos, scongiurando in tal modo una assenza che minerebbe l'immagine del nostro Paese, da sempre in prima fila nella battaglia per fermare il flagello delle micidiali cluster bombs.
(4-07637)

TESTO AGGIORNATO AL 15 FEBBRAIO 2011

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AMBIENTE E TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE

Interrogazioni a risposta scritta:

JANNONE e CARLUCCI. - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. - Per sapere - premesso che:
la normativa europea recepita in Italia con il decreto legislativo n. 151 del 2005 ha definito un sistema di raccolta e riciclaggio che fa ricadere sui produttori la responsabilità della gestione dei rifiuti generati dalle apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) provenienti dai nuclei domestici, lasciando invece alla competenza dei comuni la prima fase, quella fino ai centri di raccolta. È stato inoltre attribuito un obbligo specifico, purtroppo non ancora entrato in vigore, anche ai distributori, che dovranno ritirare gratuitamente i RAEE dai consumatori finali, in occasione di un nuovo acquisto equivalente (cosiddetto ritiro «uno contro uno»). Al fine di favorire lo sviluppo sostenibile e di «responsabilizzare» i produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche alla corretta gestione di RAEE e alla progettazione e produzione di AEE facilmente riciclabili, le direttive europee hanno fissato i principi cardine del «chi inquina paga» e della «responsabilità estesa e condivisa», entrambi orientati alla riduzione dell'inquinamento e ad un minore spreco di risorse naturali;
le responsabilità dei produttori in Italia ha avuto inizio il 1o settembre 2007, data di decorrenza del primo importante accordo tra il Centro di coordinamento RAEE e l'Associazione nazionale comuni italiani (ANCI), anche se l'avvio operativo si è avuto solo il 1o gennaio 2008. Il ristorno da parte dei produttori di AEE dei costi sostenuti dai comuni per le attività di gestione dei RAEE nel corso del periodo transitorio (1o settembre-31 dicembre 2007) avviene attraverso un contributo («contributo forfetario 2007») che ANCI ripartirà fra i comuni e che ammonta complessivamente a 6.000.000 di euro. Al fine di compensare le attività di gestione dei RAEE ancora svolte dai sottoscrittori dopo il 1o gennaio 2008, è stato inoltre riconosciuto ai sottoscrittori un corrispettivo determinato forfetariamente sulla base delle quantità dei RAEE effettivamente gestite nel 2008 e documentate con i dati dei FIR;
il sistema di gestione dei RAEE è il primo esempio di sistema multi-consortile in Italia. Come detto, il decreto legislativo n. 151 del 2005 ha attribuito ai produttori di AEE la responsabilità di finanziare e gestire il trattamento di RAEE, con la libertà di scegliere a quale sistema collettivo associarsi, e ha assegnato ai sistemi collettivi il compito di gestire una percentuale di RAEE pari alla somma delle quote

di mercato dei produttori ad essi aderenti, di operare sull'intero territorio nazionale e di rispettare le regole stabilite dal Centro di coordinamento RAEE. I sistemi collettivi sono differenti tra loro per quota di mercato rappresentata, numero di aziende aderenti, tipologia di RAEE trattati e forma giuridica. Il principio di libera concorrenza ha dato vita, a fine 2009 a 15 sistemi collettivi di gestione dei RAEE domestici;
il 2009 ha visto un sostanziale consolidamento del sistema RAEE, che nei 12 mesi ha raccolto complessivamente 193.042.777 chili di RAEE sull'intero territorio nazionale. Questo quantitativo risulta quasi triplo rispetto a quanto raccolto dai sistemi collettivi nel corso dell'anno precedente. Pur considerando il fatto che il 2008 è stato l'anno dell'avvio del sistema RAEE, i risultati raggiunti nel corso del 2009 dimostrano appieno la capacità del sistema di far fronte con efficienza alle esigenze di corretta raccolta e trattamento dei RAEE;
il numero dei ritiri effettuati dai sistemi collettivi presso i centri di raccolta è uno dei dati più rilevanti per l'anno 2009. I ritiri nel corso dell'anno sono stati in totale 110.011, rispetto ai circa 36.000 del 2008. Al fine di monitorare l'andamento del servizio e di migliorarlo nel tempo, il centro di coordinamento RAEE raccoglie dati e informazioni su tutte le anomalie che si presentano in fase di ritiro dei RAEE presso i centri di raccolta e che possono compromettere il ritiro stesso o il successivo trattamento dei rifiuti;
per quanto riguarda le anomalie riscontrate in fase di ritiro, per più della metà dei casi esse derivano dal fatto che i RAEE risultano danneggiati o privi di alcune delle componenti. Una seconda anomalia, molto simile alla prima, riguarda la movimentazione dei RAEE con attrezzature non idonee o senza alcuna precauzione, con conseguente danneggiamento. Un'altra anomalia abbastanza frequente riguarda la miscelazione dei rifiuti, sia per la compresenza in uno stesso contenitore di RAEE appartenente ai diversi raggruppamenti che per la presenza di altri rifiuti all'interno delle unità di carico dedicate ai RAEE; questo fenomeno è tuttavia in attenuazione, grazie all'esperienza che tutti i soggetti partecipanti al conferimento stanno maturando -:
quali iniziative di competenza il Governo intenda porre in atto al fine di migliorare la gestione dei rifiuti RAEE in Italia, in accordo con la recente normativa europea, eliminando le anomalie ad oggi riscontrate.
(4-07622)

JANNONE e CARLUCCI. - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. - Per sapere - premesso che:
la Catania-Siracusa sarà la prima autostrada che si illumina con il sole. Tutto funzionerà con i pannelli fotovoltaici: dalle luci ai ventilatori nelle gallerie, i pannelli stradali con le indicazioni per chi viaggia, i telefoni per le chiamate di emergenza. Diciotto milioni di chilowattora l'anno, quanto basta ad alimentare le case di 5mila famiglie, saranno a disposizione degli automobilisti che percorreranno l'autostrada, che sarà completata nell'arco di due mesi e collaudata entro novembre 2010. Sergio Bandieri, l'ingegnere che ha curato l'impianto per la società costruttrice, la Pizzarotti, spiega: «la quasi totalità dell'elettricità impiegata per tutti i servizi necessari al funzionamento dell'intera struttura verrà da 20 ettari di pannelli fotovoltaici concentrati su 2 chilometri di gallerie per una larghezza di 100 metri. Oltre ai benefici energetici e ambientali ci saranno vantaggi paesaggistici perché gli impianti sono videosorvegliati per evitare furti e occupano la parte superiore delle gallerie, cioè un'area su cui non si può costruire e che spesso subisce fenomeni di degrado trasformandosi in discarica». Il progetto, costato 60 milioni di euro, assicurerà un risparmio annuo di 31 mila tonnellate equivalenti di petrolio ed eviterà l'emissione di 10 mila tonnellate di anidride

carbonica. La Catania-Siracusa è uno dei primi esperimenti di integrazione di una vera e propria mini centrale per la produzione di energia all'interno di un'opera infrastrutturale, un esempio virtuoso nato dalla collaborazione tra pubblico e privato, tra la Pizzarotti e l'Anas;
l'Anas da cui dipende la decisione sulla concessione dei terreni sulla copertura delle gallerie, afferma: «siamo di fronte all'autostrada tecnologicamente più moderna in Europa, costruita con soluzioni hi-tech ed ecocompatibili, sistemi di controllo, qualità dell'asfalto e apparati di protezione e di sicurezza all'avanguardia. È chiaro che questo è il modello da imitare per una società come la nostra che crede nelle energie rinnovabili e nell'uso di impianti fotovoltaici». Esempio simile è rappresentato dal progetto pilota per un impianto fotovoltaico da 450 chilowatt di potenza sulla galleria di Condò, lungo la tangenziale ovest di Lecce. Partirà entro il 2010 e sarà il primo di una serie di impianti fotovoltaici su 35 gallerie per un'estensione complessiva di 12 chilometri. L'Anas ha calcolato che sul totale delle gallerie artificiali della rete stradale si potrebbero installare impianti con una potenza di picco totale sull'ordine di 10 megawatt;
«La strada verso il futuro non può che essere quella della creazione di edifici e reti intelligenti ed energeticamente autosufficienti che si inseriscono nel territorio riducendo al minimo l'impatto ambientale», commenta Paolo Pizzarotti, amministratore delegato dell'omonima società. «Noi abbiamo applicato questo principio anche per la nostra azienda vinicola, in provincia di Parma, dove facciamo vini in sintonia con il territorio anche per i nomi, dal Nabucco alla Malvasia Callas: il tetto della struttura che fa da cantina è coperto da pannelli fotovoltaici». Il solare avanza anche sul fronte delle grandi strutture commerciali. Da febbraio 2010, funziona a pieno regime la nuova struttura del polo logistico non food della Coop di Prato che vanta un tetto fotovoltaico record, il più grande in Italia su una singola copertura: sono 21 mila metri quadrati, una superficie equivalente a 5 campi da calcio. Il tetto è costituito da 15.650 pannelli fotovoltaici e produce abbastanza elettricità da soddisfare le esigenze di 1.200 famiglie. In questo modo il Consorzio nazionale non alimentari di Coop Italia eviterà l'immissione in atmosfera di oltre 1.860 tonnellate di anidride carbonica ogni anno. Per abbattere i consumi energetici e idrici, la produzione di rifiuti e l'inquinamento acustico sono stati installati riscaldamenti a pavimento, caldaie a condensazione, dispositivi di illuminazione a risparmio energetico che utilizzano lampade fluorescenti ed alimentatori elettronici di classe A. I pannelli, oltre a fornire l'energia necessaria alla struttura daranno un surplus quantificabile in 500mila chilowattora che sarà immesso nella rete elettrica -:
quali iniziative i Ministri intendano adottare al fine di realizzare una rete autostradale nazionale ecocompatibile sul modello di quella che sta per essere costruita in Sicilia.
(4-07625)

LAMORTE. - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione, al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
uno degli impegni più rilevanti affermati da questo Governo è quello di garantire e di promuovere, nel rispetto del principio della massima trasparenza, i processi di liberalizzazione e di concorrenza nel campo delle attività d'impresa, soprattutto nel settore delle aziende di servizio agli enti locali;
l'Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI) controlla la società Ancitel spa possedendo il 57,24 per cento delle azioni della stessa;
risulta, all'interrogante, che la composizione del fatturato di Ancitel spa sia costituito per oltre il 90 per cento da finanziamenti pubblici ottenuti direttamente o tramite la controllante;

tali finanziamenti derivano per la maggior parte da contratti/convenzioni con i tre dicasteri cui è indirizzata l'interrogazione;
tali finanziamenti sono stati oggetto di successive assegnazioni a società terze senza alcuna procedura di evidenza pubblica;
risulterebbe, in particolare, che nel bilancio di Ancitel spa del 2007 oltre 8 milioni di euro compaiono alla voce «costi di società terze» e che tale voce supera i 9 milioni di euro nel bilancio 2008 -:
se i Ministri interrogati siano a conoscenza di quanto esposto in premessa;
quali siano i criteri mediante i quali si arriva alla valorizzazione dei contratti/convenzioni con ANCI per avere certezza di aver pagato il «giusto prezzo»;
quali iniziative e controlli abbiano posto o intendano porre in essere al fine di assicurare che l'erogazione e l'utilizzo dei fondi statali per gli scopi di cui in premessa siano improntati a criteri di trasparenza amministrativa in special modo per la parte oggetto di contratto con società terze in assenza di procedure di evidenza pubblica.
(4-07645)

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DIFESA

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della difesa, il Ministro del turismo, per sapere - premesso che:
il poligono a mare di Drasy nonostante si trovi in uno dei tratti più suggestivi della costa agrigentina, è sede di un'intensa attività di esercitazioni militari;
nonostante la bellezza naturale del sito e la precaria rete viaria per avvicinarsi al mare l'area in argomento è stata destinata alla funzione di «isola addestrativa di secondo livello», con esercitazioni a fuoco a livello complesso minore;
durante queste operazioni la zona è interdetta e in mare c'è sempre una motovedetta che inibisce l'uso di questo splendido tratto di costa ai bagnanti;
la regione siciliana già nel 2001 ha inserito tale area tra quelle da proteggere e l'intera zona non può non essere riconosciuta, avendone tutte le caratteristiche, come parco naturale, come indicato dagli stessi strumenti urbanistici comunali;
non è possibile immaginare la coesistenza di un parco naturale in corrispondenza di una area addestrativa, dove, per altro, non è difficile ritrovare reperti dell'attività svolta sul territorio;
il problema è stato posto al Ministro della difesa sin dal 1994, quando fu soppresso il distretto militare di Agrigento, ma fu conservato appunto questo poligono di Drasy in una delle zone più belle della fascia costiera di Agrigento, dove insistono calanche gessose e dove non avviene alcuna operazione di pulizia per tutto quello che viene lasciato dopo le operazioni militari;
la spiaggia di Punta Bianca è in effetti uno sperone roccioso che si protende in mare, accogliendo nei suoi anfratti decine di splendide calette sia sabbiose che di ciottoli, bagnate da un mare cristallino difficilmente ritrovabile in altre parti del Mediterraneo;
la particolarità di questa spiaggia è data sicuramente dalla trasparenza unica che la roccia calcarea riesce a creare degradando nell'acqua, rendendo ancor più suggestivo uno specchio d'acqua che da sempre è caratterizzato da colori quasi esotici;
le palme nane e le numerose specie floreali presenti in zona, rendono questa spiaggia ideale per gli amanti del relax e della contemplazione, così come alcune

specie molto rare di volatili che ancora frequentano la zona nonostante i rumori delle esercitazioni;
si rende urgente preservare l'area dalle vibrazioni causate dalle esercitazioni, dall'inquinamento acustico, che disturba i tanti visitatori della zona e coloro che abitano nelle vicinanze, e dal passaggio di mezzi militari che mettono a repentaglio la solidità della strada che conduce a Punta Bianca, che è d'inestimabile valore paesistico -:
se il Governo non ritenga opportuno che la zona di Punta Bianca venga smilitarizzata e questo poligono di tiro venga spostato in altro sito, come è avvenuto per l'arcipelago della Maddalena in Sardegna, al fine di rendere giustizia a questo angolo di pace dove la natura è stata particolarmente generosa, facendone uno dei tratti più suggestivi dell'intero Mediterraneo.
(2-00764) «Vincenzo Antonio Fontana, Catone, Marinello, Marsilio, Nizzi, Moffa, La Loggia, Berruti, Garofalo, Minardo, Murgia, Di Biagio, Antonino Foti, Germanà, Galati, Cazzola, Versace, Mottola, Gibiino, Ciccioli, Ghiglia, Pelino, Biancofiore, Palumbo, Catanoso, Mistrello Destro, Scandroglio, Dell'Elce, Dima, Paniz, Ventucci, Torrisi, Papa, Cassinelli, Traversa, Formichella, Biava, Saltamartini».

Interrogazioni a risposta scritta:

MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. - Al Ministro della difesa. - Per sapere - premesso che:
l'appuntato Cortilli Fabio (classe 1967) in servizio presso il servizio amministrativo del comando provinciale dell'Arma dei carabinieri di Frosinone, è deceduto per incidente in servizio il giorno 14 giugno 2010;
da notizie di stampa si apprende che si tratterebbe invece dell'ennesimo caso di suicidio di un appartenente all'Arma conseguente a un diverbio con la di lui consorte e che il fatto sarebbe avvenuto in un'area di servizio sul grande raccordo anulare di Roma, vicino allo svincolo della via Flaminia -:
se dovesse essere confermato il fatto che il decesso del militare in premessa sia stato causato da un atto di autolesionismo (suicidio), quali siano stati i motivi che hanno indotto i vertici dell'Arma a classificarlo come incidente in servizio;
quanti siano stati i casi di suicidio che si sono verificati tra gli appartenenti all'Arma dei carabinieri negli ultimi 10 anni, quali le cause e quali gli interventi a favore dei familiari del militare in premessa;
se il Ministro interrogato non ritenga doveroso istituire una apposita commissione d'indagine ministeriale per il costante controllo dei possibili casi di disagio fra il personale dipendente, al fine di prevenire il ripetersi del tragico evento di cui in premessa, se detta Commissione sia già stata istituita, in quale data e quali siano i risultati.
(4-07623)

MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. - Al Ministro della difesa. - Per sapere - premesso che:
con il foglio M-D.AAVARM004/20207/DIP4/l/P13-8 del 21 maggio 2010 la direzione per l'impiego del personale militare dell'Aeronautica (DIPMA) ha, chiesto, a tutti i reparti dell'Aeronautica militare, di conoscere se il personale trasferito ai sensi della legge n. 104 del 1992 e del decreto legislativo n. 267 del 2000 abbia ancora i requisiti da cui era scaturito il trasferimento avente carattere di temporaneità presso la nuova sede, come previsto dalla direttiva DIPMA-UD-001 edizioni 2001, 2004 e 2007 nonché dagli ordini d'impiego di ciascun militare trasferito;

tale richiesta, da parte della DIPMA, è stata avanzata anche per il personale trasferito per esigenze particolari di natura privata (ex para 4 direttiva DIPMA-UD-001) sebbene, per tali trasferimenti, non fosse previsto nessun carattere di temporaneità, né di dover comunicare alla DIPMA la risoluzione delle problematiche connesse alle esigenze particolari di natura privata da cui era scaturito il trasferimento a carattere definitivo presso una nuova sede. Tale personale, infatti, veniva trasferito solo se trovava «utile impiego», ossia solo ed esclusivamente se nell'Ente di destinazione era presente una vacanza organica tale da consentire la normale collocazione del medesimo militare e a condizione che vi fosse un rapporto di forza ottimale tra Ente cedente ed Ente di destinazione come specificato nella direttiva DIPMA-UD-001 edizione 2001, 2004 e 2007 e dagli ordini di impiego del personale trasferito ai sensi del cosiddetto «para 4» delle medesima;
il citato foglio stabilisce, tra l'altro, che nelle more dell'imminente variante alla DIPMA 001, il personale trasferito con cosiddetto «para 4» venga inserito nella programmazione di reimpiego qualora siano cessati i presupposti alla base della movimentazione, contrariamente alla attuale direttiva ancora vigente -:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza di quanto esposto in premessa e quali iniziative intenda avviare affinché la DIPMA riveda le proprie determinazioni in relazione al solo personale trasferito per gravi problemi di carattere familiare o di servizio in virtù della disposizione contenuta nella direttiva citata;

quali provvedimenti intenda adottare nei confronti del personale che ha omesso di comunicare il venir meno dei requisiti che hanno dato titolo al trasferimento dalla originaria sede di servizio ai sensi della legge n. 104 del 1992 e del decreto legislativo n. 267 del 2000.
(4-07624)

MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. - Al Ministro della difesa. - Per sapere - premesso che:
l'articolo 18 della legge 11 luglio 1978, n. 382 ha istituito per l'Esercito, la Marina, l'Aeronautica, i carabinieri e la Guardia di finanza degli organi di rappresentanza di militari suddivisi, a seconda delle competenze, in organo centrale detto COCER, organo intermedio detto COIR e organo di base detto COBAR;
i delegati Cobar dell'Aeronautica, dell'Esercito e della Marina si riuniscono all'interno dei propri reparti, mentre quelli dell'Arma dei carabinieri e del Corpo della Guardia di finanza presso i comandi di legione;
i delegati dei COIR dell'Aeronautica militare, a differenza di quelli del Cocer della medesima forza armata e degli altri organismi di uguale livello, o superiore, delle altre Forze armate o Forze di polizia ad ordinamento militare, dal 2007 possono fruire solo del trattamento di missione denominato «aggregazione» che si traduce in un accasermamento all'interno di strutture militare per il vitto e l'alloggio;
il trattamento riservato ai delegati del COIR dell'Aeronautica militare, e a tutto il personale che non svolge l'incarico di delegato del COCER, è stato disciplinato dalla direttiva SMA-ORD-035 ed. 2007 che ha come obiettivo principale quello di contenere i costi del personale inviato in missione;
ai sensi dell'articolo 3, comma 7, del decreto-legge 24 novembre 1990, n. 344, convertito dalla legge 23 gennaio 1991, n. 21, il personale militare, compresi i delegati del COCER, COIR e COBAR, inviato in missione presso sedi diverse da quella di appartenenza è tenuto a fruire esclusivamente di vitto ed alloggio forniti gratuitamente presso le strutture dell'amministrazione dalla difesa -:
e il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti di cui in premessa e se non ritenga doveroso intervenire affinché cessino le diversità di trattamento economico

di missione tra delegati appartenenti alla medesima Forza armata e il restante personale;
se non ritenga opportuno, in un ottica di drammatica e generalizzata riduzione delle risorse economiche, imporre l'obbligo di fruire esclusivamente di vitto ed alloggio forniti gratuitamente presso le strutture dell'amministrazione della difesa a tutto il personale inviato in missione per servizio, indistintamente dal grado, dal ruolo di appartenenza e dalle funzioni effettivamente svolte.
(4-07631)

TESTO AGGIORNATO AL 19 NOVEMBRE 2010

...

ECONOMIA E FINANZE

Interrogazioni a risposta immediata in Commissione:
V Commissione:

CAMBURSANO e ZAZZERA. - Al Ministro dell'economia e delle finanze. - Per sapere - premesso che:
a causa dei tagli complessivi di 4 miliardi di euro nel 2011 e 4,5 nel 2012 previsti nella manovra del Governo, le regioni italiane sono «messe al tappeto»;
la regione Puglia subirà una perdita, solo nel 2011, di circa 369 milioni di euro: 214 milioni tolti ai trasporti locali, 46 agli incentivi alle imprese, 42 all'edilizia residenziale, 27 all'agricoltura, 25 alla viabilità, 9 alle opere pubbliche, 3 al mercato del lavoro;
il Presidente della regione Nichi Vendola ha già espresso forte preoccupazione per lo stato delle casse regionali, e la vicepresidente Loredana Capone ha dichiarato sul Corriere del Mezzogiorno del 9 giugno 2010: «è un colpo di mano al sistema di welfare regionale: invalidi civili, non autosufficienti, borse di studio, fondo per la famiglia. Il governo dice di non infilare le mani nelle tasche dei cittadini, ma toglie servizi ai poveri e consente solo ai ricchi di continuare a goderne»;
ad avviso del direttore d'area Davide Pellegrino, la manovra smantella il federalismo amministrativo, impedendo alle regioni di fornire i servizi per cui erano state delegate dallo Stato. Inoltre, spiega Pellegrino, i fondi strutturali europei di cui la Puglia può beneficiare fino al 2013, sono destinati alla spesa per investimenti, pertanto tali risorse «non possono essere utilizzate per l'impiego corrente. (...) Tagliare 369 milioni equivale ad una manovra pari allo 0,62 per cento del Pil»;
ad avviso degli interroganti, sottrarre ingenti somme alle regioni del Sud, già in evidente stato di sofferenza rispetto a quelle nel Nord Italia, equivale ad esasperare il divario sociale del Paese, in danno del benessere dei cittadini meridionali che rischiano di non beneficiare neppure dei servizi essenziali -:
quali iniziative intenda assumere il Ministro per scongiurare l'ipotesi che le regioni del Sud, a causa degli tagli di cui in premessa, non siano in grado di assicurare il welfare, e servizi come la viabilità e il trasporto.
(5-03064)

MARINELLO e GIOACCHINO ALFANO. - Al Ministro dell'economia e delle finanze. - Per sapere - premesso che:
la legge 24 marzo 2001, n. 89, denominata comunemente «legge Pinto», ha introdotto nel nostro ordinamento giuridico statale uno strumento che consente un'equa riparazione a chi è stato coinvolto in un processo - civile, penale, amministrativo, pensionistico, militare o, a certe condizioni, tributario - per un periodo di tempo considerato irragionevole. Per sua espressa dichiarazione, la legge attua la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali;
la durata ragionevole del processo è stata stabilita in tre anni al primo grado (due anni e sette mesi se si tratta di cause di lavoro o di status). Per il secondo grado, invece, la durata ragionevole è stata indicata in due anni ed in uno per i gradi successivi;

al 31 dicembre 2008 i decreti emessi dalle varie corti di appello dall'entrata in vigore della legge erano 37.903, con un esborso complessivo di ottantuno milioni di euro;
particolari criticità si riscontrano peraltro presso il distretto di corte d'appello di Caltanissetta -:
quali siano gli oneri a carico dell'Erario, derivanti dall'applicazione della legge Pinto sull'equa riparazione per l'anno 2009 e se siano disponibili i dati sui primi mesi del 2010, quali siano gli oneri a carico dell'Erario per gli anni 2007-2010, divisi per corti d'appello e quale sia lo stato di erogazione delle relative somme.
(5-03065)

VANNUCCI. - Al Ministro dell'economia e delle finanze. - Per sapere - premesso che:
la legge 6 febbraio 2009, n. 7, prevede la ratifica ed esecuzione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008;
la copertura finanziaria del provvedimento è assicurata da una addizionale all'imposta sul reddito delle società che si applica alle imprese che operano nel settore della ricerca e della coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi, che, per le sue caratteristiche, si applicherebbe in sostanza alla sola società Eni spa;
da notizie di stampa risulta che nel mese di luglio del 2009 il consiglio di amministrazione della società Eni ha votato in modo unanime un'istanza di rimborso all'Agenzia delle entrate e che, in mancanza di una risposta da parte dell'Agenzia, nel mese di novembre 2009 si stava apprestando a presentare un ricorso in materia;
le risorse provenienti dall'addizionale all'imposta sul reddito delle società assicurano, tra l'altro, la copertura finanziaria degli indennizzi riconosciuti dall'articolo 4 della legge n. 7 del 2009 ai cittadini italiani espulsi dalla Libia nel 1970;
nonostante il Governo abbia assicurato il 27 maggio 2010, rispondendo ad un atto di sindacato ispettivo, che il decreto del Ministro dell'economia e delle finanze che dà attuazione all'articolo 4 della legge n. 7 del 2009 è già stato predisposto ed è in fase di definizione, tale decreto non risulta ancora adottato -:
quali siano le iniziative giudiziarie intraprese dall'Eni, quali siano le risorse già erogate per gli interventi previsti dal Trattato e quali siano le ragioni per le quali il decreto del Ministro dell'economia e delle finanze che dà attuazione all'articolo 4 della legge n. 7 del 2009 non è ancora stato adottato.
(5-03066)

Interrogazioni a risposta scritta:

GRIMOLDI, GOISIS, ALLASIA, CAVALLOTTO e STUCCHI. - Al Ministro dell'economia e delle finanze. - Per sapere - premesso che:
un'inchiesta del quotidiano Il Secolo XIX ha messo in evidenza una truffa colossale ai danni dell'Erario da parte delle società concessionarie di slot machine;
nello specifico, ormai da tre anni la Corte dei conti contesta alle dieci società concessionarie delle slot machine novantotto miliardi di euro di mancati versamenti tra tasse evase, contratti non rispettati, penali, multe ed interessi;
come riportato dal quotidiano, attualmente la vicenda si è avviluppata in un'interminabile disputa giudiziaria; e quel denaro rimane bloccato, immobilizzato;
una Commissione parlamentare, presieduta dall'ex Sottosegretario Altiero Grandi, denuncia storture e pesantissime anomalie nella gestione del grande business delle macchinette; nello stesso tempo il Gat, il gruppo antifrodi tecnologiche

della Guardia di Finanza, conclude la sua indagine e manda i risultati alla Corte dei conti;
il sistema di controllo telematico delle giocate (e delle imposte dovute), che doveva essere pronto nel 2004, per anni non è stato funzionante; un nuovo calcolo dei mancati versamenti, voluto dalle stesse società, cambia di poco la cifra, che si aggira intorno ai novanta miliardi di euro;
il 4 dicembre 2008 la maxi-contestazione arriva a processo; il 7 dicembre del 2009 la Corte di cassazione scioglie gli ultimi dubbi e sancisce la legittimità delle richieste dello Stato: i giudici contabili possono continuare il processo, la cui prossima udienza è stata fissata ad ottobre 2010;
in questi anni, tra l'altro, si sono succeduti diversi tentativi di «colpo di spugna», regolarmente fermati; alcune società risultavano essere direttamente collegate ad esponenti di partiti politici;
considerato il periodo di forte crisi economica ed i sacrifici richiesti con la manovra a tutti lavoratori, privati e pubblici, agli enti locali, ai Ministeri, alle società partecipate, appare quanto meno opportuno che ci si concentri con determinazione nel recuperare queste ingenti risorse di cui lo Stato italiano ha fortemente bisogno e che potrebbero, anche se incassate in modo parziale, dare un respiro di sollievo alle casse statali -:
quali iniziative il Ministro intenda intraprendere affinché si recuperino in modo celere le rilevanti somme evase dalle società concessionarie, affinché una truffa di questa gravità ai danni dello Stato e dei cittadini non possa ripetersi nel futuro.
(4-07617)

CIOCCHETTI. - Al Ministro dell'economia e delle finanze. - Per sapere - premesso che:
la normativa catastale (articolo 7, decreto del Presidente della repubblica n. 1142 del 1949) dispone che, determinato il numero delle classi in cui ciascuna categoria deve essere divisa, gli uffici catastali procedano «al riconoscimento ed alla identificazione di un certo numero di unità tipo che siano atte a rappresentare per ciascuna classe il merito medio delle unità immobiliari che vi debbono essere comprese»;
la stessa normativa (articolo 9, decreto del Presidente della Repubblica n. 1142 del 1949) prevede che per ciascuna zona censuaria venga compilato un quadro di qualificazione e classificazione che deve indicare le categorie riscontrate nella zona censuaria ed il numero delle classi in cui ciascuna categoria è stata divisa, e contenere i dati di identificazione e la descrizione delle unità immobiliari scelte come tipo per ciascuna classe;
sempre ai sensi della medesima normativa, il confronto con le unità tipo ha lo scopo di consentire il classamento delle singole unità immobiliari;
il classamento delle singole unità immobiliari produce dirette conseguenze in termini di tassazione delle stesse, con riferimento a tutti i tributi fondati sulle risultanze catastali -:
se, al fine di garantire la necessaria trasparenza delle procedure catastali, non si ritenga opportuno disporre che gli uffici provinciali dell'Agenzia del territorio rendano note, o comunque accessibili, le unità tipo individuate per le zone censuarie di competenza.
(4-07628)

PALAGIANO, DI PIETRO, DONADI e MURA. - Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro della salute. - Per sapere - premesso che:
l'articolo 10, comma 1, del decreto-legge del 31 maggio 2010, n. 78, Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria, stabilisce che «Per le domande presentate dal 1o giugno 2010 la percentuale di invalidità prevista dall'articolo 9,

comma 1, del decreto legislativo 23 novembre 1988, n. 509 è elevata nella misura pari o superiore all'85 per cento»;
in particolare, la percentuale di invalidità, necessaria per ricevere l'assegno mensile pari a 256,67 euro, è salita, con questa modifica, dal 74 per cento all'85 per cento;
le tabelle del Ministero della sanità riconoscono alle persone con sindrome di Down un'invalidità pari al 75 per cento, mentre solamente se alla sindrome è associato un grave ritardo mentale il grado di invalidità riconosciuto è pari al 100 per cento;
la cosiddetta «manovra finanziaria 2010», dunque, così come formulata, escluderà tutte le persone con sindrome di Down dal diritto all'assegno mensile, che pur non avendo un importo elevato, è comunque un importante sostegno economico per la persona affetta da questa patologia e per la sua famiglia, già gravata da un compito di assistenza a vita del proprio figlio disabile;
si sa che molto spesso le persone con sindrome di Down hanno maggiori problemi anche di salute e pertanto richiedono visite specialistiche a pagamento, medicinali e cure specifiche;
va inoltre ricordato che, secondo i dati riportati dal Coordown - «Coordinamento nazionale delle associazioni con sindrome di Down» - soltanto il 10 per cento delle persone con sindrome di Down accede a un lavoro retribuito, moltissime persone, quindi, private dell'assegno di invalidità mensile, rimarrebbero senza alcun reddito;
le persone con sindrome di Down, avendo un'alterazione di tipo cromosomico, hanno un'invalidità sulla quale non può essere posta alcuna ipotesi di dubbio;
per sollevare questa gravissima ingiustizia sono intervenute, a seguito della pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto-legge suddetto, diverse associazioni a tutela delle persone disabili, dalla Federazione italiana per il superamento dell'handicap» (Fish) all'Associazione nazionale diversamente abili» (Anida), che, tra le altre cose, hanno sollevato uno dei problemi più gravi che si potrebbero verificare: il rischio, cioè, che tutti gli affetti dalla sindrome di Down chiederanno il 100 per cento di invalidità, con l'effetto collaterale che, qualora gli venisse riconosciuta, ci sarà per loro la preclusione e l'impossibilità di inserirsi nel mondo del lavoro, vanificando gli sforzi fatti in questi anni in questa direzione ed i riconoscimenti fino ad oggi acquisiti;
oltre agli affetti dalla sindrome di Down, questo taglio colpirà anche coloro che, ad esempio, hanno subito l'amputazione di un arto, ma anche molte altre categorie di invalidi;
questo provvedimento, inoltre, non inciderà certamente sul numero - ormai sempre più elevato nel nostro Paese - dei falsi invalidi ma penalizzerà concretamente chi, di fatto, è un diversamente abile;
il Coordinamento nazionale delle associazioni con sindrome di Down ha inviato, il 26 maggio 2010, una lettera al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei ministri, ai Presidenti di Camera e Senato e ai Ministri Tremonti, Sacconi, Fazio e Carfagna, al fine di chiedere iniziative volte ad ovviare a tali inconvenienti -:
sulla base di quali presupposti sia stata definita la nuova disciplina di cui al comma 1 dell'articolo 10 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, e se sia stato valutato in tale sede di escludere dalla nuova soglia di accesso alla pensione di invalidità gli affetti dalla sindrome di Down, al fine di continuare a tutelare e non abbandonare una categoria di persone che ha già impiegato molto tempo e superato moltissimi ostacoli per far riconoscere il suo ruolo nella società e quali iniziative si intendano assumere al riguardo.
(4-07642)

TESTO AGGIORNATO AL 19 LUGLIO 2010

GIUSTIZIA

Interpellanza:

Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro della giustizia, per sapere - premesso che:
da mesi la situazione all'ufficio UNEP del Tribunale di Tolmezzo (UD) è piuttosto critica: le notifiche vengono fatte in ritardo, i pignoramenti scadono, gli atti non si trovano a lungo in restituzione;
purtroppo da tempo c'è un solo ufficiale giudiziario, mentre l'ufficio dovrebbe essere composto da un organico di tre «C1» e di due «B3»;
l'unico ufficiale giudiziario (il dottor Leonardo Tenace), che già da tempo ha ottenuto il trasferimento altrove, se ne andrà certamente con i primi di luglio 2010;
le notizie che giungono dalla Corte d'appello di Trieste sono nel senso che nessun ufficiale giudiziario verrebbe trasferito a Tolmezzo, ma si provvederà a cercare di far fronte alle esigenze dell'ufficio mediante applicazioni temporanee di personale con le qualifiche necessarie da Udine o da Trieste, sempre per periodi di tempo limitati (ciò è accaduto anche recentemente durante le malattie del dottor Tenace o per aiutarlo a far funzionare l'ufficio);
la situazione dell'UNEP di Udine non è meno grave ma per Tolmezzo, dove il territorio del circondario è di dimensioni rilevanti e prevalentemente montano, si prospetta a breve un ufficio completamente scoperto;
nell'ambito di una soluzione temporanea del problema parrebbe ci sia un dipendente regionale disponibile ad essere provvisoriamente distaccato all'ufficio UNEP di Tolmezzo, ed inoltre vi sarebbe una dipendente del comune di Tolmezzo, con la qualifica richiesta, interessata ad essere comandata in tribunale;
vi sarebbe la disponibilità del dottor Riccardo Pandolfi, attualmente in servizio all'UNEP del tribunale di Roma, ad essere trasferito a Tolmezzo come dallo stesso confermato con una lettera indirizzata al Ministero della giustizia per il tramite del procuratore della Repubblica di Tolmezzo;
la situazione dell'UNEP di Tolmezzo necessita di urgente e concreta attenzione anche per l'ingresso di Sappada nel circondario di Tolmezzo -:
se il Ministro della giustizia sia a conoscenza di questa criticità e se intenda provvedere con immediati provvedimenti a garantire l'avvicendamento del personale necessario a che l'UNEP del tribunale di Tolmezzo non resti privo di organico.
(2-00762) «Monai».

Interrogazione a risposta in Commissione:

MOTTA. - Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:
la stampa locale ha riportato in data 21 maggio 2010 la notizia che dal mese di febbraio 2010 circa 1.600 fascicoli della cancelleria civile centrale del tribunale di Parma non risultano essere più accessibili a causa di un guasto alla scheda elettronica di una delle cinque macchine preposte all'archivio che custodisce l'intera documentazione delle cause dal 2005 al 2006;
ulteriori documenti risultano essere inaccessibili per un analogo problema presso la cancelleria fallimentare del tribunale di Parma: in questo caso il guasto coinvolge due rotanti;
tali guasti hanno di fatto determinato la paralisi dell'attività del tribunale civile di Parma con la conseguenza che molte udienze sono state forzatamente rinviate;
il presidente del tribunale di Parma, dottor Roberto Piscopo, ha dichiarato alla stampa locale che tutte le operazioni di manutenzione così come l'acquisto di materiali

e forniture deve essere autorizzato dal Ministero in quanto il tribunale non ha alcuna autonomia finanziaria;
nonostante le richieste degli uffici del tribunale di Parma, da parte del Ministero della giustizia, non è giunta alcuna autorizzazione per procedere con la riparazione delle attrezzature sopra descritte -:
se il Ministro interrogato non ritenga di intervenire al fine di autorizzare nel più breve tempo possibile gli interventi di manutenzione delle attrezzature del tribunale di Parma, al fine di consentire lo svolgersi delle normali attività e ovviare ai problemi conseguenti alla sostanziale paralisi della giustizia civile;
se il Ministro interrogato intenda promuovere una rivisitazione delle procedure per consentire che per il futuro analoghi problemi non pregiudichino più, in modo cosi drastico, la normale attività delle cancellerie dei tribunali, evitando così un ulteriore protrarsi dei tempi della giustizia, che potrebbero indubbiamente subire un apprezzabile contenimento ove ai capi degli uffici venisse concessa un'autonomia di spesa per gli interventi organizzativi che comportino il necessario immediato impiego di risorse materiali.
(5-03058)

Interrogazioni a risposta scritta:

RAMPI. - Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:
l'amministrazione penitenziaria, a seguito delle procedure di assunzione di cui al P.D.G. del 12 marzo 2008, e di cui al P.D.G. del 20 maggio 2008, ha assunto in qualità di educatore penitenziario a tempo indeterminato e parziale al 61 per cento, per i successivi tre anni, «salva la disponibilità di risorse economiche sufficienti a consentire la trasformazione del contratto a tempo pieno»;
originariamente l'assunzione ha riguardato un numero di 22 unità, assegnate nei diversi istituti del Piemonte (Alba, Alessandria, Biella, Cuneo, Fossano, Ivrea, Saluzzo, Torino, Verbania e Vercelli), che allo stato si sono ridotte a 19, in quanto tre di loro sono rientrate tra i vincitori del concorso bandito dall'amministrazione penitenziaria nel 2004, e sono stati dunque riassunti con un contratto a tempo pieno;
la suddetta modalità contrattuale da origine, in primo luogo, a notevoli difficoltà gestionali del lavoro trattamentale, che si traducono soprattutto nella discontinuità negli interventi a favore della popolazione detenuta, nonché in disagi per intere aree trattamentali degli Istituti presenti sul territorio della regione Piemonte;
si tratta infatti, di istituti che hanno vissuto storiche carenze di personale e che attualmente si trovano a dovere fronteggiare tutte le problematiche legate al grave sovraffollamento carcerario che affligge tutto il sistema;
il numero di detenuti da ospitare nelle carceri piemontesi è inoltre destinato a crescere al termine del lavori previsti nei diversi istituti della Regione dal «Piano carcere» del Governo recentemente varato;
l'assunzione degli educatori penitenziari a tempo parziale non ha pertanto rappresentato una soluzione definitiva alle drammatiche carenze di personale nelle aree trattamentali, in particolare degli istituti del Piemonte e in generale del Nord Italia, ma di certo ha generato una questione di dignità ed equità di trattamento economico, oltre che di riconoscimento di un lavoro continuativo oramai pluriennale -:
se il Governo non ritenga di dovere provvedere per sanare tale stato di cose, ad esempio prevedendo che una quota delle risorse economiche a disposizione del Ministero della giustizia (valutando eventualmente la possibilità di utilizzare l'avanzo di fondi derivante dal decreto del Presidente della repubblica del 28 agosto 2009) siano destinate alla trasformazione del contratto suddetto da tempo parziale a tempo pieno, restituendo in questo modo

dignità a questi lavoratori, e consentendo, nel contempo, agli stessi di svolgere a pieno il compito istituzionale che compete loro in virtù della loro funzione nel rispetto dell'articolo 27, comma 3, della Costituzione Italiana.
(4-07618)

BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. - Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:
secondo quanto riportato dall'osservatorio permanente sulle morti in carcere, composto da Radicali italiani, redazione Radiocarcere, redazione Ristretti Orizzonti, associazione «Il Detenuto Ignoto», associazione «Antigone», associazione «A Buon Diritto», la mattina del 15 giugno 2010, Antonio Gaetano Di Marco, 43enne, si è tolto la vita nel carcere catanese di Bicocca;
l'uomo, condannato per mafia, con altri 10 anni di pena da scontare, si è coperto la testa con il lenzuolo inalando il gas della bomboletta che alimentava un fornelletto da campeggio nella sua cella;
la morte è stata scoperta all'alba dai compagni di cella. Pare che Di Marco, cugino del boss Francesco Montagno Bozzone, l'uomo che Santo Mazzei aveva indicato come rappresentante della commissione provinciale di Cosa Nostra, fosse depresso dopo che la procura di Catania aveva ordinato il sequestro dei suoi beni;
il venerdì precedente l'uomo era stato visitato dallo psichiatra della struttura carceraria, ma il medico non aveva notato segni di peggioramento. Ex detenuto al 41-bis, da mesi Di Marco era stato ammesso al circuito di alta sicurezza uno; in pratica avrebbe dovuto essere controllato a vista;
nelle carceri di Catania solo negli ultimi 5 anni sono morti 7 detenuti, di cui 4 suicidi;
da inizio anno il numero dei suicidi ha toccato quota 32, mentre il totale dei detenuti morti è pari a 90;
nelle carceri italiane negli ultimi 10 anni si contano 586 suicidi e 1.688 detenuti morti -:
nel rispetto e indipendentemente dall'inchiesta avviata dalla magistratura quali siano gli intendimenti del Governo e quali siano gli esiti, allo stato, dell'inchiesta avviata nell'ambito dell'amministrazione penitenziaria al fine di accertare modalità ed eventuali responsabilità in ordine al suicidio di Antonio Gaetano Di Marco;
se il Governo non ritenga che l'alto tasso di atti di autolesionismo e di suicidi in carcere dipenda anche dalle condizioni di sovraffollamento degli istituti di pena e dalle aspettative frustrate di migliori condizioni di vita al loro interno;
quali iniziative intenda porre in essere affinché gli indirizzi di gestione del sistema penitenziario siano conformi ai princìpi del nuovo regolamento penitenziario in ordine agli interventi di trattamento del detenuto;
quali siano gli intendimenti del Governo in ordine alla esigenza di riforma della legge n. 354 del 26 luglio 1975 e dunque dell'ordinamento penitenziario e dei criteri di esecuzione delle pene e delle altre misure privative o limitative della libertà.
(4-07633)

BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. - Al Ministro della giustizia, al Ministro della salute. - Per sapere - premesso che:
secondo quanto riportato dal quotidiano di Teramo «Il Centro» con articoli pubblicati il 20 marzo 2010 ed il 30 maggio 2010, la signora Natascia Berardinucci, 35enne, di professione infermiera presso il distretto sanitario di base di Sambuceto, incensurata, è stata arrestata il 30 novembre 2009 perché accusata dei reati di cui agli articoli 612-bis (atti persecutori), 81, 582 (lesioni), 61 n. 1, 635 (danneggiamento) e 625 n. 7 (furto aggravato)

del codice penale nei confronti dell'ex convivente, un imprenditore di Atri;
la donna soffre di Parkinson giovanile ed ha difficoltà nella deambulazione, il che la costringe ad assumere farmaci che ne possono alterare l'umore; ciò nonostante, ha sempre svolto attività di volontariato con la Croce rossa sia presso la sua città di residenza, sia presso alcuni Paesi africani, in particolare all'interno della comunità keniota di Chaaria;
durante il periodo di custodia cautelare la signora Berardinucci è stata reclusa nel carcere di Teramo, poi in quello di Pisa ed infine, di nuovo, nel carcere di Teramo;
nonostante sia incensurata ed abbia sempre tenuto una condotta di vita da tutti giudicata encomiabile, il giudice della cautela, su conforme parere del sostituto procuratore presso il tribunale di Teramo, dottoressa Laura Colica, ha respinto numerose istanze di revoca della custodia in carcere avanzate dalla donna al fine di ottenere gli arresti domiciliari presso la clinica Villa Serena, struttura che si era detta disponibile ad accogliere la signora Berardinucci;
nel corso dei primi 23 giorni di carcerazione preventiva la donna non ha potuto ricevere le visite dei suoi familiari e, dopo il trasferimento presso l'istituto penitenziario di Pisa, le è stato somministrato un farmaco per controllare i suoi sbalzi d'umore, il che l'ha costretta ad un immobilismo pressoché totale, al punto che solo la solidarietà delle sue compagne di cella le ha permesso di poter usufruire di condizioni adeguate dal punto di vista igienico;
le condizioni di salute della signora Berardinucci sono andate notevolmente peggiorando a causa della sottoposizione della donna al regime carcerario, sicché ad un certo punto il padre e la cugina dell'imputata hanno deciso di protestare davanti alla sede del tribunale di Teramo;
secondo quanto riferito dal padre della donna al quotidiano di Teramo «Il Centro», le condizioni di salute della figlia avrebbero subito un evidente deterioramento durante la permanenza dell'imputata nella casa circondariale di Pisa, all'interno della quale la signora Berardinucci sarebbe stata sottoposta a terapie tradizionalmente somministrate a pazienti schizofrenici;
dopo 106 giorni di carcere preventivo all'interno delle predette case circondariali, i periti del tribunale hanno accertato l'incompatibilità delle condizioni di salute della donna con il regime carcerario; di tal che il giudice del tribunale monocratico di Teramo, sezione distaccata di Atri, dottoressa Antonella Redaelli, sulla base di una presunta pericolosità sociale dell'imputata, ha concesso alla signora Natascia Berardinucci gli arresti domiciliari presso la casa di cura Villa Serena sita in provincia di Pescara;
la signora Berardinucci si è sempre proclamata innocente rifiutandosi di definire il procedimento nelle forme di cui all'articolo 444 del codice di procedura penale (patteggiamento), sebbene la predetta scelta processuale le avrebbe sicuramente garantito l'ottenimento di una pena più lieve, oltre a tutta una serie di ulteriori benefici e al conseguente alleggerimento della sua posizione processuale;
nel corso del processo la persona offesa si è più volte contraddetta e i testi della difesa hanno riferito che la relazione amorosa tra la signora Berardinucci e il denunciante fosse ancora in piedi nei mesi in cui quest'ultimo ha asserito di essere stato perseguitato; inoltre l'imputata ha sostenuto di essere stata più volte provocata dal suo compagno ed altri testimoni hanno aggiunto che la relazione amorosa tra i due fosse molto turbolenta e che le lesioni fossero reciproche; ciò nonostante all'esito del processo, ovvero all'udienza del 9 giugno 2010, la donna è stata condannata per tutti i reati di cui al capo di imputazione, uniti gli stessi dal vincolo della continuazione e previa concessione delle attenuanti generiche e della diminuente costituita dal vizio parziale di

mente, alla pena di anni 1 e mesi 6 di reclusione;
con lo stesso provvedimento il giudice, dottoressa Redaelli, ha ordinato, ex articolo 206 codice penale, che la signora Natascia Berardinucci sia sottoposta in via provvisoria alla misura di sicurezza della casa di cura e custodia per il tempo di mesi sei, atteso che la predetta misura di sicurezza sembrerebbe allo stato «l'unica misura idonea a infrenare il pericolo di reiterazione di altri reati in considerazione della condizione di infermità neurologica (che è alla base) della infermità psichica della Berardinucci e del persistere della pericolosità sociale della stessa che fanno emergere come sia inappropriata qualsiasi misura diversa»;
in data 12 giugno 2010 veniva eseguita la misura di sicurezza a carico della signora Berardinucci presso l'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova). In data 14 giugno 2010 l'avvocato Danielle Mastrangelo, difensore dell'imputata, ha impugnato innanzi al tribunale di sorveglianza dell'Aquila la predetta ordinanza chiedendone la revoca non sussistendo i presupposti richiesti dalla legge per l'applicazione in via provvisoria di tale misura di sicurezza o, in subordine, chiedendone la sostituzione con la misura più gradata degli obblighi di dimora e/o della libertà vigilata presso il comune di San Giovanni Teatino, atteso che l'imputata è in grado, come risulta da certificati esistenti agli atti, di «assumere la terapia in corso presso la propria abitazione, essendo il trattamento farmacologico assunto per via orale e tramite un cerotto transdermico, tali modalità possono essere effettuate in qualsiasi altra sede, compresa l'abitazione»;
a sostegno del suo atto di impugnazione, la difesa dell'imputata evidenzia, tra l'altro, come le motivazioni addotte dal giudice del tribunale di Teramo, sezione distaccata di Atri, nell'ordinanza del 9 giugno 2010 siano sprovviste di fondamento, in quanto i periti hanno affermato: a) che il «discontrollo degli impulsi» di cui era affetta Natascia Berardinucci erano stati «slatentizzati» dall'assunzione del farmaco Mirapexin; b) che la presenza di un disturbo della personalità non impedisce al soggetto di condurre una normale vita sociale in ogni suo aspetto; c) che pertanto l'imputata non è pericolosa socialmente;
ed invero il giudice avrebbe applicato la misura di sicurezza, ad avviso degli interroganti, desumendo l'esistenza della (presunta) pericolosità sociale della signora Berardinucci esclusivamente sulla base di quanto dichiarato dalla parte offesa -:
di quali informazioni dispongano i Ministri interrogati in merito alla vicenda descritta in premessa;
se attualmente nell'ambito dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere venga assicurato alla detenuta un adeguato supporto psicoterapeutico e quali iniziative di rispettiva competenza intendano adottare affinché alla signora Berardinucci venga garantito il rispetto dei diritti inviolabili, considerata la gravità delle sue condizioni di salute.
(4-07646)

BERNARDINI, FARINA COSCIONI, BELTRANDI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. - Al Ministro della giustizia, al Ministro della salute. - Per sapere - Premesso che:
si fa riferimento alla vicenda di un detenuto attualmente recluso nel carcere napoletano di Poggioreale, nome di battesimo Giuseppe, il cui caso è emerso nel corso di una visita ispettiva condotta dal consigliere regionale Corrado Gabriele e dalla garante per i detenuti Adriana Tocco, e poi resa nota da un dispaccio dell'agenzia «ANSA» del 16 giugno 2010;
in particolare, si apprende che Giuseppe è «un giovane che da sette mesi attende il ricovero all'ospedale Cardarelli

per una semplice stenosi uretrale, costretto nei pochi metri quadrati con un catetere da quasi 200 giorni» -:
se quanto sopra evidenziato corrisponda a verità;
se sia noto quali siano le ragioni che abbiano impedito finora il ricovero in questione.
(4-07647)

DI VIZIA, LEHNER e STUCCHI. - Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:
ne Il Giornale del 15 giugno 2010, a pagina 1 e a pagina 8 si da conto e si riportano parti della sentenza del GUP di Milano, Mariolina Panasiti, a proposito dei cosiddetti «dossier Telecom», in un articolo firmato Luca Fazzo e titolato «Giudice di Milano contro i Pm. Soldi del Pd, non avete indagato»;
in tale atto si riferisce che la procura di Milano, nell'ambito dell'inchiesta, si imbatté in presunti conti esteri dei DS (oggi PD) e, invece di indagare su tale notizia, di tutta evidenza rilevante sotto il profilo giudiziario, la «ibernò» fino a quando la legge Mastella «approvata a tempo di record» durante la XV legislatura determinò il divieto di occuparsi dei contenuti del dossier detto «Oak Fund» (letteralmente Fondo della Quercia) ordinandone la distruzione, peraltro ancora non eseguita a seguito di una sentenza della Corte costituzionale;
il citato giudice «formula giudizi pungenti nei confronti della Procura», anche perché nulla era stato fatto dai pubblici ministeri nei lunghi mesi passati tra la scoperta del dossier e l'entrata in vigore della legge, e avanza l'ipotesi invero ironica di una sottovalutazione dovuta al fatto che la Procura «assai probabilmente non ne aveva percepita neppure la portata»;
nell'articolo si ricostruisce la storia del dossier «Oak Fund» ricavandola dagli atti del processo, dai quali risulta che Marco Tronchetti Provera aveva chiesto al suo collaboratore Giuliano Tavaroli chi si nascondesse dietro quella sigla, ottenendo la risposta che il GUP riferisce così nella sentenza: «Marco Tronchetti Provera ha indicato di avere avuto riferita la circostanza nel 2005 da Tavaroli, con indicazioni che la vera proprietà del fondo era da riportarsi ad un partito politico, e in particolare alla persona di Massimo D'Alema»;
infine si riferisce che a Emanuele Cipriani, investigatore privato, autore delle ricerche asseritamente illegali, «venne ordinato di sospendere le indagini» -:
se non intenda assumere iniziative di carattere ispettivo ai fini dell'esercizio di tutti i poteri di propria competenza.
(4-07648)

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INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Interrogazioni a risposta scritta:

IANNACCONE. - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. - Per sapere - premesso che:
nel comune di Mercogliano (Avellino) ha sede un impianto funicolare di proprietà dell'azienda Autoservizi Irpini (AIR), società della regione Campania;
con nota del 4 maggio 2010, il direttore generale dell'Autoservizi Irpini ha comunicato al comune di Mercogliano (Avellino) che, a partire dal 2007, è stato più volte richiesto l'assegnazione del finanziamento per l'esecuzione dei lavori di manutenzione al suddetto impianto funicolare pari a euro 8.000.000,00;
i lavori di manutenzione si sarebbero dovuti effettuare a venti anni di vita tecnica dell'impianto, ai sensi del decreto ministeriale n. 23 del 1985, e cioè entro il 12 ottobre del 2009;
l'AIR, nell'imminenza di detta scadenza, con istanza no 12380/09 del 22 settembre 2009 ha richiesto all'ufficio speciale

trasporti impianti fissi di Napoli del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti (USTIF), direzione generale territoriale per il Centro-Sud, la proroga del termine ultimo per l'effettuazione della revisione generale dell'impianto in questione;
con nota 4927/SF07/06 del 12 ottobre 2009, a seguito di visita straordinaria effettuata in data 9 ottobre 2009, l'USTIF ha concesso la proroga per l'esercizio dell'impianto fino al 12 ottobre 2010;
con nota 1798/SF07/06 del 8 aprile 2010, l'USTIF di Napoli ha comunicato all'AIR s.p.a. che, ai sensi dell'articolo 2 della circolare n. RD3674-08.07.03 del 13 luglio 2009 del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, entro il 16 luglio 2010 la società AIR dovrà produrre la documentazione di cui al citato articolo 2, ossia gli estremi del finanziamento regionale ed il progetto definitivo delle opere a farsi;
in mancanza della suddetta documentazione si incorrerà nella decadenza del nulla osta per il pubblico servizio, ai sensi dell'articolo 4 del decreto del Presidente della Repubblica n. 753 del 1980;
allo stato la regione Campania non ha ancora assegnato alcun finanziamento per la realizzazione dell'intervento;
il mancato finanziamento del progetto di manutenzione comporterebbe un grave danno all'economia mercoglianese ed irpina e all'indotto turistico, un grave calo delle presenze turistiche al Santuario di Montevergine - meta di 400mila turisti l'anno - e un grave pregiudizio all'immagine dell'intera regione Campania;
il mancato funzionamento dell'impianto funicolare, comporterebbe l'aumento dell'inquinamento atmosferico e acustico derivante dal conseguente incremento del traffico automobilistico lungo la strada statale 374 che conduce al Santuario di Montevergine;
con la chiusura dell'impianto funicolare si determinerebbe il venir meno del piano di primo soccorso effettuato dagli organi sanitari, attuato attraverso la funicolare, che in passato ha consentito di salvare vite umane, dato che, a pochi metri della stazione di valle, è presente il pronto soccorso cardiologico presso la clinica Montevergine -:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza delle ragioni che hanno finora impedito alla regione Campania di erogare il finanziamento necessario a effettuare i lavori di manutenzione dell'impianto funicolare sito nel comune di Mercogliano (Avellino) di cui al decreto ministeriale n. 23 del 2 gennaio 1985 relativi alla revisione dell'armamento delle vie di corsa nonché alla sostituzione delle due carrozze, la cui manutenzione straordinaria risulterebbe oltremodo onerosa.
(4-07619)

MINASSO. - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. - Per sapere - premesso che:
i mezzi di trasporto targati C.R.I. possono essere guidati solo da personale munito di patente di guida rilasciata dalla Croce rossa italiana a seguito della normativa inerente alle patenti per la conduzione dei veicoli targati C.R.I., ai sensi dell'articolo 138 del codice della strada (decreto legislativo n. 285 del 30 aprile 1992);
in Italia sono migliaia i volontari di associazioni e gruppi comunali che guidano mezzi di soccorso di tali organizzazioni e della Protezione civile utilizzando per la guida la propria patente, esponendosi così al rischio di subire sanzioni personali, come la decurtazione dei punti patente o addirittura la sospensione del documento, nello svolgimento dell'attività di volontariato;
si tratta di sanzioni personali che poi si ripercuotono anche al di fuori dell'attività di volontariato, con ricadute negative nella vita quotidiana se non nel lavoro, sanzioni che potrebbero essere un deterrente a svolgere l'attività di volontariato o

comunque creare tensione e preoccupazione nelle persone che prestano la loro opera gratuitamente -:
se non sia il caso di assumere iniziative normative volte ad estendere quanto previsto dal codice della strada per la guida dei veicoli targati C.R.I., cioè il rilascio di una patente ad hoc, a tutti coloro che guidano per attività di volontariato autoveicoli delle organizzazioni di volontariato e della Protezione civile.
(4-07627)

FARINA COSCIONI, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. - Per sapere - premesso che:
il Comitato dei pendolari ternani ha già da tempo espresso il suo disappunto per il mancato ripristino di alcuni collegamenti da Orte per Terni, in particolare quello delle 19.52, evidenziando che l'attuale servizio sostitutivo è cessato domenica 13 giugno 2010, e quindi molti pendolari non hanno più treni regionali per raggiungere da Roma le città di Terni, Narni e Nera Montoro tra le 18,30 e le 20,30, con evidente, conseguente disagio;
il Comitato dei pendolari richiama in particolare l'attenzione sulla soppressione dei convogli Eurostar, e chiede il ripristino dei collegamenti per «coprire» il «buco» che va dalle 7.35 alle 10.35; e si chiedono garanzie per il mantenimento dei convogli sulla linea direttissima soprattutto in vista dell'entrata di nuove linee e dell'Alta velocità su Orte -:
se non si ritenga di assumere iniziative opportune per garantire un cadenza mento dei convogli sulla tratta Spoleto-Perugia che ricalchi quello già adottato a dicembre 2009 sulla linea Foligno-Perugia-Firenze;
quali siano le ragioni che hanno indotto Trenitalia a penalizzare in modo così evidente i pendolari e la città di Terni e comuni limitrofi;
come si intenda sopperire agli evidenti ed incontestabili disagi delle locali popolazioni, pendolari e non solo.
(4-07632)

TESTO AGGIORNATO AL 5 LUGLIO 2010

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INTERNO

Interrogazioni a risposta in Commissione:

GIOVANELLI. - Al Ministro dell'interno, al Ministro della giustizia, al Ministro dello sviluppo economico. - Per sapere - premesso che:
la Coomar Pesca di Fano (PU) è una cooperativa che da oltre 70 anni è attiva nella promozione, con differenti iniziative, del pesce dell'Adriatico con ottimi risultati sotto il profilo economico e di promozione turistica;
fra le differenti attività della suddetta cooperativa rientra anche il noto ristorante «pesce azzurro» sito in Fano;
nella notte fra il 14 e il 15 di giugno 2010, intorno alle 2.30 un incendio ha distrutto circa il 90 per cento dell'edificio adibito a ristorante «pesce azzurro» di Fano, provocando ingenti danni ancora da stimare e il conseguente blocco di attività di ristorazione;
l'incendio domato dopo diverse ore dai vigili del fuoco sembra dalle notizie finora a disposizione con molta probabilità di origine dolosa, anche in considerazione del ritrovamento di una tanica di benzina fuori dal locale e dei racconti di alcuni testimoni che riferiscono di aver visto una persona mentre scappava -:
se si intenda promuovere ogni iniziativa possibile affinché venga garantito il massimo supporto alle autorità inquirenti e affinché venga fatta piena luce sull'episodio e assicurati alla giustizia gli eventuali responsabili;
se il Ministero dello sviluppo economico, anche di intesa con la regione e gli enti locali, intenda intraprendere iniziative di sostegno alla cooperativa Coomar Pesca,

affinché sia messa in condizione di riattivare quanto prima la funzionalità di detto ristorante anche in considerazione del fatto che gran parte del fatturato è legato alla stagione estiva appena avviata.
(5-03061)

GHIZZONI. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
il commissariato di Polizia di Stato di Carpi (Modena) ha attualmente in servizio 43 unità di personale di cui solo 1 si amministrazione civile dell'Interno, mentre la pianta organica definita dal decreto ministeriale 16 marzo 1989, che assegnava ai Commissariati personale e parco macchine adeguati alle esigenze territoriali, prevedeva almeno 47 unità, di cui 2 dirigenti, e 6 unità di personale di amministrazione civile dell'Interno (53 complessivamente);
il commissariato è a servizio dell'Unione terre d'argine, nella quale risiedono circa 100.000 cittadini, su un territorio di 272 chilometri quadrati;
dalla fine degli anni Ottanta ad oggi, il contesto demografico, sociale ed economico-produttivo del carpigiano e dell'Unione terre d'argine ha subito profonde modifiche. Ad esempio, la crisi che nel decennio scorso ha colpito il settore di punta del locale distretto - quello del tessile e dell'abbigliamento - ha causato il riassetto del sistema produttivo, ha determinato la sostituzione dei diffusissimi «pronto moda» con aziende di media grandezza dal forte e riconoscibile brand, ha facilitato il proliferare di laboratori artigianali in conto terzi gestiti dalla comunità cinese, non sempre nel rispetto della norme a tutela dei lavoratori;
la consolidata ricchezza economica del territorio, ha attratto elementi della criminalità organizzata, che negli anni sono penetrati, da quanto emerge da inchieste, in alcuni comparti produttivi, quali l'edilizia e il commercio;
con il nuovo secolo, il trend demografico - che per decenni era stato contraddistinto dalla stabilità - si è repentinamente impennato (Carpi oggi conta oltre 67000 residenti) per il trasferimento di cittadini italiani provenienti dalle regioni del Sud e per la consistente immigrazione di cittadini non italiani (che rappresentano il 12 per cento della popolazione residente, con la presenza di una delle più numerose comunità pakistane presenti in Italia), con le ordinarie conseguenze in tema di integrazione, convivenza, erogazione dei servizi a domanda individuale per una popolazione in costante crescita e di aggravio delle incombenze amministrative dell'ufficio stranieri del locale commissariato di polizia, cui si rivolgono i cittadini non italiani per il disbrigo delle pratiche quali i permessi di soggiorno;
le situazioni sommariamente descritte hanno avuto ed hanno tuttora ricadute inevitabili quanto inedite sulla tenuta del tessuto economico e sociale, che coinvolgono direttamente la sicurezza, percepita e reale, dei cittadini e il lavoro delle forze dell'ordine che si trovano però ad operare con strumenti e mezzi insufficienti, con un parco macchine obsoleto e di frequente inutilizzabile e in evidente carenza di organico, che determina ripercussioni sul pattugliamento e sul numero di volanti giornaliere programmate e quindi sul controllo del territorio;
il sindaco del comune di Carpi ha più volte rappresentato ufficialmente, al Ministero, le difficoltà del locale commissario di polizia e richiesto interventi risolutivi a tale proposito, senza ricevere risposta;
il consiglio comunale di Carpi ha approvato in data 8 aprile 2010 un ordine del giorno nel quale si sollecita un intervento in tal senso, ritenendo «ormai non più tollerabile [che] si continui a constatare un calo di risorse destinate alle Forze dell'Ordine»;
non sono ovviamente mancate le proteste delle associazioni sindacali di categoria per rivendicare mezzi e risorse

umane per potenziare l'attività di pattugliamento e le attività info-investigative sul territorio;
a tale proposito, lo stesso Ministero dell'interno ha riconosciuto le oggettive difficoltà del citato Commissariato, come dimostra la risposta a domanda della Confederazione sindacale autonoma di Polizia di Modena (CONSAP). «...l'analisi dei dati consente di ritenere che la situazione degli Uffici della Provincia risulta complessivamente favorevole rispetto alla media nazionale delle Questure ad esclusione dei Commissariati di Carpi e Mirandola...» -:
se il Ministro interrogato, in considerazione delle gravi e riconosciute difficoltà in cui operano le forze dell'ordine del commissariato di Carpi e al fine di garantire compiutamente la tutela dei cittadini e del territorio non intenda provvedere urgentemente all'invio del personale nel numero previsto dall'organico del citato decreto ministeriale 16 marzo 1989;
se non ritenga opportuno, valutando il bacino di utenza, il contesto economico e sociale e l'estensione del territorio di competenza, istituire a Carpi un commissariato di Polizia di Stato di primo livello.
(5-03063)

Interrogazioni a risposta scritta:

FARINA COSCIONI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI e ZAMPARUTTI. - Al Ministro dell'interno, al Ministro della difesa, al Ministro dell'economia e delle finanze. - Per sapere - premesso che:
sempre più frequenti sono i filmati, realizzati da personale della polizia di Stato, dell'Arma dei Carabinieri, della Guardia di finanza, che documentano operazioni di ordine pubblico (arresti e altro);
detti filmati sono poi forniti ad emittenti televisive pubbliche e private, e utilizzati per servizi giornalistici;
se, proprio si ritiene indispensabile effettuare questo tipo di attività «documentale», sarebbe opportuno segnalare agli operatori della polizia di Stato, dell'Arma dei Carabinieri e della Guardia di finanza la necessità di osservare una precisa normativa del codice di procedura penale, l'articolo 114, comma 6-bis: «È vietata la pubblicazione dell'immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all'uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la persona vi consenta» -:
se non si ritenga necessario, opportuno e urgente ribadire, in forma ufficiale e documentale, che dunque occorre, come legge prescrive - oltre che per un elementare dovere di civiltà - astenersi dal riprendere persone ammanettate, e tantomeno diffondere le loro immagini e i relativi filmati alle emittenti pubbliche e private.
(4-07620)

MURER. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
la legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di cittadinanza, stabilisce che i cittadini «non italiani» possono acquistare la cittadinanza italiana oltre che per aver contratto matrimonio con un cittadino italiano, anche per «naturalizzazione», ossia perché risiedono sul territorio italiano da almeno un periodo minimo stabilito nella legge stessa;
tale periodo varia a seconda che si tratti di cittadini extracomunitari (almeno 10 anni); i cittadini comunitari (almeno 4 anni); rifugiati politici o gli apolidi (almeno 5 anni); i maggiorenni adottati da cittadini italiani (almeno 5 anni dall'adozione);
per ottenere la cittadinanza bisogna presentare istanza presso la prefettura del luogo di residenza, che provvede all'inoltro al Ministero dell'interno, e all'avvio della procedura;

il termine fissato dalla legge per giungere ad una risposta è di massimo 720 giorni; tale termine viene sempre più spesso non rispettato, visto che il tempo medio reale per ricevere una risposta ad una richiesta di cittadinanza è di 4-5 anni;
è noto che chi inoltra l'istanza, pur avendo tutti i requisiti richiesti dalla legge, non può vantare un diritto ad acquisire la cittadinanza italiana ma solo un'aspettativa giuridicamente tutelata. La concessione è un atto discrezionale e si basa su una valutazione dei vari aspetti della vita della persona, come il reddito percepito negli ultimi tre anni e l'adempimento degli obblighi fiscali. La domanda, quindi, può anche essere respinta; tuttavia appare evidente il diritto ad avere una risposta in tempi certi e perentori;
il fenomeno delle domande di cittadinanza appare in aumento e riguarda sempre più persone visto che nel 2006 sono giunte circa 30mila richieste, nel 2007, 46mila, nel 2008, circa 57mila;
queste persone collegano l'ottenimento della cittadinanza ad una scelta fondamentale di vita, da cui dipendono diritti, opportunità, doveri, status, che non possono restare sospesi in un tempo di attesa indefinito; inoltre parte di questi potenziali cittadini italiani, contestualmente alla loro richiesta, hanno avviato, come prevede la legge italiana per alcune circostanze (nel caso in cui la legge del Paese di origine non prevedesse la perdita automatica della nazionalità per acquisto volontario di una cittadinanza straniera), lo svincolo dalla nazionalità di origine, che segue di frequente iter più veloci, lasciando di fatto, per mesi, i richiedenti nella situazione paradossale di essere privi di passaporto -:
se sia a conoscenza di una mole rilevante di richieste di cittadinanza inevase, in arretrato negli anni, a cui non si è dato risposta nei 720 giorni previsti dalla legge; a quanto ammonti tale arretrato e quali siano i tempi medi per ottenere una risposta ad una richiesta della cittadinanza; cosa intenda fare il Governo per smaltire l'arretrato e rispettare i tempi previsti dalla legge per rispondere, in modo positivo o negativo, alle istanze degli stranieri che aspirano a diventare cittadini italiani.
(4-07636)

MONTAGNOLI, BRAGANTINI, NEGRO e STUCCHI. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
domenica 13 giugno 2010 si è svolta a Pescara il ritorno della finale play-off di Lega Pro, tra la squadra del Pescara e l'Hellas Verona;
nello stadio di Pescara erano presenti, nel settore ospiti, 2.084 tifosi della squadra ospite;
nel settore loro assegnato hanno trovato per terra del mastice. Oltre a ciò, sulle gradinate era stato abbandonato del pesce marcio, mentre le ringhiere della curva erano state cosparse con una sostanza velenosa, un topicida;
a fine partita i cancelli dell'impianto che portano al campo sono stati aperti, i supporter del Pescara hanno attraversato il manto erboso, attorno al quale già in precedenza stazionavano molti individui non autorizzati, e si sono rivolti a quelli dell'Hellas con ripetuti gesti osceni e provocazioni, sotto la parte di stadio occupata dagli appassionati del Verona;
in sala stampa è stata sfiorata l'aggressione fisica nei confronti dei giornalisti giunti al seguito della formazione scaligera;
infine appare paradossale che il giudice sportivo abbia inflitto 10 mila euro di multa alla squadra veronese, sanzione che risulta essere esagerata rispetto ai soli 12 mila euro inflitti alla società di Pescara -:
se il Ministro sia a conoscenza della situazione e intenda chiarire come in uno stadio, quale è l'Adriatico di Pescara, si siano introdotte delle persone, che hanno avuto tutto il tempo necessario per mettere in atto le descritte forme di vandalismo, verificando altresì l'adeguatezza dei

sistemi di sicurezza, ad avviso degli interroganti carenti, che hanno permesso l'invasione di campo dei tifosi di casa con il rischio quasi del contatto con quelli ospiti.
(4-07640)

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ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA

Interpellanza:

Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, per sapere - premesso che:
nonostante numerosi e ripetute dichiarazioni rilasciate, da esponenti del Governo, sull'importanza dell'educazione musicale e l'enfasi con cui è stata annunciata la creazione dei licei musicali, nel prossimo anno scolastico l'insegnamento di tale disciplina sarà - di fatto - cancellata da tutti gli indirizzi liceali;
tale decisione comporterà un impoverimento generale dell'offerta formativa della scuola italiana ed una inaccettabile ingiustizia nei confronti dei docenti della classe di concorso A031;
a causa del limitatissimo numero di licei musicali (solo 34), in questi giorni si stanno svolgendo le selezioni per scegliere i pochi studenti che avranno diritto all'accesso alle prime classi;
il ruolo dell'educazione musicale nella formazione delle nuove generazioni è insostituibile;
legittime sono le aspettative dei docenti delle classi di concorso A031, docenti a tempo indeterminato con una media di 20 anni di servizio;
è rilevante il numero di richieste di iscrizione ai pochi licei musicali previsti -:
se non ritenga necessario e opportuno, in considerazione dell'importanza che la musica riveste nella cultura e nella tradizione italiana, nonché al fine di favorire lo sviluppo dell'eccellenza e dei talenti nel nostro Paese, adoperarsi per prevedere l'insegnamento dell'educazione musicale in tutti gli indirizzi liceali;
se non intenda aumentare il numero di licei musicali autorizzati sul territorio nazionale.
(2-00761) «Berretta».

Interrogazioni a risposta in Commissione:

DE PASQUALE e GHIZZONI. - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. - Per sapere - premesso che:
su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, il CIPE ha approvato il 13 maggio 2010 il primo stralcio del programma straordinario di interventi urgenti sul patrimonio scolastico con assegnazione di 358 milioni di euro a valere sulla quota di 1.000 milioni di euro destinati all'edilizia scolastica nell'ambito del Fondo infrastrutture;
il suddetto piano stralcio di 358 milioni deriva dall'utilizzazione di una parte dei fondi del piano triennale antisismico, recante un miliardo di euro tratti dai fondi FAS già in dotazione al Ministero per interventi nelle otto regioni del mezzogiorno, annunciato con la delibera del 6 marzo 2009;
il Ministero ha stabilito di decidere pertanto l'elenco degli edifici su cui intervenire prioritariamente per la messa in sicurezza, la giustificazione a tutto ciò è stata che le regioni e gli enti locali opponevano resistenza ad inviare i dati e che quindi il Ministero ha chiesto i dati direttamente alle scuole;
solo dopo una lunga e controversa discussione ed un chiarificatore incontro con il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca e con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, i presidenti delle regioni, pur respingendo le motivazioni addotte dal Ministero a giustificazione del superamento delle competenze

regionali, hanno acconsentito a dare, in conferenza unificata Stato-regione, il via libera alla sopra menzionata delibera Cipe;
la strada scelta dal Ministero, presenta numerosi ordini di problemi, tra i quali:
le scuole non sono in grado di dare risposte esaurienti e precise sulle condizioni di sicurezza degli edifici scolastici, infatti solo gli enti locali proprietari sono in grado di conoscerli in modo completo ed approfondito e ne sono responsabili. Di contro i dirigenti scolastici, nel rilasciare dichiarazioni intorno allo stato degli edifici scolastici, potrebbero rischiare di affermare situazioni che non conoscono con precisione e che si potrebbero ritorcere contro di loro che hanno la diretta responsabilità in materia di sicurezza della permanenza delle persone negli edifici scolastici stessi;
il Ministero non ha distribuito i fondi in base a criteri nuovi, ma dall'esame delle suddivisioni emerge che ha individuato gli edifici con i criteri preesistenti e che risultano datati, senza tenere in alcun conto i dati via via trasmessi dalle regioni e dagli enti locali e senza concludere il monitoraggio avviato in concerto con la Conferenza delle regioni, gli enti locali, l'Anci e l'Uncem;
con il sistema centralista adottato dal Ministero, che, secondo le interroganti esautora le regioni e gli enti locali, si corre il rischio di creare una grande confusione e di sovrapporre piani di interventi locali a quelli governativi o di aver disposto fondi insufficienti o eccessivi in situazioni dove nel frattempo l'ente locale è già intervenuto. Questo è successo, ad esempio, in Toscana dove due terzi delle scuole segnalate dal Ministero come destinatarie degli interventi risultano già messe in sicurezza mentre moltissime altre versano in situazioni di grande precarietà, insicurezza e necessiterebbero di interventi urgenti e mirati;
i fondi utilizzati sono fondi Fas per cui l'85 per cento doveva essere destinato alle aree sotto sviluppate, questo non è stato fatto;
i fondi erogati (358 milioni di euro) sono una cifra irrisoria rispetto alle esigenze che su tutto il territorio nazionale esistono per la messa in sicurezza degli edifici scolastici oltre alla necessità di costruire ulteriori nuove scuole;
non si conosce che fine abbiano fatto tutti gli altri fondi per l'edilizia scolastica per i quali il Governo aveva annunciato, in questi due anni, una pronta e veloce erogazione infatti:
a) manca una rendicontazione della completa realizzazione dei due piani stralcio antisismici previsti dalla legge finanziaria 2003 (del 27 dicembre 2002, n. 289 all'articolo 80, comma 21,) il primo di essi, comprendente 738 interventi a livello regionale per circa 194 milioni di euro, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell'11 agosto 2005, il secondo di oltre 300 milioni per circa 900 interventi, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 10 aprile 2007, n. 83;
b) manca una analoga rendicontazione dello stato di attuazione del Piano triennale per la messa in sicurezza degli edifici scolastici realizzato dal Governo Prodi con la legge Finanziaria per il 2007 che ha previsto il rifinanziamento della legge n. 23 del 1996 per gli anni 2007, 2008 e 2009, rispettivamente con 50, 100 e 100 milioni di euro, destinando il 50 per cento delle somme alla messa in sicurezza ed a norma delle scuole con la compartecipazione in parti eguali delle regioni e degli enti locali. Successivamente, con l'intesa stipulata, si è poi convenuto che anche il restante 50 per cento avrebbe dovuto essere destinato alle medesime finalità, programmando in tal modo nel triennio investimenti per circa 940 milioni di euro. Tutto ciò considerando anche che la legge finanziaria per il 2009 ha realizzato un taglio nei finanziamenti per il piano di messa in sicurezza del 2009 di 22,8 milioni di euro;
c) non sono stati resi noti al Parlamento neppure i risultati conseguiti

con il protocollo d'intesa fra Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca e INAIL stipulato in forza della legge finanziaria per il 2007, che aveva previsto per il triennio 2007/2009, la promozione ed il finanziamento di progetti degli istituti di istruzione secondaria di primo e secondo grado per l'abbattimento delle barriere architettoniche o l'adeguamento delle strutture alle vigenti disposizioni in tema di sicurezza e igiene del lavoro, erogando a tal fine 100 milioni di euro per il triennio 2007/2009, di cui 30 per il 2007;
d) non sono noti gli impieghi né i risultati conseguiti con lo stanziamento annuo di 20 milioni di euro, a decorrere dal 2008, destinato alla messa in sicurezza delle scuole;
e) non è noto lo stato reale di realizzazione dell'anagrafe dell'edilizia scolastica dopo la modifica delle procedure stabilita nell'Intesa istituzionale del 28 gennaio 2009;
f) non sono note le iniziative del Governo per dare attuazione a quanto complessivamente stabilito dall'articolo 7-bis aggiunto al decreto legge n. 137 del 2008 con cui si prevedeva:
1. il rifinanziamento di una pianificazione antisismica, individuando uno stanziamento pari al 5 per cento del piano delle infrastrutture;
2. il recupero di somme stanziate in materia nel passato a favore delle Regioni e per vari motivi non spese;
3. la manutenzione di 100 edifici scolastici da effettuare con una procedura
straordinaria -:
se si intenda rispettare in ogni occasione, a partire dal suddetto piano stralcio, le competenze e le procedure di programmazione regionale degli interventi stabilite dalla legge n. 23 del 1996 e definire i tempi e le modalità di impiego delle relative risorse, per una completa programmazione del piano triennale per l'edilizia antisismica, di un miliardo di euro derivanti dai FAS;
se intenda dare seguito a quanto previsto con il decreto «mille proroghe» che ha stabilito lo slittamento del termine dal 31 dicembre 2009 al 30 giugno 2010 per l'espressione del parere richiesto alle competenti Commissioni parlamentari al fine dell'individuazione delle istituzioni scolastiche da inserire in un piano straordinario di interventi per la messa in sicurezza degli edifici scolastici dell'ammontare di 300 milioni di euro ai sensi dell'articolo 7-bis del decreto-legge 137 del 2008 convertito nella legge 169 del 2008;
se intenda prevedere una utilizzazione straordinaria, per la ricostruzione delle scuole della Provincia dell'Aquila, nel triennio 2009-2011, della totalità delle risorse facenti riferimento alla quota statale dell'otto per mille dell'IRPEF di cui alla legge n. 222 del 20 maggio 1985;
se intenda portare a termine ed eventualmente concorrere alla completa attuazione del piano triennale avviato nel 2007 dal Governo Prodi innanzitutto restituendo il taglio di 22,8 milioni effettuato nella legge finanziaria per il 2009;
se intenda comunicare lo stato di avanzamento e gli interventi progressivamente realizzati in ordine alle materie di cui ai punti a), b), c), d), e), f) in premessa indicati;
se intenda concludere in tempi rapidi l'anagrafe dell'edilizia scolastica provvedendo anche economicamente con contributi ad hoc destinati alle regioni, al fine di reclutare e formare il personale da impiegare stabilmente per tali compiti.
(5-03067)

VANNUCCI. - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. - Per sapere - premesso che:
recentemente sono apparsi nella stampa locale della provincia di Pesaro e Urbino alcuni articoli riferiti al liceo classico «Terenzio Mamiani» di Pesaro che

denunciano forti tensioni fra il dirigente dell'Istituto ed il corpo docente ed altri fra il medesimo dirigente e gli studenti;
gli articoli più rilevanti sono i seguenti:
28 maggio 2010 - Resto del Carlino - Pesaro dal titolo «Arriva l'Ispettore della Gelmini e il preside chiama la Polizia»;
6 giugno 2010 - Resto del Carlino - Pesaro dal titolo «Ormai è guerra aperta contro il preside del liceo Mamiani»;
6 giugno 2010 - Corriere Adriatico - Pesaro dal titolo «Lezioni da 60 minuti sit-in contro il preside Nicolini»
9 giugno 2010 - Resto del Carlino - Pesaro dal titolo «Liceo, tensione senza fine. Ieri nuovo sit-in di protesta. Il preside Nicolini parla solo attraverso il suo avvocato»;
dagli articoli menzionati si rileva l'esistenza di forti rapporti conflittuali fra i soggetti chiamati al buon funzionamento dell'istituto;
la notizia più preoccupante sembra quella riferita al primo articolo segnalato secondo la quale in data 27 maggio 2010 un ispettore ministeriale che intendeva assistere ad una riunione di staff ha incontrato la contrarietà del dirigente scolastico che ha chiamato a scuola prima il proprio avvocato e successivamente la Polizia di Stato;
a giudizio dell'interrogante la notizia della polizia a scuola è sempre fatto grave e preoccupante; deve essere segnalato e attentamente verificato;
gli articoli segnalati e le notizie assunte raccontano di pesanti casi di conflittualità avvenuti nel corso dell'anno scolastico con provvedimenti disciplinari e vari contenziosi aperti;
l'ispezione effettuata sembra aver incontrato numerosi ostacoli da parte del dirigente;
il clima creatosi non sembra adatto ad una buona gestione dell'istituzione scolastica e sembra suggerire un evidente caso di incompatibilità -:
se il Ministro sia a conoscenza del caso segnalato e se intenda acquisire il risultato dell'ispezione effettuata;
se intenda disporre proprie ed ulteriori verifiche e che azioni intenda assumere nel caso si confermassero le problematiche esposte in premessa.
(5-03068)

VANNUCCI. - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. - Per sapere - premesso che:
da tempo la stampa locale della provincia di Ascoli Piceno si occupa dell'istituto alberghiero IPSSAR «F. Buscemi» di San Benedetto del Tronto;
alcuni titoli dei giornali locali risultato i seguenti:
Vignoli: «D'Angelo reticente, la sua gestione fa acqua da tutte le parti»;
«Sciopero all'Alberghiero: il dirigente nel mirino degli studenti»;
«Comitato »Pro IPSSAR«: basta rimpallarsi le responsabilità, vogliamo vederci chiaro»;
«San Benedetto del Tronto, all'alberghiero lo sciopero si ferma e i problemi restano»;
«Verificare le operazioni di cassa: non c'è pace per l'Alberghiero»;
risulta che l'istituto di che trattasi sia stato oggetto negli ultimi anni di numerose ispezioni ministeriali;
dalle notizie di stampa e da quelle raccolte risulta che nella scuola di che trattasi vi siano rapporti fortemente conflittuali fra il dirigente e gli altri soggetti interessati, corpo docente, studenti, personale ATA, genitori, istituzioni locali;

il clima creatosi non è adatto ad una buona gestione dell'istituzione scolastica e sembra suggerire un evidente caso di incompatibilità;
l'attività ordinaria e straordinaria dell'istituto sembra risentirne pesantemente con riflessi sui programmi, sui progetti didattici oltre alla attività finanziaria ed alle prerogative del personale;
la «serenità» dell'istituto sembra compromessa;
sono in corso le procedure per il rinnovo dei contratti, scaduti, dei dirigenti -:
se il Ministro sia a conoscenza del caso segnalato, se sulla base dei risultati delle ispezioni effettuate siano stati presi provvedimenti o, in caso contrario, quali azioni intenda intraprendere per riportare a normalità l'attività didattica nell'Istituto IPSSAR «F. Buscemi» di San Benedetto del Tronto.
(5-03069)

MESSINA. - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. - Per sapere - premesso che:
in data 31 maggio 2010 è stato pubblicato il decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (in Gazzetta Ufficiale 31 maggio 2010, n. 125) intitolato «Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica»;
il suddetto decreto, che contiene la manovra finanziaria 2011-2013, prevede misure di contenimento della spesa pubblica, anche con riferimento al comparto delle università e della ricerca;
i tagli prospettati in detta manovra si andrebbero ad aggiungere a quelli già previsti in altri provvedimenti riguardanti il comparto e tuttora operanti e si tradurrebbero, per l'università della Calabria (UNICAL), in base alla stima effettuata dal rettore dei predetto Ateneo, in una diminuzione delle risorse disponibili pari a 20 milioni di Euro (-19 per cento) per l'anno 2011;
lo stesso rettore dell'Ateneo, in una lettera indirizzata al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, ha evidenziato che un taglio di tali dimensioni ai trasferimenti ordinari metterebbe in forse la stessa sopravvivenza dell'università o, comunque, creerebbe serie difficoltà alla programmazione didattica e formativa per il prossimo anno;
l'università della Calabria (UNICAL), secondo l'annuale indagine sugli atenei italiani svolta da Censis-La Repubblica nel luglio 2009, risulta al primo posto tra le università di grandi dimensioni (tra 20mila e 40mila studenti iscritti) per qualità di servizi e strutture e, a tutt'oggi, la sua funzione sociale rimane importantissima, date le caratteristiche della società calabrese e meridionale -:
se le preoccupazioni espresse dal rettore dell'università della Calabria debbano considerarsi fondate;
se il risparmio di spesa dei singoli atenei possa essere trattenuto presso l'ateneo o debba essere girato al Ministero dell'economia e delle finanze.
(5-03071)

Interrogazione a risposta scritta:

GHIZZONI e DE PASQUALE. - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. - Per sapere - premesso che:
in data primo aprile 2010 con oggetto «Regio decreto 4 maggio 1925, n. 653 e Regio decreto 21 novembre 1929, n. 2049» è stata inviata, a tutte le scuole della Repubblica una circolare ministeriale dal contenuto particolarmente criptico;
la suddetta circolare, riferendosi a non meglio precisate notizie di stampa infatti precisa che «le disposizioni di cui al regio decreto n. 653/1925 ed al regio decreto n. 2049/1929, delle quali l'articolo 2 del decreto-legge 22 dicembre 2008, n. 200 (convertito, con modificazioni, dalla legge 18 febbraio 2009, n. 9) aveva previsto l'abrogazione a decorrere dal 16

dicembre 2009, sono state sottratte all'effetto abrogativo, di cui al citato articolo 2, ai sensi di quanto disposto dal comma 2 (allegato 2) dell'articolo 1 del decreto legislativo 1° dicembre 2009, n. 179»;
la suddetta circolare conferma che le dette disposizioni permangono, quindi, in vigore nelle parti, ovviamente, non oggetto di abrogazione espressa (anteriore al citato decreto-legge) ovvero non oggetto di abrogazione tacita o implicita -:
se le suddette disposizioni dei citati regi decreti non siano state assorbite nel testo unico del 1994 in considerazione del loro valore meramente amministrativo;
se non si intenda favorire il già gravoso lavoro delle segreterie scolastiche precisando quali delle norme contenute nei regi decreti richiamati in premessa debbano considerarsi non oggetto di abrogazione tacita o implicita o espressamente abrogate in data anteriore all'entrata in vigore del decreto-legge 22 dicembre 2008, n. 200 (convertito, con modificazioni, dalla legge 18 febbraio 2009, n. 9).
(4-07629)

TESTO AGGIORNATO AL 15 FEBBRAIO 2011

...

LAVORO E POLITICHE SOCIALI

Interrogazione a risposta orale:

CIOCCHETTI. - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dell'economia e delle finanze. - Per sapere - Premesso che:
nel mese di febbraio 2010, l'Enpaia (ente nazionale di previdenza per gli addetti e per gli impiegati in agricoltura) ha comunicato ai propri conduttori la volontà di procedere al rinnovo dei contratti di locazione, essendo stato raggiunto un accordo sindacale con alcune delle organizzazioni rappresentative degli inquilini;
le condizioni previste dall'Enpaia, tuttavia, risultando enormemente gravose per gli inquilini, hanno condotto gli stessi a costituire un comitato per tutelare i propri diritti. Sono così sorti ben 12 comitati, ognuno per ciascuno degli stabili di proprietà di Enpaia, con circa un totale di 500 nuclei familiari aderenti;
gli inquilini degli immobili di Enpaia non hanno mai avuto conoscenza delle modifiche delle condizioni contrattuali, né tantomeno sono stati informati, dagli stessi sindacati, circa la sottoscrizione di un accordo sindacale che riguardava i loro appartamenti, le loro condizioni contrattuali ma ancor di più, il loro futuro;
gli inquilini hanno avuto conoscenza dell'esistenza di un accordo sindacale, solo dopo che questo è stato sottoscritto, attraverso comunicati di Enpaia successivamente affissi negli androni dei palazzi di proprietà dell'ente;
l'accordo sindacale ratificato con la proprietà Enpaia, prevede, in riferimento al vecchio canone, aumenti che in alcuni casi arrivano fino all'85 per cento. Aumenti insostenibili, soprattutto commisurati all'attuale crisi economica che interessa tutto il nostro Paese e all'emergenza abitativa che caratterizza il comune di Roma;
la prima finalità nel ratificare accordi contrattuali dovrebbe essere quella di tutelare i soggetti rappresentati, garantendo, agli stessi, le migliori condizioni e, di conseguenza, i migliori benefici;
occorre evidenziare l'inidoneità delle gravose condizioni, del tutto difformi ai criteri individuati con l'accordo territoriale di Roma del 3 febbraio 2004, e non assolutamente corrispondenti al reale stato manutentivo degli immobili;
il suindicato accordo territoriale, in realtà, prevedeva l'individuazione del giusto canone di locazione in base ad alcuni parametri che valutassero il reale stato manutentivo di ogni singolo appartamento. Parametri che, nel caso in esame, non sono stati minimamente considerati;
così come affermato nell'accordo territoriale per il comune di Roma, sottoscritto

il 3 febbraio 2004 e richiamato anche dall'accordo sindacale del 1 febbraio 2010, infatti, al fine di stabilire, con il singolo inquilino, lo specifico importo del proprio canone di locazione, si sarebbe dovuto tener conto dell'esposizione, delle rifiniture, degli infissi e di ogni altro elemento comunemente presente nel mercato immobiliare. Tuttavia, per tutti gli immobili interessati, è stato stabilito il medesimo importo, nonostante le molteplici diversità -:
quali iniziative urgenti intendano attuare, anche in considerazione del grave momento di crisi attuale, per limitare il lievitare degli affitti degli enti possessori di patrimoni immobiliari in generale e dell'Enpaia in particolare e contenere le difficoltà delle famiglie, non in grado di far fronte ai previsti onerosi aumenti;
se non ritengano opportuno ricontrattare l'adeguamento dei canoni direttamente con i rappresentanti dei comitati degli inquilini, tenendo conto anche della situazione delle categorie di inquilini più deboli e del differente stato di manutenzione degli immobili interessati.
(3-01130)

Interrogazioni a risposta in Commissione:

BRANDOLINI. - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. - Per sapere - premesso che:
l'articolo 9, comma 5, della legge 11 marzo 1988, n. 67, e successive modificazioni, prevede la concessione di agevolazioni contributive per i lavoratori agricoli delle zone di montagna o svantaggiate;
il pagamento in misura ridotta dei contributi relativi ai lavoratori agricoli delle cooperative che svolgono attività di trasformazione ai sensi della legge n.240 del 1984 operanti nelle zone non rientranti nelle agevolazioni contributive, relativamente ai conferimenti dei soci aventi aziende situate in zone di montagna o svantaggiate, è stato riconosciuto dall'INPS sulla base della circolare ex SCAU n. 28 del 20 giugno 1985, tuttora vigente;
il 14 luglio 2009 nella risposta all'interrogazione n. 5-01388 il Sottosegretario Pasquale Viespoli comunicava che l'INPS aveva provveduto al superamento dei ritardi nel rimborso della maggiore contribuzione riconoscendo a richiesta alle cooperative interessate la possibilità di compensare in sede di pagamento dei contributi, mentre per quanto riguarda l'INAIL - che non ha ancora riconosciuto le agevolazioni contributive alle suddette cooperative - informava della costituzione di un apposito tavolo di confronto volto ad individuare le possibili soluzioni per rendere applicabile, sul piano tecnico, anche per l'INAIL, quanto già operato per l'INPS;
il 28 gennaio 2010 in risposta alla interrogazione n. 5-01767 il Sottosegretario Pasquale Viespoli sottolineava che la questione «risulta ancora non del tutto definita» facendo presente in «riferimento al tavolo di confronto, costituito nell'intento di addivenire alla individuazione di soluzioni omogenee per l'INAIL e l'INPS in ordine all'individuazione della platea dei beneficiari delle agevolazioni contributive» «che il prossimo incontro tra le direzioni tecniche degli istituti si terrà il 1o febbraio 2010, assicurando «che, qualora, all'esito del confronto in corso, si dovesse adottare un orientamento estensivo, conformemente all'INPS, si potrà procedere al rimborso dei premi assicurativi»; il 25 maggio 2010 in risposta all'interrogazione n. 5-02705 il Sottosegretario Pasquale Viespoli riferiva che i rappresentanti dell'INPS e dell'INAIL nell'incontro del tavolo tecnico, tenutosi come previsto il 1o febbraio, «hanno convenuto sulla corretta attuazione delle disposizioni normative in materia»; in particolare:
«l'INPS, sulla base della normativa esistente, ha correttamente operato il riconoscimento delle agevolazioni per la parte di contributi previdenziali dovuti per la gestione agricola;»;
«altrettanto legittimamente ha operato l'INAIL, ritenendo che la normativa vigente non consente di applicare modalità diverse da quelle previste per l'industria e

che le disposizioni in materia di riduzioni contributive, per la loro natura di norme speciali, non siano suscettibili di interpretazione estensiva, poiché il loro ambito applicativo è precisamente e rigidamente definito da norme di fonte primaria» e che «In ogni caso, si tratterebbe di estendere un beneficio proprio della gestione agricole ai fini pensionistici ai premi dovuti per rassicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali, per i quali l'INAIL - per espressa deroga di legge - deve applicare i criteri e le modalità previste per la gestione industria.»;
tale comportamento contraddice lo stesso operato dell'Istituto, in quanto sulle aliquote contributive dell'industria alimentare alle cooperative agricole di cui alla legge n. 240 del 1984 l'INAIL, come facilmente dimostrabile dalle circolari e dai prospetti di calcolo, applica la seguente disciplina:
a) nei territori montani particolarmente svantaggiati la riduzione contributiva compete nella misura del 75 per cento dei contributi a carico del datore di lavoro, previsti dal citato articolo 9, commi 5, 5-bis e 5-ter, della legge n. 67 del 1988;
b) nelle zone agricole svantaggiate, compresi le aree dell'obiettivo 1 di cui al regolamento (CE) n. 1260/1999 del Consiglio, del 21 giugno 1999, nonché i territori dei comuni delle regioni Abruzzo, Molise e Basilicata, la riduzione contributiva compete nella misura del 68 per cento;
quanto sopra esposto rappresenta e dimostra in modo inequivocabile l'applicazione da parte dell'INAIL delle agevolazioni contributive sulle aliquote industriali relative alle cooperative agricole ubicate nei territori montani e in quelli svantaggiati che, pertanto, devono essere applicate - analogamente a quanto già riconosciuto dall'INPS - ai lavoratori agricoli a tempo determinato ed indeterminato delle cooperative che svolgono attività di trasformazione ai sensi della legge n. 240 del 1984 operanti nelle zone non rientranti nelle agevolazioni contributive, relativamente ai conferimenti dei soci aventi aziende situate in zone di montagna o svantaggiate in quanto rientranti nel «loro ambito applicativo (...) rigidamente definito da norme di fonte primaria», come giustamente sottolineato nell'incontro tecnico del 1o febbraio 2010;
il comportamento dell'INAIL determina con frequenza situazioni nelle quali una cooperativa agricola con più sedi percepisce da anni le agevolazioni agricole sui contributi INAIL dell'industria relativi ai propri dipendenti a tempo indeterminato ed a tempo determinato operanti nelle sedi ubicate in zona svantaggiata o particolarmente svantaggiata, mentre si vede negare - contrariamente a quanto riconosciuto dall'INPS - le agevolazioni qualora il prodotto delle zone svantaggiate o particolarmente svantaggiate sia trasformato dalla stessa cooperativa agricola in sedi situate in zone pianeggianti -:
quali iniziative intenda porre in essere affinché l'INAIL, al pari dell'INPS, riconosca le agevolazioni contributive di cui in premessa, senza ulteriori dilazioni, al fine di evitare che la questione si trasformi in contenzioso giudiziario con ulteriori costi a carico della collettività.
(5-03059)

NASTRI. - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro della salute. - Per sapere - premesso che:
secondo quanto risulta dal settimo rapporto Ceis sanità, presentato recentemente all'università di Tor Vergata a Roma, circa 5 milioni di italiani nel 2009, hanno avuto problemi nel ricevere cure ed assistenza sanitaria per spese non coperte dal servizio sanitario nazionale, a causa di un incremento delle spese generali sostenute dalle famiglie;
il suddetto rapporto evidenzia come le difficoltà economiche nel fronteggiare le cure e le spese sanitarie, vari da regione a regione e in particolare la capacità delle stesse regioni, di evitare tali fenomeni di impoverimento, appare molto diversa, in considerazione che l'analisi sull'equità in

termini di impatto di spesa sanitaria sui bilanci familiari indica significative differenze regionali con picchi di maggiore impoverimento in Piemonte, Molise e Liguria;
una delle criticità, prosegue l'analisi del rapporto Ceis, è rappresentata dalle spese per la non autosufficienza -:
quali considerazioni intenda esprimere con riferimento alle disparità regionali contenute nel rapporto Ceis sanità, esposto in premessa;
se corrisponda al vero che il Piemonte sia, a giudizio del rapporto Ceis, indicata come la regione fra le quali si evidenzia una minore equità nella soddisfazione della domanda di cure e assistenza e in caso affermativo, quali iniziative nell'ambito delle sue competenze, intenda intraprendere, con riferimento alla regione Piemonte, per far fronte alle problematiche esposte in premessa, al fine di garantire una maggiore tutela ed equanimità nei riguardi della regione piemontese.
(5-03060)

Interrogazioni a risposta scritta:

JANNONE e CARLUCCI. - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. - Per sapere - premesso che:
secondo l'ultimo rapporto Censis sulla situazione sociale dell'Italia, a metà 2009 risultavano persi, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente 378 mila posti di lavoro (-1,6 per cento), meglio di Spagna (1 milione e 480 mila occupati in meno, -7,2 per cento) e Gran Bretagna (600 mila, -2 per cento), ma peggio di Francia (-0,3 per cento) e di Germania (+ 0,5 per cento). Gli effetti negativi hanno riguardato solo i soggetti meno tutelati: il lavoro autonomo e l'ampio bacino del «paralavoro». Ad essere colpite maggiormente sono state le diverse forme di lavoro a termine, le collaborazioni a progetto e quelle occasionali, mentre il popolo delle partite Iva è aumentato, a causa della sostituzione dei contratti flessibili, raggiungendo quasi quota un milione. Il lavoro tradizionale, dipendente e a tempo indeterminato, è invece continuato a crescere, registrando nel periodo 2008-2009 un + 0,4 per cento. Ma la tenuta non c'è stata in tutto il Paese, né in tutti i settori. Al Sud sono stati persi 271 mila posti di lavoro, l'industria e il turismo hanno subito una riduzione del 4 per cento e il commercio del 3,5 per cento. Il 45,4 per cento di chi ha perso il lavoro nell'ultimo anno ha meno di 34 anni. Il 47,3 per cento, dei nuovi inoccupati è uscito definitivamente dal mercato del lavoro;
circa l'80 per cento dei giovani tra 15 e 18 anni si chiede che senso abbia stare a scuola o frequentare corsi di formazione professionale. Dominano il disincanto e lo scetticismo: il 92,6 per cento dei giovani in uscita dalla scuola secondaria di II grado ritiene che anche per chi ha un titolo di studio elevato il lavoro sia oggi sottopagato, il 91,6 per cento pensa che sia agevolato chi può avvalersi delle conoscenze. Anche il 63,9 per cento degli occupati giudica inutile quanto studiato a scuola per il proprio lavoro. La visione pessimistica travalica i confini dell'universo educativo: il 75 per cento dei laureati e l'85 per cento dei non laureati di 16-35 anni pensano che in Italia vi siano scarse possibilità di trovare lavoro grazie alla propria preparazione. Effettivamente i laureati italiani in economia e in ingegneria hanno attese di remunerazione minori rispetto ai loro colleghi europei. Nel 2009 il primo stipendio annuo atteso è inferiore rispettivamente del 20,2 per cento e del 21,4 per cento di quello medio europeo. E ancora il 19,3 per cento dei giovani italiani di 18-24 anni non è in possesso di un diploma e non è più in formazione, contro il 12,7 per cento di Francia e Germania, il 13 per cento del Regno Unito, il 14,8 per cento medio europeo;
oggi coesistono in Italia molte università competitive nel contesto internazionale e altre che stentano a consolidarsi. La capacità di attrazione degli studenti stranieri migliora: 51.279 iscritti nel 2007-2008

rispetto ai 41.167 del 2005-2006. Gli atenei con maggiori capacità attrattive sono quelli di Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna, che assorbono più della metà di tutti gli stranieri iscritti. Più dinamici gli atenei piemontesi, abruzzesi e calabresi. In controtendenza gli atenei campani, siciliani e pugliesi. Si consolida il flusso di studenti provenienti dall'Albania, seguono greci e rumeni. Al quarto posto si posizionano i cinesi, con un aumento rispetto al 2006-2007 del 231,5 per cento. Le facoltà più richieste sono quelle afferenti all'area economica, all'area medica e all'ingegneria, che nel complesso sono frequentate da quasi il 44 per cento degli stranieri;
i giovani italiani, in crescente difficoltà nel mercato del lavoro, sembrano sempre più orientati verso l'unico bene rifugio oggi a loro disposizione: ottenere una formazione qualificata. Si assiste infatti a un aumento delle prescrizioni negli atenei più qualificati e verso le facoltà considerate più «difficili» come ingegneria e medicina. Rispetto al 2007 si registrano incrementi delle prescrizioni per l'accesso ai test di ammissione ai due politecnici più prestigiosi d'Italia (Milano e Torino) rispettivamente del 19 per cento e del 27 per cento. In entrambi i casi, la maggioranza delle richieste riguarda il corso di ingegneria, che ha sempre offerto in Italia le migliori chance occupazionali. Il rendimento degli investimenti nell'educazione universitaria (comparando i costi dell'istruzione e l'assenza di guadagno durante il corso di studi con le prospettive salariali) è quantificabile, per un italiano maschio, in 322 mila dollari lordi in più durante il percorso lavorativo. Un incremento secondo solamente a quello registrato negli Stati Uniti, con la differenza che nel nostro Paese la laurea, in termini di resa salariale, è un affare riservato agli uomini. I vantaggi per le donne sono più limitati: il beneficio si ferma a 136 mila dollari, facendo registrare la maggiore disparità di genere tra i Paesi industrializzati. La disparità di rendimento è ancora più evidente se si considera la stima al netto di tasse, contributi sociali ed effetti della disoccupazione: se un laureato può sperare di arrivare a guadagnare nell'arco della vita lavorativa 173.889 dollari in più di un diplomato, per una donna laureata il ritorno economico si ferma a 25.806 dollari, con una differenza quindi di oltre 148 mila dollari;
fra gli adulti occupati si osserva una maggiore propensione delle donne a partecipare a iniziative formative. In relazione all'apprendimento permanente da parte degli adulti, se l'obiettivo di Lisbona per il 2010 è fissato al 12,5 per cento, l'Italia è ancora ferma al 6,3 per cento. E nel caso dell'abbandono prematuro degli studi, la componente maschile sfiora il 23 per cento dei giovani con età compresa fra 18 e 24 anni. Fra le regioni italiane la Toscana ha voluto intensificare, nel ciclo di programmazione del Fondo sociale europeo appena concluso e in quello avviato, i propri sforzi sulle componenti femminili e giovanili, ottenendo dati sulla partecipazione all'apprendimento permanente e sull'abbandono prematuro degli studi migliori rispetto al resto d'Italia e anche rispetto al Centro-Nord. La qualità dell'offerta universitaria e la forte attrattività degli atenei toscani confermano l'efficacia degli impegni sull'alta formazione, con il raddoppio delle persone laureate nelle discipline scientifiche. La quota di donne laureate in queste facoltà è pari in Toscana a 13,2 per mille, contro il 9,1 per mille a livello nazionale e il 12,6 per mille riferito alle regioni del Centro-Nord nel complesso -:
quali interventi il Governo intenda attuare al fine di migliorare la situazione occupazionale in Italia, soprattutto nei confronti dei giovani e dei neolaureati;
se il Governo intenda realizzare ciclici piani di formazione per i lavoratori, soprattutto nell'ambito della pubblica amministrazione, primo punto di contatto con i cittadini.
(4-07626)

CALEARO CIMAN. - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. - Per sapere - premesso che:
lo stabilimento di Acciaieria Valsugana spa - che occupa una superficie complessiva pari a 140.873 metri quadrati nel comune di Borgo Valsugana e che garantisce lavoro a 118 dipendenti - ha iniziato la sua attività produttiva nel 1979;
nel corso degli anni, lo stesso è stato oggetto di continui ammodernamenti impiantistici per migliorarne la resa sotto il profilo produttivo e, al contempo, ridurne le ricadute di carattere ambientale;
si tratta di un'acciaieria elettrica di seconda fusione, il cui ciclo di produzione - garantito dalle certificazioni IGQ 9112 e UNI EN ISO 9001-2004 - si compone di diverse fasi che si possono sintetizzare nelle seguenti: prelievo dei rottami, caricamento degli stessi nel forno di fusione, spillatura dell'acciaio fuso in siviere della capacità di 90 tonnellate ed il successivo trattamento dello stesso, trasferimento della siviera contenente l'acciaio affinato in colata continua al fine di produrre billette che vengono poi immagazzinate e, infine, dopo il raffreddamento, spedite al cliente per mezzo di camion o carri ferroviari;
la maggior parte della produzione è strumentale alle lavorazioni che vengono effettuate in altra azienda, sita in Odolo (Brescia), appartenente al medesimo gruppo societario (Gruppo Leali) di quella di Borgo;
l'impianto rientra nella categoria degli «impianti di produzione di ghisa o acciaio (fusione primaria o secondaria), compresa la relativa colata continua di capacità superiore a 2,5 tonnellate all'ora» di cui al punto 2.2 all'allegato 1 del decreto legislativo n. 59 del 2005 (recante «Attuazione integrale della direttiva 96/61/Ce relativa alla prevenzione e riduzione integrate dell'inquinamento») ed è pertanto soggetto alla normativa in materia di autorizzazione integrata ambientale (AIA);
in relazione al complesso quadro autorizzatorio che riguarda lo stabilimento merita di essere sinteticamente riassunto l'iter amministrativo:
con determinazione del dirigente del settore tecnico prot. n. 1531/07-S304 del 30 ottobre 2007, l'APPA ha rilasciato ad Acciaieria Valsugana l'AIA relativa allo stabilimento in questione;
con deliberazione della giunta n. 1536 del 13 giugno 2008, la provincia autonoma di Trento ha rilasciato alla società il nulla-osta previsto dell'articolo 33, comma 12, dell'allegato B alla legge provinciale n. 5 del 2008 (Piano urbanistico provinciale) per la realizzazione di un impianto di aspirazione dei fumi nello stabilimento;
con nota protocollo n. 1858/2008-S304 del 23 giugno 2008, il dirigente sostituto del settore tecnico dell'APPA di Trento ha valutato favorevolmente il progetto di contenimento delle emissioni inquinanti in atmosfera presentato da acciaieria (relativo all'impianto di captazione e aspirazione dei fumi);
con determinazione del dirigente del settore tecnico prot. n. 89/2008-S304 del 21 agosto 2008, l'APPA ha approvato un primo aggiornamento dell'AIA;
con determinazione del dirigente del settore tecnico prot. n. 153/2008-S304 del 27 ottobre 2008, l'APPA ha approvato un secondo aggiornamento dell'AIA;
in data 31 marzo 2009, l'azienda ha trasmesso all'APPA una domanda di riesame dell'AIA con la quale ha chiesto l'autorizzazione alla realizzazione e all'esercizio del nuovo impianto di aspirazione fumi e confermato la necessità di ottenere una deroga ai limiti alle emissioni convogliate in atmosfera previsti dalla tabella B allegata alla DPGP n. 1-41/Leg del 26 gennaio 1987;
con determinazione del dirigente del settore tecnico prot. n. 276/2009-S304 del 19 agosto 2009, l'APPA - rispondendo alla domanda di riesame presentata dall'azienda

in data 31 marzo 2009 - ha adottato il provvedimento di riesame dell'AIA autorizzando l'azienda alla realizzazione e all'esercizio di nuovo impianto di aspirazione fumi e concedendo parziale deroga ai limiti di flusso di massa relativi alle emissioni in atmosfera;
l'azienda adottava quindi un nuovo e più efficace impianto di aspirazione la cui ultimazione avveniva il 23 novembre 2009;
gli interventi connessi alla realizzazione del nuovo impianto di abbattimento fumi sono fondamentalmente consistiti in:
a) un aumento della capacità di aspirazione dei fumi generati nel processo fusorio;
b) una razionalizzazione degli impianti e un miglioramento di alcuni parti impiantistiche come quelle destinate ad evitare la riformazione delle diossine;
c) un inserimento di un nuovo filtro tessile con capacità depurativa adeguata agli aumentati flussi aspirati;
d) l'introduzione di ulteriori sistemi di controllo in continuo delle emissioni, con possibilità di consultazione per via telematica da parte degli enti, per quanto riguarda una serie di parametri;
ciò ha chiaramente determinato una sostanziale riduzione delle emissioni diffuse e della polverosità dell'ambiente di lavoro (scopo primario degli interventi), come dimostrano le analisi effettuate in sede di collaudo del nuovo impianto dal laboratorio SIAS di Brescia (ed anche successivamente) che hanno evidenziato l'assoluto rispetto dei limiti di legge (dato peraltro comprovato anche dai controlli eseguiti negli ultimi mesi da APPA Trento);
sette giorni dopo, con decreto del 30 novembre 2009, in parziale accoglimento delle richieste del pubblico ministero, il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Trento disponeva il sequestro preventivo dello stabilimento, nominando, ex articolo 104-bis disposizione attuativa del codice di procedura penale, un amministratore giudiziario affinché l'attività imprenditoriale dell'azienda non fosse interrotta;
le modalità di esecuzione della misura cautelare venivano stabilite dal GIP in considerazione dell'«opportunità di non impedire totalmente l'attività produttiva, in attesa che gli impianti di smaltimento fumi e polveri vengano portati a norma, al fine di salvaguardare l'attuale livello occupazionale. Esigenza quest'ultima conseguibile con la nomina di custode idoneo a gestire e portare avanti il processo produttivo nel rispetto dei parametri normativi ed autorizzatori in tema di emissioni»;
la misura cautelare è stata quindi adottata al termine di un processo di implementazione delle «prestazioni» ambientali attuate nel corso del 2009 dalla società, la quale - nonostante la congiuntura economica negativa nazionale ed internazionale - aveva, notevolmente aumentato il proprio sistema di abbattimento delle emissioni e polveri prodotte, attraverso la costruzione e messa in funzione di un nuovo impianto il cui costo si è aggirato attorno agli 8 milioni di euro;
avversi il decreto di sequestro del giudice delle indagini preliminari veniva, quindi, presentata dall'azienda richiesta di riesame, rigettata dal tribunale di Trento, il quale ravvisava la sussistenza di un pericolo sufficiente a legittimare l'adozione della misura. Veniva altresì proposto, avverso il medesimo decreto, anche appello dai pubblici ministeri, i quali contestavano le modalità di esecuzione della misura cautelare prescritte dal GIP. A scioglimento della riserva assunta durante l'udienza camerale del 22 dicembre 2009, fissata per la discussione dell'impugnazione della procura, il tribunale di Trento confermava nuovamente il provvedimento del GIP, evidenziando come nulla impedisse che «l'attività produttiva continui anche in pendenza di un provvedimento di sequestro preventivo che abbia ad oggetto beni per i quali, come l'azienda, si ponga un'esigenza di utile gestione»;
avverso tale ultima ordinanza, i pubblici ministeri presentavano ricorso per

cassazione, il quale verrà discusso a Roma all'udienza del prossimo 2 luglio;
in attesa di tale decisione, l'Acciaieria ha continuato la propria attività, collaborando con il custode giudiziario, al fine di studiare ed adottare interventi gestionali ed impiantistici che possano ulteriormente abbattere gli effetti dell'attività dell'acciaieria sull'ambiente di lavoro e su quello esterno;
dalle indagini svolte nel procedimento penale n. 6346/08-21 sono emersi alcuni dati - peraltro non confermati da successivi accertamenti effettuati dalla provincia - concernenti il presunto impatto che lo stabilimento di Borgo avrebbe avuto sull'ambiente circostante;
al contrario, invece, i dati ottenuti dai campionamenti effettuati sui terreni, sull'aria e sulle acque del territorio, dal gruppo di esperti nominato dalla provincia sono risultati contrastanti con quelli ottenuti dai consulenti tecnici della procura e sono stati peraltro oggetto di contestazione da parte dell'associazione medici per l'ambiente che ha tacciato le attività di campionamento e analisi del pool come incomplete e superficiali;
ciò nonostante alcuni comitati locali, in particolare i «Barbieri Sleali», coadiuvati dai Medici per l'ambiente e da un rappresentante del Corpo forestale dello Stato, hanno iniziato, già dal mese di dicembre, una costante campagna volta alla chiusura dell'acciaieria;
in tale ottica, sono state eseguite, privatamente e autonomamente dall'associazione Medici per l'ambiente, attraverso la «raccolta de campioni di metalli pesanti e polveri nell'area attorno all'acciaieria di Borgo» ulteriori analisi i cui esiti avrebbero evidenziato la presenza di contaminanti nelle diverse matrici ambientali analizzate;
nonostante tali rivelazioni, l'azienda sanitaria locale non ha ritenuto necessario adottare un'ordinanza inibitoria;
le indagini sanitarie richieste dalla procura della Repubblica sugli operai dello stabilimento di Borgo hanno invece dato esito molto positivo, così come i recenti controlli di APPA sui rottami in ingresso, sulla gestione delle acque di prima pioggia e sulle polveri di abbattimento delle emissioni in atmosfera, i quali hanno dimostrato il pieno rispetto, da parte dell'azienda, della normativa ambientale vigente;
il clima di diffidenza e di allarme causato, per il tramite della stampa, dai continui attacchi dei rappresentanti dei comitati locali, ha determinato una situazione di incertezza tra i cittadini del comune di Borgo in merito agli effetti nocivi delle emissioni provenienti dallo stabilimento. Ciò ha comportato l'aumento della già presenti tensioni sociali che sono sfociate, in taluni casi, anche a minacce nei confronti degli operai dello stabilimento o dei loro figli;
in relazione alla vicenda sono peraltro stati sentiti dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti sia il procuratore generale del tribunale di Trento, dottor Dragone, durante la seduta del 19 gennaio 2010 (che ha riferito in merito alle ragioni che hanno determinato coinvolgimento di personale del corpo forestale dello Stato di Vicenza nelle indagini preliminari del procedimento penale che ha determinato il sequestro dello stabilimento) che il presidente della provincia autonoma di Trento, Lorenzo Dellai, durante la seduta del 20 gennaio 2010, il quale ha ribadito come da l'acciaieria sia presente da decenni nel comune di Borgo -:
come intenda intervenire, nell'ambito delle proprie competenze, per porre fine ad una questione spinosa che vede coinvolto uno stabilimento nel quale risultano essere attualmente occupati 118 operai - oltre ai lavoratori della fabbrica di Odolo la cui esistenza dipende esclusivamente dalla produzione di Valsugana (arrivando così ad oltre 500 persone che in questo

momento di difficoltà economica vedono messo a repentaglio il loro posto di lavoro) - alla luce del fatto che le analisi effettuate del pool di esperti nominato dalla provincia nonché dalle autorità di controllo locali hanno dimostrato, il pieno rispetto della normativa vigente in materia ambientale da parte dell'azienda in questione.
(4-07643)

TESTO AGGIORNATO AL 15 FEBBRAIO 2011

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POLITICHE AGRICOLE, ALIMENTARI E FORESTALI

Interrogazione a risposta scritta:

DIMA e CARLUCCI. - Al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. - Per sapere - premesso che:
il regolamento (CE) n. 1967/2006 del Consiglio dell'Unione europea del 21 dicembre 2006 relativo a «Misure di gestione per lo sfruttamento sostenibile delle risorse della pesca nel Mar Mediterraneo e recante modifica del regolamento (CEE) n, 2847/93 e che abroga il regolamento (CE) n, 1626/94» stabilisce oltre alla dimensione minima delle maglie delle reti da pesca anche una taglia minima per le specie pescabili;
che quest'ultima disposizione determina limitazioni alla pesca di pesci sotto taglia per consumo umano, anche detta «pesca speciale», che risulta essere tipica e tradizionale in molte regioni italiane, tanto che, per esempio, in Calabria ha un'incidenza pari al 17 per cento sul totale della flotta;
il regolamento mediterraneo impone dei divieti all'effettuazione della pesca sulle praterie di fanerogame marine;
la stessa disposizione comunitaria prevede alcune deroghe in caso di utilizzo di attrezzi da pesca, quali la sciabica, altamente selettivi;
la totalità delle imbarcazioni dedite a questa pesca in Calabria rispecchiano esattamente tali prescrizioni;
in caso di mancata richiesta delle suddette deroghe, e secondo gli stessi dati allegati al «Piano di gestione nazionale della sciabica e reti di circuizione» elaborato dal Ministero per le politiche agricole, alimentari e forestali, le attuali aree di pesca per lo svolgimento di dette attività sarebbero ridotte in Calabria di oltre il 55 per cento -:
se il Ministro interrogato intenda valutare l'opportunità di integrare il «Piano di gestione nazionale della sciabica e reti di circuizione», in fase di trasmissione alla Commissione europea, con le osservazioni presentate dalla regione Calabria relativamente alla deroga per l'effettuazione delle attività di pesca all'interno delle tre miglia e in particolare sulle praterie di fanerogame marine così come peraltro previsto dall'articolo 4 dello stesso regolamento mediterraneo;
se il Ministro interrogato intenda dare il massimo impulso alla redazione dei piani di gestione di cui agli articoli 18 e 19 del suddetto regolamento all'interno dei quali la materia potrà trovare un definitivo e armonico ordinamento, con il supporto delle istituzioni scientifiche e la concertazione con le comunità di pescatori interessate.
(4-07634)

TESTO AGGIORNATO AL 25 FEBBRAIO 2011

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SALUTE

Interrogazione a risposta scritta:

SCHIRRU e FARINA COSCIONI. - Al Ministro della salute, al Ministro dell'economia e delle finanze. - Per sapere - premesso che:
una tra le principali trasformazioni previste nella manovra economica è l'innalzamento della soglia d'invalidità necessaria a percepire la pensione, portandola dall'attuale 74 per cento all'85 per cento. La conseguenza è l'esclusione dalle stesse

pensioni d'invalidità per chi ha la sindrome di Down, o per esempio, per coloro ai quali è stato amputato un braccio e la spalla o entrambi i piedi, per i sordomuti e per molti altri ancora;
come è noto, l'assegno d'invalidità ammonta a pochi spiccioli, cioè 277 euro e 57 centesimi al mese (3.330 euro e 85 centesimi all'anno), mentre il mantenimento in famiglia di una persona disabile e non autosufficiente può costare circa 2.500 euro al mese. Tale provvedimento andrebbe quindi a gravare sulla fascia di popolazione più debole, a tagliare sull'unico sistema di ammortizzatori sociali a cui queste famiglie, possono appoggiarsi, un sostegno economico fondamentale per chi soffre di queste sindromi o patologie e che riesce a trovare un lavoro retribuito solamente nel 10 per cento dei casi;
le famiglie, le associazioni si sono già attivate attraverso numerose iniziative tese a sollecitare l'attenzione del Governo su questi temi: per esempio, il «Coordinamento nazionale delle associazioni con sindrome di Down» (Coordown) ha scritto una lettera ai presidenti di Camera e Senato ed ai ministri dell'economia, del lavoro, della salute e delle pari opportunità, nella quale si esprime «sconcerto e gravissima preoccupazione» per quanto previsto dalla Manovra, che «escluderebbe tutte le persone con sindrome di Down con invalidità al 75 per cento». E poiché «soltanto il 10 per cento delle persone Down accede ad un lavoro retribuito, ne rimarrebbero moltissime senza alcun reddito»; la «Federazione italiana per il superamento dell'handicap» (Fish): ha annunciato «lo stato di mobilitazione» a causa del «pesante attacco all'unico ammortizzatore sociale d'inclusione per le persone con disabilità troppo gravi per veder riconosciute le loro potenzialità nel mercato del lavoro e troppo lievi per accedere ad altri percorsi assistenziali», annunciando una manifestazione per la mattina del 1o luglio 2010 davanti al Parlamento, con presidi territoriali nei capoluoghi di Regione; l'Associazione nazionale mutilati e invalidi civili» (Anmic) «ha intrapreso iniziative dirette a contrastare il provvedimento» e soprattutto contro «l'aumento assurdo della percentuale d'invalidità all'85 per cento per accedere all'assegno mensile». L'«Associazione nazionale diversamente abili» (Anida), ha denunciato «la severissima revisione per i titolari di accompagnamento e l'innalzamento della percentuale che dà diritto all'assegno di invalidità pone in atto una "macelleria sociale" che penalizza i veri disabili»;
non è possibile accettare che le persone con la sindrome di Down siano escluse da un sistema di welfare sempre meno equo ed amichevole;
inoltre, l'articolo 94, comma 3 della Legge 27 dicembre 2002, n. 289 «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2003)», stabilisce che la persona con sindrome di Down può essere dichiarata, qualora ne faccia richiesta, solo persona con handicap grave. Tuttavia, l'esenzione dalle visite di controllo cui fa riferimento l'articolo 94 riguarda solo quelle relative allo stato di handicap, non quelle per l'invalidità civile, che sono invece disposte quasi annualmente con decreto dal Ministero del tesoro, da cui conseguono (a seconda della valutazione della commissione medica) le provvidenze economiche. Come noto, il riconoscimento di handicap grave dà invece diritto alla priorità nei programmi e negli interventi dei servizi pubblici, a permessi e congedi sul posto di lavoro e, se associato alla titolarità dell'indennità di accompagnamento, a varie agevolazioni fiscali. Si evince pertanto che la situazione di gravità dell'handicap non comporta il riconoscimento dell'indennità di accompagnamento;
l'articolo 52 della legge 449 del 1997 si riferisce alle visite di controllo per l'invalidità civile avviate precedentemente al giugno 1996 (il comma 5 lo specifica) e pone un termine di 120 giorni, entro il quale queste devono essere disposte: non può quindi riguardare quelle che si stanno

svolgendo ora, per le quali, come anticipa il comma 6 dello stesso articolo, è stato emanato un diverso decreto ministeriale;
la legge n. 326 del 2003, pubblicata sul supplemento ordinario n. 181 del n. 274 della Gazzetta Ufficiale del 25 novembre 2003 ed entrata in vigore il giorno successivo alla stessa pubblicazione, detta all'articolo 42 disposizioni in materia di invalidità civile. In particolare, il comma 7 stabilisce: «Il comma 2 dell'articolo 97 della legge 23 dicembre 2000 n. 388, è sostituito dal seguente: 2. I soggetti portatori di gravi menomazioni fisiche permanenti, di gravi anomalie cromosomiche nonché i disabili mentali gravi con effetti permanenti sono esonerati da ogni visita medica, anche a campione, finalizzata all'accertamento della permanenza della disabilità. Con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con il Ministro della salute, sono individuate le patologie rispetto alle quali sono esclusi gli accertamenti di controllo ed è indicata la documentazione sanitaria, da richiedere agli interessati o alle commissioni mediche delle aziende sanitarie locali qualora non acquisita agli atti, idonea a comprovare l'invalidità»;
il 2 agosto 2007 il suddetto decreto è stato finalmente emanato e contiene l'elenco delle condizioni/patologie esonerate. Tuttavia, si riferisce esclusivamente a chi è riconosciuto titolare di indennità di accompagnamento e soprattutto non stabilisce una automaticità all'esonero dalle visite (queste non saranno più richieste ai cittadini solo nei casi in cui la documentazione in possesso delle ASL sia considerata utile e sufficiente dagli organi preposti alle verifiche); la voce n. 10 è quella nella quale le persone con sindrome di Down possono essere riferite;
per cui può succedere che, nonostante un riconoscimento d'invalidità del 100 per cento, quando una «persona con sindrome di Down non titolare dell'indennità di accompagnamento, compie la maggiore età acquisisce tutti i diritti e i doveri di qualsiasi altra persona, essendo riconosciuta per ognuno la capacità di intendere e volere e le si chieda di presentarsi a visita di verifica dello stato d'invalidità e di restituire le somme precedentemente ricevute -:
se non ritengano opportuno modificare e integrare le attuali disposizioni riguardanti la sindrome di Down, specificando che determinate patologie/sindromi siano esenti dall'accertamento delle condizioni di malattia, nonché dalle verifiche necessarie alla valutazione periodica delle condizioni di salute, poiché non sono soggette a miglioramenti, e al fine di chiarire che la soglia del 75 per cento d'invalidità non debba applicarsi alle persone con sindrome di Down.
(4-07638)

TESTO AGGIORNATO AL 15 FEBBRAIO 2011

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SVILUPPO ECONOMICO

Interrogazioni a risposta in Commissione:

BENAMATI. - Al Ministro dello sviluppo economico. - Per sapere - premesso che:
la Oerlikon-Graziano, azienda nel campo delle alte tecnologie ingegneristiche per migliorare le prestazioni delle macchine industriali e movimento terra, conta undici stabilimenti e due unità di vendita dislocate in tutta Europa (Italia, Repubblica Ceca, Russia e Regno Unito), in Asia (Cina ed India) e nel nord America, con otto dei suoi undici stabilimenti in Italia localizzati a Bari, Cuneo, in Cervere e Garessio, Luserna San Giovanni (To), Cento (Fe) e Porretta Terme (Bo);
la Oerlikon-Graziano, che attualmente è di proprietà di una multinazionale a maggioranza svizzera, sta attraversando da tempo un momento di crisi collegata a quella più generale del settore automobilistico;
l'azienda, da informazioni assunte, avrebbe presentato il 10 dicembre 2009 gli elementi di un piano industriale richiedendo l'intervento della cassa integrazione

guadagni straordinaria per un numero massimo di complessive 2658 unità impiegate nelle diverse unità produttive, relativamente al periodo 26 ottobre 2009-25 ottobre 2010;
il 19 gennaio 2010 si è svolto presso il Ministero dello sviluppo economico un incontro per proseguire l'esame del piano industriale del gruppo Oerlikon-Graziano. All'incontro hanno preso parte il Ministero, la direzione dell'azienda assistita dall'AMMA di Torino (le Aziende meccaniche meccatroniche associate) e da Unindustria Ferrara e la UGL Metalmeccanici insieme alle rappresentanze sindacali unitarie degli stabilimenti della società;
dal verbale dell'incontro del 19 gennaio 2010 si confermerebbe il ridimensionamento strutturale delle capacità produttive e delle risorse impegnate, in linea con la riconfigurazione e il ridimensionamento dei fatturati attesi e le conseguenti necessarie riorganizzazioni dei fattori produttivi. L'azienda attesterebbe quindi le dimensioni della crisi aziendale, le perdite di bilancio registrate e la indifferibile necessità di contenere i costi produttivi;
per lo stabilimento di Porretta Terme sorgono oggi diversi interrogativi circa il mantenimento nello stabilimento di lavorazioni di alta precisione e qualità, tanto più sul futuro dello stabilimento stesso;
sempre su Porretta Terme c'è incertezza sulle proposte aziendali, sia sul destino del personale che sugli investimenti, nonché l'intenzione dell'azienda di espellere 109 lavoratori, ritenuti in esubero, sui 290 attualmente in organico nello stabilimento -:
se risponda al vero quanto riportato in premessa e quali siano, in dettaglio, gli intendimenti per lo stabilimento di Porretta Terme, un polo di eccellenza operativo nel settore dei componenti per la trasmissione dei motori e un importante insediamento produttivo per tutta l'area dell'Alto Reno, i cui insediamenti artigianali ed industriali stanno già attraversando un grave momento di difficoltà.
(5-03057)

BOBBA. - Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
Enel nei primi mesi del 2008, ha deciso di procedere alla cessione dell'area di Leri Cavour alla società Agricola Trino ad un corrispettivo di 1,475 milioni di euro, dunque a un prezzo di circa 0,88 euro al metro quadrato;
l'area ceduta al privato è stata acquisita, a suo tempo, da Enel ad un prezzo agricolo di mercato attualmente corrispondente a circa 3-4 euro al metro quadrato e su di essa sono state realizzate importanti opere di bonifica e di urbanizzazione tramite il riporto in sito di centinaia di migliaia di metri cubi di inerti da cava, il cui valore di mercato attuale non è certamente diminuito;
l'area di Leri Cavour, per le sue caratteristiche e per il contesto socio-economico in cui è inserita, rappresenta un importante fattore di sviluppo e di «vantaggio competitivo» per il territorio vercellese e piemontese;
la regione Piemonte aveva a suo tempo delineato un'ipotesi di riutilizzo dell'area in questione, mirato alla promozione e realizzazione di un «Polo energetico ambientale», così come indicato dal Piano energetico ambientale regionale, di cui alla deliberazione del Consiglio regionale del 2004, dal patto per lo sviluppo territoriale sottoscritto nel dicembre 2005, dagli strumenti territoriali e urbanistici della provincia di Vercelli e del comune di Trino, dagli indirizzi strategici della regione Piemonte inerenti alla programmazione 2007-2013 dei fondi europei;
Enel spa, proprietaria delle aree e degli immobili compresi nel compendio immobiliare di Leri Cavour, tramite la controllata Dalmazia Trieste srl di Roma,

il 13 maggio 2007 su «La Stampa» aveva pubblicato l'invito a presentare proposte di acquisto per diversi fondi, tra cui il lotto 5 PMN 5002, area ex cantiere con cascina, di oltre 160 ettari a un prezzo minimo di euro 1.000.000», con esclusione del Borgo storico di Leri Cavour;
il comune di Trino, con nota 21 maggio 2007 n. 9241, aveva dichiarato il proprio interesse strategico per l'acquisizione della menzionata area di Leri Cavour, al prezzo base, riservandosi di trasmettere, entro la scadenza del 24 maggio 2007, la necessaria documentazione e di portare all'attenzione del Consiglio comunale di Trino, per il definitivo esame, la proposta di indirizzo di acquisizione dell'area formulata dalla Giunta comunale con propria deliberazione del 17 maggio 2007;
lo stesso Comune, con nota del 31 ottobre 2007, richiamando la sua precedente offerta, confermava ad Enel che erano in corso di definizione le intese istituzionali per la promozione del «Polo per attività di ricerca in campo energetico-ambientale» da realizzarsi nell'area di Leri-Cavour;
la regione Piemonte, con nota n. 17 del 9 gennaio 2007, a firma degli assessori all'energia e alla ricerca pro tempore, aveva confermato la volontà di procedere al concreto avvio del «Polo di ricerca energetico-ambientale» da localizzarsi nell'area di Leri-Cavour, così come previsto nel piano regionale del 2004;
a quanto risulta all'interrogante dai mezzi di stampa è attualmente in corso la stipula di un contratto preliminare di vendita di quote di società a responsabilità limitata tra la società Agricola Trino, proprietaria del terreno oggetto della vendita sopracitata, e la società Agatos Energia, agenzia di Enel Energia;
da quanto si apprende sul sito www.agatosenergia.it: «Agatos è un'azienda partner di Enel che si occupa di soluzioni per ridurre i costi energetici di privati ed aziende e sviluppare la produzione di energia da fonti rinnovabili» e «si occupa nello specifico della progettazione e realizzazione di impianti fotovoltaici e di altre fonti rinnovabili»;
oggetto della vendita sono quindi le quote societarie di Agricola Trino, la cui acquisizione consentirebbe ad Agatos Energia di disporre del terreno in questione, al fine di realizzare uno o più impianti fotovoltaici di potenza nominale non inferiore a 70 mwp, condizione questa che assume la forma specifica di causa dello stesso contratto;
in un articolo di La Stampa, del 10 febbraio 2008, Alessandro Fassina, titolare della Fassina partecipazioni che possiede il 33 per cento del capitale dell'Agricola Trino, rendeva noto che l'area appena aggiudicata sarebbe stata destinata alla coltivazione di riso, motivo per cui era stata oggetto di uno specifico sopralluogo, adducendo che «quella è terra di riso ed è quello che coltiveremo», anche perché, come ricordava lo stesso imprenditore la società ha come «oggetto lo svolgimento in via esclusiva delle attività agricole previste dall'articolo 2135 del codice civile»;
il prezzo della cessione delle quote, come si evince dall'articolo apparso mercoledì 16 giugno 2010 su Il Sole 24 Ore Nord Ovest, parrebbe stabilito in euro 6.500.000/00, ciò comportando che in due anni il fondo ha quasi quintuplicato il suo valore, ipotesi questa alquanto azzardata, oppure si potrebbe sostenere, più verosimilmente, che la precedente vendita sia stata fittizia o simulata;
si potrebbe dunque dedurre, ad avviso dell'interrogante, che Enel abbia prima svenduto l'area per poi indirettamente ricomprarla, attraverso una propria società partner, ad un prezzo ampiamente maggiorato;
da quanto si apprende dai mezzi di stampa, risulterebbe poi che la stessa società Agatos Energia avrebbe presentato domanda alla provincia di Vercelli per ottenere l'autorizzazione a realizzare sulla stessa area oggetto della cessione una nuova centrale fotovoltaica;

a conferma di quanto detto, il 27 aprile 2010 la società Agatos ha costituito la Agatos Green Power Trino s.r.l., Agatos Green Power Trecate s.r.l. e Agatos Green Power San Gillio s.r.l., tre società che nel proprio oggetto sociale prevedono la realizzazione di impianti fotovoltaici;
il decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31, recante «Disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell'esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché misure compensative e campagne informative al pubblico, a norma dell'articolo 25 della legge 23 luglio 2009, n. 99», all'articolo 8 definisce le caratteristiche delle aree idonee alla localizzazione degli impianti nucleari, dai quali si può dedurre l'attitudine del comune di Trino;
appare una fortuita coincidenza che il fondo, l'unico bene appartenente alla società Agricola Trino, che Agatos Energia si sta apprestando di fatto ad acquistare, sia anche uno dei pochi siti in Italia ad avere le caratteristiche per la localizzazione di nuovi impianti nucleari;
a seguito delle dimissioni del presidente della provincia di Vercelli, Renzo Masoero, rassegnate in data 8 marzo 2010 e conseguenti all'arresto per reati di concussione, recentemente patteggiati dall'interessato, con decreto del prefetto di Vercelli - 0005678 del 29 marzo 2010, è stato sospeso il consiglio provinciale di Vercelli, e contestualmente è stato nominato il commissario prefettizio nella persona del dottor Leonardo Cerenzia;
appaiono inopportune, a giudizio dell'interrogante, la cessione iniziale e successiva in corso di realizzazione; inoltre sembra esservi stata un'effettiva sottrazione di valore economico da un terreno urbanizzato con il denaro dei contribuenti -:
se non si ritenga doveroso, fatto salvo il diritto all'autonomia contrattuale delle parti, fare chiarezza sulle dinamiche intercorse tra i soggetti coinvolti, fino ad oggi, ad avviso dell'interrogante, alquanto opache;
se non si ritenga urgente intervenire quanto prima affinché risulti preminente l'interesse della collettività vercellese rispetto a quelli meramente economici, seppur in vista della possibile realizzazione di impianti fotovoltaici e quindi atti al risparmio energetico;
se non si ritenga doveroso verificare se l'area di proprietà di società Agricola Trino, nell'ambito del contratto di cessione delle quote societarie della stessa società, sia effettivamente destinata alla realizzazione di impianti fotovoltaici, oppure sia in realtà oggetto di un possibile insediamento di una nuova centrale nucleare;
se il commissario prefettizio, dottor Leonardo Cerenzia, sia puntualmente informato di quanto fino ad oggi accaduto e non ritenga di valutare, anche alla luce di quanto esposto in premessa, l'eventuale concessione dell'autorizzazione.
(5-03072)

Interrogazioni a risposta scritta:

BELLANOVA. - Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'economia e delle finanze. - Per sapere - premesso che:
l'azienda Numonyx è stata creata nel 2008 dalla società Intel e da StMicroelectronics, di cui azionista di maggioranza è la Cassa depositi e prestiti, con lo scopo di fare divenire questa nuova azienda leader nel settore della microelettronica. Numonyx, oltre ad occuparsi della costruzione di memorie non volatili «a semiconduttore», compie anche attività di ricerca per individuare modalità utili all'impiego di tecnologie sempre più sofisticate in grado di competere a livello mondiale;
la microelettronica non è solo un settore importante per lo sviluppo e l'innovazione di specifiche tecnologie, per le competenze e le professionalità presenti

nel settore, ma anche perché può rappresentare un importante volano di innovazione per il settore industriale in Italia;
pochi mesi fa Numonyx è stata ceduta alla società concorrente statunitense Micron, senza che fosse chiaro, alle organizzazioni sindacali né tanto meno ai lavoratori, quali fossero le condizioni a tutela dello sviluppo dell'attività e dell'occupazione in Italia. Sembrerebbe, per altro, che la stessa Micron abbia già fatto sapere di non essere interessata all'investimento sulle memorie flash, trampolino di lancio della precedente società e che, cosa ancor più grave, ad oggi non abbia ancora presentato un piano industriale;
in un momento congiunturale di crisi come quello che il nostro Paese si trova ad attraversare, questa situazione ha destato molta preoccupazione tra i lavoratori della Numonyx, personale esperto e specializzato nella produzione delle sopracitate memorie, per il loro futuro lavorativo e di vita;
il giorno 11 maggio 2010 le organizzazioni sindacali hanno tenuto un incontro, richiesto dalle stesse già nell'aprile 2010 e poi slittato, presso il Ministero dello sviluppo economico durante il quale le organizzazioni sindacali non hanno potuto fare altro che prendere atto del completamento dell'operazione di cessione aziendale, lamentando per altro che questo sia avvenuto senza aver preso in considerazione alcuna garanzia occupazionale e di prospettiva;
va aggiunto che nella stessa sede, il Ministero dello sviluppo economico, per mezzo dei suoi rappresentanti, si era impegnato a calendarizzare, insieme con la Presidenza del Consiglio dei ministri, un momento di confronto tra le parti per fare il punto della situazione, in modo da poter attuare una valutazione complessiva più ampia, partendo proprio dalle garanzie occupazionali e dalle prospettive delle tre aziende coinvolte. Ad oggi, però, ancora non si è avuta alcuna notizia in merito all'incontro preannunciato con la conseguenza che lo stato di preoccupazione dei lavoratori continua ad aumentare -:
se i Ministri interrogati non ritengano di intervenire con urgenza al fine di predisporre quanto possa essere utile a convocare con celerità un incontro tra le parti interessate, tenendo anche in debita considerazione che proprio la Cassa depositi e prestiti è l'azionista di maggioranza di STMicroelettronics e che migliaia di lavoratori italiani aspettano una dovuta risposta per programmare il proprio futuro di vita e lavorativo.
(4-07616)

JANNONE e CARLUCCI. - Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. - Per sapere - premesso che:
la Indesit ha annunciato l'intenzione di chiudere lo stabilimento di Brembate, mettendo a rischio 430 lavoratori. Nella stessa situazione si trovano i 70 colleghi di Refrontolo. Una notizia improvvisa per sindacati e lavoratori, che ieri hanno incrociato le braccia per protesta. In realtà, come hanno precisato dall'azienda, «nel piano per l'Italia non si parla di chiudere gli stabilimenti. È ancora presto per dire quali saranno gli sviluppi». Il 17 giugno 2010 è previsto un incontro con i sindacati. La chiusura è una decisione inaccettabile secondo i rappresentanti dei lavoratori che non sono stati informati dall'azienda della scelta di accorpare gli stabilimenti al Centro e al Sud. Ferdinando Uliano, segretario generale della Fim-Cisl, ha tuonato: «Ci sono tutte le condizioni per mantenere la produzione in bergamasca. È grave che abbiamo appreso la notizia dai mass media», anche la segretaria nazionale Anna Trovò è intervenuta: «Respingiamo l'idea che l'efficienza si ottenga chiudendo le fabbriche e licenziando i lavoratori». La Uil Bergamo ha invece ricordato che «la proprietà, anche nella riunione di ieri nella sede di Confindustria Bergamo, ha sempre negato tale ipotesi». Aggiungendo: «La chiusura provocherebbe, per la provincia e l'intero territorio, la perdita irreparabile di un patrimonio storico e industriale di assoluta rilevanza economica»;

ferma condanna per la decisione di chiudere gli stabilimenti arriva dal vice-segretario nazionale dell'Ugl metalmeccanici Laura de Rosa: «chiediamo all'azienda di rivedere i suoi piani e soprattutto di organizzare un confronto con le organizzazioni sindacali al fine di garantire tutti i livelli occupazionali in Italia». Il sito bergamasco è l'unico in Italia dedicato alla produzione di lavabiancheria a carica dall'alto, vendute soprattutto nel centro ed est Europa. Nei reparti si viaggia con il freno tirato ormai da oltre un anno. Si gira sui 300 mila pezzi all'anno, quando la capacità produttiva potrebbe arrivare a 700 mila, con picchi, nel recente passato, anche di un milione di pezzi, quando ancora c'erano le lavatrici a carica frontale, produzione andata via via calando fino allo stop completo della primavera di due anni fa;
la crisi ci ha messo del suo in un mercato come quello della «carica dall'alto» che, nonostante l'alto contenuto tecnologico che i sindacati tengono a sottolineare, più di altri ha risentito del calo della domanda soprattutto nell'Est Europa. Il 2009 a Bremabate si è chiuso con la metà dei giorni lavorativi coperti dalla cassa integrazione ordinaria. Il 2010 non registra miglioramenti. A breve partirà un'altra tranche di cassa e fermata collettiva, fino all'inizio di luglio. Giusto in questi giorni ci sono state le consultazioni di prassi con il sindacato, ma al tavolo con l'azienda non si parlava ancora di chiusura. La decisione è arrivata nella tarda mattinata del 9 giugno dal consiglio di amministrazione. Il board si è riunito a Fabriano «per discutere il piano presentato dal management per il consolidamento della presenza industriale Indesit in Italia», come recita la nota diffusa dopo il via libera al programma che prevede nel triennio 2010-2012 investimenti per 120 milioni di euro. Il disegno industriale parla di investimenti in innovazioni di prodotto e di processo «diretti soprattutto a focalizzare la missione degli stabilimenti italiani del gruppo su produzioni ad alto contenuto tecnologico». «Viene altresì confermata la centralità dell'Italia sul fronte della ricerca, dell'innovazione e dello sviluppo di prodotto», aggiunge la nota;
si parla anche di «accorpamento negli impianti del centro-sud Italia di alcune produzioni». Ciò significa che il numero degli stabilimenti è destinato a diminuire da otto a sei. Oggi Indesit conta due insediamenti a Fabriano, due in provincia di Caserta, quasi contigui ma in due comuni diversi, Marinaro e Teverola, e uno ciascuno a Brembate, Refrontolo, Comunanza, in provincia di Ascoli Piceno, e None, nel Torinese. Per quest'ultima fabbrica nel 2009 si parlò di chiusura, con circa 600 posti di lavoro allora in discussione, e la trattativa con i sindacati, accompagnata da scioperi e proteste, portò alla fine a concordare il mantenimento di una parte della produzione, le lavastoviglie da incasso per l'Europa occidentale, con il ricorso alla cassa integrazione straordinaria ed esodi incentivati: finora si è arrivati all'incirca a 160 uscite, tra prepensionamenti e volontari;
il confronto con i sindacati sul piano approvato il 9 giugno inizierà nei prossimi giorni ad Ancona, dove è convocato il coordinamento nazionale. Il consiglio d'amministrazione, conclude la nota, «ha dato mandato al management di avviare una fase di discussione con le parti sociali, che si prevede debba concludersi entro l'inizio del quarto trimestre 2010». In altre parole, c'è tempo fino a settembre, ottobre 2010 per fare tutti gli approfondimenti e le valutazioni necessarie per arrivare a scelte definitive e raggiungere «intese che rendano possibile l'esecuzione del piano di investimenti in un contesto di competitività sostenibile»;
oltre agli otto stabilimenti italiani, il gruppo ne ha altri otto all'estero: quattro in Polonia, due in Russia, uno in Turchia e un altro in Inghilterra per un totale di 16 mila persone. Nel 2009 Indesit ha fatturato circa 2,6 miliardi, per l'83 per cento all'estero, nella grande Europa che va dal Portogallo alla Russia, e il restante 17 per cento in Italia, dove si concentra

invece il 40 per cento dei volumi prodotti dal gruppo. Su tutto il mercato europeo il calo della domanda è stato del 15 per cento nell'ultimo biennio. Per continuare a produrre in Italia con un «assetto sostenibile» è stato varato il piano che prevede investimenti pari a tre volte e mezza l'utile netto del 2009, attestato a 35 milioni; tuttavia per Brembate Sopra si prospetta soltanto la chiusura -:
quali iniziative il Ministro intenda tempestivamente attuare al fine di salvaguardare i posti di lavoro degli stabilimenti Indesit in Italia, ma soprattutto quelli di Brembate Sopra e di Refrontolo.
(4-07621)

...

Apposizione di firme ad una interrogazione.

L'interrogazione a risposta scritta Giachetti e Nucara n. 4-07559, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 10 giugno 2010, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Angela Napoli, Cristaldi, Laboccetta, Della Vedova, Mario Pepe (PdL), Patarino, Vannucci.

Pubblicazione di un testo riformulato.

Si pubblica il testo riformulato della interrogazione a risposta in commissione Ghizzoni n. 5-02984, già pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta n. 331 del 3 giugno 2010.

GHIZZONI. - Al Ministro della salute. - Per sapere - premesso che:
in Italia sono diagnosticati ogni anno circa 27.000 nuovi casi di tumore alla mammella e la probabilità per una donna di ammalarsi nel corso della vita di questo tipo di tumore è di 1 su 13, ossia il 6,3 per cento di tutte le donne;
si ritiene che circa il 5-10 per cento dei casi di cancro della mammella sia il risultato di una predisposizione genetica. In particolare, la mutazione di due geni - BRCA1 e BRCA2 - è associata ad un aumentato rischio di cancro della mammella. La frequenza delle mutazioni in BRCA1 nella popolazione generale è stimata in 1 su 500-1.000 individui, quella relativa al gene BRCA2 è sconosciuta. I soggetti portatori di uno di questi geni hanno un alto rischio nel corso della loro vita di sviluppare un cancro della mammella. Per quanto riguarda altri tipi di tumori, una mutazione in BRCA1, e più raramente in BRCA2, può aumentare anche il rischio per il cancro dell'ovaio. Una mutazione in BRCA2 specificatamente aumenta il rischio per il cancro della mammella negli uomini ed il cancro pancreatico in entrambi i sessi;
circa il 10 per cento delle donne che hanno sviluppato un cancro della mammella sotto l'età di 40 anni, indipendentemente dalla storia familiare, ha una mutazione BRCA1 ed il 2-3 per cento ha una mutazione BRCA2;
il rischio, basato su calcoli epidemiologici, per i portatori di una di queste mutazioni di sviluppare nel corso della vita il cancro della mammella è variabile, specie in funzione della modalità di accertamento (famiglie ad alto rischio o screening di popolazione). La storia familiare di carcinoma della mammella in un parente di primo grado (genitore, sorella/fratello, figli) aumenta il rischio di sviluppare la malattia, che cresce in maniera considerevole se tre familiari di primo grado hanno avuto un carcinoma mammario o un tumore correlato; in tali casi, a livello internazionale, è condivisa l'utilità di approfondimento con la ricerca di mutazioni dei geni BRCA1/BRCA2;
la regione Emilia-Romagna (con la delibera n. 1035 del 20 luglio 2009), nell'ambito del programma di screening mammografico, ha previsto un intervento specifico che riguarda le donne che presentano rischio genetico-familiare per il tumore della mammella. In particolare, i profili individuati per la verifica di tale rischio sono: le donne appartenenti alla

popolazione a rischio generico (circa il 90 per cento), per le quali non si prevedono interventi particolari se non quelli previsti dal programma di screening mammografico; le donne a rischio familiare moderatamente più elevato (da 2 a 4 volte), per le quali si prevede l'applicazione di quanto previsto dallo screening mammografico anticipando però la proposta di mammografia annuale a partire dai 40 anni; le donne a rischio familiare molto elevato per le quali è previsto il servizio di counseling ontogenetico, in uno dei centri specialistici regionali di riferimento, per l'eventuale verifica di alterazioni genetiche BRCA1 e BRCA2 e la successiva proposta di controlli periodici, che includono tutti gli esami necessari per una diagnosi precoce di tumore mammario (quali mammografia, ecografia, risonanza magnetica). Si sottolinea che i pazienti con mutazione BRCA1 e BRCA2 sono già esenti dal ticket per patologia neoplastica (048);
per gli individui gene-carriers accertati, l'aderenza ai protocolli di sorveglianza presenta oggettive difficoltà, poiché il test genetico ma soprattutto gli accertamenti clinico-radiologici non sono esenti da ticket -:
se il Ministro interrogato, in considerazione degli alti costi sociali e umani provocati dal tumore alla mammella, non intenda adoperarsi per inserire nei livelli essenziali di assistenza (Lea) il test genetico e gli esami finalizzati ad una diagnosi precoce di tumore mammario negli individui gene-carriers. (5-02984)

Ritiro di un documento del sindacato ispettivo.

Il seguente documento è stato ritirato dal presentatore: interpellanza urgente Lehner n. 2-00736 del 1o giugno 2010.

Trasformazione di un documento del sindacato ispettivo.

Il seguente documento è stato così trasformato su richiesta del presentatore: interrogazione a risposta in commissione Ghizzoni e De Pasquale n. 5-02723 dell'8 aprile 2010 in interrogazione a risposta scritta n. 4-07629.