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Resoconto dell'Assemblea

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XVI LEGISLATURA

Allegato B

Seduta di giovedì 7 aprile 2011

ATTI DI INDIRIZZO

Mozioni:

La Camera,
premesso che:
le carceri italiane versano in uno stato di sovraffollamento non tollerabile: le 206 strutture penitenziarie presenti sul territorio nazionale ospitano 67.961 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 45.022, con un tasso di sovraffollamento del 151 per cento che posiziona, secondo questo specifico indice, il nostro Paese tra quelli meno civili d'Europa;
metà della popolazione carceraria, il 43,25 per cento, è costituita da imputati in attesa di giudizio, il cui regime custodiale risulta, se possibile, peggiore di quello riservato ai condannati. Da un lato, infatti, la cronica insufficienza e il degrado delle carceri italiane fanno sì che sia disattesa la previsione ordinamentale che ne prescriverebbe la custodia in strutture diverse da quelle previste per i condannati; dall'altro, rispetto a questi ultimi, dai quali devono essere comunque separati seppure all'interno di strutture comuni, essi scontano un regime più rigido, con intollerabile pregiudizio del principio di innocenza non essendosi formato nei loro confronti un giudicato penale di condanna;
la politica criminale degli ultimi anni, segnatamente degli ultimi tre, ha pericolosamente oscillato tra provvedimenti, anche di natura processuale, la cui natura straordinaria ha avuto come effetto l'incentivazione delle spinte securitarie e l'istituzionalizzazione dell'emergenza, senza risolverla né sul fronte dell'ingolfamento processuale né su quello del trattamento sanzionatorio;
in particolare, tra il 2007 e il 2010 è stato riassorbito l'effetto della legge 31 luglio 2006, n. 241, di concessione dell'indulto. La popolazione carceraria è passata, infatti, dai 39.005 detenuti del 31 dicembre 2006 ai 68.258 del 30 giugno 2010, secondo i dati diffusi dall'associazione Antigone;
della legge 26 novembre 2010, n. 199, cosiddetta «svuota carceri», che consente la detenzione domiciliare per i condannati a pena pari o inferiore ai dodici mesi, anche come residuo di pena maggiore, hanno beneficiato, secondo i dati del Ministero della giustizia, 1.788 detenuti, a fronte di una platea di potenziali destinatari stimata in 7.992 beneficiari, e ciò anche a causa della mancata predisposizione di un'adeguata rete di servizi sociali e di pubblica utilità. Tale carenza si è scaricata, come era prevedibile, su tutti quei detenuti privi di famiglie pronti ad accoglierli e in misura maggiore sui cittadini extracomunitari, che non hanno potuto godere degli effetti della norma, anche quando condannati per quei reati di minore gravità che sono presupposti ai fini della concessione del beneficio;
il ricorso a provvedimenti deflattivi connotati da urgenza e contingenza, come quelli sopra menzionati, è contraddetto da misure di segno contrario, come quella contenuta nella legge 15 luglio 2009, n. 94 (pacchetto sicurezza), che ha modificato l'articolo 135 del codice penale, aumentando il parametro di conversione delle pene detentive in pene pecuniaria da 38 a 250 euro per giorno, impedendo così ai meno abbienti di accedere al beneficio, con sostanziale sacrificio del principio di uguaglianza;
il Ministro della giustizia ha più volte annunciato un «piano carceri» per la costruzione di nuovi stabilimenti di pena, con un investimento pubblico di 670 milioni di euro volto a creare 9.700 posti letto in più, comunque insufficienti rispetto ai 23.600 ad oggi necessari;
secondo la ricerca effettuata dal centro studi dell'associazione Ristretti Orizzonti, sulla base dei dati ufficiali forniti dalla ragioneria generale dello Stato, dalla Corte dei conti e dal Ministero della giustizia - dipartimento dell'amministrazione

penitenziaria, negli ultimi 10 anni il sistema penitenziario è costato alle casse dello Stato circa 29 miliardi di euro, ma l'andamento della spesa non risulta in alcun modo collegato a quello della popolazione detenuta. Infatti negli anni 2007-2010 le spese di personale sono state tagliate di 119.225.000 euro (circa il 5 per cento del budget a disposizione nel 2007), mentre nello stesso periodo le spese di mantenimento dei detenuti, di manutenzione e funzionamento delle carceri hanno subito una decurtazione di 205.775.000 euro, pari al 31,2 per cento. Così mentre il sovraffollamento è cresciuto, portando la popolazione detenuta quasi a raddoppiare, passando dalle 39.005 unità del 1o gennaio 2007 alle 67.961 del 31 dicembre 2010, la spesa media giornaliera pro capite è scesa a 113 euro (nel 2007 era di 198,4 euro, nel 2008 di 152,1 euro e nel 2009 di 121,3 euro);
nel dettaglio - sempre secondo la ricerca dell'ufficio studi di Ristretti Orizzonti - di questi 113 euro di spesa pro capite: 95,3 (pari all'84,3 per cento del totale) servono per pagare il personale; 7,36 (6,2 per cento del totale) sono spesi per il cibo, l'igiene, l'assistenza e l'istruzione dei detenuti; 5,60 (5,4 per cento del totale) per la manutenzione delle carceri; 4,74 (4,1 per cento del totale) per il funzionamento delle carceri (elettricità, acqua e altro). Al netto dei costi per il personale penitenziario e per l'assistenza sanitaria, di competenza del Ministero della salute, nel 2010 la spesa complessiva per il «mantenimento» dei detenuti è stata pari a 321.691.037 euro, quindi ogni detenuto ha a disposizione beni e servizi per un ammontare di 13 euro al giorno;
il Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria) nel 2009 rilevava la relazione inversamente proporzionale tra numero dei detenuti e personale penitenziario. Nel 2001 erano presenti 41.608 agenti penitenziari a fronte di 53.165 detenuti, nel 2009 gli agenti sono stati 39.000 e i detenuti 64.859. La pianta organica della polizia penitenziaria è fissata per legge in 45.121 unità ed oggi risulta, pertanto, scoperta per circa 6.000 unità;
l'esperienza dimostra che esiste una correlazione tra l'accesso ai benefici concessi dall'ordinamento e la riduzione del tasso di recidiva e, per converso, una correlazione tra il numero di carcerazioni e l'aumento del tasso di recidiva; il che, se non dimostra, di per sé, l'effetto positivamente «causale» dei benefici sulla riabilitazione sociale dei detenuti, dimostra che le misure alternative alla detenzione non scaricano affatto un maggior costo sociale sulla popolazione generale,


impegna il Governo:


ad assumere iniziative volte ad adeguare, in vista dei prossimi provvedimenti finanziari, la spesa pro capite per detenuto, prevedendo, rispetto alla base del 2007, una riduzione non superiore a quella media relativa al comparto Ministeri;
a predisporre sul piano normativo un complesso di riforme - dalla depenalizzazione dei reati minori, ad una più ampia e più certa accessibilità delle misure alternative alla detenzione, dalla definizione di parametri più accessibili per la conversione delle pene detentive in pene pecuniarie, ad una più severa limitazione del ricorso alla custodia cautelare in carcere - che avrebbero, nel complesso, un effetto strutturalmente deflattivo, concorrendo a migliorare le condizioni di detenzione e a rendere servibili quegli strumenti di trattamento che perseguono le finalità rieducative costituzionalmente connesse alla pena;
a implementare il «piano carceri» attraverso il ricorso a forme di partecipazione privata ai programmi di edilizia penitenziaria, utilizzando quegli strumenti di mercato che, anche sul piano urbanistico, possono incentivare gli investitori privati a collaborare con lo Stato ad un progetto di riconversione del sistema e dei modelli di detenzione e di riqualificazione

delle case circondariali e di reclusione non più utilizzabili per l'ospitalità dei detenuti.
(1-00612)
«Della Vedova, Perina, Granata».

La Camera,
premesso che:
nella città di Cagliari il colle di Tuvixeddu, la Montagna Sacra che incorpora la necropoli punica più vasta del Mediterraneo, è un monumento mondiale che fa grande la Sardegna e l'Italia sotto il profilo monumentale, paesaggistico, culturale e identitario. Trattasi di un complesso morfologico, che comprende due colline, Tuvixeddu e Tuvumannu, esteso per oltre 60 ettari all'interno della città di Cagliari che comprende innumerevoli peculiarità ambientali per paesaggi e biodiversità, oltre ad una eccezionale testimonianza di storia e di archeologia punica e romana;
nonostante l'attività di cava della Italcementi, protrattasi fino agli anni Settanta, abbia devastato l'area archeologica con la distruzione di migliaia di tombe intatte ed inferto delle ferite profonde al paesaggio, ancora visibili, tuttavia restano evidenti le caratteristiche paesaggistiche ed archeologiche che fanno di quest'area uno dei più rari e straordinari esempi di paesaggio antico, in cui insistono: la più grande necropoli fenicio-punica del Mediterraneo con più di 1000 tombe rilevate; un centinaio di rilevanti sepolcri risalenti al periodo romano; cave antiche di calcare e decine di cisterne; uno straordinario habitat rupestre; villini liberty. Ai sensi della legge n. 1089 del 1939, l'area è stata tutelata con vincolo archeologico in maniera insufficiente, e solo nel 1996 è stato ampliato, pervenendo ad una perimetrazione non ancora adeguata. Nel 1997 è stato apposto il vincolo paesaggistico ai sensi della legge n. 1497 del 1939;
nonostante il doppio vincolo le competenti Soprintendenze hanno autorizzato nel 1999 un progetto edificatorio di ben 273 mila metri cubi, nonché la realizzazione di una devastante strada di scorrimento veloce a ridosso della necropoli, successivamente inseriti in un contestato accordo di programma del 2000 tra comune di Cagliari e imprese private per la costruzione di un quartiere residenziale con 400 appartamenti;
nel 2004 una revisione della impostazione della tutela ambientale è stata introdotta dal codice dei beni culturali e del paesaggio (decreto legislativo n. 42 del 2004 - Codice «Urbani») che introduce il concetto del bene paesaggistico come unità contestuale. In questa nuova percezione del paesaggio assume grande importanza il processo di ricostruzione della fisionomia storica del sistema dei Colli prospicienti la laguna di S. Gilla, sulle cui sponde sorse la città fenicia e punica di Cagliari;
la regione Sardegna in applicazione del codice dei beni culturali e del paesaggio, ha elaborato nel 2006 il piano paesaggistico regionale, improntato al nuovo concetto di bene paesaggistico per un recupero dell'unità ambientale nel suo contesto, inserendo l'area di Tuvixeddu-Tuvumannu tra le zone da proteggere;
il 21 febbraio 2007 la commissione regionale per il paesaggio ha pronunciato una dichiarazione di notevole interesse pubblico in relazione all'intero contesto;
in conseguenza la regione Sardegna ha adottato il successivo vincolo paesaggistico ed il necessario provvedimento che ha bloccato gli incombenti progetti edilizi e creato le premesse per una operazione di recupero e valorizzazione ambientale e culturale;
il tribunale amministrativo regionale della Sardegna, in data 8 febbraio 2008, accogliendo il ricorso avverso tale provvedimento presentato dal comune di Cagliari e da varie imprese costruttrici, ha annullato i vincoli posti dalla regione; la decisione del tribunale amministrativo regionale a sua volta è stata impugnata dalla regione Sardegna davanti al Consiglio di Stato, VI sezione;

il Ministero per i beni e le attività culturali è intervenuto dinanzi al Consiglio di Stato a sostegno dei vincoli apposti dalla regione Sardegna;
una sentenza del Consiglio di Stato ha poi confermato la precedente sentenza del tribunale amministrativo regionale della Sardegna dell'8 febbraio 2008;
il Consiglio di Stato, con sentenza 5 febbraio 2010 n. 538, riformando la sentenza del tribunale amministrativo regionale, ha accolto il ricorso della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici. I giudici di palazzo Spada hanno restituito validità ai decreti coi quali l'allora responsabile dell'ufficio Fausto Martino aveva annullato gli ultimi due nullaosta paesaggistici concessi dal comune ad agosto del 2008. Il Consiglio di Stato, nel disporre l'annullamento, ha ribadito la necessità di ottenere le autorizzazioni edilizie per ogni singolo intervento con adeguata motivazione paesaggistica, in applicazione alla modifica del codice «Urbani» del 31 dicembre 2009, che chiama le Soprintendenze paesaggistiche a dare un parere vincolante sulle autorizzazioni;
il Soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici della Sardegna, il 22 luglio 2009, prot. 7157/Ca ha dato «comunicazione dell'inizio del procedimento di riconoscimento di notevole interesse storico artistico» ex articolo 10 comma 1, comma 3 lettera a), comma 4, lettera h), articolo 13, comma 1 e articolo 14, comma 1 del decreto legislativo n. 42 del 2004 e successive modificazioni e integrazioni - del «complesso minerario industriale di Tuvixeddu», perché «si rende necessario esplicitare la dichiarazione di interesse culturale del complesso di cui all'oggetto... avviando d'ufficio il procedimento di verifica dell'interesse culturale per la porzione di proprietà pubblica»... e del «particolare interesse storico-artistico... per la restante parte di proprietà privata»;
in data 8 luglio 2010 il direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici della Sardegna, ha firmato il decreto con il quale viene apposto il vincolo all'immobile definito «complesso minerario industriale di Tuvixeddu» sito nel comune di Cagliari per cui vengono applicate nuove misure di salvaguardia;
il convegno internazionale Africa Romana riunito a Sassari nel dicembre 2010 accoglie un documento di richiesta della salvaguardia del compendio Tuvixeddu-Tuvumannu proposto da eminenti studiosi. Ciò si aggiunge ai numerosi contributi ed interventi di tutela sollecitati dalla Legambiente ed altre associazioni ambientaliste e culturali;
infine la sentenza del Consiglio di Stato sez. VI n. 1366 del 3 marzo 2011 ribadisce la piena validità dell'inserimento nel piano paesaggistico regionale dell'area del compendio paesaggistico di Tuvixeddu-Tuvumannu e quindi, ai sensi dell'articolo 143 del «codice», comma 9, «a far data dall'adozione del piano paesaggistico non sono consentiti, sugli immobili e nelle aree di cui all'articolo 134, interventi in contrasto con le prescrizioni di tutela previste nel piano stesso. A far data dalla approvazione del piano le relative previsioni e prescrizioni sono immediatamente cogenti e prevalenti sulle previsioni dei piani territoriali ed urbanistici»;
la sentenza 1366/2011 afferma che: «per consolidata giurisprudenza la situazione materiale di compromissione della bellezza naturale che sia intervenuta ad opera di preesistenti realizzazioni, anziché impedire, maggiormente richiede che nuove costruzioni non deturpino ulteriormente l'ambito protetto (Cons. Stato, VI, 13 febbraio 1976, n. 87; 11 giugno 1990, n. 600; 25 agosto 1995, n. 820; II, 17 giugno 1998, n. 53): non è dunque contraddittoria con l'imposizione del vincolo la circostanza che, in una parte della perimetrazione, insistano di fatto realizzazioni che a loro tempo abbiano contrastato i valori che per il futuro con il piano paesaggistico regionale si intende proteggere» e che «Il piano paesaggistico poteva, ai sensi dell'articolo 134, lettera c) del Codice, direttamente qualificare come beni

paesaggistici, tipizzandole e sottoponendole a specifiche misure di salvaguardia e di utilizzazione come prevedeva l'allora articolo 143, comma 1, lettera i), aree - ulteriori rispetto a quelle dichiarate tali in via amministrativa o ex lege - il cui valore specifico da tutelare è dato da caratteri simili, o di analogo fondamento, rispetto a quelli considerati per i vincoli provvedimentali dell'articolo 136 o per quelli ex lege dall'articolo 142, e il cui effetto ricognitivo è quello proprio dei quei vincoli paesaggistici, cui si deve aggiungere un contenuto prescrittivo, posto dal Piano stesso contestualmente alla loro individuazione»;
inoltre l'indirizzo inequivocabile contenuto nella citata sentenza è: «Resta stabilito, quanto alla concreta ed autonoma disciplina di salvaguardia, che la regolamentazione definitiva dell'area è rinviata ad un'intesa tra Comune e Regione, fermo che «all'interno dell'area individuata è prevista una zona di tutela integrale, dove non è consentito alcun intervento di modificazione dello stato dei luoghi, e una fascia di tutela condizionata (articolo 48, comma 2, delle NTA)»,


impegna il Governo


ad assumere iniziative urgenti, per quanto di propria competenza e anche collaborando in tal senso con il comune di Cagliari e la regione autonoma della Sardegna, per dare corso agli indirizzi di tutela contenuti nella sentenza del Consiglio di Stato ed in particolare all'applicazione di misure urgenti di salvaguardia, comprendenti anche la sospensione dei lavori in corso nell'area, al fine di non arrecare ulteriore compromissione al compendio, misure propedeutiche alla regolamentazione definitiva dell'area, fermo restando che «all'interno dell'area individuata è prevista una zona di tutela integrale, dove non è consentito alcun intervento di modificazione dello stato dei luoghi, e una fascia di tutela condizionata (articolo 48, comma 2, delle NTA)».
(1-00613) «Granata, Della Vedova».

Risoluzioni in Commissione:

La VII Commissione,
premesso che:
si registra una notevole attività di accertamento da parte dell'Agenzia delle entrate, del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, della SIAE e dell'Enpals nei confronti di associazioni sportive dilettantistiche, impegnate nella gestione di attività sportive a carattere promozionale e/o agonistico e di impianti sportivi pubblici e privati;
questa situazione sta determinando uno stato di preoccupazione in seno al mondo sportivo dilettantistico, in particolare per le modalità con cui tali accertamenti vengono eseguiti;
la prosecuzione delle ispezioni presso le associazioni attraverso interviste e questionari generalizzati rivolti agli associati delle stesse, non indirizzati a verificare la reale attività sportiva svolta dall'associazione in favore dei soci, ma solo ad acquisire informazioni sulla partecipazione formale degli stessi al momento assembleare del sodalizio sportivo, non tiene conto della complessità di tale attività e delle difficoltà cui va incontro ogni giorno la dirigenza sportiva e può procurare un danno di immagine ed economico all'attività delle associazioni;
la comminazione di sanzioni rilevanti, come avvenuto, avrà il risultato di provocare disaffezione a catena nell'ambito della dirigenza sportiva, la quale, vale la pena ricordare, svolge per la gran parte tale attività a titolo di volontariato e ricopre una funzione sociale insostituibile e di grande valore;
l'Agenzia delle entrate, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, la SIAE, l'Enpals svolgono i loro compiti in piena osservanza di leggi e regolamenti;
gli interventi da parte degli enti sopra citati nei confronti del mondo dello sport, che si sono susseguiti a più riprese nel tempo, rischiano di destabilizzare le

strutture portanti del movimento sportivo dilettantistico distruggendo un patrimonio di conoscenza, capacità ed efficienza acquisita e trasmessa negli anni, che ha permesso di svolgere un meritorio compito di supplenza e di integrazione per l'assenza protrattasi negli anni nella scuola italiana di programmi di educazione fisico-motoria nella scuola primaria e di programmi sistematici e continuativi di educazione attraverso lo sport per tutti i nostri giovani;
il CONI con comunicazione del 3 marzo 2010 ha reso noto l'avvio di colloqui con la direzione nazionale dell'Agenzia delle entrate per approfondire il tema della correlazione tra il riconoscimento ai fini sportivi CONI ed il godimento delle agevolazioni fiscali previste dalla normativa tributaria, relativamente al periodo 2006/2010 che, senza tema di smentita, può ritenersi fase transitoria di costruzione del registro CONI;
le quote associative non possono essere considerate imponibili in presenza di volontà manifesta e sottoscritta all'atto della richiesta dell'aspirante socio di far parte dell'associazione,


impegna il Governo:


a valutare l'opportunità di prevedere una moratoria che salvaguardi le associazioni alle quali siano state comminate multe e penali, in relazione all'istituzione del registro C.O.N.I. delle Associazioni sportive dilettantistiche, che sino al giugno 2010 ha avuto carattere sperimentale, e che sono derivate dall'applicazione di una normativa, quella delle Associazioni sportive dilettantistiche, non più rispondente alle esigenze di un movimento che deve corrispondere ad una richiesta sempre più vasta e diffusa su tutto il territorio nazionale con strumenti nuovi, moderni ed efficaci;
a procedere in tempi brevi ad una ricognizione dell'attuale normativa riguardante le associazioni sportive dilettantistiche, soprattutto dal punto di vista fiscale, che tenga conto delle finalità principale dell'attività sportiva dilettantistica quale attività di assoluto interesse collettivo, esercitata nel rispetto delle regole stabilite dal CONI, e come tale, al pari di quanto avviene per le ONLUS, rivolta all'esterno dell'organizzazione secondo un principio di utilità sociale e non necessariamente a beneficio interno dei propri associati.
(7-00553)
«Capitanio Santolini, Lusetti, Enzo Carra».

La VII Commissione,
premesso che:
il Fondo unico dello spettacolo (FUS), istituito con la legge n. 163 del 1985, costituisce un fondamentale strumento finalizzato al sostegno finanziario di enti, istituzioni, associazioni, organismi ed imprese che operano nei diversi ambiti del settore dello spettacolo, ovvero delle attività cinematografiche, musicali, della danza, del teatro, circensi e dello spettacolo viaggiante;
il reintegro del FUS per l'anno 2011 ed il finanziamento definitivo di importanti agevolazioni ed incentivi fiscali per gli investimenti nel cinema costituiscono un importante passo avanti per il sostegno pubblico statale delle arti e della cultura;
l'articolo 9 della Costituzione italiana dispone che: «... La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione.»; la promozione della conoscenza e della cultura la tutela del patrimonio artistico costituiscono quindi una della missioni più importanti della Repubblica;
la promozione del patrimonio e del prodotto culturale costituisce un investimento immateriale che può migliorare la qualità della vita e con essa l'affermazione e la nascita di nuovi modelli di sviluppo economico;
il risultato conseguito impone ora la necessità di completare la riforma legislativa,

organica e definitiva, che dia luogo ad un nuovo assetto del sistema dello spettacolo, con una chiara definizione dei ruoli istituzionali di Stato, regioni, province, comuni e città metropolitane, riconsiderando complessivamente la logica dell'intervento pubblico affiancato dalla presenza sussidiaria dei privati;
su tali temi la Commissione cultura della Camera dei deputati è pervenuta unanimemente alla condivisione di un testo che attende di essere approvato e per cui è stata individuata una copertura economica pari a 30 milioni di euro, destinata a soddisfare le esigenze di un fondo di perequazione per le regioni, di un fondo per l'innovazione tecnologica e la promozione della contemporaneità e di un fondo per la fiscalità di settore;
proprio nell'anno in cui ricorre l'anniversario dei 150 anni della nascita dello Stato italiano, l'approvazione della legge quadro sullo spettacolo potrebbe rappresentare un altro momento storico importante, finalizzato alla realizzazione di una grande riforma dello spettacolo che, anche attraverso il suo indotto, rappresenta un settore di grande rilievo per l'economia del Paese, in grado di generare reddito e di attrarre risorse, in cui operano quotidianamente numerose e distinte professionalità e il cui lavoro costituisce un prezioso contributo per il progresso socio-culturale del Paese;
riaffermare il ruolo che lo spettacolo svolge per promuovere la crescita culturale, sociale e civile dei cittadini, per favorire la formazione di una coscienza critica dell'individuo e per alimentare il senso di appartenenza ad un sentire comune attraverso la tutela della storia, delle tradizioni e della cultura italiane, dotando tale settore di un piano strategico di sviluppo, è un obbligo morale e politico per il Parlamento,


impegna il Governo


ad adottare le opportune iniziative, anche di carattere normativo, finalizzate al reperimento di adeguate risorse finanziare finalizzate al sostegno dell'intero settore dello spettacolo dal vivo, in attesa della realizzazione di una disciplina complessiva della materia.
(7-00554) «Carlucci».

La VIII Commissione,
premesso che:
la legge 15 dicembre 1990, n. 396, ha dichiarato di preminente interesse nazionale gli «Interventi funzionali all'assolvimento da parte della città di Roma del ruolo di Capitale della Repubblica: tra questi la realizzazione del Sistema Direzionale Orientale e delle connesse infrastrutture del tessuto urbano e sociale del quadrante Est della città nonché la definizione di un piano organico di localizzazione delle sedi del Parlamento, del Governo, delle amministrazioni e degli uffici pubblici, anche attraverso il conseguente programma di riutilizzazione dei beni pubblici»;
per la realizzazione del sistema direzionale orientale, costituito dai quattro comprensori di Pietralata, Tiburtino, Casilino, Centocelle l'articolo 8 della stessa legge autorizza il comune di Roma a deliberare un programma poliennale contenente l'indicazione degli ambiti da acquisire tramite espropriazione e dei termini temporali al decorrere dei quali si intende procedere per acquisirli, restando l'occupazione delle espropriazioni subordinata solamente al decorrere dei predetti termini temporali (passaggio quest'ultimo molto importante perché sancisce l'esproprio generalizzato preventivo rispetto alla pianificazione urbanistica);
«Gli immobili acquisiti ai sensi della legge n. 396 del 1990, eccettuati quelli destinati ad utilizzazioni da parte del comune di Roma o comunque interessati alla localizzazione delle sedi pubbliche, sono dal comune medesimo ceduti tramite asta pubblica, in proprietà o in diritto di superficie a soggetti pubblici o

privati che si impegnano mediante apposite convenzioni ad effettuare le previste trasformazioni ed utilizzazioni. I prezzi di cessione sono determinati sulla base dei costi di acquisizione maggiorati delle quote, proporzionali ai volumi od alle superfici degli immobili risultanti dalle previste trasformazioni, dei costi delle opere, di competenza del Comune, per la sistemazione delle urbanizzazioni degli ambiti in cui ricadono gli immobili interessati»;
con il successivo articolo 9 viene concesso al comune di Roma un contributo straordinario (65 miliardi di lire) per l'avvio immediato del sistema direzionale orientale e per l'acquisizione delle aree;
il programma poliennale ex articolo 8 è stato predisposto dagli uffici e approvato dal consiglio comunale nell'ottobre del 1994;
nel programma il comune di Roma ha dato priorità al comprensorio di Pietralata per la sua migliore accessibilità rispetto al sistema della mobilità su ferro, in relazione alla presenza della linea metropolitana B e della stazione ferroviaria Tiburtina (in fase di riqualificazione e rilancio), nodo di mobilità di livello nazionale;
dopo il programma poliennale il consiglio comunale ha approvato nell'aprile 1995 il progetto direttore del sistema direzionale orientale, avverso il quale furono presentati numerosi ricorsi respinti da una sentenza del consiglio di Stato (1996-97) che ha stabilito la piena legittimità dell'esproprio generalizzato da parte del comune;
la sentenza riconosceva peraltro anche ai vecchi proprietari la possibilità di intervenire in qualità di operatori nelle trasformazioni decise dal comune;
nel 2001 sono stati emanati i decreti di esproprio generalizzato - anche a seguito della sospensione di due anni dell'efficacia del programma poliennale a causa del contenzioso - e sempre nel 2001 la regione Lazio ha approvato il piano particolareggiato del comprensorio di Pietralata mentre il comune ha approvato i criteri per la cessione delle aree espropriate stabilendo modalità e prezzi di cessione;
il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti ed il sindaco di Roma hanno sottoscritto nel settembre del 2003 l'atto di intesa che sancisce la necessità di accelerare la realizzazione del comprensorio secondo i criteri fissati in un precedente protocollo di intesa che stabiliva soprattutto di rilocalizzare le sedi del Ministero dell'ambiente, dell'università La Sapienza di Roma, dell'ISTAT e di altre importanti sedi della Pubblica amministrazione;
il progetto unitario del polo direzionale di Pietralata (area A) è stato approvato dalla Giunta comunale il 30 marzo del 2004 e dalle competenti amministrazioni dello Stato e della regione Lazio in sede di conferenza dei servizi in data 1o agosto 2005;
l'approvazione del progetto ha consentito la cessione onerosa all'ISTAT dell'area di pertinenza mentre la cessione delle rispettive aree all'università La Sapienza pur deliberata dal consiglio comunale non risulta ad oggi perfezionata;
l'intero programma ha avuto un lungo ed elaborato iter procedurale e si è concretizzato grazie all'impegno di risorse statali finalizzate ad un riordino strutturale delle sedi della Pubblica amministrazione nel territorio della capitale per favorirne la modernizzazione e l'efficientamento coniugando una riqualificazione di un settore urbano strategico della periferia est di Roma;
l'amministrazione comunale di Roma attraverso la Roma Metropolitane Spa da essa interamente controllata ha pubblicato sulla GUUE n. 2009/S 127-185228 del 7 luglio 2009, un bando di gara per la realizzazione del prolungamento della linea B della metropolitana dalla fermata di Rebibbia al comprensorio di Casalmonastero;

tale iniziativa è stata promossa secondo la procedura del progetto di finanza;
per realizzare l'opera, l'amministrazione comunale ha previsto la cessione di porzioni significative dei volumi e delle aree ricomprese nel comprensorio direzionale di Pietralata - comparto A del piano particolareggiato;
come precedentemente ricordato dette aree sono sottoposte a dettagliati indirizzi normativi ed urbanistici risultanti da atti pubblici sottoscritti da diverse amministrazioni;
il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha seguito e sottoscritto per intero ogni passaggio;
il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare non ha mai comunicato esplicitamente l'intenzione di rinunciare agli impegni sottoscritti negli atti di intesa che sono alla base del programma poliennale e degli atti conseguenti;
da più indiscrezioni sembra di capire che l'amministrazione comunale intenderebbe apportare modifiche urbanistiche del comparto A del piano particolareggiato di Pietralata variando parte delle volumetrie a destinazione residenziale per accrescere la capacità finanziaria del project financing e cedendo dette aree ai titolari vincitori della gara per la realizzazione della metropolitana;


impegna il Governo:


ad accertare presso l'amministrazione comunale di Roma se corrisponda al vero l'ipotesi di una imminente variante alle destinazioni direzionali e pubbliche di significativi comparti del comprensorio direzionale di Pietralata (acquisiti al patrimonio comunale attraverso espropri attuati con risorse finanziarie dello Stato) e della loro cessione per finalità di valorizzazione privata nell'ambito della procedura di project financing per realizzare il prolungamento della metropolitana B di Roma;
a porre particolare attenzione al fatto che l'intera operazione relativa al sistema direzionale orientale si muove all'interno di un preciso iter procedurale originato OPE LEGIS da un esproprio generalizzato per pubblica utilità di livello nazionale, le cui finalità non possono essere disattese se non con più che valide motivazioni ed in ogni caso modificando o annullando in forme pubbliche e trasparenti atti precedenti;
a considerare con attenzione che per quanto riguarda gli espropri, il cui costo a causa del pesante contenzioso è lievitato enormemente, è molto pericoloso disattendere la finalità primaria di insediamenti direzionali pubblici che è alla base degli espropri stessi e che i vecchi proprietari, a fronte di varianti urbanistiche a residenza, potrebbero anche in forza della sentenza del Consiglio di Stato, chiedere la retrocessione delle aree per realizzare essi stessi tale residenza;
ad assumere ogni iniziative relative a verificare - in forza delle competenze nazionali sul programma sistema direzionale orientale e degli atti nel tempo sottoscritti - il rispetto di quanto previsto nel citato accordo di programma segnalato che la trasformazione di aree direzionali in residenza può avvenire solo previa dimostrazione - per esempio attraverso un bando pubblico - che è venuta meno l'esigenza di realizzare nuove sedi della Pubblica amministrazione, di operare un programma di decongestionamento del centro storico di Roma e del comprensorio consolidato dell'università La Sapienza di Roma presso il quadrante San Lorenzo e le altre sedi sparse e che, in tale ultimo caso, la cessione a privati di aree residenziali dovrebbe coinvolgere, attraverso un bando pubblico, anche i vecchi proprietari.
(7-00556) «Morassut».

La IX Commissione,
premesso che:
la polizia stradale italiana effettua regolarmente controlli sui camion e i mezzi pesanti che circolano sulle strade del territorio nazionale, per verificare il rispetto, da parte dei vettori nazionali, comunitari ed extracomunitari, delle disposizioni vigenti in materia di tempi di guida, pause e riposi degli autisti, e delle altre disposizioni volte a garantire la sicurezza nella circolazione;
sono stati recentemente divulgati i dati contenuti nel rapporto biennale della Commissione europea, relativa al periodo 2007-2008, sui controlli, da parte delle autorità competenti degli Stati membri, sul rispetto del regolamento n. 561/2006 sui tempi di guida e di riposo;
dai dati del rapporto emerge che in Italia le verifiche sono state effettuate, nell'80 per cento dei casi, su veicoli e autisti nazionali, mentre in altri Paesi la tendenza è invertita e i controlli sono stati effettuati per la maggior parte sui veicoli stranieri;
una politica di controlli congiunti fra l'Italia e i Paesi confinanti potrebbe essere più fruttuosa e produttiva per sviluppare una cooperazione operativa, che porti ad elevare gli standard di sicurezza stradale e, contemporaneamente, a combattere la concorrenza sleale;
controlli più frequenti sui camion stranieri, soprattutto nelle zone di confine, in cui circolano in numero elevato, potrebbero migliorare le problematiche transfrontaliere, come per esempio quelle relative alla violazione sulle norme di cabotaggio stradale,


impegna il Governo


a sviluppare iniziative di controlli congiunti con i Paesi confinanti col territorio italiano, soprattutto nelle zone di confine del Nord-est, per verificare il rispetto delle disposizioni vigenti in termini di circolazione stradale da parte dei camion e dei mezzi pesanti nazionali, comunitari ed extracomunitari, equilibrando cosi il numero di verifiche effettuate sui vettori italiani e su quelli stranieri.
(7-00552) «Desiderati, Fugatti».

La XIII Commissione,
premesso che:
l'Italia risulta essere l'unico Paese europeo presente nella classifica dei primi 5 produttori al mondo di ciliegie; con un volume che si aggira attorno alle 135.000 tonnellate annue di raccolto (4o produttore a livello mondiale), rappresenta il vertice della produzione di alta gamma europea; fino al 2008 tale produzione è aumentata costantemente con un incremento negli ultimi 10 anni del 41,2 per cento;
la ciliegia, per il consumo fresco, viene prodotta quasi sull'intero territorio nazionale rappresentando non soltanto un motivo di reddito aziendale per i molteplici, spesso piccoli, imprenditori agricoli ma anche un fattore di salvaguardia ambientale per la caratteristica di assetto idrogeologico delle piantagioni poste generalmente in collina e media montagna; incentivare la produzione del ciliegio corrisponde con il proteggere e curare il territorio a rischio di dissesto idrogeologico;
unica nel mondo, la ciliegicoltura italiana vanta numerosissime varietà autoctone, molte di queste sono state utilizzate per la sperimentazione ed il miglioramento genetico a livello planetario; ancora oggi il livello qualitativo italiano è irraggiungibile seppur inizia a subire l'influenza di dinamici competitor quali la Spagna, Turchia, Siria, Romania che seppur con poche varietà e per specifici periodi riescono sempre di più a guadagnare spazio nei migliori mercati europei e mondiali;
nel corso del 2009, la quantità di prodotto raccolto ha subito una inversione di tendenza attestandosi sulle 116.000 tonnellate;

performance in flessione confermata nel 2010 con un arretramento generalizzato dei parametri produttivi: superficie impiantata; ettari in produzione e quantitativo di prodotto raccolto;
occorre porre rimedio con immediatezza al fenomeno di crisi del settore avviando tutte le iniziative di carattere economico, di attività di marketing, di riduzione dei rischi aziendali, di argine alla concorrenza estera tali da rilanciare la ciliegicoltura nazionale;
ridare ossigeno al settore comporterà risvolti positivi in termini di sviluppo dell'occupazione e di prodotto interno lordo nazionale così come sarà di fondamentale importanza rilanciare l'immagine di un prodotto vissuto dai consumatori al vertice qualitativo della produzione ortofrutticoltura italiana, di grande e storico prestigio, capace di trainare l'intero comparto nazionale in quanto primo frutto della primavera,


impegna il Governo:


al riconoscimento della ciliegia quale «Frutto della Nazione» per il verde delle foglie, il bianco raggiante della propria fioritura, il rosso brillante dei succosi frutti attivandosi per l'istituzione della «giornata nazionale della ciliegia» da prevedersi nel 1oweek-end del mese di giugno;
all'istituzione presso il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali di un «tavolo di settore cerasicolo» che preveda, in collaborazione con l'associazione nazionale «Città delle Ciliegie», includendo anche esperti individuati dalla medesima associazione, ogni iniziativa di politica di settore, tecniche di produzione e ricerca, marketing territoriale e multifunzionalità, valorizzazione delle produzioni legnose, steering committee;
alla predisposizione del «piano di settore della ciliegicoltura» che puntualmente riporti gli obiettivi di settore, valorizzazione, marketing territoriale, meccanizzazione, tecniche di conservazione, tecniche colturali, ricerca e miglioramento genetico, difesa fitosanitaria, trasformazione del prodotto, rapporti con l'associazione nazionale «città delle ciliegie»;
all'introduzione di uno specifico «decreto per la ciliegicoltura» che programmi e finanzi la realizzazione di progetti di valorizzazione e marketing territoriale, attività di ricerca, promozione della qualità e innovazione di processo, contributi di filiera;
a provvedere affinché l'associazione nazionale «città delle ciliegie» risulti quale componente della commissione per la promozione e la valorizzazione del turismo enogastronomico presso il Ministero del turismo.
(7-00555)
«Rosso, Savino, Di Caterina, Castiello, Nastri, Gottardo».

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ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA
DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):

I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, per sapere - premesso che:
le reti di trasporto costituiscono una tematica fondamentale nelle strategie di sviluppo dell'Unione europea, in quanto consentono il superamento dei confini istituzionali degli Stati, l'affermarsi di logiche di sviluppo complessivo dell'Unione di «corridoio plurimodale» e l'adozione del concetto di rete transeuropea anche nel settore del trasporto (Rete TEN-T). Un primo schema di questo modello a rete è stato approvato dalla Comunità Europea (CEE) già nel 1990; nel 1992, con il Trattato di Maastricht si è attribuito alla

Comunità europea il compito di «contribuire alla costituzione e allo sviluppo di reti transeuropee nel settore delle infrastrutture dei trasporti»; ulteriori affermazioni di tale principio sono state adottate nel 1993 dal Consiglio europeo di Bruxelles che ha avviato il processo di identificazione delle priorità infrastrutturali da finanziare e nel 1994 dal Consiglio europeo di Essen in cui viene definito un elenco di 14 progetti infrastrutturali prioritari (presentati dal cosiddetto Christophersen Group), tra i quali si evidenzia una netta prevalenza dei progetti ferroviari; più di recente, durante il semestre di Presidenza italiana dell'Unione europea nel 2003 è stato approvato il nuovo assetto delle reti TEN e sono stati identificati 17 progetti comunitari al cui interno compaiono tre corridoi plurimodali, uno dei quali è costituito dall'asse Berlino-Monaco-Verona-Palermo (Corridoio 1);
l'importanza di tale tratta è stata costantemente ribadita sia in ambito europeo che nazionale; il Governo italiano ha assunto un ruolo di iniziativa e di stimolo, organizzando a Napoli il 21 e 22 ottobre 2009 una conferenza interministeriale sul futuro delle reti transeuropee di trasporto, alla quale hanno partecipato le delegazioni degli Stati membri dell'Unione europea e di altri Stati, tra cui quelli del Mediterraneo occidentale, dell'Africa, la Turchia, la Federazione russa; in base ai dati forniti dal Governo il volano che l'Italia sta dedicando alle reti TEN è pari a circa 104 miliardi di euro di cui 59,2 miliardi per il Corridoio Berlino-Palermo; il Parlamento ha costantemente confermato l'attenzione per lo sviluppo delle reti, sia in ambito di approvazione dei Documenti di programmazione economico finanziaria (DPEF, poi decisione di finanza pubblica), sia con atti di indirizzo propri (Risoluzione commissione trasporti n. 8-00052 28 ottobre 2009, mozione 1-00414 votata il 14 luglio 2010);
nel presentare sul finire del novembre 2010, il Piano per il sud, il Governo ha confermato, tra le 8 priorità strategiche la piena centralità delle tratte ferroviarie ad alta velocità da Napoli a Palermo e del Ponte sullo Stretto, opere entrambe inserite nel progetto del Corridoio n. 1; in base ai documenti governativi nei prossimi tre anni saranno investite nel Mezzogiorno risorse per circa 21 miliardi di euro, pari al 40 per cento degli investimenti complessivi in tutta Italia; secondo SVIMEZ per completare il finanziamento delle opere programmate occorrerebbero nei prossimi anni un totale di 49 miliardi di euro;
in questo quadro apparentemente favorevole, sono purtroppo crescenti le obiezioni di coloro che, intendendo neanche troppo velatamente mantenere al Nord il primato economico nazionale, mettono in discussione, per motivi di costo e di opportunità, il Ponte sullo Stretto, quale elemento di maggior evidenza nella realizzazione del Corridoio n. 1, con lo scopo di affossare un progetto che potrebbe spostare dal Settentrione verso il Mezzogiorno l'asse della politica economica nazionale; giova osservare che la realizzazione del Ponte, con un costo valutato ad oggi di 6,1 miliardi di euro ed un progetto definitivo presentato nel dicembre 2010, ha un costo assai inferiore al traforo del Brennero, altro elemento del Corridoio n. 1, per il quale l'Unione europea ha prorogato al 2013 la presentazione del progetto definitivo;
quel che invece si tenta di colpire è l'intero progetto infrastrutturale, che comprende l'alta velocità Salerno Reggio Calabria, l'ammodernamento dell'autostrada col medesimo nome, il rilancio del Porto di Gioia Tauro, l'alta velocità Messina-Catania-Palermo, in quanto è di palmare evidenza che il Mediterraneo è tornato ad essere uno snodo fondamentale per l'economia mondiale e le regioni meridionali potrebbero rappresentare il futuro baricentro della zona di libero scambio euro mediterraneo;
in quella che appare agli interpellanti una complessiva deriva antimeridionalista va inquadrato anche lo storno dei fondi FAS per opere non situate nelle regioni

meridionali o addirittura, sulla spinta delle emergenze, per spese correnti; l'obiezione di fondo, al di là della veste «pseudo culturale» di talune posizioni, è che gli investimenti nelle regioni meridionali siano denaro buttato a causa del forte controllo del territorio della criminalità organizzata, della presenza di una classe politica locale inadeguata e del disinteresse dei cittadini meridionali alla cosa pubblica; viceversa va osservato che mai nessuno, come l'attuale Governo ha saputo contrastare la criminalità organizzata con tanta efficacia, sia sul fronte delle indagini, che degli arresti e delle confische di beni e che gli investimenti infrastrutturali costituiscono una sorta di new deal per le regioni meridionali, necessario non solo a risollevarne le sorti economiche, ma anche le coscienze;
nel dare atto al Governo Berlusconi di essere riuscito durante il semestre di Presidenza italiana dell'Unione europea del 2003 ad estendere il Corridoio n. 1 sino alla sua attuale configurazione, imponendo una logica imprenditoriale e di sviluppo su quella opposta di arroccamento e tutela di posizioni di rendita, i sottoscritti firmatari rappresentano al Governo l'assoluta necessità di difendere con estrema fermezza in sede comunitaria quanto allora deciso, non solo per lo sviluppo del Mezzogiorno, ma anche per quello dell'Italia intera;
fonti autorevoli nell'ambito della Commissione europea ormai danno per scontato invece che sarebbe prossima la decisione di far terminare il Corridoio 1 non a Palermo, ma a Salerno, (città e porto che diventerebbero lo snodo ultimo del Corridoio), in sostanza tagliando fuori dalle grandi reti la Calabria e la Sicilia e rendendo non prioritarie le opere previste; il complessivo indebolimento dell'immagine dell'Italia, favorito dalle inchieste strumentali contro membri del Governo, da una opposizione dedita non a proposte politiche alternative, ma alle diffamazioni personali e dalle polemiche nord-sud, sembrerebbe dunque aver fornito alle istituzioni comunitarie l'alibi per stornare le risorse ad altre finalità apparentemente più affidabili; le decisioni che la Commissione europea maturerà sembra che matureranno nella settimana tra l'11 ed il 16 aprile 2011;
qualora le voci in questione fossero vere si tratterebbe di un gravissimo arretramento politico, culturale ed economico della Unione; uno sterile rifugiarsi nelle proprie posizioni di privilegio, invece di aprirsi alle economie emergenti, abbandonando a se stessa un'area che potrebbe essere determinante per il futuro sviluppo dell'economia comunitaria -:
di quali elementi disponga in ordine alla fondatezza delle informazioni illustrate in premessa;
qualora si dimostrassero veritiere, se non ritenga opportuno intervenire ai massimi livelli e con tutta la propria autorità, affinché il Corridoio n. 1 Berlino-Palermo sia ripristinato nella sua configurazione originaria;
se non ritenga opportuno individuare ulteriori risorse per accelerare la realizzazione del complesso di opere previste nell'ambito del Corridoio medesimo.
(2-01046)
«Pagano, Antonio Martino, Fallica, Marinello, La Loggia, Galati, Abrignani, Belcastro, Berardi, Catanoso, Cicu, Commercio, Cristaldi, D'Ippolito Vitale, Dima, Vincenzo Antonio Fontana, Antonino Foti, Garofalo, Germanà, Giammanco, Gianni, Gibiino, Golfo, Grimaldi, Iannaccone, Lo Monte, Minardo, Misiti, Misuraca, Moles, Ruvolo, Santelli, Speciale, Stagno D'Alcontres, Terranova, Torrisi, Traversa, Versace».

Interrogazione a risposta orale:

LAGANÀ FORTUGNO. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'interno, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro della salute. - Per sapere - premesso che:
a Lamezia Terme in contrada Scordovillo da diversi anni è insediato un campo Rom, con più di seicento persone, che senza dubbio rappresenta il principale problema sociale della città;
l'area in questione sorge a ridosso della linea ferroviaria Lamezia-Catanzaro e del nuovo ospedale e di fatto quella che all'inizio dell'insediamento, anni '80, era un area periferica oggi è a tutti gli effetti una zona centrale, creando non pochi problemi di convivenza;
l'amministrazione comunale è impegnata in azioni di inclusione sociale e di bonifica dell'area con lo stanziamento di 300 mila euro ed inoltre porterà a conclusione tutte le iniziative avviate del PON sicurezza che prevedono uno stanziamento di 2 milioni e 519 mila euro, che vanno dalla bonifica del campo, alla sua video sorveglianza, all'avviamento ed inserimento sociale e lavorativo dei giovani rom, al reintegro nel mercato lavorativo dei capi famiglia;
la situazione è precipitata con provvedimento della procura della Repubblica presso il tribunale di Lamezia Terme n. 535/2011 R.G. che dispone il sequestro preventivo dell'area del suddetto campo Rom con la modalità dello sgombero;
l'allontanamento forzato di 600 persone con vecchi e bambini creerà una situazione emergenziale sia per l'individuazione dei luoghi dove trasferirli, sia per i notevoli oneri finanziari da affrontare -:
se siano a conoscenza dei fatti riportati e quali iniziative urgenti intendano intraprendere per sostenere l'amministrazione comunale di Lamezia Terme ad affrontare l'emergenza creatasi con il sequestro dell'area;
se non si ritenga necessario ed opportuno dichiarare lo stato di emergenza e procedere alla nomina del prefetto a commissario delegato per fronteggiare tale situazione;
se non sia opportuno dotare il comune di risorse aggiuntive in grado di permettere un intervento organico che rispetti la dignità di tutti i cittadini coinvolti.
(3-01578)

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AFFARI ESTERI

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro degli affari esteri, il Ministro per le pari opportunità, per sapere - premesso che:
la risoluzione n. 6-00052 - presentata dall'onorevole Mazzocchi ed altri, concernente iniziative volte a far cessare le persecuzioni nei confronti dei cristiani nel mondo, approvata dalla Camera il 12 gennaio 2011, cita, a proposito del Pakistan, il caso della «signora Asia Bibi, una contadina cristiana, che è stata condannata a morte applicando la legge sulla blasfemia»;
in una recente intervista al quotidiano la Repubblica (27 marzo 2011) la signora Bibi, rinchiusa in isolamento nel carcere di Sheikpura, in attesa dell'esecuzione, dice tra l'altro: «Sto male. Mi sento soffocare tra queste quattro mura. Ogni minuto che passa mi sembra l'ultimo. Piango per i miei figli e per mio marito. Sono in una situazione davvero difficile, nessuno può capire quello che sto vivendo, mi hanno condannata a morte e sono innocente»;
anche in carcere corre rischi e la sua stessa famiglia è minacciata («Ho paura. Mi sento come se la mia intera famiglia fosse stata condannata»);

la signora Bibi è certa che se anche riuscisse ad uscire dal carcere, la sua vita e quella dei suoi familiari non sarebbe al sicuro finché si troveranno in Pakistan;
la mobilitazione internazionale che si è sollevata sul suo caso, «non ha portato a nessun cambiamento nelle mie condizioni di vita»;
«due delle persone (il governatore del Punjab, Salman Taseer, e il ministro per le minoranze religiose Shahbaz Batthi) che mi hanno più appoggiata in Pakistan sono morte»;
il desiderio più grande di Asia Bibi, una volta fuori dal carcere, è quello di incontrare Papa Benedetto XVI («Il Santo Padre ha parlato di me, questo mi ha dato moltissima speranza - conclude - mi ha spinta a continuare a vivere»);
come dichiarato formalmente dal presidente della commissione esteri del Parlamento di Teheran, Alaheddin Boroujerdi, durante l'audizione della delegazione di parlamentari iraniani presso la Commissione III della Camera dei deputati, la condanna della signora Sakineh Mohammadi-Ashtiani alla pena di morte per lapidazione è stata definitivamente commutata in una pena detentiva;
è stato forte l'impegno del Governo, ed, in particolare, del Ministro Frattini, a favore di Asia Bibi presso le autorità pakistane -:
a che punto siano le iniziative intraprese per la salvaguardia della vita della signora Bibi;
se ritenga opportuno, come auspicato dagli interpellanti, che il Governo prema per l'ottenimento di una grazia o comunque di una espulsione nel contempo rendendosi disponibile per accogliere in condizione di sicurezza Asia Bibi e la sua famiglia nel nostro Paese;
se, per continuare la pregevole opera di sensibilizzazione per la difesa delle donne vessate, non intenda provvedere all'esposizione - qualora sia ritenuta «salva» la vita di Sakineh - di uno striscione con l'effigie di Asia Bibi sul palazzo del Governo all'altezza della Galleria Sordi.
(2-01048)
«Renato Farina, Centemero, Di Centa, Stradella, Ceroni, Germanà, Berruti, Barani, Tortoli, Armosino, Garofalo, Repetti, Iannarilli, De Luca, Palmieri, Minardo, Gibiino, Ghiglia, Botta, Barba, Pili, Sisto, Murgia, Porcu, Vella, Saltamartini, Frassinetti, Landolfi, Savino, Mariarosaria Rossi, Cristaldi, Malgieri, Contento, Sbai, Scelli, Lisi, La Loggia, Baccini, Toccafondi, Mazzocchi, De Nichilo Rizzoli, Santelli, Di Virgilio, Mistrello Destro, Barbieri, Colucci, Migliori, Minasso».

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BENI E ATTIVITÀ CULTURALI

Interrogazione a risposta scritta:

DI PIETRO e PIFFARI. - Al Ministro per i beni e le attività culturali, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. - Per sapere - premesso che:
nei giorni scorsi sono stati pubblicati sul quotidiano La Repubblica - cronaca di Roma diversi articoli relativi alla progettazione di una strada a 4 corsie, ognuna per oltre 18 metri di larghezza, che attraverserà il cuore del fosso della Cecchignola. Una sorta di supertangenziale all'interno del Grande raccordo anulare che dall'uscita tra l'Ardeatina e la Laurentina percorrerà via della Cecchignola per innestarsi nel quartiere di Cecchignola Sud, attraversare parte dell'Agro romano e tagliare zone residenziali come Colle di Mezzo e Giuliano Dalmata passando a pochi metri da case, asili nido e scuole materne;

il progetto prevede il passaggio di circa 30.000 veicoli al giorno sull'asse stradale, circa 1300 veicoli all'ora;
il progetto vede allocare l'asse viario sull'area verde del fosso della Cecchignola;
l'area verde del fosso della Cecchignola si sviluppa lungo il corso del fosso della Cecchignola, corso d'acqua pubblica vincolato ai sensi del decreto legislativo n. 42 del 2004 e successive modificazioni;
l'area verde del fosso della Cecchignola presenta un fitto bosco che si sviluppa lungo le sponde dei fiumi, su substrato alluvionale ed è caratterizzata dalla presenza di salici, pioppi e spesso da un sottobosco molto impoverito di specie legate al pascolo (Ontano Alnus glutinosa, Olmo Ulmus minor), riconosciuto dal comune di Roma con apposita certificazione ai sensi della legge regionale n. 39 del 2002 e della legge regionale n. 24 del 1998;
il bosco misto rappresenta un elemento di grande valenza fitogeografica ed ecologica in quanto ricco di specie centroeuropee legate ad un tipo di habitat di tipo «submontano»; compatibilmente con le attività agricole sfuma con una formazione arbustiva di margine (mantello) formato da specie quali: il prugnolo e la berretta da prete o eponimo; la sua rarità all'interno della cinta del raccordo anulare ne rende ancora più preziosa la sua presenza nell'area del fosso della Cecchignola;
dal punto di vista faunistico l'area verde del fosso della Cecchignola si trova in una posizione strategica all'interno del corridoio biologico della città di Roma; essa infatti viene a costituire l'elemento di raccordo tra l'area più periferica del parco del Laurentino Acqua Acetosa e il parco dell'Appia Antica; le comunità faunistiche presenti sono tipiche dei sistemi agricoli e degli ambienti verdi aperti di estensione limitata; tra i mammiferi si riscontra la volpe, la talpa e la donnola, mentre per quanto riguarda i roditori si registra la presenza del topolino selvatico e del tasso. La presenza di siepi favorisce il rifugio e la riproduzione dell'avifauna: presenti sono il gheppio e il fringuello. Inoltre è stata rilevata la presenza del fagiano, della tortora e del cuculo;
detto progetto attraversa inoltre un'area molto ricca di reperti archeologici;
l'intera area della Valle della Cecchignola è contigua e confinante con l'area individuata dal Ministero per i beni e le attività culturali per il vincolo «Agro Romano» Ardeatina-Laurentina e di essa conserva le stesse caratteristiche morfologiche, ambientali e culturali;
detto progetto è portato avanti dal comune di Roma sulla base dell'attribuzione dei poteri emergenziali per il traffico affidati al sindaco di Roma;
detto progetto deve essere sottoposto alla valutazione di impatto ambientale -:
se i Ministri interrogati in riferimento ai fatti suesposti intendano assumere provvedimenti, quali l'apposizione di vincoli ai sensi del decreto legislativo n. 42 del 2004 e successive modifiche, per salvaguardare il fosso della Cecchignola e l'intera valle, come stabilito dalla normativa in vigore in materia di vincoli ambientali, paesaggistici e idrogeologici, dalla realizzazione della superstrada, in particolar modo tenendo conto del rilevante patrimonio di biodiversità animale e vegetale dell'area in questione, anche nell'ambito delle linee della politica di conservazione previste dall'Europa, come la direttiva habitat n. 43 del 1995.
(4-11536)

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DIFESA

Interrogazione a risposta in Commissione:

MIGLIOLI. - Al Ministro della difesa. - Per sapere - premesso che:
la stampa locale modenese ha dato nei giorni scorsi ampio risalto al fatto che il Ministro della difesa abbia assegnato nei giorni scorsi una gara di appalto per la sistemazione e messa a norma dell'Accademia

militare di Modena; importo dei lavori circa 400 mila euro. Aggiudicataria dei lavori è un'impresa società cooperative con un capitale sociale di 4 mila euro;
con un'altra gara di appalto avente ad oggetto la rimozione di una consistente quantità di amianto dalla caserma sede dell'8o Campale a Modena in via Emilia ovest, dell'importo di un 1 milione 200 mila euro;
questa gara è stata aggiudicata ad una impresa che ha offerto un ribasso d'asta del 53,7 per cento. Questa impresa ha un capitale sociale di 20 mila euro;
come noto il territorio della provincia di Modena, così come segnalato in più occasioni è stato oggetto di fenomeni di infiltrazione criminale e in seguito gli enti locali e le amministrazioni pubbliche unitamente alle organizzazioni delle imprese hanno da tempo messo in essere misure di vigilanza e controllo, tra cui il monitoraggio degli appalti pubblici al fine di ridurre le infiltrazioni criminali nel tessuto economico modenese, costituendo l'osservatorio provinciale degli appalti pubblici con l'obiettivo tra l'altro di rendere omogeneo il comportamento delle stazioni appaltanti in primo luogo quelle pubbliche;
il ricorso, poi, alla gara di appalto con «il minimo ribasso» produce spesso non solo problemi nell'esecuzione degli appalti, ma anche facilmente concorrenza sleale fra le imprese -:
se il Ministro sia a conoscenza delle procedure espletate per l'assegnazione dei lavori e degli appalti presso l'accademia militare di Modena e presso la caserma dell'8o Campale;
se le imprese aggiudicatarie dei lavori rispondano alle normative nazionali e comunitarie;
se non ritenga il Ministro di valutare l'opportunità di assumere misure analoghe a quelle contenute nel protocollo anticrimine sottoscritto dalle istituzioni locali modenesi relativo agli appalti delle opere pubbliche nella provincia di Modena, che prevede disposizioni assai più selettive e severe al fine di evitare concorrenza sleale tra le imprese e infiltrazioni criminali.
(5-04573)

Interrogazione a risposta scritta:

CAPARINI. - Al Ministro della difesa. - Per sapere - premesso che:
si ha notizia di giovani militari cessati senza demerito dal servizio svolto come volontari in ferma annuale, o VFA, prima che la legge 23 agosto 2004, n. 226, introducesse la figura del volontario in ferma prefissata di un anno, o VFP-1, che ambirebbero ad accedere alle procedure concorsuali per l'immissione nei ranghi dei volontari in ferma prefissata di 4 anni, o VFP-4;
pur avendo i VFA effettuato un servizio militare volontario annuale in tutto e per tutto assimilabile a quello attualmente svolto dai VFP-1, i VFA si vedono escludere dai bandi di concorso per l'accesso alle carriere dei VFP-4 anche quando di età inferiore ai 30 anni;
sussisterebbe conseguentemente una disparità di opportunità priva di apparenti e valide giustificazioni -:
quali ragioni impediscano di equiparare lo svolgimento del servizio militare volontario come VFA a quello attualmente espletato come VFP-1 ai fini dell'ammissione ai concorsi per l'immissione nel ruolo dei VFP-4.
(4-11534)

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ECONOMIA E FINANZE

Interrogazioni a risposta scritta:

JANNONE. - Al Ministro dell'economia e delle finanze. - Per sapere - premesso che:
da un'indagine avviata dall'autorità garante della concorrenza e del mercato,

riguardante i costi dei conti correnti, le banche italiane risultano essere le più costose d'Europa. Secondo il Garante «nonostante un assetto del sistema bancario profondamente modificato che avrebbe dovuto innescare una forte spinta concorrenziale, il livello dei prezzi dei servizi e le criticità in termini di trasparenza continuano a segnalare un confronto competitivo ancora debole». Il risultato è che gli italiani, nella fatica di districarsi tra migliaia di prodotti, spesso rinunciano al ruolo di consumatori attenti e contribuiscono ad acquistare i conti correnti tra i più cari d'Europa, con un «sovrapprezzo italiano» stimato in 4,2 miliardi di euro l'anno;
il conto corrente è la porta di accesso al mondo dei servizi bancari, uno strumento di transazione indispensabile ma anche il totem della relazione uomo-banca. I suoi costi variano moltissimo secondo la quantità delle operazioni e lo strumento utilizzato (agenzia, telefono, internet). Le banche non possono più vendere prodotti inadatti al singolo profilo, come accadde talvolta in passato, quando la rendita di posizione garantita dal potere sovrano sui contratti permise la predisposizione di condizioni gravemente pregiudizievoli per i correntisti. Per far capire il trend, l'Associazione bancaria italiana segnala dal 2004 a oggi un calo del 30 per cento per il costo della singola operazione media: da 1,02 euro a 0,7 euro. Merito anche dell'introduzione dell'on-line banking che minimizza i costi, ma riguarda in modo sistematico appena 5,5 milioni di utenti, secondo i dati Nielsen. A fine 2010 il costo medio per la media dei profili, conteggiato dall'Abi, è di 114 euro l'anno, cui però vanno aggiunti i 34,2 euro di bolli. Il costo medio sale a 129 euro (163,2 con i bolli) per chi si appoggia di più alle filiali, mentre chi preferisce il web spende 97 euro. La Banca d'Italia, con rilevazioni proprie, giunge agli stessi 114 euro dell'Abi. Di altro tenore la reportistica della Commissione europea, che sei mesi fa ha commissionato uno studio, pubblicato da Der Spiegel, in cui l'Italia ha il primato dei costi: 295,66 euro medi annui, contro 114 euro della media dell'Europa a 27. Quei dati sono stati contestati dall'Abi: «La Commissione - spiega Gianfranco Terriero, capo del centro studi - richiama un'indagine non corretta, perché usa solo i prezzi massimi di listino, include le tasse, non contempla i conti "a pacchetto". E include i costi associati allo scoperto di conto come forma di finanziamento alle famiglie, poco usata all'estero deve invece c'è ampio ricorso al credito al consumo»;
due mesi fa 20 milioni di famiglie hanno ricevuto gli estratti conto 2010. L'indicatore sintetico di costo (ISC) permette di verificare se si spende il giusto, comparando il «Riepilogo annuale spese» dell'estratto con la scheda sintetica dei 40 costi tipo che gli istituti inviano periodicamente. Oltre ai bolli e alle spese di tenuta, le grandi spese riguardano bancomat, carte di credito e l'eventuale dossier titoli. Poi le spese per le operazioni: pagamenti, domiciliazioni, prelievi, rate di mutui o altri fidi. E qui il costo sale verso le stelle se si fa ricorso allo sportello, molto più costoso dei canali remoti, per la banca e per il cliente. L'Abi stima in 6,23 euro il costo di un bonifico per cassa verso una banca diversa dalla propria, mentre la cifra si dimezza se l'addebito è in conto corrente, e diminuisce a 0,87 euro sui bonifici via internet. Stessa dinamica per pagare le utenze domestiche: 3,16 euro al cassiere, 2,17 euro con addebito, 0,77 euro via internet, 0,09 euro con domiciliazione. Il contante incide anche se prelevato a sportelli della concorrenza, con una commissione media di 1,62 euro. In realtà, escludendo le banche on-line, che per questo rendono gratuiti i prelievi su tutto il circuito - ci si avvicina a 2 euro, a fronte di un costo all'ingrosso di 0,56 euro che le banche si pagano a vicenda. Infine, particolare attenzione va dedicata alla «fu» commissione di massimo scoperto, tra le più invise, e soppressa ope legis per iniziativa del Ministero a metà del 2009. Tre mesi fa l'autorità di vigilanza ha chiesto al Senato di migliorare la normativa, perché «consente di mantenere commissioni opache, complesse e molto diversificate». Poco prima l'autorità garante

della concorrenza e del mercato aveva segnalato al Governo che le nuove commissioni erano peggiorative per i clienti senza fido in cinque casi su sette analizzati, e sempre per quelli affidati;
dopo due anni di costo del denaro ai minimi storici la redditività bancaria si è notevolmente ridotta. La caduta all'1 per cento del tasso dell'euro ha ridotto gli interessi dovuti al cliente a uno zero virgola zero, e tagliato ancor più quelli a favore delle banche. Dal 1998 la cosiddetta forbice dei tassi è scesa dal 5,8 per cento al 3,1 per cento, quasi azzerando l'utile che gli istituti traggono dai clienti minuti. E ora molte banche italiane sono costrette a ristrutturare le attività commerciali. A livello ufficiale, con l'inflazione all'1,9 per cento, l'Istat ha registrato nel 2010 una diminuzione annua dello 0,5 per cento dei «servizi finanziari». E l'Abi ha stimato, tra giugno e dicembre, un calo dell'1,7 per cento dei costi medi annui del conto. Ma i consumatori del Codacons ritengono che l'anno scorso il costo dei conti sia salito di 28 euro, oltre il 10 per cento. Nel 2011 non erano previsti aumenti di prezzi, afferma Giuseppe Mussari, presidente dell'Abi «piuttosto il rilancio delle attività retail passa per lo sviluppo dei canali remoti e della qualità del servizio» -:
quali iniziative di competenza, anche normative, il Ministro intenda adottare al fine di ridurre i costi a carico degli utilizzatori relativamente ai conti correnti italiani.
(4-11538)

GIANNI FARINA. - Al Ministro dell'economia e delle finanze. - Per sapere - premesso che:
con una decisione senza precedenti del Ministero dell'economia e delle finanze assunta mediante un decreto nei giorni scorsi è stato disposto l'accantonamento di un ulteriore 10 per cento sul capitolo 3153;
la conseguenza è la riduzione dei contributi già decretati agli enti gestori con comunicazione dello scorso mese di febbraio 2011;
considerato il taglio già previsto dalla legge di stabilità (10 per cento) e l'effetto sfavorevole del tasso di cambio come segnalato in una interrogazione precedente del firmatario del presente atto al Ministero degli esteri, la riduzione dei fondi da destinare ai corsi di lingua e cultura italiana in Svizzera nel 2011 è del 25 per cento;
appare all'interrogante incomprensibile e giuridicamente dubbia, la procedura dell'amministrazione che prima assegna i contributi e poi torna sui suoi passi;
inutile sottolineare che così non è possibile pianificare e utilizzare al meglio le già poche risorse disponibili;
visto che si tratta di accantonamento, il Ministero degli affari esteri lascia aperta la possibilità che il contributo, originariamente stabilito, possa essere ripristinato;
in conformità a quanto richiesto dal coordinamento enti gestori in Svizzera, l'interrogante ritiene necessario che il ministero dell'economia e delle finanze si adoperi affinché la somma accantonata possa essere recuperata in tempi certi e brevi, per permettere la pianificazione del nuovo anno scolastico sulla base di dati certi, poiché con i contributi ridotti è impensabile poter garantire la prosecuzione di tutti i corsi attualmente funzionanti, che sono a serio rischio -:
se il Ministro interrogato intenda fornire una immediata risposta chiarificatrice sull'accantonamento effettuato;
se si intendano assumere iniziative per il ripristino immediato delle somme accantonate per non ostacolare ulteriormente il normale svolgimento dei corsi.
(4-11542)

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Interpellanze:

Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, per sapere - premesso che:
la strada statale 62 «Della Cisa» tra gli abitati di Caprigliola ed Aulla nel comune di Aulla (Ms) progr. chilometri 9+000 e 14+000 risulta essere l'unica arteria stradale a viabilità ordinaria che permette il collegamento di tutta la valle della Lunigiana con le zone costiere della provincia di Massa-Carrara e della Spezia;
il 23 dicembre del 2010 si è verificato nel tratto di territorio che va dall'abitato di Caprigliola compreso, all'abitato di Aulla, per un fronte pari a chilometri 5, un evento meteorologico senza precedenti, almeno a memoria d'uomo, e nello specifico si è abbattuta una tale concentrazione di pioggia molto elevata;
per effetto di questo evento calamitoso si sono verificati nel breve tratto sopra indicato nove movimenti franosi nei versanti montani sovrastanti la sede stradale con una ricaduta lungo la viabilità di circa 10.000 metri cubi di fango, detriti, terra, opere di presidio divelte, causando la completa ostruzione della strada e trasformando la strada stessa, per effetto dei tombini e canali ostruiti in un vero e proprio fiume d'acqua;
fortunatamente durante il crollo del materiale fangoso non si sono verificati incidenti mortali e a seguito dei tempestivi pronti interventi di rimozione delle macchine intrappolate tra una frana e l'altra, entro la serata, si è potuto far rientrare tutte le vetture verso le proprie destinazioni;
nel frattempo si sono immediatamente attivati la Protezione civile e il Comune di Aulla che insieme al personale dell'A.N.A.S. hanno repentinamente interrotto la viabilità in corrispondenza del viadotto sul fiume Magra in località Caprigliola, in direzione sud, ed in direzione Nord, in località quartiere Matteotti ad Aulla per evitare il peggio visto che i movimenti franosi erano ancora in atto. Contemporaneamente, il personale dell'A.N.A.S., presente sul posto, ha iniziato la puntuale ricognizione segnalando il grave stato di emergenza alla propria sede compartimentale di Firenze da dove sarebbe partito immediatamente, l'ingegnere Menchise per raggiungere la zona colpita dall'evento calamitoso nel primo pomeriggio;
l'ingegnere Menchise attivava rapidamente i suoi superiori con i quali coordinava immediatamente l'inizio delle lavorazioni atte a rimuovere il collasso in essere;
già nel tardo pomeriggio furono avviati i primi lavori che sarebbero proseguiti, con notevole dispiego di mezzi, per tutta la notte e nei giorni seguenti;
l'ingegnere Cavalcanti, ingegnere capo delle opere di manutenzione dell'A.N.A.S. Firenze, giungeva da Roma nella serata constatando l'estremo grado di pericolosità ed il tempestivo inizio delle operazioni di sgombro in corso durante la notte;
il giorno seguente fu istituita un'unità di crisi presenti i funzionari A.N.A.S., le autorità di Governo, le forze dell'ordine ed il sindaco del Comune di Aulla; in quella sede si decise di proseguire con la massima celerità i lavori di rimozione del materiale franato ed il ripristino delle opere di protezione della sede stradale al fine di consentire la riapertura, il prima possibile, dell'arteria viaria;
la chiusura della superstrada 62 «Della Cisa» però comportò un gravissimo disagio alla popolazione, non solo di Aulla ma di tutta la Lunigiana, costretta per recarsi nei luoghi di lavori, negli ospedali, negli uffici statali e amministrativi tutti presenti sulla costa tirrenica, ad utilizzare l'autostrada A/15 della Cisa con notevole aggravio economico dovuto al pedaggio autostradale;

a causa del notevole traffico venutosi a creare in corrispondenza dei caselli autostradali di La Spezia, S. Stefano ed Aulla si verificarono ingorghi con lunghi tempi di attesa. Si ricorda che dalle recenti statistiche nel tratto in questione è presente un traffico di circa 20.000 automezzi giornalieri;
la riapertura però fu condizionata, ed è tutt'ora condizionata, da tre restringimenti di carreggiata, di cui uno regolamentato da semaforo, in un tratto di 3 chilometri di strada;
dalla parziale riapertura della statale a tutt'oggi, sono passati circa 3 mesi e nel predetto tratto si sono riverificati incidenti dove fortunatamente a rimetterci sono state solamente autovetture e non persone;
durante le ore di traffico pendolare 6.30 - 8.30 - 17.00 - 19.00 in corrispondenza dei tre restringimenti si formano code chilometriche che impegnano notevolmente la polizia locale;
si vuole inoltre rendere noto che la pavimentazione stradale è notevolmente danneggiata con evidenti buche sull'asfalto -:
se il Ministro interrogato intenda assumere iniziative e se non ritenga che si debba intervenire al più presto per la realizzazione di opere di protezione e di presidio della sede stradale a carattere definitivo per il ripristino della pavimentazione deteriorata, visto anche che per gli eventi meteorologici del periodo novembre-dicembre 2010 il Presidente del Consiglio dei ministri decretava lo stato di emergenza.
(2-01044) «Barani».

Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, il Ministro dell'economia e delle finanze, per sapere - premesso che:
si fa riferimento ai recenti sviluppi delle indagini concernenti la vicenda CIVIS di Bologna, all'avviso di garanzia indirizzato ad alcuni esponenti di ATC ed alla perquisizione svolta nell'abitazione di un ex Sindaco di Bologna;
per sottolineare la necessità di un intervento immediato del Governo sul commissario che attualmente regge il comune di Bologna, al fine di bloccare i lavori che non solo continuano ad arrecare danni ai cittadini ed alla circolazione, ma registrano ogni giorno fatti nuovi particolarmente gravi dal punto di vista penale ed amministrativo che non possono essere ignorati e che richiedono una precisa assunzione di responsabilità, non solo da parte degli enti locali ma anche da parte del Governo medesimo che, pur dovendo concertare la sua iniziativa con la regione ed il comune, non può sottrarsi ad un suo preciso dovere di intervento nell'interesse della collettività bolognese;
in questo senso il sottoscritto ricorda che l'indagine della magistratura ha preso impulso anche da una denuncia/esposto presentata dal medesimo e che tutta la vicenda legata al «supertram» fatta di anomalie, stranezze, incongruenze, affermazioni contraddittorie dei principali responsabili è stata manifestata dall'interpellante in vari atti di sindacato ispettivo (dieci) anche in seguito allo studio fatto dal professor Enzo Boschi, presidente dell'istituto di geofisica e vulcanologia, che ha affermato che il progetto non è ambientalmente sostenibile dalla città di Bologna;
l'interpellante rileva che solo oggi e solo dopo i recenti fatti eclatanti tutti si accorgono che l'infrastruttura in oggetto è nata male e destinata a finire peggio perché non ha i requisiti per essere utile alla città di Bologna ed anzi, se portata a termine, la devasterebbe letteralmente. A tal proposito il sottoscritto desidera precisare che la sua attenzione è sempre stata concentrata sulla contrarietà al mezzo che ha presentato fin dall'inizio problemi sia nella guida del medesimo (mancata sicurezza riscontrata nelle prove di guida operate da autisti ATC) sia ai disguidi provocati nel percorso;
gli allarmi per quanto in previsione poteva accadere alla città caratterizzata da

pavimentazione medievale antica e da portici fragilissimi e per l'impatto che il supertram può avere sulla fruibilità del traffico per i residenti e le attività commerciali poste sulla sua traiettoria nonché le perplessità e preoccupazioni per la sicurezza dei passeggeri raccolte dall'interpellante tra gli operatori e sindacati ATC, hanno indotto a chiedere ripetutamente al Governo di adottare, qualora fosse necessario, i provvedimenti conseguenti nell'interesse dei bolognesi eventualmente sospendendo i finanziamenti in attesa delle pronunce da parte della procura di Bologna;
infine sulla situazione sempre più grave dell'infrastruttura CIVIS di Bologna anche a seguito delle quotidiane novità emergenti dalle indagini della procura ed alla necessità che si faccia piena luce con riscontri concreti e precise responsabilità -:
quali iniziative di competenza intenda assumere il Governo, per far sì che i finanziamenti dell'opera siano revocati tanto più che, in presenza delle succitate possibili violazioni di legge e di norme contrattuali, esistono serie provabilità di non applicazione delle penalità eventualmente volute dal comune.
(2-01045) «Garagnani».

Interrogazioni a risposta scritta:

JANNONE. - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. - Per sapere - premesso che:
la nuova edilizia popolare si avvale di mezzi e strutture appartenenti alla cosiddetta social housing, che fanno sì che le case sociali, o quelle relativa all'edilizia popolare, siano realizzate a basso costo e con materiale a basso impatto ambientale. Prefabbricati, per lo più in legno oppure materiali misti con acciaio, cemento leggero, lane artificiali o animali, da realizzare in tempi molto più brevi di quelli normali, utili soprattutto per fronteggiare le emergenze abitative, ovvero, per tamponare le conseguenze di un'alluvione o di un terremoto devastante;
ora, sulla spinta di una tendenza partita dal Nord-Europa, la tecnologia della prefabbricazione punta a fare un doppio salto di qualità, funzionale ed estetico. Dall'idea originaria di abitazione temporanea, provvisoria, precaria, si sta passando a quella di residenza stabile e duratura, con standard ambientali e anche architettonici più elevati. Una casa, insomma, eco-compatibile, con una maggiore sostenibilità sul piano dei consumi energetici, delle prestazioni termiche e perfino dell'isolamento acustico. A Londra, è già stato costruito il primo edificio interamente in legno a nove piani. Nella zona nord della stessa capitale inglese, lungo i margini stradali di Murray Grove e Sheppherdess Walk, l'iniziativa promossa dalla Peabody Trust - una fra le più antiche associazioni filantropiche della Gran Bretagna - ha puntato proprio sul controllo del prodotto finale. Altri progetti con le stesse caratteristiche sono stati realizzati o sono in via di realizzazione a Berlino. Ma anche in Italia si vanno diffondendo i tentativi di realizzare un social housing per così dire di qualità, a partire dalle esperienze più innovative del Trentino e dell'Alto Adige per arrivare alle aree metropolitane di Roma e di Milano;
in Lombardia e Veneto la Cassa depositi e prestiti ha già assicurato la sua disponibilità a investire 118 milioni di euro in due programmi che prevedono una spesa complessiva di 295 milioni. E lo stesso istituto finanzierà con 25 milioni anche il progetto «Parma Social House» che comprende un mix di 852 alloggi, di cui 252 in locazione a canone sostenibile, 420 in vendita diretta e 180 in locazione a canone convenzionato con riscatto all'ottavo anno (140 milioni di investimento complessivo, realizzazione entro il 2012). I vantaggi più rilevanti della prefabbricazione riguardano i costi e i tempi di realizzazione, con notevoli benefici che si riflettono soprattutto sugli utenti. Nel caso degli affitti agevolati dalle amministrazioni

locali, i canoni si aggirano intorno ai 6 euro per metro quadro al mese: una casa di 70-80 metri quadrati, può costare quindi meno di 500 euro mensili. I prezzi di acquisto, a seconda che si tratti di vendita a categorie disagiate oppure di vendita libera sul mercato, possono variare dai 2.500 -2.700 euro al metro quadro fino ai 3.000 -3.200. E in ogni caso, si tratta di livelli più accessibili per una fascia sociale che comprende giovani coppie, famiglie monoreddito, disoccupati, precari, studenti fuori sede, genitori separati, disabili;
sul fronte energetico, per effetto delle proprietà di isolamento e coibentazione del legno, gli edifici di questo tipo possono ridurre notevolmente il fabbisogno fino alla metà: circa 7 litri di gasolio per metro quadro all'anno, contro una media nazionale di 15 litri. Oltre a diminuire così le emissioni, lo spessore dei pannelli in massello consente di ricavare anche un aumento delle volumetrie (circa il 10 per cento). E infine, l'utilizzo del legno - accompagnato naturalmente da una programmazione del rimboschimento - offre una maggiore flessibilità architettonica, adattandosi alle diverse tipologie edilizie: tanto più nel caso della ristrutturazione di vecchi mobili. Anche qui, però, c'è l'altra faccia della medaglia. Non si tratta tanto della sicurezza, né sul piano della resistenza anti-sismica né su quello della prevenzione anti-incendio: i prefabbricati in legno o materiali misti sono più elastici, assorbono meglio degli edifici tradizionali le scosse di terremoto e, opportunamente trattati con vernici ignifughe, resistono perfino all'assalto del fuoco. Le riserve sono piuttosto di ordine psicologico e attengono soprattutto alla consistenza di un classico bene-rifugio come la casa, particolarmente caro alle famiglie italiane. Ma è proprio dall'evoluzione della tecnologia che dipenderà in futuro l'espansione di un settore emergente della green economy -:
quali iniziative i Ministri intendano adottare al fine di promuovere la redazione una normativa nazionale, in grado di regolamentare le strutture cosiddette di social housing.
(4-11530)

DESIDERATI. - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro della salute. - Per sapere - premesso che:
in seguito al violentissimo terremoto che ha colpito il Giappone qualche settimana fa e al successivo maremoto di enormi dimensioni, l'attenzione internazionale è concentrata sulle migliaia di vittime, sulle catastrofiche distruzioni materiali e soprattutto sul reale e gravissimo rischio di contaminazione da radiazioni dovute ai danni causati alla centrale nucleare di Fukushima;
in Italia il Ministero della salute, in via precauzionale, ha emanato un provvedimento che fa scattare delle restrizioni, e dei controlli ancora più approfonditi, sulle merci importate dal Giappone, principalmente sui prodotti di origine animale e non animale, come che provengono dalle aree colpite;
alcuni Paesi come la Thailandia, la Corea del Sud, Hong Kong, hanno istituito dei speciali controlli negli aeroporti anche sui passeggeri provenienti dal Giappone, per verificare il livello di radioattività con una particolare strumentazione e a Seul sono state rilevate tracce di contaminazione radioattiva sugli indumenti dei passeggeri giapponesi;
il centro studi Vaac di Londra ha emesso qualche giorno fa un avviso per gli aerei relativo ai pericoli associati con la radioattività causati dall'incidente nucleare giapponese, decretando 10 regioni a rischio dello spazio aereo tra Giappone, Russia, Cina, Stati Uniti e Sud Corea;
la compagnia aerea tedesca Lufthansa dalla scorsa settimana ha dirottato i voli su aeroporti diversi da Tokyo, e l'amministrazione federale dell'aviazione statunitense sta valutando la possibilità di cambiare le rotte degli aerei diretti in Giappone a fronte degli aumentati rischi

radioattivi, mentre l'Italia ha escluso solo l'area con raggio di 30 chilometri dalla centrale di Fukushima;
se, all'interno degli aeroporti italiani, siano state attivate delle misure cautelari o incrementate le regolari attività di controllo, per monitorare i livelli di radioattività delle merci, dei bagagli e dei passeggeri provenienti dal Giappone al fine di contenere i rischi di un incidente nucleare;
se siano previste, nell'immediato futuro, delle modifiche alle rotte o alle destinazioni di arrivo degli aerei che dall'Italia sono diretti in Giappone o che comunque sorvolano il territorio giapponese, al fine di garantire la sicurezza e la salute degli equipaggi e dei passeggeri;
se gli equipaggi Alitalia che hanno operato sulle tratte giapponesi nei giorni immediatamente successivi al disastro nucleare siano stati forniti di esposimetri per una lettura precisa dell'esposizione alle radiazioni e se quindi siano stati messi nelle condizioni di essere sottoposti a corretta prevenzione e scrutinio medico, cosi come previsto dal decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 e dal decreto legislativo 241/2000, articolo 10-octies, attuazione della direttiva 96/29 Euratom.
(4-11535)

COMMERCIO, LO MONTE, LATTERI e LOMBARDO. - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'economia e delle finanze. - Per sapere - premesso che:
l'ANAS ha programmato l'avvio dei pedaggi sulle autostrade siciliane a partire 1° maggio 2011, predisponendo un sistema di pagamento che aspetta soltanto il via da un provvedimento congiunto dei Ministeri dell'economia e delle finanze e delle infrastrutture e dei trasporti;
l'istituzione dei pedaggi ha destato e desta viva preoccupazione nelle comunità locali, che lo considerano un vero e proprio balzello per fare cassa, capace da un lato di determinare un ulteriore impoverimento della asfittica economia siciliana, dall'altro di appesantire la già congestionata viabilità locale (statale, provinciale e comunale), peraltro in pessime condizioni di manutenzione e negli ultimi trent'anni sempre la stessa;
ad avviso degli interroganti sarebbe stato opportuno che l'Anas avesse usato la stessa solerzia che ha avuto nel chiudere la gara d'appalto per i pedaggi, per manutenzionare le strade e le autostrade sotto la sua gestione in Sicilia, peraltro carentissima anche sotto il profilo di erogazioni di servizi, al punto che intere tratte non sono provviste di autogrill (Palermo/Trapani, Mazara del Vallo), o là dove esistono spesso c'è ne sono pochissimi (autostrada Catania Palermo, direzione Palermo la distanza tra autogrill arriva anche a superare i 90 chilometri, rispetto ad una media nazionale che non supera i 40 chilometri di distanza);
prima di procedere all'avvio dei pedaggi autostradali, atteso che dall'entrata in vigore dei pedaggi vi sarà un forte aumento della viabilità locale, sarebbe necessario che almeno nelle strade statali in carico all'Anas, in Sicilia, carenti in tutto, venga installata un'adeguata segnaletica, peraltro spesso obsoleta ed illeggibile, in modo da evitare i molti rischi per la sicurezza ed incolumità dei cittadini;
molti sindaci dei comuni adiacenti al sistema autostradale, soprattutto quelli di territori vicini alle grandi città, preoccupati del congestionamento autoveicolare che inevitabilmente si avrebbe con l'introduzione dei pedaggi, hanno richiesto ai prefetti la sospensione del provvedimento proprio per porre in essere e coordinare le misure più opportune di viabilità locale -:
se il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, nonché il Ministro dell'economia e delle finanze nella qualità di azionista unico di Anas, non ritengano di dovere sospendere il provvedimento di avvio dei pedaggi nell'attesa di riorganizzare la manutenzione stradale statale locale, attraverso interventi atti a rivedere

la viabilità, la segnaletica e il coordinamento con i sindaci di quei comuni adiacenti alle città di Palermo e Catania.
(4-11537)

...

INTERNO

Interrogazione a risposta orale:

RIA. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
l'Italia si trova ad affrontare in queste settimane l'emergenza immigrazione, poiché continuano a sbarcare sulle coste migliaia di migranti provenienti dalle coste del Nord Africa;
per alleviare le difficoltà e il sovraffollamento dell'isola di Lampedusa, si è reso necessario ricercare siti alternativi per ospitare i profughi, tra i quali, in particolare, è stata individuata la città di Manduria, in provincia di Taranto, dove è stata allestita una tendopoli in cui si sono trasferiti centinaia di immigrati, tra cui tantissime donne e bambini;
la soluzione predetta è la meno adeguata non solo a garantire le cure e l'assistenza di cui i profughi hanno bisogno, ma anche a limitare i danni derivanti dall'immigrazione clandestina, essendo invece necessaria una gestione strutturale dei flussi attraverso interventi mirati e rispettosi della dignità umana dei tanti rifugiati che richiedono l'aiuto del nostro paese;
dal 1998 al 2003 la provincia di Lecce, per far fronte alle prime ondate migratorie provenienti dall'Est Europa e dal Nord Africa, fece nascere in un proprio immobile (ex masseria La Badessa) un dentro di accoglienza per profughi e richiedenti asilo denominato «L'Orizzonte» e un centro per minori stranieri non accompagnati «Don Milani», utilizzando oltre due milioni di euro per ammodernare e adeguare la struttura della ex masseria alla esigenze degli immigrati;
il centro, dotato di 600 posti letto, funzionò dal 29 luglio 1998 al 30 marzo 2003 ed ospitò in cinque anni un numero di immigrati che supera le ventimila unità, fornendo servizi di mensa, di assistenza sanitaria, di vaccinazione preventiva, di distribuzione di indumenti, biancheria, scarpe e prodotti per l'igiene personale, servizi ricreativi e sportivi, nonché consulenza legale ed amministrativa;
il centro, visitato dal Comitato parlamentare di Schengen - Europol nel 1999, dal Presidente della Repubblica Ciampi, dal Ministro dell'interno Rosa Russo Iervolino, da funzionari dell'Onu e da Funzionari dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, è stato chiuso nel 2003, senza tener conto della reale necessità del territorio di avere una struttura permanente per la gestione dei flussi migratori, il che ha anche vanificato gli sforzi di natura finanziaria posti in essere -:
se sia a conoscenza dell'esistenza della struttura ormai abbandonata che ospitò il centro di accoglienza per profughi e richiedenti asilo denominato «L'Orizzonte» e il centro per minori stranieri non accompagnati «Don Milani» e delle ragioni che portarono alla sua chiusura e se non ritenga di attivare un sopralluogo per valutare la possibilità di una riapertura, al fine di rispondere con un intervento strutturale all'emergenza generatasi in queste settimane nel Salento.
(3-01577)

Interrogazione a risposta in Commissione:

FADDA, CALVISI, MARROCU, MELIS, ARTURO MARIO LUIGI PARISI, PES, SCHIRRU e SORO. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
la regione Sardegna ha espresso la propria disponibilità ad accogliere circa 2000 profughi provenienti da quelle nazioni del nord Africa che oggi sono interessate da un processo di ribellione ai regimi totalitari e oppressori che per svariati

decenni hanno privato le popolazioni delle più elementari libertà civili e democratiche;
a seguito degli incontri tra il Governo, le regioni e i comuni italiani, volti a trovare soluzione alla gravissima crisi che si è determinata a Lampedusa, gran parte delle regioni, nel manifestare disponibilità all'accoglienza temporanea dei migranti, ha precisato che la scelta dei siti sarebbe dovuta avvenire nella totale condivisione con le comunità locali;
la regione Sardegna, con il consenso delle amministrazioni locali, avrebbe già individuato un certo numero di siti distribuiti nell'intero territorio dell'isola confacenti alle necessità di estrema particolarità che vengono richieste dal caso specifico e che attengono a problemi di sicurezza e di igiene;
si è invece appreso di quella che appare agli interroganti la scandalosa e prevaricante decisione del Governo, decisione presa in totale autonomia dalle istituzioni locali competenti, di far sbarcare a Cagliari circa 700 migranti tunisini e di trasferirli presso una vecchia caserma dell'Aeronautica militare che appare del tutto inadeguata ad affrontare, a causa di carenze strutturali e di gestione, un impatto umano di queste proporzioni, e che, oltretutto, è collocata all'interno dell'area urbana di Cagliari, cosa che sta creando giustificate preoccupazioni presso l'intera popolazione;
tale decisione è gravissima in quanto è stata presa, a giudizio degli interroganti in palese violazione degli accordi fatti e poiché espone l'amministrazione del comune di Cagliari e l'amministrazione regionale a situazioni difficilmente mediabili in quanto inaspettate e non preordinate;
va riaffermato il principio che la Sardegna è, e vuole essere, sempre terra di pace e di accoglienza per tutti gli uomini e le donne che nella difficilissima transizione verso la libertà e la democrazia del proprio popolo, chiedono di essere accolte, protette e sostenute -:
quali motivazioni abbiano indotto il Governo ad assumere un provvedimento che agli interroganti appare prevaricante nei modi e nei tempi e tale da violare palesemente gli accordi poco prima conclusi;
quali provvedimenti siano stati adottati a garanzia della sicurezza sia degli stessi migranti sia della popolazione cagliaritana;
se non ritenga di dovere informare con urgenza le istituzioni regionali e le amministrazioni locali in merito alle misure che si intendono adottare nell'immediato futuro al fine di gestire in modo fattivo, concordato ed efficace, le criticità che la situazione suesposta presenta.
(5-04561)

Interrogazioni a risposta scritta:

FARINONE. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
in data 23 febbraio 2011 i consiglieri di opposizione del comune di Arcore, appartenente alla provincia di Monza e Brianza, hanno chiesto al sindaco e al presidente del consiglio comunale della città la convocazione della commissione urbanistica e successivamente dello stesso consiglio comunale per poter discutere nel dettaglio il programma integrato di intervento (P.I.I.) Falck, considerata l'importanza dell'argomento, anche ai sensi dell'articolo 24 dello statuto comunale, per il quale il presidente del consiglio comunale è tenuto «a tutelare le prerogative dei componenti del consiglio comunale e garantire l'esercizio effettivo delle loro funzioni assicurando una adeguata e preventiva informazione ai gruppi consiliari ed ai singoli consiglieri sulle questioni sottoposte al Consiglio Comunale»;
in data 8 marzo 2011 il sindaco ha chiesto al presidente del consiglio comunale la convocazione dell'organo ponendo all'ordine del giorno il predetto P.I.I. Falck;

il giorno 14 marzo 2011 si è riunita in seduta pubblica la commissione urbanistica: nell'ordine del giorno, fra gli altri punti, era prevista l'adozione del P.I.I. Falck. Dopo una descrizione di quest'ultimo da parte dell'assessore all'urbanistica, i consiglieri di minoranza hanno chiesto alcune delucidazioni e in conclusione di seduta un aggiornamento della medesima per proseguire gli approfondimenti ritenuti necessari data l'importanza del tema in discussione;
il giorno 21 marzo 2011 la commissione urbanistica si è nuovamente riunita ponendo il programma integrato di intervento Falck quale unico punto all'ordine del giorno. In questa occasione i consiglieri di minoranza hanno ulteriormente approfondito il tema, evidenziando all'assessore una serie di problematiche connesse al programma illustrato loro e richiedendo ulteriori informazioni al riguardo. Alla richiesta di un ulteriore dettaglio delle opere previste, anche dal punto di vista dei costi, e della conseguente necessità di un nuovo incontro, l'assessore ha risposto non esservi più tempo a disposizione. Risposta negativa anche circa la previsione di una eventuale illustrazione del P.I.I. Falck ai cittadini. A fronte di questi rifiuti i consiglieri di minoranza non hanno partecipato alla votazione in seno alla commissione;
in data 23 marzo 2011 il presidente del consiglio comunale ha convocato il medesimo per il 29 marzo 2011, non inserendo all'ordine del giorno il P.I.I. Falck alla luce dell'andamento dei lavori nella commissione urbanistica;
in data 24 marzo 2011 il prefetto di Milano ha scritto al presidente del consiglio comunale di Arcore invitandolo a voler provvedere all'integrazione dell'ordine del giorno del consiglio comunale già convocato per il 29 marzo inserendo il «punto omesso relativo all'Adozione programma integrato di intervento denominato P.I.I. Falck» e precisando che, nel caso il presidente del consiglio comunale non vi avesse provveduto la nota predisposta dal prefetto avrebbe direttamente svolto la funzione di integrazione dell'ordine del giorno già fissato;
in data 25 marzo con lettera al presidente della provincia di Monza e Brianza e ai sindaci dei comuni della medesima provincia il prefetto di Monza e Brianza informa la contestuale entrata in vigore del provvedimento di istituzione - intervenuto in data 11 febbraio 2011 con decreto del Presidente della Repubblica n. 16 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 57 del 10 marzo - della prefettura di Monza e della Brianza;
la lettera del prefetto di Milano è stata redatta l'ultimo giorno di governo della prefettura di Milano sui comuni della provincia di Monza e Brianza;
il prefetto di Milano prima di scrivere al presidente del consiglio comunale di Arcore non ha ascoltato alcun capogruppo consiliare e alcun consigliere della minoranza al fine di acquisire più puntuali informazioni circa il motivo del contendere -:
se il Ministro sia a conoscenza di questo episodio e se ne condivida lo svolgimento nel suo sviluppo temporale oltre che nel suo contenuto di merito.
(4-11531)

BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
sabato 2 aprile 2011 la prima firmataria del presente atto si è recata in visita ispettiva presso il centro di accoglienza richiedenti asilo (Cara) di Mineo insieme al segretario di Radicali Italiani, Mario Staderini, nonché a Simone Sapienza e Valentina Ascione, entrambi membri della giunta di Radicali Italiani e a Gianmarco Ciccarelli, segretario dell'associazione Radicali Catania;
al momento della visita ispettiva il Cara di Mineo ospitava 1595 persone in prevalenza di nazionalità eritrea, somala,

etiope, nigeriana e tunisina. Tra queste vi erano anche 44 minori, compresa una bambina di appena 20 giorni;
nel centro le condizioni di vita dei migranti sono buone, sia dal punto di vista della struttura, che dell'assistenza, ciò anche grazie all'ottimo lavoro svolto dalla Croce Rossa Italiana. Gli stessi alloggi assomigliano a dei veri e propri residence, sino a pochi mesi fa tutti occupati dai militari della base nato di Sigonella;
i problemi riscontrati dalla delegazione nel centro di Mineo riguardano la possibilità di movimento degli ospiti dovuta all'isolamento della struttura raggiungibile solo con l'automobile e non servita da alcun mezzo collettivo di trasporto pubblico o privato; inoltre, al momento della visita, il centro aveva difficoltà di collegamento con i telefoni cellulari per mancanza di copertura del segnale di quasi tutti gli operatori telefonici, non disponeva di collegamento internet ed era privato anche del segnale di tutti i canali radiotelevisivi; questa situazione genera uno stato d'ansia e di prostrazione sia degli ospiti che non riescono ad avere contatti e informazioni dei paesi d'origine, sia del personale per l'efficace svolgimento del proprio lavoro;
almeno un terzo dei richiedenti asilo presenti nella struttura è stato trasferito a Mineo dai Cara presenti in altre città ed in altre regioni (Bolzano, Bari, Brindisi, Crotone). In pratica centinaia di persone, che avevano già avviato nei rispettivi centri di accoglienza la procedura di asilo e il conseguente processo di integrazione (andando a scuola, facendo formazione e altro), improvvisamente sono state allontanate da quelle realtà e catapultate nel Cara di Mineo senza alcuna certezza sui tempi di risposta alle loro richieste di asilo politico, atteso che la commissione territoriale competente, quella cioè di Siracusa, non si è ancora insediata e allo stato nemmeno si sa entro quando ciò potrà avvenire;
secondo quanto disposto dal decreto legislativo n. 35 del 2008 in materia di diritto d'asilo, la domanda volta all'ottenimento dello status di rifugiato dovrebbe essere esaminata entro 35 giorni dall'ingresso nel Cara;
le testimonianze dei richiedenti asilo, preoccupati perché non sanno entro quali tempi potranno ottenere lo status di rifugiati, possono essere riascoltate sul sito di Radio Radicale o di Radicali Italiani. È il caso di Muhamed, ragazzo proveniente da una zona del Pakistan sconquassata dalle inondazioni e trasferito a Mineo dopo cinque mesi trascorsi nel Cara di Crotone: la sua pratica era praticamente definita, ma ora sarà costretto a ricominciare tutta la trafila;
il 5 aprile 2011 l'agenzia di stampa ANSA ha diramato un comunicato nel quale l'Arci Catania, attraverso il proprio legale, avvocato Francesco Auricchiella, ha dichiarato quanto segue: «Per i richiedenti asilo ospiti nel Villaggio della Solidarietà di Mineo i tempi di permanenza si allungheranno, e di parecchio, e c'è il rischio che una persona rimanga anche un anno all'interno del centro. Sono persone che si trovavano a Gorizia piuttosto che a Brindisi e dovevano fare il colloquio. Il giorno successivo però sono stati trasferiti d'urgenza senza sapere neanche la loro destinazione. Il problema più evidente che sta emergendo a Mineo è la mancanza di informazione per i migranti che si trovano dentro il centro ma anche per i soggetti che istituzionalmente avrebbero il diritto di averle, come le associazioni e gli enti. Come Arci stiamo chiedendo la convocazione di un consiglio territoriale per interloquire ed avere informazioni. Peraltro al Cara di Mineo manca ancora il decreto attuativo»;
nel centro di Mineo vi sono una cinquantina di persone provenienti da Lampedusa, per lo più di nazionalità tunisina, le quali rischiano di essere rimpatriate da un momento all'altro nel proprio Paese di origine, atteso che, stando a quanto riferito dal Ministro interrogato agli organi di stampa, non avrebbero alcuna possibilità di ottenere lo status di rifugiati;

sempre da fonti di stampa si apprende che lo stesso Ministro interrogato ha incontrato esponenti del governo tunisino per auspicare un accordo di riammissione in Tunisia delle persone illegalmente provenienti da quel Paese;
il rimpatrio coatto dei richiedenti asilo non riconosciuti può solo essere disposto caso per caso, dietro verifica della situazione personale e di quella del Paese d'origine, nel rispetto di tutte le garanzie e del divieto di refoulement in Paesi in cui si rischiano persecuzioni;
l'istituto dell'asilo è basato sul riconoscimento di un diritto soggettivo fondamentale, sancito dalla nostra Costituzione il diritto dei richiedenti asilo che si vedano respingere tale domanda ad adire all'autorità giudiziaria ordinaria per la tutela del proprio diritto fondamentale non può in alcun modo essere compresso od ostacolato. Pertanto non può essere ammesso in nessun caso che si verifichi un allontanamento coatto dello straniero dal territorio nazionale prima che all'interessato sia stata data la possibilità di appellarsi all'autorità giudiziaria contro la decisione negativa;
lo sbrigativo respingimento dei migranti presenti nel Cara di Mineo si porrebbe in gravissima violazione del principio di non refoulement («non respingimento») sancito dall'articolo 33 della Convenzione di Ginevra, nonché dall'articolo 19 del testo unico n. 286 del 1998, che stabilisce il divieto assoluto di rimpatrio di una persona verso un territorio ove la sua vita e la sua sicurezza potrebbero essere in pericolo -:
per quali motivi non sia stato ancora emanato il decreto attuativo che dispone la trasformazione del residence di Mineo in un centro di accoglienza per richiedenti asilo;
quale sia il costo sia annuale del centro di Mineo, sia per l'affitto della struttura, sia per la convenzione con la Croce Rossa;
in che tempi verranno predisposti i collegamenti riguardanti il trasporto, la telefonia, internet, e per la ricezione dei canali televisivi;
se non ritenga opportuno disporre il ritorno nelle strutture originarie dei richiedenti asilo trasferiti a Mineo dagli altri centri di accoglienza per richiedenti asilo sparsi sul territorio nazionale;
entro quali tempi verrà istituita la commissione territoriale di Siracusa incaricata di valutare le domande di asilo politico avanzate dai migranti presenti nel centro di Mineo;
quali provvedimenti intenda adottare affinché venga garantito, per i richiedenti asilo trasferiti a Mineo, l'immediato ripristino dei percorsi di integrazione nell'ambito dello Sprar (sistema di protezione e assistenza rifugiati);
se non intenda convocare immediatamente un consiglio territoriale per interloquire e fornire informazioni agli enti e alle associazioni ivi ubicate;
se non ritenga necessario intervenire affinché non si realizzino violazioni delle garanzie nelle procedure di accoglimento delle istanze di asilo e nel trattamento delle persone a cui le istanze fossero eventualmente respinte, escludendone comunque un rimpatrio forzoso nei Paesi nei quali la loro sicurezza e incolumità non fosse garantita;
se non ritenga di disporre affinché, ferme restando le eventuali procedure individuali di asilo politico, sia attribuita ai migranti allocati nel Cara di Mineo una forma di protezione umanitaria automaticamente prorogabile o comunque un permesso di soggiorno temporaneo ex articolo 20 del testo unico sull'immigrazione.
(4-11532)

NACCARATO. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
in data 6 aprile 2011 - nell'ambito dell'operazione denominata «Ferrari

Come Back» - il personale della Direzione investigativa antimafia di Napoli, in collaborazione con la direzione investigativa antimafia di Padova, ha eseguito il sequestro preventivo di beni - emesso dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Napoli) - nei confronti di Cipriano Chianese, 57 anni, di Parete (Caserta), avvocato e imprenditore attivo del settore dello smaltimento rifiuti, titolare di Resit Srl (società che ha gestito le discariche in Campania), già raggiunto tra il 1993 e il 2007 da provvedimenti di custodia cautelare per vicende connesse al traffico di rifiuti e attualmente agli arresti domiciliari in seguito a truffe commesse a danno del commissariato di Governo per l'emergenza rifiuti in Campania attraverso minacce plurime realizzate da appartenenti al clan camorristico dei Casalesi tra il 2002 ed il 2003. Secondo i magistrati Chianese sarebbe «il protagonista indiscusso delle azioni truffaldine ed estorsive contestate» e «senza dubbio, un imprenditore mafioso dall'anno 1988 all'anno 1996». Complessivamente il valore economico dei beni sequestrati nel corso dell'operazione sopra citata risulta pari a circa 13 milioni di euro;
nel medesimo ambito è stato disposto, altresì, il sequestro di beni del valore di circa 2 milioni di euro nei confronti di Franco Caccaro, 49 anni, di Campo San Martino (Padova), imprenditore attivo nel settore delle macchine per la triturazione dei rifiuti, titolare di Tpa-Tecnologia per l'ambiente Srl, con sede in via Tremarende n. 22 a Santa Giustina in Colle (Padova), circa 200 dipendenti e basi operative in Turchia, Australia, Francia, Usa e Brasile. Secondo gli inquirenti tra il 2005 e il 2006 Caccaro avrebbe sviluppato le attività di Tpa grazie all'ingresso di ingenti capitali, tra cui 3 milioni di euro provenienti da assegni emessi dalla sopra citata Resit Srl. Tale apporto economico - secondo la Procura - avrebbe consentito alla società padovana di assumere la posizione di leader nel mercato dei trituratori dei rifiuti, e permesso, al contempo, a Caccaro di avviare l'azione di estromissione dei soci originari di Tpa Srl;
a quanto emerge dall'inchiesta Caccaro avrebbe presentato un'offerta all'amministratore giudiziario dei beni sequestrati a Chianese al fine di acquistare due auto Ferrari (modelli: «360 spider» ed «Enzo») già appartenute all'imprenditore napoletano al prezzo di circa 1 milione di euro, con l'evidente obiettivo di fare rientrare, in modo fraudolento, Chianese in possesso dei beni posti sotto sequestro. Secondo gli inquirenti il volume di affari intercorso nell'arco di pochi anni tra Chianese e Caccaro - attraverso le rispettive società - risulta stimabile in oltre 10 milioni di euro;
l'operazione «Ferrari Come Back» non rappresenta un fatto episodico, ma si configura come l'ultimo tassello sul fronte della lotta alla criminalità organizzata in Veneto attuata congiuntamente da magistratura e forze dell'ordine, come dimostra il significativo numero di operazioni di polizia contro mafia, camorra e 'ndrangheta eseguite nell'ultimo biennio;
più volte l'interrogante ha presentato atti di sindacato ispettivo sulle attività della criminalità organizzata in Veneto al Ministro dell'interno - senza tuttavia ottenere alcuna risposta - denunciando dapprima i continui tentativi di infiltrazione nella regione da parte dei sodalizi della criminalità organizzata, e successivamente l'avvenuta penetrazione degli esponenti di mafia, camorra e 'ndrangheta nel tessuto socio-produttivo del Veneto. Tale presenza - aggravata dalla conclamata capacità di mimesi nella società civile da parte degli esponenti dei clan mafiosi camorristici e ndranghetistici - è stata ripetutamente confermata nelle analisi contenute nelle relazioni semestrali del Ministro dell'interno al Parlamento sull'attività svolta e sui risultati conseguiti dalla direzione investigativa antimafia -:
se sia al corrente dei fatti esposti in premessa;
quali concrete iniziative di competenza intenda assumere al fine di prevenire e contrastare con efficacia le attività di criminalità organizzata in Veneto, in

particolare in relazione ai ripetuti tentativi di conquistare e utilizzare, per le proprie finalità criminali, i settori del mondo produttivo e dell'imprenditoria locale.
(4-11533)

FUCCI. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
nelle notti del 30 e 31 marzo 2011 la città di Andria è stata colpita dall'esplosione di altrettanti ordigni: il primo ha distrutto un negozio di proprietà dell'assessore comunale all'ambiente, Francesco Lotito, già bersaglio di un atto intimidatorio nella scorsa estate; il secondo ha provocato danni gravi a un autosalone, alle abitazioni soprastanti e ad alcune vetture parcheggiate in zona;
come emerso dai primi rilievi riportati dalla stampa, entrambi gli ordigni avevano un potenziale molto pericoloso, sia per la loro composizione che per il loro posizionamento, tanto che, se nei momenti delle esplosioni, si fossero trovate di passaggio delle persone, ci sarebbe stato il rischio di una vera tragedia;
già nella mattina del 1o aprile 2011 si è tenuto un vertice tra il sindaco e il prefetto, mentre forte è la sensazione che ci sia, da parte di persone che evidentemente vedono con preoccupazione l'avvio di un grande processo di trasparenza, correttezza e legalità avviato dall'amministrazione comunale, la volontà di creare un clima di tensione;
successivamente, nella notte del 1o aprile, è stato fatto esplodere del materiale esplosivo nella parte inferiore di un muro dell'edificio che ospita il Palazzo di Città;
Andria è una realtà molto complessa sia in quanto città co-capoluogo della provincia di Barletta-Andria-Trani, sia in quanto maggiore centro di un'area nella quale le molteplici attività economiche e industriali (soprattutto in campo agroalimentare e tessile) possono suscitare l'interesse della criminalità;
ad Andria sia la polizia che l'Arma dei Carabinieri e la Guardia di finanza - nonostante il prezioso lavoro svolto a testimonianza del quale stanno le numerose operazioni concluse con successo - si trovano in situazione di oggettiva difficoltà sia sul piano degli organici che su sul piano della logistica;
le stesse istituzioni cittadine, con in testa il sindaco Nicola Giorgino che ha fatto un appello in tal senso dopo gli attentati del 30 e 31 marzo 2011, chiedono il rafforzamento degli organici delle forze dell'ordine presenti ad Andria -:
nello specifico della vicenda denunciata in premessa, di quali elementi disponga in relazione alle esplosioni del 30 e 31 marzo e del 1o aprile 2011;
in generale, quale sia la sua analisi sul problema della sicurezza nella città di Andria e quali urgenti iniziative ritenga di attuare per potenziare gli organici di polizia e carabinieri presenti ad Andria.
(4-11539)

PICCOLO, BOSSA, BURTONE, MAZZARELLA, CIRIELLO, ANDREA ORLANDO, GARAVINI, MARCHI, VELTRONI, NICOLAIS e BORDO. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
il comune di Gragnano, in provincia di Napoli, è amministrato da una giunta guidata dal sindaco Annarita Patriarca, eletta nel 2009;
il quotidiano La Repubblica, nella sua edizione napoletana, nei giorni scorsi, ha riportato ampie e dettagliate notizie in merito ad un'inchiesta della direzione distrettuale antimafia di Napoli su presunti brogli nelle elezioni amministrative nel comune di Gragnano e su possibili infiltrazioni camorristiche nello svolgimento della predetta competizione;
secondo l'inchiesta, alle ultime elezioni amministrative, sarebbero state riscontrate gravissime irregolarità: in particolare, sarebbe stata accertata una quantità

allarmante di tessere elettorali duplicate (1700 su circa 19 mila votanti) che costituirebbe l'indizio evidente di un tentativo di controllo del voto da parte delle cosche camorristiche che agiscono sul territorio;
nell'indagine risulterebbero coinvolti anche esponenti politici e scrutatori che avrebbero manipolato le operazioni di voto, alterando l'esito elettorale;
essa sarebbe partita da alcune intercettazioni ascoltate nell'ambito di un'altra inchiesta, denominata Golden Goal, durante la quale è stato intercettato Fabio Di Martino, figlio dell'omonimo boss, che durante un colloquio in carcere col genitore raccontava, a proposito delle elezioni amministrative, che a Gragnano «hanno fatto votare anche i morti; andavano a prendere le schede... andavi sul Comune». «Quello 'sto fatto lo mise in mezzo Michele Serrapica (ex sindaco di Gragnano ndr). Lo faceva lui, il fatto di queste schede»;
le notizie di stampa succitate hanno riferito che sarebbero già state ascoltate quindici persone nelle vesti di testimoni (con centoventi ore di interrogatori registrate) e sarebbero state acquisite significative ed inquietanti intercettazioni telefoniche e ambientali dalle quali emergerebbe un quadro allarmante di inquinamento malavitoso, con episodi di specifico rilievo, quale quello della partecipazione a riunioni elettorali di numerosi personaggi contigui a clan malavitosi;
sempre secondo le notizie di stampa, nella stessa inchiesta sarebbero indagati sia esponenti istituzionali (ben cinque), sia funzionari della pubblica amministrazione, per reati che vanno dall'abuso di ufficio all'inquinamento del voto, con l'aggravante del favoreggiamento dei clan di camorra;
è da rilevare che alcuni mesi addietro sono stati arrestati e processati proprio per brogli elettorali i fratelli Ciro e Luigi Coticelli che hanno patteggiato la condanna a 1 anno e 4 mesi di reclusione, con pena sospesa;
nel predetto procedimento giudiziario, nel quale è coinvolto anche un parente eccellente dei fratelli Coticelli, l'attuale presidente del consiglio comunale Giuseppe Coticelli, rinviato a giudizio per lo stesso reato; il processo inizierà nei prossimi giorni ed il Comune di Gragnano, con una decisione sorprendente ed incomprensibile, preannunciata esplicitamente dal sindaco Patriarca, non intende costituirsi parte civile, alimentando nell'opinione pubblica sospetti ed illazioni sulla trasparenza e sulla correttezza dell'operato dell'amministrazione comunale;
oltre alla vicenda dei presunti brogli elettorali, numerose altre sarebbero le vicende e le circostanze all'esame della procura. Tra queste, un tentativo di pressione sull'ex sindaco Serrapica che, prima di essere sfiduciato, si sarebbe rifiutato di ospitare una stazione di distribuzione di carburanti allestita dalla famiglia Cosentino, cosi come chiedeva e sollecitava la consigliere comunale Patriarca (attuale sindaco);
la stampa ha riferito anche di un'altra singolare vicenda riguardante alcuni parenti della stessa Patriarca che occuperebbero una casa colonica con 6mila metri quadri di terreno, in frazione Caprile, pagando appena 15 euro al mese;
al centro dell'inchiesta della procura antimafia di Napoli è entrato, inoltre, il caso della ristrutturazione del monastero trecentesco di San Nicola dei Miri. L'azienda che ha vinto la gara per il restauro (per 14 milioni di euro) è la Mastrominico Costruzione, con sede nell'agro aversano in provincia di Caserta; secondo una nota della prefettura di Napoli, inviata al sindaco Patriarca, il titolare dell'impresa, avrebbe rapporti di parentela con il noto boss del clan dei casalesi Antonio Iovine, la stessa prefettura, pur precisando che non sussistono procedimenti per l'applicazione di una misura interdittiva antimafia» a carico della impresa, ha ritenuto di segnalare la situazione

alla valutazione discrezionale del sindaco e dell'amministrazione comunale -:
se sia a conoscenza della gravissima situazione che investe l'amministrazione comunale di Gragnano e quali iniziative di sua competenza intenda attivare;
se non ritenga urgente e indispensabile disporre l'accesso, con le modalità previste dalla normativa vigente, presso il comune di Gragnano (Napoli) per acquisire dati, documenti e notizie in merito ai fatti sopra riferiti e per accertare, altresì, se nell'ambito dell'apparato politico-amministrativo, emergano elementi su collegamenti, diretti e indiretti, con la criminalità organizzata ovvero sussistano forme di condizionamento degli amministratori che possano compromettere la libera determinazione degli organi elettivi ed il buon andamento dell'amministrazione comunale, nonché il regolare funzionamento dei servizi alla stessa affidati.
(4-11543)

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ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA

Interrogazioni a risposta in Commissione:

SIRAGUSA. - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. - Per sapere - premesso che:
in un articolo pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 5 aprile 2011 dal titolo «Regione pronta a gestire le università. L'ipotesi nella trattativa sul federalismo» si legge: «Per ora è una semplice ipotesi operativa contenuta in un documento di sette pagine firmato dall'assessore Gaetano Armao. La Regione mette per iscritto la disponibilità ad assumere le competenze sull'università in Sicilia. E indica anche le risorse necessarie: 732 milioni di euro. C'è anche questo, nella delicata partita del federalismo fiscale dalla quale dipende il futuro di Palazzo d'Orleans. Il confronto fra Armao e il ministro leghista Roberto Calderoli riprenderà fra oggi e domani: e sul tavolo, fra le schede che daranno corpo a un possibile accordo, ce n'è anche una che riguarda la determinazione delle norme di attuazione che trasferiscano le funzioni attribuite dallo Statuto alla Regione ma non ancora esercitate. Il quadro delle funzioni da trasferire, scrive Armao, può essere oggetto di una lettura evolutiva delle competenze statutarie, alla luce della riforma del titolo V della Costituzione. L'assessore precisa, nella nota inviata a Calderoli, che la gestione delle università costituisce una "competenza concorrente della Regione" ed è quindi "del tutto opinabile che possa essere integralmente trasferita alla Sicilia". In pillole, come dice lo stesso Armao al telefono, "non si può pensare a un passaggio di competenze tout-court alla Regione. Ma, nel quadro di un'intesa complessiva con lo Stato che riguarda anche la compartecipazione della Sicilia alla spesa sanitaria, potremmo addossarci alcune spese, come quelle dell'edilizia universitaria. L'importante è che ci diano le risorse: troppo facile, per lo Stato, fare il federalismo a costo zero"»;
nello stesso articolo si legge che «Cinquanta professori dell'Università di Palermo hanno scritto ieri una lettera al rettore Roberto Lagalla: "La regionalizzazione delle politiche per l'università - si legge - rischia di aggravare i problemi di funzionamento e di sviluppo delle istituzioni accademiche siciliane, sia per l'incertezza dei nuovi scenari amministrativi, sia per la presumibile inadeguatezza delle risorse finanziare regionali, che verrebbe a condizionare in modo drastico l'offerta formativa e i progetti di ricerca. I docenti che hanno promosso l'iniziativa chiedono a Lagalla gli 'opportuni chiarimenti sullo stato di avanzamento della negoziazione' fra Stato e Regione e di avviare 'un'ampia discussione pubblica'. Lagalla, che è anche presidente della conferenza dei rettori siciliani, non nasconde il disappunto per non essere stato ancora coinvolto: 'Nessuno ha mai comunicato alla conferenza la possibilità che le competenze, anche

parziali, sul sistema universitario dell'Isola, passino alla Regione. Forse sarebbe il caso che se ne discutesse anche con noi. Per il rettore dell'ateneo palermitano lo Stato non può delegare le competenze sullo stato giuridico ed economico dei docenti, la valutazione sull'offerta formativa, né il finanziamento della didattica e della ricerca, tranne qualche aspetto legato allo sviluppo locale. È la Costituzione - conclude Lagalla - a garantire che queste funzioni siano assicurate dal governo centrale'"»;
la recente approvazione della cosiddetta riforma dell'università ha suscitato viva preoccupazione tra docenti, ricercatori, studenti universitari che ritengano che tale normativa piuttosto che rilanciare il ruolo degli atenei ne limiti sostanzialmente le possibilità;
pesanti tagli colpiscono, da tre anni a questa parte, le università italiane mettendone a rischio il normale funzionamento tanto che si prevede che molte di esse, e tra loro quelle siciliane, non riusciranno a pagare gli stipendi da qui alla fine dell'anno, tagli altrettanto consistenti sono stati inflitti anche ai trasferimenti alle regioni;
in questo contesto le notizie che arrivano dalla Sicilia sono molto preoccupanti e ben si comprende l'allarme che esse hanno suscitato nell'ateneo palermitano;
non è chiaro sulla base di quale normativa il ministro Calderoli chieda di far rientrare le università tra le competenze da trasferire alle regioni -:
su quali basi giuridiche sia stato ipotizzato il trasferimento di competenze dallo Stato alla regione siciliana in materia universitaria;
se il Ministro interrogato sia a conoscenza di quanto riportato in premessa e, in caso di risposta affermativa, se non ritenga di dover intervenire con urgenza per evitare ulteriori danni alle università siciliane.
(5-04559)

BELLANOVA. - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione. - Per sapere - premesso che:
in tutto il Paese si sta sollevando una vera e propria contestazione da parte dei dirigenti scolastici della scuola pubblica, poiché a fronte delle recenti norme, la stessa risulta essere sempre più deprivata di risorse e comunque costretta ad affrontare delle criticità sempre più complesse;
i dirigenti scolastici denunciano, nei fatti, una situazione divenuta oramai insostenibile, che rende particolarmente gravoso e stressante l'impegno quotidiano di dirigere le istituzioni scolastiche, considerate enti autonomi giuridicamente, ma paradossalmente con scarsissime risorse ed al limite delle energie residue;
tra le criticità maggiormente preoccupanti si annovera l'obbligatorietà ed il rispettivo pagamento alle ASL delle visite fiscali senza specifici trasferimenti alle scuole da parte dello Stato. L'articolo 71, comma terzo, del decreto-legge del 25 giugno 2008, n. 112 «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria» difatti ha stabilito l'obbligo per il datore di lavoro pubblico di disporre il controllo in ordine alla sussistenza della malattia del dipendente anche nel caso di assenza di un solo giorno. La sentenza n. 13992 del 2008 della Corte di cassazione ha sancito che le visite fiscali rientrano nella competenza delle ASL, sono a titolo oneroso e sono a carico dell'amministrazione richiedente, perché disposte nell'interesse del datore di lavoro;
la scuola, già sottoposta a robusti tagli da parte del Governo, è in seria difficoltà ed oggi si ritrova a dover pagare dai 48 ai 50 euro a visita rischiando, di fatto, di non poter sostenere il peso di questa ulteriore spesa alla quale se ne aggiungono molte altre;
ad aggravare la situazione vi sono anche gli impegni finanziari ai quali gli istituti

sono tenuti a provvedere, si parla ad esempio di acquistare il materiale di pulizia utile a rendere idonei gli ambienti, ma anche degli impegni finanziari rivenienti da reggenze e revisione dei conti alle quali gli istituti sono tenuti ad ottemperare;
la riduzione degli organici e l'aumento del numero di alunni per classe ha determinato una situazione ancor più gravosa per i dirigenti scolastici, di fatto, ritenuti responsabili penalmente di quanto possa accadere all'interno dell'istituto;
a rendere tale situazione ancor più complicata vi è il capitolo che riguarda le «prove Invalsi». Le scuole hanno l'obbligo di fare svolgere agli alunni delle classi di scuola primaria (seconda e quinta), secondaria di primo grado (prime) e secondaria di secondo grado (seconda) le prove predisposte dall'Invalsi annualmente. Va detto, però che gli insegnanti non hanno nessun obbligo di somministrare i questionari, di compilare le relative schede, né tanto meno di sorvegliare le classi durante lo svolgimento delle prove poiché è un'attività che non è contemplata nel contratto di lavoro degli stessi. Si tratterebbe, per i docenti, di lavoro straordinario che i dirigenti scolastici dovrebbero trovare il modo di retribuire con un compenso a parte, con specifici finanziamenti attualmente non trasferiti da parte dello Stato -:
se i Ministri, dato quanto sopra esposto, non ritengano doveroso intervenire con i mezzi adeguati per evitare la penalizzazione della scuola pubblica e dei suoi attori principali, concertando con i dirigenti scolastici la modalità più idonea per dirimere le questioni che riguardano in generale l'attività scolastica, impegnandosi a ripristinare il gettito di risorse utili a far fronte alle numerose esigenze degli istituti scolastici che con l'ultimo intervento normativo, invece, hanno subito un netto taglio.
(5-04563)

MONAI. - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. - Per sapere - premesso che:
in tre anni nel Friuli Venezia Giulia la scuola pubblica ha già perso 2.148 posti di lavoro (dal 2009-2010 al 2011-2012, se 26 sono stati i docenti in più nella scuola dell'infanzia, ben 508 sono stati esonerati nella scuola primaria; - 326 nella superiore di primo grado e - 541 in quella di secondo grado per un totale di 1.349 docenti; i tagli hanno rimosso anche 799 lavoratori del personale Ata);
per il prossimo anno scolastico 2011-2012 l'organico scolastico perderà altre 648 figure professionali: mancheranno 44 docenti nella provincia di Gorizia, 96 in quella di Pordenone, 74 a Trieste e 169 a Udine; il taglio per il personale Ata sarà di 264 operatori;
le scuole primarie e superiori di secondo grado subiranno, nella formulazione dell'ufficio scolastico regionale, perdite di 186 posti e di 202, addirittura in aumento rispetto al piano previsionale del Ministero;
a questa riduzione del corpo insegnanti si contrappone l'aumento del numero degli alunni anche interessati al tempo pieno (+ 6 per cento);
l'interrogante sta ancora attendendo dal Ministro risposta ad un'analoga interrogazione a risposta scritta, n. 4-03131, presentata mercoledì 27 maggio 2009 nella seduta n. 183;
va ricordata la petizione popolare firmata da migliaia di cittadini del Friuli Venezia Giulia che chiedevano e chiedono interventi per assicurare il tempo pieno nelle scuole primarie e secondarie di primo grado del Friuli Venezia Giulia (petizione n. 711 Camera dei deputati, assegnata il 29 settembre 2009 alla VII Commissione permanente e presentata anche al Senato della Repubblica nel mese di aprile del 2009, entrambe non ancora calendarizzate);
va richiamata la denuncia emergente dal rapporto annuale «Education at a Glance» dell'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo) presentato a settembre 2010 da cui emerge che l'Italia è regredita nella classifica dei Paesi dell'OCSE spendendo ancora solo il 4,5 per

cento del prodotto interno lordo nelle istituzioni scolastiche contro una media del 5,7 per cento; in particolare, l'Italia è quasi affiancata alla Repubblica Slovacca, fanalino di coda di questa classifica tra i Paesi industrializzati, ed è superata persino dal Brasile - con il 5,2 per cento - e dall'Estonia col 5 per cento, mentre negli Usa l'investimento e del 7,6 per cento del prodotto interno lordo;
si paventai il rischio di un inesorabile scadimento della qualità scolastica nel Friuli Venezia Giulia, documentato nel dicembre 2010 dai dati OCSE-PISA 2009: questa indagine, che si svolge ogni tre anni sulle competenze dei quindicenni in lettura, matematica e scienze, ha registrato un peggioramento nelle regioni del Nord-Est (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, provincia autonoma di Bolzano, provincia autonoma di Trento, Veneto) che sono passate da un punteggio eccellente di 527 al ben più basso 504, vicino alla soglia della media OCSE (di 500 punti che, peraltro, non è ancora stata raggiunta dal Sud e dalle Isole) -:
se sia a conoscenza della citata petizione popolare presentata al Parlamento e delle ripercussioni in atto sulla qualità scolastica in conseguenza dei tagli del personale, in Italia e soprattutto in Friuli Venezia Giulia e nei territori montani, e quali iniziative il Ministro intenda intraprendere per ovviare a queste criticità.
(5-04570)

TESTO AGGIORNATO AL 30 MAGGIO 2011

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LAVORO E POLITICHE SOCIALI

Interrogazioni a risposta in Commissione:

DELFINO. - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. - Per sapere - premesso che:
dall'entrata in vigore della legge n. 68 del 1999 che disciplina il collocamento al lavoro delle persone con disabilità, si è riscontrata un'applicazione ad intermittenza, disattendendo almeno in parte quanto auspicato;
secondo l'ultima relazione al Parlamento, il numero dei disabili che lavorano sarebbe sceso del 34 per cento negli ultimi due anni, delineando un quadro fortemente allarmante soprattutto se si considera la differenza tra il numero dei posti disponibili e il numero delle effettive assunzioni;
alla luce dei dati relativi al numero dei posti rimasti ancora scoperti e alle poche sanzioni di inadempimento agli obblighi di legge in materia di assunzioni da parte delle aziende, appare evidente la necessità di ricercare quali siano le cause di una così grave discrepanza;
sarebbero, dunque, necessari controlli più capillari per verificare sia l'efficienza del collocamento mirato, nato proprio per favorire l'assunzione delle persone disabili, sia il rispetto degli obblighi di legge da parte dei datori di lavoro pubblici e privati, per quanto concerne le assunzioni di persone facenti parte delle categorie protette;
ad oggi, dunque, risulta più che mai doveroso ridefinire un piano straordinario di investimenti specifici per l'occupazione e il reinserimento lavorativo delle persone con disabilità, o più semplicemente applicare quanto già previsto dalla vigente normativa, in modo da garantire quanto giustamente dovuto -:
quale sia, ad oggi, il numero delle persone con disabilità in attesa di un'occupazione

e quale sia l'effettivo numero dei posti di lavoro disponibili ad essi destinati;
quali urgenti iniziative intenda avviare al fine di verificare l'effettivo rispetto degli obblighi di legge, in materia di assunzioni per le categorie protette, da parte delle aziende pubbliche e private.
(5-04791)

CODURELLI e NACCARATO. - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. - Per sapere - premesso che:
Fond. Metalli Conveyors è un'azienda che produce nastri-tappeti metallici utilizzati in diversi settori commerciali (alimentare, meccanico, fonderie, e altro) nonché in altre situazioni di automazione industriale di alto contenuto tecnologico e che consta di 67 dipendenti di cui 58 (44 operai, 13 impiegati e 1 dirigente) a Monte Marenzo (Lecco) e 9 a Campodarsego (Padova);
l'azienda, di proprietà di un imprenditore veneto, nonostante la crisi vanta un discreto portafoglio clienti e un numero di commesse non indifferenti;
la produzione è di nicchia e, pur avendo anch'essa avvertito i contraccolpi di un quadro economico complessivamente negativo, mostra una positiva inversione di tendenza nel portafoglio ordini;
nel mese di luglio del 2010 la proprietà ha avviato la mobilità per 22 lavoratori che è stata in seguito bloccata. Attualmente per circa 30 dipendenti è stata attivata la cassa straordinaria e il contratto di solidarietà che scade il 30 ottobre 2011. Inoltre, attraverso un percorso di accompagnamento verso la pensione, entro il prossimo novembre dovrebbero rimanere circa 50 dipendenti;
a quanto consta agli interroganti nel 2011 la proprietà ha intrapreso una serie di operazioni tese alla dismissione dell'azienda: smantellamento di alcuni macchinari sulla base della motivazione che in loco non c'erano le professionalità adatte per innovarli tecnologicamente; dismissione del capannone di Monte Marenzo perché richiede un affitto troppo oneroso, con l'impegno di reperirne un secondo nel raggio di 10 chilometri e perché non è in linea con le altezze previste per alcune lavorazioni. Ad oggi, dunque, il capannone risulta mezzo vuoto, non c'è un posto di lavoro per tutti, quindi gli addetti presenti lavorano su due turni di 5 ore e mezzo;


secondo fonti sindacali, la proprietà ha trasferito i macchinari in Veneto dove ha avviato un'attività analoga utilizzando lavoratori di una cooperativa, pagandoli molto meno e con contratti precari. C'è ragione di ritenere che la proprietà consideri prioritario ridurre i costi del personale e dei processi produttivi, disponendo la dismissione completa dell'unità produttiva, amministrativa e commerciale in Monte Marenzo;
la dismissione dello stabilimento causerebbe:
perdita della quasi totalità dei posti di lavoro, supponendo che il settore commerciale non sia così esposto in quanto meno legato ad un sede operativa;
perdita di un'attività che opera in un settore che potrebbe, in una visione lungimirante, rappresentare l'opportunità di promuovere sinergie in grado di sviluppare innovazione nei processi tecnologici (soprattutto nella robotica e nell'impiego di nuovi materiali), in collaborazione con la locale università e con specifiche realtà dell'imprenditoria territoriale;
perdita di un altro tassello del sistema industriale della provincia di Lecco, nella quale, a detta degli ultimi dati macroeconomici, la ripresa occupazionale e produttiva è più stentata rispetto ad altre aree regionali;
l'aumento della precarietà nel lavoro e le difficoltà registrate dalle attività economiche nel territorio interessato, stanno determinando un crescente peggioramento delle condizioni socio-economiche delle famiglie e dei giovani in cerca di prima occupazione, ai quali la comunità locale non riesce a dare risposte adeguate in termini di servizi e provvidenze, considerati i limiti imposti alla spesa pubblica dalle leggi finanziarie -:
se non reputi urgente un intervento, con tutti i soggetti a vario titolo coinvolti, stante il grave comportamento dell'azienda, che agli interroganti appare lesivo dei più elementari doveri verso le rappresentanze dei lavoratori, e non conformi ai contratti nazionali e alla legislazione vigente in materia di lavoro, considerato che si utilizzerebbero ammortizzatori sociali per i dipendenti in un territorio e contemporaneamente si trasferirebbe in un'altra regione italiana la medesima produzione, impiegando manodopera precaria e sottopagata. (5-04792)

ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro della salute. - Per sapere - premesso che:
i giudici di legittimità con le sentenze numeri 13145/99, 4223/02, 10697/02, 12734/03, 2002/05 hanno, in via innovativa, stabilito che, il diritto alla rendita ai superstiti per i casi di morte per malattia professionale decorre dal momento in cui si realizzano le condizioni che consentono al titolare di conseguire la ragionevole conoscibilità dell'esistenza del diritto stesso;
l'INAIL con la circolare della direzione centrale prestazioni - ufficio I, protocollo n. 7187/bis Roma del 28 novembre 2005, si è adeguato a quanto disposto dalla suprema corte, disponendo altresì che il diritto alla rendita a superstiti si prescrive nel termine di tre anni e 150 giorni decorrenti dalla data in cui sia dimostrabile la conoscenza, o l'oggettiva conoscibilità, da parte dei superstiti, non solo della morte dell'assicurato, ma anche dei seguenti due presupposti del diritto:
a) che l'assicurato era affetto da malattia (o aveva subito un infortunio) di origine professionale;
b) che la morte dell'assicurato era conseguenza della malattia professionale (o dell'infortunio sul lavoro). Inoltre l'INAIL ha stabilito che con riguardo al dies a quo della prescrizione quanto sopraesposto non ha riflessi sulla data di decorrenza della rendita a superstiti, che resta quella fissata dall'articolo 105 T.U. L'Istituto, con la comunicazione della direzione centrale prestazioni suesposta, ha disposto che le sopraindicate istruzioni si applichino ai casi futuri e a quelli in istruttoria, si applicano inoltre, su richiesta degli interessati, ai casi che, sulla base delle precedenti direttive, erano stati definiti negativamente per intervenuta prescrizione, sempreché non siano coperti da giudicato o non sia confermabile l'eccezione di prescrizione secondo le direttive di cui alla presente lettera;
l'Associazione, AIEA VBA, ha documentato che l'INAIL della regione Basilicata, non sta ottemperando alle disposizioni dei giudici di legittimità né tanto meno applicando quanto riportato nella circolare n. 7187/bis del 28 novembre 2005 della direzione centrale prestazioni, ufficio I;
infatti i familiari, aiutati dall'Associazione, hanno richiesto il riconoscimento della malattia professionale per il proprio congiunto compilando il primo certificato medico di malattia professionale, mod. 5 SS INAIL ma l'INAIL regionale si è limitato a verificare che erano trascorsi tre anni e 150 giorni dalla data del decesso, non effettuando qualsivoglia indagine di accertamento della malattia professionale ed omettendo l'applicazione delle disposizioni di cui sopra;
inoltre l'AIEA VBA, ha riscontrato che in Val Basento, medici di famiglia non hanno compilato il certificato di INAIL 5 SS malattia professionale e tanto meno il modulo per la denuncia/segnalazione di malattia ai sensi degli articoli 139 decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965 e 10 del decreto legislativo n. 38 del 2000 - decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali del 14

gennaio 2008 (G.U. n. 70 del 22 marzo 2008). Questo perché sovente i medici del Servizio sanitario nazionale, sottovalutando elementi anamnestici che consentono l'attribuzione della patologie a fattori di rischio lavorativo, possono incorrere in omissione di obblighi di legge, specificamente l'obbligo di denuncia di malattia professionale (articolo 139 decreto del presidente della Repubblica n. 1124 del 1965), l'obbligo di referto (articolo 365 codice penale e 334 codice di procedura penale), l'obbligo di denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale (articolo 361 codice penale) e l'obbligo di segnalazione di malattie ricomprese nell'elenco del decreto ministeriale 27 aprile 2004 -:
se corrisponda al vero quanto riferito in premessa;
quali iniziative si intendano adottare affinché sia assicurato in Basilicata il pieno rispetto delle sentenze e della circolare INAIL citate in premessa e siano pertanto riesaminate tutte le domande respinte per omessa applicazione delle disposizioni di cui sopra;
se non si ritenga a partire dalla Val Basento di verificare la portata della mancata compilazione da parte dei medici di famiglia del certificato di INAIL 5 SS malattia professionale, così come del modulo per la denuncia/segnalazione di malattia ai sensi degli articoli 139 del decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965 e 10 del decreto legislativo n. 38 del 2000 - decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali del 14 gennaio 2008 (G.U. n. 70 del 22 marzo 2008).
(5-04794)

Interrogazione a risposta scritta:

ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. - Per sapere - premesso che:
secondo l'AIEA VBA, TINAIL non ha ancora applicato la «Direttiva 2009/148/CE del parlamento europeo e del consiglio del 30 novembre 2009» non prende in considerazione l'aggiornamento delle tabelle Monografiche IARC «Tabella 1 : Metalli, arsenico, polveri e fibre valutate dal gruppo di lavoro sulle Monografie IARC (marzo 2009)»;
in particolare, l'Associazione evidenzia che tra gli agenti Gruppo 1, tra cui asbesto (crisotilo, crocidilite, amosite, tremolite, actnolite e antofillite), sulle monografie IARC viene riportato che, oltre agli organi bersaglio: polmone, mesotelioma, laringe, ovaio per cui esiste sufficiente evidenza nell'uomo, anche per il colon retto, la faringe e lo stomaco si ha una evidenza limitata ed, inoltre, la direttiva 2009/148/CE evidenzia tra le raccomandazioni pratiche per l'accertamento clinico dei lavoratori (allegato 1) quanto segue: «In base alle conoscenze di cui si dispone attualmente, l'esposizione alle fibre libere di amianto può provocare, oltre alle affezione precedentemente riportate, anche il cancro gastrointestinale»;
a tal riguardo, AIEA VBA evidenzia che dall'indagine effettuata sugli siti industriali ex Montefibre di Acerra e Casoria (Procura della Repubblica di Nola, proc. n.10392/2001 r.g.n.r., Napoli 11 maggio 2005), i Cc.tt., dottor Comba e Menegozzo, hanno riconosciuto la sussistenza del nesso causale in ordine a 83 decessi raggruppati: 2 decessi mesotelioma peritoneale, 5 decessi per mesotelioma pleurico, 55 decessi per tumori polmonari 6 decessi per tumore alla laringe, 15 decessi per tumore primitivo del fegato ed inoltre hanno riconosciuto l'esistenza di un nesso tra l'esposizione professionale all'amianto e le neoplasie del tratto gastrointestinale;
gli impianti e le lavorazioni per la produzione di fibre tessili (poliestere e nylon) di Acerra e Casoria erano simili alle produzioni dei siti industriali dell'ex stabilimento ENI di Pisticci Scalo (Matera) e l'AIEA VBA, da tempo denuncia la necessità di un'indagine epidemiologica per far emergere le reali conseguenze generate dall'esposizione a sostanze tossiche

e nocive come l'asbesto utilizzate negli stabilimenti della Val Basento;
attualmente sono avviati a sorveglianza sanitaria circa 1.700 lavoratori ex esposti; in lista di attesa altri 3.300, che hanno svolto la loro attività nei siti industriali del basso Basento, come lavoratori diretti Enichem e/o come maestranze di supporto allo stabilimento di Pisticci;
molte patologie (circa 230 casi) sono state denunciate dalla stessa medicina del lavoro di Matera che all'INAIL e contestualmente entrano in un ciclo di controllo periodico frequente, 4-6-12 mesi che ovviamente intasano il reparto operante, attualmente disponibile al servizio;
molti di questi vengono avviati a controllo oncologico presso l'istituto scientifico «IRCCS di Rionero in Vulture» (Potenza); tantissimi lavoratori e/o loro familiari stanno rivendicando presso l'Associazione il riconoscimento di patologia professionale, diagnosticata da altre strutture sanitarie (alcuni casi risalgono alla metà degli anni novanta);
l'associazione evidenzia, oltre 260 casi di Patologie tumorali (circa 240 casi ex Enichem), di cui circa 160, con morti premature, tra questi, 6 casi di mesotelioma e 28 casi di tumori polmonari, strettamente correlate all'esposizione alle fibre di amianto e tanti altri casi di patologie tumori allo stomaco, tumori al pancreas, tumori al colon retto, tumori al colon retto, tumori all'apparato urinario-vescica, leucemie e altro) legati probabilmente all'esposizione di un sinergismo di più sostanze tossiche (irritanti e fibrosanti) compreso l'amianto;
denuncia, inoltre, casi di patologie e premorienza di familiari di lavoratori riconosciuti ex esposti per patologia acquisita;
a tal riguardo, AIEA VBA evidenzia che tra i lavoratori dell'ex stabilimento Enichem di Pisticci si registrano molti casi di tumori al colon retto, allo stomaco e di cancro gastrointestinale con diversi casi di morte prematura, che potrebbero essere, anche, una concausa della sinergia tra le sostanze tossiche-nocive e la presenza di notevole quantità di fibre di asbesto;
quali iniziative il Ministro intenda adottare per assicurare, conformemente alle norme europee, l'aggiornamento delle tabelle monografiche IARC «Tabella 1: Metalli, arsenico, polveri e fibre valutate dal gruppo di lavoro sulle monografie IARC (marzo 2009)»;
quali iniziative il ministro intenda adottare perché sia realizzata un'indagine epidemiologica sulle reali conseguenze generate dall'esposizione a sostanze tossiche e nocive come l'asbesto utilizzate negli stabilimenti della Val Basento;
se il Ministro non ritenga assumere le necessarie iniziative per una riapertura dei termini per dare giustizia ai lavoratori e aiutare i familiari tantissimi lavoratori deceduti per la manipolazione e/o l'esposizione a sostanze tossiche,e nocive (irritanti e fibrosanti) come le fibre di asbesto.
(4-12025)

...

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E INNOVAZIONE

Interrogazione a risposta in Commissione:

MATTESINI, CODURELLI, MADIA, GATTI, GNECCHI e SCHIRRU. - Al Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione. - Per sapere - premesso che:
si calcola che in Italia ogni anno ci siano circa 500.000 stagisti, un esercito di laureati e diplomati che vivono la mancanza di prospettive di lavoro in armonia

con gli studi effettuati, nonché l'impossibilità di inserirsi nel mercato del lavoro se non con contratti di lavoro a tempo determinato;
la possibilità di accedere ad un posto di lavoro alla fine del tirocinio formativo sono assolutamente esigue;
da un sondaggio effettuato dall'ISFOL insieme alla Repubblica degli stagisti si evince che il 52,5 per cento dei tirocini si sono chiusi con una stretta di mano, il 17,4 per cento hanno avuto la proroga, poco più del 21 per cento si è concluso con l'offerta di lavoro che solo nel 2,3 per cento dei casi era a tempo indeterminato;
ogni anno, secondo dati Confimprese ed Anagrafe italiani all'estero, circa 45.000 giovani, in maggioranza talenti del lavoro intellettuale, voltano le spalle all'Italia per stabilirsi all'estero;
tale fuga ha un costo per il nostro Paese che secondo l'OCSE equivale a circa 6 milioni di dollari all'anno;
in una fase di crisi economica che ha prodotto effetti negativi anche sul mercato del lavoro, i tirocini sono diventati una specie di scorciatoia delle aziende per utilizzare manodopera a basso costo e gli stage hanno perso, nella maggior parte dei casi, il carattere principale rappresentato da una occasione di formazione, a stretto contatto con il mondo del lavoro;
il dato di 500.000 stagisti all'anno comprende solo i numeri delle aziende private e non esiste una rilevazione puntuale sulla quantità degli stagisti nella pubblica amministrazione nel suo complesso;
risulta che molti servizi ed attività sono ancora funzionanti proprio grazie all'attività dei tirocini formativi -:
cosa intenda fare al fine di rilevare tale dato, sia nel suo numero complessivo, sia nella divisione per singole amministrazioni centrali e locali, tenuto conto della necessità di conoscere e monitorare tale fenomeno anche al fine di una utile programmazione di politica del personale nella pubblica amministrazione.
(5-04560)

Interrogazione a risposta scritta:

FUCCI e DISTASO. - Al Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. - Per sapere - premesso che:
in base all'articolo 20 del decreto-legge n. 70 del 2009, convertito con modificazioni dalla legge n. 102 del 2009, è entrato in funzione dalla scorsa estate il nuovo sistema di informatizzazione nei rapporti tra l'INPS e le ASL per le certificazioni di invalidità, che però finora in Puglia ha provocato molti e gravi disguidi;
da un lato l'INPS lamenta (si veda la stampa locale della Puglia del 17 marzo 2011) la mancanza di una convenzione con la regione Puglia che consenta la trasmissione di tutti i verbali sanitari redatti dalle ASL, il che significa che attualmente circa il 60 per cento delle istanze di invalidità civile nel territorio regionale rimane inevaso;
dall'altro lato la Federazione italiana dei medici di medicina generale segnala (si veda la stampa locale della Puglia del 2 febbraio 2011) il funzionamento imperfetto, che a volte porta al tilt, del sistema informatico dell'INPS per la ricezione dei verbali delle ASL;
come confermato per diretta conoscenza all'interrogante da persone del suo territorio le quali sono ancora in attesa di risposta, benché siano passati cinque mesi dalla visita effettuata presso la ASL di competenza, il risultato di questa situazione è che vi sono forti disagi causati dall'incertezza che colpisce i circa 60mila cittadini pugliesi in attesa di vedere risolte le rispettive pratiche, mentre (come affermato dal presidente del comitato regionale dell'INPS) «una delle parti più deboli e in

difficoltà della cittadinanza continua a non usufruire di un servizio fondamentale»;
quanto previsto nell'articolo 20 del decreto-legge n. 70 del 2009 è di per sé positivo poiché introduce modelli di gestione e funzionamento basati sulle nuove tecnologie, ma nel momento in cui, come avviene in Puglia, vi sono tante difficoltà nella sua concreta attuazione, allora paradossalmente si finisce col danneggiare più che con l'aiutare chi si trova in situazione di disagio -:
quali iniziative, per quanto di sua competenza e in concorso con i soggetti interessati, intenda assumere il Governo rispetto alle problematiche esposte in premessa e per garantire anche in Puglia un livello di efficienza in grado di garantire risposte in tempi certi.
(4-11541)

...

SALUTE

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):

Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro della salute, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, per sapere - premesso che:
il gruppo San Raffaele di Roma rappresenta una fondamentale realtà nel campo della sanità a livello nazionale, con diversi centri di riconosciuta eccellenza nel Lazio e in Abruzzo, specializzati soprattutto nei settori della riabilitazione ad alta specialità e della lungodegenza;
nei giorni scorsi, con una lettera inviata a tutte le autorità e istituzioni coinvolte. San Raffaele s.p.a., ha preannunciato la cessazione di tutte le proprie attività sanitarie, a partire dal 15 aprile 2011, in conseguenza del collasso finanziario venutosi a determinare per la mancata soluzione delle numerose problematiche concernenti la riorganizzazione del gruppo stesso nell'ambito del complessivo riordino della sanità laziale e per il mancato pagamento delle prestazioni sanitarie già rese dalle strutture ospedaliere;
ciò comporterà un gravissimo danno per l'intero tessuto sociale del Lazio: al licenziamento dei 3171 lavoratori del gruppo si aggiunge, infatti, la necessità di procedere, da parte delle ASL di competenza, alla presa in carico dei 2283 assistiti attualmente ricoverati, al fine di garantire loro la necessaria continuità assistenziale;
è ben nota la situazione della sanità laziale, ormai giunta al collasso, che non può quindi ritenersi in grado di far fronte ad una «tragedia» di tali proporzioni;
in particolare, secondo il Gruppo San Raffaele, alla situazione descritta si sarebbe giunti a causa dell'inerzia della regione Lazio, che si protrae ormai da due anni, in merito sia alla sottoscrizione di intese per la riorganizzazione del gruppo, sia ai pagamenti delle prestazioni rese;
quanto alla prima questione, la proposta di un protocollo di intesa per la riconversione dell'attività sanitaria è stata presentata dal gruppo San Raffaele a più riprese: ad ottobre 2009, ad ottobre 2010 e infine a marzo 2011, senza che nulla si sia mai determinato al riguardo;
detto protocollo presupponeva il trasferimento e la riconversione di posti letto in attuazione del decreto Commissariale n. 80/2010, nonché la definizione dell'assetto dell'IRCCS (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) San Raffaele Pisana con l'attribuzione dei posti letto di alta specialità, ma a tale richiesta non si è dato seguito;
sempre in merito all'IRCCS, nonostante le reiterate richieste, non è stato mai possibile definire gli appositi accordi previsti dalla normativa nazionale inerenti allo svolgimento dell'attività e alle modalità di remunerazione;
dal decreto commissariale n. 9/2011, uno dei provvedimenti attuativi del decreto commissariale n. 80/2010, emerge poi chiaramente la disparità di trattamento

tra l'IRCCS Santa Lucia, che si è vista attribuire ben 160 posti letto di alta specialità riabilitativa sui 200 disponibili, e l'IRCCS San Raffaele Pisana a cui non ne è stato assegnato alcuno. Ed, anzi, all'IRCCS San Raffaele Pisana sono stati tagliati n. 93 posti letto di riabilitazione corrispondenti ad un terzo della propria capacità ricettiva;
peraltro, risulta agli interpellanti che in quella struttura siano attivi reparti di riabilitazione cardiorespiratoria, per le disabilità pediatriche gravi, per le malattie neuro-degenerative quali SLA e Parkinson, supportati da un centro di ricrea all'avanguardia in sede nazionale ed internazionale, che, ovviamente, dovrebbero rientrare nella qualifica di «alta specialità riabilitativa»;
sempre con riferimento all'IRCCS San Raffaele Pisana la regione non sta ottemperando alla recente sentenza del consiglio di Stato n. 3083/09 e alla sentenza TAR Lazio n. 30406/2010 in merito all'accreditamento e relativo finanziamento delle attività di specialistica ambulatoriale relativamente alle strutture di specialistica ambulatoriali afferenti all'IRCCS San Raffaele Pisana;
quanto invece al blocco delle certificazioni e delle liquidazioni, va segnalato che la necessità manifestata dalla regione di procedere ad una verifica tecnico-contabile sulle attività rese dalla casa di cura San Raffaele Cassino nel periodo 2007-2009 (verifiche più volte sollecitate dalla stessa casa di cura) ha di fatto portato al blocco finanziario relativo a tutte le attività sanitarie della struttura, ritenendo la Regione di dover compensare il credito certo della casa di cura con quello presunto (20 milioni di euro) nascente da un eventuale esito negativo delle verifiche, e ciò ben oltre il danno massimo ipotizzato dalla stessa regione: infatti, attualmente il blocco dei pagamenti ha riguardato oltre 40 milioni, pari al doppio del presunto credito vantato dalla Regione;
oltre a contestare la legittimità stessa della compensazione effettuata, il gruppo San Raffaele sottolinea come essa non sarebbe stata necessaria se la regione e l'ASP Lazio avessero effettuato tempestivamente i controlli, che, di fatto, dopo 4 anni non sono ancora definiti ma solo recentemente iniziati a seguito dei reiterati solleciti da parte del gruppo stesso;
il blocco delle certificazioni e delle liquidazioni ha così determinato una sospensione delle risorse finanziarie provenienti da Unicredit Factor con conseguenti effetti negativi anche sulle altre strutture del gruppo San Raffaele;
nel luglio 2010 presso la Regione Lazio si è tenuta una riunione tra i tecnici della ASL Frosinone, i rappresentanti della casa di cura SR Cassino e i dirigenti regionali all'esito della quale la regione, di fatto riconoscendo l'abnormità delle trattenute effettuate sui crediti correnti della casa di cura, ha convenuto: il ripristino della regolare fatturazione mensile a decorrere da gennaio 2010; lo sblocco delle liquidazioni per fatture pregresse fino al 2009; il mantenimento del blocco su una parte delle liquidazioni pregresse 2009 con accantonamento di 6 milioni di euro a riserva, in attesa della verifica sulla valorizzazione dell'effettiva produzione; l'attivazione di un gruppo di lavoro composto da tecnici dell'ASL di Frosinone, dell'ASP Lazio e della casa di cura per il controllo delle schede nosologiche e la valorizzazione delle prestazioni di riabilitazione;
tuttavia, detto accordo è rimasto inspiegabilmente senza alcun seguito da parte della regione;
altre disposizioni mai attuate parte della Regione sono poi quelle relative a: riprendere le liquidazioni nel limite dell'80 per cento della remunerazione riconoscibile entro i livelli massimi di finanziamento previsti per l'anno 2009; procedere alla liquidazione e pagamento per l'anno 2010, nei limiti della valorizzazione consentita dal buget contrattato e dal sistema di remunerazione regolamentato dai provvedimenti regionali, accantonando, anche per il 2010, una ulteriore riserva pari a complessivi 6.000.000,00 euro e di procedere

analogamente nell'anno 2011 qualora, a seguito delle risultanze del gruppo di lavoro, l'importo da recuperare presentasse una ulteriore esposizione;
inoltre, a ottobre 2010 il Tar Lazio ha emesso un'ordinanza in cui, dando atto dell'accoglimento del ricorso al TAR presentato dalla società San Raffaele, ha disposto darsi esecuzione al provvedimento del commissario ad acta con cui venivano assegnati alle Strutture San Raffaele fondi per prestazioni di alta specialità, ammontanti 7.329.278 euro: anche in questo caso, si è ancora in attesa dell'erogazione dei fondi da parte della regione, nonostante i solleciti e gli atti di diffida già notificati;
l'inerzia della regione Lazio nei confronti del gruppo San Raffaele sembra essere in contrasto con l'atteggiamento tenuto invece dalla medesima regione nei confronti di altri soggetti privati operanti nella sanità laziale, che stipulano regolarmente intese con le autorità regionali, e in tempi rapidissimi;
ove ciò rispondesse al vero, si tratterebbe di un gravissimo atteggiamento discriminatorio nei confronti di gruppo che dà lavoro a 3171 persone e che assiste 2283 pazienti ricoverati nelle proprie strutture, per non parlare delle migliaia di prestazioni assistenziali rese in sede ambulatoriale;
appare inoltre evidente come il blocco delle liquidazioni e il continuo rinvio, da circa due anni, della stipula di intese con il gruppo San Raffaele da parte della regione Lazio abbiano creato un danno patrimoniale sempre maggiore all'intera realtà assistenziale del San Raffaele, con inevitabili ripercussioni in termini di assistenza ai malati e di occupazione, rendendo ormai insostenibile per detto gruppo il regolare pagamento degli stipendi, dei farmaci, dei presidi sanitari e di quanto altro necessario per una corretta assistenza, anche in ragione della conseguente indisponibilità degli Istituti di credito a concedere ulteriori finanziamenti;
ad ulteriore riprova di quanto sopra esposto, basti considerare la mobilitazione che in questi giorni ha visto protagonisti sia i lavoratori delle strutture coinvolte che le associazioni dei parenti dei malati, che hanno inviato alla stampa e alle autorità competenti numerose lettere di protesta contro l'inerzia regionale, e di solidarietà e supporto alla meritoria attività svolta quotidianamente da medici, infermieri e operatori sanitari di tali strutture -:
quali iniziative il Governo intenda porre in essere, per quanto di propria competenza, anche per il tramite del commissario ad ad acta per l'attuazione del piano di rientro dai disavanzi sanitari al fine di dirimere l'annosa questione descritta in premessa ed impedire così che migliaia di lavoratori restino senza stipendio e migliaia di malati restino senza un'adeguata assistenza.
(2-01047)
«Mario Pepe (IR), Sardelli».

Interrogazioni a risposta in Commissione:

FUCCI. - Al Ministro della salute. - Per sapere - premesso che:
la cosiddetta «emigrazione sanitaria», che vede i pazienti del Mezzogiorno e soprattutto di alcune specifiche realtà territoriali spostarsi verso le regioni del centro-nord alla ricerca di servizi medici e assistenziali più efficienti, è un fenomeno tutt'altro che appartenente al passato;
a dimostrarlo sono i dati recentemente pubblicati dal Ministero della salute secondo cui, nell'anno 2009, sono stati 836.771 i cittadini che hanno viaggiato per l'Italia andando a curarsi fuori dalla propria regione di residenza;
i dati di alcune regioni meridionali (a partire dalla Campania, con 62.383 pazienti, e dalla Calabria, con 56.663, ma compresa anche la Puglia con 37.775 pazienti) sono indicativi della carenza di servizi e di capacità gestionali efficaci in campo sanitario;

fanno da contraltare le cosiddette «regioni virtuose» del Nord Italia, che accolgono i pazienti provenienti dal Mezzogiorno (su tutte la Lombardia con 85.000 unità, l'Emilia-Romagna con 67.790 pazienti e la Toscana con 30.891 persone);
è evidente come l'«emigrazione sanitaria» porti con sé un cumulo enorme di spese per chi ne è protagonista e che, quasi sempre, vive già in condizioni economiche precarie;
inoltre, le regioni di provenienza subiscono anch'esse, nei loro bilanci, forti conseguenze negative (valgano ancora una volta, su tutti, gli esempi di Campania con -316 milioni di euro, Calabria con -227 milioni e Puglia con -185 milioni) -:
quali iniziative intenda assumere il Governo - per quanto di propria competenza e in pieno rispetto dell'autonomia delle regioni in materia sanitaria, ma con l'obiettivo di garantire piena applicazione dei livelli essenziali di assistenza di cui all'articolo 117 della Costituzione - per ridimensionare le dimensioni del fenomeno descritto in premessa.
(5-04562)

BOTTA, GHIGLIA, ZACCHERA e MANCUSO. - Al Ministro della salute, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. - Per sapere - premesso che:
lo schema del nuovo Piano sanitario nazionale (PSN) per il triennio 2011-13 approvato il 21 gennaio 2011 nella sua forma preliminare dal Consiglio dei ministri individua fra i problemi prioritari da affrontare quello delle «Risorse umane del Servizio sanitario nazionale (SSN)». Nei riguardi dei circa 690.000 dipendenti attuali del Servizio sanitario nazionale, il piano sanitario nazionale ha ritenuto opportuno rappresentare come questione più urgente quella dell'imminente calo del numero dei medici dipendenti (oggi circa 112.000). A causa principalmente della distribuzione per età dei medici impiegati nel Servizio sanitario nazionale (fonte: Inpdap) è possibile stimare che entro il 2015 circa 17.000 medici lasceranno il servizio per raggiunti limiti di età, numero che raggiungerà i 22.000 nel 2018. Considerando il numero medio di laureati in medicina e chirurgia sfornati ogni anno dalle università e la quota di questi che viene immessa annualmente nel Servizio sanitario nazionale, ci si aspetta già sin dal 2012 un saldo negativo tra pensionamenti e nuove assunzioni. Lo schema del Piano sanitario nazionale 2011-13 stima inoltre che la forbice tra uscite ed entrate nel Servizio sanitario nazionale tenderà ad allargarsi negli anni a seguire data la struttura per età dei medici e il numero inadeguato delle immatricolazioni al corso di laurea in medicina e chirurgia, prefigurando nel breve-medio periodo una vera «emergenza medici». A tale problema si associa peraltro (tenuto conto che il possesso del titolo di specializzazione è il requisito obbligatorio di accesso al Servizio sanitario nazionale) l'inadeguato numero di medici specialisti (il problema è già gravissimo per figure professionali quali anestesisti, radiologi, nefrologi, pediatri, geriatri, chirurghi) a causa dell'inadeguata offerta formativa dell'università;
la federazione nazionale degli ordini dei medici-chirurghi e degli odontoiatri (FNOMCeO) nella recente Conferenza nazionale della professione medica (Roma, 2-3 dicembre 2010) ha confermato l'allarme su tale «emergenza». Secondo la FNOMCeO circa 115.000 medici (oggi compresi nella fascia di età tra i 51 e i 59 anni) ovvero il 38 per cento di tutta la popolazione medica attiva andranno in pensione nei prossimi dieci-quindici anni. Tra questi sono compresi il 48 per cento dei medici dipendenti del Servizio sanitario nazionale e Università, il 62 per cento dei medici di medicina generale convenzionati, il 58 per cento dei pediatri di libera scelta convenzionati, il 55 per cento degli specialisti convenzionati interni;
a fronte di tale allarme, il Ministero della salute ha richiesto un ampliamento dell'offerta formativa (ossia dell'incremento del numero di immatricolazioni al corso di laurea in medicina e chirurgia e

del numero di contratti per la formazione specialistica, attualmente 5.000) all'Università già a partire dall'anno accademico 2008-09. La risposta dell'Università a tale prioritaria esigenza di riprogrammazione appare del tutto insufficiente se si tiene conto che (ancorché il numero di iscritti alle facoltà di medicina sia lievemente aumentato: 9.000 nell'anno 2009/10 rispetto ai 7.000 di dieci anni fa) nel settembre 2010 le aspiranti matricole erano 90.000 a fronte di soli 8.755 posti disponibili nelle facoltà italiane (rapporto 1/10);
il problema della carenza nel breve-medio periodo di medici a causa dello squilibrio fra entrate-uscite nel Servizio sanitario nazionale si configura come una vera e propria «emergenza», con pericolose ripercussioni per la tutela della salute dei cittadini e per la sostenibilità di un servizio sanitario pubblico regionale efficiente e razionale;
tale vera e propria «emorragia» se non verrà tamponata porterà al «dissanguamento» della sanità pubblica in termini di medici. Tale categoria si avvia infatti a diventare una vera e propria «razza in via d'estinzione», creando i presupposti di quanto avviene oggi in Inghilterra e negli Stati Uniti (saremo costretti paradossalmente a ricorrere all'assunzione di medici stranieri, associando al danno anche la beffa per decine di migliaia di giovani e loro famiglie a causa di una programmazione sbagliata e di un numero chiuso difeso da una raffica di test di ammissione inaccessibili - e a detta di molti esperti, anche irrazionali);
lo schema di Piano sanitario nazionale 2011-13, la FNMCeO e numerosi esperti del mondo accademico hanno già offerto e illustrato alcune proposte di soluzione al grave problema. Altre nazioni europee (come la Germania) di fronte allo stesso problema si stanno già muovendo con soluzioni celeri e innovative -:
se non si ritenga opportuno intervenire affinché vengano elaborate e perseguite valide ed efficaci soluzioni rispetto al problema dell'«emergenza medici» che si determinerà nel breve-medio periodo, anche alla luce delle proposte formulate dal PSN 2011-13, dalla FNMCeO e da numerosi esperti di sanità pubblica;
quali iniziative di competenza intendano assumere affinché l'università incrementi immediatamente il numero di studenti ammessi alle facoltà mediche italiane (uno studio pubblicato sul il sole 24ore ipotizza almeno 12.000 accessi/anno) e affinché sia concordato un'aumento delle risorse sia a favore di un razionale piano di assunzioni (riferito soprattutto alla componente medica che contrasti gli effetti del pensionamento) sia a favore dell'incremento del numero di contratti per la formazione specialistica dei medici e di altre importanti professionalità sanitarie;
se non ritenga opportuno attivare una radicale modificazione dell'attuale modello di «numero chiuso» alle facoltà mediche e il superamento dell'attuale irrazionale sistema di test di accesso, nel rispetto sia di ineludibili criteri meritocratici sia di una razionale programmazione delle future esigenze del servizio sanitario pubblico coerente con le risorse disponibili, perseguendo una più organica revisione della modalità di accesso alle facoltà di medicina-chirurgia attraverso i seguenti criteri:
a) un anno iniziale comune a varie facoltà (un'area di «scienze bio-mediche» a cui far accedere tutti gli studenti che desiderino intraprendere le professioni in ambito sanitario, per esempio medicina-chirurgia, veterinaria, odontoiatria, scienze infermieristiche e altre professioni sanitarie, bioingegneria);
b) la previsione di un test d'ingresso comune, con valenza orientativa, obbligatorio e con punteggio da considerare in sede curriculare e una valutazione finale al termine del primo anno facendo sì che solo successivamente lo studente, a seconda della valutazione finale, possa accedere alle facoltà, posto che i dodici mesi permetterebbero alle istituzioni una programmazione

adeguata a seconda delle carenze instauratesi e delle necessità future;
se non si ritenga opportuno verificare (per quanto riguarda in particolare la futura carenza di medici di medicina generale convenzionati in Italia, segnalata dalla FNMCeO) la proposta recentemente lanciata dal Ministro della sanità della Germania P. Rosler, in un Paese nel quale la facoltà di medicina è a numero chiuso ed esiste una rigorosa selezione il quale, a fronte della sempre maggiore discrepanza numerica fra la presenza di medici generici nelle città (troppi) e nelle campagne (pochissimi), ha proposto di riservare un contingente di posti (non a numero chiuso) all'università ai giovani intenzionati a lavorare nelle zone di campagna quando avranno concluso gli studi; ipotizzando in analogia in Italia di riservare un contingente di posti - non a numero chiuso e con accesso correlato a un test di orientamento e di tipo psicoattitudinale - a quegli studenti che si impegneranno a svolgere il loro lavoro di «medico di famiglia» nelle campagne e nelle zone più disagiate del Paese, con la possibilità per il Paese di avere a disposizione medici realmente motivati a svolgere il loro lavoro nei territori più disagiati e più spopolati, rinverdendo la gloriosa tradizione italiana del «medico condotto» (figura storica che il mondo ci ha invidiato);
se non si ritenga opportuno verificare, di valutare la proposta formulata dalla FNMCeO e dall'ANAAO-Assomed, il sindacato dei medici dipendenti più rappresentativo, di utilizzare, quale «rete formativa» di medici specialisti, le migliori strutture ospedaliere dei servizi sanitari regionali a ciò debitamente selezionate e accreditate.
(5-04565)

Interrogazione a risposta scritta:

FUCCI e DISTASO. - Al Ministro della salute. - Per sapere - premesso che:
il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 25 marzo 2011 (recante «Ulteriori proroghe di termini relativa al Ministero della salute» è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 74 del 31 marzo 2011), in ottemperanza a quanto previsto dall'ultimo «decreto mille-proroghe», porta al 31 dicembre 2011 il termine entro il quale dovrebbe cessare la pratica dell'attività intramoenia allargata;
tale proroga è l'ennesima dopo una lunga serie succedutasi negli anni a fronte del fatto che molti enti locali, soprattutto nel Mezzogiorno, non hanno adeguato le loro strutture ospedaliere per accogliere l'attività professionale intramuraria;
in effetti, nella tabella 1 allegata al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri in questione, si legge che la nuova proroga «è determinata dalla necessità di portare a compimento tutte le iniziative relative alle modalità di esercizio dell'attività libero-professionale intramuraria poste a carica delle Regioni e delle Province autonome, anche a seguito dell'Accordo Stato-Regioni del 18 novembre 2010»;
come già segnalato con l'interrogazione a risposta in Commissione n. 5-00183, questo regime di proroghe continue porta in alcuni casi a istituzionalizzare, da parte delle ASL, forme di intramoenia allargata che finiscono per creare disagi ai pazienti e danneggiare la professionalità dei medici stessi -:
quali iniziative di competenza intenda assumere il Governo, di qui alla nuova scadenza del 31 dicembre 2011, per far sì che siano portate «a compimento tutte le iniziative relative alle modalità di esercizio dell'attività libero-professionale intramuraria» e che quindi non si riproponga nuovamente, tra meno di un anno, la necessità di un'ulteriore proroga rispetto al termine stabilito dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri in questione.
(4-11540)

SVILUPPO ECONOMICO

Interrogazioni a risposta in Commissione:

CODURELLI. - Al Ministro dello sviluppo economico. - Per sapere - premesso che:
l'API - Associazione piccole industrie di Lecco ha sostenuto le rimostranze delle aziende in merito alle gare pubbliche di Poste Italiane per la fornitura di vestiario, gare che penalizzano enormemente le imprese del territorio italiano ed in particolar modo del comprensorio lecchese, leader nel settore;
secondo il capitolato di gara Poste deve acquistare 39.500 completi da lavoro e avrà la commessa chi riuscirà a proporre un prezzo più basso avendo come valori massimi euro 107,00 per la divisa estiva ed euro 210,00 per quella invernale. Valori considerati impraticabili dalle aziende manifatturiere che operano all'interno dello spazio economico europeo, poiché a loro giudizio per produrre una divisa del genere occorrono almeno 273 euro per il completo invernale e 138 per quello estivo e in nessuna fabbrica europea si riesce a produrre ad un costo più basso;
pare infatti che l'attuale divisa di Poste Italiane sia stata confezionata all'esterno dello spazio economico europeo, per la precisione in Cina, violando così, ad avviso dell'interrogante, la normativa vigente -:
se e come il Ministro intenda intervenire al fine di verificare l'effettiva coerenza del bando di gara suddetto rispetto alla normativa vigente;
se non reputi urgente attuare i dovuti controlli sulla filiera di produzione e di approvvigionamento dei manufatti da parte di aziende partecipate dallo Stato, al fine di preservare e sostenere il made in Italy, alla luce anche della legge n. 55 del 2010.
(5-04564)

BOTTA, GHIGLIA, STRADELLA e ZACCHERA. - Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. - Per sapere - premesso che:
nella seduta del 3 marzo 2011 il Consiglio dei Ministri ha varato il Decreto Legislativo «Attuazione della direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell'energia da fonti rinnovabili, recante modifica e successiva abrogazione delle direttive 2001/77/CE e 2003/307CE» (cosiddetto Decreto Romani) che «nel rispetto dei criteri stabiliti dalla legge 4 giugno 2010 n. 96, definisce gli strumenti, i meccanismi, gli incentivi e il quadro istituzionale, finanziario e giuridico, necessari per il raggiungimento degli obiettivi fino al 2020 in materia di quota complessiva di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale lordo di energia e di quota di energia da fonti rinnovabili nei trasporti»;
è necessario di un intervento nel settore da parte del legislatore al fine di contrastare i fenomeni speculativi spesso a vantaggio di intermediari finanziari e grandi produzioni industriali;
in base a detto decreto l'attuale sistema di incentivi verrà applicato agli impianti allacciati alla rete elettrica entro il 31 maggio 2011, mentre dopo tale data troveranno applicazione nuove tariffe incentivanti determinate con successivo decreto da emanarsi entro il 30 aprile 2011;
le nuove tariffe, da stabilirsi tenendo conto della progressiva riduzione dei costi delle tecnologie e degli impianti e degli incentivi applicati negli altri Stati dell'Unione europea, subiranno un decremento rispetto a quelle previste dal terzo conto energia (2011-2013) di cui al Decreto del Ministro dello sviluppo economico 6 agosto 2010;
nelle ipotesi in cui l'installazione di pannelli fotovoltaici è effettuata in abbinamento alla rimozione delle coperture in cemento-amianto dei fabbricati, l'incentivazione dell'energia rinnovabile ottiene il significativo risultato di incentivare la bonifica,

con riduzione del rischio sanitario oltre che il miglioramento della situazione ambientale;
nelle attività di bonifica l'incentivazione tramite conto energia, compensando nel tempo le spese sostenute dai cittadini per le bonifiche stesse, costituisce una fattispecie distinta dalle attività di mero investimento economico;
la situazione di incertezza determinata dall'attesa dei nuovi incentivi potrà compromettere attività ed investimenti sia nel settore pubblico che in quello privato, con pregiudizi all'economia, alla diffusione delle energie rinnovabili e soprattutto alla promozione delle attività di bonifica;
pur condividendo il principio di normalizzazione e allineamento agli standard europei che ha ispirato il legislatore, debbono rimanere inalterati i livelli di incentivazione attuali del conto energia per le fattispecie in cui il ricorso al fotovoltaico sia abbinato alla rimozione di coperture in cemento-amianto;
proseguendo nell'attività di riorganizzazione del settore, si deve confermare il sostegno alle fonti rinnovabili ed in particolare all'attività di ricerca ad esse applicata, al fine di conseguire, a beneficio di cittadini ed imprese, una riduzione dei costi delle tecnologie del fotovoltaico -:
se si intenda ribadire la necessità che le ipotesi di abbinamento attività di bonifica-fotovoltaico siano disciplinate differentemente dalle attività di mero investimento economico;
se si ritenga di chiedere che in occasione della rimodulazione del conto energia restino inalterati i livelli di incentivazione per le fattispecie amianto + fotovoltaico.
(5-04567)

COMAROLI, CAPARINI, GOISIS, GRIMOLDI e CROSIO. - Al Ministro dello sviluppo economico. - Per sapere - premesso che:
le emittenti radiofoniche e televisive locali percepiscono contributi ai sensi della legge n. 448 del 1998 e n. 448 del 2001;
per l'anno 2010 i contributi rivenienti dalle precedenti leggi finanziarie, legge n. 266 del 2005, articolo n. 1, comma 19 e legge n. 244 del 2007 articolo n. 2, comma 296, ammontavano a 105.998.298.00 euro;
con la legge finanziaria n. 203 del 2008 furono decurtati 25 milioni di euro e pertanto sul capitolo di bilancio dello Stato la dotazione per l'anno 2010 era di 78.998.298.00 euro;
con l'articolo 2, comma 237, della legge 23 dicembre del 2009, n. 191, e successive modificazioni fu autorizzata la spesa di 50 milioni di euro per l'anno 2010 per i contributi di cui sopra, subordinata all'adozione di provvedimenti amministrativi come previsto dall'articolo 2, comma 138, della legge 23 dicembre del 2009, n. 191-:
se siano avvenute le revoche totali o parziali delle agevolazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto-legge 22 ottobre 1992, n. 415, convertito con modificazioni dalla legge 19 dicembre 1992, n. 488, e successive modificazioni e a quanto ammontino e se siano stati adottati i provvedimenti amministrativi debitamente registrati dalla Corte dei conti, recanti l'accertamento delle risorse finanziarie disponibili di cui sopra.
(5-04568)

MURGIA, PILI e PORCU. - Al Ministro dello sviluppo economico. - Per sapere - premesso che:
fin dalla fine degli anni '60 il territorio della piana di Ottana è stato individuato dalle forze politiche, sociali e imprenditoriali come adatto all'installazione di insediamenti industriali;
da allora lo Stato ha investito ingenti risorse economiche con il fine di creare migliaia di posti di lavoro e benessere generalizzato;
secondo ricerche e centinaia di inchieste giornalistiche, i finanziamenti erogati

non hanno creato né benessere né posti di lavoro, tradendo anche le più pessimistiche aspettative;
nel 1998 si sottoscrisse il famoso contratto d'area di Ottana, con il coinvolgimento di tutti i soggetti sociali e politici del territorio, fino a regione e Stato;
allora, il contratto d'area prevedeva la realizzazione di 35 iniziative imprenditoriali per complessivi circa 170 milioni di euro, con la creazione di 1362 posti di lavoro;
dopo molti anni, a fronte di un primo investimento di 125 milioni, il bilancio sarebbe negativo; il Ministero dello sviluppo economico ha proceduto a diverse procedure di revoca;
i posti di lavoro creati sarebbero 345, molto al di sotto delle previsioni;
altri dati parlano di 11 aziende che hanno ricevuto un provvedimento di revoca totale delle agevolazioni (per irregolarità amministrative e fiscali), di 5 che hanno ricevuto un provvedimento di revoca parziale (per il mancato rispetto degli indici di occupazione), mentre 13 sono in produzione, garantendo oggi circa 400 occupati;
sembra che solo un'azienda, l'Antica Fornace Villa di Chiesa, abbia rispettato impegni e obiettivi;
sono state poste in essere molte altre iniziative come patti territoriali, contratti sulla chimica e svariate iniziative regionali, compreso l'utilizzo, anche qui dai risultati non sempre chiari e apprezzabili, di strumenti come la legge nazionale n. 488;
vi è stata una recente rimodulazione di alcuni fondi sempre a valere sul contratto d'area di circa 2 milioni di euro;
i giornali hanno dato conto di un'inchiesta della Guardia di finanza proprio sull'uso criminoso dei finanziamenti nazionali sul contratto d'area;
secondo questa inchiesta, 14 aziende sarebbero indagate per fatture false, opere inesistenti, acquisto di vecchi macchinari, lavoratori in nero;
la multinazionale tailandese Indorama, dopo aver firmato il patto per il territorio il 17 marzo 2010 a Cagliari, minaccia di andar via da Ottana per via degli enormi e storici disagi infrastrutturali;
non si ha certezza sullo stato dell'inquinamento del territorio, sulla salute dei lavoratori e dei cittadini, dopo molti anni di sviluppo dell'industria pesante, tanto che la locale asl ha avviato, con fondi propri, un'indagine approfondita per capire l'entità del fenomeno, per rilevare eventuali elementi tossici e diossine negli alimenti di produzione animale e verificare la presenza di sostanze pericolose nelle acque, nei terreni e nei vegetali -:
se il Ministro interrogato abbia un quadro preciso e definitivo sul contratto d'area di Ottana, relativamente ai fondi spesi e revocati, alle aziende vincenti e revocate, all'esatto numero dei posti di lavoro creati, tutto ciò per esprimere un compiuto giudizio sulla base di dati finalmente certi;
se il Governo non ritenga opportuno che la stessa indagine riguardi l'analisi di tutti gli strumenti che hanno visto l'utilizzo di fondi statali inclusi: patti territoriali che utilizzano leggi di finanziamento con la n. 488, proprio per avere un quadro completo, preciso ed esaustivo delle risorse impiegate, quelle non spese e quelle di cui non si conosce l'impiego, in provincia di Nuoro;
se il Governo non ritenga di avviare un'indagine, al fine di verificare, per quanto di competenza, se ci siano delle responsabilità, come per altro chiesto anche da altre forze politiche in anni passati e recentemente dalla provincia di Nuoro;
se il Governo abbia pensato a come utilizzare le eventuali risorse recuperate;

quale sia il progetto strategico del Governo rispetto agli investimenti produttivi nella Sardegna centrale;
se il Ministro non ritenga che sia ormai il caso di abbandonare le vecchie forme di industria pesante per concentrarsi su un'economia più leggera e più legata alle attività del territorio;
quali azioni il Governo intenda mettere in campo rispetto al gap infrastrutturale: strade, ferrovie, continuità territoriale merci;
quali strategie, per quanto di competenza, il Governo ritenga di mettere in campo se le indagini della asl dovessero appurare forme di inquinamento di cui sopra.
(5-04569)

...

Pubblicazione di testi riformulati.

Si pubblica il testo riformulato della mozione Pescante n. 1-00567, già pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta n. 438 del 23 febbraio 2011.

La Camera,
premesso che:
si registrano numerose e crescenti violazioni del regime linguistico dell'Unione europea, in contrasto con il principio di non discriminazione in base alla nazionalità e quindi alla lingua, di cui all'articolo 18 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea e in violazione del regolamento del Consiglio n. 1 del 1958;
è, infatti, crescente il ricorso, sia nelle prassi interne delle istituzioni dell'Unione europea sia nella disciplina di specifici istituti giuridici, ad inglese, francese e tedesco quali lingue di lavoro o di comunicazione con gli Stati membri e i loro cittadini;
tali pratiche determinano un'ingiustificata discriminazione a vantaggio dei membri e dei funzionari delle istituzioni dell'Unione europea provenienti dai Paesi aventi quale lingua madre inglese, francese e tedesco e dei relativi cittadini ed imprese e a danno di quelli provenienti dagli altri Stati membri;
l'affermazione del trilinguismo appare, inoltre, suscettibile di incidere negativamente sul ruolo dell'Italia nel processo di integrazione europea e sulla competitività del sistema produttivo italiano, che è costretto a sostenere costi di traduzione ulteriori rispetto alle imprese dei Paesi che utilizzano una delle tre lingue in questione;
relativamente al funzionamento interno delle strutture amministrative delle istituzioni europee, le esigenze di riduzione dei costi di traduzione e di semplificazione possono giustificare il ricorso ad una o due lingue veicolari, quali l'inglese e, in alcuni ambiti, il francese;
il ricorso ad inglese, francese e tedesco appare, invece, del tutto ingiustificato anche sul piano pratico, essendo esso fonte di costi di traduzione e interpretariato non necessari ad assicurare l'efficace funzionamento delle istituzioni dell'Unione europea;
tali costi sono, peraltro, interamente a carico del bilancio dell'Unione europea, finanziato da tutti gli Stati membri, configurando un ulteriore elemento di iniquità;
è di particolare gravità in questo contesto la trasmissione alle amministrazioni dei Parlamenti nazionali di comunicazioni dell'amministrazione del Parlamento europeo redatte in inglese, francese e tedesco. L'uso di tutte le lingue ufficiali dell'Unione europea, oltre a rispondere a precisi obblighi imposti dal Trattato, è un presupposto imprescindibile per sviluppare ulteriormente, su un piano di parità, le relazioni tra le istituzioni dell'Unione europea ed i Parlamenti nazionali, nonché per consolidare la cooperazione interparlamentare;

anche nell'attività amministrativa e di documentazione del Parlamento europeo è, peraltro, crescente il ricorso di fatto alle tre lingue sopra indicate, a fronte di una prassi consolidata che prevedeva per evidenti esigenze di semplificazione e contenimento dei costi l'utilizzo delle lingue veicolari inglese e francese. Persino il sito intranet del Parlamento europeo include dal 2009 quali lingue di navigazione l'inglese, il francese e il tedesco;
la Camera ha in più occasioni, da ultimo nella risoluzione Pescante ed altri (n. 6-00043), approvata il 13 luglio 2010, impegnato il Governo ad opporsi ai tentativi di imporre inglese, francese e tedesco quali «lingue di lavoro» di altre istituzioni ed organi dell'Unione europea;
con documento finale approvato il 22 dicembre 2010, la Commissione attività produttive, commercio e turismo della Camera dei deputati ha espresso una valutazione fermamente contraria sulla proposta di regolamento relativa al regime di traduzione del brevetto dell'Unione europea (COM(2010)350 def), in quanto essa prevede che il brevetto unico sia richiesto e rilasciato esclusivamente in inglese, francese o tedesco;
l'illegittimità del trilinguismo è stata, per alcuni profili, riconosciuta nella sentenza resa nella causa T-205/07, il 3 febbraio 2011, dal tribunale dell'Unione europea, che, accogliendo un ricorso dell'Italia, ha annullato un invito a manifestare interesse per la costituzione di un elenco di candidati ai fini dell'assunzione di agenti contrattuali delle istituzioni europee, pubblicato dall'Ufficio di selezione del personale dell'Unione europea (Epso) nelle lingue tedesca, inglese e francese. La sentenza ha, infatti, dichiarato che la pubblicazione dell'invito nelle sole tre lingue in questione costituisce una discriminazione fondata sulla lingua tra i potenziali candidati, contraria al diritto dell'Unione europea;
occorre che l'Italia elabori una strategia organica e coerente per la tutela e la promozione della lingua italiana nell'Unione europea, nonché in altre organizzazioni internazionali e sovranazionali;
a questo scopo è necessario ed urgente che i membri italiani delle istituzioni ed organi dell'Unione europea contrastino con forza ogni tentativo di violazione del regime linguistico previsto dai Trattati,


impegna il Governo:


a contrastare con intransigenza ogni tentativo di violazione del regime linguistico delle istituzioni dell'Unione europea e di marginalizzazione della lingua italiana, ricorrendo, ove necessario, anche agli strumenti giurisdizionali disponibili;
a definire, in stretto raccordo con le Camere, una strategia organica per la tutela e la promozione della lingua italiana nelle istituzioni dell'Unione europea;
ad opporsi, in particolare, al tentativo di affermare il ricorso alle sole lingue inglese, francese e tedesco nel funzionamento, anche al solo livello amministrativo, di ogni istituzione ed organo dell'Unione europea e a valutare l'opportunità di utilizzare un criterio oggettivo che, limitando le lingue di lavoro entro un numero massimo di sei, tenga conto del numero effettivo di parlanti all'interno dell'Unione europea;
a sostenere, nei casi in cui le esigenze di riduzione dei costi e di miglior funzionamento delle strutture amministrative delle istituzioni ed organi dell'Unione europea lo giustifichino ed il criterio precedentemente esposto non venga recepito, il ricorso alla sola lingua inglese, in quanto lingua veicolare di gran lunga più diffusa a livello europeo e globale;
a concordare, con altri Paesi che sarebbero gravemente penalizzati, al pari dell'Italia, dall'adozione del trilinguismo, tutte le iniziative appropriate per assicurare il rispetto del principio della pari dignità delle lingue ufficiali dell'Unione europea.
(1-00567)
(Nuova formulazione) «Pescante, Pini, Farinone, Formichella, Gozi, Maggioni, Porcino, Razzi, Scalia, Dell'Elce, Fucci, Nicolucci, Gottardo, Ronchi, Buttiglione, Centemero, Consiglio».
(23 febbraio 2011)

Si pubblica il testo riformulato della interrogazione a risposta scritta Di Pietro n. 4-11397, già pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta n. 453 del 28 marzo 2011.

DI PIETRO. - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. - Per sapere - premesso che:
nel febbraio del 1990 la Pedemontana Veneta viene inserita nel piano regionale dei trasporti della regione Veneto;
nell'agosto del 1997 è stato firmato un accordo quadro tra la regione e il Governo riguardo alla Pedemontana. Nella Finanziaria del 1999 lo Stato ha stanziato 40 miliardi di lire per 15 anni. Nella finanziaria del 2001 viene prevista la possibilità di realizzare la Pedemontana non come autostrada ma come superstrada. Nell'accordo tra Stato e regione del 9 agosto 2001 lo Stato delega alla regione la competenza sulla realizzazione dell'opera. La delibera n. 121 del CIPE del 21 dicembre 2001 inserisce la Pedemontana Veneta tra gli interventi strategici di preminente interesse nazionale;
nel 2002 la società Pedemontana Veneta Spa composta da Autostrade per l'Italia, Autostrada Brescia-Padova, Autovie Venete, Banca Antonveneta, Unicredit e San Paolo presenta un progetto che nel dicembre 2002 viene messo a gara dalla regione. A causa di ricorsi e a causa di una procedura di infrazione dell'Unione europea i lavori non prendono il via. Il 24 ottobre 2003 viene firmata un'intesa tra il Governo e la regione Veneto e la Pedemontana viene inserita tra le infrastrutture di preminente interesse nazionale per le quali concorre l'interesse regionale. Nel dicembre del 2003 la società Pedemontana Veneta Spa presenta un nuovo progetto che comprende anche la tratta ovest; questo progetto viene poi messo a gara ma alla scadenza nessun progetto alternativo è stato presentato e quindi la società Pedemontana Veneta Spa diventa promotrice dell'infrastruttura;
la suddetta società nel 2005 diventa a maggioranza privata in seguito all'ingresso nel capitale azionario di Impregilo, del Consorzio Cps, di Fin. Opi e di Adria Infrastrutture. Nello stesso anno la regione Veneto, in quanto soggetto aggiudicatore, trasmette il progetto comprensivo della VIA (valutazione impatto ambientale) ai Ministeri e alle province competenti. Nell'agosto del 2005 l'opera riceve l'autorizzazione ministeriale con alcune prescrizioni. Nel marzo del 2006 il CIPE chiede alla regione Veneto di affidare l'opera in concessione tramite gara che verrà poi pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea nell'ottobre del 2006. Alla gara hanno partecipato oltre alla società Pedemontana altre due ATI. In seguito a ricorsi e controricorsi al TAR e al Consiglio di Stato la realizzazione della superstrada è stata affidata all'Ati composta dal consorzio stabile SIS società consortile per azioni (consorzio tra il gruppo spagnolo Sacyr Vallehermoso (60 per cento) e INC General Contractor SpA e SIPAL SpA, e da Itinere Infraestructuras SA;
il 15 agosto del 2009 l'ingegner Silvano Vernizzi, amministratore delegato di Veneto Strade, è stato nominato Commissario straordinario per lo stato di emergenza socio-economico-ambientale nei territori delle province di Treviso e Vicenza. Il soggetto titolare della realizzazione dei lavori è la regione Veneto e il commissario delegato per l'emergenza determinatasi nel settore del traffico e della mobilità nel territorio delle province di Treviso e Vicenza;
il 9 gennaio 2010 vengono pubblicati e poi resi esecutivi i tremila espropri nelle province di Vicenza e di Treviso. Il 20

settembre 2010 il commissario straordinario ha firmato il decreto di approvazione del progetto definitivo;
i lavori prevedono i seguenti interventi: più di 90 chilometri di tracciato, per 17 caselli, che taglieranno il tratto tra le autostrade A4 e A27 da Spresiano, in provincia di Treviso, a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza;
la Pedemontana è l'unica opera pubblica i cui atti non sono accessibili, perché la regione Veneto di fatto ne sta negando la consultazione. Ritenendo, infatti, che sostanzialmente si tratta di un rapporto pattizio, è stato negato l'accesso alla convenzione economica tra l'appaltante e la società che dovrebbe realizzare l'opera impedendo di avere una visione completa ed esaustiva del progetto;
potrebbe sussistere il rischio che questa strada diventi un'occasione di lottizzazione. Il piano regionale di coordinamento adottato a marzo 2009, dice che nelle aree con raggio due chilometri dai caselli e dalle intersezioni della viabilità primaria, sono possibili i cosiddetti progetti strategici concordati con la regione. Tirando le somme, e considerando i 17 caselli previsti dal progetto, è di facile comprensione come la Pedemontana potrebbe essere causa della cementificazione di duecento e passa milioni di metri quadri;
dal punto di vista ambientale i programmi d'azione delle Comunità europee, in materia ambientale sottolineano che la migliore politica ecologica consiste nell'evitare fin dall'inizio inquinamenti ed altre perturbazioni, anziché combatterne successivamente gli effetti e affermano che in tutti i processi tecnici di programmazione e di decisione si deve tener subito conto delle eventuali ripercussioni sull'ambiente (85/337/CEE). La salvaguardia, la protezione e il miglioramento della qualità dell'ambiente, compresa la conservazione degli habitat naturali e della flora e della fauna, costituiscono un obiettivo essenziale e di interesse generale perseguito dall'Unione europea affinché gli habitat naturali cessino di degradarsi a causa del numero sempre crescente di specie selvatiche gravemente minacciate (92/43/CEE). Gli habitat e le specie minacciati dalla realizzazione della Pedemontana fanno parte del patrimonio naturale dell'Unione;
la Pedemontana Veneta rischia di trasformarsi da «opportunità per il territorio» in opera dalla quale difendersi in quanto creerà una importante ferita all'ambiente -:
avuto riguardo alle gravissime situazioni descritte in premessa, quali siano le iniziative e gli interventi che il Governo intenda predisporre per colmare la carenza di trasparenza venutasi a creare e per tutelare l'integrità dell'ecosistema dei territori interessati così come imposto dai vincoli comunitari. (4-11397)

Si pubblica il testo riformulato della interrogazione a risposta scritta Barbato n. 4-11526, già pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta n. 459 del 6 aprile 2011.

BARBATO. - Al Ministro dello sviluppo economico. - Per sapere - premesso che:
la procura della Repubblica presso il tribunale di Sant'Angelo dei Lombardi ha svolto delle indagini su alcune condotte posta in essere dal Supply Chain Management di Fiat Group Automobiles, dal dirigente dell'ufficio legale di Fiat Group Automobiles S.p.A. e dall'amministratore delegato di Fiat Group Purchising S.r.l.;
tali condotte sono state ritenute - dalla procura della Repubblica - idonee a configurare diverse ipotesi di reato, tra cui quella prevista e disciplinata dall'articolo 368 del codice penale (calunnia) e quella prevista dall'articolo 629 codice penale (estorsione);
il Supply Chain Management di Fiat Group Automobiles, il dirigente dell'ufficio legale di Fiat Group Automobiles S.p.A. e l'amministratore delegato di Fiat Group Purchising S.r.l., con più azioni esecutive

del medesimo disegno criminoso, in tempi diversi ed in concorso tra di loro, avrebbero commesso (tra gli altri) il reato di calunnia ai danni del signor Massimo Pugliese, legale rappresentante della società PUFIN (società proprietaria della totalità delle azioni della CF Gomma SpA.) al fine di costringerlo a retrocedere le azioni della società CF Gomma s.p.a. alla famiglia già proprietaria di quest'ultima società, per far sì che la stessa CF Gomma s.p.a. fosse acquisita, in un secondo momento, direttamente dalla Fiat;
il reato di calunnia sarebbe stato commesso per estromettere il signor Massimo Pugliese (sgradito al management Fiat) dal controllo della CF Gomma s.p.a.;
il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Sant'Angelo dei Lombardi concluse le indagini preliminari relative ai procedimenti di cui sopra, ha ritenuto di non dover formulare richiesta di archiviazione ai sensi degli articoli 408 e 411 del codice di procedura penale;
l'eventuale condanna dei manager coinvolti nel procedimento penale su descritto evidenzierebbe un modus operandi della dirigenza Fiat del tutto in contrasto con quel rigore che la stessa Fiat ha chiesto ai propri operai ed impiegati mediante la sottoscrizione degli accordi di Pomigliano e Mirafiori che colpiscono - a parere degli interroganti - le condizioni di lavoro ed i diritti che i lavoratori hanno conquistato in tanti anni di lotte -:
se il Ministro interrogato ritenga che la società FIAT, alla luce di quanto esposto in precedenza, sia un interlocutore affidabile e credibile per quanto concerne le politiche industriali considerato che, negli ultimi mesi, il Governo si è frequentemente confrontato insieme alle organizzazioni sindacali e datoriali con tale gruppo societario sul futuro degli stabilimenti presenti nel nostro Paese e sul ruolo industriale del medesimo gruppo nell'ambito produttivo nazionale. (4-11526)