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Resoconto dell'Assemblea

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XVI LEGISLATURA

Allegato B

Seduta di Giovedì 2 agosto 2012

ATTI DI INDIRIZZO

Risoluzione in Commissione:


   La XIII Commissione,
   premesso che:
    l'Italia, assieme a Spagna, Tunisia, e Grecia, rispettivamente con 1.1, 2.2, 1.2, e 0.7 milioni di ettari dedicati, rappresenta oltre il 70 per cento della coltivazione mondiale di ulivi. Per i principali paesi produttori questa coltura riveste un'importanza vitale in termini di mantenimento dell'occupazione nonché di presidio paesaggistico e territoriale nelle zone rurali;
    l'olio di oliva è nel nostro paese, in molteplici realtà territoriali, un prodotto di qualità e di eccellenza, rappresenta tradizioni culturali, alimentari, religiose secolari. L'Italia ha una produzione nazionale di circa 480 mila tonnellate, due terzi dei quali extravergine, e vanta con 43 denominazioni certificate (tra Dop e Igp), il maggior numero di produzioni riconosciute dall'Unione europea. L'olio italiano di qualità certificata rappresenta pertanto un'eccellenza delle filiera agricola nazionale e costituendo un importante segmento delle nostre esportazioni (Stati Uniti, la Germania e la Francia in Europa, la Cina ed il Brasile tra i nuovi paesi consumatori);
    nonostante questi risultati, il comparto produttivo dell'olio di oliva di qualità nel nostro paese ha registrato, negli ultimi anni, alcuni preoccupanti segnali di crisi causati prevalentemente dagli alti costi di produzione, dalla scarsa remunerazione per i produttori, dai mutamenti climatici, e da patologie conseguenti, nonché dal crescente numero di contraffazioni;
    secondo i dati resi noti da Ismea alcuni fattori, tra cui il caldo e la siccità, hanno causato, nella campagna 2011-2012 rispetto allo scorso anno, un calo della produzione di olio di circa il 6 per cento;
    a parere di Coldiretti i prezzi dell'olio pagati ai produttori agricoli sono crollati nell'ultimo anno del 30 per cento, anche «per effetto della concorrenza sleale provocata da inganni e contraffazioni. Le importazioni di olio di oliva in Italia hanno raggiunto il massimo storico di 584 mila tonnellate e hanno superato la produzione nazionale»; «la maggioranza delle bottiglie di olio – riporta ancora Coldiretti – proviene peraltro da olive straniere senza che questo sia sempre chiaro ai consumatori» e si «assiste anche ad una forte riduzione della qualità dell'olio in vendita, oltre che a una pericolosa proliferazione di truffe e inganni»;
    secondo Cia «l'economia dell'inganno strangola l'agricoltura italiana: solo all'olio extravergine di oliva le truffe e le sofisticazioni causano danni per 1,5 miliardi di euro l'anno»;
    anche recentemente sono emersi, su tutto il territorio nazionale, gravi casi di contraffazione relativi all'olio di oliva. In particolare, nelle ultime settimane, sono stati sequestrati 80 mila quintali di falso olio extravergine «made in Italy» in provincia di Siena (ottenuto dalla illecita miscelazione con materie prime di categoria inferiore, quali oli di oliva lampanti e vergini aventi caratteristiche qualitative di scarso pregio); la procura di Pistoia ha inoltre aperto un'inchiesta relativa alla contraffazione dell'olio di oliva: in sintesi attraverso alcune sostanze, tra cui la clorofilla aggiunta all'olio di semi, veniva prodotto un falso olio d'oliva poi rivenduto ai consumatori attraverso il «porta a porta» e ad alcuni ristoratori della Toscana, dell'Emilia Romagna e del Lazio, si ricorda inoltre come sia pendente presso la procura della Repubblica di Firenze una importante indagine a carico di una nota società olearia a marchio italiano ma di proprietà spagnola per fatti risalenti al 2011;
    le contraffazioni relative all'olio di oliva si inseriscono in un quadro nazionale allarmante in cui sono sempre maggiori i casi di truffe in campo commerciale e agroalimentare. Secondo quanto dichiarato dal Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, Mario Catania, il danno generato dalla contraffazione nel settore agroalimentare ammonta a 7,9 miliardi di euro l'anno. Secondo la Coldiretti le frodi e le falsificazioni sottraggono «all'agroalimentare nazionale ben 164 milioni al giorno che potrebbero invece generare reddito e occupazione»; per la Cia «l'Italia è al primo posto in Europa per segnalazioni di cibi contraffatti. Nel 2011 sono state portate a termine 13.867 operazioni, un numero più che triplicato rispetto all'anno precedente»;
    lo stesso rapporto redatto da Eurispes e Coldiretti conferma e documenta tale fenomeno ed i legami che spesso intercorrono con la criminalità organizzata;
    questa situazione, che penalizza il Paese sia dal punto di vista economico e produttivo, viene confermata dai risultati della recente indagine promossa dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della contraffazione e della pirateria in campo commerciale e agroalimentare discussa dalla Camera dei deputati approvata il 6 dicembre 2011;
    il regolamento dell'Unione europea numero 182 del 6 marzo 2009 ed il decreto del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali 10 novembre 2009 «Disposizioni nazionali relative alle norme di commercializzazioni dell'olio di oliva» dispongono, tra l'altro, che debbano essere indicate nelle etichette delle confezioni di olio di oliva le nazioni di provenienza delle olive impiegate;
    gli imbottigliatori di olio extra vergine di oliva, quindi, dal 1o luglio 2009, sono tenuti a riportare in etichetta l'origine del prodotto secondo le menzioni riportate nel regolamento stesso nonché a tenere una adeguata contabilità che consenta una corrispondente rintracciabilità;
   la legislazione italiana ed europea prevede quindi da tempo norme che obbligano a riportare, nelle etichette delle confezioni di olio d'oliva, non solo il paese di imbottigliamento dell'olio ma anche le nazioni da cui provengono le olive. Tali indicazioni sarebbero però (secondo le denunce di alcune organizzazioni di categoria) in alcuni casi omesse, e spesso difficilmente visibili per il consumatore;
    sia alla Camera dei deputati, sia al Senato della Repubblica, sono state presentate proposte di legge contro la contraffazione dell'olio di oliva ed in particolare per la promozione di una corretta informazione al consumatore, sottoscritte da numerosi parlamentari di differenti gruppi politici;
    le norme previste da tali proposte di legge sono finalizzate a favorire la crescita delle produzioni di qualità nel settore olivicolo e a contrastare pratiche commerciali scorrette nell'ambito della filiera degli oli di oliva vergine. Un sistema di norme pensate a tutela dei consumatori e della reale concorrenza tra le imprese, in grado di preservare l'autenticità del prodotto, la veridicità della provenienza territoriale e la trasparenza delle informazioni, sia in etichetta che nell'ambito delle pratiche commerciali;
    nel recente decreto sulla crescita, approvato alla Camera ed in fase di approvazione al Senato, sono stati inseriti due importanti emendamenti (alchilesteri e panel test), utili ad accrescere la trasparenza nel settore;
    nel mese di marzo 12 regioni tra cui Emilia Romagna/Toscana/Puglia in occasione delle assemblee generali di «Arepo» (Regioni europee per prodotti di origine) e di «Arefe» (ortofrutta) hanno dato vita ad un gruppo europeo di difesa dell'olio di oliva;
    l'Unione europea ha promosso politiche mirate per tutelare il comparto olivicolo. La crisi del settore coinvolge infatti tutto il continente: i dati diffusi dall'Ufficio di statistica dell'Ue (Eurostat) mostrano che i prezzi dell'olio d'oliva europeo sono in forte caduta (– 47.8 per cento);
    nello scorso mese di giugno, dopo una riunione con i Ministri dell'agricoltura dei Paesi membri, Dacian Ciolos, Commissario europeo all'agricoltura, ha presentato un piano di rilancio che si sviluppa sostanzialmente in 3 punti. Nell'asse dedicato a «qualità e controlli», l'azione prevede il rafforzamento del sistema dei controlli e delle sanzioni. Sul versante della qualità, il documento si muove nella direzione sempre auspicata dall'Italia: un miglioramento dei parametri obbligatori di qualità ai fini della commercializzazione e dell'autenticità degli oli di oliva vergini. In particolare il documento vuole accelerare sui dossier relativi ai parametri analitici (stigmastadieni, alchil esteri, determinazione di digliceridi e trigliceridi) che servono a garantire l'autenticità e la genuinità del prodotto e che evidenziano eventuali manipolazioni e contraffazioni negli oli di oliva vergini. Sul fronte della «struttura della filiera» è previsto il rafforzamento delle organizzazioni di produttori e verranno analizzate nuove misure. Il piano punta anche a rafforzare l'attività di promozione rendendola più incisiva, attrattiva ed efficace. In questo contesto, potrà inoltre essere prevista la menzione dell'origine nazionale accanto a quella comunitaria. Uno spazio importante sarà riservato anche alle azioni nell'ambito dello sviluppo rurale nella nuova programmazione. Saranno possibili sottoprogrammi oleici che contribuiscano alla realizzazione delle priorità strutturali oltre agli obiettivi agroambientali, unitamente ad investimenti per la trasformazione, la commercializzazione e lo sviluppo dei prodotti agricoli;
    il Governo italiano ha manifestato il suo apprezzamento ricordando come occorra utilizzare pienamente anche in Italia ogni possibilità offerta dalla PAC, ed attivare un Piano olivicolo nazionale efficace peraltro già richiesto dalle regioni;
    l'appuntamento europeo sopra richiamato sembra recepire istanze da sempre portate avanti dal nostro paese quali l'etichettatura di origine, i parametri di qualità e i rafforzamenti dei controlli sollecitate e condivise dai produttori italiani;
    produttori, consumatori, istituzioni sono mobilitati a difesa della qualità e della competitività dell'olio di oliva italiano;
    l'associazione nazionale città dell'olio (che raccoglie in tutta Italia oltre 350 enti, tra comuni, province, camere di commercio e comunità montane, con il comune obiettivo di valorizzare l'ampio e diversificato patrimonio olivicolo nazionale, 200 milioni di piante, con più di 500 varietà sul territorio nazionale, il 42 per cento del patrimonio genetico mondiale) ha proposto, nel corso della sua ultima Assemblea nazionale svolta a Montalcino (Siena) lo scorso 14 luglio, la candidatura del «Paesaggio olivicolo mediterraneo» quale patrimonio Unesco;
    il paesaggio olivicolo rappresenta una preziosa opportunità per promuovere e valorizzare i territori di produzione integrando gli aspetti produttivi con quelli di tutela dell'ambiente; permettendo, allo stesso tempo, uno sviluppo sostenibile delle comunità locali e la valorizzazione della biodiversità dell'olio conservata nei territori d'origine. Molte analisi confermano come tale coltura si adatti a contesti ambientali complessi ed ostici ad altre colture, come risulti modesto l'impatto ambientale anche grazie ad una ampia diffusione dell'uso di tecniche di lotta guidata e biologica. La candidatura del paesaggio olivicolo a patrimonio dell'Unesco potrebbe inoltre contribuire a dare nuovo valore e arginare il crescente abbandono dei terreni agricoli che sta caratterizzando buona parte del Paese. È emerso da uno studio elaborato dalla Facoltà di agraria dell'università di Firenze che si è passati, negli ultimi 100 anni, da 23 a 13 milioni di ettari di terreni agricoli; sono stati abbandonati mediamente 100 mila ettari di terreno all'anno, soprattutto in zone collinari e di montagna e recentemente perlopiù in aree sottoposte a vincolo paesaggistico,

impegna il Governo:

   a sostenere, assieme alle regioni, un'azione coordinata di sostegno alla produzione ed alla competitività dell'olio di oliva italiano;
   a sostenere ogni iniziativa normativa in sede nazionale e comunitaria, utile a sostenere la tracciabilità del prodotto ed accertare controlli e sanzioni certe nei confronti di frodi e truffe, completando il quadro normativo esistente ed in particolare: modalità riconoscibili per l'indicazione della designazione di origine, valore delle verifiche su marchi e pratiche ingannevoli, maggiori interventi sul funzionamento della concorrenza, appesantimento delle norme in materia di reati e contrasto alle frodi;
   a sostenere l'avvio di un serio piano olivicolo nazionale, anche sollecitando l'uso degli strumenti dell'Unione europea, finalizzato al recupero o al rinnovo degli uliveti;
   a sostenere e sollecitare iniziative promosse dalle organizzazioni produttive per aggregazione di prodotto, acquisizione di marchi, azioni di promozione, tese alla valorizzazione dell'olio extravergine nazionale;
   a sostenere e sollecitare iniziative promosse dalle organizzazioni produttive per aggregazione di prodotto, acquisizione di marchi, azioni di promozione e della informazione all'utenza, soprattutto quella più giovane che rappresenta la base del futuro consumatore;
   a sostenere e sollecitare iniziative promosse dagli enti pubblici e dalle organizzazioni produttive, tese a tutelare il paesaggio olivicolo italiano;
   a condividere e supportare l'iniziativa lanciata dall'Associazione italiana «Città dell'olio» circa la candidatura del «Paesaggio olivicolo mediterraneo» quale patrimonio UNESCO.
(7-00965) «Cenni, Servodio, Oliverio, Zucchi, Brandolini, Agostini, Sani, Trappolino, Fiorio».

ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interrogazioni a risposta scritta:


   LOLLI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   a seguito del terremoto verificatosi a L'Aquila il 6 aprile 2009, è stato emesso un primo decreto in data 9 aprile 2009 che, al comma 1 dell'articolo 1, prevedeva la sospensione dei termini relativi agli adempimenti ed ai versamenti tributari a favore dei «soggetti aventi la residenza nel territorio della provincia di l'Aquila»;
   successivamente il decreto-legge 28 aprile 2009, n. 39, convertito dalla legge 24 giugno 2009, n. 77 stabiliva che tutti gli interventi a favore delle popolazioni colpite dal sisma avevano effetto nei «confronti delle persone fisiche residenti nei comuni che avevano risentito di una intensità MSC uguale o superiore al sesto grado»;
   in base a ciò i tanti cittadini stabilmente dimoranti nelle zone interessate hanno legittimamente usufruito della sospensione delle ritenute fiscali operate alla fonte dai sostituti di imposta;
   con l'ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3780 del 9 giugno 2009 il riferimento alla residenza è stato sostituito con quello di domicilio fiscale;
   conseguentemente l'Agenzia delle entrate, in mancanza di una specifica disposizione derogatoria, non ritiene si possano applicare i suddetti benefici ai soggetti aventi stabile dimora;
   la stessa direzione legislazione tributaria del Ministero dell'economia e delle finanze ha convenuto sulla equiparabilità tra la stabile dimora e la residenza, confermando, tuttavia, la necessità della emanazione di un provvedimento ad hoc –:
   se il Governo non ritenga necessario assumere le iniziative di competenza ai fini dell'adozione del provvedimento richiesto in modo da sanare una palese ingiustizia che si sta perpetrando nei confronti dei cittadini aquilani dalla stabile dimora, che inconsapevoli si vedrebbero costretti a riversare in maniera perentoria le somme percepite in perfetta buona fede, con forti disagi ed una ingiustificabile ingiustizia. (4-17258)


   GARAGNANI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   si fa riferimento alle diverse iniziative parlamentari dell'interrogante in cui si chiede il coinvolgimento delle minoranze nella fase di ricostruzione dopo il terremoto in Emilia-Romagna; si precisa che non si intende fare processi a nessuno bensì garantire la partecipazione di tutti all'opera di ricostruzione in Emilia-Romagna;
   da ultimo il Governo ha accolto l'ordine del giorno n. 9/05312/136 che così recita con riferimento all'introduzione all'articolo 4, comma 1, del decreto-legge 6 giugno 2012, n. 74 della lettera b-bis): «i presidenti delle regioni – commissari delegati, per la realizzazione degli interventi di cui alla presente lettera, stipulano apposite convenzioni con i soggetti proprietari, titolari degli edifici ad uso pubblico, per assicurare la celere esecuzione delle attività di ricostruzione delle strutture ovvero di riparazione, anche praticando interventi di miglioramento sismico, onde conseguire la regolare fruibilità pubblica degli edifici medesimi,
impegna il Governo:
a considerare la corretta imputazione degli oneri derivanti dalla sottoscrizione delle convenzioni di cui al richiamato articolo 4, comma 1, lettera b-bis), a valere sulle contabilità speciali, aperte presso la Tesoreria dello Stato ed intestate ai Presidenti delle regioni – Commissari delegati, in quanto destinate a finanziare tutti gli interventi previsti dal 74, così come stabilito dall'articolo 2, comma decreto-legge 6 giugno 2012, n. 6, del medesimo decreto-legge» –:
   quale sia la situazione attuale dei lavori di ricostruzione anche in riferimento alle prospettive di impiego dei fondi (ammontano circa a 6 miliardi) stanziati recentemente, se intenda evidenziare periodicamente ad organismi ad hoc preposti, sia a livello locale che nazionale, tempi e modalità delle iniziative volte a rilanciare l'economia delle zone devastate dal sisma, le priorità di intervento fra i settori e per quanto concerne l'edilizia scolastica e la messa in sicurezza delle scuole i tempi previsti per la ricostruzione o l'edificazione ex-novo degli edifici scolastici statali e paritari in uguale modo, a tal proposito sottolineando il fatto che vigendo il sistema pubblico di istruzione che parifica le istituzioni scolastiche statali a quelle paritarie e svolgendo entrambi una funzione pubblica, come dice testualmente la legge 62 del 2000, non sono ammissibili discriminazioni, in quanto, se poste in essere, danneggerebbero l'intera collettività (come nel caso delle scuole materne paritarie che accolgono circa la metà della popolazione in età scolare, dai tre ai sei anni, la cui presenza è indispensabile per rispondere alle esigenze della popolazione);
   se intenda semplificare le procedure amministrative per quanto riguarda la concessione di fondi ai privati che hanno visto distrutte le proprie abitazioni e procedere senza indugio all'erogazione dei fondi medesimi, salvaguardando da un lato l'immediatezza delle decisioni da prendere, dall'altro la pubblicità delle medesime, comprendendo ovviamente la ristrutturazione degli edifici pubblici, materia in cui l'Esecutivo si è impegnato accogliendo l'ordine del giorno ricordato in premessa;
   se intenda predisporre le modalità di controllo sull'operato del commissario straordinario, che gode, a parere dell'interrogante, di un potere troppo discrezionale che riduce al minimo le possibilità di controllo e di verifica, quanto sopra non per fare processi alle intenzioni ma per ribadire la concordia e l'impegno di tutte le componenti della società civile post terremoto. (4-17263)


   MELIS. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   il 17 maggio 2012 l'Assemblea del CNEL, con 4 astensioni e un non partecipante al voto, ha approvato un documento di censura all'operato del segretario generale dell'istituto, contestandone l'iniziativa di presentare ricorso straordinario onde ottenere la revisione del regolamento approvato il 20 marzo 2012;
   in tale documento di censura si sostiene argomentatamente che il segretario generale «assume iniziative in materia di organizzazione del Segretariato aventi serie ripercussioni sull'espletamento delle funzioni istituzionali del CNEL, in assenza di direttive della Presidenza al riguardo, e in esplicito contrasto con specifici documenti votati dall'Assemblea e dalle Commissioni in sede deliberante»; e si denuncia inoltre che «tali comportamenti del segretario generale hanno determinato un sostanziale blocco dell'attività del Consiglio per là perdurante incomunicabilità tra il livello della decisione politica e quello dell'attuazione amministrativa, situazione che emerge anche dai dati di consuntivo dell'esercizio 2011 che fanno registrare un indice assai ridotto di impegni al di fuori di quelli per spese obbligatorie»;
   si conclude infine impegnando il Presidente del CNEL a) a garantire il pieno rispetto delle decisioni degli organi politico-rappresentativi del CNEL; e b) a rimuovere quanto è di impedimento a quella piena collaborazione tra decisione politica e azione amministrativa, in particolare ritirando il parere favorevole a suo tempo espresso in relazione alla nomina dell'attuale segretario generale e comunicando tale decisione al Presidente del Consiglio dei Ministri per i provvedimenti di sua competenza –:
   quali conseguenze intenda trarre il Governo dalla evidente crisi determinatasi tra l'Assemblea del CNEL e il Segretario generale in merito a una questione di rilevanza istituzionale qual è indubbiamente quella del mantenimento o della revisione dell'attuale regolamento.
(4-17271)

BENI E ATTIVITÀ CULTURALI

Interrogazione a risposta in Commissione:


   FARINONE. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   nel comune di Arcore (provincia di Monza e Brianza) è ubicata villa Borromeo d'Adda, una dimora storica le cui origini risalgono agli ultimi decenni del Cinquecento o al massimo all'inizio del secolo successivo. La conformazione attuale della residenza principale, chiamata «la Montagnola», si deve all'abate Ferdinando d'Adda, che la fece erigere nel corso del XVIII secolo, mentre il cugino Febo d'Adda gestì la parte originaria della tenuta e il giardino annesso sino a quando ereditò «la Montagnola», riunendo così le due proprietà della famiglia d'Adda. Intensi furono i lavori di restauro e di valorizzazione promossi nel XIX secolo dall'erede Giovanni d'Adda: i giardini delle due residenze vennero dapprima abbelliti e successivamente unificati dall'ingegner Balzaretti, che diverrà un celebre disegnatore di giardini secondo lo stile a vegetazione libera detto «all'inglese» che il gusto romantico aveva diffuso in tutta Europa e quindi anche in Italia; le due ville vennero significativamente arricchite sia dal punto di vista della strutturazione esterna sia da quello della conformazione interna e del relativo arredamento, impreziosito da opere d'arte quali, ad esempio, la Madonna addolorata del pittore Vincenzo Vela. Ulteriori migliorie e abbellimenti furono realizzati, sempre nel XIX secolo, dall'architetto Eilio Alemagna, allievo del Balzaretti, su impulso della famiglia d'Adda e in particolare del senatore del Regno Emanuele d'Adda. Alla morte del quale, avvenuta nel 1911, la proprietà d'Adda e i titoli nobiliari passarono a Febo Borromeo, figlio di Costanza, cugina prima di Emanuele. Da allora la residenza venne denominata villa Borromeo d'Adda;
   l'insieme delle successive opere ora sommariamente ricordate e la cura particolare prestata all'arredamento degli ambienti interni fecero della residenza arcorese «uno dei meglio riusciti e più gradevoli soggiorni signorili della campagna milanese» (Ville e Castelli d'Italia, pagina 141);
   la villa padronale «la Montagnola» si colloca in cima all'altura del parco che da essa prende il nome e che si situa nella zona centrale di Arcore. L'edificio presenta una planimetria a blocco composta dall'unione di tre corpi: quello centrale, di maggiore volumetria, è avanzato rispetto agli altri due. Al suo interno sono conservati gli ambienti di maggiore pregio e ampiezza, tutti elegantemente affrescati e fra i quali spicca l'antica libreria con soffitto ligneo a cassettoni. Al piano terra si trova il salone ad angoli smussati, opera dell'Alemagna, che si affaccia sul parco mediante cinque aperture architravate che si azionano con un sistema meccanico di serrande mosse da un meccanismo che si trova al piano seminterrato. I due corpi laterali simmetrici si sviluppano su due livelli fuori terra. Il corpo di sinistra veniva adoperato come prosecuzione del corpo nobile ospitando la sala da pranzo. Il corpo di destra, invece, era adibito a contenere gli alloggi della servitù ed è pertanto composto da stanze di minore ampiezza. Al piano seminterrato, che si sviluppa per l'intera superficie della villa, caratterizzato da volte a botte nella maggior parte degli ambienti, si trovavano i locali dei servizi. All'esterno le facciate della villa sono movimentate dalla presenza di due logge di ingresso rivolte rispettivamente verso il paese e verso il parco, la prima delle quali ospita un portico ad archi poggiati su balaustre in pietra e cemento. Il livello superiore della facciata principale si caratterizza per la presenza di un balcone che costituisce la copertura della loggia di ingresso. Interessanti i motivi decorativi dei profili delle finestre con elementi a conchiglia, di chiara ascendenza rococò. Richiami a modelli settecenteschi sono evidenti anche sulla facciata posteriore della villa, dove le balaustre, le finestre e il corpo curvilineo aggettante del salone progettato dall'Alemagna producono un effetto di grande ricchezza decorativa. Sul retro dell'edificio è presente un parterre con giardino all'italiana che si estende ad arco davanti alle sale con ringhiera in ferro battuto fornendo un ulteriore richiamo a modelli rococò. La superficie lorda del calpestio è di 3.573 metri quadri cui vanno aggiunti 179 metri quadri balconi e terrazzi. Le stanze sono 113;
   questa splendida villa versa ormai da anni in uno stato di assoluto degrado e abbandono, inaccessibile per il pubblico ad eccezione delle scuderie, un edificio di circa 170 metri quadri per oltre 10 metri di altezza al colmo restaurato alcuni anni fa e trasformato in un ambiente flessibile dal punto di vista degli spazi, capace di ospitare attività culturali, mostre e convegni nonché, dal 2010, il corso di laurea di restauro religioso, ligneo e di arte contemporanea dell'accademia di Brera;
   nel 1980 il comune di Arcore ha acquistato dai discendenti della famiglia Borromeo la villa ed il parco annesso. Dopo aver aperto quest'ultimo al pubblico le diverse amministrazioni succedutesi hanno effettuato gradatamente – in considerazione evidentemente dell'importante impegno economico richiesto dalla vastità dell'area, circa 25 ettari occupati per due terzi da alberi di alto fusto e per la rimanenza da prati – interventi prevalentemente conservativi sul patrimonio arboreo e sul sistema idraulico, ripristinando il complesso sistema di raccolta e scolo delle acque pluviali. I due edifici già adibiti a portineria della villa sono stati ristrutturati ricavandone la sede degli uffici comunali e adibendo il seminterrato dell'ala sinistra («il Teatrino») a luogo di mostre e riunioni;
   all'interno del compendio di Villa Borromeo sono da tempo presenti importanti attività espressione di una rete territoriale composta di associazioni ed enti di significativo rilievo e utilità per la cittadinanza che organizzano nel corso dell'anno convegni, mostre, fiere, laboratori per i bambini, visite guidate al parco, attività musicali e teatrali;
   nel 2010 il comune di Arcore ha definito un progetto di ristrutturazione di un primo lotto dell'edificio, un iniziale intervento ritenuto indispensabile per avviare l'auspicabile restauro complessivo della villa;
   detto progetto prevede un esborso di 2.700.000 euro, a carico del comune di Arcore ad eccezione di 500.000 euro apportati dalla società ARCUS-spa, (società per lo sviluppo dell'arte, della cultura e dello spettacolo), ma tale importo non è stato ancora erogato pur risalendo il relativo stanziamento al 2009;
   nell'ambito del piano per le opere pubbliche il comune di Arcore ha previsto l'importo di 410.717,11 euro per la progettazione esecutiva del primo lotto e l'importo di 2.290.000 euro, inclusivi dei 500.000 euro stanziati da ARCUS, per le opere di restauro –:
   se il Ministro sia a conoscenza del grave stato di abbandono nel quale versa la villa Borromeo detta «la Montagnola»;
   se sia a conoscenza della tempistica definita dalla società ARCUS per l'erogazione effettiva al comune di Arcore dello stanziamento già deliberato;
   se, in considerazione dell'elevato pregio della dimora e del suo possibile interesse pubblico al di là della cittadinanza arcorese anche in vista dell'esposizione universale del 2015, ritenga opportuno promuovere un'iniziativa volta a ridare il giusto prestigio a questa importante «villa di delizia» della Brianza. (5-07592)

ECONOMIA E FINANZE

Interrogazione a risposta scritta:


   MIGLIORI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   recenti notizie, apparse su La Nazione di mercoledì 1° agosto, riportano che la procura della Repubblica di Siena ha aperto un fascicolo a carico dell'ASL 7 (Siena) della Toscana per un presunto buco di bilancio inerente l'anno 2011 che tale disavanzo si aggirerebbe intorno ai dieci milioni di Euro;
   l'Assessore regionale della Toscana alla sanità Luigi Marroni si è espresso affermando che l'ASL di Siena, come altre aziende sanitarie locali della Toscana, saranno supportate con interventi della regione tali da consentire la chiusura dei bilanci 2011 in equilibrio, avendone le risorse;
   sempre in Toscana la procura della Repubblica ha aperto come noto una inchiesta sulla ASL 1 di Massa per un ammanco stimato di duecentosettanta milioni di euro –:
   di quali elementi disponga il Governo anche alla luce di quanto descritto in premessa, in merito all'equilibrio economico della spesa sanitaria della regione Toscana e se tale situazione possa cambiare il quadro dei trasferimenti finanziari Stato-regione nel comparto della sanità. (4-17269)

GIUSTIZIA

Interrogazione a risposta scritta:


   BITONCI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 1, comma 2, della legge 14 settembre 2011, n. 148, stabilisce il riordino delle circoscrizioni giudiziarie;
   la politica di revisione della geografia giudiziaria disegnata dall'attuale Governo prevede la chiusura, oggi, di circa 640 uffici di giudici di pace ovvero il loro accorpamento a quelli delle maggiori città dell'area di riferimento, senza tuttavia considerare nella scelta oggi intrapresa criteri come il carico di lavoro, la estensione del territorio, il numero degli abitanti del bacino di utenza;
   la definizione delle sedi interessate dal provvedimento non ha considerato pertanto le istanze del territorio, tanto che le scelte effettuate sono state senza una previa consultazione con gli enti locali interessati o senza sentire i rappresentanti delle autonomie locali;
   l'adozione di tale provvedimenti non risponde secondo l'interrogante nemmeno alla esigenza, manifestata in più occasione dal Governo, di rimodulare la spesa pubblica, dal momento i risparmi di spesa derivante dalla prevista disposizione non determinerebbero un risparmio sufficiente a giustificare un disservizio particolarmente pesante per il cittadino;
   la decisione del Governo ha determinato molta preoccupazione in numerosi territori, sia tra i cittadini che tra gli amministratori locali, non da ultimo quello del padovano, dove il sindaco della città di Camposampiero, così come peraltro altri sindaci della provincia, ha adottato delle azioni per sollecitare il Governo e i suoi rappresentanti a rivedere l'attuale normativa secondo cui la locale sede del giudice di pace dovrebbe essere accorpata a quella di Padova –:
   se non intenda chiarire su quali criteri si siano determinate le disposizioni sopra descritte e se nelle medesime si siano correttamente tenute in considerazione le istanze del territorio. (4-17262)

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Interrogazione a risposta in Commissione:


   PICIERNO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   il 17 luglio 2012 si è appreso dagli organi di stampa della disavventura di un aereo di linea Alitalia, decollato da Bologna e diretto a Palermo, che, a causa di una insufficienza di carburante a bordo, avrebbe chiesto la priorità per un atterraggio d'emergenza all'aeroporto Punta Raisi di Palermo;
   da quanto emergerebbe da alcune inchieste giornalistiche, da inizio 2012 la compagnia Alitalia avrebbe fatto circolare una richiesta informale ai comandanti di volo di fornire rapporti dettagliati sulle motivazioni in base alle quali decidessero di caricare un certo quantitativo di carburante, eventualmente in eccesso rispetto a quanto necessario per il volo in questione;
   in un comunicato di Alitalia del mese di giugno 2012, «Semestrale 2012», si legge che «per far fronte all'incremento dei costi petroliferi (prima voce di costo del bilancio della Compagnia), Alitalia [...] ha messo in atto da oltre un anno (come la maggior parte delle compagnie aeree) un insieme di pratiche virtuose a favore del risparmio di carburante». Inoltre, continua il comunicato, «questa nuova politica che grazie alla elevatissima professionalità dei piloti di Alitalia, pone la Compagnia a livello dei best performer, ha l'obiettivo di premiare i comportamenti e le pratiche virtuose messe in atto dai suoi dipendenti per ottimizzare l'uso del carburante, eliminando gli sprechi e risparmiando laddove è possibile, fermo restando che l'obiettivo principale della Compagnia è la sicurezza del volo»;
   sebbene non sia automaticamente provata una connessione delle nuove direttive della compagnia Alitalia e l'incidente sopra descritto, la sola ipotesi appare all'interrogante alquanto inquietante e, come tale, richiede maggiori verifiche ed approfondimenti;
   l'Alitalia, da parte sua, ha chiarito, con un comunicato indirizzato al settimanale L'Espresso in data 30 luglio 2012, che «il volo AZ1332 di Alitalia è partito in perfetto orario dall'aeroporto di Bologna alla volta di Palermo. Pochi minuti prima di atterrare è stato bloccato dal controllo del traffico aereo che aveva chiuso l'aeroporto a causa di una perdita di carburante da un velivolo Ryanair. L'aereo ha continuato a «circuitare» sopra Palermo per circa 20 minuti, che non sono pochi considerando il volo di un'ora. A questo punto i nostri piloti hanno iniziato a dirigersi verso Trapani per atterrare quando il controllo del traffico aereo ci ha comunicato la riapertura dell'aeroporto di Palermo. Ma quando mancavano meno di tre minuti all'atterraggio, la torre di controllo ha nuovamente comunicato la chiusura dell'aeroporto che in realtà non era mai stato riaperto, nonostante l'emergenza fosse rientrata, per incomprensioni tra operatori aeroportuali. A quel punto per atterrare in un aeroporto «tecnicamente» chiuso Alitalia ha dovuto dichiarare emergenza, nonostante il quantitativo di carburante fosse più che sufficiente anche per raggiungere l'aeroporto di Trapani»;
   il progetto di «incentivazione fuel management di Alitalia, così come i programmi di risparmio carburante di altri operatori del settore, desta una certa preoccupazione nei passeggeri, soprattutto alla luce di episodi come quello descritto in premessa –:
   se sia a conoscenza dei fatti in premessa e se intenda avviare, per quanto di competenza e di concerto con l'Enac, le necessarie verifiche per appurare eventuali anomalie nel quantitativo di carburante a bordo del volo citato, anche sulla base di eventuali riscontri, compiuti da Enac, sul registro di volo dell'aeromobile in questione, e in particolare con riferimento al quantitativo di carburante caricato a bordo del volo Bologna-Palermo;
   se sia prassi che un aeromobile dichiari emergenza per atterrare in un aeroporto «tecnicamente» chiuso;
   se i diffusi programmi di contenimento del consumo di carburante caricato a bordo degli aeromobili rispettino o meno gli standard normativi nazionali ed internazionali, le indicazioni direttive e regolamentari dell'aviazione civile, e se ritenga il Ministro di assumere iniziative per integrare la normativa vigente al fine di evitare che per esigenze di contenimento dei costi si possa eventualmente mettere a repentaglio la sicurezza di centinaia di passeggeri. (5-07593)

INTERNO

Interrogazione a risposta orale:


   MANTOVANO. — Al Ministro dell'interno, al Ministro della giustizia, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   col decreto-legge 6 luglio 2012 n. 95, sul cosiddetto spending review, il cui disegno di legge di conversione è stato approvato dal Senato della Repubblica il 31 luglio ed è in via di approvazione alla Camera, il Governo ha adottato misure di razionalizzazione e di revisione della spesa pubblica, che prevedono anche riduzioni nell'acquisto di beni e servizi (articolo 1, comma 21) e blocco parziale del turn over del personale per le amministrazioni pubbliche (articolo 14 comma 2);
   con un ordine del giorno a firma dell'interrogante, accolto dal Governo e votato all'unanimità dalla Camera il 3 luglio 2012 dopo essere stato sottoscritto dai rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, sulla premessa della necessità di mantenere gli standard di sicurezza e di rendere migliori gli standard di amministrazione della giustizia – ciò che è difficilmente compatibile con ulteriori sensibili tagli ai Ministeri dell'interno e della giustizia – si ricordava che nel settembre 2008 il Governo dell'epoca aveva costituito il Fug-fondo unico giustizia, alimentato dal cash e dai titoli monetizzabili sottratti con sequestri e confische dalla disponibilità delle organizzazioni di tipo mafioso. Tale Fondo è destinato per il 49 per cento all'incremento delle risorse del Ministero dell'interno e per il 49 per cento a quello della giustizia. Nel medesimo ordine del giorno si chiedeva pertanto – prima dell'esame e del voto di successivi interventi normativi di «spending review» – di poter disporre di un quadro chiaro e completo sulla consistenza del Fug, sulla quantità di risorse finanziarie erogate o da erogare per il 2012 attingendo da tale fondo, e di conoscere se e in che misura le risorse del Fug saranno adoperate per limitare i tagli dello «spending review» nei settori della sicurezza e della giustizia;
   l'entità della riduzione delle spese per beni e servizi prevista dal decreto-legge n. 95 del 2012 per l'anno in corso è, con riferimento al Ministero della giustizia, pari a 60 milioni di euro e diventa di 120 milioni di euro annui a partire dal 2013, e per gli anni successivi; con riferimento al Ministero dell'interno è di 131 milioni di euro annui a partire dal 2013, e per gli anni successivi; il blocco di assunzioni è nella misura dell'80 per cento (nel senso che si potrà assumere solo il 20 per cento delle posizioni rese vacanti) per il triennio 2012-2014, del 50 per cento per il 2015 e del 100 per cento a decorrere dal 2016. Questa misura riguarda le fasce direttive e dirigenziali dei comparti sicurezza e giustizia;
   il 1° agosto, all'avvio dell'esame in Commissione bilancio alla Camera dei deputati del decreto-legge n. 95 del 2012, su sollecitazione dell'interrogante il rappresentante del Governo ha fornito gli elementi richiesti sul Fug, riassunti in una nota trasmessa dalla ragioneria generale dello Stato. In essa si dice:
    a) che alla data del 31 dicembre 2011 le risorse intestate al Fug ammontano a 2.212,88 milioni di euro;
    b) che di tale importo solo 1.065,52 milioni di euro sono, effettivamente disponibili, in quanto riportati da conti correnti e depositi a risparmio;
    c) che, poiché una parte delle risorse non risultano ancora definitivamente confiscate (i relativi provvedimenti non hanno conosciuto tutti i gradi di giudizio), si devono mettere prudenzialmente da parte, per eventuali restituzioni qualora intervengano atti di dissequestro, 343 milioni di euro;
    d) restano 722,52 milioni di euro; ma, in considerazione delle entrate previste per il 2012 (291,43 milioni di euro per nuovi sequestri/confische) e delle uscite previste per il 2012 (352,36 milioni di euro per dissequestri), la stima della disponibilità al 31 dicembre 2012 è di 661,59 milioni di euro;
    e) che al Fug già si attinge per alcune incombenze del Ministero della giustizia (la mediazione delle controversie civili) e del Ministero dell'interno (l'alimentazione del Fondo delle vittime della mafia);
    f) che, in conclusione, «l'eventuale utilizzo delle entrate a seguito di confisca oggi è solo possibile per spese una tantum e non continuative». In base a ciò, emendamenti a firma dell'interrogante che permettono di equilibrare i tagli ai Ministeri della giustizia e dell'interno con le risorse del Fug hanno avuto il parere negativo del Governo, in quanto ritenuti privi di copertura;
   non si comprende perché, se alla data del 31 dicembre 2011 le risorse intestate al Fug ammontavano a 2.212,88 milioni di euro, poi la ragioneria generale dello Stato e, sulla sua scorta, il Governo, affermino che di tale importo solo 1.065,52 milioni di euro sono effettivamente disponibili. Non può rappresentare valida ragione la circostanza che solo la seconda somma è riportata da conti correnti e da depositi a risparmio, perché ciò denuncerebbe l'incapacità delle amministrazioni interessate a monetizzare oltre un miliardo di risorse cash esito di sequestri e confische. Incapacità che è singolare, nel momento in cui si esige da tutte le amministrazioni, centrali e periferiche, di spendere di meno «con invarianza dei servizi ai cittadini» (come recita il titolo del decreto-legge n. 95 del 2012). Si parla di titoli monetizzabili, non di immobili o di aziende, per i quali le procedure di collocazione sul mercato incontrano ostacoli giuridici e fattuali; e si parla di titoli collocabili, tanto che dal calcolo complessivo della ragioneria è stato escluso un titolo sequestrato del valore nominale di un miliardo di dollari USA, poiché il suo valore sul mercato viene definito pari a zero. Quindi, i 2.212,88 milioni di euro sono al netto di tale titolo;
   immaginando (ed è da dimostrare, trattandosi di stime all'insegna della estrema cautela) che al 31 dicembre 2012 siano effettivamente disponibili 661,59 milioni di euro, non si comprende perché non possano essere adoperati per evitare la riduzione delle spese per beni e servizi prevista dal decreto-legge n. 95 del 2012 almeno per l'anno in corso (60 milioni di euro con riferimento al Ministero della giustizia), e per gli anni 2013 e 2014 (120 milioni di euro per anno per il Ministero della giustizia e 131 per anno per il Ministero dell'interno);
   l'argomento che «l'eventuale utilizzo delle entrate a seguito di confisca oggi è solo possibile per spese una tantum e non continuative» è in contraddizione con il riferimento che nella stessa nota si fa alla copertura delle procedure di mediazione stragiudiziaria e al Fondo vittime mafia, che operano «a regime», e non una tantum;
   peraltro quanto richiesto da tali voci del bilancio è minimo rispetto alla entità della somma di 661,59 milioni di euro: la copertura finanziaria della mediazione è di appena 7,02 milioni di euro, come si dice nella nota in questione;
   nei prossimi mesi, in attuazione della riorganizzazione delle sedi giudiziarie, mentre non sarà possibile beneficiare nell'immediatezza dei risparmi costituiti dal venir meno dei canoni di locazione per gli immobili delle sedi che sono soppresse, a causa dei tempi tecnici di rescissione dei contratti, ci sarà immediato bisogno di risorse per l'ampliamento delle sedi capoluogo di circondario, che accorpano quelle soppresse, e i comuni non possono effettuare alcuna anticipazione, perché le loro casse sono in passivo. Già da tempo, a seguito dei tagli di fine 2011, i proprietari di una parte significativa di locazioni per presidi di sicurezza non ricevono la corresponsione dei canoni;
   per queste ragioni, quand'anche rispetto al Fug fossero disponibili solo 661,59 milioni di euro, e non invece l'intero importo di 2.212,88 milioni di euro, essi potrebbero tamponare – in una logica di una tantum – la grave situazione del momento –:
   quali siano le ragioni che impediscono di utilizzare, rispetto all'importo di 2.212,88 milioni di euro, ben 1.147,36 euro, risultanti dalla differenza fra 2.212,88 milioni di euro e 1.065,52, che vengono dichiarati disponibili;
   se tali ragioni vadano identificate nello scarso impegno dei funzionari addetti alla gestione del Fondo, tanto meno giustificata di fronte all'entità della somma di cui si potrebbe disporre e ai tagli nel frattempo introdotti nel bilancio delle amministrazioni pubbliche;
   se, ammesso e non concesso che siano utilizzabili solo 661,59 milioni di euro, di essi non si possa disporre subito per fare fronte alle emergenze dei settori della giustizia e della sicurezza, con particolare riferimento alle ricadute degli accorpamenti delle sedi giudiziarie e alle difficoltà nel pagamento delle locazioni per i presidi di polizia. (3-02432)

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   TULLO. — Al Ministro dell'interno, al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   con un atto del Ministero dell'interno in data 9 luglio 2012, il comune di Lavagna ha ottenuto la medaglia d'argento al valor civile per la partecipazione attiva della popolazione alla guerra di Liberazione. Nella motivazione dell'importante e giusto riconoscimento si riafferma come la cittadinanza abbia saputo affrontare con coraggio e solidarietà spaventosi bombardamenti;
   in data 12 maggio 2010 insieme agli onorevoli Orlando, Rossa e Zunino l'interrogante ha depositato una interrogazione (5-02889) ancora in attesa di risposta in cui si poneva attenzione e richiesta di spiegazioni relativamente all'intitolazione, a Lavagna della nuova caserma del Corpo forestale dello Stato, a Michele Menechini;
   l'intitolazione provocò una reazione indignata delle associazioni partigiane, delle istituzioni pubbliche di Lavagna e del Tigullio e di personalità di tutte le forze politiche, per il ruolo che ebbe personalmente il Menechini nella repressione brutale degli antifascisti negli anni bui del fascismo;
   atti ufficiali possono essere acquisti per evidenziare il suo ruolo attivo a sostegno della RSI;
   come nell'interrogazione proposta nel maggio 2010 gli interroganti ritengono la decisione assunta sbagliata e da rivedere, tale decisione ha riaperto ferite e non aiuta sicuramente un processo di pacificazione, offendendo la Resistenza e la memoria di coloro che sacrificarono la vita –:
   con quali motivazioni e chi si sia adoperato per tale inopportuna scelta;
   se non si ritenga di rivedere questa scelta e di condividere la proposta delle associazioni partigiane di dedicare la sede di Lavagna a quei forestali che hanno perso la vita nello svolgimento del loro lavoro. (5-07588)


   BELLANOVA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   dagli organi di stampa si apprende che nell'annosa vicenda circa la costruzione della nuova questura di Lecce, per la quale l'interrogante ha presentato numerosi atti ai quali, ad oggi, non si è data ancora risposta, vi siano novità rilevanti;
   con sentenza n. 19 pubblicata il 16 luglio 2012, la prima sezione del tribunale amministrativo ha dichiarato fondato il ricorso di una delle ditte concorrenti, la Re.De, annullando di fatto le due note della prefettura di Lecce, del 30 novembre 2011 e del 22 febbraio 2012;
   nella prima nota la prefettura di Lecce, riguardo a una eccedenza di settemila metri cubi, rilevava che il progetto non era immediatamente attuabile in quanto necessitava di apposita approvazione da parte del consiglio comunale. Nella seconda missiva si comunicava che la ricerca di mercato indetta per conto del Ministero non poteva avere ulteriore seguito a causa della mancanza dei fondi necessari;
   il Tar, da quanto si apprende, pare aver ritenuto illegittime le note prefettizie asserendo che il Ministero non ha mai dichiarato di non voler procedere con la ricerca e che l'amministrazione ministeriale non ha escluso che, nel futuro, i fondi possano essere reperiti, pur rilevando l'obiettiva difficoltà di effettuare nell'immediato una dichiarazione di capacità di sostenere la spesa;
   dalle notizie di stampa emerge che fino a pochi mesi addietro le risorse atte alla copertura finanziaria per costruire la nuova questura di Lecce erano state individuate e quantificabili in circa 25 milioni di euro, provenienti, a quanto sembra dal fondo unico di giustizia;
   in questo contesto, fatto sin dal 2008 di annunci mancati e ad oggi anche correlato una diatriba amministrativo-giudiziaria, va ricordato che a patire maggiormente l'inadeguatezza dell'attuale struttura sono gli operatori del corpo della polizia di Stato ed i cittadini leccesi;
   già l'anno scorso in un comunicato il slip Cgil asseriva che «il personale sarebbe costretto a lavorare in ambienti invivibili per la scarsa igiene e per il caldo che ha procurato agli stessi ed ad alcuni cittadini anche malori fisici». Va detto, inoltre che l'attuale ubicazione non è stata sottoposta ad alcun tipo di manutenzione, necessaria per rendere più idoneo l'ambiente lavorativo –:
   se il Ministro non ritenga di dover intervenire con urgenza per chiarire se le risorse sopra citate siano state effettivamente reperite, anche tempo addietro, e se attualmente siano disponibili o meno per essere impiegate nella costruzione della nuova sede della questura di Lecce, ciò per poter trovare in primis una proficua soluzione alla situazione di grave disagio vissuta dagli operatori e dai cittadini leccesi. (5-07595)

Interrogazioni a risposta scritta:


   CIRIELLI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   da notizie riportate da alcuni cittadini salernitani, emerge che nelle scorse settimane taluni personaggi dediti all'attività di parcheggiatori abusivi a Salerno, nella località della fascia litoranea denominata «Torre Picentina», avrebbero illecitamente asportato le recinzioni di terreni privati per consentire il posteggio delle autovetture;
   in particolare, l'indebita operazione sarebbe stata effettuata ai danni della ditta Sole srl, proprietaria di un terreno delle dimensioni di circa 3.800 metri quadrati, sito nella suddetta località e destinato alla realizzazione di uno stabilimento balneare;
   come denunciato dal signor Antonio Beneventano, in qualità di amministratore unico della predetta società, il gruppo di parcheggiatori abusivi avrebbe non soltanto asportato le recinzioni, ma anche minacciato i proprietari di sospendere i lavori di costruzione dello stabilimento;
   in tal modo, il gruppo di ignoti avrebbe esercitato una pressione psicologica tipica dell'atteggiamento camorristico, spadroneggiando lungo la fascia costiera interessata, incurante delle proprietà private, e realizzando diverse ipotesi di reato, dall'invasione di terreni al danneggiamento aggravato, dalla violenza privata all'estorsione;
   il fenomeno dei parcheggiatori abusivi presenti lungo la fascia costiera di Salerno è molto diffuso e tende ad intensificarsi nel corso della stagione estiva, allorquando l'assenza di area di sosta autorizzate consente il proliferare di giovani che organizzano veri e propri parcheggi illegali a ridosso delle spiagge libere;
   tale realtà, oltre a causare talvolta una vera e propria «espropriazione» di terreni privati adibiti ad altre finalità, favorisce l'illegalità e danneggia l'immagine della città di Salerno, soprattutto per i tanti turisti che nel periodo estivo affollano le spiagge della fascia costiera a sud del capoluogo –:
   se il Ministro sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e quali provvedimenti intenda assumere al fine di garantire maggiore sicurezza lungo la strada litoranea a sud di Salerno. (4-17255)


   BERNARDO. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   nella notte di mercoledì e giovedì del 13 e 14 giugno 2012 un incendio probabilmente di origine dolosa nella stazione ferroviaria di Bergamo ha distrutto un treno provocando danni tra 800 mila e un milione di euro; la sola vettura pilota vale circa 500 mila euro;
   dalle prime ricostruzioni sembra appurato che sia stato utilizzato liquido infiammabile. Ciò spiegherebbe la velocità con cui le fiamme si sono propagate;
   sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, la polizia ferroviaria e il personale di Trenord, che hanno appena fatto in tempo a sottrarre alle fiamme il treno recentemente ristrutturato entrato in servizio appena il 31 maggio 2012 in sosta nel binario adiacente a quello dove si trovava quello incendiato;
   secondo l'amministratore delegato di Trenord Giuseppe Biesuz si è trattato di «un vero e proprio attentato contro l'azienda, il patrimonio pubblico e i pendolari»;
   è da più di un anno che Trenord denuncia l'intollerabile situazione di illegalità in cui versa la stazione di Bergamo durante la notte;
   sono stati presi dei provvedimenti come l'introduzione di guardie notturne che il prefetto ha deciso di bloccare inviando una diffida alla società Trenord ma senza proporre una valida alternativa;
   anzi si aspettavano delle guardie giurate, come indicata dal prefetto ma non sono arrivate;
   si attende ancora dal prefetto un adeguato ed efficace piano per il presidio e la vigilanza dell'intera area;
   ad oggi l'emergenza di ordine pubblico nella stazione di Bergamo non è ancora risolta a discapito degli utenti, in particolar modo di coloro che si servono del treno in modo frequente e che così devono fare i conti con carrozze in meno e treni meno confortevoli e subire tutti i conseguenti disagi;
   è chiaro che c’è un problema di ordine pubblico, che non può più essere taciuto e che necessita di interventi immediati da parte dell'autorità preposta all'ordine pubblico –:
   se sia conoscenza del fatto suesposto;
   se intenda intraprendere iniziative volte a porre rimedio all'emergenza di ordine pubblico in cui versa la stazione ferroviaria di Bergamo. (4-17256)


   FAVA. — Al Ministro dell'interno, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   il 30 gennaio 2010 il comune di Altopascio comunicava la collocazione di sede di una tenenza dei carabinieri, la prima in provincia di Lucca;
   il sindaco di Altopascio Maurizio Marchetti convocò immediatamente una riunione operativa con i vertici dell'Arma e con il comandante Stefano Ortolani per definire gli ambiti di intervento: la ristrutturazione della caserma dei carabinieri esistente e il reperimento di sei alloggi destinati ai militari (che sarebbero passati da 15 a 27 elementi);
   venne previsto che l'operazione avrebbe avuto un costo complessivo di 1 milione e 500 mila euro;
   le previsioni erano che la tenenza sarebbe stata operativa entro il 2010;
   l'esigenza di garantire la sicurezza dei cittadini è assolutamente una priorità, sopratutto alla luce degli eventi di microcriminalità che ogni giorno si verificano sul territorio, oltre ad Altopascio, anche nei comuni di Lucca, Capannori, Porcari e Montecarlo –:
   se il Governo sia a conoscenza della situazione e se non intenda intervenire al più presto al fine di completare l’iter burocratico per l'effettiva operatività della tenenza di Altopascio, al fine di rendere efficace il controllo di un territorio spesso abbandonato a se stesso, nel quale le forze dell'ordine danno il massimo per assicurare la presenza e la sicurezza per i cittadini. (4-17259)


   NICOLA MOLTENI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   a richiesta della comunità pachistana ivi residente, il comune di Cantù ha concesso l'uso di uno spazio pubblico, presso la struttura Campo Solare, per le cerimonie religiose ed i festeggiamenti che contrassegnano la fine del Ramadan, l'Eid al Fitr, prevista per il 18-19 agosto 2012;
   nel comune di Cantù sono altresì in corso lavori di manutenzione in uno stabile sito in via 11 febbraio con attuale destinazione urbanistica «magazzino», affittato ad un'associazione culturale pachistana, che secondo segnalazioni della cittadinanza ivi residente pare essere sede di attività di culto in palese contrasto con le norme urbanistiche comunali, concretizzando di fatto quello che all'interrogante appare un luogo di culto abusivo;
   il Pakistan – Paese del quale sono originari coloro che hanno chiesto la fruibilità del predetto Campo Solare per celebrarvi l'Eid al Fitr ed affittato i locali da adibire a moschea – è centro d'irradiazione di correnti radicali particolarmente inclini alla pratica dello jihadismo ed è comunque uno Stato notoriamente interessato da importanti fenomeni di intolleranza religiosa, sia verso i cristiani che nella dialettica che contrappone sciiti e sunniti –:
   se il Governo ritenga opportuno assumere ogni iniziativa di competenza per porre sotto stretta sorveglianza, con specifico riguardo ai profili di ordine pubblico, le attività intraprese dalla comunità pachistana canturina ed in particolare quelle che si svolgeranno al Campo Solare e nell'immobile sito in via 11 febbraio in Cantù. (4-17264)


   BITONCI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   organi di stampa locale (Mattino di Padova del 1o agosto 2012) riportano la notizia secondo la quale un nigeriano di 39 anni residente a Montebelluna avrebbe adescato con una scusa una connazionale di 15 anni che si trovava nei pressi della stazione di Padova per poi portare la stessa presso il suo appartamento con l'intenzione di abusare sessualmente della giovane;
   l'uomo, successivamente arrestato dalle forze di polizia, è residente a Montebelluna, e, così come riportato dagli organi di stampa locali, avrebbe precedenti denunce a suo carico e sarebbe al momento nullafacente;
   l'episodio dimostra ancora una volta come la stazione di Padova sia ancora un luogo estremamente pericoloso, dove la presenza di extra comunitari di varia etnia continua a rappresentare un problema per la pubblica sicurezza determinando altresì estrema preoccupazione per i residenti delle aree limitrofe –:
   se, considerati i fatti sopra descritti, non ritenga di assumere iniziative nell'ambito delle proprie competenze allo scopo di porre fine all'attuale allarmante situazione. (4-17265)

ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   BOBBA. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   al punto 2 dell'Allegato A («Il profilo culturale, educativo e professionale degli istituti professionali») del regolamento, di cui all'articolo 64, comma 4, del decreto-legge n. 112 del 2008, si legge: «L'identità degli istituti professionali è connotata dall'integrazione tra una solida base di istruzione generale e la cultura professionale che consente agli studenti di sviluppare i saperi e le competenze necessari ad assumere ruoli tecnici operativi nei settori produttive di servizio di riferimento, considerati nella loro dimensione sistemica»;
   gli istituti professionali di Stato per i servizi alberghieri e di ristorazione hanno sempre formato allievi che si sono collocati subito nel mondo del lavoro, distinguendosi per la loro professionalità e spesso portando la gastronomia made in Italy nel mondo, quale segno di orgoglio e riconoscimento del nostro Paese;
   la riforma degli istituti professionali se da un lato, anche al fine di una razionalizzazione e riorganizzazione, intendeva porre in essere un miglioramento della scuola professionale, attraverso misure condivisibili come la riduzione dell'orario da 36 a 32 ore, la riformulazione della struttura del biennio (1o e 2o) + biennio (3o e 4o) + monoennio (5o la precedente appariva superata rispetto agli standard europei) e il mantenimento dell'istruzione professionale nel canale statale, dall'altro ha di fatto creato una distorsione delle finalità degli stessi istituti, specie in quelli per i servizi alberghieri e di ristorazione;
   in particolare, detta riforma reca l'aumento del numero delle materie nel biennio iniziale, portato a ben tredici, decisamente troppe per alunni di un professionale, così come l'inserimento nel biennio iniziale di materie come fisica e chimica, discipline difficili e spesso superflue visto che già nel programma sono contemplate materie come scienze, alimentazione e matematica;
   la forte densità scolastica di questi istituti, unita all'accorpamento delle classi ha creato situazioni ingestibili per l'utilizzo dei laboratori, essenziali per il percorso formativo degli alunni: le classi prime vedono una presenza superiore ai 27 alunni e le classi terze, considerate classi iniziali e quindi soggette a parametri rigidi per il numero degli alunni e l'attivazione dei corsi, registrano una presenza anche di 30 alunni nei laboratori cucina;
   a parere dell'interrogante, il punto più contestabile di detta riforma è la riduzione delle ore delle materie pratiche, ovvero cucina, sala e ricevimento, che si sono attestate a due nel biennio iniziale e a sei ore per materia scelta nel biennio centrale –:
   se non si ritenga urgente e necessario, alla luce di quanto descritto in premessa, riformare il programma scolastico, in particolar modo per gli istituti professionali di Stato per i servizi alberghieri e di ristorazione, al fine di consentire agli studenti un'adeguata formazione, con le giuste ore di laboratorio, finalizzata ad una professionalità di eccellenza. (5-07589)


   DE PASQUALE. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   gli esami di Stato del primo ciclo di istruzione, appena conclusi, hanno messo in evidenza una forte complessità aumentata dalla modalità di valutazione della prova Invalsi di italiano e matematica che viene svolta dagli alunni nella stessa mattinata;
   infatti, l'impostazione della prova in senso quantitativo e l'obbligo di un tempo rigido prestabilito penalizzano fortemente i ragazzi che, pur essendo preparati in entrambe le discipline, spesso non riescono a esprimere al meglio le loro potenzialità e le loro effettive competenze;
   risulta che quest'anno molti studenti che hanno ottenuto ottime valutazioni nelle prove scritte di italiano e matematica hanno, invece, totalizzato un basso punteggio nella prova Invalsi;
   a fronte dei risultati, appare evidente che lo svolgimento della prova penalizza gli studenti e condiziona di fatto la valutazione finale dell'esame svolto;
   la scuola dell'obbligo ha il compito di formare la persona con un'attenzione particolare ai processi di maturazione e di apprendimento dei ragazzi e non solo ai risultati nelle singole discipline –:
   se il Ministro interrogato non ritenga opportuno assumere iniziative per escludere dalla valutazione finale dell'esame di licenza media la prova Invalsi e se, al contempo, non convenga con l'interrogante che l'opportunità di svolgere la prova durante il corso dell'anno scolastico potrebbe fornire ai docenti spunti e osservazioni sul reale apprendimento degli studenti e diventare così un reale elemento di valutazione e crescita nella comprensione delle prove per test. (5-07591)

Interrogazioni a risposta scritta:


   CIRIELLI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione. — Per sapere – premesso che:
   da notizie provenienti da organi di stampa e da siti internet, le principali sigle sindacali, attraverso i comparti dedicati alla scuola, all'università ed alla ricerca, stanno organizzando da diverse settimane manifestazioni, sit-in e cortei per protestare contro i tagli alla spesa pubblica previsti dalla «spending review»;
   in particolare, la Federazione lavoratori della conoscenza della CGIL, avrebbe lamentato tagli per oltre 500 milioni di euro alla scuola, con gravissime conseguenze del transito nei profili ATA di 3.765 docenti inidonei e dell'utilizzo in ambito provinciale dei docenti in esubero;
   la medesima federazione sindacale avrebbe stimato il prossimo licenziamento di ben 15 mila precari del comparto scolastico, tra docenti e personale ATA, chiedendo più volte un incontro istituzionale per rivendicare un piano pluriennale di immissioni in ruolo su tutti i posti vacanti e disponibili;
   i tagli alla spesa per il comparto istruzione rischiano di generare un pericoloso effetto a catena soprattutto nel Mezzogiorno, dove il già elevato tasso di disoccupazione verrebbe ulteriormente incrementato da queste nuove forme di precariato;
   il delicato ruolo svolto dagli insegnanti nella società necessita di una stabilità nelle condizioni di lavoro che andrebbe a beneficio anche della continuità didattica, dello sviluppo della ricerca, della qualità della scuola pubblica e, più in generale, del livello culturale dei cittadini –:
   se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e quali iniziative intenda assumere al fine di garantire che le riduzioni alla spesa pubblica non incidano direttamente sui posti di lavoro ricoperti dai docenti di ruolo della scuola pubblica;
   quali iniziative intenda assumere al fine di assicurare un elevato livello qualitativo alla scuola pubblica italiana, conformemente agli standard europei.
(4-17260)


   LUPI, VIGNALI, RENATO FARINA, TOCCAFONDI e PALMIERI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   in questi giorni decine di migliaia di giovani aspiranti docenti si stanno cimentando nelle prove di ammissione ai Tfa (tirocini formativi attivi), il nuovo percorso per acquisire l'abilitazione e partecipare poi agli imminenti concorsi per l'immissione in ruolo). Per poter accedere ai tirocini formativi attivi è necessario superare tre prove: la prima consiste in un test a risposta multipla (organizzato direttamente dal Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca e uguale su tutto il territorio nazionale), mentre le altre due (una scritta e l'altra orale) sono organizzate dalle singole università;
   le prime prove già effettuate hanno suscitato aspre polemiche: i candidati, per essere ammessi ai due livelli successivi, dovevano rispondere in maniera corretta ad almeno 42 quesiti su un totale di 60. Era sensato immaginare che, con la prima prova, ci sarebbe stata una certa «scrematura», ma la realtà ha superato l'immaginazione. In alcuni casi, infatti, si sono verificati esiti alquanto preoccupanti, per non dire grotteschi. Domande assurde e contraddittorie hanno, di fatto, precluso ancora una volta la strada all'insegnamento per tanti giovani. Ad esempio la classe di concorso A036 per insegnare filosofia, psicologia e scienze dell'educazione: delle migliaia di aspiranti, solo 141 hanno superato il primo step, a fronte di un'offerta di 588 posti disponibili. Il dato diventa assurdo se si scopre che in 8 atenei (tra cui Milano, Cagliari, Sassari, Urbino, Trento) nessuno è riuscito a superare la prova. Negli altri atenei pochissimi sono sopravvissuti (a Torino sono passati in 9 su 112, a Firenze in 6 su 187, a Padova in 8 su 148). Si può imputare tale risultato alla mancata preparazione di (quasi) tutti i giovani aspiranti ? Non sembra l'ipotesi più plausibile;
   se infatti si guarda alle domande che sono state formulate dagli «esperti» del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca si scoprono cose assai interessanti (sul sul sito tfa.cineca.it sono riportati i test): per esempio, su internet impazza la domanda «Amafinio, chi era costui ?», in seguito a un quesito riferito a questo filosofo epicureo non proprio di primissimo piano. Allo stesso modo, se si vanno a vedere alcune delle domande proposte per la classe A051 (lettere e latino nei licei) i dubbi non fanno che aumentare: non sembra infatti fondamentale per un bravo insegnante di italiano o di latino sapere che Bettino Ricasoli divenne presidente del Consiglio dopo Cavour (domanda 27) o che la Nigeria non confina col Mali (domanda 30) ! Senza poi considerare l'errore contenuto nella domanda 15, in cui si afferma che Dino Buzzati scrisse «Qualcosa era accaduto» invece che «Qualcosa era successo» Il contenuto di questi quiz lascia quindi allibiti: è senz'altro adatto per un concorso a premi televisivo, ma non certo a testare la preparazione seria e fondata di giovani aspiranti all'insegnamento nelle varie discipline. Le domande che alcuni anni fa furono proposte per l'ammissione alle Ssis erano senz'altro di gran lunga più sensate e funzionali a una valutazione equa delle competenze dei futuri insegnanti di lettere, filosofia, matematica eccetera. Ci si poteva, alla peggio, ispirare a quel modello, piuttosto che produrre un test inidoneo ad una corretta selezione dei candidati. A meno che il Ministero non abbia scientemente voluto adottare una politica di restringimento della via all'abilitazione dei giovani laureati italiani che si era improvvisamente riallargata anche grazie alle iniziative di base, tra cui quella di appellogiovani.it e alla raccolta firme dello scorso settembre;
   appare quindi contraddittoria la politica del Governo che da una parte ha ampliato la possibilità di accesso e dall'altra lo ha di fatto ristretto. Sembra quindi agli interroganti che sia in atto una politica per cui meno abilitandi (nuovi, giovani) ci sono, meglio è: ci saranno così meno concorrenti ai prossimi concorsi per l'immissione in ruolo e magari, nel frattempo, sarà anche pronto il decreto (ora in preparazione) che assicura l'abilitazione ope legis dei 70 mila precari che non hanno superato a suo tempo le prove per entrare nelle Ssis e che già insegnano da 3 anni. Insomma, una prova selettiva non per valutare competenze, ma per abbassare il numero di nuovi giovani abilitandi/abilitati. Ciò se risultasse confermato sarebbe estremamente contraddittorio per un Paese che dovrebbe avere a cuore la crescita e lo sviluppo. Altro aspetto critico e che le università che hanno predisposto i corsi per i tirocini formativi attivi e che si troveranno ora senza candidati;
   se poi si considera, come ultimo dato, che alla fine del lungo e costoso percorso (tre prove e un anno di tirocinio, circa 2.500 euro tra test e tirocinio pratico) non si arriva alla cattedra, ma si consegue una semplice abilitazione appare ancora più grave la situazione creatasi –:
   con quali criteri e quale logica si sono predisposti i quesiti;
   quali urgenti iniziative il Ministro ha intenzione di assumere per verificare, anche se ex post, l'attendibilità dei quesiti proposti ed individuare eventuali responsabilità amministrative. (4-17267)

LAVORO E POLITICHE SOCIALI

Interrogazione a risposta in Commissione:


   GNECCHI e RUBINATO. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   con messaggio INPS n. 7597 del 4 maggio 2012 viene definito il rilascio della procedura di acquisizione e trasmissione domande relative allo sgravio contributivo per l'incentivazione della contrattazione di secondo livello, previsto dalla legge n. 247 del 2007, riferito agli importi corrisposti nell'anno 2010;
   con successivo messaggio INPS n. 6454 del 13 aprile 2012 è stato fornito il manuale utente della procedura in oggetto ed è stata avviata una fase sperimentale per l'acquisizione e l'invio delle domande di sgravio che comunicava inoltre che dalle ore 15 del giorno 7 maggio 2012 alle ore 23 del 3 giugno 2012 avrebbero potuto essere trasmesse via internet – sia singolarmente che tramite i flussi XML – le domande utili a richiedere lo sgravio per l'anno 2010. L'applicazione era disponibile tra i servizi per aziende e consulenti, all'interno della sezione servizi on line del sito www.inps.it. I soggetti autorizzati all'utilizzo della procedura, erano indicati nel paragrafo 9 della circolare 51 del 30 marzo 2012;
   la data di scadenza per l'invio telematico, 3 giugno 2012, cadeva di domenica e molti dei soggetti autorizzati all'utilizzo della procedura, hanno dato per scontata la regola generale che procrastina la scadenza qualora si tratti di giornata festiva, nello specifico si trattava di 2 giornate festive, il 2 giugno, festa nazionale e il 3 domenica, e hanno inviato la richiesta il giorno 4 giugno 2012 – lunedì, convinti come da prassi consolidata e utilizzata dagli enti pubblici, che in caso di scadenza termini nei giorni di sabato o festivi, o quanto meno per i festivi, il termine viene spostato, al primo giorno feriale utile successivo;
   l'INPS adduce che trattandosi di invio telematico, la scadenza termine entro le ore 23 di domenica 3 giugno 2012 era improrogabile e ha chiuso la procedura domenica 3 alle 23, pertanto gli invii nella giornata di lunedì 4 giugno 2012 sono avvenuti fuori dalla procedura;
   il fatto è abbastanza singolare quando si consideri che la stessa Agenzia delle entrate che ha introdotto da anni le procedure telematiche per la ricezione di molti adempimenti a carico delle persone fisiche o giuridiche, in caso di giorno festivo, sposta il termine al giorno feriale successivo anche per l'invio telematico. A titolo di esempio si riporta quanto è previsto per l'invio telematico all'agenzia delle entrate dei corrispettivi delle aziende della grande distribuzione: «va effettuata entro il 15o giorno lavorativo successivo alla scadenza del mese di riferimento. Per “quindicesimo giorno lavorativo” si intende il giorno 15 del mese successivo a quello di riferimento, ricomprendendo nel calcolo dei giorni anche i sabati, le domeniche e gli eventuali giorni festivi (nei quali potrebbe comunque essere prevista l'apertura al pubblico dei punti vendita). Se il giorno 15 cade di sabato, domenica o giorno festivo, è possibile effettuare l'invio telematico dei corrispettivi entro il primo giorno lavorativo successivo»;
   in base al combinato disposto degli articoli 1187 e 2963 del codice civile, tutte le scadenze che cadono in giorni festivi sono prorogate di diritto al giorno seguente non festivo e non risulta siano stati modificati ed esiste anche giurisprudenza consolidata in tal senso, vedi ad esempio: «Cassazione - Sez. V, sent. n. 15832 del 13 agosto 2004 (rv 575586). In tema di computo dei termini di prescrizione, l'articolo 2963 del codice civile, terzo comma, secondo il quale “se il termine scade in giorno festivo, è prorogato di diritto al giorno seguente non festivo”, configura un principio generale applicabile, in assenza di diversa previsione, anche in materia di decadenza, atteso che l'articolo 2964 del codice civile dichiara inapplicabili alla decadenza soltanto le norme relative alla interruzione ed alla sospensione della prescrizione e che le norme disponenti decadenze devono essere interpretate in senso favorevole al soggetto onerato e, quindi, secondo il criterio del tempo utile» –:
   se non ritenga il Ministro interrogato di intervenire nei confronti dell'INPS al fine di consentire ai soggetti interessati, di vedersi riconosciute le richieste inviate per via telematica, il primo giorno feriale utile successivo alla scadenza, così come previsto dalla norma generale richiamata.
(5-07590)

Interrogazione a risposta scritta:


   STUCCHI, CONSIGLIO e VANALLI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 117, comma 3, della Costituzione prevede che sono materie di legislazione concorrente la «tutela e sicurezza del lavoro» e la «tutela della salute»;
   tali competenze spettavano, prima della riforma costituzionale del Titolo V della Costituzione, all'ispettorato del lavoro – Ministero del lavoro e delle politiche sociali;
   gli operatori delle ASL e le regioni segnalano l'intenzione del Governo di centralizzare le attività di prevenzione e sicurezza del lavoro, per riconsegnarle al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, adducendo presunte inefficienze nella realizzazione delle attività di controllo;
   i dati di attività delle ASL lombarde registrati nel sistema informativo regionale IMPresa@ documentano il pieno rispetto degli impegni assunti tra Governo, regioni e province autonome con il «Patto per la tutela della salute e la prevenzione nei luoghi di lavoro» e degli obiettivi previsti nel piano nazionale 2010-2012 per la prevenzione nei luoghi di lavoro;
   l'eventuale riassegnazione della materia all'esclusiva competenza statale farebbe rivivere la situazione precedente alla riforma costituzionale del Titolo V della Costituzione, con un'organizzazione centralizzata che si è dimostrata inadeguata ai bisogni di salute e di sicurezza del territorio –:
   se non ritenga opportuno chiarire l'intenzione del Governo, evitando un inopportuno ritorno al passato;
   quali iniziative, per quanto di competenza, intenda intraprendere al fine di far funzionare adeguatamente il sistema sanitario, attraverso una razionalizzazione della spesa pubblica che non preveda tagli lineari alle regioni, ma sappia premiare quelle virtuose che offrono servizi efficienti ai cittadini. (4-17254)

POLITICHE AGRICOLE, ALIMENTARI E FORESTALI

Interrogazione a risposta in Commissione:


   OLIVERIO, ZUCCHI, BRANDOLINI, AGOSTINI, CENNI, FIORIO, SERVODIO e TRAPPOLINO. — Al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   le falsificazioni del made in Italy e l'azione criminale delle agromafie mettono sempre più in ginocchio il settore alimentare e complessivamente causano al settore agroalimentare nazionale una perdita annua totale pari a 72,5 miliardi di euro;
   in particolare, il volume d'affari delle agromafie ammonta oggi a 12,5 miliardi di euro (pari al 5,6 per cento dell'intero business criminale), e gli interessi economici della criminalità organizzata nel settore agroalimentare stanno crescendo ed espandendosi in tutte le filiere produttive;
   la prima relazione della commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale ha accertato l'aumentata penetrazione delle grandi organizzazioni criminali operanti non più esclusivamente nei territori meridionali ma anche nelle aree del Centro e del Nord-Italia, seguendo le direttrici del trasporto e del commercio di prodotti agricoli e alimentari;
   in particolare, nel capitolo della citata relazione sulla contraffazione e crimine organizzato – elaborato sulla base delle informazioni e dei dati forniti dalla direzione investigativa antimafia – si indica l'esistenza di un fitto intreccio di interessi tra famiglie mafiose siciliane, clan camorristici e ’ndrangheta calabrese nella gestione dell'intera filiera del settore agroalimentare che va, dall'accaparramento dei terreni, alla produzione, dal trasporto su gomma allo stoccaggio della merce, dall'intermediazione commerciale alla fissazione dei prezzi, fino ad arrivare ad ingenti investimenti per l'acquisto di supermercati o interi centri commerciali;
   quindi i cittadini italiani mentre comprano mozzarelle, zucchero, burro, caffè, pane, latte, carne, acqua minerale, biscotti, banane e pesce rischiano, senza saperlo, di finanziare le organizzazioni criminali; è di questi giorni l'articolo «reportage» a firma di Roberto Saviano pubblicato su La Repubblica in cui si illustra la maniera in cui il «paniere della camorra, di Cosa Nostra, della ’ndrangheta tocca la giornata tipo di un comune cittadino», a partire dal caffè della mattina al bar; insomma, ancora una volta, si riconferma l'esistenza di un racket dell'agroalimentare che impone veri e propri monopoli, anche mediante la gestione dirette delle famiglie della criminalità organizzata; in pratica la criminalità organizzata fa cartello su un prodotto alimentare e quando qualche ditta riesce ad abbassare i prezzi o a differenziare il prodotto venduto, il racket si attiva, bruciando i camion o imponendo un pizzo elevatissimo che costringe quindi ad aumentare nuovamente i prezzi;
   il 17 luglio 2012, l'Ansa con uno stringato comunicato dava notizia dell'arresto a Mondragone, da parte di agenti della direzione investigativa antimafia e del nucleo operativo ecologico dei carabinieri, dell'imprenditore Giuseppe Mandara, il «re della mozzarella» e di alcuni suoi collaboratori, ed il patrimonio del gruppo caseario «Mandara», stimato in cento milioni di euro, è stato sottoposto a sequestro; gli arrestati sono stati accusati di associazione a delinquere di stampo camorristico e di una serie di reati in tema di tutela della salute pubblica; il gruppo caseario Mandara, noto marchio nazionale e internazionale della commercializzazione della mozzarella Dop, produce e spedisce in Italia ed all'estero (Stati Uniti, Giappone, Russia, Nuova Zelanda) oltre duecento quintali di mozzarella di bufala al giorno;
   al centro dell'inchiesta, i rapporti tra Giuseppe Mandara ed elementi del clan La Torre di Mondragone, contiguo ai Casalesi, stretti al punto che il titolare del gruppo avrebbe testimoniato il falso a favore del boss Augusto La Torre, un capoclan, che, dicono le indagini, è in realtà il socio occulto di Mandara; un altro filone della stessa indagine riguarda formaggi venduti con marchio provolone Del Monaco dop, una delle specialità tipiche campane, in realtà contraffatto;
   si tratta soltanto dell'ultimo di una serie di episodi criminali che evidenziano l'inquinamento del settore agroalimentare a causa di comportamenti illegali e della presenza di forti commistioni tra attività imprenditoriali e strategie criminali che oltre a procurare serissimi danni alla salute pubblica, introducono gravissimi fenomeni di turbativa del mercato agroalimentare, penalizzando la leale concorrenza tra le imprese del settore;
   secondo il IV Rapporto sulla «Criminalità in agricoltura» della Cia-Confederazione italiana agricoltori, predisposto in collaborazione con la Fondazione Humus (luglio 2012) l'agricoltura produce «reddito» per l'azienda «Mafie S.p.a.» per oltre 50 miliardi di euro all'anno, pari a poco meno di un terzo dell'economia illegale nel nostro Paese (169,4 miliardi di euro); più di 240 reati al giorno, praticamente otto ogni ora, oltre 350 mila agricoltori vittime di racket, «pizzo», «strozzini», aggressioni, rapine, furti e agropirateria da parte della criminalità organizzata, che, come una piovra, allunga sempre più i suoi micidiali tentacoli sulle campagne italiane; negli ultimi cinque anni 25 mila imprese agricole hanno chiuso l'attività per usura o debiti;
   diverse e articolate sono le modalità di controllo dei mercati agroalimentari da parte delle organizzazioni criminali il cui ruolo nei meccanismi di formazione dei prezzi e nel controllo della distribuzione delle merci agroalimentari e dei mercati ortofrutticoli è emerso con certezza dalle risultanze di numerose indagini della magistratura e delle forze di polizia;
   la criminalità organizzata rivela un interesse crescente nei confronti di una economia, come quella agroalimentare, che sembra minore «ma garantisce un flusso continuo di denaro ed è un modo per conquistare nuovi territori, per stringere alleanze, per creare coperture.»;
   insomma, le agromafie si strutturano come una grossa e potente filiera dell'agroalimentare che supera, nei fatti, la frammentazione del sistema legale e reale delle filiere agroalimentari nazionali; il risultato è un forte danno per l'eccellenza italiana del made in Italy agroalimentare che mette a repentaglio la qualità dei prodotti, la bravura ed i talenti degli artigiani e delle produzioni nazionali e una seria minaccia per la competitività delle imprese italiane sui mercati internazionali;
   per la gestione delle filiere agroalimentari è in atto la costruzione di un vero e proprio «mercato fondiario parallelo», in cui gli agricoltori sono costretti a cedere la terra o l'attività ai clan, garantendo così alle organizzazioni criminali la possibilità di riciclare capitali di provenienza illecita e di accedere ai finanziamenti pubblici destinati allo sviluppo dell'agricoltura;
   la crescita dell'indebitamento finanziario delle imprese agricole, nonché l'incremento dei costi di produzione e degli oneri contributivi in agricoltura rende più elevato il rischio di cadere nell'usura e di cessioni aziendali ai clan criminali;
   l'estensione del fenomeno criminale in agricoltura è un indicatore di quanto il settore primario si sia venuto a configurare, soprattutto negli ultimi anni, come il luogo socio-spaziale dove è stata scientemente applicata, da parte dei clan, una strategia criminale diretta a pervadere la quotidianità di intere comunità del territorio nazionale;
   le predette tipologie criminali si intrecciano, tra l'altro, con altre complesse tematiche relative alla gestione del territorio e alla protezione delle risorse territoriali e ambientali e che vedono ancora una volta un protagonismo pernicioso dei clan criminali (discariche di rifiuti abusive e delitti ambientali di ogni genere, gestione illegale della risorsa acqua, incendi boschivi per fini speculativi);
   ai fini della prevenzione e del contrasto del fenomeno criminale in agricoltura e del corretto e leale gioco competitivo tra gli attori del sistema è necessario comprendere fino in fondo il livello di massimo pericolo di quanto sta accadendo, e conferire ai citati fenomeni criminali, una lettura interpretativa unitaria in grado di cogliere le interconnessioni tra le diverse tipologie di illegalità diffuse sul territorio, il ruolo delle organizzazioni criminali ed il comportamento speculativo e illecito di numerosi imprenditori;
   occorre con urgenza rafforzare la filiera agroalimentare dalle infiltrazioni della criminalità organizzata, superando l'enorme frammentazione e polverizzazione del sistema agroalimentare nazionale;
   risulta altresì urgente estendere all'agroalimentare i metodi d'indagine utilizzati nel contrasto ai reati di mafia – così come indicato dalla citata relazione sulla contraffazione e pirateria nell'agroalimentare elaborata dalla Commissione parlamentare di inchiesta – dotando gli organismi di polizia giudiziaria di poteri investigativi già previsti nella disciplina antimafia – come ad esempio la capacità di condurre operazioni sotto copertura – anche per il contrasto dei reati in materia di tutela della salute;
   è necessario inoltre predisporre velocemente un piano operativo «d'urto» contro le infiltrazioni della criminalità organizzata nelle filiere agroalimentari rafforzando e coordinando le azioni di soggetti istituzionali coinvolti quotidianamente nella lotta alla contraffazione agro alimentare quali il Corpo forestale dello Stato, il Comando dei carabinieri politiche agricole e forestali e l'ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari –:
   se il Governo non ritenga urgente incrementare e potenziare i meccanismi di controllo e di vigilanza pubblica, mettendo in sinergia, per quanto di propria competenza, i soggetti istituzionali coinvolti quotidianamente nella lotta alla contraffazione agroalimentare – quali il Corpo forestale dello Stato, il Comando dei carabinieri politiche agricole e forestali e l'Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari – per difendere le filiere agroalimentari di qualità dalle infiltrazioni di stampo criminale;
   se il Governo possa agevolare, per gli aspetti di propria competenza, l'adozione di codici etici per le imprese agricole per arginare i fenomeni delinquenziali e criminali sulla scorta del modello già introdotto per le altre fattispecie di imprese;
   se il Governo non ritenga urgente estendere al settore agroalimentare i metodi d'indagine utilizzati nel contrasto ai reati di mafia – così come indicato dalla citata relazione sulla contraffazione e pirateria nell'agroalimentare elaborata dalla Commissione parlamentare di inchiesta – assumendo iniziative affinché gli organismi di polizia giudiziaria siano dotati di poteri investigativi già previsti nella disciplina antimafia – come ad esempio la capacità di condurre operazioni sotto copertura – anche per il contrasto dei reati in materia di tutela della salute;
   se non si ritenga comunque urgente dare un forte segnale di contrasto al fenomeno criminale in agricoltura promuovendo un serio inasprimento delle pene previste per i reati connessi alla contraffazione e alla pirateria agroalimentare. (5-07594)

Interrogazione a risposta scritta:


   DI CATERINA. — Al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   con invito a presentare offerte ai sensi del regolamento (CE) n. 1234/2007, del regolamento (CE) n. 288/2009 e del regolamento (UE) n. 34/2011, per l'anno scolastico 2012-2013, il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali ha invitato le organizzazioni e associazioni dei produttori agricoli, opportunamente aggregate ed organizzate, a presentare proposte per la realizzazione di programmi di distribuzione assistita di prodotti orticoli e frutticoli presso gli istituti scolastici di primo grado;
   al suddetto invito hanno partecipato sia il costituendo RTI «Benessere a colori per Frutta nelle scuole» sia il costituendo RTI «Alimenta la salute»;
   il costituendo RTI «Alimenta la salute» risulterebbe privo di requisiti necessari, in quanto:
    a) avrebbe al proprio interno, quale componente, la OP VOG – Products, società agricola cooperativa riconosciuta ai sensi del regolamento (CE) n. 1234/2007 dalla provincia autonoma di Bolzano esclusivamente per prodotti destinati alla trasformazione (prodotti quindi esclusivamente a destinazione industriale) di cui al codice 08, e non già per almeno uno dei prodotti di cui all'invito;
    b) risulterebbe complessivamente costituito da 7 componenti, di cui due risultano essere filiali commerciali, e non già organizzazioni di produttori ai sensi del regolamento (CE) n. 1234/2007, e un terzo (la società agricola cooperativa, la OP VOG-Products) non riconosciuto per alcuno dei prodotti di cui all'invito;
   la Commissione di valutazione, preventivamente istituita dal Ministero, in seduta pubblica, ha proceduto alla verifica del contenuto dei plichi e della documentazione amministrativa presentata dai concorrenti e, all'esito della detta verifica, ha ammesso con riserva il RTI «Alimenta la salute» per i lotti da 1 a 7;
   in data 20 luglio 2012 la Commissione di valutazione ha richiesto, al riguardo, chiarimenti all'ufficio SAQ IV e, all'esito degli approfondimenti richiesti, in data 24 luglio 2012 avrebbe dichiarato la sospensione della procedura, senza rendere note le misure cautelari adottate a tutela dell'integrità delle buste –:
   di quali elementi disponga in relazione a quanto esposto in premessa;
   se il Ministro, per quanto di competenza, non ritenga di scongiurare forzature interpretative che esporrebbero l'Amministrazione pubblica al rischio di azioni giudiziarie e i ragazzi delle scuole italiane al rischio di vedersi privati di un beneficio immediato e diretto, assumendo ogni iniziativa di competenza per giungere in tempi rapidi all'effettiva applicazione del programma. (4-17270)

SALUTE

Interrogazioni a risposta scritta:


   CAVALLOTTO e TOGNI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   da quanto si apprende da agenzie di stampa e dai giornali locali e nazionali, nel gennaio 2012, alla prefettura di Alessandria, in un incontro con il sindaco di Casale Monferrato, il Ministro della salute ha annunciato il coinvolgimento di tre Ministeri per completare la bonifica dall'amianto e incentivare la ricerca medica sul mesotelioma: i Ministeri di salute, ambiente e tutela del territorio e del mare e sviluppo economico;
   in attesa della decisione del comune di accettare o meno l'offerta del proprietario della multinazionale Schmidheiny durante il primo grado del processo eternit, il Ministro ha promesso al comune di Casale un contributo da parte dello Stato di 25 milioni di euro per la bonifica del sito;
   nel corso dell'incontro è stata sottolineata la necessità di una forte sinergia tra i percorsi di assistenza alle persone colpite da malattie correlate all'amianto e le linee di ricerca su tali malattie, l'importanza di una comunità locale unita e di un forte legame tra società e istituzioni, come premessa per vincere quella che il Ministro ha chiamato una vera e propria emergenza nazionale, spesso ancora sottovalutata; è stata inoltre promossa la collaborazione dell'esperienza dell'Afeva in ordine alla costituzione di una rete nazionale per la presa in carico dei malati da amianto;
   nel mese di febbraio 2012, il Ministro ha definito storica la sentenza del tribunale di Torino sulla vicenda eternit, sia per gli aspetti sociali che per gli aspetti strettamente tecnico-giuridici, e ha promesso l'impegno delle istituzioni, insieme ai cittadini, soprattutto nella consapevolezza da parte di ognuno che non si tratta di una battaglia locale, ma nazionale, anzi mondiale;
   la presenza di amianto resta per il nostro Paese un grave problema di salute pubblica, visto che si tratta di circa 40 milioni di tonnellate di materiale contaminato da smaltire e visto che si calcola verso il 2020 il picco delle morti ad esso collegate; nel 2011 i decessi nella sola Casale Monferrato sono stati 58;
   nel mese di luglio 2012, le agenzie ANSA, a seguito di una riunione in prefettura ad Alessandria, con il Ministro della salute, l'assessore regionale e i ricercatori che lavorano per coordinare una rete europea che si occupa di patologie legate all'esposizione da amianto, riportano l'erogazione a breve di 25 milioni di euro stanziati per bonificare dall'amianto il casalese;
   l'assessore regionale ha reso noto che attraverso il Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ccm) è stato stanziato 1 milione di euro per un progetto che coinvolge quattro regioni, con il centro amianto piemontese come raccordo, e che è previsto lo stanziamento di 3 milioni 500 mila euro per bonificare le scuole regionali e un ulteriore milione di euro, sempre attraverso il Ccm, per creare una rete che unisca tutti gli ospedali europei per attrarre finanziamenti sulla ricerca –:
   se quanto sopra riportato corrisponda al vero e quali siano i tempi veri per l'erogazione dei 25 milioni di euro e delle altre risorse richiamate nelle premesse per la bonifica del territorio del comune di Casale Monferrato dall'amianto. (4-17266)


   BUONANNO. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   è notizia pubblicata nei giorni scorsi sulla stampa locale e nazionale quella di un extracomunitario nigeriano, sbarcato a Lampedusa, e ricoverato per malore presso l'ospedale di Conegliano (Treviso) ove è risultato positivo all'echinococcosi cistica;
   sempre secondo notizie di stampa, dopo alcuni giorni di ricovero, il nosocomio ha dismesso il nigeriano, prescrivendogli una profilassi da seguire a domicilio;
   il predetto morbo ha per conseguenze la morte di chi ne è affetto e, pertanto, il rischio di un contagio sta creando un certo allarmismo;
   la preoccupazione deriva dal fatto che l'extracomunitario, non conoscendo la lingua italiana, potrebbe non attenersi alle prescrizioni mediche di cura; inoltre non essendo ancora chiare le motivazioni della sua permanenza sul territorio italiano, potrebbe nascondersi, contagiando i soggetti con cui viene a contatto –:
   se sia noto per quali motivi l'extracomunitario sia stato dimesso;
   se gli spostamenti dell'extracomunitario siano oggetto di monitoraggio ovvero se ne siano perse le tracce;
   se e di quali dati disponga il Governo circa l'effettiva diffusione della echinococcosi cistica ed a quali altre malattie infettive il continuo ingresso incontrollato di extracomunitari clandestini nel nostro Paese ponga a rischio la popolazione;
   se siano stati registrati casi di cittadini italiani affetti da malattie infettive contratte a seguito di contatto con cittadini extracomunitari;
   quali urgenti provvedimenti il Governo intenda adottare – o abbia già adottato – affinché i cittadini italiani siano tutelati dai rischi sanitari che l'ingresso di clandestini comporta. (4-17268)

SVILUPPO ECONOMICO

Interrogazioni a risposta scritta:


   MESSINA, DI GIUSEPPE e ROTA. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   la crisi globale sta causando la perdita di aziende e di competitività in ogni settore;
   gli operatori di ogni settore economico ed imprenditoriale necessitano in questo periodo critico di avere certezza sulle normative di riferimento in cui si trovano ad operare;
   il sistema di incentivi legato allo sviluppo di iniziative per la realizzazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili rappresenta oggi uno dei pochi settori in crescita e di sbocco occupazionale;
   i tempi di autorizzazione per gli impianti anche in regime di procedure semplificate arriva anche a diversi mesi, considerando i tempi necessari al gestore di rete per esaminare le pratiche;
   il recente decreto ministeriale che ha approvato il V conto energia per l'energia fotovoltaica, penalizza fortemente il settore;
   infatti, l'articolo 5, comma 3, recita che gli impianti fotovoltaici su serra «hanno diritto a una tariffa pari alla media aritmetica fra la tariffa spettante per «impianti fotovoltaici realizzati su edifici» e la tariffa spettante per «altri impianti fotovoltaici» e già questa tariffa non è particolarmente incentivante per la ristrutturazione di serre agricole;
   la cosa più grave è tuttavia aver previsto, a seguire nello stesso comma, che: «per l'accesso alla tariffa di cui al precedente comma, a seguito dell'intervento, le serre devono presentare un rapporto tra la proiezione al suolo della superficie totale dei moduli fotovoltaici installati sulla serra e della superficie totale della copertura della serra stessa non superiore al 30 per cento. Il predetto limite è incrementato al 50 per cento limitatamente alle serre per le quali l'autorizzazione alla costruzione e all'esercizio sia stata rilasciata in data antecedente alla data di entrata in vigore del presente decreto»;
   in tutta Italia numerose società agricole hanno predisposto soluzioni tecniche per impiantare serre con un rapporto tra «la proiezione al suolo della superficie totale dei moduli fotovoltaici installati sulla serra e della superficie totale della copertura della serra stessa pari al 50 per cento, così come era previsto nella precedente normativa;
   non è corretto che un decreto arrivi in corso d'opera e blocchi, di fatto, i tantissimi progetti di nuove serre o di ristrutturazione delle stesse, giacenti presso le regioni nella fase di avvio della conferenza di servizi o in fase avanzata di procedimenti in autorizzazione unica creando un danno economico per gli operatori, così come non è giustificabile concedere solo pochi mesi agli imprenditori agricoli per riadattare i progetti, come prevede il citato articolo 5, comma 3, con costi esorbitanti considerando che nei procedimenti sono coinvolti numerosi enti che impiegano mesi per il rilascio dei competenti nulla osta;
   in un momento di crisi economica non si possono chiedere sacrifici ulteriori al sistema dell'agroalimentare con delle norme che non favoriscono il posizionamento di pannelli fotovoltaici su serra, creando la sospensione di quel circolo virtuoso e ambientalmente sano che stava aiutando le imprese agricole, in particolare del comparto ortofrutticolo, a sostenersi economicamente risparmiando sui costi energetici;
   è necessario che il Governo conceda più tempo alle imprese agricole per l'entrata in vigore di queste norme che non favoriscono il sistema delle rinnovabili in agricoltura –:
   se sia nelle intenzioni dei Ministri interrogati adottare un immediato decreto ministeriale che corregga quanto previsto all'articolo 5, comma del V conto energia per l'energia fotovoltaica concedendo il limite di posizionamento dei moduli fotovoltaici stabilito al della superficie dell'area di intervento serricolo a tutti i progetti già presentati per l'avvio della autorizzazione unica entro la data di entrata in vigore del decreto sul V conto energia sull'energia fotovoltaica o per i quali l'autorizzazione alla costruzione e all'esercizio venga rilasciata entro un anno dalla data di entrata in vigore dello stesso decreto. (4-17257)


   MESSINA, DI GIUSEPPE e ROTA. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   la crisi globale sta causando la perdita di aziende e di competitività in ogni settore;
   gli operatori di ogni settore economico ed imprenditoriale necessitano in questo periodo critico di avere certezza sulle normative di riferimento in cui si trovano ad operare;
   il sistema di incentivi legato allo sviluppo di iniziative per la realizzazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili rappresenta oggi uno dei pochi settori in crescita e di sbocco occupazionale;
   il recente decreto ministeriale che ha approvato il Vo conto energia per l'energia fotovoltaica penalizza fortemente il settore; 
   i tempi di autorizzazione per gli impianti anche in regime di procedure semplificate arriva anche a diversi mesi, considerando i tempi necessari al gestore di rete per esaminare le pratiche;
   i costi che le aziende devono sostenere costituiscono un grande sacrificio, specie per le realtà piccole che hanno un difficile accesso al credito;
   l'articolo 10, comma 5, del decreto ministeriale n. 28 del 3 marzo 2011 indicava ai fini l'ottenimento delle tariffe incentivanti la possibilità di realizzare impianti fotovoltaici su suoli agricoli abbandonati da oltre 5 anni muniti di idonea certificazione;
   l'articolo 65 del decreto n. 1 del 2012 convertito dalla legge n. 27 del 2012 prevede il divieto all'accesso degli incentivi previsti dal decreto rinnovabili 2011 (decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28) per l'installazione di impianti solari fotovoltaici «con moduli collocati a terra in aree agricole» preservando gli impianti che comunque rispettano i criteri del decreto legislativo 28 del 2011 che entrano in esercizio entro 6 mesi dall'entrata in vigore del decreto;
   il V conto energia è stato pubblicato nel mese di giugno 2012 a soli 3 mesi dalla scadenza del tempo concesso per la realizzazione di detti impianti;
   in un momento di crisi non si possono chiedere sacrifici ulteriori al sistema economico con delle norme che di fatto cancellano la possibilità di realizzazione anche per coloro che hanno atteso mesi e speso ingenti somme per l'ottenimento di tutti i permessi necessari e scegliendo aree abbandonate come indicato dai precedenti decreti;
   è necessario che il Governo conceda più tempo alle imprese per l'entrata in vigore di queste norme che non favoriscono il sistema delle rinnovabili –:
   se sia nelle intenzioni dei Ministri interrogati assumere iniziative normative per correggere quanto previsto all'articolo 65 del decreto-legge n. 1 del 2012 e, più precisamente, fare in modo che sia rinviato fatto di 6 mesi il termine dell'entrata in vigore della norma. (4-17261)

Apposizione di una firma ad una interrogazione.

  L'interrogazione a risposta scritta Montagnoli n. 4-17222, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 1o agosto 2012, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Bitonci.

INTERROGAZIONI PER LE QUALI È PERVENUTA RISPOSTA SCRITTA ALLA PRESIDENZA


   ALBINI. — Al Ministro della difesa, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   per porre rimedio alla grave crisi economica che il nostro Paese sta affrontando, il Governo richiede enormi sacrifici a tutti i cittadini;
   il Governo si è impegnato in un'azione di spending review per ridurre e ottimizzare la spesa pubblica;
   le tante feste militari e ricorrenze che ogni anno le Forze armate e i Corpi di polizia militari e non (compresi i vigili del fuoco e i vigili urbani) celebrano – all'incirca quarantaquattro inclusa quella nazionale del 2 giugno – comportano grandi esborsi di denaro pubblico e di risorse umane;
   per ogni singola manifestazione, che si svolge nell'arco di poche ore, vengono mobilitate, per vari giorni, una notevole quantità di uomini, animali, cose e mezzi (terrestri, navali e aerei);
   a queste celebrazioni si aggiungono tutte le feste che le varie diramazioni periferiche delle rispettive istituzioni organizzano, e che sono spesso in competizione per complessità con le precedenti aggravando il bilancio – economico e umano – delle Forze armate –:
   se il Governo non consideri possibile razionalizzare tutte queste celebrazioni e considerare anche queste spese nella spending review in corso. (4-16521)

  Risposta. — In via preliminare, faccio osservare che, nel quadro complessivo delle iniziative finalizzate alla riduzione delle spese in ogni settore dell'amministrazione della difesa, le Forze armate compresa l'Arma dei carabinieri avevano già opportunamente adottato le linee guida in materia di «razionalizzazione delle manifestazioni, ed eventi, d'interesse delle Forze Armate», indicate dal Capo di Stato maggiore della difesa alla fine del mese di novembre 2011.
  Tuttavia, coerentemente con i recenti indirizzi del Governo in tema di correzione dei conti pubblici, ho ravvisato la necessità di rivedere e ridimensionare ulteriormente l'intero panorama degli eventi celebrativi, dei convegni, delle mostre e di ogni altra iniziativa, al fine di evitare spese che non siano indispensabili o non direttamente ed immediatamente ricollegabili ai fini istituzionali perseguiti dal dicastero e dalle sue articolazioni.
  Pertanto, nel mese di febbraio 2012, ho impartito ulteriori indicazioni – già recepite dalle rispettive Forze armate – affinché si evitino cerimonie, convegni, mostre, celebrazioni non direttamente ricollegati a ricorrenze istituzionali normativamente previste, ovvero direttamente funzionali all'attività istituzionale, per le quali dovranno comunque essere adottate formule organizzative più economiche, improntate a criteri di massima sobrietà e rigore, privilegiando il costante ricorso a strutture interne all'amministrazione, al fine di ridurre al massimo le spese da sostenere e l'impegno del personale al di fuori dalle quotidiane attività di servizio.
  Analogamente, le attività organizzative correlate agli incontri internazionali dovranno essere ispirate ai princìpi cardine della sobrietà e del rigore ed all'applicazione di coerenti criteri di reciprocità e, fatto salvo quanto eventualmente stabilito da specifici accordi, potranno essere ammesse solamente spese di limitata entità, purché strettamente e temporalmente connesse e funzionali agli incontri stessi.
  Pertanto, ritengo che tali criteri siano pienamente rispondenti all'auspicio dell'interrogante di razionalizzazione delle celebrazioni in questione, alla luce della stringente necessità del contenimento della spesa pubblica.
Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   CAPARINI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   il comune di Cevo ha realizzato nel 2010 un impianto fotovoltaico da 496 kWp con un piano economico rientrante nel secondo conto energia;
   i lavori (esecuzione impianto, finanziamento ed espletamento pratiche) sono stati appaltati all'Ati Tibb srl di Rogno (Bergamo) e Ubi Leasng Spa con formula chiavi in mano sono stati ultimati il 30 dicembre 2010;
   nella medesima data l'esecutore Tibb seguendo le modalità del decreto-legge n. 105 del 2010 convertito, con modificazioni, dalla legge n. 129 del 2010 (salva alcoa-secondo conto energia) ha comunicato al Gse il termine dei lavori dell'impianto con codice identificativo 41344132;
   dal 20 aprile 2011, data di messa in funzione, il comune di Cevo è in attesa della tariffa;
   l'esecutore Tibb ha seguito per conto del comune di Cevo l'evolversi della pratica con il gestore dei servizi energetici e da quanto oggi è emerso ha commesso ritardi o omissioni che hanno portato al rigetto della richiesta di ammissione al secondo conto energia è stata rigettata per mancanza di allegati come da comunicazione di preannuncio GSE/P20110051906 dell'8 settembre 2011;
   la Tibb ad insaputa del comune di Cevo ha effettuato una nuova istanza sul terzo conto energia GSE/FTVA20111727805 con nuovo numero identificativo impianto 539471 il 20 settembre 2011 (peraltro senza richiesta del bonus del 5 per cento aggiuntivo per comuni sotto i 5.000 abitanti che rappresenta circa 15.000 euro/anno per 20 anni);
   il cambio di tariffa incentivante comporta una imperdonabile perdita di opportunità di sviluppo e notevoli problematiche alla programmazione economico-finanziaria del comune in quanto la perdita economica sui 20 anni supera il milione di euro (oltre 50.000 euro all'anno) –:
   se il Ministro, considerata la finalità pubblica dell'impianto e verificata il corretto svolgimento delle procedure ovvero l'esistenza del requisito di legge, ritenga possibile che al comune di Cevo possa essere riconosciuta la tariffa conto energia 2 e il bonus del 5 per cento. (4-14096)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame si fa presente quanto segue.
  La problematica sollevata dall'interrogante concerne la tariffa incentivante cui l'impianto fotovoltaico situato nel comune di Cevo può accedere. Si fa presente che sul punto è stato acquisito il parere del GSE, Gestore dei servizi energetici, ossia la società pubblica deputata appunto all'erogazione di tali incentivi.
  L'interrogante riferisce che il comune di Cevo ha realizzato un impianto fotovoltaico, appaltando sia i lavori che l'espletamento dell'istruttoria tecnico-amministrativa finalizzata al riconoscimento degli incentivi alla società Tibb srl.
  Al momento della realizzazione dell'impianto fotovoltaico e della presentazione della relativa domanda per accedere agli incentivi, il comune contava di rientrare nei benefici del cosiddetto secondo conto energia ai sensi della legge n. 129 del 2010, che prevedeva una proroga dello stesso secondo conto energia, subordinatamente al rispetto di determinate condizioni.
  Ciò non è stato possibile, in quanto l'istanza è stata respinta dal GSE. Lo stesso interrogante ha evidenziato come la società Tibb srl abbia «commesso ritardi o omissioni che hanno portato al rigetto della richiesta di ammissione al secondo conto energia».
  La società, prosegue poi l'interrogante, ha, in seguito, presentato, sempre per conto, ma stavolta «ad insaputa del comune di Cevo», una seconda istanza a valere sul terzo conto energia (questa volta accolta dal GSE) senza tuttavia richiedere la maggiorazione del 5 per cento prevista dall'articolo 10, lettera b) del decreto ministeriale 6 agosto 2010 (cosiddetto terzo conto energia) per gli impianti realizzati dai comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti.
  L'interrogante, in considerazione della consistente perdita economica per il comune, causata dall'avvenuto cambio di tariffa dal secondo al terzo conto energia, nonché dalla mancata richiesta del bonus del 5 per cento, chiede in conclusione che al Comune di Cevo venga, comunque, riconosciuta la tariffa incentivante del secondo conto energia più il predetto bonus.
  Ai fini del mancato riconoscimento dei benefici del secondo conto energia, non si può che confermare la correttezza dell'operato del GSE, che non poteva che rigettare l'istanza, atteso che la documentazione presentata mancava della scheda tecnica descrittiva dei dati caratteristici d'impianto, prevista dalla normativa attuativa della citata legge n. 129 del 2010. La causa del rigetto è pertanto ascrivibile unicamente alla società delegata dal comune di Cevo. Ciò premesso, sarà il comune a valutare l'opportunità di agire in giudizio per rivalersi verso la società delegata a causa dei minori introiti dovuti al comportamento della medesima società.
  Per quanto concerne poi, l'istanza presentata dalla società Tibb, a valere sul terzo conto energia, priva della richiesta per il bonus del 5 per cento, si fa presente che la documentazione pervenuta al riguardo al GSE recava il timbro del comune di Cevo, completo di sottoscrizione. In ogni caso, riferisce il GSE che il bonus non sarebbe stato comunque applicabile in quanto l'impianto del comune di Cevo opera in regime di cessione totale e non di scambio sul posto, come previsto appunto dall'articolo 10, lettera b), del decreto ministeriale 6 agosto 2010.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   CONTENTO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   un recente allarme dell'Associazione degli operatori elettrici europei Entso-E riguarda possibili black out invernali in caso di temperature più rigide del normale;
   il rischio di interruzioni nell'erogazione dell'energia elettrica in Italia dipenderebbe da uno squilibrio nelle interconnessioni tra Stati europei;
   l'origine del pericolo sarebbe individuabile in eventuali aumenti della domanda in Francia e in Germania, alle prese, peraltro, con una ridefinizione delle rispettive produzioni nucleari;
   consta che la stessa Autorità per l'energia e il gas, a seguito della diffusione dei dati del Winter Outlook Report, si sia attivata per incrementare le connessioni tra reti nazionali ma che tale intervento non sia, comunque, risolutore –:
   se sia a conoscenza della situazione indicata in premessa e quali iniziative urgenti abbia già posto in essere per scongiurare possibili disguidi nella distribuzione dell'energia elettrica sul territorio nazionale. (4-14457)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame si fa presente quanto segue.
  L'interrogante chiede di sapere se, in condizioni non ottimali di temperatura, si possano creare disservizi nella distribuzione dell'energia elettrica sul territorio nazionale.
  L'Entso-E – associazione europea dei gestori delle reti elettriche – ha previsto a fine 2011, nell’outlook inverno 2011-12, possibili rischi per il sistema elettrico europeo a causa delle condizioni meteo avverse e della limitata capacità di interconnessione tra i vari Paesi, unita alla riduzione delle riserve anche a causa della fermata di alcuni impianti nucleari.
  Si precisa però, che l'analisi dei TSO considerava l'esistenza di rischi in condizioni invernali «estreme» relativamente agli approvvigionamenti di alcune aree europee, in particolare Francia e Germania (i Paesi che più fanno conto sull'energia nucleare).
  L'Italia non ha particolari motivi di allarme in termini di capacità di generazione elettrica, anzi il nostro sistema si trova in una situazione di overcapacity tale da poter far fronte ad un eventuale incremento, anche forte, di domanda.
  Il tema critico, caso mai, può riguardare le forniture di gas che, in casi di emergenza climatica invernale, sono spesso messe in crisi dalle difficoltà di approvvigionamento. Questa, infatti, è la situazione che si è verificata questo inverno. Nei primi mesi dell'anno, si è effettivamente verificato un aumento della domanda elettrica estera, in coincidenza con l'eccezionale ondata di gelo che ha investito l'intera Europa, che ha determinato, per altro, un record storico di consumi in Francia (vedasi: Relazione dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas sullo stato dei mercati dell'energia elettrica e del gas naturale e sullo stato di utilizzo ed integrazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili).
  Nel mese di febbraio si è registrata una riduzione dell’import netto con la Francia e in casi isolati, anche in relazione alle interconnessioni con la Svizzera. Complessivamente, a febbraio 2012, le importazioni sono diminuite, rispetto a febbraio 2011, da 4.196 GWh a 3.274 GWh, mentre le esportazioni sono aumentate da 127 Gwh a 376 Gwh.
  Nel febbraio 2011, le importazioni hanno coperto il 15 per cento del fabbisogno elettrico nazionale mente a febbraio 2012 la quota coperta dall’import è stata pari al 10,4 per cento e la società Terna ha assicurato la continuità del servizio elettrico e la gestione in sicurezza della rete di trasmissione nazionale e delle interconnessioni con l'estero.
  Questa amministrazione, inoltre, che partecipa regolarmente alle riunioni di coordinamento del mercato elettrico che la Commissione europea tiene a Bruxelles, ha gestito le criticità emerse nel mese di febbraio per l'approvvigionamento del gas, intraprendendo iniziative urgenti come la riunione del comitato emergenza gas e l'attivazione della fase di emergenza secondo le procedure previste dall'Unione europea, pertanto si può affermare che non si è verificato alcun disguido nella distribuzione dell'energia elettrica sul territorio nazionale.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   DI STANISLAO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   nel febbraio del 2004 è nato un organismo accreditato dall'A.N.S. (Autorità nazionale per la sicurezza) in conformità agli standard internazionali, competente per le valutazioni di sicurezza di un prodotto o di un sistema;
   il sopraccitato organismo è un centro di valutazione (CEVA) struttura ad organizzazione militare, riconosciuta dall'Autorità nazionale per la sicurezza (A.N.S.) per le verifiche dei requisiti di sicurezza di prodotti o sistemi COMPUSEC (Computer security) destinati alla trattazione di informazioni coperte dal segreto di stato. La sede legale è ubicata presso il «Reparto Informazioni e Sicurezza delle Stato Maggiore Difesa», mentre la sede operativa è presso il Centro Interforze Studi e Applicazioni Militari (CISAM) di San Piero a Grado (Pisa);
   il personale assegnato nel Centro in questione è stato scelto secondo criteri stabiliti dalle normative in materia di «impiego» emanate dallo Stato maggiore della difesa, e quindi con caratteristiche professionali di alta specializzazione con un giudizio di valutazione non inferiore ad «Eccellente»;
   l'organico a carattere «Interforze», nel suo insieme è composto attualmente da un «esiguo» numero di militari appartenenti al Ruolo Ufficiali e Ruolo Marescialli provenienti da Esercito, Marina e Aeronautica (EMA) in Servizio Permanente Effettivo e quindi, in quanto tali, soggetti al «Regolamento di disciplina militare» (Legge nr. 382 del 1978);
   da evidenziare che l'Autorità Nazionale di Sicurezza - UCSE non dispone di un organo tecnico per l'emissione dei certificati relativi alle valutazioni dei prodotti destinati alla gestione delle informazioni classificate e si avvale del CEVA DIFESA (elemento dell'organizzazione del reparto Informazioni e Sicurezza dello Stato maggiore della difesa);
   proprio l'impiego di personale militare dipendente dallo Stato maggiore della difesa potrebbe creare situazioni di disorientamento nell'assolvimento del «compito di istituto», in particolare riferimento alla difficoltà di valutare arbitrariamente secondo le direttive impartite dall'Ente certificatore (D.I.S.) in quanto il CEVA DIFESA essendo una struttura militare è soggetto anche ad ottemperare a quelle che sono le disposizioni degli organi gerarchicamente superiori che potrebbero in alcuni casi contrastare con le disposizioni di natura tecnico-funzionale del D.I.S. quale Ente certificatore;
   in riferimento al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri dell'11 aprile 2002 portante il seguente oggetto: «Schema Nazionale per la valutazione e la certificazione della sicurezza e delle tecnologie dell'informazione, ai fini della tutela delle informazioni Classificate concernenti la Sicurezza dello Stato» che recita: «Imparzialità, indipendenza e integrità: Il laboratorio di prova e il suo personale devono essere liberi da qualsiasi pressione commerciale, finanziaria o di altro genere che possa influenzare il loro giudizio tecnico. Deve essere evitata qualsiasi influenza sui risultati degli esami e delle prove, da parte di persone od organismi esterni ai laboratori di prova. Il laboratorio di prova non deve essere coinvolto in attività che possono danneggiare la fiducia nella sua indipendenza di giudizio ed integrità nei riguardi delle sue attività di prova;
   nella risposta del Governo resa nella seduta della Commissione difesa del 4 maggio 2010 all'interrogazione a risposta immediata n. 5-02838 riguardante il medesimo argomento si afferma «[...] Va rilevato, altresì, che tutte le attività dei Centri di Valutazione accreditati – ovviamente, anche quelle del Ce.Va. Difesa – avvengono sotto il controllo e l'approvazione del Polo Tecnologico della Presidenza del Consiglio dei ministri, all'uopo delegato da DIS/UCSe. Vorrei aggiungere, in ultimo, che le Forze armate consentono la permanenza dei valutatori presso il Ce.Va. per periodi molto più lunghi di quelli indicati nell'atto in discussione, proprio per l'ammortamento dei costi e dei tempi necessari alla formazione del personale. [...]»
   appare all'interrogante che l'impiego del personale militare nel Ce.Va. difesa non rispetti appieno l'obbligo di imparzialità, indipendenza ed integrità sancito dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri dell'11 aprile 2002 «Schema Nazionale per la valutazione e la certificazione della sicurezza e delle tecnologie dell'informazione, ai fini della tutela delle informazioni classificate concernenti la sicurezza dello Stato» –:
   se il Governo, in relazione alla risposta in Commissione all'interrogazione n. 5-02838, non intenda chiarire tempi e costi della formazione del personale delle Forze armate e ogni quanto tempo avvenga il ricambio di tale personale addestrato presso il Ce.Va. (4-07184)

  Risposta. — Il dipartimento per le informazioni e la sicurezza (Dis) si avvale, per quanto riguarda le attività di valutazione e di certificazione in materia di sicurezza informatica, dell'Agenzia per le informazioni e la sicurezza esterna (Aise), la quale, non disponendo al proprio interno di risorse idonee, provvede alle attività di valutazione tramite i centri di valutazione accreditati, tra cui il centro di valutazione (Ce. Va.) della Difesa.
  Tale centro non emette certificati, ma procede alle valutazioni di sicurezza di prodotti e di sistemi informatici destinati ad operare in strutture che trattano informazioni classificate, in conformità a protocolli e standard riconosciuti a livello internazionale.
  Il fatto che il Ce.Va dipenda gerarchicamente da un'autorità diversa da quella che impartisce le direttive tecniche non compromette, in linea di principio e/o funzionalmente, la credibilità, la capacità operativa, l'attendibilità, le competenze tecniche e non costituisce un limite allo svolgimento dei compiti istituzionali.
  In particolare, l'attività dei valutatori – monitorata internamente senza soluzione di continuità – è conforme ai protocolli e agli standard internazionali appositamente stabiliti: ciò, a garanzia dell'imparzialità, oggettività, ripetibilità e riproducibilità delle valutazioni condotte dal Ce.Va. difesa che, peraltro, è soggetto alle ispezioni da parte dell'autorità nazionale per la sicurezza (Ans), allo scopo di verificare il rispetto dei requisiti di accreditamento.
  Da quando il dentro è stato costituito, sono state completate sette valutazioni, senza mai essere state riscontrate o riportate situazioni di giudizio parziale, dipendenza da pressioni interne o esterne alla difesa, inosservanza di normative disciplinari o tecniche.
  Quanto, invece ai costi del personale adibito ai compiti precipui del centro e alla loro permanenza, faccio presente che ogni corso di formazione per il personale delle Forze armate impiegato presso il Ce.Va è stato effettuato per due valutatori e ha comportato un costo mediamente pari a 212.000 euro (comprensivi di 46.000 euro per oneri di missione).
  In considerazione della onerosità del corso di formazione e dell'elevato livello di specializzazione conseguito, la permanenza dei valutatori presso il centro si protrae oltre i tre anni normalmente previsti per gli incarichi in ambito interforze.
  Tale periodo viene determinato di volta in volta, in ragione anche delle concomitanti esigenze di servizio e della disponibilità sia del personale che dei sostituti qualificati, oltre, ovviamente delle risorse finanziarie necessarie per qualificare il personale subentrante.
Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   DI STANISLAO. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   l'Associazione vittime uranio ha recentemente denunciato altri casi di malattia tra i militari italiani per possibile contaminazione da uranio impoverito;
   quello di A.G. brigadiere dei carabinieri di Lucca, attualmente in servizio alla compagnia dei carabinieri di Pisa, è uno dei quattro nuovi casi di malattia tra i militari italiani per possibile contaminazione da uranio impoverito;
   tali casi sono stati denunciati attraverso il blog Vittimeuranio.com e il brigadiere scrive una lettera nella quale spiega che nel 2006 è stato in missione in Kossovo, nella zona di Diakovica con incarichi che lo vedevano quotidianamente impegnato presso la popolazione locale, in municipalità e villaggi, nei quali è ampiamente dimostrato vi siano stati effettuati bombardamenti con uranio impoverito;
   alla fine del 2008, racconta, a due anni e 4 mesi dal rientro dalla missione, nell'ambito dei controlli previsti dal protocollo Mandelli, gli è stato diagnosticato un polipo adenomatoso villoso con infiltrazione dell'asse connettivo vascolare, in trasformazione maligna (adenocarcinoma) al sigma, quindi operato con una resezione del sigma di circa 10 centimetri. Nello stesso periodo, poiché lamentava una crescente difficoltà a deglutire, effettuando un'ecografia dei tessuti molli e del collo, gli veniva diagnosticato un macro nodulo tiroideo delle dimensioni di oltre 4 centimetri (anche questo operato nel 2010 con tiroidectomia totale). A seguito di tali patologie, nell'ottobre del 2009 inoltrava istanza di riconoscimento della causa di servizio;
   nel mese di agosto 2011 il Ministero della Difesa – continua il brigadiere – informava che la commissione di verifica sulle cause di servizio aveva dichiarato che le patologie «non risultano dipendenti da fatti di servizio», fornendo ai sensi di legge 10 giorni per fornire ulteriore documentazione, dopodiché sarebbe stato messo formale provvedimento definitivo negativo;
   il brigadiere richiede copia del rapporto e si accerta l'Arma aveva omesso di indicare i servizi svolti, la loro natura e soprattutto le zone interessate nell'area limitandosi a riferire le date in cui era stato in Kossovo;
   alla luce di ciò il 25 di agosto 2011 il brigadiere chiede al Ministero la sospensione e procrastinamento di 40 giorni del provvedimento, quindi chiede di conferire con il Comandante generale dell'Arma carabinieri, al fine di poter richiedere un suo intervento per far integrare il citato rapporto informativo;
   il 3 ottobre, ha inviato un'istanza di riesame con nuovi elementi e carte delle zone dichiarate a rischio dalla Nato. Il 20 ottobre è stato ricevuto dal capo del 1° reparto del comando generale dell'Arma generale di brigata Angelo Agovino, che ha riconosciuto «l'anomalia» nella compilazione dei rapporti informativi dei militari;
   gli è stato quindi consigliato di presentare una nuova istanza di causa di servizio ai sensi della legge n. 266 del 2005, nonché di attendere un po’ di tempo prima di eventuali azioni, ma ancora non riceve alcuna notizia;
   di recente sempre sul blogVittimeuranio.com appaiono anche G.P. di Scafati, militare presso la caserma di San Giorgio a Cremano (Napoli) di 37 anni affetto da una grave forma di cancro che interessa i bronchi e la pleura, F.R. di Sassari, 33 anni, che ha subito l'asportazione di un testicolo, di un rene e di linfonodi, ma anche un trapianto di cellule staminali dopo aver prestato servizio nel ’96 nel poligono interforze di Salto di Quirra, in Sardegna ed infine M.C., maresciallo dell'Aeronautica di 37 anni, di Lecce, ma in servizio a Roma, che combatte contro un linfoma di Hodgkin scoperto recentemente e per caso dopo una missione in Kossovo nel 2002;
   l'avvocato dell'Associazione dichiara che in molti casi gli organi della Difesa hanno negato qualsiasi forma di risarcimento, in quanto le patologie non sono risultate dipendenti da causa di servizio, ma in alcuni casi commissioni di verifica diverse hanno dato esiti contrastanti, così come sembrano contrastare le numerose norme che dovrebbero regolare la delicata materia;
   secondo l'associazione i militari malati sono oltre duemila, più di 200 infine quelli deceduti negli ultimi anni –:
   se il Governo sia a conoscenza degli episodi citati in premessa e se non ritenga di dover dare spiegazioni in merito;
   se e come il Governo intenda intervenire per fornire assistenza concreta a tutti i militari malati. (4-14260)

  Risposta. — Sulla base delle informazioni e dei dati forniti nell'atto in titolo, è stato possibile individuare, con certezza, soltanto il caso del brigadiere dei carabinieri di Lucca A.G..
  Nello specifico, il procedimento attivato a seguito dell'istanza prodotta dal militare è stato definito, con un primo parere negativo del comitato di verifica per le cause di servizio, in data 26 luglio 2011.
  Tale parere è stato comunicato all'interessato quale adempimento della fase del procedimento di «preavviso di diniego», ai sensi dell'articolo 6 della legge n. 15 del 2005 che prevede l'invio, entro il termine di dieci giorni dal ricevimento, di eventuali osservazioni.
  Il militare ha, quindi, contattato telefonicamente e per iscritto la direzione generale competente in materia, ottenendo un'ampia dilazione dei termini per produrre osservazioni e/o ulteriore documentazione per un'eventuale richiesta di riesame al citato comitato.
  Acquisite le osservazioni formulate dal militare e un rapporto informativo integrativo della documentazione, con l'indicazione dei luoghi e degli incarichi svolti durante la missione, è stata inviata ulteriore relazione per richiesta di parere al comitato che, tuttavia, «in sede di riesame», con parere del 29 novembre 2011, ha confermato la non dipendenza da causa di servizio e la non riconducibilità delle patologie sofferte alle particolari condizioni ambientali od operative di missione ovvero a particolari fattori di rischio.
  Vorrei ricordare, in proposito, che ai sensi del combinato disposto ex articoli 11 e 14 del decreto del Presidente della Repubblica n. 461 del 2001, il parere del «Comitato di verifica per le cause di servizio» – istituito e operante alle dipendenze del Ministero dell'economia e delle finanze – è vincolante per l'amministrazione che ha soltanto la facoltà, in caso di parere negativo e qualora ne ravvisi le ragioni, di chiederne il riesame, ma di adeguarsi allo stesso qualora risultasse confermato.
  Con riferimento, invece, ai benefici economici, assistenziali e previdenziali concedibili nelle fattispecie in esame, la normativa vigente appare idonea per garantire un articolato sistema di tutela e sostegno ai militari che abbiano contratto patologie ricollegabili al servizio prestato.
  In particolare, la 2a Commissione parlamentare d'inchiesta (cosiddetta «Menapace»), preso atto dell'impossibilità scientifica di stabilire un nesso diretto di causa-effetto tra le patologie esaminate e (nello specifico) l'utilizzo di uranio impoverito negli armamenti utilizzati in alcuni teatri operativi, concluse i lavori ritenendo che il solo verificarsi dell'evento patologico, debba costituire di per sé riconoscimento degli indennizzi previsti dalla legge (compreso il riconoscimento della causa di servizio) in tutti i casi in cui l'amministrazione non sia in grado di comprovare la mancanza del nesso di casualità («criterio di probabilità»), auspicando, inoltre, una semplificazione delle procedure amministrative che regolano l'accesso agli strumenti indennitari e una maggiore informazione a favore degli aventi diritto.
  Al fine di attuare le raccomandazioni della Commissione, il Ministero della difesa ha realizzato una «guida pratica» con l'obiettivo di far conoscere a tutti gli interessati gli adempimenti necessari per la corretta istruzione delle pratiche medico-legali, assistenziali e previdenziali.
  Il legislatore – preso atto del fatto che la formulazione delle norme introdotte al riguardo dalla legge n. 244 del 2007 (articolo 2, commi 78 e 79) aveva consentito la concessione degli indennizzi solo in rarissimi casi, in quanto riteneva necessario l'accertamento del nesso di causalità – ha rivisitato la materia, riformulando, con l'articolo 5, comma 3-bis, lettera a), del decreto legge n. 228 del 2010, convertito con legge n. 9 del 2011, gli articoli 603 e 1907 del decreto legislativo n. 66 del 2010 (Codice dell'ordinamento militare), recependo, quindi, a livello normativo, il criterio probabilistico.
  In buona sostanza, si può sostenere che, partendo dall'obiettivo di meglio adeguare l'entità dell'indennizzo a danni maturati in circostanze eccezionali, il legislatore si è poi mosso verso la concessione di più cospicui benefici ad un numero sempre più ampio di soggetti.
  A tal fine, si è anche operato sul progressivo indebolimento del nesso di causalità: infatti, dall'originario rapporto di causa diretta e immediata, con l'estensione degli effetti dalle ferite/lesioni alle infermità, si è passati alla concausalità efficiente e determinante, con l'obbligo, tuttavia, di dimostrarne la sussistenza.
  Di conseguenza, si è reso necessario, da parte del competente comitato di verifica per le cause di servizio, richiedere opportune integrazioni sui rapporti informativi già redatti secondo la previgente normativa per individuare eventuali nuovi fattori di rischio giuridicamente rilevanti.
  Faccio presente, inoltre, che presso la direzione generale competente in materia, è stata recentemente costituita un'area di servizio denominata «Speciali Benefici Assistenziali» – con relativo «info-point» – per la trattazione e l'erogazione dei benefici del richiamato decreto del Presidente della Repubblica n. 37 del 2009.
  Quanto al sostegno morale, le Forze armate hanno consolidato specifiche azioni ed iniziative volte a supportare il personale colpito da grave infortunio e/o patologia e le relative famiglie anche dal punto di vista psicologico e materiale.
Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   DI STANISLAO. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   in data 21 dicembre 2011 l'Anavafaf, l'Associazione nazionale italiana assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti, ha scritto una lettera indirizzata ai Presidenti delle Commissioni difesa Camera e Senato, onorevole Cirielli e senatore Cantoni, al Ministro della difesa, alla Presidenza del Consiglio dei ministri e al Presidente e ai componenti della Commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito avente come oggetto i risarcimenti erroneamente negati al personale militare infortunatosi;
   nella lettera si riportano recenti casi di diniego del risarcimento evidenziando gravissimi errori. Vengono presi in considerazione i casi dei militari Antonio Vargiu (poligono di Salto di Quirra), Cardia (poligono di Quirra), Ariu (civile addetto alla riparazione sagome-bersaglio nel poligono di Capo Frasca), i militari Serra e Faedda (poligono di Capo Frasca) e i soldati Melis e Porru (impiegati in missioni all'estero);
   questo personale aveva svolto attività di vigilanza di vario tipo e quindi rientrava nelle categorie delle «vittime del dovere», inoltre, si tratta di personale ammalatosi di tumore rientrando nei casi da risarcire stabiliti. Tutto questo a norma delle leggi n. 308 del 1981, n. 466 del 1980, decreto del Presidente della Repubblica n. 243 del 2006, tutte in vigore all'epoca dei fatti;
   i militari Melis e Porru vennero inizialmente esclusi dai risarcimenti perché volontari e non di leva, anni dopo verme riconosciuto l'errore inviando un bonifico di 200.000 euro ai parenti. Il tribunale civile di Cagliari ha ora riconosciuto per il militare Melis un risarcimento di 500.000 euro. Per un altro caso, quello del maresciallo Diana, si è giunti ad una transazione di 900.000 euro. Per il caso Porru ancora non si è giunti a conclusione e la lista è drammaticamente lunga;
   risultano, pertanto, evidenti una serie di errori e di disparità, una gestione poco chiara e valutazioni approssimative circa i risarcimenti spettanti al personale –:
   se il Governo intenda rispondere al presidente dell'associazione e se non ritenga di dover fare chiarezza anche con riferimento alle precise responsabilità circa i fatti citati in premessa. (4-14345)

  Risposta. — I provvedimenti di diniego sono emanati dall'Amministrazione in conformità al parere negativo reso dal Comitato di verifica per le cause di servizio circa la non dipendenza e la non riconducibilità della patologia sofferta dagli interessati alle particolari condizioni ambientali od operative.
  In particolare:
   l'articolo 603 del codice dell'ordinamento militare prevede che venga attribuito un indennizzo, a seguito del riconoscimento della causa di servizio, a diverse categorie di beneficiari, tra i quali anche il personale militare e civile italiano impiegato nei poligoni di tiro, per infermità o patologie tumorali contratte a seguito di particolari condizioni ambientali od operative;
   il relativo regolamento di attuazione di cui agli articoli da 1078 a 1084 del decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 90 recante «Testo Unico norme regolamentari in materia di ordinamento militare», nei quali è stato riassettato il decreto del Presidente della repubblica 3 marzo 2009, n. 37, all'articolo 1081, comma 1, coerentemente alla norma primaria stabilisce che l'accertamento della dipendenza da causa di servizio delle infermità, ivi comprese quelle letali, è effettuato secondo le procedure di cui al decreto del Presidente della Repubblica 29 ottobre 2001, n. 461, recante regolamento dei procedimenti per il riconoscimento della dipendenza delle infermità da causa di servizio dei pubblici dipendenti. Inoltre, al fine di consentire al comitato una valutazione delle particolari condizioni ambientali e operative in cui l'istante ha operato attraverso il parere di esperti qualificati, il 6o comma dello stesso articolo 1081 prescrive che per l'esame delle pratiche finalizzate alla concessione dell'indennizzo, il comitato è integrato, di volta in volta, da un ufficiale superiore o da un funzionario scelti tra esperti della materia delle Forze armate o del Ministero dell'interno.
  Ai sensi del combinato disposto ex articoli 11 e 14 del citato decreto del Presidente della Repubblica n. 461 del 2001, il parere del comitato – istituito ed operante alle dipendenze del Ministero dell'economia e delle finanze – è vincolante per l'amministrazione che ha soltanto la facoltà di richiedere un riesame, qualora ne ravvisi le ragioni; preciso che, nel caso in cui il comitato, anche in sede di riesame, dovesse esprimersi negativamente, l'amministrazione non può che conformarsi a tale parere.
  L'amministrazione, quindi, in ossequio alle disposizioni vigenti, non solo ha l'obbligo di chiedere al comitato – la cui attività, ribadisco, è posta al di fuori delle attribuzioni istituzionali della difesa – il parere sulla dipendenza e sulla riconducibilità alle particolari condizioni ambientali od operative dell'infermità da cui è affetto il soggetto, ma anche di attenersi al parere stesso.
  Per quanto concerne, poi, la possibilità che i militari menzionati nell'atto in titolo possano, per aver svolto in genere attività di vigilanza, qualificarsi «vittime del dovere», si evidenzia che l'articolo 1, comma 563 della legge n. 266 del 2005 pone quale tassativo presupposto che l'invalidità permanente ovvero il decesso siano «... per effetto diretto di lesioni riportate in conseguenza di eventi verificatisi nella vigilanza ed infrastrutture civili e militari».
  In buona sostanza, occorre che vi sia un diretto collegamento tra la lesione e l'evento, necessariamente di natura traumatica: nessuno dei casi in questione rientra in tale fattispecie.
  Da quanto sopra illustrato, è evidente come non via sia stato alcun errore nella trattazione delle pratiche, piuttosto una puntuale applicazione delle norme riguardanti l'eventuale riconoscimento dei diritto e la procedura richiesta per la concessione del beneficio.
Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   DI STANISLAO. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   nel settembre 1997 il soldato francese nei Balcani Ludovic Acaries è deceduto a causa di un linfoma maligno non Hodgkin e successivamente riesumato su mandato della giustizi interpellata dal padre;
   nel 2005 i tessuti del soldato, conservati dall'ospedale di Pontoise, furono spediti per analisi ad un laboratorio italiano specializzato in nano-particelle che, con rapporto n. 3/2005 del 25 febbraio 2005 affermò di non aver riscontrato tracce di uranio, ma sostanzialmente metalli pesanti;
   l'assenza di uranio fu documentata e inviata all'allora presidente dell'AIPRI, l'ex comandante NATO Maurice Eugene André, sommo fisico nucleare, grande conoscitore dei pericoli interni del fallout atomico, «radioanalista» di primo rango, esperto NBCR a funzione esclusiva, invitato dal padre del soldato ad analizzare le analisi e le procedure;
   M. E. André dichiarò che le analisi del laboratorio italiano erano vistosamente incomplete per motivi logici, empirici e radiologici e il padre del soldato richiese ed ottenne dalla giustizia la riesumazione, l'autopsia e la «ri-analisi» spettrometrica di campioni di tessuti e di ossa del figlio;
   le analisi del laboratorio francese, compiute alla fine del 2010, confermano la presenza di particelle di metalli pesanti, allungandone la lista e confermando la presenza di uranio impoverito. Rilevano la presenza sia nei tessuti, con una media di 3,34 nanogrammo per grammo pari a 4,12E-5 Bq, che nelle ossa, con una media di 0,76 nanogrammo per grammo pari a 9,37E-6 Bq. Altresì viene segnalato un altro elemento estraneo alla composizione atomica degli esseri viventi, il tungsteno. L'uranio e il tungsteno, due elementi micidiali, non sono stati rilevati dal laboratorio italiano nel 2005;
   si segnala, altresì, che il padre del maresciallo Giovanni Pilloni ha dichiarato che, a seguito delle analisi effettuate sul figlio furono rinvenute tracce di uranio e che successivamente gli furono inviate altre analisi che smentivano le precedenti –:
   se il Governo sia a conoscenza del caso del soldato francese Ludovic Acaries;
   di quali elementi disponga il Governo in merito alla smentita a giudizio dell'interrogante eclatante, delle analisi del laboratorio italiano sul soldato francese;
   se, e come, il Governo intenda intervenire per assicurarsi della completezza e dell'imparzialità delle analisi finora eseguite sui soldati interessati;
   se il Governo possa escludere che le patologie come quelle di cui in premessa siano dovute alla variabile nucleare;
   se il Governo possa escludere categoricamente che molti dei nostri soldati siano deceduti in mancanza di cure adatte alla loro contaminazione radioattiva interna negata con dati, a giudizio dell'interrogante, non corrispondenti alla realtà dei fatti. (4-15052)

  Risposta. — In merito al caso del soldato francese Ludovic Acaries, il Ministero della salute, interessato al riguardo, ha comunicato di non essere in possesso di elementi di propria competenza.
  Con riferimento, invece, alle analisi che vengono effettuate sui nostri militari, le Forze armate garantiscono l'erogazione delle cure più appropriate, aggiornate e corrette per qualsiasi tipo di patologia certa e riconosciuta dalla conoscenza medica, avvalendosi di tutti i presidi diagnostici e terapeutici, in stretta collaborazione con il Servizio sanitario nazionale e con istituti universitari, nazionali ed esteri, al massimo delle conoscenze scientifiche nel settore.
  Quanto allo specifico quesito circa l'eventuale riconducibilità delle patologie contratte dai militari alla «variabile nucleare», presumendo che con tale locuzione l'interrogante voglia riferirsi alla contaminazione interna da uranio impoverito, devo osservare che, allo stato, tale ipotesi non è confermata da alcuna evidenza medica scientificamente dimostrata.
  Per quanto concerne, poi, l'affermazione secondo cui «molti dei nostri soldati siano deceduti in mancanza di cure adatte alla loro contaminazione radioattiva interna», la 3a commissione parlamentare di inchiesta, nell'ambito della «Relazione intermedia» ha evidenziato, relativamente ai rischi per la salute connessi all'esposizione all'uranio impoverito che, alla luce delle risultanze istruttorie e sulla base degli attuali, più accreditati, studi scientifici al riguardo, non si possa «né sostenere né negare la sussistenza di un nesso diretto di causalità tra l'esposizione all'agente tossico... e lo sviluppo della malattia» e che, in conclusione, sulle possibili cause delle patologie in esame «permane una ampia dialettica all'interno della comunità scientifica».
  Inoltre, nel corso della 60a seduta (8 febbraio 2012) della commissione, il professor Lodi Rizzini (fisico, già consulente della procura della Repubblica di Lanusei) ha richiamato il contenuto di un documento, validato il 1o marzo 2010 dalla Commissione europea, nel quale lo «Scientific commitee on health and environmental Risks» (Scher) ha approfondito la problematica.
  Da un primo esame dello studio il citato comitato è giunto, tra l'altro, alla conclusione che l'esposizione (e inalazione) umana all'uranio impoverito appare al di sotto dei livelli di tollerabilità previsti per l'uranio (sia per il rischio chimico sia radiologico).
  Anche il professor Trenta dell'istituto nazionale di fisica nucleare di Frascati, nel corso della sua recente audizione presso la commissione parlamentare d'inchiesta, ha indicato in 3 mg di uranio per chilogrammo di tessuto renale il livello al di sopra del quale dovrebbero comparire i primi segni di chemiotossicità per il rene: organo, la cui funzionalità sarebbe compromessa in caso di inalazione di uranio.
  Il docente ha, altresì, sostenuto che né dal punto di vista scientifico, né da quello clinico, tantomeno dal punto di vista medico-legale può essere chiamata in causa la radioattività dell'uranio come responsabile dell'induzione del linfoma non Hodgkin.
  Tali conclusioni sono rafforzate dal fatto che i controlli delle due missioni Unep (United nations environment programme) in Kosovo, Serbia e Montenegro, condotte da esperti di quattordici Paesi, non hanno rilevato una contaminazione significativa delle aree sottoposte a mitragliamento con dardi a uranio impoverito, eccetto che nelle immediate vicinanze dei punti di rinvenimento dei dardi stessi, dove, comunque, non è stata riscontrata contaminazione dell'aria, dell'acqua e delle piante.
  Tuttavia – anche in considerazione del fatto che è scientificamente e metodologicamente errato sia l'affermare che l'escludere un nesso causale tra uranio impoverito e una o più specifiche patologie – l'amministrazione continua ad adottare ampie misure preventive, sia a livello ambientale che individuale, nei confronti del personale a rischio di esposizione.
Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   ANNA TERESA FORMISANO e GALLETTI. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   negli ultimi sei mesi i 90 lavoratori dell'Ilva di Patrica (Frosinone), industria specializzata nella produzione di zincato alluminato, hanno sperato che si stesse avviando un cambio di produzione, unica alternativa valida alla chiusura dello stabilimento del frusinate, già annunciata dalla proprietà;
   la prevista chiusura non sarebbe dovuta alla crisi del settore, dal momento che il prodotto zincato alluminato confezionato a Patrica è un'eccellenza a livello europeo, ma perché la proprietà avrebbe deciso di spostare la produzione in un nuovo sito del nord, così come è già avvenuto per altre realtà industriali del frusinate; 
   nei giorni scorsi i settanta lavoratori impiegati direttamente nel sito dell'Ilva e i ventiquattro dell'indotto che lavora per l'azienda di Patrica hanno iniziato lo sciopero ad oltranza con l'obiettivo di far valere i loro diritti e quelli delle loro famiglie;
   il fatto che l'età media degli occupati nello stabilimento si aggiri intorno ai 30-35 anni rende ancora più grave la crisi dell'Ilva, dopo che nel 2004 la proprietà ha deciso di avviare un piano di «ringiovanimento» del personale;
   purtroppo la crisi del settore industriale che sta colpendo la provincia di Frosinone continua a fare registrare gravi emorragie occupazionali –:
   quali iniziative si intendano adottare per scongiurare la chiusura dello stabilimento dell'Ilva di Patrica la cui produzione è un'eccellenza a livello europeo e la cui interruzione comporterebbe gravi danni economici e sociali per l'Intero territorio;
   quali iniziative si intendano intraprendere per salvaguardare i livelli occupazionali del sito industriale che ha dato lavoro ad almeno tre generazioni;
   quali urgenti ed efficaci iniziative si intendano adottare al fine di trovare una rapida soluzione alla crisi industriale che sta colpendo la provincia di Frosinone ed evitare che le società che hanno investito nel territorio del frusinate continuino a spostare la produzione in nuovi siti collocati nel nord Italia. (4-16842)

  Risposta. — Gli uffici del Ministero dello sviluppo economico hanno seguito l'evolversi della vicenda segnalata dall'interrogante in stretto contatto con la direzione aziendale e le organizzazioni sindacali nazionali.
  Nel merito si evidenzia che la società ha comunicato nelle scorse settimane di aver elaborato un nuovo piano industriale che prevede l'avviamento di una linea di taglio materiale e che consente il mantenimento del presidio produttivo. La società ha peraltro ribadito che non si procederà a fermare l'impianto di Patrica (Frosinone).
  Tale piano è stato presentato alle organizzazioni sindacali in data 17 maggio 2012 presso la sede Confindustria di Frosinone.
  In tale data è stato, inoltre, sottoscritto un verbale di consultazione sindacale che prevede il ricorso alla Cassa integrazione guadagni ordinaria per un massimo di 60 unità lavorative, sospese a zero ore, per 13 settimane dal 28 maggio al 26 agosto 2012.
  Alla fine di tale periodo è prevista la ripresa dell'attività lavorativa per tutti i lavoratori.
  Il ricorso agli ammortizzatori sociali è connesso all'attuale congiuntura di mercato (improvvisa e temporanea mancanza di commesse). L'Azienda ha, infatti, precisato che l'impiego della Cassa integrazione guadagni ordinaria è coerente con la finalità di preservare il sito di Patrica nella sua integrità produttiva e organizzativa all'interno degli assetti dell'Ilva.
  Sarà cura del Ministero aggiornare questa nota, ove richiesto, alla luce di eventuali e futuri eventi.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   MINNITI. — Alla Presidenza del Consiglio dei ministri, al Ministro della difesa, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   attualmente in Italia esistono più di 200.000 carabinieri ausiliari; si tratta di una speciale forma di arruolamento che rinviene la propria scaturigine normativa nel 1917 (decreto luogotenenziale n. 357 del 25 febbraio 1917), quando per assicurare all'Arma dei carabinieri una forza numerica adeguata alle molteplici necessità di servizio determinate dallo stato di guerra, vennero assunti 12.000 caporali e soldati di tutte le Armi e Corpi;
   successivamente, con decreto legislativo luogotenenziale 9 novembre 1945, n. 857, venne disposto il reclutamento «volontario» di carabinieri ausiliari, per la ferma di leva di 18 mesi tra i giovani appartenenti alla classe chiamata alle armi;
   con esplicito richiamo al suddetto decreto, la legge 18 febbraio 1963 mantenne l'arruolamento di giovani aspiranti a compiere la ferma di leva nell'Arma dei carabinieri, stabilendo che essi, dopo avere frequentato con esito positivo un corso d'istruzione di tre mesi presso le legioni allievi, godessero del medesimo trattamento economico previsto per i carabinieri effettivi;
   la legge 11 febbraio 1970, n. 56, aggiunse alla condizione preesistente di arruolamento dei carabinieri ausiliari nei limiti delle vacanze nei quadri organici, quella «dei limiti dei posti disponibili nel contingente determinato annualmente con legge di bilancio»;
   in seguito alla sospensione del servizio di leva prevista dalla legge n. 226 del 2004 con il giuramento del 21 gennaio 2005 alla scuola di Fossano e del successivo 28 gennaio in quella di Benevento, sono terminati i corsi d'istruzione dei carabinieri ausiliari;
   la legge n. 226 del 2004 ispirata dalla volontà di snellire i ranghi delle forze armate e, al contempo, di elevare la professionalizzazione del relativo personale, attingendolo esclusivamente dai volontari e non più dagli ascritti alla leva obbligatoria, ha posto però una serie di problemi rispetto alla sorte dei carabinieri ausiliari;
   infatti, ai sensi del primo comma dell'articolo 16 della succitata legge n. 226 del 2004, il reclutamento del personale nelle carriere iniziali delle forze di polizia ad ordinamento civile e militare, è stato riservato soltanto ai volontari di Esercito, Marina e Aeronautica in ferma prefissata di un anno (ovvero in rafferma annuale) in servizio o in congedo, mentre, al contrario, un militare congedatosi senza demerito dopo avere prestato servizio per un anno presso l'Arma dei carabinieri, si è trovato di fatto escluso dalla possibilità di partecipare ai concorsi banditi da quest'ultima;
   tale disparità di trattamento risulta irragionevole, illogica sul piano del diritto e potenzialmente lesiva del principio di uguaglianza sancito dall'articolo 3 della Costituzione, nonché discriminante nei confronti di quanti hanno svolto servizio ausiliario nell'Arma dei carabinieri i quali, in base a tutta la normativa antecedente alla legge n. 226 del 2004, avrebbero avuto pieno titolo ad aspirare al reclutamento dei Carabinieri in servizio permanente effettivo;
   nell'ultimo biennio in Italia, secondo diverse fonti, si è venuto a determinare soprattutto nelle aree urbane e metropolitane un grave deterioramento delle condizioni di sicurezza in termini di delitti contro la persona e contro il patrimonio, generando un diffuso allarme nell'opinione pubblica, nelle istituzioni e negli stessi apparati statali della sicurezza;
   di recente, il dipartimento di pubblica sicurezza (si veda l'audizione del 4 gennaio 2012 del vice capo della polizia di Stato prefetto Francesco Cirillo presso la Commissione giustizia del Senato) ha dichiarato una carenza di organico in tutte le forze dell'ordine di ben 26.939 unità (solo per l'Arma dei carabinieri la carenza ammonta a 7.027 unità);
   l'Arma dei carabinieri è attualmente presente in tutto il territorio con circa 4.700 comandi stazione e di essi solo il 50 per cento opera ad orario continuo, mentre il rimanente 50 per cento adotta un orario ridotto, chiudendo al pubblico alle 20:00; tutto ciò è anche dovuto alla carenza di personale;
   tra i carabinieri ausiliari, 7.000 giovani unità (formate direttamente nelle scuole allievi dell'Arma e che possono già contare su 1, 2 e 3 anni di servizio alle spalle), se opportunamente selezionate e inserite negli apparati di sicurezza dello Stato, potrebbero, una volta esperito il necessario aggiornamento professionale, assicurare un efficace contributo nell'ambito della lotta alla criminalità e nel perseguimento dell'ordine pubblico in Italia;
   nell'attuale congiuntura economica, la necessità di sostenere nuove procedure concorsuali per ovviare alle carenze di organico delle forze dell'ordine mal si concilia con le stringenti difficoltà della finanza pubblica e, pertanto, qualsiasi intervento amministrativo in questo settore deve essere improntato al rispetto dei principi di economicità gestionale e di buon andamento della pubblica amministrazione –:
   se il Governo, sia a conoscenza della complessa problematica esposta in premessa;
   se il Governo non intenda esperire, secondo quanto previsto dalla Costituzione e dalle leggi e nel quadro delle compatibilità di finanza pubblica, tutte le possibili iniziative normative e regolamentari per il reintegro straordinario del personale proveniente dall'Arma dei carabinieri col grado di carabiniere ausiliario – privilegiando ovviamente la componente più motivata e professionalmente preparata – selezionandolo fra i congedati senza demerito e rimuovendo per questa via una situazione di dubbia costituzionalità e discriminatoria per la categoria in questione;
   se il Governo, ai fini del concreto e immediato riconoscimento professionale dei Carabinieri ausiliari, non intenda esperire le necessarie procedure di legge per destinare loro gli arruolamenti ordinari nell'autonoma disponibilità dell'Arma dei carabinieri (30 per cento delle assunzioni annuali nei ruoli iniziali). (4-16206)

  Risposta. — In via preliminare, si fa osservare che il quadro normativo che ha disciplinato la trasformazione progressiva dello strumento militare in senso interamente professionale, oggi recepito nel codice dell'ordinamento militare (decreto legislativo n. 66 del 2010), prevede che i posti annualmente messi a concorso per il reclutamento del personale nelle carriere iniziali delle forze di polizia ad ordinamento civile e militare (FdP) siano riservati ai volontari in ferma prefissata di un anno (Vfp1).
  Per quanto riguarda, invece, gli altri profili professionali le Forze armate e le FdP indicono annualmente concorsi pubblici a cui possono partecipare tutti i cittadini italiani in possesso dei requisiti previsti dai rispettivi bandi.
  Il richiamato codice prevede, a fattor comune nell'ambito del reclutamento, riserve di posti per diplomati e assistiti presso le scuole militari ed enti di assistenza per orfani nonché figli di militari deceduti in servizio e/o di vittime del dovere e del terrorismo.
  Altre riserve possono essere previste per specifiche esigenze di ciascuna Forza armata soltanto nei confronti di personale militare in servizio.
  I bandi di concorso per il reclutamento del personale militare prevedono, inoltre, riserve di posti per concorrenti in possesso dell'attestato di bilinguismo (lingua italiana e tedesca), in applicazione delle norme di attuazione dello statuto speciale della regione Trentino Alto Adige in materia di proporzione negli uffici statali siti nella provincia di Bolzano.
  Fatta questa premessa, non si può che ribadire, ancora una volta, che l'eventuale estensione di riserve di posti a favore di personale anagraficamente «anziano», come quello in argomento, avrebbe inevitabili riflessi sulla corretta ed equilibrata alimentazione dei ruoli.
  Ciò sarebbe infatti incompatibile con gli attuali criteri ispiratori dell'attività di reclutamento dell'amministrazione, la quale per poter corrispondere adeguatamente alle molteplici e variegate esigenze funzionali ed operative in territorio nazionale e, in particolare, nell'ambito delle missioni internazionali all'estero deve contare su un'ampia disponibilità di personale giovane nei ruoli iniziali, idoneo ad espletare incarichi ad elevata connotazione operativa, che richiedono un'adeguata capacità psico-fisica-attitudinale.
  Per quanto concerne il decreto legislativo n. 198 del 1995 e la legge n.  537 del 1993, citati dall'interrogante quali norme incentivanti il reclutamento dei volontari congedati senza demerito nell'Arma dei carabinieri, faccio presente che gli stessi discendono dalla legge n. 958 del 1986 «Norme sul servizio di leva e sulla ferma di leva prolungata».
  In proposito, faccio osservare che di tale legge alcuni articoli, essendo di perdurante attualità, sono stati recepiti nel predetto Codice dell'ordinamento militare, mentre le previsioni concernenti il reclutamento sono state superate dalle norme che disciplinano la trasformazione delle Forze armate in senso interamente professionale (leggi n. 331 del 2000 e n. 226 del 2004).
  L'ulteriore norma di legge, richiamata dall'interrogante, che consentiva il richiamo in servizio dei carabinieri ausiliari in congedo (decreto-legge n. 64 del 2002 «Disposizioni urgenti per la prosecuzione della partecipazione italiana ad operazioni militari internazionali»), è stata abrogata per la medesima ragione, essendo stata superata dalla predetta disciplina sulla professionalizzazione dello strumento militare.
  Per quanto riguarda, infine, l'ipotizzato esiguo numero di carabinieri ausiliari in congedo reintegrati nei ruoli dell'Arma dei carabinieri richiamo opportunamente i dati indicati dal competente organo tecnico-operativo militare:
   a seguito della sospensione della leva obbligatoria, nel triennio 2002-2004, l'Arma dei carabinieri ha dato il massimo impulso alle immissioni dei carabinieri ausiliari nella ferma quadriennale, riservando loro tutti gli arruolamenti ordinari (nel limite del 30 per cento dei posti disponibili) e destinando loro eventuali posti riservati ai volontari delle Forze armate non coperti;
   nel biennio 2005-2006 sono transitati in ferma quadriennale quasi tutti i carabinieri ausiliari prossimi al congedo e, inoltre, nel 2005, nell'ambito delle assunzioni destinate al cosiddetto «carabiniere di quartiere», è stato previsto che l'incremento organico avvenisse mediante arruolamento di carabinieri in ferma quadriennale da attingere esclusivamente dai carabinieri ausiliari in congedo;
   per l'anno 2005, infine, l'allora vigente normativa in materia di reclutamento dei Vfp1, di cui all'articolo 24 della legge n. 226 del 2004 «Sospensione anticipata del servizio obbligatorio di leva e disciplina dei volontari di truppa in ferma prefissata, nonché delega al Governo per il conseguente coordinamento con la normativa di settore», ha previsto una significativa percentuale (70 per cento) di posti riservati, tra l'altro, al personale che aveva completato il servizio di leva in qualità di ausiliario nelle Fdp.

  Infine, con riguardo all'opportunità indicata dall'interrogante di «esperire le necessarie procedure di legge per destinare ai Carabinieri Ausiliari gli arruolamenti ordinari nell'autonoma disponibilità dell'Arma dei Carabinieri (30 per cento delle assunzioni annuali nei ruoli iniziali)», evidenzio che, allo stato, ciò non è praticabile, essendo previsto per legge (articolo 2199 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66 – Codice dell'ordinamento militare) che i posti messi annualmente a concorso, per il reclutamento del personale nelle carriere iniziali delle Forze di polizia siano riservati fino al 2020 ai soli volontari in ferma prefissata delle Forze armate.
Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   MONAI, COMPAGNON, STRIZZOLO, FOLLEGOT, FEDRIGA, DI CENTA e GOTTARDO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   il futuro di undici uffici postali in Friuli Venezia Giulia è a rischio di chiusura; altri quindici uffici si avviano all'orario ridotto. Poste Italiane spa pare abbia in corso un progetto aziendale di chiusura e di «razionalizzazione» degli uffici postali della regione;
   tale prospettiva è molto grave, in ragione delle specificità territoriali perché le chiusure e le riduzioni d'orario colpiscono in modo particolarmente pesante le zone collinari e la pedemontana;
   l'elenco degli uffici destinati a chiudere definitivamente sono, in provincia di Pordenone, quelli di Casiacco e Pielungo (Vito d'Asio), Chievolis (Tramonti di Sopra), Dardago (Budoia), Solimbergo (Sequals) e Toppo (Travesio); in provincia di Udine chiuderanno gli uffici di Cornino e Flagogna (Forgaria), Madonna e Urbignacco (Buja), Mels (Colloredo di Monte Albano), Rivarotta (Teor), Plasencis (Mereto di Tomba), Romans (Varmo), San Tommaso (Majano), Socchieve, Torsa (Pocenia) e Trava (Lauco);
   sono previste riduzioni d'orario che, in concreto, comporteranno il funzionamento su due, massimo tre giorni alla settimana, per gli uffici di Medea in provincia di Gorizia; Fagnigola (Azzano Decimo), Giais (Aviano), San Leonardo Valcellina (Montereale Valcellina) e San Martino Campagna (Aviano) in provincia di Pordenone; Comeglians, Forni Avoltri, Montenars, Ospedaletto, Ravascletto, Resiutta, San Leonardo, San Vito al Torre, Sauris e Vedronza (Lusevera) in provincia di Udine;
   la riduzione o soppressione di tali servizi sta avvenendo in modo repentino ed unilaterale, con inconcludenti relazioni sindacali e senza alcuna trattativa né concertazione con le amministrazioni dei comuni interessati, le quali stanno manifestando in modo deciso e motivato la loro contrarietà e intendono anche promuovere delle azioni legali;
   va infine segnalata la frequente mancata consegna della posta in alcune delle zone citate, in particolare a Tramonti di Sopra e di Sotto –:
   se il Ministro intenda intervenire con opportune iniziative al fine di evitare i contrasti istituzionali in atto tra Poste Italiane spa e gli enti locali, favorendo il mantenimento e garantendo l'efficienza dell'essenziale servizio pubblico nelle aree disagiate colpite dagli imminenti provvedimenti di chiusura o di riduzione delle aperture dei citati sportelli postali. (4-14455)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame riguardante il funzionamento degli uffici postali dell'intera regione Friuli-Venezia Giulia ed, in particolare, le modalità della consegna della corrispondenza nei comuni di Tramonti di Sopra e di Sotto, in provincia di Pordenone, sulla base degli elementi forniti dalla direzione generale competente e dalla società Poste italiane, si rappresenta quanto segue.
  Nel mese di gennaio 2012 sono stati chiusi 7 uffici postali nella provincia di Pordenone (Casiacco, Chievolis, Dardago, Pielungo, Rivarotta, Solimbergo e Toppo) e 8 uffici postali nella provincia di Udine (Cornino, Flagogna, Madonna di Buia, San Tommaso, Socchieve, Torsa di Pocenia, Trava e Urbignacco).
  L'azienda ha evidenziato che tutti i citati uffici erano da tempo caratterizzati da una diseconomia insanabile e la loro chiusura è stata prevista nel piano degli interventi per l'anno 2011 sugli uffici postali in posizione di squilibrio economico, regolarmente trasmesso all'autorità di regolamentazione lo scorso 17 gennaio 2011, ai sensi del vigente contratto di programma. In particolare, tutti gli interventi di chiusura sono stati adottati nel pieno rispetto dei criteri di cui al decreto 7 ottobre 2008 e nessuno degli uffici postali coinvolti risulta essere presidio unico di comune. Pertanto, in ciascuno di tali comuni, è garantito il regolare svolgimento del servizio universale.
  Nella medesima prospettiva, finalizzata al raggiungimento di un migliore equilibrio tra domanda e offerta ed in considerazione dei modesti flussi di traffico registrati e dell'esiguo bacino di utenza, durante lo scorso mese di gennaio, sono stati anche disposti 22 provvedimenti di rimodulazione dell'orario di apertura al pubblico di uffici postali, di cui 4 nella provincia di Pordenone, 17 nella provincia di Udine e 1 nella provincia di Gorizia. L'andamento dell'operatività di tali uffici è costantemente monitorato al fine di garantire interventi tempestivi in caso di variazioni dei dati di produzione.
  Poste italiane spa ha precisato altresì che, in occasione delle predette iniziative, sono state rispettate le procedure previste dal vigente Contratto collettivo nazionale di lavoro per quanto concerne l'informativa alle organizzazioni sindacali, e che i provvedimenti di chiusura e/o rimodulazione dell'orario di apertura degli uffici postali non hanno determinato ricadute occupazionali negative, poiché al personale assegnato agli uffici postali coinvolti è stata garantita la ricollocazione presso uffici limitrofi alla precedente sede di lavoro ovvero al comune di residenza, nel rispetto della professionalità delle risorse interessate.
  Con riferimento allo svolgimento del servizio di recapito, la società ha comunicato che la consegna della corrispondenza nel territorio della Valle Tramontina, in particolare nei comuni di Tramonti di Sopra e di Sotto, in provincia di Pordenone, è di competenza del presidio decentrato di distribuzione di Fanna. Tale presidio si articola in 5 zone di recapito, una delle quali cura lo svolgimento del servizio nelle località di interesse dell'interrogante. Quest'ultima, dallo scorso mese di agosto è priva del portalettere titolare, tuttavia il servizio è stato effettuato con cadenza quotidiana grazie all'applicazione degli ordinari strumenti gestionali di flessibilità operativa ovvero impiegando portalettere assunti con contratto a tempo determinato.
  Al riguardo, Poste italiane ha anche evidenziato che nelle località in esame la toponomastica presenta numerose carenze (imprecisioni nell'indicazione delle vie e dei numeri civici, mancata apposizione dei nomi sulle cassette domiciliari), alle quali si è aggiunta una recente revisione della numerazione civica ed è pertanto possibile che, qualora in passato lo svolgimento del servizio sia stato affidato ad operatori sprovvisti di conoscenza diretta del territorio e degli abitanti, possano essersi effettivamente verificati sporadici rallentamenti nello svolgimento del servizio di recapito.
  In ogni caso, la società ha assicurato che la situazione si è progressivamente normalizzata già a partire dallo scorso mese di gennaio, grazie alla presenza di un operatore residente in zona, assunto con contratto a tempo determinato, la cui conoscenza dei luoghi e degli abitanti ha sopperito alle citate carenze toponomastiche, tuttora esistenti, ed al momento il servizio di recapito si svolge regolarmente.
  Il Ministero dello sviluppo economico, nell'ambito delle proprie competenze, tenuto conto che le funzioni di regolazione e vigilanza del servizio postale sono state trasferite all'Agcom con il decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, non mancherà, comunque, di avviare un'azione di sensibilizzazione nei confronti della concessionaria Poste italiane, in particolare per le problematiche relative alle aree più disagiate del territorio.

Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoMassimo Vari.


   MAURIZIO TURCO, FARINA COSCIONI, BERNARDINI, BELTRANDI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   la professione infermieristica e le altre professioni sanitarie non mediche rappresentano un punto di riferimento per qualsiasi politica di sviluppo dei servizi sanitari, compresi quelli nell'ambito delle Forze armate;
   la legge 10 agosto 2000, n. 251 «Disciplina delle professioni sanitarie infermieristiche, tecniche della riabilitazione, della prevenzione nonché della professione ostetrica» ha rappresentato una forte innovazione nella definizione del ruolo svolto dalle professioni sanitarie, ne ha affermato l'autonomia professionale nello svolgimento delle attività dirette alla prevenzione, alla cura, alla riabilitazione e alla salvaguardia della salute individuale e collettiva, garantendo il pieno riconoscimento della professione infermieristica sul piano dell’iter formativo, dello status giuridico, dell'autonomia professionale, valorizzando e responsabilizzando le funzioni ed il ruolo dell'infermiere, nell'interesse primario della salvaguardia del diritto di salute del cittadino, anche attraverso l'istituzione dei Servizi e delle Direzioni infermieristiche e tecniche nelle Aziende Sanitarie;
   la legge 1° febbraio 2006, n. 43 «Disposizioni in materia di professioni sanitarie infermieristiche, ostetrica, riabilitative, tecnico-sanitarie e della prevenzione e delega al Governo per l'istituzione dei relativi ordini professionali ha stabilito, oltre all'iscrizione obbligatoria all'albo professionale e all'aggiornamento professionale effettuato in modalità identiche alla classe medica, che per l'esercizio di peculiari funzioni (coordinamento, esperto clinico, coordinamento) sono necessari specifici titoli di studio, rimodulando l'articolazione, il ruolo e la conseguente progressione di carriera;
   il Ministero della difesa, nella Direttiva SMD-L-022 riconosce al personale sottufficiale la possibilità di frequentare la laurea specialistica per l'assolvimento di funzioni direttive e di docenza;
   presso la Commissione per la Formazione continua, istituita presso il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, opera personale infermieristico, in quanto prevalente l'interesse didattico formativo multidisciplinare, a differenza del Comitato per la formazione sanitaria del Ministero della Difesa dove, invece, è presente solo personale medico del ruolo dei dirigenti –:
   se il Ministro in indirizzo abbia recepito con propri atti regolamentari i contenuti delle leggi citate in premessa;
   se il personale medico occupi posizioni organiche riferibili al personale infermieristico con particolare riferimento alla sezione scienze infermieristiche della scuola di sanità e veterinaria;
   quali siano attualmente i provvedimenti che il Ministro interrogato abbia disposto per la concessione della licenza per l'aggiornamento professionale, per la rimodulazione della presenza, del ruolo e della progressione di carriera del personale infermieristico e tecnico infermieristico delle Forze armate;
   quali siano le motivazioni che non permettono all'interno delle strutture sanitarie militari di poter svolgere le funzioni di coordinamento e di costituire le strutture direttive/dirigenziali previste per il personale infermieristico e tecnico;
   quali siano le motivazioni per cui il Ministero della difesa ricorre al convenzionamento di personale esterno per le funzioni di Direttore del corso di laurea infermieri – sede Policlinico militare, sebbene disponga di personale in possesso dei requisiti formativi e professionali per esercitare tale ruolo;
   quali siano i motivi per cui non viene garantita la formazione continua ECM nella misura prevista per il personale infermieristico;
   quali siano i motivi per cui la progressione di carriera in ambito sanitario avvenga senza tenere conto della formazione/specializzazioni realmente possedute dal personale;
   quali siano i motivi che vietano al personale militare infermieristico la possibilità di esercitare la libera professione allo stesso modo di quanto normativamente previsto per il personale medico. (4-03933)

  Risposta. — La legge 10 agosto 2000, n. 251 ha profondamente rinnovato il ruolo svolto dalle diverse professioni sanitarie: in considerazione di ciò e nell'ottica di valorizzazione del proprio personale, gli ispettorati/comandi di Forza armata hanno affidato al personale infermieristico, con propri atti decentrati, alcune attività sanitarie che ne valorizzano il ruolo e la responsabilità, garantendone l'autonomia professionale.
  Di fatto, nel settore sanitario – così come in altri campi a elevata peculiarità specialistica – può verificarsi, talvolta, che il personale infermieristico sia chiamato a seguire procedure e a svolgere attività che hanno carattere evidentemente tecnico e che comportano, di conseguenza, forti responsabilità.
  Cito, in proposito, l'articolo 213 del Codice dell'ordinamento militare, di cui al decreto legislativo n. 66 del 2010, nel quale è previsto che nei teatri operativi, nei casi di urgenza ed emergenza, in assenza di personale medico, «al personale infermieristico militare specificatamente formato e addestrato è consentita l'effettuazione di manovre per il sostegno di base e avanzato delle funzioni vitali e per il supporto di base e avanzato nella fase di pre-ospedalizzazione del traumatizzato».
  Quanto, invece, alle posizioni organiche riferibili al personale infermieristico – con particolare riferimento alla sezione scienze infermieristiche della scuola di sanità e veterinaria dell'esercito – sottolineo che non vi è personale medico impiegato nell'espletamento di incarichi che sono ordinativamente contemplati per il solo personale in possesso di laurea di primo livello in infermieristica.
  Per quanto riguarda l'aggiornamento professionale del personale infermieristico e tecnico-infermieristico, non è prevista alcuna tipologia di licenza straordinaria per l'aggiornamento scientifico, mentre, per quel che attiene la progressione di carriera, si fa presente che il personale militare in questione è iscritto nel ruolo marescialli previsto dagli articoli 809, 811 e 817 del codice dell'ordinamento militare, di cui al decreto legislativo n. 66 del 2010 e, pertanto risulta assoggettato alle relative norme di stato giuridico e avanzamento.
  Relativamente all'opportunità di «costituire strutture direttive/dirigenziali», osservo che in ambito difesa, la figura dell'infermiere, nella quasi totalità dei casi, ha un rapporto di collaborazione/dipendenza – sia nella sfera tecnico-infermieristica sia in quella gerarchica-organizzativa – con quella del medico: ciascuna Forza armata attribuisce senza dubbio alcuno alla figura professionale di infermiere un ruolo fondamentale che non può, comunque, prescindere dalle disposizioni impartite dal medico.
  L'organizzazione militare è strutturata, infatti, in maniera tale da ricondurre l'attività di direzione e d'indirizzo sanitario in capo alla figura del medico, la cui posizione gerarchica-funzionale deve quindi risultare sempre sovraordinata a quella dell'infermiere: ciò, per evitare situazioni di incongruenza tra funzioni esercitate, responsabilità assegnate e gradi rivestiti.
  In merito alle «funzioni di Direttore del corso di laurea infermieri – sede Policlinico militare», faccio presente che la costituzione del corso di laurea di primo livello in infermieristica a favore dei sottufficiali dell'esercito, è stata disciplinata dalla stipula di un accordo tra l'università degli studi di Roma «Tor Vergata», la scuola di sanità e veterinaria militare e il policlinico militare di Roma; l'ultimo accordo risale al 10 marzo 2003.
  Per dare attuazione all'intesa, si fece ricorso al convenzionamento di un dirigente infermieristico esterno all'amministrazione difesa, con funzioni di coordinamento delle attività didattiche, atteso che all'epoca della sottoscrizione del primo accordo non si disponeva di personale militare con adeguata competenza ed esperienza.
  Successivamente, considerata la disponibilità di operatori militari che per percorso formativo e professionale possono ricoprire tale funzione, il 25 novembre 2010 è stato nominato direttore del corso di laurea in infermieristica un operatore militare in possesso del previsto percorso formativo professionale (sottufficiale infermiere).
  In merito alla formazione continua in medicina (Ecm), si rappresenta, in linea generale, che la stessa è stata normata dal decreto legislativo n. 229 del 1999 e prevede la stessa misura formativa (misurata in crediti formativi Ecm) per tutto il personale sanitario, senza distinzione alcuna.
  Tuttavia, per il personale sanitario militare, bisogna considerate che l'offerta formativa deve armonizzarsi con le esigenze di servizio e le risorse finanziarie disponibili.
  Per quanto concerne la «progressione di carriera in ambito sanitario», occorre specificare che, con riferimento a tutte le categorie di personale (ufficiali, sottufficiali e truppa) – e, quindi, anche per il personale sanitario militare – i titoli di formazione e di specializzazione posseduti dagli interessati sono valutati dai competenti organi collegiali ai fini dell'avanzamento al grado superiore.
  Con riferimento all'ultimo quesito, evidenzio che l'esercizio della libera professione è preclusa ai sottufficiali, ai sensi dell'articolo 894 del richiamato codice dell'ordinamento militare.
  La norma prevede che i sottufficiali in servizio permanente non possono esercitare alcuna professione, mestiere, industria o commercio né attendere ad occupazioni ovvero assumere incarichi che siano incompatibili con l'adempimento dei propri doveri.
  Analogo divieto è sancito, in via generale, anche per gli ufficiali, salvo i casi previsti da disposizioni speciali (articolo 210 del Codice dell'ordinamento militare).
  Dunque, i sottufficiali in questione rientrano, al pari del restante personale, tra i destinatari della circolare della competente direzione generale per il personale militare datata 31 luglio 2008, concernente «Disposizioni in materia di esercizio di attività extra professionali retribuite da parte del personale militare e di concessione delle relative autorizzazioni. Disciplina delle incompatibilità».
  Sulla base di tale circolare può essere concessa l'autorizzazione per le sole attività, meramente saltuarie ed effettuate senza carattere di continuità/assiduità, in modo da non avere riflessi sul servizio, secondo i criteri e le modalità ivi stabilite.
  Per completezza d'informazione, si rappresenta, infine, che anche la sanità militare sarà oggetto di riforma nell'ambito della revisione dello strumento militare, oggetto del disegno di legge delega all'esame del Parlamento allo scopo di adeguarla alle future esigenze operative.

Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   in Italia l'attuale percorso formativo per il conseguimento della laurea in infermieristica si sviluppa secondo le disposizioni del decreto del Ministero dell'università del 3 novembre 1999, n. 509, successivamente modificato dal decreto ministeriale del 22 ottobre 2004, n. 270, in linea con le direttive dell'Unione europea 77/452/CEE, 77/453/CEE, 80/154/CEE, 80/155/CEE, 2005/36/CE e successive modificazioni, concernenti il reciproco riconoscimento dei titoli, nonché il coordinamento delle disposizioni legislative e regolamentari per le attività infermieristiche;
   l'esercizio della professione sanitaria infermieristica è autonomo ed indipendente rispetto alle altre professioni sanitarie (medici, farmacisti, odontoiatri, veterinari, psicologi-psicoterapeuti, professioni sanitarie riabilitative, tecnico-sanitarie e della prevenzione) ed è vincolato al conseguimento del titolo accademico di laurea, rilasciato a seguito di un esame finale con valore abilitante alla professione ed all'iscrizione al relativo albo professionale;
   l'infermiere è, di fatto, un pubblico ufficiale il cui titolo è valido sull'intero territorio nazionale ed è rilasciato nel rispetto della normativa europea in materia di libera circolazione delle professioni;
   solamente nel 2010, con il decreto legislativo del 15 marzo, n. 66 – Codice dell'ordinamento militare – all'articolo 212 è stato stabilito che il personale infermieristico militare svolge con «autonomia professionale» le specifiche funzioni ed è articolato in conformità a quanto previsto dalla legge 1° febbraio 2006, n. 43; ad esso viene, peraltro, attribuita la «diretta responsabilità e gestione» dell'attività di assistenza infermieristica e delle connesse funzioni, in linea con le disposizioni di legge nazionali e comunitarie;
   nonostante quanto stabilito con il decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, ad oggi in Italia, a differenza delle altre principali forze della NATO, l'infermiere militare è ancora collocato nel ruolo dei sottufficiali, in regime di completa subordinazione gerarchica rispetto a tutte le altre professioni sanitarie militari;
   malgrado l'acquisizione del titolo accademico di laurea e delle elevate competenze di autonomia professionale, nonostante l'impiego sistematico presso i servizi sanitari che richiedono piena e diretta responsabilità, ad oggi, agli infermieri militari non viene riconosciuto il diritto di poter entrare a far parte del corpo sanitario degli ufficiali delle singole forze armate, né, tantomeno, viene riconosciuta loro la possibilità di poter partecipare ai corsi di «leadership infermieristica» organizzati dalla NATO per gli ufficiali infermieri dei Paesi membri –:
   se il Ministro interrogato sia a conoscenza di quanto in premessa e quali azioni intenda intraprendere per garantire un adeguato inquadramento gerarchico e funzionale delle professioni sanitarie infermieristiche nella organizzazione militare nazionale ed internazionale (NATO). (4-13964)

  Risposta. — In ambito difesa, la figura dell'infermiere, nella quasi totalità dei casi, ha un rapporto di collaborazione/dipendenza – sia nella sfera tecnico-infermieristica sia in quella gerarchico-organizzativa – con quella del medico: ciascuna Forza armata attribuisce senza dubbio alcuno alla figura professionale di infermiere un ruolo fondamentale che non può, comunque, prescindere dalle disposizioni impartite dal medico.
  L'organizzazione militare è strutturata, infatti, in maniera tale da ricondurre l'attività di direzione e d'indirizzo sanitario in capo alla figura del medico, la cui posizione gerarchico-funzionale deve quindi risultare sempre sovraordinata a quella dell'infermiere: ciò, per evitare situazioni di incongruenza tra funzioni esercitate, responsabilità assegnate e gradi rivestiti.
  Vorrei sottolineare, nel merito, che il diploma di laurea previsto quale requisito per il personale infermieristico militare non può comportare, di per sé, l'inquadramento nel ruolo direttivo; peraltro, nell'ambito del percorso di formazione iniziale dei marescialli/ispettori, è previsto, ormai da diversi anni, un
iter universitario per il conseguimento della laurea triennale.
  Nel settore sanitario – così come in altri campi ad elevata peculiarità specialistica – il confine tra attività direttiva e attività non direttiva è meno marcato rispetto ad altri settori: può verificarsi, talvolta, che il personale infermieristico sia chiamato a seguire procedure e a svolgere attività che hanno carattere evidentemente tecnico e che comportano, di conseguenza, forti responsabilità.
  Cito, in proposito, l'articolo 213 del codice dell'ordinamento militare, di cui al decreto legislativo n. 66 del 2010, nel quale è previsto che nei teatri operativi, nei casi di urgenza ed emergenza, in assenza di personale medico, «al personale infermieristico militare specificatamente formato e addestrato è consentita l'effettuazione di manovre per il sostegno di base e avanzato delle funzioni vitali e per il supporto di base e avanzato nella fase di pre-ospedalizzazione del traumatizzato».
  Tale previsione, sicuramente connaturata alla attività infermieristica, non è, tuttavia, sufficiente per qualificare il personale in questione quale «direttivo», pur essendo, peraltro, pienamente coerente con le disposizioni normative in base alle quali il personale non direttivo potrebbe, in casi particolari, svolgere funzioni a carattere direttivo – così come previsto, a carattere generale, dall'articolo 839 del richiamato codice dell'ordinamento militare – senza che ciò incida sulla collocazione del personale nell'ambito dell'organizzazione.
  Soggiungo, in ultimo, che nell'ambito dell'organizzazione militare, il passaggio dal ruolo non direttivo a quello direttivo avviene, indipendentemente dal possesso del diploma di laurea, solo per concorso e ciò è previsto anche per i sottufficiali infermieri che possono accedere al ruolo speciale degli Ufficiali del corpo sanitario.
  Per completezza di informazione, si rappresenta che anche la sanità militare sarà oggetto di riforma nell'ambito della revisione dello strumento militare, oggetto del disegno di legge delega all'esame del Parlamento, allo scopo di adeguarla alle future esigenze operative.

Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   una nota di agenzia ha riportato la notizia che «DIFESA: DI PAOLA, GROSSO PROBLEMA  ? PERSONALE. NEL 2012 SPESA 9 MLD (ASCA) – Roma, 14 dic – Nella voce spesa del ministero, della Difesa “il grosso problema è la gestione del personale”. Lo ha dichiarato il Ministro della difesa, Giampaolo Di Paola durante l'audizione alle Commissioni riunite difesa di Camera e Senato. “Nel 2004 le risorse dedicate alle forze armate – ha spiegato Di Paola – erano di 14 miliardi di euro, corrispondevano all'1,2 del Pil, di queste 7,5 miliardi andavano al personale dunque il 54 per cento del bilancio. Nel 2012, dopo 8 anni, siamo a 13 miliardi di euro che corrispondono allo 0,84 del Pil e le spese per il personale sono 9 miliardi di euro pari al 70 per cento del bilancio. Nel 2004 le spese dell'esercizio, compreso l'addestramento del personale e le operazioni, erano 3,4 miliardi di euro pari al 24 per cento del bilancio e nell'anno di grazia 2012 sono 1,5 miliardi di euro pari all'11 per cento. Ci possono essere delle ideologie ma questi sono i fatti”. “Un Parlamento e un governo responsabile davanti a questa situazione – ha concluso Di Paola – non può rendersi conto che la situazione non può reggere”»;
   da fonti di stampa è anche possibile apprendere che il capo di stato maggiore della difesa, generale Biagio Abrate, ha dichiarato che «Una gestione equilibrata dello strumento militare si raggiunge con una suddivisione diversa, e cioè il 50 per cento per il personale e 25 per cento ciascuna le altre due voci»;
   nel 2010 la «funzione difesa», suddivisa per settori di spesa ha assorbito risorse per un totale di 14.295 milioni di euro, di cui 9.347,1 per il personale, 1.760,4 per l'esercizio e 3.187,4 per l'investimento. Relativamente al terzo settore di spesa sono stati destinati alla voce «Ammodernamento e rinnovamento» ben 3.187,4 milioni di euro (fonte: nota aggiuntiva allo stato di previsione per la difesa per l'anno 2011);
   altre fonti di stampa hanno riportato la notizia che la riduzione del numero complessivo delle unità da tagliare ammonterebbe a 40.000-45.000 unità e riguarderebbe prevalentemente il ruolo dei marescialli;
   appare quindi chiara agli interroganti, per la dichiarazione espressa dal generale Abrate, la volontà di mantenere inalterati, anzi incrementarli, i settori di spesa relativi all'investimento e all'esercizio a discapito del personale;
   recentemente sono state emanate delle disposizioni normative che prevedono la possibilità per il personale militare di transitare, a domanda, verso le altre amministrazioni dello Stato –:
   se le notizie riportate in premessa corrispondano al vero;
   se abbia previsto forme di incentivi, anche economici, per il personale che intenderà transitare verso altre amministrazioni pubbliche e quali siano gli ulteriori interventi che il Ministro interrogato intende adottare;
   se intenda ridurre la spesa destinata agli investimenti, quale sia l'ammontare complessivo delle riduzioni che intende operare e, quali siano i programmi pluriennali che intende ridurre o sospendere e in quali termini. (4-14257)

  Risposta. — In relazione alle questioni affrontate con l'atto in esame rammento che in più di una circostanza ed in diverse sedi parlamentari ed istituzionali, ho avuto modo di illustrare i lineamenti generali del progetto di revisione dell'intero strumento militare, che è ora contemplato dal disegno di legge delega (A.S. 3271), all'esame del Senato della Repubblica.
  Al riguardo richiamo gli elementi essenziali del progetto di riforma, da me illustrati nelle predette circostanze.
  In primo luogo, per quanto riguarda le risorse di bilancio destinate alla funzione difesa, rammento che esse sono passate nel periodo 2004-2012 dall'1,01 per cento del Pil del 2004 allo 0,84 per cento del Pil del 2012 con una riduzione del 16 per cento.
  Ciò significa che in termini monetari l'incidenza della funzione difesa è diminuita in 8 anni di oltre il 30 per cento.
  Anche il valore della funzione difesa in termini reali è diminuito significativamente. Infatti al calo monetario del 4 per cento dal 2004 al 2012 (da 14,1 miliardi a 13,6 miliardi) va aggiunta la perdita del potere d'acquisto dovuta all'inflazione, che nel settore delle spese militari per il periodo 2004-2012 può essere stimata intorno al 20/25 per cento quindi una diminuzione in termini reali della funzione difesa del 25/30 per cento.
  I dati più recenti (12 gennaio 2012) elaborati dalla
European defence agency (Eda), una agenzia europea terza ed indipendente, relativi alle spese per la difesa di tutti i paesi europei riferiti al bilancio 2010, ci dicono che la media europea dei bilanci per la difesa, come percentuale del Pil, è di 1,61 per cento.
  Il dato italiano della funzione difesa nel 2010 era 0,9 per cento (percentuale tra le più basse in assoluto). La media europea della spesa del personale rispetto al totale della spesa per la difesa è del 51 per cento; per l'Italia siamo oggi al 70 per cento. La media europea della spesa di investimento per singolo militare è di 26.458 euro; per l'Italia, invece, è di 16.424 euro.
  Inoltre a seguito della legge di stabilità 2011, la funzione difesa ha subito un'ulteriore riduzione netta di 1,5 miliardi di euro nel 2012 e complessivamente di 3 miliardi nel triennio 2012-2014.
  Anche considerando il contributo del ministero dello sviluppo economico (1.300 milioni di euro) il dato italiano della funzione difesa nel 2012 non cambia significativamente, risultando pari allo 0,92 per cento del Pil, comunque molto al di sotto della media europea.
  Qualsiasi struttura organizzata in queste condizioni non ha futuro e finirebbe in un
default funzionale, cioè consumare risorse senza produrre output e l’output delle Forze armate è costituito dalla loro capacità operativa.
  Poiché nel contesto attuale di austerità fiscale non siamo in condizioni di ricapitalizzare lo strumento al livello degli altri Paesi europei, l'unica soluzione per salvaguardare l'efficienza e le capacità operative è ridimensionare lo strumento in coerenza col capitale disponibile, cioè ridurre le sue dimensioni, orientando lo strumento verso una condizione di sostenibilità e di efficacia operativa.
  Ribadisco, dunque, che si dovrà progressivamente ridurre la spesa del settore personale (tendenzialmente verso il 50 per cento) e riorientare le risorse così ottenute a vantaggio del settore operatività, il più sacrificato (oggi al 12 per cento) e dell'investimento (oggi al 18 per cento), contando per quest'ultimo settore anche sul sostegno del Ministero dello sviluppo economico a programmi di ricerca e di sviluppo tecnologici del settore difesa. Si tratta di un sostegno coerente e funzionale al tema della crescita e dello sviluppo, uno dei tre cardini dell'azione del Governo.
  L'attuale dimensionamento di riferimento dello strumento è di 190.000 militari e 30.000 civili. La realtà oggi è di 183.000 militari e 30.000 civili circa.
  Per ricondurre lo strumento ad un dimensionamento più corretto e sostenibile con le disponibilità programmatiche di riferimento, dovremo progressivamente scendere a 150.000 militari e 20.000 civili. Una riduzione, cioè, di 43.000 unità, pari a circa il 20 per cento delle attuali.
  Gli strumenti più importanti potenzialmente disponibili sono il transito nei ruoli civili del dicastero, nonché verso altre pubbliche amministrazioni, anche mediante riserve e preferenze, programmi di assistenza al reinserimento nel mondo del lavoro esterno ma anche una più estesa applicazione dello strumento della Arq (Aspettativa per riduzione quadri) per i militari, non escludendo
a priori, ove fattibile e conveniente, l'applicazione di forme di part time per talune funzioni e categorie di personale civile.
  La riduzione progressiva degli effettivi della difesa costituisce un percorso non indolore ma inevitabile interessando, per la sua dimensione, un'ampia platea di personale.
  Peraltro, è un percorso progettato nell'arco di un decennio e più e quindi con un impatto diluito nel tempo e distribuito su più categorie in misura equa e trasparente.
  Il personale è una risorsa primaria per ogni istituzione, ed ancor di più per le Forze armate e per la difesa e pertanto, pur nella ineludibilità e progressività temporale del provvedimento (circa un decennio), ogni attenzione andrà riservata al personale per mitigarne per quanto possibile gli effetti.
  In tale quadro, per quanto concerne invece i programmi di investimento, come ho avuto già modo di assicurare in sede di audizione presso le commissioni riunite di Camera e Senato il 29 febbraio 2012, confermo che stiamo lavorando a tutto campo, tenuto conto che si tratta di una revisione complessiva, ovvero analitica e dettagliata, ma anche omnicomprensiva, nella quale ogni elemento deve essere considerato e valutato non singolarmente ma come parte integrante di un
unicum che deve rimanere armonico per essere efficace ed efficiente.
  La riorganizzazione in questione è finalizzata all'ottenimento di uno strumento militare di dimensioni più contenute ma più sinergico ed efficiente nell'operatività e pienamente integrato nel contesto dell'Unione europea e della Nato, capace di esprimere e di sostenere capacità operative adeguate agli scenari di instabilità del quadro geopolitico e geoeconomico.
  La trasformazione richiederà, necessariamente, del tempo e stabilità programmatica. A tal proposito, il fattore determinante è rappresentato dal processo di progressiva riduzione del personale, al quale dobbiamo rivolgere la massima attenzione e considerazione.
  È questo, dunque, il senso e lo spirito della legge-delega, nella quale potranno essere messi a sistema tutti i necessari interventi normativi – mantenendo la dovuta attenzione al personale – in un quadro unitario e razionale, coerente con le esigenze di risanamento delle finanze pubbliche, con il prioritario obiettivo di continuare a rendere disponibili per il Paese Forze armate in grado di tutelarne la sicurezza e la difesa dei legittimi interessi, nell'ambito delle organizzazioni di riferimento della Comunità internazionale.

Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   con la legge n. 106 del 9 febbraio 1982, attuativi del regolamento sanitario internazionale adottato a Boston il 25 luglio 1969 e successive integrazioni, si dettano le disposizioni concernenti i documenti sanitari per le unità navali che operano nei porti esteri, le autorità portuali demandate ad emetterli e i requisiti essenziali che queste devono avere (articolo 17); tali autorità devono essere identificate e comunicate all'Organizzazione mondiale della sanità che provvede ad inserirle in un elenco costantemente aggiornato e reso pubblico sul sito di riferimento (articolo 21). Le autorità portuali sottoposte a sorveglianza da parte dell'Organizzazione mondiale della sanità sono le uniche autorizzate all'emissione dei certificati di derattizzazione ed esenzione dalla derattizzazione (articolo 54);
   la risoluzione n. 58.3 del 23 maggio 2005 dell'Organizzazione mondiale della sanità aggiorna il precedente regolamento sanitario internazionale e rivede le misure sanitarie, le documentazioni e le nuove linee guida tecniche (nuovo regolamento sanitario internazionale 2005 – parte IV – articoli 19, 20, 22, 35, 36, 37, 39); tra le documentazioni aggiornate compaiono il certificato di derattizzazione ed il certificato di esenzione dalla derattizzazione; questi ultimi due, per anni considerati documenti sanitari internazionali delle unità navali, sono stati abrogati e sostituiti dal certificato di sanificazione e dal certificato di esenzione dalla sanificazione;
   riguardo ai nuovi certificati sanitari è stato emanato un parere tecnico dall'Organizzazione mondiale della sanità (DGPREV-III-ParereTecnicoCertifNAVI-0MS2007) sulle autorità competenti all'ispezione delle navi per il rilascio degli stessi che impone, contestualmente, la loro entrata in vigore da giugno del 2007; in tal senso, il Ministero della salute ha creato un apposito applicativo (NSIS) ’in cui sono inseriti i centri U.S.M.A.F. (uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera), di riferimento territoriale e riconosciuti dall'Organizzazione mondiale della sanità attraverso i quali sono prodotte tutte le ispezioni e le certificazioni ufficiali richieste dalla nuova normativa internazionale vigente in tema di profilassi delle malattie e di salute pubblica;
   presso l'amministrazione della difesa, ad oggi, non risulta contemplato o regolamentato il nuovo assetto per il rilascio della certificazione di sanificazione o dell'eventuale certificazione di esenzione dalla sanificazione previsto dalla normativa internazionale attualmente in vigore;
   presso la Marina militare italiana, per le unità navali dipendenti, viene ancora rilasciato semestralmente e senza formali ispezioni a bordo da parte dell'autorità sanitaria preposta, il certificato di esenzione dalla derattizzazione, sebbene tale certificato sia stato abrogato nel 2005 dal nuovo regolamento sanitario internazionale; tale certificato, rilasciato dalle regioni di Sanità di La Spezia e di Taranto secondo le disposizioni dell'ispettorato di sanità M.M. e del comando in capo della Squadra navale, risulta peraltro privo di valenza nazionale ed internazionale;
   il 15 ottobre 2011 a pagina 4 del giornale La Nazione (La Spezia) veniva pubblicato un articolo che denunciava l'infestazione da ratti di una unità navale della Marina militare italiana, unità che risultava peraltro in possesso di certificazione di esenzione dalla derattizzazione emesso dalla direzione di sanità M.M. di La Spezia –:
   se il Ministro interrogato sia a conoscenza di quanto in premessa e quali iniziative intenda intraprendere per garantire il recepimento delle linee guida internazionali in tema di certificazioni sanitarie internazionali e di contestuale riduzione dei rischi sanitari per gli equipaggi militari marittimi e per la sanità pubblica, sia in territorio nazionale che nei teatri internazionali;
   se il Ministro interrogato sia in grado di quantificare il numero di certificati di esenzione dalla derattizzazione finora emessi dalle Defezioni dignità M.M. di La Spezia e di Taranto dall'entrata in vigore del nuovo regolamento sanitario internazionale a data odierna e se le medesime direzioni di sanità risultano essere sottoposte a sorveglianza da parte dell'Organizzazione mondiale della sanità, ai sensi degli articoli 21 e 54 legge n. 106 del 9 febbraio 1982. (4-14411)

  Risposta. — Il Regolamento sanitario internazionale (Rsi), entrato in vigore il 15 giugno 2007, è attualmente operante sia per quanto concerne la notifica di malattie che le comunicazioni da e con l'Organizzazione mondiale della sanità, mentre la sua applicazione sarà progressiva – con termine finale nel 2016 – per gli aspetti relativi alla costruzione, allo sviluppo e al mantenimento delle capacità essenziali di sorveglianza, rilevazione, comunicazione e gestione di eventi che possano costituire un'emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale, nonché delle capacità essenziali dei punti di ingresso internazionali (porti, aeroporti, punti di attraversamento terrestri), per l'adozione di misure di sanità pubblica sui flussi internazionali
  Ciò premesso, sebbene non siano previste specifiche norme per le unità militari, tuttavia, tenuto conto del particolare
status giuridico e dei compiti precipui del naviglio militare, nonché degli standard di igiene e di assistenza sanitaria garantiti dalla presenza di una componente sanitaria proporzionata al tipo di missione, l'attività di controllo è delegata – per ovvi motivi di sicurezza e di riservatezza – all'organizzazione sanitaria militare.
  Con particolare riferimento alle iniziative per «garantire il recepimento delle linee guida internazionali in tema di certificazioni sanitarie internazionali», sottolineo che in data 6 ottobre 2009 è stato stipulato un accordo di collaborazione tra i Ministeri della salute e della difesa, nel quale è previsto che il «Ministero della difesa, per il tramite della propria organizzazione sanitaria, svolge funzioni delegate di autorità sanitaria competente all'applicazione delle misure di sanità pubblica sul traffico aereo e marittimo militare presso i
points of entry nazionali militari, ai sensi del Regolamento Sanitario Internazionale, dandone riscontro al Ministero della salute» (articolo 2, comma 6).
  In virtù di tale accordo è stato avviato, con rappresentanti del Ministero della salute, un lavoro congiunto teso ad armonizzare le procedure previste dal nuovo Rsi con quelle messe in atto dagli uffici sanitari delle Forze armate, sia per la verifica delle condizioni igieniche a bordo delle navi e degli aeromobili militari con rilascio delle relative certificazioni internazionali, sia in riferimento alle capacità strutturali dei punti di ingresso marittimi e aerei direttamente gestiti dall'Amministrazione Difesa, in caso di emergenze di sanità pubblica.
  A completamento del lavoro, premesso che l'autorità sanitaria per le finalità dell'applicazione del Ris rimane il Ministero della salute, potranno essere comunicati all'Organizzazione mondiale della sanità, da parte del competente Ministero della salute, gli uffici afferenti al Ministero della difesa autorizzati al rilascio delle certificazioni previste dallo stesso Regolamento, al pari degli Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera dello stesso Ministero della salute.
  Per quanto attiene, nello specifico, la Marina militare, è stato predisposto un apposito documento, relativo alle «Procedure Operative per l'applicazione del RSI 2005 presso i porti e gli aeroporti della Marina Militare», successivamente inoltrato al Ministero della salute
  Tale nuova regolamentazione, che troverà applicazione nell'anno in corso, conferma, comunque, il ruolo di organo certificatore alle direzioni di sanità della marina militare (Marisan) dipartimentali, in piena aderenza con la normativa sanitaria internazionale.
  È il caso di chiarire, in proposito, che l'opera di coordinamento e di controllo da parte delle richiamate direzioni si esplica attraverso una puntuale e continuativa attività di verifica delle condizioni igienico-sanitarie degli ambienti di vita, attraverso la componente sanitaria imbarcata e il comando di bordo, testimoniati da relazioni mensili e da periodici controlli sul personale ben più stringenti di quanto previsto dallo stesso Rsi.
  Dall'entrata in vigore del nuovo Rsi (dal 15 giugno 2007 a tutto il 2011), le direzioni di sanità della marina militare hanno emesso 542 certificati di esenzione dalla derattizzazione, di cui:
   198 da parte di Marisan La Spezia;
   344 da parte di Marisan Taranto.

  Quanto, in ultimo, al rinvenimento di topi a bordo della Nave Vesuvio, il fatto può essere considerato assolutamente episodico, probabilmente favorito da elementi contingenti, fra i quali l'interruzione momentanea della corrente a 400 Hz, la cui presenza costituisce un fattore disincentivante della salita a bordo di topi.
  In ogni caso, l'immediata azione di contrasto posta in essere da parte degli organi sanitari militari preposti, ha in breve tempo risolto la problematica, mediante l'esecuzione di due interventi di derattizzazione, eseguiti da personale appositamente addestrato.
  Si assicura, comunque, l'interrogante che, oltre a porre in essere ogni azione utile a prevenire il fenomeno, la problematica continuerà ad essere oggetto di costante e massima attenzione e che, ovviamente, saranno osservate tutte le disposizioni vigenti in materia.

Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 6, comma 3, del decreto-legge 12 luglio 2011, n. 107 convertito, con modificazioni, dalla legge 2 agosto 2011, n. 130, prevede che «al personale che partecipa alle missioni di cui al presente decreto il compenso forfettario di impiego e la retribuzione per lavoro straordinario sono corrisposti in deroga, rispettivamente, ai limiti di cui all'articolo 9, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 11 settembre 2007, n. 171, e ai limiti orari individuali di cui all'articolo 10, comma 3, della legge 8 agosto 1990, n. 231. Al personale di cui all'articolo 1791, commi 1 e 2, del codice dell'ordinamento militare, di cui al decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, il compenso forfettario di impiego è attribuito nella misura di cui all'articolo 9, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica n. 171 del 2007»;
   l'articolo 2, comma 3, del decreto-legge 29 dicembre 2011, n. 215 prevede che «al personale che partecipa alle missioni di cui all'articolo 1, commi 5 e 11, e al personale di cui all'articolo 5, comma 2, del decreto-legge 12 luglio 2011, n. 107, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 agosto 2011, n. 130, è corrisposto il compenso forfettario di impiego ovvero la retribuzione per lavoro straordinario in deroga, rispettivamente, ai limiti di cui all'articolo 9, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 11 settembre 2007, n. 171, e ai limiti orari individuali di cui all'articolo 10, comma 3, della legge 8 agosto 1990, n. 231. Al personale di cui all'articolo 1791, commi 1 e 2, del codice dell'ordinamento militare, di cui al decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, il compenso forfettario di impiego è attribuito nella misura di cui all'articolo 9, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica n. 171 del 2007»;
   l'articolo 14, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 16 aprile 2009, n. 52, dispone che «le ore eccedenti l'orario di lavoro settimanale vanno retribuite con il compenso per lavoro straordinario entro i limiti massimi previsti dalle disposizioni vigenti. Le eventuali ore che non possono essere retribuite, nell'ambito degli ordinari stanziamenti di bilancio, devono essere recuperate mediante riposo compensativo entro il 31 dicembre dell'anno successivo a quello in cui sono state effettuate, tenuto conto della richiesta del personale, da formularsi entro il termine che sarà stabilito da ciascuna Amministrazione con apposita circolare, e fatte salve le improrogabili esigenze di servizio. Decorso il predetto termine del 31 dicembre le ore non recuperate sono comunque retribuite nell'ambito delle risorse disponibili, limitatamente alla quota spettante a ciascuna Amministrazione, a condizione che la pertinente richiesta di riposo compensativo non sia stata accolta per esigenze di servizio»;
   l'articolo 11, comma 5, del decreto del Presidente della Repubblica 13 giugno 2002, n. 163 dispone che «i riposi settimanali non fruiti per esigenze connesse con l'impiego in missioni internazionali sono fruiti all'atto del rientro in territorio nazionale nella misura pari alla differenza tra il beneficio spettante ed i recuperi e riposi accordati ai sensi della normativa di settore; tale beneficio non è monetizzabile»;
   Nave Grecale da fine novembre 2011 è impiegata nell'operazione OCEAN SHIELD per cui è destinataria di tutte le norme legislative citate, tuttavia l'applicazione degli istituti del riposo compensativo e del riposo settimanale non appare conforme alla concertazione; infatti il radio messaggio 06753/N/C-8CDIVCM del 9 novembre 2011 del comando in capo navale (CINCNAV) della Marina militare ordina che l'equipaggio nelle soste operative in porto sia inviato sistematicamente in recupero compensativo d'autorità, senza tener conto delle richieste del personale ma solo delle esigenze di servizio e di bilancio;
   l'interrogazione a risposta scritta 4-12487 ha già messo in luce che il comando in capo navale della Marina militare non applicherebbe correttamente gli istituti suddetti, ma non ha ancora avuto risposta –:
   quali immediate iniziative il Ministro interrogato intenda adottare affinché lo Stato maggiore della Marina militare impartisca alle articolazioni di Forza armata poste alle sue dipendenze le disposizioni atte a garantire che le norme citate dei provvedimenti di concertazione siano recepite e attuate integralmente. (4-14963)

  Risposta. — Ai sensi dell'articolo 3, della legge n. 86 del 2001 il personale «impegnato in esercitazioni od in operazioni [...] non è assoggettato, durante i predetti periodi, alle vigenti disposizioni in materia di orario di lavoro ed ai connessi istituti» e «Durante lo svolgimento delle predette attività devono essere garantiti al personale il recupero delle energie psicofisiche e comunque la fruizione di adeguati turni di riposo».
  Per quanto sopra, con riferimento a Nave Grecale, impegnata nell'operazione «
Ocean Shield», ed al suo equipaggio, non trova applicazione il disposto di cui all'articolo 14, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 16 aprile 2009, n. 52, richiamato nel testo dell'interrogazione, in quanto, in relazione al disposto normativo di cui al menzionato articolo 3, comma 1, della legge n. 86 del 2001, in ragione del particolare tipo di attività operativa espletata e per effetto del riconoscimento del compenso forfettario di impiego, così come previsto dal decreto di proroga delle missioni internazionali (articolo 2, del decreto-legge n. 215 del 2011, convertito dalla legge n. 13 del 2012), tutte le disposizioni in materia di orario di lavoro sono disapplicate.
  Relativamente ai turni di riposo concessi al personale, secondo quanto disposto dal Comando in Capo della squadra navale con il messaggio del 9 novembre 2011 evidenziato nell'atto, durante le soste in porto dell'unità essi:
   sono da intendersi in applicazione del richiamato articolo 3 della legge n. 86 del 2001, che impone l'obbligo all'amministrazione difesa di garantire la fruizione di adeguati turni di riposo nei confronti del personale, effettuabili solo nei casi di sosta e con criteri organizzativi tali da poter garantire la sicurezza dell'unità in aree di crisi;
   non sono in contrasto con quanto dispone l'articolo 11, comma 5, del decreto del Presidente della Repubblica 13 giugno 2002, n. 163, anch'esso richiamato nel testo dell'interrogazione, in quanto tale disposizione disciplina unicamente la fattispecie dei «riposi settimanali non fruiti nell'area di operazione per esigenze connesse con l'impiego in missioni internazionali», non escludendo, pertanto, la possibilità che i medesimi possano essere fruiti permanendo in «teatro».

  Per quanto sopra esposto, la condotta del Comando in Capo della squadra navale deve intendersi in linea con le vigenti disposizioni di settore e, pertanto, non si ritiene possibile porre in atto quanto richiesto dall'interrogante.
Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   il sottosegretario Stefano Saglia ha recentemente parlato dell’«ipotesi di stanziare risorse per le imprese che parteciperanno al progetto nucleare»;
   questa ipotesi contraddice quanto dichiarato dal Governo, ovvero che il nucleare si farà solo grazie alle risorse delle imprese e senza un contributo da parte dello Stato come anche si rileva dalla risposta dell'interrogazione n. 4-05586 in cui sul quesito relativo al tipo ed all'entità delle garanzie pubbliche che il Governo intenda assicurare ai soggetti investitori si è fatto rilevare che «gli operatori interessati a formalizzare delle proposte per la realizzazione degli impianti si muoveranno in una logica di mercato ed in assenza di nuovi o maggiori oneri futuri a carico della finanza pubblica» e che «pertanto non sono previsti oneri a carico della collettività, né forme di partecipazione industriale e finanziaria alle iniziative in parola da parte dello Stato» –:
   se il Governo abbia modificato il proprio avviso circa la possibilità di realizzare il nucleare in assenza di alcun stanziamento pubblico;
   di che entità sia lo stanziamento ipotizzato. (4-07028)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, concernente le ipotesi di stanziamenti di risorse per il progetto nucleare, sulla base degli elementi forniti dalla direzione generale competente, si rappresenta quanto segue.
  Preliminarmente occorre evidenziare, l'impatto che ha avuto dapprima la decisione del precedente Governo di interrompere il programma nucleare (attuata con la legge 26 maggio 2011, n 75 di conversione del decreto-legge 31 marzo 2011, n. 34) e successivamente all'esito del
referendum abrogativo del giugno 2011, sul tema sollevato nell'interrogazione in esame, dal momento che l'atto di sindacato ispettivo risale al mese di maggio 2010, quando era in corso di sviluppo programma di rilancio della produzione nucleare in Italia promosso dal precedente Governo, in seguito interrotto.
  Al riguardo comunque si precisa che le dichiarazioni cui fanno riferimento gli interroganti rese nel periodo di mandato del precedente esecutivo dall'allora Sottosegretario al Ministero dello sviluppo economico, afferivano all'ipotesi del rilancio dell'opzione nucleare in Gran Bretagna e che l'indicazione della somma pari a 100 milioni di euro da destinare alle aziende impegnate nei progetti di costruzione delle centrali nucleari nella suddetta nazione doveva intendersi come stanziamento al fine di predisporre forme e/o azioni di garanzia.

Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro per i beni e le attività culturali, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   da un reportage pubblicato dall’Espresso a firma Fabrizio Gatti si apprende che grazie agli aiuti pubblici, l'eolico italiano è anche un affare che troppo spesso invece di produrre energia pulita e proteggere l'ambiente, alimenta l'economia e il potere di clan malavitosi;
   a partire da quanto accaduto in Sardegna, viene descritta la prassi di chi fonda o amministra società a responsabilità limitata da 10 mila euro, acquista i terreni, convince i comuni, spiana la strada ai progetti, ottiene le concessioni e alla fine cede la società o l'attività alle grandi imprese che gestiranno i generatori e venderanno l'elettricità al gestore del servizio elettrico nazionale;
   viene portato ad esempio il caso della trasformazione dello splendido altopiano che separa Ulassai da Perdasdefogu, nella provincia dell'Ogliastra dove svettano ormai gigantesche eliche piazzate lungo la strada provinciale 13, altre ne sono previste per quello che viene risulta essere un enorme parco eolico con 48 generatori su un totale previsto di 96;
   l'operazione ha portato alla fine ad una situazione per cui la concessione sul terreno comunale del parco eolico di Ulassai, finanziato dal fondo europeo di sviluppo per un totale di 2.900 ettari, rimane alla società Sardeolica che nel bilancio 2008 ha dichiarato un giro d'affari di 23 milioni e 800 mila euro grazie all'elettricità ricavata dal vento e una produzione in grado di soddisfare il fabbisogno di 160 mila famiglie. Il comune di Ulassai, per la concessione, incassa ogni anno da Sardeolica 761 mila euro. Il progetto ha creato 20 posti di lavoro. Ma le famiglie e le imprese del paese non hanno nessuna agevolazione sui consumi elettrici;
   il regista dell'operazione, viene indicato in Luigi Franzinelli che risulta essere stato condannato in primo grado a due anni con rito abbreviato dal giudice siciliano Daniela Troja, per corruzione, aggravata dall'avere agevolato Cosa nostra relativamente alla costruzione del parco eolico intorno a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani ed aver operato sull'eolico in Sardegna ricoprendo vari incarichi in un intricato rapporto societario tra la Sarvent di Cagliari, srl da 10 mila euro costituita il 14 giugno 2001 con Antonio Aquara, il socio condannato con lui a Palermo, poi incorporata nella Sardeolica del gruppo Saras e nella Nova Eolica srl, passata anch'essa sotto il controllo del gruppo Saras;
   l'articolo riferisce di altri casi di impianti eolici in Sardegna dietro i quali si celano scenari inquietanti come quello che si vorrebbe realizzare proprio davanti alla spiaggia gioiello di Is Arenas, vicino a Oristano e che vedrebbe coinvolti Stefano Rizzi, genovese residente a Montecarlo, amministratore unico di una società con capitale in Lussemburgo, la Is Arenas renewable energies, e socio in provincia di Bergamo di un'azienda del gruppo K. R. Energy di Milano, che nel 2008 a sua volta si è fusa con la Kaitech spa nelle cui casse, secondo quanto riferito nell'interrogazione 4/04807, sarebbero passati soldi del tesoro dell'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino;
   così come l'articolo riferisce di imprese interessate all'eolico raramente sarde, come la Vento Macchiareddu che compare in un'inchiesta in corso sul faccendiere Flavio Carboni e che ha sede a Napoli e interessi nei progetti eolici del Consorzio per l'area di sviluppo industriale nella zona Macchiareddu a Cagliari. Le quote societarie fanno riferimento a imprenditori napoletani che tra le loro attività vantano anche il noleggio di barche e pedalò. E che dopo essersi occupati delle discariche campane, manifestano interesse per l'eolico dalla Puglia alla Sicilia;
   o la Geopower Sardegna srl, costituita con 10 mila euro e appartenente alla britannica Falck renewables limited, dell'omonimo gruppo milanese, che sta cambiando i connotati alle montagne di granito rosso tra Buddusò e Alà dei Sardi e che potrà realizzare, dopo una sospensione grazie alla presidenza Soru nel 2007 che contava su un piano paesaggistico che poi non è stato approvato, sopra i sughereti della Gallura 69 eliche alte novanta metri e che daranno lavoro a 25 persone del posto –:
   quali iniziative si intendano adottare per accertare, in base alle proprie competenze, la consistenza delle notizie sopra riferite e quali iniziative conseguenti si intendono adottare a tutela del paesaggio e a garanzia della riconoscibilità dei soggetti operanti in questo mercato;
   quali iniziative di competenza si intendano adottare affinché l'eolico non si trasformi in occasione di mere operazioni di speculazione. (4-07030)

  Risposta. — In relazione all'interrogazione in esame, con la quale gli interroganti esprimono preoccupazioni rispetto a quanto riportato dai mezzi di informazione in merito alle indagini condotte in Sardegna sul coinvolgimento della criminalità organizzata nel settore degli impianti eolici e nella crescente manifestazione di interesse di quest'ultima a realizzare nuove installazioni che comprometterebbero gravemente il patrimonio paesaggistico, si rappresenta quanto segue.
  Al riguardo va segnalato che la regione Sardegna ha assunto alcune decisioni in relazione all'insediamenti dei impianti rinnovabili nel suo territorio ed in particolare, con deliberazione n. 10/3 del 12 marzo 2010, ha deciso di limitare l'installazione di impianti eolici nel territorio regionale ai soli impianti destinati a soddisfare il fabbisogno energetico dell'azienda (autoproduzione e autoconsumo) riservando alla regione stessa la partecipazione al processo produttivo attraverso enti strumentali o societari a capitale interamente pubblico.
  A tal proposito occorre ricordare l'esistenza di un disegno di legge regionale che prevede la sostituzione di una società di capitale interamente pubblico, denominata Sardegna energia, con lo scopo di promuovere ed aumentare la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili cui compete, per delega della regione, l'attuazione delle politiche energetiche regionali ed il monitoraggio degli accordi e delle autorizzazioni rilasciate ai sensi dell'articolo 12 del decreto legislativo n. 387 del 2003.
  In particolare, per gli impianti eolici
off-shore, la regione con deliberazione n. 10/2 del 12 marzo 2010, richiamando la legge regionale n. 4 del 2009 in base alla quale il mare territoriale, per la sua stretta interrelazione con le aree tutelate ai sensi del Codice del paesaggio, è considerato di primario interesse paesaggistico ed è fatto oggetto di tutela, esprime il proposito della giunta di adottare, con riguardo alle richieste presentate alle capitanerie di porto di Cagliari ed Oristano, tutti gli atti tesi ad avversare la realizzazione degli impianti off-shore nel mare antistante le coste della Sardegna ed ad inoltrare alle competenti autorità statali apposito atto di significazione del radicale dissenso della regione delle predette iniziative, con contestuale diffida dal rilascio di provvedimenti autorizzatori al riguardo.
  Inoltre, con decreto del Ministero dello sviluppo economico del 10 settembre 2010, adottato di concerto con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e con il Ministro per i beni e le attività culturali, sono state emanate le linee guida nazionali per l'autorizzazione degli impianti alimentati da fondi rinnovabili, previste dall'articolo 12, comma 10, del decreto legislativo 29 dicembre 2003 n. 387. Le linee guida sono state approvate dalla Conferenza unificata e rappresentano il contesto unitario di riferimento per il sistema delle autonomie regionali e locali in materia di procedimenti di autorizzazione alla costruzione ed esercizio degli impianti alimentati da fonte rinnovabile. Sotto tale profilo, va ricordato inoltre che le linee guida sono state richiamate dal decreto legislativo n. 28 del 2001 (di recepimento della direttiva 2009/28/CE sulle fonti rinnovabili) che le ha quindi legificate per la parte relativa all'individuazione dei vari regimi autorizzativi applicabili.
  La regione Sardegna ha recepito le predette linee guida con delibera della Giunta regionale del 1o giugno 2011, individuando, per ora solo le aree non idonee alla realizzazione di impianti fotovoltaici a terra.
  Inoltre, con delibera n. 12/21 del 20 marzo 2012, la giunta regionale ha provveduto ad approvare il piano d'azione regionale per le energie rinnovabili (Parers) che prevede un consumo finale lordo atteso per la regione Sardegna al 2020 pari a circa 34.000 ktep e definisce indirizzi strategici coerenti con il raggiungimento degli obiettivi regionali in materia di fonti rinnovabili e per la definizione delle modalità di gestione dei casi di mancato raggiungimento di tali obiettivi da parte delle regioni e province autonome – cosiddette
Burden sharing).
  Si segnala che è all'esame della Conferenza unificata lo schema di decreto recante la riforma del sistema di incentivazione della produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile diversa dalla solare fotovoltaica, in attuazione degli articoli 23 e seguenti del decreto legislativo n. 28 del 2011. La sostanziale rimodulazione degli incentivi con l'introduzione di meccanismi concorrenziali (aste) e di controllo della spesa (registri) dovrebbe, fra l'altro, limitare i fenomeni speculativi paventati dall'interrogante.
  Si rappresenta altresì che la deliberazione n. 10/2 del 12 marzo 2010, relativa alla «Realizzazione di impianti eolici
off-shore nel mare antistante le coste della Sardegna» e la deliberazione n. 10/3 del 12 marzo 2010 recante «Applicazione della L.R. n. 3/2009, articolo 6, comma 3 in materia di procedure autorizzative per la realizzazione degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili. Atto di indirizzo e linee guida», sono state impugnate innanzi al Tar Sardegna dalla Frie EL Spa (unitamente ad altri ricorrenti) e dall'associazione energia da fonti rinnovabili (Aper) rispettivamente con i ricorsi nn. 383 e 474 del 2010. Il Tar Sardegna ha dichiarato inammissibili, per carenza di interesse, i predetti ricorsi nella parte relativa all'impugnazione della deliberazione 10/2, e in parte accolto gli stessi in relazione all'impugnazione della delibera 10/3 (sentenze nn. 28 e 32 del 2011). Con riferimento a quest'ultima delibera, il Tar ha annullato la disposizione che prevedeva di «limitare l'installazione di impianti eolici nel territorio regionale, in quanto fortemente impattanti sotto l'aspetto paesaggistico-ambientale ai soli impianti destinati a soddisfare il fabbisogno dell'azienda (autoproduzione e autoconsumo) e di riservare alla Regione Autonoma della Sardegna la partecipazione al processo produttivo di tale energia attraverso enti strumentali o societari a capitale interamente pubblico...», in quanto determinante un sostanziale e generalizzato blocco dell'installazione di impianti eolici nel territorio regionale, così contravvenendo alla disciplina comunitaria (direttiva 2009/28/CE) e agli accordi internazionali (protocollo di Kyoto) tesi alla valorizzazione ed incentivazione della produzione di energia da fonti rinnovabili.
  Si precisa, infine, che le predette sentenze sono state impugnate dalla regione Sardegna innanzi al Consiglio di Stato con i ricorsi 3436 e 3439 del 2011, per i quali deve ancora essere fissata la data di udienza.

Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   in un articolo pubblicato da Sergio Rizzo sul Corriere della Sera si legge che: «la storia del boom di questi ultimissimi anni dice che l'ultimo dei problemi che si sono posti molti investitori è quello di produrre sul serio energia nel modo giusto, nel posto giusto, col vento giusto. Lo dimostra una tabella di Terna sull'attività degli impianti in Europa: le pale girano mediamente per 1880 ore in Danimarca, 1960 in Belgio, 2000 in Svizzera, 2046 in Spagna, 2067 in Olanda, 2082 in Grecia, 2233 in Portogallo. Sapete quante ore, da noi? Solo 1466. E la media siciliana, spiegano gli esperti, è ancora più bassa. E allora come mai Terna ha domande di connessione alla rete per il solo eolico pari a 88.171 megawatt, cioè una volta e mezzo la punta massima del consumo italiano, che è di 56.000 megawatt ? L'Anev, che riunisce i produttori di energia eolica, stima che al massimo la produzione nel 2020 potrà raggiungere nel nostro paese 16 000 megawatt. Dieci anni prima già ci sono domande per 5 volte quel totale. Altra domanda: come è possibile che la potenza installata in Sicilia sia di 1.140 megawatt, cioè più di un quarto del totale italiano? Che senso c’è a installare pale a vento dove non c’è vento? Il segreto è negli incentivi elevatissimi per le energie rinnovabili. Nettamente superiori alla media europea. Dice un rapporto dell'Autorità dell'energia che nel 2009 il costo totale per la spinta alle fonti rinnovabili, come l'eolico e il fotovoltaico, avrebbe superato i 2 miliardi di euro, per salire di questo passo a 3 miliardi quest'anno, 5 nel 2015 e 7 nel 2020. Chi paga? Semplice: gli utenti, sulle bollette. Che già sono le più care d'Europa a causa della scelta scellerata di dipendere dal petrolio e dal gas, e diventano ancora più care, paradossalmente, via via che aumenta la componente delle fonti rinnovabili. Introdotti nel ’99 dal governo di centrosinistra con la durata di otto anni, gli incentivi sono stati poi portati a 12 e quindi, con l'ultima finanziaria Prodi, addirittura a 15. Il che significa che chi tira su una pala non solo becca un incentivo, ma lo becca per tre lustri dal momento in cui comincia a girare. Se gira. Il meccanismo è un po’ complesso. Si basa sui cosiddetti certificati verdi, dei veri e propri titoli che si vendono e si comprano alla borsa elettrica. Spiegare la cosa nei dettagli porterebbe via ore. Basti sapere che mediamente questi certificati verdi cui hanno diritto i produttori valgono 80 euro a megawattora. Ai quali vanno aggiunti i soldi che lo stesso produttore incassa per l'energia venduta al sistema e immessa in rete. Una somma che varia fra 60 e 70 euro a megawattora nella media italiana ma che in Sicilia sale fino a 90-100 euro. Risultato finale: fatti tutti i conti, l'installazione e la manutenzione d'una pala media costa un milione in Danimarca (lo stato europeo che più ha investito sull'eolico) e può arrivare a costare in Sicilia, in 15 anni di vita, il quadruplo: quattro milioni. C’è poi da stupirsi se la corsa all'energia del vento, anche quando appare insensata, continua? Anche là dove i cavi di Terna non sono in grado di sopportare il carico elettrico, come spesso accade lungo la dorsale appenninica meridionale, con punte di crisi paradossali in Puglia, Basilicata, Campania, Sicilia? Direte: niente energia fornita, niente soldi. Macché: i produttori hanno comunque diritto al saldo per l'energia che “avrebbero prodotto se...” E anche questo si scarica sulle bollette. Quanto ci costa? Boh... I certificati verdi non sono disaggregabili per tipologia di fonte d'energia. Ma le cifre contenute a gennaio nella segnalazione dell'Authority al governo lasciano basiti: nel 2008 abbiamo sborsato 1.230 milioni di euro. Per la metà (630 milioni) a causa “dell'eccesso di offerta”. Testuale.» –:
   se quanto riferito in premessa corrisponda al vero;
   per quali ragioni Terna abbia domande di connessione alla rete per il solo eolico pari a 88.171 megawatt, cioè una volta e mezzo la punta massima del consumo italiano, che è di 56.000 megawatt e per una produzione che già oggi è 5 volte superiore alla produzione massima di 16000 megawatt della produzione al 2020 secondo le proiezioni di Anev;
   se sia noto per quale ragione la potenza installata in Sicilia di 1.140 megawatt, cioè più di un quarto del totale italiano;
   se si intenda rivedere la politica di incentivi all'eolico in vista della redazione delle linee guida sulle rinnovabili. (4-07310)

  Risposta. — In relazione all'interrogazione in esame, con la quale gli interroganti chiedono chiarimenti in merito all'elevato livello degli incentivi alle fonti rinnovabili in Italia, con particolare riguardo all'eolico, agli eventuali incentivi erogati ad impianti «fermi», all'elevata numerosità di richieste di connessione pervenute a Terna, all'elevato numero di impianti eolici realizzati in Sicilia, nonché sull'intenzione del Governo di rivedere la politica degli incentivi relativi all'eolico, si rappresenta quanto segue.
  In merito all'incentivazione degli impianti eolici «fermi» si rappresenta che gli incentivi tariffari previsti dalla normativa vigente, i cosiddetti «certificati verdi», non vengono erogati in nessun caso a tali impianti. Nei soli casi in cui gli impianti, pur potendo produrre, siano fermati a seguito di ordini di dispacciamento impartiti da Terna, l'Autorità per l'energia elettrica e il gas ha stabilito con propria delibera (Delibera ARG/elt 5/2010) che a tali impianti siano riconosciuti i mancati proventi derivanti dalla vendita sul mercato dell'energia potenzialmente producibile. Non si tratta dunque di un meccanismo di incentivazione, né tanto meno del riconoscimento di certificati verdi, ma di un mero ristoro connesso al mancato dispacciamento. È bene chiarire, dunque, che i dati di costo richiamati anche dall'interrogante si riferiscono agli incentivi erogati in termini di certificati verdi e che vengono invece corrisposti esclusivamente sulla reale produzione di energia.
  Per ciò che concerne, invece, la specifica situazione delle regione Siciliana, è utile premettere che nelle regioni del sud Italia è concentrata la quasi totalità del potenziale eolico e, dunque, della potenza installata in Italia. In merito alle quantità di impianti realizzati in Sicilia si precisa che l'autorizzazione alla costruzione ed esercizio dei singoli impianti nonché la più generale programmazione del loro sviluppo è costituzionalmente devoluta alle regioni. In particolare, oltre alle ordinarie programmazioni settoriali in materia energetica e di governo del territorio, le regioni hanno il compito di individuare le aree non idonee per l'installazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili, da effettuare, ai sensi delle linee guida nazionali di cui al decreto ministeriale 10 settembre 2010, in atti di programmazione integrata volti a contemperare le esigenze di tutela dell'ambiente, del paesaggio e del patrimonio storico-artistico con il raggiungimento degli obiettivi nazionali per quanto riguarda la quota di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale di energia nel 2020.
  Più in generale si osserva che l'anomala pressione sulla rete elettrica e sulle regioni per l'autorizzazione alla costruzione ed esercizio di impianti a fonti rinnovabili è per buona parte riconducibile, come sottolineato dall'interrogante, all'elevato livello degli incentivi italiani. Su questo tema il Governo è già da tempo impegnato per una complessiva rimodulazione degli incentivi e del conseguente peso in bolletta.
  In particolare, nel decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28 (di recepimento della direttiva 2009/28/CE sulle fonti rinnovabili) è prevista la riforma dei regimi di sostegno applicati all'energia prodotta da fonti rinnovabili ed i criteri cui si conformano i decreti che nel dettaglio disciplineranno i meccanismi di incentivo. Tali criteri sono improntati all'efficacia, efficienza, semplificazione e stabilità nel tempo del sistema, perseguendo al contempo l'armonizzazione con altri strumenti di analoga finalità e la riduzione degli oneri di sostegno in capo ai consumatori. Sono quindi in corso di predisposizione due decreti, attuativi del citato decreto legislativo n. 28 del 2011, che rivedranno il sistema di incentivazione sia per il fotovoltaico che per tutte le altre fonti per la produzione di energia elettrica, ivi inclusa la produzione da fonte eolica; l'approccio è quello di porre in essere una complessiva revisione che conduca i livelli di incentivo verso quelli medi europei, attraverso un processo volto, fra l'altro, a condurre il settore verso la cosiddetta «
grid parity».
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riferisce un articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno del 3 maggio 2010, l'ufficio minerario idrocarburi e le georisorse (UNMIG) del Ministero dello sviluppo economico ha concesso alla Shell Italia l'autorizzazione per la ricerca petrolifera offshore nel golfo di Taranto. Le zone interessate coprono un'area di 1.356 chilometri quadrati tra le coste pugliesi e quelle calabre. Ad annunciarlo è stata il 2 maggio 2010 la stessa compagnia petrolifera che attendeva una risposta dal novembre del 2009. «Con questa nuova opportunità – ha commentato Marco Brun, country manager Shell in Italia e ceo (chief executive officer) Shell Italia E&P spa – nel Golfo di Taranto potremo ulteriormente espandere i nostri interessi esplorativi offshore andando oltre la presenza già in essere dall'inizio dello scorso anno nel Canale di Sicilia. Speriamo davvero che entrambe le opportunità esplorative possano porre le basi per un futuro di crescita in Italia»;
   la multinazionale con sede amministrativa a Milano confida di poter eseguire presto una campagna di acquisizione sismica dei dati che saranno la base per valutare ogni decisione su eventuali pozzi esplorativi. Le concessioni avute dall'UNMIG daranno il via ai battelli di ricerca muniti di sonar che scandaglieranno i fondali nei quadranti di mare concessi, in cerca di conformazioni bidimensionali idonee alla trivellazione. Individuati i punti, i programmi di sperimentazione prevedono i primi sondaggi tridimensionali che consistono nella perforazione dei fondali con fori di piccole dimensioni. Solo dopo, spiegano alla Shell, potranno iniziare i lavori di costruzione delle piattaforme per le trivellazioni. Non prima, comunque, di aver chiesto e ottenuto ulteriori e più specifiche autorizzazioni dai Ministeri, enti, Agenzia del demanio, regioni e province interessate. Quello che parte oggi è solo l'inizio di un lavoro di ricerca che può avere una durata variabile da uno a cinque anni;
   l'Italia (e i mari della Puglia in particolare) è posizionata sulla mappa del gruppo Royal Dutch Shell come uno dei Paesi più importanti per l'Europa continentale con opportunità di crescita nel settore dell'esplorazione e produzione di idrocarburi;
   nell'esplorazione off-shore, già nel 2009 la Shell ha acquisito importanti quote di partecipazione in sei permessi esplorativi nel canale di Sicilia e ora anche in Puglia con le due licenze nel golfo di Taranto. Alle stesse aree del golfo erano interessate anche i concorrenti Nautical Petroleum, Transunion Petroleum Italia e Northern Petroleum che comunque hanno ottenuto autorizzazioni nel tratto di Adriatico di fronte alle coste pugliesi e abruzzesi nonostante il petrolio del basso Adriatico sia di bassa qualità e non di quantitativi rilevanti –:
   se l'autorizzazione alla Shell Italia spa sia stata sottoposta alla prevista procedura di assoggettabilità alla valutazione d'impatto ambientale;
   se non ritengano necessario avviare una moratoria immediata che sospenda tutte le attività di prospezione ed esplorazione per gli idrocarburi nel Mar Adriatico;
   quali iniziative concrete di vigilanza intendano assumere a tutela del patrimonio naturalistico dell'Unesco presente nel Mare Adriatico. (4-07311)

  Risposta. — La zona marina compresa nel golfo di Taranto è interessata da alcune istanze di permesso di ricerca per idrocarburi presentate da diverse società, come peraltro evidenziato dagli interroganti, tra cui quelle presentate in data 23 novembre 2009 dalla società Shell Italia E&P denominate convenzionalmente «d 73 F.R.-SH» e «d 74 F.R.-SH».
  A tale riguardo, occorre evidenziare che trattasi di domande per la ricerca di idrocarburi in mare e non già di autorizzazioni rilasciate per la ricerca.
  Pertanto, non può trovare conferma la notizia stampa relativa all'esecuzione dell'attività di ricerca e di perforazioni.
  Inoltre, occorre precisare che l'attività di ricerca potrà essere sviluppata solo sulla base dello svolgimento di uno specifico «procedimento unico» svolto in base alla normativa di settore.
  Tale procedimento prevede la preventiva valutazione di compatibilità ambientale da parte del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e pertanto, soltanto a seguito di tale valutazione positiva, potrà avere seguito la procedura di conferimento del permesso di ricerca per idrocarburi che prevede la partecipazione delle amministrazioni statali interessate quali il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ed il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali.
  Al riguardo, giova evidenziare che con decreto legislativo 29 giugno 2010, n. 128 è stato stabilito il divieto assoluto di ricerca, prospezione ed estrazione di idrocarburi all'interno delle aree marine e costiere protette e per una fascia di mare di 12 miglia attorno al perimetro esterno delle zone di mare e di costa protette. Inoltre, le attività di ricerca ed estrazione di olio sono state vietate nella fascia marina di 5 miglia lungo l'intero perimetro costiero nazionale.
  Inoltre, con il decreto legislativo 7 luglio 2011, n. 121 recante «Attuazione della direttiva 2008/99/CE sulla tutela penale dell'ambiente, nonché della direttiva 2009/123/CE che modifica la direttiva 2005/35/CE relativa all'inquinamento provocato dalle navi e all'introduzione di sanzioni per violazioni», pubblicato sulla
Gazzetta Ufficiale in data 1o agosto 2011, in parziale riforma del comma 17 dell'articolo 6 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, è stato stabilito che «per la baia storica del golfo di Taranto di cui all'articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1977, n. 816, il divieto relativo agli idrocarburi liquidi è stabilito entro le cinque miglia dalla linea di costa».
  Il legislatore delegato, quindi, con riguardo alla baia storica del golfo di Taranto ha ridefinito i limiti del divieto delle attività in questione. Al di fuori di questa area, in cui vige il divieto, le attività di ricerca ed estrazione saranno sottoposte comunque alla valutazione di impatto ambientale sentiti, tra l'altro, gli enti territoriali costieri interessati.
  L'acquisizione di tale parere costituisce una rilevante novità introdotta dal decreto legislativo n. 128 del 2010.
  Nell'ambito della Via, quindi, saranno sentiti la regione Basilicata, Calabria e gli enti territoriali costieri i quali potranno esprimere il proprio avviso ed eventuali opposizioni.
  In applicazione delle suddette disposizioni, il Ministro dello sviluppo economico ha provveduto, ai sensi dell'articolo 4, comma 2, decreto legislativo n. 625 del 1996, a riperimetrare l'area su cui insiste l'istanza di permesso di ricerca «d 73 F.R-.SH», attesa la sua interferenza con l'area interdetta del solo 0,19 per cento, mentre, con riguardo all'istanza «d 74 F.R-.SH», ha formalmente invitato la società
Shell Italia E&P a presentare una propria proposta di riperimetrazione, stante l'interferenza con l'area interdetta pari a circa il 55,94 per cento e, pertanto, ostativa al rilascio del permesso.
  Infine, si evidenzia che non è stata rilasciata alcuna autorizzazione alla società
Shell Italia E&P S.p.a, né il relativo programma di ricerca è stato sottoposto alla prevista procedura di valutazione d'impatto ambientale.
  Al riguardo anche il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare rappresenta che non sono pervenute istanze di valutazione di impatto ambientale da parte della
Shell Italia, sia in merito a progetti di ricerca di idrocarburi localizzati nel golfo di Taranto sia in merito a progetti localizzati in altre aree. Inoltre, ribadisce che il parere dell'ufficio minerario per gli idrocarburi e le georisorse (Unmig) del Ministero dello sviluppo economico, citato nell'interrogazione, non è affatto un'autorizzazione, in quanto ogni istanza di conferimento di un nuovo permesso di ricerca deve preventivamente ottenere il parere favorevole da parte dell'Unmig, organismo, quest'ultimo, deputato a valutare anche gli aspetti di competenza tecnica e solidità finanziaria della società istante, al quale seguirà, come in precedenza rappresentato, l'acquisizione di un decreto favorevole di compatibilità ambientale da parte del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'interno, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riporta La Gazzetta del Mezzogiorno di giovedì 29 luglio 2010, nel territorio di Rotondella, provincia di Matera, a pochi chilometri dal centro abitato, in una località denominata «Trisaia» è situato l'impianto «Terre Rare», al quale possono accedere solo gli addetti ai lavori, perché si trova nella zona sottoposta a controllo militare del centro di ricerche Itrec, acronimo di Impianto di trattamento e rifabbricazione elementi di combustibile;
   si tratta di un impianto in cui vengono trattati i minerali estratti da rifiuti industriali e c’è un laboratorio di analisi in cui tecnici specializzati controllano che il processo sia stato eseguito in modo corretto;
   secondo due tecnici sorpresi dai carabinieri dell'aliquota di polizia giudiziaria di Potenza a chiacchierare in auto, proprio in tale laboratorio sarebbero accaduti alcuni incidenti. I carabinieri, guidati dal colonnello Antonio Massaro, in un'informativa spiegano che “«fonti confidenziali” avevano indicato due persone in grado di poter riferire particolari importanti sui movimenti avvenuti nel centro di ricerche di Trisaia». I due sono Agostino Massi e Gaetano Trezza e, negli anni dell'indagine sulla produzione di materiale nucleare sporco, lavoravano a Rotondella. Nella conversazione tra i due uomini, captata dai carabinieri, i due si confrontano su un incidente accaduto nel centro di ricerche di Trisaia e sui metodi usati per far sparire le «terre contaminate». Parlano, inoltre, di un certo Giovanni Fraschetti, un fisico che lavorava con loro ed ora è in pensione, il quale, secondo i due, «sarebbe stato a conoscenza di quali fossero le zone nel sito di Trisaia in cui non era opportuno stazionare, perché fortemente contaminate». La zona «pericolosa» sarebbe proprio quella nelle vicinanze dell'edificio delle «Terre Rare»;
   in un articolo pubblicato sempre da La Gazzetta del Mezzogiorno di venerdì 30 luglio 2010 emerge anche che in uno dei siti dell'incidente sarebbe stato costruito un edificio; scrivono i carabinieri; «Fraschetti ha svolto mansioni di esperto qualificato in radio protezione per quasi tutta la sua vita professionale nel centro di ricerche di Rotondella. È risultato a conoscenza delle varie vicende relative alla presenza nel centro di materiale che non doveva esserci (parafulmini radioattivi e rifiuti ospedalieri), ma non ha fornito indicazioni utili alle indagini»; scrivono inoltre gli investigatori: «Considerando che le lavorazioni nel campo del nucleare sono state dal principio un po’ pionieristiche e le misure di sicurezza spartane, le conseguenze degli errori non erano note. Gli incidenti accaduti nel corso degli anni sono stati trattati, pare, con una certa superficialità e le conseguenze sarebbero ancora attuali»; nell'informativa i carabinieri chiedono al sostituto procuratore antimafia Francesco Basentini un supporto tecnico. Viene nominato un consulente, per verificare «se all'interno vi fossero eventuali interramenti o comunque infiltrazioni di materiale radioattivo che avessero contaminato l'area. L'attenzione si è concentrata – continua Basentini – su un edificio particolare, il laboratorio delle “Terre Rare”... Il Ctu non evidenziò alcunché di anomalo. E anche le indicazioni acquisite in via ambientale, di fatto, non ebbero riscontro»; l'inchiesta, pertanto, pare non avere dato i risultati sperati. Nel frattempo, il fascicolo, a lungo secretato, a gennaio è finito in archivio –:
   se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti di cui in premessa e di quali dati dispongano; quali misure di competenza intendano adottare in merito alle notizie della presenza di materiali pericolosi nell'area considerata, al fine di tutelare la salute pubblica e l'ambiente. (4-08304)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi forniti dalla direzione generale competente, si rappresenta quanto segue.
  Le attività relative alle «Terre Rare» sono state sviluppate nel centro Enea della Trisaia nel quadro di un'intesa di programma – sottoscritta il 26 marzo 1990 fra l'allora Ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno ed il Presidente dell'ente – finalizzata alla riconversione delle competenze e strutture dello stesso Enea, in precedenza sviluppate in campo nucleare, in altri settori tecnologici avanzati. Detta linea di attività «Terre Rare» consisteva in un impianto e in un laboratorio per sviluppare processi di estrazione da specifici minerali (esempio: loparite, rnonazite, eccetera), elementi chimici (esempio: cerio, promezio, eccetera) destinati ad essere usati in particolare nel settore elettronico (esempio: superconduttori, magneti, fibre ottiche, eccetera).
  Le sopradescritte infrastrutture (impianto e laboratorio) non hanno avuto alcun rapporto funzionale con l'impianto nucleare Itrec e, per questo motivo, non vi è mai entrato materiale radioattivo o comunque contaminato.
  Per quanto concerne l'inchiesta sul presunto interramento di fusti contenenti rifiuti radioattivi, la stessa è stata archiviata in data 24 dicembre 2009 con decreto del tribunale di Potenza, sezione giudice per le indagini preliminari, articoli 408-441 codice procedura penale, di cui si riporta uno stralcio delle conclusioni: «...l'ipotesi investigativa originaria è stata vagliata con particolare scrupolo, data la sua indiscutibile ed oggettiva gravità, sia sotto il profilo penale sia sotto il profilo della sicurezza pubblica in generale ... Le indagini eseguite ... sono risultate utili per poter affermare, con ragionevole certezza che, allo stato, alla luce del materiale investigativo acquisito ... su presunti interramenti di rifiuti radioattivi nel territorio del meta pontino sono prive di riscontro e che, anzi, le indagini tecnico-scientifiche sul territorio presumibilmente interessato ... hanno escluso, allo stato, l'interramento medesimo».
  Inoltre, si specifica che le «Terre contaminate» cui fa riferimento l'interrogazione in esame, sono del tutto diverse dalle anzidette «Terre Rare»: le prime, infatti, derivano da un anomalo funzionamento dell'impianto Itrec e sono state sempre confinate in un'area nota e adeguatamente sorvegliata, fino a quando non si è proceduto alla loro accurata analisi e al successivo inserimento – secondo un programma approvato e controllato dall'Autorità di sicurezza nazionale – in idonei contenitori tuttora posizionati in una specifica infrastruttura di immagazzinamento provvisorio di rifiuti radioattivi ubicata nell'area dell'impianto Itrec.
  Presso l'area del suddetto impianto sono stati effettivamente custoditi materiali radioattivi provenienti dall'esterno, quali rifiuti ospedalieri e parafulmini radioattivi. Tale custodia fu a suo tempo promossa dai competenti ministeri per affidare all'Enea la responsabilità di gestire in sicurezza materiali provenienti da meno strutturati operatori sul territorio nazionale. Tuttavia, tali materiali sono stati trasferiti nel 2007 alla Nucleco (società controllata per il 60 per cento da Sogin spa e per il 40 per cento da Enea), a ciò istituzionalmente deputata.
  L'Enea conferma, pertanto, l'insussistenza nel centro della Trisaia di alcuna situazione che sfugga alla rigorosa gestione delle autorità di controllo preposte, sia nazionali che locali.

Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   in un articolo pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno di martedì 31 agosto 2010, emergono le dichiarazioni rilasciate dall'ex procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia della Basilicata, Giuseppe Galante, sulla maxi-inchiesta nota come Nucleare Connection, relativa ad un presunto traffico di materiale atomico proveniente dall'Italia e diretto nell'Iraq di Saddam Hussein: «All'ltrec della Trisaia di Rotondella i miei consulenti trovarono plutonio. Ma non potei proseguire nelle indagini poiché fu un disco rosso che me lo impedì»;
   l'ex magistrato, rispondendo ad una domanda dell'ambientalista Domenico Lence, postagli nel corso della presentazione del libro Terre profanate. Viaggio nel cuore della mafia di David Lane, corrispondente dall'Italia dell’Economist, ha parlato dell'indagine ereditata nel 1999 dall'ex procuratore capo del Tribunale di Matera, Nicola Maria Pace, che l'aveva aperta nel 1994;
   «Posso ora parlare di Nucleare Connection – ha spiegato Galante – dato che sono un libero cittadino e poiché l'inchiesta non è più coperta dal segreto istruttorio, in quanto archiviata. Affermo, allora, che i miei consulenti trovarono tracce di plutonio nel sito atomico Itrec. Plutonio che non doveva esserci perché il ciclo studiato a Rotondella era quello uranio-torio»;
   al contrario, i vertici dell'Enea, l'ente statale gestore dell'impianto, avevano sempre negato la presenza del materiale radioattivo necessario per fabbricare la bomba atomica;
   l'ex magistrato ha proposto la sua versione sulla presenza di plutonio: «Si è trattato di rimanenze di uranio arricchito che è passato dalla Basilicata e poi è andato verso altri lidi o, ipotesi meno probabile, è stato cambiato il ciclo delle lavorazioni condotte in Trisaia»;
   si tratta di ipotesi di cui i Governi dell'epoca e i servizi segreti non potevano non essere a conoscenza, tuttavia sono state celate alla magistratura. L'ex procuratore antimafia aggiunge: «Sicuro. La materia è alla diretta disposizione della Presidenza del Consiglio. Ed i servizi segreti sono ovunque: sia quelli “regolari” sia quelli deviati»;
   l'inchiesta esplose il 6 ottobre 2007 quando la Gazzetta del Mezzogiorno pubblicò: «Traffici di plutonio dalla Basilicata. Avvisi di garanzia per ex dirigenti Enea e presunti esponenti della ’ndrangheta calabrese. L'accusa: produzione clandestina di materiale radioattivo destinato a Paesi come Iraq o Somalia». Base di quanto ipotizzato dal pubblico ministero Francesco Basentini, che aveva ereditato a sua volta l'inchiesta dal procuratore capo dell'antimafia Giuseppe Galante e dal suo sostituto Felicia Genovese, era la struttura di ricerca atomica Itrec dell'Enea di Rotondella. Due anni prima, un pentito di ’ndrangheta, Francesco Fonti, aveva raccontato, in un memoriale pubblicato da L'Espresso, che fusti contenenti materiale e scorie radioattive erano stati sepolti a Ferrandina, a Costa della Cretagna, ma le ricerche conseguenti non diedero alcun risultato. Altri contenitori sarebbero stati trasportati e seppelliti in Somalia o affondati nel Tirreno e nello Jonio o addirittura trasferiti nell'Iraq di Saddam Hussein. Il fascicolo rimase nelle mani del sostituto procuratore Basentini per circa due anni. Dei fusti interrati, cercati soprattutto in agro di Pisticci, nessuna traccia. Nell'ottobre 2009, dopo 16 anni, Nucleare Connection fu archiviata dalla magistratura ordinaria –:
   di quali informazioni disponga il Governo, in particolare in merito a quanto dichiarato dall'Enea, che avrebbe sempre negato la presenza del materiale radioattivo, e in merito alla destinazione dello stesso;
   per quali ragioni e da parte di chi sia stato imposto il segreto di Stato che impedì all'ex procuratore Galante di proseguire le indagini;
   quali iniziative si intendano intraprendere, ciascuno per le proprie competenze, in merito ai fatti riportati in premessa a tutela della salute e dell'ambiente. (4-08561)

  Risposta. — Si premette che l'impianto Itrec, presente nel centro ricerche Enea della Trisaia, è stato realizzato nell'ambito di una collaborazione fra Enea (allora Cnrn) e l'Usaec, United States atomic energy commission, stipulata nel 1959.
  La finalità dell'impianto era quella di verificare la convenienza tecnico-economica di utilizzare, per la fabbricazione del combustibile nucleare, oltre all'uranio – elemento relativamente disponibile in natura – anche il torio, maggiormente disponibile.
  Sull'impianto Itrec, completato nel 1970, sono state effettuate nel periodo 1970-1975, attività sperimentali, che hanno riguardato il trattamento di 20 elementi di combustibile a base di torio, facenti parte di un lotto di 84 elementi provenienti dal reattore americano di
Elk River. Per effetto dell'abbandono in Usa del ciclo uranio-torio, si interruppero anche le connesse attività sperimentali in Itrec.
  I restanti 64 elementi provenienti dal reattore americano di
EIk River sono tuttora immagazzinati nella piscina dell'impianto.
  Si premette altresì che, a seguito dell'ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri, n. 3267 del 7 marzo 2003, il commissario delegato per la sicurezza dei materiali nucleari, ha disposto, con ordinanza n. 4 dell'11 aprile 2003, il trasferimento a Sogin Spa di tutte le licenze e le autorizzazioni per la gestione delle attività di messa in sicurezza, smantellamento e bonifica, relative agli impianti di produzione di combustibile nucleare e di ricerca del ciclo del combustibile nucleare di proprietà dell'Enea, tra cui quelle relative ad Itrec.
  Da allora, Sogin Spa è il soggetto responsabile delle correnti attività di gestione in sicurezza dell'impianto, nonché di quelle relative al suo smantellamento.
  Tutto ciò premesso, l'indagine relativa alla citata «
Nuclear Connection», cui fanno riferimento gli interroganti, si è svolta nel periodo 2003-2009 attraverso sopralluoghi nel centro della Trisaia, con acquisizione di documentazione, perizie, escussione di personale qualificato ed attività investigativa nel corso della quale i consulenti tecnici, nominati dall'ufficio di procura, ingegner Mezzanotte e professori Pelliccioni e Pietri, hanno accettato all'interno della cosiddetta «cella tiepida» dell'impianto Itrec, solo «una debole quantità di plutonio e di americio».
  Tale «anomalia» è stata messa in correlazione alla verosimile lavorazione di materiale contenente, almeno in parte, materie recuperate dal riprocessamento di combustibile, per quanto la presenza di plutonio sia stata riscontrata «a livello di tracce». Detta circostanza ha indotto i tecnici ad escludere che nelle apparecchiature fosse stato trattato materiale con significative quantità di plutonio. È stato inoltre precisato dai periti, che le analisi eseguite sui campioni del materiale trattato nelle apparecchiature escludevano la presenza di contaminazione da plutonio. Al riguardo, i consulenti tecnici evidenziavano che la presenza delle particelle di plutonio era da rapportare a lavorazioni di materiale diverso da quello autorizzato, benché non si disponesse di informazioni in merito.
  A conclusione dell'indagine, lo stesso pubblico ministero ha avanzato richiesta di archiviazione del procedimento, richiesta integralmente accolta dal giudice per le indagini preliminari.
  Anche Enea dal canto suo, esclude che nel corso di tutte le sue attività sperimentali condotte sull'impianto Itrec – attività che sono state le uniche di questa natura effettuate in tale impianto – si sia determinata la produzione di plutonio. Eventuali tracce di tale elemento potenzialmente autoproducibili, per effetto del decadimento radioattivo di alcuni isotopi nei materiali risultanti dal ricordato trattamento del combustibile
Elk River, sarebbero di quantità estremamente esigua, assolutamente incompatibile con i quantitativi necessari per realizzare un ordigno nucleare.
  In merito poi alle iniziative che si intendono intraprendere a tutela della salute e dell'ambiente, va premesso che il corpo prescrittivo associato alla licenza di esercizio assicura il mantenimento in condizioni di sicurezza del materiale in questione. Inoltre, sono previste attività propedeutiche alla disattivazione, come il condizionamento del prodotto finito e la messa in sicurezza di lungo termine del combustibile irraggiato in una configurazione di stoccaggio a secco.
  Quanto alla posizione, nella menzionata vicenda, del magistrato Giuseppe Galante, il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Matera, ha riferito che il medesimo non risulta essere stato titolare di procedimenti penali relativi al settore nucleare.
  Il Capo dell'ufficio requirente, pertanto – anche sulla base di informazioni assunte direttamente dal dottor Galante – ha escluso che attività investigative condotte dall'ufficio di procura, abbiano subito impedimenti di qualsivoglia natura.

Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. – Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il giornalista d'inchiesta specializzato in ecomafie Gianni Lannes, dopo aver chiesto invano alla Sogin, di poter visitare alcuni siti nucleari sarebbe entrato nella più grande centrale nucleare italiana, quella di Caorso;
   in pieno giorno e alla luce del sole, sarebbe riuscito a penetrare con estrema facilità nella centrale nucleare – obiettivo sensibile secondo le direttive del Presidente del Consiglio dei ministri e della Sogin – dove sono custodite barre di uranio e rifiuti altamente radioattivi;
   avrebbe varcato un ingresso con tre macchine fotografiche e un borsone, avrebbe superato le triple recinzioni metalliche contornate di filo spinato e telecamere, senza che alcuno lo fermasse;
   nei panni di un kamikaze avrebbe potuto far saltare in aria il reattore Arturo con conseguenze catastrofiche;
   all'interno della centrale il giornalista avrebbe fotografato i tir della Ecoge srl (sede a Genova), della famiglia calabrese dei Mamone che secondo i rapporti della direzione investigativa antimafia, a partire dall'anno 2002, è organica alla ’ndrangheta;
   alla Ecoge sarebbe stato affidato dalla Sogin, incaricata dal 1999 di smantellare le centrali nucleari e i centri di ricerca, lo smantellamento delle scorie della centrale di Caorso;
   mentre la Sogin ha escluso che il giornalista sia entrato a Caorso, un funzionario della Sogin, tale Marco Sabatini avrebbe affermato (a mezzo di posta elettronica) che gli atti intercorsi tra la Sogin e la Ecoge srl (contratto di appalto e carteggio epistolare) sono di natura riservata e non è possibile mostrarli a un giornalista;
   la centrale di Caorso è stata progettata dal raggruppamento Enel-Ansaldo-Getsco e realizzata a partire dal 1970 sulla riva destra del fiume Po, tra Piacenza e Cremona, entrando in funzione nel 1978. Il reattore (Arturo) fermato per la quarta ricarica di combustibile nell'ottobre 1986, dopo il referendum del 1987 non è più rientrato in funzione. Il «decommissioning» prevedeva l'immediata realizzazione di barriere per l'isolamento del materiale radioattivo presente all'interno e il successivo smantellamento. Nel periodo di esercizio, la centrale – alimentata da un reattore ad acqua bollente BWR – ha prodotto 29 miliardi di chilowattora. Il piano di sicurezza a Caorso è ancora quello del 1977 –:
   di quali elementi disponga il Governo in merito ai presunti legami tra la Ecoge srl e la ’ndrangheta;
   se corrisponda al vero che la Ecoge è operativa a Caorso e quale sia il contenuto degli atti intercorsi tra la Sogin e la Ecoge srl (contratto di appalto e carteggio epistolare);
   a distanza di 23 anni dalla chiusura della centrale di Caorso, quale sia lo stato del decommissioning;
   quali provvedimenti si intendano adottare in merito all'assenza di misure di sicurezza nella centrale di Caorso come dimostrato dal facile accesso di Gianni Lannes e nei confronti della Sogin che ha addirittura negato che il giornalista sia mai entrato a Caorso. (4-08890)

  Risposta. — In relazione all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi forniti dalla direzione generale competente, si rappresenta quanto segue.
  La centrale nucleare di Caorso, la più grande d'Italia, con una potenza di produzione elettrica di 870 Mw, è stata progettata e realizzata nei primi anni settanta da Enel e Ansaldo meccanica nucleare.
  Di tipo Bwr,
boiling water raeactor, appartiene alla seconda generazione di impianti nucleari. Il collegamento con la rete elettrica nazionale è avvenuto nel maggio del 1978 e la produzione di energia elettrica è iniziata nel dicembre 1981.
  Nell'ottobre 1986 l'impianto è stato fermato per la periodica ricarica del combustibile e, a seguito dell'esito del
referendum sul nucleare del 1987, non è più stato riavviato. Nel 1990 è stato deciso di fermare definitivamente l'esercizio commerciale della centrale che nel suo pur breve periodo di esercizio, ha prodotto circa 29 miliardi di kWh. Nel 1999 Sogin ne è divenuta proprietaria.
  Da allora è stato garantito il mantenimento in sicurezza delle strutture e degli impianti a tutela della popolazione e dell'ambiente.
  La centrale nucleare, per definizione, è costituita da un'unica «area protetta» entro la quale si trovano tutte le strutture, i componenti e i materiali quali reattore, piscine combustibile, depositi, eccetera, che devono essere protetti da eventuali azioni di sabotaggio.
  Quest'area è delimitata da una «barriera fisica», costituita da una doppia recinzione, il cui accesso è controllato da guardie armate. Nell'area protetta, un ulteriore sistema di controllo accessi autorizzati con
badge personale, regola l'accesso alle varie aree di impianto, molte delle quali dotate di telecamere nei punti più sensibili.
  L'area, che misura 13 ettari, è all'interno di uno spazio molto esteso, di 248 ettari, tutto di proprietà della Sogin, al limite della quale è presente un ingresso con una postazione di controllo accessi con sbarra, allo scopo di indirizzare i mezzi verso il parcheggio o verso l'ingresso all'area protetta, qualora questi siano muniti di apposito permesso di accesso.
  La vigilanza della centrale è affidata ad un istituto privato e viene effettuata per l'intera giornata (24 ore) da guardie giurate armate.
  La centrale è compresa, quale obiettivo sensibile, nell'ambito del Piano generale di controllo del territorio da parte delle forze di polizia.
  I requisiti minimi dei sistemi di protezione fisica passiva delle materie e degli impianti nucleari, sulla base della valutazione della minaccia e dei livelli di allarme correnti, sono definiti dal Comitato consultivo interministeriale per la protezione fisica delle materie e degli impianti nucleari, istituito presso il Ministero dell'industria, commercio e artigianato, ora Ministero dello sviluppo economico, con il decreto ministeriale 10 aprile 1979, e con successivi decreti, l'ultimo dei quali, il decreto ministeriale del 18 luglio 2007, è stato più volte rinnovato.
  Il comitato, inoltre, esamina i piani di protezione fisica passiva predisposti dai relativi esercenti, esprimendo il proprio parere sull'idoneità degli stessi e suggerendo all'occorrenza le modifiche necessarie per la successiva approvazione da parte del Ministero dello sviluppo economico.
  Il piano di protezione fisica della centrale in parola, ovvero la sua approvazione, non è quello citato dal giornalista, risalente al 1977, bensì quello del commissario delegato, Generale Carlo Jean, nel periodo 2003-2006.
  All'interno della centrale è svolto un servizio di ronda, prevalentemente nelle ore notturne, al fine di prevenire ogni eventuale attacco alla doppia recinzione.
  Inoltre, una postazione di controllo accessi con sbarra è posta all'ingresso, al termine della via Enrico Fermi ed ha lo scopo di indirizzare gli automezzi verso il parcheggio o verso l'ingresso all'area protetta, qualora questi siano muniti di apposito permesso di accesso all'impianto.
  L'evento riferito dall'interrogante, risale al 29 settembre 2008 verso le ore 16:00, quando il giornalista Gianni Lannes, si è presentato presso la postazione di controllo accessi con sbarra della centrale, dichiarando alla vigilanza di essere un fornitore. La vigilanza lo ha indirizzato a proseguire sul lato est dell'impianto ed a parcheggiare l'auto per poi effettuare i controlli necessari per l'accesso all'interno dell'area protetta. Il giornalista ha parcheggiato l'auto nel parcheggio dei dipendenti e dei fornitori e da quella posizione ha scattato alcune foto.
  Da un semplice esame di alcune di queste in possesso di Sogin, si evidenzia subito che sono state scattate dall'argine del fiume Po o dal parcheggio, esternamente all'area protetta.
  Occorre sottolineare che il giornalista si è presentato alla postazione di controllo accessi con sbarra e non risulta si sia mai presentato all'ingresso dell'area protetta, o che sia entrato all'interno di quest'ultima.
  Di tale episodio, la prefettura di Piacenza, come del resto comunicato al Ministero dell'interno, è venuta a conoscenza nel mese di maggio del 2010, attraverso l'articolo di un quotidiano locale ed alcuni siti
internet dove è stata pubblicata l'intervista rilasciata dal predetto giornalista, nella quale lo stesso asseriva di essere entrato indisturbato nel sito della centrale, trattenendosi per circa due ore ed arrivando a fotografare il reattore senza che nessuno si sia in alcun modo preoccupato della sua presenza.
  La questione è stata tempestivamente ed ampiamente approfondita, dal prefetto
pro-tempore, in diverse riunioni di coordinamento delle Forze di polizia e la prefettura ha provveduto a chiedere immediatamente elementi informativi sulla questione alla Sogin, la quale ha fornito i medesimi elementi sopra riportati.
  In occasione delle predette riunioni di coordinamento, il comandante provinciale dei carabinieri ha comunicato che il 14 febbraio 2010, personale dell'Arma ha proceduto al controllo di 4 persone che, dopo aver superato i cartelli indicanti il divieto di accesso collocati sul primo cancello di ingresso alla centrale, stavano effettuando riprese video.
  I predetti, sedicenti appartenenti all'associazione «Casa della legalità e della cultura» di Genova, si sono giustificati precisando che la loro presenza voleva essere puramente dimostrativa a fronte della decisione della Sogin di affidare in appalto il trasporto di materiali, derivanti dallo smantellamento del sito, alla società Ecoge di Genova, asseritamente collegata a soggetti appartenenti alla criminalità organizzata calabrese.
  Tale episodio è attinente con quanto pubblicato il 13 febbraio 2010 sul sito
internet «www.italiaterranostra.it», il cui direttore responsabile Gianni Lannes appunto, protestando contro l'affidamento dei lavori alla Ecoge, ha dichiarato pubblicamente la propria «permanenza indisturbata» per due ore all'interno della centrale.
  Secondo quanto appreso dal comandante provinciale sulla connessione tra la Sogin e la Ecoge, la Sogin ha interrotto il contratto d'appalto con la predetta ditta nel 2009, per cui lo smaltimento della frazione residua del rottame ferroso è stato effettuato da parte della ditta Vico s.r.l. con sede a Cairo Montenotte (Savona).
  In merito alle dichiarazioni dello stesso Lannes, sui rapporti tra Sogin ed Ecoge, si precisa che il giornalista il 28 gennaio 2010, ha ricevuto da Sogin, su sua richiesta, la nota che si riporta integralmente:
   nel maggio 2008, Ecoge è risultata vincitrice di una gara per l'acquisto di «rottami metallici», totalmente privi di qualsiasi componente radioattivo per un valore complessivo di 315.610,00 euro;
   il contratto prevedeva il ritiro di tali materiali in due lotti: il primo, pari a circa 761 tonnellate di materiali metallici riciclabili da inviare in fonderia, come previsto dalla normativa, il secondo pari a circa 72 tonnellate;
   le condizioni contrattuali prevedevano il ritiro di tutto il materiale entro sessanta giorni dalla sua stipula;
   l'impresa ha ritirato solo una parte del materiale previsto dal primo lotto, costituito principalmente da tondini di armatura derivanti dalla demolizione delle torri di raffreddamento;
   nel gennaio 2009, Sogin ha contestato l'inadempienza della società nei pagamenti e nel rispetto delle scadenze temporali. Nel febbraio 2009, Ecoge ha accettato di chiudere il rapporto contrattuale consegnando, tra l'altro, la certificazione dell'avvenuta lavorazione in fonderia dei materiali metallici ritirati;
   Sogin non ha avuto e non ha altri rapporti con Ecoge.

  Nei giorni successivi il giornalista ha chiesto di poter accedere alla documentazione relativa ai rapporti tra Sogin e Ecoge e, a tale riguardo, il 22 febbraio 2010 è stato ricevuto da Sogin ed è stato messo al corrente della situazione nella massima trasparenza.
  Per completezza di informazione, si ritiene, inoltre di fornire notizie sull'attività svolta dalla prefettura di Piacenza relativamente agli accertamenti sulla Ecoge.
  Al riguardo, preliminarmente, si evidenzia come sia massima l'attenzione della prefettura e delle Forze di polizia al fine di prevenire o contrastare l'annidarsi di fenomeni riconducibili, anche in via mediata, ad elementi collegati con la criminalità organizzata.
  In particolare la prefettura ha effettuato un'attività ricognitiva consistente in un capillare
screening delle opere pubbliche in corso di realizzazione nella provincia, mirato alla valutazione propositiva di eventuali accessi da parte del gruppo interforze.
  Dal monitoraggio è risultato che il comune di Ferriere ha affidato in appalto un'opera alla ditta Ecoge di Genova. In seguito alla proposta del gruppo interforze motivata dalla circostanza che, secondo le indicazioni della Dia di Firenze, la Società risulterebbe avere collegamenti con la malavita calabrese, è stato disposto l'accesso al citato cantiere che, peraltro, non ha evidenziato particolari anomalie.
  Inoltre, a fine marzo 2011, è stato sottoscritto un protocollo di legalità tra Sogin e le prefetture sedi di impianti nucleari, tra cui Piacenza, in materia di appalti pubblici. Tale protocollo rappresenta un ulteriore strumento ai fini della prevenzione di eventuali infiltrazioni della criminalità organizzata.
  Infine, per ciò che attiene allo stato del
decommissioning della centrale di Corso, si riporta quanto di seguito:
   con decreto ministeriale XIII-415 del 6 aprile 2000 è stata intestata alla Sogin la licenza di esercizio della centrale ed è stata autorizzata l'esecuzione di alcune attività di
decommissioning della stessa;
   nel giugno 2010 si è concluso, nel rispetto dei tempi previsti, il trasferimento in Francia dei 1.032 elementi di combustibile irraggiato che erano stoccati nella piscina dell'edificio reattore, per il loro riprocessamento. Le attività di allontanamento del combustibile erano iniziate nel dicembre 2007;
   è stato decontaminato il circuito primario nel febbraio 2004;
   nel dicembre 2006 è stato completato lo smantellamento e la rimozione del turboalternatore all'interno dell'edificio turbina;
   nel maggio 2008 è stata completata la demolizione delle torri di raffreddamento ausiliarie ed è entrata in funzione una delle più grandi stazioni di gestione materiali al mondo per le operazioni di smontaggio, taglio e decontaminazione delle apparecchiature metalliche. Tali attività consentono di riciclare la maggior parte del metallo derivante dallo smantellamento;
   lo smantellamento dei componenti dell'edificio Turbina è stato completato nel giugno 2012;
   attualmente sono in corso le operazioni di trattamento e condizionamento dei rifiuti pregressi e di quelli derivanti dalle attività di
decommissioning, relativamente ai materiali inceneribili ed ai metalli; per il trattamento delle resine esaurite, che costituiscono la quota maggiormente rilevante dei rifiuti presenti in sito, sono in corso prove sperimentali.

  Lo stato di avanzamento delle attività di decommissioning della centrale, stimato al 31 dicembre 2011, corrisponde al 16 per cento (ndr si rettifica il dato errato precedentemente fornito).
  È in corso l’
iter di rilascio dell'autorizzazione per la disattivazione globale della centrale, per il quale è necessario ricevere il parere positivo della Commissione europea sui dati generali di progetto, che sono stati inoltrati da questa direzione generale il 29 marzo 2012, ai sensi dell'articolo 37 del Trattato Euratom (tale parere dovrà essere espresso nel termine di sei mesi dalla data di presentazione, dunque entro il 29 settembre 2012).
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   secondo il circolo Legambiente di Mola di Bari, sono in corso lavori per la realizzazione di un impianto fotovoltaico che sorgerà su una parte della discarica non più operativa della Lombardi Ecologia, in contrada Martucci, in agro di Conversano, al confine con il territorio del comune di Mola di Bari;
   secondo le informazioni acquisite dal circolo di Legambiente di Mola, l'impianto sorgerà su uno dei tre lotti di cui si compone la discarica (quello che è stato autorizzato agli inizi degli anni ottanta e che non era stato avviato seguendo i canoni previsti dal decreto del Presidente della Repubblica n. 915 del 1982);
   lungo alcune arterie stradali dei comuni di Conversano e Mola di Bari, la Lombardi Ecologia sta eseguendo in questi giorni lavori di canalizzazione dei cavi preposti alla conduzione dell'energia che sarà prodotta dall'impianto fotovoltaico;
   a giudizio degli interroganti l'opera pone vari problemi sull'interferenza che un impianto fotovoltaico potrebbe avere con questa discarica di rifiuti in gestione post-operativa, in particolare in merito alla rete di captazione del biogas, ai pozzi di estrazione del percolato, alla possibilità di consentire la regolare manutenzione delle reti presenti, sul naturale cedimento biologico della discarica con relative modifiche nella morfologia ed incidenza sul bilancio idrologico; pone inoltre problemi sulla compatibilità di un impianto fotovoltaico con quanto autorizzato finora in contrada Martucci e a quanto previsto dal decreto legislativo n. 36 2003;
   secondo i dati del GSE il sistema degli incentivi alle energie rinnovabili risulta tra i più alti in Europa e certamente quello a più lunga durata il che spiega a giudizio degli interroganti la proliferazione di impianti per energia rinnovabile a danno del territorio e di un sano sviluppo del Paese con progetti, come quello del mega-impianto fotovoltaico nel comune di Cutrofiano, realizzato da AzzeroCO2 ed Exalto e presentato da Legambiente, che appaiono difformi rispetto ai criteri e alle modalità di inserimento degli impianti nel paesaggio e sul territorio predeterminati nelle Linee Guida sulle Fonti rinnovabili recentemente pubblicate e dalle disposizioni di legge in materia di sostegno del settore agricolo, valorizzazione delle tradizioni agro-alimentari locali, tutela della biodiversità, del patrimonio culturale e del paesaggio rurale;
   il giorno 11 gennaio 2010 la giunta regionale ha approvato la proposta di piano paesaggistico territoriale regionale (PPTR). Tale approvazione, non richiesta dalla legge regionale n. 20 del 2009, è stata effettuata per conseguire lo specifico accordo con il Ministero per i beni e le attività culturali previsto dal Codice e per garantire la partecipazione pubblica prevista dal procedimento di Valutazione Ambientale Strategica. Pertanto, nessuna norma di salvaguardia è entrata in vigore a seguito di detta approvazione. Si procederà all'adozione ai sensi della legge regionale n. 20 del 2009 solo a valle del previsto accordo con il Ministero. E solo dopo tale adozione entreranno in vigore le misure di salvaguardia, le quali riguarderanno, come previsto dalle norme tecniche di attuazione della proposta di PPTR, i beni paesaggistici e gli ulteriori contesti paesaggistici. Ne consegue che allo stato attuale vige ancora esclusivamente il PUTT/Paesaggio e che ogni provvedimento comunale inerente ai valori paesaggistici dovrà fare riferimento solo ad esso. Si evidenzia infine che la Proposta di Piano sostituisce lo Schema di PPTR adottato il 20 ottobre 2009 –:
   se non si ritenga di dover intervenire per abbreviare i tempi dell'adozione dei provvedimenti in materia di autorizzazioni di impianti di fonti rinnovabili;
   se non si ritenga di rivedere il sistema degli incentivi che resta tra i più alti in Europa;
   se il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare non ritenga di verificare se ed in quali progetti di realizzazione di impianti per energia rinnovabile siano coinvolte le associazioni ambientaliste riconosciute dal Ministero stesso;
   se il Ministro per i beni e le attività culturali non intenda operare per una tempestiva entrata in vigore del Piano Paesaggistico Puglia. (4-09118)

  Risposta. — Con l'interrogazione in esame gli interroganti paventano la possibilità che la realizzazione dell'impianto fotovoltaico, che sta sorgendo su una parte della discarica non più operativa della Lombardi ecologia in agro Conversano ai confini del comune di Mola di Bari, possa interferire con la gestione post-operativa della discarica stessa (impianti di captazione del biogas, pozzi di estrazione del percolato, eccetera).
  Gli interroganti riferiscono in particolare che il giorno 11 gennaio 2010 la giunta regionale ha approvato la proposta di piano paesaggistico territoriale regionale (PPTR) al solo fine di conseguire lo specifico accordo con il Ministero per i beni e le attività culturali previsto dal codice e per garantire la partecipazione pubblica prevista dal procedimento di valutazione ambientale strategica.
  Nessuna norma di salvaguardia è entrata in vigore a seguito di detta approvazione poiché, come previsto dalle norme tecniche di attuazione della proposta di PPTR, si procederà all'adozione di misure di salvaguardia ai sensi della legge regionale n. 20 del 2009 solo a valle del previsto accordo con il Ministero. Ne consegue che allo stato attuale vige ancora esclusivamente il piano urbanistico territoriale tematico per il paesaggio (PUTT/Paesaggio) e che ogni provvedimento comunale inerente ai valori paesaggistici dovrà fare riferimento solo ad esso.
  Gli interroganti chiedono di sapere se «non si ritenga di dover intervenire per abbreviare i tempi dell'adozione dei provvedimenti in materia di autorizzazioni di impianti di fonti rinnovabili e se non si ritenga di rivedere il sistema degli incentivi che resta tra i più alti in Europa».
  I provvedimenti auspicati fanno parte del contenuto delle linee guida per l'autorizzazione degli impianti da fonti rinnovabili, di cui all'articolo 12 del decreto legislativo n. 387 del 2003, definitivamente approvate con decreto ministeriale 10 settembre 2010 (pubblicate in
Gazzetta Ufficiale n. 219 del 18 settembre 2010) ed ormai vincolanti per tutte le regioni. Le linee guida rappresentano dunque un utile strumento per un'applicazione unitaria dei vari regimi abilitativi sul territorio nazionale in quanto forniscono un quadro sistematico delle procedure necessarie per l'autorizzazione degli impianti. Per quanto riguarda l'autorizzazione unica di cui al citato decreto legislativo n. 387 del 2003 il decreto delinea i principi fondamentali del procedimento e le sue relazioni con altri procedimenti in materia di tutela ambientale e paesaggistica nell'ottica di una razionalizzazione dell'attività amministrativa e del rispetto dei termini di conclusione dei procedimenti fissati dalle norme di settore.
  Per quanto riguarda, infine, il tema della riduzione delle incentivazioni si fa presente che con l'adozione del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, che al momento dell'interrogazione era in corso di pubblicazione, il Governo ha pienamente aderito allo spirito del cosiddetto pacchetto clima-energia «20-20-20» (direttiva 2009/28/CE), nato per creare uno scenario energetico europeo più sostenibile e sicuro, attraverso la riduzione delle emissioni di CO2, l'aumento del ricorso a energie rinnovabili e la maggior efficienza energetica.
  In particolare, l'obiettivo italiano sulle energie rinnovabili derivante da tale pacchetto è pari al 17 per cento del consumo complessivo di energia al 2020, obiettivo che il Governo intende confermare appieno e, se possibile, superare.
  Il decreto legislativo in esame detta, tra l'altro, i criteri sulla base dei quali ridefinire con decreti ministeriali i regimi di sostegno alle fonti rinnovabili, tra cui, in particolare, la gradualità di intervento a salvaguardia degli investimenti effettuati e la proporzionalità agli obiettivi, la riduzione degli oneri in capo a consumatori ed imprese, nonché la flessibilità della struttura dei regimi di sostegno al fine di tener conto della riduzione dei costi delle tecnologie e dei costi di impianto stabilendo livelli incentivanti comparabili con quelli vigenti nei principali Paesi europei.
  In tal senso, mentre si sta lavorando a definire una nuova strategia energetica nazionale che veda nelle energie rinnovabili una delle direttrici fondamentali, questo Ministero ha anche elaborato, con il concerto di altri Ministeri competenti (ambiente e agricoltura) alcuni decreti che ridisegnano il sistema di incentivi pubblici, per ciascuno dei settori rilevanti (elettricità, energia termica, trasporti).
  Relativamente al settore elettrico (fotovoltaico e altre fonti rinnovabili), i nuovi decreti rappresentano strumenti necessari per raggiungere gli obiettivi finali secondo criteri di efficienza e sostenibilità degli incentivi, con un approccio basato su due misure essenziali: l'efficienza degli incentivi unitari, che devono offrire un'equilibrata remunerazione degli investimenti ed essere paragonabili a quanto avviene nel resto d'Europa, e l'introduzione di strumenti dicontrollo dei volumi incentivati. In particolare, essi:
   incrementano fino a ulteriori 3 miliardi di euro all'anno gli incentivi a regime (dai 9 attuali a circa 12), con un impegno complessivo nei 20 anni di ulteriori 60 miliardi che si aggiungono agli attuali 170;
   avvicinano gli incentivi ai livelli europei, pur rimanendo al di sopra, e accompagnando verso la competitività
(gridparity) e verso l'integrazione nel sistema elettrico delle tecnologie rinnovabili, e stabilizzando l'incidenza degli incentivi sulla bolletta;
   favoriscono uno spostamento del
mix verso le tecnologie più virtuose, attraverso premi e priorità per tecnologie con maggiori ricadute sulla filiera economica e sull'innovazione, per benefici di impatto ambientale, per impianti di più piccole dimensioni, e per impianti che operano in autoconsumo e che sono meglio integrati con il mercato elettrico complessivo e con la rete;
   introducono meccanismi che pongono le basi per uno sviluppo ordinato e sostenibile del settore, attraverso competizione (aste per impianti di dimensione molto grande) e governo dei volumi (registri con criteri di priorità di accesso definiti per impianti di dimensioni medie e grandi).

  Con particolare riguardo al fotovoltaico, si conferma che il fortissimo sviluppo di nuovi impianti registrato negli ultimi anni porterà l'Italia a raggiungere gli obiettivi di incremento delle energie rinnovabili elettriche previsti al 2020 con ben 8 anni di anticipo. Il risultato è ovviamente frutto del notevole potenziale tecnico del nostro Paese ma anche di un sistema di incentivi pubblici che, nonostante le riduzioni apportate con il cosiddetto IV conto energia, risulta ancora molto più generoso del resto d'Europa.
  Al momento dell'interrogazione in esame, era in preparazione il quarto conto energia (decreto ministeriale 5 maggio 2011), con cui il Governo precedente aveva già cercato di apportare una riduzione degli incentivi, in modo coerente alla riduzione del costo della tecnologia, con l'inserimento di strumenti di gestione dei volumi (registri). Tuttavia, la limitazione del registro solo ai grandi impianti e l'insufficienza della riduzione degli incentivi si sono rivelati poco efficaci nel calmierare l'andamento delle installazioni e, quindi, degli oneri conseguenti.
  Lo stesso quarto conto energia prevede che, al raggiungimento del livello di spesa pari a 6 miliardi di euro/anno e prima del raggiungimento dei 7 miliardi di euro/anno, si emani un nuovo decreto che (ri)disciplini le tariffe incentivanti alla produzione elettrica da fonte fotovoltaica.
  Considerato che i 6 miliardi di spesa stanno per essere raggiunti (ad oggi, il livello è oltre i 5,8 miliardi) ed in un'ottica di coerenza con l'approccio generale sopra descritto, il nuovo Governo ha già predisposto lo schema di decreto recante il quinto conto energia, che il 6 giugno 2012 è stato valutato favorevolmente dalla Conferenza unificata.
  L'obiettivo del nuovo provvedimento, ormai di prossima emanazione, è favorire una crescita virtuosa, basata su un sistema di incentivazione vantaggioso per il Paese e tale da ridurre l'impatto sulle bollette di cittadini e imprese, oltre che programmare uno sviluppo ordinato e sostenibile del settore che, concluso quest'ultimo ciclo di incentivazione, potrà continuare a diffondersi senza altri incentivi.

Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   nel comune di Cutrofiano (Lecce), lungo la strada provinciale Cutrofiano-Supersano, si annuncia il progetto di un vasto impianto fotovoltaico caratterizzato da 700 maxi-pannelli insegui-sole alti 7 metri installati su 26 ettari di suolo agricolo o naturale;
   il progetto, realizzato da Exalto e AzzeroCO2, di cui il comune di Cutrofiano figura essere un cliente, è stato presentato da Legambiente in una conferenza stampa a Lecce, il 14 ottobre scorso, come «un progetto sperimentale» e come «una soluzione innovativa al problema di coniugare la realizzazione di impianti fotovoltaici a terra con la tutela del suolo e dell'agricoltura locale»;
   per raggiungere questo obiettivo verranno installati 700 inseguitori, realizzati dalla società Concentrix Solar con una tecnologia che prevede l'uso di lenti Fresnel di concentramento e celle-fotovoltaiche ad alta efficienza. «Inoltre – spiega Legambiente – la superficie dell'inseguitore è dotata di pannelli bianchi che determinano la rifrazione della luce solare a terra, favorendo la crescita delle colture seminate nel terreno sottostante»;
   il comitato locale «Forum Amici del Territorio di Cutrofiano» si oppone invece alla realizzazione del mega impianto fotovoltaico, perché 26 ettari, l'equivalente di circa 40 campi da calcio, sono troppi per un progetto sperimentale, che peraltro dovrebbe durare almeno 20 anni. I ventisei ettari di campagna, affittati per vent'anni dalla AzzeroCO2 per realizzare l'impianto fotovoltaico, insistono in un'area detta «Gorgoni», dal nome del proprietario, noto latifondista della zona, che è una sorta di groviera traforata da quelle cave ipogee che fanno di Cutrofiano una zona ad alto rischio idrogeologico, soggetta a sprofondamenti e crolli. Inoltre, la captazione della radiazione solare da parte dei pannelli, riducendo enormemente l'arrivo dei fotoni luminosi al suolo, non giova alla fotosintesi clorofilliana e dunque a qualsiasi attività agricola che si volesse fare al di sotto. Né si può immaginare di avere la certificazione biologica in un luogo dove i pannelli dovranno periodicamente essere puliti con solventi, più o meno biodegradabili. Il complesso cablaggio dei cavidotti interrati e il costo complessivo dell'impianto che ammonta a ben 17 milioni di euro, per un guadagno nel corso degli anni estremamente superiore, rende indubbiamente incompatibile lo svolgimento di sistematica attività agricola con i necessari mezzi meccanici nel sito interessato dagli impianti, tutto ad ulteriore conferma di come sia una vana pretesa quella di poter conciliare agricoltura e industria dell'energia nelle modalità dell'impianto proposto. In quel sito, il dedalo di cavi elettrici renderebbe le operazioni di aratura alquanto difficoltose, nonché rischiose per l'incolumità degli operatori, come per la stessa «incolumità» del costosissimo impianto a seguito dei ben possibili urti tra i mezzi meccanici agricoli e i pannelli o altra struttura;
   la zona in questione è un terreno che fino all'anno scorso era inserita in una grande riserva tra Cutrofiano e Maglie, una zona che fino a pochi anni fa era utilizzata per la coltivazione del tabacco, ora è diventata un'importante zona naturalistica sulla quale hanno svernato l'anno scorso interi stormi di pivieri dorati e allodole; ora non è più riserva, ma ricopre un'importanza straordinaria dal punto di vista ambientale e paesaggistico. Il sito, inoltre, per le sue peculiarità e per la sua ubicazione, rientra di fatto nell'area vasta «Bosco Belvedere», così classificata, nella nuova zonizzazione paesaggistica del territorio pugliese in seno al nuovo PPTR (piano paesaggistico territoriale della regione Puglia) recentemente approvato dalla Amministrazione regionale. In questa zona, la Regione Puglia, riconoscendone le alte valenze già indicate dalla Provincia di Lecce, ha istituito il «Parco rurale e naturale dei Paduli» al cui interno rientra anche il territorio agricolo di Cutrofiano, in particolar modo nella sua porzione meridionale, che si raggiunge appunto percorrendo proprio la S.P. Cutrofiano-Supersano;
   nel «Parco rurale e naturale dei Paduli», che è stato istituito per salvare un'area di alto pregio paesaggistico, dove vivono rarissimi e protetti animali (come il Tritone italico, altri anfibi a rischio di estinzione, numerosi uccelli tra cui gru e cicogne nere e bianche, eccetera), si dovranno finanziare, come previsto dal nuovo piano paesaggistico della Puglia che lo ha scelto come parco pilota, solo progetti di rimboschimento, di alto recupero della naturalità e delle suggestioni pittoresche del paesaggio rurale, nonché favorire il biologico e un'agricoltura di recupero delle varietà agro-pastorali della locale tradizione, impedendo assolutamente l'ubicazione in quell'area di pannelli fotovoltaici, come anche ribadito in più occasioni dal prof. Alberto Magnaghi dell'università di Firenze curatore scientifico del PPTR. Il termine «Paduli» sta a indicare la natura paludosa del vasto sito caratterizzato dalla presenza di numerosi «canali», uno dei quali, il Piscopio, attraversa lo stesso sito in cui Legambiente vorrebbe realizzare il progetto industriale;
   il coinvolgimento diretto di Legambiente attraverso la sua AzzeroCO2 in questa operazione industriale sconcerta, ancora di più, per la sua contraddittorietà con le dichiarazioni pubbliche, ribadite nelle ultime linee guida dell'associazione, in merito all'ubicazione virtuosa dei pannelli fotovoltaici sui tetti di strutture recenti – e non più a terra – a salvaguardia dell'agricoltura, della biodiversità selvatica e, non ultimo, del paesaggio;
   l'azione del «Forum Amici del Territorio di Cutrofiano» contro l'impianto ha visto l'appoggio di cittadini, agronomi, studiosi, medici, ingegneri e politici di ogni colore, e coinvolto numerose associazioni e comitati del territorio che condividono il medesimo impegno, tra cui Italia Nostra, Save Salento, la rete di comitati e movimenti del Forum Ambiente e Salute, e dello stesso parroco don Mirko Lagna, titolare della locale parrocchia di San Giuseppe, i quali chiedono che sia invece favorita l'incentivazione dei piccoli impianti fotovoltaici domestici sui tetti degli edifici;
   contro il dilagare di progetti per impianti fotovoltaici estesi su più ettari di suolo agricolo o naturale si è pronunciata la stessa Agenzia regionale per la prevenzione e l'ambiente della Puglia (ARPA) attraverso una lettera inviata ai vertici regionali a firma del suo direttore generale, l'epidemiologo di fama internazionale professor Giorgio Assennato, e la Sovrintendenza ai beni culturali e paesaggistici della Puglia, attraverso una circolare inviata ai principali enti pubblici autorizzativi coinvolti, a firma del suo direttore, l'architetto Ruggero Martinez;
   sia il decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387, di attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell'energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili, sia le «Linee guida per l'autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili» adottate con il decreto ministeriale del 10 settembre 2010, prevedono che, in zone di particolare pregio rispetto al contesto paesaggistico-culturale come pure in zone classificate agricole dai piani urbanistici, l'insediamento e l'esercizio dell'impianto non comprometta o interferisca negativamente con le finalità perseguite dalle disposizioni in materia di sostegno nel settore agricolo, con particolare riferimento alla valorizzazione delle tradizioni agroalimentari locali, alla tutela della biodiversità, così come del patrimonio culturale e del paesaggio rurale di cui alla legge 5 marzo 2001, n. 57, articoli 7 e 8, nonché del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228, articolo 14; secondo i dati del GSE il sistema degli incentivi alle energie rinnovabili risulta tra i più alti in Europa e certamente quello a più lunga durata il che spiega a giudizio degli interroganti la proliferazione di impianti per energia rinnovabile a danno del territorio e di un sano sviluppo del Paese con progetti, come quello del mega-impianto fotovoltaico nel Comune di Cutrofiano, realizzato da AzzeroCO2 ed Exalto e presentato da Legambiente, che appaiono difformi rispetto ai criteri e alle modalità di inserimento degli impianti nel paesaggio e sul territorio predeterminati nelle Linee Guida sulle Fonti rinnovabili recentemente pubblicate e dalle disposizioni di legge in materia di sostegno del settore agricolo, valorizzazione delle tradizioni agroalimentari locali, tutela della biodiversità, del patrimonio culturale e del paesaggio rurale;
   il giorno 11 gennaio 2010 la Giunta Regionale ha approvato la proposta di Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR). Tale approvazione, non richiesta dalla legge regionale n. 20 del 2009, è stata effettuata per conseguire lo specifico accordo con il Ministero per i beni e le attività culturali previsto dal Codice e per garantire la partecipazione pubblica prevista dal procedimento di Valutazione Ambientale Strategica. Pertanto, nessuna norma di salvaguardia è entrata in vigore a seguito di detta approvazione. Si procederà all'adozione ai sensi della legge regionale n. 20 del 2009 solo a valle del previsto accordo con il Ministero. E solo dopo tale adozione entreranno in vigore le misure di salvaguardia, le quali riguarderanno, come previsto dalle norme tecniche di attuazione della proposta di PPTR, i beni paesaggistici e gli ulteriori contesti paesaggistici. Ne consegue che allo stato attuale vige ancora esclusivamente il PUTT/Paesaggio e che ogni provvedimento comunale inerente ai valori paesaggistici dovrà fare riferimento solo ad esso. Si evidenzia infine che la Proposta di Piano sostituisce lo Schema di PPTR adottato il 20 ottobre 2009 –:
   se non si ritenga di dover intervenire per abbreviare i tempi dell'adozione dei provvedimenti in materia di autorizzazioni di impianti di fonti rinnovabili;
   se non si ritenga di rivedere il sistema degli incentivi che resta tra i più alti in Europa;
   se il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare non ritenga di verificare se ed in quali progetti di realizzazione di impianti per energia rinnovabile siano coinvolte le associazioni ambientaliste riconosciute dal Ministero stesso;
   se il Ministro per i beni e le attività culturali non intenda operare per una tempestiva entrata in vigore del Piano Paesaggistico Puglia. (4-09120)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, concernente le problematiche che potrebbero insorgere in caso di realizzazione dell'impianto fotovoltaico progettato da Exxalto e AzzeroCO2 nel comune di Cutrofiano (Lecce), sulla base degli elementi forniti dalla direzione generale competente, si rappresenta quanto segue.
  Al riguardo, gli interroganti rappresentano che l'area interessata dal progetto è situata in zona ad alto rischio idrogeologico, soggetta a sprofondamenti e crolli, e, pertanto, sottolineano l'incompatibilità del progetto con lo svolgimento dell'attività agricola nell'area e con la valenza ambientale e paesaggistica del sito che rientra di fatto nell'area «Bosco Belvedere», così classificata nella nuova zonizzazione paesaggistica del territorio pugliese in seno al nuovo piano paesaggistico territoriale regionale (PPTR).
  Inoltre, gli interroganti informano che il giorno 11 gennaio 2010 la giunta regionale ha approvato la proposta di PPTR al solo fine di conseguire lo specifico accordo con il Ministero per i beni e le attività culturali previsto dal codice e per garantire la partecipazione pubblica prevista dal procedimento di valutazione ambientale strategica. Nessuna norma di salvaguardia è entrata in vigore a seguito di detta approvazione poiché, come previsto dalle norme tecniche di attuazione della proposta di PPTR, si procederà all'adozione di misure di salvaguardia ai sensi della legge regionale n. 20 del 2009 solo a valle del previsto accordo con il Ministero. Ne consegue che allo stato attuale vige ancora esclusivamente il piano urbanistico territoriale tematico per il paesaggio (PUTT/Paesaggio) e che ogni provvedimento comunale inerente ai valori paesaggistici dovrà fare riferimento solo ad esso.
  Gli interroganti, pertanto, chiedono di sapere «se non si ritenga di dover intervenire per abbreviare i tempi dell'adozione dei provvedimenti in materia di autorizzazioni di impianti di fonti rinnovabili e se non si ritenga di rivedere il sistema degli incentivi che resta tra i più alti in Europa».
  I provvedimenti auspicati dagli interroganti fanno parte del contenuto delle linee guida per l'autorizzazione degli impianti da fonti rinnovabili, di cui all'articolo 12 del decreto legislativo n. 387 del 2003, definitivamente approvate con decreto ministeriale 10 settembre 2010 (pubblicato in
Gazzetta Ufficiale n. 219 del 18 settembre 2010) ed ormai vincolanti per tutte le regioni. Le linee guida rappresentano dunque un utile strumento per un'applicazione unitaria dei vari regimi abilitativi sul territorio nazionale in quanto forniscono un quadro sistematico delle procedure necessarie per l'autorizzazione degli impianti.
  In particolare, per quanto riguarda l'autorizzazione unica di cui al citato decreto legislativo n. 387 del 2003, la suddetta normativa delinea i principi fondamentali del procedimento e le sue relazioni con altri procedimenti in materia di tutela ambientale e paesaggistica, nell'ottica di una razionalizzazione dell'attività amministrativa e nel rispetto dei termini di conclusione dei procedimenti fissati dalle norme di settore.
  Per quanto riguarda la criticità ambientale dell'area di localizzazione dell'impianto cui fanno riferimento gli interroganti, va osservato che l'autorizzazione unica, cui sono assoggettati gli impianti in esame, è di competenza regionale e che spetta pertanto alla Regione valutare in sede di procedimento unico le caratteristiche delle aree interessate dal progetto per valutarne la compatibilità con il quadro dei vincoli ambientali e paesaggistici insistenti sull'area.
  Com’è noto, infatti, il procedimento unico si svolge con la modalità della conferenza di servizi cui partecipano tutti gli enti titolari della cura degli interessi pubblici che vengono in rilievo in relazione allo specifico progetto ed alla sua localizzazione. È dunque in questa sede che sono svolte le necessarie valutazioni di conformità alle norme di settore che disciplinano la realizzazione e l'esercizio di detti impianti.
  Per quanto riguarda, infine, il tema della riduzione delle incentivazioni, si rappresenta che con il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28 di recepimento della direttiva 2009/28/CE, il Governo ha pienamente aderito allo spirito del cosiddetto pacchetto clima-energia «20-20-20» al fine di creare uno scenario energetico europeo più sostenibile e sicuro, attraverso la riduzione delle emissioni di CO2, l'aumento del ricorso a energie rinnovabili e la maggior efficienza energetica. In particolare, l'obiettivo italiano sulle energie rinnovabili derivante da tale pacchetto è pari al 17 per cento del consumo complessivo di energia per l'anno 2020, obiettivo che il Governo intende confermare e, se possibile, superare.
  Il decreto legislativo in esame detta, tra l'altro, i criteri sulla base dei quali si intende ridefinire, con decreti ministeriali, i regimi di sostegno alle fonti rinnovabili, tra cui, in particolare, la gradualità di intervento a salvaguardia degli investimenti effettuati e la proporzionalità agli obiettivi, la riduzione degli oneri in capo a consumatori ed imprese, nonché la flessibilità della struttura dei regimi di sostegno al fine di tener conto della riduzione dei costi delle tecnologie e dei costi di impianto, stabilendo livelli incentivanti comparabili con quelli vigenti nei principali Paesi europei.
  In tal senso, mentre si sta lavorando al fine di definire una nuova strategia energetica nazionale che individui nelle energie rinnovabili una delle direttrici fondamentali, il Ministero dello sviluppo economico ha elaborato, con il concerto di altri Ministeri competenti (ambiente e agricoltura), alcuni decreti che ridisegnano il sistema di incentivi pubblici, per ciascuno dei settori rilevanti (elettricità, energia termica, trasporti).
  In particolare, relativamente al settore elettrico (fotovoltaico e altre fonti rinnovabili), i nuovi decreti rappresentano strumenti necessari per raggiungere gli obiettivi finali secondo criteri di efficienza e sostenibilità degli incentivi, con un approccio basato su due misure essenziali: l'efficienza degli incentivi unitari, che devono offrire un'equilibrata remunerazione degli investimenti ed essere paragonabili a quanto avviene nel resto d'Europa, e l'introduzione di strumenti di controllo dei volumi incentivati. In particolare, quest'ultimi:
   incrementano fino a ulteriori 3 miliardi di euro all'anno gli incentivi a regime (dai 9 attuali a circa 12), con un impegno complessivo nei 20 anni di ulteriori 60 miliardi che si aggiungono agli attuali 170;
   avvicinano gli incentivi ai livelli europei, pur rimanendo al di sopra, e accompagnando verso la competitività
(gridparity) e verso l'integrazione nel sistema elettrico delle tecnologie rinnovabili, e stabilizzando l'incidenza degli incentivi sulla bolletta;
   favoriscono uno spostamento del
mix verso le tecnologie più virtuose, attraverso premi e priorità per tecnologie con maggiori ricadute sulla filiera economica e sull'innovazione, per benefici di impatto ambientale, per impianti di più piccole dimensioni, e per impianti che operano in autoconsumo e che sono meglio integrati con il mercato elettrico complessivo e con la rete;
   introducono meccanismi che pongono le basi per uno sviluppo ordinato e sostenibile del settore, attraverso competizione (aste per impianti di dimensione molto grande) e governo dei volumi (registri con criteri di priorità di accesso definiti per impianti di dimensioni medie e grandi).

  Inoltre, con particolare riguardo al fotovoltaico, si conferma che il fortissimo sviluppo di nuovi impianti registrato negli ultimi anni porterà l'Italia a raggiungere gli obiettivi di incremento delle energie rinnovabili elettriche previsti per l'anno 2020 con ben 8 anni di anticipo. Il risultato è ovviamente frutto del notevole potenziale tecnico del nostro Paese, ma anche di un sistema di incentivi pubblici che, nonostante le riduzioni apportate con il cosiddetto IV conto energia, risulta ancora molto più generoso del resto d'Europa.
  Si rappresenta altresì che al tempo in cui gli interroganti ponevano l'interrogazione in esame, era in corso di preparazione il IV conto energia (decreto ministeriale 5 maggio 2011), con cui il precedente Governo aveva già cercato di apportare una riduzione degli incentivi, in modo coerente alla riduzione del costo della tecnologia, con l'inserimento di strumenti di gestione dei volumi (registri). Tuttavia, la limitazione del registro solo ai grandi impianti e l'insufficienza della riduzione degli incentivi si sono rivelati poco efficaci nel calmierare l'andamento delle installazioni e, quindi, degli oneri conseguenti.
  Lo stesso quarto conto energia prevede che, al raggiungimento del livello di spesa pari a 6 miliardi di euro/anno e prima del raggiungimento dei 7 miliardi di euro/anno, si emani un nuovo decreto che (ri)disciplini le tariffe incentivanti alla produzione elettrica da fonte fotovoltaica.
  Considerato che i 6 miliardi di spesa stanno per essere raggiunti (ad oggi, il livello è oltre i 5,8 miliardi) ed in un'ottica di coerenza con l'approccio generale sopra descritto, l'attuale Governo ha già predisposto lo schema di decreto recante il «quinto conto energia», che il 6 giugno 2012 è stato valutato favorevolmente dalla Conferenza unificata.
  L'obiettivo del nuovo provvedimento, ormai di prossima emanazione, è favorire una crescita virtuosa, basata su un sistema di incentivazione vantaggioso per il Paese e tale da ridurre l'impatto sulle bollette di cittadini e imprese, oltre che programmare uno sviluppo ordinato e sostenibile del settore che, concluso quest'ultimo ciclo di incentivazione, potrà continuare a diffondersi senza altri incentivi.
  Attraverso una complessa istruttoria, che ha tenuto conto dei risultati raggiunti, delle ricadute positive per vari settori economici direttamente interessati dallo sviluppo del fotovoltaico e del volume di attività economiche che gli incentivi del Conto energia hanno creato, si è elaborato un regime di incentivazione caratterizzato:
   
a) da meccanismi di controllo della spesa, quali i registri, previsti non più solo per i grandi impianti;
   
b) con valori di remunerazione allineati ai livelli europei e adeguati agli andamenti dei costi di mercato, calati radicalmente negli ultimi anni;
   
c) che privilegia le applicazioni connesse all'efficienza energetica, l'utilizzo di aree e superfici non altrimenti impiegabili;
   
d) che valorizza adeguatamente l'innovazione tecnologica e le ricadute economiche e ambientali.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riporta un servizio tratto dal programma televisivo Report del 2 novembre 2008, dopo l'alluvione del 2000 il borgo nella zona di Trino, in provincia di Vercelli, è stato evacuato. A poche decine di metri dal borgo si trova, sull'altra riva del Po, la centrale nucleare: ha resistito a tutte le alluvioni, ha cominciato a produrre energia nel 1964. Tuttavia, complessivamente, ha funzionato solo per 13 anni perché per altri 9 è stata ferma per manutenzioni straordinarie. Eppure sono stati sufficienti a produrre 2.800 fusti di rifiuti radioattivi, tutto materiale che avrebbe dovuto essere nel sito nazionale già da tempo. A questi rifiuti se ne aggiungeranno presto altri perché, se è vero che la centrale di Trino tra tutte è quella che è più avanti nel decommissioning, il cuore radioattivo è ancora tutto lì. Sotto uno schermo in acciaio si trova una piscina dove sono custoditi i 47 elementi di combustibile rimasti nell'impianto di Trino: uranio 235 e 239, plutonio, prodotti di fissione (cesio, stronzio), e altro. Tutto materiale che andrà trattato con precauzioni notevoli (tramite interventi sott'acqua) a causa delle componenti che hanno la maggiore pericolosità;
   da sempre esiste il sospetto che la barriera costruita sul Po per favorire l'approvvigionamento idrico della centrale sia stata una delle cause delle continue alluvioni di Trino;
   nel 2003 il Governo Berlusconi ha deciso di indennizzare gli enti locali per i disagi provocati dagli impianti nucleari. Finalmente nel 2008 arrivano i soldi. Secondo logica questi avrebbero dovuto essere ripartiti in base alla concentrazione di radioattività. Al Consorzio di Monferrato, che sostiene spese significative con continui carotaggi per garantire la qualità dell'acqua, non è arrivato un euro. Sono arrivati, invece, in Val Sesia, situata in montagna a 80 chilometri dagli impianti. A Saluggia, dove c’è il 90 per cento di concentrazione di radioattività, è arrivato spio il 30 per cento delle compensazioni, mentre a Trino, dove ce n’è un decimo, è arrivato più del 50 per cento;
   a «Terre d'Acqua», una fondazione che si occupa di promozione turistica, sono stati destinati 2 milioni e 300 mila euro, cifra significativa in rapporto ai 3,6 milioni destinati, invece, al comune di Sessa Aurunca, provincia di Caserta, dove si trova la famosa centrale del Garigliano, che nel corso degli anni ha creato diversi problemi;
   collocata nella campagna di Caserta, questa centrale è spenta dal 1978 a causa di un guasto a un generatore di vapore. Mentre l'Enel cercava di ripristinarla accadde l'imponderabile: «si stavano effettuando le attività per riattivare l'impianto – racconta Severino Alfieri, project manager di Latina e Garigliano – quando nel 1980, con il terremoto dell'Irpinia, è stata qualificata tutta la zona come zona sismica (prima non lo era). Pertanto, l'ente di controllo chiese una rivalutazione di tutto l'impianto dal punto di vista antisismico»: di conseguenza, economicamente, non era più conveniente riattivare l'impianto, che venne arrestato nonostante il rischio sismico sia tuttora presente;
   sulla centrale svetta una ciminiera di 90 metri di altezza che mostra tutti i segni dell'abbandono. Da anni l'ente di controllo sul nucleare ha chiesto, invano, di abbatterla: la paura è che ceda schiantandosi sulla sfera che custodisce il reattore;
   in 30 anni l'unico materiale radioattivo allontanato è stato il combustibile nucleare, trasferito a partire dagli anni Sessanta. Ora si trova in Inghilterra, nel sito di Sellafield: l'Italia, dalla fine degli anni ’60, sta pagando un affitto di circa un miliardo e 600 milioni di euro per poter lasciare le scorie agli inglesi. Inoltre, dal giorno del terremoto, un centinaio di persone veglia per controllare che la radioattività non esca dagli impianti. Tutto ciò costa circa 2 milioni di euro l'anno;
   negli Stati Uniti esisteva una centrale gemella a quella di Garigliano (Big Rock Point, nel Michigan) che gli americani hanno chiuso nel 1997 e con 350 milioni di dollari hanno smantellata e trasformata in un parco. Per la centrale di Garigliano si dovrà attendere almeno il 2024, considerato che il progetto di smantellamento deve ancora essere approvato. Si parla di sessant'anni di spese per una centrale che ha lavorato appena 15 anni. In attesa che vengano approvate le pratiche si stanno ampliando gli accessi controllati agli impianti per poter fare entrare più persone alla volta: i costi di questi ampliamenti ammontano a 350 mila euro;
   nei pressi della centrale in questione sono stati sepolti, in buste di plastica, 3 mila metri cubi di rifiuti a bassa e media radioattività, perché non si sapeva cosa farne –:
   se i Ministri siano a conoscenza dei fatti riportati in premessa e di quali ulteriori dati dispongano;
   quali cambiamenti siano intervenuti, a distanza di due anni, relativamente allo stato di smantellamento dei due siti nucleari considerati;
   quali iniziative i Ministri interrogati intendano intraprendere al fine di avviare il recupero e la riqualificazione dei territori sui quali sorgono centrali nucleari abbandonate;
   quale sia la situazione attuale nel nostro Paese riguardo ai siti nucleari dismessi;
   quali iniziative intendano adottare riguardo alle scorie radioattive ancora presenti sul territorio e senza alcuna protezione;
   per quali ragioni i fondi destinati nel 2003 agli enti locali danneggiati dalla presenza di impianti nucleari siano stati ripartiti secondo un criterio, ad avviso degli interroganti, scarsamente razionale che non ha tenuto conto delle effettive concentrazioni di radioattività. (4-09401)

  Risposta. — La gestione dei rifiuti radioattivi in Italia è uno dei temi su cui il Governo ha iniziato a lavorare subito, in quanto parte di quegli argomenti critici per i quali si sta pagando il costo di inefficienze, lentezze, mancate decisioni per la realizzazione di infrastrutture necessarie.
  L'aspetto senza dubbio più rilevante riguarda il ritardo italiano nella realizzazione di un deposito nazionale in cui custodire in sicurezza, in modo definitivo, i rifiuti radioattivi, motivo per cui è dagli anni del primo
referendum anti-nucleare che i rifiuti continuano ad essere mantenuti in depositi «temporanei», sostanzialmente nei luoghi in cui sono stati prodotti. Per vari motivi, è urgente una scelta definitiva in grado di tutelare al meglio la salute dei cittadini e l'ambiente, razionalizzare e rendere trasparente il ciclo dei rifiuti radioattivi (non solo derivanti dalla produzione di energia ma anche da altre attività, in particolare sanitarie e di ricerca).
  L'attività di
decommissioning finora svolta può essere quantificata attorno al 12 per cento del piano complessivo, secondo una stima a fine 2011. L'unico sito di cui sia stato oggi autorizzato il progetto di smantellamento è quello di Bosco Marengo (Alessandria). In particolare, per Trino la stima è del 14 per cento e per Garigliano dell'11 per cento.
  Per rendere più efficiente il processo, con l'articolo 24 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito con modificazioni in legge 24 marzo 2012, n. 27, il Governo ha ridefinito le procedure autorizzative sui progetti di disattivazione e smantellamento e introdotto tempi massimi di valutazione e strumenti di intervento (conferenze di servizi convocate dal Ministero dello sviluppo economico) per sbloccare la valutazione sulle domande presentate da oltre un anno. Rispetto alla frammentazione amministrativa che richiedeva l'acquisizione di numerose autorizzazioni a livello centrale e a livello locale, adesso la legge ha introdotto nel settore nucleare lo strumento della «autorizzazione unica» rilasciata dal Ministero dello sviluppo economico a seguito di una conferenza di servizi cui partecipano tutti i soggetti aventi titolo ad esprimersi, compresi gli enti locali e le regioni.
  Circa le misure compensative previste dalla legge cui fanno riferimento gli interroganti, si segnala che il decreto-legge n. 314 del 2003, convertito nella legge n. 368 del 2003, al comma 1-
bis dell'articolo 4, stabilisce la metodologia di calcolo delle stesse, commisurate ai criteri radiologici definiti dall'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, in considerazione dell'inventario e conseguenti valori di rischio e quantità; detti criteri sono alla base di un decreto annuale del Ministero dell'ambiente a seguito del quale il CIPE, con proprie delibere, ha provveduto e provvede a ripartire le risorse ai siti interessati.
  Per l'anno 2003 – anno di approvazione della legge – non risultava nessun gettito riconducibile all'applicazione della menzionata legge n. 368 del 2003; di conseguenza, il primo anno di riferimento per il riparto delle misure compensative è il 2004. Pertanto, non risulta riscontrabile l'affermazione degli interroganti circa la ripartizione incoerente con i criteri menzionati.
  Non si ritiene ragionevole l'affermazione degli interroganti circa lo stato di conservazione delle scorie, descritto come «fuori controllo»: secondo le vigenti norme di settore e delle specifiche prescrizioni dettate dalle autorità di controllo (ISPRA; vari Ministeri: salute, lavoro, interno, ambiente, regione e Agenzia regionale per la protezione ambientale territorialmente competenti), tutti i rifiuti si trovano attualmente stoccati nei siti in condizioni di sicurezza, ed il loro monitoraggio è continuo sia da parte degli esercenti che delle autorità preposte,
in primis, l'ISPRA - dipartimento nucleare, rischio tecnologico e industriale.
  In merito alla centrale di Trino, gli interroganti riferiscono la circostanza secondo cui la «barriera costruita sul Po» per favorire l'approvvigionamento idrico della centrale possa essere stata una delle cause delle continue alluvioni di Trino. In proposito, si fa presente che gli studi condotti sull'argomento dall'autorità di bacino e dal magistrato del fiume Po (fonte Sogin spa) hanno escluso che la suddetta barriera sia stata causa degli stessi e le ragioni degli eventi prodotti furono invece individuate, almeno per gli ultimi eventi di piena, nel mancato completamento dei nuovi argini, progettati e realizzati a cura dell'autorità di bacino e del magistrato del Po e nell'eccezionalità degli eventi atmosferici. Attualmente, i nuovi argini sono stati completati.
  Nel sito di Trino sono presenti 1047 metri cubi di rifiuti di cui 704 condizionati e 343 non condizionati. I 47 elementi di combustibile, ancora presenti nella piscina della centrale di Trino, saranno quanto prima trasportati in Francia a valle del completamento dei trasporti del combustibile dal deposito Avogadro di Saluggia (Vicenza).
  Circa lo stato di avanzamento del
decommissioning, a Trino sono state completate tutte le attività di smantellamento all'esterno della zona controllata, ad esclusione della cosiddetta «isola nucleare» per la quale si conta di poter rilasciare la relativa autorizzazione alla disattivazione entro l'estate 2012. Sono stati smantellati anche i componenti privi di contaminazione radioattiva.
  In merito alla centrale di Garigliano, si fa presente che, per la «ciminiera di 90 metri», la struttura del camino (o ciminiera) non soddisfa oggi i requisiti derivanti dalla riclassificazione sismica dell'area. Il rischio connesso con l'evento sismico – seppur minimo – ha indotto l'Agenzia per la protezione dell'ambiente e per i servizi tecnici (oggi ISPRA) a richiederne, alternativamente, la demolizione controllata o l'adeguamento sismico. A seguito di tale richiesta, Sogin, esercente dell'impianto, ha presentato il progetto particolareggiato che prevede l'ablazione della parte superficiale interna del camino, con tecniche tali da escludere qualsiasi impatto sull'ambiente, nonché la demolizione controllata e in sicurezza. L'ISPRA ha approvato in via definitiva, nell'agosto 2009, il progetto particolareggiato. Nel 2011 è stato avviato l’
iter per lanciare la gara per la demolizione del camino. Attualmente, proseguono le attività per l'installazione di un camino provvisorio, in previsione dell'abbattimento di quello principale in ottemperanza alle più recenti normative sismiche dell'area.
  Circa la presenza di rifiuti nel sito di Garigliano (escluso il combustibile nucleare irraggiato, non più presente sul sito, come già comunicato in risposta ad altra interrogazione n. 4-07128), si informa che nel sito del Garigliano sono presenti 3.120 metri cubi di rifiuti di cui 1.611 condizionati e 1.509 non condizionati. Circa il mantenimento in sicurezza (compreso il servizio di
security, ed escluso il costo del personale interno Sogin), i relativi costi ammontano circa a 1,8 milioni di euro l'anno.
  L'adeguamento del sistema di accesso alla zona controllata, cui fanno riferimento gli interroganti, si è reso necessario per l'incremento del numero di persone che devono operare in centrale per le attività di
decommissioning e mantenimento in sicurezza. Le attività hanno riguardato, in particolare, i lavori di ristrutturazione di alcuni locali adiacenti e degli impianti di servizio.
  Circa i presunti rifiuti sepolti, si segnala che l'allora ente di controllo – comitato nazionale per l'energia nucleare, nel 1968 (Sogin è stata costituita nel 1999), autorizzò lo smaltimento di rifiuti solidi a bassa attività prodotti nella centrale del Garigliano mediante la pratica, in quegli anni utilizzata da molti paesi produttori di rifiuti nucleari, che prevedeva il loro sotterramento in trincee scavate nel terreno. Nella zona autorizzata, all'interno del perimetro di centrale, furono realizzate negli anni successivi, nel rispetto di quanto definito allora nello studio approvato dall'ente di controllo, tre trincee nelle quali furono deposti materiali a bassa contaminazione (indumenti protettivi, soprascarpe, carta, stracci, plastiche, cavi elettrici, legname, mattoni in cemento, calcinacci). La maggior parte di questi rifiuti fu sistemata in sacchi di plastica prima del loro interramento. Il volume dei rifiuti smaltiti nelle trincee è pari a circa 1.000 metri cubi. Sogin, al fine di innalzare i livelli di sicurezza dell'impianto, ha avviato la bonifica delle trincee stesse.
  Circa lo stato dello smantellamento del sito di Garigliano, le analisi sviluppate a supporto dell'istanza presentata nel 2001 ipotizzano di arrivare al rilascio completo del sito, e cioè alle condizioni cosiddette di «prato verde»
(green field). Poiché le prescrizioni contenute nella valutazione di impatto ambientale (del 1o dicembre 2009) hanno previsto la conservazione del complesso costituito dall'edificio rea ore, dall'edificio turbina e dalla palazzina uffici, saranno previste attività di adeguamento dei corpi di fabbrica, a valle delle attività di decontaminazione sulle strutture. Nulla è mutato rispetto all'ipotesi di «prato verde», in quanto le strutture risulteranno, a seguito dei controlli radiologici finali, esenti da vincoli radiologici.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


    ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riporta un articolo pubblicato dal quotidiano L'Unità del 21 gennaio 2011, «Emilia Romagna e Basilicata, in particolare la località Craco nel materano, sono in cima a una lista in mano alla Sogin, la società statale che gestisce il decommissioning (lo smantellamento) delle vecchie centrali, stilata da tempo ma mai rivelata. Una lista che comprende anche altre regioni: Toscana, Lazio, Sardegna, Campania, Puglia»;
   i siti «ritenuti più idonei» sarebbero dunque già stati individuati da tempo nonostante la Sogin abbia sempre smentito la circostanza e avesse fatto trapelare lo scorso settembre una rosa di siti in base alla quale le aree papabili sarebbero 52;  
   secondo un'intercettazione telefonica del luglio del 2008 fatta dalla procura di Potenza, Silvio Cao, già componente il consiglio di amministrazione di Sogin e molto amico del generale Carlo Jean alle 8.44 del mattino chiamando un cellulare avrebbe detto, secondo quanto riferito dai carabinieri: «Il Cao chiama utilizzando la linea del generale Jean tale Giancarlo e chiede se ricorda i nomi che erano stati individuati da loro per le seconde categorie. Il Cao fa riferimento al fatto che uno era Craco e poi chiede quali altri siti erano stati individuati. Il Giancarlo riferisce che al momento non ricordava i nomi e che avrebbe controllato e fatto sapere»;
   l'informativa dei carabinieri non specifica chi fosse Giancarlo, ma tutti gli indizi sembrano portare al nome di Giancarlo Ventura che faceva parte della prima task force Enea incaricata, nel 2003, di individuare il sito nazionale di deposito dei materiali radioattivi;
   passati venti minuti dalla prima telefonata «Il Cao richiama il Giancarlo e lui dice che sta aprendo un file e gli detta i nomi di questi siti che in totale sono sei: due in Basilicata, uno nel Lazio, tre in Puglia, per quelli di tipo superficiale. Poi cade la conversazione.»;
   sarebbero dunque sei i siti potenziali per ospitare i rifiuti di seconda categoria, quelli che presentano un grado di pericolosità alto ma non massimo;
   trenta secondi dopo l'interruzione, Cao richiama per la terza volta «Giancarlo»;
   scrivono i Carabinieri: «Dopo aver ribadito che i superficiali erano i sei prima individuati, il Giancarlo dice che i subsuperficiali erano nove. Ed erano tre in Basilicata, uno in Campania, uno in Emilia Romagna, uno nel Lazio, uno in Puglia, uno in Sardegna e uno in Toscana»;
   la telefonata prosegue: «Poi (CAO) chiedeva i nomi dei primi classificati delle due categorie e il Giancarlo dice che sicuramente avevano messo Craco e quello dell'Emilia Romagna»;
   Craco per i rifiuti di superficie, un luogo non specificato dai carabinieri – ma sicuramente in Emilia Romagna – per quelli di terza categoria. In Emilia c’è Caorso (Piacenza), che ospita una ex centrale mentre alcune associazioni ecologiste hanno parlato di Forlì;
   nella mappa redatta dalla task force di Ventura ci sono anche zone dell'Appennino piacentino. Ma quelle parole possono anche essere interpretate diversamente. Può darsi che Craco sia primo e Emilia seconda. Craco, infatti, può benissimo ospitare un deposito di profondità;
   a conferma di tale scenario vi sarebbe poi la testimonianza di Paolo Togni, anche lui nel board di Sogin per parecchio tempo che nel verbale di dichiarazioni di persona informata sui fatti, redatto il 30 marzo del 2004 dalla procura di Potenza, il professor Togni dichiarava: «Già intorno al 1967 era stato individuato il sito di Scanzano in una indagine del servizio geologico nazionale. Il secondo sito della Basilicata considerato idoneo è quello di Craco»;
   secondo Togni, già nel 2004 Craco era stato scelto come sito idoneo per contenere rifiuti –:
   se sia vero quanto riferito in premessa e di quali informazioni disponga in merito il Governo. (4-10553)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, si rappresenta quanto segue.
  Al riguardo occorre premettere che gli interroganti si riferiscono ad un articolo pubblicato in data 21 gennaio 2011 sul quotidiano
L'Unità, che riportava delle intercettazioni telefoniche dalle quali emergerebbe che la So.G.I.N. spa avrebbe da tempo individuato i siti idonei ad ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi.
  Com’è noto, l'articolo 27 del decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31 e successive modificazioni ed integrazioni stabilisce la procedura attraverso la quale dovrà essere individuato il sito per la costruzione del parco tecnologico, comprendente il deposito nazionale.
  Il menzionato articolo, a seguito delle modifiche apportate con il decreto legislativo n. 41 del 2011, il decreto-legge n. 34 del 2011, convertito in legge n. 75 del 2011 e da ultimo con il decreto-legge n. 1 del 2012, convertito in legge n. 27 del 2012, prevede che la Sogin spa, tenendo conto dei criteri indicati dall'Agenzia internazionale dell'energia atomica e dall'Agenzia per la sicurezza nucleare, entro sette mesi dalla definizione dei medesimi criteri, formuli sia la proposta della carta nazionale delle aree potenzialmente idonee alla localizzazione del parco tecnologico, stabilendo un ordine di idoneità delle suddette aree sulla base delle caratteristiche tecniche e socio-ambientali, sia un progetto preliminare di massima per la realizzazione del parco stesso.
  Inoltre, va rilevato che l'Agenzia per la sicurezza nucleare è rientrata tra gli enti soppressi ai sensi dell'articolo 21 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (cosiddetto «Salva Italia»), convertito dalla legge n. 214 del 2011, che ha disposto l'attribuzione in via transitoria delle funzioni e dei compiti all'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, fino all'istituzione – a mezzo del decreto non regolamentare previsto dal citato decreto-legge – di un organismo di controllo del settore nucleare che sia adeguatamente rispettoso delle necessarie garanzie di qualificazione, autonomia decisionale-operativa e indipendenza rispetto agli operatori, così come richiesto dalle recenti direttive europee in materia di sicurezza nucleare (2009/71/Euratom del Consiglio, del 25 giugno 2009) e di gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi (2011/70/Euratom del Consiglio, del 19 luglio 2011).
  Tuttavia il decreto non regolamentare di cui sopra non è stato ancora emanato, né sono stati definiti i summenzionati criteri, sulla base dei quali la Sogin formulerà la proposta di carta nazionale delle aree idonee per il parco tecnologico.
  Ciò posto, ne consegue che il documento cui fanno riferimento gli interroganti rappresenta uno studio preliminare, svolto d'ufficio dalla società summenzionata e peraltro non divulgato che, in carenza dei presupposti normativi sopra descritti, non ebbe e non potrà avere certamente seguiti procedimentali. Fu solo un apprezzabile impegno del soggetto gestore sulla strada della individuazione non ulteriormente procrastinabile del sito ove realizzare il parco tecnologico, argomento, la cui trattazione richiede lo sforzo congiunto, previsto dalla normativa richiamata, da parte degli attori sociali ed istituzionali coinvolti.
  Per ciò che concerne, invece, il contenuto delle intercettazioni telefoniche riportate dagli interroganti, si rappresenta che non si dispongono di informazioni e/o di notizie in proposito.

Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   in un articolo pubblicato a pagina 4 del quotidiano il Giornale dell'Umbria sabato 19 febbraio 2011 si dava notizia che, nell'eventualità proseguisse e si attuasse il programma nucleare nazionale, tra le cinquantacinque aree individuate dalla Sogin per conto del Ministero dello sviluppo economico come siti idonei ad ospitare stoccaggio di scorie radioattive ci sarebbe un'area al confine tra il territorio comunale di Orte e il Narnese-Amerino;
   tale area appare fortemente compromessa dal punto di vista ambientale con serie conseguenze per la salute pubblica;
   è opportuno non alimentare alcun allarmismo tra gli abitanti già fortemente preoccupati nonché colpiti dalla pesante incidenza dell'inquinamento ma allo scopo di avere una corretta informazione –:
   se le notizie diffuse dal quotidiano regionale abbiano riscontro ufficiale;
   nel caso trovassero conferma, quali criteri il Governo abbia adottato nell'individuazione della suddetta area quale sito adatto allo stoccaggio di fusti contenenti scarti radioattivi di lavorazione delle centrali;
   se e quali misure precauzionali siano previste a tutela della sicurezza e della salute degli abitanti del posto;
   se l'eventuale decisione sia stata debitamente concordata con le amministrazioni locali e regionali. (4-10984)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi forniti dalla direzione generale competente, si rappresenta quanto segue.
  Al riguardo occorre premettere che gli interroganti si riferiscono ad un articolo pubblicato in data 19 febbraio 2011 sul quotidiano
Il Giornale dell'Umbria, dal quale emergerebbe che la So.G.I.N. spa avrebbe individuato ben 55 aree idonee ad ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, ed in particolare un'area al confine tra il comune di Orte e il territorio Narnese-Amerino.
  Com’è noto, l'articolo 27 del decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31 e successive modificazioni ed integrazioni stabilisce la procedura attraverso la quale dovrà essere individuato il sito per la costruzione del parco tecnologico, comprendente il deposito nazionale.
  Il menzionato articolo, a seguito delle modifiche apportate con il decreto legislativo n. 41 del 2011, il decreto-legge n. 34 del 2011, convertito in legge n. 75 del 2011 e da ultimo con il decreto-legge n. 1 del 2012 convertito in legge n. 27 del 2012, prevede che Sogin spa, tenendo conto dei criteri indicati dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica e dall'Agenzia per la Sicurezza nucleare, entro sette mesi dalla definizione dei medesimi criteri, formuli sia la proposta della carta nazionale delle aree potenzialmente idonee alla localizzazione del parco tecnologico, specificando l'ordine di idoneità delle suddette aree, e tenendo conto delle caratteristiche tecniche e socio-ambientali, nonché di un progetto preliminare di massima per la realizzazione del parco stesso.
  Inoltre, va rilevato che l'Agenzia per la sicurezza nucleare è rientrata tra gli enti soppressi ai sensi dell'articolo 21 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (cosiddetto «Salva Italia»), convertito dalla legge n. 214 del 2011, che ha disposto l'attribuzione in via transitoria delle funzioni e dei compiti all'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, fino all'istituzione – a mezzo del decreto non regolamentare previsto dal citato decreto-legge – di un organismo di controllo del settore nucleare che sia adeguatamente rispettoso delle necessarie garanzie di qualificazione, autonomia decisionale-operativa e indipendenza rispetto agli operatori, così come richiesto dalle recenti direttive europee in materia di sicurezza nucleare (2009/71/Euratom del Consiglio, del 25 giugno 2009) e di gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi (2011/70/Euratom del Consiglio, del 19 luglio 2011).
  Tuttavia il decreto non regolamentare di cui sopra non è stato ancora emanato, né tantomeno, sono stati definiti i summenzionati criteri, sulla base dei quali la Sogin formulerà la proposta di carta nazionale delle aree idonee per il parco tecnologico.
  Conseguentemente, posto che la Sogin abbia effettivamente pre-individuato un certo numero di aree per la localizzazione del parco tecnologico, si evidenzia che tale attività può costituire un utile contributo, necessariamente solo preliminare, alla definizione puntuale delle aree. Per queste ultime, la Sogin potrà dare avvio all’
iter previsto dalla normativa – e riportato all'articolo 27, comma 3 e seguenti del decreto legislativo n. 31 del 2010 e successive modificazioni ed integrazioni, – solo a seguito del verificarsi dei presupposti sopra richiamati, ossia dopo l'individuazione dei criteri di idoneità delle aree da parte dell'organo responsabile della sicurezza nucleare.
  Durante la fase di localizzazione delineata dalla legge, saranno attuate, pertanto, tutte le garanzie – di informazione e di partecipazione attiva al procedimento – per gli enti locali e per le regioni interessate da eventuali siti proposti.

Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   da un articolo pubblicato da Gianni Lannes sul sito www.costruendo.lindro.it risulta che migliaia di chilogrammi di uranio impoverito sarebbero stati utilizzati nella costruzione di aerei ed elicotteri;
   secondo una lettera che la Mc Donnell Douglas inviò a tutti gli acquirenti del DC-10 nel 1983 «A parte il Douglas DC-10 e KC-10, molti altri aerei commerciali usano uranio come contrappeso nelle superfici di controllo. Pesi dello stesso tipo sono usati sui Boeing 747, sui Lockeed L-1011, sui C-141, sui C-130 e sui modelli C-5A»; inoltre sempre secondo il documento «Un'altra area di applicazione in aeronautica dell'uranio è come contrappeso delle pale nei rotori di elicotteri»;
   Gerald R. Mack, ex vice presidente della Boeing Europa avrebbe rivelato che: «Parecchi fornitori di aeroplani, compresi Boeing, Lockheed e Mc Donnell Douglas, hanno usato l'uranio impoverito come contrappeso per i piani di comando del velivolo perché il materiale fornisce una quantità significativa di peso in spazi limitati. Mentre l'uranio impoverito è stato usato nei modi differenti su velivoli differenti, può essere trovato generalmente come componente dei complessivi dell'elevatore e del timone come la parte posteriore di grandi getti e, su alcuni modelli, come componente dell'alettone montato sull'ala completa». Il manager avrebbe ammesso che: «Tutti i DC-10 sono stati consegnati con pesi di equilibrio di uranio impoverito in 5 posizioni: alettoni esterni, ala, ala completa, timone superiore, elevatori esterni. Il peso totale su ciascun aeroplano era di circa 729 libbre (330,6 kg, ndr)»;
   l'elicottero Bell 412 A costruito da Agusta della Finmeccanica su licenza della Bell americana avrebbe pale che contengono 13 chili di U-238;
   basterebbe poi leggere i manuali di manutenzione degli aviogetti o esaminare le licenze di esportazione e le certificazioni emesse dalla statunitense NRC (Commissione Regolatrice Nucleare) per rendersi conto che l'uranio impoverito è stato adoperato negli aerei passeggeri delle compagnie di tutto il mondo, ad eccezione della Japan Air Lines che dopo l'incidente di Nio (12 agosto 1985) utilizza dal ’96 sulla propria flotta contrappesi di innocuo tungsteno;
   in Italia, grazie a una deroga dall'obbligo di denuncia stabilita da un decreto ministeriale del 15 dicembre 1970, la presenza di consistenti quantità di uranio esaurito negli aerei non è assoggettata ad alcuna comunicazione preventiva alle autorità di controllo. Le compagnie aeree, peraltro, non sono assicurate contro ipotetici rischi di intossicazione e contaminazione radioattiva. Basta sfogliare le polizze assicurative dell'ex Alitalia (Generali ed Assitalia) che escludono dalla loro copertura i «rischi di contaminazione o avvelenamento legati ad eventuali incendi delle parti in uranio dei velivoli»;
   un rapporto informativo dei vigili del fuoco di stanza a Malpensa – dove transitano milioni di passeggeri e lavorano migliaia di dipendenti – segnalava che «durante l'assistenza alle operazioni di rifornimento carburante dell'aeromobile Mc Donnell Douglas DC-10 siglato F-GNEM della compagnia CUBANA-AOM, volo CU 425, i contrappesi esterni delle parti mobili dei piani di coda del velivolo, costruiti in uranio 238, presentavano evidenti segni di ossidazione». Non è il primo caso e neppure l'ultimo. Non è stato possibile effettuare le misurazioni poiché «l'idonea sonda per misurazioni alfa non è in dotazione al comando»;
   la stessa Alitalia, con una lettera del gennaio 1996, aveva informato le autorità di «impiegare uranio impoverito per il bilanciamento di superfici mobili situati in vani protetti e di difficile accessibilità»;
   numerose ricerche attestano che può provocare tumori, leucemie e malformazioni. Il fisico Robert L. Parker ha riferito su Nature (dicembre 1988) che il peggior scenario ipotizzabile – già verificatosi il 4 ottobre 1992 a Bijlmermeer (quartiere popolare di Amsterdam), il 22 dicembre 1999 a Stansted in Inghilterra, ndr – derivante da un crash di un Boeing 747, vedrebbe 250 mila persone correre rischi di salute o di imminente avvelenamento conseguenti alla contaminazione da ossidi di uranio» –:
   di quali informazioni disponga il Governo in merito ai fatti riferiti in premessa;
   se sulla base degli atti depositati, risulti chi abbia ricevuto in Italia i documenti della Boeing e della Mc Donnell Douglas e che uso ne sia stato fatto;
   quali siano le norme sul piano nazionale che disciplinano l'impiego dell'uranio impoverito nella costruzione aeronautica e quali quelle che disciplinano il trattamento dell'uranio impoverito all'atto dello smantellamento dei velivoli e in caso di calamità;
   se non si ritenga di avviare un'ampia indagine per verificare in quali condizioni sono gli aerei che contengono questi contrappesi radioattivi;
   se e quali iniziative si intendano adottare per porre definitivamente termine ai rischi connessi all'utilizzo dell'uranio impoverito nei velivoli. (4-11054)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, concernente l'utilizzo dell'uranio impoverito in campo aeronautico, sulla base degli elementi forniti dalla direzione generale competente, si rappresenta quanto segue.
  Preliminarmente occorre evidenziare che la maggiore parte delle questioni sollevate dagli interroganti investono non sono di competenza specifica del Ministero dello sviluppo economico.
  Gli interroganti infatti, nel far riferimento alla prassi comune presso la maggior parte delle compagnie aeree, di ricorrere all'utilizzo dell'uranio impoverito (segnatamente, quale materiale di contrappeso nelle superfici mobili di controllo degli aerei e nelle pale dei rotori degli elicotteri), formulano una serie di interrogativi sull'opportunità di utilizzare tale materiale per gli scopi di cui sopra, atteso il rischio conseguente a possibili incidenti che coinvolgano i velivoli che lo utilizzano.
  Al riguardo si rileva che l'utilizzo dell'uranio impoverito in campo aeronautico è tutt'altro che recente e trae la sua motivazione dalla necessità di far uso, per i contrappesi sopra citati, di un materiale di alta densità (nel caso specifico, 18,95 grammi per centimetro cubo, oltre una volta e mezza quella del piombo, 11,34 grammi per centimetro cubo) e disponibile ad un basso costo, decisamente inferiore rispetto a quello del tungsteno, di caratteristiche simili (19,25 grammi per centimetro cubo). Si tratta, peraltro, di una sostanza debolmente radioattiva, tanto da essere smaltita come rifiuto radioattivo a bassa attività.
  L'uranio impoverito è soggetto, in quanto «materia radioattiva naturale» – secondo la definizione di cui al punto 4.2 del decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 230 – alla disciplina contenuta nel medesimo decreto legislativo n. 230 del 1995, che stabilisce le soglie di esenzione in relazione alla specifica pratica, oltre che gli obblighi di denuncia di detenzione, ove, previsti. Peraltro, come correttamente riportato dagli interroganti, il decreto del Ministro per l'industria, il commercio e l'artigianato, di concerto con il Ministro per la sanità, del 15 dicembre 1970 stabilisce l'esenzione dall'obbligo di denuncia per «uranio naturale o impoverito contenuto nei contrappesi per aeromobili, installati, immagazzinati o in fase di montaggio o smontaggio» (articolo 1, comma 7). Tuttavia, resta fermo l'obbligo, ai sensi dell'articolo 23 del citato decreto legislativo n. 230 del 1995, di tenuta della contabilità di tale materiale, nonché del rispetto delle misure radioprotezionistiche vigenti per i lavoratori e per la popolazione, riportate rispettivamente al Capo VIII e al Capo IX.
  I rischi derivanti dall'utilizzo di uranio impoverito in campo aeronautico concernono essenzialmente gli addetti alla manutenzione degli aeromobili, mentre remoto è quello per l'equipaggio, i passeggeri e il personale addetto ai servizi aeroportuali, a meno di grave disastro aereo che provocasse una dispersione nell'ambiente di particolato fine contenente il materiale in parola. Gli operatori addetti allo smontaggio e verifica dei contrappesi sulle superfici alari, sono maggiormente esposti ai rischi dell'uranio impoverito, in quanto per loro aumenta la possibilità di inalazione e/o ingestione accidentale, unitamente al rischio da irraggiamento; rischi che sarebbero tanto meno trascurabili quanto più lungo fosse il tempo trascorso da ciascun lavoratore nei pressi di detti contrappesi e quanto più precarie dovessero essere le condizioni del relativo materiale in termini di ossidazione delle sue superfici.
  Sulla base di quanto precede, si condivide, pertanto, l'auspicio degli interroganti circa il superamento dell'uso di uranio impoverito per le applicazioni sopra citate; si ritiene, tuttavia, che la soluzione definitiva ai potenziali problemi derivanti dall'utilizzo dell'uranio impoverito possa essere trovata solo in ambito internazionale, eventualmente tramite la stipulazione di un accordo sulla messa al bando di questo materiale per gli usi aeronautici.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto si legge in un articolo pubblicato dal settimanale L'Espresso del 18 marzo 2011 dal titolo «Intrigo nucleare», di Stefania Maurizi, documenti di Wikileaks rivelano sospetti da parte degli USA per tangenti legate al progetto di realizzazione di nuove centrali nucleari in Italia;
   si legge in particolare che «Negli oltre quattro mila cablo dell'ambasciata americana di Roma la parola corruzione compare pochissime volte e in termini generici. Quando invece si parla delle nuove centrali da costruire, allora i documenti trasmessi a Washington diventano espliciti, tratteggiando uno scenario in cui sono le mazzette a decidere il destino energetico del Paese»;
   in particolare, nel 2008, quando Berlusconi assicura agli Usa che il suo Esecutivo «rilancia sul serio il settore. Se andranno davvero avanti, ci saranno contratti per decine di miliardi» afferma anche che: «Vediamo già un'azione di lobbying ad alto livello da parte dei leader del governo inglese, francese e russo». I colloqui con il consigliere diplomatico del Ministro Claudio Scajola, Daniele Mancini, «suggeriscono che i francesi e i russi stanno già manovrando e facendo lobbying per i contratti»;
   viene quindi avanzata la seguente previsione: «La corruzione è pervasiva in Italia e temiamo che potrebbe essere uno dei fattori che dovremo affrontare andando avanti»;
   l'avversario è Parigi, che può sfruttare gli intrecci economici tra Enel ed Edf per stendere la sua trama. «Temiamo che i francesi abbiano una corsia preferenziale a causa della loro azione di lobbying ai più alti livelli e a causa del fatto che le compagnie che probabilmente costruiranno gli impianti in Italia hanno tutte un qualche tipo di French connection. Continueremo i nostri energici sforzi per garantire che le aziende americane abbiano una giusta chance»;
   dopo che, nel febbraio 2009, Sarkozy sigla con il nostro Governo l'accordo che assegna ad Areva la costruzione di quattro reattori modello Epr in Italia, la diplomazia statunitense vuole impedire che il successo di Parigi si trasformi in scacco matto. E intensifica gli sforzi per occupare gli spazi rimasti, ossia la fornitura di almeno altre due centrali, tant’è che in maggio si reca in Italia il Ministro dell'energia americano, Steven Chu;
   l'ambasciata lo mette in guardia: «L'intensa pressione dei francesi, che forse comprende tangenti (corruption payment) a funzionari del Governo italiano, ha aperto la strada all'accordo di febbraio tra le aziende parastatali italiana e francese, Enel e Edf, in modo da formare un consorzio al 50 per cento per costruire centrali in Italia e altrove. L'intesa prevede la costruzione di quattro reattori dell'Areva entro il 2020 e, cosa ancora più preoccupante, può imporre quella francese come tecnologia standard per il ritorno dell'Italia al nucleare». Gli americani ipotizzano che dietro la scelta degli standard a cui affideremo il nostro futuro e la sicurezza del Paese ci possano essere state bustarelle. E chiedono al Ministro per l'energia: «Dovrebbe far presente che abbiamo preoccupanti indicazioni del fatto che alle aziende americane sarà ingiustamente negata l'opportunità di partecipare a questo programma multimiliardario»;
   nell'articolo si legge ancora che dal 2009 le attenzioni degli americani si concentrano su Claudio Scajola, «un collaboratore di lunga data di Berlusconi, che guida un superministero». Affidano a Chu il compito di «conquistarlo», sin dal summit romano del maggio 2009. Ma il momento chiave è il viaggio negli States del settembre successivo: «Vediamo questa visita come un'opportunità decisiva per gli Stati Uniti per contrastare la preferenza italiana nei confronti della tecnologia nucleare francese e per aprire le porte a lucrativi contratti per le aziende statunitensi»;
   Scajola accetta anche «l'invito di Westinghouse a fare un tour nei suoi impianti». Lo strumento per fare leva sul Ministro è l'Ansaldo nucleare, la società di Finmeccanica «che ha stretti rapporti con Westinghouse»;
   l'ambasciatore Thorne scrive: «Noi abbiamo saputo che Scajola ha un'altra ragione per appoggiare il coinvolgimento delle aziende statunitensi. L'accordo con la Francia ha tagliato fuori dai contratti le società italiane che vogliono contribuire a costruire le centrali. Una di queste, Ansaldo Nucleare, ha sede nella regione di Scajola: la Liguria. E così se Westinghouse ottiene la sua parte, Ansaldo – azienda della terra di Scajola – ne beneficia. Noi abbiamo bisogno di tutto l'aiuto possibile nel nostro sostegno alle aziende Usa. Se Scajola ha anche un interesse locale nel cercare di fare in modo che le ditte americane ottengano commesse, questo è un vantaggio da cogliere e da massimizzare a beneficio degli Stati Uniti»;
   l'interesse statunitense si è tradotto la scorsa settimana nella cessione del 45 per cento di Ansaldo Energia – che controlla Ansaldo Nucleare – al fondo First reserve corporation, con un'operazione da 1.200 milioni di euro;
   a seguito del viaggio di Scajola negli Stati Uniti del 2009, vengono firmati due accordi di cooperazione con Chu ed il cablo ha toni sollevati: i francesi non sono più «l'unico protagonista (the only game in town). Il reattore AP1000 della Westinghouse è diventato un forte concorrente per le centrali nucleari che saranno costruite oltre a quelle proposte dal consorzio Enel-Edf». E una schiera di aziende americane si prepara a sfruttare la breccia nel dicastero di via Veneto: «General Eletric, Exelon, Battelle, Burns and Roe, Lightbridge ed Energy Solutions», elenca Thorne;
   il database di WikiLeaks si ferma prima del maggio 2010, data delle dimissioni di Scajola per la casa con vista al Colosseo «pagata a sua insaputa». Nelle primissime dichiarazioni, il Ministro ligure grida al complotto e comincia la sua lista di sospetti con un riferimento esplicito: «Le mie dimissioni indeboliscono il governo, ma chi può avere interesse a farlo? La Francia, in prospettiva, ha tutto da perdere dal nostro programma nucleare...» –:
   se risulti che l'ipotesi evidenziata, in premessa a partire dai documenti Wikileaks secondo la quale alla base del programma italiano per la costruzione di nuove centrali nucleari potrebbero esservi delle tangenti sia stata verificata con il giusto rigore e comunque di quali ulteriori informazioni disponga il Governo in merito a quanto riferito in premessa.
(4-11344)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi forniti dalla direzione generale competente, si rappresenta quanto segue.
  Preliminarmente deve evidenziarsi l'impatto che ha avuto il referendum del giugno 2011 sul tema sollevato nella richiesta in esame, concernente le eventuali interferenze nella costruzione delle filiere dei reattori nucleari.
  Premesso quanto sopra, si precisa, comunque, che la definizione delle tecnologie degli impianti nucleari da realizzare sul territorio nazionale sarebbe dovuta avvenire secondo i vincoli e la procedura disposti direttamente dalla legge.
  A tal fine, la legge n. 99 del 2009, infatti, affidava tale definizione ad una delibera del CIPE, disponendo testualmente «previo parere della Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, su proposta del Ministro dello sviluppo economico, sentito il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentite le Commissioni parlamentari competenti». La stessa legge prevedeva, inoltre, che le approvazioni relative ai requisiti e alle specifiche tecniche degli impianti nucleari, già concesse negli ultimi dieci anni dalle autorità competenti di Paesi membri dell'Agenzia per l'energia nucleare dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (AEN-OCSE), o dalle autorità competenti di Paesi con i quali siano definiti accordi bilaterali di cooperazione tecnologica e industriale nel settore nucleare, sarebbero state considerate valide in Italia, previa approvazione dell'Agenzia per la sicurezza nucleare.
  Pertanto, la scelta operata dal legislatore era chiaramente orientata a dare spazio, in modo aperto, a tutte le tecnologie avanzate, previa verifica degli standard di sicurezza, da parte del soggetto competente.
  Gli schemi dei provvedimenti attuativi, in primis lo schema di delibera CIPE sulla tipologia di impianti – in corso di approvazione, alla data della decisione da parte del Governo della moratoria di un anno – erano stati elaborati rispettando l'ottica del legislatore, con l'unico obiettivo di stabilire requisiti tecnici che corrispondessero alle soluzioni tecnologiche più avanzate e dotate dei più elevati gradi di sicurezza per le persone e di tutela per l'ambiente e per il territorio, senza determinare barriere d'ingresso, o vantaggi competitivi per l'una o l'altra opzione tecnologica.
  La ratio che aveva ispirato la formulazione dei predetti requisiti è quella che persegue, per ciascuna filiera tecnologica, il miglioramento delle caratteristiche dei reattori nucleari oggi in esercizio nei principali Paesi industrializzati. Tale processo evolutivo trova la sua espressione nei nuovi reattori cosiddetti di «III generazione avanzata», sviluppati negli ultimi anni e caratterizzati da un miglioramento della sicurezza e da un aumento delle prestazioni operative, conseguiti mediante un'ottimizzazione nella progettazione del sistema nucleare. I reattori evolutivi fanno tesoro dell'esperienza operativa pluridecennale maturata con i reattori di II generazione, aumentandone il livello di sicurezza.
  D'altra parte, l'approccio di mercato che il Governo aveva più volte confermato di voler seguire per lasciare in capo agli investitori privati l'onere economico dell'investimento e, con esso, la valutazione della convenienza stessa dell'iniziativa, costituiva di per sé una forte garanzia affinché la scelta dell'opzione tecnologica fosse guidata da serie valutazioni tecnico-economiche, piuttosto che da pressioni esterne, di qualsiasi tipo.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   secondo un recente documento di WISE-Paris, il reattore EPR cuore della strategia di esportazione francese, per poter abbattere i crescenti costi relativi ai sempre più ridondanti e complessi meccanismi di sicurezza, può essere alimentato da un combustibile che include uranium oxide fuel (UOX) fino al livello senza precedenti di 70 GW.d/ton, il che pone specifici problemi di calore e di contenimento;
   è inoltre inclusa la possibilità di usare al 100 per cento mixed oxide fuel (MOX, realizzato per il 7-9 per cento da plutonio e uranio impoverito) nel nucleo; il combustibile MOX ha un rendimento di calore quattro volte più elevato che il combustibile UOX e pone notevoli problemi di reattività, contenendo più plutonio che è una sostanza altamente tossica;
   mentre si cerca quindi di ridurre la probabilità di una catastrofe, il processo di costruzione che sottende il reattore EPR fa aumentare il rischio che una catastrofe si verifichi, sia in termini di potenza del combustibile che di tossicità –:
   se quanto riferito in premessa corrisponda al vero;
   se non si intenda procedere ad un definitivo abbandono del nucleare.
(4-11564)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, concernente le eventuali problematiche di sicurezza del combustibile MOX, sulla base degli elementi forniti dalla direzione generale competente, si rappresenta quanto segue.
  Preliminarmente occorre evidenziare l'impatto che ha avuto dapprima la decisione del precedente Governo di interrompere il programma nucleare (attuata con la legge 26 maggio 2011, n. 75, di conversione del decreto-legge 31 marzo 2011, n. 34) e successivamente all'esito del referendum abrogativo del giugno 2011, sul tema sollevato nell'interrogazione in esame, dal momento che l'interrogazione risale al mese di maggio 2010, quando era in corso di sviluppo il programma di rilancio della produzione nucleare in Italia promosso dal precedente Governo, in seguito interrotto.
  Al riguardo comunque si precisa che la resa energetica di un combustibile nucleare, data dall'energia termica prodotta per unità di peso del combustibile, è indice dell'efficienza di sfruttamento degli elementi di combustibile prima del loro allontanamento definitivo dal nocciolo del reattore. A parità di energia prodotta, un elevato valore della resa energetica determina una riduzione della quantità di combustibile necessario. D'altra parte, l'incremento dello sfruttamento del combustibile nucleare rientra nella normale evoluzione tecnologica dei materiali e degli strumenti di progettazione. È un dato tecnico che la resa media di fissione del plutonio è maggiore di quella di uranio e proprio per questo motivo tale elemento viene preso in considerazione (anche nei progetti dei reattori di IV generazione), al fine di ottimizzare la resa energetica del combustibile.
  I «problemi di calore e di contenimento» citati dagli interroganti afferiscono probabilmente – secondo una terminologia tecnica più propria – al fatto che l'utilizzo di combustibile MOX comporta un incremento delle temperature del combustibile stesso, con una maggiore tendenza al rilascio di prodotto di fissione gassosi. Per questa ragione, i valori della resa energetica con combustione MOX vengono tenuti più bassi rispetto al valore (70 gigawatt-giorno per tonnellata di metallo pesante) riportato dagli interroganti. In ogni caso, la resa energetica rientra fra i numerosissimi parametri che vengono tenuti in conto sia in ambito progettuale sia nella fase costruttiva, e comunque sempre nel rispetto dei prestabiliti standard di sicurezza e delle formule di scarico previste per il normale esercizio del reattore.
  Per ciò che concerne «il rendimento di calore» si precisa che il combustibile MOX è già utilizzato correntemente nei reattori di II generazione. I dati essenziali relativi alla potenza termica del nocciolo da smaltire con combustibile MOX anche in condizioni incidentali sono del tutto comparabili con quelli dei reattori ad acqua in pressione della II generazione funzionanti con i tradizionali combustibili UOX, mentre il maggior calore residuo di decadimento costituisce un parametro di progetto per il dimensionamento degli appositi sistemi di rimozione del calore stesso.
  Quanto ai «notevoli problemi» di reattività citati dagli interroganti, si ritiene che essi possano riferirsi ad una maggiore rapidità dei transitori neutronici che si realizzano in corrispondenza di un uso massivo di combustibile MOX; peraltro, i modelli di cinetica neutronica relativi alla simulazione del comportamento dinamico del reattore, inseriti nell'analisi di sicurezza allegata al progetto, costituiscono elemento di valutazione da parte delle Autorità di controllo e dunque oggetto di approvazione prima del rilascio della licenza di esercizio. In ogni caso, i fenomeni di reattività non vanno sicuramente messi in relazione, come sembrano voler fare gli interroganti, con la «elevata tossicità» del plutonio: questa costituisce un pericolo per la salute umana solo in caso di ingestione ed è una caratteristica specifica di tutti i metalli cosiddetta «pesanti» quali ad esempio, il piombo e lo stesso uranio.
  Per quanto sopra descritto, e per molte altre ragioni che afferiscono alle caratteristiche di sicurezza intrinseca del reattore EPR e alle tecniche di controllo dello stesso, non appare condivisibile l'affermazione secondo cui l'utilizzo del combustibile MOX aumenti il rischio di incidenti, sia in termini di potenza che di tossicità. Tanto più che la variazione di alcuni parametri di funzionamento del reattore a seguito dell'utilizzo del combustibile MOX viene tenuta in conto, in termini di regolazione del sistema, solo per noccioli caricati per oltre il 30 per cento con tale combustibile; al di sotto di tale percentuale non è necessaria alcuna modifica al reattore.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   il 27 aprile 2011 nel processo di primo grado i giudici della seconda sezione penale del tribunale di Lecce hanno condannato a dieci mesi di reclusione, pena sospesa, l’ex sindaco di Ruffano, Nicola Fiorito, per abuso d'ufficio e falsità ideologica. Il primo cittadino avrebbe espresso parere positivo alla costruzione di un parco eolico composto da undici pale per una potenza complessiva di 22 megawatt nella località «Mascarane e Occhiazzi», una zona in parte sottoposta a vincolo paesaggistico. Condannati anche Claudio D'Ippolito e Fulvio Rocco Toma, rispettivamente l’ex responsabile del servizio urbanistica che firmò con Fiorito, nel marzo del 2005, l'autorizzazione al via libera ai lavori e il legale rappresentante della ditta responsabile del progetto, la «Antonio Srl»;
   secondo l'accusa, rappresentata dal pubblico ministero Donatina Buffelli, il progetto per la realizzazione del parco eolico non avrebbe rispettato alcune norme sui vincoli paesaggistici e le direttive regionali sulla distanza con cui collocare le pale eoliche dalla vicina strada provinciale, la Ruffano-Casarano. Irregolarità vi sarebbero state anche nello studio di fattibilità relativo all'impianto. I tre imputati sono stati anche condannati a risarcire, con una somma pari a 2.800 euro, il comune di Ruffano, costituitosi parte civile nel processo rappresentato dall'avvocato Francesco Vergine;
   questo non è che l'ennesimo caso di irregolarità verificatosi in Salento, dopo quelli che hanno riguardato la spagnola Tecnova, e gli impianti di Veglie, Soleto e Collepasso –:
   se non ritengano i Ministri di avviare un'ampia indagine sul fenomeno dello sviluppo delle rinnovabili elettriche industriali nel Salento in particolare ma anche nel resto del centro-sud del Paese, al fine di valutare la portata di possibili abusi o violazioni di legge a tutela dell'integrità del paesaggio e dell'ambiente. (4-11813)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, concernente il fenomeno dello sviluppo delle fonti rinnovabili elettriche industriali nella zona del Salento e nel resto del centro-sud italiano, sulla base degli elementi forniti dalla direzione generale competente, si rappresenta quanto segue.
  In particolare, gli interroganti sottolineano la necessità di valutare la portata di possibili abusi o violazioni di legge nella tutela del paesaggio e dell'ambiente nella zona in questione. Il caso posto in evidenza riguarda un'indagine penale per abuso d'ufficio e falsità ideologica che ha visto coinvolto l’ex sindaco del comune di Ruffano, il quale avrebbe espresso parere positivo alla costruzione di un parco eolico in una zona in parte sottoposta a vincolo paesaggistico.
  Al riguardo si segnala preliminarmente che le questioni concernenti il mancato rispetto di vincoli paesaggistici non sono di diretta competenza del Ministero dello sviluppo economico in quanto l'amministrazione titolare della materia è il Ministero per i beni e le attività culturali.
  Per quanto di competenza, si rappresenta che nelle regioni del sud Italia è concentrata la quasi totalità del potenziale eolico e, dunque, della potenza installata in Italia. L'autorizzazione alla costruzione ed esercizio dei singoli impianti nonché la più generale programmazione del loro sviluppo è costituzionalmente devoluta alle regioni. In particolare, oltre alle ordinarie programmazioni settoriali in materia energetica e di governo del territorio, le regioni hanno il compito di individuare le aree non idonee per l'installazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili, da effettuare, ai sensi delle linee guida nazionali di cui al decreto ministeriale 10 settembre 2010, in atti di programmazione integrata volti a contemperare le esigenze di tutela dell'ambiente, del paesaggio e del patrimonio storico-artistico con il raggiungimento degli obiettivi nazionali per quanto riguarda la quota di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale di energia nel 2020.
  Con la delibera della Giunta regionale 30 dicembre 2010, n. 3029, la regione Puglia ha recepito le disposizioni delle linee guida nazionali (decreto ministeriale 10 settembre 2010) e, successivamente, con il regolamento 30 dicembre 2010, n. 24, ha dettato le linee guida regionali ed ha provveduto ad individuare le aree e i siti non idonei alla realizzazione di impianti a fonti rinnovabili.
  Si rileva che attualmente il citato regolamento risulta sub iudice, in quanto si è in attesa della decisione del Consiglio di Stato sull'impugnazione della sentenza del Tar di Lecce, n. 2156 del 14 dicembre 2011 che lo ha dichiarato in parte illegittimo, laddove dispone un divieto assoluto di realizzazione di impianti a fonti rinnovabili nelle aree individuate come non idonee.
  Per quanto riguarda l'indagine sugli abusi nel Salento e nel centro sud, auspicata dagli interroganti, si segnala che il decreto legislativo n. 28 del 2011 prevede un'apposita disciplina sui controlli e le sanzioni (Capo II del Titolo VIII) allo scopo di regolamentare i controlli del Gestore servizi energetici GSE spa, cui è subordinata l'erogazione degli incentivi, prevedendo le sanzioni per le violazioni di legge in materia di autorizzazione alla costruzione ed esercizio degli impianti. In particolare, oltre all'obbligo di ripristino e conformazione al titolo, sono disposte sanzioni amministrative pecuniarie nel caso in cui l'intervento sia realizzato in assenza di autorizzazione o in violazione delle specifiche prescrizioni in essa contenute.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministero dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   nel corso degli ultimi due anni, sull'intero territorio pugliese e – in particolare – della provincia di Lecce, vi è stato un proliferare di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili (alcuni ancora in costruzione, o in fase di imminente cantierizzazione) autorizzati con una semplice DIA (denuncia di inizio attività) secondo quanto illegittimamente permesso dalla legge della regione Puglia n. 31 del 2008, giudicata poi incostituzionale dalla Corte costituzionale, con sentenza 119/2010 del 26 marzo 2010;
   la regione Puglia, con la legge regionale 31/2008, aveva illegittimamente innalzato i valori di potenza degli impianti realizzabili con DIA che risultavano superiori alle soglie di cui all'allegato «A» del decreto legislativo n. 387 del 2003, con conseguenze nefaste per il suolo agricolo, per il paesaggio, per l'economia del territorio e per i diritti dei cittadini;
   il decreto-legge n. 105 del 2010 denominato «decreto salva DIA», emanato successivamente alla sentenza della Corte costituzionale 119/2010, ha stabilito con l'articolo 1-quater che gli effetti delle DIA sono salvi «per la realizzazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili che risultino avviate in conformità a disposizioni regionali recanti soglie di capacità di generazione superiori a quelle individuate dalla normativa statale a condizione che gli impianti siano entrati in esercizio entro centocinquanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto», ovvero entro il 16 gennaio 2011. Scadenza questa improrogabilmente ribadita da una recente lettera circolare emessa dal Ministro dello sviluppo economico Paolo Romani;
   il decreto-legge n. 105 del 2010 impone la sospensione di qualsiasi attività di cantiere alla data del 16 gennaio 2011 per tutti quegli impianti avviati con DIA e non ancora entrati in esercizio con regolare allaccio alla rete elettrica nazionale e potenziale immissione di corrente elettrica prodotta da fonte rinnovabile in rete;
   sono pertanto da considerarsi non conformi alla normativa vigente tutti quei cantieri con impianti non ultimati e tanto più per impianti i cui lavori siano ancora nelle fasi iniziali di preparazione e infrastrutturazione del terreno. Cantieri questi che le ditte interessate dovrebbero motu proprio sospendere, fermando ogni attività ulteriore e avviando in loco lo smantellamento urgente del costruito e del già posizionato, provvedendo al ripristino dello stato dei luoghi;
   diversi siti del territorio di Soleto e comuni limitrofi (San Donato di Lecce, Galugnano, Galatina), destinati da apposita cartellonistica ad accogliere impianti fotovoltaici da DIA, (altri addirittura privi della cartellonistica, ma interessati da simili attività di infrastrutturazione industriale fotovoltaica), vedono in questi giorni sospette attività di cantiere, nonostante gli impianti in loco realizzati per la produzione di energia siano palesemente incompleti e, in alcuni casi, addirittura i lavori in corso riguardino le primissime fasi di preparazione del terreno (spietramento, livellamento, scavo, trivellazioni e altre movimentazioni terra) per il successivo posizionamento dei pannelli, delle loro strutture di sostegno e delle reti di cablaggio. In altri ancora mancano addirittura le recinzioni perimetrali, e in altri casi risultano in corso operazioni per la realizzazione di impianti fotovoltaici, pur nella totale assenza della cartellonistica prevista per legge –:
   se si intenda promuovere un monitoraggio in merito all'attuazione dell'articolo 1-quater del decreto-legge n. 105 del 2010 e, più in generale, alla conformità alle normative vigenti degli impianti industriali FER (fonti di energia rinnovabili), anche assumendo iniziative per un ampliamento delle competenze assegnate all'Osservatorio nazionale sulle fonti rinnovabili e l'efficienza negli usi finali dell'energia. (4-11818)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi forniti dalla direzione generale competente, si rappresenta quanto segue.
  Gli interroganti, nel premettere che:
   nel corso degli ultimi due anni si è verificato sull'intero territorio pugliese ed, in particolare, su quello della provincia di Lecce, il proliferare di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili autorizzati con semplice denuncia di inizio attività (DIA) secondo quanto prescritto dall'articolo 3, comma 1, della legge regionale n. 31 del 2008, con cui la regione Puglia, in deroga a quanto prescritto dalla normativa nazionale, aveva elevato le soglie di potenza degli impianti realizzabili con DIA; prescrizione, quest'ultima, dichiarata incostituzionale con sentenza n. 119 del 26 marzo 2010;
   alla citata sentenza della Corte costituzionale ha fatto seguito il decreto-legge n. 105 del 2010, denominato «decreto salva DIA» con cui il legislatore nazionale ha fatto salvi gli effetti di quelle procedure di DIA già avviate «in conformità a disposizioni regionali recanti soglie di capacità di generazione superiori a quelle individuate dalla normativa statale», subordinando tale effetto alla condizione della entrata in esercizio dell'impianto entro 150 giorni dalla entrata in vigore della legge di conversione del decreto medesimo, ossia entro il 16 gennaio 2011.
   il decreto-legge n. 105 del 2010 imporrebbe la sospensione di qualsiasi attività di cantiere alla data ivi stabilita (16 gennaio 2011) in relazione agli impianti la cui realizzazione sia stata avviata con DIA e non ancora entrati in esercizio, e che pertanto dovrebbero considerarsi non conformi alla normativa vigente tutti i cantieri con impianti non ultimati, cantieri che le ditte interessate, di propria iniziativa, dovrebbero provvedere a sospendere, procedendo al relativo smantellamento e al ripristino dello status quo ante; diversamente, svariati siti del territorio di Soleto e comuni limitrofi sembrerebbero interessati da attività di cantiere, nonostante gli impianti ivi realizzati siano palesemente incompleti e in alcuni casi, addirittura, i lavori in corso attengano alle fasi iniziali di preparazione ed infrastrutturazione del terreno;
   chiedono di valutare la possibilità di effettuare un monitoraggio onde verificare l'attuazione dell'articolo 1-quater del decreto-legge n. 105 del 2010 e, più in generale, la conformità degli impianti Fonti energetiche rinnovabili alla normativa vigente, nonché di assumere iniziative volte ad un ampliamento delle competenze attribuite all'osservatorio nazionale sulle fonti rinnovabili e l'efficienza negli usi finali dell'energia.

  Al riguardo, si rappresenta che la ratio della disposizione di cui all'articolo 1-quater del decreto-legge n. 105 del 2010 (convertito in legge n. 129 del 2010) si rinviene nell'esigenza di fare salvi gli effetti di quelle procedure di DIA avviate per la realizzazione di impianti da fonti rinnovabili conformemente alla legge regionale poi dichiarata incostituzionale, individuando l'ambito di operatività di tale effetto di salvaguardia sulla base di un parametro oggettivo, rappresentato dall'entrata in esercizio dell'impianto.
  Il fondamento della disposizione richiamata risiede, quindi, nell'esigenza di apprestare adeguata tutela all'affidamento consolidato degli investitori circa la legittimità delle procedure intraprese, sebbene prevedendo un limite temporale.
  Inoltre, si evidenzia che il legislatore ha inteso conseguire tale finalità di salvaguardia prevedendo l'inoppugnabilità delle DIA pendenti alla data di pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale, ossia l'impossibilità di ottenere l'eliminazione dei relativi effetti a seguito di impugnativa ovvero di autotutela.
  Come esplicitato nell'apposita circolare emanata dal Ministero dello sviluppo economico in data 15 dicembre 2010 «(...) le DIA rientranti nell'ambito di applicazione dell'articolo 1-quater, secondo l'opzione più aderente alla ratio della norma, non devono ritenersi automaticamente caducate in caso di mancato rispetto del termine per l'entrata in esercizio degli impianti. Più semplicemente invece, decorso inutilmente tale termine le DIA in questione perderanno la tutela dei relativi effetti previsti dall'articolo 1-quater e saranno soggette, pertanto, alla possibilità di essere impugnate dal terzo a ciò legittimato (...)».
  L'articolo 1-quater del decreto-legge n. 105 del 2010, pertanto, non impone la sospensione di qualsiasi attività di cantiere afferente impianti che alla data del 16 gennaio 2011 non siano ancora entrati in esercizio, bensì prevede soltanto che la mancata entrata in esercizio, entro la data indicata, rende le DIA esposte all'impugnazione o all'autotutela del comune.
  In base a quanto esposto, l'attività di monitoraggio sull'attuazione della citata disposizione, rientra nella competenza delle amministrazioni comunali, deputate all'istruttoria sulle DIA, nell'ambito del più generale potere di autotutela eventualmente conseguente all'esercizio delle funzioni di vigilanza e controllo loro attribuite ai sensi degli articoli 27 e seguenti del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001,
n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia) ed intese proprio alla verifica della conformità dell'attività edilizia alle norme di legge e di regolamento.
  Infine, per quanto riguarda l'ampliamento delle competenze attribuite all'osservatorio nazionale sulle fonti rinnovabili e l'efficienza negli usi finali dell'energia, di cui all'articolo 16 del decreto legislativo n. 387 del 2003, si evidenzia che la mancata ricostituzione di tale organismo amministrativo, decorso il periodo massimo di proroga, ne ha comportato la decadenza, secondo quanto prescritto dal decreto-legge 16 maggio 1994, n. 293 (convertito, con modificazioni, in legge 15 luglio 1994, n. 444, recante la disciplina della proroga degli organi amministrativi).
  Al riguardo, sembra opportuno evidenziare che le funzioni originariamente assegnate al citato organo risultano allo stato utilmente esercitate da altri organismi.
  Si intende far riferimento, in particolare, al Gestore servizi energetici, competente in tema di promozione dello sviluppo sostenibile attraverso la verifica degli impianti a fonti rinnovabili e la gestione dei meccanismi di incentivazione previsti per tali impianti nonché all'unità tecnica efficienza energetica istituita presso l'Enea, cui compete contribuire al raggiungimento degli obiettivi nazionali di risparmio energetico, accelerare il processo di adozione di tecnologie-chiave per un uso più efficiente dell'energia, svolgere attività di verifica e monitoraggio dei progetti realizzati e delle misure adottate per il risparmio e l'efficienza energetica.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della difesa, al Ministro degli affari esteri, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   un documento ufficiale della Commissione europea, datato 16 luglio 2010, segnala che l'Italia ha affondato, durante l'anno 1967, nell'Oceano Atlantico, ben 23 metri cubi di rifiuti radioattivi –:
   se, dagli atti depositati risulti:
    a) quale fosse la provenienza dei 23 metri cubi di rifiuti radioattivi affondati dall'Italia;
    b) chi, all'epoca, abbia assunto la decisione;
    c) quanti siano e dove siano stati compiuti altri affondamenti di rifiuti radioattivi fino ad oggi. (4-13075)

  Risposta. — In relazione all'interrogazione in esame, concernente l'affondamento nel nord dell'Atlantico di 23 metri cubi di rifiuti radioattivi da parte dell'Italia, sulla base degli elementi forniti dalla direzione generale competente, si rappresenta quanto segue.
  Al riguardo giova premettere che le operazioni di affondamento a mare di rifiuti radioattivi condizionati a bassa attività (seadumping of radioactive waste) sono state effettuate da molti Paesi, tra cui l'Italia, alla fine degli anni ‘60, sotto il controllo della autorità nazionali e del «Multilateral consultation and surveillance mechanism» dei Paesi membri dell'Agenzia nucleare dell'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD-NEA). La pratica, tuttavia, era già stata iniziata nel 1946 da altri Paesi ed è continuata fino all'anno 1993, quando la Convenzione di Londra, stipulata nel 1972 ed entrata in vigore nell'anno 1975, ha reso operativo il suo principale obiettivo. Tale convenzione, infatti, prima ha fornito un quadro di controllo internazionale per la prevenzione dell'inquinamento marino – all'interno del quale le parti contraenti hanno compiuto progressi continui per mantenere gli oceani puliti – poi ha sancito, nell'anno 1993, il divieto assoluto di smaltimento a mare di rifiuti radioattivi.
  Inoltre, la NEA, nell'anno 1977, ha istituito un programma di ricerca e di sorveglianza ambientale (CRESP), coordinato dall'allora Comitato nazionale per l'energia nucleare (oggi ENEA), per il sito di affondamento dalla stessa gestito (NEA-dumping), nell'ambito del quale l'Italia ha effettuato affondamenti di esigue quantità di rifiuti radioattivi (23 metri cubi).
  Da allora l'Atlantico nord-orientale è stato controllato, su base annua, per molti anni successivi. Fino all'anno 1989 (IAEA BELLETIN 4 del 1989), i campioni di acqua di mare, sedimenti e organismi marini profondi, raccolti in vari siti, non hanno mostrato alcun eccesso dei livelli di radionuclidi rispetto a quelli derivanti dalla ricaduta delle esplosioni in aria di ordigni nucleari (test atomici degli anno 60), tranne in alcune occasioni in cui il cesio e il plutonio sono stati rilevati a livelli più alti, ma solo nei campioni prelevati vicino ai rifiuti affondati.
  La radioattività totale affondata negli oceani (da parte di tutti i paesi del mondo ed in più siti, Atlantico e Pacifico) è di 85.077.870 giga-becquerel (in confronto si consideri che gli oceani contengono circa 17 mila miliardi di giga-becquerel di radioattività naturale dovuta al solo Potassio-40).
  I rifiuti affondati dall'Italia nell'anno 1969, come censito dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica (IAEA TEC-DOC 1105), consistevano in 100 fusti petroliferi da 220 litri cementati, per una massa totale di 44,74 tonnellate e con un carico radioattivo di 185 giga-becquerel ovvero 0,00022 per cento del totale affondato.
  Tale contenuto di radioattività era composto da circa 74 giga-becquerel di emettitori alfa e circa 111 giga-becquerel di emettitori beta-gamma. Il punto di affondamento (al largo del canale della Manica) corrisponde alle seguenti coordinate geografiche 49o 05’ N – 17o 05’ O, ad una profondità variabile tra i 4.000 e 4.600 (IAEA TEC-DOC 1105).
  Per quanto riguarda il coinvolgimento dell'allora CNEN (oggi ENEA) nell'affondamento in mare dei rifiuti condizionati a bassa attività, lo stesso fu sollecitato, anche con insistenza ed urgenza, a partecipare alla suddetta compagna del 1959, sotto l'egida della NEA. Oltre all'Italia parteciparono alla campagna la Francia, la Germania ed il Belgio.
  Il CNEN preparò n. 100 fusti in acciaio capienti litri 220 secondo le specifiche NEA, riempiti con materiali contaminati conglobati in cemento dall'unità di ingegneria del centro della Casaccia, all'interno di una macrostruttura di primo livello dedicata alla gestione dei rifiuti radioattivi. Le operazioni furono eseguite con l'ausilio di una struttura in acciaio per tener i rifiuti in posizione durante la colata del cemento.
  La decisione di affondamento dei rifiuti in questione provenienti dal Centro Casaccia del CNEN, consistenti in materiali debolmente contaminati, derivanti da attività di ricerca, per un totale di 185 giga-becquerel di radioattività, in matrice cementizia, in 100 fusti da 220 litri per un totale di 23 metri cubi, fu presa presumibilmente dal direttore dell'unità di macrostruttura dell'OECD-NEA.
   Da ultimo si segnala che non sono stati compiuti altri affondamenti.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto denuncia l'Adoc (http://energia.supermoney.eu/news/contratti-luce-e-gas-per-l.adoc-troppe-truffe/) accade che persone che si accreditano come funzionari Enel, mentre operano per conto di una delle numerose società di fornitura di energia elettrica, sostanzialmente estorcono la firma delle persone che li fanno accedere nelle proprie abitazioni per il passaggio ad altri gestori: ad essere vittime del raggiro sono soprattutto le cosiddette fasce deboli, come gli anziani e gli stranieri che non parlano correntemente l'italiano e anche quando l'utente più oculato si rifiuta di firmare, perché a conoscenza delle trappole di luce e gas sempre più diffuse, la truffa non lo risparmia e la lettera di benvenuto di un nuovo gestore arriva ugualmente, con una firma falsificata;
   nell'articolo si legge che «Come associazione effettuiamo subito il disconoscimento del contratto luce e gas e segnaliamo il fatto all’Authority, ma il cliente raggirato, se vuole far valere le sue ragioni, deve intentare un'onerosa e lunga causa civile. Chi decide di tornare al vecchio gestore si trova nella necessità di sottoscrivere un nuovo contratto di fornitura luce e gas, e farsi carico delle spese. Quando comunichiamo la pratica commerciale scorretta alla società di fornitura luce e gas, ci viene assicurato che le agenzie che utilizzano pratiche commerciali scorrette vengono sanzionate, ma chi risarcisce l'utente truffato ?» –:
   se quanto riferito in premessa corrisponda al vero;
   se e come si intenda contrastare il suddetto fenomeno. (4-13427)

  Risposta. — In via preliminare si fa presente che il Ministero dello sviluppo economico, ai sensi dell'articolo 27 del codice del consumo, quando riceve segnalazioni circostanziate di comportamenti ingannevoli le trasmette all'Autorità garante della concorrenza e del mercato, cui spetta la competenza esclusiva relativamente all'accertamento, ai fini della tutela degli interessi collettivi dei consumatori, delle violazioni in materia di pratiche commerciali scorrette e all'irrogazione delle eventuali sanzioni, nonché, ove occorra, all'Autorità per l'energia elettrica e il gas per i profili di competenza di tale autorità di regolazione del settore.
  Per quanto concerne lo specifico caso riportato nell'interrogazione in esame, si segnala che diverse sono state le iniziative, in materia di contratti non richiesti, e più in generale di tutela del consumatore nel settore dell'energia elettrica, recentemente assunte dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas, anche in rapporto con il Ministero dello sviluppo economico e con il Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti.
  La suddetta autorità, infatti, con deliberazione n. 153 del 2012, ha introdotto nuovi strumenti preventivi, ripristinatori e di stretto monitoraggio, finalizzati a contrastare il fenomeno dei contratti non richiesti, a tutela dei clienti domestici e delle piccole e medie imprese nei settori elettrico e del gas. In particolare, per i venditori con il più elevato numero di contratti non richiesti, è prevista l'istituzione di una «lista nera» pubblicata sul sito dell'autorità. Saranno introdotti precisi obblighi di verifica a carico dei venditori per tutti i contratti siglati porta a porta o al telefono; infine, per consentire una più agevole identificazione dei venditori «porta a porta», sono state introdotte nel codice di condotta commerciale norme più stringenti per il personale commerciale: ad esempio, nel cartellino identificativo dovrà essere indicato non solo il nome e il numero di codice del venditore, ma anche il numero verde della società titolare dell'offerta proposta e in ogni caso sarà vietato dare ai clienti numeri diversi da quelli della società rappresentate.
  Sono, inoltre, in corso di attuazione i progetti a vantaggio dei consumatori proposti dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas ed approvati dal Ministero dello sviluppo economico rivolti ai consumatori e utenti dell'energia elettrica ed il gas, ai sensi della legge n. 244 del 2007 (legge finanziaria 2008), che all'articolo 2, comma 142, ha disposto che l'ammontare rinveniente dal pagamento delle sanzioni irrogate dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas sia destinato ad un fondo per il finanziamento di tali progetti.
  Si tratta dei progetti che l'Autorità per l'energia elettrica e il gas ha proposto con deliberazione 16 ottobre 2009 e che il Ministero dello sviluppo economico ha approvato con decreto del 23 dicembre 2009 per l'ammontare complessivo di 2,59 milioni di euro, da realizzare man mano che le relative somme sono disponibili. Tali progetti si articolano in:
   a) progetti conciliazione stragiudiziale (PCS);
   b) progetti qualificazione sportelli delle Associazioni dei consumatori (PQS);
   c) progetti di divulgazione territoriale (PDT).

  In particolare, al progetto PQS è stata data effettiva attuazione con il recente finanziamento del progetto («ENERGIA: Diritti a Viva Voce»), proposto da un gruppo di associazioni di consumatori e utenti rappresentate nel Consiglio nazionale consumatori ed utenti (CNCU). Il progetto, da completare entro il 31 dicembre 2012, consiste nella qualificazione degli sportelli fisici già presenti sul territorio italiano, gestiti dalle predette associazioni.
  Nello specifico, le attività di sportello consentono di:
   orientare i consumatori tra le diverse offerte commerciali;
   informare ed educare il consumatore sul modo di sfruttare al meglio l'opportunità offerta dalla tariffa bioraria;
   fornire assistenza per l'ottenimento del bonus sociale gas/energia o il mantenimento dello stesso;
   supportare il cliente finale che dovesse trovarsi di fronte ad un problema con il proprio gestore del servizio energetico fornendogli informazioni utili (e se necessario l'assistenza pratica) alla redazione del reclamo e all'attivazione della conciliazione stragiudiziale, ove possibile in base ai protocolli conciliativi esistenti per la definizione della controversia;
   informare i cittadini consumatori su come controllare i propri consumi quotidiani, promuovere un consumo consapevole.

  A tali sportelli è stato affiancato un servizio di call center, con numero verde gratuito per chiamate da rete fissa, con l'obiettivo di fornire risposte ai clienti finali del servizio elettrico e gas nei termini e compiti sopra descritti.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoClaudio De Vincenti.