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XVI LEGISLATURA

Allegato B

Seduta di Martedì 23 ottobre 2012

ATTI DI INDIRIZZO

Mozioni:


   La Camera,
   premesso che:
    nel corso della XVI legislatura, la Commissione parlamentare di controllo sull'attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale ha approvato la «Relazione annuale sui bilanci consuntivi 2004-2005-2006, di previsione 2007 e bilanci tecnico-attuariali degli enti previdenziali pubblici e privati», nella quale ha riservato, tra l'altro, una particolare attenzione all'esame della situazione patrimoniale immobiliare degli enti di previdenza;
    dalla relazione citata emerge il seguente quadro relativo al patrimonio immobiliare degli enti previdenziali cosiddetti privatizzati, in larga misura destinato ad uso abitativo:

VALORI PATRIMONIALI E RENDIMENTI CASSE EX D.LGS. 509/1994
(importi in milioni di euro)

Enti privati Patrimonio complessivo Patrimonio immobiliare Rendimento immobiliare Anno di riferimento
ENASARCO 5.678 2.956 0,9 per cento 2007
ENPACL 493 124 2,0 per cento 2007
ENPAM 7.548 2.796 1,5 per cento 2006
CASSA FORENSE 3.428 405 0,8 per cento 2006
CASSA GEOMETRI 1.677 399 1,8 per cento 2007
INARCASSA 3.196 688 2,4 per cento 2006
CASSA NOTARIATO 1.238 495 3,6 per cento 2006
CASSA COMMERCIALISTI 2.393 234 2,2 per cento 2006
CASSA RAGIONIERI 1.043 434 2,0 per cento 2006
ENPAF 896 191 1,9 per cento 2006
ENPAIA 1.111 361 1,4 per cento 2006
ENPAV 138 15,3 1,0 per cento 2006
INPGI (gest. principale) 1.252 698,3 0,0 per cento 2006

VALORI PATRIMONIALI E RENDIMENTI CASSE EX D.LGS.103/1996
(importi in milioni di euro)

Enti privati Patrimonio complessivo Patrimonio immobiliare Rendimento immobiliare Anno di riferimento
ENPAP 268 5 0,0 per cento 2006
EPAP 322 13 0,0 per cento 2006
EPPI 394 93 2,9 per cento 2006
ENPAB 175,4 3,9 0,0 per cento 2006
ENPAPI 115,4 0,8 3,8 per cento 2006
INPGI (gest. separata) 143,3 0,0 2006

    il decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, ha trasformato in persone giuridiche private gli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza ed assistenza dal 1o gennaio 1995, con deliberazione dei competenti organi di ciascuno di essi, a condizione che non usufruissero più di finanziamenti o altri ausili pubblici di carattere finanziario;
    detti enti privatizzati, così come disposto dal decreto legislativo sopra indicato, per la natura pubblica dell'attività svolta, inoltre, sono sottoposti alla vigilanza del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, del Ministero dell'economia e delle finanze, oltre che a quella dei Ministeri specifici, competenti per ciascun ente;
    per quanto attiene alle casse privatizzate dei liberi professionisti, il comma 24 dell'articolo 24 del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, ha stabilito che le stesse siano tenute a presentare entro il 30 settembre 2012 dei bilanci attuariali cinquantennali rivolti ad assicurare l'equilibrio tra contributi e prestazioni e al successivo articolo 27 sono stabiliti i criteri della dismissione del patrimonio pubblico tramite fondi immobiliari a capitale privato;
    in considerazione delle procedure di dismissione avviate e tenuto conto della particolare congiuntura economica attuale, occorre garantire equilibrio, da un lato, tra i diritti degli inquilini degli immobili oggetto di dismissione, per quanto attiene sia il loro diritto di prelazione sia il mantenimento nei confronti degli stessi di parametri di locazione coerenti con le finalità pubbliche proprie degli enti previdenziali, ancorché privatizzati; dall'altro, è necessario assicurare la sostenibilità delle prestazioni rese agli iscritti dalle casse, anche attraverso la buona gestione del patrimonio immobiliare, tenendo, altresì, conto del fatto che tale patrimonio, insieme a quello mobiliare, svolge un'altissima funzione sociale, in quanto concorre a garantire la sostenibilità dei diversi sistemi pensionistici dei liberi professionisti e l'erogazione dei trattamenti di previdenza obbligatoria;
    il Ministro del lavoro e delle politiche sociali si è più volte espresso, intervenendo nelle commissioni parlamentari, in merito all'equilibrio delle casse dei liberi professionisti, manifestando la disponibilità del Governo a valutare una soluzione ai rilievi da queste più volte rappresentati in sede di audizione parlamentare, in ordine alla predisposizione dei suddetti bilanci, con particolare riferimento alla possibilità di tener conto, nelle relative poste, dei rendimenti netti del patrimonio immobiliare e mobiliare;
    occorre una soluzione normativa affinché le casse obbligate, nella predisposizione dei citati bilanci, possano avvalersi, in modo adeguato, della facoltà di cui al precedente capoverso;
    tale intervento non presenta oneri a carico del bilancio pubblico e appare di estrema urgenza, poiché le disposizioni di legge allo stato non riconoscono tale possibilità, mentre da parte delle casse vanno adottate tutte le misure necessarie nell'ambito della predisposizione dei loro bilanci in una prospettiva cinquantennale, come disposto dal comma 24 dell'articolo 24 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214;
    in tal senso si è pronunciata la Commissione lavoro pubblico e privato della Camera dei deputati nel suo parere consultivo nel corso dell'esame del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, recante «Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo», convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012, n. 35, e sulla materia è stato accolto dal Governo l'ordine del giorno 9/4940-A/4, che lo impegna a ricercare soluzioni idonee volte a consentire alle casse dei liberi professionisti di tener conto anche dei rendimenti reali dei patrimoni immobiliari e mobiliari nella definizione dei loro bilanci attuariali cinquantennali e, nelle more dell'adozione delle soluzioni individuate, ad anticipare, anche in via amministrativa, alle casse medesime, dei riferimenti precisi in ordine alla definizione dei bilanci da predisporre entro il 30 settembre 2012;
    pertanto, tali bilanci attuariali sono già stati predisposti e presentati per l'approvazione al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, ovviamente includendo una valutazione definita dei rendimenti del patrimonio immobiliare ai fini di garantire l'equilibrio tra entrate contributive e spesa per prestazioni nell'arco di cinquant'anni,

impegna il Governo:

   a valutare con le casse privatizzate, che danno esecuzione a piani di dismissione immobiliare, i criteri previsti, affinché sia garantito il diritto di prelazione dei locatori e siano adottate, pur confermando il rispetto dei principi di economicità, regole il più possibile conformi a quelle attuate nelle operazioni di cartolarizzazione degli immobili degli enti previdenziali pubblici, salvaguardando in tale ambito le posizioni dei locatori che non intendono acquistare, tramite la proroga dei contratti di locazione, per periodi ragguagliati all'età e alle condizioni dei soggetti interessati;
   a vigilare sui criteri con cui le casse privatizzate procedono al rinnovo dei contratti di locazione, affinché si trovi un adeguato equilibrio tra le esigenze di una corretta gestione del patrimonio immobiliare, che assicuri un congruo rendimento finalizzato a concorrere all'equilibrio dei bilanci, e le difficoltà in cui versano le famiglie degli inquilini nell'attuale crisi economica.
(1-01175) «Cazzola, Versace, Antonino Foti, Fabbri, Beltrandi, Boniver, Garagnani, Mazzuca, Pizzolante, Scandroglio, Vignali».


   La Camera,
   premesso che:
    secondo un recente rapporto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, gli enti previdenziali dispongono di un patrimonio di circa 54 miliardi di euro, tra immobili e titoli: nello specifico, gli enti previdenziali pubblici (Inps, ex Inpdap, Inail e Enpals) gestiscono un patrimonio totale di 12,053 miliardi di euro, con un «portafoglio» immobili molto vasto (solo l'Inps, senza considerare il processo in corso relativo alla soppressione di Inpdap ed Enpals, conta su 12.253 unità immobiliari, per un controvalore stimato di circa 1,7 miliardi di euro), mentre gli enti privati hanno un patrimonio di circa 42 miliardi di euro, costituito per quasi il 30 per cento da immobili (per un controvalore stimato di circa 12,6 miliardi di euro);
    il decreto legislativo 16 febbraio 1996, n. 104, ha previsto la possibilità, per gli enti previdenziali pubblici, di procedere alla dismissione degli immobili di loro proprietà secondo dettagliati piani di alienazione e specifici criteri per la vendita: l'articolo 6, comma 5, in particolare, ha riconosciuto, ai conduttori delle unità immobiliari ad uso residenziale, il diritto di prelazione (confermato, tra l'altro, dalla legge n. 410 del 2001, con la quale si è proceduto alle cosiddette «cartolarizzazioni»);
    il decreto-legge 23 febbraio 2004, n. 41, intervenendo in materia di determinazione del prezzo di immobili pubblici oggetto di cartolarizzazione, ha stabilito che il prezzo di vendita delle unità immobiliari ad uso residenziale, ai conduttori che abbiano manifestato la volontà di acquisto entro il 31 ottobre 2001, è determinato sulla base dei valori di mercato del mese di ottobre 2001;
    successivamente la legge 23 agosto 2004, n. 243, con una norma di interpretazione autentica (articolo 1, comma 38), ha stabilito che l'articolo 1, comma 1, del decreto legislativo n. 104 del 1996 si interpreta nel senso che la disciplina afferente alla gestione dei beni, alle forme del trasferimento della proprietà degli stessi e alle forme di realizzazione di nuovi investimenti immobiliari ivi contenuta non si applica agli enti privatizzati ai sensi del decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509 (si tratta di enti quali: Inpgi, Enpaf, Enpam, Enpaci, Enasarco, Cassa nazionale di previdenza e assistenza avvocati e procuratori legali, dottori commercialisti, ragionieri e periti commerciali, geometri, ingegneri ed architetti);
    per effetto di tale disposizione, quindi, gli enti privatizzati hanno proceduto alla vendita o alla rinegoziazione dei canoni di affitto in deroga alla normativa prevista in materia, che impone condizioni e modalità di locazione ed alienazione degli immobili a tariffe calmierate;
    molti inquilini si sono, così, trovati a dover fronteggiare aumenti consistenti dei canoni di affitto (non più inferiori a quelli di mercato, ma spesso più che raddoppiati e retroattivamente applicati, con gravosi ed insostenibili pagamenti di arretrati) o proposte di acquisto a prezzi di mercato con valori correnti e non più riferiti al 2001, con inevitabili ripercussioni sui bilanci familiari, già in evidente difficoltà (si tratta di circa 60 mila famiglie, di cui 40 mila solo a Roma);
    tale situazione determina, di fatto, una disparità di trattamento tra gli inquilini degli enti previdenziali pubblici, che hanno correttamente rispettato i tempi e gli obblighi statuiti dal decreto legislativo n. 104 del 1996, e quelli appartenenti agli enti che, invece, si sono successivamente privatizzati e, in maniera retroattiva, sono stati esonerati dall'applicazione della citata disciplina (in virtù del comma 38 dell'articolo 1 della legge n. 243 del 2004);
    l'articolo 8, comma 15, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, ha stabilito che «le operazioni di acquisto e vendita di immobili da parte degli enti pubblici e privati che gestiscono forme obbligatorie di assistenza e previdenza, nonché le operazioni di utilizzo, da parte degli stessi enti, delle somme rivenienti dall'alienazione degli immobili o delle quote di fondi immobiliari, sono subordinate alla verifica del rispetto dei saldi strutturali di finanza pubblica, da attuarsi con decreto di natura non regolamentare del Ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali»;
    tale disposizione, che ha una finalità sostanzialmente contabile e che riguarda anche i processi di alienazione in corso, rischia di pregiudicare la fondamentale «funzione sociale e solidaristica» che il patrimonio immobiliare degli enti previdenziali deve preminentemente svolgere a vantaggio delle fasce di popolazione più deboli (pensionati, disabili, ultrasessantacinquenni, lavoratori monoreddito), come hanno avuto modo di denunciare anche le maggiori associazioni rappresentative degli inquilini;
    è quanto mai urgente, quindi, evitare manovre speculative, rafforzare la «funzione sociale» degli immobili ad uso residenziale di proprietà degli enti previdenziali e garantire agli inquilini maggiori tutele e garanzie, in particolare rafforzando e rendendo concretamente esercitabile il loro diritto di prelazione, anche attraverso un più attento monitoraggio pubblico della gestione patrimoniale che assicuri, oltre ad una maggiore trasparenza, prezzi più equi sia nelle vendite che negli affitti, anche a salvaguardia della stabilità finanziaria degli enti medesimi;
    il decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, all'articolo 27, ha stabilito, tra l'altro, che, per la valorizzazione, la trasformazione, la gestione e l'alienazione del patrimonio immobiliare, il Ministero dell'economia e delle finanze – Agenzia del demanio – promuove iniziative idonee per la costituzione di società, consorzi o fondi immobiliari;
    con molta probabilità gli attuali inquilini saranno chiamati ad acquistare a condizioni economicamente più svantaggiose (rispetto a quelle inizialmente previste) gli appartamenti in cui vivono da decenni o potranno trovarsi di fronte a un alto rischio di sfratto, una volta ultimato il processo di dismissione e una volta avvenuta la cessione dell'invenduto da parte dagli enti a un fondo di investimento immobiliare (ciò sia nel caso di una messa in vendita sul libero mercato degli immobili da parte del fondo, sia nel caso di rinnovi dei contratti di locazione a prezzi di mercato, per molti difficilmente sostenibili: situazione questa, peraltro, già in atto relativamente ai contratti scaduti o in corso di scadenza);
    il succedersi di varie disposizioni al riguardo ha prodotto rilevanti incertezze e dubbi interpretativi, che hanno, di fatto, precluso un'applicazione uniforme delle stesse da parte dei diversi enti interessati, aggravando un problema, quello dell'emergenza abitativa, che, soprattutto in una grande città come Roma (che, tra l'altro, detiene circa il 60 per cento del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali), costituisce uno dei fattori di maggiore «tensione sociale»;
    la Corte dei conti, inoltre, nel corso di una recente audizione parlamentare, ha rilevato che, nell'attuale congiuntura economica, il crollo del mercato immobiliare (-20 per cento nel primo trimestre del 2012), peserà irrimediabilmente anche sul processo di dismissioni immobiliari degli enti previdenziali;
    dopo le operazioni di cartolarizzazione realizzate attraverso le due società di cartolarizzazione immobili pubblici (Scip) costituite al riguardo, e soprattutto dopo il sostanziale insuccesso di «Scip2», il rischio concreto, in alcuni casi, infatti, è quello che si realizzino vere e proprie «svendite» per un patrimonio che, spesso inutilizzato, è, comunque, di grande valore;
    attraverso le predette società sono stati venduti più di 90.000 appartamenti di proprietà degli enti previdenziali, ma dal 2008, epoca della dismissione della seconda Scip, il patrimonio residuo (circa 15.000 appartamenti, di cui più di 10.000 solo a Roma) è tornato in possesso degli enti: per l'ex Inpdap, che deteneva il 46 per cento degli immobili degli enti previdenziali pubblici, sono tornati indietro da «Scip2» 12.000 immobili e in tre anni, dal 2009 al 2011, ne sono stati venduti 1.200 (appena il 10 per cento), con un ricavo di 93 milioni di euro; per l'Inail, i cui immobili iscritti a bilancio nel 2011 valgono 2,818 miliardi di euro, le dismissioni procedono con molta difficoltà; per quanto concerne, infine, le casse privatizzate, che dispongono complessivamente di un patrimonio di 45,2 miliardi di euro, 8 miliardi in investimenti immobiliari e 37,1 in investimenti mobiliari, i magistrati contabili hanno osservato che «la tendenza è una progressiva riduzione degli investimenti immobiliari e lo slittamento dalla gestione diretta alla gestione attraverso i fondi. Se questo per alcuni versi è condivisibile il patrimonio diventa più difficilmente controllabile e il rischio è che il fenomeno venga perso di vista»;
    nell'attuale congiuntura economico-finanziaria, nazionale ed internazionale, appare quanto mai urgente e doveroso intervenire tempestivamente, al fine di garantire – anche eventualmente attraverso l'attivazione di uno specifico tavolo tecnico-interistituzionale – che il processo di dismissione degli immobili del patrimonio abitativo degli enti previdenziali, pubblici e privatizzati, avvenga secondo chiare ed efficaci procedure, volte ad assicurare, da un lato, la concreta tutela delle famiglie interessate, salvaguardando, in particolare, le fasce sociali più deboli, dall'altro l'effettiva sostenibilità economica dello Stato, in generale, e degli stessi enti previdenziali, in particolare,

impegna il Governo:

   ad attivare tempestivamente tutte le opportune misure di competenza volte ad introdurre forme capillari ed efficaci di monitoraggio, di controllo e di governo pubblico della gestione e dell'alienazione del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali, pubblici e privati, soprattutto al fine di garantire un equo contemperamento tra l'esigenza di assicurare la «funzione sociale e solidaristica» del citato patrimonio, a vantaggio, soprattutto, delle fasce di popolazione deboli (pensionati, disabili, ultrasessantacinquenni, lavoratori monoreddito), e quella di favorire un'adeguata valorizzazione dello stesso, anche a tutela di un'effettiva e strutturale stabilità finanziaria degli enti previdenziali proprietari;
   a predisporre le opportune iniziative, anche di carattere normativo, volte ad eliminare le criticità denunciate in premessa e ad assicurare un quadro regolatorio certo ed uniforme in materia di dismissione del patrimonio immobiliare di proprietà degli enti previdenziali, sia pubblici che privati.
(1-01176) «Di Biagio, Barbaro, Lamorte, Perina, Proietti Cosimi, Giorgio Conte, Menia, Muro, Patarino, Scanderebech».


   La Camera,
   premesso che:
    il Parlamento europeo, in data 24 marzo 2009, ha adottato una risoluzione sulla lotta contro le mutilazioni sessuali femminili praticate nell'Unione europea (P6–TA(2009)0161), mentre il 5 aprile 2011 ne ha adottata un'altra sulle priorità e sulla definizione di un nuovo quadro politico dell'Unione europea in materia di lotta alla violenza contro le donne (P7–TA(2011)0127);
    nelle conclusioni sull'eliminazione della violenza contro le donne nell'Unione europea, il Consiglio occupazione, politica sociale, salute e consumatori (EPSCO), l'8 marzo 2010, ha auspicato un approccio internazionale alla lotta contro le mutilazioni genitali femminili;
    il Consiglio d'Europa ha adottato, il 12 aprile 2011, la Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica;
    il 2 luglio 2011, i Capi di Stato dell'Unione Africana hanno adottato una decisione formale che chiede all'Assemblea generale delle Nazioni Unite di mettere al bando a livello globale le mutilazioni genitali femminili. A livello regionale, il continente africano è il solo a essersi dotato di uno strumento legale – il protocollo alla Carta africana sui diritti dell'uomo e dei popoli sui diritti delle donne – adottato l'11 luglio 2003 ed entrato in vigore il 25 novembre 2005 che vincola espressamente gli Stati membri a condannare ogni forma di mutilazione genitale femminile attraverso misure sanzionatorie;
    il 5 dicembre 2011, il Segretario Generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto, intitolato «Mettere fine alle mutilazioni genitali femminili», in cui è dato grande risalto alla Risoluzione per la messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili, al fine di sottolineare l'importanza di intensificare gli sforzi a livello globale volti a mettere fine a questa pratica;
    l'8 marzo 2012, in occasione della 56a sessione e su proposta del Gruppo Africano all'ONU, la Commissione sulla condizione della donna del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite ha adottato una Decisione che chiede alla 67a sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite di esaminare la questione delle mutilazioni genitali femminili come punto all'ordine del giorno intitolato «Promozione della donna»;
    con 564 voti a favore e 2 astensioni lo scorso 14 giugno il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sull'abolizione delle mutilazioni genitali femminili, nella quale si invitano gli Stati membri a dare attuazione agli obblighi internazionali contro quello che è definito «un atto di violenza nei confronti delle donne e un abuso sui minori», una pratica che non può in «nessun caso essere giustificata dal rispetto di tradizioni culturali di varia natura o di cerimonie di iniziazione», attraverso una legislazione completa che proibisca ogni forma di mutilazione genitale femminile e preveda sanzioni efficaci contro i responsabili, contemplando anche una serie di misure di prevenzione e protezione delle vittime;
    l'Italia ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, aderendo anche al relativo protocollo opzionale, nonché la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti;
    in attuazione degli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione e di quanto sancito dalla Dichiarazione e dal Programma di azione adottati a Pechino il 15 settembre 1995 nella quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne, l'Italia ha adottato la legge 9 gennaio 2006, n. 7, Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile, volta a stabilire le misure necessarie per prevenire, contrastare e reprimere le pratiche di mutilazione genitale femminile quali violazioni dei diritti fondamentali all'integrità della persona e alla salute delle donne e delle bambine;
    il 19 settembre 2012 il Parlamento ha approvato il disegno di legge di «Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d'Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale, fatta a Lanzarote il 25 ottobre 2007, nonché norme di adeguamento dell'ordinamento interno», ora Legge n. 172 del 2012 del 1o ottobre 2012;
    la ratifica della cosiddetta Convenzione di Lanzarote contro gli abusi sui minori redatto e adottato dal Consiglio d'Europa il 12 luglio 2007, aperta alle sottoscrizioni degli Stati il 25 ottobre dello stesso anno ed entrata in vigore il 1o luglio 2010, mirando a rafforzare e armonizzare la protezione dei minori negli Stati firmatari, costituisce un lodevole passo in avanti in materia di protezione dei minori contro lo sfruttamento sessuale e l'abuso, certamente non più procrastinabile;
    nonostante ciò, l'inserimento nella legge di ratifica della pena accessoria della decadenza della potestà genitoriale e della interdizione perpetua dalla tutela di minori in calce all'articolo 583-bis del codice penale relativo al reato di mutilazione dei genitali femminili pare costituire un classico abuso della logica dei diritti umani;
    all'indomani dell'approvazione in Parlamento del disegno di legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote, l'Italia ha firmato la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, ovvero la cosiddetta Convenzione di Istanbul, aperta alla firma l'11 maggio del 2011 e al momento ratificata solo da parte della Turchia – perché entri in vigore occorrerà attendere altre nove ratifiche;
    il via libera alla firma della Convenzione di Istanbul, primo strumento giuridicamente vincolante per gli stati in materia di violenza sulle donne e violenza domestica, costituisce oggi il trattato internazionale di più ampia portata per affrontare il fenomeno. Tra i suoi principali obiettivi ha la prevenzione della violenza contro le donne, la protezione delle vittime e la perseguibilità penale degli aggressori. La Convenzione, definendo le diverse forme di violenza contro le donne tra cui il matrimonio forzato, le mutilazioni genitali femminili, lo stalking, le violenze fisiche e psicologiche e la violenza sessuale, mira «a promuovere l'eliminazione delle discriminazioni per raggiungere una maggiore uguaglianza tra donne e uomini»;
    l'aspetto più innovativo del testo è rappresentato dal fatto che la Convenzione riconosce la violenza sulle donne come una «violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione» per cui, sulla scia della recente approvazione del disegno di legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote, l'auspicio è che il disegno di legge di ratifica della Convenzione di Istanbul, di prossima presentazione, possa ricevere la stessa condivisione in sede parlamentare e venga approvato in tempi rapidi;
    oltre a costituire di per sé una patente violazione dei diritti fondamentali di donne e bambine, la mutilazione genitale femminile, nel breve e lungo termine, compromette in maniera seria e irreparabile la salute fisica e mentale delle donne e delle ragazze che l'hanno subita, oltre che i loro diritti, integrando gli estremi di un grave attentato all'integrità della persona che in alcuni casi può addirittura essere fatale;
    i danni causati da queste pratiche alla salute sessuale e riproduttiva sono accertati e denunciati da numerosi rapporti di agenzie internazionali;
    l'uso di strumenti rudimentali e l'assenza di precauzioni antisettiche comportano ulteriori effetti nocivi, al punto che i rapporti sessuali e il parto possono risultare dolorosi e che gli organi interessati subiscono danni irreparabili, con la possibile insorgenza di complicazioni, come emorragie, stato di shock, infezioni, trasmissione del virus dell'AIDS, tetano e tumori benigni, anche in relazione alla gravidanza e al parto (complicazioni gravi);
    il trauma della mutilazione genitale, lo schiacciante senso di impotenza, il «tradimento» e l’«abuso di fiducia» percepito nei confronti della madre, e la mutilazione della femminilità possono inoltre provocare in molti casi depressioni e disturbi psichici permanenti;
    la mutilazione genitale femminile è indice di una disparità nei rapporti di forza e costituisce una forma di violenza nei confronti delle donne, al pari delle altre gravi manifestazioni di violenza di genere;
    poiché la mutilazione genitale femminile è per lo più praticata in età infantile (fino ai 15 anni di età), essa comporta anche una violazione dei diritti dei minori;
    la mutilazione genitale femminile costituisce una violazione irreparabile intesa ad alterare o danneggiare i genitali femminili senza alcuna motivazione di ordine sanitario, con conseguenze irreversibili che attualmente, secondo i dati più aggiornati dell'Organizzazione mondiale della sanità, riguardano tra 100 e 140 milioni di bambine, ragazze e donne, mentre ogni anno, secondo quanto riferito dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, 3 milioni rischiano di subire la pratica;
    l'Africa è di gran lunga il continente in cui il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili è più diffuso, con 91,5 milioni di ragazze di età superiore a 9 anni vittime di questa pratica, e circa 3 milioni di altre ragazze che ogni anno si aggiungono al totale;
    la pratica delle mutilazioni genitali femminili è documentata e monitorata in 26 Paesi africani e nello Yemen e varia da zona a zona;
    in India, Indonesia, Iraq, Malesia, Emirati Arabi Uniti e Israele si ha la certezza che vi siano casi di mutilazioni genitali femminili, ma mancano indagini statistiche attendibili;
    in Egitto, Eritrea, Gibuti, Guinea, Mali, Sierra Leone e Somalia e nel Nord del Sudan il fenomeno tocca praticamente la quasi totalità della popolazione femminile (oltre l'80 per cento, con punte massime nelle aree rurali e più basse nelle aree urbane ad alta densità, come ad esempio il Cairo;
    in Burkina Faso, Etiopia, Gambia, Mauritania la diffusione è maggioritaria ma non così estesa;
    in Ciad, Costa d'Avorio, Guinea Bissau, Kenya e Liberia il tasso di prevalenza è considerato medio – tra il 30 e il 40 per cento della popolazione femminile, mentre nei restanti paesi la diffusione delle mutilazioni genitali femminili varia dal 5 al 19 per cento;
    il tipo di intervento mutilatorio imposto varia a seconda del gruppo etnico di appartenenza: il 90 per cento delle mutilazioni genitali femminili praticate è di tipo escissorio (con taglio e/o rimozione di parti dell'apparato genitale della donna), mentre un decimo dei casi si riferisce all'azione specifica della infibulazione, che ha come scopo il restringimento dell'orifizio vaginale e può a sua volta essere associato anche a un'escissione;
    i flussi migratori hanno «transnazionalizzato» il fenomeno, portandolo in Europa e nel Nord America;
    attualmente in Europa vivono 500.000 donne che hanno subito mutilazioni genitali e, secondo le stime dell'Organizzazione mondiale della sanità, 180.000 ragazze sarebbero a rischio;
    secondo gli esperti, si tratta di stime al ribasso che non tengono conto degli immigrati di seconda generazione o di quelli in posizione irregolare;
    secondo i risultati del progetto STOP MGF (2009), dell'Associazione NoDi – I nostri diritti – e finanziato dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, in Italia sono circa 90.000 le donne immigrate che hanno subito le pratiche della mutilazione genitale femminile, mentre secondo l'Istat, in Italia, ogni anno circa 35.000 donne e bambine emigrate sono vittime di mutilazione genitale femminile;
    negli ultimi anni, in seguito alla dichiarazione del Cairo del 2003, vi è stato un cambiamento fondamentale nel modo di concepire e affrontare le mutilazioni genitali femminili, non più come un problema di carattere sociale, sanitario o religioso, ma come una vera e propria violazione dei diritti umani fondamentali;
    da un lato, infatti, qualunque forma di mutilazione genitale rappresenta una pratica tradizionale dannosa non riconducibile ad alcuna religione, e dall'altro costituisce un atto di violenza nei confronti delle donne e quindi una violazione dei loro diritti fondamentali, in particolare del diritto alla sicurezza e all'integrità della persona, oltre che alla salute mentale, fisica, sessuale e riproduttiva;
    nel caso delle bambine e delle ragazzine la pratica costituisce altresì un abuso sui minori;
    violazioni come quelle in questione non possono in nessun caso essere giustificate dal rispetto di tradizioni culturali di varia natura o di cerimonie di iniziazione e pertanto deve essere respinta pure la pratica della «puntura alternativa» ed ogni tipo di medicalizzazione, proposte come soluzione di mediazione tra la circoncisione del clitoride e il rispetto di tradizioni identitarie;
    sono necessari ulteriori sforzi e risorse per integrare le mutilazioni genitali femminili nel quadro dei diritti umani, così come occorre riconoscere la vera natura della pratica e garantire la massima protezione possibile per le ragazze e le donne vittime della pratica o a rischio;
    maggiore attenzione deve essere riservata anche al nuovo e preoccupante problema dell'aumento della cosiddetta «emigrazione mutilatoria», che, a livello regionale, significa che i cittadini di Paesi dove le mutilazioni genitali femminili sono proibite continuano a praticarle in altri Paesi vicini dove non esiste alcuna legge che le bandisce;
    tutti i Governi italiani che si sono avvicendati dal 2003 ad oggi hanno sempre sostenuto politicamente e finanziariamente la campagna internazionale per l'eradicazione delle mutilazioni genitali femminili;
    nel corso di una Conferenza sulle donne tenuta alla Farnesina, il 9 e 10 settembre 2009, è stato lanciato il tema della lotta alle mutilazioni genitali femminili, con l'impegno «per una vera e propria strategia di prevenzione del fenomeno, anche attraverso una specifica azione internazionale della Cooperazione insieme all'Unfpa e all'Assemblea generale delle Nazioni Unite»;
    il Governo italiano, all'epoca presidente di turno del G8, ha anche promosso a New York, a margine della 64a sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, un primo incontro specifico con partners e agenzie delle Nazioni Unite per definire una strategia comune sulle mutilazioni genitali femminili;
    il Ministro degli affari esteri, Giulio Terzi, presentando alla Farnesina l'edizione 2012 dell'Annuario Italiano dei Diritti Umani, ha dichiarato che: «L'Italia considera la tutela e la promozione dei diritti fondamentali una componente essenziale ed irrinunciabile della sua politica estera» perché le «violazioni dei diritti umani su larga scala creano instabilità e provocano conflitti ed i conflitti calpestano la dignità delle persone»,

impegna il Governo:

   a promuovere e sostenere a livello nazionale e internazionale tutte le iniziative atte a far sì che la 68a Assemblea generale delle Nazioni Unite adotti una risoluzione per la messa al bando a livello globale delle mutilazioni genitali femminili, così come richiesto dal Vertice dell'Unione africana il 2 luglio 2011, attraverso la quale si proceda a un'armonizzazione delle azioni intraprese dai Paesi membri, nonché alla formulazione di raccomandazioni e orientamenti per lo sviluppo e il potenziamento di strumenti giuridici regionali e internazionali, oltre che per l'elaborazione di norme nazionali rafforzate;
   ad agire, nelle opportune sedi dell'Unione europea, al fine di sollecitare l'adempimento degli impegni assunti dalla Commissione europea per sviluppare una strategia per combattere la violenza sulle donne, incluse le mutilazioni genitali femminili, e contenuti nella strategia per l'uguaglianza tra donne e uomini 2010-2015;
   a promuovere e sostenere a livello nazionale e sovranazionale tutte le iniziative atte a far sì che la Commissione europea adotti una direttiva contro le pratiche della mutilazione genitale femminile, in particolare prevedendo:
    a) la creazione di tavoli tecnici permanenti di armonizzazione e di raccordo tra gli Stati membri e tra questi e le istituzioni africane;
    b) un'adeguata assistenza sanitaria e socio-psicologica per le donne e le bambine che hanno subito le summenzionate violazioni;
    c) la possibilità di considerare più favorevolmente la denuncia di pratiche di mutilazione genitale femminile e della necessità di sottrarvisi fra le motivazioni a sostegno dell'accoglimento della domanda d'asilo;
    d) la creazione di un «protocollo sanitario europeo» di monitoraggio e una banca dati sul fenomeno a livello europeo, che consenta di mappare l'incidenza delle pratiche e misurarne i progressi di abbandono;
    e) la definizione di misure multidisciplinari e multilivello, supportate da un'adeguata e sistematica cooperazione internazionale, che facciano fronte al problema emergente della cosiddetta «emigrazione mutilatoria»;
   a rispettare gli obblighi internazionali per porre fine alle mutilazioni genitali femminili attraverso misure di prevenzione, di protezione e di natura legislativa, in particolare:
    a) inserendo sistematicamente la lotta alle mutilazioni genitali femminili in quella più generale contro la violenza di genere e la violenza nei confronti delle donne;
    b) definendo una serie di misure di prevenzione e protezione, inclusi meccanismi di coordinamento, controllo e valutazione dell'applicazione delle leggi, migliorando altresì le condizioni che permettono alle donne e alle ragazze di segnalare casi di mutilazioni genitali femminili;
    c) attuando una strategia preventiva di azione sociale che, senza stigmatizzare le comunità di immigrati, protegga in particolar modo le minorenni, attraverso la realizzazione di programmi pubblici e servizi sociali volti tanto a prevenire tali pratiche (formazione, istruzione e sensibilizzazione delle comunità a rischio), quanto ad assistere le vittime che le hanno subite, offrendo sostegno psicologico e sanitario, comprese cure mediche riparatrici gratuite;
    d) elaborando orientamenti per gli operatori sanitari, gli educatori e gli assistenti sociali allo scopo di informare e istruire i padri e le madri in merito agli enormi rischi che le mutilazioni genitali femminili comportano e al fatto che tali pratiche costituiscono un illecito penale;
    e) diffondendo informazioni precise e comprensibili alla popolazione migrante non alfabetizzata, in particolare attraverso la comunicazione, da parte dei servizi di immigrazione, già al momento dell'arrivo nel Paese di accoglienza, dei motivi alla base del divieto di legge e delle conseguenze penali, precisando che si tratta una protezione giuridica nei confronti delle donne e delle bambine e non di «un'aggressione culturale»;
    f) prevedendo l'esame, caso per caso, di ogni domanda di asilo presentata da genitori a motivo delle minacce subite nel mese di origine per aver rifiutato di sottoporre le figlie alle pratiche della mutilazione genitale femminile, e assicurando che dette domande siano sostenute da un insieme di elementi;
    e) organizzando forum di dialogo e affrontando nelle scuole il tema delle mutilazioni genitali femminili, anche attraverso la collaborazione con le donne non mutilate;
    h) collaborando e finanziando le attività delle reti e delle organizzazioni non governative che prestano la loro opera di educazione, sensibilizzazione e mediazione in merito alle mutilazioni genitali femminili in stretto contatto con le famiglie e le comunità.
(1-01177) «Zampa, Villecco Calipari, Miotto, D'Incecco, Pedoto, Codurelli, Siragusa, Motta, Bellanova, Gnecchi, De Biasi, Schirru, Braga, Mattesini, Ferranti, Cardinale, D'Antona, Cilluffo, Binetti, Samperi, Laganà Fortugno».


   La Camera,
   premesso che:
    con l'articolo 1 della legge 14 settembre 2011, n. 148, di conversione, con modificazioni, del decreto-legge n. 138 del 2011 è stata decisa la riorganizzazione degli uffici giudiziari, successivamente attuata con i decreti legislativi n. 155 e 156 del 2012;
    il decreto legislativo n. 155 del 2012 («Nuova organizzazione dei tribunali ordinari e degli uffici del pubblico ministero») appare in contrasto con i criteri stabiliti dall'articolo 1 comma 2 lettera b) della legge delega, che dispone che il Governo nel ridefinire l'assetto territoriale degli uffici giudiziari, eventualmente anche trasferendo territori dall'attuale circondario a circondari limitrofi, anche al fine di razionalizzare il servizio giustizia nelle grandi aree metropolitane, dovrà tenere conto di criteri oggettivi ed omogenei che comprendano i seguenti parametri: estensione del territorio, numero degli abitanti, carichi di lavoro, indice delle sopravvenienze, specificità territoriale del bacino di utenza, anche con riguardo alla situazione infrastrutturale, presenza di criminalità organizzate. Il provvedimento appare, altresì, in contrasto con la lettera e) della legge-delega, che «individua come principio e criterio direttivo di carattere generale quello di assumere come prioritaria linea d'intervento nell'attuazione di quanto previsto dalle precedenti lettere a), b), c) e d), il riequilibrio delle attuali competenze territoriali, demografiche e funzionali tra uffici limitrofi della stessa area provinciale caratterizzati da rilevante differenza di dimensioni»;
    il provvedimento del Governo appare, altresì, in contrasto con i criteri indicati nella relazione di accompagnamento del decreto legislativo n. 155, (pubblicata in data 7 settembre 2012) in cui, al punto 1.4, si legge, con riferimento alle grandi aree metropolitane, che «La necessità prioritaria in tutte le grandi aree metropolitane è senza dubbio quella di procedere ad un decongestionamento dei carichi. Tale obiettivo, in ottemperanza a quanto specificamente indicato dalla legge delega (articolo 1, comma 2, lettera b): «razionalizzare il servizio giustizia nelle grandi aree metropolitane»), è stato perseguito attraverso tre fondamentali scelte operative: a) impedire accorpamenti di tribunali sub-provinciali alle 5 grandi aree metropolitane (Roma, Napoli, Milano, Torino e Palermo); b) favorire, ove possibile e ragionevole, l'accorpamento di territori delle sezioni distaccate metropolitane ai tribunali limitrofi;» con l'individuazione della terza scelta in ordine al tribunale di Napoli.
    con riferimento ai criteri indicati per le grandi aree metropolitane, si evidenzia che – tra queste – vi è la provincia di Torino che ha, in Piemonte, un bacino d'utenza pari ad oltre la metà della popolazione dell'intera regione (2.200.000 abitanti circa su di un'utenza complessiva regionale di 4.300.000 abitanti circa). Sul punto, il decreto del Governo (disattendendo il parere espresso in data 17 febbraio 2012 dal consiglio giudiziario presso la Corte d'appello di Torino, su richiesta dalla Commissione Giustizia della Camera, parere, questo, confermato nel corso delle audizioni intervenute avanti alla Commissione giustizia) sopprime il secondo tribunale provinciale per numero di abitanti – e cioè il tribunale di Pinerolo –, con la conseguenza che oltre la metà di tutta la popolazione residente nella regione Piemonte verrà a gravitare, irragionevolmente, su due soli uffici giudiziari (in luogo dei tre indicati sia dal consiglio giudiziario di Torino sia dalle commissioni giustizia della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica), fra cui uno – il tribunale di Torino – di dimensioni eccezionali, che verrà, così, gravato da un insostenibile carico di lavoro. Viceversa, una corretta attuazione della delega avrebbe imposto il mantenimento o, addirittura, il potenziamento del tribunale sub-metropolitano di Pinerolo, mediante il riequilibrio della competenza territoriale e della popolazione, rispetto al tribunale di Torino;
    dalla legge delega emerge, infatti, con chiarezza, la necessità di mantenere gli uffici giudiziari sub-metropolitani/sub-provinciali per le finalità prioritarie di decongestionamento dei grandi tribunali metropolitani, fra cui Torino. Inoltre, va precisato che legge stessa non prevede – in alcun suo passaggio – un limite al numero delle procure della Repubblica che possono permanere all'interno della medesima provincia. Con la soppressione del tribunale di Pinerolo, quindi, il provvedimento si pone in eccezionale e unica controtendenza con le scelte operate in tutte le altre grandi aree metropolitane in Italia: Pinerolo, infatti, è stato l'unico tribunale sub-metropolitano, inspiegabilmente, soppresso in Italia;
    alla luce di quanto sinora esposto, sono ravvisabili diversi profili di incostituzionalità del provvedimento, in particolare, con riferimento agli articoli 3, 24, 97 e, soprattutto, 76 della Costituzione (per violazione appunto dei principi direttivi della legge-delega);
    inoltre, non vi è stata alcuna consultazione preventiva, nell’iter di preparazione del provvedimento, dei consigli giudiziari da parte del Ministero della giustizia;
    nell'assumere questa decisione, il Governo non ha tenuto conto dei pareri del Parlamento ed, in particolare, di quello espresso e votato della Commissione giustizia della Camera dei deputati in data 1° agosto 2012, che ha espresso parere favorevole mantenimento degli uffici giudiziari di Pinerolo, Bassano del Grappa, Chiavari, Tolmezzo, Lucera e Rossano Calabro;
    la soppressione dei sei tribunali appena indicati appare dunque in contrasto con la legge-delega sotto i seguenti profili: per quanto riguarda Pinerolo, in violazione della direttiva che doveva essere seguita per il «decongestionamento dei carichi» nella riorganizzazione delle grandi aree metropolitane; per quanto riguarda Chiavari, Bassano del Grappa e Tolmezzo, la concreta situazione delle infrastrutture; per quanto riguarda Lucera e Rossano Calabro, la presenza di criminalità organizzata,

impegna il Governo:

   a rivedere con urgenza, mediante un'iniziativa normativa correttiva, l'imposizione del decreto legislativo n. 155 del 2012 ed a riconsiderare, in maniera più attenta, le scelte di soppressione e di accorpamento degli uffici giudiziari in questo contenute, alla luce dei numerosi rilievi formulati nella premessa, dando più puntuale attuazione ai principi stabiliti dalla legge delega, secondo i criteri indicati nella relazione ministeriale di accompagnamento – con particolare riferimento alle grandi aree metropolitane – ed, in particolare, all'articolato e motivato parere approvato il 1° agosto 2012 dalla commissione giustizia della Camera dei deputati, al fine di assicurare una razionalizzazione della geografia giudiziaria funzionale ad un rafforzamento dell'efficienza del sistema giustizia;
   ad adottare il decreto di ridefinizione delle piante organiche, che dovrebbe essere emanato entro il 31 dicembre 2012, non prima dell'entrata in vigore di una disposizione urgente correttiva che tenga conto delle problematiche esposte in premessa;
   a rivedere in particolare, alla luce di quanto sopra esposto, il provvedimento per i significativi motivi che giustificano la necessità di mantenere il tribunale di Pinerolo nell'interesse dell'amministrazione della giustizia nella regione Piemonte.
(1-01178) «Siliquini, Moffa».

Risoluzioni in Commissione:


   La IV Commissione,
   premesso che:
    il decreto-legge del 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, recante disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica, nonché misure di rafforzamento patrimoniale delle imprese del settore bancario (spending review), ha previsto il blocco del «turn over» del personale dei comparti sicurezza e difesa al 20 per cento per il triennio 2012-2014;
    il 16 settembre 2011, nella Gazzetta Ufficiale n. 74, è stato pubblicato il concorso pubblico per l'ammissione di 490 allievi marescialli del ruolo ispettori dell'Arma dei carabinieri al 2° corso triennale 2012-2015; le prove concorsuali sono terminate nel mese di giugno del 2012;
    il 25 febbraio 2012 è stato indetto un bando di concorso, per titoli ed esami, per il reclutamento di 1.886 allievi carabinieri effettivi, riservato ai volontari delle Forze armate in ferma prefissata di un anno o quadriennale; il bando, concluso il 26 marzo 2012, prevedeva espressamente che i candidati idonei, fino a concorrenza dei posti messi a concorso fossero dichiarati vincitori secondo l'ordine delle graduatorie ed ammessi alla frequenza del corso formativo, da svolgersi presso i reparti di istruzione; prevedeva, inoltre, che i vincitori del concorso, senza attendere alcuna comunicazione, dovessero presentarsi presso i reparti di istruzione, nella data e con le modalità che avrebbero dovuto essere indicate a partire dal 21 settembre 2012; a seguito delle varie fasi concorsuali previste, a fronte delle 20.500 domande presentate inizialmente, si è arrivati ad una platea di 3000 aspiranti allievi carabinieri che, nell'anno in corso, hanno dovuto sostenere anche un non trascurabile onere in termini di ricorse finanziarie oltre che di impegno e di tempo; con l'applicazione della disposizione citata in merito al concorso per allievi carabinieri, su 1.886 posti in graduatoria ne saranno arruolati solamente 241;
    appare, pertanto, evidente l'effetto assolutamente negativo che una così drastica riduzione del turn over determina sia sul rinnovo del personale, comportando un aumento dell'età media di quello già in servizio, sia sulle legittime aspettative insorte in chi ha già visto riconosciuta la propria idoneità per i posti messi a concorso, esponendo quindi le amministrazioni interessate a ricorsi giudiziari;
    in relazione a innumerevoli segnalazioni fatte pervenire al riguardo da partecipanti ai due concorsi in esame, sono state presentate specifiche mozioni da parlamentari di vari gruppi politici ed il Governo si è impegnato a promuovere l'adozione di misure correttive per introdurre l'innalzamento del limite del turn-over per le assunzioni di personale delle forze di polizia, ad ordinamento civile e militare, e dei vigili del fuoco, almeno al 50 per cento,

impegna il Governo:

   ad assumere, con tempestività, iniziative anche in sede normativa, finalizzate ad escludere dal blocco del turn over i concorsi richiamati nelle premesse, già banditi e di fatto quasi ultimati, o in alternativa, ad innalzare il limite dello stesso turn over almeno al 50 per cento;
   a mantenere aperte le graduatorie dei due concorsi fino al completo assorbimento delle aliquote previste dai concorsi stessi.
(7-01022) «Laganà Fortugno».


   La VIII Commissione,
   premesso che:
    calcoli attendibili quantificano in circa 9 milioni gli italiani che vivono in zone inquinate a causa della presenza di attività industriali e in circa 1.200 il numero di connazionali che ogni anno muoiono a causa dei veleni industriali liberati nell'aria, nell'acqua e sui terreni;
    secondo l'Agenzia europea dell'ambiente, in Italia vi sono 622 stabilimenti industriali – appartenenti in modo trasversale sia a grandi gruppi che a imprese di piccole dimensioni – che presentano motivi di preoccupazione per il loro impatto sull'ambiente e sulla salute dell'uomo;
    il caso di Taranto, oggi di stretta attualità per la nota vicenda dello stabilimento siderurgico ILVA e al centro di un provvedimento d'urgenza del Governo (decreto-legge n. 129 del 2012), è emblematico a sua volta di un fenomeno molto peculiare dell'esperienza italiana, ovvero l'inquinamento e la contaminazione del mare causato dalla presenza di grandi siti industriali, oggi ancora in attività o già dismessi, nelle aree costiere;
    è grave che finora in Italia (Paese che, con circa 7 mila chilometri di coste, trova nel mare e nelle aree costiere una straordinaria risorsa di sviluppo turistico, economico e occupazionale) non sia stata fatta né prevenzione, né programmazione in materia di tutela del mare e delle aree costiere, come pure richiesto dall'Unione europea;
    è urgente recuperare terreno rispetto ai danni causati dall'assenza di prevenzione e programmazione, considerato anche che la risorsa-mare è un importante motore della nostra economia e dello sviluppo del sud Italia;
    tale quadro indica la necessità non più procrastinabile di avviare un piano unitario che, superando i problemi derivanti dal sovrapporsi di competenze nazionali e regionali, consenta di censire i siti industriali costieri (compresi e non nell'elenco dei SIN) in attività o già dismessi, così da assumere i provvedimenti necessari per il recupero, la bonifica e la riqualificazione degli stessi,

impegna il Governo:

   a studiare e promuovere un piano nazionale per la bonifica e la messa in sicurezza, a livello di tutela dell'ambiente e di salute umana, dei siti industriali presenti nelle aree costiere, al fine di raggiungere i seguenti obiettivi:
    a)  monitorare l'intera fascia costiera italiana allo scopo di individuare i siti industriali in attività che causano inquinamento e quelli dismessi;
    b) stabilire percorsi burocratici semplificati volti a favorire la dismissione e la riqualificazione, con il coinvolgimento di soggetti privati, dei siti costieri industriali sia attivi che dismessi;
    c)  elaborare gli strumenti normativi e tecnici necessari a modificare le situazioni emergenti dal monitoraggio di cui alla lettera a);
    d)  elaborare politiche utili a rilanciare sul piano turistico e ambientale le aree costiere una volta bonificate.
(7-01020) «Cosenza».


   La VIII Commissione,
   premesso che:
    la concentrazione elevata di arsenico nelle acque distribuite ad uso potabile è un problema naturale di tipo geogenico che riguarda l'arricchimento naturale legato alla presenza di arsenico nelle rocce vulcaniche dei territori. La questione ha una valenza molto estesa a livello europeo ed infatti non interessa soltanto il nostro Paese ma anche la Germania, l'Ungheria ed altri Stati membri;
    nel Lazio, in particolare, interessa 250 mila famiglie, ossia 750 mila abitanti residenti, ma i medesimi problemi sono presenti in Umbria, in Toscana e in Trentino;
    la Commissione europea, su istanza del Ministero della salute, ha preso atto della situazione italiana ed ha autorizzato fino alla data del 31 dicembre 2012 le autorità italiane ad emettere provvedimenti derogatori che consentano la distribuzione dell'acqua potabile, con una percentuale di arsenico fino a 20 µg/l;
    resta fermo ad ogni modo che pure in presenza di deroghe che consentono l'erogazione di acqua con limiti superiori a quelli di legge, permane sempre l'obbligo di informare la popolazione, in via precauzionale, che l'acqua da bere in distribuzione, non deve essere somministrata ai neonati e ai bambini fino all'età di 3 anni e tali informazioni devono essere rese note altresì presso le scuole ed i servizi materno-infantili;
    rispetto a tale materia, con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 17 dicembre 2010 è stato dichiarato, fino al 31 dicembre 2011, lo stato di emergenza in relazione alla concentrazione di arsenico nelle acque destinate all'uso umano superiore ai limiti di legge in alcuni comuni del territorio della regione Lazio;
    la dichiarazione dello stato di emergenza è stata adottata per consentire la realizzazione di impianti tecnologici necessari ad assicurare alle popolazioni coinvolte l'erogazione di acqua priva di sostanze inquinanti;
    in tale ambito, con la ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri 28 gennaio 2011, n. 3921, recante «primi interventi urgenti di protezione civile diretti a fronteggiare l'emergenza determinatasi in relazione alla concentrazione di arsenico nelle acque destinate all'uso, umano superiore ai limiti di legge in alcuni comuni del territorio della Regione Lazio», il presidente della regione Lazio è stato nominato commissario delegato per la gestione dell'emergenza «arsenico»;
    nel dicembre 2011, il presidente della regione Lazio – commissario delegato, aveva chiesto la proroga dello stato di emergenza. Tale proroga era motivata dalla necessità di garantire la prosecuzione degli interventi di potabilizzazione di carattere straordinario ed urgente finalizzati a ricondurre la concentrazione di arsenico entro i limiti di legge;
    conseguentemente, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 5 marzo 2012 è stata concessa la proroga del predetto stato di emergenza fino al 31 dicembre 2012;
    per ottemperare ai propri compiti il commissario delegato ha provveduto a redigere un programma di interventi, di prima fase, riportato nel decreto n. 2 del 14 marzo 2011 del commissario, pubblicato sul Bollettino ufficiale della regione Lazio n. 15 del 21 aprile 2011;
    per quanto riguarda la situazione più critica, ovvero quella della provincia di Viterbo, nei primi nove mesi del commissariamento in questione (aprile-dicembre 2011), si è passati da uno studio di fattibilità alla effettiva cantierizzazione dell'intervento, consistente nella realizzazione di 27 potabilizzatori (nel territorio di 12 comuni) per la risoluzione delle problematiche legate alle concentrazioni di arsenico superiori a 20 µg/l, e finanziati interamente, per circa 11 milioni di euro, dalla Regione Lazio. Tale intervento, in corso di esecuzione, dovrebbe essere ultimato entro il 31 dicembre 2012;
    dai dati in possesso emerge che per quanto riguarda il territorio ricadente nelle province di Roma e Latina sono stati sono acquisiti dai gestori dell'ATO2-Roma e ATO4-Latina determinati progetti riguardanti gli interventi previsti dal programma, non ancora avviati dai gestori stessi, e si è proceduto all'istruttoria, alla convocazione delle conferenza dei servizi e all'approvazione dei progetti (in alcuni casi con variante urbanistica). Stando a quando comunicato dagli stessi gestori, sembrerebbe certo l'ATO4-Latina possa rientrare entro il 31 dicembre 2012, all'interno dei parametri di legge, mentre per l'ATO2-Roma vi sarebbero ancora delle difficoltà legate alla completa attuazione degli interventi;
    si ritiene, comunque, che alla data del 31 dicembre 2012 tutti gli interventi previsti per la risoluzione della problematica nell'ATO2-Roma siano stati ultimati o per lo meno siano in corso di ultimazione;
    resta invece estremamente critica la situazione in provincia di Viterbo e quindi nell'ATO1. Per tale ambito territoriale è in corso di esecuzione la prima fase di interventi (per le fonti con concentrazione di arsenico superiore a 20 microgrammi/litro), deve essere immediatamente avviata la seconda fase, per il rientro completo nei parametri di legge, pena l'avvio di procedura di infrazione e la necessità, per numerosi comuni del Lazio, di emettere ordinanze di non potabilità delle acque (che potrebbero vedere coinvolti circa 100.000-130.000 cittadini);
    tale fatto creerebbe sicuri disagi alla popolazione interessata con riverberi dal punto di vista finanziario per i gestori dei servizi idrici integrati chiamati a garantire la qualità delle acque, nonché danni incalcolabili anche a tutto il comparto agro-alimentare e commerciale di prodotti che prevedono nel ciclo produttivo l'utilizzo di acqua, in quanto risulterebbe impossibile la vendita, commercializzazione ed esportazione di tali prodotti;
    dallo studio predisposto dalla regione Lazio emergono diversi scenari, con costi e approcci differenti alla problematica, che vanno valutati oltre che in termini di efficacia, anche in termini di tempistica di realizzazione e disponibilità delle risorse finanziarie:
     per quanto attiene alla tempistica di realizzazione, considerata la scadenza della deroga concessa dall'Unione europea al 31 dicembre 2012, sembrerebbe che possano essere considerati validi gli scenari che prevedono l'impiego in via principale di potabilizzatori, anche integrati con miscelazione, che possono essere installati in tempi relativamente brevi, pur se questi risultano avere più alti costi di gestione;
     per quanto attiene alle risorse finanziarie, visti gli alti costi di realizzazione delle infrastrutture idriche e la distanza di fonti idropotabili di qualità, sembra che la soluzione che privilegi i potabilizzatori, e miscelazione ove possibile, il cui costo ammonta a circa 42 milioni di euro, possa essere considerata sostenibile dalle pubbliche amministrazioni coinvolte, vista anche la delicatezza e l'urgenza dei temi in questione;
    lo studio anzidetto prevede anche altri scenari, che vanno dalla soluzione «minimale» con tutti potabilizzatori per un costo di 27 milioni di euro, e quindi alti costi di gestione, ad una soluzione che prevede la costruzione di infrastrutture idriche di grande estensione e portate, che per costi e tempi di realizzazione non sembrano essere compatibili con le tempistiche e le risorse a disposizione;
    alla luce di queste opzioni, la struttura commissariale avrebbe ritenuto perseguibile il secondo scenario sopra descritto, ovvero quello con un costo di realizzazione di circa 42 milioni di euro. Tale misura prevede, oltre all'interconnessione di alcune reti e quindi miscelazione delle acque, la realizzazione di 39 potabilizzatori in 26 comuni;
    per tale motivo la presidente della regione Lazio, con nota del 16 aprile 2012, ha richiesto al Governo, e per conoscenza ai Ministeri della salute e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, il finanziamento dell'intervento in questione, vista la mancanza di fondi all'uopo destinabili nel bilancio della regione Lazio;
    purtroppo, i citati ministeri, di fronte a tali richieste di messa a disposizione di finanziamenti, i rispettivi destinatari non hanno ancora fornito alcuna risposta;
    a tutt'oggi, quindi, permane l'esigenza di assegnare alle misure decise dalla struttura commissariale delegata per l'emergenza determinatasi in relazione alla concentrazione di arsenico nelle acque destinate all'uso umano superiore ai limiti di legge in alcuni comuni del territorio della regione Lazio, le indispensabili risorse economiche necessarie per rispettare i limite di legge entro il 31 dicembre 2012, pena il divieto di poter utilizzare per fini potabili ed alimentari le predette acque ed incorrere in una specifica procedura di infrazione comunitaria;
    in merito allo stato di emergenza sopra richiamato, si deve sottolineare che a seguito del riordino della protezione civile, avvenuto ai sensi del decreto-legge n. 59 del 2012, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge n. 100 del 2012, attualmente non è più possibile prorogare gli stati di emergenza in atto ed entro il 31 dicembre 2012 essi dovranno ad ogni modo cessare;
    la situazione relativa alla non conforme concentrazione di arsenico nelle acque destinate all'uso umano in alcuni comuni del territorio della regione Lazio, sia per carenze di risorse finanziare necessarie per risolverle e sia per i tempi ristretti che incombono, richiederebbe invece una prosecuzione del predetto stato di emergenza. Ciò attualmente potrebbe essere disposto anche nell'imminenza che una circostanza straordinaria si possa verificare. Infatti, il nuovo comma 1 dell'articolo 5 della legge n. 225 del 1992, dispone la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza anche nell'imminenza del verificarsi degli eventi calamitosi eccezionali. In tal senso la norma dispone che il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, ovvero, per sua delega, di un Ministro con portafoglio o del Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri segretario del Consiglio, anche su richiesta del presidente della regione o delle regioni territorialmente interessate e comunque acquisita l'intesa delle medesime regioni, delibera lo stato di emergenza, determinandone durata ed estensione territoriale in stretto riferimento alla qualità ed alla natura degli eventi, disponendo in ordine all'esercizio del potere di ordinanza nonché indicando l'amministrazione pubblica competente in via ordinaria a coordinare gli interventi conseguenti all'evento successivamente alla scadenza del termine di durata dello stato di emergenza,

impegna il Governo:

   ad attivare con urgenza le necessarie iniziative volte ad impedire che dal 1o gennaio 2013 si corra il rischio che siano dichiarate non potabili le acque di numerosi comuni della regione Lazio per le quali i limiti di concentrazione di arsenico non siano conformi alle prescrizioni del decreto legislativo 2 febbraio 2001, n. 31;
   a valutare con la regione Lazio le iniziative di competenza da adottare affinché siano superate le criticità enunciate in premessa ed in tal senso valutando la necessità di consentire la continuazione delle procedure risolutive adottate in attuazione dello stato di emergenza dichiarato nel dicembre 2011 se del caso procedendo ad una deliberazione preventiva dello stato di emergenza al fine di ridurre i tempi di realizzazione delle misure già individuate dalla regione Lazio e contestualmente provvedere a reperire le risorse finanziarie aggiuntive ed indispensabili per realizzare gli interventi già individuati dall'attuale struttura commissariale finalizzati a superare l'emergenza correlata all'ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri 28 gennaio 2011, n. 3921.
(7-01021) «Alessandri, Aracri».


   La XIII Commissione,
   premesso che:
    l'agricoltura è sempre più uno dei settori decisivi per lo sviluppo sostenibile, occupazionale, sociale ed economico del nostro paese. Un comparto che tuttavia registra da anni diversi preoccupanti segnali per quanto riguarda la crescita dei livelli di produttività;
    la promozione dell'accesso dei giovani alle attività agricoltura e il sostegno all'attività imprenditoriale giovanile rappresentano fattori fondamentali di sviluppo e di rilancio del comparto primario, rispetto ai quali si registra da tempo una unanime condivisione di intenti da parte delle istituzioni e delle associazioni di categoria;
    nel nostro Paese il tasso di ricambio generazionale, nel comparto agricolo, risulta particolarmente basso e difficoltoso. I dati resi noti da Inea (Istituto nazionale di economia agraria) sulla presenza dei giovani in agricoltura attestano che il nostro paese registra, rispetto agli altri Paesi europei, una delle percentuali più basse di giovani titolari di impresa agricola. Secondo l'Inea, i giovani sotto i 40 anni rappresentano appena il 7 per centro dei conduttori delle aziende;
    nel 2005 in Italia solo il 3 per cento dei conduttori aveva meno di 35 anni a fronte di una media europea del 7 per cento, mentre la percentuale degli ultrasessantacinquenni attivi nel settore primario risultava nel nostro paese essere tra le più alte dell'area europea (oltre il 20 per cento, dato prossimo a quello di Portogallo, Romania e Bulgaria);
    tra il 2005 e il 2007 a livello nazionale vi è stata una contrazione del 10 per cento del numero delle aziende gestite da «under 40». In virtù dei dati sopramenzionati in Italia (con consistenti differenze interregionali) i rapporti tra un imprenditore agricolo giovane e imprenditori «over 65» risulta essere 1 a 6;
    alla negatività del dato per quel che concerne l'imprenditoria giovanile corrisponde una percentuale relativa all'occupazione giovanile in agricoltura che va nella direzione opposta: quasi il 50 per cento degli occupati in agricoltura ha meno di 40 anni e di questi la metà è sotto i 29;
    i dati relativi all'attività dei giovani nel settore agricolo testimoniano comunque che le aziende, in Italia, a conduzione «under 35» registrano buoni risultati per quanto riguarda l'attività imprenditoriale, la promozione di nuovi sistemi produttivi, i processi di innovazione e una soddisfacente penetrazione nei mercati internazionali;
    un'esperienza di particolare significato sociale, occupazionale e imprenditoriale è rappresentata dalle imprese e cooperative di giovani che coltivano i terreni confiscati alla criminalità organizzata. Si tratta di esperienze di grande interesse, che attestano la capacità delle nuove generazioni di offrire un notevole impulso al settore primario tutelando altresì gli equilibri agroforestali delle zone rurali;
    gli ultimi Ministri delle politiche agricole, alimentari e forestali, che si sono succeduti hanno annunciato misure e progetti a sostegno del ricambio generazionale e dell'imprenditoria agricola giovanile, a partire dall'assegnazione e la vendita agevolata delle terre demaniali. Nella maggior parte dei casi a tali annunci non sono seguiti provvedimenti attuativi efficaci e completi;
    secondo una indagine promossa da Coldiretti-Swg «la disponibilità di terra è il principale vincolo alla nascita di nuove imprese agricole», ed «il 50 per cento delle imprese agricole già esistenti condotte da giovani “chiede” la disponibilità di terra in affitto o acquisizione»;
    per la Cia «sono oltre 50 mila i giovani agricoltori che guardano con grande interesse alla vendita dei terreni agricoli da parte dell'Agenzia del demanio; giovani agricoltori che hanno difficoltà ad acquistare terreni coltivabili ai prezzi di mercato»;
    secondo l'ultimo rapporto tematico Inea il mercato fondiario è stato condizionato dalla «crisi economica generale, amplificata dalla scarsa disponibilità di liquidità degli agricoltori e dalle difficoltà di accesso al credito»;
    per Confagricoltura «oltre il 4 per cento della Sau (superficie agricola utilizzata) è a riposo e che, unendola alla superficie attualmente non utilizzata, si potrebbe rimettere in coltura un'estensione pari ad oltre il 9 per cento della Sau: ovvero 1,2 milioni di ettari oggi improduttivi». Sempre secondo Confagricoltura «i “terreni a riposo” nel 2010 assommavano a quasi 550 mila ettari e sono aumentati di circa il 50 per cento dal 1982. Si tratta di superfici che possono tornare rapidamente in produzione – sottolinea Confagricoltura – e che rappresentano un potenziale immediatamente disponibile per rafforzare la nostra agricoltura e creare nuove opportunità per i giovani imprenditori»;
    l'approvazione della legge n. 183 del 2011 prevede dismissioni di terreni agricoli dello Stato o di enti pubblici nazionali, attribuendo ai giovani un diritto di prelazione nel processo di alienazione. In particolare l'articolo 7 di tale legge dispone che l'Agenzia del demanio debba curare l'alienazione dei terreni agricoli di proprietà dello Stato non utilizzabili per altre finalità istituzionali, ricorrendo alla trattativa privata per gli immobili di valore inferiore a 400 mila euro, e mediante asta pubblica per quelli di valore pari o superiore a 400 mila euro. Per le stesse finalità e con le medesime modalità anche le regioni, le province e i comuni possono vendere i beni di loro proprietà aventi destinazione agricola, anche avvalendosi dell'Agenzia del demanio. I proventi netti derivanti dalle operazioni di dismissione sono destinati alla riduzione del debito pubblico;
    in seguito, con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011 sono state inserite ulteriori norme volte ad agevolare la vendita di terreni agricoli di proprietà dello Stato o di altri enti pubblici anche territoriali;
    successivamente il decreto-legge n. 1 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 27 del 2012 è stata approvata, all'articolo 66 una nuova disciplina per la dismissione; in particolare, al comma 1, è previsto che: «Entro il 30 giugno di ogni anno, il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, con decreto di natura non regolamentare da adottare di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, anche sulla base dei dati forniti dall'Agenzia del demanio nonché su segnalazione dei soggetti interessati, individua i terreni agricoli a vocazione agricola, non utilizzabili per altre finalità istituzionali, di proprietà dello Stato non ricompresi negli elenchi predisposti ai sensi del decreto legislativo 28 maggio 2010, n. 85, nonché di proprietà degli enti pubblici nazionali, da locare o alienare»;
    ad oltre 3 mesi dalla scadenza sopracitata, non è stato ancora emanato il suddetto decreto sull'alienazione dei terreni agricoli di proprietà dello Stato. A proposito di ciò, il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali così ebbe a dichiarare: «nei mesi scorsi abbiamo avuto un po’ di difficoltà con il demanio che ci doveva fornire l'elenco delle superfici»;
    gli immobili da vendere – seguendo le stime di alcuni organi di informazione – sono 1.853 a cui se ne sommano 65 da affittare mentre il totale complessivo dei terreni conta 60 mila ettari. Secondo una indagine Ismea, il valore stimato dei terreni ammonterebbe a 82 milioni di euro: una cifra che, pur consistente, non rappresenta certo un'entrata capace di incidere con efficacia e in maniera significativa sulla riduzione del debito pubblico, mentre l'assegnazione dei beni demaniali per progetti di sviluppo agricolo può rappresentare una opportunità imprenditoriale ed occupazionale per migliaia di giovani;
    nonostante la crisi che sta interessando tutti i comparti produttivi ed occupazionali, gli ultimi dati trimestrali diffusi dall'Istat confermano la natura anticiclica del settore agricolo, unico in controtendenza che fa segnare un aumento del Pil dell'1,1 per cento e delle assunzioni del 10,6 per cento. Dati che, pur da inquadrare entro un contesto più complesso, confermano che il settore primario può rappresentare un volano di sviluppo virtuoso e sostenibile capace di valorizzare le identità, i territori, il contrasto del dissesto idrogeologico, la cultura, le produzioni, e trainare complessivamente il made in Italy;
    in un momento in cui il mercato del lavoro registra una tendenza negativa (soprattutto per i giovani) e le attività manifatturiere e del terziario avanzato sembrano non riuscire a colmare, almeno nel breve periodo, il gap con le altre realtà più dinamiche del pianeta, l'agricoltura moderna e multifunzionale può consentire ai giovani di avviare una attività imprenditoriale nella quale realizzare le proprie idee, concretizzare i propri progetti e mettere in campo la propria cultura e conoscenza;
    l'ordine del giorno n. 9/4829-A/153 (a prima firma del deputato Carlo Emanuele Trappolino), accolto dal Governo il 16 dicembre 2011, impegna l'Esecutivo a «predisporre un piano giovani in agricoltura che incentivi il ricambio generazionale»,

impegna il Governo

ad adottare, improrogabilmente entro termini brevissimi, il decreto ministeriale disposto dall'articolo 66 del decreto-legge n. 1 del 2012 (originariamente previsto per il 30 giugno 2012), inserendo, per le motivazioni esposte in premessa, che almeno un terzo della quota dei «terreni agricoli a vocazione agricola, non utilizzabili per altre finalità istituzionali, di proprietà dello Stato» venga affittata, e non ceduta, ai giovani agricoltori che ne facciano richiesta.
(7-01018) «Trappolino».


   La XIII Commissione,
   premesso che:
    il sisma che nel maggio 2012 per ben due volte ha colpito l'Emilia Romagna in particolare le province di Bologna, Modena, Ferrara e Mantova, ha determinato una situazione emergenziale molto grave sia per il numero di vittime che per il sistema economico e produttivo dell'area geografica interessata;
    i danni subiti dalle strutture produttive e di stagionatura hanno messo in forte difficoltà la filiera dei formaggi DOP, e ancora oggi, a diversi mesi dal sisma, alcuni caseifici non hanno ancora ripreso la produzione;
    i danni totali ammontano a decine di milioni di euro, di cui solo 150 milioni di euro in conseguenza della distruzione di oltre di 300 mila forme di parmigiano reggiano e di grana padano cadute a terra per il crollo delle «scalere», le grandi scaffalature di stagionatura che sono collassate sotto le scosse;
    i produttori devono inoltre rivedere i rapporti con le banche a seguito della perdita del «pegno» necessario alla erogazione del credito;
    il decreto-legge «sviluppo», n. 83 del 2012, prevede, all'articolo 59, lo stanziamento di 19,738 milioni di euro per «misure a sostegno del settore agricolo e specifici interventi di contrasto alle crisi di mercato»,

impegna il Governo

ad assumere iniziative per destinare immediatamente almeno 15 milioni di euro, nell'ambito dei fondi stanziati dall'articolo 59, comma 3, del decreto-legge «sviluppo» n. 83 del 2012, per il risarcimento dei danni arrecati dal sisma ai formaggi DOP.
(7-01019) «Delfino, Naro».

ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interrogazioni a risposta scritta:


   BARBATO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della difesa, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   12 ottobre 2012 GrNet.it informava i lettori che il Ministro Elsa Fornero alla domanda: «dove abita, a Roma ?» rispose, fuori onda, «nella foresteria della caserma dei carabinieri»;
   sempre dal medesimo organo di informazione abbiamo appreso che trattasi di Casale Renzi «una residenza storica dell'Arma dei carabinieri situata proprio di fronte il Comando Generale della Benemerita, in viale Romania» con «interni extralusso ed è immersa in un curatissimo parco nel cuore dei Parioli, con la ricettività di appena 11 camere con 17 posti letto per i pochi privilegiati che vi hanno accesso» inoltre «Un carabiniere che veste i panni di portiere è incaricato di consegnare le chiavi alla ministra»;
   l'autore dell'articolo fa notare: «quello che in gergo dovrebbe essere un “organismo di protezione sociale”, destinato a carabinieri in difficoltà che magari hanno l'esigenza di soggiornare a Roma per assistere un congiunto o per altre finalità assistenziali, è invece rigorosamente off limits per la bassa forza costretta a ripiegare su altre sistemazioni»;
   la «sobrietà» è stato il dettato d'agenda di questo Governo tecnico;
   l'alloggio in discussione è una struttura residenziale di pregio in un quartiere tra i più rinomati della capitale;
   è notorio il prezzo esoso degli affitti a Roma per un cittadino, residente e non –:
   se i fatti esposti corrispondano al vero e quanto, venga corrisposto economicamente in termini di affitto o di «tariffa» all'Arma dal Ministro Fornero che, al citato sito ha dichiarato – mediante il proprio ufficio stampa – di pagare la «normale tariffa» per la camera che occupa e per i pasti che consuma presso la struttura in oggetto che avrebbe un costo di circa 15 euro giornalieri;
   se il Ministro della difesa sia a conoscenza dei fatti esposti che, ad avviso dell'interrogante, richiedono un immediato chiarimento circa la struttura oggetto della vicenda, in particolare su chi possa accedere all'ospitalità e chi ne stia usufruendo, come avvenga la seleziona tra i richiedenti, quali siano i costi di permanenza e quale accordo viga tra il Ministro Fornero e chi detiene la responsabilità su Casale Renzi. (4-18209)


   MARIANI, REALACCI, BENAMATI, BOCCI, BRAGA, BRATTI, ESPOSITO, GINOBLE, IANNUZZI, MARANTELLI, MARGIOTTA, MORASSUT, MOTTA, VIOLA e ZAMPARUTTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   sono passati dieci anni dal terremoto che, tra il 31 ottobre e il 2 novembre del 2002, ha colpito il Molise, causando morte, danni e distruzione;
   gli interventi di ricostruzione sono stati secondo gli interroganti tardivi e inadeguati, la gestione dei fondi è stata caratterizzata da ombre e anomalie e la Corte dei conti ha contestato al commissario delegato, ossia all'allora presidente della regione Molise, Michele Iorio, il comportamento omissivo, il ritardo e, comunque, il non corretto o incompleto adempimento dell'obbligo di rendiconti amministrativi; irregolarità per le quali il presidente della regione è stato condannato al pagamento di una sanzione amministrativa;
   il 31 dicembre 2009 è terminato, su tutto il territorio della Provincia di Campobasso, lo stato di emergenza dichiarato – ai sensi dell'articolo 5 della legge 225 del 1992 – con decreto del Presidente del Consiglio del 31 ottobre 2002, recante «Dichiarazione dello stato di emergenza in ordine ai gravi eventi sismici verificatisi il 31 ottobre 2002 nel territorio della Provincia di Campobasso»;
   con ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3253 del 29 novembre 2002, il commissario delegato e i sindaci dei comuni sono stati autorizzati ad assicurare l'assistenza alle popolazioni colpite dal terremoto provvedendo ad assegnare ai nuclei familiari la cui abitazione principale fosse stata distrutta in tutto o in parte ovvero sgomberata in esecuzione di provvedimenti delle autorità competenti, un contributo per l'autonoma sistemazione fino 400 euro mensili, laddove non fosse stato possibile il reperimento di una sistemazione abitativa alternativa;
   con ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3839 del 12 gennaio 2010 sono state introdotte una serie di disposizioni per consentire al commissario delegato alla ricostruzione di completare gli interventi necessari per il definitivo ritorno alla normalità, prevedendo, tra l'altro, l'autorizzazione, in capo al commissario delegato ed ai sindaci, a continuare ad erogare il contributo di cui all'ordinanza n. 3253 del 2002 della protezione civile in favore delle famiglie che alla data di cessazione dello stato di emergenza continuano a sostenere oneri per la propria sistemazione abitativa;
   con ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 4009 del 22 marzo 2012 il presidente della regione Molise è stato confermato commissario delegato per il completamento delle iniziative previste per il superamento delle criticità conseguenti agli eventi sismici fino al 30 aprile 2012;
   il Comitato interministeriale per la programmazione economica, nella seduta del 3 agosto 2011, ha assegnato alla regione Molise 346,2 milioni di euro per il finanziamento del completamento del percorso di ricostruzione delle aree colpite dagli eventi sismici e per il risarcimento dei danni;
   con legge regionale n. 12 del 30 aprile 2012, in materia di protezione civile, è stata istituita l'Agenzia regionale di protezione civile che, oltre ad espletare i compiti di protezione civile, svolge, in via transitoria, funzioni di completamento degli interventi di riparazione e ricostruzione degli edifici colpiti dal terremoto, nonché le opere di urbanizzazione primaria e secondaria;
   in base all'articolo 6 della citata legge regionale «al servizio interventi post-sisma 2002 sono trasferite le funzioni amministrative e le competenze già esercitate alla data di entrata in vigore della presente legge, dalla struttura commissariale di cui al decreto-legge n. 245 del 2002 e dalle corrispondenti strutture comunali, provinciali e dall'Istituto IACP di Campobasso attivate sul territorio regionale interessato dagli eventi sismici del 2002»;
   a dieci anni dagli eventi sismici, centinaia di famiglie risiedono ancora in moduli abitativi provvisori o in autonoma sistemazione, ma dal 1o maggio 2012 non vengono più erogati i fondi per sostenere le spese di affitto dei nuclei familiari sfollati –:
   eventuali, iniziative, per quanto di competenza il Governo intenda adottare a favore dei 638 nuclei familiari costretti, a dieci anni dal terremoto, a vivere in una situazione di precarietà, privati anche del contributo per la locazione dell'abitazione;
   che tempi fossero stimati dalla struttura commissariale per il completamento degli interventi di ricostruzione post-terremoto che dovrebbero garantire, finalmente, un'abitazione di proprietà alle 884 famiglie alle quali il sisma ha sottratto la casa. (4-18217)


   REGUZZONI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   nel 2015 a Milano si svolgerà l'Esposizione universale;
   Uboldo è una città di oltre 10.000 abitanti in provincia di Varese;
   Uboldo vede la presenza di luoghi di interesse architettonico e artistico, naturalistico e storico, culturale ed ambientale, tra i quali la chiesa di Santa Maria del Soccorso e la chiesa dei santi Cosma e Damiano;
   a Uboldo si svolge un'intensa attività ludica e di svago che vede ogni anno a giugno lo svolgimento del palio delle Contrade;
   il comune di Uboldo dista solo pochi chilometri dal sito della Fiera di Milano dove si svolgeranno i principali eventi della manifestazione –:
   se e quali iniziative il Governo abbia intrapreso o intenda intraprendere ai fini di coinvolgere il comune di Uboldo nell'organizzazione dell'Expo 2015. (4-18239)


   REGUZZONI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   a Milano si svolgerà nel 2015 l'Esposizione universale;
   Paderno Dugnano è una città di quasi 50.000 abitanti alle porte di Milano;
   ogni anno a Paderno Dugnano si svolge la fiera di primavera, manifestazione che attira migliaia di visitatori;
   il comune di Paderno Dugnano dista solo pochi chilometri dal sito della Fiera di Milano dove si svolgeranno i principali eventi della manifestazione –:
   se e quali iniziative il Governo abbia intrapreso o intenda intraprendere al fine di coinvolgere il comune di Paderno Dugnano nell'organizzazione dell'Expo 2015. (4-18240)


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto segnalato dall'associazione «Radicali nelle città del nord est romano» risalgono al 2001 le prime segnalazioni al comune di Tivoli del formarsi di crepe nelle pareti di abitazioni a causa di fenomeni di subsidenza;
   tali denunce, secondo quanto riportato da un articolo de Il Fatto quotidiano a firma Luca Teolato, sono state inizialmente sottovalutate dall'amministrazione comunale che avrebbe addirittura diffidato i cittadini che denunciavano il fatto, mentre l'allora sindaco Marco Vincenzi (che aveva lavorato Terme Acque Albule dal 1991 ed ora è assessore ai lavori pubblici della provincia di Roma) avrebbe attribuito la responsabilità solo all'attività estrattive delle cave di travertino;
   per il caso di Villalba e Tivoli, come emerge dall'articolo sopra citato, le presunte principali cause sono le cave di travertino e le Terme di Roma, gestite da Acque Albule Spa. Le cave perché, estraendo travertino, vengono sollecitate dinamiche di pompaggio dell'acqua presente nel terreno. Le terme perché, per il rifornimento delle piscine, vengono aspirati dai 500 agli 800 litri al secondo di acqua sulfurea;
   successivamente, nel 2005, i comuni di Tivoli e Guidonia Montecelio hanno chiesto la dichiarazione dello stato di emergenza ed il 29 settembre 2006, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri è stato riconosciuto lo stato di emergenza in relazione ai fenomeni di subsidenza nei due comuni e con ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3550 del 9 novembre 2006 la direzione regionale della protezione civile veniva incaricata di procedere al monitoraggio, agli studi ed alle indagini per l'individuazione delle cause del fenomeno;
   il 5 dicembre 2006 veniva consegnata dal centro di ricerca CERI dell'università La Sapienza, alla regione Lazio, la relazione conclusiva delle convenzioni stipulate tra i due soggetti (30 gennaio 2006 e successivo protocollo 24 luglio 2006), inerente agli studi e alle indagini nelle zone soggette a fenomeni di subsidenza di Tivoli e Guidonia;
   successivamente il Presidente del Consiglio dei ministri con ordinanza n. 3560 del 19 gennaio 2007, nominava il presidente della regione Lazio commissario delegato per l'attuazione degli interventi ex articolo 5 legge n. 225 del 1992, mentre il presidente della regione Lazio commissario delegato nominava il direttore della protezione civile soggetto attuatore per l'esecuzione degli interventi;
   in base ai dati trasmessi dal CERI sono state date alcune indicazioni, come la riduzione dei prelievi idrici del 30 per cento da parte delle Terme Acque Albule e della cave di travertino della zona e con ordinanza n. 1 del 15 febbraio 2007 (confermate poi con successive ordinanze) si è prescritta la limitazione del pompaggio delle acque di falda connesse con l'attività estrattiva alla profondità massima di 30 metri, e si è previsto inoltre di effettuare verifiche e monitoraggi sulla falda al fine di stabilire l'efficacia del provvedimento in questione;
   dal 2006, si erano anche avviati i lavori di messa in sicurezza su 9 palazzine a Tivoli Terme con circa 500 famiglie interessate, ma i tempi molto ristretti da una parte e un piano iniziale di riqualificazione dell'area oneroso dall'altra ha però fatto sì che 105 stabili (cioè circa 250 famiglie) siano rimasti fuori dal piano di messa in sicurezza. In questa seconda tranche di lavori le altre 230 famiglie che ce l'hanno fatta sono state costrette a lasciare la propria abitazione per il periodo necessario alla messa in sicurezza ed è stato stabilito un contributo per permettere ai cittadini di pagare l'affitto di un immobile sostitutivo che però, nonostante le prescrizioni dell'allora commissario delegato all'emergenza, Maurizio Pucci, prevedessero che «l'erogazione dei contributi, sulla base della documentazione, sarà trasmessa con cadenza bimestrale» e che «i contributi decorrono a partire dalla data effettiva di inizio lavori», a distanza di tre anni non risultano ancora erogati con un problema che non riguarda solamente le abitazioni private ma anche le attività commerciali sospese poiché anche in questo caso era stato disposto di erogare «il contributo relativo alla sospensione della attività sulla base dei redditi prodotti, risultanti dall'ultima dichiarazione annuale dei redditi presentata»;
   tra l'altro, i lavori fatti dalle ditte appaltatrici della protezione civile presentano gravi criticità poiché risultano impianti a gas non a norma, fori nelle terrazze, piatti doccia senza il buco per lo scarico, tubi rotti dopo appena un anno circa dal termine dei lavori, edifici senza micropali nelle fondamenta che servono proprio per appoggiare la casa sullo strato di travertino sotterraneo ed evitare che sprofondi. Addirittura, durante le nevicate dello scorso inverno, un controsoffitto di una casa a lavori appena ultimati è venuto giù e si è sfiorata la tragedia –:
   se quanto riferito in premessa corrisponda al vero;
   a che punto sia l'attuazione delle indicazioni del CERI e quali iniziative di competenza si intendano promuovere per far fronte al problema della subsidenza e alla necessità di mettere in sicurezza gli edifici nella zona di Tivoli e Guidonia;
   quali siano le ditte appaltatrici della protezione civile per i lavori di messa in sicurezza degli edifici dell'area e quali iniziative si intendano promuovere rispetto ai lavori non a norma. (4-18242)


   MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   il 19 ottobre 2012 nel corso del programma L'Ultima Parola, in onda su Rai 2, condotto da Gianluigi Paragone, è stato mandato in onda un servizio sulla assegnazione al Ministro del lavoro di un alloggio presso una struttura dell'Arma dei Carabinieri;
   da fonti di stampa è possibile apprendere che la struttura, finanziata con le oblazioni di tutti i carabinieri, ha scopi assistenziali e di protezione sociale ma, come si può chiaramente notare dal servizio, non è stato chiarito perché la titolare del dicastero del lavoro occupi un posto che invece sarebbe riservato a «personale in servizio, in congedo e dei familiari del personale deceduto in attività di servizio e per causa di esso, nonché del personale militare e civile in servizio presso Comandi dell'Arma» –:
   se il Presidente del Consiglio sia a conoscenza dei fatti in premessa e quali siano le ragioni dell'assegnazione di detto alloggio al Ministro del lavoro e delle politiche sociali e se vi siano state particolari esigenze di sicurezza tali da far prevalere la scelta della struttura citata (Casale Renzi) e non invece di una più idonea e dotata di adeguata sorveglianza armata;
   quanti siano stati i carabinieri, o loro familiari, che nel corso dell'anno abbiano presentato la domanda per utilizzare detta struttura, quante siano state le domande accolte suddivise per ruolo di appartenenza del presentatore;
   quali immediate azioni intenda intraprendere. (4-18248)

AFFARI ESTERI

Interrogazioni a risposta scritta:


   FEDI. — Al Ministro degli affari esteri, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   il Ministero degli affari esteri, oltre ad essere datore di lavoro del personale impiegato presso le sedi diplomatico-consolari nel mondo e presso gli istituti italiani di cultura, è anche sostituto d'imposta per quanto attiene ai versamenti delle ritenute IRPEF al fisco italiano;
   parimenti, ove necessario, in base alle disposizioni locali o in base alle Convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni fiscali, il Ministero degli affari esteri è tenuto ad agire come sostituto d'imposta anche per il personale assunto localmente;
   la convenzione contro le doppie imposizioni fiscali tra Italia e Australia, firmata a Canberra il 14 dicembre 1982 ed entrata in vigore il 5 novembre 1985, legge 27 maggio 1985, n. 292, prevede all'articolo 19, Funzioni pubbliche: «1. Le remunerazioni (diverse dalle pensioni o dalle annualità) pagate da uno degli Stati contraenti o da una sua suddivisione politica o amministrativa o da un suo ente locale ad una persona fisica, in corrispettivo di servizi resi a detto Stato o a detta suddivisione od ente locale, sono imponibili soltanto in detto Stato. Tuttavia, tali remunerazioni sono imponibili soltanto nell'altro Stato contraente qualora i servizi siano resi in detto Stato ed il beneficiario sia un residente di detto Stato che: I)  abbia la cittadinanza o la nazionalità di detto Stato; o II) non sia divenuto residente di detto Stato al solo scopo di rendervi i servizi. 2. Le disposizioni del paragrafo 1 non si applicano alle remunerazioni pagate in corrispettivo di servizi resi nell'ambito di un'attività industriale o commerciale esercitata da uno degli Stati contraenti o da una sua suddivisione politica o amministrativa o da un suo ente locale. In tal caso si applicano le disposizioni degli articoli 15 e 16»;
   l'articolo 19 del testo della convenzione prevede la tassazione in Australia delle remunerazioni del personale di cittadinanza australiana residente in Australia, con l'unica eccezione per personale trasferitosi in Australia esclusivamente allo scopo di svolgere mansioni alle dipendenze della rete diplomatico-consolare –:
   se non si ritenga necessario intervenire in merito alla mancata applicazione della convenzione contro le doppie imposizioni fiscali che regola in maniera molto chiara la delicata materia della tassazione in loco delle remunerazioni del personale dipendente di pubbliche amministrazioni;
   quali urgenti misure si intendano adottare per evitare che il personale a contratto impiegato localmente sia chiamato a rispondere della mancata applicazione della norma;
   quali immediate iniziative di concertazione si intendano adottare tra i Ministeri interrogati in merito alle ritenute fiscali operate sulle remunerazioni del personale a contratto impiegato in Australia;
   quali iniziative si intendano adottare per evitare che analoghe situazioni emergano in futuro e per garantire che il Ministero degli affari esteri rispetti sempre ed ovunque le norme di convenzioni bilaterali internazionali stipulate con altri Paesi. (4-18200)


   REGUZZONI. — Al Ministro degli affari esteri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   in attuazione del regolamento (CE) 847/2004, la legge 28 gennaio 2009, n. 2, prevede una sostanziale liberalizzazione del trasporto aereo da attuarsi anche mediante revisione degli accordi bilaterali che ne disciplinano i vari aspetti;
   il nostro Paese ha intrapreso la procedura di revisione di detti accordi bilaterali con l'Argentina, inviando una nota verbale di carattere generale che prospetta l'apertura di negoziati per una maggiore liberalizzazione degli accordi aerei attualmente in vigore –:
   se sia pervenuta una conclusione dei negoziati ovvero quale sia lo stato della trattativa;
   quale siano i contenuti dell'intesa o le problematiche che ne impediscono la conclusione;
   se e quali iniziative il Governo intenda attuare ai fini di migliorare le condizioni di concorrenza e liberalizzazione del trasporto aereo. (4-18234)


   REGUZZONI. — Al Ministro degli affari esteri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   in attuazione del regolamento (CE) 847/2004, la legge 28 gennaio 2009, n. 2, prevede una sostanziale liberalizzazione del trasporto aereo da attuarsi anche mediante revisione degli accordi bilaterali che ne disciplinano i vari aspetti;
   il Governo ha recentemente concesso alla compagnia di bandiera di Singapore i diritti di quinta libertà;
   il nostro Paese ha intrapreso la procedura di revisione di detti accordi bilaterali con Singapore, inviando una nota verbale di carattere generale che prospetta l'apertura di negoziati per una maggiore liberalizzazione degli accordi aerei attualmente in vigore –:
   se sia pervenuta una conclusione dei negoziati ovvero quale sia lo stato della trattativa;
   se i diritti di quinta libertà siano effettivamente esercitati;
   quale siano i contenuti dell'intesa o le problematiche che ne impediscono la conclusione;
   in caso di positiva conclusione, se vi siano ulteriori elementi migliorativi che il nostro Paese intende ulteriormente richiedere;
   se e quali iniziative il Governo intenda attuare ai fini di migliorare le condizioni di concorrenza e liberalizzazione del trasporto aereo. (4-18237)

AFFARI EUROPEI

Interrogazione a risposta scritta:


   REGUZZONI. — Al Ministro per gli affari europei, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   le malattie mitocondriali sono un gruppo eterogeneo di patologie metaboliche ereditarie. Alcune di esse sono causate da mutazioni del DNA dei mitocondri e sono trasmesse per via materna, altre sono causate da mutazioni del DNA del nucleo della cellula e sono a trasmissione autosomica dominante o recessiva. Tutte le mutazioni citate sono comunque responsabili di alterazioni della respirazione cellulare, che causano a loro volta un deficit di energia e un deperimento progressivo delle cellule. Inoltre, la respirazione cellulare difettosa provoca un aumento dei radicali liberi, la cui presenza all'interno della cellula genera ulteriori danni;
   le malattie mitocondriali presentano notevole variabilità per quanto riguarda l'età d'insorgenza, il tipo di evoluzione e i tessuti coinvolti. Molte di queste provocano sintomi a livello neuromuscolare e perciò sono dette encefalomiopatie. Le manifestazioni cliniche vanno dalla debolezza muscolare alla neuropatia, ai problemi del sistema nervoso centrale, comprese le crisi comiziali e l'infarto cerebrale;
   altri segni della malattia mitocondriale sono le cardiomiopatie o i problemi epatici e renali. Infine a carico dell'apparato visivo e uditivo si registrano atrofia ottica, retinite pigmentosa e ipoacusia;
   attualmente non esiste una terapia risolutiva. I tentativi terapeutici sono rivolti a stimolare la produzione di energia da parte dei mitocondri e a prevenire o attenuare i danni dei radicali liberi;
   il seguente è un elenco non esaustivo delle malattie mitocondriali: malattia di Alpers, sindrome di Barth, difetti della beta-ossidazione, deficit di carnitina, deficit di coenzima QIO, deficit del complesso I, II, III, IV (COX), V della catena respiratoria, sindrome da oftalmoplegia cronica progressiva (CPEO], deficit di CPT I, deficit di CPT II, aciduria glutarica di tipo II, sindrome di Kearns-Say-re, acidosi lattica, LCAD, LCHAD, sindrome di Leigh, LHON, LIC, malattia di Luft, MAD, MCAD, MELAS, MERRF, MNGIE, NARP, sindrome di Pearson, deficit di piruvato carbossilasi, deficit di piruvato deidrogenasi, SCAD, SCHAD, VLCAD –:
   se esista un coordinamento per la ricerca e/o la cura di detta patologia a livello europeo ed in cosa si concretizzi;
   quali ricerche scientifiche o trial clinici riguardanti la patologia in argomento siano in corso nei Paesi dell'Unione europea, quali siano le relative tempistiche, i risultati raggiunti, e l'impegno dell'Unione europea al riguardo;
   se e quali azioni il Governo abbia attuato o intenda attuare ai fini di:
    a) promuovere una migliore conoscenza della patologia in argomento che permetta di sviluppare terapie efficaci e prassi condivise sia in Italia sia a livello internazionale;
    b) sviluppare la ricerca in questo settore;
    c) sostenere i malati anche attraverso centri di ascolto e assistenza ovvero alle associazioni di malati;
   quali ricerche scientifiche o trial clinici riguardanti la patologia in argomento siano in corso nel nostro Paese, quali siano le relative tempistiche, i risultati raggiunti e l'impegno del settore pubblico al riguardo. (4-18223)

AFFARI REGIONALI, TURISMO E SPORT

Interrogazione a risposta scritta:


   REGUZZONI. — Al Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   la displasia ectodermica (DE) è una malattia genetica rara, caratterizzata da uno sviluppo anomalo o ridotto dell'ectoderma. L'ectoderma è quel foglietto embrionale che durante la gravidanza è preposto alla formazione delle ghiandole esocrine del corpo, dei peli, dei denti, delle unghie;
   è una malattia genetica legata al cromosoma X (gene EDA), ma sono state identificate displasie legate ad altri tipi di trasmissione in forma isolata o sindromica. Non esistono cure risolutive, ma temporanee, per correggere i difetti sopra descritti –:
   se esista un coordinamento che ha portato o porterà all'individuazione di uno o più centri di eccellenza per la cura della patologia in argomento;
   se esista un coordinamento tra i vari soggetti istituzionali (Ministeri, regioni, IRCCS, centri di ricerca, università e altro) nel campo della ricerca scientifica e clinica per la cura della patologia in argomento;
   e quali azioni il Governo abbia attuato o intenda attuare ai fini di:
    a) promuovere una migliore conoscenza della patologia in argomento che permetta di sviluppare terapie efficaci e prassi condivise sia in Italia sia a livello internazionale;
    b) sviluppare la ricerca in questo settore;
    c) fornire supporto a malati e famiglie, anche attraverso centri di ascolto e assistenza ovvero attraverso il sostengo alle associazioni di malati;
   quali ricerche scientifiche o trial clinici riguardanti la patologia in argomento siano in corso nel nostro Paese, quali siano le relative tempistiche, i risultati raggiunti e l'impegno del settore pubblico al riguardo. (4-18231)

AMBIENTE E TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE

Interrogazioni a risposta scritta:


   COSENZA. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   l'11 luglio 2012 la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato la deliberazione 30 aprile 2012 del CIPE in merito all'assegnazione di risorse al Mezzogiorno nei settori della depurazione delle acque e della bonifica delle discariche;
   tra le regioni destinatarie degli interventi vi è anche la Campania, nella quale le tabelle allegate alla deliberazione del CIPE individuano sette tra impianti di depurazione e collettori, quasi tutti nell'area di Napoli Est;
   lo stanziamento di fondi per un tema strategico come quello della depurazione delle acque – da tempo oggetto di numerosi atti parlamentari dell'interrogante e assolutamente centrale per la salute dei cittadini meridionali, per la tutela del territorio e del mare, così come per lo sviluppo del turismo – è un fatto positivo;
   tuttavia non può non destare perplessità l'assenza, tra gli impianti destinatari di interventi da finanziare in parte o in tutto con i fondi stanziati dal CIPE, del depuratore di Cuma;
   tale impianto è infatti da anni al centro delle cronache estive per i continui episodi di malfunzionamento che causano lo sversamento di liquami inquinanti e dannosi per la salute umana, per il mare e per lo sviluppo del turismo;
   si ricorda quanto a più riprese, nello scorso autunno e poi nello scorso agosto (si vedano le risoluzioni n. 8-00153 e n. 7-00853 approvate dalla Commissione ambiente con il parere favorevole del Governo), la Camera dei deputati abbia posto il problema del mancato funzionamento della depurazione delle acque come una delle zavorre più pesanti, sotto molteplici punti di vista, per lo sviluppo ambientale e turistico del Sud Italia –:
   quali iniziative di competenza il Governo, alla luce delle considerazioni sopra formulate e nello spirito delle risoluzioni parlamentari richiamate i cui impegni di carattere generale non hanno ancora trovato la necessaria piena attuazione, ritenga opportuno mettere in atto in merito a quanto esposto in premessa. (4-18195)


   BOBBA, BRATTI, CENNI e MARIANI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   il sito Eurex di Saluggia, in provincia di Vercelli, è entrato in funzione nel 1970 per le attività di riprocessamento dei combustibili dei reattori di ricerca della Comunità europea;
   l'impianto ha interrotto la propria attività nel 1984 e da allora è stata avviata l'attività di messa in sicurezza;
   dal 2003 la gestione dell'impianto, finalizzata a realizzarne la bonifica ambientale, è stata assegnata alla SOGIN, società interamente partecipata dal Ministero dell'economia e delle finanze, incaricata della gestione dei rifiuti radioattivi e dei relativi siti in base agli indirizzi del Governo;
   nel sito è attualmente in costruzione il deposito nucleare D2 e nelle immediate vicinanze sono presenti due vasche a cielo aperto, parzialmente interrate: le Waste Ponds WP719 e WP718, costruite contestualmente all'impianto, negli anni sessanta;
   le vasche raccolgono le acque, generalmente poco contaminate, provenienti da vari punti dell'impianto, compresa la zona controllata del sito, inclusa la piscina del combustibile nucleare, ormai vuota, sul cui fondo erano presenti significative quantità di detriti solidi radioattivi, che periodicamente sono scaricate nella vicina Dora Baltea, affinché la diluizione radioattiva, secondo gli esperti, non rechi danni per l'ambiente limitrofo;
   il rilascio degli effluenti liquidi è regolamentato da apposite prescrizioni, che costituiscono parte integrante degli atti autorizzativi dell'impianto, le quali limitano la concentrazione di radioattività presente nel liquido da scaricare. Lo scarico nella Dora è consentito a condizione che il livello di concentrazione di radioattività delle acque delle vasche non superi i valori limite stabiliti dall'ISPRA sulla base delle norme comunitarie di settore;
   in particolare, durante le operazioni di svuotamento della piscina di stoccaggio del combustibile irraggiato dell'impianto, ISPRA ha imposto a SOGIN i seguenti limiti di attività radiologica per le acque da trattenere nei Ponds per poi rilasciarle nella Dora: Attività alfa totale (Bq/l) = 10; Attività alfa + beta totale (Bq/l) = 100;
   recentemente gli organi di informazione hanno segnalato che la vasca denominata WP719 si trova in condizioni di «non utilizzo» da almeno un anno, e che la vasca stessa sarebbe a rischio di tracimazione in caso di pioggia, con rischio di sversamento diretto del contenuto sul terreno e poi nelle falde locali e dell'acquedotto del Monferrato, nonché di sversamento incontrollato nella vicina Dora Baltea;
   le notizie citate traggono spunto dal sopralluogo congiunto eseguito da ISPRA e Arpa Piemonte in data 10 agosto 2012, a seguito del quale l'area vasche è stata delimitata;
   il 6 settembre 2012, ISPRA ha scritto a SOGIN, allo scopo di «migliorare ulteriormente i livelli di sicurezza dell'impianto e di monitoraggio ambientale», intervenendo sul «complesso delle vasche di raccolta effluenti liquidi denominate Waste Ponds»;
   nella nota, ISPRA chiede di: procedere a una verifica dell'integrità delle linee di scarico a valle delle vasche WP718 e WP719, delimitare l'area circostante anche atteso che sono prossime ad aree di transito asservite a cantieri aperti (esempio deposito D2), dare priorità alla copertura delle vasche come da nota SOGIN del 3 ottobre 2011 (cioè ben un anno prima), procedere a una completa caratterizzazione radiometrica del liquido e dei sedimenti presenti nel bacino WP719 (il che dimostra la presenza di solidi sul fondo) sulla cui base predisporre un programma di gestione del liquido stesso da trasmettere alla stessa ISPRA e, infine, di potenziare controlli ambientali dell'area limitrofa ai due bacini WP718 e WP719 attraverso la realizzazione di pozzi piezometrici la cui ubicazione dovrà essere concordata con ISPRA stessa;
   in seguito a notizie di stampa, ISPRA il 21 settembre 2012 comunica il «non utilizzo» della vasca, una «leggera» contaminazione eccedente la non rilevanza radiologica stabilita dalle norme comunitarie, che valutazioni cautelative indicano valori massimi di dose alla popolazione – in caso di rilascio istantaneo nell'ambiente di tutto il liquido contaminato – inferiori al valore limite pari a 1 mSv/anno, di aver chiesto a SOGIN l'aggiornamento della caratterizzazione radiometrica del contenuto del WP719 e di provvedere alla copertura del bacino, di fornire un programma di gestione del liquido finalizzato al suo trattamento e alla sua rimozione dal bacino, oltre all'estensione del monitoraggio ambientale e dell'acqua di falda e la delimitazione dell'area circostante i bacini;
   secondo quanto riportato da alcuni organi di informazione, la SOGIN era a conoscenza della situazione di pericolo dovuta alle condizioni di una delle due vasche a cielo aperto presenti all'interno del sito. L'articolo di Vincenzo Mulè, «Vasca radioattiva. La Sogin sapeva», pubblicato dalla rivista Il Punto il 20 settembre 2012, fa riferimento ad un’email di circa un anno fa, in cui «un responsabile dell'impianto piemontese scriveva ad alcuni collaboratori facendo presente che «nonostante le operazioni avvengano all'aperto, il rischio di contaminazione non è trascurabile. L'acqua che dovrà essere filtrata è assimilabile a quella della piscina». Ossia a quella, ormai vuota, che ha ospitato il combustibile nucleare fino a pochi anni fa;
   non si sa quando e da chi siano state eseguite le valutazioni «cautelative» di cui parla ISPRA inerenti la dose massima alla popolazione in caso di rilascio, mentre la richiesta a SOGIN di aggiornamento delle analisi radiometriche del contenuto del WP719 lascia intendere che le analisi oggi disponibili siano obsolete, dunque potrebbero non tenere conto della contaminazione in eccesso del WP719, dichiarata «non rilevante» ma non quantificata da ISPRA, che si potrebbe essere prodotta successivamente alle valutazioni oggi disponibili;
   i sedimenti nella vasca WP719, (la WP718 non è mai citata) potrebbero provenire anche dall'interno della zona controllata del sito, dove potrebbero essersi liberati ad esempio durante operazioni di idrolavaggio di barre di combustibile lesionate (attività normalmente eseguite prima del trasporto in altra sede);
   nel progetto di una nuova waste management facility (WMF) in area EUREX/SOGIN, al vaglio della conferenza dei servizi, destinato a ricondizionare rifiuti solidi, è inserito un «evaporatore», normalmente usato per ricondizionare rifiuti radioattivi liquidi. Se ciò avvenisse, sarebbe in contrasto con il parere espresso dalla regione Piemonte;
   alla luce di quanto esposto il Waste Pond WP719 si potrebbe configurare quale deposito di materiale radioattivo, (liquido e solido), non autorizzato ed incontrollato, in contrasto con tutte le vigenti normative nazionali ed internazionali;
   l'attività di costruzione del deposito D2 è caratterizzata dal frequente traffico di mezzi pesanti, poiché il cemento necessario per la costruzione arriva dall'esterno del sito. I mezzi pesanti sono costretti a passare a pochi metri dalle due vecchie vasche, aumentando così il rischio di lesionare le vasche stesse e/o di urtare contro di loro, con effetti potenzialmente distruttivi;
   né il deposito D2, per migliaia di metri cubi di rifiuti nucleari, né la waste management facility (20.000 m3) sono stati sottoposti a valutazione di impatto ambientale, come previsto dalla normativa europea, dunque gli aspetti di impatto e di sicurezza complessiva non sono stati processati attraverso un iter trasparente, adeguato e condiviso;
   su quanto premesso e considerato si ritiene necessaria un'operazione di trasparenza, adeguata al ruolo e alla natura pubblica della SOGIN –:
   se si sia proceduto, come richiesto nella nota ISPRA di agosto, «a una verifica dell'integrità delle linee di scarico a valle delle vasche WP718 e WP719», alla «copertura delle vasche», ad una «completa caratterizzazione radiometrica del liquido e dei sedimenti presenti nel bacino WP719, quale sia il risultato dell'analisi e cosa dunque contiene veramente il pond WP719»;
   se siano stati accertati, in particolare, gli attuali valori:
    a) dell'attività alfa totale (Bq/l) presente nell'acqua contenuta nel pond WP719;
    b) dell'attività alfa + beta totale (Bq/l) presente nell'acqua contenuta nel pond WP719;
    c) dell'attività alfa totale (Bq/kg) presente nel materiale solido depositato sul fondo del pond WP719;
    d) dell'attività alfa + beta totale (Bq/kg) presente nel materiale solido depositato sul fondo del pond WP719;
   se siano stati potenziati i «controlli ambientali dell'area limitrofa ai due bacini WP718 e WP719 attraverso la realizzazione di pozzi piezometrici» la cui ubicazione doveva essere concordata con la stessa ISPRA;
   quale normativa nazionale ed internazionale disciplini in questo momento la detenzione ed il controllo di sostanze radioattive in una vasca a cielo aperto, che non dispone di un sistema di recupero dei liquidi e chi e quando avrebbe autorizzato tale situazione;
   quando sarà convocato il tavolo della trasparenza regionale, che da un anno non viene riunito, per informare la cittadinanza, non solo saluggese, dell'accaduto e degli eventuali rischi;
   se quanto sta emergendo sulla contaminazione del WP719 ricada sotto l'articolo 100 (significativi incrementi del rischio di contaminazione dell'ambiente e di esposizione delle persone) del decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 230 che, ai commi 1 e 2, recita: «Qualora si verifichi, nelle aree all'interno del perimetro di una installazione, una contaminazione radioattiva non prevista o un evento accidentale che comporti un significativo incremento del rischio di esposizione delle persone, l'esercente, richiedendo eventualmente tramite il prefetto l'ausilio delle strutture di protezione civile, deve prendere le misure idonee ad evitare l'aggravamento del rischio. Ove l'evento (...) comporti il rischio di diffusione della contaminazione o comunque di esposizione delle persone all'esterno del perimetro dell'installazione l'esercente deve darne immediata comunicazione al prefetto ed agli organi del servizio sanitario nazionale competenti per territorio che, in relazione al livello del rischio, ne danno comunicazione all'ANPA»;
   quali azioni siano state conseguentemente intraprese;
   se i responsabili di SOGIN fossero al corrente delle anomalie relative alla vasca WP719 e per quale motivo non si sia proceduto prima alla copertura della stessa;
   se non si ritenga di dover interrompere temporaneamente i lavori presso il cantiere D2 per prevenire rotture delle vasche ed eventuali incidenti causati dai mezzi pesanti, quali misure di sicurezza e protezione siano state adottate per delimitare l'area circostante, salvaguardare la sicurezza dell'ambiente e dei lavoratori, ed impedire che i mezzi in transito urtino contro le vetuste vasche;
   se non si reputi di dover effettuare la valutazione di impatto ambientale sia per il deposito D2 sia per la waste management facility, come previsto dalla normativa europea;
   quali tipi di rifiuti dovrebbero essere trattati all'interno della WMF, se l'evaporatore previsto nella recente variante del progetto tratterà i liquidi del WP719;
   quali liquidi si trovarlo depositati presso Eurex, oltre al parco serbatoi destinati alla cementificazione, dove sono conservati e come si intende metterli in sicurezza. (4-18214)


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto emerge dai sito www.greenreport.it, l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) ha presentato il rapporto, redatto su incarico del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, «Il piombo nelle munizioni da caccia: problematiche e possibili soluzioni», curato da Alessandro Andreotti e Fabrizio Borghesi, che sottolinea: «La crescente evidenza della pericolosità di questo materiale per la salute e per l'ambiente negli ultimi decenni ha portato ad una serie di bandi volti a vietarne l'utilizzo in molti settori. Ad oggi sono stati introdotti divieti nella produzione delle benzine, delle vernici, dei giocattoli, delle tubazioni, delle leghe per saldature, dei pesi per l'equilibratura dei pneumatici, dei pesi da pesca. Da tempo in diversi Paesi occidentali è proibito anche l'utilizzo di munizionamento contenente piombo per la caccia nelle zone umide, dal momento che gli uccelli acquatici tendono a ingerire i pallini sparati che si depositano sul fondo degli stagni e delle paludi, rimanendone intossicati. In realtà, numerosi studi condotti in diversi contesti ambientali hanno dimostrato come l'utilizzo delle munizioni da caccia contenenti piombo possa avere effetti negativi su molte specie di animali terrestri, sull'ambiente e persino sulla salute umana»;
   secondo i ricercatori la questione è stata inizialmente «affrontata per le implicazioni legate alla conservazione dell'avifauna delle zone umide, all'interno di una serie di iniziative condotte dall'Ispra per ottemperare agli obblighi dell'Italia derivanti dall'adesione ad un accordo internazionale per la conservazione degli uccelli acquatici (Aewa). Mentre si lavorava per approfondire questa problematica, nell'ambito delle attività condotte per la redazione del Piano d'azione nazionale per il Capovaccaio è emerso come l'uso del piombo nelle cartucce da caccia determini effetti negativi anche sulle popolazioni di avvoltoi e, più in generale, di numerosi uccelli rapaci; si è deciso pertanto di estendere il campo di indagine anche agli ecosistemi terrestri»;
   la ricerca ha avuto risultati in gran parte inaspettati: «Numerose specie di uccelli sono esposte al rischio di avvelenamento da piombo, in seguito non solo dall'ingestione dei pallini utilizzati per la caccia della piccola selvaggina, ma anche delle schegge dei proiettili impiegati per abbattere gli ungulati. Seguendo questo filone di indagine sono emersi ulteriori aspetti allarmanti riguardanti l'inquinamento dei suoli e le problematiche per la salute umana di chi consuma carne di selvaggina»;
   pur non conoscendo esattamente quanto sia il piombo che ogni anno disperdono i cacciatori italiani, secondo i ricercatori «...Se si ipotizza l'esistenza di un rapporto diretto tra il numero di cacciatori attivi e il numero di colpi esplosi, si arriva a stimare in 10.000 tonnellate il piombo disperso in Italia nel 2006». A questi vanno aggiunti i colpi sparati durante le attività di tiro amatoriale all'interno di poligoni. Si tratta di dati approssimativi ma che rappresentano un riferimento utile per valutare l'entità del problema a livello nazionale;
   in Spagna un conteggio effettuato con un metodo analogo nel 2006 ha portato ad una stima di 16,9 chilogrammi di piombo per chilometro quadrato di terreno aperto alla caccia, con un utilizzo pro capite di piombo inferiore rispetto all'Italia (6,1 chilogrammi a cacciatore, contro 13 chilogrammi). «Qualora si assumesse anche per il nostro Paese un uguale consumo di cartucce per cacciatore – dice il rapporto – per il 2006 si otterrebbe un valore pari a 4.600 tonnellate. Anche secondo quest'ultima stima prudenziale, la quantità di piombo riversata nell'ambiente durante l'esercizio della caccia è tutt'altro che trascurabile». Il piombo disperso in Spagna è molto di più che negli altri Paesi perché è più praticata la caccia ai piccoli uccelli migratori che comporta un maggior numero di spari rispetto alla caccia alla fauna stanziale;
   in Italia l'unico atto normativo che prevede limitazioni sull'uso di munizionamento contenente piombo è il decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare n. 184 del 17 ottobre 2007 – «Criteri minimi uniformi per la definizione di misure di conservazione relative a ZSC e a ZPS» che all'articolo 2, comma 4, prevede che per tutte le zone speciali di conservazione (Zsc) il «divieto di utilizzo di munizionamento a pallini di piombo all'interno delle zone umide, quali laghi, stagni, paludi, acquitrini, lanche e lagune d'acqua dolce, salata, salmastra, nonché nel raggio di 150 metri dalle rive più esterne a partire dalla stagione venatoria 2008/2009». L'articolo 5, al comma 1 dispone che le regioni e le province autonome mettano lo stesso divieto per tutte le zone di protezione speciale (Zps);
   tuttavia secondo la ricerca «Al momento l’iter per l'istituzione delle Zsc in Italia non è ancora stato completato, per cui il divieto vale solamente per le Zps. Sulle 589 Zps istituite in Italia, 326 comprendono al loro interno una o più zone umide importanti per l'avifauna acquatica, per un'area complessiva di 2.826,28 chilometri quadrati, pari al 45 per cento della superficie dell'intero complesso di zone umide italiane. A livello regionale sono stati approvati regolamenti che recepiscono il decreto n. 184/2007. Inoltre, localmente sono state assunte iniziative per superare l'uso del piombo nelle operazioni di controllo della fauna selvatica che arreca danni alle attività antropiche; queste esperienze dimostrano come sia possibile bandire le munizioni tradizionali per tutte le forme di caccia e di controllo, garantendo il mantenimento delle pratiche venatorie tradizionali»;
   la regolamentazione introdotta con il decreto ministeriale del 17 ottobre 2007, pur rappresentando un primo passo significativo verso il superamento del piombo nel nostro Paese, consente ancora l'utilizzo di munizioni tradizionali nella maggior parte delle zone umide italiane e in tutti gli ambienti terrestri; inoltre, non pone il divieto alla detenzione delle cartucce contenenti piombo nelle aree dove non ne è consentito l'impiego –:
   se, in che modo ed in che tempi il Ministro intenda addivenire alla messa al bando della commercializzazione, del possesso e dell'utilizzo di munizioni al piombo come avviene in Danimarca, Norvegia, Guinea Bissau, Libia, Burkina Faso, Ciad e Costa d'Avorio. (4-18216)

BENI E ATTIVITÀ CULTURALI

Interrogazione a risposta orale:


   BUTTIGLIONE. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   il Ministro interrogato ha annunciato la nomina a prossimo presidente della Fondazione MAXXI dell'on. Giovanna Melandri;
   la Fondazione MAXXI ha il compito di gestire, conservare e promuovere il patrimonio di arte e architettura contemporanea e questa opera con autonomia organizzativa e gestionale in base all'atto costitutivo e allo statuto;
   il MAXXI è un museo nazionale che si vuole porre a confronto con le grandi istituzioni internazionali presiedute e dirette da personalità scelte esclusivamente sulla base di rigorose competenze tecnico/scientifiche e professionali;
   è in corso uno sforzo meritorio per separare la politica dalla gestione e in questa direzione tanto più le grandi istituzioni culturali devono rimanere autonome ed estranee a logiche di parte che non farebbero altro che allontanarle ancor più dai cittadini;
   è vivo il dibattito sulla scelta degli amministratori nelle fondazioni e nelle aziende di servizio pubblico, anche nel campo della cultura;
   gli amministratori devono avere competenze specifiche rispetto alle responsabilità e alle funzioni assegnate e devono non solo essere ma anche apparire, senza alcuna possibilità di dubbio, adatti ed intenti ad assolverle nell'esclusivo interesse generale;
   il precedente consiglio di amministrazione del MAXXI nominato nel luglio 2009 (dopo il positivo avvio dell'attività della Fondazione) si era dimesso nel 2012 per l'impossibilità di approvare il bilancio di previsione 2012 a causa della riduzione drastica dell'impegno statale e il commissario straordinario successivamente nominato ha approvato nei giorni scorsi il bilancio 2012 grazie ad un maggiore investimento dello Stato e ad un intervento di Arcus, rifiutati alla precedente gestione che aveva peraltro ben operato –:
   alla luce delle supposte considerazioni, quali siano le ragioni che hanno portato alla nomina di un deputato in carica che, peraltro, non ha mai ricoperto alcun ruolo nella gestione di Musei o di altri organismi di gestione di beni e servizi culturali, in contraddizione con le usuali regole di nomina degli amministratori pubblici. (3-02558)

Interrogazione a risposta in Commissione:


   DE BIASI e CODURELLI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   Il Fatto Quotidiano dell'11 ottobre 2012 riporta la notizia che il Ministro per i Beni e le attività culturali ha indicato Carla Gobbetti, segretaria del suo ex capo gabinetto e direttore generale per lo spettacolo dal vivo, Salvatore Nastasi, per il posto di presidente del collegio dei revisori dei conti del Museo Egizio di Torino;
   secondo l'articolo la persona indicata non risulta iscritta all'albo dei revisori, né è laureata e ricopre l'incarico di vice presidente del consiglio di amministrazione dell'Accademia d'arte drammatica «Silvio D'Amico», di presidente del collegio dei Revisori della Fondazione teatro stabile di Torino e del Centro teatrale bresciano –:
   se i fatti citati corrispondano al vero e, nel caso, quali siano le motivazioni che hanno portato a tale scelta;
   cosa intenda fare il Ministro interrogato per rispettare i criteri di trasparenza nell'assegnazione degli incarichi nel Ministero per i beni e le attività culturali. (5-08177)

Interrogazioni a risposta scritta:


   ALBINI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   la crisi economica e la conseguente spending review cui sono costretti i governi europei colpisce ancor più settori «deboli» come la cultura e i servizi culturali;
   se in Inghilterra ad esempio sono state chiuse oltre 400 biblioteche civiche e nel nostro Paese si assiste alla decimazione dei contratti temporanei del personale riducendo così a poche ore l'accesso al pubblico;
   le drastiche riduzioni delle spese per nuovi investimenti in materiale renderanno rapidamente obsoleto le offerte di libri, DVD, riviste, e altro con la conseguente disaffezione degli utenti, già attratti dal facile accesso via Internet ad un'enorme varietà di documenti;
   nemmeno biblioteche come la Biblioteca nazionale centrale di Firenze, la cui ricchezza di materiali e l'altissimo numero di utenti, sono al riparo dei tagli che si sono abbattuti sugli altri istituti;
   la Biblioteca nazionale centrale di Firenze ha origine nel 1714 dalla biblioteca privata di Antonio Magliabechi, costituita da circa 30.000 volumi, aperta per la prima volta al pubblico nel 1747 con il nome di Magliabechiana, venne unificata nel 1861 con la grande Biblioteca Palatina ed assunse il nome di Biblioteca Nazionale e dal 1885 l'appellativo di centrale. Dal 1870 riceve per diritto di stampa una copia di tutto quello che viene pubblicato in Italia;
   la Biblioteca ha oggi sede in edificio opera dell'architetto Vincenzo Mazzei, uno dei rari esempi di edilizia bibliotecaria, che fa parte dell'area monumentale del complesso di Santa Croce;
   la BNCF è sede pilota nella creazione del Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN) che ha come obiettivo l'automazione dei servizi bibliotecari e la costruzione di un indice nazionale delle raccolte librarie possedute dalle biblioteche italiane;
   la Biblioteca, che dispone di un patrimonio di: 6.000.000 volumi a stampa, 120.000 testate di periodici di cui 15.000 in corso, 4.000 incunaboli, 25.000 manoscritti, 29.000 edizioni del XVI secolo e oltre 1.000.000 di autografi, è una delle più importanti biblioteche italiane, nonché l'unica che possa documentare nella sua interezza lo svolgersi della vita culturale della nazione;
   anche per la Biblioteca Nazionale di Firenze i servizi sono seriamente messi a rischio per mancanza di risorse economiche, di personale e di spazi adeguati –:
   cosa intenda fare il Ministro per garantire una revisione dei tagli a questo settore e per garantire la tutela del patrimonio culturale ed artistico del nostro Paese;
   se il Ministero non intenda contribuire, d'intesa con il comune di Firenze, il demanio e la proprietà dell'immobile la società Fintecna, a rendere concreta l'ipotesi di utilizzare una parte già individuata della manifattura Tabacchi per creare la grande emeroteca nazionale, che raccoglierebbe le raccolte di giornali e riviste della Biblioteca nazionale di Firenze più quelle che la Presidenza del Consiglio dei ministri vorrebbe destinare, risolvendo così, almeno in parte una delle conseguenze dei tagli alla cultura di cui è vittima anche la Biblioteca nazionale.
(4-18196)


   BARBATO. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   a Pompei (Napoli) c’è l'Orto dei Fuggiaschi, segnalato da guide e libri di storia per il piccolo portico dove nel 1961 furono trovate tredici persone che morirono soffocate tra le ceneri e i lapilli dell'eruzione del 79 d.c.;
   da dicembre del 2011 è inaccessibile ed i visitatori devono accontentarsi di vedere i calchi in gesso o le fotografie;
   ufficialmente è chiuso per i lavori;
   su un cartello si legge «chiusura del cantiere il 5 dicembre 2011», necessari quarantacinque giorni per la riapertura, una scritta rossa aggiuntiva informa che ci sono stati novanta giorni di proroga, ad aprile 2012 sarebbe dovuto riaprire;
   dal cartello non è dato sapere quali tipi di lavori siano stati effettuati;
   la soprintendenza archeologica di Pompei, alla richiesta di spiegazioni, risponde che «le date del cartello non sono state aggiornate e che è normale che durante le ristrutturazioni i tempi di chiusura si allunghino perché spesso possono essere aggiunti altri ritocchi da fare al momento», (Corriere del Mezzogiorno, 15 ottobre 2012) –:
   di quali notizie disponga il Ministro, quando potrà riaprire l'orto dei fuggiaschi in tutto il suo splendore e completamente nonché quali lavori siano stati effettuati e da chi siano stati curati. (4-18197)


   REGUZZONI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali, al Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport. — Per sapere – premesso che:
   in comune di Angera sono localizzati numerosi edifici religiosi degni di attenzione:
    una chiesa dedicata a S. Maria Assunta con fondazione del XIII secolo, rifacimento XV secolo, facciata XX secolo. Costruita con blocchi di pietra d'Angera squadrati, fu edificata su una precedente chiesa dedicata a S. Maria, già citata nel secolo XIII. Di questa primitiva costruzione conserva l'abside quadrangolare con volta quadripartita, mentre le navate vennero rifatte nel sec. XV. La facciata, ricostruita in forme cinquecentesche nel 1900, mantiene della precedente i plinti con decorazione a rosetta. L'interno, a tre navate, è decorato da affreschi ottocenteschi. Il pulpito in legno dorato è una pregevole opera di G.B. Besozzi (1688), che realizzò anche gli stalli del coro. Il presbiterio e le due cappelle laterali sono chiuse da una settecentesca balaustra di marmo nero intarsiato;
    una chiesa dedicata a S. Vittore, ante XIII secolo, rifacimento epoca barocca. Già esistente nel secolo XIII, fu rifatta in epoca barocca e venduta a privati nel 1783. Presenta un'unica abside e la torre campanaria;
    una chiesa dedicata a S. Alessandro del XVI secolo su preesistenze, campanile XI secolo. Sorge nei pressi del sito ove sorgeva il «castello di sotto», che venne abbattuto nel 1385. Di antica fondazione, forse longobarda, la chiesa di S. Alessandro cadde in rovina e venne completamente rifatta alla fine del secolo XVI, salvo il campanile del secolo XI. L'interno ad unica navata è un bell'esempio di arte lombarda seicentesca, con affreschi e delicate figure di angeli a stucco. L'altare ligneo tardo rinascimentale reca la pala di Francesco Lampugnani (1598); un paliotto in scagliola colorata di scuola intelvese (sec. XVIII) decora la mensa dell'altare;
    un santuario XVII secolo dedicato alla Madonna della Riva. Sorge sul lungolago e fronteggia l'isolino Partegora. È un edificio seicentesco a pianta centrale, presenta facciate interamente rifatte nel 1943. Presso l'altare conserva un affresco trasportato su tela, datato 1443, raffigurante «Madonna con il Bambino», alla parete sinistra «Visita di San Carlo alle Tre Valli» di Camillo Procaccini, alla parete destra «Ascensione e Assunzione della Vergine» del Morazzone, «Natività» e «Adorazione dei Magi» anonime –:
   se e quali interventi di competenza il Governo abbia attuato o intenda attuare per conservare i beni in argomento, migliorarne la fruibilità e aumentarne l'attrattività dal punto di vista turistico. (4-18220)


   REGUZZONI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali, al Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport. — Per sapere – premesso che:
   in comune di Busto Arsizio sono localizzati numerosi edifici religiosi degni di attenzione, tra i quali;
   la chiesa parrocchiale prepositurale di San Michele (X secolo; rifacimento XII secolo; ampliamento XIV secolo; ricostruzione XVII secolo). La facciata è della fine del Settecento, mentre il campanile, sopraelevato nel 1559, è costituito nella parte inferiore dai ruderi di un antico castello (X sec.?). Al primo altare sulla destra, «Deposizione» del tardo 400;
   il santuario di S. Maria in Piazza o della Madonna dell'Aiuto. «Semplice ed armoniosa costruzione rinascimentale a pianta centrale, fu eretta a partire dal 1515, sul luogo ove sorgeva una precedente chiesa dedicata alla Madonna. La Chiesa presenta tiburio a loggiato e copertura a sella rialzata con lanternino cuspidale. Il campanile è una vecchia torre civica adattata e sopraelevata da C. Maciacchini, che pure lavorò al restauro dell'intero complesso ecclesiale. L'interno presenta una maestosa cupola ottagonale, sopra un tamburo a nicchie contenente 32 statue lignee (1602) di F. de’ Magistris. Le decorazioni ad affresco si devono a Giovan Pietro Crespi (volta della cupola, 1531), Raffaele Crespi, G. B. della Cerva («Adorazione dei Magi» e «Adorazione dei pastori», sulle pareti ai lati dell'altare maggiore, 1542) e Bernardino Tatti. Alla parete sinistra, «Madonna con Bambino e Santi», grande polittico di Gaudenzio Ferrari (1539); nelle nicchie angolari, «S. Lazzaro», «S. Marcella», «S. Marta», tre affreschi di Bernardino Luini, provenienti dalla distrutta Chiesa milanese di S. Marta. All'altare a sinistra del presbiterio, «Madonna con Bambino e Santi» di Paolo Lomazzo (1571). In sagrestia sono conservate alcune tavole dei secoli XV e XVI;
   la Chiesa parrocchiale prepositurale di San Giovanni Battista con campanile romanico del XIV secolo. L'edificio riedificato a partire dal 1609 su una preesistente chiesa romanica (vi resta il campanile del XV sec.), in base ai piani di Francesco Maria Richini. La facciata fu completata nel 1701, con qualche variante rispetto ai disegni originari, dall'architetto varesino Domenico Valmagini. Interno a tre navate, con transetto, cupola e profondo coro affiancato da due piccole cappelle rettangolari. L'abside e il coro furono affrescati dal 1757 al 1765 da Biagio Bellotti. Alla destra del coro si trova la sacrestia vecchia, eretta nel 1609 contestualmente alla chiesa, ora chiamata Cappella della Cena per la grande tela anonima di fine Cinquecento di ispirazione leonardesca. Alla sinistra del coro sorge la sacrestia nuova, eretta a partire dal 1784. Alla parete opere di G. B. Lampugnani (attr.), A. Crespi Castoldi e A. Bellotti. La cappella dedicata a S. Giovanni Battista (navata destra) conserva pregiate tele seicentesche di Daniele Crespi. Nel transetto minore, a destra, si apre la cappella di San Carlo, a lui dedicata già nel 1616 per la venerazione verso chi aveva eretto Busto a capo di Pieve, con tele opera di anonimo del Seicento. Nella navata laterale sinistra si apre la cappella di S. Giuseppe con affreschi attribuiti ai Lampugnani. Il campanile fu eretto tra il 1400 e il 1418 da Pietro Francesco Crespi, con orologio ottocentesco. Alla destra della basilica, sorge il Mortorio (1689-1692), luogo dove venivano esposte le ossa dei defunti;
   la chiesa di San Rocco (XV secolo, ricostruzione del XVII secolo, ampliamento del XX secolo). Sorse dopo la pestilenza del 1485. Ricostruita nel XVII secolo, fu decorata nel 1731, dai pittori varesini Salvatore e Francesco Maria Bianchi, che lavorarono nelle cappelle laterali e nella volta e, più tardi, da Biagio Bellotti. Nel 1895 fu rifatta la facciata e nel 1909 venne ulteriormente ampliata –:
   se e quali interventi di competenza il Governo abbia attuato o intenda attuare per conservare i beni in argomento, migliorarne la fruibilità e aumentarne l'attrattività dal punto di vista turistico.
(4-18222)


   REGUZZONI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   in comune di Bisuschio (Varese) sono localizzati numerosi edifici religiosi degni di attenzione, tra i quali:
    la Cappella Cicogna Mozzoni (XVI sec.), un'antica chiesa di Bisuschio, fu inglobata nell'area della Villa Cicogna Mozzoni nel 1605. Essa è situata nel luogo delle attuali serre, a chiusura della strada che correva lungo il fronte ovest, a monte della casa;
   la chiesa parrocchiale nuova risalente al 1565 e dedicata a S. Giorgio. La chiesa fu edificata dalla famiglia Mozzoni nel 1565 e donata nel 1605 alla comunità di Bisuschio –:
   se e quali iniziative di competenza il Governo abbia attuato o intenda attuare per conservare i beni in argomento, migliorarne la fruibilità aumentarne l'attrattività dal punto di vista turistico. (4-18225)


   REGUZZONI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   in comune di Albizzate è localizzato un importante oratorio visconteo XIV secolo, dedicato a S. Ludovico, con significative presenze pittoriche ed artistiche, una cappella gentilizia il cui programma decorativo segue la scansione narrativa per scene, propria dei manoscritti miniati. Tale senso narrativo permette di avvicinare gli affreschi alle miniature di Giovanni Benedetto da Como. Dipinti sulla parete di fondo dell'abside, gli «apostoli» fanno parte di un vasto ciclo decorativo che copre tutte le pareti, eseguito da varie maestranze. Tale ciclo, databile attorno all'ultimo quarto del XIV secolo, comprende «Cristo benedicente fra i simboli degli Evangelisti», nel catino absidale, «Storie dedicate alla vita del Battista», sulla parete di sinistra dell'oratorio e «Storie di S. Ludovico da Tolosa», sulla parete opposta –:
   se e quali interventi di competenza il Governo abbia attuato o intenda attuare per conservare il bene in argomento e migliorarne la fruibilità. (4-18228)


   REGUZZONI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   in comune di Sumirago è localizzato l'importante chiesa di S. Maria, risalente al medioevo che conserva alcune strutture dell'VIII secolo –:
   se e quali interventi di competenza il Governo abbia attuato o intenda attuare per conservare il bene in argomento e migliorarne la fruibilità. (4-18229)


   DI PIETRO e ZAZZERA. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   in data 18 ottobre 2012 il Ministro per i beni e le attività culturali Lorenzo Ornaghi ha nominato l'onorevole Giovanna Melandri a presidente della fondazione MAXXI;

   la Fondazione MAXXI era stata inizialmente presieduta dall'architetto Pio Baldi che alacremente aveva contribuito alla sua realizzazione e che già era stato direttore generale per l'architettura e l'arte contemporanee (DARC), e direttore generale per i beni ambientali e paesaggistici del Ministero per i beni e le attività culturali;

   nel mese di maggio la Fondazione MAXXI era stata commissariata a causa di un presunto dissesto finanziario di fatto derivante dalle minori rimesse ministeriali, subito ripristinate, dopo il commissariamento e l'allontanamento del precedente consiglio di amministrazione, accrescendo le rimesse da parte del Ministero per i beni e le attività culturali e di Arcus aumentando il budget da 2 a 3.1 milioni di euro;

   le istituzioni culturali sono beni comuni a disposizione di tutti i cittadini, devono garantire il più pieno pluralismo culturale e tali devono apparire, sia nel Paese che all'estero;

   è viva nel Paese una discussione sulla presenza della politica al governo delle istituzioni culturali e un dibattito sulle modalità per restituire ai cittadini la possibilità di intervenire e controllare la gestione degli enti culturali, evitando forme di spartizione, lottizzazione o appropriazione di parte;

   è in corso un dibattito sulla modalità di scelta e di selezione delle persone che possano accedere a simili cariche;

   i compiti e le mansioni che attengono al presidente del MAXXI per statuto lasciano presumere, come necessaria, a causa della loro specificità ed operatività, una pregressa esperienza in ambito tecnico gestionale e amministrativo contabile nel settore culturale;
   a quanto è dato sapere non risulta esserci stato il vaglio di altri curricula per procedere a questa nomina, ne vi sarebbe stato nessun avviso pubblico volto a richiedere la presentazione di progetti per la gestione e lo sviluppo, la linea di attività e di sviluppo del Maxxi e delle relative candidature –:
   alla luce di quanto esposto in premessa, quali siano le motivazioni e le eventuali procedure di selezione, che hanno condotto alla nomina dell'onorevole Melandri, parlamentare in carica e mai impegnata nella gestione di istituzioni culturali e se non si ritenga necessario procedere alla richiesta di altre candidature per poter vagliare, in forma trasparente, anche altre eventuali opportunità di nomina. (4-18249)


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riportano i quotidiani Il Mattino di Padova del 19 e 20 ottobre 2012, Il Corriere del Veneto e il Gazzettino di Padova del 20 ottobre 2012 si sarebbe realizzato un abuso edilizio nel complesso della basilica del Santo;
   l'edificio, in via Orto Botanico, di recente adoperato prima come biblioteca e poi come magazzino, è stato trasformato in un piccolo residence con 5 mini appartamenti di circa 35 metri quadrati ciascuno e da affittare al miglior offerente;
   l'annuncio è stato messo fra le pubblicità immobiliari e dice testualmente: «Affittiamo, con trattativa riservata e regolare contratto, cinque miniappartamenti indipendenti uno dall'altro, con ingresso da via Orto Botanico, a pochi metri da piazza del Santo, di diversa metratura, da un minino di due a un massimo di tre posti letto, completamente arredati, compreso angolo cottura. I suddetti appartamenti sono particolarmente adatti per professionisti e per studenti. No famiglie». Per informazioni rivolgersi alla delegazione pontificia per la basilica di Sant'Antonio in Padova, piazza Pio XII Roma. Questo edificio si affaccia sul suggestivo chiostro del Santo;
   il comune di Padova non avrebbe mai rilasciato alcuna concessione edilizia; e nessun parere favorevole sarebbe mai stato espresso dalla soprintendenza ai beni ambientali e architettonici del Veneto orientale;
   ben quattro, fra le cinque unità abitative, violerebbero il regolamento di edilizia comunale vigente perché hanno una superficie inferiore ai 45 metri quadrati, limite minimo per un alloggio. Prima di intervenire, la proprietà – il delegato pontificio, monsignor Francesco Gioia – avrebbe dovuto chiedere un permesso di costruire come previsto dall'articolo 10 del decreto presidenziale 380 del 2001, il testo unico in materia edilizia. Così non sarebbe stato e quanto realizzato può essere qualificato un vero e proprio abuso;
   il Corriere del Veneto del 20 ottobre 2012 rileva che al momento, non esistono esposti né precise denunce a riguardo;
   la basilica di Sant'Antonio, uno dei templi più noti e visitati al mondo, è di proprietà del Vaticano. Tanto che la sua gestione, in particolare per quel che concerne gli interventi di ristrutturazione degli immobili, è affidata ad un delegato pontificio (quello attuale si chiama monsignor Francesco Gioia). Parallelamente, sin dal 1396 e più o meno con gli stessi compiti, opera la Veneranda Arca del Santo, un organo laico (a parte il rettore della Basilica, padre Enzo Poiana) che è espressione del territorio padovano: il presidente in carica è Gianni Berno, capogruppo del Pd in consiglio comunale;
   secondo quanto riportano i quotidiani locali sia il comune che soprattutto il reparto amministrativo della polizia municipale sono perfettamente a conoscenza della vicenda, magari già da qualche mese. Ma, se non altro in via ufficiale, preferiscono non sbottonarsi troppo: «Perché si tratta di una vicenda molto, molto delicata – continuano a ripetere in coro – che riguarda due realtà ben precise, tra cui non vogliamo metterci in mezzo»;
   «È evidente – dichiara sui quotidiani locali Berno, presidente della Veneranda Arca – che anche nel complesso antoniano devono essere rispettate tutte le normative vigenti chiedendo preventivamente le necessarie autorizzazioni. Cosa che la Veneranda Arca fa ovviamente per i cantieri/progetti di cui è committente. Parecchi lavori però vengono gestiti direttamente dalla proprietà, come in questo caso dal delegato pontificio, e quindi sarà sua cura fornire chiarimenti su questa specifica materia»;
   il piccolo residence con i 5 mini appartamenti si affaccia sul suggestivo chiostro del Santo; facile immaginare che, sia per i frati in preghiera, che per i pellegrini in meditazione, una eventuale coesistenza con gli inquilini possa risultare a dir poco imbarazzante e creare difficoltà immaginabili;
   secondo le dichiarazioni riportate dai quotidiani locali l'architetto padovano Piergiorgio Tombolan, uno dei più noti urbanisti del Veneto, docente allo Iuav di Venezia: «È accaduta una brutta cosa. Ci sono luoghi, spazi e funzioni che hanno un valore dal punto di vista della storia, della cultura e dell'identità di una città come il vecchio museo civico e la vecchia biblioteca, un tempo proprio in quell'ala del complesso della Basilica del Santo. Ecco perché la proprietà di tali beni non può corrispondere alla loro piena disponibilità»;
   secondo il professor Tombolan si è verificato «un colpo di mano mentre eravamo in attesa di sentire e di capire come questi spazi, lasciati liberi dal museo e dalla biblioteca, potessero rientrare nella vita della nostra città. Speravo che la proprietà cominciasse a ragionare con la città, proponendo utilizzazioni diverse dell'immobile, ormai chiuso da decenni, e cercasse di interpretare il senso che questi luoghi hanno avuto per l'intera comunità», osserva l'urbanista che si chiede se quel colpo di mano sia solo «un episodio o l'inizio di un processo». Probabilmente chi gestisce questi luoghi si limita a pensare a un utile immediato e non è consapevole del bene che ha in mano, uno dei due o tre elementi che «tocca» uno straniero quando viene a Padova;
   secondo quanto riporta il Gazzettino di Padova il delegato pontificio, monsignor Francesco Gioia, oltre ad allestire nell’ex casa del custode cinque mini appartamenti, vuole realizzare un hotel e ristorante nell’ex museo civico: «Santo, un albergo in basilica». Il termine tecnico è «struttura alberghiero-ricettiva», che, tradotto, significa un hotel e un ristorante. L’ex Museo Civico annesso alla Basilica di Sant'Antonio, infatti, nelle intenzioni della Santa Sede, proprietaria di tutto il complesso basilicale, a breve dovrebbe essere trasformato appunto in albergo con ristorante. Pare sia proprio questa la volontà del delegato pontificio, monsignor Francesco Gioia, per l'edificio la cui facciata era stata progettata da Camillo Boito, e che da un lato si affaccia sul sagrato e dall'altro guarda via Orto Botanico. Attualmente la destinazione d'uso del sito è «servizi di interesse generale e attrezzature d'interesse comune» che non è in contrasto con quanto hanno pensato in Vaticano, ma l'iniziativa presa all'ombra di San Pietro dovrà poi confrontarsi con i pareri vincolanti che sul progetto dovranno esprimere in primis la sovrintendenza, ma anche il comune, visto che per l'area che ospita l’ex museo civico non vige l'extraterritorialità;
   il Mattino di Padova pubblica una lettera dell'avvocato Lorenzo Pilon, per conto della delegazione pontificia della Basilica con la quale dà la sua versione sull'intervento contestato. Scrive l'avvocato Lorenzo Pilon: «A nome e per conto della delegazione pontificia della Basilica di Sant'Antonio, vi sottopongo alcune precisazioni (...) Non corrisponde al vero che con tale intervento siano state ricavate cinque autonome unità abitative. Infatti, all'esito dei lavori, è rimasta unica l'unità abitativa e catastale ed inalterata la sua destinazione d'uso residenziale, seppure con una distribuzione degli spazi interni più adatta ad un loro efficiente utilizzo. Per poter avere un quadro corretto della vicenda devono, peraltro, essere tenute in considerazione le seguenti circostanze storiche:
    1. il complesso immobiliare della Basilica di S. Antonio è stato trasferito in proprietà della Santa Sede a seguito dei Patti Lateranensi del 1929;
    2. l'articolo 27 del Concordato dispone che la sua amministrazione spetti liberamente alla Santa Sede;
    3. sino ai nostri giorni è stata opinione comune e incontestata che tale complesso fosse territorio sottoposto alla sovranità pontificia e quindi caratterizzato dal regime giuridico dell'extra territorialità (a conferma storica di ciò va ricordato che, durante l'occupazione nazista, mai militari tedeschi hanno violato l'integrità della Basilica e del complesso annesso effettuandovi operazioni di polizia);
    4. ciò ha fatto sì che si siano consolidate nel tempo prassi operative nei rapporti con l'amministrazione pubblica di mera comunicazione di quanto di giuridicamente rilevante veniva ivi compiuto;
    5. a tale prassi consolidata la Delegazione pontificia si è attenuta anche per le opere di manutenzione edilizia interne alla ex casa del custode;
    6. solo nel corso del corrente anno 2012 la Santa Sede, con autonoma e spontanea iniziativa interpretativa, ha comunicato che il complesso della Basilica di Sant'Antonio non è da intendersi quale zona extraterritoriale;
   alla luce dei fatti esposti la delegazione pontificia – d'accordo con la Segreteria di Stato Vaticana ha depositato presso il comune di Padova ancora nel luglio 2012 un rilievo della situazione di fatto dell'intero complesso immobiliare (così come risultante dai numerosi interventi di manutenzione posti in essere nel tempo) chiedendo tra l'altro che esso fosse formalmente recepito agli atti del comune;
   secondo quanto riporta Il Mattino di Padova del 20 ottobre 2012, gli uffici tecnici comunali hanno trasmesso un esposto alla procura della Repubblica, segnalando i cinque mini-appartamenti realizzati abusivamente, senza alcuna concessione edilizia, nel complesso della Basilica del Santo. E stato un atto dovuto di fronte al rischio di incorrere in un'omissione penalmente sanzionabile, quando ci si è trovati tra le mani una richiesta di «sanatoria» presentata dalla proprietà dell'immobile, il delegato pontificio monsignor Francesco Gioia, mentre la comunità Antoniana – di cui è Rettore padre Enzo Poiana – nulla c'entra con la gestione del complesso;
   secondo la dichiarazione apparsa sul Mattino di Padova del 20 ottobre 2012 di Gianni Berno, presidente capo della Veneranda Arca del Santo, organismo che ha il compito di provvedere alla conservazione della Basilica, delle sue opere d'arte e degli edifici annessi: «Avevamo notato dei lavori in corso su quel quadrante ma non abbiamo mai avuto la possibilità di visionare progetti o di avere informazioni sul cantiere da parte della delegazione pontificia che si muove in totale autonomia, con i propri professionisti e le imprese di sua fiducia» –:
   se quanto riferito in premessa corrisponda al vero e quali iniziative si intendano adottare in merito alle vicende riportate in premessa ai fini del pieno rispetto alla legge italiana, con specifico riferimento alle prerogative della soprintendenza competente. (4-18250)

DIFESA

Interrogazioni a risposta scritta:


   MAURIZIO TURCO, BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   sul quotidiano la Gazzetta dei Mezzogiorno il giorno 16 ottobre 2012 è stato pubblicato un articolo dal titolo «Militare salentino ucciso dall'uranio un milione alla famiglia» a firma di Pierangelo Tempesta;
   nell'articolo si legge «[...] Dal 1o settembre 1999 al 29 febbraio 2000 Antonaci partecipò con le forze Nato alla missione di pace a Sarajevo. L'esposizione all'uranio impoverito, per i giudici, lo portò a contrarre la terribile malattia. Subito dopo la morte del giovane, il ministro della Difesa, Sergio Mattarella, sostenne che l'Italia non era stata informata sull'uso di uranio impoverito nei Balcani da parte degli Alleati. [...]»;
   nel corso delle legislature dell'ultimo decennio sono state presentate numerose interrogazioni con le quali i presentatori hanno chiesto al Ministro interrogato informazioni circa l'uso di armamenti contenenti uranio impoverito ricevendo puntualmente delle risposte negative o comunque formulate nel senso di escludere l'uso di detti armamenti da parte delle Forze armate italiane;
   nel medesimo articolo si legge inoltre «[...] A smentirlo ci pensò la Nato, provando che l'Italia sapeva dell'uso di quel particolare tipo di proiettili non solo nella ex Jugoslavia, ma anche nei poligoni di addestramento della Sardegna.[...]». Al riguardo, rispondendo ad altri atti di sindacato ispettivo presentati dagli interroganti, ha risposto escludendo categoricamente l'uso di armamenti contenenti uranio impoverito. In particolare all'atto n. 4-12343 ha risposto «è stato svolto, per conto della Difesa, uno studio da parte del professor Riccobono, ricercatore dell'università di Siena, che ha eseguito un indagine per stabilire lo stato dell'ambiente nella zona del poligono; l'ateneo senese ha reso disponibili i risultati dello studio svolto relativo ad oltre 1.500 campioni e a circa 25.000 determinazioni analitiche da cui, a conferma di quanto reso noto a suo tempo dal presidio multizonale della Asl, 8 di Cagliari, si evince che all'interno dell'area del poligono non è individuabile alcuna traccia di uranio che abbia un'origine diversa da quella naturale e con il riscontro di valori anomali di metalli pesanti di accertata origine naturale» –:
   se il Ministro intenda chiarire o smentire le affermazioni riportate nell'articolo in premessa con riferimento alla frase «A smentirlo ci pensò la Nato, provando che l'Italia sapeva dell'uso di quel particolare tipo di proiettili non solo nella ex Jugoslavia, ma anche nei poligoni di addestramento della Sardegna» e conseguentemente se intenda rivedere le proprie affermazioni volte ad escludere l'uso di armamenti contenenti uranio impoverito nei poligoni della Sardegna, ovvero a confermarlo. (4-18193)


   BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della difesa, al Ministro della giustizia, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   in data 8 ottobre 2012, i carabinieri appartenenti alla stazione di Santa Maria delle Mole, sita in Viale della Repubblica n. 244 (Marino-Roma), procedevano all'agosto in flagranza di reato della signora
P.T. atteso che quest'ultima era stata sorpresa a rubare della merce all'interno di un supermercato;
   non avendo la persona arrestata nominato un legale di sua fiducia, i carabinieri di Santa Maria delle Mole procedevano alla nomina di un difensore d'ufficio ex articolo 97, comma 1, del codice procedura penale;
   in attesa dell'udienza di convalida dell'arresto e del conseguente giudizio per direttissima, il pubblico ministero titolare delle indagini, disponeva che la signora P.T. fosse trattenuta nella camera di sicurezza ubicata proprio all'interno della Stazione dei Carabinieri di Santa Maria delle Mole;
   il giorno seguente all'arresto, ossia in data 9 ottobre 2012, verso le ore 18,15 circa, il difensore d'ufficio contattava telefonicamente la caserma dei carabinieri preannunciando che si sarebbe recato sul posto per conferire con la propria assistita secondo quanto disposto dall'articolo 104, comma 2, del codice di procedura penale, al che gli veniva risposto che ciò non sarebbe stato possibile almeno fino a quando non si fosse munito dell'autorizzazione del magistrato. Nonostante l'insistenza dell'avvocato, il maresciallo che aveva risposto al telefono ribadiva in modo netto e categorico che non si poteva conferire con la signora P.T. senza l'autorizzazione del magistrato;
   il difensore della signora P.T. decideva di reiterare la sua richiesta presentandosi di persona il giorno stesso presso la caserma di Santa Maria delle Mole;
   nella circostanza veniva ricevuto dal maresciallo che aveva risposto al telefono, il quale ribadiva che senza autorizzazione del magistrato non sarebbe stato possibile conferire con la signora P.T.;
   a fronte delle insistenze dell'avvocato, il quale faceva presente di non aver bisogno di alcun autorizzazione per conferire con la persona arrestata giusto quanto disposto dall'articolo 104, comma 2, del codice di procedura penale, giungeva il comandante della stazione, luogotenente Marcello Michienzi, il quale intimava al difensore di lasciare la caserma dei carabinieri perché senza l'autorizzazione del magistrato competente non sarebbe stato possibile avere alcun tipo di contatto con la persona arrestata;
   l'avvocato della signora P.T. lasciava dunque la stazione dei carabinieri senza aver avuto modo di vedere e/o di parlare con la persona arrestata;
   il comportamento dei due marescialli in servizio presso la stazione dei carabinieri di Santa Maria delle Mole, ed in particolare del luogotenente Marcello Michienzi, ha violato precise disposizioni di legge impedendo al difensore della signora P.T. di esplicare in modo efficace e, soprattutto, tempestivo, il diritto di difesa in vista della udienza di convalida dell'arresto e del conseguente giudizio direttissimo (articolo 104, comma 2, codice procedura penale); nonché di accedere nei luoghi in cui la persona arrestata era custodita (articolo 36, comma 1, codice di procedura penale e att.);
   ed invero a causa del diniego degli ufficiali di polizia giudiziaria, la signora P.T. non ha potuto ricevere una adeguata assistenza legale fin dai momenti immediatamente successivi all'arresto (articolo 104, comma 2, codice procedura penale) rimanendo per due giorni chiusa in una cella di sicurezza della caserma dei carabinieri di Santa Maria delle Mole senza poter vedere né parlare con il proprio difensore legalmente nominato;
   il giorno seguente, ossia in data 10 ottobre 2012, il tribunale di Velletri (RM), giudice dottoressa Adele Durante, convalidava l'arresto della signora P.T. e respingeva l'eccezione della difesa – la quale si era opposta alla convalida dell'arresto per violazione dell'articolo 104, comma 2, codice procedura penale – in quanto la stessa «non può allo stato essere verificata attenendo ai rapporti che sarebbero intercorsi tra il difensore e il comandante della stazione C.C. Santa Maria delle Mole per cui copia del verbale e della presente ordinanza vanno trasmessi al pubblico ministero titolare per gli accertamenti di competenza»;
   il giorno 12 ottobre 2012, l'avvocato della signora P.T. depositava alla procura della Repubblica presso il tribunale di Velletri atto di denuncia contro il comandante della stazione dei carabinieri di Santa Maria delle Mole, luogotenente Marcello Michienzi, per abuso d'ufficio (articolo 323 codice penale);
   la legge n. 9 del 2012 stabilisce che la persona arrestata in flagranza di reato debba essere custodita, in via prioritaria, presso la sua abitazione o altro luogo assimilato e, in subordine, presso le camere di sicurezza della polizia giudiziaria. La custodia in carcere è divenuta quindi la «terza scelta», eccezionale e residuale secondo l'intenzione del legislatore;
   la citata legge – che modifica la disciplina della presentazione dell'arrestato in flagranza per la convalida e il successivo giudizio direttissimo – è stata approvata – oltre che con l'intento di evitare il sovraccarico delle carceri attraverso la previsione di notevoli limitazioni alla conduzione in carcere dei prevenuti prima della convalida – anche per accentuare le garanzie della persona arrestata;
   a giudizio della prima firmataria del presente atto l'obiettivo che il legislatore si è posto con l'approvazione della legge n. 9 del 2012 – ovvero, come sopra ricordato, quello di accentuare le garanzie delle persone in stato di custodia precautelare – rischia di venire seriamente compromesso da comportamenti non professionali, e potenzialmente illegittimi posti in essere dalle forze dell'ordine che svolgono funzioni anche di polizia giudiziaria;
   ed invero coloro che sono chiamati ad esercitare funzioni di polizia giudiziaria debbono essere resi edotti che proprio dovere è soprattutto quello di farsi garanti della effettività del diritto di difesa riconoscendo al difensore la possibilità di poter conferire immediatamente con la persona arrestata, senza frapporre impedimenti od ostacoli di alcun tipo (se non nei casi espressamente previsti dall'articolo 104, commi 2 e 3, del codice di procedura penale) –:
   se i fatti esposti in premessa corrispondano al vero;
   se non si ritenga di accertare, mediante ispezioni ministeriali e/o l'apertura di una indagine amministrativa interna, se nell'operato dei carabinieri della stazione di Santa Maria delle Mole, e, in particolare, del luogotenente Marcello Michienzi, non siano ravvisabili estremi di rilevanza disciplinare;
   in particolare come intendano intervenire e quali provvedimenti intendano adottare nei confronti del Maresciallo Marcello Michienzi, responsabile d'aver impedito alla signora P.T. di poter conferire con il suo avvocato prima dell'udienza di convalida dell'arresto;
   se, alla luce della entrata in vigore della legge n. 9 del 2012, non ritengano opportuno, negli ambiti di rispettiva competenza, diramare una circolare diretta a tutte le forze dell'ordine nella quale venga chiarito che in caso di arresto in flagranza di reato gli agenti e/o ufficiali di polizia giudiziaria non debbono frapporre alcun tipo ostacolo ai contatti tra la persona arrestata e il suo difensore, se non nei casi espressamente previsti dalla legge e per disposizione dell'autorità giudiziaria.
(4-18212)

ECONOMIA E FINANZE

Interrogazione a risposta immediata in Commissione:

VI Commissione:


   FUGATTI, COMAROLI, FORCOLIN e MONTAGNOLI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   il comma 9 dell'articolo 39 del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, ha introdotto il nuovo strumento del reclamo e della mediazione per le controversie relative ad atti emessi dall'Agenzia delle entrate di valore non superiore a 20.000 euro; tale reclamo «può contenere una motivata proposta di mediazione, completa della rideterminazione dell'ammontare della pretesa»; tale nuovo istituto opera con riferimento agli atti notificati a decorrere dal 1o aprile 2012;
   lo stesso articolo 39, comma 12, introduce la possibilità di definire le liti fiscali di valore non superiore a 20.000 euro, di cui è parte l'Agenzia delle entrate, pendenti alla data del 31 dicembre 2011 dinanzi alle commissioni tributarie o al giudice ordinario in ogni grado di giudizio; tale definizione è motivata proprio dal fatto di ridurre il numero delle pendenze giudiziarie e concentrare le risorse, umane ed amministrative, sulla gestione del nuovo istituto del «reclamo e della mediazione»;
   dal combinato disposto delle due norme, emerge un periodo di «vuoto», dal 1o gennaio 2012 al 31 marzo 2012, per il quale i contribuenti che si sono visti notificare un atto durante questi tre mesi, oppure che si sono visti notificare un atto prima del 31 dicembre 2011 ma tale atto non risulta pendente dinanzi alla commissione tributaria alla medesima data, non possono accedere né alla definizione agevolata, né al reclamo con proposta di mediazione;
   appare utile per molti contribuenti definire con l'Agenzia delle entrate le piccole controversie, senza affrontare i tempi e le spese del contenzioso tributario e sarebbe pertanto opportuno consentire ai contribuenti che hanno ricevuto notifiche nel periodo di vuoto o che, pur avendo ricevuto notifica prima del 31 dicembre 2011, non avevano procedimenti tributari pendenti alla stessa data, di accedere alla definizione –:
   se il Governo intenda consentire ai contribuenti che hanno ricevuto notifiche di atti nel periodo dal 1o gennaio al 31 marzo 2012 o che, avendo ricevuto notifica prima del 31 dicembre 2011, non avevano pendenze in commissione tributaria alla stessa data e che non hanno presentato domanda di definizione entro il 31 marzo 2012, di accedere, previa congrua riapertura dei termini, alla definizione delle liti fiscali introdotta con il decreto-legge n. 98 del 2011. (5-08180)

Interrogazione a risposta in Commissione:


   SAVINO. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   nel recente rapporto La spesa pubblica in Italia e in Europa, di Pietro Monsurrò, associato dell'Istituto Bruno Leoni, si giunge alla conclusione che se l'Italia allineasse la propria spesa pubblica, in proporzione al prodotto interno lordo, ai livelli della Germania, si troverebbero le risorse per abolire l'Irap e ridurre del 10-15 per cento l'Irpef;
   secondo lo studio in titolo, il nostro Paese spende tanto e male, dato che ad un eccesso di spesa pubblica corrisponde un'inefficienza dal punto di vista qualitativo: i cittadini ricevono servizi a un prezzo eccessivo e di qualità scarsa; come tutti gli investimenti economici la spesa pubblica ha rendimenti marginali decrescenti: superata una certa soglia i rendimenti sono inferiori alle risorse investite; l'Italia ha una bassa qualità di spesa: di conseguenza il livello ottimale di spesa pubblica diventa inferiore, perché lo Stato non risulta capace di produrre beni e servizi utili ad un costo ragionevole;
   nel 2010 la spesa pubblica in Italia ammontava al 50,4 per cento del prodotto interno lordo contro il 47,9 per cento della Germania, il 56,6 per cento della Francia, il 50,2 per cento della Grecia, il 45,6 per cento della Spagna ed una media dell'Unione europea a 15 del 51,1 per cento;
   tuttavia scorporando i dati, si ottengono risultati anche paradossali: per quanto riguarda la protezione dell'ambiente, per esempio, l'Italia spende il doppio della Germania per la gestione rifiuti (lo 0,4 del prodotto interno lordo contro lo 0,2 per cento tedesco); stessa situazione a proposito di spesa e qualità di servizi per la sanità, che in Italia rappresentano il 7,6 per cento del prodotto interno lordo contro il 7,2 per cento in Germania; analoghe considerazioni valgono per i trasporti (1,7 per cento in Germania, 2 per cento in Italia);
   lo studio conclude che, siccome in nessun ambito, dalla sanità all'istruzione, la Germania è inferiore all'Italia dal punto di vista della qualità del servizio, queste spese in eccesso sono in buona parte definibili come sprechi, non hanno una giustificazione economica e gravano, in termini di tasse e debito, sull'intera economia; di conseguenza, allineando la spesa pubblica a quella tedesca, introducendo incentivi che migliorino la qualità dei servizi pubblici e riducendo il debito attraverso una forte politica di privatizzazioni, si potrebbe risparmiare su base annua 50-60 miliardi di euro, sufficienti ad abolire l'Irap (che ha un gettito pari a 33 miliardi) e tagliare l'Irpef del 10-15 per cento;
   una tale azione avrebbe effetti positivi non solo sulle imprese, ma anche sulle fasce di contribuenti a basso reddito, grazie al taglio delle imposte sulla persona fisica e ad un conseguente stimolo economico per le fasce attive della popolazione –:
   quale sia l'orientamento del Governo rispetto alle considerazioni esposte in premessa e quali siano le azioni in corso per l'applicazione dell'analisi costi-benefici alla spesa pubblica. (5-08178)

Interrogazioni a risposta scritta:


   LUCÀ. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   al fine di consentire adeguate sistemazioni abitative delle persone con limitate risorse economiche, il comune di Torino aveva sollecitato i proprietari di alloggi ad affittarli – in alternativa alle locazioni libere – sulla base degli accordi intervenuti in sede locale fra le organizzazioni maggiormente rappresentative della proprietà edilizia e degli inquilini;
   i suddetti accordi riguardano la durata del contratto e l'importo dell'affitto, in genere inferiore del 20-30 per cento rispetto ai prezzi di mercato;
   inoltre, allo scopo di favorire le locazioni convenzionate, oltre alla riduzione dell'Irpef stabilita dal Parlamento, il comune di Torino aveva diminuito l'aliquota dell'ICI portandola prima allo 0,1 per mille e successivamente all'1 per mille del valore catastale dell'alloggio;
   mentre per l'ICI il valore catastale si ottiene moltiplicando per 1,05 la rendita catastale, per l'imposta municipale propria detto importo deve essere ulteriormente moltiplicato per 1,6;
   a titolo esemplificativo, se per una rendita catastale di 500 euro, il valore catastale per l'ICI era di euro 52.500, e quindi l'importo richiesto dal comune di Torino (aliquota 1 per mille) era di euro 52.50, con l'imposta comunale propria il valore catastale di euro 52.500 deve essere moltiplicato per 1,6, per cui viene elevato a euro 84.000 e su tale cifra si applica l'aliquota stabilita dal comune di Torino (5,75 per mille per l'importo IMU di euro 483,00 corrispondente ad un aumento dell'820 per cento) –:
   se non ritenga necessario prevedere che i comuni, che prima dell'entrata in vigore del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni dalla legge n. 214 del 2011 hanno deliberato aliquote agevolate dell'Ici per promuovere le locazioni convenzionate sulla base degli accordi intervenuti fra le organizzazioni della proprietà edilizia e degli inquilini, possano definire aliquote particolari in materia di Imu in modo da poter rispettare gli impegni precedentemente assunti, facendo sì che dette aliquote particolari infine rimangano in vigore fino alla scadenza dei contratti delle succitate locazioni convenzionate. (4-18194)


   SAVINO. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   il Ministero dell'economia e delle finanze con decreti del 23 dicembre 2004 e del 23 dicembre 2005 ha disposto il trasferimento al patrimonio disponibile di complessi immobiliari dello Stato ed il successivo conferimento, rispettivamente, al Fondo Immobili Pubblici (FIP) e al Fondo patrimonio uno (FP1);
   l'Agenzia del demanio nella qualità di conduttore di tutti i complessi immobiliari conferiti, ha stipulato in data 29 dicembre 2004 e del 29 dicembre 2005 contratti di locazione, rispettivamente con le Proprietà FIP e FP1, da assegnare in uso alle amministrazioni dello Stato con appositi disciplinari;
   sul sito dell'Agenzia del demanio è pubblicata una gara a procedura ristretta con scadenza 18 settembre 2012, per affidare servizi di due-diligence e regolarizzazione degli immobili conferiti nel 2004/06 ai Fondi FIP e Patrimonio 1. La base d'asta della gara ammonta a 4,2 milioni di euro;
   dal disciplinare del bando risulta che l'appalto ha per oggetto la prestazione di attività di due diligence ed eventuale successiva regolarizzazione di ciascuno dei 382 complessi immobiliari indicati nell'elenco allegato al disciplinare di gara; la due diligence consiste nella rappresentazione dello stato dei luoghi, nel confronto tra lo stato dei luoghi e quello rappresentato nella planimetrie costituenti lo stato autorizzato e/o nelle planimetrie catastali, per evidenziare le differenze; nella verifica della documentazione di regolarità degli impianti ed evidenza delle emergenze irregolari rilevate da sopralluogo;
   in materia di utilizzo razionale, manutenzione (con adeguamento impiantistico) e ottimizzazione degli spazi di immobili pubblici sono state approvate negli ultimi anni numerose norme; solo per citare gli ultimi tre anni: i commi 222 e successivi della Finanziaria 2010, contenenti gli obblighi di comunicazione dello stato degli immobili da parte delle amministrazioni conduttrici; l'articolo 12 del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 in materia di competenza dell'Agenzia del demanio sugli interventi manutentivi; l'articolo 3 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95 recante, tra l'altro la previsione di centralizzare gli interventi manutentivi e di ridurre del 15 per cento i canoni di locazione pagati dalle amministrazioni ai privati (esclusi tuttavia i fondi comuni immobiliari);
   è peraltro stato recentemente approvato in Commissione finanze il testo unificato delle proposte 4149 e 4843 nel quale si istituisce unendo per la manutenzione degli immobili pubblici, il cui utilizzo è basato sugli obblighi di comunicazione delle esigenze posti in capo a ciascuna amministrazione conduttrice –:
   per quali motivi spendano risorse pubbliche per fare una due diligence consistente nella rilevazione delle differenze catastali e nella messa a norma degli impianti per immobili che non sono più di proprietà dello Stato ma di 2 fondi immobiliari privati (per legge sono obbligati alla regolarizzazione senza obblighi per il conduttore) e se i 382 immobili in titolo ricadano nella riduzione del 15 per cento dei canoni di affitto prevista dal comma 6 dell'articolo 3 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95. (4-18198)


   GIANNI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   con l'interrogazione a risposta scritta n. 4-16034 presentata dall'interrogante in data 14 maggio 2012 sono state richieste al Ministro dell'economia e delle finanze le motivazioni per le quali non si era ancora provveduto all'emanazione del decreto ministeriale per la revisione delle tariffe degli estimi catastali degli immobili siti nel comune di Francofone (Siracusa) considerato l'intervenuto annullamento parziale, da parte del Consiglio di giustizia amministrativa per la regione Sicilia, del decreto del Ministro dell'economia e delle finanze 6 giugno 2002, n. 159, recante la determinazione delle tariffe d'estimo e la delimitazione delle zone censuarie, emanato in attuazione dell'articolo 9, comma 11, della legge 28 dicembre 2001, n. 448;
   con risposta pubblicata il 19 luglio 2012 nell'allegato B della seduta n. 669 il Sottosegretario Ceriani Vieri affermava che:
    a) in sostanza, con la decisione n. 87 del 2009, depositata in data 2 marzo 2009, il giudice amministrativo ha annullato il suddetto decreto ministeriale nella parte relativa alle tariffe del comune di Francofonte, di fatto ripristinando, ex tunc per il solo comune di Francofonte, la vigenza delle tariffe determinate con decreto del Ministro delle finanze 27 settembre 1991, emanato in attuazione della revisione generale degli estimi del catasto edilizio urbano disposta con decreto ministeriale 20 gennaio 1990;
    b) a seguito di detta decisione, l'Agenzia del territorio ha comunicato al comune di Francofonte che avrebbe dato esecuzione a quanto statuito con la pronunzia stessa e pertanto provveduto a ripristinare le previgenti tariffe, ripristino effettuato e reso noto con comunicato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 254 del 29 ottobre 2010;
    c) l'Agenzia ha, inoltre, fatto presente che la richiesta di revisione degli estimi avrebbe dovuto disporsi, ai sensi dell'articolo 37, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, con apposito decreto del Ministro delle finanze, al fine di recepire, previo il previsto parere della Commissione censuaria centrale (costituita, ma non ancora operante), i dati tecnico-estimativi già elaborati dal gruppo di lavoro congiunto attivato fra il comune di Francofonte e l'ufficio provinciale di Siracusa dell'Agenzia;
    d) in proposito, il Dipartimento delle finanze, in tempi meno recenti, aveva individuato nel decreto del Ministro delle finanze, da emanarsi ai sensi degli articoli 28, 37 e 38 del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, lo strumento giuridico più corretto per la modifica e la conseguente perequazione delle tariffe d'estimo del comune di Francofonte;
    e) lo stesso Dipartimento, peraltro, aveva rappresentato che, nell'ambito della procedura di cui trattasi, «assumono rilevanza le Commissioni censuarie di cui agli articoli 16 e seguenti del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 650», il cui parere, obbligatorio, è propedeutico all'emanazione del decreto. Sotto tale ultimo profilo, l'Agenzia del territorio ha rappresentato che il procedimento di nomina dei componenti della Commissione censuaria centrale, all'attualità, non è ancora completato;
    f) in particolare, al fine del completamento dell'intero organico necessario per la corretta operatività dell'organismo, mancano tuttora, le designazioni, da parte di taluni enti, di due componenti effettivi della prima sezione di catasto terreni, di un componente effettivo della seconda sezione di catasto edilizio urbano, nonché di un componente supplente per ciascuna delle due predette sezioni;
   a tutt'oggi i cittadini di Francofonte non hanno visto nessuna modifica né perequazione delle tariffe di estimo alla quale hanno diritto come anche dal Governo viene detto nella risposta alla interrogazione –:
   se, al fine dell'emanazione del decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, individuato come lo strumento giuridico corretto per la modifica e la conseguente perequazione delle tariffe di estimo del comune di Francofonte, la Commissione censuaria centrale sia stata completata con la presenza di tutti i componenti, visto che al momento della risposta alla citata interrogazione mancavano la designazione da parte di taluni enti di 3 componenti effettivi e di due supplenti;
   di chi siano le responsabilità dell'eventuale mancata nomina dei componenti effettivi e supplenti nella Commissione censuaria senza il cui parere non può essere emanato il decreto di modifica delle tariffe d'estimo del comune di Francofonte;
   quali iniziative intenda intraprendere affinché si proceda all'adozione dell'ormai improcrastinabile decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, da emanarsi ai sensi degli articoli 28, 37 e 38 del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, al fine di concludere la procedura per la modifica e la conseguente perequazione delle tariffe d'estimo del comune di Francofonte, alla quale i cittadini hanno diritto, visto l'ormai intollerabile e inammissibile ritardo che crea danni agli stessi. (4-18219)


   REGUZZONI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere:
   quale sia il compenso dei consiglieri di amministrazione e dei dirigenti principali della società Equitalia spa e quali siano stati negli ultimi quattro anni;
   in che modo – sia qualitativamente sia quantitativamente – i compensi siano legati ai recuperi fiscali e se e come siano legati all'accertato, all'incassato o alle previsioni di incasso;
   se e come le percentuali che il Governo riconosce sulle cifre riscosse siano diminuite negli anni in considerazione del consistente aumento del fatturato di Equitalia dovuto essenzialmente a norme che appaiono più favorevoli all'azienda.
(4-18221)


   GALLI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   è stata presentata interrogazione n. 3-02534 il 12 ottobre 2012 in merito ai comportamenti dell'Autorità per l'energia ed il gas la quale, mentre rassicura l'opinione pubblica sulla propria volontà di tutelare i cittadini e le imprese da ingiusti costi dell'energia anche contro eventuali abusi delle società governative, dall'altra sembra, a parere dell'interrogante, che concretamente curi solo ed esclusivamente gli interessi delle stesse società governative che operano nel settore elettrico o che sono beneficiate dagli incentivi posti a carico della bolletta;
   il comportamento dell'Autorità, di fatto può sancire nuove imposizioni a carico degli italiani, senza passare attraverso l'approvazione delle stesse da parte del Parlamento e senza doverne rendere conto a nessun organo di controllo dello Stato;
   l'interrogante ha ricevuto segnalazione dall'Associazione Cittadini per l'Europa di Milano, che si occupa della tutela del cittadino nei confronti di tutte le istituzioni italiane ed europee, che sembra confermare ulteriormente questo assai discutibile comportamento dell'Autorità che permette di trattare il cittadino come un soggetto privo di qualsiasi diritto se consente al fornitore di elettricità di chiedere conguagli ben dopo tre anni dopo la chiusura di un contratto di fornitura, senza alcuna spiegazione sulla natura di questi conguagli, per il solo fatto che sono autorizzati da una deliberazione dell'autorità;
   nella fattura ricevuta dal fornitore Enel energia – mercato libero dell'energia, un'industria di San Giuliano Milanese ha ricevuto il (...) ottobre 2012 una fattura relativa a conguagli della fornitura per il periodo gennaio-dicembre 2009;
   nella fattura vengono eseguiti conguagli esponendo tabelle che riportano più di cento valori numerici, fra consumi e tariffe, senza che vi sia alcuna spiegazione sui criteri e l'entità di tali conguagli;
   nella fattura i consumi dell'intero anno 2009 sono considerati stimati e non desunti da letture effettive del contatore, nonostante siano passati ben tre anni, facendo perdere alle fatture emesse ogni certezza di congruità legale e fattuale;
   alla fattura è allegata una lettera del responsabile fatturazione del mercato libero del fornitore che afferma che il conguaglio è effettuato nel rispetto di quanto previsto dalla delibera dell'autorità n. 387 del 2007 senza alcuna giustificazione in merito alle numerosissime operazioni contabili eseguite in fattura;
   nella fattura la semplice citazione generica e formale di una disposizione dell'Autorità sembra bastare al fornitore per sentirsi perfettamente in regola nei confronti del cittadino consumatore che invece non è assolutamente in grado di capire se l'onere che è chiamato a sopportare sia lecito o meno;
   i conguagli effettuati dal fornitore, nel caso in oggetto Enel energia, sono relativi ad oneri aggiuntivi del servizio di trasporto e dispacciamento che il cliente ha ricevuto da Terna e dal Enel Distribuzione nel 2009. C’è quindi da supporre che siano stati Terna ed Enel Distribuzione ad aver fatturato al fornitore dopo ben tre anni conguagli che lo stesso fornitore è chiamato a farsi rimborsare, con scarsa possibilità di successo, dal cliente utilizzatore;
   per quanto sopra, è evidente che i concessionari Terna ed Enel Distribuzione hanno scaricato ogni rischio credito, in questo caso quasi sicuro, sul fornitore intermedio che dovrà pagare i conguagli a Terna ed Enel Distribuzione, anche in caso di morosità del cliente;
   per quali ragioni Terna ed Enel Distribuzioni possano chiedere conguagli per prestazioni rese in tempi così lontani;
   qualora questi conguagli siano possibili, se non ritenga opportuno assumere iniziative, anche normative, affinché tali conguagli siano oggetto di discussione presso il ministero che deve vigilare sulla concessione;
   se intenda verificare quindi che i clienti del concessionario usufruiscano di tariffe del servizio in concessione certe, giuste e non discriminatorie e che tali concessionari rispettino i diritti dei clienti di un pubblico servizio in concessione;
   se intenda verificare se gli uffici ministeriali che controllano le attività in concessione stiano operando in modo attento ed efficace e se quindi abbiano piena contezza di tale situazione;
   quali immediate iniziative si intendano assumere a vantaggio di tutti i cittadini consumatori, nel caso in cui fosse effettivamente verificata una non corretta gestione della concessione e in ogni caso se non intenda comunque assumere iniziative normative volte a una complessiva revisione del sistema dei controlli nel settore in questione. (4-18252)

GIUSTIZIA

Interrogazione a risposta immediata:


   DI PIETRO, DONADI, EVANGELISTI, BORGHESI, PALOMBA e MESSINA. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   il 16 ottobre 2012 si è tenuto un vertice nella sede della direzione nazionale antimafia a Roma relativo all'inchiesta sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia, alla presenza dei pool delle procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo, ma anche del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso; in tale occasione è stata fissata (o meglio, confermata) al 29 ottobre 2012 l'udienza preliminare che dovrà decidere sul rinvio a giudizio di 12 persone imputate nel fascicolo sulla trattativa: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Nino Cinà, Giovanni Brusca, Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe De Donno, Massimo Ciancimino, Nicola Mancino, Marcello Dell'Utri e Calogero Mannino;
   sulla necessità e opportunità della costituzione di parte civile dello Stato, il 6 settembre 2012, gli interroganti avevano già presentato la mozione n. 1-01123 in ordine a quanto sopra citato e il successivo 26 settembre 2012, nel corso dell'espressione del parere del Governo su questa e sulle altre mozioni presentate sullo stesso argomento, il Ministro interrogato, ancorché contrario a tale mozione, riferiva testualmente: «vorrei innanzitutto rendere noto ufficialmente che è stata in questi giorni effettuata la notifica alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Questo ci ha messo in grado di leggere il contenuto dell'incolpazione e dalla lettura dell'incolpazione si è confermata come assolutamente ineludibile l'esigenza per il Governo di acquisire gli atti, i documenti, le carte e le prove che sono state addotte dall'accusa a sostegno dell'incolpazione e tutto questo al fine di poter prendere una motivata decisione, come sempre si fa in questi casi»;
   gli interroganti, su questo argomento, avevano, peraltro, precedentemente presentato un'interrogazione a risposta immediata in Assemblea, la n. 3-02450, alla quale aveva risposto il Ministro per i rapporti con il Parlamento, professor Giarda, con le seguenti, testuali parole: «È stata pertanto formulata apposita richiesta di notizie all'Avvocatura dello Stato, che ricordo essere la destinataria ex lege delle notifiche agli organi di Governo. La risposta è stata nel senso che nessun avviso, ai sensi dell'articolo 419 del codice di procedura penale, risulta ancora notificato per ordine del tribunale di Palermo sulla base della richiesta di rinvio a giudizio richiamata dagli interroganti. Ne discende che, poiché, come è ben noto, la costituzione di parte civile potrà avvenire solo a seguito di fissazione dell'udienza preliminare, che non può essere evidentemente sostituita da notizie di stampa (...)»;
   è bene ricordare, ancora una volta, che, in relazione alle stragi mafiose del 1993, la corte d'assise di Firenze ha già stabilito che una trattativa c’è stata tra esponenti della mafia da una parte e esponenti delle istituzioni dall'altra e che, ai sensi dell'articolo 79 del codice di procedura penale, la costituzione di parte civile avviene all'udienza preliminare o, al massimo, all'inizio del dibattimento, nelle fasi preliminari del dibattimento –:
   quale sia la valutazione del Governo dopo la lettura degli atti di cui alla premessa e se non si intenda autorizzare la costituzione di parte civile dello Stato, da proporsi già nell'udienza preliminare.
(3-02551)

Interrogazione a risposta in Commissione:


   RENATO FARINA. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   negli articoli del 29 marzo 2012 a firma Claudio Pappaianni sul settimanale L'Espresso e del 9 agosto 2012 a firma Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera vengono riportate le notizie delle visite dei parlamentari negli istituti di pena ex articolo 67 ordinamento penitenziario;
   l'interrogante ha telefonicamente prima, e poi via mail in data 9 maggio e 5 giugno richiesto al DAP (dipartimento amministrazione penitenziaria) e precisamente al responsabile della divisione detenuti e trattamento un elenco delle visite effettuate nel corso degli ultimi anni ex articolo 67, senza mai ricevere risposta –:
   se sia vero che il DAP non possa fornire un rapporto su tale elenco di visite e in tal caso come spieghi che negli articoli citati gli autori riportino informazioni chiaramente estratte da detti rapporti.
(5-08176)

Interrogazioni a risposta scritta:


   BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto dichiarato il 14 ottobre 2012 dall'agenzia ADNKRONOS, nel carcere di Marassi vi sarebbe presenza di amianto;
   la notizia è stata resa nota dal Sindacato autonomo polizia penitenziari (Sappe) facendo riferimento alla presenza di lastre di amianto accatastate e abbandonate da parecchio tempo sul tetto della porta principale del carcere di Marassi, a Genova;
   l'amianto è situato nei pressi della prima garitta, dove gli agenti di polizia penitenziaria transitano e stazionano a lungo il che espone ad elevati rischi la salute dei colleghi;
   sulla vicenda Roberto Martinelli, segretario aggiunto del Sappe, ha dichiarato: «Sembra che manchino i soldi. Il direttore ci dice che è in attesa dal luglio 2012 di autorizzazione alla spesa da parte del Provveditorato della Liguria ma ogni ulteriore ritardo è ingiustificato oltre che inaccettabile. La legge sulla salubrità e sicurezza dei posti di lavoro è molto chiara e il datore di lavoro deve adottare misure di prevenzione e protezione per ridurre al minimo l'esposizione dei lavoratori alla polvere di amianto ed effettuare periodiche misurazioni della sua concentrazione» –:
   se, alla luce di quanto denunciato dal segretario aggiunto del Sappe, non intenda effettuare adeguati controlli e mettere in atto i presidi necessari alla prevenzione di rischi professionali evitando che lavoratori e detenuti si trovino esposti alle esalazioni di amianto. (4-18202)


   BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa AGI, lo scorso 15 ottobre 2012 un detenuto in alta sicurezza sottoposto a osservazione psichiatrica nel reparto sanitario del carcere di Piacenza ha tentato il suicidio mediante impiccagione;
   secondo Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe, si tratterebbe «del secondo caso che ci viene segnalato, avvenuto sempre nella giornata di ieri, dopo quello di Reggio Calabria. Ricordiamo che la polizia penitenziaria ogni anno salva la vita a circa 1.100 detenuti che tentano il suicidio. Nel carcere di Piacenza ci sono circa 200 detenuti in più rispetto ai posti previsti e in relazione al sovraffollamento esistente ci vorrebbero almeno 30 agenti in più. Non è esente dal sovraffollamento tutta l'Emilia Romagna dove ci sono circa 1.700 detenuti in più rispetto ai posti previsti e mancano circa 650 agenti» –:
   a quale regime carcerario fosse sottoposto il detenuto in questione;
   quali misure di sorveglianza siano state disposte nei confronti del detenuto dopo questo tentativo di suicidio;
   quante siano le unità dell’équipe psico-pedagogica e se e come possano coprire o coprano le esigenze dei detenuti del carcere di Piacenza;
   con riferimento agli istituti di pena presenti in Emilia-Romagna, quali misure si intendano attuare per limitare il sovraffollamento carcerario e affinché si creino situazioni più consone alla salute, anche mentale, del detenuto. (4-18203)


   BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, un detenuto extracomunitario ha tentato il suicidio il 16 ottobre 2012 nel carcere di Ragusa ma è stato tratto in salvo;
   la notizia è stata resa nota da Mimmo Nicotra, vice segretario generale dell'Osapp, il quale ha dichiarato: «Il detenuto si è servito delle lenzuola ma è stato grazie allo sgabello su cui era salito per porre in essere l'atto suicida che cadendo a terra ha fatto rumore il poliziotto di turno è accorso salvandolo, è stato immediatamente visitato dal medico e adesso si trova in cella sorvegliato a vista. Già da numerosi mesi abbiamo rappresentato la gravità delle condizioni e le difficoltà che il personale della Polizia Penitenziaria deve affrontare ogni giorno – oggi un altro ne abbiamo salvato ma quanto può durare ?» –:
   se quanto riportato in premessa corrisponda al vero;
   se intenda avviare una indagine amministrativa interna, al fine di appurare se nei confronti del detenuto che ha tentato il suicidio fossero state messe in atto tutte le misure di sorveglianza previste e necessarie;
   se e quali misure precauzionali e di vigilanza siano state adottate dall'amministrazione penitenziaria nei confronti del detenuto dopo questo episodio;
   se non si intenda adottare o implementare, per quanto di competenza, le opportune misure di supporto psicologico ai detenuti, al fine di ridurre sensibilmente gli episodi di suicidio, tentato suicidio e di autolesionismo;
   più in particolare quali iniziative, anche normative, si intendano prendere per rafforzare l'assistenza medico-psichiatrica ai detenuti malati, sia attraverso un'attenta valutazione preventiva che consenta di identificare le persone a rischio, sia per sostenere adeguatamente sotto il profilo psicologico le persone che tentano il suicidio, senza riuscirci la prima volta, ma spesso ben decisi a tentare ancora;
   più in generale, come si intenda intervenire in tempi rapidi e con quali provvedimenti per superare questa grave situazione creatasi nelle carceri italiane per arginare l’escalation dell'autolesionismo, dei tentati suicidi e dei suicidi e, soprattutto, come si intendano tutelare i soggetti meno tutelati, «i senza niente» che, per paura del dopo carcere, ricorrono sempre più frequentemente al suicidio;
   quali misure si intendano attuare per limitare il sovraffollamento carcerario e affinché si creino situazioni più consone alla salute, anche mentale, del detenuto e quali percorsi, alternativi alla detenzione, di reinserimento nel tessuto lavorativo e sociale si intendano intraprendere, già dall'interno, per arginare tali fenomeni degenerativi e di disagio. (4-18205)


   BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   sabato 6 ottobre, la prima firmataria del presente atto ha visitato il carcere Sant'Anna di Modena accompagnata dal presidente delle camere penali di Modena Enrico Fondana e da una delegazione di radicali modenesi composta da Loris Serafini, Emilio Salemme, Riccardo Macchioni, Maria Teresa Parenti, Giulio Serafini;
   nell'istituto sono presenti 290 detenuti (262 uomini e 28 donne) a fronte di una capienza regolamentare di 221 posti;
   il 62 per cento dei detenuti sono stranieri appartenenti alle seguenti nazionalità: Marocco (49), Tunisia (45), Nigeria (17), Romania (15), Albania (14), Ungheria (6), Ghana (5), Algeria (4), Cina Popolare (3), ex Jugoslavia (3), Moldavia (2), Pakistan (2), Cuba (2), Rep. Ceca (1), Colombia (1), Libia (1), Russia (1), Slovacchia (1), Polonia (1), Filippine (1), Togo (1), Tanzania (1), Senegal (1), Zimbabwe (1);
   i detenuti ammessi alla semilibertà sono 2 mentre coloro che usufruiscono dell'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario sono 20 uomini e 4 donne;
   i detenuti in attesa di primo giudizio sono 82, coloro che attendono l'appello sono 46, mentre i ricorrenti in Cassazione sono 48; i detenuti con sentenza definitiva sono 114; nella casa circondariale modenese vi sono anche alcuni detenuti che devono scontare pene oltre i 5 anni;
   i detenuti tossicodipendenti sono 120, pari al 41 per cento della popolazione reclusa; i 5 detenuti sieropositivi si trovano nelle sezioni assieme agli altri: l'apposita sezione è stata infatti chiusa;
   il carcere presenta evidenti carenze strutturali e, al momento della visita, 3 sezioni risultano chiuse per rifacimento delle docce; le maggiori deficienze del carcere riguardano le infiltrazioni d'acqua dovute innanzitutto alla vetustà delle tubature e dalla necessità di provvedere al rifacimento delle coperture: a quanto riferito tali lavori sono stati inseriti nella programmazione triennale della manutenzione; il passeggio dei nuovi giunti è particolarmente squallido ed è senza wc utilizzabile per un problema di spurgo delle tubature;
   nell'istituto non vi sono lavorazioni; solo 8 detenuti sono impegnati nella tenuta agricola mentre solo 58 sono i posti di lavoro a rotazione alle dipendenze dell'amministrazione: scopini, porta vitto, cuochi e «spesini»;
   le scuole di alfabetizzazione e medie sono frequentate da una settantina di detenuti; 8 detenuti sono iscritti all'istituto tecnico professionale;
   pur essendo prevalente la presenza di stranieri, nel carcere di Modena vi è un solo mediatore culturale per i detenuti provenienti dall'area del Maghreb;
   il regolamento interno dell'istituto non è stato ancora approvato dal DAP e da un anno si attende risposta; una copia dell'ordinamento penitenziario è reperibile solo in biblioteca; la direzione si è fatta comunque carico di predisporre una sorta di vademecum da distribuire agli stranieri nuovi giunti;
   il reparto di polizia penitenziaria della casa circondariale di Modena consta di 193 unità (170 uomini e 23 donne) effettivamente in servizio. Di queste, 26 sono assegnate al nucleo traduzioni e piantonamenti. Nel dettaglio, sono presenti: 2 commissari, 7 ispettori, 13 sovrintendenti, 148 agenti ed assistenti;
   la pianta organica prevista con P.C.D. del 6 settembre 2001 prevedeva un totale di 226 unità così ripartite: 18 ispettori (16 uomini e 2 donne); 22 sovrintendenti (19 uomini e 3 donne); 186 agenti e assistenti (168 uomini e 18 donne); la pianta organica rideterminata il 20 settembre 2012, alla luce delle mutate esigenze di servizio delle sedi dell'Emilia Romagna prevede un totale di 236 unità così ripartite: 18 ispettori (16 uomini e 2 donne); 22 sovrintendenti (19 uomini e 3 donne); 196 agenti e assistenti (178 uomini e 18 donne); il nucleo traduzioni e piantonamenti, dal 1o gennaio 2012 al 30 settembre 2012, ha effettuato 948 movimentazioni, per la traduzione di 1.627 detenuti/internati (315 ristretti nella casa di reclusione di Castelfranco Emilia e 164 ristretti nella casa di lavoro di Saliceta S. Giuliano). Di queste, 601 sono le persone tradotte per esigenze di natura sanitaria e 192 per assegnazione ad altre sedi;
   il nuovo padiglione destinato ad ospitare 200 detenuti è pronto ed è stato anche collaudato, ma non può ancora entrare in funzione per la mancanza di personale, soprattutto agenti;
   fra i problemi maggiormente segnalati dai detenuti si evidenzia: oltre alla ristrettezza delle celle (spesso sono in tre in celle che hanno una superficie inferiore ai 9 metri quadrati), la difficoltà di interlocuzione con il magistrato di sorveglianza, la scarsità di prodotti per l'igiene delle celle e personale, la spesa troppo cara, l'impossibilità di vedere i diversi canali televisivi, tranne RAI 1 (sembra che per riparare l'impianto occorrano 20.000 euro), le scarse opportunità di lavoro; a proposito di «lavoro» da sottolineare che i detenuti definitivi che lavorano – e perciò pagano le quote di mantenimento – guadagnano al mese 68 euro netti, mentre gli altri non percepiscono più di 138 euro; positivo è il fatto che in alcune sezioni la ristrettezza delle celle è parzialmente compensata dall'apertura delle stesse al corridoio del pianerottolo –:
   cosa intenda fare:
    a) per riportare alla capienza regolamentare le presenze nel carcere Sant'Anna di Modena;
    b) per incrementare la presenza di mediatori culturali vista l'alta percentuale di stranieri presenti;
    c) per seguire con maggiore attenzione i tanti detenuti con problemi di tossicodipendenza e quelli con problematiche di tipo psichiatrico;
    d) per dare effettive possibilità di lavoro ai detenuti presenti, lavori che siano qualificanti per il futuro reinserimento nella società;
    e) per rafforzare le possibilità di studio, di corsi professionali e di attività culturali e sportive;
    f) per dotare i detenuti degli strumenti e dei prodotti per l'igiene personale e delle celle in cui sono costretti a vivere;
    g) per dotare l'Istituto del previsto regolamento interno da consegnare a ciascun detenuto nella lingua di appartenenza;
    h) per provvedere alle riparazioni manutentive riportate in premessa e che si riferiscono soprattutto alle infiltrazioni d'acqua;
    i) per riparare al guasto che impedisce ai detenuti di alcune sezioni di vedere altri canali televisivi, oltre a RAI1; per controllare i prezzi della spesa interna;
    l) per incrementare le unità lavorative dei corpo degli agenti di polizia penitenziaria soprattutto nell'imminenza dell'apertura del nuovo padiglione;
    m) per migliorare le possibilità di incontro e di interlocuzione dei detenuti con il magistrato di sorveglianza; quando verrà aperto il nuovo padiglione e con quali risorse umane. (4-18208)


   BITONCI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   come risulta dai quotidiani locali, il Gazzettino di Treviso e la tribuna di Treviso, del 20 e 21 ottobre 2012, ampio risalto ha avuto la notizia dell'aggressione subita da due minorenni di Castelfranco Veneto per opera di tre maggiorenni di origine magrebina:
   i tre delinquenti con fare violento, di chi non teme più lo Stato, hanno aggredito e derubato due quindicenni nei pressi della piscina comunale. Questa azione ha destato la preoccupazione dei molti genitori che hanno i figli che frequentano questo impianto sportivo;
   le forze dell'ordine hanno tempestivamente individuato i tre maggiorenni responsabili del fatto, e con profonda generale indignazione la città ha appreso che uno dei tre, il ventenne G.D.A. proveniente da una località vicina, è già noto per aver vigliaccamente aggredito rapinandolo un anziano ultra ottantenne, peraltro poi deceduto;
   la città si sta interrogando su come sia possibile che un personaggio così spavaldo e pericoloso possa girare impunito continuando a seminare terrore nei confronti di minori, donne ed anziani;
   se sia a conoscenza dei fatti nelle premesse e se abbia intenzione di assumere iniziative ispettive in relazione all'operato del tribunale che ha lasciato libero un soggetto pericoloso per la società e recidivo. (4-18251)


   GALLI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   con proprio decreto n. 46 dell'8 ottobre 2012, il presidente facente funzioni del Tribunale di Novara, premettendo che: «il periodo di sperimentazione del processo civile telematico è concluso», che: «vi è stata una riduzione del personale amministrativo e per ciò l'uso massivo dello strumento telematico è ineludibile», che i legali – definiti «riottosi» – «hanno finora scarsamente utilizzato tale strumento», affermando: «molto pochi sono infatti i processi nei quali gli atti di citazione, le memorie difensive e le comparse conclusionali sono stati inviati e scambiati telematicamente», che: «i giudici del settore civile sono invece pronti ad utilizzare la “consolle del magistrato” avendo di recente frequentato apposito corso», e che «è maturo il tempo per stimolare i “riottosi” all'uso massivo dello strumento telematico, dettando disposizioni che li inducano indirettamente ad utilizzarlo», dispone che a partire dal 5 novembre 2012: «1) l'emissione dei decreti ingiuntivi chiesti in via telematica deve avere precedenza assoluta su quelli richiesti in forma cartacea; 2) i decreti ingiuntivi depositati in forma cartacea potranno essere emessi entro giorni 30 dalla richiesta, anche se di essi è stata richiesta l'immediata esecutività» ed inoltre invita: «gli avvocati ad utilizzare lo strumento telematico per depositare atti di citazione, e per depositare e scambiare memorie difensive, comparse conclusionali ed altri atti del processo»;
   si può ritenere che i contenuti non siano accettabili a parere dell'interrogante sia per gli errori evidenti sia per i concetti nella motivazione si fa riferimento allo scambio telematico delle citazioni, scambio del tutto impossibile posto che la citazione deve essere notificata a chi non è ancora parte nel processo;
   pur condividendo la necessità di utilizzare i più moderni sistemi di trasmissione degli atti, si ritiene illegittimo e contrario a legge e a diritto quanto disposto a partire dal 5 novembre 2012 poiché il codice non prevede alcuna precedenza per i depositi telematici rispetto a quelli cartacei, e si ritiene che il facente funzioni con proprio decreto n. 46 si sia sostituito al legislatore esercitando poteri non propri;
   la precedenza riservata all'emissione dei decreti ingiuntivi richiesti per via telematica può essere prodromica a identico trattamento da riservare a breve anche all’iter degli altri atti oggetto dell'invito contenuto nel decreto e citato in premessa, se trasmessi telematicamente, con grave disparità di trattamento verso i cittadini, in contrasto con il diritto di accesso alla giustizia in parità di condizioni –:
   se quanto disposto nel decreto n. 46 del presidente facente funzioni del tribunale di Novara trovi fondamento giuridico nel vigente assetto normativo e, nel caso tale atto non risulti conforme alle normative vigenti, se e come si intenda intervenire, per quanto di competenza. (4-18253)

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Interrogazione a risposta immediata:


   PILI, MURGIA, NIZZI, VELLA, PORCU, IANNARILLI, CENTEMERO, GHIGLIA, NASTRI e MANNUCCI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   al fine di consentire la proroga del regime onerato di cui al decreto ministeriale n. 103 del 5 agosto 2008 fino alla fine della stagione aeronautica Summer 2012, il Ministro interrogato ha emanato un proprio decreto con il quale ha disposto che, a decorrere dal 1o giugno 2012, l'articolo 1 del decreto ministeriale n. 102 del 23 marzo 2012, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – serie generale – n. 82 del 6 aprile 2012, è così modificato: «Art. 1. – Gli oneri di servizio pubblico di cui all'articolo 1 diverranno obbligatori a partire dal 27 ottobre 2012»;
   dal 1o giugno 2012, l'articolo 2 del decreto ministeriale n. 102 del 23 marzo 2012, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – serie generale – n. 82 del 6 aprile 2012, è così modificato: «Art. 6. – A decorrere dalla data del 27 ottobre 2012 cessano gli effetti del decreto n. 103 del 5 agosto 2008, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – serie generale – n. 199 del 26 agosto 2008, avente per oggetto “Imposizione da parte dell'Italia degli oneri di servizio pubblico sui servizi aerei di linea tra Alghero-Roma Fiumicino e viceversa, Alghero-Milano Linate e viceversa, Cagliari-Roma Fiumicino e viceversa, Cagliari-Milano Linate e viceversa, Olbia-Roma Fiumicino e viceversa, Olbia-Milano Linate e viceversa”»;
   l'articolo 3 ha previsto che a decorrere dal 1o giugno 2012, l'articolo 3 del decreto ministeriale n. 102 del 23 marzo 2012, è così modificato: «Il paragrafo 8.1 dell'allegato tecnico al decreto ministeriale n. 413 del 29 novembre 2011, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – serie generale – n. 294 del 19 dicembre 2011 è così modificato: “8.1. – Gli oneri di servizio pubblico disciplinati dalla presente imposizione diventano obbligatori alla data del 27 ottobre 2012”»;
   tale proroga sino al 27 ottobre 2012 risulta non sottoscritta dalla compagnia Alitalia e tale quadro tecnico-amministrativo e giuridico si può sintetizzare con l'affermazione riportata dall'Enac nella propria comunicazione del 4 giugno 2012 al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e alla regione Sardegna, dove si afferma l'impossibilità dell'Enac «di procedere all'assegnazione degli slot di continuità territoriale in favore dei vettori i quali, dal 1o giugno scorso, stanno comunque effettuando i voli secondo l'operativo della scorsa omologa stagione di traffico senza la dovuta autorizzazione»;
   il palese tentativo di venir meno alla tariffa unica per residenti e non residenti, che costituisce un fondamento del diritto alla mobilità e alla continuità territoriale per regioni insulari e ultraperiferiche, costituisce di per sé un grave vulnus al diritto fondamentale alla mobilità delle persone e delle merci;
   le pesanti pressioni delle compagnie aeree per impedire l'applicazione di questo elementare principio di pari diritti e non discriminatorio tra cittadini europei è un fatto di gravità inaudita, considerato che il bando verrebbe modificato proprio come richiesto da due compagnie aeree che reiteratamente hanno manifestato tale atteggiamento prevaricatorio, arrogante e ricattatorio nei confronti della Sardegna –:
   quali iniziative intenda adottare per evitare che la Sardegna, il 27 ottobre 2012, con la cessazione della proroga, venga, di fatto, ulteriormente privata della continuità territoriale con la relativa applicazione della tariffa unica per i residenti e non, da e per la Sardegna. (3-02552)

Interrogazione a risposta orale:


   BURTONE. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   la spending review per la Basilicata ed in particolare per la provincia di Matera sta assumendo dimensioni difficilmente sopportabili;
   l'obiettivo di rendere efficiente la pubblica amministrazione non passa solo attraverso la logica dei tagli e nel decreto che riguarda la rivisitazione della spesa pubblica la ratio era anche questa;
   con questo atto di sindacato ispettivo si pone la questione dell'ufficio operativo del provveditorato alle opere pubbliche di Matera, ex genio civile, che entro il 31 dicembre di quest'anno, dopo 34 anni di servizio, chiuderebbe i battenti con il relativo trasferimento del personale nella sede di Bari;
   i dipendenti hanno deciso di adire le vie legali per una serie di inadempienze della amministrazione centrale a partire dalla mancata comunicazione;
   ovviamente vi sono anche una serie di proposte per evitare il trasferimento del personale e consentire una riallocazione tramite mobilità interna anche presso strutture presenti a Matera;
   la questione assume profili assai delicati che necessiterebbero di maggiore approfondimento –:
   se e quali iniziative il Ministro intenda adottare nei confronti della propria amministrazione centrale al fine di verificare:
    a) la possibilità di scongiurare la chiusura dell'ufficio in questione;
    b) la riallocazione del personale su Matera evitando trasferimenti a Bari.
(3-02548)

Interrogazione a risposta in Commissione:


   BURTONE. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   in data 29 maggio 2012 è stata data dal Governo risposta all'interrogazione n. 5-05939 del firmatario del presente atto concernente i tempi di realizzazione del viadotto Calciano lungo la strada statale 407 Basentana abbattuto dalla piena del Basento nel marzo 2011;
   il Governo ha risposto testualmente che: «la progettazione potrà essere ultimata entro il mese di luglio 2012 e che l'importo complessivo delle opere ammonterà a circa tre milioni di euro»;
   il mese di luglio è trascorso e sta per terminare anche l'anno 2012 senza che ancora si sia visto nulla;
   nell'ambito della stessa risposta il Sottosegretario Vari fece presente che «il relativo finanziamento, appena le risorse saranno rese disponibili e le formali modalità compiute, sarà imputato al «piano per il Sud», nell'ambito del progetto «Adeguamento strutturale e messa in sicurezza dell'itinerario basentano»;
   è stato dato ampio risalto alla attenzione del Governo circa l'impegno assunto;
   l'interrogante aveva già risollevato la questione con una interrogazione la n. 5-07463 del 19 luglio 2012 a cui non è stata data ancora risposta;
   ora vi sono forti preoccupazioni circa la tenuta dell'altro viadotto sulla carreggiata opposta a quello crollato e sul quale circola tutto il traffico così come denunciato da un imprenditore di Tricarico che ha interessato tutte le autorità competenti;
   la situazione preoccupa visto anche l'approssimarsi della stagione invernale e delle eventuali piene del Basento e anche perché la viabilità ordinaria non sarebbe in grado questa volta di sopperire ad una eventuale chiusura della Basentana, poiché una serie di frane nella zona di Tricarico ne impedirebbero la possibilità, contrariamente a quanto accaduto nella primavera del 2011;
   si ritorna su questa questione perché si tratta di un'arteria strategica per la Basilicata e l'intero Mezzogiorno, l'unica arteria a quattro corsie che collega la A3 alla strada statale 106 jonica –:
   se e quali iniziative il Governo intenda adottare con la massima urgenza per mettere in sicurezza il viadotto in esercizio considerati gli allarmi lanciati e quali siano i tempi di realizzazione del nuovo viadotto alla luce del crono programma annunciato dal Governo e sul quale si è già in ritardo. (5-08179)

Interrogazioni a risposta scritta:


   GAROFALO e GERMANÀ. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riportato dagli organi d'informazione locale, la compagnia delle isole, ex Siremar, che opera nell'ambito dei collegamenti marittimi tra la Sicilia e le isole minori, ha comunicato al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, con nota del 4 ottobre 2012, la rideterminazione delle tariffe massime all'utenza nelle tratte con le isole minori siciliane, come previsto dall'articolo 6 della convenzione stipulata da entrambi le parti lo scorso 30 luglio;
   l'intenzione della suesposta società di navigazione, in caso si manifestasse, determinerà ulteriori aumenti che secondo i programmi, dovrebbero entrare in vigore dal prossimo bimestre ovvero: novembre-dicembre;
   i collegamenti con le Eolie in particolare, secondo quanto evidenziato dai quotidiani d'informazione siciliani, si configurerebbero nei seguenti rialzi delle tariffe: per i biglietti degli aliscafi, i residenti subiranno un aumento di circa 40 centesimi (attualmente la tratta marittima Lipari-Milazzo è di 5,05 euro) e per i non residenti, circa 1 euro e 20 centesimi (per il collegamento Milazzo-Lipari il costo della tariffa attualmente è di 14 euro e 70 centesimi); per quanto riguarda i trasporti in nave, sia per i passeggeri che per i veicoli, gli aumenti previsti raggiungeranno un massimo tra l'8 e il 9 per cento;
   quanto suesposto ha provocato, comprensibili ed inevitabili disapprovazioni da parte delle comunità locali interessate, ed in particolare dei sindaci delle località marittime interessate dai collegamenti, che si oppongono nettamente, ai continui e costanti aumenti delle tariffe nel settore dei trasporti;
   gli amministratori locali, ed in particolare il sindaco di Favignana, hanno ricordato che la regione Sicilia che partecipa al capitale sociale della Compagnia delle Isole, dovrebbe sostenere e tutelare maggiormente i diritti degli utenti isolani, fruitori del servizio pubblico di collegamento marittimo» ed intervenire di conseguenza con maggiore rigore a difesa di quanti vivono nelle isole minori della Sicilia;
   l'interrogante evidenzia, che la rideterminazione delle tariffe massime, da parte della suesposta compagnia di navigazione, come riportato dalle cronache giornalistiche locali, sarebbero causate dai persistenti aumenti delle accise sul gasolio, che negli ultimi anni ha raggiunto livelli esorbitanti;
   a tal proposito l'interrogante rileva altresì, che mentre il medesimo articolo 6 della suesposta convenzione tra la Compagnia delle Isole e il ministero interrogato, evidenzia che la rideterminazione delle tariffe è agganciata alle rilevazioni delle quotazioni quotidiane dei combustibili registrati sulla piazza di Genova-Lavera, il comma 3 dello stesso articolo prevede tuttavia l'eventuale richiesta di sospensione dell'aumento, che potrà essere esercitata dallo stesso ministero interrogato;
   gli aumenti del gasolio, non hanno tuttavia interessato, un'altra compagnia di navigazione quale la: Ustica lines, finanziata anch'essa dalla regione siciliana, per svolgere i collegamenti ro-ro con le isole minori, destando, a giudizio dell'interrogante, perplessità sulle differenze delle politiche dei prezzi adottate dalla predetta compagnia marittima, rispetto a quella precedentemente riportata;
   a giudizio dell'interrogante, occorre intervenire per tutelare e salvaguardare maggiormente il diritto alla mobilità per chi vive sulle isole, in particolare i pendolari che quotidianamente utilizzano il mezzo di trasporto via mare, per raggiungere le destinazioni di lavoro;
   l'intenzione da parte della Compagnia delle Isole, di rideterminare le tariffe marittime verso l'alto, costituisce secondo l'interrogante, un dato ulteriormente negativo ed ingiustificato, nei riguardi dei viaggiatori, le cui prevedibili conseguenze in questa specifica fase di grave recessione economica, rischiano inevitabilmente di provocare un maggiore impoverimento delle famiglie isolane e soprattutto di comprimere ulteriormente le possibilità di ripresa e sviluppo del sistema economico e produttivo della Sicilia e delle isole minori, in particolare del settore turistico-balneare –:
   quali orientamenti intenda esprimere con riferimento a quanto esposto in premessa;
   se non ritenga opportuno intervenire, in considerazione di quanto stabilito dall'articolo comma 3, della convenzione sottoscritta il 30 luglio 2012 con la compagnia delle isole, nei riguardi della medesima società marittima, attraverso la sospensione dell'aumento delle tariffe, che come esposto in premessa, si appresta ad essere introdotto a partire dal prossimo mese di novembre;
   quali iniziative intenda intraprendere, al fine di evitare che la rideterminazione delle tariffe massime all'utenza nei collegamenti con le isole minori da parte della compagnia delle isole, possa arrecare ulteriori disagi nei riguardi dei viaggiatori siciliani, già vessati da una serie di disservizi e carenze che quotidianamente si manifestano nel settore dei trasporti non solo marittimi. (4-18201)


   GAROFALO e GERMANÀ. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   la recente decisione di Trenitalia spa, d'intervenire attraverso una riduzione delle fermate dei treni per i collegamenti regionali, nella tratta Palermo-Messina, rappresenta un'ulteriore e grave riduzione dell'offerta ferroviaria, cui sono sottoposti da diverso tempo, i viaggiatori e i numerosi pendolari fruitori del servizio;
   la soppressione delle fermate dei treni veloci su un binario unico da Patti a Termini Imerese, non ha considerato infatti le esigenze e le necessità degli utenti: giovani e famiglie, che quotidianamente percorrono la tratta per raggiungere le destinazioni di studio o lavoro, penalizzando l'intera area, che rappresenta per estensione geografica la più grande della provincia messinese;
   l'interrogante rileva inoltre che: la stazione ferroviaria Barcellona Castroreale declassata da RFI-Rete ferroviaria italiana, a semplice fermata impresenziata, coinvolge un intero bacino di oltre 90 mila utenti, inclusi paesi e le località collinari e montane;
   quanto suesposto, provocherà evidenti disagi e ulteriori carenze e limitazioni nel servizio nei riguardi di numerosi pendolari, i quali in mancanza della sosta ferroviaria di Barcellona, la cui stazione è peraltro dotata di ogni servizio adeguato, saranno costretti a scendere alla fermata di Milazzo, con prevedibili ed inevitabili ripercussioni negative e sfavorevoli;
   l'interrogante evidenzia inoltre, ulteriori situazioni critiche sulla tratta Sant'Agata Militello-Messina, a causa dei continui ritardi della circolazione del treno regionale Palermo-Messina, che determinano per i pendolari inevitabili e negative ripercussioni sui pendolari in estenuante attesa dell'arrivo dei convogli, accumulano successivi ritardi nelle stazioni intermedie –:
   quali iniziative intenda assumere, nei confronti di Trenitalia spa, al fine di rivedere la programmazione da parte della medesima società, delle soste ferroviarie della tratta esposta in premessa, ed evitare la soppressione della fermata di Barcellona, le cui conseguenze, in caso contrario, determineranno gravi ed evidenti ripercussioni nello svolgimento di un servizio essenziale come il trasporto pubblico ferroviario nei riguardi delle comunità siciliane della provincia messinese;
   quali iniziative di competenza intenda altresì intraprendere, nei riguardi della suddetta società, con riferimento ai persistenti ritardi e disservizi che si verificano nella tratta Sant'Agata Militello, in considerazione dei vincoli di obbligatorietà che la direzione regionale di Trenitalia ha nel garantire la puntualità e la corretta prestazione dei servizi nei riguardi degli utenti. (4-18218)


   MAGGIONI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   il comune di Robbio (PV) è uno dei punti di coincidenza sulla linea ferroviaria monobinario Pavia-Mortara, in cui si incontrano spesso treni che viaggiano in direzione opposta sulla linea, che non è elettrificata;
   a regolare i due principali accessi all'abitato del comune di Robbio ci sono due passaggi a livello, il primo che taglia la strada in direzione Novara e l'altro la strada in direzione Vigevano;
   i cittadini robbiesi lamentano le sproporzionate tempistiche dei passaggi a livello che si abbassano molti minuti prima dell'arrivo del treno e rimangono abbassati anche per molti minuti dopo il passaggio del convoglio;
   il problema sembra essere quello della regolazione dell'abbassamento della sbarra, che scende quando il treno arriva nella stazione precedente, a prescindere dal fatto che sia effettivamente arrivata la coincidenza. Questo si traduce nel fatto che, se uno dei due convogli è in ritardo, le attese ai passaggi a livello durano anche più di venti minuti;
   la situazione è peggiorata nell'ultimo mese, in coincidenza con l'aumento delle corse sulla linea in seguito ad un accordo fra Trenord e la regione Lombardia per favorire il trasporto pubblico su rotaia e si teme un ulteriore peggioramento in previsione delle gelate invernali che potrebbero bloccare le sbarre, come già accaduto l'inverno scorso;
   le attese eccessivamente lunghe creano problemi ai lavoratori e alle imprese della zona e potrebbero anche essere un ostacolo per l'arrivo dei mezzi di soccorso –:
   se il Ministro non ritenga opportuno promuovere una concertazione fra RFI e l'amministrazione comunale di Robbio al fine di procedere ad una nuova regolazione delle tempistiche dei passaggi a livello che garantisca il livello di sicurezza necessario ma che contemporaneamente non crei eccessivi disagi alla cittadinanza, prevedendo che le sbarre si alzino e si abbassino a pochi minuti di distanza dall'effettivo passaggio del treno. (4-18224)


   MIGLIORI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   la giunta della regione Toscana con una delibera (delibera regionale n. 859), per effetto della spending review, ha messo in atto una riforma sul trasporto regionale, ed in particolare nel trasporto ferroviario, che prevede la drastica riduzione dei costi, il riordino delle tratte, la soppressione di stazioni e l'aumento, considerevole, delle tariffe;
   la situazione della rete ferroviaria Toscana denuncia numerosi deficit infrastrutturali, con particolare riguardo all'asse Firenze Lucca Viareggio che risulta obsoleta. Attualmente molte linee sono ad un solo binario, con conseguenti tempi di percorrenza elevati, regolari ritardi nelle percorrenze, cancellazioni di treni, creando continui disagi ai pendolari studenti e turisti. Si denotano inoltre ulteriori deficit nelle stazioni ed in particolar modo per l'accessibilità ai portatori di handicap. Questo nonostante i numerosi protocolli di intesa che si sono succeduti negli anni tra regione-Rete ferroviaria italiana-Stato per il potenziamento ed il raddoppio di questa linea nella tratta Pistoia-Viareggio;
   in particolare la delibera prevede la soppressione di numerose stazioni, di cui molte concertate nella Lucchesia (Montecarlo, Porcari, Tassignano, Nozzano e Massarosa), con grande contrarietà delle amministrazioni locali dei comuni dove sussistono le stazioni e di quelli limitrofi che ne fruiscono e della popolazione tutta;
   i pendolari, gli studenti e i lavoratori rimarrebbero, così, privi di collegamenti pubblici con le città principali e con il capoluogo di regione, vedendo un conseguente deterioramento della normale qualità della vita a scapito di tempi di percorrenza più lungi, aggravio economico, congestionamento della viabilità e ulteriore deperimento della salute e dell'ambiente, ed anche negative ricadute sull'economia locale e turistica –:
   quali iniziative urgenti il Governo intenda attuare per verificare gli effetti della spending review, posto che è necessario evitare di penalizzare ulteriormente i cittadini nel diritto allo studio, al lavoro e alla mobilità, restituendo quei servizi fondamentali per i quali pagano le tasse;
   se si intendano assumere, per quanto di competenza, iniziative volte a mantenere gli impegni precedentemente siglati per la realizzazione delle infrastrutture, al fine di dare alla Toscana gli standard delle regioni più evolute, espletando così servizi alla popolazione e fornendo strumenti per un buono sviluppo a questi territori. (4-18244)

INTERNO

Interpellanze urgenti (ex articolo 138-bis del regolamento):


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'interno, per sapere – premesso che:
   nel mese di settembre 2012, un ordigno ha fatto saltare in aria una pompa di benzina in pieno centro a Gioia Tauro;
   la notizia della bomba – di cui si cercano ancora i colpevoli – ha avuto ampio spazio sulla stampa locale e le forze dell'ordine stanno lavorando per stabilire se si possa essere trattato di un episodio legato al racket locale;
   ad accrescere il clima di vero e proprio terrore in cui versa la città, il centro più popolato dell'intera Piana, è stato un omicidio in pieno centro abitato verificatosi successivamente all'esplosione dell'ordigno dinamitardo;
   si sono registrati altri episodi violenti che danno il senso di una realtà sempre più insopportabile;
   queste azioni criminose costituiscono un segnale inquietante che ha turbato la tranquillità di tutti i cittadini e che evidenzia il profondo degrado morale di chi, usando le armi della violenza feroce e della sopraffazione, ha calpestato il valore incommensurabile della vita umana, arrecando dolore e smarrimento in tutta la comunità;
   nei territori in cui si registra un forte radicamento della criminalità organizzata esistono anche dei forti anticorpi nella società civile, che vogliono il riscatto sociale: per riuscire a far risollevare Gioia Tauro dal suo periodo nero, è partito un grande progetto di educazione alla legalità nelle scuole, proprio per conoscere e potersi discostare dalla cultura mafiosa;
   i risultati ottenuti, positivi e importanti, dall'amministrazione in carica guidata dall'avvocato Bellofiore rappresentano il frutto di scelte coraggiose che vanno fortemente sostenute per chiudere definitivamente il capitolo del malgoverno;
   è necessaria una presa di posizione decisa da parte di tutte le istituzioni dello Stato e anche delle forze politiche e sociali, al fine di testimoniare con fatti concreti il disprezzo e il rifiuto verso chi si macchia di tali atti di barbarie –:
   se non intenda predisporre con urgenza interventi mirati e concreti che garantiscano massima vigilanza e sicurezza su tutto il territorio comunale di Gioia Tauro e quale sia la situazione dell'ordine pubblico nel citato comune dando atto ai magistrati e alle forze dell'ordine dell'impegno e del servizio profusi a beneficio delle istituzioni.
(2-01712) «Tassone, Adornato, Bonciani, Bosi, Calgaro, Capitanio Santolini, Carlucci, Enzo Carra, Cera, Ciccanti, Compagnon, De Poli, Delfino, Dionisi, D'Ippolito Vitale, Anna Teresa Formisano, Libè, Lusetti, Mantini, Marcazzan, Mereu, Ricardo Antonio Merlo, Mondello, Naro, Occhiuto, Pezzotta, Poli, Rao, Ria, Ruggeri, Nunzio Francesco Testa, Volontè, Zinzi».


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'interno, per sapere – premesso che:
   l'11 agosto 2012 nel comune di Affile, alta valle dell'Aniene provincia di Roma veniva inaugurato un monumento funebre. Sempre l'11 agosto, ma del 1882, nasceva in quei territori Rodolfo Graziani. Ufficiale dell'esercito italiano nella Prima Guerra Mondiale, conquistatore e Viceré d'Etiopia dopo la guerra contro quel Paese, di religione cristiana e membro della Società delle nazioni, voluta dall'Italia fascista, quindi governatore della Libia durante la Seconda Guerra Mondiale infine Ministro della difesa della Repubblica Sociale italiana;
   il monumento, come si può evincere dalla registrazione dell'intervento di inaugurazione ad opera del sindaco di Affile, veniva quindi dedicato esattamente a 130 anni dalla sua nascita al generale Graziani con la precisa intenzione di «fare giustizia» della sua memoria. Giova qui brevemente ricordare che il generale Graziani nelle operazioni belliche, bombardamenti, finalizzati all'occupazione dell'Etiopia, dando corso ad espressi ordini provenienti da Mussolini, fece uso dell'Iprite, gas nervino espressamente vietato dalle convenzioni internazionali dopo la Prima guerra mondiale. Questo è un fatto incontrovertibile e non oggetto di discussione;
   sempre nel medesimo intervento il primo cittadino di Affile affermava che lo stanziamento per la riqualificazione del parco, il «Parco Radimonte al Soldato» all'interno del quale il manufatto è collocato, era stato accordato dalla giunta regionale presieduta dall'allora presidente Marrazzo nel 2009;
   stando alle notizie riportate dalla stampa e non smentite la costruzione sarebbe costata all'incirca 130.000 euro;
   è assai grave che un primo cittadino «faccia giustizia» della memoria del generale Graziani, con i soldi dei contribuenti. In questa vicenda non è in gioco la libertà di espressione. Non esiste un divieto di commemorazione del generale Graziani, come non esiste neppure per Benito Mussolini, questo però, se avviene, deve essere un fatto privato e organizzato da privati, non può essere organizzato da cariche pubbliche e deve avvenire senza oneri per lo stato democratico. La dedica ufficiale di un monumento ad una determinata figura infatti da parte di un Sindaco, ovvero di un pubblico ufficiale, in qualche misura impegna integralmente lo Stato democratico. Stabilendo un legame di continuità ideale tra i valori professati e testimoniati da quel personaggio e i valori in cui si riconosce la Repubblica Italiana. Ebbene non ci può essere continuità tra l'azione politica e militare condotta da Rodolfo Graziani e la vita democratica della Repubblica italiana;
   è inaccettabile che il primo cittadino di un comune di 1500 abitanti abbia compiuto un gesto tanto offensivo nei confronti di uno stato oggi amico come l'Etiopia e della comunità degli etiopi residenti in Italia, quando l'Italia, con un gesto unilaterale ha restituito al Paese africano l'obelisco di Axum sottratto dall'Italia fascista e collocato in Roma come emblema dell'avvenuta conquista;
   ad avviso dell'interrogante sarebbe possibile avvisare nel comportamento di queste cariche amministrative il reato di «falso ideologico», e sarebbe altresì necessario accertare la congruità tra la spesa effettuata e la realizzazione concreta del manufatto –:
   cosa intenda fare per dissociare completamente la responsabilità delle istituzioni da quanto avvenuto l'11 agosto scorso nel comune di Affile e cosa si intenda fare per restituire all'Italia quel profilo di affidabilità nei valori della libertà e della democrazia sulla cui conservazione in Italia si è espressa con preoccupazione la stampa internazionale. In special modo quella anglosassone.
(2-01713) «Meta, Touadi, Ventura, Adinolfi, Amici, Argentin, Bachelet, Carella, Coscia, Ferranti, Fioroni, Gasbarra, Gentiloni Silveri, Giachetti, Madia, Morassut, Pompili, Recchia, Rugghia, Sposetti, Tocci, Veltroni».

Interrogazioni a risposta scritta:


   CAVALLARO e ZANI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   dal 19 ottobre 2012 è disponibile sul web sul sito di Repubblica.it all'indirizzo www.napoli.repubblica.it/cronaca/2012/10/20/news/chiama_signora_il_prefetto_e_viene _redarguito_44912439/ un video – e da lì la notizia è stata diffusa anche in mezzi di comunicazione tradizionali – che riproduce il prefetto di Napoli signor Dottor Andrea De Martino che insolentisce e redarguisce in malo modo don Maurizio Patriciello, umile ed educato parroco campano, il quale avrebbe commesso la «grave mancanza» di chiamare «signora» il prefetto di Caserta e che con dignità e rispetto si scusa persino di tale «mancanza»;
   tale solo gesto denota a giudizio degli interroganti la necessità di verificare l'idoneità del funzionario pubblico a rivestire un ruolo tanto delicato con il necessario garbo e rispetto istituzionale per tutti i cittadini e specialmente per coloro, come don Patriciello, che operano in una terra di frontiera difendendo la legalità sostanziale, senza quegli orpelli spagnoleschi e quel rispetto per le forme a cui sembra tenere dalle sue esternazioni peraltro non istituzionali il nominato prefetto;
   non risulta che il medesimo abbia formulato scuse per tale atteggiamento né che l'amministrazione centrale dell'interno abbia al medesimo chiesto mai quali spiegazioni e giustificazioni possa addurre per siffatta condotta –:
   quali iniziative intenda assumere il Ministro interrogato onde porre rimedio all'increscioso episodio. (4-18211)


   DE POLI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   da articoli di stampa delle pagine sportive di questo fine settimana è stata resa nota la vicenda dei 44 tifosi del Padova «colpiti» da altrettanti 44 Daspo preventivi;
   una vera propria doccia gelata per i tifosi ai quali il provvedimento è stato notificato singolarmente dalla polizia di Padova;
   il Daspo è una misura di prevenzione atipica ed è caratterizzata dall'applicabilità a categorie di persone che versino in situazioni sintomatiche della loro pericolosità per l'ordine e la sicurezza pubblica. Di fatto, la maggior parte delle questure ritiene il Daspo uno strumento di repressione piuttosto che di prevenzione;
   la decisione della questura di Napoli crea scompiglio nella tifoseria. Lo scorso 29 settembre 2012 era in programma a Castellammare, Juve Stabia contro Padova: prima della gara la polizia ha fermato un pullman di ultras, bloccandolo al casello autostradale partenopeo. All'interno del bus c'erano i tifosi, alcuni erano senza biglietto per la gara e senza tessera del tifoso (un lasciapassare obbligatorio per chi si reca in trasferta);
   nessuno mette in discussione il fatto che senza tessera del tifoso i tifosi in questione non possono entrare negli stadi ma colpirli in modo preventivo, senza che nessuno di loro abbia commesso alcun reato, mi sembra francamente discutibile;
   tra i 44 Daspo c’è gran parte della tifoseria organizzata che segue assiduamente in casa e in trasferta le sorti del Padova. Un provvedimento (che con numeri così cospicui non si vedeva da queste parti da più di 15 anni), considerato dai tifosi una vera e propria ingiustizia, visto che allo stadio non erano ancora arrivati –:
   in che modo il Ministro intenda intervenire per fornire un chiarimento sulla vicenda anche al fine di placare le polemiche inutili che questo provvedimento continua a alimentare tra tifoserie, da una parte, e forze di polizia dall'altra.
(4-18213)


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il signor Orazio Papili, il 28 gennaio 2012, si è recato presso la caserma della Guardia di finanza di Teramo per partecipare all'inaugurazione dell'anno giudiziario, evento per il quale il signor Papili, quale rappresentante del Partito Radicale, aveva chiesto ed ottenuto dal presidente della corte d'appello la preventiva autorizzazione a prendere la parola nel corso della cerimonia;
   mentre tutti avevano accesso alla manifestazione, il signor Orazio Papili veniva fatto attendere a lungo dinanzi all'ingresso della caserma per essere stato prima perquisito dalla polizia e poi «accompagnato» dalla guardia di finanza fino all'immobile sede dell'evento ed affidato alla digos lì presente fino a che gli è stato «permesso» di prendere posto in platea;
   in questo modo ad un esponente del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito è stato riservato un trattamento esclusivo ed umiliante;
   con lettera del presidente vicario della corte d'appello dell'Aquila, dottor Augusto Pace, inviata il 5 ottobre 2012 in risposta alla richiesta di chiarimenti in merito alla vicenda che riguardato Oreste Papili da parte dell'avvocato Vincenzo di Nanna ancora nel 30 gennaio 2012, si apprende che secondo il questore l'episodio fu determinato da un lato, dal fatto che chi di dovere non aveva inserito il nominativo tra gli invitati ad intervenire alla cerimonia e dall'altro perché Papili aveva preso precedentemente parte ad una manifestazione – che il dottor Augusto Pace definisce di «protesta» – dinnanzi alla scuola della Guardia di finanza insieme ad altri compagni di partito il che avrebbe fatto sorgere negli «addetti alla sicurezza il timore, poi rivelatosi infondato, che attraverso il suo ingresso venissero introdotti nella scuola materiali che potessero in qualche modo turbare la solennità e la serenità del momento» pur senza «alcuna intenzione di discriminare il signor Papili (e ciò tanto meno a causa della sua militanza nel Partito Radicale)»;
   in realtà, definire la manifestazione cui partecipò Papili di «protesta» è, nella migliore delle ipotesi, errato e fuorviante. Orazio Papili, invero, in compagnia di altri compagni, aveva partecipato ad una manifestazione in favore dell'amnistia, tenutasi dinanzi alla scuola allievi sottufficiali della guardia di finanza (Scoppito – L'Aquila), luogo ove è stata celebrata, in quello stesso giorno, la cerimonia di celebrazione dell'anno giudiziario. Nel corso della pacifica manifestazione, i radicali si sono limitati a distribuire volantini e ad esibire bandiere e «striscioni» dando preventiva comunicazione dell'iniziativa alla questura, tanto che il personale della DIGOS era lì presente proprio in virtù della comunicazione data dagli stessi radicali;
   a giudizio degli interroganti rimane, al di là della spiegazione data dalle autorità, un comportamento degli operatori di polizia sproporzionato nei confronti di Orazio Papili e lesivo della sua dignità di militante radicale vale a dire di una forza politica mobilitata da tempo sui problemi della giustizia e che ha fatto della nonviolenza il proprio strumento di iniziativa politica –:
   se quanto riferito in premessa corrisponda al vero;
   se e quali iniziative si intendano promuovere nei confronti degli operatori di polizia responsabili dell'accaduto affinché simili comportamenti, basati su ingiustificati pregiudizi e sospetti, non abbiano a ripetersi. (4-18243)


   BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   qualche giorno fa sono state depositate le motivazioni della sentenza emessa il 18 luglio 2012 dal tribunale di Milano (sezione prima collegiale, presidente Ilio Mannucci) in merito alla rivolta avvenuta a gennaio 2012 all'interno del centro identificazione ed espulsione di via Corelli (Milano);
   il fatto, originariamente qualificato come «devastazione e saccheggio» (pena minima otto anni) è stato derubricato dal tribunale collegiale di Milano in danneggiamento aggravato. Gli imputati sono stati liberati il giorno stesso della sentenza (18 luglio scorso), dopo 6 mesi di custodia cautelare;
   nel processo sono emersi numerosi dettagli sulle modalità di esecuzione della cosiddetta «detenzione amministrativa» che avviene all'interno dei centri di identificazione ed espulsione, che meritano di essere approfonditi;
   in particolare, nelle motivazioni del citato provvedimento giudiziario è dato leggere quanto segue: «(...) L'analisi svolta ha consentito di illustrare il contesto in cui si sono realizzati i fatti, contesto oggettivamente caratterizzato da consistenti limitazioni della libertà personale e come tale vissuto dagli imputati. Il collegio ha volto attenzione particolare alla regola che da ottobre 2010 ha imposto il divieto dell'uso di telefoni cellulari, regola che ha determinato una consistente contrazione della libertà di comunicazione senza che appaiano evidenti le ragioni della sua utilità e ragionevolezza, tenuto anche conto del fatto che la stessa non è applicata in tutti i centri di identificazione ed espulsione. Si ricordi, infatti, che tale imposizione ha reso in concreto oltremodo difficile la possibilità di comunicare per gli ospiti del centro e che il rispetto della norma è garantito attraverso forme di controllo nell'ambito di procedure realizzate senza la presenza di un interprete e, quindi, talvolta difficilmente comprensibili dai trattenuti (...)»;
   in merito alle modalità di controllo e al sequestro dei telefoni, il vice-questore aggiunto della polizia di Stato, Daniele Barbieri, sentito nel corso del processo, ha riferito quanto segue: «L'attività di controllo, non qualificabile come una perquisizione in senso tecnico-giuridico, si sostanzia in un'attività volta alla ricerca di strumenti o cose che non è possibile detenere all'interno dell'ala. L'attività viene svolta accompagnando le persone all'esterno delle stanze, nel corridoio, e controllando il materasso ovvero l'armadio. Le persone aspettano fuori e possono verificare il controllo svolto. In tale contesto si verifica anche, semplicemente toccando le persone, che le stesse non occultino cellulari ovvero oggetti atti ad offendere»;
   come precisato nella motivazione dal tribunale collegiale di Milano, nel corso delle predette operazioni di controllo le forze di polizia non si avvalgono dell'ausilio di interpreti –:
   per quale motivo a partire da ottobre 2010 nel Cie di via Corelli sia stato imposto il divieto dell'uso di telefoni cellulari alle persone ivi trattenute;
   in quali altri centri di identificazione ed espulsione viga attualmente un divieto simile;
   in che modo alle persone trattenute in questi centri sia garantita la possibilità di comunicare con l'esterno;
   se non si intenda revocare il predetto divieto dell'uso di telefoni cellulari – laddove attualmente in vigore;
   se non si intenda disporre che le operazioni di controllo effettuate dalle forze di polizia all'interno dei centri e volte alla ricerca di telefoni cellulari (o di altri oggetti il cui possesso è vietato) avvengano con la presenza di un interprete in modo da essere più facilmente comprensibili dai trattenuti. (4-18247)

ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA

Interrogazione a risposta orale:


   MARCAZZAN. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   con una nota, protocollo 11100 del 30 agosto 2012, l'Ufficio scolastico regionale per la Lombardia Milano, ha sospeso le nomine per Milano e provincia del personale amministrativo (ATA) per l'anno scolastico 2012/2013;
   tale disposizione appare in contrapposizione con la nota del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, protocollo 6370/bis, del 30 agosto 2012, indirizzata solo ai direttori degli uffici regionali che stabilisce quanto segue: «per quanto riguarda i profili di assistente amministrativo e di assistente tecnico, in connessione con gli adempimenti previsti dal decreto-legge 95/12, convertito nella legge n. 135 del 7/8/2012, le SS:LL avranno cura di autorizzare le istituzioni scolastiche, che ne abbiano effettivo bisogno, a nominare supplenti “fino alla nomina dell'avente diritto”» (articolo 40, comma 9, legge n. 449 del 2007);
   l'articolo 14, comma 13, della legge del 7 agosto 2012, n. 135, la spending review, prevede il passaggio nei ruoli ATA del personale docente inidoneo per motivi di salute;
   tuttavia, non essendo stati ancora emanati i decreti attuativi del citato articolo 14, con i quali verranno stabilite le modalità di passaggio del predetto personale docente inidoneo, si ritiene che possano essere nominati nei ruoli ATA disponibili «fino all'avente diritto» anche collaboratori scolastici di ruolo secondo quanto stabilisce l'articolo 59 del CCNL del 29 novembre 2007 –:
   in quali tempi si preveda di adottare il decreto, di concerto con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione e con il Ministro dell'economia e delle finanze, che regola il passaggio dei docenti inidonei e degli insegnanti tecnico pratici nei ruoli del personale ATA, così come previsto dal decreto-legge n. 95 del 2012. (3-02547)

Interrogazioni a risposta scritta:


   ZAZZERA. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   tra i requisiti previsti per partecipare al bando di concorso scuola 2012 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 24 settembre 2012, vi è il possesso del titolo abilitante all'insegnamento nella scuola dell'infanzia o primaria o secondaria di I e II grado, conseguito entro la data di scadenza del termine per la presentazione della domanda;
   inoltre il bando dispone che «Sono altresì ammessi a partecipare [...] a) per i posti della scuola primaria, i candidati in possesso del titolo di studio comunque conseguito entro l'anno scolastico 2001-2002, ovvero al termine dei corsi quadriennali e quinquennali sperimentali dell'istituto magistrale, iniziati entro l'anno scolastico 1997-1998; b) per i posti della scuola dell'infanzia, i candidati in possesso del titolo di studio comunque conseguito entro l'anno scolastico 2001-2002, al termine dei corsi triennali e quinquennali sperimentali della scuola magistrale, ovvero dei corsi quadriennale o quinquennale sperimentale dell'istituto magistrale, iniziati entro l'anno scolastico 1997-1998. Sono inoltre ammessi a partecipare, per i posti di scuola secondaria di I e II grado [...]: a) i candidati che alla data del 22 giugno 1999 [...] erano già in possesso di un titolo di laurea ovvero di un titolo di diploma conseguito presso le accademie di belle arti e gli istituti superiori per le industrie artistiche, i conservatori e gli istituti musicali pareggiati, gli ISEF, che alla stessa data consentivano l'ammissione ai concorsi per titoli ed esami per il reclutamento del personale docente»;
   all'interrogante risulta che in occasione delle iscrizioni al suddetto concorso, sia stato denunciato da parte di numerosi docenti con diploma magistrale il mancato inserimento on line della domanda di partecipazione, perché considerati non aventi titolo;
   già il decreto legislativo 297 del 1994 disponeva all'articolo 197, comma 1, che «A conclusione degli studi svolti [...] nell'istituto magistrale si sostiene un esame di maturità, che è esame di Stato e si svolge in unica sessione annuale. Il titolo conseguito nell'esame di maturità a conclusione dei corsi di studio [...] dell'istituto magistrale abilita [...] all'insegnamento nella scuola elementare»;
   successivamente il decreto del Presidente della Repubblica 23 luglio 1998, n. 323 (Regolamento recante disciplina degli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore, a norma dell'articolo 1 della legge 10 dicembre 1997, n. 425.) ha disposto che «I titoli conseguiti nell'esame di Stato a conclusione dei corsi di studio dell'istituto magistrale iniziati entro l'anno scolastico 1997/1998 conservano in via permanente l'attuale valore legale e abilitante all'insegnamento nella scuola elementare. Essi consentono di partecipare ai concorsi per titoli ed esami a posti di insegnante nella scuola materna e nella scuola elementare» (articolo 15, comma 7);
   conseguentemente, l'esame di Stato conclusivo dei corsi di maturità magistrale conferiscono al titolo il valore di abilitazione permanente all'insegnamento nella scuola primaria, ed inoltre, i possessori del titolo hanno per legge il diritto a partecipare ai concorsi a cattedra per titoli ed esami nella scuola statale;
   anche la Corte costituzionale ha chiarito che il diploma è in sé abilitante, mentre il CCNL mobilità della scuola statale consente ai possessori di abilitazione nella scuola secondaria in ruolo nella scuola statale anche possessori di diploma di maturità magistrale, di richiedere il passaggio all'insegnamento nella scuola primaria, cosa possibile solo con titolo abilitante;
   inoltre il diploma magistrale conseguito entro l'anno scolastico 2001/2002 è stato considerato titolo abilitante per l'insegnamento nella scuole paritarie, ma non per quelle statali (articolo 1, comma 4, della legge n. 62 del 2000);
   di fatto sul valore del diploma di maturità magistrale da tempo esiste incertezza, da ultimo l'articolo 15, comma 16, del decreto ministeriale 249 del 2010 ha introdotto una sorta di «ri-abilitazione» per i possessori del titolo, che però è già abilitante;
   peraltro ai diplomati magistrali non è stato consentito neppure l'accesso nelle graduatorie permanenti –:
   se il Ministro intenda chiarire il valore del diploma di maturità magistrale nel senso di cui in premessa, e conseguentemente, per quali motivi ai docenti con diploma magistrale sia stato impedito l'inserimento on line della domanda di partecipazione al concorso scuola 2012.
(4-18191)


   BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   il professor Paolo Arbarello è il direttore del dipartimento di Scienze anatomiche, istologiche, medico-legali e dell'appurato locomotore della Sapienza università di Roma è altresì direttore della scuola di specializzazione in medicina legale nella facoltà di farmacia e medicina della Sapienza università di Roma;
   il professore è titolare di numerosi insegnamenti presso i corsi universitari e le scuole di specializzazione della medesima università ed è pertanto un accademico con posizioni di rilievo in ambito universitario;
   in virtù della sua esperienza e del suo ruolo accademico, egli in numerose occasioni è stato nominato consulente delle procure e perito dei tribunali anche in casi che hanno assunto rilevante interesse nazionale (esempio «delitto dell'Olgiata», morte di Fabrizio Quattrocchi, morte di Stefano Cucchi);
   il professor Arbarello in data 8 maggio 2012, in sede di consiglio di amministrazione della società Milano Assicurazioni spa, su proposta del presidente dello stesso consiglio di amministrazione, Gioacchino Paolo Ligresti, è stato nominato consigliere di amministrazione della società Milano Assicurazioni spa; nella scelta del professor Arbarello e degli altri sei consiglieri di amministrazione contestualmente nominati si è avuto riguardo a soggetti con «professionalità ed esperienza tali da offrire un contributo efficace e qualitativo nell'assumere le decisioni che saranno portate all'esame e all'approvazione del Consiglio di Amministrazione, specie in una fase delicata come quella attuale che vede la compagnia impegnata anche nella valutazione della fattibilità e della convenienza, dell'operazione di integrazione con il gruppo Unipol», così come motivato nel verbale del consiglio di amministrazione dell'8 maggio 2012;
   nel corso dell'assemblea della Milano assicurazioni del 10 luglio 2012, su proposta dell'azionista di maggioranza Fondiaria-Sai spa, il professor Arbarello è stato confermato nella sua nomina di amministratore della società, unitamente ad altri undici consiglieri, con atto registrato il 18 luglio 2012;
   pertanto il professor Arbarello, nella sua qualità di componente dell'organo esecutivo, è portatore di un interesse qualificato rispetto sia alla Milano Assicurazioni che al suo socio di maggioranza Fondiaria-Sai, con potere di valutazione anche in ordine all'integrazione con il gruppo Unipol; risulta che a seguito dell'acquisizione da parte di Unipol della Milano Assicurazioni, i predetti componenti del consiglio di amministrazione, compreso il professor Arbarello, siano a tutt'oggi in carica, seppure in regime di prorogatio;
   attualmente, il professor Arbarello è portatore di interesse qualificato anche nei confronti di Unipol Assicurazioni;
   successivamente alla propria nomina quale amministratore il professor Arbarello ha partecipato al concorso come aspirante commissario ai fini dell'abilitazione scientifica nazionale per il reclutamento del personale docente universitario, di cui alla legge n. 240 del 2010 per il settore «medicina legale e del lavoro»;
   nella presentazione in data 1° agosto 2012 del proprio curriculum, quale pubblicato sul sito del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, il professor Arbarello non ha dato atto della propria carica di amministratore della società Milano Assicurazioni spa ma solo, alla voce «altri titoli», della carica di presidente della società Italiana di medicina legale e delle assicurazioni;
   risulta altresì che il professor Arbarello, successivamente alla nomina quale consigliere di amministrazione della società assicuratrice, abbia continuato a svolgere attività di consulenza medico legale al servizio dell'amministrazione della giustizia;
   in particolare il 9 maggio 2012, il giorno dopo la sua nomina ad amministratore, il professore è stato nominato dalla procura della Repubblica di Roma come consulente di quest'ultima nell'ambito delle operazioni peritali per la morte di Stefano Cucchi, nomina a cui il professor Arbarello ha dato seguito partecipando alle operazioni peritali;
   la carica di consigliere di amministratore di una società di assicurazioni quale la Milano Assicurazione spa appartenente ad un gruppo di primaria rilevanza nazionale, comporta il fedele perseguimento degli interessi della società stessa, impegno e responsabilità per i quali, fisiologicamente, ogni amministratore è congruamente retribuito;
   il perseguimento degli scopi sociali di un gruppo assicurativo comprende, evidentemente, tanto l'accrescimento economico della propria compagine societaria quanto il controllo della concorrenza delle altre società del medesimo settore;
   l'attività di assicurazione involge inevitabilmente gli stessi ambiti in cui si trova ad operare la consulenza scientifica al servizio dell'amministrazione della giustizia (magistratura civile e penale, inquirente e giudicante), ogni qualvolta ci si trovi a dover giudicare, con l'ausilio di conoscenze scientifiche (in tal caso medico legali), se esiste un danno, di quale entità e a carico di chi;
   la figura del professor Arbarello è caratterizzata, peraltro, dalla posizione apicale rispetto ad un intero dipartimento di medicina legale e ad una scuola di specializzazione di uno dei maggiori atenei italiani, con poteri dispositivi e di controllo di un gran numero di ricercatori e scienziati;
   in capo al professor Arbarello paiono esistere già concreti risvolti di sovrapposizione di ambiti e competenze, in quanto per il caso giudiziario di Stefano Cucchi, risulta che una delle amministrazioni coinvolte (ospedale Pertini di Roma) sia assicurata dal Gruppo Unipol di cui Arbarello è attualmente portatore di interesse, con potenziale influenza di quest'ultimo, quindi, su ogni eventuale procedimento di liquidazione del danno –:
   se il professor Arbarello abbia adeguatamente e puntualmente informato la propria amministrazione di riferimento dell'incarico accettato presso la Milano Assicurazioni spa;
   se il professor Arbarello abbia adeguatamente e puntualmente informato i magistrati che gli hanno conferito incarichi di consulenza scientifica, dell'incarico accettato presso la Milano assicurazioni spa;
   se il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca abbia previsto un sistema di controllo e verifica degli interessi facenti capo ai propri scienziati che risultino in posizione di conflitto di interesse rispetto al perseguimento della verità scientifica, tutelando la fedele espressione di quest'ultima in tutti gli ambiti di in cui essa viene richiesta dalle amministrazioni pubbliche ivi compresa l'amministrazione della giustizia. (4-18199)


   ANNA TERESA FORMISANO. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   con DDG del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca del 13 luglio 2011, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 15 luglio 2011 è stato indetto concorso pubblico per esami per complessivi 2.386 posti di dirigente scolastico, per i diversi ordini di scuole: il numero dei posti per la regione Lazio ammontava a 225 unità;
   il concorso, dopo una prima prova selettiva identica a livello nazionale tenutasi il 12 ottobre 2011 in ogni capoluogo di regione, prevedeva due prove scritte, tenutesi il 14 e 15 dicembre 2011 nel capoluogo di ciascuna regione, mentre la successiva fase orale è in corso di espletazione;
   la fase delle prove scritte e dei successivi colloqui è organizzata e gestita da ciascun ufficio scolastico regionale;
   l'ufficio scolastico del Lazio in data 23 settembre 2011 provvedeva a nominare la commissione esaminatrice che rimaneva in carica fino al 16 dicembre 2011 e che provvedeva a tutti gli adempimenti preliminari, alla predisposizione dei criteri di valutazione ed alla elaborazione delle tracce delle prove scritte effettuate il 14 e 15 dicembre 2011;
   si fa presente che il dirigente generale dell'Ufficio scolastico regionale Lazio aveva a disposizione un elenco con circa settanta aspiranti alla nomina di commissari, con competenze specifiche nelle tematiche oggetto del concorso mentre le persone scelte a quanto consta all'interrogante non avevano competenze specifiche nelle materie oggetto del concorso;
   secondo l'interrogante questa appare una violazione di legge che all'articolo 35 comma 3, lettera e), del decreto legislativo n. 165 del 2001 e all'articolo 9 del decreto del Presidente della Repubblica 9 maggio 1994, n. 487, impone che «i due commissari devono essere esperti di comprovata esperienza nelle materie oggetto del concorso»;
   in data 16 dicembre 2011 si registra un nuovo cambiamento nella composizione della commissione e si provvede anche a nominare una sottocommissione considerato che il numero dei partecipanti alle prove scritte è superiore alle cinquecento unità;
   infine la Commissione era composta da: ingegner Giorgio Guattari – presidente –; dottoressa Ester Rizzi; dottoressa Laura Toma. La sottocommissione formata in seguito era composta da: dottoressa Elisabetta Spaziani e dottor Mauro Arena;
   oltre a quanto segnalato in relazione alla commissione operante fino al 16 dicembre, si segnalano altre irregolarità in quanto uno dei commissari della sottocommissione (dottoressa Elisabetta Spaziani) risulta essere componente del consiglio generale della CISL, come rappresentante della CISL-scuola mentre l'articolo 35 del decreto legislativo n. 165 del 2001 vieta che i rappresentanti sindacali facciano parte di commissioni esaminatrici;
   un altro membro della sottocommissione (dottor Mauro Arena) risulta essere ispettore tecnico, dirigente, di seconda fascia, reggente dell'ufficio VI dell'Ufficio scolastico regionale Lazio: detto ufficio ha, tra le sue competenze specifiche, «l'accreditamento e gli enti di formazione» ed è componente del team dei docenti e del comitato scientifico dell'I.S.ME.DA. s.r.l, ente di formazione che cura, tra l'altro, la preparazione dei candidati al concorso de quo;
   ciò risulta da quanto pubblicato nel sito ufficiale della società in questione e in tutte le «offerte» che l'ente indirizza ai candidati ed alle stesse istituzioni scolastiche; risulta altresì, da quanto lo stesso rappresentante legale dell'I.S.ME.DA. propone a chi aderisca all'offerta;
   si tratta quindi secondo l'interrogante di una evidente situazione di conflitto di interessi e di incompatibilità e ricorrerebbero le condizioni che avrebbero dovuto indurre il membro della sottocommissione a dichiarare la sua incompatibilità;
   un altro membro della commissione (dottoressa Ester Rizzi) risulta nell'elenco ufficiale dei consulenti dell'A.N.P., associazione sindacale nazionale dei presidi che ha evidente interesse al concorso: l'A.N.P. ha organizzato corsi di formazione (una delle prove del concorso ricalca il testo di un'esercitazione data ai corsisti ANP), assicura tutela legale a chi ha superato le prove nei ricorsi promossi dagli esclusi; e molti candidati ammessi all'orale risultano iscritti ANP;
   il commissario di informatica nella commissione de quo (professor Stefano Schacherl) risulta tra i docenti dei corsi di preparazione al concorso organizzato dell'ISMEDA;
   due commissari risulterebbero anche come tutori nel corso-concorso di reclutamento dei dirigenti scolastici del 2006/2007;
   inoltre due commissari sarebbero stati nominati dall'Ufficio scolastico regionale Lazio anche per la commissione che ha determinato il «dimensionamento» delle istituzioni scolastiche del Lazio;
   appare ictu oculi una sorta di casta e di cabina di regia, costituita sempre dalle stesse persone, intorno a tutto ciò che «ruota» intorno ai dirigenti scolastici nel Lazio;
   è inoltre oltremodo grave l'atteggiamento che l'Ufficio scolastico regionale Lazio tiene nei confronti dei richiedenti l'accesso agli atti ex legge n. 241 del 1990: di fronte ad istanze presentate in data 10 maggio 2011, l'Ufficio scolastico regionale Lazio ha consentito l'accesso in data 25 giugno (il termine per presentare ricorso è il 6 luglio, ma gli orali si concludono il 4 luglio);
   altri Uffici scolastici regionali (Lombardia, Molise, Calabria, Marche e Basilicata) hanno concesso e stanno autorizzando la visione di tutti gli atti inerenti la procedura concorsuale;
   l'Ufficio scolastico della regione Lazio secondo l'interrogante avrebbe operato contravvenendo alle più semplici regole di legittimità e trasparenza e limitando di fatto il diritto e la possibilità dei ricorrenti di organizzare la propria difesa –:
   se sia a conoscenza di tale vicenda e quali iniziative concrete intenda adottare al riguardo. (4-18204)


   REGUZZONI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro della salute, al Ministro per gli affari europei. — Per sapere – premesso che:
   l'acondroplasia è una malattia genetica rara senza cura, che colpisce un bambino ogni 30.000, e trattasi di una forma di CONDRO DISPLASIA cioè una malformazione della crescita e sviluppo dei segmenti ossei di un individuo;
   molti protocolli di ricerca nel passato sono stati attivati nel nostro Paese senza giungere a risultati apprezzabili;
   risulta allo scrivente che in California è stato aperto un progetto che porta il nome di «BIOMARIN 111», attualmente in fase di sperimentazione scientifica finalizzata allo sviluppo di un peptide in grado di influenzare lo sviluppo osseo di un individuo malato; purtroppo i primi risultati catalogati saranno noti solo nel 2016, per passare poi ad una sperimentazione sui soggetti malati in fase adolescenziale –:
   quali informazioni abbia il Governo al riguardo e se i ricercatori italiani siano in qualche modo coinvolti nei trial in corso;
   se e quali azioni il Governo abbia attuato o intenda attuare ai fini di:
    a) sviluppare la ricerca in questo settore;
    b) sostenere i malati e le loro famiglie anche attraverso centri di ascolto e assistenza ovvero alle associazioni di malati;
   quali ricerche scientifiche o trial clinici riguardanti la patologia in argomento siano in corso nel nostro Paese, quali siano le relative tempistiche, i risultati raggiunti e l'impegno del settore pubblico al riguardo;
   quali ricerche scientifiche o trial clinici riguardanti la patologia in argomento siano in corso nei Paesi dell'Unione europea, quali siano le relative tempistiche, i risultati raggiunti, l'impegno al riguardo;
   se esista un coordinamento per la ricerca e/o la cura di detta patologia a livello europeo ed in cosa si concretizzi.
(4-18226)


   REGUZZONI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro della salute, al Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport. — Per sapere – premesso che:
   le malattie metaboliche ereditarie sono causate dall'assenza o dalla carenza di uno degli enzimi intracellulari deputati alla produzione di energia nell'organismo. Un enzima per essere presente all'interno della cellula in «quantità» e «qualità» sufficiente a svolgere la sua funzione, deve essere «previsto» dal nostro patrimonio genetico grazie alla presenza del DNA del gene corrispondente. Un'alterazione del gene causa l'assenza dell'enzima, con conseguente riduzione della produzione di energia. Per alcune malattie metaboliche il danno è dovuto principalmente alla carenza di un prodotto importante che non viene più sintetizzato. Per altre, invece, all'accumulo di metabolici che risultano tossici, oppure per entrambi i meccanismi;
   le malattie metaboliche hanno un carattere ereditario e colpiscono con una probabilità del 25 per cento ad ogni gravidanza quando, entrambi i genitori ne sono portatori sani. Possono altrimenti insorgere in età adulta;
    le malattie metaboliche ereditarie si manifestano in: forme neonatali a rapida evoluzione con ipotonia, convulsioni, coma e morte o sviluppo di gravi handicap neurologici irreversibili, e forme a lenta progressione dove la sintomatologia insorge in età successive con comparsa di ritardo dello sviluppo neuro motorio con ritardo nella deambulazione autonoma e nello sviluppo del linguaggio, crisi convulsive, comi improvvisi, rifiuto dell'alimentazione, vomito, segni di insufficienza epatica, ipotonia muscolare, alterazioni scheletriche, segni di insufficienza del midollo osseo e altro;
   si conoscono ad oggi più di 500 tipi di malattie metaboliche ereditarie, parte importante di quelle malattie definite «rare» per la loro frequenza. In Italia nasce un bambino affetto da una malattia metabolica ereditaria ogni 500 nati –:
   se e quali azioni il Governo abbia attuato o intenda attuare ai fini di:
    a) promuovere una migliore conoscenza della patologia in argomento che permetta di sviluppare terapie efficaci e prassi condivise sia in Italia sia a livello internazionale;
    b) sostenere le famiglie anche attraverso centri di ascolto e assistenza;
    c) sviluppare la ricerca in questo settore;
   quali ricerche scientifiche o trial clinici riguardanti la patologia in argomento siano in corso nel nostro Paese, quali siano le relative tempistiche, i risultati raggiunti e l'impegno del settore pubblico al riguardo;
   se esista un coordinamento che ha portato o porterà all'individuazione di uno o più centri di eccellenza per la cura della patologia in argomento;
   se esista un coordinamento tra i vari soggetti istituzionali (Ministeri, regioni, IRCCS, centri di ricerca, università e altri) nel campo della ricerca scientifica e clinica per la cura della patologia in argomento. (4-18233)


   REGUZZONI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   mastocitosi è una malattia rara caratterizzata dalla crescita anomala e dall'accumulo di mastociti in diverse sedi dell'organismo, tra cui la cute (mastocitosi cutanea) e alcuni organi interni, quali il midollo osseo, i linfonodi, il fegato e la milza (mastocitosi sistemica). La maggior parte dei casi di mastocitosi è causata da una mutazione del DNA, ma solo in casi molto rari viene trasmessa per via ereditaria. Per la complessità della patogenesi e delle manifestazioni cliniche, la mastocitosi è una malattia che richiede l'intervento coordinato di specialisti afferenti a diverse branche della medicina (allergologi, dermatologi, ematologi, pediatri). La mastocitosi è una malattia rara la cui diagnosi è basata sull'esame istologico degli organi interessati (per esempio, la cute) al quale conseguono esami di laboratorio –:
   se e quali azioni il Governo abbia attuato o intenda attuare ai fini di:
    a) promuovere una migliore conoscenza della patologia in argomento che permetta di sviluppare terapie efficaci e prassi condivise sia in Italia sia a livello internazionale;
    b) sviluppare la ricerca in questo settore;
   quali ricerche scientifiche o trial clinici riguardanti la patologia in argomento siano in corso nel nostro Paese, quali siano le relative tempistiche, i risultati raggiunti e l'impegno del settore pubblico al riguardo. (4-18236)


   CONCIA. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   sui muri del liceo ginnasio statale di Roma «Francesco Vivona» dove alcuni studenti, protagonisti in passato d'iniziative contro le discriminazioni sessuali, sono stati vittime di episodi d'intolleranza, nei giorni scorsi sono apparse delle scritte omofobe;
   tali avvenimenti, insieme ad alcune gravi offese e minacce apparse sui social network, hanno determinato la preside dell'istituto a ritirare il Vivona dal «progetto Niso», di cui faceva parte, insieme ad altre scuole di Roma e provincia;
   si tratta di un progetto, organizzato lo scorso anno dal Gay Center in collaborazione con la provincia di Roma ed altri partner europei, dedicato agli studenti, un progetto di educazione alla lotta contro l'omofobia, che ha visto la partecipazione di tre scuole romane e di scuole di altri Paesi europei, Olanda, Belgio, Estonia oltre all'Italia. Gli studenti hanno avuto modo di esprimersi attraverso le realizzazione di video su un tema di grande attualità e di impatto soprattutto nei confronti dei giovani. Il progetto si è poi concluso con un incontro al Parlamento europeo dove gli stessi studenti hanno redatto un documento «white paper» in cui chiedono alla Unione europea di impegnarsi in azioni contro le discriminazioni con un'attenzione particolare ai media e all'importanza che questi hanno nel contrastare le varie forme di bullismo giovanile con una comunicazione mirata già a partire dall'infanzia;
   la scelta della scuola di ritirarsi dal progetto di fronte a tali minacce ed insulti ha indotto il Gay center a scrivere una lettera aperta al Ministro interrogato e per conoscenza alla preside del liceo Vivona di Roma che dice «Per quanto ci riguarda è una decisione sbagliata che rischia di far vincere chi vuole alimentare l'omofobia nella scuola. Contro questa decisione oltre che chiedere l'intervento del Ministro Profumo, a scuola gli studenti vogliono promuovere una raccolta firme per proseguire con il progetto. Siamo convinti che proprio li dove ci sono manifestazioni di intolleranza e di omofobia sia più utile agire e aprire la scuola a contributi sociali, che tra l'altro non hanno alcun onere economico per la stessa scuola. La lotta all'omofobia a partire dai banchi di scuola è importante per abbattere proprio il muro del silenzio e dell'intolleranza. Far prevalere l'ordine negando il confronto non ci appare la soluzione più utile. Sarebbe come far vincere quella scritta sul muro «via i froci dalla scuola», non tutelando per primi quei ragazzi e ragazze omosessuali che a scuola ci sono e quegli studenti che con tanta passione hanno partecipato al progetto»;
   gli studenti del Vivona vogliono promuovere una raccolta firme per proseguire con il progetto Niso –:
   se il Ministro sia a conoscenza dei fatti e suesposti e se non ritenga di assumere ogni iniziativa di competenza per evitare l'interruzione di un percorso così virtuoso proprio nel momento in cui appaiono delle scritte incivili e chiaramente intimidatorie, decisione che avrebbe il sapore di una resa delle istituzioni scolastiche di fronte alla violenza e alla intimidazione di stampo omofobico, poiché per combattere l'omofobia e la transfobia sono invece fondamentali informazione e cultura, soprattutto tra i giovani;
   quali iniziative il Ministro intenda adottare per fare fronte in maniera finalmente efficace a quella che va considerata una vera e propria emergenza «bullismo omofobico», perché c’è bisogno di ripartire dagli studenti per iniziare a costruire un Paese che rifiuti per davvero la violenza e la cultura dell'odio. (4-18245)

LAVORO E POLITICHE SOCIALI

Interrogazione a risposta scritta:


   PORCU. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   i mezzi di informazione e le agenzie di stampa hanno riferito del caso di Eleonora Callegaro, di 28 anni disabile in carrozzina che è stata assunta a luglio 2012 come messo del giudice di pace a Cavarzere (Venezia);
   il palazzo nel quale si trovano gli uffici è privo di ascensore;
   la Callegaro lavora su una scrivania ai piedi della scala, senza riscaldamento, senza un telefono, senza connessione internet, senza i servizi igienici –:
   quali urgenti provvedimenti si intendano adottare affinché venga consentita alla dottoressa Callegaro la possibilità non solo di svolgere il proprio lavoro in maniera dignitosa, ma anche e soprattutto, di vedere garantiti i propri diritti di persona, prima ancora, che come lavoratrice.
(4-18235)

POLITICHE AGRICOLE, ALIMENTARI E FORESTALI

Interrogazione a risposta orale:


   BURTONE. — Al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   l'Enel in Basilicata ha deciso di interrompere l'erogazione di energia elettrica per il funzionamento degli impianti irrigui a sollevamento del Consorzio di bonifica Bradano-Metaponto;
   da tempo la situazione degli enti consortili è drammatica, con commissariamenti, dipendenti che registrano mancati pagamenti delle spettanze, imprese che vantano crediti, il tutto in un quadro di estrema incertezza giuridica in attesa di una vera riforma della governance sia regionale che nazionale;
   ma il fatto che l'Enel giunga a sospendere l'erogazione della energia elettrica ha ricadute drammatiche per tutto il settore agricolo del metapontino che costituisce la voce primaria e di eccellenza della intera economia territoriale;
   le organizzazioni agricole denunciano, infatti, il rischio per le colture pregiate delle fragole che proprio in queste settimane sono messe a dimora e in assenza di precipitazioni devono essere irrigate con cura;
   non si ignorano le stranezze meteorologiche del periodo con temperature da fine maggio-inizio giugno che possono compromettere la coltura sin da adesso con danni irreparabili per le aziende agricole;
   l'erogazione dell'acqua è un servizio essenziale che in questo contesto assume ancora maggiore rilevanza –:
   se e quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere nei confronti dell'Enel, società la cui golden share è dello Stato, affinché si possa giungere ad una soluzione rispetto alla vertenza in atto per il ripristino immediato della erogazione della energia elettrica in maniera tale da consentire alle aziende agricole di non vedere compromessi i propri investimenti. (3-02549)

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   CALLEGARI. — Al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   il regolamento del Consiglio n. 3/2008 ed il regolamento della Commissione n. 501/2008 prevedono che l'Unione europea possa cofinanziare, a valere sul Fondo europeo agricolo di garanzia (FEAGA), gestito dalla direzione generale agricoltura e sviluppo rurale (DG AGRI), azioni di promozione dei prodotti agricoli e agroalimentari, nonché progetti di informazione sul loro metodo di produzione, da realizzarsi in Paesi terzi;
   analoga possibilità di promozione e pubblicità dei prodotti agroalimentari nei mercati dei Paesi terzi è disposta, pur tuttavia con diverse modalità, nell'ambito dei programmi finanziati dal Fondo Europeo di Sviluppo regionale (FESR) gestito dalla direzione generale per la politica regionale (DG REGIO), uno dei fondi strutturali rivolti al potenziamento della coesione economica e sociale del territorio unionale attraverso la riduzione delle disparità regionali;
   alla luce dell'attuale contesto degli scambi internazionali e della evoluzione dei mercati, e considerata l'eccellenza di molti dei prodotti agricoli e agroalimentari dei nostri territori, la realizzazione nei Paesi terzi di adeguate campagne di promozione e valorizzazione di tali produzioni appare quanto mai rilevante al fine di sostenere il potenziale di sviluppo delle migliaia di aziende del settore;
   mentre tuttavia i progetti realizzati a valere sul FEAGA, gestito dalla DG AGRI, sono soggetti a precise norme che vietano di promuovere i singoli marchi e l'origine specifica dei prodotti, ammettendo solo l'indicazione dell'origine europea, le azioni attuate nell'ambito dei programmi finanziati dal FESR, di competenza della DG REGIO, non sottostanno al vincolo dell'origine europea ed è pertanto consentita la promozione dell'immagine del «sistema Paese» piuttosto che del «sistema Ue»;
   benché non possa rilevarsi la violazione di alcuna normativa comunitaria, trovando l'anomalia origine all'interno di due direzioni generali che gestiscono due fondi separati con diverse modalità operative, tale difformità genera una dannosa distorsione di concorrenza tra i programmi di promozione nei mercati internazionali, potendosi verificare il caso in cui in uno stesso mercato estero un prodotto italiano è promosso come «europeo» perché la campagna pubblicitaria è finanziata dalla DG AGRI e lo stesso tipo di prodotto, di origine spagnola, è promosso invece come «spagnolo» perché finanziato nel contesto di un programma di comunicazione finanziato a valere sul FESR;
   è evidente la mancanza di coordinamento tra le due direzioni generali che cofinanziano la presenza contemporanea in uno stesso Paese obiettivo, per lo stesso prodotto, di operatori di due Paesi concorrenti, vincolati però al rispetto di regole opposte in tema di comunicazione;
   tali progetti di promozione sono co-finanziati dall'Unione europea e pertanto una parte del costo, per la quota di contribuzione ministeriale, è direttamente imputabile ai contribuenti italiani –:
   di quali ulteriori elementi disponga il Ministro in relazione ai fatti espressi in premessa e se non ritenga urgente intervenire presso le competenti sedi comunitarie per ovviare al mancato coordinamento delle politiche unionali di promozione dei prodotti agricoli e agroalimentari al fine di tutelare e valorizzare l'immagine del sistema Italia. (5-08175)


   DI GIUSEPPE. — Al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   le notizie relative ai prezzi dei cereali e semi di soia nel mercato internazionale, in particolare quello americano, indicavano un cambiamento di tendenza previsto per il prossimo semestre. Alcuni analisti del settore intravedevano possibili miglioramenti sulle rese per acro delle coltivazioni di soia, tanto da spingersi oltre i 122 bushel per acro previsti dal dipartimento dell'agricoltura americana;
   ulteriori notizie dal mondo dell'agricoltura indicavano che anche la soia avrebbe potuto risentire positivamente di un miglioramento delle rese; previsioni altrettanto positive giungevano dalla Russia, disponibile ad aumentarne le quantità esportabili di grano a fronte della situazione australiana che lamentava un raccolto in forte calo; alla luce di queste notizie è possibile intravedere una prima fase di debolezza sul prezzo dei cereali, anche se sui mercati fisici il disagio ancora rimane, con il mais in forte sofferenza rispetto al grano e alla soia;
   in Italia, il riferimento del prezzo del nostro grano tenero è dato dalle quotazioni della borsa merci di Bologna, venerdì 5 ottobre scorso il prezzo era fermo a 275 euro/t, quotazione ancora molto alta dovuta dalla dilazione tra i prezzi del grano Usa, quotati sulla borsa di Chicago, e il nostro frumento che solitamente è di circa un mese;
   discorso simile vale anche per la soia, quotata a livello internazionale tra i 537 euro/t ed i 510 euro/t della soia Ucraina, la nostra soia è in linea con questi prezzi essendosi attestata alla borsa di Bologna, al 5 ottobre scorso, sui 520 euro/t, con evidenti discrepanze tra questi prezzi virtuali e quelli del mercato fisico, ancora troppo elevati;
   i dati trasmessi giovedì 11 ottobre scorso dal dipartimento dell'agricoltura degli Stati Uniti, hanno invece presentato le difficoltà relative ai raccolti internazionali di cereali e semi oleosi. Il mais peggiora nelle sue stime finali ed anche il dato sul grano, a livello mondiale, appare in calo di quasi 5 milioni di tonnellate. L'incertezza dei mercati in questo momento non fa altro che favorire l'esportazione di frumento dagli Stati Uniti che innalzano le quotazioni. In questo modo l'Italia subisce la situazione, con una stasi dei prezzi che rimangono invariati e, sul mercato fisico, ancora troppo elevati;
   la situazione internazionale del frumento influisce sui prezzi dei nostri prodotti, presumibilmente destinati a rimanere sui livelli attuali almeno fino alla primavera prossima in attesa del nuovo raccolto;
   l'andamento dei futures sul Milling Wheat, cioè il grano francese, ha avuto le stesse oscillazioni di quelli americani, ovvero, dopo l'aumento causato dai pessimi dati usciti, il prezzo è rientrato nell'ordine dei 254 euro/t; appare inconcepibile, alla scrivente, come l'Italia che è tra i maggiori produttori a livello europeo di grano tenero e tra i maggiori al mondo di grano duro, debba subire passivamente l'andamento del prezzo dei cereali –:
   se il Ministro interrogato sia a conoscenza di quanto esposto in premessa;
   quali iniziative si intenda porre in essere per sviluppare un modello economico utile a tutelare economicamente i nostri prodotti;
   se non si ritenga utile istituire un tavolo tecnico per definire un potenziamento dei controlli sul funzionamento dei mercati e su eventuali abusi di posizione dominante, coinvolgendo le filiere agro-alimentari. (5-08181)

Interrogazione a risposta scritta:


   PISICCHIO. — Al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   l'ente irrigazione Puglia-Lucania-Irpinia (EIPLI) è un ente storico fondato nel 1947 che ha finora realizzato importanti infrastrutture quali, ad esempio otto grandi dighe (tra cui la più grande d'Europa, quella del Sinni), centinaia di chilometri di condotte d'acqua, gallerie e strade di cui continua a mantenerne la gestione e manutenzione. Si tratta di tutte infrastrutture strategiche al servizio di milioni di utenti potabili, agricoli e industriali del nostro meridione;
   l'Eipli ha visto avvicendarsi negli anni al suo vertice numerosi commissari, compreso quello attuale nominato nel 2008 dal Ministro Zaia;
   l'Eipli conta attualmente ben 130 dipendenti che operano in siti distribuiti nelle aree territoriali interessate dall'ente, con una sede legale e gestionale a Bari;
   nonostante negli ultimi anni fossero state avanzate varie ipotesi di trasformazione dell'Eipi, peraltro mai avviate, l'unico fatto giuridicamente rilevante è che col decreto-legge n. 201 del 6 dicembre 2011 l'ente è stato soppresso e messo in liquidazione;
   successivamente con il decreto-legge «mille proroghe», convertito con modificazioni dalla legge n. 14 del 24 febbraio 2012, entro il 30 settembre 2012 le funzioni e le risorse umane e strumentali avrebbero dovuto essere trasferite alle rispettive regioni di appartenenza;
   a tutt'oggi, però, nulla di ciò che era stato previsto si è verificato e non è ancora noto quale sarà il futuro dell'EIPLI –:
   quali urgenti interventi il Ministro intenda adottare per porre fine alla condizione di incertezza che grava sull'ente e sulle famiglie dei 130 lavoratori dipendenti. (4-18206)

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E SEMPLIFICAZIONE

Interrogazione a risposta scritta:


   FEDI. — Al Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   l'approvazione della legge 22 marzo 2012, n. 38, recante «Modifiche al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, in materia di diritti e prerogative sindacali di particolari categorie di personale del Ministero degli affari esteri», (Gazzetta Ufficiale n. 86 del 12 aprile 2012), richiede comunque l'adozione delle norme del decreto legislativo n. 165 del 2011 indispensabile al fine di garantire l'effettività della parità di trattamento in termini di diritti sindacali del personale assunto con contratto locale dal Ministero degli affari esteri presso le sedi della rete diplomatico-consolare e degli Istituti italiani di cultura nel mondo;
   il personale impiegato con contratto locale è dipendente del Ministero degli affari esteri ai sensi della legge n. 109 del 2001 che recita: «il personale dell'Amministrazione degli Affari Esteri è costituito dalla carriera diplomatica, disciplinata dal proprio ordinamento di settore, dalla dirigenza e dal personale delle aree funzionali come definiti e disciplinati dalla normativa vigente, nonché dagli impiegati a contratto in servizio presso le rappresentanze diplomatiche, gli uffici consolari e gli istituti italiani di cultura»;
   l'articolo 42 del decreto legislativo n. 165 del 2011 prevede che nelle pubbliche amministrazioni la libertà e l'attività sindacale sono tutelate nelle forme previste dalle disposizioni della legge 20 maggio 1970, n. 300 – statuto dei lavoratori – e successive modificazioni ed integrazioni;
   la norma ha carattere generale e l'articolo 51, comma 2 della stessa prevede che si applichi anche alle pubbliche amministrazioni;
   il titolo II della legge n. 300 del 1970 contiene inoltre una serie di disposizioni volte a rafforzare l'effettività del principio di libertà sindacale sul posto di lavoro e il decreto legislativo n. 165 del 2001 conferma dunque la vigenza dei diritti previsti dallo statuto dei lavoratori per tutti i dipendenti indipendentemente dal fatto che questi siano destinatari o meno della contrattazione collettiva;
   la libertà sindacale sul posto di lavoro è un diritto fondamentale e indisponibile, garantito dalla nostra Costituzione, e deve trovare applicazione per tutti i lavoratori e, su questa linea, la legge n. 38 del 2012, composta di due articoli, ha posto fine a questa evidente discriminazione dei lavoratori del Ministero degli affari esteri;
   il primo articolo ha modificato l'articolo 42 del decreto legislativo n. 165 del 2001, disponendo che, dopo il comma 3, venisse inserito un comma 3-bis che prevede la possibilità per il personale in questione di partecipare alle rappresentanze sindacali sul posto di lavoro mentre il secondo articolo ha modificato l'impianto dell'articolo 50 del decreto legislativo n. 165 del 2001 con l'aggiunta di un articolo 50-bis, il cui disposto conferma l'applicabilità delle aspettative e dei permessi sindacali anche al personale assunto a contratto locale presso la rete diplomatico-consolare e degli istituti italiani di cultura nel mondo;
   a sei mesi dall'approvazione della legge il personale non può ancora godere a pieno titolo delle prerogative sindacali, poiché, a seguito di parere richiesto dal Ministero degli affari esteri, con palese ritardo, all'ARAN e al Dipartimento della funzione pubblica circa eventuali adempimenti tecnici, il funzionario del predetto Dipartimento ha rinviato l'applicabilità della norma in parola ad un accordo tra Aran e organizzazioni sindacali rappresentative ai fini del disposto dell'articolo 50 del decreto legislativo n. 165 del 2001 (contenimento e razionalizzazione dei permessi sindacali), accordo che avrebbe potuto risolvere con strumenti prettamente pattizi questa complicata vicenda anni addietro, solo se le Confederazioni sindacali avessero mostrato disponibilità a raggiungere un accordo –:
   se non si ritenga necessario, anche in considerazione del blocco della contrattazione disposto dal decreto-legge n. 78 del 2010 convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2010 e successive modificazioni ed integrazioni, ai fini dell'applicabilità del disposto dell'articolo 2 della legge n. 38 del 2012, che il dipartimento della funzione pubblica impartisca disposizioni all'ARAN, affinché venga redatto celermente un addendum da sottoporre alla firma delle parti in causa, da inserire nel relativo accordo quadro;
   quali immediate iniziative si intendano assumere per rendere effettive la parità sindacale e la libertà di partecipazione sindacale, garantite dalla Costituzione e regolate dalla legge n. 38 del 2012. (4-18192)

SALUTE

Interrogazione a risposta immediata:


   SBROLLINI, D'INCECCO, MIOTTO, LIVIA TURCO, ARGENTIN, BOSSA, BUCCHINO, BURTONE, GRASSI, LENZI, MURER, PEDOTO, SARUBBI, BRANDOLINI, DE TORRE, MATTESINI, SCHIRRU, ZAMPA, MARAN, QUARTIANI e GIACHETTI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   secondo notizie di stampa, esiste una delicata indagine giudiziaria che coinvolge decine di medici che avrebbero prescritto farmaci ormonali con dosaggi al di sopra delle indicazioni terapeutiche, per ricevere denaro e regali dall'azienda farmaceutica Sandoz, che li avrebbe corrotti tramite gli informatori scientifici;
   per la precisione sarebbero 67 i medici di ospedali pubblici e privati di tutta Italia indagati nell'operazione dei nuclei antisofisticazione denominata «Do ut des», che avrebbe evidenziato un drammatico sistema di corruzione;
   tra i sanitari indagati ci sarebbero anche diversi pediatri, che avrebbero prescritto ormoni per la crescita a bambini con il solo scopo di aumentare le prescrizioni delle medicine, ricevendo in cambio dall'azienda farmaceutica di cui sopra somme di denaro, viaggi all'estero e diversi oggetti;
   gli informatori scientifici avrebbero sollecitato i medici indagati ad aumentare in modo particolare le prescrizioni di due tipi di farmaci innovativi a base di ormoni;
   in totale sono ottanta gli indagati; le accuse a vario titolo sono di associazione a delinquere, corruzione, istigazione alla corruzione, truffa ai danni del servizio sanitario nazionale, falso;
   gli specialisti avrebbero intascato l'equivalente di circa 500 mila euro per migliaia di prescrizioni contestate;
   lo scenario che emerge dall'inchiesta è particolarmente preoccupante, non solo per le ipotesi corruttive, ma anche per l'odiosa violazione del patto fiduciario tra medico e paziente e per il coinvolgimento dei bambini –:
   in che modo il Governo, nell'ambito delle sue competenze, intenda intervenire in merito ai fatti sopra riportati, che appaiono di eccezionale gravità, al fine di tutelare gli utenti del servizio sanitario nazionale, e in particolar modo i minori, da patti criminali tra operatori della sanità e interessi economici delle case farmaceutiche. (3-02550)

Interrogazioni a risposta scritta:


   PALAGIANO. — Al Ministro della salute, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   per mutilazioni genitali femminili (MGF) si intende un insieme di pratiche rituali tradizionali presenti in molte comunità africane e asiatiche, connesse a riti d'iniziazione femminile e d'integrazione sociale, attraverso cui si effettua l'asportazione totale o parziale dei genitali femminili;
   l'Organizzazione mondiale della sanità stima che siano 135 milioni nel mondo le bambine che vi sono sottoposte in molti paesi africani, in alcune zone della penisola arabica e dell'Indonesia, ma anche all'interno di alcune comunità immigrate in Europa, America e Oceania. Solo in Italia si calcola che le vittime siano circa 40 mila. È il dato più alto in Europa, che in totale conta 500 mila casi;
   le mutilazioni genitali femminili hanno gravissime conseguenze sia fisiche che psicologiche per le donne che le subiscono: emorragie, infezioni, cheloidi, tetano, ma anche infertilità, problemi nei rapporti sessuali, turbe del comportamento e, talvolta, morte, spesso causata da complicazioni durante il parto;
   ogni anno, nel mondo, sarebbero circa 3 milioni le ragazze e bambine a rischio di subire mutilazioni genitali;
   il problema dell'infibulazione investe pienamente anche il nostro Paese. Secondo l'Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp), in Italia, ogni anno ci sono 2000-3000 bambine a rischio di essere infibulate e nella sola capitale, dal 1996 ad oggi, sono state curate oltre 10 mila donne immigrate vittime di questa pratica;
   in Italia la legge n. 7 del 9 gennaio 2006, vieta la mutilazione genitale femminile, punendo chi la pratica con pene fino a 12 anni di reclusione e, per il medico che ne fosse autore, con l'interdizione dalla professione. Nonostante ciò, la situazione appare comunque preoccupante e, sempre secondo uno studio dell'Inmp, nel nostro Paese ci sarebbero ancora alcuni medici e anziane donne delle comunità migranti che, a pagamento, praticano l'infibulazione, spesso senza anestesia e con strumenti non sterili, come coltelli, lame di rasoio, cocci di vetro o forbici;
   in Italia non esistono dati ufficiali su questo fenomeno tanto esecrabile quanto invisibile, ma molto radicato in alcune comunità e per questo è ancora difficile fare un bilancio della reale efficacia della legge 7/2006. In ogni caso, per aggirare le misure previste dalla nostra normativa, le bambine vengono spesso ricondotte nel paese d'origine per subire l'orrenda procedura;
   in molti Paesi europei le mutilazioni vengono eseguite nei centri di chirurgia estetica vaginale o in quelli che effettuano piercing e tatuaggi. Un fenomeno paradossale è quello delle adolescenti nate in Italia da genitori immigrati o trasferitesi da piccole, che desiderano essere infibulate, per rispetto della loro tradizione, ignorando o non comprendendo pienamente tutte le conseguenze che una così crudele pratica corporea possa comportare sul loro futuro di donne, di mogli e di madri;
   quella dell'infibulazione è, a tutti gli effetti, una grave violenza contro le donne, i loro diritti e la loro dignità, oltre che un brutale strumento di controllo della sessualità femminile, che permette il perpetuarsi della condizione discriminatoria che molte donne vivono all'interno delle loro comunità; per questo dovrebbe essere ostacolata in ogni modo, anche attraverso attività di prevenzione e di sensibilizzazione nelle scuole –:
   se, sulla base si quanto esposto, non intenda avviare uno studio per definire il fenomeno dell'infibulazione in Italia anche in rapporto a quanto previsto dalla legge 7 del 2006, al fine di tutelare la salute e la dignità delle donne immigrate nel nostro Paese;
   se non intenda promuovere adeguate campagne di sensibilizzazione nei confronti di un fenomeno che pare tutt'altro che superato, con particolare attenzione alle scuole e quindi a giovani ed adolescenti, al fine di indurli a sviluppare gli strumenti che servano loro per prendere decisioni autonome sulle loro vite e per infrangere pericolosi retaggi culturali, compresi quelli della discriminazione di genere e della violenza tramandati, in alcune comunità, da una generazione all'altra. (4-18190)


   BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto dichiarato il 15 ottobre 2012, dal quotidiano online «Ristretti Orizzonti» da Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione «Socialismo Diritti Riforme», a Cagliari, «l'Azienda Sanitaria Locale n. 8 deve immediatamente provvedere ad assegnare al carcere di Buoncammino sette figure mediche specialistiche. La lentezza nelle procedure burocratiche si ripercuote pesantemente sui detenuti condizionando negativamente il diritto alla salute, anche perché la casa circondariale, in seguito al passaggio della medicina penitenziaria alla Asl, deve essere considerata a tutti gli effetti un presidio sanitario con le indispensabili figure professionali a garanzia dei cittadini privati della libertà che invece lamentano attualmente gravi carenze nel servizio»;
   sempre secondo quanto osservato da Maria Grazia Caligaris, «nella struttura detentiva cagliaritana sono assenti pneumologo, ortopedico, chirurgo, otorino, oculista, fisioterapista e neurologo. Non sono state infatti ancora rinnovate le precedenti convenzioni ormai scadute da alcune settimane. Così è garantita esclusivamente l'assistenza primaria con la presenza di almeno un medico in ogni settore della casa circondariale (Destro, Femminile e Alta Sicurezza, Sinistro e Centro Diagnostico Terapeutico). La graduatoria della Medicina dei servizi invece è in attesa di rivalutazione per l'assegnazione del monte orario attribuito ai professionisti –:
   quali provvedimenti urgenti intenda adottare al fine di evitare che il mancato rinnovo delle precedenti convenzioni scadute da alcune settimane che garantivano al carcere Buoncammino di Cagliari i seguenti medici specialisti: pneumologo, ortopedico, chirurgo, otorino, oculista, fisioterapista e neurologo, non comprometta l'erogazione dei livelli essenziali di assistenza alla popolazione detenuta. (4-18207)


   BRAMBILLA. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   per l'allevamento di beagle destinati alla vivisezione «Green Hill» di Montichiari (Brescia), il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Brescia, su richiesta della procura della Repubblica, ha disposto il sequestro preventivo dei cani, già sotto sequestro probatorio da luglio 2012, inserendo nel provvedimento anche la struttura;
   il 18 settembre da parte del Ministro è stato riferito alla XII Commissione della Camera in risposta all'interrogazione 5-07109, che «da ispezione effettuata dal Ministero della salute, in data 14 luglio 2010, presso lo stabilimento Green Hill di Montichiari non sono state riscontrate irregolarità tali da far supporre una cattiva gestione o situazioni riconducibili a maltrattamenti di animali» –:
   da chi e con quale specializzazione sia stata effettuata l'ispezione del Ministero e da chi sia stata disposta e firmata;
   per quali motivi non sia stato coinvolto il personale del Ministero specializzato in protezione degli animali d'affezione come i cani dell'allevamento in questione;
   come mai da anni non vi sia un responsabile dell'ufficio VI benessere animale presso la direzione generale del Ministero;
   se nel corso dell'ispezione siano stati controllati i requisiti per l'esercizio della professione medico-veterinaria da parte del veterinario responsabile della struttura per la Green Hill Srl, poi indagato;
   perché tale ispezione sia stata effettuata assieme ai servizi veterinari della Asl locale e della regione Lombardia e non, almeno in parte, in maniera autonoma dall'organo a cui sono affidate in via ordinaria vigilanza e controllo della struttura;
   come mai, a fronte della riscontrata violazione dell'obbligo di applicazione di microchip per l'identificazione dei cani, il personale del Ministero non abbia elevato la conseguente sanzione amministrativa pecuniaria;
   se l'ispezione ministeriale abbia verificato l'esistenza di un'illegittima deroga all'obbligo di applicazione dei microchip nei cani, eventualmente rilasciata dal Servizio veterinario regionale alla Asl in nome e per conto della Green Hill;
   se l'ispezione ministeriale abbia verificato la sussistenza o la mancanza dei requisiti di stabilimento fornitore ai sensi del decreto legislativo n. 116 del 1992 e quali atti conseguenti sono stati adottati;
   per quale motivo gli ispettori del Ministero non abbiano rilevato, nel corso del sopralluogo effettuato nel 2010, comportamenti ossessivi, atteggiamenti di apatia, deprivazioni sensoriali, invece segnalati dagli organi di stampa a seguito delle visite dei beagle, e verificati dall'autorità giudiziaria che ha disposto il sequestro degli animali. (4-18215)


   REGUZZONI. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   le mucopolisaccaridosi sono malattie genetiche rare del metabolismo codificate come MPS I (sindrome di Hurler, Hurler/Scheie, Scheie), MPS II (sindrome di Hunter), MPS III (sindrome di San Filippo), MPS IV (sindrome di Morquio), MPS VI (sindrome di Maroteaux-Lamy) e MPS VII (sindrome di Sly). La loro frequenza è stimata intorno a 1/150.000 nati. Ogni organismo va incontro a un continuo rinnovamento. Questo processo è realizzato mediante alcuni enzimi che degradano molecole complesse come i mucopolisaccaridi e gli oligosaccaridi. I bambini che sono affetti da queste malattie sono privi di uno di questi enzimi e quindi non possono metabolizzare (degradare) queste molecole che si accumulano nei diversi tessuti e organi. Alla nascita, i bambini affetti sembrano normali e non manifestano alcun segno clinico. Purtroppo, con gli anni, a causa della carenza enzimatica, i prodotti non degradati si accumulano negli organi facendo comparire i primi segni clinici della malattia. Queste malattie sono progressive e con il tempo diventano sempre più gravi –:
   se e quali azioni il Governo abbia attuato o intenda attuare ai fini di:
    a) migliorare le capacità di diagnosi precoce;
    b) promuovere una migliore conoscenza della patologia in argomento che permetta di sviluppare terapie efficaci e prassi condivise sia in Italia sia a livello internazionale;
    c) assistere le famiglie e i bambini in età scolare e prescolare;
    d) sviluppare la ricerca in questo settore, anche a livello internazionale.
(4-18230)


   REGUZZONI. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro per gli affari europei, al Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport. — Per sapere – premesso che:
   la sclerosi tuberosa è una malattia genetica a trasmissione autosomica dominante che interessa più organi tra cui il cervello, i reni, il cuore, la retina e i polmoni. È dovuta a un difetto nel controllo della proliferazione e della differenziazione cellulare, per cui si sviluppano amartomi multipli (angiomiolipomi renali, angiofibromi cutanei, astrocitomi gigantocellulari cerebrali e retinici, rabdomiomi cardiaci e linfangioleiomiomi polmonari) in diversi organi, la cui funzione può alla fine risultare compromessa. I sintomi neurologici principali sono il ritardo mentale, l'epilessia, i disturbi psichiatrici e i problemi comportamentali. Stime recenti indicano una prevalenza di malati nella popolazione pari a 1 su 6.800 individui. A causa della variabilità di espressione clinica, può a volte essere difficile raggiungere una diagnosi certa. È necessario, quindi, avere familiarità con tutte le possibili manifestazioni cliniche e patologiche che possono interessare organi diversi. Ciò non solo a scopo diagnostico, ma anche per instaurare terapie personalizzate e pianificare esami periodici di controllo per prevenire complicazioni in un organo specifico –:
   se esista un coordinamento che ha portato o porterà all'individuazione di uno o più centri di eccellenza per la cura della patologia in argomento;
   se e quali azioni il Governo abbia attuato o intenda attuare ai fini di:
    a) promuovere una migliore conoscenza della patologia in argomento che permetta di sviluppare terapie efficaci e prassi condivise sia in Italia sia a livello internazionale;
    b) sviluppare la ricerca in questo settore;
    c) sostenere i malati anche attraverso centri di ascolto e assistenza;
   quali ricerche scientifiche o trial clinici riguardanti la patologia in argomento siano in corso nel nostro Paese, quali siano le relative tempistiche, i risultati raggiunti, l'impegno del settore pubblico al guardo;
   se esista un coordinamento per la ricerca e/o la cura di detta patologia a livello europeo ed in cosa si concretizzi;
   quali ricerche scientifiche o trial clinici riguardanti la patologia in argomento siano in corso nei Paesi dell'Unione europea, quali siano le relative tempistiche, i risultati raggiunti e l'impegno dell'Unione europea al riguardo. (4-18232)


   PEDOTO, AMICI, FERRANTI e LO MORO. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 1, comma 291, della legge n. 266 del 23 dicembre 2005 (legge finanziaria 2006) dispone che «con decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze e d'intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, sono definiti i criteri e le modalità di certificazione dei bilanci delle aziende sanitarie locali, delle aziende ospedaliere, degli istituti di ricovero e cura, degli istituti zoo profilattici e delle aziende ospedaliere universitarie»;
   l'articolo 11 «Qualità dei dati contabili, di struttura e di attività» del patto per la salute in materia sanitaria per il triennio 2010-2012 del 3 dicembre 2009 prevede – in funzione della necessità di garantire nel settore sanitario il coordinamento della funzione di governo della spesa e il miglioramento della qualità dei relativi dati contabili e gestionali e delle procedure sottostanti alla loro produzione e rappresentazione – che le Regioni si impegnino, anche in relazione all'attuazione del federalismo fiscale, ad avviare le procedure per perseguire la certificabilità dei bilanci, attraverso un percorso che coinvolgerà le regioni medesime a garantire l'accertamento della qualità delle procedure amministrativo-contabili sottostanti alla corretta contabilizzazione dei fatti aziendali, nonché la qualità dei dati contabili;
   il decreto del Ministero della salute n. 42 del 18 gennaio 2011 reca disposizioni in materia di valutazione straordinaria dello stato delle procedure amministrativo-contabili necessarie ai fini della certificazione dei bilanci del settore sanitario ed emana il documento metodologico che traccia il percorso per consentire alle strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale, nonché alle regioni per la gestione accentrata ed il consolidamento dei dati aziendali, di effettuare la valutazione straordinaria di cui innanzi;
   a tutt'oggi soltanto la regione Puglia, con la delibera della giunta regionale del 30 maggio 2012, n. 1060 risulterebbe adempiente riguardo all'adeguamento dei requisiti per la certificazione dei bilanci delle aziende sanitarie locali, delle aziende ospedaliere e degli IRCSS così come previsto dal nostro ordinamento ed in parte la regione Toscana –:
   se risulti vero che solo la regione Puglia si sia uniformata alla normativa riguardante la certificazione dei bilanci delle aziende sanitarie locali, delle aziende ospedaliere e degli IRCSS e, qualora ciò corrispondesse al vero, se il Ministro sia a conoscenza di quali siano stati gli elementi ostativi che abbiano impedito, fino ad oggi, alle regioni di adeguarsi alla normativa in premessa; quali iniziative urgenti, per quanto di competenza, il Ministro intenda assumere al riguardo. (4-18238)


   REGUZZONI. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   le malformazioni anorettali (MAR) sono difetti congeniti che si sviluppano fin dalla VI-X settimana della vita embrionale, coinvolgendo non soltanto l'apparato intestinale, in particolare lo sviluppo dell'ultimo tratto (anoretto), ma anche il vicino apparato urinario (vescica-uretra) e genitale (vagina-utero). La variabilità della gravità della MAR è compresa tra quadri sfumati, spesso di difficile diagnosi da parte del pediatra di base, e quadri gravi e complessi, che richiedono un trattamento tempestivo, articolato e spesso difficile. Tutte le MAR causano una compromissione dell'apparato sfinteriale anorettale (continenza), talvolta di quello vescicale, con conseguenze funzionali, psicologiche e sociali inimmaginabili. In letteratura, è stata segnalata una possibile familiarità per queste patologie ma, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di forme sporadiche, per le quali le diagnosi prenatali non sono affidabili, non consentendo alcun grado attendibile di predittività. L'ecografia prenatale, oggi largamente utilizzata anche nell'ostetricia di base, non garantisce l'individuazione corretta delle malformazioni anorettali considerate come entità isolate, il che rende ampiamente conto dell'elemento sorpresa rappresentato dal riconoscimento di tali malformazioni alla nascita. Le MAR si associano frequentemente ad altri difetti congeniti, presenti con incidenze variabili a seconda degli organi e apparati interessati –:
   se e quali azioni il Governo abbia attuato o intenda attuare ai fini di:
    a) migliorare le capacità di diagnosi;
    b) promuovere una migliore conoscenza della patologia in argomento che permetta di sviluppare terapie efficaci e prassi condivise sia in Italia sia a livello internazionale;
    c) sviluppare la ricerca in questo settore;
   quali ricerche scientifiche o trial clinici riguardanti la patologia in argomento siano in corso nel nostro Paese, quali siano le relative tempistiche, i risultati raggiunti e l'impegno del settore pubblico al riguardo. (4-18241)


   PISICCHIO. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   pur essendo la materia sanitaria devoluta alla competenza delle regioni, resterebbe, tuttavia, conferita alla potestà statale, ex articolo 117 lettera m), della Costituzione, la determinazione dei «livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale»;
   alla stregua della citata previsione, pertanto, viene chiamato in causa anche il diritto alla salute, posto in capo ad ogni individuo e dell'intera collettività, alla stregua dell'articolo 32 della Costituzione, diritto «sociale» per eccellenza;
   allorquando, pertanto, i livelli essenziali delle prestazioni concernente il diritto sociale alla salute non sono adeguatamente garantiti, è necessario che l'autorità sovraordinata a quella regionale possa intervenire per ripristinare le condizioni di ottimale fruibilità da parte del cittadino, pur nel necessario rispetto dell'autonomia regionale;
   il caso del preoccupante e sistematico depauperamento di un nosocomio di riferimento regionale ed extraregionale, come il «Di Venere» di Carbonara di Bari, sta determinando un allarme nel vasto bacino di riferimento;
   il «Di Venere», infatti, ha visto realizzarsi, a partire dal 2003, l'assunzione di scelte che sembrano orientate alla demolizione della sua eccellenza con una progressione di interventi che apparirebbe frutto di una strategia volta al suo smembramento;
   infatti, nel 2003 viene dichiarata la chiusura della medicina sociale, nel 2004 la delocalizzazione presso altro nosocomio in provincia di Bari, dei reparti di geriatria e psichiatria, nel 2012 si realizza l'accorpamento forzoso di chirurgia d'urgenza e generale;
   in questo stesso anno si ridimensiona il reparto di dermatologia; i reparti di ginecologia e di neurochirurgia, che pure garantiscono prestazioni assai importanti per numerosità e livelli di eccellenza, subiscono progressivi e continui ridimensionamenti nel numero di posti letto (ridotti ad un terzo per la ginecologia) e nelle risorse;
   all'elenco dei reparti soppressi c’è anche da aggiungere quelli di fisiopatologia respiratoria e di pediatria, mentre si è inspiegabilmente annullato un concorso per il primariato di neuroradiologia (il cui vincitore, il dottor De Blasi, clinico di fama nazionale, è oggi primario nell'ospedale di Lugano, in Svizzera), impedendo così l'apertura del nuovo reparto;
   nelle ultime settimane completano l'elenco delle «demolizioni» la chiusura del servizio trasfusionale (il primo nell'Italia centro-meridionale a combattere il mercato nero del sangue e a fare scuola della cultura della donazione gratuita, raggiungendo il traguardo dell'autosufficienza regionale), del laboratorio di analisi (da sempre all'avanguardia nel campo della diagnosi e delle indagini chimico-cliniche, in precedenza effettuate presso ospedali di altre regioni) e il servizio di anatomia patologica, unico in tutta la regione a fare diagnosi estemporanea ad interventi chirurgici ancora in corso;
   come è possibile evincere dal lungo elenco appena svolto, e come la popolazione del vasto territorio servito dall'ospedale sta rappresentando attraverso petizioni alle autorità di governo locale, la preoccupazione per la scomparsa di un presidio come il Di Venere, non si lega ad una istanza sciovinistica volta solo a tutelare un simbolo della comunità. Una simile istanza, infatti, in una stagione in cui soprattutto nel settore sanitario gli sprechi e le duplicazioni sono all'ordine del giorno, sarebbe sicuramente da rigettare;
   si tratta, invece, di evitare che una fascia importante della popolazione pugliese e non solo, venga privata della tutela costituzionalmente garantita alla salute, poiché nell'esercizio di scelte effettuato dal governo locale non sembrano tenuti nel dovuto conto criteri scientifici, demografici, qualitativi e quantitativi nell'esercitare opzioni in favore o contro alcune comunità, il quale fatto lascia supporre che la latitudine della discrezionalità politica diventi più ampia del necessario e del dovuto –:
   quali urgenti interventi il Ministro interrogato intenda adottare, anche in considerazione del piano di rientro dal disavanzo sanitario, per garantire la salvaguardia dei livelli essenziali di assistenza nella regione Puglia, con specifico riferimento alla vicenda dell'ospedale Di Venere di Carbonara di Bari. (4-18246)

SVILUPPO ECONOMICO

Interpellanze urgenti (ex articolo 138-bis del regolamento):


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dello sviluppo economico, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, per sapere – premesso che:
   in data 23 maggio 2012, protocollo 0065284/DG, il direttore generale dell'Enac, Ente nazionale aviazione civile, dottor Alessio Quaranta ha trasmesso alla direzione generale per gli aeroporti ed il trasporto aereo – dottor Gerardo Pelosi –, alla regione Sardegna, assessore dei trasporti e, per conoscenza, al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, capo di gabinetto Ministro, presidente Mario Torsello, e all'ufficio legislativo, una propria comunicazione con oggetto: Regione Sardegna – oneri servizio pubblico;
   nella comunicazione richiamata è scritto: «Le condizioni che caratterizzano attualmente il regime onerato della Sardegna (cosiddetti CT1 e CT2), a causa delle continue proroghe che si susseguono dal 2006 per la CT2 e dal 2007 per la CT1 non sono, al momento, riconducibili a quelle previste nei relativi decreti di imposizione a suo tempo emanati»;
   la stessa comunicazione riporta le seguenti violazioni: «Infatti i vettori che operano non hanno più accettato espressamente secondo le previsioni del decreto di imposizione le condizioni previste, gli operativi non corrispondono a quelli indicati nell'allegato tecnico del decreto di imposizione, le fasce orarie non sono rispettate, ecc.»;
   a seguito delle richiamate considerazioni, il direttore generale dell'Enac comunica che: «Alla luce di ciò è opportuno sottolineare che ogni iniziativa che sarà non potrà che essere ricondotta entro i termini del regime impositivo, comunque scaduto, limitatamente al tempo necessario per l'espletamento della nuova gara»;
   infine il direttore generale comunica le seguenti determinazioni: «Ciò comporta ovviamente che, per la prosecuzione dei servizi, così come previsto nel decreto di imposizione del 2007, i vettori dovranno procedere ad una nuova accettazione delle condizioni previste entro il mese di agosto e rispettare le condizioni accettate e gli operativi dei voli»;
   le comunicazioni dell'ENAC proseguono con una determinazione del direttore centrale sviluppo economico responsabile delle gare e delle relative convenzioni trasmessa in data 4 giugno 2012 alla direzione generale per gli aeroporti ed il trasporto aereo dottor Gerardo Pelosi e alla regione Sardegna – assessore dei trasporti avente ad oggetto: regione Sardegna – oneri servizio pubblico;
   il direttore centrale dello sviluppo economico avvocato Fabio Marchiandi scrive: «Si fa riferimento alla riunione tenutasi presso la sede della Direzione Generale per gli aeroporti ed il trasporto aereo in data 23 maggio 2012 con l'obiettivo di individuare le possibili soluzioni per la prosecuzione del regime onerato della Sardegna dopo la gara andata deserta»;
   nella stessa missiva si afferma; «Nel corso dell'incontro i vettori Meridiana e Alitalia/Air One si sono impegnati a rinnovare l'accettazione delle previsioni dei decreti di imposizione relativi alle 6 rotte storiche della Sardegna e alle rotte della continuità minore»;
   la comunicazione prosegue con il richiamo a precisi adempimenti: «La regione autonoma della Sardegna avrebbe dovuto quindi rivolgere ai vettori un formale invito ad accettare nuovamente gli oneri e l'ENAC, a seguito di espressa indicazione del Ministero, insieme alla Regione, avrebbe dovuto consentire formalmente l'operatività degli oneri secondo quanto sopra evidenziato»;
   il direttore centrale nella sua ultima comunicazione, rimasta senza risposta alcuna, alla luce degli accessi agli atti del sottoscritto in data 4 ottobre 2012, comunica nella missiva del 4 giugno che: «Alla data odierna non si ha notizia di alcuna abrogazione dei nuovi oneri da parte di codesto Ministero né di alcuna accettazione da parte dei vettori di cui trattasi»;
   di seguito si riporta lo stralcio della comunicazione con l'affermazione più rilevante e grave della comunicazione dell'Enac con la quale si afferma: «La situazione di incertezza che si è venuta a creare non consente all'ENAC di procedere all'assegnazione degli slot di continuità territoriale in favore dei vettori i quali, dal 1o giugno scorso, stanno comunque effettuando i voli secondo l'operativo della scorsa omologa stagione di traffico senza la dovuta autorizzazione. Di tale questione se ne era data espressa menzione nel corso della riunione del 23 maggio sopra riportata»;
   infine il direttore centrale dichiara che l'intera gestione della continuità territoriale appare in totale violazione delle norme vigenti e mette nero su bianco che: «I vettori in questione quindi, ponendosi in violazione dell'articolo 807 del CdN, risultano essere soggetti all'applicazione delle sanzioni pecuniarie previste dal decreto legislativo n. 172 del 2007, per l'atterraggio ed il decollo senza il preventivo ottenimento delle bande orarie»;
   il direttore centrale dichiara, in conclusione, l'omissione da parte della stessa Enac degli obblighi di legge: «Tale situazione, da un lato espone l'ENAC, Organismo deputato all'applicazione del citato decreto legislativo, a responsabilità per il mancato assolvimento degli obblighi di legge e, dall'altro, crea difficoltà al regolare svolgimento dell'attività aeroportuale negli aeroporti coordinati di Cagliari, Linate e Fiumicino»;
   la comunicazione si conclude con una pressante sollecitazione: «Tutto quanto sopra esposto, si resta in attesa di urgenti indicazioni, per quanto di rispettiva competenza, da parte di codeste Amministrazioni»;
   alla comunicazione sopra richiamata non sono seguite, anche per puntuale richiesta e verifica all'atto dell'accesso agli atti del 4 ottobre 2012, altre comunicazioni e la violazione richiamata risulta tale sino alla data odierna anche in considerazione delle reiterate richieste di sottoscrizione delle convenzioni da parte dello stesso Enac alle compagnie aeree rimaste inevase da parte della compagnia Alitalia;
   la stessa Alitalia CAI ha trasmesso in data 22 marzo 2011 e in data 19 aprile 2011 al presidente della regione Sardegna, al direttore generale dell'Enac e al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti due comunicazioni aventi oggetto: continuità territoriale Sardegna, Vostre comunicazioni del 10 marzo 2011 sulla proroga delle convenzioni al 29 ottobre 2011;
   nelle comunicazioni dell'amministratore delegato ingegner Rocco Sabelli, è scritto: «Con riferimento alle comunicazioni in oggetto, Alitalia ed Airone, anche tenuto conto dell'esperienza applicativa delle convenzioni in scadenza, tengono a rappresentare quanto segue: Nel regime attuale gli operatori aggiudicatari del bando risultano fortemente penalizzati. A fronte dell'assenza di compensazione finanziaria rispetto alla cosiddetta CTI (tratte da Roma Fiumicino e Milano Linate su Cagliari e Alghero), i vettori in questione, infatti:
    non possono gestire la capacità offerta, essendo imposta per decreto secondo modalità che non consentono di adeguare i livelli di offerta commerciale alla effettiva stagionalità della domanda di traffico (il giorno medio invernale esprime poco più della metà del traffico rispetto ad un giorno di operativo estivo), ciò che espone i vettori per più mesi dell'anno a un load factor di circa il 50 per cento;
    non controllano i prezzi dei biglietti, che almeno per residenti, giovani ed anziani, rispondono a tariffe prefissate che non consentono di coprire neppure i costi operativi;
    subiscono la concorrenza asimmetrica degli operatori low cost (LCC), i quali, al contrario, operano in Sardegna senza essere assoggettati ai vincoli della continuità territoriale da scali appartenenti agli stessi sistemi aeroportuali (Bergamo a Milano e Ciampino a Roma), concentrano gli operativi nei mesi più remunerativi dell'anno, gestiscono liberamente le politiche tariffarie modulandole in funzione dei riempimenti dei voli, e percepiscono peraltro forti incentivazioni dagli aeroporti sardi. Le LCC godono dunque al contempo dei benefici del libero mercato sotto il profilo delle leve commerciali gestite e dei benefìci di un sistema assistito;
   nella stessa comunicazione Alitalia arriva a indicare le condizioni per la nuova continuità territoriale: «Al fine di superare le criticità appena richiamate, ove l'ipotesi di libero mercato apparisse incompatibile con le esigenze della Regione Sardegna, Alitalia propone di rivedere le logiche attuali e di adottare a regime una “Nuova Continuità Territoriale”, fondata sui seguenti princìpi cardine:
    assicurare un livello di flessibilità industriale (aerei di minori dimensioni e/o minore frequenze fuori stagione) coerente con la stagionalità del mercato; in alternativa prevedere livelli adeguati di compensazione finanziaria (modello CT2 già operativo per le rotte minori) per quei periodi dell'anno e/o per quella parte dell'offerta di collegamenti che si ritiene di preservare per ragioni di utilità pubblica;
    garantire livelli di prezzo per le categorie aventi diritto che siano in grado almeno su base annua di remunerare i costi operativi diretti»;
   l'Alitalia nel prosieguo della comunicazione arriva persino ad indicare la gestione del transitorio e afferma: «in attesa della costruzione della nuova continuità territoriale, sarebbe tuttavia auspicabile l'introduzione almeno di una maggiore flessibilità in termini di capacità, frequenze ed orari, che già per la imminente stagione Summer 2011 preveda le ottimizzazioni rappresentate nella citata riunione del 21 marzo scorso»;
   nella lettera dell'amministratore delegato di Alitalia è, infine, confermata l'indisponibilità della Società a sottoscrivere le convenzioni di proroga: «L'accettazione della proroga, da parte di Alitalia ed Airone, è dunque subordinata all'ottenimento di garanzie in tal senso»;
   la lettera dell'amministratore delegato di Alitalia si conclude con la seguente formula: «Si resta in attesa di un riscontro, riservandosi di inviare alla Regione Sardegna ed all'Enac una formale comunicazione in ordine alle motivazioni che giustificano una minore capacità e la riduzione dei voli, con relativa quantificazione»;
   dalle comunicazioni Enac e dalle condizioni poste da Alitalia CAI si evince in modo inequivocabile che la stessa Alitalia stia operando senza aver sottoscritto le convenzioni, come risulta obbligata da tutte le comunicazioni richiamate, e che, così come in modo esplicito dichiarato dal direttore centrale dello sviluppo economico, le compagnie stiano operando «ponendosi in violazione dell'articolo 807 del C.d.N., risultano essere soggetti all'applicazione delle sanzioni pecuniarie previste dal decreto legislativo n. 172 del 2007, per l'atterraggio ed il decollo senza il preventivo ottenimento delle bande orarie»;
   l'articolo 807 del Codice della Navigazione – Utilizzazione degli aeroporti coordinati recita: «La partenza e l'approdo di aeromobili negli aeroporti coordinati, come definiti dalla normativa comunitaria, sono subordinati all'assegnazione della corrispondente banda oraria ad opera del soggetto allo scopo designato. L'assegnazione delle bande orarie, negli aeroporti coordinati, avviene in conformità delle norme comunitarie e dei relativi provvedimenti attuativi. Si applica, altresì, la disciplina sanzionatoria attuativa delle norme comunitarie direttamente applicabili»;
   il decreto legislativo 4 ottobre 2007, n. 172 dispone la «Disciplina sanzionatoria in materia di assegnazione di bande orarie negli aeroporti italiani relativamente alle norme comuni stabilite dal regolamento (CE) n. 793/2004 che modifica il regolamento (CEE) n. 95/93 in materia di assegnazione di bande orarie negli aeroporti comunitari»;
   l'articolo 1 del decreto legislativo n. 172 del 2007 dispone l'ambito di applicazione e recita: 1. Il presente decreto reca la disciplina sanzionatoria per la violazione del regolamento (CE) n. 793/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 aprile 2004, che modifica il regolamento (CEE) n. 95/93 del Consiglio, del 18 gennaio 1993, relativo all'assegnazione di bande orarie negli aeroporti della Comunità, di seguito denominato: regolamento;
   in base all'articolo 3 del medesimo decreto l'Ente nazionale per l'aviazione civile (ENAC) è responsabile dell'applicazione del regolamento e dell'irrogazione delle sanzioni amministrative previste all'articolo 4;
   l'articolo 4 dispone le norme sulle violazioni amministrative e sanzioni:
    1) Fatto salvo quanto previsto dall'articolo 14, paragrafo 4, del regolamento, l'ENAC, verificata l'assenza di cause di esclusione della responsabilità di cui all'articolo 5, irroga le seguenti sanzioni amministrative pecuniarie, per le violazioni di seguito elencate:
     a) l'atterraggio o il decollo in un aeroporto coordinato, senza l'ottenimento preventivo della banda oraria, comporta la sanzione amministrativa di centomila euro;
     b)  non corretto utilizzo della banda oraria, assegnata dal coordinatore, nelle operazioni di atterraggio o decollo in un aeroporto coordinato, per più di quattro volte consecutive, comporta la sanzione amministrativa da trentamila euro a settantamila euro;
     c)  lo spostamento, il trasferimento o lo scambio di bande orarie in difformità da quanto previsto dal regolamento comporta la sanzione amministrativa da diecimila euro a cinquantamila euro;
     d) la mancata o non corretta informativa fornita al coordinatore dal vettore, che incida sulla regolare assegnazione delle bande orarie, comporta la sanzione amministrativa da duemila euro a diecimila euro;
   sono fatti salvi dal regolamento, articolo 5, i seguenti «Casi di esclusione della responsabilità»:
    1) Fermo restando quanto stabilito dall'articolo 4 della legge 24 novembre 1981, n. 689, le sanzioni previste all'articolo 4 non si applicano in caso di:
     a)  fermo operativo, non programmato, del tipo di aeromobile generalmente usato per il servizio in questione;
     b)  chiusura di un aeroporto o di uno spazio aereo;
     c)  gravi perturbazioni delle operazioni negli aeroporti interessati, comprese le serie di bande orarie presso altri aeroporti comunitari connesse a rotte che sono state interessate da tali perturbazioni, durante una parte sostanziale della pertinente stagione di traffico;
     d) interruzione dei servizi aerei a causa di un'azione che è intesa ad influire su detti servizi, che impedisce, praticamente e/o tecnicamente, al vettore aereo di effettuare le operazioni come previsto;
   l'Enac al fine di assegnare le bande orarie e quindi gli slot operativi, così come affermato dal direttore centrale dello sviluppo economico, avrebbe dovuto disporre dell'accettazione dell'atto aggiuntivo della convenzione tra ENAC, Ente nazionale per l'aviazione civile, regione autonoma della Sardegna e società Alitalia Cai;
   tale atto non è stato mai sottoscritto;
   Enac, regione autonoma della Sardegna e società Alitalia CAI hanno sottoscritto una convenzione per l'affidamento dei servizi di trasporto aereo di linea sulla rotta Cagliari-Milano Linate e viceversa, in conformità all'imposizione di oneri di servizio pubblico pubblicata sulla G.U.U.E. n. 232 del 10 settembre 2008 ed al decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti n. 103 del 5 agosto 2008;
   la vigenza di tale convenzione, nelle more del perfezionamento della procedura per la nuova continuità territoriale, è stata prorogata, a garanzia della mobilità dei cittadini sardi, sino al 29 ottobre 2011 con note n. 90993/ENAC/DG del 5 agosto 2010 e 31334/DG del 10 marzo 2011 alle stesse condizioni tecnico-operative;
   alla data del 30 ottobre 2011, a causa della revoca dei decreti ministeriali che avrebbero introdotto dal 27 marzo 2011 il nuovo regime onerato sulle rotte da e per gli scali sardi, la procedura per la determinazione di tale nuovo regime non è ancora stata finalizzata;
   sulla G.U.U.E. 10 del 12 gennaio 2012 è stata pubblicata l'informativa relativa alla nuova imposizione di oneri di servizio pubblico sulle sei rotte storiche della Sardegna di cui al decreto ministeriale n. 413 del 29 novembre 2011;
   l'articolo 2 del citato decreto n. 413 del 29 novembre 2011 prevede che «gli oneri di servizio pubblico diventano obbligatori a decorrere dal 25 marzo 2012»;
   il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, con nota 4485 del 28 ottobre 2011 ha chiesto all'ENAC di adottare ogni iniziativa per consentire la prosecuzione degli attuali oneri di servizio;
   è stato predisposto l'atto aggiuntivo che, in analogia con la prima convenzione sarebbe dovuto essere stipulato tra ENAC, regione autonoma della Sardegna ed Alitalia CAI;
   l'atto aggiuntivo non sottoscritto prevedeva:
    «Articolo 1 (Oggetto dell'atto aggiuntivo) – Il presente atto aggiuntivo alla Convenzione di cui alle premesse ha per oggetto la proroga del regime onerato di cui al decreto ministeriale 103 del 5 agosto 2008 per l'affidamento dell'esercizio del servizio di trasporto aereo di linea sulle rotte Cagliari-Roma Fiumicino e viceversa, Cagliari-Milano Linate e viceversa, alle stesse condizioni di cui al decreto ministeriale citato.
    Articolo 2 (Decorrenza e termine) – Il presente atto aggiuntivo ha decorrenza 30 ottobre 2011 e scadenza il giorno precedente l'entrata in vigore del nuovo regime di oneri di servizio pubblico sulle rotte Cagliari-Roma Fiumicino e viceversa, Cagliari-Milano Linate e viceversa.
    Articolo 3 (Disposizioni finali) – Tutte le disposizioni contenute nella Convenzione di cui alle premesse per l'affidamento del servizio di trasporto aereo di linea sulle rotte Cagliari-Roma Fiumicino e viceversa, Cagliari-Milano Linate e viceversa, rimangono valide ed efficaci, fatto salvo quanto espressamente previsto e convenuto con il presente atto.»;
   nella Gazzetta Ufficiale n. 152 del 2 luglio 2012 Ministero delle infrastrutture e dei trasporti veniva pubblicato il decreto 18 giugno 2012 relativo a «Differimento della data di entrata in vigore degli oneri di servizio pubblico sulle rotte Alghero-Roma Fiumicino e viceversa, Alghero-Milano Linate e viceversa, Cagliari-Roma Fiumicino e viceversa, Cagliari-Milano Linate e viceversa, Olbia-Roma Fiumicino e viceversa, Olbia-Milano Linate e viceversa»;
   nel decreto 18 giugno 2012 vengono richiamati:
    il decreto n. 413 del 29 novembre 2011, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – serie generale – n. 294 del 19 dicembre 2011 che ha imposto nuovi oneri di servizio pubblico sulle rotte sopra indicate ed in particolare l'articolo 2 e l'articolo 6 con i quali è stata fissata al 25 marzo 2012 la data per l'entrata in vigore dei nuovi oneri e la cessazione degli effetti del decreto ministeriale n. 103 del 5 agosto 2008;
    il decreto n. 102 del 23 marzo 2012, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – serie generale – n. 82 del 6 aprile 2012 ed in particolare l'articolo 1 che ha posticipata al 1o giugno la data di entrata in vigore dei nuovi oneri di servizio sulle rotte sopra indicate, nonché la cessazione degli effetti del decreto ministeriale n. 103 del 5 agosto 2008;
    la comunicazione della Commissione europea relativa all'imposizione di nuovi oneri di servizio pubblico sulle rotte stesse, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea serie C 10 del 12 gennaio 2012, ai sensi dell'articolo 16, paragrafo 4, comma 1, del Regolamento (CE) n. 1008/2008;
    la comunicazione della Commissione europea relativa ai bandi di gara per la concessione in esclusiva e con compensazione finanziaria dei collegamenti aerei di linea sulle rotte in questione, pubblicate nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea serie C 38 dell'11 febbraio 2012, ai sensi dell'articolo 17, paragrafo 4, del Regolamento (CE) n. 1008/2008, nella quale viene indicato il termine ultimo per la presentazione delle offerte;
   nello stesso decreto si prendeva atto che:
    nessun vettore comunitario ha accettato di effettuare i collegamenti, senza compensazione finanziaria, con le modalità previste nel decreto n. 413 del 29 novembre 2011;
    sono state esperite le gare europee relative alle rotte interessate, pubblicate nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea serie C 38 dell'11 febbraio 2012, con Comunicazione della Commissione serie C 38 dell'11 febbraio 2012 e che le stesse sono andate deserte;
    con la nota n. 3018 del 12 aprile 2012, la regione autonoma della Sardegna ha comunicato al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ed all'Ente nazionale per l'aviazione civile che, entro il termine ultimo di presentazione delle offerte, nessun vettore aereo ha presentato offerta di partecipazione alle gare sopra citate;
   con la nota ministeriale n. 2517 del 24 maggio 2012, è stata informata la Commissione europea, per il tramite della rappresentanza permanente d'Italia presso l'Unione europea, del risultato della gara;
   la nota del presidente della regione autonoma della Sardegna prot. n. 3695 del 28 maggio 2012 ha richiesto il differimento del termine di entrata in vigore degli oneri di servizio pubblico sulle rotte in questione, alla data del 27 ottobre 2012 e con la quale la regione rappresenta la necessità di approfondire l'analisi delle mutate e mutevoli condizioni di mercato che hanno condotto all'esito negativo della gara, anche procedendo ad una revisione del contenuto degli oneri ovvero ad una loro mera rimodulazione;
   al fine di consentire la proroga del regime onerato di cui al decreto ministeriale n. 103 del 5 agosto 2008, fino alla fine della stagione aeronautica Summer 2012 il Ministro ha emanato un proprio decreto con il quale ha disposto che a decorrere dal giugno 2012, l'articolo 1 del decreto ministeriale n. 102 del 23 marzo 2012, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – serie generale – n. 82 del 6 aprile 2012, è così modificato: Articolo 1. – Gli oneri di servizio pubblico di cui all'articolo 1 diverranno obbligatori a partire dal 27 ottobre 2012;
   dal 1o giugno 2012, l'articolo 2 del decreto ministeriale n. 102 del 23 marzo 2012, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – serie generale – n. 82 del 6 aprile 2012, è così modificato:
    «Articolo 6. – A decorrere dalla data del 27 ottobre 2012 cessano gli effetti del decreto n. 103 del 5 agosto 2008, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – serie generale – n. 199 del 26 agosto 2008, avente per oggetto «Imposizione da parte dell'Italia degli oneri di servizio pubblico sui servizi aerei di linea tra Alghero-Roma Fiumicino e viceversa, Alghero-Milano Linate e viceversa, Cagliari-Roma Fiumicino e viceversa, Cagliari-Milano Linate e viceversa, Olbia-Roma Fiumicino e viceversa, Olbia-Milano Linate e viceversa»;
   l'articolo 3 ha previsto che a decorrere dal 1o giugno 2012, l'articolo 3 del decreto ministeriale n. 102 del 23 marzo 2012, è così modificato: «Il paragrafo 8.1 dell'allegato tecnico al decreto ministeriale n. 413 del 29 novembre 2011, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – serie generale – n. 294 del 19 dicembre 2011 è così modificato: «8.1. – Gli oneri di servizio pubblico disciplinati dalla presente imposizione diventano obbligatori alla data del 27 ottobre 2012»;
   tale quadro tecnico-amministrativo e giuridico si può sintetizzare con l'affermazione riportata dall'Enac nella propria comunicazione del 4 giugno 2012 al Ministero dei trasporti e alla Regione Sardegna dove si afferma l'impossibilità dell'Enac «di procedere all'assegnazione degli slot di continuità territoriale in favore dei vettori i quali, dal giugno scorso, stanno comunque effettuando i voli secondo l'operativo della scorsa omologa stagione di traffico senza la dovuta autorizzazione»;
   la mancata autorizzazione ad effettuare i voli per mancata assegnazione delle bande orarie, oltre alla gravità in sé, e al libero arbitrio che la compagnia Alitalia esercita sull'intero sistema aeroportuale sardo, si configura come una evidente, conclamata, accertata e dichiarata violazione delle norme del codice della navigazione;
   in tal senso è l'Enac stessa a rappresentare che i vettori in violazione dell'articolo 807 del codice della navigazione risultano essere soggetti all'applicazione delle sanzioni pecuniarie previste dal decreto legislativo n. 172 del 2007 per l'atterraggio ed il decollo senza il preventivo ottenimento delle bande orarie;
   le norme attuative del decreto legislativo n. 172 del 2007 fanno configurare tali sanzioni nella prima fattispecie prevista per l'aeroporto coordinato di Cagliari che prevedono che «l'atterraggio o il decollo in un aeroporto coordinato, senza l'ottenimento preventivo della banda oraria, comporta la sanzione amministrativa di centomila euro»;
   la compagnia Alitalia ha effettuato dall'aeroporto coordinato di Cagliari dal giugno ad oggi una media di 18/20 voli giornalieri (atterraggi e decolli) per complessivi 2.340 voli;
   la sanzione da applicare, pur non essendo specificata nel regolamento la metodologia di calcolo, se si intenda a volo o autorizzazione complessiva delle bande orarie, risulterebbe di cifre rilevantissime che sono state omesse all'erario e che risultano non elevate nei confronti della società Alitalia CAI;
   la mancata, palese e reiterata, firma delle convenzioni aggiuntive di proroga con una dichiarata indisponibilità alla sottoscrizione rappresenta di per sé un elemento che renderebbe, da solo, inconfutabile la possibile omissione d'atti d'ufficio, il favoreggiamento e l'abuso d'atti d'ufficio, oltre all'evidente danno all'erario;
   l'esercizio delle rotte e degli slot senza la necessaria autorizzazione, che non risulta possibile rilasciare proprio per via della mancata accettazione degli oneri di servizio pubblico che costituiscono il presupposto per la concessione delle bande orarie, rappresenta un fatto di una gravità inaudita per il quale si rende necessario un immediato e urgente intervento in grado di ripristinare la legalità in tale delicato settore del trasporto aereo;
   le argomentazioni secondo l'interrogante pretestuose, illogiche, prive del più elementare senso del diritto, e palesemente fuori luogo dell'amministratore delegato dell'Alitalia che, non comprendendo la ratio dell'imposizione dell'onere del servizio pubblico per le regioni insulari, ritiene di dover proporre flessibilità tariffaria, la differenziazione tra residenti e non, oltre a voler contrastare il positivo apporto delle compagnie low cost allo sviluppo economico dell'isola;
   il palese tentativo di venir meno alla tariffa unica tra residenti e non residenti che costituisce un fondamento del diritto alla mobilità e alla continuità territoriale per regioni insulari e ultraperiferiche costituisce di per sé un attentato al diritto fondamentale alla mobilità delle persone e delle merci;
   il tentativo esplicito delle compagnie aeree di impedire l'applicazione di questo elementare principio di pari diritti e non discriminatorio tra cittadini europei è un fatto di gravità inaudita se le istituzioni a tutti i livelli, nazionale e regionale, si fanno ad avviso dell'interrogante condizionare da tale atteggiamento prevaricatorio, arrogante e ricattatorio;
   risulta altresì di gravità inaudita, sul piano amministrativo, giuridico e penale che due compagnie aeree partecipino, condizionino, e di fatto indirizzino i bandi di gara relativi al servizio pubblico di continuità territoriale;
   risulta dai verbali di riunione in possesso del sottoscritto che in un contesto di analisi delle procedure di gara, dei risultati delle stesse gare e delle procedure da seguire per il nuovo bando abbiano esplicitamente e fattivamente partecipato le compagnie aeree Alitalia e Meridiana che avrebbero, secondo i verbali, accolto favorevolmente la disponibilità a poter disporre di flessibilità nella scelta dell'operativo;
   non risulta chiaro chi tra gli interlocutori abbia dato questa disponibilità e se questa indicazione riguardasse il regime di proroga o quello futuro del nuovo bando, ma di certo costituisce una violazione delle più elementari regole della pubblica amministrazione in relazione alla trasparenza e al trattamento equo tra concorrenti;
   le reiterate azioni messe in atto dalle compagnie aeree nei confronti del sistema low cost della Sardegna e le gravi dichiarazioni del Sottosegretario Improta, che per opportunità e buon senso dovrebbe astenersi dal condurre egli stesso un'azione devastante rispetto ad un potenziale economico decisivo e rilevante per la Sardegna, inducono a pensare che si stia tentando di mettere in atto un'azione di ricatto e di stampo monopolista del trasporto aereo in Sardegna –:
   se non ritenga opportuno aprire un'inchiesta interna al fine di accertare se vi siano state omissioni nei confronti delle procedure sanzionatorie nei confronti della compagnia Alitalia-Cai e chi ne siano i responsabili;
   se non intenda procedere all'elevazione delle sanzioni previste e all'urgente riscossione al fine di ripristinare la legalità operativa e gestionale della continuità territoriale da e per la Sardegna;
   se non si intenda prendere atto dell'inconsistenza giuridica dell'accordo sottoscritto con la regione Sardegna relativamente al passaggio delle competenze e procedere come previsto per casi analoghi con la predisposizione di norme attuative che individuino con certezza e puntualità funzioni, compiti e responsabilità nella gestione della continuità territoriale;
   se non intenda richiamare tutti i responsabili del Ministero e degli organismi competenti a non partecipare più a nessuna riunione dove siano presenti responsabili di compagnie aeree, lasciando il compito di verificare gli adempienti contrattuali solo ed esclusivamente ad un unico responsabile del procedimento;
   se non ritenga di dover disporre che il calcolo dell'ora volata proposto nell'allegato tecnico della precedente conferenza dei servizi sia definito ufficialmente da un soggetto che se ne assume, sotto ogni punto di vista, anche penale, la responsabilità;
   se non ritenga di dover disporre che, in via cautelare, i funzionari del Ministero rigettino la base di calcolo dell'ora volata prevista nell'allegato tecnico della precedente conferenza di servizi considerato che lo stesso calcolo è frutto di interventi del tutto evidenti che ne hanno alterato il senso e la cui condivisione costituirebbe un'evidente corresponsabilità;
   se non ritenga di dover disporre che i funzionari preposti verifichino che il prossimo bando per la continuità territoriale non escluda tipologie di compagnie aeree attraverso clausole identificative o limitanti che renderebbero il bando viziato all'origine;
   se non ritenga di dover chiarire le responsabilità evidenti per là mancata pubblicazione del nuovo bando che costituisce di fatto un elemento che oggettivamente favorisce una sorta di anarchia nei cieli della Sardegna tutto teso ad avvantaggiare le compagnie aeree operanti nell'isola e che puntano ad esercitare un monopolio evidente sulle rotte da e per l'isola;
   se e cosa intenda fare in relazione al sostanziale venir meno, a decorrere dal 27 ottobre 2012, della continuità territoriale da e per la Sardegna.
(2-01709) «Pili, Baldelli».


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dello sviluppo economico, il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Ministro per gli affari europei, per sapere – premesso che:
   la provincia di Grosseto è una zona ad alta vocazione agricola, ambientale, zootecnica e turistica caratterizzata dalla presenza di numerose imprese, di moltissimi prodotti tipici e di diversificate riserve naturali. Il comparto primario ed il patrimonio paesaggistico e naturale, declinato in tutte le sue attività ed opportunità (produttive, ricettive, turistiche, allevamenti) rappresenta quindi un volano determinante per la crescita sociale, economica ed occupazionale del territorio;
   il territorio della provincia di Grosseto è stato riconosciuto come primo distretto rurale d'Europa, a seguito del recepimento della normativa comunitaria attraverso il decreto legislativo numero 228 del 18 maggio 2001, grazie alla vocazione per l'agricoltura, all'elevata qualità dei prodotti e alla tutela e salvaguardia dell'immenso patrimonio ambientale e paesaggistico;
   la provincia di Grosseto, con il suo 47 per cento di territorio incluso in aree protette di varia tipologia, risulta essere una delle province italiane maggiormente tutelate sotto il profilo ambientale e paesaggistico. Tra le aree protette spiccano un'area marina protetta europea, un parco nazionale, un parco regionale e una successione di riserve naturali e oasi faunistiche (statali, provinciali o regionali);
   la comunità energetica internazionale si sta interrogando sui rischi e benefici dell'utilizzo della fratturazione idraulica o fracking, una nuova tecnica per l'estrazione di gas prima inaccessibile e imprigionato in formazioni rocciose nel sottosuolo (shale-gas). Alcuni studi ritengono infatti tale procedimento dannoso per l'ambiente e per la salute degli abitanti;
   la tecnica fracking è una tecnica di estrazione che prevede la messa in pressione di fluidi all'interno del giacimento che induce la creazione e propagazione di fratturazioni; la messa in pressione dei fluidi può avvenire in alcuni modi ricorrendo anche a esplosioni di bassa intensità in profondità. Le profondità di cui si parla sono in genere comprese tra 1 e 5 chilometri. La tecnica è stata utilizzata soprattutto in diversi contesti geologici americani, di cui, la bibliografia scientifica ne riporta anche gli effetti negativi, in particolare l'incremento della sismicità locale. Questa tecnica può inoltre determinare effetti anche di tipo ambientale, in quanto modificando la struttura e le caratteristiche fisiche di trasmissività del sottosuolo, può determinare la messa in comunicazione di falde con differenti qualità delle acque per il venire meno del naturale confinamento degli acquiferi con la profondità. Tale tecnica viene comunque sconsigliata da alcuni esperti in zone attive sismicamente;
   stanno creando allarme nell'opinione pubblica e tra la cittadinanza locale, in provincia di Grosseto, le notizie circa l'utilizzo della tecnica fracking (fratturazione idraulica) per la coltivazione di giacimenti petroliferi, in particolare di gas metano. Sono state infatti già organizzate riunioni pubbliche sul tema e si è già costituito un comitato cittadino contro l'utilizzo della tecnica del fracking;
   va precisato inoltre che questa tecnica non è mai stata autorizzata ufficialmente nel nostro Paese e pertanto non risultano esservi dati e pubblicazioni scientifiche su questo argomento;
   in provincia di Grosseto sono presenti numerosi corsi fluviali e zone caratterizzate da attività sismica (come il territorio del monte Amiata);
   le zone interessate dall'utilizzo della tecnica fracking sono la frazione Casoni del Terzo (comune di Grosseto) e il territorio del fiume Bruna, in prossimità della frazione di Ribolla (comune di Roccastrada);
   in particolare la società Independent Energy Solutions (Ies), si apprende da fonti stampa, ha avuto dal Ministero dello sviluppo economico le concessioni per i prossimi 6 anni: per le ricerche di gas metano nella zona Casoni (l'attività di ricerca inizierà nel 2014, autorizzazione del 20 marzo 2011) e nella zona Ribolla (le attività di ricerca sono già in corso, autorizzazione dell'8 agosto 2008). L'obiettivo della Ies sarebbe quindi quello di ottenere il permesso definitivo per l'estrazione del gas in una zona il cui sottosuolo presenta uno strato di carbone ricchissimo di metano;
   Independent Energy Solutions, sempre secondo i mezzi di informazione, è una società italiana con sede a Roma e capitale sociale di 15 mila euro. È controllata da Independent Resources, società britannica che detiene l'85 per cento di Erg Rivara Storage, società nata nel 2008 per realizzare e gestire un deposito sotterraneo per lo stoccaggio di gas naturale a Rivara, in provincia di Modena;
   secondo quanto dichiarato, a mezzo stampa, dall'assessore all'ambiente del comune di Grosseto, Giancarlo Tei, la tecnica del fracking sarebbe già stata utilizzata nel comune di Roccastrada dalla società Ies, ma non verrà ripetuta: «La tecnica del fracking è stata già utilizzata a Roccastrada per le ricerche e grazie a quell'operazione i tecnici hanno scoperto che impiegare l'acqua, per la qualità del carbone nel sottosuolo, renderebbe impossibile estrarre il metano. Di conseguenza non verrà utilizzata perché è una tecnica inutile»; «Non ci faremo spaventare da chi urla di più, né dalle multinazionali. Se faranno fracking, avranno parere contrario dell'assessore. Ma sarà sufficiente ? No, se avranno un'autorizzazione ministeriale»;
   lo stesso Giancarlo Tei ha inoltre reso noto, dopo un incontro con i tecnici della Ies che la campagna di scavi nel comune di Grosseto «comincerà nel 2014. Prevedono di far esplodere microcariche di grandezza pari a 5 centimetri a una profondità di 5-7 metri per individuare la presenza di giacimenti. Un'attività che possono svolgere in quanto sono in possesso di regolare autorizzazione del Ministero dell'ambiente e di valutazione di impatto ambientale rilasciata dalla regione Toscana»;
   secondo quanto emerge dalla parole di Giancarlo Tei, per la prima volta in Italia, e senza una autorizzazione ufficiale, si sarebbe quindi praticato in provincia di Grosseto la tecnica del fracking, seppur per indagini estrattive ma senza l'autorizzazione del Ministero competente;
   tale notizia sarebbe anche testimoniata dalla stessa relazione della Ies nel 2010 che riporta testualmente: «un'operazione di frattura idraulica accoppiata con un proppant di ceramica, progettato per migliorare la produttività, è stata completata con successo e questo è stato seguito da una prova di produzione che ha avuto inizio il 17 aprile 2010»;
   numerose sono state le criticità manifestate dai cittadini, dai ricercatori e dagli esponenti del citato Comitato popolare cittadino rispetto all'utilizzo del fracking. Nello specifico, oltre ai già gravi e citati aspetti legati all'attività sismica ed all'inquinamento delle falde acquifere e quindi per la salute umana, segnaliamo:
    «per la prima volta, uno studio scientifico ha mostrato che trivellare alla ricerca di gas con il fracking sia direttamente correlato con l'inquinamento dell'acqua sotterranea e con la possibilità che questa diventi incendiaria»: è quanto ha dichiarato, secondo organi di informazione, la ricercatrice Maria Rita D'Orsogna. Lo studio in questione è comparso su «Proceedings of national academy of sciences» e si basa su analisi compiute in località diverse degli Stati Uniti dai ricercatori della Duke University: «Hanno riscontrato che i livelli di metano, etano, propano butano e altri idrocarburi nei pozzi artesiani aumenta nell'81 per cento dei pozzi acquiferi nel raggio di un miglio vicino a quelli del fracking. Hanno anche riscontrato che il gas migra nel sottosuolo attraverso fessure naturali o artificiali, o perché sfugge alle impermeabilizzazioni dei pozzi “fraccati”. In qualche modo, dunque, il gas arriva nelle riserve acquifere e arde». Secondo altre fonti di informazione gli additivi chimici utilizzati per le perforazioni sarebbero altamente tossici;
    secondo un recente studio, dal 1970 al 2000, negli stati centrali degli Usa si registravano circa 21 terremoti l'anno, mentre nel 2011 sono stati censiti 134: «l'ascesa dei terremoti si osserva nelle stesse aree in cui vi era un'alta concentrazione di smaltimento di acque da fracking in pozzi dismessi nelle aree fra Colorado, Ohio e Oklahoma. Uno degli autori dello studio, William Ellsworth ha concluso che il recente aumento nel numero di terremoti dal 2001 vicino alle operazioni di petrolio e di gas è quasi certamente causato dall'uomo». In sintesi «non tutti i pozzi causano terremoti, ma non è possibile determinare a priori quali porteranno a scosse e quali no»;
    ogni pozzo, secondo uno studio condotto per la Texas Development Board nel 2007, prevede un utilizzo di acqua da immettere nel sottosuolo che va dagli 11 ai 35 milioni di litri. La perdurante carenza idrica del territorio grossetano, già duramente colpita dalla siccità dei mesi estivi, sarebbe notevolmente aggravata da tale tecnica;
    è previsto lo stoccaggio sottoterra di 14 milioni di tonnellate di anidride carbonica con conseguenti rischi che il terreno possa comunque rifasciare ingenti quantitativi di tale gas;
    secondo un rapporto dell'ecologo della Cornell University, Robert Howarth, la tecnica del fracking per l'estrazione di gas shale sarebbe più inquinante dell'utilizzo del carbone: Le perdite di metano negli impianti di gas shale variano infatti dal 3,6 al 7,9 per cento, rilasciando così nell'atmosfera grandi quantità di gas nocivi per l'effetto serra del pianeta;
    non vi è nessun ritorno economico concreto per la comunità locale: «in zona fiume Bruna – dichiara in una intervista l'ingegnere Fiorentino D'Arco – prevedono di estrarre 2,4 miliardi di metri cubi di gas metano. In zona Casoni 180 mila metri cubi all'anno: con questi numeri, la distribuzione annuale delle royalty da parte della società prevede che 560 mila euro vadano allo Stato, 1 milione alla Regione e 280 mila ai Comuni. Se l'amministrazione decidesse di ridistribuirle, a ogni cittadino andrebbero 3,5 euro all'anno»;
    molte altre zone, anche ad alta densità abitativa, sarebbero interessate dalle trivellazioni: «nel perimetro della concessione grossetana rientrerebbero pure l'aeroporto militare e tante aree densamente popolate della città, dalla zona artigianale a Barbanella» dichiarano a mezzo stampa esponenti del già citato Comitato popolare cittadino;
    si potrebbero verificare l'impoverimento delle peculiarità agricole e ricettive e la distruzione di numerose ricchezze naturalistiche del territorio: sarebbero infatti necessarie, per supportare l'attività dei pozzi, imponenti opere infrastruttura li con conseguente consumo di suolo, senza dimenticare l'inquinamento acustico prodotto dai gruppi elettrogeni per l'estrazione e le problematiche relative allo stoccaggio ed allo smaltimento dei fanghi e delle acque reflue prodotte;
   martedì 30 ottobre 2012 si terrà presso il comune di Grosseto un incontro pubblico organizzato dall'amministrazione comunale alla presenza dei tecnici della società les;
   va rimarcato che in Europa la tecnica del fracking è attualmente interdetta in Francia, Romania ed in Bulgaria mentre in Repubblica Ceca, Germania e in Gran Bretagna si discute per vietarla; negli Stati Uniti è proibita nello Stato del Vermont mentre lo Stato di New York ha attivato una moratoria fino al prossimo mese di giugno. In Canada inoltre, secondo quanto riportano i media, «si sta discutendo, animatamente» sul fracking; «il capo dipartimento per la salute pubblica del governo, Eilish Cleary, sembrerebbe molto arrabbiata per le difficoltà che sta riscontrando nel rendere pubbliche le informazioni raccolte sui rischi dello shale gas;
   le licenze e la regolamentazione delle prospezioni geologiche e della produzione di shale gas vengono decise a livello nazionale (l'Unione europea non ha ad oggi infatti nessuna autorità specifica in questo settore);
   l'Unione europea ha comunque manifestato l'intenzione di dotarsi di norme specifiche sull'estrazione dello shale gas e sul fracking. Tale regolamento, direttiva o emendamento a regolamenti già esistenti, dovrebbe arrivare entro il 2013: è quanto si deduce dall'intervista rilasciata a viEUws, testata online che si occupa di Europa, da parte del portavoce del Commissario Unione europea all'Ambiente. Joe Hennon: «Sono in programma nei prossimi mesi i primi contatti tecnici con i rappresentanti degli Stati membri e una consultazione pubblica». Joe Hennon ha inoltre ammesso che «lo shale gas può essere una risorsa importante per l'Unione europea ma non ci sono ancora dati a sufficienza per decidere, perché gli esperimenti fatti sul suolo dell'UE sono pochissimi. Ci sono però rischi da considerare per l'acqua e la salute umana»;
   i rischi legati alla tecnica del fracking sono comunque confermati da documenti ufficiali come, ad esempio la relazione presentata da una commissione di studio dell'Unione europea «Impatto dell'estrazione di gas e olio di scisto sull'ambiente e sulla salute umana» del 2011. Tale relazione riporta:
    a) il potenziale inquinamento delle acque con le sostanze chimiche provenienti dal processo di fratturazione;
    b) le sostanze radioattive di origine naturale come uranio, torio e radio legati alla roccia vengono trasportati in superficie con i fluidi di riflusso;
    c) l'inquinamento atmosferico per l'evaporazione di sostanze dannose;
    d) l'enorme consumo di risorse naturali (soprattutto acqua);
    e) l'emissione di composti aromatici come benzene e xilene che provengono prevalentemente dalla compressione e lavorazione del gas;
    f) la presenza di sostanze radioattive iniettate come traccianti all'interno dei pozzi in fase di perforazione;
    g) il verificarsi di terremoti indotti dal processo di fratturazione idraulica o dall'iniezione di acque reflue;
   il 18 settembre 2012 la Commissione Industria ed Energia del Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla ricerca e sfruttamento di shale gas e shale oil la cui ricerca, riporta il documento, «dovrebbe essere accompagnata da un “robusto regime regolatorio” a livello nazionale. La legislazione europea, inoltre, “potrebbe anche aver bisogno di essere aggiornata se l'esplorazione alla ricerca di shale gas e oil dovesse aumentare”. Ogni paese dell'Unione europea “ha il diritto di decidere per se stesso se sfruttare o no lo shale gas”, segnala ancora la Commissione. Gli Stati membri però “dovrebbero avere regole robuste su tutte le attività relative, inclusa la fratturazione idraulica delle rocce” (il cosiddetto fracking). Gli Europarlamentari della Commissione Industria ed Energia hanno anche chiesto alla Commissione europea “un supporto nella valutazione dell'impatto economico e ambientale” in Unione europea del gas non convenzionale»;
   il 19 settembre 2012 la Commissione ambiente del Parlamento europeo ha votato un'altra risoluzione sugli aspetti ambientali dello shale gas, tra i quali quello della trasparenza sulle sostanze chimiche che si usano insieme all'acqua nella tecnica del fracking e sul relativo rischio di contaminazione delle falde acquifere. Secondo tale documento «gli Stati membri dovranno essere prudenti attendendo l'analisi che determinerà se il regolamento europeo è appropriato. Le regole europee coprono in maniera adeguata le licenze di esplorazione precoce e a produzione di gas di scisti, ma, data l'eventuale espansione delle loro esplorazioni, è necessaria un'analisi dettagliata del regolamento sui combustibili fossili non convenzionali». Secondo la risoluzione le compagnie di estrazione dovranno inoltre dichiarare «quali prodotti chimici sono utilizzati, per rispettare la legislazione europea»;
   alcune interrogazioni presentate dai parlamentari europei chiedono all'esecutivo dell'Unione europea di fornire studi scientifici più dettagliati sull'utilizzo del fracking e di illustrare i rischi correlati a questa tecnica;
   «il Governo si rende conto del potenziale impatto ambientale legato alle attività estrattive ed è quindi fondamentale la massima attenzione per prevenire potenziali ricadute negative». In tal senso, l'esecutivo «non intende perseguire lo sviluppo di progetti in aree sensibili in mare o in terraferma, ed in particolare quelli di shale gas»: è quanto evidenziato nella «Strategia energetica nazionale» presentata martedì 16 ottobre 2012 dal Consiglio dei ministri e sottoposta a consultazione pubblica –:
   se la società Independent Energy solutions abbia realmente effettuato, dal 2010 ad oggi in provincia di Grosseto, indagini attraverso la tecnica del fracking, e nello specifico quante volte, in quali zone e con quali autorizzazioni ministeriali;
   se i Ministri interpellanti intendano rilasciare i permessi relativi a ulteriori estrazioni di produzione di shale gas attraverso la tecnica del fracking nonostante la presenza di elevati rischi per l'ambiente e per la salute dei cittadini, la scelta di sospendere tale procedimento da parte di alcuni Stati, gli appelli alla prudenza dell'Unione europea e la decisione dell'Unione europea di dotarsi si un regolamento specifico entro il 2013;
   se si ritenga possibile coniugare, per i motivi esposti in premessa, la produzione di shale gas attraverso la tecnica del fracking soprattutto in zone, come la provincia di Grosseto, ad altissimo pregio ambientale e paesaggistico, ad elevata vocazione agricola e turistica; tutelando al tempo stesso la salute e la sicurezza delle popolazioni residenti;
   se non ritenga quantomeno inopportuno che le concessioni per la produzione di shale gas, per i motivi di sicurezza pubblica ed ambientale esposti in premessa e per gli ingenti investimenti finanziari necessari per l'estrazione del gas, siano state assegnate ad una società che ha un capitale sociale soltanto di 15mila euro.
(2-01710) «Sani, Fiorio, Bordo, Marchi, Marantelli, Berretta, Fontanelli, Antonino Russo, Scarpetti, Touadi, Lovelli, Ginefra, Benamati, Amici, Rugghia, Rossa, Corsini, Verducci, Tullo, De Micheli, Garavini, Calvisi, Marrocu, Servodio, Sposetti, Lolli, Narducci, Esposito, Misiani, Vico, Rigoni».


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dello sviluppo economico, per sapere – premesso che:
   è prioritario l'impegno di adottare tutte le misure utili a ridurre drasticamente il nostro debito pubblico;
   si prende atto della decisione del Governo di affidare al dottor Bondi l'incarico di analizzare e redigere un piano di contenimento della spesa pubblica;
   ad avviso degli interpellanti è indispensabile abbassare la pressione fiscale imponendo a tutte le articolazioni dello Stato misure conseguenti, a partire dal Parlamento con la riduzione di almeno il 50 per cento dei suoi componenti e delle loro indennità;
   la disciplina di rigore della spesa debba essere adottata anche da tutte le società pubbliche;
   la Rai è un'azienda totalmente pubblica, ricca di professionalità eccellenti, impegnate prioritariamente a fornire la più ampia e rigorosa informazione;
   è necessario contribuire a far conoscere e ad analizzare la situazione gestionale dell'azienda al fine anche di agevolare il lavoro del dottor Bondi e del suo team;
   l'obbligo di versare il canone alla Rai, determinato da una legge dello Stato, rende a tutti gli effetti tale misura una forma di tassazione;
   la pressione fiscale del nostro Paese ha raggiunto percentuali di gran lunga superiori alla media dei Paesi economicamente paragonabili all'Italia ed è comunque eccessivamente onerosa per le imprese e i cittadini;
   va ricordato che l'articolo 27 del vigente contratto di servizio prevede, tra l'altro, che, al fine di fornire una completa informativa sulle dinamiche della gestione, entro il mese di giugno di ogni anno la Rai trasmetta al Ministero dello sviluppo economico e al Ministero dell'economia e delle finanze una relazione sui risultati economico-finanziari, oltre a prevedere la pubblicazione sul suo sito web degli stipendi di dipendenti e collaboratori, mentre l'articolo 31 attribuisce al Ministero dello sviluppo economico un'ampia facoltà di disporre verifiche e di richiedere alla Rai informazioni, dati e documenti utili –:
   quale sia il gettito annuale del canone Rai;
   di quali elementi disponga il Governo, anche alla luce di quanto stabilito dagli articoli 27 e 31 del vigente contratto di servizio stipulato tra il Ministero dello sviluppo economico e la RAI, in ordine ai seguenti aspetti:
    a) quanti siano i dipendenti della Rai suddivisi per categoria (dirigenti, giornalisti, tecnici, e altro), e quali siano i loro contratti di lavoro e le loro retribuzioni;
    b) quanti siano i dipendenti Rai distaccati stabilmente all'estero e quali siano i loro trattamenti economici;
    c) quali siano le disposizioni dei vertici aziendali in ordine ai benefit concessi ai dipendenti, in particolare per quel che riguarda l'utilizzo di auto di servizio, cellulari, carte di credito aziendali, spese di rappresentanza;
    d) quali siano altresì le determinazioni aziendali per le missioni dei dipendenti Rai in Italia e all'estero, con particolare riferimento alle diarie giornaliere, ai rimborsi per le spese di viaggio, vitto e alloggio (categorie del mezzi di trasporto, degli hotel e dei ristoranti ammessi per i rimborsi);
    e) quante siano le sedi e gli immobili di proprietà della Rai in Italia e all'estero;
    f) quanto costi la gestione del circolo sportivo della Rai situato a Roma sul lungotevere, dotato di piscine, campi da tennis, ristorante, club house, sala riunioni, e altro; chi sia il proprietario di questa struttura, quale sia la valutazione catastale di tale proprietà ed eventualmente se e quali strutture simili (circoli aziendali e sportivi) siano di proprietà o in locazione d'uso alla Rai;
    g) quale sia il regolamento per accedere e utilizzare tale struttura, a quanto ammonti il canone annuale per i soci, se e quanti dipendenti dell'azienda siano impiegati nel suddetto circolo sportivo.
(2-01711) «Antonione, Gava, Mistrello Destro, Sardelli, Santori, Mario Pepe (Misto-R-A), Brugger».

Interrogazioni a risposta immediata:


   TOTO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   il tema delle interferenze tra i servizi di telefonia mobile di nuova generazione long term evolution(lte) e i canali televisivi del digitale terrestre è di stringente attualità e postula iniziative non procrastinabili per affrontarne le evidenze e risolverne le problematiche;
   nell'autunno dell'anno 2011, fu espletata l'asta per l'assegnazione dei diritti d'uso sulle quattro frequenze nella banda 800, 1800, 2000 e 2600 mhz, che potranno essere utilizzate per l'erogazione dei servizi basati sulle tecnologie. Gli operatori ammessi a parteciparvi definirono le proprie strategie nella convinzione che, in virtù dei principi e delle regole applicabili, il soggetto tenuto a farsi carico delle soluzioni occorrenti per rimediare alle interferenze in banda 800 mhz da «canale adiacente» fosse l'operatore detentore del cosiddetto «blocco sporco», ossia Wind telecomunicazioni s.p.a., che, proprio per tale ragione, beneficiò dell'esenzione da obblighi di copertura sul medesimo blocco, giustificata dalla necessità di definire una pianificazione di rete idonea a gestire le interferenze;
   non può, dunque, che rimanere in capo al nominato operatore l'onere di risolvere la problematica, nel più breve tempo possibile, al fine di eliminare l'analoga problematica sofferta dagli operatori televisivi;
   è altrettanto non dubitabile e ineludibile che eventuali, ulteriori e diversificati fattori di interferenze residuali, che emergessero a seguito dell'accensione degli apparati, dovranno essere risolti dagli operatori che li determinano con soluzioni mitigatorie reputate, di volta in volta, le più opportune e, naturalmente, confrontate in sede ministeriale con gli organi tecnici. Se, viceversa, gli oneri relativi alla soluzione di questioni interferenziali dovessero gravare, contrariamente a quanto disciplinato in normativa e in maniera indiscriminata, su tutti gli aggiudicatari della banda a 800 mhz, si determinerebbe una sensibile alterazione dell'equilibrio competitivo e un travisamento delle condizioni soggettive di partecipazione all'asta, che si tradurrebbero in un ingiustificato vantaggio competitivo per la nominata società operatrice a danno delle altre;
   qualora, poi, si prevedesse, ad esempio, la costituzione di un fondo proporzionato nel suo valore totale al numero delle stazione radio base, in acronimo, bts (base transceiver station), operanti in banda 800 mhz e la cui ripartizione fosse operata in ragione del numero delle bts detenute da ciascun operatore, l'ingiusto vantaggio competitivo sopra evidenziato sarebbe ulteriormente aggravato perché, in tal caso, all'alterazione competitiva si aggiungerebbe un forte disincentivo a coperture di rete capillari;
   appare, pertanto, urgente e opportuna una tempestiva disciplina normativa che preveda l'adozione di misure e modalità di calcolo d'intervento a carico delle società operatrici nelle telecomunicazioni, al fine di mitigare interferenze tra i servizi a banda ultralarga mobile nella banda degli 800 mhz e gli impianti per la ricezione televisiva domestica, e che, opportunamente, disponga l'affidamento degli interventi alla Fondazione Ugo Bordoni, ponendo, altresì, a carico dei singoli operatori assegnatari della banda 800 mhz gli eventuali relativi oneri con criteri di proporzionalità, giustificatezza, trasparenza e non discriminazione, tenuto conto della tipologia di blocco frequenziale di pertinenza e del tipo di interferenze ad essa correlato, dei relativi obblighi e dell'adiacenza tra la frequenza operativa e la banda televisiva –:
   se il Governo non ritenga di assumere le opportune e debite iniziative normative, anche, ove possibile, non di rango primario, al fine di adottare la disciplina normativa auspicata, sussumendo nella medesima criteri e principi alla stregua di quelli indicati, conclusivamente, in premessa. (3-02553)


   CAMBURSANO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   il canavese, parte nord della provincia di Torino – collocata tra la Valle d'Aosta, il biellese, il vercellese, il casalese, il chierese e il torinese – è un'area a forte declino industriale;
   la somma dei sei ambiti di analisi (livello di benessere economico, transizione demografica, performance del mercato del lavoro, professionalità, presenza di strutture innovative ambientali e mobilità su gomma), effettuata dalla locale associazione industriale, pone, infatti, il canavese in coda alla classifica;
   nella graduatoria nazionale si troverebbe in cinquantaquattresima posizione, mentre fra le province piemontesi la graduatoria vede prima quella del Verbano Cusio Ossola, collocata al 21o posto, seguita da Cuneo al 29o, Biella al 35o, Novara al 37o, Vercelli al 38o, Alessandria al 49o e Asti al 53o;
   restringendo ulteriormente l'area, escludendo l'ambito di integrazione territoriale n. 9 (così come definito dalla regione Piemonte) di Ciriè, la situazione peggiorerebbe ulteriormente;
   più precisamente in relazione all'ambito di integrazione territoriale n. 7 di Ivrea, all'ambito di integrazione territoriale n. 8 di Rivarolo Cananavese e all'ambito di integrazione territoriale n. 11 di Chivasso si rileva quanto segue: l'ambito di integrazione territoriale n. 7 comprende ben 66 comuni e conta 111.000 abitanti; l'ambito di integrazione territoriale n. 8 comprende 46 comuni e 92.000 abitanti; l'ambito di integrazione territoriale n. 11 comprende 18 comuni e 68.000 abitanti. L'area in questione totalizza, quindi, 130 comuni, per lo più molto piccoli. Solo Ivrea e Chivasso superano i 20.000 abitanti; Rivarolo, Cuorgnè e Castellamonte superano i 10.000 abitanti;
   il 50 per cento della superficie è rappresentata da un territorio al di sopra dei 600 metri sul livello del mare, ma conta meno del 10 per cento della popolazione; il 28 per cento da comuni collinari e con il 46,5 per cento della popolazione (Ivrea compresa con i suoi 24.000 abitanti) e il 22 per cento da comuni di pianura, ma che rappresentano il 43 per cento della popolazione (Chivasso compresa con i suoi 27.000 abitanti). L'intera area conta 271.000 abitanti, distribuiti su una superficie di oltre 1.980 chilometri quadrati, con 20.000 unità locali di lavoro e 80.000 addetti circa, quindi con una media di 4 addetti per ogni unità locale;
   nel corso degli anni si è determinata una grave crisi del tessuto industriale che ha interessato sia le grandi imprese, in passato a forte tradizione sul territorio, sia le imprese di livello medio. A tale proposito, infatti, gli stabilimenti Olivetti di Ivrea, Scarmagno, San Bernardo di Ivrea ed Agliè sino al 1987 davano lavoro a 58.000 dipendenti, che scendono a 40.500 nel 1992 e oggi sono 558. A Caluso la ex General electric, poi ex Olivetti, poi ex Honeywell, poi ancora ex Bull e, infine, Compuprint ha chiuso lo stabilimento che dava lavoro ad alcune migliaia di dipendenti. A Chivasso, dopo la chiusura dello stabilimento ex Lancia poi Fiat avvenuta nel 1992, alcune aziende dell'indotto auto furono «obbligate» a trasferire le loro produzioni in quello stabilimento lasciato vuoto, costituendo un apposito consorzio (Pi.chi.), che ben presto, però, sono entrate in crisma loro volta e a ben poco è servito l'avvio di un polo integrato di sviluppo (P.I.S.) promosso dalla città di Chivasso e dalla provincia di Torino, finanziato dalla regione Piemonte a valere sui fondi europei e gestito dalla Chind spa. L'insieme delle due iniziative (Pi.chi e Chind) hanno dato lavoro a 1.500 persone;
   nella parte occidentale, che coincide con l'ambito di integrazione territoriale n. 8, le uniche realtà imprenditoriali ancora attive sono quelle del comparto dello «stampaggio a caldo», ma, quella che fino a pochi anni fa veniva definita la «piccola Ruhr» italiana, oggi sta soffrendo la grave crisi del settore e tante piccolissime imprese stanno chiudendo i battenti, per non parlare degli altri settori produttivi che di fatto non esistono più. Non a caso alcuni comuni erano già stati indicati dal decreto del Ministero dello sviluppo economico del 7 dicembre 2007 come «Aree svantaggiate», di cui alle deroghe ex articolo 83, paragrafo 3, lettere a) e c), del Trattato che istituisce la Comunità europea, ammesse agli aiuti di Stato;
   in relazione alle problematiche sopra evidenziate, il cui perdurare mette in ginocchio l'intera economia, appare urgente che il Governo sappia definire scelte di politica industriale indispensabili per rilanciare un'area a forte tradizione imprenditoriale e a grande vocazione industriale (informatica, telematica, energetica rinnovabile, meccatronica e auto motive) –:
   quali siano gli intendimenti del Governo sugli indirizzi da assumere per il rilancio del canavese e per la riconversione e riqualificazione di una struttura industriale segnata da una crisi complessa e, in particolare, se ritenga idonei gli strumenti per il rilancio di cui all'articolo 23, comma 2, del decreto-legge n. 83 del 2012, che ha previsto la costituzione di un «Fondo per la crescita sostenibile» soprattutto per le aree a rischio di deindustrializzazione, e quelli previsti dalla legge di stabilità per l'anno 2012 (la n. 183 del 2011), che ha esteso, in via sperimentale e fino al 31 dicembre 2013, a tutto il territorio nazionale e non solo al Mezzogiorno le cosiddette «zone a burocrazia zero». (3-02554)


   POLIDORI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   la legge costitutiva (decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011) dell'Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane conferma la funzione istituzionale di «vigilanza» in capo al Ministero dello sviluppo economico – e specificamente alla direzione generale politiche d'internazionalizzazione e promozione scambi – in quanto titolare della spesa relativa al funzionamento e all'attività dell'ente;
   la norma attribuisce, inoltre, un'analoga competenza al Ministero degli affari esteri, circoscritta alle materie di competenza: sedi all'estero, programmazione attività promozionale, rapporti con i soggetti membri della cabina di regia;
   la differente natura delle funzioni di vigilanza svolte da ciascun ministero è, del resto, convalidata dalla presenza nel consiglio di amministrazione del direttore generale del Ministero degli affari esteri competente sulla materia, che evidentemente non configura sovrapposizione di ruoli tra vigilante e vigilato. Di contro, il Ministero dello sviluppo economico, al cui titolare spetta la scelta degli altri componenti, non è rappresentato nel consiglio;
   di conseguenza, la direzione generale politiche d'internazionalizzazione e promozione scambi del Ministero dello sviluppo economico è chiamata a definire, d'intesa con gli organi di controllo, gli aspetti tecnico/gestionali dell'attuale fase transitoria dell'Agenzia, nonché del futuro regime ordinario. Tale attività non può che procedere di pari passo con l'adozione degli atti fondativi del nuovo soggetto (decreto del Presidente del Consiglio dei ministri di ripartizione delle risorse, organigramma, regolamento di amministrazione e contabilità ed altri), in modo che il quadro amministrativo di riferimento sia coerente con il disegno politico ed assicuri il corretto ed efficiente funzionamento dell'ente strumentale –:
   se non si ritenga necessario coinvolgere maggiormente il Ministero dello sviluppo economico nell'operatività dell'Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane, al fine di evitare che si riproducano gli errori del passato, accelerando al massimo tutti i regolamenti e gli atti amministrativi tesi a rendere l'Agenzia pienamente operativa nel più breve tempo possibile. (3-02555)


   DOZZO, MARONI, BOSSI, LUSSANA, FOGLIATO, MONTAGNOLI, FEDRIGA, FUGATTI, ALESSANDRI, ALLASIA, BITONCI, BONINO, BRAGANTINI, BUONANNO, CALLEGARI, CAPARINI, CAVALLOTTO, CHIAPPORI, COMAROLI, CONSIGLIO, CROSIO, D'AMICO, DAL LAGO, DESIDERATI, DI VIZIA, DUSSIN, FABI, FAVA, FOLLEGOT, FORCOLIN, GIDONI, GIANCARLO GIORGETTI, GOISIS, GRIMOLDI, ISIDORI, LANZARIN, MAGGIONI, MARTINI, MERONI, MOLGORA, LAURA MOLTENI, NICOLA MOLTENI, MUNERATO, NEGRO, PAOLINI, PASTORE, PINI, POLLEDRI, RAINIERI, REGUZZONI, RIVOLTA, RONDINI, SIMONETTI, STEFANI, STUCCHI, TOGNI, TORAZZI, VANALLI e VOLPI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   l'aggravarsi della crisi del debito in alcuni Paesi dell'area euro, compresa l'Italia, è stata affrontata dall'attuale Governo con misure che assicurassero la stabilità finanziaria, la crescita e l'equità del Paese, le quali sono state prevalentemente perseguite attraverso un aumento della pressione fiscale a carico di famiglie ed imprese;
   tale approccio, come recentemente dichiarato dallo stesso Presidente del Consiglio dei ministri, ha tuttavia portato nell'immediato ad un peggioramento dell'attuale crisi economica, con ricadute importanti sul tessuto produttivo del Paese già al collasso finanziario;
   l'elevata tassazione, il peso della burocrazia, le difficoltà di accesso al credito bancario e non da ultimo i forti ritardi di pagamento delle forniture da parte della pubblica amministrazione sono fenomeni che fanno dell'Italia il fanalino di coda dei Paesi dell'Unione europea;
   secondo il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, le imprese stanno morendo sotto il peso delle tasse; il rapporto di Confindustria, infatti, indica che l'incidenza della pressione fiscale sulle imprese è arrivata al 57 per cento, dato allarmante se confronto con altri Paesi come la Germania, dove tale incidenza della pressione fiscale è circa 20 punti più bassa rispetto all'Italia;
   l'attuale situazione economica impone necessariamente scelte che siano più orientate ad ascoltare le effettive esigenze del tessuto produttivo italiano, composto per la quasi totalità da micro, piccole e medie imprese, che, nonostante la crisi, sono ancora il traino dell'economia italiana;
   la riduzione del carico fiscale potrebbe realizzarsi nell'immediato attraverso l'azzeramento della spesa per l'erogazione dei contributi statali alle imprese. Le politiche di incentivazione alle imprese, infatti, non hanno prodotto negli anni gli effetti desiderati, comportando la dispersione di risorse pubbliche su progetti che spesso si sono rilevati poco produttivi;
   secondo dati recenti, su trenta miliardi di euro di incentivi, alle imprese private ne arrivano solo tre, mentre il resto finisce disperso e spesso alimenta fenomeni di speculazione, i quali tolgono risorse importanti al rilancio dell'economia del Paese. Il risparmio che potrebbe derivare dal taglio della spesa pubblica, se indirizzato alla riduzione delle tasse, anche agendo sul «cuneo fiscale», si aggira intorno ai 10 miliardi di euro;
   il taglio degli incentivi a pioggia in favore della realizzazione di una drastica riduzione delle pressione fiscale sulle imprese potrebbe inaugurare una nuova stagione di crescita per il Paese e portare ad un vero contenimento dello spreco di soldi pubblici –:
   se il Ministro interrogato condivida le iniziative enunciate in premessa e quali iniziative intenda adottare affinché attraverso l'azzeramento dei contributi pubblici alle imprese possano reperirsi le risorse necessarie da indirizzare alla realizzazione di una drastica riduzione della pressione fiscale sulle imprese, che potrebbe essere conseguita anche con la riduzione del «cuneo fiscale». (3-02556)


   LUSETTI, GALLETTI, ANNA TERESA FORMISANO, RUGGERI, TASSONE, COMPAGNON, CICCANTI, RAO, NARO e VOLONTÈ. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   risulta da fonti di stampa che Telecom Italia ha delocalizzato i servizi di call center in Albania, Romania, Turchia con migliaia di lavoratori, mentre in Italia da anni sono a rischio migliaia di posti di lavoro;
   la delocalizzazione di tali servizi rischia di indebolire complessivamente il sistema Paese a causa del trasferimento di quantità indefinite di dati personali sensibili di cittadini, in Paesi che non hanno l'adeguata tutela adottata dall'Italia;
   risulta da migliaia di denunce presenti sulla rete internet che Telecom Italia negli ultimi anni ha proposto, da call center Telecom a utenti Telecom, l'acquisto di personal computer o di notebook ad un prezzo vantaggioso, da pagare in comode rate addebitate sulla bolletta telefonica;
   la fornitura dei personal computer è seguita da una fattura d'importo pari al doppio e a volte al triplo dell'offerta telefonica fatta dal call center;
   le proposte truffa via telefono sarebbero state effettuate da un gruppo, che è uno dei principali outsourcer operanti dai Paesi emergenti europei e offre servizi di contact center e di business process outsourcing, che opera da due centri in Romania e da due centri in Albania, e da un altro gruppo, che nasce in Romania nella città di Iasi già nel 2007, con esperienza nella gestione della rete commerciale, telemarketing, teleselling e assistenza clienti –:
   se la procedura commerciale descritta in premessa corrisponda al vero e quali iniziative, per quanto di competenza, intenda adottare al fine di tutelare i cittadini ed i loro dati personali sensibili e le migliaia di posti di lavoro a rischio.
(3-02557)

Interrogazioni a risposta scritta:


   MIGLIORI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   nel comune di Monterchi (Arezzo), con caratteristiche montane, è situato l'ufficio postale di zona, del quale sono fruitori anche gli abitanti delle adiacenti località;
   la società Poste italiane ha proceduto alla rimodulazione delle aperture dell'ufficio postate di Monterchi senza alcun preavviso e comunicazione, unilateralmente e in modo non concordato con le amministrazioni locali;
   il provvedimento, che doveva essere di carattere temporaneo dal 14 giugno al 19 settembre con quattro giorni di apertura, non è stato seguito da un ritorno alla normalità, anzi ha determinato una ulteriore riduzione portando a tre i giorni di apertura. Tale provvedimento, tra l'altro, non ha tenuto presente i flussi di zona, creando notevoli disagi non solo alla popolazione locale ma anche ai turisti che frequentano la zona nel periodo estivo –:
   quali iniziative urgenti si intendano attuare affinché l'ufficio postale di Monterchi riprenda il servizio fino a giugno svolto, continuando così a garantire la presenza sul territorio, con un servizio pubblico efficiente ed efficace, alla cittadinanza, alle aziende, ai turisti ed agli anziani, modulato sulle reali esigenze del territorio e concordato con le amministrazioni locali. (4-18210)


   REGUZZONI. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   l'incentivazione di meccanismi che favoriscano l'innovazione d'impresa è un fattore critico di successo per l'economia del Paese;
   la presenza di ricercatori nella industria italiana può favorire la spinta innovatrice;
   è un dato acclarato la tendenza di molti ricercatori a trasferirsi all'estero;
   una recente ricerca di «Ambrosetti – the European House» ha indicato – tra le altre – quale priorità per lo sviluppo e l'innovazione l'incentivazione della presenza di PhD nell'industria attraverso «programmi di scambio ricerca-industria per Phd con defiscalizzazione degli oneri per gli enti che li mandano e che li ospitano oppure per chi li assume (se start up)»;
   esistono numerose proposte di legge, anche a prima firma dell'interrogante, che propongono misure in tal senso;
   occorrerebbe inoltre favorire al contempo la mobilità pubblico-privato dei ricercatori, anche attraverso misure specifiche –:
   se e quali iniziative il Governo abbia intrapreso o intenda intraprendere al fine di rispondere in modo positivo alle sollecitazioni di cui alle premesse. (4-18227)

Pubblicazione di un testo riformulato e modifica dell'ordine dei firmatari.

  Si pubblica il testo riformulato della mozione Velo n. 1-01168, già pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta n. 700 del 10 ottobre 2012.

  La Camera,
   premesso che:
    l'industria siderurgica europea si trova a dover affrontare un'altra stagione di ristrutturazione, di delocalizzazione, di chiusure e di riduzione delle capacità produttive, che minacciano, sia gli impianti sia i posti di lavoro;
    mentre agli inizi del duemila, nei Paesi dell'Unione europea, si produceva il 23 per cento dell'acciaio mondiale a fronte del 15 per cento della Cina, nel corso dell'ultimo decennio si è invertito il rapporto e il 2010 ha registrato una produzione in Europa pari al 12 per cento dell'acciaio mondiale mentre in Cina si è raggiunto il 44 per cento;
    la tendenza è alla dislocazione della produzione siderurgica nei Paesi dove le condizioni sono considerate più vantaggiose (meno vincoli sociali e ambientali, disponibilità materie prime e altro) e dove è prevista una maggiore crescita economica e un maggior consumo;
    i maggiori gruppi siderurgici europei, compresi quelli italiani, spostano sempre di più la loro attenzione verso l'Oriente e le Americhe, riducendo la loro presenza in Europa;
    le tendenze della siderurgia europea potrebbero cambiare radicalmente il ruolo e il peso della siderurgia italiana;
    in questo contesto si inquadra anche la crisi del polo siderurgico di Piombino che è il secondo polo siderurgico a ciclo integrale dopo quello di Taranto e occupa attualmente circa 6.000 lavoratori, con la presenza, in particolare, di gruppi industriali rilevanti tra cui Lucchini (proprietà Severstal), Magona (proprietà AcelorMittal) e Tenaris Dalmine (proprietà Techint);
    da tempo si assiste ad un crollo degli ordinativi ed il rallentamento del polo siderurgico ha messo in difficoltà anche l'economia regionale;
    il gruppo Lucchini sta vivendo una grave crisi finanziaria malgrado la ristrutturazione del debito in corso e la ricapitalizzazione di 100 milioni di euro appena accordata dalle banche creditrici; anche la situazione del gruppo Magona al momento desta molta preoccupazione;
    dalle difficoltà del gruppo Lucchini derivano anche i dubbi sulla continuazione delle attività nello stabilimento di Servola, a Trieste, che impiega, considerando l'indotto diretto, quasi mille lavoratori;
    le aziende si trovano in una condizione di grande incertezza, con il calo dei volumi produttivi e il conseguente ricorso agli ammortizzatori sociali e ai contratti di solidarietà;
    il ridimensionamento dei poli siderurgici determinerebbe un elevato costo sia in termini sociali, con il possibile licenziamento di almeno la metà dei dipendenti, che economici perché priverebbe l'Italia di un asset strategico in un momento in cui gli investimenti nell'aggiornamento della rete ferroviaria italiana richiederebbero un maggior uso delle produzioni siderurgiche;
    appare urgente definire un piano industriale che consenta ai poli siderurgici di intercettare i segnali di ripresa del mercato dell'acciaio nazionale e internazionale;
    appare allo stesso tempo urgente un intervento per accelerare il processo di riqualificazione complessiva dei siti siderurgici di Piombino e di Trieste, mediante operazioni di bonifica sostenibili, complemento fondamentale per un effettivo rilancio produttivo del sistema industriale siderurgico;
    l'articolo 27 del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, prevede che in caso di situazioni di crisi industriali complesse, in specifici territori soggetti a recessione economica e perdita occupazionale, possano essere attivati progetti di riconversione, anche attraverso accordi di programma, e riqualificazione industriale la cui finalità è quella di agevolare gli investimenti produttivi, anche di carattere innovativo, nonché la riconversione industriale e la riqualificazione economico produttiva dei territori interessati;
    il procedimento ai fini del riconoscimento di tale crisi è caratterizzato dall'istanza di riconoscimento della regione interessata; requisito formale assolto dal presidente della giunta regionale della Toscana lo scorso 10 agosto con lettera indirizzata al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico, e assolto dalla giunta regionale del Friuli Venezia Giulia con delibera n. 1766, lo scorso 11 ottobre 2012;
    la crisi simultanea sia di un intero settore che di imprese di varie dimensioni, nonché la presenza di questioni infrastruttura li ambientali ed energetiche non risolvibili solo con risorse e competenze di carattere regionale (esempio SIN – sito di interesse nazionale), comporta la necessità di un coinvolgimento del Governo e la concreta possibilità di attivare un progetto complessivo ai sensi del citato articolo 27 del decreto-legge n. 83 del 2012 che tuttavia non risulta al momento attuato, per assenza del decreto del Ministero che ne regola modalità e criteri di determinazione della crisi (i termini per l'emanazione sono scaduti lo scorso 25 agosto);
    per trovare idonee soluzioni alla crisi del settore risulta sicuramente utile, come anche confermato dal Governo, la convocazione di un tavolo tecnico nazionale rispetto alle urgenze e agli indirizzi di politica industriale nel settore della siderurgia che si ponga come luogo per negoziare, lavorare e portare l'interesse sui temi nazionali in ambito europeo;
    in tale visione europeista sarebbe altresì utile la riconvocazione dell'Osservatorio unico siderurgico, un luogo indispensabile ove le parti interessate (i produttori, il Ministero dello sviluppo economico, le parti sociali, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare) possono monitorare la situazione italiana per disporne in sede di comunitaria;
    con una lettera indirizzata al Presidente del consiglio, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali e al Ministro dello sviluppo economico, del 2 ottobre 2012, le sigle sindacali operative nella provincia di Livorno e le RSU della Lucchini e della Magona, hanno inteso chiedere al Governo un impegno concreto per la ricerca di soluzioni industriali al fine di garantire il secondo polo siderurgico nazionale e l'istituzione di un tavolo nazionale sulla siderurgia in grado di fornire una risposta concreta anche ai temi delle bonifiche, delle infrastrutture e del risparmio energetico;
    inoltre, il 14 marzo 2012 si è firmato presso la regione Friuli Venezia Giulia il protocollo d'intesa fra enti locali, organizzazioni sindacali e Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, che definiva un cronoprogramma per la riconversione dell'area della ferriera di Servola, e il 18 settembre il Governo si è impegnato, con l'ordine del giorno 9/05423/080, a «promuovere, d'intesa con la regione Friuli Venezia Giulia, investimenti atti alla riqualificazione dell'area della ferriera di Servola e alla sua riconversione per finalità industriali e portuali, in modo da fornire ai lavoratori impegnati nell'area prospettive occupazionali durature»;

impegna il Governo:

   ad istituire un tavolo nazionale sulla siderurgia che si ponga anche come luogo importante per negoziare e condividere le esperienze comunitarie dell'Unione europea;
   a definire un piano industriale che consenta al settore siderurgico di intercettare i segnali di ripresa del mercato dell'acciaio, nazionale e internazionale con una vocazione industriale che non sia ispirata direttamente ed unicamente dalla remunerazione finanziaria;
   a riattivare quanto prima l'osservatorio unico della siderurgia quale strumento permanente attraverso il quale il Governo può monitorare in una visione comunitaria le questioni che vengono poste;
   ad attuare in tempi rapidi il citato articolo 27 del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, prevedendo l'inclusione del polo siderurgico di Piombino tra le aree definite in situazione di crisi industriale complessa, al fine di realizzare i progetti di riconversione e riqualificazione produttiva attraverso l'implementazione delle migliori tecnologie al momento disponibili sul mercato;
   ad intervenire per accelerare il processo di riqualificazione complessiva del sito siderurgico di Piombino mediante operazioni di bonifica e di infrastrutturazione di fondamentale importanza per un effettivo rilancio produttivo del sistema industriale siderurgico;
   ad individuare le opportune misure volte ad assicurare, anche attraverso lo scorporo dei periodi di contratti di solidarietà dalla cassa integrazione, le opportune risorse necessarie al finanziamento degli ammortizzatori sociali al fine di scongiurare la perdita di più di 5000 posti di lavoro;
   a rispettare gli impegni assunti con l'accoglimento dell'ordine del giorno 9/05423/080, e a promuovere, d'intesa con la regione Friuli Venezia Giulia, quanto prima l'avvio della riqualificazione dell'area della ferriera di Servola, a Trieste, della riconversione per finalità industriali e portuali, in modo da fornire ai lavoratori impegnati nell'area prospettive occupazionali durature.
(1-01168)
(Nuova formulazione) «Velo, Evangelisti, Bosi, Saglia, Albini, Bellanova, Bitonci, Bordo, Brandolini, Coscia, De Pasquale, Di Giuseppe, D'Incecco, Fiano, Fluvi, Froner, Garavini, Gatti, Gnecchi, Lenzi, Marantelli, Marchi, Motta, Realacci, Rosato, Rossomando, Samperi, Scarpetti, Servodio, Siragusa, Trappolino, Ventura, Lulli, Vico, Nannicini, Orlando».

Pubblicazione di testi riformulati.

  Si pubblica il testo riformulato della mozione Morassut n. 1-01086, già pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta n. 652 del 19 giugno 2012.

  La Camera,
   premesso che:
    l'emergenza abitativa costituisce, nell'attuale crisi economica che colpisce il Paese, uno dei fattori di maggiore e crescente tensione sociale che interessa larghi strati della popolazione appartenenti, oltre le tradizionali categorie a rischio, anche a fasce di ceto medio, professionisti e famiglie con doppio reddito;
    tale situazione è resa particolarmente acuta dai caratteri del mercato immobiliare italiano, dove l'offerta di abitazioni private – con costi molto alti ed inaccessibili per un numero sempre maggiore di famiglie e di giovani coppie – supera largamente l'offerta pubblica scesa progressivamente, negli ultimi anni, ad una quota pari a circa l'1 per cento della produzione edilizia totale;
    occorre prendere atto di un'assenza di iniziativa delle autorità pubbliche che, nonostante la crescita della crisi abitativa, la sollecitazione delle forze sociali e di vari organismi parlamentari non sono state in grado, negli ultimi anni, di varare un'organica politica per la casa che, intrecciata con innovative politiche di governo del territorio, fosse in grado di rilanciare la produzione di edilizia a fini sociali o di carattere pubblico, con il recupero urbano ed il contenimento del consumo di suolo nelle città;
    la Corte costituzionale e la Corte europea dei diritti dell'uomo hanno, in questo quadro, segnalato l'inopportunità di provvedimenti «tampone» – soprattutto in materia di proroga delle ordinanze di sfratto – che ledono il libero dispiegarsi del diritto alla proprietà, in assenza di azioni organiche e complessive capaci di dare una risposta d'insieme ai vari aspetti che riguardano il problema dell'emergenza abitativa in Italia e, d'altro canto, si deve tenere presente che il diritto alla casa e l'accesso alla proprietà della stessa sono sancite dall'articolo 47 della Costituzione;
    parte essenziale della crisi abitativa è legata alla dismissione del patrimonio abitativo degli enti previdenziali pubblici e privatizzati; processo che ancora oggi – dopo le alienazioni concluse negli anni precedenti – riguarda circa 100 mila famiglie, in gran parte concentrate nella capitale d'Italia;
    in questo ambito, gli affittuari degli immobili degli enti previdenziali privatizzati vivono una condizione di particolare disagio con aumenti consistenti dei canoni di affitto per il rinnovo dei contratti di locazione e con proposte di acquisto dell'alloggio da parte degli enti, con prezzi a valore praticamente di mercato;
    la condotta degli enti privatizzati per i rinnovi contrattuali e le vendite è regolata da una serie di provvedimenti succedutisi nel tempo – il decreto legislativo n. 509 del 1994, la legge n. 104 del 1996, l'articolo 1, comma 38, della legge 243 del 2003, il decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2010, il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, la direttiva europea 2004/18/CE – che creano molte incertezze e dubbi normativi sulla piena legittimità, oltre che sostenibilità sociale, delle procedure in atto e che la stessa Corte di cassazione si è incaricata di segnalare, con sentenza a sezioni unite del 22 giugno del 2006 n. 20322, e da un'eterogeneità di situazioni tra ente ed ente che rischia di creare situazioni di iniquità di trattamento;
    l'ulteriore conferma è ravvisabile nel decreto-legge 3 febbraio 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44, in cui è previsto, ai sensi dell'articolo 5, che: ai fini dell'applicazione delle disposizioni in materia di finanza pubblica, per amministrazioni pubbliche si intendono gli enti e i soggetti indicati ai fini statistici nell'elenco oggetto del comunicato dell'Istituto nazionale di statistica in data 24 luglio 2010;
    oltretutto, sempre a riscontro dell'intrinseca natura pubblicistica di queste casse, non può non essere preso in considerazione quanto sancito dal decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135;
    in particolare, tale normativa, al comma 11-bis dell'articolo 3, rubricato «razionalizzazione del patrimonio pubblico e riduzione dei costi per locazioni passive», disciplina specificatamente la nuova procedura che gli enti previdenziali inseriti nel conto economico della pubblica amministrazione devono seguire nella dismissione immobiliare. Appare, dunque, chiara e leggibile la natura giuridica degli enti previdenziali privatizzati, anche alla luce degli ultimi interventi normativi;
    la situazione dei conduttori degli immobili degli enti previdenziali pubblici non appare meno preoccupante alla luce dell'interruzione del processo di alienazione e della scadenza dei contratti, che mette sia i conduttori con titolo che le tante famiglie di occupanti sine titulo in una condizione di angoscia e incertezza, tanto più assurda in presenza di una legge – la n. 410 del 2001 – che ha fissato con chiarezza le condizioni e le prerogative con cui agire per la vendita del patrimonio degli enti previdenziali pubblici;
    in questo specifico caso, va ricordato che già il 90 per cento del patrimonio abitativo è stato alienato ai conduttori con le prerogative della suddetta legge e attraverso l'azione di specifici soggetti societari all'uopo costituiti – Scip 1 e Scip 2 – dopo lo scioglimento, dei quali il patrimonio residuo è entrato integralmente in possesso dell'Inps;
    l'Inps stesso, più volte sollecitato sul tema, ha inviato – anche con specifica lettera del presidente Mastrapasqua – ai Ministeri dell'economia e delle finanze e del lavoro e delle politiche sociali – vigilanti sull'Istituto – richiesta di chiarimento sul da farsi, in ragione anche della sopravvenuta norma sulla dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, presente all'articolo 27 del cosiddetto «decreto Salva Italia» 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011;
    appare, pertanto, urgente un pronunciamento degli organi parlamentari e del Governo sulle modalità con cui affrontare, in un quadro di sostenibilità economica dello Stato e degli enti sopra richiamati ma anche e soprattutto di tutela e garanzia sociale delle famiglie interessate, il processo di alienazione degli immobili del patrimonio abitativo degli enti pubblici e privatizzati, evitando il rischio di accentuare l'emergenza abitativa, in particolare a Roma,

impegna il Governo:

   ad assumere iniziative, nel più breve tempo possibile, per chiarire il quadro normativo che regola il processo di alienazione del patrimonio immobiliare dei vari enti previdenziali privatizzati;
   ad intervenire per garantire, comunque, agli inquilini tutele e garanzie di controllo sui prezzi di vendita da parte degli enti e sull'entità dei canoni di affitto in rinnovo di locazione, traendo prioritario riferimento da quanto stabilito dalla legge n. 410 del 2001 e dagli accordi sindacali in materia, in modo che i diritti in essa stabiliti siano effettivamente praticabili;
   ad intervenire presso gli enti previdenziali pubblici ed in particolare presso l'Inps – come da esso stesso richiesto – affinché vengano adottate con chiarezza e celerità tutte le procedure necessarie per la ripresa del processo di alienazione degli immobili reimmessi in possesso dell'Inps stesso con le tutele, il prezzo e le garanzie stabilite dalla legge n. 410 del 2011;
   ad aprire, in ogni caso, da subito un tavolo di confronto tecnico e sindacale con le organizzazioni sindacali dell'inquilinato e con gli enti locali interessati, riguardante sia il patrimonio degli enti previdenziali pubblici che quello degli enti previdenziali privatizzati, per individuare le soluzioni più rapide e socialmente efficaci per raggiungere gli obbiettivi sopra richiamati e per la regolarizzazione dei sine titulo o delle assegnazioni irregolari negli alloggi degli enti previdenziali pubblici, anche al fine di prevenire situazioni esplosive di disagio sociale, per favorire l'accesso al credito delle famiglie con reddito medio basso, con mutui sostenibili e finalizzati all'acquisto;
   ad impartire, per quanto riguarda gli enti previdenziali pubblici, precise disposizioni affinché, nelle more dei provvedimenti da assumere, venga differita l'esecuzione degli sfratti o degli sgomberi pendenti nelle aree urbane e la sospensione delle aste riguardanti le unità immobiliari ad uso residenziale che non risultino effettivamente libere;
   ad assumere un provvedimento che obblighi gli enti previdenziali, pubblici e privatizzati, quelli partecipati, con controllo o vigilanza pubblica a stipulare e rinnovare i contratti di locazione, tenendo conto della situazione di difficoltà economica delle famiglie, anche riconsiderando in forme socialmente più sostenibili accordi recentemente stipulati da diversi enti;
   a prevedere, in attesa di un rapido chiarimento sulle procedure da adottare, derivante dagli esiti del suddetto tavolo tecnico, una moratoria delle procedure di alienazione degli immobili degli enti previdenziali privatizzati – ancorché deliberate ma ad oggi non avviate – e degli aumenti dei canoni connessi ai rinnovi contrattuali, nonché delle procedure di sfratto in corso per gli enti previdenziali privatizzati, tenuto conto che la Commissione Vili (ambiente, territorio e lavori pubblici) della Camera dei deputati ha già approvato all'unanimità nel 2010 la risoluzione Alessandri, Piffari e Braga n. 8-00101, che dà mandato al Governo di convocare un tavolo tecnico e sindacale sui temi suddetti;
   a prevedere per le procedure di alienazione in fase di attuazione, anche a causa della congiuntura economica e della difficoltà di accedere al credito, la possibilità per chi non è in grado di procedere all'acquisto, di poterlo fare alle medesime condizioni, per i successivi 5 anni;
   ad intervenire anche con precise disposizioni normative per risolvere l'annosa vicenda del contenzioso giudiziario dei cosiddetti immobili di pregio.
(1-01086)
(Nuova formulazione) «Morassut, Argentin, Braga, Iannuzzi, Margiotta, Meta, Motta, Realacci, Touadi, Tullo».

  Si pubblica il testo riformulato della interrogazione a risposta scritta Zamparutti n. 4-18107, già pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta n. 703 del 15 ottobre 2012.

  ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   da un articolo pubblicato su internet a firma Gianni Lannes nel blog «Su la testa» e dal titolo «Vaccini: lo Stato italiano avvelena i neonati», emerge che nel nostro Paese, fatte salve alcune regioni ove sono divenute facoltative, sono obbligatorie per tutti i nuovi nati le seguenti vaccinazioni: antipoliomielitica (legge 4 febbraio 1966 n. 51), antitetanica (legge 20 marzo 1968 n. 419), antidifterica (legge 6 giugno 1939 n. 891 – legge 27 aprile 1981 n. 166), antiepatite virale B (Legge 27 maggio 1991 n. 165); tuttavia quello che secondo l'articolo risulterebbe effettivamente reperibile nei centri vaccinazione è l’«Infanrix Hexa», vaccino esavalente dal costo di quasi 100 euro, prodotto dalla società britannica Glaxo Smith Kline, che viene somministrato in un'unica soluzione e che, nella dose diffusa, contiene gli antigeni per altre due malattie infettive la pertosse e la meningite; in questo modo, non sono disponibili in unica soluzione singolarmente i quattro vaccini obbligatori; e spesso senza una piena consapevolezza da parte dei genitori, in un'unica dose vengono somministrati ben 6 vaccini; l'articolo segnala poi come vi siano pericoli connessi alla presenza di metalli pesanti, quali il mercurio che, nonostante la messa al bando con il decreto ministeriale del 27 giugno 2003 e rassicurazioni in tal senso fornite dal Ministero della salute e dall'Istituto superiore di sanità, sarebbe ancora presente nell'Infanrix Hexa nella quantità di 10 ppb (parti di miliardo) ovvero 0,01 ppm (parti per milione) vale a dire 0,010 mg/litro come conferma uno studio indipendente di ricercatori australiani (Austin DW, Shandley KA, Palombo EA) «Mercury in vaccines from the Australian childhood immunization program schedule» (Journal of Toxicology and Enviromental health. Part A. 2010; 73(10):637-40); tra l'altro, una disposizione dell'EMEA (Ente europeo per i farmaci) risalente all'11 gennaio 2007 (EMEA/CHMPA/WP/19541/2007) testualmente dice che «il Thiomersale è un antimicrobico composto da mercurio organico che continua ad essere utilizzato sia nelle prime fasi di produzione, o come conservante nei vaccini» e nel suggerire nuove formule comunicative da inserire nei foglietti illustrativi a seconda che il Thiomersale (Thimerosal, Mercuriotiolato, Etilmercuriotiosalicilato) sia utilizzato come conservante o nella filiera produttiva propone: nel primo caso, che la frase «questo medicinale contiene thimerosal come conservante e pertanto è possibile che si verifichino reazioni di sensibilizzazione» sia sostituita con la frase «ipersensibilità a qualsiasi componente del medicinale» e nel secondo caso, se il Thiomersale utilizzato nel processo di produzione si traduce in livelli inferiori a 40 nanogrammi per dose, o livelli non quantificabili, non raccomanda ulteriori dichiarazioni da inserire nelle informazioni del prodotto; sempre secondo l'articolo il foglietto illustrativo dell'Infanrix Hexa riferisce della presenza di una combinazione di alluminio (fosfato di alluminio e idrossido di alluminio) alla considerevole dose (sempre riferita al neonato) di 935 microgrammi per fiala. Un recente studio di alcuni neuroscienziati di Vancouver, CA. Shaw e L. Tomljenovic, prosegue la raccolta di domande critiche circa la presunta sicurezza dell'alluminio (presente praticamente in tutti i vaccini) e dimostra come gli effetti neurotossici sono altrettanto dannosi, se non peggiori, di quelli del mercurio; sugli effetti nocivi dei vaccini vi sono dati resi noti dalla Food and Drug Administration per la quale nel periodo 1993/96, 7.000 bambini nordamericani sono morti a seguito di reazioni avverse ai vaccini ed altri 333.000 hanno avuto danni permanenti. Un altro dato viene dal Giappone, dove i casi di «sindrome da morte improvvisa» sono scomparsi, immediatamente dopo che l'età delle vaccinazioni obbligatorie è stata spostata dai due mesi di vita ai due anni. È ben noto alle autorità sanitarie che col boom dei casi di autismo infantile a partire dal 1992, i neonati hanno ricevuto per ciclo vaccinale un quantità variabile tra 125 e 175 mcg di mercurio, spropositata per il loro peso; quanto all'Italia, vengono richiamate due sentenze pronunciate da magistrati di Rimini e Torino, per i quali ci sarebbe una relazione tra i vaccini obbligatori e l'autismo; anche per quanto riguarda le vaccinazioni riservate ad adulti come ad esempio l'antitetanica o il vaccino contro la rosolia non sarebbero più disponibili in un'unica soluzione perché fuori produzione per ragioni di anti economicità ma solo combinati con altri vaccini per cui ad esempio le donne possono ovviare all'assenza di vaccino per adulti per la rosolia facendosi iniettare in un'unica soluzione quello per la rosolia, per il morbillo e per la parotite; per quanto riguarda il diftotetanico l'azienda Chiron, una di quelle che lo fornisce alla sanità pubblica italiana, si è detta disposta a riprendere la produzione se gli viene garantito un acquisto di almeno 30 mila vaccini l'anno; sulla questione è stato anche presentato un ricorso da parte del Codacons –:
   se quanto riferito in premessa corrisponda al vero;
   se non ritenga il Governo di abolire tutti gli obblighi di vaccinazione lasciando facoltativa la scelta o, quantomeno, rendendo disponibile l'accesso a vaccini specifici per ogni singola malattia;
   se e come il Governo monitora i casi di persone danneggiate da vaccinazioni nel nostro Paese e comunque di quali dati disponga in merito il Governo;
   come si intenda ovviare alla mancanza di informazioni come descritte in premessa e quali azioni si intendano promuovere per fornire alle persone un'informazione corretta sulle vaccinazioni in modo che dunque possa valutare e decidere caso per caso, considerando esclusivamente il rapporto rischio-beneficio. (4-18107)

  Si pubblica il testo riformulato della interrogazione a risposta in commissione De Pasquale n. 5-08170, già pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta n. 706 del 18 ottobre 2012.

  DE PASQUALE, COSCIA e GHIZZONI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 197, comma 1, del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, ha stabilito che «(...) il titolo conseguito nell'esame di maturità a conclusione dei corsi di studio dell'istituto magistrale abilita all'insegnamento nella scuola elementare (...)»;
   l'articolo 15, comma 7, del decreto del Presidente della Repubblica 23 luglio 1998, n 323, stabilisce che «I titoli conseguiti nell'esame di Stato a conclusione dei corsi di studio dell'istituto magistrale iniziati entro l'anno scolastico 1997/1998 conservano in via permanente l'attuale valore legale e abilitante all'insegnamento nella scuola elementare. Essi consentono di partecipare ai concorsi per titoli ed esami a posti di insegnante nella scuola materna e nella scuola elementare»;
   inoltre «il diploma di scuola magistrale» (per l'insegnamento nelle scuole d'infanzia) come il titolo di istituto magistrale conseguito entro l'anno 2002 abilitava all'insegnamento nelle scuole di grado preparatorio e quindi veniva riportato tra i diplomi ai sensi del «decreto interministeriale 10 marzo 1997» che recita: « 1. I titoli di studio conseguiti al termine dei corsi triennali e quinquennali sperimentali di scuola magistrale e dei corsi quadriennali e quinquennali sperimentali dell'istituto magistrale, iniziati entro l'anno scolastico 1997-1998, o comunque conseguiti entro l'anno scolastico 2001-2002, conservano in via permanente l'attuale valore legale e consentono di partecipare alle sessioni di abilitazione all'insegnamento nella scuola materna, previste dall'articolo 9, comma 2, della citata legge n. 444 del 1968, nonché ai concorsi ordinari per titoli e per esami a posti di insegnante nella scuola materna e nella scuola elementare, secondo quanto previsto dagli articoli 399 e seguenti del citato decreto legislativo n. 297 del 1994»;
   per tutti i diplomati magistrali e per coloro che abbiano conseguito il titolo di istituto magistrale non risulta essere mai stato posto l'obbligo a frequentare il successivo corso di laurea abilitante in scienze della formazione e di conseguenza è evidente l'attuale riconoscimento del diploma magistrale quale titolo abilitante in virtù delle succitate norme;
   si apprende che in fase di compilazione on line della richiesta di partecipazione al concorso appena indetto dal Ministero dell'istruzione, tra i titoli di abilitazione non viene riconosciuta la maturità magistrale;
   è necessario ricevere un chiarimento urgente, vista l'imminente scadenza delle domande al succitato concorso –:
   se il Ministro interrogato non ritenga urgente, in vista dell'immediata scadenza del 7 novembre come termine ultimo per l'iscrizione al concorso, chiarire la posizione di tutti i diplomati magistrali e per coloro che abbiano conseguito il titolo di istituto magistrale, all'interno del bando concorsuale stesso e se, in virtù delle norme ricordate in premessa, non ritenga indispensabile salvaguardare il valore di abilitazione all'insegnamento dei diplomi di maturità magistrale conseguiti entro l'anno scolastico 1997/98 e comunque conseguiti entro l'anno scolastico 2001/2002. (5-08170)

Ritiro di documenti del sindacato ispettivo.

  I seguenti documenti sono stati ritirati dai presentatori:
   interrogazione a risposta scritta Antonione n. 4-16411 del 4 giugno 2012;
   interrogazione a risposta scritta Fugatti n. 4-17304 del 6 agosto 2012;
   interrogazione a risposta scritta Pili n. 4-18019 del 9 ottobre 2012.

Trasformazione di un documento del sindacato ispettivo (ex articolo 134 comma 2 del Regolamento).

  Il seguente documento è stato così trasformato su richiesta del presentatore: interrogazione a risposta scritta Renato Farina n. 4-17467 del 5 settembre 2012 in interrogazione a risposta in Commissione n. 5-08176.

Trasformazione di documenti del sindacato ispettivo.

  I seguenti documenti sono stati così trasformati su richiesta dei presentatori:
   interrogazione a risposta orale Anna Teresa Formisano n. 3-02358 del 26 giugno 2012 in interrogazione a risposta scritta n. 4-18204;
   interrogazione a risposta scritta Di Giuseppe n. 4-18167 del 18 ottobre 2012 in interrogazione a risposta in Commissione n. 5-08181.

INTERROGAZIONI PER LE QUALI È PERVENUTA RISPOSTA SCRITTA ALLA PRESIDENZA


   BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   i genitori dei bambini nati o adottati nel triennio 2009-2011, senza limitazioni di reddito, possono ottenere un prestito fino a 5mila euro;
   il prestito potrà, poi, essere restituito in 5 anni, ad un tasso d'interesse scontato di almeno il 50 per cento rispetto a quello di un normale finanziamento;
   per accedere al finanziamento agevolato previsto dal dipartimento per le politiche della famiglia, i neogenitori dovranno recarsi presso una delle banche aderenti all'iniziativa e compilare il modulo di autocertificazione del possesso dei requisiti;
   la domanda dovrà essere inviata entro il 30 giugno dell'anno successivo alla nascita o all'adozione; per le adozioni nazionali si fa riferimento alla sentenza di affidamento preadottivo o di adozione definitiva, per quelle internazionali al provvedimento di autorizzazione all'ingresso e alla residenza permanente del minore, rilasciato dalla Commissione per le adozioni internazionali –:
   a quanto ammonterà il fondo totale disponibile per gli interventi sopra descritti e quanti prestiti pari a 5.000 euro potranno essere concessi in base alla capienza del fondo stesso, considerando l'alto numero potenziale di richieste che potrebbero pervenire all'amministrazione pubblica a causa della mancata previsione di un requisito legato al reddito dei richiedenti. (4-12277)

  Risposta. — Con riferimento alla richiesta di notizie in merito al «Fondo di credito per i nuovi nati», si segnala che il fondo in questione è stato istituito presso il dipartimento per le politiche della famiglia dall'articolo 4 del decreto-legge n. 185 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 2 del 2009.
  Tale fondo consente alle famiglie con bambini nati o adottati nel periodo di riferimento (la citata norma indicava come periodo il triennio 2009-2011) l'accesso a finanziamenti fino ad un importo massimo pari a euro 5.000 a tassi agevolati, da restituire in cinque anni. Per tale fondo, che ha carattere di rotatività, la legge ha previsto uno stanziamento di 25 milioni di euro per ciascuno degli anni 2009, 2010 e 2011.
  La misura in questione si avvale del decisivo supporto del sistema bancario: per la sua concreta attuazione sono state, infatti, stipulate apposite convenzioni con le banche che hanno manifestato interesse ad aderire, sulla base di una convenzione-tipo allegata al protocollo di intesa sottoscritto dall'ABI il 5 novembre 2009.
  Hanno aderito all'operazione tutte le maggiori banche e, inoltre, molte banche locali, garantendo in tal modo una buona copertura territoriale.
  Gli istituti di credito effettuano, con proprie risorse, le operazioni di finanziamento, mentre il fondo interviene soltanto in finzione di garanzia, per il 50 per cento dell'ammontare del prestito, qualora il beneficiario non rimborsi le rate pattuite. A tale scopo, il disciplinare per la gestione del fondo prevede che per ogni operazione di finanziamento effettuata venga disposto un accantonamento pari al 10 per cento della somma garantita.
  Alla luce di quanto precede, e considerando altresì che la rotatività del fondo fa sì che lo stesso venga continuamente alimentato con le quote di volta in volta rimborsate dai beneficiari, si ritiene possano essere infondati i timori espressi dagli interroganti in merito ad una possibile incapienza del fondo a soddisfare tutte le richieste.
  Mi preme sottolineare che l'iniziativa ha avuto molto successo: si è registrato, infatti, un notevole utilizzo del fondo tanto che, secondo i dati a disposizione del dipartimento per le politiche della famiglia al primo trimestre del 2012, sono stati erogati oltre 24.000 prestiti, per un ammontare complessivo pari a circa 132 milioni di euro
(www.fondonuovinati.it).
  Proprio in considerazione del grande successo dell'iniziativa, con l'articolo 12 della legge 12 novembre 2011, n. 183, è stata disposta la proroga del fondo per un ulteriore triennio, ammettendo, pertanto, al finanziamento anche i nati nel 2012, 2013 e 2014, senza prevedere ulteriori stanziamenti. Infatti, nonostante la misura abbia fatto riscontrare un notevole utilizzo, superiore a quello di tutti gli altri analoghi fondi pubblici, sono risultate più che sufficienti le disponibilità residue esistenti sul fondo al 31 dicembre 2011.
  Per rendere operativa la proroga suddetta è stato necessario adottare un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze (decreto che è stato adottato il 22 maggio 2012 e registrato alla Corte dei conti il 4 luglio 2012, reg. n. 6, Foglio n. 310), quale presupposto necessario per il rinnovo dei conseguenti atti convenzionali.
  Successivamente, lo scorso 31 luglio, è stato siglato il nuovo protocollo con l'ABI consentendo l'attivazione del fondo per il triennio 2012-2014.
  Si precisa, infine, che pur non essendo fissato alcun limite di reddito per l'accesso ai finanziamenti garantiti dal fondo, è stato previsto che per i richiedenti con un indicatore della situazione economica equivalente inferiore ai 15.000 euro annui la garanzia si estende al 75 per cento dell'importo del prestito, consentendo in tal modo, di fatto, l'accesso al credito a fasce che secondo l'ordinaria politica bancaria ne resterebbero escluse.

Il Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazioneAndrea Riccardi.


   DI BIAGIO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   l'adozione internazionale è regolata in Italia dalla legge n. 183 del 1984 modificata dalla legge n. 476 del 1998 di «ratifica ed esecuzione della Convenzione per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale, fatta a l'Aja, il 29 maggio 1993»;
   una delle maggiori garanzie poste dalla Convenzione a tutela dei minori è il principio di sussidiarietà, in virtù del quale l'adozione internazionale deve essere vista esclusivamente come estremo rimedio per l'accoglienza dei bambini privi di cure genitoriali. Essa va quindi di regola applicata soltanto laddove non esista nessun'altra possibilità per il minore senza famiglia di essere accolto in una famiglia sostitutiva nel proprio Paese;
   con la ratifica della Convenzione de l'Aja del 1993 l'impegno degli Stati appare chiaro: «ogni Stato dovrebbe adottare, con criterio di priorità, misure appropriate per consentire la permanenza del minore nella famiglia d'origine», e ancora «l'adozione internazionale può offrire l'opportunità di dare una famiglia permanente a quei minori per i quali non può essere trovata una famiglia idonea nei loro Stati di origine»;
   i Paesi che realizzano adozioni internazionali sono quindi tenuti a implementare progetti di cooperazione che consentano, da un lato, la prevenzione dell'abbandono minorile e, dall'altro, il suo superamento attraverso azioni tese al rafforzamento dei legami familiari e al rientro in famiglia oppure, in difetto, all'accoglienza dei minori in un ambiente familiare nel Paese di origine, attraverso l'affidamento o l'adozione nazionale;
   l'obbligo di garantire il rispetto del principio di sussidiarietà non è posto solo a carico dei Paesi di origine di minori, ma anche di quelli cosiddetti «riceventi», come chiarito nel rapporto della Commissione speciale sul funzionamento e la pratica della Convenzione dell'Aja del 1993, redatto il 28 novembre-1° dicembre 2000 dall'ufficio permanente della Conferenza dell'Aja sul diritto internazionale privato;
   il rapporto citato, anche con riferimento alla necessità di evitare che dall'adozione derivi ingiusto lucro per determinati soggetti, giunge alla seguente raccomandazione: «i Paesi riceventi sono chiamati a supportare le azioni svolte nei Paesi di origine per sviluppare i servizi nazionali di protezione dei minori, inclusi programmi per la prevenzione dell'abbandono»;
   nella stessa Convenzione di New York del 1989 gli Stati parte nel preambolo hanno riconosciuto «l'importanza della cooperazione internazionale per il miglioramento delle condizioni di vita dei fanciulli di tutti i paesi, in particolare i paesi in via di sviluppo»;
   già nella delibera del 26 novembre 1998, n. 180 del comitato direzionale presso il Ministero degli affari esteri, contenente le «Linee-guida della cooperazione italiana sulla tematica minorile», era indicata espressamente, tra le strategie d'intervento quella di «combattere il fenomeno della tratta e del mercato dei minori con attività di prevenzione anche in coordinamento con programmi di sostegno a distanza e dove necessario, con le cautele del caso, di adozione internazionale»;
   ci sono Paesi europei che hanno inserito strutturalmente la propria attività di adozione internazionale nel quadro delle politiche ed azioni di cooperazione allo sviluppo. Così la Francia che ha istituito la propria autorità centrale (SAI-Servizio adozioni internazionali) presso il Ministero degli affari esteri nell'ambito del dipartimento dei francesi all'estero e dell'amministrazione consolare (DFAE). La presidenza di questa autorità è attribuita ad un ambasciatore, mentre consolati e ambasciate sono delegati allo svolgimento dei compiti funzionali alla presenza all'estero degli enti autorizzati, al rilascio dei visti per i minori e alla rappresentanza istituzionale dell'Italia all'estero. Quello che caratterizza il sistema francese, dunque, è, non solo l'attuale direzione dell'autorità centrale ad un ambasciatore anziché ad un Ministro, ma anche il fatto che gli uffici dell'autorità fanno parte del dipartimento del Ministero degli affari esteri competente per le attività consolari;
   gli enti italiani autorizzati ad operare all'estero dalla Commissione per le adozioni internazionali si trovano a dover svolgere un elevato numero di adempimenti relativi all'ottenimento dei visti oltre a dovere mantenere rapporti di natura istituzionale con le autorità estere competenti per l'adozione internazionale e per i progetti di cooperazione che realizzano; tali rapporti non sono agevolati da una politica centrale delle rappresentanze italiane all'estero perché non rientrano tra i poteri istituzionali di ambasciate e consolati;
   considerata l'attuale crisi delle adozioni internazionali e, in particolare, la forte contrazione delle idoneità all'adozione internazionale rilasciate dai tribunali per i minorenni (dai 6.273 decreti del 2006 si è passati ai 3.179 del 2011) appare non più differibile predisporre una riforma della legge in vigore per dare un nuovo slancio alle adozioni internazionali e maggiore fiducia rispetto all’iter che le caratterizza;
   alla luce di quanto evidenziato, sarebbe auspicabile razionalizzare le procedure sotto diversi aspetti per garantire celerità e trasparenza e – alla luce delle criticità evidenziate – il modello francese potrebbe rappresentare un riferimento interessante per la ridefinizione amministrativa ed organizzativa del sistema vigente in Italia –:
   se il Governo intenda, e con quali modalità, incardinare l'autorità centrale per le adozioni internazionali presso il Ministero degli affari esteri, al fine anche di garantire l'inclusione dei Paesi nei quali l'Italia adotta maggiormente fra quelli «prioritari» anche in termini di investimento in progetti di cooperazione allo sviluppo in attuazione del principio di sussidiarietà dell'adozione internazionale;
   se e come il Governo intenda inoltre coinvolgere gli uffici delle rappresentanze italiane all'estero per l'esercizio delle funzioni relative alle adozioni internazionali e per il necessario supporto, ma anche controllo, al lavoro svolto all'estero dagli enti autorizzati. (4-17090)

  Risposta. — L'interrogazione in esame richiama l'attenzione del Governo su alcune questioni concernenti le adozioni internazionali e, in particolare, la commissione per le adozioni internazionali da me presieduta in virtù della delega conferitami dal Presidente del Consiglio dei ministri.
  L'interrogante chiede, in particolare, di conoscere se il Governo intenda incardinare l'autorità centrale per le adozioni internazionali presso il Ministero degli affari esteri, in analogia con quanto previsto in alcuni Paesi europei come la Francia, inserendo in tal modo l'attività di adozione internazionale nel quadro delle politiche ed azioni di cooperazione allo sviluppo. Viene sottolineata, inoltre, la necessità di una riforma della legge sulle adozioni internazionali al fine di dare nuovo slancio alle medesime e di razionalizzare le attuali procedure. Al riguardo, l'interrogante riterrebbe auspicabile che, nella ridefinizione amministrativa e organizzativa del sistema vigente in Italia, si traesse ispirazione dal modello francese.
  La commissione per le adozioni internazionali è l'autorità centrale italiana preposta all'esecuzione della Convenzione de L'Aja del 1993 sulla tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale, ratificata dall'Italia con legge n. 476 del 1998.
  Per quanto concerne la proposta di riforma della commissione per le adozioni internazionali, di cui l'interrogante auspica lo spostamento presso il Ministero degli affari esteri, mi preme sottolineare che l'incardinamento della commissione presso la Presidenza del Consiglio dei ministri è stato il frutto di una precisa scelta del legislatore del 1998, in considerazione dei compiti di coordinamento rispetto alle attività dei vari ministeri che hanno competenze nella materia e, in particolare: il Ministero degli affari esteri (per la stipulazione di convenzioni bilaterali, la documentazione necessaria per l'ingresso del minore in Italia, i controlli consolari sullo svolgimento delle adozioni all'estero), il Ministero dell'interno (inizialmente per il permesso di soggiorno, ora abolito, e per i controlli alla frontiera), il Ministero della giustizia (competenze degli organi giudiziari) e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali (funzione sociale di protezione dell'infanzia e della famiglia).
  In qualità di autorità centrale, la commissione per le adozioni internazionali ha il compito principale di garantire che le adozioni di bambini stranieri avvengano nel rispetto dei princìpi stabiliti dalla Convenzione de L'Aja. Tali princìpi sono: il principio di sussidiarietà, che prevede l'obbligo di privilegiare le possibili soluzioni alternative all'adozione internazionale nel paese di origine del minore; il principio di parità, in base al quale occorre che gli aspiranti genitori adottivi posseggano adeguati requisiti di idoneità e di capacità di adottare; il principio di reciprocità, che tende al riconoscimento automatico delle adozioni concluse in uno Stato aderente alla convenzione, in tutti gli altri Stati membri.
  Segnalo che nei principali Paesi europei, le autorità centrali competenti per le adozioni sono in prevalenza incardinate presso i Ministeri della giustizia o degli affari sociali; solamente in Francia e negli Stati Uniti, il relativo Servizio si trova, rispettivamente, presso il Ministero degli affari esteri e il dipartimento di Stato.
  Per quanto riguarda l'Italia, la scelta di inquadrare la commissione per le adozioni internazionali presso la Presidenza del Consiglio dei ministri è stata effettuata coerentemente con il carattere interministeriale delle sue competenze. Tale carattere si riflette nella composizione della commissione di cui fanno parte, oltre che rappresentanti dei varie ministeri, anche rappresentanti delle regioni e degli enti locali.
  Il Ministero degli affari esteri, che partecipa ai lavori della commissione con un suo rappresentante, si adopera costantemente attraverso l'amministrazione centrale e la rete all'estero, sia per il buon esito delle singole procedure di adozione, sia per facilitare le iniziative di cooperazione promosse e finanziate dalla commissione, d'intesa con le autorità centrali dei Paesi d'origine dei minori da adottare, seguendo altresì le dinamiche delle adozioni internazionali, l'assetto normativo, le prassi e le proposte di legge all'estero. La rete diplomatico-consolare, inoltre, collabora con gli enti autorizzati relativamente alle attività di legalizzazione e controllo della documentazione, assistenza alle famiglie adottanti e rilascio dei visti agli adottandi, previa autorizzazione all'ingresso e alla permanenza in Italia del minore da parte della commissione per le adozioni internazionali.
  Le attività svolte dalla commissione per le adozioni internazionali nel corso degli anni hanno portato a concreti risultati e a successi sia sul piano interno che internazionale. Tale circostanza è confermata dai dati trasmessi dagli uffici dai quali emerge che l'Italia è, attualmente, il primo Paese europeo per numero di accoglienza di minori, secondo nel mondo solo agli Stati Uniti d'America.
  Nonostante si verifichi, in generale, una riduzione del numero delle adozioni internazionali – come segnalato anche dall'interrogante – in Italia il numero delle adozioni è aumentato progressivamente fino al 2010 e, successivamente, è rimasto costante.
  Le informazioni acquisite dagli uffici evidenziano che il modello francese non è stato in grado di evitare la fortissima riduzione del numero di adozioni realizzate dai cittadini francesi nel 2011 rispetto a quelle del 2010 (1.995 adozioni nel 2011 rispetto alle 3.504 del 2010; nei medesimi anni, in Italia sono state realizzate rispettivamente 4.022 e 4.129 adozioni e, quindi, nel 2011 in Italia sono state realizzate più del doppio delle coeve adozioni francesi).
  Inoltre, nel corso degli anni, la commissione per le adozioni internazionali ha costruito e sviluppato un sistema di relazioni internazionali così forte da essere considerata ormai uno degli interlocutori più importanti del segretariato della conferenza de L'Aja e delle autorità centrali dei Paesi ratificanti, attraverso una collaborazione intensa ed efficace con il Ministero degli affari esteri.
  La commissione ha svolto un'intensa attività di relazione con i Paesi d'origine che ha portato il numero degli Stati in cui si realizzano adozioni da 34, quali erano nel 2001, a 60 nel 2009, con una crescita costante del numero di adozioni realizzate, a fronte del massiccio calo che si è registrato negli altri Paesi d'accoglienza. Mi pare di poter affermare che anche solo questi dati confermino l'efficacia dell'azione della commissione e la validità della scelta di mantenere il suo incardinamento presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.

Il Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazioneAndrea Riccardi.


   DI STANISLAO. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro degli affari esteri, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   il 3 dicembre 2011 si è celebrata la «Giornata internazionale delle persone con disabilità» promossa dall'ONU ed ogni anno si incentra su uno dei molteplici aspetti legati alla disabilità;
   si stima che il 15 per cento della popolazione mondiale ha una disabilità e circa un quinto del totale (110-190 milioni) delle persone con una disabilità ha gravi difficoltà. Inoltre, un quarto della popolazione globale convive con la disabilità come familiare o persona vicina affettivamente;
   in tutto il mondo le persone con disabilità subiscono una pesante marginalizzazione sociale, barriere architettoniche, negazione dei diritti umani e civili. Quasi l'ottanta per cento delle persone con disabilità vive nei Paesi poveri: disabilità, povertà ed alto tasso di mortalità sono strettamente correlate e sono ciascuna la causa dell'altra. I tre ambiti in cui è più grave la compressione dei diritti della persona con disabilità sono l'istruzione, la salute ed il lavoro. Il novanta per cento dei bambini con disabilità dei Paesi in via di sviluppo è escluso dalla scuola;
   una delle tante richiesta di aiuto arriva da un'associazione di genitori di bambini disabili di Gioiosa Jonica (Reggio Calabria) che si battono per il diritto allo studio ed al sostegno scolastico per i propri figli in un quadro di carenza territoriale patologico e di indifferenza politica regionale e nazionale. L'associazione si chiama «Comma 3» e prende il nome dal capoverso 3 della legge n. 104 del 1992 e sta cercando sostegno per denunciare a livello nazionale la condizione di grave abbandono con cui convivono le famiglie con figli disabili;
   l'associazione «Comma tre» nasce con l'intento di dare dignità ad ognuna di queste situazioni, facendo nel contempo acquisire consapevolezza, autostima, determinazione e voglia di portare all'attenzione dell'opinione pubblica e, soprattutto, delle istituzioni competenti le gravi inadempienze nell'applicazione delle vigenti normative;
   anche la Campagna italiana contro le mine – co-laureata Premio Nobel per la pace 1997 – promuove da molti anni la cura e l'inclusione delle persone e dei bambini con disabilità non discriminando tra le sue diverse cause, e cerca di valorizzare i punti di connessione su questo argomento di tre importanti convenzioni internazionali come il trattato di Ottawa di messa al bando delle mine antipersona (MBT), la convenzione sui diritti delle persone con disabilità (CRPD) e convenzione di Oslo (CCM) di messa al bando delle bombe a grappolo. Disabilità e disarmo umanitario sono strettamente connesse per l'alto numero di vittime civili dovuti ad incidenti causati da ordigni inesplosi –:
   come il Governo stia portando avanti i propri impegni a sostegno delle persone che convivono con la propria disabilità o con quella di un proprio caro;
   come il Governo si stia adoperando per fronteggiare la carenza di insegnanti di sostegno;
   se il Governo non ritenga di dover impegnarsi maggiormente ed in maniera più concreta sul fronte della disabilità correlata al disarmo umanitario. (4-14290)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, inerente le politiche a sostegno della disabilità, si rappresenta quanto segue sulla base dei dati forniti dai competenti uffici del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e dell'istruzione.
  Il Governo italiano, con la legge n. 18 del 2009, ha ratificato la convenzione delle Nazioni unite sui diritti delle persone con disabilità al fine di assicurare pari diritti a persone diversamente abili; la citata legge ha, tra l'altro, istituito l'osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità al quale sono affidati compiti rilevanti quali, fra tutti, la predisposizione di un programma di azione biennale per la promozione dei diritti e l'integrazione dei disabili, in attuazione della legislazione nazionale e internazionale.
  Al riguardo, il III piano biennale di azioni e interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 21 gennaio 2011, ha individuato, tra le quattro direttrici d'azione, quella relativa al consolidamento della rete integrata dei servizi e il contrasto all'esclusione sociale per realizzare una maggiore integrazione scuola/servizio specialistico infanzia e adolescenza – enti locali – terzo settore con la finalità di rafforzare la validità dei protocolli di valutazione delle abilità e dei bisogni educativi.
  All'interno dell'osservatorio è previsto un comitato tecnico-scientifico, con finalità di analisi ed indirizzo in relazione alle attività e ai compiti dell'osservatorio medesimo, che opera sulla base di distinti gruppi di lavoro organizzati su base tematica. Tra questi, per quanto interessa specificamente in questa sede, va citato quello che si occupa di «Processi formativi e inclusione scolastica», dedicato al tema dell'integrazione scolastica.
  Sotto il profilo normativo, va sicuramente citata, per la sua rilevanza, la legge 1o marzo 2006, n. 67 («Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni») attraverso la quale è stata estesa la particolare tutela giurisdizionale, già prevista per le persone disabili vittime di discriminazioni in ambito lavorativo, a tutte le situazioni che si presentano tali anche in ambiti diversi dalla sfera lavorativa. Sotto il versante della comunicazione si segnala invece l'iniziativa «Diversità al lavoro» volta a facilitare l'inserimento lavorativo per persone con disabilità e immigrati e la campagna di informazione e sensibilizzazione dal titolo «Abilità diverse, stessa voglia di vita».
  Per quanto concerne le iniziative volte a favorire l'inclusione sociale delle persone diversamente abili, si rappresenta che nel 2010 è stato pubblicato un avviso per il finanziamento di interventi finalizzati alla promozione delle pari opportunità nel campo dell'arte e dello sport e nel corso dello stesso anno sono stati resi noti i progetti ammessi al contributo.
  Nel 2011 sono stati pubblicati due ulteriori avvisi diretti a persone disabili; con il primo si è inteso finanziare, per un ammontare complessivo di 2.500.000 euro per ciascuna delle linee di azioni previste, proposte progettuali dirette alla affermazione delle pari opportunità per le persone disabili negli stessi ambiti del precedente anno; con il secondo avviso, si è inteso invece contribuire al finanziamento, con un importo massimo per ciascun contributo pari a 20.000 euro, delle spese necessarie all'acquisto di apparecchiature e/o servizi funzionalmente collegati alla rimozione delle difficoltà che possono ricorrere nell'ambito dell'attività di ricerca universitaria.
  Il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, per quanto di propria competenza, ha ricordato, relativamente agli insegnanti di sostegno, che le iscrizioni di alunni con disabilità avvengono sulla base della presentazione, da parte dei genitori, della certificazione rilasciata dalla A.S.L. di competenza, a seguito di appositi accertamenti collegiali di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 febbraio 2006, n. 185.
  Il predetto Dicastero ha inoltre fatto presente che il decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 («Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria») ha previsto la possibilità di istituire posti in deroga, allorché si renda necessario, al fine di assicurare la piena tutela dell'integrazione scolastica.
  Il Ministero citato ha reso inoltre noto che negli ultimi anni il numero di insegnanti di sostegno ha visto un costante aumento: in particolare si è passati da un'incidenza, rispetto agli insegnanti di ruolo, del 7,6 per cento del 2000 al 12,1 per cento del 2010. Nell'anno scolastico 2011/2012 gli insegnanti di sostegno hanno superato le 98.000 unità a conferma dell'attenzione nei confronti dei bambini con disabilità e delle loro famiglie che necessitano della più ampia e specializzata assistenza.
  La moltiplicazione dei servizi per l'integrazione (sia mediante ausili tecnologici che attraverso interventi di carattere pedagogico), anche a supporto dell'attività del docente di sostegno, persegue l'obiettivo di una scuola nella quale il bambino disabile possa avere tutti gli strumenti per poter vivere con completezza le proprie potenzialità; a tal fine il Ministero dell'istruzione, ha costituito una rete di supporto alle scuole con centri specializzati presenti a livello provinciale. In particolare, sono stati istituiti 96 centri territoriali di supporto attualmente in fase di potenziamento.
  Per quanto concerne la formazione dei docenti, sia di sostegno che curricolari, il competente Ministero ha reso noto di avere attivato, oltre ai corsi di specializzazione, previsti dal decreto ministeriale 10 settembre 2010, n. 249 nell'ambito della formazione iniziale, anche
master e corsi di perfezionamento per il personale in servizio su tematiche afferenti i disturbi evolutivi specifici (35 master in tutta Italia) e su disabilità specifiche (autismo, ADHD, ritardo maturativo e mentale, disabilità sensoria, eccetera) con avvio dal prossimo anno accademico.
  Infine, il Ministero dell'istruzione, ha reso noto che dallo scorso gennaio, si è insediato l'osservatorio permanente per l'integrazione degli alunni con disabilità cui partecipano le federazioni maggiormente rappresentative delle associazioni di settore, oltre ai rappresentanti del forum delle famiglie e del forum degli studenti, nonché esperti in materia e docenti in rappresentanza delle scuole di ogni ordine e grado.

Il Sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche socialiCecilia Guerra.


   EVANGELISTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   nella giornata del 19 gennaio 2012 nel comune di Tresana, comune in provincia di Massa Carrara, a 9 chilometri da Aulla, una centralina del gas è esplosa, provocando un incendio che ha interessato un raggio di 400 metri coinvolgendo il bosco, auto e case, e il ferimento di 10 persone tra cui tre operai in gravi condizioni che lavoravano alla conduttura del metanodotto;
   i tre operai feriti gravemente, un italiano e due cittadini dell'est Europa che lavorano per una ditta in subappalto, stavano effettuando lavori di manutenzione al metanodotto della linea La Spezia-Parma, che serve anche la Lunigiana;
   secondo le prime testimonianze l'incidente è stato causato da una manovra di un escavatore che nelle operazioni di manutenzione delle condutture avrebbe sganciato accidentalmente una delle tubature. La detonazione ha provocato un cratere di 8 metri di profondità e 25 metri di larghezza e ha raso al suolo 3 abitazioni nelle vicinanze;
   la tragedia poteva avere conseguenze ben più gravi, fortunatamente i proprietari delle tre abitazioni completamente distrutte dalla violenta esplosione non si trovavano in casa;
   è già stata dichiarata l'unità di crisi, e si è deciso di chiudere le scuole in 6 comuni della Lunigiana per la giornata di domani: Aulla, Fivizzano, Licciana Nardi, Podenzana, Tresana, e Pontremoli;
   in cinque di questi paesi non arriverà il gas per le prossime 48 ore e la protezione civile si sta organizzando per aiutare soprattutto le persone più anziane, viste le rigide temperature della notte;
   questo grave incidente, avvenuto in una zona della regione Toscana già duramente colpita da calamità naturali e dall'incuria dell'uomo, rimpingua purtroppo la già eccessiva lista degli infortuni e delle morti sui luoghi di lavoro –:
   se il Ministro interrogato intenda far chiarezza su questo grave episodio, verificando se sono state rispettate le disposizioni in materia di sicurezza sul lavoro contenute nel testo unico, decreto legislativo n. 81 del 2008 e successive modificazioni e se non intenda intervenire per eliminare le modifiche allo stesso, apportate dal Governo Berlusconi, che ne hanno determinato una riduzione dei livelli di sicurezza dei lavoratori. (4-14578)

  Risposta. — L'interrogazione in esame si riferisce agli infortuni sul lavoro verificatisi il 18 gennaio 2012 ad un gruppo di lavoratori, durante i lavori di costruzione di una nuova linea di metanodotto nel comune di Tresana (Massa-Carrara).
  Nel rispondere ai quesiti posti, ci si limiterà in questa sede, a riportare gli elementi informativi acquisiti presso la direzione territoriale del lavoro di Massa Carrara, nonché quelli forniti dall'INAIL.
  Dagli accertamenti compiuti e dalle dichiarazioni acquisite in sede ispettiva è emerso che il 18 gennaio 2012 i signori Dimitrov Georgi Vasilev, Penchev Vasil Dimitrov e Pansino Francesco, dipendenti della ditta Manna Oreste di Eboli (Salerno) – operante nel settore della costruzione di reti gas metano –, erano impegnati nell'esecuzione dei predetti lavori che erano stati affidati in appalto alla ditta Manna dalla società Snam Rete Gas s.p.a.
  Preliminarmente, si precisa che tutti e tre i predetti lavoratori erano regolarmente assunti; in particolare i signori Dimitrov Georgi Vasilev e Penchev Vasil Dimitrov dal 9 gennaio 2012 mentre il signor Pansino dall'11 gennaio 2012.
  Per quanto riguarda la dinamica dell'incidente si evidenzia che alle ore 14 e 30 circa del giorno dell'infortunio i signori Dimitrov, Penchev e Pansino stavano coprendo con un escavatore una tubazione che era stata in precedenza scoperta per essere ri-coibentata e raccordata ad un giunto preesistente del metanodotto posto a circa 15 metri di distanza. Tuttavia, per cause ancora in corso di accertamento, il giunto preesistente si rompeva facendo fuoriuscire gas metano a 60 bar di pressione. I tre lavoratori cercavano di allontanarsi rapidamente ma la deflagrazione generata li colpiva ugualmente provocandogli gravi ustioni.
  L'esplosione si è propagata nell'area circostante al cantiere, provocando il ferimento di altri due operai, i signori Neagovici Traian Costantin e Leitao Da Silva Julio Cesar, dipendenti della ditta L.G.B. di Biondi Bruno, corrente in Massa (Massa-Carrara), che stavano eseguendo lavori di carico sabbia.
  Il signor Dimitrov Georgi Vasilev, ricoverato presso il centro gravi ustionati dell'ospedale Sant'Eugenio di Roma, è deceduto il 15 febbraio 2012 dopo aver subìto importanti interventi chirurgici a seguito delle ustioni che hanno interessato il 51 per cento del corpo. I signori Penchev Vasil Dimitrov e Pansino Francesco hanno subìto ustioni di vario grado mentre i signori Neagovici Traian Costantin e Leitao Da Silva Julio Cesar hanno riportato lesioni non mortali ed inabilità lavorative.
  Con riferimento al signor Dimitrov Georgi Vasilev, deceduto a seguito delle gravi ustioni, la sede INAIL competente ha provveduto all'istruttoria del caso per il riconoscimento delle prestazioni dovute (indennità di temporanea fino al decesso, rendita a superstiti, assegno funerario e assegno
una tantum per i familiari di lavoratori deceduti sul lavoro). Al riguardo, si segnala che si è ancora in attesa di accertamenti definitivi, considerato che la famiglia del lavoratore si è nel frattempo trasferita in Bulgaria. A tal fine, sono stati presi contatti con un legale incaricato dalla famiglia Dimitrov ed è stato interessato il consolato italiano in Bulgaria.
  Al signor Penchev Vasil Dimitrov, a seguito delle ustioni subite è stata riconosciuta l'inabilità temporanea assoluta al lavoro fino al 24 gennaio 2012 ed erogata l'indennità prevista dall'articolo 66 del decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965. Al termine di tale periodo non sono stati accertati postumi permanenti.
  Al signor Pansino Francesco, anch'egli rimasto ustionato, è stata riconosciuta l'inabilità temporanea assoluta al lavoro fino al 28 settembre 2012 ed erogata l'indennità prevista dall'articolo 66 del decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965. Al termine di tale periodo si procederà all'accertamento di eventuali postumi permanenti.
  Il signor Neagovici Traian Costantin, caduto a terra colpito dall'onda d'urto dell'esplosione, ha riportato un trauma contusivo al secondo dito della mano destra. Gli è stata, pertanto, riconosciuta una inabilità temporanea assoluta fino all'11 maggio 2012 ed erogata l'indennità prevista dal più volte citato articolo 66 del decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965. Al termine di tale periodo, sono stati accertati postumi permanenti del 3 per cento, non indennizzabili in quanto inferiori al limite di legge (6 per cento).
  Il signor Leitao Da Silva Julio Cesar, anch'egli caduto a terra colpito dall'onda d'urto dell'esplosione, ha riportato un trauma cranico con contusioni multiple. È stata riconosciuta una inabilità temporanea assoluta fino all'11 maggio 2012 ed erogata l'indennità prevista dall'articolo 66 dal richiamato decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965. Al termine di tale periodo, sono stati accertati postumi permanenti del 6 per cento, con conseguente erogazione dell'indennizzo in capitale.
  Si precisa, inoltre, che l'autorità giudiziaria ha affidato al comando dei Vigili del fuoco di Massa Carrara e all'unita operativa del servizio prevenzione igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro dell'Asl 1 di Massa Carrara le indagini per l'accertamento delle cause e delle eventuali responsabilità dell'incidente. Tuttavia, data la complessità delle stesse la procura della Repubblica ha nominato anche un consulente esterno.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali intende perseguire la promozione di comportamenti rispettosi delle norme di legge in materia di salute e sicurezza sul lavoro, accompagnando il processo di attuazione del Testo Unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (decreto legislativo n. 81 del 2008 e successive modificazioni e integrazioni) con idonee iniziative promozionali finalizzate all'accrescimento delle conoscenze in materia di salute e sicurezza nelle aziende, nei lavoratori e negli studenti, con particolare attenzione all'aspetto della formazione.
  In questa prospettiva, con l'approvazione – in data il 9 aprile 2008 – del Testo Unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro ha preso avvio un complesso processo di attuazione delle disposizioni in esso contenute che ha coinvolto il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, le altre amministrazioni interessate e le parti sociali allo scopo di definire un sistema regolatorio in materia di salute e sicurezza sul lavoro quanto più moderno ed efficace.
  Si può, pertanto, affermare che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali è attivamente impegnato affinché possa concludersi quanto prima il processo di attuazione del Testo unico auspicando a tal fine che prosegua in modo proficuo il dialogo e la collaborazione fra i diversi attori istituzionali coinvolti sui temi della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
  Giova, poi, evidenziare che il decreto correttivo n. 106 del 2009 non ha determinato una riduzione dei livelli di sicurezza dei lavoratori ma, al contrario, ha consentito il superamento delle difficoltà operative da più parti evidenziate nel corso dei primi mesi di applicazione del Testo unico. Tale decreto ha perfezionato in tal modo il quadro normativo in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro rendendolo – oltre che pienamente coerente con le normative internazionali e comunitarie in materia – idoneo a costituire il fondamento giuridico della strategia di contrasto al fenomeno infortunistico.
  Va sottolineato, infine, che il citato decreto rispetta i medesimi criteri di delega (articolo 1, comma 2) della legge n. 123 del 2007 che sono stati attuati dal decreto legislativo n. 81 del 2008.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   EVANGELISTI. — Al Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione. — Per sapere – premesso che:
   recentemente, il Tribunale di Milano ha sospeso il concorso aperto a tutti per entrare a far parte del servizio civile, perché la selezione dei partecipanti escludeva le donne e gli uomini senza cittadinanza italiana; lo stesso, infatti, ha reputato discriminatorio il bando per la selezione di 10.481 volontari da impiegare in progetti di servizio civile in Italia e all'estero, bando pubblicato il 20 settembre 2011 dall'Ufficio nazionale per il servizio civile;
   la mancanza del requisito della cittadinanza italiana aveva impedito di potervi partecipare a Syed S., ventiseienne milanese di origine pakistana, in Italia da quando aveva undici anni;
   nel nostro Paese, purtroppo, le persone immigrate risultano essere molto adatte per lavorare, spesso, senza copertura assicurativa, come «badanti» o come operai edili privi dei più elementari servizi di sicurezza personale, (molti sono morti cadendo da piani alti di edifici su cui stavano lavorando privi di casco protettivo e di allacciature), salvo poi essere rimandati indietro quando si presentano per aderire a un concorso per il servizio civile, perché si sentono italiani;
   gli immigrati che hanno il permesso di soggiorno fanno da tempo parte in maniera stabile e regolare delle nostre comunità e quindi è doveroso che venga loro riconosciuto il diritto di svolgere il servizio civile, come un dovere di solidarietà a più livelli nei confronti della patria in cui vivono e che sentono come tale;
   il tribunale di Milano ha dunque riconosciuto un diritto civile, che negli altri Paesi ormai è prassi comune, annullando appunto la «selezione discriminatoria»;
   allo stesso tempo, 18.000 ragazzi del servizio civile nazionale dovevano partire il primo febbraio 2012 con progetti di volontariato in Italia e nel mondo e invece rimarranno a casa per effetto di questa sentenza del tribunale del lavoro di Milano che ha imposto di allargare, giustamente, la partecipazione anche ai cittadini stranieri –:
   quali iniziative urgenti intenda assumere affinché, per quanto di competenza, da una parte, sia rispettata la decisione del tribunale di Milano e anche gli stranieri legalmente soggiornati in Italia possano svolgere il servizio civile e, dall'altra, siano rispettate le partenze già previste per l'anno 2012. (4-14784)

  Risposta. — Con l'interrogazione in esame viene rappresentato che il tribunale di Milano, ritenendo discriminatorio il requisito della cittadinanza italiana per l'accesso al servizio civile, ha sospeso il bando per la selezione di 10.481 volontari, bloccando le partenze previste per il 2012.
  A riguardo l'interrogante chiede quali iniziative si intendano assumere affinché sia rispettata la decisione del tribunale di Milano, consentendo anche gli stranieri legalmente soggiornanti in Italia di partecipare al servizio civile, e garantite le partenze per l'anno corrente.
  Sul punto occorre anzitutto rilevare che l'ufficio nazionale per il servizio civile a seguito dell'ordinanza n. 15243/11 del tribunale di Milano – sezione lavoro in data 9 gennaio 2012, ha chiesto l'impugnazione e la sospensione dell'efficacia della stessa e, nelle more della definizione del giudizio in appello, ha sospeso l'avvio al servizio civile di tutti i volontari selezionati per i progetti inseriti nel bando in questione, in esecuzione della suddetta ordinanza.
  La corte d'appello di Milano, con la decisione del 26 gennaio 2012, ha sospeso gli effetti del citato atto, nella parte in cui ha ordinato all'amministrazione di sospendere le procedure concorsuali, ma non si è pronunciata con riferimento alla statuizione del giudice del lavoro riguardante il carattere discriminatorio del bando, rinviando la definizione della materia del contendere alla discussione di merito, fissata per il 22 novembre 2012.
  A seguito di tale pronuncia, e in esecuzione della stessa, l'ufficio ha potuto riattivare le procedure di avvio al servizio dei volontari, precedentemente sospese, rispettando in tal modo il calendario delle partenze dei volontari programmato per il 2012.
  Per quanto concerne l'ulteriore quesito, concernente le iniziative che si intendano assumere affinché sia rispettata la decisione del tribunale di Milano, si fa presente che l'ufficio nazionale per il servizio civile ha ritenuto necessario investire della problematica l'avvocatura generale dello Stato al fine di acquisire un parere in ordine agli adempimenti da porre in essere in caso di adozione di nuovi bandi, nelle more della definizione del giudizio innanzi alla corte di appello.
  In particolare, l'ufficio nazionale per il servizio civile, nel rispetto dell'articolo 3 del decreto legislativo n. 77 del 2002, che prevede il requisito della cittadinanza italiana per l'accesso al servizio civile, non avrebbe potuto prevedere nei nuovi bandi la partecipazione degli stranieri al servizio civile, in quanto tale iniziativa, pur se imposta dalla citata ordinanza del giudice del lavoro di Milano, avrebbe concretizzato una palese violazione della normativa in vigore. D'altra parte, però, la reiterata indicazione nei nuovi bandi del requisito della cittadinanza italiana avrebbe potuto essere interpretata come una mancata osservanza della pronuncia del giudice del lavoro.
  La questione si è rivelata ancora più complessa laddove l'organo giudicante, nel sottolineare il carattere discriminatorio del requisito della cittadinanza, non ha previsto precisi criteri per l'accesso al servizio civile agli stranieri, in quanto ha fatto un generico riferimento alla «regolare residenza in Italia» non chiarendo in cosa essa consista.
  L'avvocatura generale dello Stato, con parere trasmesso in data 24 luglio 2012, ha fatto presente, sotto un profilo generale, che la clausola del bando di ammettere i soli cittadini italiani alla selezione per il servizio civile è stata considerata legittima e non discriminatoria da altri giudici di merito (tra gli altri dal tribunale di Brescia con sentenza depositata il 9 maggio 2012) e, con riferimento alla norma primaria di cui all'articolo 3 del decreto legislativo n. 77 del 2002, ha rilevato che, non essendo stato aperto incidente di incostituzionalità, la stessa è tuttora vigente ed efficace e crea per l'amministrazione un diretto vincolo non suscettibile di applicazione discrezionale.
  L'organo consultivo si è espresso, quindi, nel senso di introdurre nei nuovi bandi la riserva dell'accesso al servizio civile ai soli cittadini, in conformità alla richiamata norma primaria, facendo altresì presente che, «anche in caso di ipotetica soccombenza dell'Amministrazione in singoli giudizi intrapresi da soggetti non cittadini per accedere alla selezione, detta soccombenza non sarebbe di per sé sufficiente – in presenza di una siffatta norma di legge efficace e vincolante – a giustificare una eventuale modifica dei bandi né lo stralcio della clausola che a tale norma di legge si conforma».
  Alla luce del parere reso dall'avvocatura, nei bandi di prossima adozione sarà prevista la cittadinanza italiana quale requisito di partecipazione al servizio civile, in ossequio al quadro normativo vigente non disapplicabile dall'amministrazione, fatti salvi eventuali interventi legislativi volti a modificare la disciplina in materia.
  Vorrei, infine, sottolineare che, consapevole dell'importante contributo apportato dai volontari del servizio civile a settori di vitale importanza per il Paese, mi sono adoperato per trovare ulteriori fondi per assicurare la partenza dei volontari nel prossimo biennio.
  In tale ottica sono riuscito a reperire circa 30 milioni nel recente decreto-legge sui vigili del fuoco (articolo 5, comma 2, del decreto-legge 20 giugno 2012, n. 79, recante «misure urgenti per garantire la sicurezza dei cittadini, per assicurare la funzionalità del corpo nazionale dei vigili del fuoco e di altre strutture dell'amministrazione dell'interno, nonché in materia di fondo nazionale per il servizio civile»), convertito, con modificazioni nella legge n. 131 del 2012.
  Inoltre, sono riuscito ad assicurare altri 20 milioni di euro a valere sull'esercizio finanziario 2012 nell'ambito del bilancio della Presidenza del Consiglio dei ministri nei capitoli di mia competenza. L'insieme di tali risorse consente di stabilizzare il servizio civile per il biennio 2013-2014 e di far partire per ciascun anno del biennio considerato circa 18.810 ragazzi (di cui 450 in progetti da realizzarsi all'estero).

Il Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazioneAndrea Riccardi.


   EVANGELISTI. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   in due interrogazioni del 7 settembre 2011 (n. 4-13141) e del 12 gennaio 2012 (n. 4-14468), l'interrogante poneva la questioni dell'oppressione politica in Ungheria a opera di un Governo – quello presieduto da Viktor Orban – che conculca i diritti delle minoranze politiche ed etniche, ad avviso dell'interrogante con chiare inclinazioni nazi-fasciste e antisemite;
   le risposte a questi atti di sindacato ispettivo sono state a giudizio dell'interrogante complessivamente deludenti;
   lo dimostra il fatto che su Repubblica del 28 luglio 2012 si da grande risalto a una dichiarazione di Orban che ha serenamente affermato che la democrazia non è un dovere per l'Ungheria;
   Orban ha sostenuto che la democrazia in Europa è in declino e che la salvezza dei popoli slavi e dell'Est europeo sta nelle radici etniche e nell'unità popolare;
   si tratta di una degenerazione che umilia la terra dei filosofi Geogy Lucaks e Agnes Heller e che dovrebbe scuotere tutti i sinceri democratici;
   nel frattempo il criminale di guerra ungherese Làszló Csizsik-Csatàry, 97 anni, accusato di complicità nella morte di 15.700 ebrei durante la seconda guerra mondiale, pur individuato e arrestato, non ha nulla da temere realmente giacché Orban gli ha fatto capire che non si adopererà per estradarlo;
   la politica europea al riguardo si sta mostrando ad avviso dell'interrogante del tutto insipiente –:
   quali politiche effettive intenda mettere in atto per stimolare procedure di sanzione nei confronti di un Paese che ha deciso di tradire le sue origini e le sue caratteristiche e di costituire una minaccia per la democrazia in Europa. (4-17246)

  Risposta. — L'Ungheria, membro della NATO e della UE, è inserita a pieno titolo nella comunità euro-atlantica che si fonda su valori condivisi.
  È noto tuttavia che importanti iniziative legislative assunte dalla maggioranza di governo (prima fra tutte la stesura di una nuova Costituzione, e delle relative leggi-quadro) hanno sollevato diverse perplessità e critiche sia in Ungheria sia all'estero, contribuendo ad alimentare quel più ampio dibattito sul clima politico nel Paese e sulle relazioni fra Stato e società, civile al quale ha fatto riferimento il Presidente della Commissione europea Barroso di fronte al Parlamento europeo il 18 gennaio 2012.
  Da questo punto di vista, si ricorda che la Commissione ha avviato il 17 gennaio 2012 tre procedure d'infrazione
ex articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, riguardanti l'indipendenza della banca centrale e del garante per la privacy, nonché il meccanismo di pensionamento anticipato dei giudici. L'allora presidenza di turno danese, nel prendere atto delle preoccupazioni suscitate da alcune disposizioni della nuova Costituzione, aveva, ricordato il dovere degli Stati membri di rispettare le regole dei trattati, assicurando pieno sostegno alle suddette procedure.
  Per quanto concerne la prima, essa era stata attivata a seguito delle nuove disposizioni legislative sulla banca centrale d'Ungheria, che ne avrebbero asseritamente leso le garanzie d'indipendenza. Gli emendamenti presentati dal Governo in Parlamento e approvati lo scorso 6 luglio, con il parere favorevole della BCE, hanno consentito la definitiva chiusura della procedura d'infrazione a carico del Paese.
  È stata invece sottoposta al giudizio della Corte di giustizia UE la procedura d'infrazione nei confronti dell'Ungheria per violazione della normativa europea in tema di protezione della libertà individuale, con specifico riferimento alla protezione dei dati personali. La nuova legislazione ungherese ha cambiato la denominazione e le procedure di elezione dell'autorità responsabile per la protezione dei dati personali e la libertà d'informazione, determinando la decadenza dall'ufficio del garante precedentemente in carica. La Commissione ha eccepito come la sua dismissione prima della scadenza del relativo mandato, prevista nel 2014, violi l'indipendenza di tale organo.
  Pende presso la Corte di giustizia dell'Unione europea anche il procedimento d'infrazione, sottoposto a procedura d'urgenza, per violazione della direttiva del Consiglio n. 2000/78/CE del 27 novembre 2000 in tema di parità di trattamento sul luogo di lavoro. La Commissione europea ha contestato all'Ungheria che la cosiddetta norma sul pre-pensionamento dei giudici non si fonda su un criterio legittimamente giustificabile (quello anagrafico) e non è commisurata all'obiettivo prefissato di favorire un maggiore
turn-over.
  Come noto, l'azione della Commissione UE è affiancata dal Parlamento europeo, che il 16 febbraio 2012 ha approvato una nuova mozione con cui s'invita il Governo di Budapest a conformarsi alle raccomandazioni della Commissione europea, oltreché a quelle del Consiglio d'Europa e della commissione di Venezia, anch'essi espressisi a più riprese sulle recenti iniziative legislative ungheresi. La risoluzione chiedeva anche di verificare se esistessero le condizioni per avviare una procedura ai sensi dell'articolo 7 del trattato sull'Unione europea (TUE).
  I princìpi e valori fondamentali su cui è basato l'intero processo d'integrazione europea restano imprescindibili per l'Italia, che li ha promossi e sostenuti sin dalla fondazione della UE. Nel riconoscersi pienamente nelle decisioni e iniziative promosse dalle istituzioni comunitarie nei confronti dell'Ungheria, il Governo ribadisce l'auspicio che le iniziative della commissione e della presidenza possano condurre a soluzioni condivise, assicurando così che la legislazione ungherese e la sua attuazione avvengano secondo modalità in linea con i princìpi democratici e dello stato di diritto propri dell'Unione.
  Il Ministro Terzi, nell'esprimere apprezzamento per l'intenzione, ripetutamente manifestata dal governo ungherese, di ricercare il consenso delle istituzioni europee nell'attuazione delle nuove disposizioni costituzionali, modificando quindi le norme in contrasto con la normativa europea, non ha mancato di ribadire al suo omologo ungherese Martonyi l'aspettativa italiana di un approccio europeo costruttivo come strada maestra per superare le questioni aperte.

Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriMarta Dassù.


   EVANGELISTI. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   risulta all'interrogante che il Ministero degli affari esteri abbia appaltato a una multinazionale privata, non meglio identificata, tutto il lavoro che prima veniva svolto dagli impiegati dei consolati, come per esempio il rilascio dei visti; per fare qualche esempio: sul sito del consolato generale italiano a Shanghai viene chiesto di presentare la domanda direttamente all’Italy Visa Application Center (IVAC) che è estranea al consolato (l'Ivac è, infatti, un fornitore di servizi gestito da una società privata, autorizzato a ricevere le domande di visto); sul sito dell'ambasciata di Mosca viene indicato che le domande di visto possono essere presentate direttamente al consolato o per il tramite delle società VMS di Mosca e CVB di Ekaterinburg alle quali è stato affidato il servizio di raccolta delle domande di visto per l'Italia –:
   se si tratti di un caso isolato o di una pratica consolidata;
   se non ritenga che tale decisione contrasti con l'avvio di una revisione della spesa che ha riguardato anche tutto il comparto consolare. (4-17741)

  Risposta. — I servizi consolari, sono assicurati dal Ministero degli affari esteri, attraverso la rete di ambasciate e consolati italiani all'estero, che non possono demandare ad enti terzi la titolarità delle proprie funzioni. In alcuni casi e per alcuni servizi è prevista la possibilità di ricorrere alla collaborazione con società esterne.
  Per quanto riguarda i visti, la collaborazione fra gli uffici consolari e le società che forniscono alcuni servizi esterni di supporto per la raccolta delle domande di visto, comunemente definiti in «
outsourcing», è regolata dal codice comunitario dei visti (regolamento Comunità europea 810/2009) che, all'articolo 43 e con l'allegato X, stabilisce condizioni e limiti in base ai quali uno Stato membro può farvi ricorso. Sulla base della normativa comunitaria, è escluso ogni coinvolgimento della società esterna nel processo decisionale sulla domanda di visto, che resta di esclusiva competenza dell'ufficio consolare. Il fornitore esterno di servizi, che è sempre soggetto al controllo della rappresentanza diplomatico-consolare di riferimento, può essere autorizzato a fornire informazioni sui requisiti e sui documenti giustificativi richiesti per presentare domanda di visto, gestire gli appuntamenti, riscuotere i diritti per i visti, raccogliere le domande dei richiedenti per trasmetterle all'ufficio consolare e riconsegnare al richiedente la documentazione, una volta completato l’iter di trattazione della pratica.
  Viene, comunque, sempre garantita la possibilità al richiedente di presentare domanda di visto direttamente presso l'ufficio consolare competente, senza avvalersi dei servizi della società esterna.
  Il codice visti prevede, inoltre, che nel selezionare un fornitore esterno di servizi vanno «fatte salve le norme in materia di appalti pubblici e concorrenza» e che lo Stato membro «verifica la solvibilità dell'impresa, comprese le licenze necessarie, l'iscrizione al registro delle imprese, lo statuto ed i contratti bancari». Inoltre, anche sulla base di un parere dell'Avvocatura generale dello Stato, le sedi diplomatico-consolari fanno riferimento ai princìpi di buon andamento e imparzialità che, secondo l'articolo 97 della Costituzione, devono ispirare l'operato della pubblica amministrazione, ed ai princìpi di economicità, efficacia e pubblicità, richiamati dalla legge n. 241/90 come criteri di riferimento dell'attività amministrativa. A tal fine, le rappresentanze interessate all'esternalizzazione procedono alla selezione degli affidatari del servizio attraverso una procedura cui viene fornita adeguata pubblicità, al fine di effettuare la migliore scelta possibile tra tutti gli operatori affidabili presenti sul mercato.
  Il ricorso a fornitori esterni di servizi non prevede oneri per l'amministrazione pubblica, in quanto sono a carico degli utenti i costi per i suddetti servizi addizionali (nei limiti del tetto massimo previsto dalla normativa di riferimento, pari alla metà dei diritti per un visto Schengen). Inoltre, lungi dal contrastare con i recenti provvedimenti in materia di revisione della spesa, tale forma di collaborazione ha svolto un ruolo chiave nel rilevante incremento registrato negli ultimi anni dalla nostra rete diplomatico-consolare nel rilascio dei visti d'ingresso, che ha raggiunto nel 2011 un tasso del +11 per cento, confermato dal +12,7 per cento del primo semestre di quest'anno. Il lavoro svolto da tali società esterne permette di raggiungere un più ampio bacino di utenti e garantisce, soprattutto laddove il flusso di richieste è maggiore, un più efficiente servizio nel settore dei visti, necessario per accompagnare lo sviluppo delle relazioni economico-commerciali, nonché delle nuove rotte di flussi turistici verso l'Italia, soprattutto con quei Paesi emergenti ancora soggetti all'obbligo di visto. Ad oggi, circa cinquanta uffici consolari italiani si avvalgono, per servizi diversi, della collaborazione di società esterne e ciò permette, soprattutto in Paesi molto vasti, di offrire un servizio più accessibile all'utenza. Per gli stessi motivi, oltre all'Italia, anche i principali
partner europei fanno un ampio ricorso a dette collaborazioni esterne.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriStaffan de Mistura.


   FARINA COSCIONI, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   in una cava di porfido di Albiano, in Trentino, il 10 marzo 2011, come riferisce l'agenzia «AdNKronos», si è verificato un serio infortunio sul lavoro: un operaio è stato travolto da una pala meccanica, rimanendo incastrato tra la benna e le ruote –:
   di quali elementi disponga il Ministro in merito alla dinamica dell'incidente; se risulti che le misure di sicurezza previste dalla normativa vigente siano state osservate; quali iniziative, nell'ambito delle proprie prerogative e facoltà, intenda intraprendere a fronte di un fenomeno, quello degli incidenti sul lavoro, spesso mortali, che ogni anno assume una dimensione che non è esagerato definire una strage.
(4-11242)

  Risposta. — L'interrogazione parlamentare in esame, si riferisce all'infortunio sul lavoro occorso, il giorno 10 marzo 2011, al signor Mouloud El Gatra, operaio, con mansioni di sbozzatore di pietre, che lavorava alle dipendenze della società C.A.P.A. srl – Cavatori Ass. Porfido, con sede in località Albiano (Trento).
  Nel rispondere ai primi due quesiti, ci si limiterà, in questa sede, a riportare gli elementi informativi acquisiti presso il servizio minerario della provincia autonoma di Trento, nonché quelli forniti dall'Inail.
  Il giorno 10 marzo 2011, il signor El Gatra si trovava insieme ad altri colleghi, presso una cava di porfido, sita in località Albiano (Trento), intento ad effettuare la selezione e cernita del materiale grezzo. Nel corso di tali operazioni, il lavoratore veniva improvvisamente travolto da una pala meccanica manovrata da un collega, riportando gravi lesioni.
  Dagli accertamenti effettuati dai funzionari del servizio minerario della provincia autonoma di Trento è emerso che l'incidente si è verificato a causa di una condotta colposa del manovratore del mezzo meccanico.
  Quest'ultimo, infatti, dopo aver provveduto, mediante la pala meccanica del mezzo, a rifornire di materiale porfirico grezzo la postazione di lavoro del collega El Gatra Mouloud, vi faceva ritorno, senza che ve ne fosse la necessità, ad una velocità eccessiva e omettendo di scrutare l'area di manovra. Conseguentemente, il lavoratore, che nel frattempo aveva momentaneamente interrotto la propria attività, veniva colpito all'addome dalla benna del mezzo rialzata da terra di circa un metro e, successivamente, schiacciato contro il palo di sostegno di una tettoia.
  Nel corso delle indagini è stata altresì accertata, in capo al collega che manovrava il mezzo meccanico, la violazione degli obblighi di cui all'articolo 20, lettere
c e g, del decreto legislativo n. 81 del 2008 poiché lo stesso «utilizzava impropriamente il mezzo d'opera su cui lavorava, con manovra inutilmente pericolosa e tale da compromettere, altrettanto inutilmente, la sicurezza dei colleghi lavoratori...».
  Il conducente del mezzo è stato successivamente condannato, a seguito di patteggiamento, alla pena di 900 euro con sentenza del tribunale di Trento dell'8 maggio 2012.
  Per quanto riguarda le prestazioni di legge dovute dall'Inail, si segnala che l'infortunato, tutt'ora inabile al lavoro con prognosi giustificata fino al 29 giugno 2012, percepisce la relativa indennità economica, prevista dall'articolo 66 del testo unico n. 1124/1965. Al termine del periodo di inabilità, che potrebbe protrarsi anche oltre la suddetta data, si procederà alla valutazione di eventuali postumi permanenti e alla erogazione delle prestazioni dovute.
  Nel rispondere all'ultimo quesito posto nell'interrogazione in esame, occorre precisare che il tema della prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali costituisce obiettivo strategico del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e dell'Inail, nell'ottica del tendenziale azzeramento del fenomeno infortunistico e tecnopatico.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, infatti, intende perseguire la promozione di comportamenti rispettosi delle norme di legge applicabili in materia di salute e sicurezza sul lavoro ed efficaci in funzione prevenzionistica, sia completando l'attuazione del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 (testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro) e successive modificazioni e integrazioni, sia favorendo ogni iniziativa promozionale idonea a determinare un accrescimento delle conoscenze in materia di salute e sicurezza nelle aziende, nei lavoratori e negli studenti, con particolare attenzione all'aspetto della formazione.
  In relazione allo specifico e gravissimo problema degli infortuni sul lavoro si rende necessario intervenire sulla formazione-informazione dei lavoratori e delle imprese, nonché sulla prevenzione e sul rafforzamento dei controlli da parte degli enti preposti, al fine di promuovere una consapevolezza sempre più ampia sulle esigenze della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali è attivamente impegnato su tali fronti, nell'intento precipuo di favorire il dialogo e la collaborazione fra tutti i soggetti interessati, istituzionali e sociali, al fine di ridurre gli incidenti e le malattie professionali e la diffusione di sempre più elevati
standards di sicurezza nei luoghi di lavoro. L'esistenza in concreto di una efficace strategia di contrasto al fenomeno infortunistico non passa solo attraverso il completamento, mediante le fonti di rango secondario previste dal decreto legislativo n. 81 del 2008, del quadro giuridico di riferimento ma anche attraverso la realizzazione di una serie di azioni pubbliche e private dirette a migliorare la prevenzione e i livelli di tutela in tutti gli ambienti di lavoro.
  Per tale ragione, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali sta attivando ogni possibile sinergia con soggetti pubblici e privati, al fine di migliorare «l'impatto» delle rispettive attività in termini di efficacia.
  In tale ottica si colloca, ad esempio, la definizione, con accordo in Conferenza Stato-regioni del 20 novembre 2008, dei criteri di impiego e l'attivazione delle somme (pari a 50 milioni di euro) di cui all'articolo 11, comma 7, del testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, da destinare in favore di attività promozionali della salute e sicurezza, tra le quali una campagna di comunicazione (per complessivi 20 milioni di euro) sulla salute e sicurezza sul lavoro ed attività di formazione su base regionale (per complessivi 30 milioni di euro).
  Con il decreto correttivo n. 106 del 2009 si è poi consentito il superamento delle difficoltà operative da più parti evidenziate nel corso dei primi mesi di applicazione del testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, perfezionando, in tal modo, il quadro normativo in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e rendendolo, oltre che pienamente coerente con le normative internazionali e comunitarie in materia, idoneo a costituire il fondamento giuridico della strategia di contrasto al fenomeno infortunistico.
  L'imprescindibile finalità delle misure varate resta quella di rendere maggiormente effettiva la tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro secondo linee di azione consistenti, tra l'altro, nel miglioramento dell'efficacia dell'apparato sanzionatorio al fine precipuo di assicurare una migliore corrispondenza tra infrazioni e sanzioni.
  A tale scopo si tiene conto dei compiti effettivamente svolti da ciascun attore della sicurezza, favorendo l'utilizzo di procedure di estinzione dei reati e degli illeciti amministrativi mediante regolarizzazione da parte del soggetto inadempiente. La sanzione penale è riservata ai soli casi di violazione delle disposizioni sostanziali e non di quelle meramente formali (come, ad esempio, la trasmissione di documentazione, notifiche, eccetera).
  Tutti gli interventi proposti garantiscono, in ogni caso, il rispetto dei livelli di tutela oggi assicurati ai lavoratori e alle loro rappresentanze in qualsiasi ambiente di lavoro e in tutto il territorio nazionale nonché l'equilibrio delle competenze tra lo Stato e le regioni in materia.
  Il risultato finale dell'intervento legislativo di riforma potrà comunque compiutamente apprezzarsi una volta che verrà completata l'emanazione di provvedimenti attuativi del testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, di grande rilevanza e impatto sulle aziende e sui lavoratori.
  Molte delle iniziative dirette alla attuazione delle disposizioni del testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro sono devolute dal legislatore alla Commissione consultiva per la salute e sicurezza sul lavoro (
ex articolo 6 del decreto legislativo n. 81 del 2008), composta, in maniera paritaria e tripartita, da rappresentanti delle amministrazioni pubbliche centrali competenti in materia, delle regioni, dei sindacati e delle organizzazioni dei datori di lavoro.
  Ricostituita con decreto ministeriale del 3 dicembre 2008, la Commissione ha costituito al suo interno nove gruppi «tecnici» di lavoro, nei quali è garantita la presenza paritetica di rappresentanti delle amministrazioni pubbliche (comprese le regioni) e delle parti sociali, per affrontare, in tali sedi, gli argomenti attribuiti dalla legge alla Commissione (ad esempio l'elaborazione di linee metodologiche per la valutazione dello stress lavoro-correlato, l'individuazione delle regole di funzionamento della cosiddetta «patente a punti» per gli edili) e per i quali si prevedono attività finalizzate alla attuazione del testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
  Tali gruppi si sono regolarmente insediati e svolgono con continuità le attività ad essi attribuiti. All'esito delle attività istruttorie compiute in tali consessi, sono stati elaborati documenti di notevole importanza per gli operatori della salute e sicurezza sul lavoro e altri sono di prossima emanazione. Tra gli altri, si ricorda, che a seguito dell'adozione del parere sul concetto di «eccezionalità» di cui al punto 3.1.4 dell'allegato VI al decreto legislativo n. 81/2008, la Commissione consultiva permanente – nella seduta del 18 aprile 2012 – ha ritenuto opportuno individuare specifiche procedure operative di sicurezza in materia di sollevamento di persone con attrezzature di lavoro non previste a tal fine al fine di garantirne la sicurezza nell'uso. Tali procedure costituiscono indicazioni di natura non vincolante per gli operatori e sono finalizzate a fornire indicazioni operative sulle modalità di utilizzo di dette attrezzature nei casi indicati dalla Commissione.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha inoltre completato talune ulteriori attività previste dal decreto legislativo n. 81 del 2008, tra le quali occorre ricordare:
   la predisposizione, in data 17 novembre 2010, delle indicazioni per la valutazione dello stress lavoro-correlato (articolo 28, comma 1-
bis, del «testo unico») da parte della Commissione consultiva per la salute e sicurezza sul lavoro, con avviso pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 304 del 30 dicembre 2010;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 159 dell'11 luglio 2011 del decreto interdipartimentale del 13 aprile 2011, recante: «Disposizioni in attuazione dell'articolo 3, comma 3-bis, del decreto legislativo 9 aprile 2008 n. 81, come modificato ed integrato dal decreto legislativo 3 agosto 2009, n. 106 in materia di salute e sicurezza sul lavoro» che disciplina le particolari modalità di svolgimento delle attività delle cooperative sociali di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381, delle organizzazioni di volontariato della protezione civile, compresi i volontari della Croce rossa italiana e del Corpo nazionale soccorso alpini e speleologico, e i volontari dei vigili del fuoco;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 98 del 29 aprile 2011 – supplemento ordinario n. 111 – del decreto interministeriale dell'11 aprile 2011 del Ministero dei lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministero della salute e con il Ministero dello sviluppo economico, che disciplina le modalità di effettuazione delle verifiche periodiche di cui all'allegato VII dei decreto legislativo del 9 aprile 2008, n. 81, nonché i criteri per l'abilitazione dei soggetti di cui all'articolo 71, comma 13, del medesimo decreto legislativo;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 60 del 12 marzo 2012 – supplemento ordinario n. 47 – dell'accordo, ai sensi dell'articolo 4 del decreto legislativo n. 281 del 28 agosto 1997 tra il Governo, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, stipulato il 22 febbraio 2012, concernente l'individuazione delle attrezzature di lavoro per le quali è richiesta una specifica abilitazione degli operatori, nonché le modalità per il riconoscimento di tale abilitazione, i soggetti formatori, la durata, gli indirizzi ed i requisiti minimi di validità della formazione, in attuazione dell'articolo 73, comma 5, del decreto legislativo n. 81 del 9 aprile 2008, e successive modifiche e integrazioni;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 83 dell'11 aprile 2011 del decreto del 4 febbraio 2011 «lavori su impianti elettrici ad alta tensione» a firma del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro della salute, che definisce i criteri per il rilascio delle autorizzazioni alle aziende che effettuano lavori sotto tensione, in attuazione dell'articolo 82, comma 2, del decreto legislativo n. 81/2008 e successive modificazioni e integrazioni;
   l'istituzione, con decreto interministeriale del 27 maggio 2011 (pubblicato sul
bollettino ufficiale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali n. 6 del 30 giugno 2011), del comitato consultivo per la determinazione e l'aggiornamento dei valori limite di esposizione professionale e dei valori limite biologici relativi agli agenti chimici previsto dall'articolo 232, comma 1, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 e successive modificazioni e integrazioni.

  Merita menzione, inoltre, il decreto interministeriale recante: regole tecniche per la realizzazione ed il funzionamento del sistema informativo nazionale per la prevenzione (SINP), ai sensi dell'articolo 8, comma 4, del decreto legislativo 2008, n. 81 e successive modificazioni e integrazioni.
  Il sistema informativo nazionale per la prevenzione, in particolare, mira a fornire dati utili per orientare, programmare, pianificare e valutare l'efficacia della attività di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, relativamente ai lavoratori iscritti e non iscritti agli enti assicurativi pubblici, nonché per indirizzare le attività di vigilanza, attraverso l'utilizzo integrato delle informazioni disponibili negli attuali sistemi informativi, anche tramite l'integrazione di specifici archivi e la creazione di banche dati unificate.
  Su tale decreto è stato acquisito il parere favorevole della conferenza permanente per i rapporti tra Stato, regioni e province autonome di Trento e di Bolzano. Sul provvedimento si è da ultimo espresso anche il Consiglio di Stato.
  Inoltre, nella medesima conferenza si sono perfezionati gli accordi concernenti gli articoli 34 e 37 del testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro che disciplinano, rispettivamente, la formazione del datore di lavoro, che svolge in proprio dei compiti di prevenzione e protezione, e la formazione dei lavoratori, preposti e dirigenti. Tali accordi sono stati pubblicati nella
Gazzetta Ufficiale n. 8 dell'11 gennaio 2012.
  In ordine alle iniziative in materia di lavorazioni in «ambienti confinati», si evidenzia che nella
Gazzetta Ufficiale n. 260 dell'8 novembre 2011 è stato pubblicato il decreto del Presidente della Repubblica n. 177 del 14 settembre 2011 recante: «norme per la qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi operanti in ambienti sospetti di inquinamento o confinati», a norma dell'articolo 6, comma 8, lettera g) del decreto legislativo n. 81/2008. Il decreto è frutto di un lavoro che ha coinvolto Stato, regioni e parti sociali nell'intento, da tutti condiviso, di predisporre misure innovative ed efficaci a contrasto al fenomeno degli infortuni, gravissimi per numero e drammatici per modalità, verificatisi, negli ultimi anni, nei lavori in ambienti cosiddetti «confinati», quali silos, cisterne e simili.
  A tal proposito si fa presente che, al fine di fornire soluzioni tecniche, organizzative e procedurali per i lavori da realizzare nelle diverse tipologie di ambienti sospetti di inquinamento o confinati, la commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro – nella seduta del 18 aprile 2012 – ha adottato un manuale pratico. Tale manuale, come previsto dall'articolo 3, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica n. 177/2011, indica i contenuti di una procedura di sicurezza per lavori in ambienti sospetti di inquinamento o confinati ed è rivolto a quanti operano a vario titolo in tale settore e, soprattutto, a tutte quelle micro e piccole imprese che si occupano di bonifiche e/o manutenzione in ambienti confinati.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali persegue l'obiettivo della riduzione del fenomeno infortunistico anche attraverso la massima efficacia delle attività di vigilanza sui luoghi di lavoro di propria competenza. In tali ambiti, ed in primo luogo nell'edilizia, è stata da tempo fornita alle strutture amministrative di riferimento l'indicazione di realizzare, innanzitutto, le attività dirette a perseguire le violazioni in materia di salute e sicurezza più gravi, in quanto in grado di mettere in pericolo la vita dei lavoratori. Tale impostazione ha consentito di raggiungere risultati molto soddisfacenti.
  Infine, va ricordato come il Ministero del lavoro e delle politiche sociali abbia predisposto e messo a disposizione dell'utenza una sezione del sito
internet specificamente dedicata alla diffusione di notizie e pubblicazioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
  Tutto quanto sin qui esposto consente di affermare come la riforma del quadro normativo volto a tutelare la salute e sicurezza sul lavoro abbia fornito l'Italia di un sistema di regole moderno e sistematicamente coeso, suscitando un interesse, finalmente non più solo specialistico, sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro che costituisce, a sua volta, un importante punto di partenza per l'abbattimento del numero e della gravità degli infortuni.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   FARINA COSCIONI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   il 26 luglio un nuovo incidente mortale sul lavoro s’è verificato nel bosco di Sant'Antonio ai confini del territorio del comune di Palena Chieti;
   secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa, un operaio romeno, Stefan Borcau, di 45 anni, è morto travolto da un albero durante alcuni lavori di disboscamento. L'uomo è stato colpito alla testa ed al torace ed è rimasto schiacciato dal peso della pianta –:
   quale sia l'esatta dinamica dell'incidente;
   se siano state rispettate le normative previste dalla sicurezza del lavoro;
   quali iniziative si intendano promuovere, sollecitare, adottare in relazione a vicende come quella sopra segnalata, che per dimensione – dall'inizio dell'anno risultano essere decedute oltre 270 persone per incidenti sul lavoro, oltre 457 mila sono stati gli infortuni, oltre mille gli invalidi – assume i connotati di quella che non è esagerato definire una strage.
(4-12837)

  Risposta. — L'interrogazione parlamentare in esame si riferisce all'infortunio mortale sul lavoro verificatosi il 26 luglio 2011 al signor Stefan Borcau, dipendente della ditta Fratelli Muscente di Muscente Rocco & C. di Palena (CH), durante le operazioni di taglio di alberi di alto fusto in località Fonte dei Pulcini di Palena.
  Nel rispondere ai primi due quesiti, ci si limiterà in questa sede, a riportare gli elementi informativi acquisiti presso la Direzione territoriale del lavoro di Chieti, nonché quelli fomiti dall'Inail.
  Preliminarmente si precisa che il signor Stefan Borcau era regolarmente assunto dal 23 luglio 2011, con contratto a termine sino al 30 novembre 2011, con la qualifica di bracciante agricolo.
  Dagli accertamenti esperiti e dalle dichiarazioni acquisite in sede ispettiva è emerso che alle ore 9.20 circa del 26 luglio 2011, giorno dell'infortunio, il signor Borcau, era intento al taglio di un albero di faggio di alto fusto mediante l'uso di una motosega. In particolare, sembrerebbe che il tronco – dopo il taglio – sia caduto su un'altra pianta che – producendo un effetto «dondolo» – lo ha fatto finire addosso al lavoratore e ne ha causato il decesso. Sul posto accorrevano due colleghi, che – data la distanza dal luogo dell'incidente – non sono stati poi in grado di fornire notizie particolari sulla dinamica dell'infortunio.
  Si rende noto, inoltre, che nel corso degli accertamenti, i funzionari della Asl n. 2 di Lanciano-Vasto-Chieti hanno riscontrato, da parte del datore di lavoro, la violazione dell'articolo 18 del decreto legislativo 81/2008.
  Per quanto riguarda l'erogazione delle prestazioni dovute per tale infortunio mortale, la sede Inail competente, in base alle risultanze istruttorie, ha riscontrato l'assenza di superstiti aventi diritto alla rendita
ex articolo 85 testo unico 1124/65 e alla erogazione del beneficio a carico del Fondo per le vittime di gravi incidenti sul lavoro. Per la corresponsione dell'assegno funerario, dovuto – ai sensi del richiamato articolo 85 – a chiunque dimostri di aver sostenuto le spese funerarie, la sede si è attivata per rintracciare i familiari residenti in Romania.
  Nel rispondere all'ultimo quesito posto nell'interrogazione in esame, occorre precisare che il tema della prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali costituisce obiettivo strategico del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e dell'Inail, nell'ottica del tendenziale azzeramento del fenomeno infortunistico e tecnopatico.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, infatti, intende perseguire la promozione di comportamenti rispettosi delle norme di legge applicabili in materia di salute e sicurezza sul lavoro ed efficaci in funzione prevenzionistica, sia completando l'attuazione del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 (testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro) e successive modificazioni e integrazioni, sia favorendo ogni iniziativa promozionale idonea a determinare un accrescimento delle conoscenze in materia di salute e sicurezza nelle aziende, nei lavoratori e negli studenti, con particolare attenzione all'aspetto della formazione.
  In relazione allo specifico e gravissimo problema degli infortuni sul lavoro si rende necessario intervenire sulla formazione-informazione dei lavoratori e delle imprese, nonché sulla prevenzione e sul rafforzamento dei controlli da parte degli enti preposti, al fine di promuovere una consapevolezza sempre più ampia sulle esigenze della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali è attivamente impegnato su tali fronti, nell'intento precipuo di favorire il dialogo e la collaborazione fra tutti i soggetti interessati, istituzionali e sociali, al fine di ridurre gli incidenti e le malattie professionali e la diffusione di sempre più elevati
standards di sicurezza nei luoghi di lavoro. L'esistenza in concreto di una efficace strategia di contrasto al fenomeno infortunistico non passa solo attraverso il completamento, mediante le fonti di rango secondario previste dal decreto legislativo n. 81/2008, del quadro giuridico di riferimento ma anche attraverso la realizzazione di una serie di azioni pubbliche e private dirette a migliorare la prevenzione e i livelli di tutela in tutti gli ambienti di lavoro.
  Per tale ragione, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali sta attivando ogni possibile sinergia con soggetti pubblici e privati, al fine di migliorare «l'impatto» delle rispettive attività in termini di efficacia.
  In tale ottica si colloca, ad esempio, la definizione, con accordo in Conferenza Stato-regioni del 20 novembre 2008, dei criteri di impiego e l'attivazione delle somme (pari a 50 milioni di euro) di cui all'articolo 11, comma 7, del testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, da destinare in favore di attività promozionali della salute e sicurezza, tra le quali una campagna di comunicazione (per complessivi 20 milioni di euro) sulla salute e sicurezza sul lavoro ed attività di formazione su base regionale (per complessivi 30 milioni di euro).
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali – in attuazione del predetto articolo 11 – ha, inoltre, partecipato alla programmazione, alla predisposizione nonché al cofinanziamento della campagna nazionale a sostegno del piano di prevenzione sulle malattie professionali. Tale campagna promossa insieme all'Inail, al Ministero della salute, alle regioni ed alle province autonome, in collaborazione con le organizzazioni sindacali e di rappresentanza dei datori di lavoro, ha l'obiettivo di richiamare l'attenzione di tutti i soggetti coinvolti sui principali fattori di rischio.
  Con il decreto correttivo n. 106 del 2009 si è poi consentito il superamento delle difficoltà operative da più parti evidenziate nel corso dei primi mesi di applicazione del testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, perfezionando, in tal modo, il quadro normativo in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e rendendolo, oltre che pienamente coerente con le normative internazionali e comunitarie in materia, idoneo a costituire il fondamento giuridico della strategia di contrasto al fenomeno infortunistico.   L'imprescindibile finalità delle misure varate resta quella di rendere maggiormente effettiva la tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro secondo linee di azione consistenti, tra l'altro, nel miglioramento dell'efficacia dell'apparato sanzionatorio al fine precipuo di assicurare una migliore corrispondenza tra infrazioni e sanzioni.
  A tale scopo si tiene conto dei compiti effettivamente svolti da ciascun attore della sicurezza, favorendo l'utilizzo di procedure di estinzione dei reati e degli illeciti amministrativi mediante regolarizzazione da parte del soggetto inadempiente. La sanzione penale è riservata ai soli casi di violazione delle disposizioni sostanziali e non di quelle meramente formali (come, ad esempio, la trasmissione di documentazione, notifiche, eccetera).
  Tutti gli interventi proposti garantiscono, in ogni caso, il rispetto dei livelli di tutela oggi assicurati ai lavoratori e alle loro rappresentanze in qualsiasi ambiente di lavoro e in tutto il territorio nazionale nonché l'equilibrio delle competenze tra lo Stato e le Regioni in materia.
  Il risultato finale dell'intervento legislativo di riforma potrà comunque compiutamente apprezzarsi una volta che verrà completata l'emanazione di provvedimenti attuativi del testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, di grande rilevanza e impatto sulle aziende e sui lavoratori.
  Molte delle iniziative dirette alla attuazione delle disposizioni del testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro sono devolute dal legislatore alla Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro (
ex articolo 6 del decreto legislativo n. 81 del 2008), composta, in maniera paritaria e tripartita, da rappresentanti delle amministrazioni pubbliche centrali competenti in materia, delle regioni, dei sindacati e delle organizzazioni dei datori di lavoro.
  Ricostituita con decreto ministeriale del 3 dicembre 2008, la commissione ha costituito al suo interno nove gruppi «tecnici» di lavoro, nei quali è garantita la presenza paritetica di rappresentanti delle amministrazioni pubbliche (comprese le regioni) e delle parti sociali, per affrontare, in tali sedi, gli argomenti attribuiti dalla legge alla commissione (ad esempio l'elaborazione di linee metodologiche per la valutazione dello stress lavoro-correlato, l'individuazione delle regole di funzionamento della cosiddetta «patente a punti» per gli edili) e per i quali si prevedono attività finalizzate alla attuazione del testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
  Tali gruppi si sono regolarmente insediati e svolgono con continuità le attività ad essi attribuiti. All'esito delle attività istruttorie compiute in tali consessi, sono stati elaborati documenti di notevole importanza per gli operatori della salute e sicurezza sul lavoro e altri sono di prossima emanazione. Tra gli altri, si ricorda, che a seguito dell'adozione del parere sul concetto di «eccezionalità» di cui al punto 3.1.4 dell'allegato VI al decreto legislativo n. 81 del 2008, la commissione consultiva permanente – nella seduta del 18 aprile 2012 – ha ritenuto opportuno individuare specifiche procedure operative di sicurezza in materia di sollevamento di persone con attrezzature di lavoro non previste a tal fine allo scopo di garantirne la sicurezza nell'uso. Tali procedure, divulgate con lettera circolare del 9 maggio 2012, costituiscono indicazioni di natura non vincolante per gli operatori e sono finalizzate a fornire indicazioni operative sulle modalità di utilizzo di dette attrezzature nei casi indicati dalla Commissione.
  Si precisa inoltre che il testo unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro, nel valorizzare l'adozione di buone prassi in materia di salute e sicurezza sul lavoro, ha assegnato alla Commissione consultiva permanente il compito di procedere alla loro validazione (articolo 6, comma 8, lettera
d) del decreto legislativo n. 81 del 2008) e di assicurarne la massima diffusione.
  Al riguardo, nella seduta del 4 luglio 2012, la commissione ha proceduto alla validazione di quattro buone prassi finalizzate a promuovere la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Tali buone prassi costituiscono soluzioni organizzative e procedurali adottate a seguito di una scelta volontaria da parte di soggetti pubblici e privati ed in coerenza con la normativa vigente e con le norme di buona tecnica.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha completato talune ulteriori attività previste dal decreto legislativo n. 81 del 2008, tra le quali occorre ricordare:
   la predisposizione, in data 17 novembre 2010, delle indicazioni per la valutazione dello stress lavoro-correlato (articolo 28, comma 1-
bis, del «Testo unico») da parte della Commissione consultiva per la salute e sicurezza sul lavoro, con avviso pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 304 del 30 dicembre;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 159 dell'11 luglio 2011 del decreto interdipartimentale del 13 aprile 2011, recante: «disposizioni in attuazione dell'articolo 3, comma 3-bis, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, come modificato ed integrato dal decreto legislativo 3 agosto 2009, n. 106 in materia di salute e sicurezza sul lavoro» che disciplina le particolari modalità di svolgimento delle attività delle cooperative sociali di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381, delle organizzazioni di volontariato della protezione civile, compresi i volontari della Croce rossa italiana e del Corpo nazionale soccorso alpini e speleologico, e i volontari dei vigili del fuoco;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 98 del 29 aprile 2011 – supplemento ordinario n. 111 – del decreto interministeriale dell'11 aprile 2011 del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministero della salute e con il Ministero dello sviluppo economico, che disciplina le modalità di effettuazione delle verifiche periodiche di cui all'allegato VII del decreto legislativo del 9 aprile 2008, n. 81, nonché i criteri per l'abilitazione dei soggetti di cui all'articolo 71, comma 13, del medesimo decreto legislativo.

  Si precisa al riguardo che, con circolare n. 11 del 25 maggio 2012, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha fornito chiarimenti in merito all'applicazione del suindicato decreto interministeriale e che con decreto del 30 luglio 2012, è stato pubblicato il secondo elenco dei soggetti abilitati per l'effettuazione delle verifiche periodiche che sostituisce integralmente il precedente elenco allegato al decreto dirigenziale del 21 maggio 2012;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 83 dell'11 aprile 2011 del decreto del 4 febbraio 2011 «lavori su impianti elettrici ad alta tensione» a firma del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro della salute, che definisce i criteri per il rilascio delle autorizzazioni alle aziende che effettuano lavori sotto tensione, in attuazione dell'articolo 82, comma 2, del decreto legislativo n. 81 del 2008 e successive modificazioni e integrazioni;
   l'istituzione, con decreto interministeriale del 27 maggio 2011 (pubblicato sul bollettino ufficiale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali n. 6 del 30 giugno 2011), del Comitato consultivo per la determinazione e l'aggiornamento dei valori limite di esposizione professionale e dei valori limite biologici relativi agli agenti chimici previsto dall'articolo 232, comma 1, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 e successive modificazioni e integrazioni;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 60 del 12 marzo 2012 – supplemento ordinario n. 47 – dell'accordo, ai sensi dell'articolo 4 del decreto legislativo n. 281 del 28 agosto 1997 tra il Governo, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, stipulato il 22 febbraio 2012, concernente l'individuazione delle attrezzature di lavoro per le quali è richiesta una specifica abilitazione degli operatori, nonché le modalità per il riconoscimento di tale abilitazione, i soggetti formatori, la durata, gli indirizzi ed i requisiti minimi di validità della formazione, in attuazione dell'articolo 73;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 173 del 26 luglio 2012 del decreto del 9 luglio 2012, adottato dal Ministero della salute di concerto con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, concernente i contenuti e modalità di trasmissione delle informazioni relative ai dati aggregati sanitari e di rischio dei lavoratori, ai sensi dell'articolo 40 del decreto legislativo n. 81 del 2008 e successive modificazioni e integrazioni;

  Si precisa inoltre che, con la circolare n. 8 del 24 maggio 2012, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al fine di garantire la tutela delle condizioni di lavoro nel settore agricolo e forestale, ha fornito chiarimenti volti a valorizzare la disciplina dell'uso sicuro di particolari attrezzature di lavoro quali le ceste autoprodotte portate dai trattori.
  Infine, con la circolare n. 15 del 27 giugno 2012, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di intesa con il Ministero per lo sviluppo economico, il Ministero della salute e l'Inail, ha fornito risposta ai numerosi quesiti concernenti l'uso dei Dispositivi di protezione individuale (DPI) per la protezione delle vie respiratorie.
  Merita menzione, inoltre, il decreto interministeriale recante regole tecniche per la realizzazione ed il funzionamento del sistema informativo nazionale per la prevenzione (SINP), ai sensi dell'articolo 8, comma 4, del decreto legislativo 2008 n. 81 e successive modificazioni e integrazioni.
  Il Sinp, in particolare, mira a fornire dati utili per orientare, programmare, pianificare e valutare l'efficacia della attività di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, relativamente ai lavoratori iscritti e non iscritti agli enti assicurativi pubblici, nonché per indirizzare le attività di vigilanza, attraverso l'utilizzo integrato delle informazioni disponibili negli attuali sistemi informativi, anche tramite l'integrazione di specifici archivi e la creazione di banche dati unificate.
  Su tale decreto è stato acquisito il parere favorevole della conferenza permanente per i rapporti tra Stato, regioni e province autonome di Trento e di Bolzano. Da ultimo, sul provvedimento si è espresso il Consiglio di Stato.
  Nella medesima conferenza si sono altresì perfezionati gli accordi concernenti gli articoli 34 e 37 del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro che disciplinano, rispettivamente, la formazione del datore di lavoro, che svolge in proprio i compiti di prevenzione e protezione, e la formazione dei lavoratori, preposti e dirigenti. Tali accordi sono stati pubblicati nella
Gazzetta Ufficiale n. 8 dell'11 gennaio 2012.
  Inoltre, nel corso della riunione del 25 luglio 2012, la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano ha approvato un documento recante: «adeguamento e linee applicative degli accordi ex articolo 34, comma 2, e 37, comma 2, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, e successive modificazioni e integrazioni» concernenti le attività di fondazione in materia di salute e sicurezza per datori di lavoro (ove, quando consentito per legge, decidano di svolgere direttamente i compiti del servizio di prevenzione e protezione), lavoratori, dirigenti e preposti.
  In tal modo si completa e si chiarisce, attraverso l'identificazione di indirizzi uniformi a livello nazionale, il quadro di riferimento già delineato dagli accordi del 21 dicembre 2011 e si forniscono a tutti gli operatori e agli organi di vigilanza indicazioni essenziali per l'organizzazione, la realizzazione e la verifica di attività formative pienamente coerenti con la vigente normativa.
  In ordine alle iniziative in materia di lavorazioni in «ambienti confinati», si evidenzia che nella
Gazzetta Ufficiale n. 260 dell'8 novembre 2011 è stato pubblicato il decreto del Presidente della Repubblica n. 177 del 14 settembre 2011 recante: «Norme per la qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi operanti in ambienti sospetti di inquinamento o confinati», a norma dell'articolo 6, comma 8, lettera g) del decreto legislativo n. 81 del 2008. Il decreto è frutto di un lavoro che ha coinvolto Stato, Regioni e parti sociali nell'intento, da tutti condiviso, di predisporre misure innovative ed efficaci al contrasto del fenomeno degli infortuni, gravissimi per numero e drammatici per modalità, verificatisi, negli ultimi anni, nei lavori in ambienti cosiddetti «confinati», quali silos, cisterne e simili.
  A tal proposito si fa presente che, al fine di fornire soluzioni tecniche, organizzative e procedurali per i lavori da realizzare nelle diverse tipologie di ambienti sospetti di inquinamento o confinati, la Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro – nella seduta del 18 aprile 2012 – ha adottato un manuale pratico. Tale manuale, come previsto dall'articolo 3, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica n. 177 del 2011, indica i contenuti di una procedura di sicurezza per lavori in ambienti sospetti di inquinamento o confinati ed è rivolto a quanti operano a vario titolo in tale settore e, soprattutto, a tutte quelle micro e piccole imprese che si occupano di bonifiche e/o manutenzione in ambienti confinati.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali persegue l'obiettivo della riduzione del fenomeno infortunistico anche perseguendo la massima efficacia delle attività di vigilanza sui luoghi di lavoro di propria competenza. In tali ambiti, ed in primo luogo nell'edilizia, è stata da tempo fornita alle strutture amministrative di riferimento l'indicazione di realizzare, innanzitutto, le attività dirette a perseguire le violazioni in materia di salute e sicurezza più gravi, in quanto in grado di mettere in pericolo la vita dei lavoratori. Tale impostazione ha consentito di raggiungere risultati molto soddisfacenti.
  Infine, va ricordato come il Ministero del lavoro e delle politiche sociali abbia predisposto e messo a disposizione dell'utenza una sezione del sito internet specificamente dedicata alla diffusione di notizie e pubblicazioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
  Tutto quanto sin qui esposto consente di affermare come la riforma delle regole volte a tutelare la salute e sicurezza sul lavoro abbia fornito l'Italia di un sistema di regole moderno e sistematicamente coeso, suscitando un interesse, finalmente non più solo specialistico, sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro che costituisce, a sua volta, un importante punto di partenza per l'abbattimento del numero e della gravità degli infortuni.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   FARINA COSCIONI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   il quotidiano La Stampa nella sua edizione del 10 ottobre 2011 pubblica un articolo del giornalista Bruno Benelli, intitolato «Colf pagata con i voucher dell'INPS»;
   in detto articolo si denuncia quello che viene definito «un sistema agevole, ricercato dai datori di lavoro, sbrigativo e anti-burocratico», che consiste nel pagamento di una decina di euro l'ora con i «buoni lavoro» Inps, senza denunciare l'assunzione; e infine addivenire alla cessazione del lavoro della colf, evitando anche di versare i contributi con i bollettini Mav;
   detto sistema risulta essere diffusissimo sono ormai milioni i voucher finora venduti, in quanto al termine del lavoro si paga per ogni ora di lavoro un buono, in precedenza acquistato, da 10 euro; 7,50 di questi euro, esentasse, finiscono in tasca al lavoratore, e 2,50 all'Inps per la pensione e all'Inail per gli infortuni;
   la dottoressa Teresa Benvenuto dell'Assindatcolf sostiene che «il lavoro domestico spesso è svolto per poche ore alla settimana: l'esiguità della prestazione può indurre in errore e far ritenere che si tratti di un lavoro occasionale accessorio e come tale retribuito con il sistema dei buoni lavoro. Ma nella maggioranza dei casi il sistema viene usato in modo improprio»;
   in sostanza, si deve trattare di lavori non regolamentabili a priori, e soprattutto non riconducibili a contratti di lavoro subordinato;
   ulteriore confusione viene creata anche dal limite massimo dei compensi netti, che il prestatore d'opera occasionale/accessoria può ricevere da parte di ciascun datore di lavoro per anno solare (non superiore a 5 mila euro netti, ridotto a 3 mila per i cassintegrati, lavoratori in mobilità, beneficiari di indennità di disoccu- pazione), il cui importo massimo equivale al costo totale annuo di un lavoro della colf pari a circa 12/13 ore settimanali –:
   se quanto sopra esposto corrisponda a verità;
   in caso affermativo, quando sia possibile usare il sistema dei voucher e quando questo uso si riveli essere in realtà un abuso;
   se si sia in grado di quantificare le dimensioni del fenomeno.   (4-13628)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione parlamentare in esame, concernente l'utilizzo dei buoni lavoro, c.d. voucher, nell'ambito dei lavori domestici, si rappresenta quanto segue.
  In primo luogo si rappresenta che sia il Ministero del lavoro e delle politiche sociali che l'Inps, rispettivamente con la circolare n. 16/Segr/1044 del 16 febbraio 2009 e con la circolare n. 44 del 24 marzo 2009, sono intervenuti sul punto fornendo chiarimenti sugli adempimenti connessi all'instaurazione del rapporto di lavoro domestico tramite il lavoro occasionale accessorio di cui agli articoli 70 e seguenti del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, recentemente modificati dalla legge 28 giugno 2012, n. 92, recante «riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita».
  In via generale, si fa presente che il lavoro accessorio è stato introdotto con lo specifico scopo di favorire l'emersione contributiva e fiscale del lavoro sommerso caratterizzato da profili di marginalità, in relazione ai settori, alla tipologia delle attività, ai soggetti presuntivamente in esse occupati, cioè quelli «a rischio di esclusione sociale o comunque non ancora entrati nel mercato del lavoro o in procinto di uscirne», secondo l'originaria nozione dell'articolo 70.
  Anche la circolare dell'Inps ha sottolineato che il sistema dei
voucher «ha la finalità di regolamentare, sottoponendole a specifica disciplina retributiva e contributiva, quelle prestazioni che si qualificano per tratti di discontinuità e non sono riconducibili a specifiche tipologie di contratti di lavoro, con la finalità di far emergere prestazioni oggi rese in forma irregolare e non coperte da disposizioni normative».
  In particolare, si tratta di attività lavorative che non possono essere ricondotte a tipologie contrattuali tipiche del lavoro subordinato o autonomo, ma al contrario, in attività che si configurano come saltuarie ed occasionali.
  La stessa circolare, con specifico riferimento al lavoro domestico, precisa che «rientrano nel campo di applicazione della normativa tutte quelle prestazioni di lavoro domestico svolte in maniera meramente occasionale intendendosi per tali, ai sensi del comma 2 dell'articolo 70 del predetto decreto legislativo n. 276 del 2003, “le attività che non danno complessivamente luogo, con riferimento al medesimo committente, a compensi superiori a 5.000 euro nel corso di un anno solare”».
  Appare, quindi, evidente che il lavoro occasionale accessorio per il lavoro domestico non è ammissibile in quelle ipotesi nelle quali il rapporto di lavoro domestico è regolamentato dalla legge 2 aprile 1958, n. 339 (tutela del lavoro domestico) o dal contratto collettivo, né si può sovrapporre ad esse.
  La nuova formulazione dell'articolo 70 prevede che «per prestazioni di lavoro accessorio si intendono attività lavorative di natura meramente occasionale che non danno luogo, con riferimento alla totalità dei committenti, a compensi superiori a 5.000 euro nel corso di un anno solare, annualmente rivalutati sulla base della variazione dell'indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati intercorsa nell'anno precedente».
  Il limite di carattere economico di 5.000 euro, se da un lato semplifica il precedente quadro normativo – che impegnava in una verifica relativa alla sussistenza delle causali soggettive e oggettive – dall'altro limita fortemente l'utilizzo dei
voucher, dal momento che l'importo è commisurato a quanto ricevuto, nel corso dell'anno solare, dalla «totalità dei committenti» e ha quindi come base di riferimento il singolo lavoratore. Fermo restando il limite complessivo di 5.000 euro, inoltre, è previsto che «nei confronti dei committenti imprenditori commerciali o professionisti, le attività lavorative (..) possono essere svolte a favore di ciascun singolo committente per compensi non superiori a 2.000 euro, rivalutati annualmente».
  Altri limiti, anch'essi di carattere oggettivo, fermo restando il tetto dei 5.000 euro, sono stati introdotti nel settore agricolo e in quello pubblico. Nel primo è possibile utilizzare voucher solo se l'attività è svolta da pensionati o giovani studenti ovvero, a prescindere dalle caratteristiche del lavoratore accessorio, se l'attività è svolta a favore di piccoli imprenditori agricoli. Nel secondo, è previsto che il ricorso al lavoro accessorio da parte di un committente pubblico «è consentito nel rispetto dei vincoli previsti dalla vigente disciplina in materia di contenimento delle spese di personale e, ove previsto, dal patto di stabilità interno».
  In relazione alla quantificazione del ricorso al contratto di lavoro accessorio, ed alle contiguità riscontrabili fra lo stesso e fenomeni di lavoro irregolare, il «rapporto annuale sull'attività di vigilanza in materia di lavoro e previdenziale del 2011», relativo alla disciplina previgente, dà atto di un sensibile decremento rispetto all'anno precedente del numero di lavoratori in nero individuati attraverso verifichi ispettive, e mostra come tale diminuzione del fenomeno, in termini assoluti, sia riconducibile a diverse ragioni, fra le quali, in maniera incisiva, il «notevolissimo incremento che hanno avuto le forme contrattuali di lavoro flessibile, con particolare riferimento ad alcune regioni del nord». Tra tali forme, «..si è assistito ad un notevolissimo incremento (..) del lavoro occasionale accessorio. A livello complessivo, (...) in tema di lavoro occasionale accessorio, il monitoraggio sull'utilizzo dei
voucher evidenzia un trend dai 2.568.294 voucher venduti nel 2009 agli 11.767.165 del 2011». Tale rilevazione ha consentito alla direzione generale per l'attività ispettiva del Ministero del lavoro e delle politiche sociali di affermare che «in alcune regioni (nord est e nord ovest in particolare) si è, di fatto, registrato uno spostamento del fenomeno del lavoro irregolare dal totalmente nero a fattispecie elusive e simulatorie dei rapporti di lavoro subordinati a tempo indeterminato, mediante l'uso delle indicate tipologie flessibili».
  Si ritiene, tuttavia, che le modifiche legislative apportate dalla legge n. 92 del 2012, di riforma del mercato del lavoro, possano costituire un incisivo ostacolo a forme distorte di lavoro accessorio il quale, sotto ogni altro profilo, resterà una figura di notevole rilievo ed importanza.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   FARINA COSCIONI, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   a Somma Vesuviana due operai, i signori Antonio Annunziata e Alfonso Peluso, stavano lavorando all'interno di un pozzo quando le pareti sono franate e li hanno uccisi;
   risulterebbe che i due stessero scavando un pozzo in località Pizzone Cassante, e che siano state con ogni probabilità le esalazioni venefiche del terreno a causare la morte dei due –:
   di quali elementi disponga in merito alla esatta dinamica dei fatti;
   se i due operai fossero stati assunti regolarmente o fossero lavoratori in «nero», come sembrerebbe risultare dalle fonti di stampa;
   se siano state osservate le previste normative sulla sicurezza. (4-13769)

  Risposta. — L'interrogazione parlamentare in esame si riferisce agli infortuni mortali sul lavoro occorsi, il giorno 2 novembre 2011, ai signori Alfonso Peluso e Antonio Annunziata.
  Nel rispondere ai quesiti oggetto dell'atto parlamentare, ci si limiterà, in questa sede, a riportare gli elementi informativi acquisiti presso la direzione territoriale del lavoro di Napoli, nonché quelli forniti dall'Inail.
  Da tali elementi risulta che, nel mese di ottobre 2011, un privato aveva commissionato al signor Annunziata la realizzazione di un pozzo per la raccolta delle acque piovane, antistante la sua proprietà, sita in località Somma Vesuviana (NA).
  Il pozzo, del diametro di circa 1.30 metri, doveva essere realizzato mediante l'utilizzo di un martello pneumatico e di un montacarichi a cavalletto; quest'ultimo veniva altresì utilizzato per la discesa e la salita dei lavoratori nel pozzo.
  Il giorno 2 novembre 2011, intorno alle ore 8.00, il signor Annunziata si trovava sul luogo di lavoro, intento ad eseguire, insieme al signor Peluso e ad un altro operaio, lavori per il completamento dello scavo.
  In siffatto contesto, mentre il signor Peluso si trovava dentro il pozzo ad una profondità di circa 7 metri, il signor Annunziata, manovrando il montacarichi, provvedeva al trasporto in superficie dei sacchi pieni di sabbia che venivano poi svuotati a terra dal terzo operaio.
  Ad un certo momento, intorno alle ore 12.00, il signor Peluso, manifestando difficoltà respiratorie, chiedeva di risalire ma mentre veniva tirato su dal signor Annunziata, perdeva i sensi, cadendo giù nel fondo del pozzo. Stessa sorte toccava al signor Annunziata che, nel tentativo di soccorrere il signor Peluso, si calava nel pozzo aiutato dall'altro lavoratore.
  I carabinieri della stazione di Somma Vesuviana, intervenuti prontamente sul posto, chiedevano l'intervento dei vigili del fuoco i quali provvedevano ad estrarre i corpi, privi di vita, dei due lavoratori.
  Riguardo alla natura e alla regolarità dei rapporti di lavoro, si precisa che, all'esito degli accertamenti compiuti dai funzionari della competente direzione territoriale del lavoro, è emerso che il signor Peluso e il terzo operaio rimasto incolume sono da considerarsi lavoratori in nero alle dipendenze del signor Annunziata, quale datore di lavoro di fatto. Ciò in quanto quest'ultimo, non risultando titolare di alcuna ditta iscritta alla Camera di commercio, non era in grado di assumere regolarmente lavoratori alle proprie dipendenze.
  Da ultimo, per quanto concerne l'osservanza delle misure di sicurezza, si precisa che l'azienda sanitaria locale Napoli 3 Sud, titolare della delega di indagine sul doppio infortunio mortale per conto della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Nola, ha reso noto, su esplicita richiesta da parte della direzione territoriale del lavoro di Napoli, di essere impossibilitata a fornire qualsiasi informazione al riguardo, per ragioni connesse al segreto istruttorio.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   FARINA COSCIONI, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   il dottor Francesco Bruno, criminologo, psichiatra e docente universitario a Salerno e alla Sapienza di Roma si sarebbe abbandonato a espressioni e concetti inaccettabili e ad aberranti affermazioni nei confronti delle persone omosessuali, definendole «malati» e «non normali»;
   secondo quanto riferito dal giornalista Marco Pasqua nell'articolo pubblicato dall'edizione on line di La Repubblica, non sarebbe la prima volta che il professor Bruno ha manifestato simili concetti e per questa ragione due anni fa è stato denunciato all'Ordine dei medici, da parte dell'associazione Arcigay, relativamente ad alcune affermazioni in cui contestava la depatologizzazione dell'omosessualità decisa, nel 1990, dall'Organizzazione mondiale della sanità;
   dette discutibili e inaccettabili affermazioni sono contenute nelle pagine virtuali di «Pontifex», blog che ospita spesso dichiarazioni omofobiche nei confronti di gay, lesbiche e transgender;
   il professor Bruno, intervistato dal curatore del sito, afferma: «L'organizzazione mondiale della Sanità ha deciso che non si debba parlare di malattia, a proposito dell'omosessualità, e sappiamo con quali criteri ha scelto. Io rimango della mia idea e le denunce dei gay non mi fanno paura»...L'omosessualità è «anormalità...Siamo nel campo, quando la omosessualità non viene scelta volutamente, di anormalità funzionali essendo il sesso volto naturalmente alla procreazione. L'omosessuale nato lo è per un disturbo di personalità legato, probabilmente, ad una errata assimilazione dei ruoli dei genitori, o anche a cause organiche che sarebbe complicatissimo spiegare. Tuttavia, è nella stessa situazione, dal punto di vista concettuale, di chi è handicappato, sordo o cieco. Per queste categorie, con una certa ipocrisia si dice diversamente abili, non vedenti e simili. Il gay è diversamente orientato per la sessualità e quel diversamente la dice lunga sulla normalità...»;
   sempre il professor Bruno a proposito dell'Organizzazione mondiale della sanità ha sostenuto che «quando i colleghi americani hanno sdoganato l'omosessualità dalle patologie, hanno fatto un grave danno e io sono contrario a quanto sostiene l'OMS. L'omosessuale, al quale va dato ogni rispetto, è clinicamente un malato, ovvero soffre di un disturbo patologico che lo altera. Inutile che questi signori vogliano convincerci che i normali siano loro. Ma sono sostenuti, parlo fuor di metafora, da lobbies potenti e forti»;
   queste affermazioni vanno, ad avviso degli interroganti, ben oltre il diritto di espressione e di opinione per quanto discutibili, e rischiano di fomentare clima e atteggiamenti di intolleranza e violenza nei confronti di gay, lesbiche e transgender –:
   quali iniziative intendano promuovere, sollecitare o adottare, nell'ambito delle proprie competenze anche mediante adeguate campagne informative, per ribadire il principio, già affermato dall'Organizzazione mondiale della sanità, che l'omosessualità non costituisce una patologia per evitare il diffondersi di atteggiamenti intolleranti nei confronti di gay, lesbiche e transgender. (4-14513)

  Risposta. — In riferimento all'interrogazione indicata in oggetto, si rappresenta che sono numerose le azioni poste in essere dal dipartimento per le pari opportunità e dall'ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (UNAR), operante presso lo stesso, in materia di prevenzione e contrasto delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere.
  Tali azioni si sostanziano – da un lato – in attività di sensibilizzazione, informazione e formazione sul piano culturale al fine di scardinare stereotipi e pregiudizi alla base di comportamenti omofobici e transfobici, – dall'altro – in azioni di contrasto delle discriminazioni nei confronti delle persone lesbiche,
gay, bisessuali e transgender (LGBT).
  In primo luogo, si fa presente che il 17 maggio scorso, in occasione della giornata internazionale contro l'omofobia, è stato presentato il rapporto Istat dal titolo «La popolazione omosessuale nella società italiana», un'indagine statistica finanziata dal Dipartimento per le pari opportunità e svolta dall'Istat in collaborazione con l'UNAR.
  Secondo i dati raccolti sarebbero circa un milione (il 2,4 per cento della popolazione residente) le persone che si sono dichiarate omosessuali o bisessuali.
  La maggior parte di queste è di sesso maschile, è giovane e vive nel centro Italia. I dati si riferiscono soltanto alla parte della popolazione che ha deciso di dichiararsi, non sono quindi indicativi della effettiva consistenza della popolazione omosessuale.
  Si tratta comunque del primo dato «certificato» di questo tipo. Chi rivela la propria omosessualità, preferisce farlo con amici e colleghi di lavoro, piuttosto che in famiglia. Secondo i dati, circa il 20 per cento dei genitori (più i padri delle madri) sa che i loro figli sono omosessuali, un dato che sale al 45,9 per cento per i fratelli, al 55,7 per cento per i colleghi, al 77,4 per cento fra gli amici.
  Al fine di contrastare efficacemente le discriminazioni fondate sull'orientamento sessuale, l'UNAR, nel corso del 2011, ha aderito al programma del Consiglio d'Europa denominato «contrasto della discriminazione basata sull'orientamento sessuale e identità di genere».
  Il programma si sostanzia in un progetto di assistenza tecnica e finanziaria agli Stati membri per l'implementazione delle azioni di contrasto della discriminazione basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere, in linea con la raccomandazione adottata dal Comitato dei Ministri CM/REC 5 (2010).
  In particolare, per quanto riguarda il nostro Paese, il progetto, presentato lo scorso febbraio attraverso un
meeting svolto a Roma con i rappresentanti del Consiglio d'Europa, dell'UNAR, dei Ministeri e delle istituzioni a vario titolo coinvolte, nonché con tutte le realtà associative LGBT, servirà a sostenere e ad ampliare le attività poste in essere in ambiti individuati dall'UNAR come prioritari e già oggetto di intervento, quali:
   attività di prevenzione e contrasto del bullismo omofobico e transfobico, in linea con quanto già avviato con le iniziative della «settimana contro la violenza», potenziando gli interventi in materia antidiscriminatoria nei confronti delle diverse componenti della scuola (studenti, genitori, docenti e dirigenti);
   prevenzione e contrasto della discriminazione nei confronti delle persone LGBT nel mondo del lavoro, con particolare riguardo alle persone transessuali e
transgender;
   attività di informazione e sensibilizzazione nei confronti delle Forze dell'Ordine, in attuazione di quanto previsto dal protocollo di intesa in essere con l'OSCAD (osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori del Ministero dell'Interno – direzione centrale di polizia criminale);
   contrasto dei pregiudizi e degli stereotipi nei confronti delle persone LGBT nei mass media.

  Si rappresenta, inoltre, che nell'ambito delle azioni finanziate con il Fondo Sociale Europeo (PON GAS 2007/2013 – Asse D «Pari Opportunità e non discriminazione») l'UNAR ha realizzato specifiche attività nel campo delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere.
  Nel corso del 2011 l'UNAR ha, infatti, pubblicato i risultati della ricerca svolta dall'avvocatura per i diritti LGBT – rete lenford finalizzata alla identificazione, analisi e trasferimento di buone prassi in materia di non discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere, effettuata nelle regioni obiettivo convergenza (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia).
  I risultati della ricerca sono stati sintetizzati in un volume pubblicato nella collana editoriale dell'UNAR dal titolo «DisOrientamenti».
  Sempre nello scorso anno è stata avviata un'ulteriore ricerca, affidata all'avvocatura per i diritti LGBT – rete lenford, per l'individuazione di
best practice europee nel contrasto alle discriminazioni delle persone LGBT e analisi della loro replicabilità presso le regioni obiettivo convergenza, in collaborazione con istituzioni locali e associazioni del settore.
  Nell'ambito delle azioni finanziate con il fondo sociale europeo è stato poi affidato ad arcigay, a seguito di svolgimento di apposita procedura di evidenza pubblica, la realizzazione del servizio di consulenza specialistica rivolto agli operatori del
Contact Center dell'UNAR sul trattamento dei casi di discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere (attività di back office), al fine di creare una rete di antenne territoriali nelle quattro regioni obiettivo convergenza, per assicurare, in collaborazione con l'UNAR, informazione ed assistenza alle vittime.
  L'attività, affidata all'associazione PARKS – liberi e uguali, è finalizzata anche alla creazione di un
career day per categorie svantaggiate (4 giornate in ogni capoluogo regionale) con il coinvolgimento di rappresentanti istituzionali e privati, in cui i candidati incontreranno le aziende.
  Un'attenzione particolare è rivolta, altresì, alle discriminazioni poste in essere nei confronti delle persone transessuali e
transgender nei luoghi di lavoro.
  Infatti, l'ambito professionale, in particolare l'accesso al lavoro, presenta le maggiori criticità sia in termini di frequenza di episodi di discriminazione sia per la loro gravità.
  Per far fronte a tali problematiche, nel corso del 2011 si sono svolti i lavori del «gruppo di lavoro sulla parità di trattamento e la non discriminazione delle persone transessuali e
transgender nell'ambito lavorativo», costituito presso l'UNAR, con funzioni di consultazione ed elaborazione di proposte, coordinato dal direttore dell'UNAR e composto dai rappresentanti delle realtà associative transessuali e transgender attive a livello nazionale e territoriale.
  Il gruppo di lavoro, sulla base dell'analisi della situazione dell'accesso al lavoro e delle condizioni lavorative delle persone transessuali e
transgender, ha elaborato un vademecum sui diritti in ambito lavorativo rivolto alle lavoratrici e ai lavoratori trans, nonché ai datori di lavoro.
  Si ricorda, altresì, che il 3 luglio 2009 i Ministri per le pari opportunità e quello dell'istruzione, dell'università e della ricerca hanno siglato un protocollo d'intesa al fine di assicurare una piena cooperazione interistituzionale per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni di violenza, compresi quelli fondati su intolleranza di razza, di religione e di genere.
  In particolare, nell'accordo si evidenzia come la scuola contribuisca in maniera sostanziale e preponderante allo sviluppo e alla diffusione di una cultura che rifiuti la violenza e ogni forma di discriminazione. Compito delle istituzioni scolastiche è quello di diffondere la conoscenza dei diritti della persona, del rispetto verso gli altri e dell'educazione alla legalità e fenomeni sempre più diffusi, quali la violenza e il bullismo, possono essere prevenuti e contrastati mediante un corretto percorso formativo.
  Al fine di creare un momento di riflessione condivisa sui predetti temi, il protocollo istituisce la già citata «settimana contro la violenza», giunta ormai alla sua terza edizione, nel corso della quale ogni Istituzione scolastica (di ogni ordine e grado), nell'ambito della propria autonomia, è invitata a promuovere iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione rivolte agli studenti, ai genitori e ai docenti sulla prevenzione della violenza fisica e psicologica, compresa quella fondata sull'intolleranza razziale, religiosa e di genere, anche con il coinvolgimento di rappresentanti delle Forze dell'ordine, delle associazioni e del volontariato sociale.
  Il dipartimento per le pari opportunità, in qualità di struttura di supporto che opera nell'area funzionale inerente alla promozione e al coordinamento delle politiche dei diritti della persona, delle pari opportunità e della parità di trattamento e delle azioni di governo volte a prevenire e rimuovere ogni forma e causa di discriminazione, promuove annualmente a partire dall'anno scolastico 2010-2011, un avviso pubblico rivolto alle realtà associative al fine di reperire un organismo cui affidare la progettazione, organizzazione e gestione del programma di attività da realizzarsi in occasione della «settimana contro la violenza». In particolare, il programma di attività è rivolto agli istituti scolastici presenti sul territorio nazionale, al personale docente, nonché ai genitori e agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, anche mediante l'opportuno coinvolgimento degli organi collegiali di rappresentanza ai vari livelli. Il coinvolgimento di tutte le componenti del mondo della scuola persegue, infatti, una duplice finalità: sensibilizzare congiuntamente la pluralità dei soggetti a vario titolo chiamati a rispondere a possibili casi di discriminazione e, contestualmente, rendere efficace il percorso proposto indicando, quale obiettivo generale, la costruzione di una rete territoriale degli istituti scolastici coinvolti e attivi sui temi della violenza e della non discriminazione, a partire dalla rete dei centri territoriali contro le discriminazioni promossa dall'UNAR. Il progetto si propone in particolare i seguenti obiettivi:
   avviare percorsi di informazione e sensibilizzazione sul tema della violenza di genere, fornendo contenuti teorici ed operativi per il riconoscimento delle forme e degli ambiti della violenza contro le donne e per il loro contrasto;
   avviare percorsi di informazione e sensibilizzazione sul tema della violenza nei confronti dei minori, fornendo strumenti conoscitivi sulle diverse forme, con riguardo alla prevenzione e al contrasto della pedofilia e della pedopornografia;
   fornire strumenti agli operatori scolastici e ai genitori per il riconoscimento del disagio emotivo e psicologico degli studenti derivante da situazioni di violenza e/o di discriminazione, con particolare riguardo al bullismo nelle sue diverse declinazioni;
   avviare percorsi di sensibilizzazione, informazione e formazione sulle diverse forme di discriminazione basate su genere, razza/etnia, religione, disabilità, età, orientamento sessuale e identità di genere, per la promozione della cultura della legalità contro ogni violenza, con particolare riguardo al riconoscimento e alla prevenzione delle diverse forme di bullismo;
   contribuire alla diffusione dei numeri telefonici di pubblica utilità del dipartimento per le pari opportunità, in particolare il numero verde 1522 contro la violenza sulle donne e il numero verde 800901010 contro le discriminazioni razziali, del
contact center dell'UNAR www.unar.it, nonché del numero verde 114 contro le violenze e gli abusi sui minori;
   fornire strumenti utili alla costruzione di una rete territoriale di istituti scolastici attivi sui temi della non violenza e non discriminazione, in grado di produrre azioni sinergiche in relazione agli interventi di contrasto, eventualmente in raccordo con i centri regionali antidiscriminazioni laddove esistenti.

  In merito alla predisposizione di campagne di sensibilizzazione relative alle tematiche di cui trattasi, si fa presente che nel 2009 il Dipartimento per le pari opportunità ha realizzato una campagna istituzionale di sensibilizzazione contro l'omofobia dal titolo «rifiuta l'omofobia, non essere tu quello diverso».
  Con specifico riferimento infine alle affermazioni rese dal professor Francesco Bruno, contenute nel sito www.pontifex.it. riportate da alcuni quotidiani nazionali e richiamate nel presente atto di sindacato ispettivo, si evidenzia che esse sono state oggetto di attività istruttoria da parte dell'UNAR, a seguito di segnalazione inoltrata da un'associazione, di rilievo nazionale, che si occupa della tutela dei diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e
transgender.
  L'ufficio, valutata la posizione assunta dal professor Bruno, particolarmente critico nei confronti dell'organizzazione mondiale della sanità in ordine alla depatologizzazione dell'omosessualità, sancita nel 1999 dalla stessa organizzazione, pur nella consapevolezza dell'intangibilità del principio costituzionale di libera manifestazione del pensiero, ha ritenuto di dover segnalare il contenuto delle dichiarazioni del criminologo e psichiatra all'ordine dei medici, in primo luogo esprimendo le proprie perplessità in ordine a posizioni che potrebbero conferire una presunta legittimazione scientifica ad atteggiamenti omofobi ed intolleranti nei confronti delle persone LGBT.
  Ma al di là delle preoccupazioni per le possibili ripercussioni negative che le tesi del professor Bruno potrebbero avere nell'alimentare odiosi stereotipi, si è ritenuto di dover interessare l'ordine dei medici al fine di valutare il fondamento scientifico delle affermazioni del professor Bruno e di verificare se nel suo comportamento possano eventualmente ravvisarsi violazioni delle prescrizioni deontologiche della professione medica.
  L'ordine provinciale di Roma dei medici chirurghi e degli odontoiatri, con nota del 12 luglio 2012, ha comunicato di aver ritualmente convocato il professor Francesco Bruno il giorno 26 marzo 2012, ai sensi dell'articolo 39, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 5 aprile 1950 n. 221 e di essere in attesa dei chiarimenti in merito ai fatti oggetto di segnalazione.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   FARINA COSCIONI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   un operaio di 32 anni, il signor Matteo Armelini, è morto, ed altri due sono rimasti feriti in modo non grave nel crollo di una struttura del palco in allestimento che avrebbe dovuto ospitare il concerto della cantante Laura Pausini al Palacalafiore di Reggio Calabria;
   secondo le prime informazioni il grave incidente è da imputare a un cedimento strutturale che ha fatto crollare e «scivolare» la struttura metallica sovrastante il palco, che si è abbattuta sulle gradinate e su alcuni operai, intenti a fissare le illuminazioni aeree;
   la struttura ha colpito in pieno il signor Armelini, che è morto sul colpo, mentre gli altri suoi colleghi sono rimasti feriti;
   l'accaduto ricorda un altro tragico incidente sul lavoro, quello in cui è rimasto vittima Francesco Pinna, travolto e ucciso nel dicembre scorso dal crollo del palco che si stava allestendo per il concerto del cantante Jovanotti a Trieste –:
   quale sia l'esatta dinamica dell'incidente;
   se risultino rispettate o meno le normative relative al lavoro;
   quali iniziative, nell'ambito delle proprie prerogative si intendono promuovere, adottare, sollecitare in ordine a quanto sopra esposto, anche in considerazione del fatto che dall'inizio dell'anno si sono già verificati 92 incidenti mortali sul lavoro, 156.974 infortuni e si contano 370 invalidi. (4-15208)

  Risposta. — In merito all'infortunio sul lavoro occorso, il giorno 5 marzo 2012, al signor Matteo Armellini, socio-lavoratore, con contratto di lavoro a tempo indeterminato, della società cooperativa per azioni «Insieme» con sede in Castelvecchio Subequo (AQ), si rappresenta quanto segue.
  Nel rispondere ai primi due quesiti oggetto dell'atto parlamentare, ci si limiterà, in questa sede, ad illustrare gli elementi informativi acquisiti presso la Direzione territoriale del lavoro di Reggio Calabria nonché quelli forniti dall'INAIL.
  Nelle prime ore del giorno 5 marzo 2012, il signor Armellini si trovava presso il palazzetto dello sport di Reggio Calabria (Pala Calafiore di Pentirnele) impegnato, insieme ad altri operai, nei lavori di allestimento del palcoscenico per un concerto musicale che avrebbe dovuto tenersi durante la serata.
  Nel corso di tali lavori, improvvisamente, la struttura reticolare destinata alla collocazione degli impianti audio, luci e video subiva un cedimento, crollando addosso al signor Armellini e colpendolo mortalmente alla testa. Nell'incidente venivano altresì coinvolti, riportando varie lesioni, altri tre operai.
  Nell'immediatezza dell'accaduto giungevano sul posto il personale sanitario del 118, due squadre dei vigili del fuoco e il personale della questura di Reggio Calabria.
  I tre feriti venivano soccorsi e trasportati presso il reparto pronto soccorso del locale ospedale.
  Sul luogo dell'infortunio sono altresì giunti il personale della polizia scientifica e, su delega della competente autorità giudiziaria, gli ispettori della Asl che hanno effettuato tutti i rilievi necessari inerenti al cedimento strutturale dell'impalcatura.
  Sulle cause e circostanze dell'infortunio nonché sull'accertamento di eventuali responsabilità è allo stato in corso un'indagine coordinata dalla procura della Repubblica di Reggio Calabria che, nell'immediatezza del fatto, ha disposto il sequestro del Palazzetto dello sport.
  Per quanto concerne l'erogazione delle prestazioni di legge dovute dall'INAIL, l'infortunio mortale occorso al signor Armellini non ha dato luogo alla costituzione di rendita ai superstiti, essendo stata accertata la mancanza di aventi diritto ai sensi dell'articolo 85 del Testo unificato n. 1124/1965.
  Peraltro, ai sensi del medesimo articolo 85, si è provveduto all'erogazione dell'assegno funerario «
una tantum» spettante, in mancanza di superstiti aventi diritto alla relativa rendita, a chiunque dimostri di avere sostenuto le spese funerarie. Nel caso di specie, l'assegno è stato erogato alla madre del lavoratore deceduto.
  Per gli altri operai coinvolti nell'incidente è stato riconosciuto un periodo di inabilità temporanea assoluta al lavoro, indennizzato ai sensi dell'articolo 66 del Testo unico n. 1124/1965.
  Nel rispondere all'ultimo quesito posto nell'interrogazione in esame, occorre precisare che il tema della prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali costituisce obiettivo strategico del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e dell'INAIL, nell'ottica del tendenziale azzeramento del fenomeno infortunistico e tecnopatico.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, infatti, intende perseguire la promozione di comportamenti rispettosi delle norme di legge applicabili in materia di salute e sicurezza sul lavoro ed efficaci in funzione prevenzionistica, sia completando l'attuazione del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 (testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro) e successive modificazioni e integrazioni, sia favorendo ogni iniziativa promozionale idonea a determinare un accrescimento delle conoscenze in materia di salute e sicurezza nelle aziende, nei lavoratori e negli studenti, con particolare attenzione all'aspetto della formazione.
  In relazione allo specifico e gravissimo problema degli infortuni sul lavoro si rende necessario intervenire sulla formazione-informazione dei lavoratori e delle imprese, nonché sulla prevenzione e sul rafforzamento dei controlli da parte degli enti preposti, al fine di promuovere una consapevolezza sempre più ampia sulle esigenze della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali è attivamente impegnato su tali fronti, nell'intento precipuo di favorire il dialogo e la collaborazione fra tutti i soggetti interessati, istituzionali e sociali, al fine di ridurre gli incidenti e le malattie professionali e la diffusione di sempre più elevati
standards di sicurezza nei luoghi di lavoro. L'esistenza in concreto di una efficace strategia di contrasto al fenomeno infortunistico non passa solo attraverso il completamento, mediante le fonti di rango secondario previste dal decreto legislativo n. 81 del 2008, del quadro giuridico di riferimento ma anche attraverso la realizzazione di una serie di azioni pubbliche e private dirette a migliorare la prevenzione e i livelli di tutela in tutti gli ambienti di lavoro.
  Per tale ragione, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali sta attivando ogni possibile sinergia con soggetti pubblici e privati, al fine di migliorare «l'impatto» delle rispettive attività in termini di efficacia.
  In tale ottica si colloca, ad esempio, la definizione, con accordo in Conferenza Stato-Regioni del 20 novembre 2008, dei criteri di impiego e l'attivazione delle somme (pari a 50 milioni di euro) di cui all'articolo 11, comma 7, del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, da destinare in favore di attività promozionali della salute e sicurezza, tra le quali una campagna di comunicazione (per complessivi 20 milioni di euro) sulla salute e sicurezza sul lavoro ed attività di formazione su base regionale (per complessivi 30 milioni di euro).
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali – in attuazione del predetto articolo 11 – ha, inoltre, partecipato alla programmazione, alla predisposizione nonché al cofinanziamento della campagna nazionale a sostegno del piano di prevenzione sulle malattie professionali. Tale campagna promossa insieme all'INAIL, al Ministero della salute, alle regioni ed alle province autonome, in collaborazione con le organizzazioni sindacali e di rappresentanza dei datori di lavoro, ha l'obiettivo di richiamare l'attenzione di tutti i soggetti coinvolti sui principali fattori di rischio.
  Con il decreto correttivo n. 106 del 2009 si è poi consentito il superamento delle difficoltà operative da più parti evidenziate nel corso dei primi mesi di applicazione del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, perfezionando, in tal modo, il quadro normativo in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e rendendolo, oltre che pienamente coerente con le normative internazionali e comunitarie in materia, idoneo a costituire il fondamento giuridico della strategia di contrasto al fenomeno infortunistico.
  L'imprescindibile finalità delle misure varate resta quella di rendere maggiormente effettiva la tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro secondo linee di azione consistenti, tra l'altro, nel miglioramento dell'efficacia dell'apparato sanzionatorio al fine precipuo di assicurare una migliore corrispondenza tra infrazioni e sanzioni.
  A tale scopo si tiene conto dei compiti effettivamente svolti da ciascun attore della sicurezza, favorendo l'utilizzo di procedure di estinzione dei reati e degli illeciti amministrativi mediante regolarizzazione da parte del soggetto inadempiente. La sanzione penale è riservata ai soli casi di violazione delle disposizioni sostanziali e non di quelle meramente formali (come, ad esempio, la trasmissione di documentazione, notifiche, ecc.).
  Tutti gli interventi proposti garantiscono, in ogni caso, il rispetto dei livelli di tutela oggi assicurati ai lavoratori e alle loro rappresentanze in qualsiasi ambiente di lavoro e in tutto il territorio nazionale nonché l'equilibrio delle competenze tra lo Stato e le Regioni in materia.
  Il risultato finale dell'intervento legislativo di riforma potrà comunque compiutamente apprezzarsi una volta che verrà completata l'emanazione di provvedimenti attuativi del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, di grande rilevanza e impatto sulle aziende e sui lavoratori.
  Molte delle iniziative dirette alla attuazione delle disposizioni del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro sono devolute dal legislatore alla commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro (ex articolo 6 del decreto legislativo n. 81 del 2008), composta, in maniera paritaria e tripartita, da rappresentanti delle amministrazioni pubbliche centrali competenti in materia, delle regioni, dei sindacati e delle organizzazioni dei datori di lavoro.
  Ricostituita con decreto ministeriale del 3 dicembre 2008, la commissione ha costituito al suo interno nove gruppi «tecnici» di lavoro, nei quali è garantita la presenza paritetica di rappresentanti delle amministrazioni pubbliche (comprese le regioni) e delle parti sociali, per affrontare, in tali sedi, gli argomenti attribuiti dalla legge alla commissione (ad es. l'elaborazione di linee metodologiche per la valutazione dello stress lavoro-correlato, l'individuazione delle regole di funzionamento della cosiddetta «patente a punti» per gli edili) e per i quali si prevedono attività finalizzate alla attuazione del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
  Tali gruppi si sono regolarmente insediati e svolgono con continuità le attività ad essi attribuite. All'esito delle attività istruttorie compiute in tali ambiti, sono stati elaborati documenti di notevole importanza per gli operatori della salute e sicurezza sul lavoro e altri sono di prossima emanazione. Tra gli altri, si ricorda che a seguito dell'adozione del parere sul concetto di «eccezionalità» di cui al punto 3.1.4 dell'allegato VI al decreto legislativo n. 81 del 2008, la Commissione consultiva permanente – nella seduta del 18 aprile 2012 – ha ritenuto opportuno individuare specifiche procedure operative di sicurezza in materia di «sollevamento di persone con attrezzature di lavoro non previste a tal fine» allo scopo di garantirne la sicurezza nell'uso. Tali procedure costituiscono indicazioni di natura non vincolante per gli operatori e sono finalizzate a fornire indicazioni operative sulle modalità di utilizzo di dette attrezzature nei casi indicati dalla Commissione.
  Si precisa inoltre che il Testo unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro, nel valorizzare l'adozione di buone prassi in materia di salute e sicurezza sul lavoro, ha assegnato alla Commissione consultiva permanente il compito di procedere alla loro validazione (articolo 6, comma 8, lettera
d), del decreto legislativo n. 81/2008) e di assicurarne la massima diffusione.
  Al riguardo, nella seduta del 4 luglio 2012, la Commissione ha proceduto alla validazione di quattro buone prassi finalizzate a promuovere la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Esse costituiscono soluzioni organizzative e procedurali adottate a seguito di una scelta volontaria da parte di soggetti pubblici e privati ed in coerenza con la normativa vigente e con le norme di buona tecnica.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha completato talune ulteriori attività previste dal decreto legislativo n. 81 del 2008, tra le quali occorre ricordare:
   la predisposizione, in data 17 novembre 2010, delle indicazioni per la valutazione dello stress lavoro-correlato (articolo 28, comma 1-
bis, del «Testo unico») da parte della Commissione consultiva per la salute e sicurezza sul lavoro, con avviso pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 304 del 30 dicembre 2010;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 159 dell'11 luglio 2011 del decreto interdipartimentale del 13 aprile 2011, recante: «disposizioni in attuazione dell'articolo 3, comma 3-bis, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, come modificato ed integrato dal decreto legislativo 3 agosto 2009, n. 106 in materia di salute e sicurezza sul lavoro» che disciplina le particolari modalità di svolgimento delle attività delle cooperative sociali di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381, delle organizzazioni di volontariato della protezione civile, compresi i volontari della croce rossa italiana e del corpo nazionale soccorso alpini e speleologico, e i volontari dei vigili del fuoco;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 98 del 29 aprile 2011 – supplemento ordinario n. 111 – del decreto interministeriale dell'11 aprile 2011 del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministero della salute e con il Ministero dello sviluppo economico, che disciplina le modalità di effettuazione delle verifiche periodiche di cui all'allegato VII del decreto legislativo del 9 aprile 2008, n. 81, nonché i criteri per l'abilitazione dei soggetti di cui all'articolo 71, comma 13, del medesimo decreto legislativo. Si precisa al riguardo che, con circolare n. 11 del 25 maggio 2012, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha fornito chiarimenti in merito all'applicazione del suindicato decreto interministeriale e che, con decreto del 30 luglio 2012, è stato pubblicato il secondo elenco dei soggetti abilitati per l'effettuazione delle verifiche periodiche che sostituisce integralmente il precedente elenco al decreto dirigenziale del 21 maggio 2012;
   la pubblicazione nella
Gazzetta ufficiale n. 83 dell'11 aprile 2011 del decreto del 4 febbraio 2011 «lavori su impianti elettrici ad alta tensione» a firma del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro della salute, che definisce i criteri per il rilascio delle autorizzazioni alle aziende che effettuano lavori sotto tensione, in attuazione dell'articolo 82, comma 2, del decreto legislativo n. 81 del 2008 e successive modificazioni e integrazioni;
   l'istituzione, con decreto interministeriale del 27 maggio 2011 (pubblicato sul Bollettino ufficiale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali n. 6 del 30 giugno 2011), del Comitato consultivo per la determinazione e l'aggiornamento dei valori limite di esposizione professionale e dei valori limite biologici relativi agli agenti chimici previsto dall'articolo 232, comma 1, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 e successive modificazioni e integrazioni;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 60 del 12 marzo 2012 – supplemento ordinario n. 47 – dell'accordo, ai sensi dell'articolo 4 del decreto legislativo n. 281 del 28 agosto 1997 tra il Governo, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, stipulato il 22 febbraio 2012, concernente l'individuazione delle attrezzature di lavoro per le quali è richiesta una specifica abilitazione degli operatori, nonché le modalità per il riconoscimento di tale abilitazione, i soggetti formatori, la durata, gli indirizzi ed i requisiti minimi di validità della formazione, in attuazione dell'articolo 73;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 173 del 26 luglio 2012 del decreto del 9 luglio 2012, adottato dal Ministero della salute di concerto con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, concernenti i contenuti e modalità di trasmissione delle informazioni relative ai dati aggreganti sanitari e di rischio dei lavoratori, ai sensi dell'articolo 40 del decreto legislativo n. 81/2008 e successive modificazioni e integrazioni.

  Si precisa inoltre che, con la circolare n. 8 del 24 maggio 2012, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al fine di garantire la tutela delle condizioni di lavoro nel settore agricolo e forestale, ha fornito chiarimenti volti a valorizzare la disciplina dell'uso sicuro di particolari attrezzature di lavoro quali le ceste autoprodotte portate dai trattori.
  Infine, con la circolare n. 15 del 27 giugno 2012, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di intesa con il Ministero per lo sviluppo economico, il Ministero della salute e l'Inail, ha fornito risposta ai numerosi quesiti concernenti l'uso dei Dispositivi di protezione individuale (DPI) per la protezione delle vie respiratorie.
  Merita menzione, inoltre, il decreto interministeriale recante regole tecniche per la realizzazione ed il funzionamento del sistema informativo nazionale per la prevenzione (SINP), ai sensi dell'articolo 8, comma 4, del decreto legislativo 2008 n. 81 e successive modificazioni e integrazioni.
  Il SINP, in particolare, mira a fornire dati utili per orientare, programmare, pianificare e valutare l'efficacia della attività di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, relativamente ai lavoratori iscritti e non iscritti agli enti assicurativi pubblici, nonché per indirizzare le attività di vigilanza, attraverso l'utilizzo integrato delle informazioni disponibili negli attuali sistemi informativi, anche tramite l'integrazione di specifici archivi e la creazione di banche dati unificate.
  Su tale decreto è stato acquisito il parere favorevole della Conferenza permanente per i rapporti tra Stato, regioni e province autonome di Trento e di Bolzano. Da ultimo, sul provvedimento si è espresso il Consiglio di Stato.
  Nella medesima Conferenza si sono altresì perfezionati gli accordi concernenti gli articoli 34 e 37 del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro che disciplinano, rispettivamente, la formazione del datore di lavoro, che svolge in proprio i compiti di prevenzione e protezione, e la formazione di lavoratori, preposti e dirigenti. Tali accordi sono stati pubblicati nella
Gazzetta Ufficiale n. 8 dell'11 gennaio 2012.
  Inoltre, nel corso della riunione del 25 luglio 2012, la conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano ha approvato un documento recante: «adeguamento e linee applicative degli accordi
ex articolo 34, comma 2, e 37, comma 2, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, e successive modificazioni e integrazioni» concernenti attività di formazione in materia di salute e sicurezza per datori di lavoro (ove, quando consentito per legge, decidano di svolgere direttamente i compiti del servizio di prevenzione e protezione), lavoratori, dirigenti e preposti.
  In tal modo si completa e si chiarisce, attraverso l'identificazione di indirizzi uniformi a livello nazionale, il quadro di riferimento già delineato dagli accordi del 21 dicembre 2011 e si forniscono a tutti gli operatori e agli organi di vigilanza indicazioni essenziali per l'organizzazione, la realizzazione e la verifica di attività formative pienamente coerenti con la vigente normativa.
  In ordine alle iniziative in materia di lavorazioni in «ambienti confinati», si evidenzia che nella
Gazzetta Ufficiale n. 260 dell'8 novembre 2011 è stato pubblicato il decreto del Presidente della Repubblica n. 177 del 14 settembre 2011 recante: «Norme per la qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi operanti in ambienti sospetti di inquinamento o confinati», a norma dell'articolo 6, comma 8, lettera g) del decreto legislativo n. 81 del 2008. Il decreto è frutto di un lavoro che ha coinvolto Stato, Regioni e Parti sociali nell'intento, da tutti condiviso, di predisporre misure innovative ed efficaci al contrasto del fenomeno degli infortuni, gravissimi per numero e drammatici per modalità, verificatisi, negli ultimi anni, nei lavori in ambienti cosiddetti «confinati», quali silos, cisterne e simili.
  A tal proposito si fa presente che, al fine di fornire soluzioni tecniche, organizzative e procedurali per i lavori da realizzare nelle diverse tipologie di ambienti sospetti di inquinamento o confinati, la Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro – nella seduta del 18 aprile 2012 – ha adottato un manuale pratico. Tale manuale, come previsto dall'articolo 3, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica n. 177 del 2011, indica i contenuti di una procedura di sicurezza per lavori in ambienti sospetti di inquinamento o confinati ed è rivolto a quanti operano a vario titolo in tale settore e, soprattutto, a tutte quelle micro e piccole imprese che si occupano di bonifiche e/o manutenzione in ambienti confinati.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali persegue l'obiettivo della riduzione del fenomeno infortunistico anche perseguendo la massima efficacia delle attività di vigilanza sui luoghi di lavoro di propria competenza. In tali ambiti, ed in primo luogo nell'edilizia, è stata da tempo fornita alle strutture amministrative di riferimento l'indicazione di realizzare, innanzitutto, le attività dirette a perseguire le violazioni in materia di salute e sicurezza più gravi, in quanto in grado di mettere in pericolo la vita dei lavoratori. Tale impostazione ha consentito di raggiungere risultati molto soddisfacenti.
  Infine, va ricordato come questo Ministero abbia predisposto e messo a disposizione dell'utenza una sezione del sito internet specificamente dedicata alla diffusione di notizie e pubblicazioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
  Tutto quanto sin qui esposto consente di affermare come la riforma delle regole volte a tutelare la salute e sicurezza sul lavoro abbia fornito l'Italia di un sistema di regole moderno e sistematicamente coeso, suscitando un interesse, finalmente non più solo specialistico, sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro che costituisce, a sua volta, un importante punto di partenza per l'abbattimento del numero e della gravità degli infortuni.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   FARINA COSCIONI, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   un operaio di origine tunisina di 42 anni è deceduto il 23 marzo 2012 mentre lavorava in un'azienda di costruzioni meccaniche a Bibbiano, nel reggiano;
   la vittima sembra sia rimasta schiacciata da una struttura d'acciaio di 200 chili che stava saldando;
   il saldatore, secondo le prime ricostruzioni, si trovava nel reparto carpenteria meccanica mentre saldava la struttura tenuta da un montacarichi quando è rimasto schiacciato dal blocco d'acciaio che si è improvvisamente sganciato –:
   di quali elementi disponga in merito alla dinamica dell'incidente;
   se risultino essere state osservate le normative relative alla sicurezza sui luoghi di lavoro;
   in considerazione del fatto che dall'inizio del 2012 risultano decedute ben 219 persone per incidenti sul lavoro, che 201.548 sono stati gli infortuni e che ben 476 sono stati gli invalidi, quali urgenti provvedimenti si intendano promuovere o adottare in relazione a quanto sopra esposto. (4-15475)

  Risposta. — L'interrogazione parlamentare in esame, si riferisce all'infortunio sul lavoro occorso, al signor Thon Ridha, dipendente, con la qualifica di operaio e mansioni di carpentiere, della ditta Dueco s.n.c., con sede a Bibbiano (RE), operante nel settore metalmeccanico.
  Nel rispondere ai primi due quesiti, ci si limiterà, in questa sede, a riportare gli elementi informativi acquisiti presso la direzione territoriale del lavoro di Reggio Emilia, nonché quelli forniti dall'Inail.
  Il giorno 23 marzo 2012, il signor Ridha si trovava all'interno dell'officina della società, intento a saldare un pezzo di carpenteria metallica costituito da una struttura reticolare in acciaio del peso di circa 460 chilogrammi; il pezzo era stato posizionato, la sera precedente, su un bancale in ferro mediante un carroponte.
  Nella stessa giornata, all'esterno dell'officina, vi erano altri operai della società, impegnati in operazioni di carico all'interno di un furgone di materiale destinato ad un cantiere esterno.
  Intorno alle ore 8:30, uno degli operai intento alle operazioni di carico, avendo udito un rumore insolito proveniente dall'officina, chiedeva ad un collega di verificare l'accaduto.
  Quest'ultimo, pertanto, entrato all'interno del locale, rinveniva il corpo del signor Ridha schiacciato dalla struttura metallica che gli era caduta addosso colpendolo alla testa.
  I soccorsi sono giunti in breve tempo ma il personale medico del servizio Asl 118- automedica, intervenuto sul posto, non ha potuto fare altro che constatare il decesso del lavoratore.
  Dagli accertamenti effettuati, su delega dell'autorità giudiziaria, dai tecnici del Servizio per la prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro (SPSAL) della ASL di Reggio Emilia, sarebbe emerso che il lavoratore abbia tentato da solo di spostare il pezzo in una posizione a lui più comoda per la saldatura e che lo stesso non era bloccato alla struttura del carroponte.
  Si precisa, comunque, che le cause e circostanze dell'evento nonché l'accertamento di eventuali responsabilità sono tutt'ora al vaglio della competente autorità giudiziaria.
  Per quanto riguarda l'erogazione delle prestazioni di legge, in base alle risultanze istruttorie la sede Inail competente ha costituito la rendita in favore del coniuge superstite ai sensi dell'articolo 85 del Testo unico n. 1124/1965 ed ha corrisposto l'assegno funerario. La stessa sede provvederà alla erogazione del beneficio
una tantum previsto per i familiari dei lavoratori vittime di infortuni mortali non appena saranno trasferite le relative risorse finanziarie.
  Nel rispondere all'ultimo quesito posto nell'interrogazione in esame, occorre precisare che il tema della prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali costituisce obiettivo strategico del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e dell'Inail, nell'ottica del tendenziale azzeramento del fenomeno infortunistico e tecnopatico.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, infatti, intende perseguire la promozione di comportamenti rispettosi delle norme di legge applicabili in materia di salute e sicurezza sul lavoro ed efficaci in funzione prevenzionistica, sia completando l'attuazione del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 (Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro) e successive modificazioni e integrazioni, sia favorendo ogni iniziativa promozionale idonea a determinare un accrescimento delle conoscenze in materia di salute e sicurezza nelle aziende, nei lavoratori e negli studenti, con particolare attenzione all'aspetto della formazione.
  In relazione allo specifico e gravissimo problema degli infortuni sul lavoro si rende necessario intervenire sulla formazione-informazione dei lavoratori e delle imprese, nonché sulla prevenzione e sul rafforzamento dei controlli da parte degli enti preposti, al fine di promuovere una consapevolezza sempre più ampia sulle esigenze della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali è attivamente impegnato su tali fronti, nell'intento precipuo di favorire il dialogo e la collaborazione fra tutti i soggetti interessati, istituzionali e sociali, al fine di ridurre gli incidenti e le malattie professionali e la diffusione di sempre più elevati
standards di sicurezza nei luoghi di lavoro. L'esistenza in concreto di una efficace strategia di contrasto al fenomeno infortunistico non passa solo attraverso il completamento, mediante le fonti di rango secondario previste dal decreto legislativo n. 81 del 2008, del quadro giuridico di riferimento ma anche attraverso la realizzazione di una serie di azioni pubbliche e private dirette a migliorare la prevenzione e i livelli di tutela in tutti gli ambienti di lavoro.
  Per tale ragione, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali sta attivando ogni possibile sinergia con soggetti pubblici e privati, al fine di migliorare «l'impatto» delle rispettive attività in termini di efficacia.
  In tale ottica si colloca, ad esempio, la definizione, con accordo in Conferenza Stato-regioni del 20 novembre 2008, dei criteri di impiego e l'attivazione delle somme (pari a 50 milioni di euro) di cui all'articolo 11, comma 7, del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, da destinare in favore di attività promozionali della salute e sicurezza, tra le quali una campagna di comunicazione (per complessivi 20 milioni di euro) sulla salute e sicurezza sul lavoro ed attività di formazione su base regionale (per complessivi 30 milioni di euro).
  Con il decreto correttivo n. 106 del 2009 si è poi consentito il superamento delle difficoltà operative da più parti evidenziate nel corso dei primi mesi di applicazione del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, perfezionando, in tal modo, il quadro normativo in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e rendendolo, oltre che pienamente coerente con le normative internazionali e comunitarie in materia, idoneo a costituire il fondamento giuridico della strategia di contrasto al fenomeno infortunistico.
  L'imprescindibile finalità delle misure varate resta quella di rendere maggiormente effettiva la tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro secondo linee di azione consistenti, tra l'altro, nel miglioramento dell'efficacia dell'apparato sanzionatorio al fine precipuo di assicurare una migliore corrispondenza tra infrazioni e sanzioni.
  A tale scopo si tiene conto dei compiti effettivamente svolti da ciascun attore della sicurezza, favorendo l'utilizzo di procedure di estinzione dei reati e degli illeciti amministrativi mediante regolarizzazione da parte del soggetto inadempiente. La sanzione penale è riservata ai soli casi di violazione delle disposizioni sostanziali e non di quelle meramente formali (come, ad esempio, la trasmissione di documentazione, notifiche, eccetera).
  Tutti gli interventi proposti garantiscono, in ogni caso, il rispetto dei livelli di tutela oggi assicurati ai lavoratori e alle loro rappresentanze in qualsiasi ambiente di lavoro e in tutto il territorio nazionale nonché l'equilibrio delle competenze tra lo Stato e le regioni in materia.
  Il risultato finale dell'intervento legislativo di riforma potrà comunque compiutamente apprezzarsi una volta che verrà completata l'emanazione di provvedimenti attuativi del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, di grande rilevanza e impatto sulle aziende e sui lavoratori.
  Molte delle iniziative dirette alla attuazione delle disposizioni del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro sono devolute dal legislatore alla commissione consultiva per la salute e sicurezza sul lavoro (
ex articolo 6 del decreto legislativo n. 81 del 2008), composta, in maniera paritaria e tripartita, da rappresentanti delle amministrazioni pubbliche centrali competenti in materia, delle regioni, dei sindacati e delle organizzazioni dei datori di lavoro.
  Ricostituita con decreto ministeriale del 3 dicembre 2008, la commissione ha costituito al suo interno nove gruppi «tecnici» di lavoro, nei quali è garantita la presenza paritetica di rappresentanti delle amministrazioni pubbliche (comprese le regioni) e delle parti sociali, per affrontare, in tali sedi, gli argomenti attribuiti dalla legge alla commissione (ad esempio l'elaborazione di linee metodologiche per la valutazione dello stress lavoro-correlato, l'individuazione delle regole di funzionamento della cosiddetta «patente a punti» per gli edili) e per i quali si prevedono attività finalizzate alla attuazione del Testo Unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
  Tali gruppi si sono regolarmente insediati e svolgono con continuità le attività ad essi attribuiti. All'esito delle attività istruttorie compiute in tali consessi, sono stati elaborati documenti di notevole importanza per gli operatori della salute e sicurezza sul lavoro e altri sono di prossima emanazione. Tra gli altri, si ricorda, che a seguito dell'adozione del parere sul concetto di «eccezionalità» di cui al punto 3.1.4 dell'allegato VI al decreto legislativo n. 81 del 2008, la Commissione consultiva permanente – nella seduta del 18 aprile 2012 – ha ritenuto opportuno individuare specifiche procedure operative di sicurezza in materia di sollevamento di persone con attrezzature di lavoro non previste a tal fine al fine di garantirne la sicurezza nell'uso. Tali procedure costituiscono indicazioni di natura non vincolante per gli operatori e sono finalizzate a fornire indicazioni operative sulle modalità di utilizzo di dette attrezzature nei casi indicati dalla Commissione.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha inoltre completato talune ulteriori attività previste dal decreto legislativo n. 81 del 2008, tra le quali occorre ricordare:
   la predisposizione, in data 17 novembre 2010, delle indicazioni per la valutazione dello stress lavoro-correlato (articolo 28, comma 1-
bis, del «Testo Unico») da parte della Commissione consultiva per la salute e sicurezza sul lavoro, con avviso pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 304 del 30 dicembre 2010;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 159 dell'11 luglio 2011 del decreto interdipartimentale dei 13 aprile 2011, recante: «disposizioni in attuazione dell'articolo 3, comma 3-bis, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, come modificato ed integrato dal decreto legislativo 3 agosto 2009, n. 106 in materia di salute e sicurezza sul lavoro» che disciplina le particolari modalità di svolgimento delle attività delle cooperative sociali di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381, delle organizzazioni di volontariato della Protezione civile, compresi i volontari della Croce Rossa Italiana e del Corpo nazionale soccorso alpini e Speleologico, e i volontari dei vigili del fuoco;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 98 del 29 aprile 2011 – supplemento ordinario n. 111 – del decreto interministeriale dell'11 aprile 2011 del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministero della salute e con il Ministero dello sviluppo economico, che disciplina le modalità di effettuazione delle verifiche periodiche di cui all'allegato VII del decreto legislativo del 9 aprile 2008, n. 81, nonché i criteri per l'abilitazione dei soggetti di cui all'articolo 71, comma 13, del medesimo decreto legislativo;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 60 del 12 marzo 2012 – supplemento ordinario n. 47 – dell'accordo, ai sensi dell'articolo 4 del decreto legislativo n. 281 del 28 agosto 1997 tra il Governo, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, stipulato il 22 febbraio 2012, concernente l'individuazione delle attrezzature di lavoro per le quali è richiesta una specifica abilitazione degli operatori, nonché le modalità per il riconoscimento di tale abilitazione, i soggetti formatori, la durata, gli indirizzi ed i requisiti minimi di validità della formazione, in attuazione dell'articolo 73, comma 5, del decreto legislativo n. 81 del 9 aprile 2008, e successive modifiche e integrazioni;
   la pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale n. 83 dell'11 aprile 2011 del decreto del 4 febbraio 2011 «lavori su impianti elettrici ad alta tensione» a firma del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro della salute, che definisce i criteri per il rilascio delle autorizzazioni alle aziende che effettuano lavori sotto tensione, in attuazione dell'articolo 82, comma 2, del decreto legislativo n. 81 del 2008 e successive modificazioni e integrazioni;
   l'istituzione, con decreto interministeriale del 27 maggio 2011 (pubblicato sul Bollettino ufficiale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali n. 6 del 30 giugno 2011), del comitato consultivo per la determinazione e l'aggiornamento dei valori limite di esposizione professionale e dei valori limite biologici relativi agli agenti chimici previsto dall'articolo 232, comma 1, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 e successive modificazioni e integrazioni.

  Merita menzione, inoltre, il decreto interministeriale recante: regole tecniche per la realizzazione ed il funzionamento del sistema informativo nazionale per la prevenzione (SINP), ai sensi dell'articolo 8, comma 4, del decreto legislativo 2008, n. 81 e successive modificazioni e integrazioni.
  Il SINP, in particolare, mira a fornire dati utili per orientare, programmare, pianificare e valutare l'efficacia della attività di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, relativamente ai lavoratori iscritti e non iscritti agli enti assicurativi pubblici, nonché per indirizzare le attività di vigilanza, attraverso l'utilizzo integrato delle informazioni disponibili negli attuali sistemi informativi, anche tramite l'integrazione di specifici archivi e la creazione di banche dati unificate.
  Su tale decreto è stato acquisito il parere favorevole della Conferenza permanente per i rapporti tra Stato, regioni e province autonome di Trento e di Bolzano. Sul provvedimento si è da ultimo espresso anche il Consiglio di Stato.
  Inoltre, nella medesima Conferenza si sono perfezionati gli accordi concernenti gli articoli 34 e 37 del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro che disciplinano, rispettivamente, la formazione del datore di lavoro, che svolge in proprio dei compiti di prevenzione e protezione, e la formazione dei lavoratori, preposti e dirigenti. Tali accordi sono stati pubblicati nella
Gazzetta Ufficiale n. 8 dell'11 gennaio 2012.
  In ordine alle iniziative in materia di lavorazioni in «ambienti confinati», si evidenzia che nella
Gazzetta Ufficiale n. 260 dell'8 novembre 2011 è stato pubblicato il decreto del Presidente della Repubblica n. 177 del 14 settembre 2011 recante: «norme per la qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi operanti in ambienti sospetti di inquinamento o confinati», a norma dell'articolo 6, comma 8, lettera g) del decreto legislativo n. 81 del 2008. Il decreto è frutto di un lavoro che ha coinvolto Stato, regioni e parti sociali nell'intento, da tutti condiviso, di predisporre misure innovative ed efficaci a contrasto al fenomeno degli infortuni, gravissimi per numero e drammatici per modalità, verificatisi, negli ultimi anni, nei lavori in ambienti cosiddetti «confinati», quali silos, cisterne e simili.
  A tal proposito si fa presente che, al fine di fornire soluzioni tecniche, organizzative e procedurali per i lavori da realizzare nelle diverse tipologie di ambienti sospetti di inquinamento o confinati, la Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro – nella seduta del 18 aprile 2012 – ha adottato un manuale pratico. Tale manuale, come previsto dall'articolo 3, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica n. 177 del 2011, indica i contenuti di una procedura di sicurezza per lavori in ambienti sospetti di inquinamento o confinati ed è rivolto a quanti operano a vario titolo in tale settore e, soprattutto, a tutte quelle micro e piccole imprese che si occupano di bonifiche e/o manutenzione in ambienti confinati.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali persegue l'obiettivo della riduzione del fenomeno infortunistico anche attraverso la massima efficacia delle attività di vigilanza sui luoghi di lavoro di propria competenza. In tali ambiti, ed in primo luogo nell'edilizia, è stata da tempo fornita alle strutture amministrative di riferimento l'indicazione di realizzare, innanzitutto, le attività dirette a perseguire le violazioni in materia di salute e sicurezza più gravi, in quanto in grado di mettere in pericolo la vita dei lavoratori. Tale impostazione ha consentito di raggiungere risultati molto soddisfacenti.
  Infine, va ricordato come il Ministero del lavoro e delle politiche sociali abbia predisposto e messo a disposizione dell'utenza una sezione del sito
internet specificamente dedicata alla diffusione di notizie e pubblicazioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
  Tutto quanto sin qui esposto consente di affermare come la riforma del quadro normativo volto a tutelare la salute e sicurezza sul lavoro abbia fornito l'Italia di un sistema di regole moderno e sistematicamente coeso, suscitando un interesse, finalmente non più solo specialistico, sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro che costituisce, a sua volta, un importante punto di partenza per l'abbattimento del numero e della gravità degli infortuni.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   FARINA COSCIONI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   il 1° maggio 2012 un operaio di origine rumena, il signor Vasile Copil, è morto cadendo dall'impalcatura al terzo piano di un cantiere a Rocca di Cambio, vicino L'Aquila –:
   quale sia l'esatta dinamica dell'incidente;
   se risulti osservata la normativa relativa alla sicurezza nel lavoro. (4-16176)

  Risposta. — L'interrogazione parlamentare in esame si riferisce all'infortunio sul lavoro occorso, il giorno 1o maggio 2012, al signor Vasile Copil, operaio, di origine rumena, che lavorava alle dipendenze della società «S.C.A.R. Costruzioni srl», con sede legale in Roma.
  Nel rispondere ai quesiti oggetto dell'atto parlamentare, ci si limiterà, in questa sede, a riportare gli elementi informativi acquisiti presso la direzione territoriale del lavoro dell'Aquila nonché quelli forniti dall'Inail.
  Da tali elementi è emerso che la società «S.C.A.R. Costruzioni srl» aveva ricevuto in subappalto dalla società D.B. immobiliare srl, la realizzazione di un edificio residenziale, composto da 13 unità abitative, sito nel Comune montano di Rocca di Cambio (Aquila).
  Il giorno 1o maggio 2012, il signor Copil si trovava nel cantiere edile, impegnato, insieme ad altri tre operai di nazionalità rumena, nella posa in opera della guaina termica sui tetto del fabbricato ed nell'installazione di un comignolo.
  In particolare, intorno alle ore 11.00, il lavoratore si trovava su un ponteggio metallico montato su un balcone (posto in corrispondenza del terzo piano), intento a passare materiali e attrezzature ai colleghi posizionati sul tetto dell'edificio. Nel corso di tale operazione, il lavoratore si sporgeva dal ponteggio e, perdendo improvvisamente l'equilibrio, cadeva sul suolo da un'altezza di circa 10 metri.
  I colleghi dell'infortunato, udendo un forte tonfo, hanno subito provveduto ad allertare i sanitari del servizio «118» i quali, nonostante le prime cure apprestate, non hanno potuto fare altro che constatare il decesso del lavoratore.
  Sul luogo dell'infortunio sono altresì intervenuti i carabinieri della stazione di Rocca di Mezzo e, su delega della competente autorità giudiziaria, i funzionari del servizio di Prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro della Asl 1-Avezzano-Sulmona-l'Aquila che hanno provveduto ad effettuare tutti i rilievi del caso.
  Nel corso degli accertamenti, in particolare, è emerso che il ponteggio metallico era stato installato in maniera non idonea, in quanto mancante di protezioni e con impalcati non regolamentari, e che i lavoratori posizionati sulla copertura non avevano adottato alcun tipo di dispositivo di protezione individuale.
  All'esito delle indagini, i funzionari della ASL hanno provveduto alla contestazione di una serie di violazioni al Testo unico in materia di salute e di sicurezza sul lavoro (decreto legislativo n. 81/2008) al committente dei lavori, al titolare della ditta appaltatrice nonché al titolare e al direttore tecnico della ditta subappaltatrice.
  Si precisa, comunque, che le cause e circostanze dell'evento nonché l'accertamento di eventuali responsabilità sono tutt'ora al vaglio della competente autorità giudiziaria.
  Con riferimento alla posizione lavorativa dei quattro operai presenti sul cantiere il giorno dell'infortunio, le indagini hanno evidenziato che tre di essi, tra cui anche il signor Copil, non erano stati regolarmente assunti.
  Per quanto concerne l'erogazione delle prestazioni di legge, la sede Inail territorialmente competente, all'esito delle risultanze dell'istruttoria, ha provveduto alla costituzione della rendita ai superstiti ed alla corresponsione dell'assegno funerario, ai sensi dell'articolo 85 del Testo unico n. 1124/1965. La stessa sede provvederà alla erogazione del beneficio a carico del fondo per le vittime di gravi incidenti sul lavoro previsto dalla legge n. 296 del 2006.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   FARINA COSCIONI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   il 14 luglio il signor Mennato Marro, di professione marmista, mentre stava eseguendo lavori all'interno di un cantiere a Montesarchio nel Beneventano, è precipitato dalla tromba delle scale per 4-5 metri andando a sbattere con la testa a terra;
   in seguito alla caduta il signor Marra è deceduto sul colpo –:
   di quali elementi disponga in merito alla dinamica del gravissimo incidente sul lavoro;
   se risultino esserci responsabilità per l'accaduto, e in particolare se risultino essere state osservate le normative relative alla sicurezza sul lavoro. (4-16973)

  Risposta. — L'interrogazione in esame si riferisce all'infortunio sul lavoro occorso, il giorno 13 luglio 2012, al signor Mennato Marro, operaio specializzato con mansioni di marmista, pensionato a decorrere dall'anno 2003.
  Nel rispondere ai quesiti posti dall'interrogante, ci si limiterà, in questa sede, a riportare gli elementi informativi acquisiti presso l'ufficio territoriale del lavoro di Benevento nonché quelli forniti dall'Inail.
  Da tali elementi è emerso che, il giorno 13 luglio 2012, intorno alle ore 14.30, il signor Marro si recava in località Montesarchio (Benevento) per effettuare un sopralluogo per l'esecuzione di un lavoro in un immobile privato dove era in atto un cantiere edile per la realizzazione di lavori di ristrutturazione.
  In tale circostanza, il lavoratore cadeva accidentalmente nel vano scala dell'immobile mentre era intento ad effettuare misurazioni della scala medesima.
  Sul luogo dell'infortunio sono prontamente intervenuti i Carabinieri della stazione di Montesarchio e i sanitari del servizio 118 i quali non hanno potuto fare altro che constatare il decesso dell'infortunato. Sono altresì intervenuti, su delega dell'autorità giudiziaria, i funzionari del servizio tutela della salute negli ambienti di lavoro della ASL BN1 di Benevento.
  Nel corso degli accertamenti, sarebbe emerso che il signor Marro aveva un rapporto di affinità con l'amministratore della ditta Marmi Marro s.r.l. e che quest'ultima aveva effettuato comunicazione di assunzione del lavoratore solo in data successiva a quella dell'infortunio.
  Sulle cause e circostanze dell'infortunio, nonché sull'osservanza delle misure di sicurezza e sull'accertamento di eventuali responsabilità, è attualmente in corso un'indagine da parte della competente autorità giudiziaria che, nell'immediatezza del fatto, ha disposto il sequestro del cantiere.
  Da ultimo, e più in generale, si ritiene opportuno precisare che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali intende perseguire la promozione di comportamenti rispettosi delle norme di legge in materia di salute e sicurezza sul lavoro, accompagnando il processo di attuazione del Testo Unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (decreto legislativo n. 81 del 2008, e successive modificazioni e integrazioni) con idonee iniziative promozionali finalizzate all'accrescimento delle conoscenze in materia di salute e sicurezza nelle aziende, nei lavoratori e negli studenti, con particolare attenzione all'aspetto della formazione.
  In questa prospettiva, con l'approvazione, in data il 9 aprile 2008, del Testo Unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, ha preso avvio un complesso processo di attuazione delle disposizioni in esso contenute che ha coinvolto il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, le altre amministrazioni interessate e le parti sociali allo scopo di definire un sistema regolatorio in materia di salute e sicurezza sul lavoro quanto più moderno ed efficace.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, pertanto, è attivamente impegnato affinché possa concludersi quanto prima il processo di attuazione del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro auspicando a tal fine che prosegua in modo proficuo il dialogo e la collaborazione fra i diversi attori istituzionali coinvolti sui temi della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   FEDI. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   i tagli di spesa ai capitoli della direzione generale italiani all'estero e politiche migratorie del Ministero degli affari esteri hanno comportato una riduzione complessiva delle risorse pari al 78 per cento;
   il capitolo 3103 in particolare, che finanzia i Comitati degli italiani all'estero (Com.It.Es.), è passato da una dotazione di euro 3.300.995,00 nel 2008 ad una dotazione di euro 356.356,00 nel 2012;
   alcuni Comitati hanno evidenziato le gravissime difficoltà nel continuare l'attività ordinaria di rappresentanza delle locali comunità, in conseguenza della mancanza di risorse per poter effettuare il pagamento dell'affitto per la sede e dei compensi per il personale di segreteria;
   i Comitati degli italiani all'estero sono strumenti di partecipazione democratica degli italiani che vivono nel mondo e costituiscono momento di rappresentanza delle locali istanze delle comunità italiane nel mondo;
   i Comitati rappresentano una autentica risorsa, una diffusa rete di volontariato al servizio del Paese;
   entro il 31 dicembre 2012 devono essere indette le consultazioni elettorali per il rinnovo degli organismi di rappresentanza, Comites e Cgie –:
   quali urgentissime iniziative si intendano intraprendere per assicurare un aumento delle dotazioni di bilancio per l'attività ordinaria dei Comitati, intervenendo anche sui criteri di finanziamento, al fine di garantire a tutti i Comitati un livello adeguato di finanziamento sia per l'affitto dei locali che per i compensi del personale di segreteria;
   quali immediate iniziative si intendano assumere per assicurare il rinnovo dei Comitati alla scadenza prevista.
(4-15361)

  Risposta. — Nel solco della tradizione e dell'esperienza che il Ministero degli affari esteri ha sviluppato nell'assistenza e nel servizio alle collettività italiane all'estero, il Governo tiene in grande considerazione l'esigenza da tempo sentita di una riforma degli organismi rappresentativi dei nostri connazionali (Comitati degli italiani residenti all'estero e Consiglio generale degli italiani all'estero), che persegua il duplice obiettivo di conseguire significativi risparmi nelle relative spese di elezione e funzionamento – necessità tanto più stringente nel presente, delicatissimo quadro di finanza pubblica – e di assicurare al contempo maggiore efficacia alla loro azione.
  Va notato che l'interesse per l'esito della riforma degli organismi in questione è trasversale tra le forze politiche e si riflette nelle numerose proposte di legge di riforma presenti in Parlamento, che potrà avvalersi dell'esperienza e delle valutazioni che il Ministero degli affari esteri mette a disposizione.
  La questione della riforma degli organismi rappresentativi delle collettività italiane all'estero è stata al centro dei lavori del comitato di presidenza del Consiglio generale degli italiani all'estero tenutosi nei giorni 5-6 giugno 2012, a margine del quale il Ministro Terzi ed il segretario generale del Consiglio generale degli italiani all'estero Carozza hanno convenuto di costituire un tavolo di lavoro Ministero degli affari esteri-Consiglio generale degli italiani all'estero per discutere delle linee guida da adottare ai fini di una revisione complessiva della normativa in materia.
  In occasione del comitato di presidenza del 18 e 19 settembre 2012 si è stabilito che il tavolo di lavoro si concentri in particolare sull'analisi e discussione dei differenti livelli di rappresentanza (Comites, CGIE e parlamentari eletti nella circoscrizione estero) allo scopo di identificarne i punti di forza e di debolezza.
  Nel frattempo, il decreto-legge 30 maggio 2012, n. 67 (convertito, con modificazioni, in legge 23 luglio 2012, n. 118), ha rinviato le elezioni per il rinnovo di Comites e CGIE previste per il 2012, quantificando il relativo risparmio di spesa in 3.539.000 euro per il 2012, che sono stati destinati al sostegno degli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana (nella misura di 2.000.000 di euro), all'assistenza diretta ed indiretta dei connazionali all'estero (nella misura di 1.339.000 euro) e al funzionamento dei comites (200.00 euro).
  Tali risorse aggiuntive, intervenendo in un momento particolarmente delicato per la finanza pubblica e in un quadro caratterizzato da una considerevole diminuzione delle risorse negli ultimi anni, si tradurranno in contributi integrativi agli enti gestori per il mantenimento delle iniziative prioritarie e l'eventuale realizzazione di ulteriori interventi di promozione della lingua e cultura italiana, per il rifinanziamento delle attività di assistenza diretta e indiretta a favore dei nostri connazionali all'estero in condizioni di indigenza ed anche per il funzionamento dei comites prorogati.
  Il succitato decreto-legge n. 67 del 2012 ha altresì previsto che le prossime elezioni dei comites avvengano anche mediante l'utilizzo di tecnologia informatica. Spetta ad un regolamento, da adottarsi entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge di conversione (cioè entro il 31 gennaio 2013), stabilire le modalità di votazione e scrutinio. L'obiettivo è quello di individuare modalità che garantiscano il rispetto dei princìpi di personalità e segretezza del voto e consentano al medesimo tempo la maggiore partecipazione possibile.
  Il Ministero degli affari esteri ha già avviato al proprio interno i lavori in vista della predisposizione di tale regolamento e, in collaborazione con la rete degli uffici consolari, ha intrapreso un'operazione di raccolta degli indirizzi
e-mail dei nostri connazionali residenti all'estero, che potranno essere utilizzati – oltre che per il voto informatico – anche in vista dell'attivazione della piattaforma digitale di servizi consolari a distanza.
  Il Governo conferma la propria disponibilità a fornire informazioni sulle modalità di voto e scrutinio, una volta che queste saranno individuate.

Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriStaffan de Mistura.


   GARAVINI, GIANNI FARINA, FEDI e PORTA. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   per difendere lo sportello consolare di Bedford dalla decisione di un'imminente chiusura, il 9 settembre 2012 si è svolta per le strade di Bedford una partecipata manifestazione, alla quale hanno partecipato anche diversi consiglieri comunali del posto e rappresentanti di alcune forze politiche e sociali locali, oltre ai connazionali lì residenti e alle diverse associazioni nelle quali essi si riconoscono;
   anche per la sua contiguità con Londra, Bedford è stato uno dei più importanti approdi in Inghilterra dell'immigrazione operaia italiana nel dopoguerra; la comunità che si è formata ha sempre avuto un alto livello di aggregazione sociale e, già dalla prima generazione, si è segnalata per un processo d'integrazione positivo e diffuso;
   gli italiani costituiscono attualmente più del 25 per cento della popolazione complessiva; a Bedford, infatti, risiedono molte migliaia di famiglie italiane e circa 20.000 connazionali che per il retroterra emigratorio al quale fanno riferimento, hanno numerose e complesse esigenze di rapporto con l'amministrazione italiana;
   le esigenze più diffuse manifestate dalla comunità di Bedford riguardano l'informazione su problemi di assistenza sociale e di cittadinanza, la consegna di documenti da far pervenire in merito all'ottenimento dei passaporti e alle pratiche di assistenza sociale, l'iscrizione all'anagrafe consolare, l'autentica di firme, l'assistenza ai connazionali in caso di necessità;
   per corrispondere a questa diffusa domanda di servizi, che tra l'altro comportano introiti per l'amministrazione italiana normalmente superiori alle spese necessarie per la loro erogazione, Bedford è stata sede in passato di un viceconsolato, successivamente degradato in sportello consolare, ormai prossimo alla chiusura; in questa maniera, si sta progressivamente determinando una caduta verticale di rapporti tra la comunità e l'amministrazione;
   la chiusura dello sportello consolare, pur divenendo operante in queste settimane, risale alle decisioni di chiusura adottate dal Governo di centrodestra, che l'amministrazione del Ministero degli affari esteri continua a perseguire nonostante le proteste dei cittadini interessati e i ripetuti confronti parlamentari con il Governo tesi a far maturare una più attenta riflessione sulla tematica dei servizi consolari alle nostre comunità; tra questi, è da segnalare il recente ordine del giorno, promosso dai deputati del Partito Democratico e sottoscritto da tutti i parlamentari eletti all'estero, con il quale si impegna il Governo ad una moratoria di quattro anni della chiusura dei consolati –:
   se il Ministro non intenda assumere iniziative per la sospensione della decisione di chiudere lo sportello consolare di Bedford, che è già il livello minimo di servizio per la comunità ivi residente, in considerazione del danno obiettivo che si produce alla stessa comunità e dell'esigenza di reinquadrare le misure di chiusura in una più attenta riflessione sul modello di servizi ai connazionali che si intende delineare per il futuro;
   in subordine, se il Ministro dal momento che in alcune risposte a precedenti interrogazioni di altri parlamentari (4-15818 e 4-15846) ha ipotizzato alcune misure alternative, non intenda precisare quale sia la natura di questi servizi, con quale periodicità vengano erogati, quale sia la loro durata e quale sia la capacità di corrispondere in modo soddisfacente ai diritti e ai bisogni dei nostri connazionali di Bedford. (4-17559)

  Risposta. — La rete consolare italiana nel Regno Unito è stata oggetto di alcune misure di razionalizzazione che hanno portato alla chiusura, il 1o luglio 2008, del Vice consolato di Bedford, sostituito da uno sportello consolare direttamente dipendente dal consolato generale d'Italia in Londra.
  Lo sportello consolare di Bedford è stato sin dall'inizio concepito con criteri di temporaneità strettamente connessi ai tempi tecnici di apertura della nuova sede del consolato generale di Londra, presso la quale esso andrà dunque a confluire.
  Tali provvedimenti si posizionano nel più ampio quadro del processo di razionalizzazione della nostra rete diplomatico-consolare che – parimenti a quanto avviene presso i principali
partner europei, tra i quali lo stesso Regno Unito – si prefigge di rendere la rete stessa sostenibile economicamente in uno scenario di risorse finanziarie ormai fortemente decrescenti ed al contempo di adattarla alle nuove esigenze geo-politiche del nostro Paese legate ai nuovi scacchieri internazionali. In tale ottica, la soppressione di alcuni nostri uffici consolari all'estero è intesa anche a liberare risorse, in una valutazione comparativa degli interessi e delle priorità, per l'apertura di nuove sedi in contesti emergenti ove la promozione degli interessi nazionali sta acquistando crescente rilevanza.
  Il Ministero degli affari esteri ha consapevolezza dei potenziali disagi che simili misure potranno arrecare. Tuttavia, occorre precisare come il processo di individuazione degli uffici interessati si realizzi attraverso l'applicazione di rigorosi criteri che non tengono conto esclusivamente dei pur fondamentali parametri di risparmio, ma coinvolgono una serie di mirati fattori, tra i quali la voluminosità del lavoro, il numero degli atti emessi, la consistenza delle collettività di connazionali residenti e la distanza geografica dall'ufficio consolare che riceverà le competenze dell'ufficio soppresso, con relativo rafforzamento dell'organico.
  L'osservazione scrupolosa di siffatti criteri consente di delineare lo scenario se non altro meno penalizzante da un punto di vista relativo, rispetto alle possibili opzioni alternative.
  Inoltre, come noto, l'amministrazione degli esteri ha da tempo intrapreso un percorso di innovazione tecnologica e razionalizzazione delle procedure per offrire ai connazionali residenti all'estero servizi sempre più efficienti.
  In tale contesto si inserisce l'attivazione del nuovo sistema integrato di funzioni consolari (Sifc), passaggio indispensabile per consentire ai nostri connazionali di fruire dei «servizi consolari
on line». L'utente, una volta registratosi sul portale «servizi consolari on line», potrà accedere ad un'ampia gamma di servizi disponibili digitalmente, senza doversi recare personalmente all'ufficio consolare.
  Presso il Consolato generale a Londra è già attivo il servizio «prenota
on line» mediante il quale è possibile prenotare un appuntamento per via telematica, consentendo al connazionale un notevole risparmio di tempo.
  Nei prossimi mesi è prevista l'attivazione – tra gli altri – dei seguenti servizi in modalità
on-line:
   richiesta di iscrizione all'Aire;
   richiesta per via telematica di alcune tipologie di certificati (ad esempio cittadinanza), che potranno direttamente essere inviati al richiedente via posta;
   variazione di alcuni dati dello schedario consolare;
   istanza per il rinnovo della patente di guida,
   richiesta di sussidi.

  Si rileva infine che nel momento in cui lo sportello consolare di Bedford vedrà definitivamente esaurite le proprie funzioni transitorie, alla base della sua istituzione, potrebbe essere presa in considerazione l'ipotesi di attivare in loco un'agile struttura consolare onoraria. Ciò consentirebbe di garantire una stabile presenza a sostegno della comunità di connazionali residenti e nel dialogo istituzionale con le autorità locali in stretto raccordo con il sovraordinato ufficio consolare.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriStaffan de Mistura.


   GIRLANDA. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   a partire dall'ultima decade del mese di luglio 2012 sono scoppiati scontri tra le forze governative del Tajikistan e le bande armate guidate da Tolib Ayombekov, che controlla la tormentata regione dell'Asia centrale sin dalla fine della guerra civile che ha sconvolto il Paese tra il 1992 e il 1997; pare che i tumulti siano scoppiati dopo la morte di Abdullo Nazarov, capo dei servizi segreti nel capoluogo Khorog;
   secondo le autorità l'omicidio sarebbe stato ordinato proprio dal signore della guerra Ayombekov, che il presidente tagico Emomali Rahmon ora vorrebbe eliminare;
   il Paese è percorso da tensioni latenti tra le varie etnie, tra cui i movimenti indipendentisti islamici, tanto che nelle due ultime settimane, malgrado i tentativi di conciliazione in corso per riportare la situazione sotto controllo, si sono registrati oltre 200 morti, in modo particolare nella regione confinante con l'Afghanistan, le cui frontiere confinanti sono state chiuse;
   il Tajikistan, al di là della guerra civile degli anni Novanta in cui si sono mischiate lotte tra clan, interetniche e religiose, è una piccola polveriera al confine con l'Afghanistan che periodicamente rischia di esplodere: fattori come i conflitti tra centro e periferia, l'autoritarismo del presidente Rahmon – in carica dal 1994 e riconfermato più volte con elezioni truccate – la corruzione dilagante, il fatto di essere uno degli snodi fondamentali per il traffico di droga internazionale che parte da Kabul e, soprattutto, le infiltrazioni islamiche sia talebane sia uzbeke, hanno fatto della povera repubblica ex sovietica l'anello più debole di tutta l'Asia centrale;
   il confinante Kyrgyzstan è già stato scosso da due rivoluzioni del 2005 e nel 2010, l'Uzbekistan nel 2005 ha soffocato nel sangue la ribellione di Andijan con centinaia di morti: inoltre Cina e Russia, guardano con preoccupazione quello che accade nel Gorno-Badakhshan in quanto Pechino deve fare i conti con i movimenti indipendentisti di matrice islamica nella provincia di Xinyang, mentre Mosca ha in Tajikistan una base militare con circa 6 mila soldati e con il ritorno di Vladimir Putin al Cremlino si sta impegnando per riportare definitivamente Dushanbe nella propria orbita dopo i turbolenti anni della transizione postsovietica;
   nel 2013 in Tajikistan sono in calendario le elezioni presidenziali, nelle quali sembrerebbe che Rahmon voglia presentarsi senza troppi problemi, e cioè senza una provincia che si ribella e possa dare il via all'effetto domino in tutta la regione;
   la situazione di instabilità politica e sociale frena i rapporti commerciali e di interscambio tra l'Italia e il Tajikistan, con il rischio di compromettere la presenza e le attività italiane nella repubblica ex sovietica –:
   se la situazione venutasi a creare nel corso delle ultime settimane minacci l'incolumità e le attività economiche e sociali dei nostri connazionali;
   a quanto ammonti il volume di scambi con il Tajikistan;
   quali iniziative il Ministro intenda adottare per favorire la composizione del conflitto e tutelare gli interessi italiani con la repubblica asiatica. (4-17332)

  Risposta. — Il Ministero degli esteri segue con attenzione gli sviluppi della situazione di crisi registratasi nella regione del Gorno-Badakhshan, in Tagikistan, a seguito degli scontri di luglio 2012 tra forze governative e aderenti a gruppi armati eversivi. La regione rappresenta circa il 48 per cento del territorio tagiko, ma è scarsamente popolata (220.000 persone). Molto complessi risultano i collegamenti con la zona del Pamir, teatro degli scontri che si sono sviluppati a seguito dell'uccisione del generale Nazarov, Capo del servizio di sicurezza regionale. Il generale Nazarov ha perso la vita nel corso di un attentato organizzato – secondo il governo tagiko – da gruppi armati facenti capo a Tolib Ayombekov, figura che durante la guerra civile tagika negli anni ’90 era a capo di una delle fazioni in lotta.
  Secondo le informazioni ufficiali raccolte dalla nostra ambasciata a Tashkent, competente territorialmente per il Tagikistan, i morti negli scontri sarebbero 42, di cui 12 soldati e 30 ribelli, tra questi anche 8 cittadini afghani della vicina provincia di Badakhshan, al confine tra il Tagikistan e l'Afghanistan. Il numero di civili morti non è al momento conosciuto; le stime ufficiose disponibili riportano 10-20 morti: testimoni della città di Khorog (capoluogo della regione) hanno nondimeno riferito di forti combattimenti e di visibili segni di battaglia. Al momento è in atto una riconciliazione tra le parti che prevede la restituzione delle armi da parte dei ribelli a fronte della promessa governativa di perseguire unicamente il capo della rivolta Ayombekov.
  L'ambasciata tedesca a Dushanbe, con la quale l'ambasciata d'Italia a Tashkent è rimasta in costante contatto, nella giornata del 25 luglio ha provveduto a far rientrare a Dushanbe i cittadini occidentali presenti nella regione. Tra questi non vi erano nostri connazionali.
  Il conflitto sviluppatosi nelle scorse settimane, peraltro, di ordine interno, non ha sinora portato alla richiesta di alcun tipo di mediazione internazionale.
  Data la situazione verificatasi nella regione, la nostra ambasciata a Tashkent si è subito attivata, anche tramite l'unità di crisi della Farnesina, per sconsigliare viaggi scopo turistico nella zona interessata. Durante le giornate di scontri, la nostra ambasciata a Tashkent è rimasta inoltre in stretto contatto con un rappresentante della organizzazione non governativa Cesvi, che opera a Dushanbe, e che ha confermato che i connazionali residenti in Tagikistan, 14 in totale di cui 13 nella capitale e uno a Khujand, non avevano segnalato alcun tipo di difficoltà.
  Per quanto concerne la presenza economica in Tagikistan, nel Paese si segnala in particolare l'azienda tessile Carrera con due impianti produttivi a Khujand, nella provincia di Sogd, a nord del Paese, a pochi chilometri dal confine
uzbeko. Il personale impiegato è interamente locale.
  È prevista una missione del nostro ambasciatore nella provincia in questione, su invito del governo locale, e la visita in quell'occasione della suddetta azienda.
  L'interscambio con il Tagikistan è limitato. Nel 2011 i dati riferiscono di circa 5,7 milioni di euro di esportazioni italiane e di importazioni per circa 16,8 milioni di euro.
  La nostra ambasciata continuerà a mantenere, di concerto con le altre rappresentanze europee, un elevato livello di attenzione sulla vicenda. Il Governo non mancherà quindi di seguire la questione, sia in coordinamento con i
partner europei, sia sul piano bilaterale. Gli incontri a vari livelli con le autorità tagike, anche nella più ampia cornice dell'Unione europea, potranno fornire un utile strumento per vigilare sulla situazione e favorire il pieno ritorno alla stabilità nell'area.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriMarta Dassù.


   JANNONE. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   secondo uno studio del Forum Ania-Consumatori in collaborazione con l'università di Milano, presentato da pochi giorni, metà delle famiglie italiane riesce «appena a far quadrare i conti». Il 15 per cento dei nuclei è in maggiori difficoltà e ogni mese deve intaccare i propri risparmi per sopravvivere e il 6,1 per cento è costretto a chiedere aiuti e prestiti. «È arrivata la povertà in un soggetto come la famiglia che fino a quattro-cinque anni fa era il presidio della nostra ricchezza», ha commentato il presidente del Censis, Giuseppe De Rita;
   inoltre, è da sottolineare l'allarme lanciato da Save the children nel secondo «Atlante dell'infanzia a rischio», nel quale si afferma che in povertà, in Italia, si trovano 10 milioni 229 mila minori, il 16,9 per cento del totale della popolazione: uno su cinque (24,4 per cento) è a rischio povertà, il 18,3 per cento vive in povertà (1.876.000 minori, in famiglie che hanno una capacità di spesa per consumi sotto la media), il 18,6 per cento in condizione di deprivazione materiale e il 6,5 per cento (653.000 ragazzi) in condizione di povertà assoluta, privi dei beni essenziali per il conseguimento di uno standard di vita minimamente accettabile. Secondo l'associazione, dal 2008 ad oggi sono proprio le famiglie con minori ad aver pagato il prezzo più alto della recessione mondiale: negli ultimi anni la percentuale delle famiglie a basso reddito con un minore è aumentata dell'1,8 per cento e tre volte tanto (5,7 per cento) quella di chi ha due o più figli;
   dal dossier emerge che nel nostro Paese due minori su tre che sono in povertà relativa e più di un minore su due che è in povertà assoluta vive nel Mezzogiorno. In particolare, è la Sicilia ad avere la quota più elevata di minori poveri (il 44,2 per cento), seguita dalla Campania (31,9 per cento) e Basilicata (31,1 per cento), mentre Lombardia (7,3 per cento), Emilia Romagna (7,5 per cento) e Veneto (8,6 per cento) sono le regioni con la percentuale inferiore di minori in povertà relativa. Per quanto riguarda i bambini in povertà assoluta, anch'essi si concentrano nel Sud Italia dove rappresentano il 9,3 per cento di tutta la popolazione minorile;
   inoltre, il 18,6 per cento di minori italiani versa in condizione di deprivazione materiale: nel Nord est il 7 per cento delle famiglie con minori non ha avuto soldi per cure mediche almeno una volta negli ultimi 12 mesi –:
   quali interventi i Ministri interrogati intendano adottare al fine di migliorare le condizioni, sia economiche che sociali, in cui versa gran parte dei minori in Italia, con particolare riguardo alle regioni che, secondo il rapporto di Save the children, manifestano un tasso più alto di povertà. (4-14078)

  Risposta. — Con riferimento alla interrogazione in esame, concernente interventi in favore della famiglia e dei minori, sulla base dei dati informativi trasmessi dai competenti uffici, si rappresenta quanto segue.
  La grave crisi che ha investito l'economia ha colpito in modo particolarmente pesante le famiglie, soprattutto quelle numerose, con concentrazioni decisamente superiori alla media nelle regioni del sud e delle isole. Tale situazione è ben delineata nel rapporto biennale che il Dipartimento per le politiche della famiglia, attraverso l'osservatorio nazionale, ha recentemente elaborato, al fine di aggiornare le conoscenze sulle principali dinamiche demografiche, sociologiche, economiche e di politica familiare.
  Il rapporto, presentato il 15 maggio 2012 in occasione della giornata internazionale della famiglia, contiene un capitolo dedicato proprio alle «Stime di povertà nelle famiglie italiane» che mette in evidenza la diffusione e l'intensità del fenomeno e le differenze territoriali presenti nel Paese.
  In proposito si fa presente che il Governo, con il Piano nazionale per la famiglia, ha inteso mettere a punto una serie di azioni e di interventi in grado di creare i presupposti per sostegno alla famiglia, soprattutto in questa delicata fase di crisi economica.
  In particolare, con l'intesa del 2 febbraio 2012 in Conferenza unificata, l'esecutivo ha trasferito 25 milioni di euro – stornati da precedenti finalizzazioni di competenza statale – alle regioni e alle province autonome di Trento e di Bolzano, in accordo con le autonomie locali, per la realizzazione di azioni in favore della famiglia, tra le quali i servizi socio-educativi per la prima infanzia e di assistenza domiciliare, integrata, mentre con la successiva intesa del 19 aprile 2012 sono stati stabiliti i criteri di ripartizione di ulteriori 45 milioni di euro da destinare al finanziamento di servizi socio-educativi per la prima infanzia e azioni in favore degli anziani e della famiglia. Nei predetti accordi si prevede che le regioni concorrano ai finanziamenti sulla base delle proprie disponibilità in bilancio.
  Con specifico riferimento alle situazioni di difficoltà che vivono i nuclei familiari con minori di età compresa tra 0 e 16 anni, a rischio di allontanamento, si rappresenta che il Ministero del lavoro, in collaborazione con l'università di Padova, ha promosso ed attivato, nel gennaio 2011, il Programma di intervento per la prevenzione dell'istituzionalizzazione (Pippi) con l'obiettivo di ridurre i rischi di istituzionalizzazione dei minori coinvolti.
  Il programma, di durata biennale, è stato proposto alle 15 città riservatarie di cui alla legge n. 285 del 1997, e 10 municipalità (Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Torino, Venezia) hanno aderito agli interventi proposti.
  Con questi 10
partner, è stato quindi avviato il percorso sperimentale finalizzato alla prevenzione dell'allontanamento dei minori dalla famiglia di origine attraverso la presa in carico da parte di un’équipe multidisciplinare; è inoltre prevista l'attivazione di reti sociali di supporto alle famiglie in difficoltà ed il coinvolgimento di genitori e bambini nei progetti di intervento.
  Per quanto riguarda i servizi socio-educativi, tra i quali sono ricompresi gli asili nido, si segnalano le azioni previste dal III Piano biennale nazionale di azioni e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva approvato con decreto del Presidente della Repubblica 21 gennaio 2011, volte a garantire interventi omogenei finalizzati a:
   sostenere progetti
ad personam per i soggetti riconosciuti deboli e a rischio;
   attivare una progettualità nazionale, integrata dai livelli territoriali regionali e locali che preveda forme di sostegno anche economico ai genitori e alle mamme giovani poveri che sono costanti nel sostenere la frequenza scolastica precoce dei figli (3-6 anni) e nel partecipare a gruppi di lavoro e incontri a sostegno della genitorialità organizzati da enti locali, scuole, eccetera, nonché nell'assicurare una costanza nella frequenza scolastica negli anni di obbligo di istruzione;
   sostenere
ad personam, azioni di tutoring e mentoring e speciale tempo aggiuntivo gratuito dedicato a bambini e ragazzi che per motivi di esclusione sociale, culturale o per situazione di rischio psico-sociale o per debolezza nell'uso della lingua italiana siano indietro nelle competenze di base così come declinate dalla norma e in particolare dalle indicazioni nazionali per il curricolo della scuola di base e dai saperi e le competenze da acquisire entro il biennio dell'obbligo di istruzione;
   costruire «percorsi e progetti» di contrasto della dispersione scolastica a sostegno della effettiva riuscita del biennio dell'obbligo di istruzione fino a 16 anni, così come previsto dall'articolo 68 della legge finanziaria per l'esercizio 2007.

  In proposito si fa presente che proseguono le attività relative al monitoraggio del Piano straordinario per lo sviluppo della rete integrata dei servizi socio-educativi per la prima infanzia.
  Si rappresenta, inoltre, che è stato stipulato un protocollo d'intesa tra il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, l'Istat e la regione Emilia Romagna per la realizzazione di un progetto sperimentale volto alla creazione ed implementazione di un Sistema informativo nazionale sui servizi socio educativi per la prima infanzia (Sinse). Il progetto nasce con la finalità di disporre di informazioni sulle prestazioni erogate dalle singole unità di offerta, pubbliche e private, presenti sul territorio in materia di servizi socio educativi della prima infanzia. La creazione del sistema nazionale mira anche allo sviluppo e potenziamento a livello regionale di sistemi informativi regionali appropriati per adempiere al meglio alle esigenze di programmazione degli interventi, a loro monitoraggio e alla loro valutazione.
  Con riferimento alla materia della conciliazione dei tempi di vita lavorativa e familiare si segnala che il III Piano Biennale nazionale di azioni e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva ha previsto la promozione e l'aggiornamento della legge n. 53 del 2000 e del decreto legislativo n. 151 del 2001 al fine di sostenere ed accrescere una «genitorialità attiva» e supportare la capacità di cura nei momenti evolutivi; realizzare interventi per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.
  Va evidenziato, tra gli altri interventi, il Piano di azione coesione che, attraverso la riprogrammazione dei fondi comunitari co-finanziati per lo sviluppo del sud, rialloca risorse per 730 milioni di euro per interventi sull'inclusione sociale, segnatamente cura dell'infanzia (400) e degli anziani non autosufficienti (330).
  L'intervento è volto a raggiungere nel sud, per la cura dell'infanzia e degli anziani non-autosufficienti, un maggiore grado di copertura e una migliore qualità, riducendo le ineguaglianze di opportunità legate alle condizioni economico sociali della famiglia, accrescendo la libertà di scelta delle donne e promuovendo attività e lavori innovativi anche attraverso il privato sociale. Gli interventi assumono particolare rilievo in una fase di forte pressione sui redditi delle famiglie. Il programma è costruito sulla base di metodi, requisiti e filiere di attuazione (con un ruolo centrale degli enti locali, nonché del privato sociale e del privato) già sperimentati ed è coerente con gli indirizzi nazionali nei campi sanitario e sociale. Obiettivi e risultati sono misurati da appositi indicatori in parte già disponibili nell'ambito del sistema degli «obiettivi di servizio» o rilevati allo scopo, che consentiranno ai cittadini la verifica dell'attuazione.
  Per le famiglie con figli minori di 3 anni è attualmente attivo il programma Carta acquisti. Si rammenta che la carta acquisti è stata introdotta dall'articolo 81, comma 32, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, (convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133) con la finalità di offrire un sostegno alle persone meno abbienti negli acquisti di generi alimentari, prodotti farmaceutici e parafarmaceutici e per il pagamento delle bollette domestiche di luce e gas.
  Attualmente è inoltre in via di avanzata definizione il decreto attuativo della
social card sperimentale, introdotta a seguito della conversione in legge del cosiddetto decreto «Semplificazione e sviluppo» (decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, convertito in legge dalla legge di conversione 4 aprile 2012, n. 35), destinata alle famiglie in situazione di disagio economico, senza limiti di età per i beneficiari. La gestione della social card sperimentale sarà affidata ai comuni con più di 250 mila abitanti, avrà la durata di un anno e potrà contare su risorse per 50 milioni di euro.
  I Ministeri del lavoro e delle politiche sociali e dell'economia e delle finanze definiranno i criteri di identificazione, per il tramite dei comuni, dei soggetti che potranno utilizzare la
social card sperimentale, l'ammontare delle disponibilità sulle singole carte acquisto, che sarà stabilita in funzione del nucleo familiare nonché le modalità con le quali i comuni potranno adottare la carta acquisti come strumento all'interno del sistema integrato di interventi e servizi sociali di cui alla legge 8 novembre 2000, n. 328.
  Infine, si fa presente che, attraverso la riprogrammazione da parte del Ministro per la coesione territoriale delle risorse del piano di azione e coesione, sono state destinate proprio alle regioni del Mezzogiorno ulteriori risorse per finanziare i servizi di cura a favore delle componenti fragili delle famiglie.

Il Sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche socialiCecilia Guerra.


   MIGLIOLI e MIOTTO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   in queste settimane è stato diffuso in 300.000 famiglie italiane a cura della presidenza del Consiglio dei ministri, in collaborazione con il Ministero della salute, un questionario riguardante le abitudini e gli stili di vita degli italiani;
   il questionario si compone di 13 pagine ed intende acquisire informazioni sull'uso di tabacco, sull'assunzione di alcool, di farmaci e di sostanze stupefacenti, e chiede informazioni sulle abitudini di gioco, compreso quello di azzardo, ma a pagina 10 dopo aver chiesto notizie sull'uso di sostanze psicoattive, chiede se queste possono essere scambiate per incensi, profumatori ambientali, sali da bagno o fertilizzanti ed, inoltre, chiede il luogo ove sono state reperite, formulando quattro risposte preordinate:
    internet;
    smart shop;
    erboristerie/drogherie;
    altro da specificare;
   la evidente allusione alla erboristeria come luogo ove sarebbe possibile procacciarsi sostanze stupefacenti ha determinato la protesta della Federazione erboristi italiani che ha denunciato il grave rischio di immagine che ne deriva a tutto il settore che certamente non ha alcuna contiguità con luoghi ove si esercita lo spaccio di sostanze stupefacenti –:
   quale iniziative urgenti il Governo intenda assumere allo scopo di evitare che un settore economico e commerciale già penalizzato dalla diffusa crisi economica possa essere ulteriormente danneggiato da un messaggio fuorviante che il questionario in argomento indiscutibilmente trasmetta;
   quale sia l'ammontare della spesa prevista per la diffusione, raccolta ed elaborazione dei citati questionari e quale sia l'Amministrazione tenuta a finanziarla.
(4-16348)

  Risposta. — Con l'interrogazione in esame, viene rappresentato che il questionario avente ad oggetto le abitudini e gli stili di vita degli italiani trasmesso per posta dalla Presidenza del Consiglio dei ministri – dipartimento per le politiche antidroga, in collaborazione con il Ministero della salute, ha determinato la protesta della federazione erboristi italiani, in quanto in esso sarebbero contenute domande fuorvianti tali da poter danneggiare il settore delle erboristerie, già penalizzato dalla diffusa crisi economica.
  Al riguardo si rappresenta che l'indagine cui fa riferimento l'interrogante si inquadra tra le iniziative di uno studio internazionale, realizzato in venticinque paesi dell'Unione europea, in aderenza alle linee guida dell'osservatorio europeo.
  Con il questionario vengono poste domande in ordine all'utilizzo di sostanze come l'alcol, il tabacco e gli stupefacenti, nonché per acquisire informazioni in merito alla propensione al gioco, ai fini di una valutazione epidemiologica, per uno studio approfondito di tutte le forme di dipendenza e tra queste la ludopatia.
  In considerazione dell'obiettivo perseguito, è evidente che le domande in esso contenute sull'uso di sostanze psicoattive, che potrebbero essere scambiate per innocui prodotti di erboristeria, non intendono arrecare alcun pregiudizio alle attività commerciali del nostro paese né negli altri paesi dell'Unione europea.
  Va sottolineato, peraltro, che l'esigenza di inserire nel questionario anche le erboristerie è nata da alcune segnalazioni al Sistema nazionale di allerta precoce e risposta rapida per le droghe –
national early warning system (News), attivato alla fine del 2008 anche nel nostro paese dal Dipartimento per le politiche antidroga.
  Il «sistema di allerta», che ha sede presso l'osservatorio nazionale del dipartimento politiche antidroga, ha il duplice obiettivo di individuare precocemente i fenomeni potenzialmente pericolosi per la salute pubblica, correlati alla comparsa di nuove sostanze e di nuove modalità di consumo e di attivare segnalazioni di pre-allerta od allerta, al fine di un immediato coinvolgimento delle strutture deputate alla tutela della salute per l'eventuale attivazione di misure in risposta alle emergenze.
  Il «sistema di allerta» ha realizzato negli ultimi tre anni una serie di attività che hanno contribuito significativamente a ridurre la circolazione di nuove sostanze psicoattive nel nostro paese ed a contenere tra i consumatori episodi di intossicazione anche letale.
  La proficua collaborazione con l'osservatorio europeo, attraverso il punto focale nazionale del dipartimento politiche antidroga, ha consentito di rendere estremamente rapidi gli scambi informativi tra il livello europeo e quello nazionale.
  Nel corso dell'ultimo biennio sono state segnalate al «sistema di allerta» due erboristerie (una a Verona e una a Torino), che vendevano liberamente integratori alimentari che in realtà contenevano i principi attivi
sildenafil, tadalafil e vardenafil, sostanze che possono essere vendute solo dietro prescrizione medica. I rischi legati all'assunzione impropria dei suddetti princìpi attivi sono particolarmente importanti se associati all'uso di altri farmaci, quali i nitrati utilizzati nel trattamento e nella profilassi degli attacchi anginosi.
  Il questionario, inviato alla popolazione nel 2012, fa parte di uno studio sui comportamenti della popolazione generale (dai 18 ai 64 anni) nei confronti delle sostanze psicoattive e rientra tra le attività di monitoraggio del fenomeno del consumo di droga in Italia, come previsto dall'articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990. Lo studio rientra anche tra le attività previste dal protocollo standard di monitoraggio epidemiologico dell'Emcdda (
European monitoring centre for drugs and drug addiction) nella popolazione generale ed in quella scolastica (dai 15 ai 19 anni). Il protocollo Emcdda prevede la rilevazione del consumo di sostanze psicotrope (cannabis, oppiacei, cocaina, crack, ecstasy, amfetamine, allucinogeni, solventi, inalanti ed altre) per genere e fasce di età.
  Lo studio europeo per l'Italia è promosso, con cadenza biennale, dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, finanziato su un capitolo di spesa del dipartimento politiche antidroga, in collaborazione con il Ministero della salute ed il Consorzio universitario di economia industriale e manageriale (Cueim).
  Il costo, ad esclusione delle spese postali per l'invio dei questionari (invio ed eventuale sollecito) e per il recapito delle risposte al Dipartimento delle politiche antidroga, è di 154.400 euro, mentre il corrispettivo per le attività oggetto della convenzione con Poste italiane Spa ammonta ad euro 120.000.

Il Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazioneAndrea Riccardi.


   MINARDO. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   prima della riforma delle pensioni era stato siglato un accordo tra Poste italiane ed alcuni dipendenti nel quale era contemplato l'accompagnamento alla pensione;
   chi ha aderito volontariamente a tale accordo ed alla conseguente procedura di dimissioni incentivate dal servizio, rientra nella successiva manovra di Governo;
   i dipendenti in questione non sono più in servizio dal 1° gennaio 2012;
   la citata riforma ha stravolto a posteriori le condizioni del contratto tra Poste italiane ed i lavoratori, facendo venir meno lo scopo dell'accordo: l'accompagnamento alla pensione;
   ne conseguirebbe la negazione dei requisiti per l'accesso alla pensione e del sostegno economico per periodi che vanno da due a sette anni –:
   se il Ministro non ritenga necessario trovare urgentemente una soluzione a queste situazioni di criticità e dare risposte concrete agli interessati ed alle rispettive famiglie;
   se il Ministro non intenda predisporre le opportune iniziative anche normative, per correggere e sanare la situazione, senza arrecare ulteriori danni a quanti hanno aderito ad un accordo precedente gli interventi di Governo. (4-14750)

  Risposta. — L'interrogazione parlamentare in esame concerne le iniziative, anche normative, che il Governo intende adottare al fine di tutelare i lavoratori che, prima della riforma dei requisiti di accesso al sistema pensionistico attuata con il decreto-legge n. 201 del 2012, hanno siglato con il proprio datore di lavoro un accordo di esodo incentivato e che, in conseguenza dell'elevazione dell'età pensionabile, si trovano senza copertura reddituale.
  In merito, occorre premettere che la riforma previdenziale si è resa necessaria per conseguire ineludibili effetti di stabilizzazione finanziaria ed è stata ispirata a criteri di equità intragenerazionale e intergenerazionale, flessibilità nell'accesso ai trattamenti pensionistici, armonizzazione, semplificazione ed economicità al fine di garantire nel tempo il rispetto dei vincoli di bilancio e la sostenibilità del sistema.
  Ciò posto, si precisa che, il legislatore ha introdotto fin dall'inizio alcune deroghe alla nuova disciplina di accesso al pensionamento prevista dall'articolo 24 del decreto-legge n. 201 del 2011 (cosiddetto salva Italia), allo scopo di garantire ad una determinata platea di lavoratori l'accesso al trattamento pensionistico secondo le regole vigenti prima dell'entrata in vigore della riforma.
  In primo luogo, il comma 14 del medesimo articolo 24, ha previsto l'applicazione dei previgenti requisiti di accesso e di regime delle decorrenze nei confronti di chi avesse maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2011 e di chi, prossimo al pensionamento, pur maturando i requisiti per l'accesso al pensionamento successivamente al 31 dicembre 2011, avesse perso o lasciato il lavoro in vista dell'accesso in tempi non lunghi al trattamento pensionistico.
  La finalità primaria della norma di salvaguardia di cui al comma 14 dell'articolo 24 è stata, pertanto, quella di evitare che lavoratori ormai privi di lavoro si trovassero, nelle more dell'accesso al pensionamento, senza un sostegno reddituale.
  Le disposizioni di cui al decreto-legge n. 201 del 2011, cui si sono aggiunte le salvaguardie di cui all'articolo 6 del decreto-legge n. 216 del 2011 (cosiddetto proroga termini), sono state attuate con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze del 1o giugno 2012, che, nel determinare in 65.000 unità il contingente di lavoratori esclusi dall'applicazione dei nuovi requisiti pensionistici, ha dovuto tenere conto dello stringente vincolo finanziario fissato dal comma 15 dell'articolo 24 del decreto-legge n. 201 del 2011.
  Tuttavia, il Governo, nella consapevolezza che il contingente di lavoratori individuato con il decreto del 1o giugno 2012 non esaurisce la platea delle persone interessate, è nuovamente intervenuto al fine di garantire tutela reddituale ad ulteriori platee di lavoratori.
  È stato, quindi, emanato il decreto-legge n. 95 del 2012, il quale, all'articolo 22, prevede che le disposizioni in materia di requisiti di accesso e di regime delle decorrenze previgenti alla riforma di cui al decreto-legge n. 201 del 2011 continuano ad applicarsi nei confronti di ulteriori 55.000 soggetti ancorché maturino i requisiti per l'accesso al pensionamento successivamente al 31 dicembre 2011.
  In particolare, il beneficio è stato esteso: ai lavoratori per i quali le imprese abbiano stipulato in sede governativa entro il 31 dicembre 2011 accordi finalizzati alla gestione delle eccedenze occupazionali con utilizzo di ammortizzatori sociali ancorché alla data del 4 dicembre 2011 gli stessi lavoratori non risultino ancora cessati dall'attività lavorativa e collocati in mobilità; ai lavoratori che, alla data del 4 dicembre 2011, non erano titolari di prestazione straordinaria a carico dei fondi di solidarietà di settore di cui all'articolo 2, comma 28, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, ma per i quali il diritto all'accesso ai predetti fondi era previsto da accordi stipulati alla suddetta data e ferma restando la permanenza nel fondo fino al sessantaduesimo anno di età; ai lavoratori autorizzati alla prosecuzione volontaria antecedentemente al 4 dicembre 2011 che perfezionano i requisiti anagrafici e contributivi utili a comportare la decorrenza del trattamento pensionistico, secondo la disciplina vigente alla data di entrata in vigore del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, nel periodo compreso fra il ventiquattresimo e il trentaseiesimo mese successivo alla data di entrata in vigore del medesimo decreto-legge; ai lavoratori il cui rapporto di lavoro si sia risolto entro il 31 dicembre 2011, in ragione di accordi individuali o in applicazione di accordi collettivi di incentivo all'esodo stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative a livello nazionale, che risultino in possesso dei requisiti anagrafici e contributivi che, in base alla disciplina pensionistica vigente prima della data di entrata in vigore del citato decreto-legge n. 201 del 2011, avrebbero comportato la decorrenza del trattamento medesimo nel periodo compreso fra il ventiquattresimo e il trentaseiesimo mese successivo all'entrata in vigore del decreto-legge n. 201 del 2011.
  In conclusione, i vari provvedimenti adottati dal Governo, pur dovendo tenere conto dei limiti imposti dalla scarsità risorse finanziarie disponibili, hanno inteso dare risposta innanzitutto ai soggetti già usciti dal lavoro e quindi in più immediata situazione di necessità e, in secondo luogo, ad ulteriori categorie di lavoratori per i quali il rischio di trovarsi senza reddito non era così imminente, ispirandosi a criteri di equità, come la vicinanza alla pensione e l'età anagrafica e contributiva del lavoratore, oltre che di sostenibilità finanziaria.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   MINARDO. — Al Ministro della difesa, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   da anni ormai si parla della costruzione di almeno tre antenne MUOS nel comune di Niscemi (Caltanissetta), piuttosto che a Sigonella, come inizialmente previsto;
   sembra che ad impedire l'installazione a Sigonella sarebbe stato uno studio sull'impatto delle onde elettromagnetiche generate dalle grandi antenne, sconsigliate in prossimità di veicoli dotati di armamento o comunque di strumentazioni influenzabili dalle emissioni elettromagnetiche del trasmettitore;
   non è stato possibile accedere informazioni certe sul rischio di impatto ambientale elettromagnetico e sui pericoli per il personale che vi verrà esposto, poiché sembrerebbe che la misurazione dell'inquinamento da radiofrequenze sarà eseguita solo quando i sistemi saranno installati e pronti ad operare;
   non è stato reso noto se si sia effettuata un'analisi, e di che tipo, per verificare se ci potranno essere interferenze con le abitazioni, i luoghi aperti al pubblico, le apparecchiature elettroniche mediche, le attrezzature ospedaliere, e altro;
   non è stata data alcuna notizia sulla valutazione ed esclusione della possibilità che tale insediamento possa creare problemi al vicino aeroporto di Comiso, infrastruttura estremamente importante per il territorio, ormai in via di definizione –:
   se non si intenda valutare a fondo la situazione con tutte le possibili conseguenze e fornire risposte concrete agli abitanti della zona, che da tempo chiedono interventi concreti e rassicurazioni;
   se, i Ministri interrogati, per quanto di competenza, non intendano verificare le ripercussioni che le onde elettromagnetiche generate dall'impianto potrebbero avere sui macchinari medici e quelli della struttura aeroportuale di Comiso. (4-15412)

  Risposta. — Si conferma, in premessa, la realizzazione di uno dei quattro terminali terrestri Muos (Mobile user objective system) nell'area del demanio militare di Niscemi, già adibita a stazione radio in utilizzo alla Marina militare degli Stati Uniti d'America.
  L'area interessata dal nuovo terminale terrestre ricade in una zona protetta ai fini della preservazione dell’
habitat; tuttavia, in considerazione di ciò, è stato presentato lo studio di valutazione di incidenza ambientale e la relazione paesaggistica alla regione Sicilia per le approvazioni prescritte dalla normativa vigente (direttiva 92/43/CEE; decreto del Presidente della Repubblica 8 settembre 2003, n. 357).
  In data 28 giugno 2011, con protocollo 43182, la regione Sicilia per il tramite dell'assessorato del territorio ha autorizzato la realizzazione dell'opera in argomento.
  In proposito occorre evidenziare che nel corso dell'istruttoria di approvazione da parte della regione Sicilia, l'azienda regionale protezione ambientale (Arpa) della Sicilia, ovvero l'ente di garanzia per la salute pubblica, ha condotto una serie di rilevazioni e studi, riportati nei documenti n. 2535 del 18 febbraio 2009 ed integrazione n. 9196 del 27 maggio 2009.
  Le conclusioni ufficiali dell'Arpa indicano nel primo documento che: «nelle aree circostanti la base radio della Marina Militare USA di Niscemi (NTRF) il contributo al campo elettromagnetico fornito dalle antenne paraboliche in progetto è trascurabile, a condizione che gli angoli di elevazione siano tali che l'asse di irradiazione principale non intercetti alcuna area accessibile alla popolazione» e nel secondo documento integrativo che: «i valori di campo elettromagnetico generati dalle antenne elicoidali TACO mod. H124 all'esterno del perimetro della base militare siano compatibili con il limite di esposizione, con il valore di attenzione e con l'obiettivo di qualità di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 8 luglio 2003».
  La regione Sicilia ha acquisito inoltre un parere del dipartimento di ingegneria elettronica e delle telecomunicazioni della facoltà di ingegneria di Palermo che ha confermato che il sistema di trasmissione Muos non comporta condizioni di rischio per la salute dell'uomo.
  Gli Usa, nella relazione esplicativa dello specifico studio di impatto ambientale elettromagnetico hanno dichiarato che «... ai sensi del decreto ministeriale n. 381 del 1998... la misurazione dell'inquinamento da radiofrequenze ... sarà eseguita appena i sistemi saranno installati e pronti ad operare».
  A garanzia e verifica della rispondenza di tale impianto di telecomunicazioni alla specifica normativa nazionale vigente in materia di emissioni elettromagnetiche, il Muos non potrà diventare operativo se prima non sarà sottoposto a collaudo.
  In tale quadro, un'apposita commissione congiunta, a lavori ultimati, dovrà comparare le effettive emissioni elettromagnetiche con quelle previste dallo studio di progetto e l'eventuale incompatibilità del sistema con le leggi nazionali e le apparecchiature di telecomunicazioni già operanti in sito.
  Non si è a conoscenza di eventuali studi riguardanti possibili interferenze con il «vicino aeroporto di Comiso».
  Tuttavia, per completezza di informazione, si evidenzia che nella lettera di approvazione del progetto, la direzione generale delle telecomunicazioni della difesa specifica che «non si ravvisano elementi sufficienti a determinare significative interferenze sui sistemi di comunicazioni nazionali attualmente installati presso il sito».
  L'ubicazione originariamente prevista dagli Usa presso l'aeroporto di Sigonella era stata modificata in quanto dagli studi preliminari effettuati era emerso il rischio di interferenze tra il sistema Muos e i sistemi operativi di telecomunicazione della base stessa e dei velivoli ivi operanti.
  Tuttavia giova evidenziare che nei citati documenti ufficiali del 18 febbraio 2009 ed integrazione del 27 maggio 2009 dell'Arpa viene peraltro, già considerato il documento redatto nel gennaio 2006 da
Space and naval warfare systems center – Charleston, South Carolina – task number E05121, nel quale viene dichiarato che nessuno dei numerosi trasmettitori locali o remoti presenti in un raggio fino a 75 chilometri dalla stazione radio di Niscemi (che include l'aeroporto di Comiso), subirà interferenza di natura elettromagnetica per effetto del Muos.
Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   PORTA, GIANNI FARINA, BUCCHINO, GARAVINI, FEDI e NARDUCCI. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   i Comitati per gli italiani all'estero (COMITES), sono stati riformati con la legge 23 ottobre 2003 n. 286, all'indomani della approvazione delle modifiche costituzionali che hanno introdotto la Circoscrizione estero e della normativa sul voto per corrispondenza, con l'intento di realizzare un nuovo equilibrio nel sistema di rappresentanza rafforzando le istanze di base della partecipazione democratica;
   tali organismi, tramite indispensabile tra le istituzioni e l'amministrazione dello Stato italiano e la vita delle nostre comunità all'estero, hanno subito un progressivo depotenziamento di funzioni e di capacità operative sia per una loro non sempre adeguata valorizzazione da parte delle autorità consolari che per la contrazione degli investimenti per le politiche migratorie, tra i quali anche le risorse destinate al funzionamento dei COMITES;
   tali finanziamenti sono passati da 3.300.000 euro circa dell'inizio della legislatura a 1.900.000 del 2011 e a 1.316.000 euro di quest'anno, con una riduzione complessiva di oltre il 60 per cento, un livello di sostegno che, come testimoniano le numerose dichiarazioni dei rappresentanti di tali organismi in diverse parti del mondo, nella maggior parte dei casi non consente di soddisfare nemmeno le esigenze più elementari di funzionamento;
   il duplice rinvio delle elezioni per il rinnovo di COMITES e CGIE, che di fatto ha spostato di tre anni la possibilità di operare un ricambio di energie in organismi fondati sul volontariato dei singoli e del mondo associativo, ha contribuito a svuotare di energie e di positiva tensione le istanze di rappresentanza di base e intermedie, incidendo sulle possibilità di animazione civile e culturale delle comunità e sulle opportunità di dialogo del Paese con la sua rete di riferimenti nel mondo;
   è urgente invertire questa spirale critica della vita dei COMITES prima che la loro crisi diventi irreversibile e assumere, quindi, misure d'emergenza capaci di preservarne l'attività e di salvaguardarne i livelli operativi minimi, a beneficio delle comunità e del sistema di relazioni dell'Italia nel mondo –:
   se non ritenga indispensabile ricercare nel corso del corrente anno finanziario le occasioni per riportare il livello minimale di finanziamento dei COMITES almeno a quello, pur limitato, dello scorso esercizio finanziario;
   se, in via di assoluta emergenza e con comprensibile urgenza, non voglia disporre in via amministrativa che i COMITES che hanno la loro sede in strutture di proprietà o in gestione dello Stato italiano siano completamente liberati dagli oneri di affitto e di partecipazione alle spese di protezione e condominiali, in modo che le scarse risorse attribuite possano essere destinate non agli oneri di mera sopravvivenza ma a spese di attività;
   se non consideri necessario disporre un'operazione di monitoraggio della reale condizione dei COMITES nelle diverse aree del mondo e delle situazioni di insolvenza finora maturate a causa della caduta dei contributi ministeriali, allo scopo di evitare che molte di tali situazioni si trasferiscano sul piano giudiziario, con seri danni finanziari e d'immagine, e al fine di predisporre un piano straordinario di risanamento e normalizzazione finanziaria degli organismi di rappresentanza degli italiani all'estero;
   se abbia disposto la convocazione delle operazioni elettorali di rinnovo dei COMITES e del CGIE che si devono svolgere per legge entro dicembre del corrente anno, in modo da avere l'auspicato ricambio di tali organismi entro l'autunno. (4-15444)

  Risposta. — Nel solco della tradizione e dell'esperienza che il Ministero degli affari esteri ha sviluppato nell'assistenza e nel servizio alle collettività italiane all'estero, il Governo tiene in grande considerazione l'esigenza da tempo sentita di una riforma degli organismi rappresentativi dei nostri connazionali (Comites e consiglio generale degli italiani all'estero), che persegua il duplice obiettivo di conseguire significativi risparmi nelle relative spese di elezione e funzionamento – necessità tanto più stringente nel presente, delicatissimo quadro di finanza pubblica – e di assicurare al contempo maggiore efficacia alla loro azione.
  Va notato che l'interesse per l'esito della riforma degli organismi in questione è trasversale tra le forze politiche e si riflette nelle numerose proposte di legge di riforma presenti in Parlamento, che potrà avvalersi dell'esperienza e delle valutazioni che il Ministero degli affari esteri mette a disposizione.
  La questione della riforma degli organismi rappresentativi delle collettività italiane all'estero è stata al centro dei lavori del comitato di Presidenza del Cgie tenutosi nei giorni 5-6 giugno 2012, a margine del quale il Ministro Terzi ed il Segretario generale del Cgie Carezza hanno convenuto di costituire un tavolo di lavoro Mae-Cgie per discutere delle linee guida da adottare ai fini di una revisione complessiva della normativa in materia.
  In occasione del comitato di Presidenza del 18 e 19 settembre 2012 si è stabilito che il tavolo di lavoro si concentri in particolare sull'analisi e discussione dei differenti livelli di rappresentanza (Comites, Cgie e parlamentari eletti nella circoscrizione estero) allo scopo di identificarne i punti di forza e di debolezza.

  Nel frattempo, il decreto-legge 30 maggio 2012, n. 67 (convertito, con modificazioni, in legge 23 luglio 2012, n. 118), ha rinviato le elezioni per il rinnovo di Comites e Cgie, previste per il 2012, quantificando il relativo risparmio di spesa in 3.539.000 euro per il 2012, che sono stati destinati al sostegno degli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana (nella misura di 2.000.000 euro), all'assistenza diretta ed indiretta dei connazionali all'estero (nella misura di 1.339.000 euro) e al funzionamento dei Comites (200.000 euro).
  Tali risorse aggiuntive, intervenendo in un momento particolarmente delicato per la finanza pubblica e in un quadro caratterizzato da una considerevole diminuzione delle risorse negli ultimi anni, si tradurranno in contributi integrativi agli enti gestori per il mantenimento delle iniziative prioritarie e l'eventuale realizzazione di ulteriori interventi di promozione della lingua e cultura italiana, per il rifinanziamento delle attività di assistenza diretta e indiretta a favore dei nostri connazionali all'estero in condizioni di indigenza ed anche per il funzionamento dei Comites prorogati.
  Il succitato decreto-legge 67 del 2012 ha altresì previsto che le prossime elezioni dei Comites avvengano anche mediante l'utilizzo di tecnologia informatica. Spetta ad un regolamento, da adottarsi entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge di conversione (cioè entro il 31 gennaio 2013), stabilire le modalità di votazione e scrutinio. L'obiettivo è quello di individuare modalità che garantiscano il rispetto dei principi di personalità e segretezza del voto e consentano al medesimo tempo la maggiore partecipazione possibile.
  Il Ministero degli affari esteri ha già avviato al proprio interno i lavori in vista della predisposizione di tale regolamento e, in collaborazione con la rete degli uffici consolari, ha intrapreso un'operazione di raccolta degli indirizzi e-mail dei nostri connazionali residenti all'estero, che potranno essere utilizzati – oltre che per il voto informatico – anche in vista dell'attivazione della piattaforma digitale di servizi consolari a distanza.
  Il Governo conferma la propria disponibilità a fornire informazioni sulle modalità di voto e scrutinio, una volta che queste saranno individuate.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriStaffan de Mistura.


   REGUZZONI. — Al Ministro degli affari esteri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere:
   se e quali accordi bilaterali nel settore del trasporto aereo siano in fase di revisione;
   se e quali revisioni consentiranno di aumentare le connessioni del nostro Paese con Paesi terzi. (4-17065)

  Risposta. — A seguito dell'entrata in vigore della legge 2 del 2009 (decreto «Salva Malpensa») il Ministero degli affari esteri, d'intesa con il Ministero dei trasporti e l'ente nazionale aviazione civile, ha messo a punto una road map operativa, periodicamente aggiornata, che ha dato il via alla rinegoziazione degli accordi aerei con numerosi Paesi extra Unione europea individuati sulla base di valutazioni strategiche (ad oggi 64).
  A tali Paesi sono state inviate, in aggiunta alla richiesta di carattere generale di rinegoziare l'accordo aereo in vigore e di includere le clausole comunitarie per la liberalizzazione dello spazio aereo, proposte ad hoc sulla base dello specifico interesse per lo sviluppo delle relazioni aeree bilaterali.
  Proposte di intese tecniche nell'ambito di quanto previsto dall'accordo europeo sullo spazio aereo comune europeo (ECAA) sono state fatte pervenire ai Paesi dell'area europea che vi hanno aderito.
  Ad oggi sono stati emendati 33 accordi aerei, tra quelli individuati a seguito del Decreto «Salva Malpensa» e delle seguenti strategie concordate con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, ed ENAC.
  Proseguono e sono attualmente in corso i negoziati con altri 22 Paesi.
  Nelle more della conclusione delle nuove intese, sono state peraltro concesse autorizzazioni provvisorie, ex lege 2 del 2009, che hanno consentito di ampliare in modo consistente i diritti di traffico di vettori stranieri sugli hub nazionali.
  Questa intensa attività ha favorito un sensibile aumento delle frequenze disponibili per le compagnie operanti, la designazione di vettori multipli, l'inclusione nelle nuove intese delle clausole previste dall'Unione europea negli accordi bilaterali conclusi o rinegoziati dagli Stati membri ed un potenziamento del traffico aereo sugli scali italiani, in particolare Malpensa, grazie all'incremento delle rotte e dei diritti di traffico fruibili.
  Con tale spirito e con l'obiettivo ultimo di incrementare i collegamenti aerei con l'Italia, proseguono i negoziati con i Paesi le cui intese sono in corso di finalizzazione.
  Per completezza di informazione, si allega un quadro completo dei negoziati avviati, finalizzati e di quelli in corso (disponibile presso il Servizio Assemblea).
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriMarta Dassù.


   REGUZZONI. — Al Ministro degli affari esteri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   in attuazione del Regolamento (CE) 847/2004, la legge 28 gennaio 2009 n. 2 prevede una sostanziale liberalizzazione del trasporto aereo da attuarsi anche mediante revisione degli accordi bilaterali che ne disciplinano i vari aspetti;
   il nostro Paese ha intrapreso la procedura di revisione di detti accordi bilaterali con il Bahrain, inviando una nota verbale di carattere generale che prospetta l'apertura di negoziati per una maggiore liberalizzazione degli accordi aerei attualmente in vigore –:
   se sia pervenuta una conclusione dei negoziati ovvero quale sia lo stato della trattativa;
   quali siano i contenuti dell'intesa o le problematiche che ne impediscono la conclusione;
   se e quali iniziative il Governo intenda attuare ai fini di migliorare le condizioni di concorrenza e liberalizzazione del trasporto aereo. (4-17164)

  Risposta. — L'11 novembre 2010 è stato parafato a Roma, dalle autorità aeronautiche dei due Paesi, un protocollo aggiuntivo all'accordo aereo bilaterale sui servizi aerei (ASA) tra l'Italia ed il Bahrein firmato il 16 ottobre 2000. Il Protocollo introduce nell'accordo le clausole richieste dalla normativa comunitaria e, successivamente alla firma, permetterà l'avvio della procedura di ratifica da parte italiana dell'Accordo del 2000, che era stata sospesa al fine di permetterne l'adeguamento alle nuove regole dell'Unione europea formalizzate con il regolamento n. 847 del 2004.
  La firma del protocollo era stata programmata nel corso della visita dell'allora Ministro degli affari esteri Frattini a Manama, il 3 e 4 dicembre 2010, in occasione del «Manama Dialogue» (incontro ad alto livello organizzato annualmente dall'istituto di studi strategici di Londra), ma non poté aver luogo in virtù della brevità della visita.
  La delicata situazione interna del Bahrein non ha offerto successive occasioni per la firma. Il miglioramento della situazione del Paese e il superamento della fase più acuta delle proteste nella regione pongono ora le condizioni per procedere quanto prima alla formalizzazione del protocollo ed all'avvio della procedura di ratifica.
  Tuttavia, al fine di regolare operativamente i rapporti aeronautici bilaterali, i due Ministeri competenti hanno contestualmente firmato un memorandum di intesa, che ha previsto per entrambe le parti la liberalizzazione del numero di vettori designabili (in precedenza limitati a due), 7 frequenze passeggeri e 3 frequenze all-cargo (in precedenza 7 totali tra passeggeri e cargo), diritti di terza e quarta libertà, la possibilità di co-terminalizzare i servizi ed una clausola di code-sharing tra le compagnie della stessa parte, della controparte e di Paesi terzi.
  Quanto alla tabella delle rotte, per i vettori del Bahrein sono previsti Roma e Milano quali scali di destinazione ed altri punti liberi in Europa. Per i vettori italiani, Manama è lo scalo di destinazione e sono stati concordati punti liberi in Medio oriente ed Asia. Gli scali intermedi sono stati liberalizzati.
  Con l'occasione è stato altresì parafato un Protocollo aggiuntivo all’Air services agreement del 2000 con il quale sono state previste le cosiddette «clausole comunitarie» in materia di designazione e revoca di vettori, di tariffe, di security e ground handling nonché di disciplina del leasing, della conversione di valuta e delle rimesse.
  Dal punto di visto operativo, le nuove intese hanno favorito un sensibile aumento delle frequenze disponibili per le compagnie operanti ed un potenziamento del traffico aereo sugli scali italiani designati grazie all'incremento delle rotte e dei diritti di traffico fruibili. In particolare, Gulf Air ha attivato 4 voli settimanali su Milano Malpensa (da aprile 2011) ed altri 4 servizi su Roma Fiumicino (da dicembre 2011).
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriMarta Dassù.


   REGUZZONI. — Al Ministro degli affari esteri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   l'attuazione del regolamento (CE)n. 847/2004, la legge 28 gennaio 2009 n. 2 prevede una sostanziale liberalizzazione del trasporto aereo da attuarsi anche mediante revisione degli accordi bilaterali che ne disciplinano i vari aspetti;
   il nostro Paese ha intrapreso la procedura di revisione di detti accordi bilaterali con la Thailandia, inviando una nota verbale di carattere generale che prospetta l'apertura di negoziati per una maggiore liberalizzazione degli accordi aerei attualmente in vigore –:
   se sia pervenuta una conclusione dei negoziati ovvero quale sia lo stato della trattativa;
   quale siano i contenuti dell'intesa o le problematiche che ne impediscono la conclusione;
   in caso di positiva conclusione, se vi siano ulteriori elementi migliorativi che il nostro Paese intende ulteriormente richiedere;
   se e quali iniziative il Governo intenda attuare ai fini di migliorare le condizioni di concorrenza e liberalizzazione del trasporto aereo. (4-17206)

  Risposta. — La Thailandia è stata inserita nella lista dei Paesi extra-UE a cui proporre in via prioritaria la rinegoziazione dei vigenti accordi aerei alla luce di quanto disposto dal «Decreto salva Malpensa» (legge 2 del 2009).
  È stata dunque formalmente avanzata, per le vie diplomatiche, la richiesta di revisione degli accordi aerei bilaterali attualmente in vigore e, con l'occasione, le autorità thailandesi sono state informate che autorizzazioni provvisorie, in deroga agli attuali accordi, sarebbero state rilasciate alle compagnie interessate che ne avessero fatto richiesta.
  Si è tuttora in attesa delle valutazioni thailandesi sulle proposte avanzate e di riscontri da parte di quelle autorità.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriStaffan de Mistura.


   REGUZZONI. — Al Ministro degli affari esteri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   in attuazione del regolamento (CE) n. 847/2004, la legge 28 gennaio 2009, n. 2, prevede una sostanziale liberalizzazione del trasporto aereo da attuarsi anche mediante revisione degli accordi bilaterali che ne disciplinano i vari aspetti;
   il nostro Paese ha intrapreso la procedura di revisione di detti accordi bilaterali con le Filippine, inviando una nota verbale di carattere generale che prospetta l'apertura di negoziati per una maggiore liberalizzazione degli accordi aerei attualmente in vigore –:
   se sia pervenuta una conclusione dei negoziati ovvero quale sia lo stato della trattativa;
   quale siano i contenuti dell'intesa o le problematiche che ne impediscono la conclusione;
   se e quali iniziative il Governo intenda attuare ai fini di migliorare le condizioni di concorrenza e liberalizzazione del trasporto aereo. (4-17672)

  Risposta. — Le Filippine, a seguito di una intesa tra Ministero degli affari esteri, Ministero dei trasporti ed ente nazionale aviazione civile, sono state inserite nella lista dei Paesi extra-UE a cui proporre in via prioritaria la rinegoziazione dei vigenti accordi aerei alla luce di quanto disposto dal «Decreto salva Malpensa» (legge 2 del 2009).
  È stata dunque formalmente avanzata, per le vie diplomatiche, la richiesta di revisione degli accordi aerei bilaterali attualmente in vigore. Con l'occasione, le autorità filippine sono state altresì informate che autorizzazioni provvisorie, in deroga agli attuali accordi, sarebbero state rilasciate alle compagnie interessate che ne avessero fatto richiesta.
  Si è tuttora in attesa delle valutazioni filippine sulle proposte avanzate. Nessuna richiesta di autorizzazione provvisoria extra-accordo è stata fatta pervenire alle autorità aeronautiche italiane.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriStaffan de Mistura.


   SBAI. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   la piccola Martina è stata nei fatti sequestrata dal padre, il signor Hassen Abdeljelil, nazionalità tunisina, per farla vivere islamically correct;
   il sequestro in Tunisia prosegue ormai da un anno e 4 mesi;
   la mamma Marzia Tolomeo non la sente e non la vede da mesi;
   il padre della bambina è stato privato della patria potestà dal Tribunale di Milano;
   dopo le precedenti sollecitazioni tramite sindacato ispettivo alcun risultato è stato raggiunto;
   l'Ambasciata a Tunisi non risulta abbia assolto al suo compito di tutelare una cittadina italiana, quale la bimba è a tutti gli effetti;
   il nuovo governo tunisino non ha mostrato su questo segni di cedimento –:
   come il Governo intenda procedere in relazione a questa vicenda;
   se il Governo intenda sollecitare le rappresentanze consolari italiane a Tunisi in merito a questa vicenda;
   se il Governo intenda esercitare un'azione diplomatica presso il Governo tunisino al fine di far tornare la bambina;
   come il Governo intenda gestire il rapporto diplomatico con la Tunisia, nel caso in cui questa decidesse, sebbene con un nuovo Governo, di non assumere iniziative per il ritorno della bambina.
(4-17487)

  Risposta. — Come noto all'interrogante l'attenzione del Ministero degli affari esteri e dell'ambasciata a Tunisi sul caso della piccola Martina è altissima.
  Assistita da personale dell'ambasciata e accompagnata dai propri genitori, la, signora Tolomeo ha fatto visita alla figlia dal 17 al 19 aprile 2012. Anche in questa occasione gli incontri si sono svolti come stabilito dal giudice tunisino, fra le ore 10.00 e le ore 16.00, in un clima apprezzabilmente sereno.
  Alla vigilia delle visite la connazionale ha incontrato il suo legale tunisino e, prima del suo rientro in Italia, l'ambasciatore Benassi che le ha ricordato l'importanza di una più assidua presenza in Tunisia, sia per gli evidenti risvolti psicologici a favore della minore, sia per una sua migliore posizione complessiva di fronte alle competenti autorità locali.
  Lo scorso 18 maggio, l'ambasciatore ha trasmesso al Ministro della giustizia tunisino, Noureddine Bhiri, un accorato appello della signora Tolomeo, richiamando la sua attenzione sulla vicenda.
  Il caso si trova ancora in una fase giudiziaria, nonostante sia intervenuto un importante sviluppo a favore della signora Tolomeo. In seguito all'udienza dello scorso 22 maggio il competente tribunale tunisino ha infatti disposto l’exequatur del decreto con cui il tribunale per i minorenni di Milano aveva dichiarato il signor Abdeljelil decaduto dall'esercizio della potestà genitoriale.
  La sentenza del tribunale tunisino è stata notificata all'interessato il successivo 17 agosto ed è attualmente in attesa di essere eseguita. Il ritardo nell'esecuzione del suddetto provvedimento è stato formalmente segnalato dalla nostra ambasciata al Ministero degli affari esteri tunisino, il 31 agosto 2012. Il 4 settembre l'ambasciatore Benassi ha scritto nuovamente al Ministro della giustizia Bhiri, sollecitando l'attuazione della decisione.
 Il 13 settembre lo stesso Ministro degli esteri Terzi, in occasione di un incontro a Roma, ha sensibilizzato il suo omologo tunisino sulla vicenda, sottolineando la forte attenzione con cui è seguita dal Governo italiano.
  Per completezza di informazione, si segnala inoltre che risulta ancora pendente il procedimento civile che il signor Abdeljelil ha incardinato presso il tribunale di Zaghouan, per ottenere l'affidamento della bambina: la prossima udienza dovrebbe tenersi a fine settembre 2012.
  L'impegno del Ministero degli esteri, attraverso l'ambasciata a Tunisi, proseguirà incessantemente per favorire il rimpatrio di Martina, nel suo superiore ed esclusivo interesse.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriStaffan de Mistura.


   MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   nelle giornate del 18 e 19 novembre 2010, presso il Comando delle forze operative terrestri con sede a Verona, si è svolta una riunione tra i delegati della categoria «B» del consiglio intermedio e quelli dei consigli di base provenienti dagli enti dipendenti dal citato comando;
   durante tale riunione i delegati hanno approvato con 132 voti favorevoli su 133 votanti un documento con il quale si appellano al Presidente della Repubblica nella qualità di Capo Supremo delle Forze Armate e massimo garante della Costituzione, affinché siano tutelati i diritti della libertà personale e di espressione di cui devono godere indistintamente tutti i cittadini, ancorché militari in attività di servizio;
   nel citato documento i convenuti all'assemblea hanno richiamato le nuove limitazioni introdotte con il codice dell'ordinamento militare emanato con il decreto legislativo del 15 marzo 2010, n. 66, tra cui desta particolare preoccupazione la disposizione contenuta nell'articolo 1349, comma 3, che stabilisce che «Agli ordini militari non si applicano i capi I, III e IV della legge 7 agosto 1990, n. 241.»;
   con l'interrogazione a risposta scritta n. 4-05315 gli interroganti avevano chiesto chiarimenti in merito alle affermazioni fatte dal generale Roggio (direttore generale della direzione generale per il personale militare) nel corso di un'audizione svoltasi, nel corso dell'indagine conoscitiva sulla condizione del personale delle forze armate e delle forze di polizia ad ordinamento militare, presso la 4° Commissione permanente del Senato il 4 novembre 2009;
   le richieste avanzate dal generale Roggio, nel corso della citata audizione, sono state integralmente recepite nel citato articolo 1349, ancorché appaiano ad avviso degli interroganti poco di dubbia legalità e contrarie ai princìpi ispiratori della legge n. 241 del 1990, cosiddetta legge sulla trasparenza degli atti amministrativi;
   il codice ha rappresentato per i vertici militari l'attesa occasione con cui attuare una rivisitazione delle norme dell'ordinamento militare, e finanche la loro riscrittura, con l'effetto di incidere di fatto negativamente sui diritti costituzionali di cui devono poter godere anche i cittadini militari, destando molti dubbi sul piano della legalità e del diritto;
   ad avviso degli interroganti, la disposizione contenuta nell'articolo 1349 può dare luogo all'emanazione di provvedimenti amministrativi non in linea con gli interessi delle Forze armate e del personale militare –:
   se il Ministro sia a conoscenza di quanto esposto in premessa e delle preoccupazioni espresse dai rappresentanti del personale militare;
   quali siano le motivazioni poste a fondamento della disposizione contenuta nell'articolo 1349 citato in premessa, se intenda assumere iniziative per porvi rimedio e come. (4-09779)

  Risposta. — Preme anzitutto evidenziare che il riassetto della disciplina previgente operato con il decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, recante il codice dell'ordinamento militare (COM), non ha inciso negativamente, né avrebbe potuto farlo, sui diritti costituzionali dei militari, come paventato dall'interrogante.
  Il codice, infatti, è un'opera di riassetto conforme ai principi e criteri direttivi per la semplificazione e il coordinamento formale della materia ai sensi dell'articolo 14, commi 14 e 15, della legge 28 ottobre 2005, n. 246, e dell'articolo 20 della legge 15 marzo 1997, n. 59.
  In adesione ai medesimi criteri, nella «Relazione introduttiva» al provvedimento si legge:
   al punto 7, secondo periodo, che «La codificazione, sia per quanto riguarda il Codice delle norme primarie, sia per quanto riguarda il Testo unico regolamentare, è avvenuta nel rispetto dei criteri di delega, secondo i parametri del coordinamento formale e sostanziale e del riassetto normativo, come elaborati dalla giurisprudenza della Corte costituzionale e del Consiglio di Stato»;
   al punto 7.1, che «Il coordinamento formale implica l'accorpamento coerente delle disposizioni vigenti in un unico testo, nel significato risultante; dal cosiddetto diritto vivente, ossia cristallizzando l'interpretazione della giurisprudenza consolidata delle giurisdizioni superiori» (Consiglio di Stato, adunanza generale 29 marzo 2001, n. 4 del 2001 reso in sede di elaborazione del T.U. espropriazioni);
   al punto 7.4, infine, che «Nell'opera di riassetto si è anche tenuto conto del «diritto vivente» quale risultante dall'elaborazione della giurisprudenza della Corte costituzionale e delle giurisdizioni superiori».
  Con riferimento, in particolare, alle questioni di stato giuridico del personale, il riassetto è avvenuto senza incidere in alcun modo sui diritti costituzionali del militare. E doverosamente, per quanto testé evidenziato, considerando i consolidati orientamenti giurisprudenziali; nell'ambito del menzionato coordinamento, il codice ha realizzato, in riferimento alla sua funzione propria e al principio garantistico della certezza del diritto, una chiarificazione su alcuni punti, e con incremento del livello di tutela del militare.

  Ad esempio, nell'ambito disciplinare, risultano più chiaramente espressi:
   l'alternatività fra sanzioni disciplinari di corpo e di stato (articolo 1352, comma 2, c.m., già articolo 13, comma 2, legge n. 382 del 1978);
   l'unicità della sanzione in presenza di più trasgressioni (articolo 1355, comma 5, c.m., già articolo 60, decreto del Presidente della Repubblica n. 545 del 1986);
   l'assistenza di un difensore dinanzi alle commissioni di disciplina per tutti i militari (articolo 1370, commi 2 e 3, c.m.; già legge n. 113 del 1954);
   la possibilità di differimento del procedimento disciplinare per legittimo impedimento (articolo 1370, comma 5, c.m.);
   il principio del ne bis in idem in materia di sanzioni (articolo 1371 c.m.) e quello dell'annullamento d'ufficio di atti del procedimento disciplinare riconosciuti illegittimi dall'amministrazione (articolo 1372 c.m.).
  In via generale, l'articolo 1, comma 6, dello stesso codice dell'ordinamento militare chiarisce che la legge n. 241 del 1990 si applica a tutti i provvedimenti e procedimenti previsti dal codice dell'ordinamento militare e dal testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare, in quanto non diversamente disposto. È questo il principio di riferimento e di base.
  Riguardo al disposto di cui all'articolo 1349, comma 3, del codice di ordinamento militare, cui l'interrogante si riferisce, occorre evidenziare che l'attuale formulazione è quella che esplicita, in materia di ordini militari, indirizzi giurisprudenziali e dottrinali univoci, consolidati nell'ordinamento amministrativo e penale militare.
  Gli ordini sono atti propri e specifici dell'ordinamento militare, connessi alla sua speciale coesione e al suo carattere gerarchico che è la prima garanzia della sua democraticità, vale a dire della sua rispondenza alle istituzioni rappresentative della sovranità popolare (articolo 52 della Costituzione) a necessaria compensazione del monopolio della forza. Gli ordini sono gli atti tipici che manifestano funzionalmente questa gerarchia. Si inquadreranno nel rapporto organico e d'ufficio militare, dove si colloca il dovere di obbedienza quale naturale conseguenza della subordinazione gerarchica (articolo 1347 c.m., già articolo 5, decreto del Presidente della Repubblica n. 545 del 1986). Va poi considerato che gli ordini militari sono emanati oralmente o per iscritto: l'emanazione in forma orale è, anzi, la più usuale nell'ambito delle attività
istituzionali e operative delle Forze armate, per la quale risultano strutturalmente incompatibili forme proprie di procedimentalizzazione aventi stretto significato tecnico-documentale e concernenti, in particolare, la partecipazione e l'obbligo di motivazione.
  Per i profili sopra evidenziati, le forme procedimentali previste dalla legge n. 241 del 1990 non sono applicate agli ordini, conformemente alla consolidata giurisprudenza, elaborata a partire dall'entrata in vigore della stessa legge del 1990 (vedansi, tra altre, le sentenze del Consiglio di Stato – sezione IV – n. 597 del 1991, n. 849 del 1992, n. 33 del 1997, n. 85 del 1996, n. 2271 del 99, n. 1677 del 2006, n. 2641 del 2000 e n. 1677 del 2001).
  Il comma 3 dell'articolo 1349 (1347 del testo inviato ai pareri) stabilisce, dunque, attenendosi fedelmente ai contenuti del parere del Consiglio di Stato n. 149-152 del 10 febbraio 2010, reso sullo schema di decreto legislativo recante il COM, l'inapplicabilità agli ordini militari dei capi I, III e IV della legge n. 241 del 1990. Per effetto del richiamato comma 6 dell'articolo 1 del COM, risulta, pertanto, sancita l'applicabilità agli ordini militari delle disposizioni della legge n. 241 del 1990 dei rimanenti Capi della legge stessa, concernenti, tra l'altro, il responsabile del procedimento, l'efficacia e l'invalidità del provvedimento, la sua revoca e l'accesso agli atti documentali. Ciò a conferma del consolidato orientamento della giurisprudenza dell'Alto Consesso, espresso più recentemente, tra altre, dalle sentenze della Sezione IV n. 807 del 2006 e n. 4231 del 2008.
  Questo è il «diritto vivente»: la codificazione aveva il dovere di recepirlo. Non aveva il potere di negarlo e di innovarvi.
  Se è qui consentita un'ulteriore osservazione, si tratta, all'evidenza, di pronunce in linea con la sentenza della Corte costituzionale 17 dicembre 1999, n. 449, che ha sottolineato l'assoluta peculiarità dell'ordinamento militare, affermando che «significativamente l'articolo 52, terzo comma, della Costituzione parla di “ordinamento delle Forze armate”, non c per indicare una sua (inammissibile) estraneità all'ordinamento generale dello Stato, ma per riassumere in tale formula l'assoluta specialità della funzione». In quell'occasione, la Corte, ferma la non estraneità dell'ordinamento militare all'ordinamento generale e il riconoscimento ai singoli militari dei diritti fondamentali, ha concluso che il diverso trattamento relativamente a un diritto costituzionale si fonda sulle speciali caratteristiche del servizio militare e dell'ambiente in cui esso viene reso: infatti «rileva nel suo carattere assorbente il servizio reso in un ambito speciale come quello militare (articolo 52, 1° e 2° comma, della Costituzione)».
  Per le ragioni espresse, il riassetto operato dal COM, sotto il profilo tecnico-giuridico, è pienamente coerente con i criteri e principi direttivi della delega; esso, comunque, non ha operato, né avrebbe potuto farlo, alcun intervento modificativo, meno che meno in senso sfavorevole, sulla sfera dei diritti dei militari che, anzi, anche per quanto sopra evidenziato, risultano in alcuni punti più chiaramente delineati e tutelati.
  Eventuali non coerenti casi di riassetto, d'altra parte, rientrerebbero tra quelli oggetto degli interventi correttivi previsti dall'articolo 14, comma 18, della stessa legge 28 ottobre 2005, n. 246.
Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   sul sito web del Corriere del Mezzogiorno del giorno 2 luglio 2012 è pubblicato un articolo dal titolo «I soldi non bastano, ex marò afflitto da tumore fa “sciopero della chemio”»;
   nell'articolo si legge «[...] questa mattina un ex marò del Battaglione San Marco costretto sulla sedia a rotelle a causa di un tumore al cervello si è incatenato in via Etnea davanti la sede catanese dell'Ars. Il suo nome è Salvo Cannizzo ed a causa del male incurabile contratto nel 2001 al termine di una missione in Kosovo, durante la quale vennero usati proiettili all'uranio impoverito, gli restano solamente 6 mesi di vita. «Fino a qualche mese fa – racconta ai cronisti ed ai tanti cittadini colpiti dalla sua drammatica vicenda – ricoprivo un incarico civile per il Ministero della difesa, dal quale oggi ricevo una pensione di 769 euro. Una miseria, poiché 350 sono destinati alla mia ex moglie e che con gli altri devo mantenere la mia nuova famiglia e pagarmi le cure» ed ancora «La lotta farmacologica contro il neuroblastoma è dolorosa e soprattutto molto costosa: per la chemio ed altri controlli specialistici sono necessarie frequenti trasferte in Lombardia». «Da tre mesi a questa parte – continua Cannizzo – sono stato costretto a mettere in atto uno “sciopero della chemio” perché non ho più i soldi per recarmi a Milano dove si trovano i medici che seguono il mio caso. Il paradosso è che teoricamente dovrei ricevere un contributo di oltre 2 milioni di euro, ma nel mio caso non è stata riconosciuta come causa del tumore il contatto con l'uranio impoverito. Penso non sia un caso che su 9 colleghi del mio stesso reparto impegnati in Kosovo dal 1998 al 2001 ben 5 si trovino oggi in queste condizioni. Non ho ricevuto nessun aiuto dalle istituzioni e dal mondo della politica, dire che sono disperato è riduttivo» –:
   quale sia la situazione del militare in premessa riguardo alla pratica di riconoscimento di dipendenza da causa di servizio del militare e quali siano le peculiari motivazioni adottate per il diniego da parte del Comitato di verifica per le cause di servizio e dalle autorità sanitarie militari;
   quale sia lo stato di trattazione del contenzioso relativo al militare Salvo Cannizzo e a quale articolazione centrale della Difesa sia a carico il contenzioso sanitario in materia, anche a seguito della soppressione e della redistribuzione del personale del servizio contenzioso della ex direzione generale della sanità militare. (4-16918)

  Risposta. — In merito alla vicenda dell'ex marò del Battaglione San Marco, cui viene fatto riferimento nell'interrogazione in esame, si rappresenta, per quanto attiene la «pratica di riconoscimento di dipendenza da causa di servizio», che la commissione medico ospedaliera di Taranto, con processo verbale in data 12 luglio 2007, ha riscontrato il militare affetto da patologia tumorale cerebrale e giudicato permanentemente non idoneo al servizio nella Marina militare e idoneo alla riserva e al transito nelle corrispondenti aree funzionali del personale civile della Difesa.
  Il successivo 5 ottobre 2007, il giovane ha presentato la domanda per il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio della grave infermità sofferta e dell'equo indennizzo.
  La stessa commissione medico ospedaliera, con processo verbale in data 8 maggio 2008, ha stabilito che la data di conoscibilità della patologia sofferta fosse il 9 ottobre 2006, ascrivendo l'infermità – «ove riconosciuta dipendente» – alla 4a categoria, sia ai fini dell'equo indennizzo, sia ai fini di pensione privilegiata, nel caso in cui l'interessato avesse presentato la relativa domanda.
  L'Amministrazione ha, quindi, interessato il comitato di verifica per le cause di servizio che, pur esaminando il rapporto informativo redatto dal comando di appartenenza che riportava l'impiego del sottufficiale – in qualità di addetto alla squadra riparazioni della compagnia trasporti – raggruppamento anfibio San Marco – nella missione «Joint Guardian» in Kosovo dai 14 ottobre 1999 al 25 novembre 1999 e, successivamente, a Durazzo dal 3 aprile 2000 all'8 giugno 2000 e dal 28 dicembre 2000 al 31 gennaio 2001, con parere n. 28701/2008 del 19 gennaio 2009 non ha riconosciuto la dipendenza da causa di servizio della malattia con la seguente motivazione: «in quanto, nei precedenti di servizio dell'interessato, non risultano fattori specifici potenzialmente idonei a dar luogo ad una genesi neoplastica. Pertanto è da escludere ogni nesso di causalità o di concausalità non sussistendo, altresì, nel caso di specie, precedenti infermità o lesioni imputabili al servizio che col tempo possano essere evolute in senso metaplastico.
  Conseguentemente, l'amministrazione, non potendo fare altro che attenersi al parere vincolante e obbligatorio espresso dal richiamato organo medico-legale, ha respinto – con decreto ministeriale n. 2595/N del 30 luglio 2010 emanato dalla direzione generale della previdenza militare, della leva e del collocamento al lavoro dei volontari congedati – l'istanza di riconoscimento della dipendenza da causa di servizio e di concessione dell'equo indennizzo «per intempestività della domanda, di accertamento e per non riconosciuta dipendenza da causa di servizio».
  Si precisa, al riguardo che con l'entrata in vigore del decreto del Presidente della Repubblica n. 461 del 2001, in terna di procedimento per il riconoscimento della dipendenza delle infermità da causa di servizio dei pubblici dipendenti, è stato affidato a un solo organo, il Comitato di verifica per le cause di servizio, il compito di pronunciarsi sulla dipendenza o meno da causa di servizio dell'infermità o lesione da cui è affetto il soggetto.
  Il parere del Comitato – Istituito e operante alle dipendenze del Ministero dell'economia e delle finanze e la cui attività, quindi, è posta al di fuori delle attribuzioni istituzionali della difesa – è vincolante per l'amministrazione che ha soltanto la facoltà di richiedere un riesame dello stesso, qualora ne ravvisi le ragioni; nel caso in cui il Comitato, anche in sede di riesame, dovesse esprimersi negativamente, l'amministrazione non può che conformarsi a tale parere.
  Riguardo, poi, all'altro quesito posto dall'interrogante, circa «lo stato di trattazione del contenzioso relativo al militare S.C.», si fa presente che, agli alti della richiamata direzione generale competente in materia, non risulta alcun contenzioso instaurato dal militare avverso il menzionato provvedimento di diniego n. 2595/N del 30 luglio 2010.
Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della difesa, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   una agenzia stampa dell’ANSA del 4 settembre 2012 ha reso noto che: «ANSA/PERDITA CHEROSENE SU LITORALE ROMANO, DECINE DI INTOSSICATI AD AEROPORTO PRATICA DI MARE. RESIDENTI, È DISASTRO AMBIENTALE (di Luca Laviola e Lorenzo Attianese) (ANSA) – ROMA, 4 SET – Come quattro anni fa, peggio di quattro anni fa. Di nuovo il cherosene nel canale tra le case, i malori, gli svenimenti, i ricoveri per le esalazioni. E le polemiche, perché il carburante che fuoriesce da una cisterna dell'aeroporto militare di Pratica di Mare, sul litorale romano, fa infuriare chi vive a Campo Ascolano, frazione di Pomezia, a sud di Roma. Poco più di cinquemila persone che ieri si sono svegliate di mattina presto con quella puzza insopportabile nell'aria. Nel fosso che taglia la litoranea, attraversa il borgo e finisce in mare ancora quella chiazza marroncina dell'idrocarburo. A decine si sono sentiti male, in casa e fuori, sporgendosi dal ponticello sopra il canale o semplicemente aprendo le finestre. Intossicati, come una madre con il figlio piccolo, gli unici finiti in ospedale. Gli altri sono stati soccorsi da quattro ambulanze del 118. I responsabili dello scalo militare – uno dei più grandi d'Europa, che ospita reparti di diversi Corpi – hanno fatto intervenire le autobotti con le idrovore per risucchiare il cherosene, sono state posizionate delle barriere galleggianti per tentare di arginare il danno. Sul posto sono intervenuti anche i pompieri. È stato un deposito in dotazione alla Guardia di Finanza a perdere il carburante, ha spiegato oggi l'Aeronautica militare. Un giorno dopo l'incidente la situazione «sta tornando verso la normalità», è stato assicurato. Ma il Comitato di quartiere di Campo Ascolano parla di «disastro ambientale» e annuncia un esposto alla procura di Velletri, per chiarire cosa sia successo e individuare eventuali responsabili. «Il cherosene dal canale è finito anche in mare e sta uccidendo, pesci, tartarughe, rane», accusa la vicepresidente del comitato. Lucia Campese. «È già successo nel 2008 – dice il presidente Marco Brunetti – e allora il comandante dell'aeroporto scrisse una breve lettera di scuse, stavolta non ci basterà, c’è un pericolo per la salute». L'Aeronautica parla di «probabile malfunzionamento dell'impianto, da subito completamente svuotato e messo in sicurezza grazie all'intervento del personale della base e di una ditta specializzata in bonifiche ambientali». Si attendono i risultati delle analisi dei tecnici dell'Agenzia regionale per l'ambiente (Arpa). Il sindaco di Pomezia ha convocato per domani un tavolo per discutere del problema. (ANSA). LAL-Y4J 04-SET-12 18:37 NNN» – :
   quali siano state le cause della fuoriuscita del carburante e quali siano stati i provvedimenti siano stati adottati e se si siano verificati altri episodi simili e in tale caso quando e quali azioni furono intraprese. (4-17490)

  Risposta. — L'evento cui fa riferimento l'interrogante, verificatosi lo scorso 3 settembre, ha generato lo sversamento di cherosene avio in un canale delle acque di superficie aeroportuali – prossimo al piazzali del reparto di volo della Guardia di finanza – che affluisce, a sua volta, in un canale più grande, denominato Vaccareccia, che prosegue in direzione ovest e, in uscita dalla base, costeggia le abitazioni della località Campo ascolano, per poi confluire direttamente in mare.
  Dalle indagini, effettuate in coordinamento con il personale della Guardia di finanza, è emerso che il carburante avio proveniva dalle vasche di contenimento delle cisterne di stoccaggio del menzionato reparto della Guardia di finanza, le quali, investite da un forte afflusso di acque meteoriche cadute incessantemente nelle ore precedenti l'inquinamento, oltre a una probabile lesione delle cisterne stesse, hanno riversato liquido nei canali di raccolta delle acque di prima pioggia dei piazzali di volo che confluiscono nel predetto canale.
  Nella mattina dell'incidente, il personale del comando aeroporto segnalava alla locale sezione antincendi la presenza di forti esalazioni di idrocarburi nella zona aeroportuale adiacente alla Guardia di finanza.
  Immediatamente – senza attendere alcuna segnalazione proveniente dall'esterno – sono iniziate le azioni per individuare sia le cause che la zona coinvolta.
  Accertato lo stato dei fatti, in coordinamento con il personale della Guardia di finanza, sono state avviate le procedure per gli interventi di messa in sicurezza mediante posizionamento, in vari punti del canale, di specifiche panne oleoassorbenti per contenere il deflusso dell'agente inquinante.
  Si è provveduto, quindi, a coinvolgere il locale reparto chimico del centro sperimentale volo per la campionatura delle acque, interno/esterno base, finalizzata a determinare l'agente inquinante e la sua provenienza.

  Contestualmente, sono intervenuti la locale Polizia municipale, i Carabinieri della stazione di Torvaianica e il personale dell'agenzia regionale per la protezione ambientale Lazio che ha prelevato campioni di acqua nel tratto di canale interessato.
  Nella tarda serata dello stesso 3 settembre, mediante l'intervento di una ditta specializzata nel campo delle bonifiche ambientali, si è provveduta all'aspirazione del fluido inquinato sul punto di origine e lungo il canale all'esterno della base, nella zona di Campo Ascolano.
  Ciò posto, corre l'obbligo di evidenziare che la gestione delle predette vasche di contenimento delle cisterne di stoccaggio, da cui è derivato l'evento in questione, appartiene al Reparto di volo della Guardia di finanza, coubicato sul sedime aeroportuale di Pratica di Mare.
  Il comando aeroporto di Pratica di Mare, entro le 24 ore dall'evento, con atto di notifica ha provveduto ad informare la regione Lazio, la Provincia di Roma e il Comune di Pomezia.
  Conseguentemente, in data 5 settembre 2012, il sindaco di Pomezia ha convocato presso la sede comunale una riunione urgente con tutte le amministrazioni coinvolte nell'episodio, allo scopo di far luce sulle cause, e di conoscere le azioni messe in atto e quelle necessarie per fronteggiare l'eventuale impatto ambientale.
  In tale consesso, il rappresentante dell'azienda sanitaria locale, riferendosi ad eventuali fenomeni d'intossicazione correlati, ha rappresentato che non risulta alcun caso di persone che abbiano fatto ricorso al pronto soccorso presso gli ospedali di Anzio, di Ostia o presso la clinica di Sant'Anna di Pomezia.
  Un analogo caso di sversamento si è verificato, in forma più lieve, in data 26 giugno 2008, interessando il medesimo canale passante per la zona di Campo ascolano e coinvolgendo una zona d'origine diversa da quella attuale anche se, comunque, di competenza del reparto di volo della Guardia di finanza.
  All'epoca del fatto, oltre all'adozione di misure immediate atte alla messa in sicurezza del sito, la Guardia di finanza ha provveduto ad implementare i sistemi di sicurezza per il trattamento delle acque meteoriche dell'area interessata.
Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   VACCARO. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   dalla prima indagine condotta dall'Istat per indagare il fenomeno della violenza fisica e sessuale contro le donne, effettuata nel 2006 attraverso interviste telefoniche su un campione di 25.000 donne tra i 16 e i 70 anni su tutto il territorio nazionale e pubblicata nel 2007, emerge che le donne vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita sono stimate in 6 milioni 743 mila, corrispondenti al 31,9 per cento della classe di età considerata;
   nella stessa indagine emerge come dato preoccupante l'alta percentuale di violenza domestica: 2 milioni 938 mila donne hanno subito violenza fisica o sessuale dal partner attuale o dall’ex partner, pari al 14,3 per cento delle donne che hanno o hanno avuto un partner nel corso della vita. Nella maggior parte dei casi la violenza subita nel corso della vita è stata solo fisica (57,0 per cento), nel 15,8 per cento solo sessuale, nel 27,2 per cento fisica e sessuale;
   la maggioranza delle donne vittime di violenza domestica sceglie di non denunciarla: il violenze fisiche e sessuali rimangono, infatti, occultate;
   i dati sono impressionanti anche per quanto riguarda la violenza commessa non dal partner, che riguarda 5 milioni 221 donne, il 24,7 per cento della popolazione femminile. Circa il 28 per cento delle violenze da non partner si verifica sui mezzi pubblici, in stazioni o aeroporti, il 16,8 per cento in strada, il 14,6 per cento in un'abitazione, in particolare l'8,9 per cento a casa della vittima, il 3,6 per cento in casa dell'autore della violenza e il 2,1 per cento in casa di altri. Inoltre, l'11 per cento delle violenze si verifica al lavoro, il 12,7 per cento in un pub, discoteca, cinema o teatro, il 4,3 per cento in automobile o in un parcheggio, il 4,5 per cento in spazi aperti come un parco, un giardino pubblico, al mare, il 2,5 per cento a scuola o negli spazi attinenti, l'1,3 per cento in negozi o uffici pubblici e l'1,1 per cento presso studi medici o strutture sanitarie;
   anche per quanto riguarda le violenze commesse non dal partner la percentuale di chi resta in silenzio è altissima: solo il 4 per cento ha denunciato gli abusi alle forze dell'ordine, mentre un quarto (1 milione 23 mila donne) delle donne sceglie addirittura di non parlarne con nessuno;
   2 milioni 77 mila donne (il 18,8 per cento del totale) sono vittime di stalking da parte dell’ex partner; l'Osservatorio nazionale sullo stalking ha reso noto che, poiché uno stalker su tre continua a perseguitare la vittima, spesso con maggiore intensità, le denunce da parte delle donne sono in calo del 25 per cento;
   l'allarme violenza colpisce anche le giovanissime: 1 milione 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni, il 6,6 per cento del totale;
   su 10 casi di violenza, 7,5 sono stati preceduti da denunce a forze dell'ordine o agli operatori sociali, evidenziando una forte e grave inadeguatezza da parte dello Stato –:
   quali iniziative urgenti intenda adottare per fermare quello che le Nazioni Unite, riferendosi al nostro Paese, hanno definito «femminicidio» e quali misure intenda promuovere per dar vita a un profondo cambiamento culturale che educhi al rispetto della donna e alla parità di genere in tutte le sfere della società.
(4-15437)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, inerente il fenomeno della violenza fisica e sessuale sulle donne, si rappresenta quanto segue.
  L'affermazione dei diritti umani delle donne e l'eliminazione di tutte le forme di violenza di cui le stesse sono vittime rientrano tra le priorità che il Governo intende perseguire.
  L'approccio italiano alla prevenzione e al contrasto del fenomeno della violenza sulle donne si basa sulla necessità di integrare interventi repressivi con politiche ed azioni puntuali e coordinate, poste in essere da una molteplicità di soggetti pubblici e del privato sociale.
  In questa prospettiva, con decreto ministeriale del 10 novembre 2010, il Ministro per le pari opportunità ha approvato, con il parere favorevole della conferenza unificata, il «piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking», con il quale, per la prima volta in Italia, il fenomeno della violenza contro le donne è stato affrontato in modo organico ed in sinergia con i principali attori coinvolti a livello territoriale.
  Il «piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking», avente durata triennale e tutt'ora in corso di attuazione, costituisce infatti lo strumento principale per l'elaborazione e lo sviluppo, da parte di tutti i soggetti coinvolti, di azioni coordinate per la prevenzione e il contrasto alla violenza, nonché per il sostegno alle vittime.
  Per l'attuazione e lo sviluppo delle finalità in esso previste, il «piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking» ha avuto, per il biennio 2010-2011, una dotazione finanziaria di 18,6 milioni di euro a cui si sono aggiunti 1,5 milioni di euro di nuovi stanziamenti per l'anno 2012.
  Con particolare riferimento all'aspetto della prevenzione, informazione e sensibilizzazione, occorre precisare che gli interventi previsti dal «piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking», mirano a promuovere un profondo cambiamento culturale che educhi al rispetto della donna e alla parità di genere in tutte le sfere della società, mediante diverse iniziative tutt'ora in corso di realizzazione.
  In proposito, si rileva che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali con delega alle pari opportunità, organizza ogni anno, in collaborazione con il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, una «settimana contro la violenza» presso le scuole di ogni ordine e grado di tutto il territorio nazionale. Nell'ambito di tale iniziativa, giunta alla IV edizione, vengono realizzati corsi e attività di sensibilizzazione, informazione e formazione sui temi della violenza fisica e psicologica che hanno come destinatari docenti, alunni e genitori.
  L'iniziativa, che s'inquadra nel protocollo d'intesa sottoscritto, il 3 luglio 2009, dal dipartimento per le pari opportunità e dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, vede coinvolti anche rappresentanti delle forze dell'ordine, delle associazioni e del volontariato sociale.
  Per l'anno 2012 è inoltre prevista la riprogrammazione, sulle reti RAI, della campagna di informazione sullo stalking, promossa nell'anno 2009, e la realizzazione di una nuova campagna relativa al numero di pubblica utilità «1522», in cui saranno coinvolte le principali associazioni operanti nel settore.
  Tale numero, si ricorda, attivo 24 ore su 24 per 365 giorni e accessibile gratuitamente, è dedicato alla ricezione e gestione di ogni segnalazione, denuncia o testimonianza su fatti, eventi, procedure ed azioni relative a violenza di genere e stalking.
  Al riguardo, si precisa che di recente è stata realizzata una riprogettazione del servizio offerto dal numero «1522» finalizzata, nell'ottica della spending review, all'individuazione, tramite gara europea, di un fornitore in grado di garantire nel tempo l'operatività del numero con servizi potenziati e costi più contenuti del 30 per cento.
  Al termine di tale progettazione inoltre il numero «1522» sarà pienamente in grado di: favorire nelle vittime una piena consapevolezza della situazione in cui si trovano, anche mediante un primo inquadramento giuridico della problematica; informare gli utenti sulla possibilità di accesso ai servizi di tutela giuridica, sanitaria specializzata e sostegno psicologico esistenti sul territorio nazionale; attivare la procedura di raccordo con le forze dell'ordine laddove si ravvisi una situazione di emergenza.
  Il Ministero con delega alle pari opportunità è inoltre tra i partner del premio «immagini amiche», promosso dall'ufficio del Parlamento europeo in Italia e dall'UDI (unione donne in Italia), sotto l'alto patronato della Presidenza della Repubblica ed in partenariato con la Commissione europea. Il premio, giunto alla seconda edizione, nasce per valorizzare la comunicazione per immagini che non abusa del corpo delle donne e non le sfrutta, non utilizza stereotipi e, al tempo stesso, è efficace.
  Un'altra rilevante iniziativa è costituita dal protocollo d'intesa firmato, nel gennaio 2011, tra il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con delega alle pari opportunità, e l'istituto di autodisciplina pubblicitaria, con lo scopo di dare un'immagine corretta del ruolo della donna nella società. Grazie a questo protocollo, il Ministero con delega alle pari opportunità può chiedere il ritiro di una pubblicità che svilisce l'immagine della donna o che è apertamente violenta o sessista.
  Occorre inoltre ricordare che, nell'ultimo anno, in attuazione del «piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking», il Ministero con delega alle pari opportunità ha realizzato, per la prima volta, consistenti interventi in favore dei centri antiviolenza e degli altri servizi, pubblici e privati, di sostegno alle vittime.
  In particolare, con un primo avviso pubblico da 3 milioni di euro, sono stati concessi contributi di valore unitario fino a 140.000 euro per il finanziamento di 24 progetti presentati dai comuni in partenariato con enti pubblici ed organizzazioni del terzo settore per la costituzione e il potenziamento delle reti antiviolenza locali.
  Un secondo avviso riguarda specificamente i centri antiviolenza che accolgono le donne vittime di abusi e i loro figli minori. Al riguardo, di complessivi 10 milioni di euro: 6 milioni sono stati destinati ad interventi di sostegno ai centri antiviolenza pubblici e privati, finalizzati all'aumento del numero dei servizi offerti alle vittime, nonché alla riapertura di alcune strutture costrette a chiudere per mancanza di risorse (linea 1); 4 milioni di euro sono stati invece destinati all'apertura di nuovi centri antiviolenza a carattere residenziale nelle aree del Paese dove è maggiore il gap tra la domanda e l'offerta (linea 2). Con tali risorse, si provvederà anche all'apertura di 12 nuovi centri di cui 4 al nord, 3 al centro e 5 al sud.
  Inoltre, con tale avviso sono stati concessi contributi di valore unitario fino a 400.000 euro per il finanziamento di 46 progetti.
  Un terzo avviso pubblico, del valore di 1,7 milioni di euro, è stato invece dedicato alla formazione degli operatori sanitari che svolgono attività di prima accoglienza in favore delle vittime di violenza sessuale e domestica. Ciò renderà possibile l'attivazione, su tutto il territorio nazionale, di 27 strutture di Pronto Soccorso che si aggiungeranno alle 15 già operanti a livello nazionale allo scopo di fornire un'assistenza specialistica alle donne vittime di violenza.
  Gli interventi formativi offerti avranno carattere pluri ed interdisciplinare e saranno finalizzati a fornire agli operatori una conoscenza adeguata e specifica dei fenomeni della violenza sessuale e dello stalking.
  Il Ministero con delega alle pari opportunità, inoltre, recependo una richiesta proveniente dalle principali associazioni, si sta attivando per un formale riconoscimento del ruolo dei centri nazionali antiviolenza, attraverso l'istituzione del registro nazionale delle associazioni, degli enti e degli organismi che svolgono attività di assistenza, sostegno, protezione e reinserimento sociale a favore delle vittime di violenza di genere e stalking. L'opportunità di istituire tale registro nasce con la duplice finalità di tutelare, da una parte, le associazioni che operano al contrasto del fenomeno della violenza e, dall'altra, le vittime che si rivolgono a queste strutture.
  Dal mese di aprile 2012, è in corso il rinnovo, per un biennio, dei protocolli d'intesa stipulati dal Dipartimento per le pari opportunità con le province e i comuni aderenti alla rete nazionale antiviolenza, al fine di perseguire forti sinergie tra gli sforzi delle amministrazioni centrali e locali e di garantire un collegamento diretto tra il servizio offerto dal numero 1522 ed i servizi specializzati presenti sui territori.
  Si informa inoltre che è in corso di realizzazione un progetto di formazione omogenea e specifica del personale appartenente alle forze dell'ordine che presta soccorso alle vittime di violenza di genere.
  Un'ulteriore iniziativa pilota, realizzata all'inizio dell'anno in corso, è rappresentata dalla realizzazione di un percorso formativo multidisciplinare per giovani avvocati, residenti nelle regioni convergenza (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), che intendano conseguire una specifica competenza nelle materie attinenti a tutte le forme di violenza contro le donne.
  Il percorso, in particolare, è finalizzato alla creazione di vere e proprie «task force» legali costituite da professionisti competenti, in grado di offrire un valido sostegno alle donne vittime di violenza.
  Nei prossimi mesi, inoltre, sarà avviato il monitoraggio sull'andamento degli interventi previsti nel «piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking», da realizzarsi mediante il Comitato previsto dal piano stesso e composto da rappresentanti delle amministrazioni statali coinvolte, delle regioni e delle autonomie locali.
  Tale monitoraggio, che comprenderà anche momenti di confronto con i centri antiviolenza, consentirà di acquisire una conoscenza completa degli interventi di contrasto alla violenza posti in essere sul territorio nazionale.
  Le risultanze del monitoraggio permetteranno altresì di iniziare i lavori per la predisposizione del il piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking.
  Si informa inoltre che il Ministero con delega alle pari opportunità è attualmente impegnato nella realizzazione di una specifica campagna di sensibilizzazione contro la violenza nelle scuole.
  Da ultimo, l'ufficio della consigliera nazionale disparità, istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, ha reso noto di essere attualmente impegnata con il Ministero degli interni in un progetto che prevede una serie di iniziative rivolte alle scuole e ai luoghi di lavoro, quali principali ambiti in cui vittima della violenza può confidarsi o in cui possono essere messe in atto molestie sessuali, violenze o vessazioni tali da procurare gravi danni alla vittima.
Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   VERINI e TRAPPOLINO. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   in base alle informazioni in possesso dell'interrogante, il Ministero della difesa risulta, per l'anno 2012, in obbligo di assunzione per la provincia di Terni, di 25 persone disabili e di 4 persone appartenenti alle categorie protette: tale inadempienza si protrae ormai da alcuni anni;
   la legge 12 marzo 1999, n. 68 «Norme per il diritto al lavoro dei disabili», ha come finalità la promozione dell'inserimento e dell'integrazione lavorativa delle persone disabili nel mondo del lavoro attraverso servizi di sostegno e di collocamento mirato;
   il comma 1 dell'articolo 3 di tale legge, «Assunzioni obbligatorie. Quote di riserva», stabilisce che i datori di lavoro pubblici e privati sono tenuti ad avere alle loro dipendenze lavoratori appartenenti alle categorie protette con quote di riserva proporzionali al numero totale dei dipendenti dell'azienda;
   le amministrazioni provinciali, attraverso i centri per l'impiego, giocano un ruolo fondamentale, nell'attività di orientamento, tutoraggio e ricerca occupazionale dedicate specificamente alle persone disabili;
   esse svolgono altresì attività di sensibilizzazione dei soggetti pubblici e privati al rispetto e all'ottemperanza dei doveri prescritti dalla legge n. 68 del 1999 in merito all'assunzione di personale con disabilità;
   nel caso di specie, dopo lunghi e infruttuosi tentativi di stipula di una convenzione tra il Ministero della difesa e la provincia di Terni per favorire l'inserimento mirato dei disabili e programmare nel tempo l'assolvimento degli obblighi di assunzione (la regione Umbria prevede accordi di durata massima di tre anni con il consenso dei sindacati), il 12 febbraio 2009 l'assessorato alla formazione dell'amministrazione provinciale ha proceduto all'avviamento numerico sui presenti per 14 disabili (tale era allora l'obbligo di assunzione);
   il Ministero della difesa non ha dato seguito a tale avviamento, nonostante i ripetuti solleciti della provincia e, in data 21 ottobre 2009 con missiva, ha invocato il blocco delle assunzioni, inserendo nel blocco, contrariamente a quanto previsto dalle legge, anche le assunzioni dei disabili;
   la motivazione addotta dal Ministero della difesa per tale blocco, è stata formalmente contestata dalla provincia secondo la quale essa è frutto di una errata interpretazione della normativa. Ciò nonostante il Ministero della difesa non ha modificato la propria decisione;
   al fine di superare positivamente tale situazione di stallo, che riguarderebbe anche altre pubbliche amministrazioni del territorio, su espressa richiesta della provincia di Terni, in data 19 luglio 2010 si è svolto un incontro con il prefetto di Terni, gli enti pubblici inadempienti e la direzione provinciale del lavoro;
   in tale occasione, vista la disponibilità degli enti inadempienti che, pur lamentando la difficoltà di applicazione della normativa, avevano ribadito la disponibilità a sensibilizzare le amministrazioni centrali, si stabilì la formazione di un gruppo di lavoro tra direzione provinciale del lavoro e provincia di Terni per dare seguito alle assunzioni dovute, secondo un calendario di incontri con le amministrazioni interessate a partire dal settembre 2010;
   nulla però è scaturito dall'incontro avvenuto il 10 settembre 2010 tra la provincia e il Ministero della difesa, tanto che l'assessorato alla formazione nel gennaio 2011 ha informato il dipartimento della funzione pubblica sul perdurare dell'atteggiamento di inadempienza da parte di determinati enti pubblici nei confronti delle assunzioni di disabili e in particolar modo della situazione del Ministero della difesa, per il quale la stessa funzione pubblica aveva già chiesto chiarimenti a seguito della segnalazione da parte del padre di un soggetto disabile, che aveva partecipato all'avviamento numerico del 12 febbraio 2009;
   in un parere espresso in data 25 gennaio 2011 dal dipartimento della funzione pubblica — in risposta ad una lettera inviata dal centro per l'impiego di Terni nella quale si denunciava l'inottemperanza degli uffici periferici delle amministrazioni riguardo agli obblighi di assunzione dei disabili e delle categorie protette — si legge: «la circolare n. 6/09 del 14 dicembre 2009 del Ministro per la funzione pubblica e l'innovazione che ha espressamente specificato, tra l'altro, che le assunzioni dei soggetti appartenenti alle categorie protette sono escluse dal blocco di cui alla legge n. 102/2009, nel limite del completamento della quota d'obbligo, in quanto trattasi di una categoria meritevole di tutela alla quale si deve assicurare in maniera permanente l'inserimento e l'integrazione lavorativa». Nella medesima circolare viene evidenziato, altresì, che la mancata copertura della quota d'obbligo riservata alle categorie protette è espressamente sanzionata sul piano penale, amministrativo e disciplinare secondo quanto previsto dall'articolo 15, comma 3, della legge 12 marzo 1999, n. 68;
   in data 13 giugno 2012, il Ministero della difesa, direzione generale per il personale civile, in risposta ad una lettera della provincia di Terni circa gli obblighi di assunzione di tale amministrazione, ha scritto: «Questa A.D., è interessata da vari anni da un processo di riorganizzazione che ha portato alla chiusura ovvero al ridimensionamento di numerosi centri periferici. Tali interventi riduttivi hanno reso necessario reimpiegare sul territorio o presso altri enti della Difesa o presso altre Amministrazioni il personale degli enti in chiusura o in ridimensionamento. Quanto sopra ha di fatto impedito e impedisce di assumere presso quegli enti ulteriore personale a qualsiasi titolo»;
   ad oggi la situazione resta immutata: a quanto consta agli interroganti, continua persistere in provincia di Terni una situazione di palese violazione degli obblighi previsti per i datori di lavoro pubblici contenuti nella legge n. 68 del 1999;
   gli iscritti ai sensi della legge n. 68 in provincia di Terni sono circa 2.368 al 31 dicembre 2011 e in una situazione di profondo disagio sociale come quella che si sta vivendo, queste mancate assunzioni, specie dopo aver fatto regolari selezioni, pesano come un macigno sul territorio –:
   se il Ministro interrogato non ritenga utile intervenire per verificare e prendere atto della situazione sopra esposta, chiarendo quali siano le motivazioni ostative che di fatto impediscono al Ministero della difesa di ottemperare all'obbligo di assunzione di personale disabile, in particolare nella provincia di Terni, così come stabilito dalla legge n. 68 del 1999. (4-17016)

  Risposta. — Si osserva, in linea generale, che la legge 12 marzo 1999, n. 68 – recante «norme per il diritto al lavoro dei disabili» – prevede, all'articolo 3, comma 1, lettera a), che i datori di lavoro pubblici e privati sono tenuti ad avere alle proprie dipendenze lavoratori disabili nella misura del 7 per cento dei laboratori occupati, se occupano più di 50 dipendenti.
  Le assunzioni avvengono per chiamata numerica dagli elenchi – tenuti dai servizi per l'impiego – degli iscritti nelle liste di collocamento.
  Ai fini dell'adempimento di tale obbligo, ogni anno l'amministrazione deve trasmettere ai centri per l'impiego di ogni provincia un prospetto informativo (seguendo una apposita procedura on-line) relativo ai lavoratori occupati appartenenti alla menzionata categoria.
  La richiesta di avviamento al lavoro, da parte delle amministrazioni, s'intende presentata attraverso l'invio agli uffici competenti dei prospetti informativi.
  L'articolo 11 della richiamata legge n. 68 del 1999 prevede, altresì, che i competenti uffici «al fine di favorire l'inserimento lavorativo dei disabili» possano stipulare convenzioni programmando le assunzioni nell'arco di un tempo predeterminato (ad esempio, nell'arco di un triennio o di un biennio).
  Ciò premesso, per quanto attiene questa amministrazione occorre evidenziare che sussistono alcune criticità connesse alla particolare struttura organizzativa.
  La difesa, infatti, è interessata da vari anni da un processo di riorganizzazione che ha portato alla chiusura o al ridimensionamento di numerosi enti periferici.
  Tali interventi riduttivi hanno reso necessario reimpiegare sul territorio – presso altri enti della difesa o presso altre amministrazioni – il personale degli enti in chiusura o in ridimensionamento.
  Ciò ha comportato – in assenza, il più delle volte, del consenso da parte delle amministrazioni coinvolte a riassorbire il personale in mobilità – l'assegnazione dei dipendenti coinvolti presso altri enti della difesa, con conseguenti gravi difficoltà di effettivo impiego, impedendo, di fatto, di assumere presso quegli enti ulteriore personale, a qualsiasi titolo.
  Si osserva, inoltre, che la procedura informatizzata volta a verificare il rispetto della normativa in materia di collocamento mirato (che inizia – come già detto – con l'invio on line dei prospetti informativi), non consente di poter accertare, in via preventiva, le situazioni locali di esubero o meno: ne consegue, da ciò, che il dato riferito alla quota da riservare alle assunzioni obbligatorie a livello provinciale risulta necessariamente impreciso.
  Da tener presente, ancora, che:
   le categorie disabili vengono inquadrate nella seconda area, fascia retributiva F1, in quanto le loro assunzioni avvengono per qualifiche e profili per i quali è richiesto il solo requisito della scuola dell'obbligo;
   la dotazione organica già presenta, in tale Area, funzionale, squilibri rispetto alle effettive esigenze;
   l'organico complessivo del personale civile della difesa – in virtù delle normative succedutesi nel tempo che hanno imposto e impongono alle pubbliche amministrazioni di ridurre gli assetti organizzativi e le dotazioni organiche di personale – è ormai pari al numero dei presenti.

  Allo stato attuale, pertanto, l'amministrazione si trova nell'impossibilità di porre in atto quanto richiesto dall'interrogante, anche in relazione agli adempimenti delle recenti disposizioni in materia di spending review.
Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.