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Resoconto dell'Assemblea

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XVI LEGISLATURA

Allegato B

Seduta di Lunedì 3 dicembre 2012

ATTI DI INDIRIZZO

Mozioni:


   La Camera,
   premesso che:
    con deliberazione del Senato della Repubblica del 16 marzo 2010 è stata istituita una Commissione parlamentare d'inchiesta «Sui casi di morte e di gravi malattie che hanno colpito il personale italiano impiegato all'estero, nei poligoni di tiro e nei siti in cui vengono stoccati munizionamenti, in relazione all'esposizione a particolari fattori chimici, tossici e radiologici dal possibile effetto patogeno, con particolare attenzione agli effetti dell'utilizzo di proiettili all'uranio impoverito e della dispersione nell'ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico e a eventuali interazioni»;
    la stessa questione era già stata oggetto di inchieste svolte nella XIV e nella XV legislatura, ma si può di certo affermare che negli ultimi anni essa si è palesata in tutta la sua complessità e drammaticità, anche per effetto dell'accavallarsi di notizie circa situazioni di grave degrado ambientale e di rischio sanitario nelle aree dove insistono i poligoni e le aree addestrative militari e per il crescente allarme sociale che si è conseguentemente determinato;
    un ulteriore stimolo ad un serio approfondimento è venuto dall'avvio, all'inizio del 2011, di un'inchiesta giudiziaria da parte della procura della Repubblica di Lanusei, relativamente alla situazione del poligono interforze di Salto di Quirra, che ha portato al temporaneo sequestro preventivo di tutta l'area di terra del poligono stesso. L'inchiesta giudiziaria si è conclusa con la richiesta di rinvio a giudizio per 20 persone, con capi di imputazione che vanno dall'omissione dolosa aggravata di cautele contro infortuni e disastri, all'omissione di atti di ufficio per motivi di igiene e sanità;
    la gravità della situazione emerge anche dai dati depositati in Parlamento il 22 febbraio 2012, dal responsabile dell'Osservatorio epidemiologico della difesa, secondo il quale, per il personale militare, su un totale di 3.761 casi di malattie neoplastiche diagnosticate negli anni compresi tra il 1991 e il 21 febbraio 2012, 698 casi riguardavano il personale che aveva preso parte a missioni all'estero, mentre 3.063 casi riguardavano personale mai uscito dal territorio nazionale nel periodo in cui aveva prestato il suo servizio. I decessi sono complessivamente 479, tra i quali 96 di essi si sono verificati per persone che hanno operato in missioni all'estero e 383 per persone che sono rimaste in patria;
    si è, quindi, di fronte ad una situazione che si trascina ormai da più di quindici anni aggravata anche da consistenti dubbi sulla possibilità che una serie di vaccinazioni alle quali sono stati sottoposti militari successivamente inviati in operazioni fuori area potrebbero aver influito sulla insorgenza di patologie, tumorali o di altro tipo, e comunque di particolare gravità,

impegna il Governo:

   ad avviare con la massima tempestività le operazioni di bonifica nei poligoni militari sui quali è già stata condotta la propedeutica attività di caratterizzazione dei luoghi contaminati;
   a reperire a tal fine le risorse finanziare necessarie a condurre le operazioni di bonifica e a consentire in tal modo anche utilizzi alternativi delle stesse aree bonificate, coinvolgendo nel reperimento dei fondi il Ministero dello sviluppo economico, quello della salute, quello della coesione territoriale e quello dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, aggiungendo le risorse rese disponibili da questi ministeri a quelle già stanziate dal Ministero della difesa per l'anno 2013;
   ad assumere le necessarie iniziative, anche normative, per riconoscere il diritto al risarcimento alle persone colpite da gravi patologie in relazione al servizio svolto in condizioni di possibile contaminazione;
   a fornire ai competenti organi parlamentari una relazione analitica sulle vaccinazioni cui è stato sottoposto il personale militare;
   a dotare ogni militare di una tessera sanitaria digitale sulla quale vengano obbligatoriamente inserite le terapie e le vaccinazioni a cui è sottoposto da parte dal servizio sanitario militare.
(1-01203) «Rugghia, Villecco Calipari, Schirru, Garofani, Giacomelli, Gianni Farina, Fioroni, Forcieri, La Forgia, Letta, Migliavacca, Mogherini Rebesani, Recchia, Rosato, Rigoni, Vico».


   La Camera,
   premesso che:
    va sottolineata la sollecitudine e la sensibilità dimostrate dal Parlamento nei confronti dell'anomala ondata di patologie abbattutasi sui giovani militari italiani, ricondotta per comodità al concetto di «sindrome da esposizione all'uranio impoverito»;
    l'uranio impoverito è utilizzato in una serie di applicazioni civili e militari in ragione delle sue peculiarità di resistenza e leggerezza, oltreché di economicità in quanto prodotto di scarto della produzione di energia elettronucleare;
    la scelta di utilizzarlo nella produzione di munizioni e protezioni – fatta in epoche in cui non sussistevano particolari sospetti concernenti la sua tossicità – non ha nulla a che fare con la presunta volontà di produrre armi non convenzionali dal punto di vista degli effetti, ma soltanto con l'obiettiva convenienza dal punto di vista del suo rapporto costo/efficacia;
    le conclusioni alle quali sono giunte le differenti inchieste condotte dall'amministrazione e dal Parlamento hanno finora privilegiato la tesi del concorso di una pluralità di cause all'insorgenza delle patologie ricondotte comunemente alla «sindrome da uranio impoverito», senza, peraltro, escludere la tossicità e pericolosità di quest'ultimo;
    risulta, in particolare, che abbia sposato la tesi dell'eziologia multi causale la relazione elaborata dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sui casi di morte e gravi malattie che hanno colpito il personale militare italiano impiegato nelle missioni internazionali di pace, sulle condizioni della conservazione e sull'eventuale utilizzo di uranio impoverito nelle esercitazioni militari sul territorio nazionale, istituita durante la XIV legislatura dal Senato della Repubblica, approvata il 1° marzo 2006;
    i sospetti si addensano su una perniciosa combinazione di fattori, quali i cicli intensivi di vaccinazioni ai quali è sottoposto il personale militare italiano in vista del rischieramento all'estero sui teatri di crisi, l'impiego di solventi pericolosi nelle operazioni di pulizia e manutenzione delle armi in dotazione e l'esposizione effettiva ad agenti contaminanti emanati da proiettili o corazzature contenenti uranio impoverito, in Italia ed all'estero;
    l'insorgenza delle patologie connesse alla cosiddetta «sindrome da uranio impoverito» è, comunque, addebitabile ad attività svolte in ragione dell'esercizio della professione militare e perciò sussistono tutti i presupposti per il riconoscimento della causa di servizio a coloro che ne siano colpiti;
    in ragione di quanto precede, sussiste un obbligo dello Stato di assicurare ogni possibile sostegno ai militari che contraggano malattie assimilabili alla «sindrome da uranio impoverito», anche dopo la loro eventuale cessazione dal servizio;
    in attesa di evidenze conclusive ulteriori, si impone, in ogni caso, il rafforzamento delle misure di precauzione, diluendo i cicli di vaccinazione, ad esempio, verificando la tossicità dei solventi impiegati nella manutenzione delle armi ed emanando nuove direttive circa l'atteggiamento da tenere nei poligoni e sui teatri di crisi, specialmente in presenza di relitti di mezzi distrutti con l'utilizzo di proiettili all'uranio impoverito o, comunque, di carcasse di veicoli protetti da corazzature impieganti il medesimo materiale;
    va considerato, inoltre, il crescente livello di allarme sociale nelle regioni sul cui territorio si trovano i poligoni impiegati dalle Forze armate italiane ed alleate, in ragione di una serie di morti sospette tra i civili residenti nelle aree adiacenti, delle anomale patologie affiorate tra gli animali allevati nelle medesime zone e del probabile impiego in esercitazione di proiettili contenenti uranio impoverito, la cui effettiva pericolosità rimane allo stato tuttora da accertare ma non può certamente essere esclusa;
    va tenuto conto delle risultanze delle inchieste promosse dalla magistratura in relazione alle aree adiacenti ai poligoni di Frasca e Salto di Quirra e del voto con il quale, il 30 maggio 2012, la Commissione parlamentare d'inchiesta sui casi di morte e di gravi malattie che hanno colpito il personale italiano impiegato all'estero, nei poligoni di tiro e nei siti in cui vengono stoccati munizionamenti, in relazione all'esposizione a particolari fattori chimici, tossici e radiologici dal possibile effetto patogeno, con particolare attenzione agli effetti dell'utilizzo di proiettili all'uranio impoverito e della dispersione nell'ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico e a eventuali interazioni, istituita dal Senato della Repubblica, ha approvato all'unanimità la proposta di una progressiva riduzione dei poligoni di Capo Frasca e di Capo Teulada e la concentrazione di tutte le attività sostenibili nel poligono interforze di Salto di Quirra;
    sussiste, quindi, la necessità di valutare l'opportunità di procedere ad una meticolosa azione di bonifica dei siti potenzialmente gravemente inquinati, in Sardegna ma anche nelle altre regioni del territorio nazionale,

impegna il Governo:

   a riconoscere la causa di servizio ed ogni possibile supporto nelle cure ai militari che contraggano la «sindrome da uranio impoverito», inclusi quelli cessati dal servizio, nonché alle famiglie che li sostengono;
   a rinnovare gli sforzi tesi all'accertamento dell'eziologia della sindrome e del contributo assoluto e relativo che danno alla sua insorgenza i più probabili fattori, senza alcuna preclusione;
   ad intensificare la cooperazione scientifica internazionale con i Paesi amici ed alleati che stiano sperimentando l'insorgenza del medesimo fenomeno;
   ad adottare, infine, le misure precauzionali al momento ritenute più adeguate a contenere l'esposizione dei militari ai fattori di rischio, considerando, altresì, i pericoli obbiettivamente gravanti sui civili che risiedono in prossimità di poligoni appartenenti alle Forze armate e valutando l'opportunità di procedere ad una bonifica adeguata dei siti di cui sia sospettato o possibile l'inquinamento, dentro e fuori la Sardegna.
(1-01204) «Dozzo, Maroni, Bossi, Gidoni, Chiappori, Molgora, Lussana, Fogliato, Montagnoli, Fedriga, Fugatti, Volpi, Allasia, Bitonci, Bonino, Bragantini, Buonanno, Callegari, Caparini, Cavallotto, Comaroli, Consiglio, Crosio, D'Amico, Dal Lago, Desiderati, Di Vizia, Dussin, Fabi, Fava, Follegot, Forcolin, Giancarlo Giorgetti, Goisis, Grimoldi, Isidori, Lanzarin, Maggioni, Martini, Meroni, Laura Molteni, Nicola Molteni, Munerato, Negro, Paolini, Pastore, Pini, Polledri, Rainieri, Reguzzoni, Rivolta, Rondini, Simonetti, Stefani, Stucchi, Togni, Torazzi, Vanalli».


   La Camera,
   premesso che:
    in Italia si è iniziato a parlare di uranio impoverito e di soldati vittime di cancro e leucemie a partire dalla fine degli anni ’90;
    sono state diverse le occasioni in cui il Parlamento ha ritenuto doveroso fare chiarezza sui tanti casi di morte o malattia che hanno colpito nel corso degli ultimi decenni il personale militare e civile delle pubbliche amministrazioni, negli enti, nei reparti delle Forze armate e delle forze di polizia. Tuttavia, le discussioni e le intenzioni espresse non si sono mai concretizzate in atti parlamentari;
    i dati forniti dall'Anavafaf, l'Associazione nazionale italiana assistenza vittime arruolate nelle Forze armate e famiglie dei caduti, sono particolarmente gravi; i casi accertati di militari contaminati da uranio impoverito e altri agenti patogeni sono 3.761, di cui 698 riguardanti personale militare che ha preso parte alle missioni militari all'estero e 3.063 riguardanti personale militare che non ha mai effettuato attività fuori area. Si tratta di una cifra approssimativa, in quanto i dati sono riferiti ad un periodo di tempo limitato, dal 1991 al 2012, e nonostante risulti essere molto elevata, è riduttiva rispetto alla realtà, in quanto sono stati conteggiati solo i soldati in servizio. Scarsissima attenzione (anzi nulla, specie per quanto riguarda i risarcimenti) è stata data ai casi di malformazioni alla nascita di bambini venuti alla luce dopo che il padre aveva prestato servizio militare;
    approvato il decreto-legge 29 dicembre 2011, n. 215, i vertici delle Forze armate sono stati deresponsabilizzati per quanto riguarda le vittime dell'uranio impoverito;
    non è da escludere che i soldati italiani, per molti anni, si sono trovati in missione a contatto con particelle di uranio impoverito senza aver ricevuto informazioni sui rischi o sulle misure antinfortunistiche;
    gli Stati Uniti, dopo la prima guerra del Golfo del 1991, adottarono delle norme di protezione rigidissime;
    molti ritengono che il Ministero della difesa avrebbe ignorato le informazioni in suo possesso, circa la presenza di uranio impoverito nelle aree interessate dalla missione e i pericoli per la salute dei soldati, in quanto non avrebbe adottato misure di prevenzione,

impegna il Governo:

   a intraprendere iniziative volte a colmare il vuoto normativo venutosi a creare a seguito delle lacune del codice dell'ordinamento militare di cui al decreto legislativo n. 66 del 2010, in favore dei militari impegnati nell'assolvimento dell'ordinario servizio in patria e nelle missioni internazionali di pace;
   a chiarire le motivazioni per le quali non sono state adottate misure per la salvaguardia e tutela della salute dei militari italiani impegnati nella missione Ibis in Somalia e le ragioni per cui sono state ignorate le misure di prevenzione adottate da altri Paesi impegnati nella stessa missione, nonostante la segnalazione dei soldati italiani;
   a verificare quanti sono effettivamente i casi di persone ammalatesi nelle missioni all'estero, sia militari in servizio che in congedo, inclusi i civili impegnati nell'attività militare, nonché a stabilire quanti sono i casi di militari e civili impiegati in Italia, nei poligoni, depositi, officine, esposti a uranio impoverito e poi ammalatisi;
   a rendere noti i controlli a cui è sottoposto il personale di ditte civili impiegato nei poligoni e le caratteristiche delle apparecchiature usate per il controllo della sicurezza dell'ambiente e, in particolare, le capacità di queste apparecchiature di rivelare l'esistenza di nano e micro particelle di metalli pesanti cancerogeni.
(1-01205) «Misiti, Fallica, Grimaldi, Iapicca, Miccichè, Pittelli, Pugliese, Soglia, Stagno d'Alcontres, Terranova».

Risoluzioni in Commissione:


   La VI Commissione,
   premesso che:
    la gravissima recessione economica in atto sta colpendo soprattutto le fasce più deboli della popolazione italiana, tra le quali, in particolare, i pensionati e gli anziani a basso reddito;
    le manovre finanziarie adottate nel corso degli ultimi anni, ispirate ad una cieca logica di rigore finanziario imposta al Paese dalle tecnocrazie dell'Unione europea e della Banca centrale Europea, nonché dai grandi poteri finanziari internazionali, si sono tradotte esclusivamente in un continuo innalzamento della pressione tributaria nei confronti dei contribuenti onesti, ed hanno ulteriormente peggiorato la situazione economica dei cittadini appartenenti ai ceti medio-bassi;
    a testimonianza di tale impostazione basti ricordare la decisione, adottata dall'attuale Governo con il decreto-legge n. 201 del 2011, di ripristinare, attraverso l'introduzione anticipata dell'imposta municipale unica (IMU), l'imposizione immobiliare sulle case di prima abitazione, a prescindere dalla situazione patrimoniale e reddituale dei proprietari, che, nella maggior parte dei casi, hanno potuto acquistare l'immobile a prezzo di notevoli sacrifici, accollandosi onerosi mutui ovvero mediante i risparmi accumulati con i redditi di lavoro guadagnati onestamente nell'arco di un'intera vita lavorativa, sui quali hanno, peraltro, già assolto i propri obblighi tributari;
    altrettanto significative di tale assoluta insensibilità rispetto alle esigenze dei cittadini più deboli appaiono al firmatario del presente atto le norme, proposte dal Governo, che inaspriscono il prelievo IRPEF sui trattamenti di fine rapporto, quelle che incrementano ulteriormente, di un punto, l'aliquota IVA attualmente fissata al 21 per cento, o che innalzano dal 4 al 10 per cento l'aliquota IVA sulle prestazioni di assistenza e sicurezza sociale rese dalle cooperative sociali e dai loro consorzi in esecuzione di contratti di appalto e di convenzioni, nonché i tentativi dell'Esecutivo, in parte sventati, di ridurre drasticamente la quota di detraibilità IRPEF delle spese sostenute;
    a ciò occorre aggiungere che il Paese ha dovuto sopportare, nell'ultimo anno, le conseguenze di una pesante riforma del sistema pensionistico che, oltre a mutare radicalmente le prospettive di vita di moltissimi lavoratori, ha posto la maggior parte dei lavoratori cosiddetti «esodati» nella condizione, disperata, di non poter percepire alcun reddito, né da lavoro né da pensione;
    in tale contesto emerge, con sempre maggiore evidenza, la drammatica situazione delle famiglie italiane, che hanno perduto, nel corso degli ultimi cinque anni, oltre il 5 per cento del loro potere d'acquisto e, in particolare, la condizione di sostanziale povertà in cui versa un'ampia percentuale di pensionati, atteso che, secondo i dati ufficiali dell'INPS, l'ammontare medio mensile lordo dei trattamenti pensionistici erogati dall'Istituto è pari a 1.071 euro (che scende a soli 780 euro per le donne), mentre l'ammontare lordo medio annuo delle pensioni di reversibilità risulta pari ad appena 7.350 euro;
    appare dunque evidente la necessità che il Governo, e le forze politiche che lo sostengono, aprano finalmente gli occhi rispetto alle conseguenze sociali ed economiche della crisi economica e delle politiche fiscali che hanno finora contribuito ad aggravarla, e procedano immediatamente ad una radicale inversione di tendenza che riequilibri il carico tributario, introducendo sgravi in favore dei pensionati, soprattutto a basso reddito, ed accolli finalmente il peso del risanamento finanziario del Paese sugli evasori, sui percettori di rendite speculative e parassitarie, sulla grande finanza e su tutti gli esponenti di quei poteri forti, tanto politici, quanto economici, che si sono finora avvantaggiati di veri e propri privilegi tributari,

impegna il Governo:

   ad assumere, al più presto, iniziative volte a ridisegnare complessivamente l'impianto della politica tributaria, introducendo concrete misure di alleggerimento del carico fiscale in favore dei pensionati, in particolare al fine di:
    a) prevedere l'esclusione dall'IMU per gli immobili di prima abitazione, riconoscendo priorità agli immobili di proprietà di pensionati a basso reddito, ovvero, quantomeno, prevedere la detraibilità dalla stessa IMU di una quota delle somme pagate a titolo di mutuo per l'acquisto della prima casa;
    b) introdurre l'integrale detraibilità o deducibilità a fini IRPEF delle spese relative alle rette di ricovero ed assistenza pagate, anche da familiari, per la degenza di anziani in istituti di ricovero o in case di riposo;
    c) stabilire l'abbattimento al 50 per cento dell'imponibile lordo IRPEF in favore dei pensionati a basso reddito;
    d) scongiurare ogni ipotesi di eliminare l'esenzione IRPEF prevista sulle pensioni di guerra e su altri analoghe indennità ed assegni;
    e) escludere ogni ulteriore incremento delle aliquote IVA, in considerazione degli effetti deleteri che ciò avrebbe sul potere d'acquisto dei ceti più deboli.
(7-01050) «Barbato».


   La XIII Commissione,
   premesso che:
    la tutela e la sicurezza del territorio italiano, unitamente alla tutela delle acque, rappresentano un interesse prioritario della collettività; il suolo è una risorsa ambientale non riproducibile, la cui trasformazione produce effetti permanenti su ambiente e paesaggio;
    i cambiamenti climatici in atto si manifestano con una maggiore frequenza degli eventi estremi, sfasamenti stagionali e una modificazione della distribuzione delle piogge, una situazione che aumenta il pericolo di frane e smottamenti per il nostro Paese che oggi paga il prezzo dell'assenza di una rigorosa politica di pianificazione, manutenzione e prevenzione territoriale. È stato infatti favorito l'abbandono dell'agricoltura nelle zone difficili, mentre in quelle più ricche è stata spinta la cementificazione, con il risultato, che oggi oltre 6.600 comuni, ossia l'82 per cento del totale, si trovano in condizioni di rischio idrogeologico;
    con gli ultimi nubifragi autunnali superano i 3 miliardi i danni provocati dagli eventi estremi nel 2012 (con neve e ghiaccio che hanno bloccato l'Italia durante l'inverno) e poi da caldo e siccità estivi che hanno bruciato i raccolti mentre in quest'ultimo mese le alluvioni hanno continuato a provocare danni ingenti all'agricoltura. Alluvioni e siccità sono le facce della stessa medaglia che vanno affrontate con interventi mirati sul territorio e sul settore primario;
    nelle giornate tra il 10 e l'11 novembre 2012, forti ed estesi sistemi temporaleschi hanno iniziato a coinvolgere il versante tirrenico centrale, interessando, come è noto, principalmente le regioni Liguria, alta Toscana, Emilia-Romagna e, in successiva estensione, il Triveneto, la bassa Toscana, l'Umbria e l'alto Lazio e, in particolare, soprattutto le province di Massa Carrara, Grosseto, Perugia, Terni e Viterbo, con rilevanti e disastrosi effetti sul territorio, con vittime e ingenti danni per il comparto agricolo, zootecnico e dell'acquacoltura;
    gli esperti avvertono che gli eventi alluvionali che hanno devastato l'Italia potrebbero diventare, in futuro, ancora più gravi, mettendo a dura prova la produzione alimentare e distruggendo la bellezza naturale del Paese. Le tempeste hanno colpito antiche cittadine e hanno lasciato vaste aree agricole sott'acqua, causando ingenti danni devastando coltivazioni e infrastrutture. Le imprese agricole sono in una condizione di isolamento, a stretto contatto con disagi di vario genere: allagamenti, frane, smottamenti;
    la Cia afferma che le frane hanno danneggiato gravemente vigneti, frutteti e oliveti. Le piogge torrenziali e gli straripamenti di fiumi e canali hanno allagato migliaia di ettari di terreni agricoli. Invase dalle acque molte aziende e le loro strutture, fabbricati rurali e macchinari. Problemi seri ci sono anche per le serre. Un quadro estremamente allarmante che ripropone in maniera ferma l'esigenza di una valida opera di prevenzione. Insomma, il maltempo fa i conti con un'Italia abbandonata e priva di difese nel territorio,

impegna il Governo:

   ad assumere tutte le opportune iniziative per:
    a) prevedere forme di indennizzo adeguate per il ripristino e la ricostruzione delle strutture danneggiate, per le imprese agricole, agroalimentari zootecniche e della pesca, riparare le perdite di raccolto, di attrezzature e macchine agricole a causa degli allagamenti;
    b) prevedere sufficienti contributi per il ripristino delle condizioni di coltivazione, al fine di svolgere le opportune operazioni necessarie per salvaguardare e ripristinare le coltivazioni;
    c) disporre la sospensione di termini amministrativi e tributari e dei termini relativi agli adempimenti e ai versamenti dei contributivi previdenziali e assistenziali e adoperarsi al fine di concordare con gli istituti di credito una moratoria sulle rate dei mutui per aiutare tutte le aziende colpite dai danni alluvionali nel mese di novembre 2012.
(7-01051) «Di Giuseppe, Messina, Rota».

ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   FERRANTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro degli affari esteri, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   l'Italia è Paese sottoscrittore della Convenzione europea dei diritti dell'uomo;
   a partire dalla sentenza della Corte costituzionale n. 10 del 1993 e poi più marcatamente con le sentenze nn. 348 e 349 del 2007, l'ordinamento giuridico del Consiglio d'Europa – costituito essenzialmente (anche se non in via esclusiva) dalle disposizioni della Convenzione e dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti con sede a Strasburgo – è vincolante per l'ordinamento interno;
   la Repubblica è tenuta a dare esecuzione alle sentenze della Corte europea dei diritti (ai sensi dell'articolo 46 della Convenzione); inoltre, a mente delle citate sentenze, il complesso giuridico della CEDU si pone come parametro interposto di costituzionalità delle leggi italiane, ai sensi dell'articolo 117, primo comma, della Costituzione;
   come sancito poi dalla sentenza della Corte costituzionale n. 113 del 2011, l'accertamento di una violazione di un diritto previsto dalla Convenzione costituisce – talora e con i temperamenti che si possono evincere dalle sentenze 236 del 2011 e 86 e 230 del 2012 – titolo per la revisione del processo penale;
   il progressivo riconoscimento dell'efficacia del diritto della Convenzione dei diritti nell'ordinamento interno italiano è fatto positivo per il nostro Paese, nell'ambito della costruzione e del consolidamento in Europa di un'area di prossimità giuridica in cui sia garantita la pace e un comune standard di tutela dei diritti fondamentali. Tale riconoscimento consente altresì a molti settori del nostro diritto di affrancarsi da taluni aspetti di provincialismo e asfissia dovuti al premere di interessi domestici specifici;
   peraltro, come la giurisprudenza della Corte costituzionale ha stabilito con la sentenza n. 80 del 2011, con un orientamento condiviso dalla Corte di giustizia del Lussemburgo nel caso Kamberaj (C-571/10), l'adesione di un Paese alla Cedu non comporta gli stessi oneri di disapplicazione del diritto interno contrastante, ormai invece accettati per il diritto dell'Unione europea vero e proprio;
   da questo punto di vista, ogni ordinamento dovrebbe dotarsi di strumenti normativi e amministrativi per adeguarsi con efficacia e tempismo alle pronunzie della Corte e alle risoluzioni del Comitato dei ministri;
   nondimeno vi sono pronunzie che appaiono oggettivamente problematiche. Pur nel complessivo apprezzamento per l'operato di un organo – come la Corte di Strasburgo – che ha contribuito a introdurre nell'ordinamento italiano principi di progresso e di sprovincializzazione, talune ultime pronunzie (ci si riferisce – per esempio – alle sentenze Sud Fondi, Scoppola 4 e Godelli) lasciano intravedere un'analisi carente dei casi specifici;
   sicché problema diverso e anteposto all'esecuzione è dunque quello della procedura con la quale la Repubblica italiana istruisce e sceglie la linea difensiva innanzi alla Corte di Strasburgo, sia nel patrocinio innanzi alle Camere semplici sia nelle richieste di deferimento alla Grande Chambre delle condanne delle Camere semplici;
   tale linea difensiva deve saper distinguere i casi in cui è verosimile prevedere la condanna (perché si tratta di violazioni strutturali) da quelli in cui la violazione potrebbe – sì – ritenersi inerire alla legge nazionale vigente ma in cui il caso specifico solleva, viceversa, peculiari e più minuti aspetti di fatto e di diritto, di talché resta importante che la difesa italiana esponga compiutamente le ragioni dell'uso della discrezionalità legislativa e della ponderazione degli interessi svolta in sede parlamentare e ministeriale;
   deve poi essere sottolineato che spesso gli accertamenti di violazione potrebbero essere evitati, con significativo risparmio per l'erario, aderendo ai regolamenti amichevoli che talora la stessa Corte europea dei diritti propone alle parti –:
   quali ragguagli possano offrire in ordine alle procedure, alle istruttorie e alle linee dell'attività difensiva dell'Italia innanzi alla Corte europea dei diritti dell'uomo;
   quali criteri siano seguiti per valutare le proposte di regolamento amichevole. (5-08556)


   DI PIETRO e FAVIA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   di recente, nella regione Marche sono stati autorizzati una serie d'impianti per la produzione di energia elettrica alimentati a biogas da biomasse, tutti di potenza nominale pari a circa 999 KWe. Detti impianti non sono stati assoggettati alla propedeutica verifica di assoggettabilità alla valutazione d'impatto ambientale (VIA), cosiddetta procedure di screaning e di scoping, contrariamente a quanto previsto dalla direttiva europea 2011/92/CE, poiché hanno tutti beneficiato della legge regionale 3 del 2012, Disciplina regionale della valutazione di impatto ambientale, con la quale la regione ha deciso di sottrarre tout court tali impianti alla procedura di valutazione di impatto ambientale;
   dette autorizzazioni sono, ad avviso degli interroganti, illegittime e dovevamo essere annullate, come previsto dalla legge 214 del 1990 Norme in materia di procedimento amministrativo, con l'applicazione del diritto di autotutela da parte del dirigente della stessa regione Marche (senza la necessità di una nuova legge regionale), perché rilasciate in violazione della summenzionata direttiva dell'Unione europea, oltre che degli articoli 26 e 29 del decreto legislativo 4 del 2008, anche alla luce dei dubbi di costituzionalità di detta legge regionale, che lo stesso Consiglio dei ministri ha ritenuto di dover impugnare. Infatti, dalla lettura delle motivazioni dell'impugnativa si evince già chiaramente, per le richiamate sentenze della stessa Corte costituzionale, l'inosservanza di quanto disposto dalla direttiva europea richiamata; inoltre, lo stesso decreto legislativo 4 del 2008 e successivi, che è bene ricordare sono decreti correttivi e integrativi del precedente decreto legislativo 152 del 2006, hanno di fatto vietato la possibilità e la percorribilità di una valutazione di impatto ambientale postuma, cioè ad autorizzazione rilasciata, perché la stessa costituisce parte integrale delle autorizzazioni per gli impianti che sono assoggettati a valutazione di impatto ambientale;
   nel parere legale risulta evidente come tale annullamento in autotutela fosse un atto dovuto dall'amministrazione regionale, onde ripristinare una situazione di legalità. Inoltre, lo stesso evidenzia come l'eventuale ipotesi di refusione dei danni, eventualmente avanzati dai proponenti di tali impianti nei confronti della regione Marche, e dalla stessa addotta come pretesto per non annullare dette autorizzazioni, sia in realtà priva di fondamento, anche alla luce di molteplici sentenze di vari tribunali amministrativi, come ad esempio quelle del TAR Veneto Sez. II n. 873 del 22 giugno 2012 e del TAR Toscana Sez. II n. 629 del 07 aprile 2011 posto che, è bene ricordare, a seguito della riforma del processo amministrativo, è stata assegnata a detti tribunali la competenza per i procedimenti di richiesta dei danni;
   le norme nazionali che regolamentano tanto l'autorizzazione unica regionale, decreto legislativo 387 del 2003 e successive modificazioni e integrazioni per la costruzione e la conduzione degli impianti in oggetto, quanto le norme nazionali di tutela ambientale e della salute pubblica, in recepimento della normativa europea, decreto legislativo 152 del 2006 e successive modificazioni e integrazioni, contemplano l'applicazione dei poteri sostitutivi da parte del Consiglio dei ministri sia per rilasciare dette autorizzazioni, sia per il loro annullamento, ai sensi dell'articolo 120 della Costituzione («Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell'unità giuridica o dell'unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali»);
   detta opportunità è dettata anche dall'esigenza di mettere al «riparo» lo Stato italiano dalle sanzioni che inevitabilmente si vedrà comminare dalla Unione europea per il mancato rispetto delle sue direttive in materia di valutazione di impatto ambientale, in quanto le stesse sono di carattere self-executing –:
   quali iniziative intendano adottare a tutela del preminente interesse della tutela della salute pubblica e dell'ambiente, nonché degli interessi nazionali in ordine a quanto descritto in premessa;
   se il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare sia a conoscenza di eventuali incontri tenutisi tra il responsabile del procedimento d'impugnativa della legge regionale 3 del 2012 della regione Marche dinanzi alla Corte costituzionale, e dirigenti, funzionari o altri soggetti riconducibili all'amministrazione regionale citata;
   se sia a conoscenza della proposta di modifica alla direttiva europea in materia di valutazione di impatto ambientale per una sua semplificazione, avanzata dall'amministrazione della Regione Marche, presso i competenti uffici, che di fatto eccederebbe poteri della stessa regione andando a scavalcare e a sovrapporsi alle prerogative del Governo in materia di tutela ambientale;
   se non ritenga il Governo di approfondire il contenuto della sopracitata richiesta per la modifica della direttiva europea, allo scopo di comprendere meglio se sia effettivamente impronta alla stesura di una migliore e più esaustiva normativa per proteggere in maniera più completa l'ambiente e la salute umana, oppure se la regione Marche stia tentando di far venir meno i profili di incostituzionalità della legge regionale 3 del 2012, per le palesi violazioni dell'attuale direttiva europea, cosa che, se accadesse, farebbe venir meno l'oggetto giuridico dell'impugnativa del Governo dinanzi alla Corte costituzione per la menzionata legge regionale facendola decadere e che di fatto risulterebbe essere una sanatoria per tutti quegli impianti autorizzati illegittimamente dalla stessa regione Marche, oltre a impedirne l'esercizio dei poteri sostitutivi;
   se non ritenga il Governo di valutare se sussistano i presupposti per esercitare le prerogative previste dal citato di articolo costituzionale e procedere ad annullare tutte le autorizzazioni rilasciate;
   nel caso di specie, qualora il Governo non intendesse esercitare dette prerogative di esercizio del poteri sostitutivi, se non ritenga di voler render note in maniera dettagliata le motivazioni. (5-08559)

Interrogazioni a risposta scritta:


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro della salute, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   una forte tromba d'aria (250 chilometri orari) si è abbattuta il 28 novembre su Taranto, facendo crollare un capannone e un faro interno alla cokeria dello stabilimento dell'Ilva causando il ferimento di 38 persone, tra cui nove bambini, mentre un operaio risulta disperso;
   la fabbrica ha subito gravi danni strutturali ancora da quantificare poiché sono crollati un capannone all'imbarco prodotti, una torre faro e un camino delle batterie uno e tre (inutilizzato dal ’92);
   dentro ILVA esiste un gasometro che non è stato interessato dalla furia del tornado così come sono stati risparmiati i parchi minerali tuttora scoperti e per i quali l'ultima autorizzazione integrata ambientale fissa un termine di 36 mesi per ultimarne la copertura;
   durante la tromba d'aria si è diffuso tra gli operai in turno un panico generale;
   nei pressi dello stabilimento (a circa 150 metri dal camino e a circa 300 metri dai parchi minerali) esistono due scuole elementari –:
   se esista un piano interno di evacuazione e se ne esista uno esterno;
   se vi siano stati interventi e da parte di chi nelle scuole;
   se esistano valutazioni circa le conseguenze di un'esplosione del gasometro ed, in particolare, se una sua deflagrazione possa arrivare ad investire il quartiere Tamburi o i serbatoi dell'ENI con conseguente effetto domino;
   se il Governo non ritenga di abbreviare i tempi previsti dall'autorizzazione integrata ambientale per la copertura dei parchi minerali. (4-18826)


   BELLOTTI e GARAGNANI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   l'Autorità per l'energia elettrica e il gas, nei giorni immediatamente successivi al sisma che ha colpito l'Emilia Romagna, il Veneto e la Lombardia, ha immediatamente attuato iniziative di solidarietà per le popolazioni e le imprese;
   dopo aver sospeso il pagamento delle bollette di luce, gas e servizio idrico nelle zone terremotate, il regolatore ha fissato in 6 mesi il periodo della sospensione, che rappresenta la durata massima consentita dal decreto-legge n. 74 del 2012 convertito, con modificazioni, dalla legge 1o agosto 2012, n. 122;
   l'Autorità per l'energia ha, infine, stabilito che nel periodo di sospensione non siano applicate le norme in materia di morosità e che per gli esercenti dei comuni colpiti dagli eventi sismici vengano prorogati diversi termini legati ad adempimenti verso il regolatore, quali gli obblighi di comunicazione dati di telemisura, RAB GAS, «unbundling» e tempistiche del TICA;
   la sospensione del pagamento delle fatture è stata in vigore fino al 20 novembre 2012, lasciando non pochi dubbi sulle modalità attraverso le quali dovranno essere versate le somme che finora non sono state pretese dalle aziende erogatrici;
   ad oggi, infatti, l'unico documento a disposizione è quello redatto dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas, «Orientamenti in materia di agevolazioni per le popolazioni colpite dagli eventi sismici verificatesi nei giorni del 20 maggio 2012 e successivi», 453/2012/R/COM, che tuttavia non è vincolante;
   sarebbe dunque possibile che una qualsiasi società di servizi presentasse oggi ai suoi utenti dei comuni terremotati la richiesta di pagamento dell'intero conguaglio degli ultimi 6 mesi in un termine che, se eccessivamente ravvicinato, potrebbe causare un disagio significativo a queste popolazioni già colpite dal sisma;
   l'intendimento dell'autorità è quello di «minimizzare il rischio di eventuale mancato pagamento dei crediti maturati nel periodo di sospensione» proponendo di «considerare la quota non recuperata una volta decorso un tempo minimo di almeno 24 mesi dalla scadenza del relativo pagamento»;
   è di tutta evidenza come queste misure servirebbero a fornire rassicurazioni ai tanti cittadini che troverebbero insostenibile dover procedere a pagamenti di somme ingenti, come quelle relative al consumo di energia elettrica, in un tempo troppo ristretto;
   al momento, tuttavia, non vi sono certezze, né il Governo sarebbe intervenuto con misure di propria competenza per consentire che i suddetti orientamenti dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas assumano forma normativa –:
   se sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e se intenda attuare con il criterio della massima urgenza misure atte a garantire anche mediante apposite iniziative normative l'applicazione di principi di equità nella riscossione dei pagamenti sospesi per le popolazioni colpite dal sisma del 20 maggio e seguenti nella zona tra Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia. (4-18827)


   VITALI. – Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   il 28 novembre 2012 una parte della regione Puglia è stata colpita da un'alluvione e da una tromba d'aria che hanno interessato la città di Taranto ed il territorio del comune di Fasano;
   in particolare, una violenta tromba d'aria si è spostata da Taranto ad alcuni comuni del circondario e si è poi diretta verso il territorio fasanese danneggiando soprattutto la zona che va dal Canale di Pirro, che attraversa l'abitato della selva di Fasano e che poi si dirige verso il mare;
   i danni maggiori sono stati provocati alle abitazioni private, con crolli di cornicioni, canne fumarie e recinzioni, mentre numerosi alberi secolari si sono abbattuti al suolo con danni a strade, proprietà private ed automobili;
   si sono registrati numerosi interventi da parte dei vigili del fuoco, della polizia municipale e della struttura comunale di protezione civile, in aiuto alla popolazione e per la verifica della gravità dei danni;
   a seguito degli eventi alluvionali verificatisi, il sindaco di Fasano, Lello di Bari, ha inoltrato al Presidente del Consiglio Mario Monti, una lettera nella quale si richiede che sia riconosciuto e dichiarato lo stato di emergenza per il territorio comunale fasanese –:
   se il Governo non ritenga opportuno, alla luce di quanto descritto in premessa, riconoscere e dichiarare lo stato di emergenza per il territorio comunale fasanese, duramente colpito dall'alluvione del 28 novembre 2012;
   se non si ritenga necessario assumere le opportune iniziative di competenza per garantire, con tempestività, le risorse necessarie a sostegno dei territori colpiti e delle popolazioni succitate. (4-18829)


   GERMANÀ. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il dissesto degli enti locali è diventato tema di grande attualità, a causa da un lato della grave crisi economica che ha travolto anche l'Italia, e dall'altro lato in ragione dell'approvazione delle riforme sul federalismo che occupano Governo e Parlamento;
   va preliminarmente premesso che il dissesto, attraverso la procedura di risanamento finanziario, mira al ripristino degli equilibri di bilancio e della ordinaria funzionalità degli enti locali in grave crisi finanziaria, e, in via mediata, ad assicurare la tutela di interessi primari, relativi al buon andamento, alla continuità dell'azione amministrativa, e alla parità di trattamento dei cittadini delle varie zone geografiche del Paese nella fruizione dei livelli essenziali delle prestazioni. Al fine di non compromettere tali interessi di rango primario, gli enti locali sono obbligati a deliberare senza indugio il dissesto, e ad attivare il conseguente risanamento finanziario, quando versino nelle condizioni previste dall'articolo 244 del TUEL, ossia quando non siano più in grado di garantire l'assolvimento delle funzioni e dei servizi indispensabili, l’«incapacità funzionale», e quando versino in un grave stato di insolvenza dovuto a crediti liquidi ed esigibili di terzi, cui non possano validamente far fronte attraverso provvedimenti di riequilibrio o di riconoscimento di debiti fuori bilancio, obbligo, che peraltro si estende anche al commissario nominato ai sensi dell'articolo 141, comma 3, del TUEL;
   numerose indagini in tema di finanza locale hanno messo in luce negli ultimi anni la diffusa resistenza da parte di molti enti locali, pur in presenza dei presupposti, a formalizzare il dissesto, visto che, venuto meno l'importante fattore di incentivazione economica costituito dal contributo erariale per il risanamento dei comuni dissestati, si produrrebbero pesanti ed impopolari ricadute nei confronti dei dipendenti, degli amministratori, della cittadinanza e dei creditori dell'ente, che scaturiscono dalla dichiarazione di dissesto. Il progressivo venir meno di tali fattori di incentivazione economica ha dato luogo nel tempo ad un sempre più diffuso fenomeno di dissimulazione della reale situazione finanziaria e in molti casi di vero e proprio occultamento della condizione di dissesto che, troppo a lungo, ha impedito l'emersione di tutte le passività suscettibili di riconoscimento e il tempestivo ripristino degli equilibri di bilancio, rendendo di conseguenza le manovre di riequilibrio e di risanamento molto più problematiche, per via dell'indebito procrastinarsi della situazione debitoria di queste amministrazioni locali; infatti sono molti i comuni italiani dove i bilanci faticano a stare in piedi e per anni le uscite hanno superato le entrate. Dal 1989, anno nel quale è stata emanata la legge sul dissesto, i comuni che hanno dichiarato default sono stati 461, dei quali più della metà in Calabria e Campania, e lo Stato italiano tenuto a risanare le finanze degli enti locali, ha dovuto procedere al risanamento mediante un esborso complessivo pari ad un miliardo e mezzo di euro; ad oggi i comuni ancora in dissesto sono 37. A titolo esplicativo può essere addotto che, ad esempio, Napoli si regge grazie a 3 miliardi di euro in residui attivi, in gran parte vecchie multe che non sono state incassate e forse non lo saranno mai, il bilancio di Palermo è stato sfondato dai debiti delle società controllate, a Reggio Calabria non si capisce nemmeno quanto sia grande il buco, mentre problemi seri sono venuti fuori a Foggia e Ancona. Va a tal proposito ricordato che secondo l'articolo 244 (testo unico degli enti locali, «si ha stato di dissesto finanziario se l'Ente, Comune o Provincia, non può garantire l'assolvimento delle funzioni e dei servizi indispensabili, ovvero esistono nei confronti dell'Ente locale crediti di terzi cui non si possa fare validamente fronte né con il mezzo ordinario del ripristino del riequilibrio di bilancio né con lo straordinario riconoscimento del debito fuori bilancio»;
   nel territorio della regione siciliana, si possono annoverare tra il copioso elenco gli ultimi in ordine di tempo che, pur non avendo dichiarato ancora il dissesto vero e proprio così come definito, si trovano ad affrontare una notevolissima situazione di disagio ed allarmante difficoltà per ciò che concerne il profilo economico-finanziario, nello specifico Catania dove non sono stati pagati ai dipendenti pubblici gli stipendi relativi al mese di ottobre, e Messina dove pur non esistendo una documentazione chiara e trasparente, si parla di una voragine;
   nel luglio 2012 la Corte dei conti ha elaborato e pubblicato la «RELAZIONE SULLA GESTIONE FINANZIARIA DEGLI ENTI LOCALI esercizi 2010-2011» che reca, tra le altre analisi, anche quella sui comuni in dissesto finanziario; infatti viene analizzato nel dettaglio anche il dissesto dichiarato nel 2011 da 10 comuni, più altri 5 che l'hanno dichiarato nel 2012, ovvero: in Lombardia: Barni (CO) in Liguria: Riomaggiore (SP); in Toscana: Castiglion Fiorentino (AR); nel Lazio: Terracina (LT); in Campania: Casal di Principe (CE), Roccamonfina (CE), San Gregorio Matese (CE) e Volturara Irpina (AV); in Calabria: Camini (RC) ed in Sicilia: Comiso (RG);
   nei primi due mesi del 2012 hanno dichiarato il dissesti 5 enti: in Campania: Baia e Latina (CE), Casetra (CE) e Castel Volturno (CE), in Calabria: Briatico (VV) e Fuscaldo (CS);
   nella stessa relazione, viene altresì segnalato anche l'avvio della procedura di dissesto nei confronti di una serie di enti già in difficoltà finanziarie che non hanno adottato le necessarie misure correttive, e nello specifico in Piemonte Alessandria, nelle Marche Fratte Rosa, Montottone, Offida, Spinetoli, Ancona, in Liguria Cogorno, Boissano, Vezzano Ligure, in Puglia Foggia, Zapponeta, Sanarica e San Nicandro Garganico;
   infine, è stato inserito anche l'elenco dei comuni inadempienti all'obbligo di invio telematico dei rendiconti per gli esercizi finanziari 2008-2010: nel 2010, per esempio, su 8.020 comuni tenuti ad inviarlo, 215 non l'hanno fatto;
   in concomitanza con la crisi, le amministrazioni locali, anche in presenza di una situazione finanziaria disastrosa, pur di rispettare il mandato elettorale, hanno ricominciato a deliberare il dissesto finanziario sia nel caso in cui la gestione dell'ente è minata dalle azioni e le procedure esecutive dei creditori che spesso sono di portata così rilevante da non permettere neppure l'ordinaria amministrazione, sia quando dopo ispezioni e controlli, vi è la necessità di riportare i bilanci comunali nei limiti della legittimità contabile e finanziaria;
   da questa breve disamina, si evince chiaramente che il nostro Paese soffre di una gravissima carenza di trasparenza dei bilanci ed è ancora vittima di uno scarso o addirittura omesso controllo amministrativo che per natura è un controllo di vigilanza dimostratosi del tutto inefficace, poiché, pur nel rispetto solamente formale degli adempimenti previsti, non si è mai proceduto ad una verifica sostanziale che potesse dimostrare la totale aderenza alla realtà dei bilanci deliberati dagli enti locali che non sempre si sono dimostrati pronti a compensare la diminuzione dei trasferimenti statali con un'azione amministrativa e finanziaria adeguata;
   negli ultimi vent'anni si è assistito all'evoluzione normativa in questa materia, e, proprio in ragione delle inefficienze che si sono annidate nella gestione di alcuni amministratori, si è logicamente ritenuto opportuno perseguire l'obiettivo di affermare una maggiore responsabilizzazione dell'ente e dei suoi amministratori. Inoltre, va constatato che si è intervenuti a più riprese per cercare di superare le oggettive difficoltà derivanti dal passaggio dal precedente sistema normativo, che attribuiva allo Stato un legislazione esclusiva per le questioni di bilancio e finanza pubblica, alle regioni una potestà legislativa concorrente ed agli enti locali solo regolamentare, a quello attualmente in corso indirizzato verso il federalismo fiscale;
   il riferimento agli aspetti ed all'evoluzione legislativa è indispensabile per introdurre un argomento dalla portata più importante ovvero l'evidenza che la cattiva gestione della pubblica amministrazione deriva dal disinteresse per ciò che è il bene collettivo, da una dotazione organica spesso demotivata e non preparata, da una generalizzata cattiva informazione su tutte le possibilità di crescita a qualsiasi livello, sociale, tecnico, finanziario, da un inadeguato sviluppo delle risorse proprie e da una carente fruizione di quelle derivate;
   a ciò si aggiunga che le risorse di derivazione statale ogni anno diminuiscono e la struttura burocratica resta sempre quella di decenni fa e il blocco delle assunzioni, il contenimento della spesa e il già elevato numero di personale non permettono l'inserimento nei comuni di nuove professionalità motivate e preparate;
   è anche necessario considerare che, negli ultimi anni, ai comuni sono state delegate nuove e complesse funzioni senza che nel contempo siano stati forniti mezzi e strumenti adeguati, ma ciò avrebbe dovuto portare ad una maggiore responsabilizzazione degli amministratori locali che avrebbero dovuto imparare e ricercare soluzioni innovative al fine di trarre il massimo beneficio con il minimo dispendio, riportando la gestione comunale alla sua naturale origine ovvero quella di servizio alla cittadinanza;
   è quindi imperativo, soprattutto in Sicilia, ridurre drasticamente la spesa corrente e riqualificarla in base alle vere priorità, ripensando radicalmente la composizione delle voci della spesa; essa va obbligatoriamente aggiornata secondo tre nuove linee direttrici ovvero la previsione di spese in conto capitale per sostenere la ricerca e incrementare la produttività del sistema, la riduzione del carico fiscale e parafiscale a carico di chi investe e produce nel territorio siciliano, ed infine spese per gli interventi ed i servizi alla collettività, in ordine ad una maggiore vivibilità del territorio e della società;
   razionalizzazione della spesa ed oculatezza nella gestione delle risorse, sono principi irrinunciabili e «spiritus movens» di un comune virtuoso che deve assicurare al cittadino la possibilità di usufruire di servizi offerti da un'amministrazione corretta, trasparente e moderna;
   in conclusione, oltre alle circostanze esposte e alle motivazioni addotte, va messo in evidenza che la mancanza di trasparenza e l'omesso o scarso controllo dei bilanci e degli adempimenti previsti, che purtroppo fino ad oggi sono stati rispettati solo formalmente, costituiscono la fonte primaria dell'eventuale dissesto finanziario di un comune –:
   quali iniziative, anche normative, si intendano porre in essere al fine di assicurare la trasparenza dei bilanci comunali;
   quali strumenti verranno implementati per garantire l'efficacia dei controlli;
   quali siano le azioni e le soluzioni che possano consentire di operare controlli più stringenti a tutti i livelli per incentivare la responsabilità nell'azione amministrativa, improntandola ai principi cardine della trasparenza e del buon andamento. (4-18832)


   MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   da notizie di stampa si apprende che l'ex Ministro Claudio Scajola nell'ambito di una riunione si sarebbe rivolto ai parlamentari Michele Scandroglio, Eugenio Minasso e Luigi Grillo: «So tutto di voi, per gli incarichi istituzionali che rivestivo, ho guidato i servizi, conosco i vostri segreti (...) ma non ho mai utilizzato le vicende delicate che vi riguardano (dalle indagini sul voto di scambio ai fondi all'estero) contro di voi»;
   l'ex Ministro Claudio Scajola tra l'estate del 2006 e il 2008 è stato Presidente del comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza (COPACO) riformato nel 2007 in Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (COPASIR) –:
   se i servizi di sicurezza dispongano di informazioni riservate su alcuni parlamentari, a che titolo le abbiamo eventualmente acquisite, e se risulti che vi siano state richieste di accesso a tali informazioni nei termini descritti in premessa. (4-18845)

AFFARI ESTERI

Interrogazione a risposta scritta:


   PORTA, FEDI, BUCCHINO, GIANNI FARINA e NARDUCCI. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   i COMITES, le istanze di rappresentanza di base previste e regolamentate dalla legge 23 ottobre 2003 n. 286, da alcuni anni sono in condizione di grave difficoltà a causa della progressiva diminuzione dei finanziamenti ministeriali e del triplice rinvio del loro rinnovo, che ha contribuito a svuotarli di energie e a ostacolarne il ricambio;
   la drastica riduzione dei finanziamenti, scesi dai 3,4 milioni del 2008 ai 2,4 del 2012, oltre a colpire le possibilità operative di tali organismi, mette in discussione i rapporti di lavoro costituiti secondo la legge locale, esponendo chi li gestisce con impegno gratuito e volontario a responsabilità civili in diversi casi preoccupanti;
   il COMITES di Rio de Janeiro, che pure dal 1987 ad oggi ha realizzato un importante servizio per i cittadini di quell'area per i quali ha richiesto in Italia più di 10.000 documenti inerenti pratiche di cittadinanza, non fa eccezione in questa condizione di generale precarietà, tant’è che ha accumulato nel tempo alcune esposizioni debitorie e arretrati riguardanti il rapporto di lavoro con la persona che per anni ha svolto le mansioni di segretaria;
   il console di Rio, pur non facendo mancare nel recente passato il suo sostegno al suddetto COMITES, dopo avere promesso di dare in comodato gratuito i locali attualmente occupati ha intimato al Presidente di esso di lasciarli entro il corrente mese, consentendo l'uso di una semplice sala da riunioni e una postazione internet inadatta alla continuazione del servizio di raccolta delle domande dei cittadini;
   in una fase prevedibilmente non breve di contenimento delle risorse destinate alle politiche emigratorie, la razionalizzazione dei rapporti logistici tra i consolati e i COMITES dovrebbe essere un obiettivo da perseguire, per fare in modo che i costi per i locali, tanto più rilevanti in città di ampie dimensioni nelle quali sono più consistenti le nostre comunità, possano assorbire risorse finanziarie da destinare prioritariamente ai servizi ai nostri connazionali –:
   se non intenda rappresentare al console di Rio de Janeiro, nel quadro di un impegno concordato e progressivo di risanamento della situazione debitoria del COMITES, l'opportunità di prolungare la disponibilità dei locali già in uso da parte dell'organismo di rappresentanza perché esso possa continuare ad esercitare le funzioni previste dalla legge e attese dai nostri concittadini. (4-18815)

AMBIENTE E TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE

Interrogazione a risposta scritta:


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro della salute, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   nel corso dell'informativa urgente del Governo sui recenti sviluppi relativi alla situazione dell'Ilva di Taranto svoltasi alla Camera il 28 novembre 2012, il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare Corrado Clini ha affermato che a seguito dell'adozione dell'ultima AIA, Ilva ha presentato il piano degli interventi che «comporta, secondo valutazioni dell'Ilva, ma anche secondo le nostre valutazioni, investimenti per circa 3 miliardi di euro. Il piano degli interventi è stato presentato da Ilva e l'impegno è quello di investire le risorse necessarie per realizzare il risanamento dello stabilimento secondo le prescrizioni che abbiamo dato»;
   nel corso dell'informativa svolta al Senato il giorno successivo, il 29 novembre 2012, il Ministro ha ribadito che «L'azienda ha accettato le prescrizioni dell'autorizzazione integrata ambientale con un piano di interventi di cui si è assunta anche la responsabilità economica» –:
   se il Governo disponga di informazioni in merito alla solidità finanziaria dell'azienda, alla liquidità disponibile, alle linee di credito a cui l'azienda può accedere e per quali importi e se al Governo risulti l'esistenza di esposizioni debitorie pregresse nei confronti del sistema creditizio. (4-18831)

BENI E ATTIVITÀ CULTURALI

Interrogazione a risposta scritta:


   FUCCI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   nel luglio del 2011 l'interrogante si rivolse all'allora Governo con l'interrogazione n. 4-12639 per avere indicazioni sui tempi previsti per i lavori di restauro, che erano stati oggetto di incontri e accordi tra la locale sovrintendenza e il comune di Andria, della cripta di Santa Croce, cripta di notevole importanza storica presente nella città;
   nel gennaio 2012 il nuovo Ministro dei beni culturali in carica rispose all'interrogazione affermando che, in base a una serie di accordi pervenuti nel frattempo, i lavori di restauro avrebbero avuto luogo in tempi brevi viste anche le precarie condizioni in cui si trovava, in termini di conservazione, la cripta di Santa Croce;
   nei giorni scorsi, però, la locale pro loco ha preso l'iniziativa per denunciare con la massima evidenza il fatto che nel frattempo niente si sarebbe concretamente mosso lasciando così fermi i lavori di restauro, peraltro sempre più necessari a causa del degrado conservativo della cripta di Santa Croce che cresce con il passare del tempo –:
   quali informazioni in merito a quanto esposto in premessa possa fornire il Ministro interrogato e quali siano le tempistiche e le modalità per il concreto avvio degli auspicati e ormai indifferibili lavori di restauro e conservazione della cripta di Santa Croce in Andria. (4-18822)

DIFESA

Interrogazioni a risposta immediata in Commissione:

IV Commissione:


   DI STANISLAO. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   nel mese di agosto 2012 il Ministro della difesa ha emanato una direttiva con la quale si chiede allo Stato maggiore della difesa di procedere al riordino della sanità militare in senso interforze;
   le organizzazioni sindacali su mandato dell'assemblea del personale civile del dipartimento militare di medicina legale di Firenze hanno proclamato lo stato di agitazione dei lavoratori;
   la riorganizzazione dei dipartimenti militari di medicina legale (DMML) in senso interforze è già stata attuata nel 2005, tanto è vero che, almeno nell'ente in questione, fanno parte delle commissioni ufficiali medici dell'Aeronautica e dell'Arma dei carabinieri;
   i dipartimenti militari di medicina legale oltre che interforze hanno una valenza interministeriale, tanto è vero che quello di Firenze oltre che per l'Amministrazione della Difesa (Esercito, Aeronautica, carabinieri, dipendenti civili), fornisce supporto medico-legale per il Ministero dell'interno (polizia di Stato, vigili del fuoco), Ministero della giustizia (Polizia penitenziaria), il ministero dell'economia e finanze (Guardia di finanza), il ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali (Corpo forestale dello Stato);
   inoltre, da non trascurare l'attività medico-legale rivolta all'utenza esterna è derivante dalla legge 210 del 1992 (richieste di risarcimento per malattie dovute a trasfusione di sangue infetto, da emoderivati e da vaccinazioni), dalla legge n. 244 del 2007 e dalla legge n. 14 del 2009 (indennizzo a soggetti affetti da sindrome da talidomide);
   i sindacati dichiarano che l'attuale riorganizzazione (si veda la direttiva Stato Maggiore della difesa prot. n. 384 del 24 ottobre 2012) che prevede la chiusura di circa il 50 per cento dei Dipartimenti militari di Medicina legale (sei dipartimenti militari di medicina legale su tredici esistenti), determinerà, nel rapporto costo-beneficio, a fronte di presunti risparmi tutti da verificarle per il ministero della difesa, come effetto un sicuro aumento di spesa per i ministeri sopramenzionati e quindi effetti negativi per il bilancio dello Stato;
   in particolare, si fa riferimento all'ipotesi di chiusura del dipartimento militare di medicina legale di Firenze che per posizione geografica e collegamenti derivanti dal sistema dei trasporti può servire, a costi inferiori, un bacino di utenza più ampio rispetto al dipartimento militare di medicina legale che la riorganizzazione in atto prevede come punto di riferimento per tutta l'utenza che usufruiva del medesimo Ente. La struttura è centrale rispetto alla dislocazione attuale delle utenze servite, inoltre potrà essere un importante supporto anche rispetto alla nuova scuola sottufficiali Carabinieri che a breve sarà inaugurata a Firenze ed alla divisione «Mantova» che, a breve, dovrebbe insediarsi nella caserma già sede dell'EUROFOR;
   è evidente che gli investimenti fatti dal dipartimento militare di medicina legale di Firenze per offrire servizi qualificati (si pensi ad esempio alla risonanza magnetica per diagnosticare traumi derivanti da attività da aviolancio) non debbano essere dispersi –:
   sa non ritenga di chiarire le motivazioni che spingono alla chiusura del dipartimento militare di medicina legale di Firenze che a detta dei sindacati non comporterà nessun risparmio di risorse e nessun beneficio. (5-08560)


   PAGLIA. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 1014 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66 (Codice dell'ordinamento militare), disciplina, in via generale le riserve di posti in favore del personale ex militare congedato senza demerito;
   il comma 3, in particolare, stabilisce che per l'assunzione agli impieghi civili nelle pubbliche amministrazioni di personale non dirigente, la riserva obbligatoria di posti a favore dei militari di truppa delle Forze armate, congedati senza demerito dalle ferme contratte anche al termine o durante le rafferme, è elevata al 30 per cento;
   tale disposizione ha, di fatto, sostituito l'articolo 18 del decreto legislativo 8 maggio 2001, n. 215, che recava disposizioni in materia di riserve di posti per i volontari in ferma prefissata e in ferma breve, ampliando l'ambito soggettivo di applicazione del beneficio della riserva;
   ai sensi del comma 5 dell'articolo 627 del decreto legislativo n. 66 del 2010, la categoria dei militari di truppa comprende i militari di leva, i volontari in ferma prefissata, gli allievi carabinieri, gli allievi finanzieri, gli allievi delle scuole militari, navale e aeronautica, gli allievi marescialli in ferma, gli allievi ufficiali in ferma prefissata e gli allievi ufficiali delle accademie militari; l'articolo 631, al comma 2, precisa, inoltre, che militare di truppa senza alcun grado è, tra gli altri, anche l'allievo delle scuole militari, navale e aeronautica;
   nonostante la chiarezza delle citate disposizioni, si sono registrati non pochi dubbi interpretativi con riferimento all'individuazione puntuale dei requisiti soggettivi richiesti per la fruizione del beneficio della riserva;
   di fatto, alcune categorie di «militari» — in particolare si tratta di allievi delle scuole militari — si sono visti rigettare le loro istanze al riguardo e sono stati, così, costretti ad adire le competenti sedi giurisdizionali al fine di vedersi riconosciuto un loro legittimo diritto;
   è importante, a questo proposito, sottolineare che, ai sensi dell'articolo 788 del citato decreto gli allievi, dal compimento del 15° anno di età e sino alla maggiore età, possono essere arruolati a domanda e con il consenso di chi esercita la potestà, e contraggono una ferma speciale di anni 3 per il completamento del corso di studi prescelto; a tal fine, possono contrarre successive rafferme di un anno; pertanto, gli allievi che presentano domanda di arruolamento volontario appartengono all'istituto militare;
   si fa, altresì, presente, che, ai sensi della normativa vigente, il periodo di arruolamento volontario prestato presso le scuole militari è valutato anche ai fini pensionistici e allo stesso consegue la corresponsione del trattamento economico spettante al militare di truppa di leva;
   alla luce di tali considerazioni, risulta, quindi, incomprensibile una lettura delle disposizioni di cui sopra che, escludendo gli allievi delle scuole militari dall'applicazione del beneficio della riserva di cui godono gli ex militari congedati, determinerebbe un'ingiustificata disparità di trattamento;
   risulta, quindi, quanto mai necessario ed urgente un intervento del Governo al fine di chiarire, in maniera inequivoca e definitiva, quali siano le categorie che effettivamente possono fruire del beneficio della riserva di posti –:
   se il beneficio della riserva dei posti negli impieghi civili delle pubbliche amministrazioni debba ritenersi, alla luce del combinato disposto delle disposizioni citate in premessa, applicabile anche a coloro che abbiano frequentato accademie o scuole militari. (5-08561)


   RUGGHIA, VILLECCO CALIPARI, GIANNI FARINA e VICO. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   in data 29 maggio 2012, a conclusione della discussione su alcune risoluzioni presentate in commissione in materia di esercizio del diritto di acquisto dell'usufrutto con diritto di accrescimento da parte di conduttore di alloggi di servizio di cui all'articolo 404, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 90, il Governo si era impegnato ad assumere iniziative normative al fine di prevedere in caso di esercizio dell'acquisto di usufrutto con diritto di accrescimento in favore del coniuge o di altro membro del nucleo familiare di cui all'articolo 404, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica del 15 marzo 2010, n. 90, anche la determinazione del prezzo in base al canone di conduzione ed alla aspettativa di vita del beneficiario del diritto di accrescimento, corrisposto con la medesima facoltà di rateizzazione riconosciuta ai conduttori di cui al primo periodo del citato articolo 404, comma 4, qualora più favorevole per l'acquirente –:
   quali iniziative siano state intraprese dal Governo per ottemperare agli impegni assunti in sede di approvazione della citata risoluzione. (5-08562)

Interrogazione a risposta in Commissione:


   GRAZIANO. — Al Ministro della difesa, al Ministro della giustizia, al Ministro dell'interno, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   il personale del comparto sicurezza, della difesa e del soccorso pubblico, in regime di diritto pubblico, è destinatario del trattamento di fine servizio, indennità di buonuscita INPS corrisposta alla fine del servizio, ivi compresi i nuovi assunti o i nominati in servizio permanente. Diversamente, i restanti dipendenti statali in regime di diritto privato e i nuovi assunti dopo la data del 31 dicembre 2000 sono destinatari del trattamento di fine rapporto;
   per quanto attiene al trattamento economico di quiescenza non sussistono differenze, giacché tutti i dipendenti pubblici sono destinatari delle previsioni della legge 8 agosto 1995, n. 335, che ha trasformato il sistema di calcolo delle pensioni da retributivo a contributivo;
   questo cambiamento nel sistema di calcolo delle pensioni avrebbe determinato una diminuzione critica del tasso di sostituzione dal precedente 80 per cento nominale previsto dal decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1092, a un valore che a regime, secondo alcune stime, potrebbe valutarsi a non più del 50 per cento circa dell'ultimo trattamento economico percepito in servizio;
   l'articolo 3, comma 1, lettera v), della legge delega 23 ottobre 1992, n. 421, e il relativo decreto legislativo 21 aprile 1993, n. 124, avevano previsto e disciplinato forme di previdenza per l'erogazione di trattamenti pensionistici complementari del sistema obbligatorio pubblico, proprio al fine di assicurare più elevati livelli di copertura previdenziale;
   successivamente, l'articolo 26, comma 20, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, similmente a quanto avvenuto per altri comparti, ha previsto l'istituzione di forme di previdenza complementare per il personale del comparto sicurezza e difesa, attraverso procedure di negoziazione e di concertazione;
   il problema evidenziato, a distanza di più di dieci anni ormai, non è stato risolto con una sperequazione difficilmente giustificabile rispetto ad altri comparti e ad altre categorie di lavoratori;
   inoltre, l'articolo 24, comma 18, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, con legge 22 dicembre 2011, n. 214, ha previsto l'adozione, con regolamento da emanarsi entro il 31 ottobre 2012, delle misure di armonizzazione dei requisiti di accesso al sistema pensionistico, tenendo conto delle obiettive peculiarità ed esigenze dei settori di attività nonché dei rispettivi ordinamenti;
   le previsioni inerenti a forme pensionistiche integrative, per alcune tipologie di dipendenti statali in regime di diritto privato e di dipendenti del settore privato, si sono concretizzate, essendoci per essi già da tempo una previdenza complementare in atto ed essendo già costituiti, autorizzati all'esercizio e divenuti operativi fondi pensione negoziali;
   per il personale del comparto sicurezza, della difesa e del soccorso pubblico invece l'attuazione delle previsioni richiamate è rimasta lettera morta e la costituzione di forme previdenziali complementari attende l'attuazione della norma di cui all'articolo 3, comma 2, del decreto legislativo n. 252 del 2005. Sulla questione, di sicuro interesse sarebbe l'avvio di una concertazione previdenziale insieme alle amministrazioni interessate, alle organizzazioni sindacali coinvolte e alle rappresentanze militari del personale;
   l'incremento del livello di copertura previdenziale del personale interessato dalla problematica in parola si rende evidente in attuazione della riconosciuta specificità del ruolo delle Forze armate, delle forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonché dello stato giuridico del personale ad essi appartenente, a norma dell'articolo 19, commi 1 e 2, della legge n. 183 del 2010;
   stante la illegittimità costituzionale, dichiarata con sentenza della Corte Costituzionale n. 223 del 2012, dell'articolo 12, comma 10, del decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, in legge n. 122 del 2010, a norma del quale si sarebbe avuta la omologazione, con effetto sulle anzianità contributive maturate a decorrere dal primo gennaio 2011, delle modalità di determinazione del trattamento di fine servizio a quello di fine rapporto, ridimensionandone ulteriormente la redditività, resta evidente l'urgenza di intraprendere opportune iniziative al riguardo –:
   se non ritenga opportuno assumere iniziative per definire quanto prima una soluzione che possa colmare l'assenza di un fondo pensione negoziale per il comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico, anche mediante la razionalizzazione di istituti previdenziali già esistenti e operanti, sanando la discriminazione rispetto agli altri comparti e lavoratori ed evitando al personale interessato di andare in pensione con un trattamento notevolmente inferiore rispetto all'ultimo stipendio percepito. (5-08563)

ECONOMIA E FINANZE

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'economia e delle finanze, il Ministro della salute, per sapere – premesso che:
   in data 22 novembre 2012, il quotidiano Avvenire, in un articolo a firma di Nello Scavo, segnalava l'inchiesta che ha portato alla contestazione di penali, da parte della Corte dei conti, sentenza del 17 febbraio 2012, per quasi 100 miliardi ai gestori dei giochi Atlantis World, Giocolegale limited, Snai spa, Sisal spa, Gmatica srl, Cogetech spa, Gamenet spa, Lottomatica Videolot Rete spa, Cirsa Italia srl, H.b.G. Srl e Codere spa;
   da quanto si apprende dalla citata fonte di stampa, gli stessi concessionari delle slot machine ne verseranno circa 2,7, miliardi di euro, salvo ulteriori riduzioni risultanti dai ricorsi ancora in corso;
   le contestazioni riportate dalla Corte dei conti riguardavano il mancato collegamento degli apparecchi alla rete telematica dello Stato, gestita da Sogei;
   sempre lo stesso quotidiano, in un'intervista al generale Umberto Rapetto, che per due anni ha lavorato all'inchiesta sulla evasione fiscale dei concessionari del gioco d'azzardo, riportava le affermazioni dello stesso generale: «A fronte degli addebiti della Procura della Corte dei Conti si è innescata una corsa per scongiurare il pagamento delle somme computate. Si è parlato di cifre “irragionevoli” e si è fatto riferimento a “multe”. Niente affatto. Erano “penali” concordate dai contraenti, su entrambi i fronti rappresentati da persone responsabili e in piena capacità di intendere e di volere. Nella primavera scorsa le società concessionarie e alcuni dirigenti dei Monopoli sono stati condannati al pagamento di complessivi 2 miliardi e 700 milioni di euro, poca cosa rispetto a quel che si era quantificato: tutte le interpretazioni contrattuali e tecniche erano andate a favore di chi non aveva rispettato o non aveva fatto rispettare il fin troppo chiaro contratto di concessione»;
   lo stesso giornalista nel ricostruire la vicenda spiegava: «La connessione telematica ha il compito di rilevare il reale giro d'affari di ogni singola slot-machine in modo da determinare la correttezza del montepremi e il gettito erariale. L'esorbitante ammontare delle penali viene ricavato dalla convenzione di concessione stipulata nel 2004, che prevedeva (prima di una modifica nel 2008) una penale di 50 euro per ogni ora di mancato collegamento alla rete. Il numero degli apparecchi muniti di autorizzazione entro settembre del 2006 era raddoppiato e già a gennaio 2007 le macchinette da interrogare erano quasi 270mila»;
   la riduzione dell'ammontare della penale sarebbe da ricondurre «ad una diversa quantificazione del danno e dei singoli addebiti, anche a causa delle omissioni nelle attività di controllo contestate a due dirigenti dei Monopoli di Stato»;
   la Corte dei conti, nella citata sentenza del 17 febbraio 2012, ribadiva che l'indagine della Guardia di finanza «non ha evidenziato soltanto uno sperpero di risorse pubbliche a causa del pagamento per un servizio pubblico non reso, ovvero reso solo in parte, ma ha messo in luce gravissime illegalità che hanno escluso quasi del tutto l'esercizio del controllo pubblico sul gioco»;
   negli ultimi anni, fino a recenti provvedimenti approvati dal Parlamento, la sensibilità verso la trasparenza dei giochi d'azzardo e quindi la definizione più capillare della gestione degli stessi, nonché il riconoscimento delle ludopatie come malattie che interessano anche i giovani, elevate a priorità da prevenire, è ampliamente cresciuta, cercando di contemperare l'esercizio del gioco responsabile agli introiti che ne derivano per lo Stato –:
   se non si ritenga urgente e doveroso verificare, per quanto di competenza, eventuali responsabilità sul piano amministrativo e disciplinare in relazione a quanto emerso in premessa e assumere iniziative normative per definire meglio l'esercizio del controllo pubblico e la certezza della pena, al fine di evitare che venga vanificato l'operato delle forze dell'ordine e si dia la distorta percezione di favorire il mancato rispetto delle regole, in un settore che è peraltro soggetto ad infiltrazioni della criminalità organizzata.
(2-01767) «Bobba, Bachelet, Baretta, Bellanova, Boccuzzi, Bossa, Capodicasa, Carella, Marco Carra, Dal Moro, De Pasquale, Fabbri, Farinone, Fiano, Fogliardi, Gnecchi, Grassi, Iannuzzi, Lenzi, Lucà, Lulli, Marchi, Marchioni, Mattesini, Mosella, Narducci, Peluffo, Pezzotta, Piccolo, Poli, Rampi, Realacci, Rubinato, Sarubbi, Schirru, Servodio, Tullo, Livia Turco, Verducci, Villecco Calipari, Binetti».

Interrogazione a risposta orale:


   GALLI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   i maggiori quotidiani nazionali riportano le dichiarazioni del direttore dell'Agenzia delle entrate, Attilio Befera, che contesta la proposta di inserire nel provvedimento di delega fiscale la norma che consente di detrarre gli scontrini fiscali, affermando: «Sono contrario al contrasto di interessi(...). L'onestà per convenienza non la trovo corretta e la misura non porta quei vantaggi di cui tutti parlano»;
   in data 22 novembre 2012, nella trasmissione Striscia la notizia, veniva messo in onda un servizio di Luca Abete dal titolo Scontrino dove sei ? in cui si documentava ampiamente come nel «quartiere cinese» di Napoli nessuno dei negozi di vendita al dettaglio gestiti da cinesi rilasciasse scontrino fiscale regolare: anche ad esplicita richiesta;
   la situazione di totale evasione evidenziata dal servizio rappresenta l'esempio eclatante di una pratica diffusa su tutto il territorio nazionale, spesso segnalata all'interrogante da privati cittadini, anche nel settore degli ambulanti, senza che vi siano capillari controlli con le conseguenti sanzioni;
   la presenza di tali «esercizi commerciali» è facilmente verificabile anche solo camminando per le strade delle nostre città o nei mercati, e tale pratica di controllo del territorio è altrettanto facilmente attuabile;
   tali attività sono presumibilmente esercitate senza il possesso di partita IVA o di altra registrazione presso l'Agenzia delle entrate, mentre il controllo relativo all'emissione degli scontrini fiscali è prevalentemente attuato su coloro di cui si conosce l'esistenza, ovvero coloro che sono regolarmente registrati;
   la mole di evasione totale è fortemente significativa, e profondamente diversa dall'elusione che finora si è contrastata con ottimi risultati;
   pur non volendo entrare nel merito della bontà della norma che prevede la deducibilità degli scontrini fiscali, che personalmente l'interrogante ritiene positiva e quanto mai urgente e necessaria in quanto coinvolge il cittadino in un percorso di onestà fiscale, che in altri Paesi ha dato ottimi risultati in termini di contrasto all'evasione e all'elusione come in termini di maggior propensione al consumo, e che si considera strumento di giustizia fiscale, si ritiene che funzione del direttore Befera sia quella di applicare le norme che l'organo legislativo ha deliberato in nome del popolo italiano, e non quella di contestare le iniziative del Parlamento e del Governo, anche considerando che il suo ruolo è conseguenza di una progressione in carriera e non frutto della volontà popolare, unica realtà che può delegare l'esercizio del potere legislativo;
   i fatti di cui in premessa relativi all'evasione degli esercizi commerciali cinesi rappresenta, in modo esemplare, ad avviso dell'interrogante, come una rilevante parte della «missione» che il direttore Befera dovrebbe promuovere e coordinare sia sostanzialmente disattesa –:
   se e come si intenda intervenire al fine di ottenere dai competenti organi preposti un capillare controllo delle attività di cui in premessa, anche con ordini di servizio mirati alle categorie segnalate;
   se e come si intenda richiamare il direttore Befera ai compiti propri del suo ruolo, limitandone le interferenze sul processo legislativo anche nella forma della dichiarazione di cui in premessa;
   se non si ritenga opportuno, considerato che quanto affermato dal direttore Befera appare all'interrogante una sorta di «invasione di campo» nei confronti del Parlamento e dell'Esecutivo, e alla luce della non ottimale efficienza manifestata dallo stesso Befera nello svolgimento del suo compito, richiederne le immediate dimissioni. (3-02634)

Interrogazioni a risposta scritta:


   FUCCI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   il 14 novembre 2012 la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato la delibera CIPE del 3 agosto 2012 («Fondo per lo sviluppo e la coesione regione Puglia. Programmazione delle residue risorse 2000-2006 e 2007-2013 e modifica della delibera n. 62 del 2011»);
   nell'allegato alla citata delibera che riporta l'elenco degli interventi finanziabili in vari settori, spicca l'assenza dei fondi da destinare, come alla vigilia sembrava dovesse invece essere in base alle trattative avvenute tra enti locali e Governo, alla costruzione del nuovo ospedale di Andria;
   in tal modo la città di Andria, che ha una popolazione di circa 100 mila abitanti, e il territorio circostante (con riferimento a una provincia densamente abitata come quella di Barletta-Andria-Trani) vengono fortemente penalizzati anche considerato che la stessa delibera CIPE stanzia invece i fondi necessari per la costruzione e la ristrutturazione di strutture sanitarie in altri territori della Puglia;
   a parere dell'interrogante si tratta di una logica negativa anche perché, in tal modo, oltre a danneggiare uno specifico territorio (in questo caso quello di Andria e della provincia Bat), si crea anche una spiacevole e inutile forma di competizione tra aree della medesima regione che, invece, avrebbero tutto l'interesse a lavorare in armonia tra loro in una materia delicata come quella della sanità –:
   quali siano state le ragioni che hanno portato all'esclusione del nuovo ospedale di Andria dall'elenco degli interventi finanziati dal CIPE;
   quali iniziative di competenza sia ritenuto utile assumere, nel contesto dei livelli essenziali di assistenza costituzionalmente garantiti a tutti i cittadini italiani, per contribuire all'avvio concreto di un'opera essenziale per la salute e il benessere dei cittadini di Andria e della provincia circostante. (4-18816)


   MISEROTTI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   siamo ormai prossimi alla fine dell'anno e, nel mese di dicembre, giunge l'agognata tredicesima mensilità per lavoratori e pensionati, che contribuisce a sostenere i tanti impegni che interessano le famiglie a fine anno;
   l'attuale pressione fiscale aggrava la situazione di moltissime famiglie italiane, già messe a dura prova dalla difficile condizione economico-finanziaria che da tempo ormai attraversa il nostro Paese;
   secondo le stime di Confesercenti quest'anno soltanto il 27 per cento degli italiani utilizzerà la tredicesima per acquisti di regali e per divertimento, mentre la maggior parte dei soldi verrà destinata al pagamento di bollette e dei mutui;
   la detassazione delle tredicesime potrebbe rappresentare un segnale di apertura nei confronti dei cittadini, che consentirebbe loro di fronteggiare in maniera più adeguata le spese legate alla gestione quotidiana della vita familiare –:
   se il Ministro interrogato non ritenga opportuno assumere le iniziative di propria competenza al fine di prevedere meccanismi di detassazione delle tredicesime, oppure forme di tassazione separata delle stesse, offrendo così a milioni di italiani e, in particolar modo, ai pensionati, che a fatica riescono a condurre un tenore di vita dignitoso con pensioni minime, una boccata d'ossigeno dopo i sacrifici di un anno intero. (4-18821)

GIUSTIZIA

Interrogazioni a risposta scritta:


   BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riportato dal quotidiano Il Centro, G.D.A., 67enne, ristretto agli arresti domiciliari nella sua abitazione per violazione della legge sugli stupefacenti, si è lasciato cadere dalla finestra posta al quarto piano di uno stabile a Roseto degli Abruzzi, nella frazione di Campo a Mare;
   al momento della tragedia la vittima era sola in casa e ad accorgersi di quanto era accaduto sono stati alcuni vicini che lo hanno visto precipitare al suolo. Inutile l'arrivo dei soccorsi, perché l'uomo è morto sul colpo. Sul posto sono intervenuti, oltre al personale del 118, anche gli agenti di polizia e i carabinieri della stazione di Roseto –:
   quale sia l'esatta dinamica dell'episodio riportato in premessa;
   da quanto tempo G.D.A. fosse ristretto ai domiciliari;
   per quali motivi l'uomo si trovasse ristretto agli arresti domiciliari, se il medesimo stesse scontando una pena o se fosse sottoposto ad una misura cautelare in attesa del processo. (4-18834)


   BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della giustizia, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, un detenuto tunisino di 35 anni, recluso nel carcere di Teramo per reati legati allo spaccio di droga, ha infilato la testa tra le sbarre della feritoia della porta blindata della sua cella. Vano il tentativo di estrarla da parte degli agenti: è stato necessario l'intervento dei Vigili del fuoco che hanno dovuto segare le sbarre. L'uomo è stato quindi trasferito in infermeria;
   non è la prima volta che il detenuto in questione si rende protagonista di simili gesti: l'uomo, trasferito da un mese e mezzo a Teramo, dove è presente un reparto per detenuti con patologie psichiatriche, ha tentato altre due volte il suicidio. Prima si è tagliato una vena, in un secondo tentativo ha ingoiato lamette da barba e due batterie: in quest'ultima occasione è stato necessario trasferirlo in ospedale per un intervento chirurgico;
   sull'episodio è intervenuto il segretario provinciale del Sappe, Giuseppe Pallini, il quale ha accusato l'amministrazione regionale penitenziaria di non prendere in giusta considerazione l'emergenza assistenza sanitaria psichiatrica per i detenuti del carcere di Castrogno, ma nello stesso tempo critica anche la Asl di Teramo che, all'indomani della convenzione stipulata con l'amministrazione penitenziaria, non ha ancora attrezzato adeguatamente le celle per ospitare detenuti con patologie a rischio suicidio –:
   quali precauzioni siano state adottate nei confronti del detenuto dopo questo suo ennesimo tentativo di togliersi la vita;
   quali iniziative urgenti per quanto di competenza, intendano adottare al fine di garantire una adeguata assistenza sanitaria psichiatrica ai detenuti del carcere di Castrogno e se sia noto per quale motivo la ASL di Teramo non abbia ancora adeguatamente attrezzato le celle per ospitare detenuti con patologie a rischio nonostante gli obblighi derivanti dalla convenzione stipulata con l'amministrazione penitenziaria. (4-18835)


   BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della giustizia, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa ANSA lo scorso 30 novembre, un detenuto di 34 anni, Vincenzo Scarcia, che stava scontando una pena definitiva che avrebbe dovuto concludersi nel novembre 2014, si è impiccato nel pomeriggio nel carcere di Taranto legando la corda del suo accappatoio alle inferriate della finestra del bagno;
   sull'episodio il sindacato di polizia penitenziaria Sappe ha diramato la seguente nota: «Ormai ne abbiamo piene le tasche di protocolli, di convegni, di ordini del giorno del consiglio regionale, di garanti, di monitoraggi... sul sistema carcerario pugliese. L'ultimo protocollo firmato qualche settimana fa addirittura si prefiggeva lo scopo di «prevenire il rischio autolesivo e suicidario dei detenuti». Il presidente della Regione, e cosa ancora più grave, i responsabili dell'amministrazione penitenziaria regionale vengono da un altro pianeta se si legge quanto concordano, poiché sembrano ignorare o non conoscere quello che accade giornalmente nelle carceri pugliesi, che sono piene di malati con gravi disturbi mentali, o con patologie molto gravi, ed a questi spesso non vengono garantiti né medicinali né assistenza specializzata, lasciando da soli a fronteggiare tali situazioni, un numero irrisorio di personale sanitario e poliziotti penitenziari» –:
   se il ragazzo avesse patologie significative e/o fosse tossicodipendente; in tali casi, come venisse seguito dagli operatori del Sert, dai medici della ASL e dagli psicologi;
   se non ritenga opportuno disporre un'ispezione presso il carcere di Taranto per fare luce sull'esatta dinamica dell'episodio e per appurare se, in merito allo stesso, vi siano state negligenze;
   quanti siano ad oggi i detenuti tossicodipendenti presenti all'interno degli istituti di pena pugliesi;
   quanti quelli affetti da gravi disturbi mentali o da altre gravi patologie;
   quali provvedimenti urgenti intendano adottare, negli ambiti di rispettiva competenza, al fine di garantire ai detenuti tossicodipendenti o affetti da gravi disturbi mentali o da altre gravi patologie, adeguati livelli di assistenza sanitaria nel rispetto dell'articolo 32 della Costituzione. (4-18836)


   BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riportato dall'ADNKRONOS il 28 novembre 2012, un detenuto tunisino, ricoverato presso il reparto detentivo dell'ospedale Sant'Orsola di Bologna perché affetto da Tbc, ha tentato il suicidio impiccandosi con le lenzuola alla finestra;
   la notizia è stata riferita da Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe, il quale ha dichiarato: «Solo grazie al pronto intervento della polizia penitenziaria è stato possibile salvare l'uomo. I tentativi di suicidio da parte dei detenuti nelle carceri italiane sono circa 1.100 ogni anno e di questi oltre 1.000 vengono salvati dalla polizia penitenziaria, nonostante le difficoltà operative dovute alla carenza di personale: in Italia mancano 7.000 unità, in Emilia Romagna ne mancano sempre 650. Dalle assegnazioni che il Dipartimento farà nei prossimi giorni in Emilia Romagna arriveranno solo 37 agenti, dei quali 25 a Modena, 3 a Ravenna, 6 a Reggio Emilia e 3 a Rimini. È assurdo che nessun agente venga mandato a Bologna, a Parma, a Piacenza e nelle altre strutture, considerata la grave carenza» –:
   quale sia la ricostruzione ufficiale dell'evento segnalato in premessa;
   se e come il 27 novembre 2012 fosse garantita la sorveglianza all'interno reparto detentivo dell'ospedale Sant'Orsola di Bologna;
   se nel corso della detenzione il detenuto fosse stato identificato come potenziale suicida e, in questo caso, se fosse tenuto sotto un programma di osservazione speciale;
   se non si ritiene preoccupante il numero crescente di suicidi, tentativi di suicidio, atti gravi di autolesionismo, nelle strutture detentive italiane e cosa intenda fare per decongestionare il sovraffollamento nelle carceri dell'Emilia Romagna e per incrementare l'organico del corpo degli agenti di polizia penitenziaria e delle altre figure professionali, in particolare educatori e per quanto di competenza psicologi, indispensabili per migliorare le condizioni psicologiche di detenzione.
(4-18837)


   BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riportato dall'ANSA il 25 novembre 2012, nei giorni scorsi all'istituto penale minorile di Catanzaro un giovane magrhebino ha incendiato la propria cella e ne ha distrutto tutti i vetri;
   il fatto è stato reso noto da Walter Campagna, coordinatore nazionale per la giustizia minorile, il quale ha diramato il seguente comunicato: «Ancora disordini al carcere minorile di Catanzaro. Stamane intorno alle 9 un detenuto di nazionalità magrebina, lo stesso che qualche giorno fa aveva incendiato il materasso della propria cella, ha spaccato il vetro della finestra della stanza dove era ubicato creando, ancora una volta, disordine all'interno della struttura carceraria. Quanto sta avvenendo dovrebbe far riflettere il dipartimento che senza un adeguato organico di polizia penitenziaria diviene arduo programmare l'apertura del nuovo padiglione detentivo che creerebbe, a nostro avviso, un notevole aumento di detenuti ritenuti problematici che farebbero perdere all'istituto di Catanzaro quel prestigio affermato ormai da diversi anni» –:
   cosa si intenda fare per incrementare l'organico del corpo degli agenti di polizia penitenziaria assegnati presso l'IPM di Catanzaro, ciò anche alla luce della imminente apertura del nuovo padiglione detentivo. (4-18838)


   BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riportato dal quotidiano La Sicilia il 28 novembre 2012, nella casa circondariale di Agrigento non funziona l'impianto di riscaldamento, di tal che, nei mesi freddi dell'anno, nelle celle le temperature raggiungono punte di pochi gradi;
   la situazione si è fatta talmente grave che coloro che amministrano l'istituto penitenziario in questione e ne controllano la sicurezza, si sono dotati di stufe di ogni tipo;
   a tutto ciò occorre aggiungere che in certi uffici del carcere l'acqua penetra dal soffitto. A nemmeno 20 anni dalla sua inaugurazione e apertura, dunque, la casa circondariale di Agrigento, nelle sue strutture e impianti, denota inquietanti segnali di precarietà –:
   quale cifra sia stata destinata ogni anno, negli ultimi 5 anni, alla manutenzione ordinaria e straordinaria negli istituti penitenziari italiani in generale e, in particolare, in quello di Agrigento;
   quali interventi urgenti intenda adottare al fine di risolvere i problemi relativi al mancato funzionamento dell'impianto di riscaldamento e all'infiltrazione dell'acqua dai soffitti che si registrano da tempo all'interno del carcere agrigentino. (4-18839)


   BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della giustizia, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa ADNKRONOS il 29 novembre 2012, un giovane detenuto italiano (F.C.) di 22 anni si sarebbe tolto la vita nel carcere di Piacenza;
   il Resto del Carlino, cronaca di Ravenna, del 1o dicembre, precisa però che dal carcere il padre del ragazzo avrebbe saputo che «la morte era dovuta a un improvviso arresto cardiaco»;
   ricca di informazioni è la vicenda del giovane ventiduenne così come viene riportata dal quotidiano sopra citato: «Un giovanissimo detenuto ravennate è stato trovato privo di vita all'interno della sua cella nel carcere di Piacenza. Si tratta di F.C., di 22 anni, in carcere per espiare una breve pena – otto mesi – per un furto. «Mio figlio avrebbe dovuto lasciare il carcere domenica (domani ndr). Non posso credere che si sia ucciso» ha detto il padre che ieri mattina si è rivolto all'avvocato Carlo Benini per poter seguire da vicino l'inchiesta giudiziaria avviata dalla Procura di Piacenza. Primo atto dell'inchiesta è l'autopsia che verrà eseguita stamane. Dovrebbe servire a chiarire le cause della morte. Nel quesito, il PM ha anche chiesto di accertare se il corpo presenta lesioni e di che genere. Il padre ha riferito all'avvocato Benini che in un primo momento gli avevano parlato di un suicidio, mentre in un secondo momento dal carcere gli avevano comunicato che la morte era dovuta a un improvviso arresto cardiaco. «Voglio la verità» chiede il padre, affranto. Di suicidio, in relazione alla morte di F.C., giovedì aveva parlato anche il segretario generale aggiunto del sindacato autonomo di Polizia penitenziaria Giovanni Battista Durante: «È l'ennesima tragedia nelle carceri sovraffollate». In particolare, per quanto riguarda F.C., la prima notizia riferiva di una morte per inalazione di gas dal fornellino, poi smentita (non è raro per i detenuti utilizzare il gas butano per inebriarsi);
   Francesco aveva alle spalle una piccola serie di piccoli reati contro il patrimonio. L'ultimo arresto risaliva al maggio scorso: fu trovato in sella a uno scooter delle poste appena rubato. Il suo difensore, l'avvocato Luca Berger, patteggiò la pena a otto mesi di reclusione. Il giovane detenuto era stato trasferito al carcere di Piacenza da Ravenna meno di due mesi fa. Avendo sempre mantenuto una buona condotta, F.C. sarebbe uscito con 45 giorni di anticipo. I detenuti ravennati alla notizia della morte hanno fatto una colletta e raccolto 250 euro che, per interessamento dell'avvocato Berger verranno consegnati alla famiglia di Francesco»;
   il 12 gennaio del 2010, previo parere favorevole del Governo, la Camera dei Deputati approvò la mozione n. 1-00288 presentata dai deputati radicali eletti nelle liste del Partito Democratico e sottoscritta da quasi cento parlamentari aderenti a pressoché tutti i gruppi politici che impegnava il Governo alla «creazione di istituti “a custodia attenuata” per tossicodipendenti, realizzabili in tempi relativamente brevi anche ricorrendo a forme di convenzioni intese con il settore privato e del volontariato che già si occupa dei soggetti in trattamento» –:
   se il ragazzo fosse tossicodipendente e, in tal caso, come venisse seguito dagli operatori del Sert e dagli psicologi;
   se non ritenga opportuno disporre un'ispezione presso il carcere di Piacenza. (4-18840)


   BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della giustizia, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   in un comunicato stampa diramato in data 23 novembre 2012 dalla UGL polizia penitenziaria della Calabria e a firma del segretario regionale Andrea Di Mattia si riferisce di visite effettuate dallo stesso sindacato presso gli istituti penitenziari «Giuseppe Panzera» di Reggio Calabria e «Filippo Salsone» di Palmi in data 19 novembre 2012;
   nello stesso comunicato si legge che «le visite effettuate hanno confermato lo stato emergenziale in cui versa l'intero sistema penitenziario nazionale e calabrese»;
   il segretario regionale della Ugl Polizia Penitenziaria della Calabria in relazione alle condizioni delle sopracitate carceri ha parlato di «abnorme affollamento», riferendo che presso il carcere di Reggio sono presenti 433 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 149 e che presso il carcere di Palmi, a fronte di una capienza regolamentare di 140 detenuti, ne sono presenti 243;
   nel comunicato in oggetto si riferisce di detenuti «letteralmente stipati nelle sezioni detentive e con letti a castello su ben quattro livelli», di carenza degli organici tanto del Comparto Sicurezza che del Comparto Ministeri, di fatiscenza e inadeguatezza delle strutture, di inidoneità strutturale ed allocativa delle aree detentive rispetto ai dettami del decreto del Presidente della Repubblica n. 230 del 2000, di insalubrità degli ambienti e infine, ma non ultimo, della «scarsa igiene e sicurezza che connotano le postazioni di lavoro della Polizia Penitenziaria»;
   la Ugl Polizia Penitenziaria della Calabria, inoltre, sottolinea il «mancato rispetto della normativa contrattuale, con particolare riferimento alla fruizione dei congedi ordinari e dei riposi settimanali da parte degli operatori di Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale di Palmi», dove, a detta dei sindacalisti, alcuni agenti non hanno ancora potuto fruire del congedo relativo all'anno 2008 e di 15-20 riposi settimanali;
   la Ugl sottolinea «l'ineludibile e non più procrastinabile necessità» di rafforzare gli organici di Polizia Penitenziaria di Reggio Calabria e Palmi, pena la compromissione del regolare svolgimento di importanti processi di mafia che si stanno celebrando a Reggio Calabria –:
   se quanto rappresentato in premessa corrisponda al vero;
   quali siano i dati aggiornati del sovraffollamento nelle carceri calabresi, facendo riferimento alla capienza regolamentare di ciascun istituto;
   a quando risalgano le ultime visite effettuate dalle ASL sullo stato dei luoghi detentivi e di lavoro degli istituti penitenziari calabresi e cosa vi sia scritto nelle relazioni semestrali in merito alle condizioni igienico-sanitarie e di sicurezza;
   se intenda affrontare urgentemente e in che modo l'illegalità delle condizioni di detenzione negli istituti di Reggio Calabria e Palmi;
   se intenda affrontare urgentemente e in che modo le carenze di organico della polizia penitenziaria e il mancato rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori come la mancata fruizione dei riposi settimanali;
   se ai Ministri siano giunte segnalazioni – e di che tipo – da parte dei direttori degli istituti penitenziari calabresi in merito alle irregolari condizioni di detenzione e di condizioni di lavoro del personale di polizia penitenziaria;
   se segnalazioni analoghe siano arrivate ai Ministri da parte della magistratura di sorveglianza;
   se risulti al Ministro della giustizia che i magistrati di sorveglianza calabresi visitino con frequenza (secondo quanto stabilito dal 1o comma dell'articolo 75 del decreto del Presidente della Repubblica n. 230 del 30 giugno 2000) «i locali dove si trovano i detenuti e gli internati, agevolando anche in tal modo la possibilità che questi si rivolgano individualmente ad essi per i necessari colloqui ovvero per presentare eventuali istanze o reclami orali». (4-18841)

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, per sapere – premesso che:
   con decreto del Presidente della Repubblica n. 684 del 1977, le attribuzioni relative ai beni del demanio marittimo, trasferite dallo Stato della regione siciliana (articolo 1 decreto del Presidente della Repubblica n. 684 del 1977), sono esercitate dall'amministrazione della regione (articolo 3 decreto del Presidente della Repubblica n. 684 del 1977) «avvalendosi» «... fino a quando non si sarà divedente provveduto...”, delle capitanerie di porto e degli uffici da esse dipendenti (articolo 4 decreto del Presidente della Repubblica n. 684 del 1977);
   con la legge n. 172 del 2003 (articolo 6, comma 7) è stato statuito l'esercizio diretto da parte dell'amministrazione regionale siciliana delle attribuzioni relative ai beni del demanio marittimo con decorrenza 1o luglio 2004 e, conseguentemente, è cessato il regime di «avvalimento» delle capitanerie di porto di cui al predetto articolo 4 del decreto del Presidente della Repubblica n. 684 del 1977;
   dal 1o luglio 2004 pertanto, gli uffici demanio delle capitaneria di porto dell'isola hanno fornito alla regione Siciliana il supporto tecnico amministrativo nell'esercizio dell'attività di gestione dei beni del demanio marittimo regione, mediante la stipula di convenzioni, a titolo oneroso, annualmente rinnovate (fino al 31 dicembre 2011), con il comando generale del corpo delle capitanerie di porto, su delega del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti;
   dall'assetto normativo, sopra brevemente delineato, consegue che l'attività disciplinata dalle «convenzioni», non rientrava nei «compiti di istituto» delle capitanerie di porto (ossia dello Stato) bensì dell'amministrazione regionale;
   di contro non potrebbe trovare alcun fondamento giuridico la stipula – da parte del Comando generale del corpo delle capitanerie di porto (rectius stato) – di una convenzione onerosa (contratto) per lo svolgimento di attività relative a propri «compiti di istituto»;
   detta attività di supporto tecnico-amministrativo è stata garantita nella massima parte dal personale civile delle capitanerie di porto che – pur mantenendo le prestazioni a favore del naturale datore di lavoro (Stato) – ha assolto anche quelle relative ai maggiori e diversi compiti discendenti dalle «convenzioni» con regione Siciliana, assicurando il raggiungimento dei risultati previsti anche attraverso la realizzazione di progetti finalizzati al conseguimento di specifici obiettivi di interesse pubblico (a favore della regione siciliana) remunerati con compensi aggiuntivi, in relazione alla qualifica rivestita ed agli incarichi assunti da ogni singolo dipendente;
   il personale civile che partecipava alla realizzazione dei progetti finalizzati in favore della regione siciliana, in virtù di un apposito accordo, raggiunto in sede di contrattazione (decentrata) locale tra il comando e le organizzazioni sindacali, è stato escluso dalla percezione di alcune risorse variabili della retribuzione, accreditate sui capitoli di bilancio statali, quali lo straordinario e il fondo unico di amministrazione (FUA), in quanto compensati con i fondi regionali previsti dalle convenzioni su richiamate;
   nel corso di ogni esercizio finanziario la regione siciliana ha impegnato le somme relative alla convenzione su un apposito capitolo di spese del bilancio regionale (capitolo 442539), vincolando il loro utilizzo esclusivamente per le finalità e/o attività in convenzione, tra le quali rientrano a pieno titolo, su espressa disposizione dell'ente erogante, gli eventuali emolumenti aggiuntivi corrisposti al personale civile per i «progetti finalizzati» e l'acquisto di beni strumentali e di consumo destinati alle esigenze dei preposti uffici;
   in virtù di tale indirizzo programmatico, dal 2004 al 2010, al personale statale preposto alla gestione del demanio marittimo regionale, che ha svolto ulteriori attività amministrative – oltre quelle espressamente previste in convenzione – sotto forma di progetti preliminarmente concordati dalle amministrazioni contraenti (Stato e regione), sono stati erogati emolumenti aggiuntivi con i fondi regionali pattuiti con le convenzioni;
   le modalità di ripartizione di detti compensi tra il personale sono state cristallizzate da apposito «Regolamento» diramato con «ordine di servizio» n. 133/2011 del 7 aprile 2011 a firma del Contrammiraglio (CP) Francesco Carpinteri, che ha stabilito precise percentuali remunerative legate alla qualifica rivestita ed agli incarichi assunti da ogni singolo dipendente ed escluso per il relativo calcolo, qualsivoglia riferimento e/o rinvio a criteri di compenso riconducibili nell'ambito del lavoro straordinario;
   anche nell'anno 2011 l'attività amministrativa oggetto della vigente «convenzione» è stata regolarmente e puntualmente svolta dal personale della capitaneria di porto di Palermo al quale, tuttavia, non è stato corrisposto alcuno dei compensi discendenti dall'assegnazione dei fondi erogato dalla regione e regolamentato dall’«ordine di servizio» n. 133/2011 del 7 aprile 2011;
   l'inadempimento agli obblighi di remunerare il personale per la richiamata attività di supporto svolta nel 2011, condiviso anche dal comandante generale, è imputabile a decisione unilaterale, del direttore marittimo (capitaneria di porto) di Palermo e supportata da un parere reso dall'Avvocatura della Stato di Palermo (in data 25 novembre 2011), pesantemente «condizionato da un fuorviante quesito posto dal predetto direttore marittimo, fondato sull'erroneo convincimento che i compensi corrisposti fino all'anno 2010, violassero il principio di onnicomprensività della retribuzione dei dipendenti pubblici;
   a ciò faceva seguito un'altrettanto «erronea» convinzione, sia del direttore marittimo che del comando generale, sulla possibilità di retribuire tale ulteriore attività (progetti) oltre quella espressamente prevista in convenzione esclusivamente sotto forma di lavoro straordinario;
   ed infatti, ad avviso degli interpellanti, travisando i fatti, l'avvocatura dello Stato di Palermo, nel ritenere erroneamente che l'attività svolta per conto della regione in regime di convenzione rientrasse nei «compiti di istituto» della capitaneria di porto e che i fondi regionali annualmente erogai per finanziare tale attività confluissero nel bilancio statale, confermava la tesi sostenuta dal rettore marittimo: e cioè che retribuire il personale per la realizzazione, che si protraeva anche oltre l'ordinario orario di lavoro, di progetti volti al conseguimento di specifici obiettivi di particolare interesse pubblico in favore della regione siciliana (preventivamente concordati con l'amministrazione statale) violasse il principio di onnicomprensività della retribuzione;
   in forza di detto parere, ottenuto con tesi ad avviso degli interpellanti pretestuose dalla direzione marittima di Palermo, il direttore marittimo di Palermo, autorizzato dal comando generale, liquidava compensi a titolo di straordinario, a personale di altre capitanerie di porto della Sicilia occidentale, per attività svolta sotto forma di progetti di cui alle convenzioni;
   per fortuna, piena luce sulla questione relativa alla remunerabilità del personale civile per le attività oggetto delle «convenzioni» con la regione siciliana veniva fatta dall'Avvocatura dello Stato di Catania (chiamata ad esprimersi sull'argomento dalla direzione marittima di Catania che formulava il quesito in termini concettualmente corretti. Infatti, l'Avvocatura dello Stato di Catania con parere del 13 marzo 2012 (ben 4 mesi dopo quello reso dall'Avvocatura di Palermo) osservava che: «alla luce dei nuovi documenti trasmessi e in esito ad una più corposa e circostanziata relazione sui fatti oggetto di esame... omissis... di poter escludere l'applicazione del principio di omnicomprensività della retribuzione per ì compensi spettanti al personale di codesta Direzione (e della analoga struttura palermitana) impegnato nell'attività di supporto e formazione oggetto di convenzione...»;
    «... le norme di settore escludono tassativamente la possibilità di utilizzare lo strumento del compenso straordinario per attività pianificate, ovvero pianificabili, da parte dell'amministrazione. E l'attività discendente dalla convenzione non può che rientrare a pieno titolo, nell'attività amministrativa pianificata e pianificabile...»;
    «... Si prende altresì atto – e la circostanza appare in questa sede dirimente – che come riferito e documentato da codesta Direzione – il rendiconto di gestione è stato annualmente approvato dalla Ragioneria regionale senza rilievi, passando indenne anche il controllo contabile della sezione regionale Corte dei conti; e che, inoltre, le periodiche visite ispettive del comando generale non hanno mai, in alcuna circostanza, dato luogo a obiezioni o rilievi di sorta in merito alla avvenuta corresponsione di emolumenti al personale per l'attività prevista in convenzione;
   la direzione marittima di Palermo invece, con provvedimenti alquanto contraddittori, liquidava:
    compensi a titolo di straordinario, a personale delle capitanerie di porto della Sicilia Occidentale (ad eccezione di Palermo) per attività svolta sotto forma di progetti inerenti il Demanio marittimo regionale;
    compensi a titolo di straordinario a personale solo Militare (Ufficiali) della capitaneria di porto di Palermo in sostituzione e compensazione dei progetti finalizzati inerenti il demanio marittimo, calcolando nel computo delle somme erogate addirittura;
    compensi (oltre allo straordinario) a titolo di progetti finalizzati inerenti il demanio marittimo regionale, negati al personale della capitaneria di porto di Palermo, alle altre capitanerie della direzione marittima di Palermo (Gela, Porto Empedocle, Mazara del Vallo, Trapani), per oltre 100.000 euro;
    compensi a titolo di straordinario a personale in servizio per altre attività di istituto della capitaneria di porto, attingendo ai «fondi» provenienti da altre amministrazioni (area marina protetta, e altro) distraendoli dal loro naturale ambito di applicazione;
   per tutto quanto sopra esposto, i dipendenti della capitaneria di porto di Palermo hanno notificato, in data 23 ottobre 2012, sia al comando generale e alla direzione marittima di Palermo che al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, il ricorso proposto al tribunale di Palermo – sezione lavoro contro l'amministrazione, per il mancato pagamento dei compensi –:
   quale siano le ragioni per le quali il comando generale delle capitanerie di porto sin dal 2003, ha sempre manifestato un'espressa volontà favorevole alla corresponsione di appositi emolumenti aggiuntivi al personale statale per le prestazioni discendenti dalle «convenzioni» rese in favore della regione siciliana anche sotto forma di «progetti finalizzati» dal momento che ha sempre ritenuto che la retribuzione accessoria venisse corrisposta in violazione del principio di onnicomprensività della retribuzione dei pubblici dipendenti;
   perché nelle periodiche ispezioni tecnico-contabili, effettuate dal comando generale delle capitanerie di porto, non sia mai stata mossa alcuna obiezione o rilievo di sorta in merito alla corresponsioni di emolumenti al personale impegnato nell'attività di gestione del demanio marittimo regionale, rilevando una presunta indebita percezione di somme solo nel 2011;
   secondo quali principi di efficienza ed efficacia dell'attività amministrativa, la direzione marittima di Palermo abbia:
    a) liquidato compensi, tra il mese di dicembre 2010 e maggio 2011, a titolo di progetti finalizzati inerenti il demanio marittimo regionale (negati al personale della capitaneria di porto di Palermo) al personale civile e militare delle capitanerie di porto di Gela, Porto Empedocle, Mazara del Vallo e Trapani, ritenendo tale spesa (oltre euro 100.000) «regolare»;
    b) emanato il «Regolamento» (approvato con ordine del giorno del 20 febbraio 2011) che disciplinava le attività della «convenzione» e regolamentato con «Ordine di Servizio» n. 133/2011 del 7 aprile 2011 le modalità di ripartizione dei compensi tra il personale, prevedendo espressamente che le somme corrisposte erano da attribuire anche «a compensazione di eventuale attività effettuate in orario straordinario»;
    c) interrotto, subito dopo la emanazione dei suddetti provvedimenti, la corresponsione dei compensi al personale;
   per quale motivo il comando generale non abbia ancora dato seguito al recente parere dell'Avvocatura dello Stato di Catania ponendo rimedio ad un clamorosa illiceità che è consistita nel commutare in straordinario un'attività programmata e resa all'interno dell'ordinario orario di lavoro.
(2-01768) «Belcastro, Lo Presti, Brugger».

Interrogazioni a risposta scritta:


   FUCCI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   da tempo il Mezzogiorno è fortemente penalizzato sul piano della qualità e della quantità dei trasporti che, per via ferroviaria e per via aerea, lo collegano al resto del Paese;
   come già denunciato più volte dall'interrogante, si pensi al caso della Puglia che dalla pubblicazione del nuovo orario di Trenitalia (e tale situazione secondo indiscrezioni di stampa dovrebbe ripetersi anche con l'imminente rinnovo annuale dello stesso) nel dicembre 2011 vide perdere un certo numero di convogli Eurostar da/per Roma;
   ma anche la situazione degli aerei, con riferimento certamente alla Puglia ma anche al resto del Mezzogiorno, non è migliore con le linee di trasporto che hanno deciso di penalizzare i collegamenti da/per il sud Italia nella loro opera di razionalizzazione;
   tale situazione deficitaria viene aggravata anche dallo stato di crisi in cui versa il settore del trasporto ferroviario locale, rispetto al quale la legge di stabilità per l'anno 2013, attualmente in discussione in Parlamento, all'articolo 1, comma 50, taglia risorse pari a circa 24 milioni di euro a partire dall'anno prossimo;
   si tratta, a parere dell'interrogante, di un danno grave non solo per i cittadini e per le attività economiche del sud Italia, ma in definitiva per tutta l'Italia che vede una parte importante del proprio territorio mal collegata e quindi messa in oggettiva difficoltà nel partecipare alla vita del Paese –:
   quali iniziative di competenza il Ministro interrogato ritenga di assumere in merito a quanto esposto in premessa.
   (4-18819)


   BARBATO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   negli ultimi anni aumentano le chiusure delle stazioni ferroviarie di piccoli comuni con disagi comprensibili per i viaggiatori;
   in particolare, da Napoli al Cilento è possibile notare lungo la tratta regionale come in molte stazioni vi sia un orario di sportello ridotto, chiusure nel fine settimana o mancanza di sportelli all'interno delle stazioni ferroviarie (vedasi Angri);
   vanno considerate la vocazione altamente turistico-ricettiva delle province di Salerno e Napoli e la perdita economica che la mancanza di biglietto comporta per le casse di Trenitalia, nonché le difficoltà per turisti, pendolari e viaggiatori vari di poter reperire il biglietto per il viaggio nei festivi o nelle ore notturne –:
   se non si intenda disporre l'istituzione di biglietterie automatiche in tutte le stazioni ferroviarie oramai chiuse al pubblico in termini di servizio di sportello;
   quali iniziative, per quanto di competenza, si intendano promuovere per venire incontro alla reale esigenza dei viaggiatori, favorendo anche maggiori introiti per Trenitalia. (4-18828)

INTERNO

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'interno, il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, per sapere – premesso che:
   sabato 24 novembre 2012 a Pantelleria, in provincia di Trapani, un bimbo di 5 anni è stato ucciso da un colpo partito dal fucile del padre che, secondo una prima ricostruzione dei fatti, era appena rientrato a casa dopo una battuta di caccia;
   neanche una settimana prima, domenica 11 novembre 2012, si è verificato, nelle campagne di Irgoli in provincia di Nuoro, l'ennesimo incidente di caccia dove è stato colpito in volto, da un proiettile, un minore, di anni dodici, morto dopo alcuni giorni di agonia all'ospedale San Francesco di Nuoro, che stava partecipando con i familiari ad una battuta al cinghiale;
   i drammi dei due minori non rappresentano episodi isolati, ma una costante nel nostro Paese, dove ogni anno la stagione venatoria si conclude sempre con decine di minori uccisi e mutilati per un'attività che ha perso qualsiasi giustificazione storica e sociale;
   i dati 2012 sulle vittime per armi da caccia – non ancora definitivi, poiché la stagione venatoria ancora non è conclusa – registrano che in meno di 50 giorni effettivi di giornate venatorie, risultano in totale già novantasette le vittime per armi da caccia, con ventidue morti e settantacinque feriti. Tra questi, sono 22 le persone comuni colpite, di cui sei morti e sedici feriti. Persone, queste, che hanno avuto la sventura di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, finanche a casa propria o nel proprio terreno agricolo. Settantacinque invece sono i cacciatori vittime delle armi da caccia: sedici i morti e cinquantanove i feriti;
   da anni vengono sollevati problemi sull'inadeguatezza di quanti oggi praticano la caccia, molti dei quali hanno ottenuto la licenza ben prima del 1977, quando ancora non erano previsti esami per il possesso delle armi e per l'autorizzazione alla caccia. Come dimostrano le statistiche sull'età dei responsabili d'incidenti, l'effetto combinato di scarsa preparazione dei cacciatori, molti dei quali hanno appreso da sé a maneggiare le armi, e dell'avanzamento dell'età media, con vista e abilità fisiche dei suoi praticanti sempre più declinanti, rappresenta la causa prima di quest'annuale strage degli innocenti che, per le suddette ragioni, se non verranno prese misure preventive urgenti, andrà sempre più peggiorando con il passare degli anni;
   la stessa normativa nazionale, la legge n. 157 del 1992 «Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio», deve essere rivista perché strutturata sulla base di principi e proporzioni non più adeguati all'antropizzazione dei territori agro-silvo-pastorali destinati all'attività venatoria. Non è, infatti, più possibile prevedere percentuali di territorio nazionale, che devono essere messi a disposizione per la caccia, pari all'80 per cento della sua superficie a fronte dell'1 per cento della popolazione italiana di cacciatori. Non è altrettanto più tollerabile, caso unico al mondo, che i cacciatori possano accedere in qualsiasi fondo privato, non adeguatamente recintato (articolo 842 c.c.), anche senza il consenso del proprietario;
   la diffusa violazione delle norme di sicurezza, previste all'articolo 21, comma 1, lett. a), e) ed f) della legge n. 157 del 1992, nelle aree abitate insistenti all'interno dei territori venabili, l'uso di armi a lunga gettata in territori fortemente antropizzati, comportamenti imprudenti ed azzardati dei cacciatori, nonché l'oggettiva carenza di vigilanza del territorio, producono un generalizzato senso di insicurezza dei cittadini che inibisce loro la naturale fruizione del territorio;
   ormai è evidente che occorre intervenire con urgenza per impedire che altre vittime innocenti perdano la vita; pertanto occorre restringere la normativa attuale, in particolare per:
    vietare la partecipazione dei minori alle battute di caccia, anche solo in qualità di accompagnatori;
    aumentare le distanze di sicurezza previste all'articolo 21, comma 1, lettera a), e) ed f) della legge n. 157 del 1992;
    intensificare i controlli e la vigilanza sull'attività venatoria al fine di prevenire e reprimere comportamenti lesivi dell'incolumità pubblica;
    applicare l'articolo 703 del codice penale (esplosioni pericolose) in caso di mancato rispetto delle distanze di sicurezza, inasprendo la sanzione penale prevista;
    sottoporre i cacciatori ad esami psicoattitudinali e di idoneità fisica annuali, anziché ogni sei anni come previsto attualmente;
    vietare l'accesso ai fondi privati quando non espressamente consentito dal proprietario;
    rivedere la disponibilità del territorio fruibile per i cacciatori ripartendo da inderogabili e preminenti criteri di sicurezza pubblica e privata, per il rispetto del quieto vivere e delle attività all'aperto di tutti i cittadini che vivono o frequentano a vario titolo i territori agro-silvo-pastorali: più specificatamente operare su un piano normativo in modo da ridurre il territorio venabile e circoscrivere le aree da destinare alla caccia;
    avviare la ricerca di metodi incruenti per il contenimento demografico delle specie considerate in sovrannumero, con il supporto e la guida dell'ISPRA e del mondo scientifico;
    bloccare e vietare l'allevamento e l'immissione a scopo venatorio di fauna appartenente alle specie da contenere;
    importante per il suo valore educativo, sospendere per un periodo di tempo non recuperabile la stagione venatoria ogni qual volta si verifichino episodi mortali come purtroppo oggi si assiste con frequenza –:
   se i Ministri interpellati non ritengano della massima urgenza l'adozione di iniziative normative atte a vietare la presenza di minori nelle attività venatorie, in qualsiasi forma esse si svolgano;
   se non ritengano di dover rivalutare la compatibilità della pressione venatoria con il vivere civile, il territorio e l'ambiente avviandosi verso un approccio di gestione della fauna selvatica teso a ridurre gradualmente i problemi causati da una gestione venatoria improntata, da oltre mezzo secolo, sulla immissione selvaggia delle specie ora in esubero;
   se non ritengano indispensabile ed urgente intensificare i controlli sul territorio e la vigilanza dell'attività venatoria, al fine di prevenire e reprimere comportamenti lesivi dell'incolumità pubblica;
   quali iniziative di competenza i Ministri interpellati intendano intraprendere;
   per impedire il ripetersi di episodi delittuosi, come gli incidenti mortali ed i ferimenti, ormai sempre più numerosi nel nostro Paese durante la stagione venatoria, tali da sollevare, per la loro gravità, ogni anno l'attenzione dei media internazionali.
(2-01766) «Ceccacci Rubino, Cazzola, Mancuso, Repetti, Giammanco, Mannucci, Frassinetti, Tommaso Foti, Mazzuca, La Loggia, Biancofiore, Calderisi, Murgia, Ghiglia, Iannarilli, Crolla, Vella, Scalera, Centemero, Traversa, Dima, Antonino Foti, Vignali, De Luca, Girlanda, Barani, Frattini, Pelino, Biasotti, Di Virgilio, Lunardi, Bergamini».

Interrogazioni a risposta scritta:


   FUCCI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il 15 novembre 2012 unità del commissariato di polizia di Andria hanno rinvenuto, nascosto nella campagna intorno alla città, un quantitativo di manette e di munizioni per armi (tra le quale i kalashnikov);
   esattamente un mese prima, sempre nelle campagna intorno ad Andria, erano state sequestrate armi e materiali esplosivi;
   questi episodi di cronaca hanno evidentemente avuto un forte risalto sulla stampa e suscitano preoccupazione perché, in attesa di conoscere gli sviluppi delle indagini, potrebbero segnalare l'esistenza di volontà criminose organizzate che puntano ad azioni eclatanti;
   peraltro il tema della sicurezza ad Andria e nei dintorni della città, come più volte segnalato nella corrente legislatura dall'interrogante attraverso precedenti atti di sindacato ispettivo, è da tempo molto delicato;
   in questo contesto i fatti riportati in premessa non possono lasciare tranquilli anche considerando che, proprio nelle ultime settimane, nel territorio del nord barese vi sono state rapine con l'uso di fucili a canne mozza e che, nel mese di ottobre, furono ritrovati, sempre nelle campagne circostanti Andria, un fucile a pompa, un kalashnikov (con le munizioni) e altro materiale esplosivo –:
   di quali elementi eventualmente disponga il Ministro interrogato in merito agli episodi riportati in premessa e quali iniziative ritenga di assumere per favorire e rafforzare ulteriormente, anche a livello di organici e di dotazioni, la preziosa opera di prevenzione portata avanti nel territorio di Andria dalle forze dell'ordine. (4-18818)


   MONTAGNOLI. — Al Ministro dell'interno, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   negli ultimi mesi, i territori compresi nell'area dei comuni veronesi di Albaredo d'Adige, Angiari, Bovolone, Casaleone, Concamarise, Isola Rizza, Oppeano, Palù, Ronco all'Adige, Roverchiara, Salizzole, Sanguinetto e Veronella, sono stati interessati da continui furti nelle abitazioni e nelle aziende;
   il dilagare degli episodi, che in numerosi casi hanno visto coinvolte persone provenienti dall'est europeo, ha assunto un carattere di intensità tale da costituire motivo di vivissima preoccupazione nei cittadini dei comuni interessati, anche per via della violenza e della aggressività dimostrata da alcuni di questi rapinatori;
   i sindaci dei comuni di Albaredo d'Adige, Angiari, Bovolone, Casaleone, Concamarise, Isola Rizza, Oppeano, Palù, Ronco all'Adige, Roverchiara, Salizzole, Sanguinetto e Veronella hanno prodotto, in questi ultimi giorni, un protocollo di intesa finalizzato ad affrontare la problematica in un'ottica di coordinamento delle iniziative da mettere in campo, onde rendere la relativa azione maggiormente incisiva –:
   se, alla luce della gravità della situazione sopra descritta e in ragione delle richieste del territorio che a gran voce chiede misure concrete di contrasto del fenomeno, non ritenga opportuno assumere iniziative, nell'ambito delle proprie competenze, impegnando anche l'Esercito, allo scopo di porre fine all'attuale allarmante situazione. (4-18820)

ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA

Interrogazione a risposta scritta:


   AMICI e COSCIA. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   da un articolo pubblicato su Latina Oggi del 24 novembre 2012 si è appreso della decisione di 60 docenti dell'istituto ISISS «Pacifici e De Magistris» di Sezze, sostenuti anche dalle famiglie e dagli studenti, di dimettersi da tutti gli incarichi a protesta dell'impossibilità di dialogare con il dirigente scolastico in carica;
   il corpo docente, autoconvocato in assemblea presso la sala conferenze della biblioteca comunale di Sezze il giorno 26 ottobre 2012, ha redatto ed inviato al dirigente scolastico e, per conoscenza, al Ministro interrogato, al direttore dell'ufficio scolastico regionale, al provveditore del CSA di Latina e alle organizzazioni sindacali un documento che sintetizza i disagi che l'istituto suddetto sta vivendo a causa della male gestione del dirigente scolastico;
   pare che fin dai primi giorni di settembre, quando il dirigente scolastico ha iniziato a svolgere il proprio lavoro presso l'Istituto «Pacifici e De Magistris», gli insegnanti hanno da subito incontrato una notevole difficoltà nel rapportarsi con lo stesso; a quanto consta agli interroganti nei confronti degli alunni, si è sempre rapportata con atteggiamento autoritario introducendo una serie di regole che ne hanno esasperato gli animi; la didattica ha risentito delle decisioni del dirigente di risolvere la delicata questione della «copertura» delle classi in caso di assenza dell'insegnante non con un progetto per incentivare ore eccedenti l'orario di servizio dei docenti, bensì spostando gli alunni in altre classi e affidandole al docente in esse in servizio. Nonostante tale esperienza si rivelasse negativa, come comunicato attraverso un documento sottoscritto a larghissima maggioranza dai docenti, in cui gli stessi facevano notare come, di fatto, un provvedimento del genere si presentasse altamente lesivo del diritto allo studio nonché contrario alle norme sulla sicurezza, per quanto concerne la concentrazione e la disposizione di alunni all'interno di un'aula, il dirigente ha continuato tale pratica, ignorando altresì la formale richiesta di ridiscuterne nel collegio dei docenti; in diverse occasioni, il dirigente ha evidenziato una sorta d'insofferenza nei confronti del corso serale –:
   se il Ministro interrogato non intenda verificare la veridicità dei fatti sopra menzionati nel rispetto del corpo docente dell'istituto ISISS «Pacifici e De Magistris» di Sezze che sta agendo in difesa dell'autonomia dell'istituto e a garanzia di un corretto svolgimento dell'anno scolastico. (4-18833)

LAVORO E POLITICHE SOCIALI

Interrogazioni a risposta scritta:


   MISEROTTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   l'INPS ha annunciato che nei prossimi tre anni verificherà l'invalidità di 450.000 invalidi;
   numerose segnalazioni da parte dei cittadini evidenziano alcune anomalie nelle procedure di accertamento dei requisiti per il riconoscimento dell'invalidità civile da parte delle commissioni sanitarie istituite presso le ASL e, quindi, nell'erogazione dei benefici da parte dell'INPS;
   in occasione del primo formale riconoscimento dei requisiti necessari per il diritto alla pensione o assegno di invalidità civile, alcune commissioni sanitarie istituite presso le Asl prevedono, per qualsiasi tipo di patologia ed indipendentemente dalla gravità dell'invalidità, una successiva visita di revisione dopo un periodo di tempo variabile e apparentemente non legato a criteri specifici;
   fino ad alcuni mesi fa la procedura adottata per le visite di revisione consisteva in una chiamata a visita di controllo per la verifica della permanenza della percentuale di invalidità necessaria e solo in caso di esito negativo della verifica le commissioni mediche trasmettevano il nuovo verbale di accertamento all'INPS, che provvedeva alla revoca del beneficio;
   da alcuni mesi, invece, l'INPS procede alla sospensione dell'erogazione della pensione e degli assegni di invalidità, senza attendere l'esito della visita di controllo da parte delle ASL, salvo rimborsare, in caso di persistenza dei requisiti e quindi di una conferma dei benefici, gli arretrati agli aventi diritto;
   a fronte del nuovo indirizzo di gestione centinaia di aventi diritto si vedono privati per mesi dell'unica fonte di sostentamento e cura della propria situazione di inabilità –:
   in base a quali disposizioni normative l'INPS disponga la sospensione dell'erogazione delle previdenze di invalidità civile secondo le procedure descritte in premessa;
   quali iniziative il Ministro interrogato intenda intraprendere per evitare che numerosi cittadini, totalmente inabili e/o con indennità di accompagnamento, vengano privati dell'unico sostentamento economico utilizzato per fronteggiare le cure e per sostenere le spese legate alla gestione della vita quotidiana. (4-18823)


   PORFIDIA. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro per la coesione territoriale, al Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione. — Per sapere – premesso che:
   una cooperativa sociale è un particolare tipo di società cooperativa. Le cooperative sociali gestiscono servizi socio-sanitari ed educativi, oppure attività di vario genere finalizzate all'inserimento nel mercato del lavoro di persone svantaggiate, o al loro sostentamento a livello psicologico;
   in Italia le cooperative sociali rientrano in una speciale categoria, caratterizzata dal fatto di «perseguire l'interesse generale della comunità allo promozione umana e all'integrazione sociale dei cittadini» attraverso:
    a) la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi (tipo A);
    b) lo svolgimento di attività diverse – agricole, industriali, commerciali o di servizi – finalizzate all'inserimento lavorativo di persone svantaggiate (tipo B);
   questa è la definizione che dà l'articolo 1 della legge 8 novembre 1991 n. 381, la quale disciplina le cooperative sociali e alla quale occorre fare riferimento per conoscere gli specifici obblighi e divieti (articolo 3) cui queste cooperative sono sottoposte e che ne giustificano il particolare regime tributario (articolo 77);
   la stessa legge disciplina la figura del socio volontario (articolo 2) e del socio svantaggiato (articolo 4) e prevede convenzioni (articolo 5) stipulabili tra enti pubblici e cooperative sociali di tipo B. Le cooperative sociali che rispettino la normativa della legge n. 381 del 1991 sono Onlus di diritto;
   in Italia le cooperative sociali rappresentano un'importante realtà sia sotto il profilo occupazionale sia dell'erogazione di servizi. Queste imprese impiegano complessivamente oltre 210.000 addetti retribuiti e 32.000 volontari. Inoltre rivolgono i loro servizi a oltre 3 milioni di persone per un valore di circa 6,4 miliardi di euro. Nate a partire dalla seconda metà degli anni settanta in alcune aree del nord Italia (Lombardia soprattutto) le cooperative sociali hanno conosciuto una progressiva diffusione in tutto il territorio nazionale. Lo sviluppo di questa particolare forma imprenditoriale è legato a una molteplicità di fattori;
   da un lato gli enti pubblici esternalizzano alle cooperative sociali una quota crescente di servizi sociali, sanitari, educativi. D'altro canto esistono fenomeni di auto organizzazione della società civile (cittadini, gruppi informali, associazioni, eccetera) che promuovono la nascita di cooperative sociali per rispondere a bisogni insoddisfatti o per innovare l'offerta di servizi di welfare;
   a quanto si apprende da un articolo pubblicato sul settimanale Il Punto, in tutta Italia sono a rischio sopravvivenza le cooperative sociali che forniscono servizi al posto e per conto delle amministrazioni locali nei confronti delle quali vantano milioni di euro di credito per attività già svolte;
   si tratta di realtà appartenenti al terzo settore che va a colmare quell'area tra Stato e mercato nella quale si offrono servizi, si scambiano beni relazionali, si forniscono risposte a bisogni personali o a categorie deboli secondo approcci che non sono originariamente connotati dagli strumenti tipici del mercato, né da puro assistenzialismo. Sono realtà essenziali per la tenuta del welfare di base;
   «Se il pubblico non paga, salta tutto. Le diciassette cooperative di Alessandria vantano circa otto milioni di euro nei confronti del comune, che nel frattempo è stato dichiarato fallito, accumulati negli ultimi due anni. Ma il problema vero adesso sono le banche. Prima attraverso l'anticipo bancario delle fatture potevamo andare avanti senza problemi. Adesso le banche non accettano più le fatture neanche degli enti pubblici e delle municipalizzate perché rischiano l'insolvenza». Così racconta a Il Punto, Renzo Sacco della cooperativa Company & di Alessandria, che si occupa di servizi di tipo B, ovvero del reinserimento sociale di tossicodipendenti, detenuti sottoposti a misure alternative al carcere, immigrati, in generale persone che vivono situazioni di disagio e di povertà, offrendo loro la possibilità di un lavoro;
   la difficoltà economica delle cooperative sociali dovuta al mancato pagamento degli enti locali, è un copione che si ripete in tutte le città di Italia, che in queste settimane hanno visto i lavoratori scioperare in strada;
   a Catania sono quaranta le cooperative sociali che rischiano la chiusura, qui il credito vantato nei confronti del comune si aggira sui 20 milioni di euro essenziali per pagare gli stipendi di mille operatori e garantire i servizi di assistenza a circa cinquemila persone che non possono rivolgersi ai servizi a pagamento dei privati –:
   se i Ministri interrogati siano a conoscenza di quanto esposto in premessa;
   se i Ministri interrogati intendano al più presto convocare un tavolo con gli esponenti del terzo settore al fine di affrontare le criticità del welfare di base che consente la tenuta sociale a livello nazionale e la programmazione di futuri progetti di prevenzione;
   se non si intenda intervenire urgentemente al fine di preservare migliaia di posti di lavoro e contestualmente il sostegno per persone con gravi disagi. (4-18824)

POLITICHE AGRICOLE, ALIMENTARI E FORESTALI

Interrogazione a risposta orale:


   CARLUCCI, MEREU e DELFINO. — Al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   si registra una crescente preoccupazione da parte degli operatori del settore rispetto ad una non confermata volontà da parte del Ministero di non ripartire ma di lasciare indivisa la quota di tonno rosso aggiuntiva attribuita all'Italia dall'Unione europea per il 2013 in seguito all'aumento riconosciuto dall'ICCAT;
   l'auspicio dell'Unione europea è che questa quota vada a sistemi di pesca del tonno rosso selettivi e non impattanti, che per l'Italia sono, tonnara fissa e Long Liners;
   ricordiamo che questi sistemi sono stati negli scorsi due anni fortemente penalizzati a favore della circuizione che ha mantenuto la stragrande percentuale della quota italiana;
   in particolare, la situazione delle tonnare fisse dopo due anni di quote risibili, meno di 150 tonnellate per tutto il sistema Italia) è insostenibile e non potrà ripartire nel 2013 senza poter contare su di una quota in grado di garantire il pareggio di bilancio;
   la collocazione degli impianti attualmente ammessi nel Sulcis iglesiente, di cui sono noti i disagi rende la situazione sociale ancora più insostenibile –:
   se non ritenga di rendere noti i criteri di riparto e di tenere conto della situazione delle tonnare fisse, attribuendo a questo sistema di pesca una porzione significativa della quota aggiuntiva assegnata all'Italia. (3-02633)

Interrogazione a risposta scritta:


   CATANOSO. — Al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   da quanto si apprende da notizia di stampa e da un comunicato congiunto dell'Unione nazionale fra gli industriali dello zucchero, della Confederazione generale bieticoltori italiani e delle federazioni sindacali di categoria di Cgil, Cisl e Uil, sembrerebbe che il ministro interrogato, in occasione dell'ultimo Consiglio dei Ministri dell'agricoltura europei, si sarebbe espresso a sostegno della proposta della Commissione di smantellare il regime quote dal 1o ottobre 2015;
   questa posizione ha lasciato tutta la filiera molto sorpresa e fortemente critica;
   fin dalla presentazione della proposta della Commissione sulla riforma della PAC e l'OCM zucchero, di porre fine al sistema delle quote, tutta la filiera bieticolo-saccarifera nazionale insieme alle organizzazioni sindacali si è espressa in maniera assolutamente contraria;
   analogo giudizio negativo è stato manifestato da tutta l'industria saccarifera europea e dalla Confederazione delle associazioni europee dei bieticoltori, dalle organizzazioni sindacali europee, ma anche e soprattutto dal Parlamento europeo e dalla gran parte degli Stati membri, (ad oggi 17 tra cui Francia e Germania in testa) e dai principali partner dell'Unione europea (ACP-PMA) che a vario titolo e in diverse occasioni hanno formulato forti critiche alle proposte della Commissione;
   la filiera bieticolo-saccarifera nazionale, negli ultimi anni ha messo in campo ingenti sforzi per aumentare la competitività investendo oltre 150 milioni di euro negli impianti industriali attivi e impegnandosi nel miglioramento delle rese agricole e garantire occupazione negli impianti rimasti in attività e nelle aree dedicate alla coltura della barbabietola;
   la fine del regime delle quote zucchero per l'Italia, a giudizio dell'interrogante e dei soggetti della filiera tutta, potrebbe ingenerare ulteriori chiusure con il conseguente impatto sull'occupazione e sulle superfici coltivate; renderebbe il mercato italiano quasi totalmente dipendente dalle importazioni, mettendo a rischio l'approvvigionamento nazionale; aumenterebbe la volatilità dei prezzi e dipendenza dal mercato mondiale e renderebbe vani gli investimenti effettuati da tutta la filiera;
   il prolungamento del sistema delle quote fino al 2020 per un ulteriore periodo transitorio permetterebbe di continuare nel processo di incremento della competitività del settore senza mettere a repentaglio l'approvvigionamento del mercato nazionale e l'intero sistema produttivo;
   la filiera si aspetta ora chiarimenti da parte del Ministro interrogato su tale posizione che, se fosse confermata, andrebbe contro gli interessi di tutto il settore –:
   quale posizione ufficiale abbia espresso il Ministro interrogato in sede europea e se, in caso di conferma delle questioni suesposte, non abbia intenzione di rivedere le proprie posizioni. (4-18842)

SALUTE

Interpellanza:


   La sottoscritta chiede di interpellare il Ministro della salute, per sapere — premesso che:
   è stato inviato alla conferenza Stato-regioni dal Ministro della salute Renato Balduzzi, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze Vittorio Grilli, il regolamento sulla «Definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all'assistenza ospedaliera»;
   il regolamento indica il metodo di calcolo per la riduzione delle unità operative complesse e la riconversione delle strutture ospedaliere secondo quanto indicato dall'articolo 15, comma 13, del decreto-legge n. 95 del 2012 sulla spending review, che dovrebbe portare ad una diminuzione dei posti letto ospedalieri in Italia di almeno 7.389 unità;
   al 1o gennaio 2012 in Italia erano presenti 231.707 posti letti (3,82 ogni mille abitanti) di cui 195.922 per acuti (3,23 ogni mille abitanti) e 35.785 per post-acuti (0,59);
   il decreto-legge n. 95 del 2012 indica come obiettivo una media complessiva di 3,7 posti letto per mille abitanti, di cui 0,7 deve essere dedicato a riabilitazione e lungo-degenti e i restanti 3 per gli acuti. Secondo i calcoli, quindi, i posti letto dovranno arrivare in totale a 224.318 unità, di cui 181.879 per acuti (–14.043) e fino a 42.438 per post-acuti (+6635);
   le regioni dovranno pertanto procedere ad una loro riorganizzazione, aumentando o diminuendo il numero dei posti letto in funzione dei nuovi parametri basandosi sulla popolazione generale di ciascuna di esse, pesata e corretta in base alla percentuale di anziani e ai flussi di mobilità ospedaliera tra regioni (il correttivo tiene conto del fatto che alcune regioni registrano una mobilità attiva, in quanto i propri ospedali attraggono pazienti residenti altrove);
   mentre il provvedimento stabilisce standard per le case di cura con le specialità di base (medicina-chirurgia generale-ortopedia-PS) e una soglia di posti letto non inferiore ad 80 per l'accreditamento, nulla viene detto circa le case di cura monospecialistiche che ovviamente hanno una dotazione di posti letto inferiore e per le quali si prevede una chiusura;
   nella provincia di Frosinone i presidi per acuti attualmente sono in funzione: ospedale di Frosinone 416 posti letto; ospedale di Sora 200 posti letto; ospedale di Cassino 299 posti letto; ospedale di Alatri 100 posti letto;
   per un totale di 915 posti letto, mentre le case di cura per acuti dispongono di 129 posti letto totali così ripartiti: Sant'Anna 32 posti letto; Villa Serena 25 posti letto; Villa Gioia 20 posti letto; Santa Teresa 20 posti letto; San Raffaele 30 posti letto;
   allo stato attuale i presidi di Anagni, Arpino, Atina, Ceccano, Ceprano, Ferentino, Isola Liri e Pontecorvo non hanno posti letto per acuti;
   di fatto tutte le case di cura monospecialistiche della provincia di Frosinone saranno costrette a chiudere dopo aver subito già nel 2008, per decisione della giunta Marrazzo, una drastica riduzione del 50 per cento dei posti letto ed in alcuni casi una costosa riconversione in monospecialistica;
   fino al 2008 nella Asl Frosinone il rapporto posti letto/acuti era inferiore al 3 per mille ma con la scelta della giunta Polverini di inserire nel piano sanitario le macroaree l'influenza ed il peso di Roma ha di fatto sfavorito la provincia ciociara;
   nel Lazio poi, la giunta Polverini ha consentito ai proprietari di più strutture di spostare tra le varie macroaree gli accreditamenti, andando ad alterare i fabbisogni territoriali senza tener conto dei fattori che determinano il fabbisogno stesso;
   sarebbe opportuno considerare nel calcolo degli standard le zone di confine con le regioni limitrofe, il bacino demografico, i collegamenti viari e la facilità di accessi –:
   se non ritenga di tener conto di quanto illustrato in premessa dando la possibilità alle case di cura monospecialistiche, che verrebbero di fatto tagliate fuori dai nuovi standard relativi all'assistenza ospedaliera, di potersi consorziare e rientrare quindi nella soglia utile per poter ottenere l'accreditamento.
(2-01765) «Anna Teresa Formisano».

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   FARINA COSCIONI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   numerosi siti di informazione, agenzie di stampa e quotidiani hanno riferito della grave e inquietante situazione che si è venuta a creare a Statte, comune in provincia di Taranto, recentemente investito da un violentissimo uragano;
   in particolare l'allarme sarebbe costituito dai tetti di amianto di circa cinquecento villette residenziali, divelti e polverizzati dalla tromba d'aria;
   si sono così disperse micidiali particelle con gravissime conseguenze per la salute e l'incolumità delle popolazioni residenti e dell'ambiente;
   il sindaco del comune di Statte, Angelo Miccoli ha interdetto il passaggio delle automobili e dei pedoni di alcune strade del quartiere Monte Termini, e lanciato l'allarme, denunciando tra l'altro l'indifferenza delle istituzioni nazionali e locali circa la situazione che si è venuta a creare –:
   quale sia l'esatta situazione che si è creata a Statte;
   quali urgenti provvedimenti si intendano promuovere, sollecitare, adottare in ordine alla grave situazione denunciata dal sindaco di Statte. (5-08557)


   FARINA COSCIONI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della salute, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   il 28 novembre 2012 agenzie di stampa e siti di informazione hanno dato notizia di una nuova vittima provocata dall'amianto;
   nel caso specifico, si tratta di un operaio della Sacelit di San Filippo del Mela, vicino Messina; si tratterebbe del decesso numero 109 tra i duecento lavoratori della fabbrica –:
   quali siano le informazioni che si dispongono in merito alla vicenda;
   se si sia in grado di confermare che nella fabbrica Sacelit di San Filippo del Mela sono deceduti ben 109 operai sui circa duecento impiegati;
   se siano deceduti a causa dell'amianto;
   se si sia mai fatta un'inchiesta amministrativa per accertare se oltre agli operai della fabbrica anche loro congiunti o parte della popolazione residente in zona sia rimasta vittima dell'amianto e, in tal caso, quali siano gli esiti di tale inchiesta;
   nel caso non sia stata effettuata per quali ragioni per cui non è stata condotta e se non si ritenga di doverla approntare;
   in ogni caso, quali iniziative, di competenza, ritengano di dover predisporre e sollecitare, in ordine alla vicenda sopra esposta. (5-08558)

Interrogazioni a risposta scritta:


   FUCCI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   un gruppo di genitori, con il supporto dell'associazione civica «Andria Città Sana», ha pubblicamente annunciato (cfr. «Gazzetta del Mezzogiorno – Cronaca del Nord Barese», pagina 3, del 17 novembre 2012) quella che pare essere una incidenza fuori dalla norme di casi di leucemie e di altre forme di tumore tra i bambini, in età compresa tra 3 e 13 anni, di Andria;
   i genitori in questione, in una missiva indirizzata al sindaco di Andria, invocano forme di controllo e monitoraggio e lamentano le condizioni, in termini di stato di salute della terra e dell'ambiente in cui vivono i bambini del territorio, in cui potrebbero esserci elementi favorevoli all'insorgere delle malattie –:
   se il Ministro interrogato disponga, con riferimento ad Andria e al territorio circostante, di dati ed evenienze in merito alla grave situazione denunciata dai genitori;
   quali eventuali iniziative di competenza, nell'ottica di tutelare i livelli essenziali di assistenza e di rispettare i campi di azione spettanti agli enti locali in base alla ripartizione prevista dal Titolo V della Costituzione, ritenga di assumere per promuovere misure utili soprattutto dal punto di vista della prevenzione. (4-18817)


   PORFIDIA. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   la terapia elettroconvulsivante (TEC), comunemente nota come elettroshock, è una tecnica terapeutica, basata sull'induzione di convulsioni nel paziente successivamente al passaggio di una corrente elettrica attraverso il cervello. La terapia fu sviluppata e introdotta negli anni trenta dai neurologi italiani Ugo Cerletti e Lucio Bini, che utilizzarono l’elettroshock terapeutico sull'uomo in conseguenza degli esperimenti condotti sugli animali circa le conseguenze neurologiche di ripetute crisi epilettiche;
   l'effettiva utilità e opportunità di questa tecnica è tutt'oggi molto dibattuta. Sebbene alcune tipologie di pazienti sembrano presentare dei miglioramenti in seguito al trattamento, la terapia ha comunemente una fama molto negativa a causa sia dell'abuso e della pratica aggressiva che se ne è fatta in taluni casi;
   Cerletti e i suoi collaboratori effettuarono regolarmente gli elettroshock terapeutici, sia su animali sia su pazienti neuropsichiatrici, valutando l'affidabilità della terapia e la sua sicurezza e utilità nella pratica clinica, soprattutto per il trattamento della psicosi maniaco-depressiva, e dei casi più gravi di depressione. Il suo lavoro e le sue ricerche ebbero un'influenza notevole, e l'uso della terapia si diffuse velocemente in tutto il mondo;
   inizialmente la terapia veniva praticata su pazienti coscienti, senza l'uso di anestesia e rilassanti muscolari. I pazienti perdevano conoscenza durante la seduta e subivano violente contrazioni muscolari incontrollate, che a volte potevano causare fratture ossee (specialmente alle vertebre) e stiramenti muscolari;
   con il miglioramento farmacologico delle terapie per le malattie mentali, nella seconda metà del XX secolo l'uso dell’elettroshock si è notevolmente ridotto;
   verso la metà degli anni Ottanta la terapia ha conosciuto una fase di espansione e di rivalutazione negli Stati Uniti, allorché le compagnie assicurative avevano introdotto nei contratti una clausola in base alla quale esse avrebbero pagato agli assicurati il ricovero per non più di sette giorni, decorsi i quali la copertura assicurativa sarebbe scattata solo nel caso di necessità di interventi maggiori, quali per esempio quelli chirurgici; nello specifico, in psichiatria, l'unico intervento maggiore che avrebbe giustificato la prestazione assicurativa anche oltre i primi sette giorni di ricovero è l’elettroshock;
   l'uso di questo trattamento però è sempre stato piuttosto controverso ed ha subito una drastica flessione alla fine degli anni Settanta con l'approvazione della legge n. 180 sulla chiusura dei manicomi voluta da Franco Basaglia. Fu proprio Basaglia ad affermare che curare un paziente psichiatrico con l’elettroshock è come prendere a pugni un televisore per rimetterlo sulla frequenza giusta. L'idea che l’elettroshock venisse usato come forma di controllo sociale e che rappresentasse comunque una violazione dei diritti umani non è soltanto di Basaglia e dei suoi seguaci;
   oggi è impiegato saltuariamente, e solo nel trattamento dei casi in cui ha dimostrato un'utilità clinica, previa somministrazione di anestetici e rilassanti muscolari per controllare le convulsioni;
   attualmente la TEC è utilizzata prevalentemente nel trattamento della depressione grave, in particolare nelle forme complicate da psicosi. Può essere impiegata anche in casi di depressione grave in cui la terapia con antidepressivi ripetuta e/o la psicoterapia non si sono rivelati efficaci, nei casi in cui queste terapie siano inapplicabili o quando il tempo a disposizione è limitato (per esempio nei casi di tendenze suicide);
   altre indicazioni specifiche si hanno nei casi di depressione associata a malattie o gravidanza, in cui la somministrazione di antidepressivi può essere rischiosa per la madre o per lo sviluppo del feto. In questi casi, dopo avere attentamente valutato il rapporto costo/benefici, alcuni psichiatri ritengono la terapia elettroconvulsivante la soluzione migliore per la depressione grave. In alcuni casi la TEC è anche usata per trattare le fasi maniacali del disturbo bipolare e condizioni non comuni di catatonia;
   l’elettroshock deve essere somministrato in condizioni controllate e da personale specializzato, come prescritto da diverse legislazioni relative alla salute mentale;
   in Italia il riferimento principale è la circolare del Ministero della salute del 15 febbraio 1999;
   la circolare stabilisce che la TEC deve essere somministrata esclusivamente nei casi di «episodi depressivi gravi con sintomi psicotici e rallentamento psicomotorio», dopo avere ottenuto il consenso informato scritto del paziente, al quale devono essere esposti i rischi ed i benefici del trattamento e le possibili alternative. In Italia tale orientamento è stato ulteriormente statuito dalla regione Piemonte con la legge regionale n. 14 del 2002. L'applicazione dello shock deve avvenire su paziente incosciente per l'effetto di anestetici e trattato con rilassanti muscolari per controllare le contrazioni muscolari;
   esistono casi in cui la validità del consenso informato è dubbia a causa dello stato mentale del paziente. Questi casi impongono gravi problemi decisionali, in cui contrastano tra loro la salute del paziente, la sua capacità decisionale, la responsabilità del medico e la relazione medico-paziente. La legislazione e la giurisprudenza delle diverse nazioni che si trovano ad affrontare il problema sono in progressiva evoluzione;
   riguardo alla tecnica terapeutica, per indurre le convulsioni viene fatta passare una corrente elettrica costante (tipicamente 0,9 ampere) attraverso il cervello per mezzo di due elettrodi applicati in specifici punti della testa, previa apposizione di un gel, una pasta o una soluzione salina per evitare bruciature della pelle. Un tempo gli elettrodi erano collocati sulle tempie, oggi si preferisce l'applicazione all'emisfero cerebrale non dominante, di solito a destra (TEC monolaterale). In questo modo si evita il passaggio della corrente direttamente attraverso le aree della memoria e dell'apprendimento;
   le convulsioni indotte, se non modificate, sono più intense di quelle prodotte durante una crisi epilettica. L'induzione di adeguate convulsioni generalizzate è necessaria per produrre l'effetto terapeutico. Il ciclo terapeutico comprende da sei a dodici trattamenti somministrati al ritmo di tre volte a settimana. Secondo studi le sedute devono essere separate da almeno un giorno;
   terminate le convulsioni si ha un periodo di tempo durante il quale l'attività corticale è sospesa e il tracciato elettroencefalografico è piatto;
   gli psichiatri contrari alla TEC affermano che questa fase equivalga alla morte cerebrale e sia causa di danno cellulare, tuttavia non esistono prove certe al riguardo. Al risveglio i pazienti non hanno alcun ricordo delle convulsioni e dei momenti precedenti la sessione. Alcuni medici hanno paragonato la TEC e il meccanismo terapeutico che offre al reset dei computer;
   recenti studi affermano che attualmente in varie strutture ospedaliere italiane viene utilizzato l’elettroshock come trattamento di prima scelta al posto dei farmaci, sebbene, secondo le linee guida in materia prevedano l'utilizzo della Tec soltanto dopo il fallimento dei trattamenti con farmaci;
   nel triennio che va dal 2008 al 2010 addirittura 1.406 persone sono state sottoposte a terapia elettroconvulsivante (Tec);
   le strutture ospedaliere coinvolte, cioè quelle che hanno eseguito almeno una Tec in un anno, sono circa 90. La maggioranza dei trattamenti riguarda le donne, 821 contro i 585 uomini, e la fascia d'età 40-47 anni. Colpiscono i dati relativi agli spedali civili Montichiari in provincia di Brescia: 108 trattamenti nel 2008, 155 nel 2009, 158 nel 2010. Anche quelli dell'azienda ospedaliera universitaria di Pisa: 106 nel 2008, 89 nel 2009, 68 nel 2010 –:
   se il Ministro non ritenga necessario, anche avvalendosi della professionalità di esperti in materia, accertare la validità terapeutica della TEC, anche al fine di valutare l'opportunità o meno di continuare a consentire tali applicazioni sul territorio italiano;
   se non ritenga opportuno nel frattempo verificare in quali strutture ed in quali condizioni vengono applicate ai pazienti le pratiche mediche in oggetto.
(4-18825)


   BARBATO. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   i militari del gruppo di Salerno-2° nucleo operativo e funzionari dell'Agenzia delle dogane, nel corso di un controllo all'interno dell'area portuale sulle merci in entrata ed in uscita dal territorio nazionale, hanno rinvenuto, all'interno di un container, 89 quintali di rifiuti pronti per l'esportazione;
   la notizia è stata data dal sito della testata La Città di Salerno in data 29 novembre 2012;
   il carico riportava quale causale l'esportazione di rottami in alluminio destinate in Israele ad opera di una ditta emiliana;
   c'era una partita di rifiuti costituiti da lattine di alluminio miste a materiale in plastica, terriccio, carta, agglomerati in un unico blocco, in violazione alle prescrizioni dettate dai regolamenti comunitari;
   il responsabile della società esportatrice, esercente l'attività di servizi di supporto alle imprese, è stato denunciato per i reati previsti dagli articoli 256 (attività di gestione di rifiuti non autorizzata), 258 (violazione degli obblighi di comunicazione, di tenuta dei registri obbligatori e dei formulari), 259 (traffico illecito di rifiuti) del decreto legislativo n. 152 del 2006 e 4 (Criteri per i rottami di alluminio) del Regolamento (UE) n. 333/2011 e rischia l'applicazione di una pena pecuniaria fino a 25.822,00 euro e l'arresto fino a due anni –:
   quali iniziative intendano assumere in relazione a quanto descritto in premessa e se si intenda predisporre un serrato controllo, aumentando eventualmente le unita preposte nei porti ed all'ingresso delle discariche per rifiuti o materiali destinati al riutilizzo/riciclo, onde scongiurare che gli stessi possano inquinare territori nostrani ed oltre confini. (4-18830)


   MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   Monselice, in provincia di Padova, è l'unico comune in Italia ad ospitare due cementifici: il primo è di proprietà di Italcementi, la più importante industria cementiera del Paese (25,7 per cento del mercato nel 2009, 4,7 miliardi di fatturato nel 2010), il secondo si chiama cementificio di Monselice (ex Radici). Nel raggio di 5 chilometri da Monselice e situato nel comune di Este (Padova) si conta il terzo stabilimento, il cementificio Cementizillo. I due comuni della bassa padovana, inseriti dal Piano regionale di tutela e risanamento dell'atmosfera nell’«Area cementifici» sono situati all'interno del parco dei Colli Euganei;
   il parco dei Colli Euganei rientra nei siti di interesse comunitario (nonché nella rete «Natura 2000») e il piano ambientale che lo regola, definisce le cementerie incompatibili con le finalità del parco medesimo, sollecitandone la riconversione o la delocalizzazione;
   in attuazione degli articoli 8 e 9 del decreto legislativo 4 agosto 1999, n. 351 «Attuazione della Direttiva 96/62/CE in materia di valutazione e gestione della qualità dell'aria ambiente» e degli articoli 22 e 23 della legge regionale 16 aprile 1985, n. 33, la regione Veneto con delibera del consiglio regionale n. 57 del 11 novembre 2004 ha approvato il «Piano Regionale di tutela e risanamento dell'atmosfera»;
   con delibera della giunta regionale del Veneto n. 3195 del 17 ottobre 2006 è stata introdotta la «zonizzazione», una metodologia che classifica i comuni in base alla densità emissiva (quantità di inquinante su unità di superficie), una metodologia finalizzata alla classificazione di ciascun comune della regione in base al regime di qualità dell'aria, permettendo così di stabilire a livello locale le criticità e il piano più appropriato da applicare. In corrispondenza a ciascuna tipologia di «area» devono essere applicate specifiche misure volte a riportare lo stato della qualità dell'aria entro livelli di non pericolosità per la salute umana;
   nell’«area cementifici», oltre ai comuni di Monselice ed Este, sono stati inseriti i comuni contermini di Arquà Petrarca, Baone, Battaglia Terme, Pemumia e S. Pietro in Viminario; questi comuni, secondo le norme del «piano regionale di tutela e risanamento dell'Atmosfera» (P.R.T.R.A) e deliberazione della giunta regionale del Veneto 17 ottobre 2006, n. 3195 sono sottoposti a misure specifiche, ad interventi di risanamento ambientale dato l'elevato inquinamento dell'aria causato dall'elevata densità di cementifici presenti, l'intenso traffico di automezzi determinato dalla presenza dei cementifici e dalle importanti e trafficate arterie stradali Padova-Rovigo, Padova-Mantova e dell'autostrada A13;
   i comuni dell’«area cementifici», secondo le norme del Piano regionale di tutela e risanamento dell'atmosfera sono inseriti in zona A – zone critiche nelle quali la legge impone l'applicazione dei piani di azione – per i parametri relativi al Pm10 (cosiddette polveri sottili), IPA (idrocarburi policiclici aromatici) e NO2 (biossido di azoto) e in zona B-zone nelle quali si devono applicare i piani di risanamento per benzene e ozono ai sensi dell'articolo 7 del decreto legislativo n. 351 del 1999 e del decreto legislativo n. 155 del 13 agosto 2010;
   i comuni dell’«area cementifici» dal 2005 ad oggi non hanno finora predisposto e adottato il piano di azione, risanamento e mantenimento non rispettando le norme del Piano regionale di tutela e risanamento dell'atmosfera ex articolo 7 del decreto legislativo n. 351 del 1999 e del decreto legislativo n. 155 del 13 agosto 2010 e in osservanza della normativa comunitaria (direttiva 2001/42 CE) entrata in vigore il 21 luglio 2004, recepita con il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, «Norme in materia ambientale», che relativamente a ciò che concerne le procedure di valutazione ambientale strategica, di valutazione di impatto ambientale e di ICCP, disciplinate dalla parte II, è entrato in vigore il 31 luglio 2007. La regione Veneto ha precisato (doc. 554140/45.06/E.400.011 del 23 ottobre 2008) che i piani di azione, risanamento e mantenimento sono ricompresi fra i Piani e programmi sottoposti a valutazione ambientale strategica;
   la normativa di valutazione ambientale strategica garantisce e valuta la sostenibilità dei piani di azione e risanamento della qualità dell'aria con lo scopo di integrare gli aspetti ambientali al pari di quelli economici, sociali e territoriali. In particolare la procedura di valutazione ambientale strategica rappresenta lo strumento che evidenzia le modalità con le quali è stata integrata la variabile ambientale nel piano, definendo la stima dei possibili effetti significativi sull'ambiente, ed individuando le misure di mitigazione e di compensazione e le misure di monitoraggi. La pianificazione sul territorio è lo strumento principe per ottenere delle efficaci politiche di riduzione dell'inquinamento. È quindi fondamentale che gli obiettivi dei piani e dei programmi elaborati da ogni entità territoriale siano coerenti con gli obiettivi del piano di azione, risanamento e mantenimento dell'aria;
   l'ente provincia di Padova dal 2005 ad oggi non ha prodotto alcuna delibera di approvazione formale dei piani di azione, i piani di risanamento e i piani di mantenimento dei comuni dell’«area cementifici» e di tutti gli altri comuni ricompresi nel territorio di competenza, non rispettando le norme dell'articolo 6, comma 1, delle norme del Piano regionale di tutela e risanamento dell'atmosfera delibera del consiglio regionale n. 57 del 11 novembre 2004 in attuazione degli articoli 8 e 9 del decreto legislativo 4 agosto 1999, «Attuazione della Direttiva 96/62/CE in materia di valutazione e di gestione della qualità dell'aria ambiente» n. 351 e degli articoli 22 e 23 della legge regionale 16 aprile 1985, n. 33 «l'Ente provincia approva i piani di azione, i piani di risanamento e i piani di mantenimento»;
   l'ente provincia di Padova dal 2005 ad oggi non ottempera alle norme del Piano regionale di tutela e risanamento dell'atmosfera che prevedono all'articolo 6, comma 1, n. 4 che «la Provincia in caso di inerzia del sindaco, adotta in via sostitutiva tutte le iniziative spettanti al comune per ovviare agli effetti del superamento o del rischio di superamento dei valori limite o delle soglie di allarme previste dalla vigente normativa, anche quando decise nei tavoli tecnici zonali o del comitato di indirizzo e sorveglianza»; i poteri sostitutivi sono attivati attraverso i seguenti provvedimenti:
    in caso di mancata comunicazione da parte dei comuni delle azioni di base adottate, diffida per i comuni completamente inadempienti e per comuni parzialmente inadempienti, per la parte mancante;
    in caso di ulteriore inerzia, decreto presidenziale sostitutivo per i comuni completamente inadempienti e per i comuni parzialmente inadempienti per la parte mancante (compresi i comuni che hanno inviato un provvedimento a seguito della diffida di cui al punto a, ma tale provvedimento risulta comunque carente di qualche azione);

   sulla base dei dati forniti dall'ARPAV (Agenzia regionale protezione ambientale del Veneto) nelle centraline di rilevamento di Monselice, Este e Parco Colli Euganei dal 2007 al 2012 sono sistematicamente violati i limiti di legge per quanto riguarda il materiale particolato (PM10) secondo le norme del decreto ministeriale 2 aprile 2002, n. 60 e del decreto legislativo n. 155 del 13 agosto 2010:
    Polveri fini PM10 – Numero di superamenti del valore limite giornaliero per la protezione della salute umana – (max 35 giorni l'anno decreto ministeriale n. 60 del 2002 e decreto legislativo n. 155 del 2010);
    stazione di rilevamento Arpav di Este anno 2007, 112 giorni di superamento; 2008, 76 giorni di superamento; 2009, 71 giorni di superamento; 2010, 89 giorni di superamento; 2011, 72 giorni di superamento; al 30 novembre 2012, 46 giorni di superamento;
    stazione di rilevamento Arpav di Monselice anno 2008, 71 giorni di superamento; 2009, 64 giorni di superamento; 2010, 54 giorni di superamento; al 30 novembre 2012, 39 giorni di superamento;
    stazione di rilevamento Arpav Parco Colli Euganei anno 2008, 50 giorni di superamento; 2009, 38 giorni di superamento; 2010, 28 giorni di superamento; 2011, 66 giorni di superamento; al 30 novembre 2012, 47 giorni di superamento;

   Italcementi, la multinazionale che gestisce il cementificio di Monselice, ha presentato un progetto che prevede un ammodernamento degli stabilimenti per un investimento di 160 milioni. Contro il progetto di revamping oltre alle amministrazioni dei vicini comuni di Baone ed Este, alcuni residenti e gli ambientalisti di «Lasciateci respirare» ed «E noi ?», che da anni, anche prima del progetto, criticano l'inquinamento provocato dallo stabilimento, anche a fronte della possibilità di utilizzo del Pet-coke come combustibile, che avrebbe incrementato l'inquinamento della zona. Rivoltisi al Tar del Veneto, questi ultimi hanno vinto il ricorso in primo grado contro il progetto per «incompatibilità con la normativa di tutela ambientale del Parco dei colli Euganei». La sentenza emessa a maggio 2011 dal Tar ha dunque annullato l'autorizzazione paesaggistica rilasciata il 13 dicembre 2010 dal Parco colli e la delibera di giunta provinciale del 29 dicembre dello stesso anno di approvazione della valutazione d'impatto ambientale (Via). Secondo il tribunale veneto «il progetto di Italcementi va oltre la normale manutenzione di un impianto destinato a cessare fra pochi mesi. E – secondo il Tar – un impianto nuovo, di durata quasi trentennale, con un nuovo ciclo di produzione. Quindi è incompatibile con le finalità di tutela». Italcementi si è quindi appellata al Consiglio di Stato che, pronunciatosi a febbraio 2012 ha accolto il ricorso, considerando il progetto legittimo, dando corso al piano di investimento e al proseguo dell'attività per altri 28 anni. I comuni di Este e Baone hanno presentato i ricorsi al Consiglio di Stato e al Tar Veneto, il primo contro l'esclusione dei paesi dalla convenzione a tre tra cementificio, parco e comune di Monselice, il secondo contro la delibera della Provincia di Padova che ha autorizzato il revamping. Il 9 maggio 2012 il Tar ha nuovamente fermato l’iter, accogliendo questa volta il ricorso presentato dai comuni di Este e Baone. Nella sentenza i giudici sottolineano come ci sia incompatibilità tra quanto proposto da Italcementi e le norme del parco Colli, evidenziando soprattutto il forte impatto paesaggistico che una torre da 89 metri comporta. Sotto la lente del Tar è finita soprattutto l'autorizzazione rilasciata il 29 settembre dal Presidente dell'ente parco nonostante la commissione tecnica fosse contraria a maggioranza proprio per l'impatto visivo e strutturale del progetto;
   presso l'ufficio via del settore ambiente della provincia di Padova è stato depositato dal cementificio di Monselice (Padova) per la valutazione di impatto ambientale il progetto relativo a «Attività di recupero di sostanze inorganiche (R5) in sostituzione di materie prime mediante l'utilizzo di scarti di lavorazione. Oggetto della procedura di VIA dello stabilimento di Monselice, ubicato in Via Solana n. 8, e l'ottimizzazione del ciclo tecnologico della cementeria mediante il recupero di sostanze inorganiche (attività R.5 di cui al decreto legislativo 155 del 2006 e successive modificazioni e integrazioni). Il progetto prevede l'utilizzo di ceneri della combustione di carbone e biomasse (185.000 t/a) e gessi chimici utilizzati per la desolforazione fumi (40.000 t/A);
   una nota del comitato «Lasciateci respirare», spiega: «225.000 t/a di rifiuti speciali rappresentano un quantitativo imponente, se si pensa nei 52 cementifici attivi ora in Italia si utilizzano 680.000 tonnellate all'anno di ceneri e gessi chimici (dati 2011), con una media quindi per cementificio di 13.000 t/a. Nella Cementeria Zillo di Monselice, la cui produzione annua è stimata sull'ordine di 6-700.000 t/a di cemento, almeno un terzo del prodotto sarebbe quindi costituito da rifiuti speciali». A ciò si aggiungerebbero 343.500 tonnellate di rifiuti che ogni anno possono già essere smaltite nelle cementerie Zillo di Este e Italcementi di Monselice. Con le 225.000 tonnellate di rifiuti speciali richieste dalla nuova proprietà della Cementeria di Monselice, in totale, ogni anno possono essere addizionati al cemento prodotto a Este e Monselice e utilizzato anche per costruire abitazioni, circa 568.000 tonnellate di rifiuti;
   le attuali normative prevedono che i cementifici possano emettere il triplo delle polveri, rispetto agli inceneritori:
    limiti cementerie (decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152);
    polveri totali: mg 30/Nm3;
    biossido di zolfo: mg 600/Nm3;
    ossido di azoto: mg 1.800/Nm3;
    limiti inceneritori (decreto legislativo 11 maggio 2005, n. 133 in attuazione della direttiva 2000/76/CE):
    polveri totali: mg 10/Nm3;
    biossido di zolfo: mg 50/Nm3;
    ossido di azoto: mg 200/Nm3;

   con una lettera al Gazzettino di Padova quattro consiglieri comunali di Monselice Andrea Drago, Francesco Miazzi, Lorenzo Nosarti e Gabriella Zanin informano che secondo il sito internet del cementificio Italcementi di Monselice la concentrazione media di ossidi di azoto (NOx) dell'intero mese di ottobre 2012 è più che raddoppiata rispetto all'anno precedente (506 nel 2011, 1023 nel 2012) mentre quella dell'anidride solforosa (S02) è aumentata di ben 13 volte passando da una valore medio di 9,16 mg/Nmc nel 2011 a una media di 119,3 mg/Nmc nel 2012 per il periodo che va dal 17 ottobre (data della pubblicazione della dichiarazione del cementificio) al 31 ottobre 2012;
   secondo quanto scrivono i quattro consiglieri comunali «i limiti di emissioni di due cementifici, appartenenti allo stesso proprietario ma situati uno a Monselice (Padova) e l'altro a Colleferro (Roma), dispongono di normative diverse; «i limiti di emissione di ossidi di azoto (NOx) a Monselice sono di 1800 mg/Nmc, mentre a Colleferro risultano 800 mg/Nmc. Ancora più inquietanti risultano quelli di anidride solforosa (S02) che a Monselice sono di 600 mg/Nmc, mentre a Colleferro 50 mg/Nmc (12 volte inferiori). Di fatto i cittadini di quel territorio hanno inalato, nel periodo considerato, il doppio di NOx e 13 volte di S02, rispetto all'anno precedente»;
   il decreto del Presidente della Repubblica 23 maggio 2003 approvazione del piano sanitario nazionale 2003-2005 (GU n. 139 del 18 giugno 2003 - Suppl. Ordinario n. 95) con particolare riferimento al punto 4.2 (tutela della salute in relazione all'inquinamento atmosferico) ove vengono sottolineati i gravi problemi sanitari in termini di aumento di gravi patologie e di incremento dei decessi causati dall'inquinamento dell'aria ambiente;
   «il piano sanitario nazionale 2006-2008 con particolare riferimento al punto 5.12 (tutela della salute in relazione all'inquinamento atmosferico) ove vengono ribadite le emergenze sanitarie del piano sanitario precedente connesse con la qualità dell'aria ambiente e in particolare si legge al paragrafo intitolato «inquinamento atmosferico e qualità dell'aria» che «Sulla base degli studi epidemiologici condotti in ambito internazionale ed italiano, si può affermare con assoluta certezza che all'inquinamento atmosferico è attribuibile oggi una quota rilevante di morbosità acuta e cronica, la diminuzione della speranza di vita dei cittadini che vivono in aree con livelli di inquinamento elevato, e che non sembra esserci una soglia al di sotto della quale non si osservano danni» e ancora in un passo immediatamente successivo «... la gravità degli effetti sulla salute umana, sia a breve che a lungo periodo, di questi inquinanti è direttamente proporzionale alla concentrazione degli inquinanti, al tempo e/o modalità di esposizione e la associazione con ulteriori fattori di rischio può rafforzare considerevolmente l'entità dei singoli rischi»;
   l'Italia non è riuscita ad evitare il deferimento alla Corte di giustizia europea e ora attende il verdetto che comporterà una pesante sanzione economica. I capi di accusa della Corte di Giustizia riguardano le relazioni degli anni dal 2005 al 2007 in cui si registra un continuo superamento dei valori limite da inquinamento da PM10, ben oltre la tolleranza consentita. Saranno le regioni a pagare le sanzioni imposte dalla Commissione europea. Questo si evince dalla legge italiana che ha messo i piani antismog interamente a carico delle regioni –:
   se non si ritenga opportuno alla luce di quanto indicato in premessa avvalersi dei poteri sostitutivi previsti dalla normativa in materia di cui all'articolo 8 della legge n. 131 del 2003, anche mediante la nomina di un commissario, al fine di tutelare la salute e l'incolumità della popolazione dell’«area cementifici» e dell'area «Bassa Padovana» considerato il rischio di sanzioni da parte dell'Unione europea in relazione alle vicende descritte. (4-18843)

SVILUPPO ECONOMICO

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dello sviluppo economico, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, per sapere – premesso che:
   una gravissima crisi economica e finanziaria sta attraversando la società Aligrup spa, crisi che, nel contesto di una grave congiuntura economica negativa mondiale, costituisce per la città di Catania e per tutto il territorio regionale, un allarme sociale di enorme portata, considerato il livello occupazionale che Aligrup esprime sia in maniera diretta, circa 1.600 dipendenti, che in maniera indiretta, un indotto di ulteriori 1.500 lavoratori, numeri che in qualsiasi contesto hanno un significato notevolissimo, ma ancor di più in Sicilia, dove la perdita anche di un solo posto di lavoro crea disagi non indifferenti;
   per una maggiore conoscenza della problematica, si riassumono in maniera sintetica le vicende che hanno coinvolto Aligrup, che traggono le loro origini diversi anni addietro, ma che si sono manifestate nella loro assoluta drammaticità negli ultimi mesi. Aligrup spa opera dal 1987 nel settore della grande distribuzione organizzata, ma nasce dal solco di un'azienda familiare di commercio all'ingrosso di granaglie, avviata dagli antenati dell'attuale famiglia imprenditoriale nel lontano 1890. Concessionaria per il marchio Despar per le province di Catania, Enna, Caltanissetta, Siracusa, Ragusa e Palermo, gestisce un centro distributivo moderno ed efficiente, realizzato in base alle tecniche distributive più avanzate. Nel contesto della grande distribuzione organizzata l'azienda si è sempre collocata al primo posto tra le aziende a intero capitale siciliano e al secondo posto, dopo il gruppo SMA Auchan, considerando tutti gli attori presenti nel territorio;
   queste sono le performance di Aligrup (dati riferiti al 2011): un fatturato di più di 300 milioni di euro; una rete di 159 punti vendita (di cui 45 diretti e 114 affiliati); gestione di un deposito (grocery e fresco) e 3 piattaforme (surgelati, ortofrutta e macelleria); quota di mercato Sicilia del 16,87 per cento, 1.449 addetti, 45.000 referenze trattate;
   nel 2011, nell'ambito di un procedimento penale antimafia a carico del socio di riferimento le azioni dell'azienda sono state sottoposte a sequestro e l'amministrazione di Aligrup è stata affidata a custodi amministratori giudiziari. Il 16 aprile 2010 viene emessa la sentenza di primo grado che restringe il sequestro alla «quota ideale del 15 per cento» delle quote societarie in giudiziale sequestro appartenenti al socio imputato e, con una particolare formula giuridica, ad una proporzionale quota dei beni mobili ed immobili di proprietà della società medesima. Contestualmente il tribunale nomina il professor Muscarà come custode amministratore giudiziario;
   tale sequestro, unitamente alla crisi finanziaria, ha causato il crollo tanto progressivo quanto inesorabile dell'azienda Aligrup. Una pesante contrazione degli affidamenti (sia da parte del sistema bancario, sia da parte delle compagnie assicuratrici dei crediti e, conseguentemente, da parte dei fornitori), e anche delle vendite (dovuto alla crisi economica delle famiglie) ha dato avvio alle difficoltà di adempimento dei pagamenti. Difficoltà divenute man mano insormontabili, allorché le perdite hanno eroso il patrimonio, conducendo l'impresa ad un drammatico epilogo;
   a maggio 2012 iniziano le trattative con le Coop che avrebbero dovuto acquisire alcuni punti vendita e il deposito oltre a dare speranze ad altri dipendenti di sede;
   il tribunale a giugno 2012 revoca improvvisamente dall'incarico il professor Muscarà (facente anche parte del consiglio di amministrazione di Aligrup) e nomina il dottor Consoli nuovo custode amministratore giudiziario;
   segue la messa in liquidazione volontaria della società, avvenuta in data 23 luglio 2012 a seguito di approvazione del bilancio di esercizio al 31 dicembre 2011 che certifica una perdita di oltre otto milioni di euro e un'ulteriore sopraggiunta perdita nel 2012. Quindi, la decisioni di porre in liquidazione la società con la nomina di un collegio di liquidatori a cui vengono affidati i compiti previsti dalle vigenti normative e l'esercizio provvisorio dell'impresa che dovrà, come primario obiettivo, tentare la dismissione dei rami commerciali con il miglior realizzo. Il collegio di liquidatori è composto dal dottor Verona, l'avvocato Di Stefano e, per la proprietà, il signor Salvatore Scuto. Nel contempo, con l'assistenza dell'avvocato Franchina, è stato avviato un accordo di ristrutturazione del debito con i fornitori ai sensi dell'articolo ex 182-bis legge fallimentare che ha già superato la fase del deposito del piano di ristrutturazione (14 settembre 2012) e dell'istanza di sospensione; si è svolta la prima udienza l'8 ottobre che è stata rinviata al 5 novembre;
   le speranze per tutti finiscono a settembre quando scadono i termini delle trattative con le Coop che si tirano indietro in quanto non garantiti da una probabile revocatoria fallimentare. Successivamente, dal collegio di liquidatori si dimettono l'avvocato Di Stefano e il signor Scuto, lasciando a procedere il dottor Verona. A questo punto un nuovo colpo di scena. Il 3 novembre il tribunale revoca il mandato al dottor Consoli nominando l'ennesimo custode amministratore;
   il 5 novembre, alla presentazione del lavoro svolto da parte del liquidatore, il giudice si riserva di rispondere successivamente. Si sta ventilando l'ipotesi di un concordato preventivo fallimentare in bianco. Si evidenzia la gravissima crisi occupazionale che sta coinvolgendo tutto il personale, che oggi, paga indirettamente un costo elevatissimo, sia in termini di salvaguardia del proprio posto di lavoro, sia in termini di remunerazione salariale che ormai rischia di diventare insostenibile;
   attualmente il personale adibito alle complesse attività amministrative del gruppo (circa 160 lavoratori negli uffici di sede), sopporta un contratto di solidarietà con riduzione del 50 per cento delle retribuzioni e degli orari lavorativi, con conseguente autorizzazione dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali all'integrazione salariale; il personale adibito alla vendita presso i vari negozi, sopporta una cassa integrazione guadagni straordinaria a rotazione, a seguito di due diverse procedure, che coinvolge un numero complessivo di circa 340 lavoratori al mese, di cui una procedura è ancora in attesa di autorizzazione;
   tutti i lavoratori attendono le retribuzioni da oltre 2 mesi. Ma pur tuttavia, malgrado i sacrifici fin qui sostenuti dai lavoratori, la situazione peggiora in maniera graduale e progressiva, tanto da poter affermare che, considerato lo stato delle trattative commerciali, rischia di perdere il proprio posto di lavoro tutto il personale addetto alle attività amministrative e tutto il personale dei negozi che a tutt'oggi, non avendo avuto alcuna offerta commerciale, dovranno essere chiusi. Anche per i punti vendita facenti parte delle trattative non è garantito il massimo livello occupazionale. La situazione grave potrebbe diventare drammatica in quanto coinvolgerebbe tutto il personale dipendente, cioè 1.660 lavoratori e un indotto rappresentato da piccole aziende locali che sono nate e cresciute grazie ai rapporti commerciali con Aligrup e dagli operatori dei centri commerciali, ulteriori 1.500 lavoratori: quindi più di 3.000 famiglie in totale;
   la vicenda ed i numeri della crisi dell'Aligrup, anche se rinchiusi in un ambito regionale, avrebbero delle conseguenze nefaste per la Sicilia già allo stremo per la crisi economica aggravata dalla politiche restrittive del Governo;
   altre crisi aziendali di altre zone d'Italia, con molti meno dipendenti coinvolti, sono in corso di risoluzione al Ministero dello sviluppo economico;
   come si evince da una pubblicazione della Uil, vi sono ben 203 tavoli aperti che coinvolgono ben 244 mila 642 lavoratori e 18 aziende in amministrazione straordinaria. Di questi, 77 tavoli hanno individuato una soluzione e 8 di questi sono in amministrazione straordinaria. Di tutto il complesso dei tavoli di confronto aperti o risolti, le aziende con un numero di dipendenti superiore alle mille unità sono 50 e fra queste c’è anche la Telecom con 50 mila lavoratori coinvolti, quindi un quarto del totale;
   a giudizio dell'interpellante anche la situazione dell'Aligrup, con più di 3 mila lavoratori coinvolti, deve essere portata presso i Ministeri competenti con un tavolo di trattative così come le altre crisi aziendali nazionali degli altri territori –:
   quali iniziative di competenza intendano adottare i Ministri interpellati per risolvere le problematiche indicate in premessa.
(2-01764) «Catanoso, Corsaro».

Interrogazione a risposta in Commissione:


   MONTAGNOLI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   il processo di razionalizzazione messo in atto dalla società Poste italiane spa ha portato negli ultimi anni alla chiusura di numerosi uffici postali in diverse aree del territorio nazionale;
   sembra imminente anche la chiusura dell'ufficio postale di Mizzole, frazione del comune di Verona, che serve anche le frazioni di Cancello, Trezzolano, Pigozzo e altri paesi limitrofi delle colline;
   la chiusura di tale ufficio comporterà enormi disagi soprattutto per i residenti anziani, che si troveranno a non poter usufruire con la dovuta comodità di servizi essenziali quali il pagamento delle bollette o la riscossione della pensione, con la conseguenza di essere costretti a frequenti e difficili spostamenti, senza considerare il fatto che nei piccoli centri come Mizzole, dove non è presente neanche una banca, l'ufficio postale rappresenta un centro aggregante, oltre che funzionale;
   il contratto di programma tra lo Stato e Poste italiane spa per l'espletamento del servizio postale universale prevede, quale dovere per la società, quello di conseguire determinati obiettivi di qualità, tra cui quelli concernenti l'adeguatezza degli orari di apertura degli sportelli rispetto alle prestazioni richieste –:
   come il Ministro intenda intervenire, anche favorendo una concertazione fra la direzione di Poste italiane spa e le amministrazioni locali, per evitare che decisioni unilaterali assunte da Poste italiane spa arrechino disagi agli abitanti delle frazioni del comune di Verona al fine di garantire l'effettiva erogazione di un servizio pubblico di qualità nel rispetto dell'accordo per l'espletamento del servizio postale universale. (5-08555)

Interrogazione a risposta scritta:


   DI PIETRO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   il 30 novembre 2012 è stato un giorno di lutto per tutto il Paese. È stato ritrovato il corpo dell'operaio dell'Ilva, travolto dalla tromba d'aria che si è abbattuta su Taranto mercoledì 28 novembre. Francesco Zaccaria lavorava in condizioni proibitive e ad avviso dell'interrogante in evidente violazione delle norme sulla sicurezza. Il Governo deve intervenire immediatamente per dare agli operai dell'Ilva un lavoro che non li costringa a rischiare ogni giorno la vita e deve assicurare, allo stesso tempo, ai cittadini di Taranto condizioni rispettose della loro salute, dell'ambiente in cui vivono e del futuro dei loro figli;
   secondo quanto riportato da un articolo pubblicato oggi sul quotidiano La Stampa a firma di Grazia Longo, i colleghi di Francesco Zaccaria si interrogano sul perché il loro collega fosse ancora nella cabina, nonostante il tornado fosse stato preceduto da forti raffiche di vento. Zaccaria stava spostando delle materie prime da una nave, mentre un altro gruista era sceso perché il braccio della gru era rimasto incastrato nella stiva della nave. Ma l'area portuale era sotto sequestro per una questione amministrativa legata alle acque reflue. Non si capisce quindi perché si stesse lavorando in quell'area;
   da un altro articolo si apprende che la cabina della gru finita in mare e recuperata stamattina è completamente sommersa dal fango e si trova a ridosso della nave mercantile ormeggiata al quarto sporgente del porto merci. L'articolo prosegue con la denuncia di alcuni suoi colleghi che affermano come il maltempo avrebbe dovuto far interrompere le operazioni di scarico e carico da terra, sottolineando come la vittima fosse una persona solitamente molto attenta;
   gli stessi colleghi non capiscono come sia stato possibile il verificarsi di questa tragedia poiché questo tipo di gru ha un dispositivo di sicurezza che blocca i lavori in caso di maltempo. Per operare in quelle condizioni il dispositivo andava disattivato manualmente. Per questo i colleghi di Zaccaria si chiedono chi abbia disattivato il dispositivo oppure detto a Zaccaria di farlo;
   nella giornata del 29 novembre su Sky un lavoratore di Taranto intervistato ha dichiarato che di fronte a questi eventi straordinari sarebbero dovuti scattare i necessari allarmi, cosa che non è avvenuta;
   si confida nell'inchiesta giudiziaria che è stata avviata per chiarire eventuali responsabilità per la mancata applicazione di misure di sicurezza e capire come mai l'operaio fosse ancora sulla gru nonostante i forti venti che soffiavano sul porto;
   appare all'interrogante una violenza inaccettabile quel che stanno promuovendo Riva e i suoi dirigenti: mettere l'un contro l'altro il diritto alla salute e il diritto al lavoro, due diritti sacrosanti che devono viaggiare insieme. Entrambi i diritti possono e devono sussistere, e chi ha violato (e Riva, ad avviso dell'interrogante, ha violato) deve pagare. L'ILVA non deve chiudere, lo Stato se ne faccia carico anche intervenendo con una propria partecipazione di quote da riacquistare a Riva, anzi, più che riacquistarle, assumendo iniziative normative per espropriare alla famiglia Riva perché non è giusto che abbia preso un'impresa statale propri profitti, abbia avvelenato l'ambiente e distrutto le famiglie;
   la vicenda dell'Ilva di Taranto e più in generale la produzione dell'acciaio in Italia mette a fuoco tre questioni fondamentali: la prima è quella delle politiche industriali assenti da anni nel nostro Paese, prima con il Governo Berlusconi e oggi con il Governo Monti. Un Paese come l'Italia, che è il secondo Paese manifatturiero europeo e che costruisce prodotti di trasformazione grazie alla cultura, all'ingegno e alla capacità d'innovazione del sistema di imprese, non può rinunciare alla produzione di acciaio primo anello della catena per costruire migliaia di prodotti;
   quindi la mancata definizione da parte dei Governi, di ciò che è strategico produrre per il Paese, sta mettendo, in questa fase di crisi, l'economia italiana in serie difficoltà. Oltre alla vicenda dell'Ilva è a rischio di chiusura l'intera area di Piombino; la crisi della Lucchini e l'annunciato ridimensionamento della Magona, così come a Terni, l'annuncio della Thyssenkrupp di voler chiudere una parte importante del ciclo produttivo a freddo, mettono in luce la crisi che investe il settore siderurgico nazionale;
   la chiusura del settore siderurgico in Italia consegnerebbe in Europa l'egemonia totale ai tedeschi, i quali a quel punto farebbero il bello e cattivo tempo sui prezzi che le nostre aziende di trasformazione sarebbero costrette a subire;
   la seconda questione riguarda l'assenza dello Stato e delle istituzioni in merito alla compatibilità ambientale degli impianti e delle necessarie bonifiche. Le inchieste, gli arresti, gli interventi di sequestro di impianti e di corpi di reato, sono la palese dimostrazione dell'assenza totale delle istituzioni preposte a far rispettare la legge dentro e fuori le aziende;
   la magistratura interviene, quindi, per il ruolo che deve esercitare, quello, cioè, di applicare la legge senza guardare in faccia nessuno. Per questo l'Italia dei Valori ha difeso e continua a difendere, il ruolo e l'azione dei magistrati tarantini che con enorme coraggio hanno sollevato il coperchio di una pentola stracolma di veleni per i lavoratori e i cittadini, di omissivi, di reati e di corruzione;
   quindi grande merito va alla magistratura e, da parte dell'interrogante, ad essa va un grande sostegno alla sua azione che ha reso evidente tutte, ma proprio tutte le responsabilità di chi doveva intervenire e non lo ha fatto;
   la terza ed ultima questione riguarda il futuro per migliaia e migliaia di posti di lavoro che dipendono dall'esito della vicenda Ilva. Qui il ruolo fondamentale è quello del Governo;
   il Governo deve evitare quello che l'Italia dei Valori ha sempre denunciato, e cioè di riproporre la scandalosa vicenda di Acerra per quanto riguarda i rifiuti, vicenda nella quale il Governo Berlusconi con quello che all'interrogante è parso un colpo di mano finì di fatto per azzerare l'efficacia delle leggi, delle norme, delle istituzioni preposte al controllo e in particolare l'azione della magistratura. Ci sono degli impegni non più rinviabili da parte dell'azienda Ilva che in 6 mesi non ha ancora speso un euro nella direzione indicata dalla magistratura e che ancora ieri ha continuato ad individuare nei magistrati i responsabili di una situazione drammatica che invece, ad avviso dell'interrogante ha un unico soggetto che deve rispondere davanti ai lavoratori e ai cittadini di Taranto: la famiglia Riva, con i propri beni e guadagni realizzati in tutti questi anni;
   sarebbe pertanto positivo che il Governo si assumesse la responsabilità diretta del controllo del piano di ristrutturazione degli impianti, delle bonifiche, delle garanzie finanziarie e infine dell'efficacia degli interventi;
   ci si augura che il Governo affermi il ruolo strategico del settore siderurgico per l'Italia, che il piano di bonifica sia sostenuto anche da risorse pubbliche e che le disposizioni della magistratura siano rispettate con o senza la famiglia Riva;
   Italia dei Valori seguirà continuamente, minuto per minuto la vicenda, sia in Parlamento che sul territorio, perché sa che il futuro di migliaia e migliaia di lavoratori verso i quali ci si sente vicini dipenderà dalla serietà dell'azione del Governo e dalla capacità di chiamare la famiglia Riva a rispondere delle proprie azioni, recuperando tutte quelle risorse guadagnate col lavoro italiano e finite all'estero –:
   se il Governo intenda avviare accertamenti per capire cosa non ha funzionato nelle procedure di sicurezza che hanno portato all'incidente che è costato la vita a Francesco Zaccaria, e quali verifiche intenda portare avanti per stabilire se il lavoratore lavorava in assenza di misure di sicurezza oppure se non sono scattati gli allarmi tali da metterlo in protezione e perché questo sia avvenuto. (4-18844)

Apposizione di firme ad una interrogazione.

  L'interrogazione a risposta scritta Caparini e Volpi n. 4-18777, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 28 novembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Rondini, Fava.

Pubblicazione di un testo riformulato.

  Si pubblica il testo riformulato della interrogazione a risposta in Commissione Bongiorno n. 5-08554, già pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta n. 726 del 29 novembre 2012.

   BONGIORNO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro degli affari esteri, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   il 28 agosto 2012, la Corte europea dei diritti dell'uomo si è espressa – nel caso Costa e Pavan c. Italia (ric. n. 54270/10) – in ordine alla legittimità della legge italiana sulla procreazione medicalmente assistita (legge n. 40 del 2004), che non permette alle coppie portatrici di malattie ereditarie di accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita e di diagnosi genetica pre-impianto;
   nell'ambito della predetta decisione, la Corte ha ritenuto costituisca un'interferenza illegittima dell'autorità pubblica nella vita privata e familiare dei singoli una misura che incida sulle scelte procreative individuali, qualora non risulti «necessaria» ai fini della tutela dei beni giuridici elencati dall'articolo 8 della Convenzione;
   nonostante la tutela del nascituro costituisca in astratto un bene giuridico tale da giustificare un'interferenza nella vita privata degli individui, tale garanzia nel caso concreto non poteva essere qualificata come «necessaria», giacché – dall'analisi dell'ordinamento interno – era emersa la possibilità di tenere condotte maggiormente lesive per il nascituro stesso;
   infatti, il divieto in oggetto, finalizzato a scongiurare il sacrificio degli embrioni malati, si scontra con la liceità del ricorso all'aborto terapeutico in caso di feto malato;
   in sostanza, l'unico metodo accessibile ai genitori portatori di malattie ereditarie – per generare figli che non siano affetti dalla malattia di cui sono portatori sani – è iniziare una gravidanza secondo natura e procedere all'interruzione medica della gravidanza stessa ogni qualvolta una diagnosi prenatale dovesse rivelare che il feto è malato;
   la Corte ha, per tali ragioni, condannato il nostro Paese per la violazione dell'articolo 8 della Convenzione, che tutela il diritto dell'individuo alla non ingerenza statale nelle questioni afferenti alla vita privata e familiare;
   peraltro, nessuna opzione etica è stata esercitata dai giudici europei e nessuna indicazione assiologica è stata fornita al fine di dirimere la vexata quaestio circa lo statuto di «vita umana» spettante all'embrione;
   al contrario, la Corte si è attenuta al dato normativo, confrontando le leggi italiane alle norme della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, individuando antinomie e risolvendo il caso tramite il ricorso ad argomentazioni prettamente logico-giuridiche, del tutto estranee ad altri ambiti, e inutilizzabili nel discorso etico;
   con le sentenze nn. 348 e 349 del 2007 la Corte costituzionale ha chiarito la portata dei vincoli derivanti dal suddetto accordo internazionale. In particolare, ha precisato che non solo la Repubblica è tenuta a dare esecuzione alle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo (ai sensi dell'articolo 46 della Convenzione), ma anche che le norme della Convenzione – nell'interpretazione che ne dà la Corte – si atteggiano a parametro interposto di costituzionalità delle leggi italiane, ai sensi dell'articolo 117, primo comma, della Costituzione;
   anche la giurisprudenza interna ha dimostrato di voler recepire, attraverso un'interpretazione costituzionalmente orientata della legge n. 40, le indicazioni fornite dalla Corte di Strasburgo (decisione del Tribunale di Cagliari del 15 novembre 2012);
   in data 28 novembre 2012, nell'ultimo giorno utile e in modo imprevisto, il Governo risulta aver dato mandato alla Rappresentanza italiana al Consiglio d'Europa di chiedere il deferimento alla Grande Chambre della sentenza Costa e Pavan –:
   quali ragguagli possa offrire, anche in omaggio allo spirito dell'articolo 5, comma 3, della legge n. 400 del 1988, in ordine ai criteri con cui si scelgono le pronunzie delle Camere semplici della CEDU da impugnare alla Grande Chambre e in ordine a quali argomenti difensivi si possano proporre in tal sede. (5-08554) (Nuova formulazione)

Ritiro di documenti del sindacato ispettivo.

  I seguenti documenti sono stati ritirati dai presentatori:
   interrogazione a risposta scritta Paglia n. 4-16694 del 21 giugno 2012;
   interrogazione a risposta scritta Di Pietro n. 4-18337 del 30 ottobre 2012;
   interpellanza Catanoso n. 2-01755 del 27 novembre 2012;
   interrogazione a risposta in Commissione n. 5-08516 del 27 novembre 2012.

Trasformazione di un documento del sindacato ispettivo.

  Il seguente documento è stato così trasformato su richiesta del presentatore: interrogazione a risposta scritta Ferranti n. 4-18586 del 20 novembre 2012 in interrogazione a risposta in Commissione n. 5-08556.

INTERROGAZIONI PER LE QUALI È PERVENUTA RISPOSTA SCRITTA ALLA PRESIDENZA


   BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   lo scorso anno è stata compiuta una scelta normativa, da più parti ritenuta inefficiente, di modificare la disciplina legislativa sulla privacy prevedendo una deroga alla regola generale, in base alla quale i numeri telefonici contenuti negli elenchi abbonati possono essere utilizzati senza bisogno del consenso dell'interessato se quest'ultimo non ha espressamente manifestato una volontà di segno diverso, iscrivendo la propria utenza nel cosiddetto registro delle opposizioni a tal fine istituito;
   la gestione di tale registro è stata affidata alla fondazione Ugo Bordoni per l'attivazione. Non sono ancora stati resi noti i dati relativi al numero di abbonati che hanno richiesto l'iscrizione al registro ma è facile immaginare che si tratti di un numero piuttosto modesto;
   il risultato è che una grande quantità di numeri telefonici è attualmente utilizzabile dalle società di telemarketing sebbene all'esito di un processo – quello di verifica presso il registro delle opposizioni – complesso e costoso;
   senza attendere di verificare la bontà della scelta effettuata, nei giorni scorsi il Governo ha, ad avviso degli interroganti in un sostanziale silenzio generale, esteso il regime dell’opt-out anche agli indirizzi di domicilio degli abbonati;
   nell'articolo 6, comma 2, dell'ultimo decreto sviluppo, approvato lo scorso 5 maggio dal Consiglio dei ministri, è prevista anche per gli indirizzi postali contenuti negli elenchi abbonati dei cittadini italiani la possibilità di essere utilizzati a fini commerciali, senza bisogno di acquisire il consenso degli interessati, a condizione che questi ultimi non abbiano espressamente manifestato una volontà in senso contrario iscrivendo il proprio numero telefonico ed il proprio indirizzo presso il citato registro delle opposizioni;
   dunque, inviare a mezzo posta comunicazioni promozionali e di marketing sarà più facile;
   a farne le spese, ancora una volta, utenti e consumatori che oltre ad essere tempestati di telefonate, nelle prossime settimane rischiano di trovare la propria cassetta delle poste stracolma di ogni genere di comunicazione pubblicitaria;
   ci vorrà naturalmente del tempo prima che il sistema vada a regime e che si possa dire se l'idea di affiancare alla regola generale dell’opt in anche il sistema dell’opt out si rivelerà vincente ma, proprio per questo, sarebbe stato opportuno attendere di disporre di qualche dato in più prima di estendere il nuovo regime anche agli indirizzi postali di milioni di cittadini;
   peraltro, una scelta tanto importante per la privacy, necessiterebbe della più ampia conoscibilità possibile –:
   se sia a conoscenza dei fatti narrati e, nell'eventualità positiva, quali iniziative urgenti intenda assumere per rendere conoscibile ai cittadini le novità introdotte nell'ordinamento giuridico, al fine di consentire agli stessi l'effettiva tutela del proprio diritto soggettivo alla privacy. (4-12189)

  Risposta. — L'introduzione del registro pubblico delle opposizioni ha indubbiamente offerto una maggior tutela agli abbonati ai servizi telefonici italiani nei confronti delle chiamate indesiderate da parte degli operatori di telemarketing, ponendosi come un punto di equilibrio tra le esigenze degli abbonati, che non vogliono essere contattati, e quelle delle imprese, che possono utilizzare tali strumenti di promozione.
  La nuova normativa, dunque, intende offrire maggiore trasparenza e uno strumento concreto di tutela del cittadino che, esercitando il diritto di opposizione (cosiddetto
optout) attraverso l'iscrizione nel registro, può scegliere di tutelare la sua vita privata.
  La gestione del registro pubblico delle opposizioni è stata affidata dal Ministero dello sviluppo economico, con un contratto di servizio, alla Fondazione Ugo Bordoni, la quale ha progettato e implementato il sistema, secondo quanto previsto dal decreto del Presidente della Repubblica n. 178 del 2010.
  Dal 31 gennaio 2011 al 1o settembre 2012, la Fondazione ha iscritto nel registro stesso 1.093.201 utenze su circa 15.000.000 presenti negli elenchi telefonici pubblici. Si fa presente che, al fine di tutelare maggiormente gli abbonati, solo l'Italia ha predisposto cinque modalità di iscrizione al registro (numero verde,
web-form, email, fax e raccomandata). Infatti, gli altri Paesi europei che adottano strumenti analoghi offrono per l'iscrizione unicamente il canale web, raramente associato a quello telefonico. Attualmente, si registrano in media circa 1.500 iscrizioni al giorno, a fronte del periodo di picco – corrispondente alla campagna informativa condotta nei primi sei mesi di attività del registro – in cui venivano iscritti quotidianamente 8.000-10.000 abbonati.
  Al fine di diffondere la conoscenza della nuova normativa concernente il registro delle opposizioni e chiarire alcuni dubbi ricorrenti tra i cittadini, la Fondazione Ugo Bordoni ha istituito autonomamente un servizio di
Help desk – che finora ha gestito più di 40.000 richieste da parte dei cittadini – e ha creato un'apposita sezione sul proprio sito internet chiamata «Conosci i tuoi diritti», oltre ad aver predisposto un canale su Youtube, una pagina su Facebook, un account su Twitter.
  Quanto all'estensione del cosiddetto optout anche agli indirizzi postali contenuti negli elenchi telefonici di abbonati, prevista dal decreto-legge n. 70 del 2011 convertito dalla legge n. 106 del 2011, essa richiede a tutt'oggi norme regolamentari attuative la cui emanazione da parte del Ministero è subordinata all'eventuale attribuzione specifica di tale competenza da parte del legislatore.
Il Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economicoMassimo Vari.


   BITONCI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   è notizia pubblicata sulla stampa locale nei giorni scorsi quella riguardante un signore ottantenne di Cittadella (Padova) che ha ricevuto dall'Inps la somma di 4.530 euro a causa di errori di conteggio della pensione relativamente agli anni 2002, 2003 e 2004;
   stando all'articolo di stampa, l'interessato ha ottenuto la rateizzazione della somma dovuta, per un importo pari a 94,52 euro al mese, contro gli iniziali 200 euro mensili richiesti dall'Istituto, cifra quest'ultima esorbitante per un pensionato a poco più di 700 euro mensili –:
   come sia possibile che siano trascorsi dieci anni – otto se si considera l'ultimo dei tre anni in cui l'errore è rilevato – prima che l'Istituto si accorgesse dell'errore;
   se sia siano registrati altri casi similari di pensionati ultrasettantenni a basso reddito che si ritrovano a dover restituire somme non dovute all'Inps per errori di calcolo dell'Istituto e, in caso di risposta affermativa, quanti siano;
   se non ritenga comunque doveroso prevedere una qualche forme di tutela dei pensionati bisognosi in caso di percezione indebita di somme non dovute per errore dell'Istituto pensionistico e non già del pensionato medesimo. (4-14814)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, concernente il recupero da parte dell'Inps di somme corrisposte, ma non dovute, ad un pensionato, sulla base degli elementi fatti pervenire dall'Istituto, si rappresenta quanto segue.
  Il diritto dell'Inps alla ripetizione risulta soggetto ai limiti della prescrizione ordinaria decennale e le somme da recuperare, sulla base dell'articolo 69 della legge n. 153 del 1969, non sono gravate da interessi. Inoltre, il recupero sulle prestazioni pensionistiche a carico dell'assicurazione generale obbligatoria, deve fare salvo, in ogni caso, l'importo corrispondente al trattamento minimo. L'ammontare delle trattenute sulle prestazioni pensionistiche deve comunque essere limitato ad un quinto dell'importo della prestazione medesima.
  Nell'ambito della disciplina generale sull'indebito pensionistico, l'Istituto ha fatto presente, tenuto conto della specificità della platea dei beneficiari di tali prestazioni, di privilegiare, ove possibile, nell'attività finalizzata al recupero, un rapporto diretto con l'interessato.
  Il recupero da parte dell'Inps può, infatti, essere effettuato: mediante compensazione con crediti vantati dall'Ente, relativi a quote di prestazioni pensionistiche o assistenziali; attraverso recupero mediante trattenute sulle prestazioni pensionistiche o assistenziali; attraverso pagamento mediante rimesse in denaro.
  Sempre al fine di privilegiare il rapporto diretto con il cittadino, l'Inps, con determina presidenziale n. 434 del 2011, ha previsto la possibilità per quei pensionati che si trovano in particolari situazioni reddituali, verificate presso l'Agenzia delle entrate, di concedere su richiesta, una rateizzazione con trattenute inferiori a un quinto.
  La rateazione può essere concessa per un numero massimo di 24 rate, aumentabili fino a 60 nei casi in cui il pensionato sia titolare di una prestazione non superiore a due volte il trattamento minimo, e fino a 120 rate per quei soggetti che hanno una pensione integrata al minimo.
  In merito alla vicenda richiamata nell'integrazione in esame, si rappresenta che il pensionato è titolare di assegno sociale – prestazione di natura assistenziale il cui importo è determinato in relazione a requisiti reddituali previsti annualmente dalla legge, sulla base delle dichiarazioni reddituali rese dall'interessato – con decorrenza febbraio 1999.
  Il successivo riscontro dei dati reddituali presso gli archivi dell'Agenzia delle entrate ha evidenziato importi discordanti con conseguente necessità di ricalcolo dell'importo della prestazione ed invio di comunicazione di indebito all'interessato.
  Nell'anno 2011, la sede Inps competente, successivamente alla prima comunicazione del debito maturato, inviata all'interessato nel 2004, ha provveduto ad attivare, in via amministrativa, entro il termine di prescrizione decennale, il recupero di quanto dovuto. La sede, valutando le condizioni economiche del soggetto e venendo incontro alle sue esigenze, ha accolto la domanda di rateizzazione, attivando il recupero del debito in 48 rate da 94,62 euro, mediante trattenuta diretta sulla pensione.

Il Sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche socialiCecilia Guerra.


   BUCCHINO e PORTA. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   con la stipula di numerose convenzioni multilaterali e bilaterali di sicurezza sociale lo Stato italiano ha garantito nel tempo un buon livello di tutela previdenziale ai lavoratori emigrati all'estero;
   la finalità degli accordi di sicurezza sociale è quella di garantire la parità di trattamento di lavoratori e pensionati che si spostano, spesso permanentemente, dall'uno all'altro Paese contraente e l'esportabilità delle prestazioni previdenziali di cui sono o saranno eventualmente titolari;
   la stipula di tali accordi bilaterali di sicurezza sociale consente, inoltre, e soprattutto ai lavoratori italiani emigrati e ai lavoratori immigrati in Italia, che, per varie ragioni, al compimento dell'età pensionabile non sono in grado di maturare un diritto autonomo nel loro Paese per insufficienza contributiva, di attivare il meccanismo della totalizzazione dei contributi versati nei Paesi contraenti, ai fini del perfezionamento del diritto a un pro-rata (quota parte di pensione) e quindi del proficuo utilizzo di contributi che altrimenti rimarrebbero inutilizzati;
   la maturazione di un diritto previdenziale in convenzione bilaterale fa conseguire un diritto a pensione sia a carico dell'Italia che dell'altro Paese contraente;
   il sistema di tutela previdenziale in regime internazionale sopra descritto costruito nel corso degli anni dall'Italia non è purtroppo completo, perché numerosi Paesi di emigrazione italiana sono rimasti esclusi come il Cile, il Perù, l'Ecuador e il Messico dove risiedono rispettivamente 48.125, 29.494, 13.468 e 11.471 cittadini italiani iscritti all'AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all'estero); da Cile, Perù, Ecuador e Messico sono immigrati in Italia, dove vivono con regolare permesso di soggiorno, rispettivamente 3.629, 101.711, 85.518 e 5.192 soggetti cittadini di tali Paesi;
   la consistenza della presenza di cittadini italiani in questi Paesi e di cittadini di questi Paesi in Italia privi di tutela previdenziale in convenzione, impone, se lo si ritiene un dovere di un Paese civile, la stipula di convenzioni bilaterali di sicurezza sociale che tutelino adeguatamente questi lavoratori nell'ambito socio-previdenziale, anche per evitare che i lavoratori immigrati in Italia rappresentino un onere per il nostro Stato, richiedendo all'Inps, al compimento dell'età prevista, l'erogazione dell'assegno sociale che dovrà essere concesso in mancanza di una prestazione erogata dal Paese di provenienza –:
   quale sia la politica del Governo in relazione alla tutela dei diritti previdenziali dei lavoratori italiani emigrati nei Paesi succitati e dei lavoratori di tali Paesi immigrati in Italia titolari di regolare permesso o carta di soggiorno;
   quali iniziative urgenti si intendano adottare per completare il quadro di tutela previdenziale in regime internazionale con la stipula di convenzioni con i Paesi succitati dove vivono importanti comunità di cittadini italiani e da dove sono immigrati in Italia migliaia di lavoratori locali;
   quali eventuali iniziative si intendano adottare per verificare le reali implicazioni finanziarie che la ratifica di tali accordi comporta, anche alla luce della possibilità di limitare l'esportabilità delle prestazioni assistenziali e/o legate alla residenza, e del fatto che se gli immigrati da questi Paesi in Italia, tramite la stipula delle convenzioni bilaterali, matureranno un diritto a pensione a carico del loro Paese non graveranno sullo Stato italiano con l'eventuale richiesta dell'assegno sociale. (4-16151)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, con cui si chiede quali iniziative si intendano adottare per completare il quadro di tutela previdenziale in regime internazionale con la stipula dei lavoratori italiani emigrati e di quelli immigrati in Italia, si rappresenta quanto segue.
  La tematica della sicurezza sociale negli accordi internazionali è stata oggetto di approfondite analisi anche a livello interministeriale (Ministero degli affari esteri), Ministero dell'economia e delle finanze, Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Ministero della salute, Inps) ove sono emerse alcune problematiche di complessa soluzione che riguardano, in particolare, la difficoltà nel quantificare con certezza tutti gli oneri finanziari derivanti da tali atti internazionali e la relativa incidenza sul bilancio dello Stato.
  Dall'istruttoria effettuata presso il Ministero degli affari esteri, si elencano di seguito gli riti informativi suddivisi per i diversi Paesi interessati:
    Cile. Una convenzione di sicurezza sociale è stata firmata a Santiago del Cile il 5 marzo 1998; il successivo 19 novembre 1999, a Roma, è stato firmato un accordo amministrativo per l'applicazione della convenzione. La ratifica dell'accordo è stata rinviata più volte; da ultimo, all'inizio del 2008 si era giunti al termine della concertazione interministeriale e si era quantificato il costo in 3,5 milioni di euro per il primo anno, in 4 milioni di euro per il secondo anno e in 7 milioni di euro per il terzo anno. Le persistenti ristrettezze di bilancio non consentono, allo stato attuale, di avviare l’
iter del disegno di legge di ratifica;
    Brasile. Una convenzione di sicurezza sociale è stata firmata il 26 giugno 1995. Non è stato firmato un accordo amministrativo per l'applicazione della convenzione. L'ultima quantificazione degli oneri effettuata dall'Inps risale al 2007, sulla base della quale, per il primo anno di vigenza dell'Accordo fu calcolato un costo di oltre 3 milioni di euro. Come per il Cile, le persistenti ristrettezze di bilancio non hanno permesso, allo stato attuale, di avviare l’
iter del disegno di legge di ratifica;
    Ecuador. La difficoltà di avviare la ratifica degli accordi già firmati in materia di sicurezza sociale ha costituito il maggior ostacolo alla firma di un nuovo accordo, pur avendo avviato i negoziati diplomatici con il Governo di Quito. L'ambasciata italiana a Quito ha trasmesso alla Farnesina la bozza di accordo di sicurezza sociale formulata dal governo ecuadoriano, ma il Ministero ha dovuto informare l'ambasciata dell'Ecuador in Roma circa l'impossibilità, per il nostro Paese, di concludere nuovi accordi di sicurezza sociale per carenza di risorse finanziarie;
    Perù. Come per l'Ecuador, sono stati avviati negoziati diplomatici con il Governo di Lima per un'eventuale intesa bilaterale. La Farnesina ha acquisito una bozza del progetto di un accordo di sicurezza sociale dell'ambasciata del Perù in Roma. Anche in questo caso, questo Ministero ha rappresentato di non ritenere opportuno l'avvio di nuovi negoziati prima della ratifica delle numerose intese in materia di sicurezza sociale già firmate dall'Italia e non ancora ratificate a causa di una mancata copertura finanziaria. Tali difficoltà permangono rallentando la finalizzazione di un accordo bilaterale con il Perù;
    Messico. Con il Messico è in vigore dal 1977 l'accordo bilaterale sulla trasferibilità delle pensioni. Attualmente non vi sono negoziati in materia di sicurezza sociale.

  Quanto ai fondi assegnati allo svolgimento delle funzioni di amministrazione relative alla ratifica degli accordi internazionali, il Ministero degli affari esteri ha rappresentato che negli anni recenti vi è stata una crescente riduzione delle disponibilità finanziarie connesse alla difficile congiuntura economica e alle conseguenti esigenze di contenimento della spesa pubblica.
  Le risorse finanziarie – precisa la medesima amministrazione – destinate alla ratifica di accordi e trattati internazionali sono stati infatti ridotti da 147 milioni di euro del 2005 a 63 milioni di euro nel 2008 fino a 6 milioni di euro nel 2011. L'inversione di tendenza, registratasi nel 2012 (22 milioni di euro messi a disposizione con la legge di stabilità), pur se positiva, non permette tuttavia di poter ancora coprire i costi di tutti gli accordi internazionali ritenuti prioritari che attendono di essere ratificati (per i quali sarebbero necessari circa 150 milioni di euro).
  In ordine ai benefici che deriverebbero dalla vigenza di accordi internazionali di sicurezza sociale, è opportuno sottolineare che non ne sarebbero fruitori esclusivamente i lavoratori ma anche le imprese italiane che sono interessate ad evitare la doppia contribuzione (in Italia e all'estero), al fine di migliorare la propria competitività sul piano internazionale, rispetto alle imprese di altri paesi che possono beneficiare di analoghe convenzioni. Dalla vigenza di simili accordi deriverebbero quindi benefici, in termini di reciprocità, calcolabili sotto il profilo della tutela previdenziale dei lavoratori, nonché di aumento dei redditi e della competitività delle imprese.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   CICCIOLI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   la fondazione «Muse-Corelli» di Ancona, gestisce tra l'altro il teatro delle Muse di Ancona, da circa dieci anni, da quando il più grande teatro delle Marche, tra i più grandi d'Italia, ha ripreso vita e attività, dopo un periodo di chiusura di circa 60 anni, dal periodo del secondo conflitto mondiale;
   dal 2002 al 2011, il Ministero ha concesso il contributo annuo FUS alla lirica delle Muse, per una cifra media di 250.000 euro annui, somma che unita a quella degli enti territoriali e sponsorizzazioni private, ha consentito di mantenere un livello di eccellenza, tanto che due volte, la lirica delle muse ha ottenuto il «Premio Abbiati» che è considerato un oscar della lirica ordinaria;
   l'attività delle Muse ha consentito la rinascita di nuovi mestieri, garantendo e facendo crescere nuove professionalità e ha prodotto spettacoli e un salto culturale non solo nel capoluogo;
   si è appreso dagli articoli della stampa locali che per il 2012, il Ministero avrebbe previsto un contributo FUS pari a 100.000 euro, a fronte dei 240.000 mila riconosciuti nel 2011, di 245.000 nel 2010 e di 260.000 nel 2009; un taglio del 60 per cento rispetto all'anno precedente, del tutto ingiustificato ad avviso dell'interrogante –:
   se il Ministro sia a conoscenza di quanto sopra esposto e quali misure intenda adottare per scongiurare i tagli annunciati, che andrebbero a penalizzare in modo rilevantissimo la stessa esistenza della lirica nel capoluogo marchigiano. (4-16716)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, riguardante il contributo statale 2012 per l'attività lirica del Teatro delle Muse di Ancona, si rappresenta quanto segue.
  La direzione generale per lo spettacolo dal vivo di questo Ministero sovvenziona correntemente la Fondazione Teatro delle Muse (Ancona) per l'attività che la stessa realizza nel settore della lirica ordinaria. La concessione di contributi ai soggetti istanti – atteggiandosi quale procedura concorsuale in ragione della pluralità di domande a fronte di risorse contenute – deve necessariamente sottostare a tutte le disposizioni contenute nel titolo III della legge del 14 agosto 1967, n. 800, e nel decreto ministeriale 9 novembre 2007 come modificato con decreto ministeriale 3 agosto 2010.
  In particolare, le risorse destinate ai singoli settori lirico-musicali sono state individuate nel 2012 solo dopo la ripartizione del Fondo unico per lo sviluppo (Fus) ad opera dello scrivente e la successiva ripartizione della quota Fus/Musica disposta con provvedimento del direttore generale, che ha concluso la procedura, prevista dall'articolo 2, comma 4, decreto ministeriale 9 novembre 2007, una volta acquisito il parere della commissione consultiva per la musica e della conferenza unificata.
  Il contributo a favore della Fondazione Teatro delle Muse di Ancona, per l'anno 2012, è stato già assegnato con decreto dirigenziale del 31 maggio 2012, in conformità al parere della commissione consultiva musica espresso sui progetti artistici nella riunione del 21 e 22 maggio 2012, ed è pari a euro 100.000,00. Non sono previsti per l'anno in corso ulteriori finanziamenti a favore di organismi già sovvenzionati negli anni precedenti al corrente esercizio finanziario nel settore dell'attività di lirica ordinaria.
  Occorre sottolineare che la fondazione in oggetto ha ottenuto un moltiplicatore di qualità identico a quello dell'anno precedente, nonostante la notevole diminuzione della base quantitativa preventivata ai sensi dell'articolo 3 comma 2 lettera
a) del decreto ministeriale sopra citato, che ha determinato la riduzione del contributo 2012.
  La base quantitativa, infatti, consiste nei dati finanziari offerti dall'organismo interessato, presi a riferimento per la determinazione del contributo richiesto: nella fattispecie in esame si è passati da euro 393.000 del 2008 a euro 185.000 del 2012.

Il Ministro per i beni e le attività culturaliLorenzo Ornaghi.


   DE POLI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   in pochi secoli, l'umanità è riuscita a consumare buona parte dei combustibili fossili naturali accumulati in milioni di anni solo per riscaldarsi, cucinare, farsi la doccia e spostarsi in automobile;
   ricercatori ed esperti di tutto il mondo annunciano continuamente che molto presto, la crescente scarsità di queste risorse potrebbe metterci di fronte a un'offerta perennemente insufficiente e a un'esplosione dei costi delle materie prime, per non parlare poi dei danni ambientali;
   circa tre quarti dei dannosi gas serra derivano, infatti, dall'uso del petrolio, del gas naturale e del carbone, e le conseguenze di questo fenomeno sono oggi già più che evidenti. Per combattere la minaccia di una catastrofe climatica, i paesi industrializzati hanno firmato, nel 1997 come tutti noi sappiamo, il Protocollo di Kyoto e si sono impegnati a ridurre le loro emissioni di gas serra;
   gli statisti nazionali ed internazionali rilevano che il nostro atteggiamento nei confronti dell'energia sta cambiando e si tratta di cambiamenti fattibili ed economicamente sostenibili. Il costo dell'energia fotovoltaica al consumatore si sta riducendo rapidamente, favorito dalla proliferazione degli impianti e dal progressivo aumento della potenza installata e di conseguenza della produzione di energia elettrica fotovoltaica;
   secondo il Gifi (Gruppo imprese fotovoltaiche italiane) entro il 2020 anche in Italia raggiungeremo i 16 GW di potenza installata con una produzione annua di 20 TWh di energia elettrica;
   le fonti energetiche rinnovabili hanno, un effetto positivo anche sul mercato del lavoro. Sempre secondo il Gifi grazie ai 16 GW installati entro il 2020 sarà possibile creare circa 113.000 nuovi posti di lavoro;
   in un periodo di crisi economica come quello attuale queste previsioni lascerebbero ben sperare sul futuro, anche se si apprenda che le principali aziende padovane del settore fotovoltaico hanno firmato un protocollo d'intesa in Provincia con le associazioni di categoria e i sindacati a causa del rischio di licenziamento di 5 mila lavoratori del settore;
   già 1.250 lavoratori sono cassaintegrati da novembre;
   il protocollo è stato sottoscritto in rappresentanza di circa 200 imprese del distretto e tra le iniziative attuabili contenute nel documento c’è il riconoscimento del valore del settore, il sostegno a ricerca e sviluppo, l'attivazione di fondi di garanzia dal Fondo rotativo per Kyoto, la riduzione dei tempi di allaccio degli impianti alla rete elettrica, garanzie al sistema bancario per finanziamenti e l'apertura di un nuovo tavolo presieduto dal Ministro allo sviluppo economico;
   l'assessore al lavoro, formazione, università e ricerca della provincia di Padova come tutti quelli che hanno sostenuto e sottoscritto il Protocollo attendono da parte del Governo un chiaro ed inequivocabile sostegno al settore fotovoltaico italiano –:
   come si intenda garantire il posto di lavoro ai 5 mila dipendenti che rischiano di perderlo e sostenere, promuovere per il bene del Paese un settore indiscutibilmente strategico come quello fotovoltaico.
(4-14417)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione parlamentare in esame concernente la crisi del settore fotovoltaico nella provincia di Padova, si rappresenta quanto segue.
  Da quanto appreso dalla regione del Veneto, il settore padovano del fotovoltaico rappresenta circa il 50 per cento della produzione fotovoltaica del Veneto, che a sua volta rappresenta il 35 per cento del settore a livello nazionale.
  Il 27 dicembre 2011, presso la provincia di Padova, è stato sottoscritto dalla Provincia stessa, dalle principali associazioni datoriali, dalle organizzazioni sindacali e dai rappresentanti delle maggiori imprese del settore un documento volto a rappresentare i vantaggi portati dallo sviluppo del settore del fotovoltaico, le difficoltà dello stesso e le proposte individuate dall'istituzione e dalle parti sociali coinvolte.
  Il documento, dopo una premessa sull'importanza del settore in argomento sia dal punto di vista occupazionale, sia dal punto di vista ambientale e della ricerca, e quindi, sulla rilevanza strategica della soluzione della crisi che lo ha colpito, è incentrato su di una serie di proposte al Governo e agli enti locali.
  Al Governo le parti che hanno sottoscritto il protocollo chiedono:
   un maggiore e più efficace sostegno economico alla ricerca e allo sviluppo del settore fotovoltaico, attraverso la realizzazione di progetti mirati;
   l'attivazione degli specifici fondi già previsti nell'ambito delle convenzioni internazionali (ad esempio, il «Fondo rotativo per Kyoto»);
   una maggiore celerità nelle procedure autorizzative da parte dell'Enel per l'allacciamento degli impianti alla rete elettrica;
   il rafforzamento delle garanzie al sistema bancario affinché i relativi finanziamenti continuino ad essere erogati, anche per facilitare l'accesso al credito da parte dei privati.

  Agli enti locali le parti chiedono:
   lo snellimento delle procedure amministrative di autorizzazione all'installazione degli impianti su tetto e sui terreni;
   la promozione di un coordinamento tra le aziende del territorio teso a favorirne l'espansione sui mercati esteri, anche attraverso l'intervento degli istituti bancari, della provincia e della regione.

  Da ultimo nel documento è sottolineata l'importanza strategica della realizzazione di un tavolo tecnico provinciale per l'elaborazione di progetti di ricerca, formazione e informazione nonché di un piano di interventi per il finanziamento destinato allo sviluppo industriale del settore fotovoltaico.
  Il documento è stato quindi inviato al presidente della regione Veneto, agli assessori regionali competenti e al presidente del consiglio della regione Veneto il giorno seguente la sua sottoscrizione.
  In data 29 dicembre 2011 il consiglio regionale del Veneto ha approvato la deliberazione n. 114 nella quale si richiamavano i dati e le problematiche illustrati nel documento e si impegnava la giunta ad intervenire.
  Il 2 marzo 2012 è stato convocato presso la sede della regione del Veneto un tavolo per discutere, assieme ai rappresentanti delle principali aziende padovane del settore e alle organizzazioni sindacali, le problematiche del fotovoltaico.
  Nel corso di tale incontro le parti hanno:
   sottolineato che uno dei problemi principali del settore siano le frequenti modifiche normative, che impedirebbero alle aziende di pianificare con tranquillità gli investimenti e di organizzare efficacemente l'attività;
   evidenziato il ruolo dell'Enel, che riveste sia il ruolo di controllore che di concorrente;
   fatto presente le difficoltà a livello finanziario per il sempre minore accesso al credito, data anche la consistenza degli investimenti richiesti nel settore;
   ricordato la grande concorrenza asiatica, che attualmente produce l'85 per cento dei pannelli installati in Italia.

  Sulla base degli elementi acquisiti dal competente Ministero dello sviluppo economico, si rappresenta che l'Italia, già da diversi anni, ha scelto di sostenere l'incremento e la diffusione delle energie rinnovabili come elemento fondante di una più ampia strategia che ha tra i suoi principali obiettivi la sicurezza dell'approvvigionamento energetico, la riduzione dei costi dell'energia per imprese e cittadini, la promozione di filiere tecnologiche innovative e la tutela ambientale.
  Nel 2008, un impulso decisivo allo sviluppo del settore è stato dato con l'adesione dell'Italia al cosiddetto pacchetto Clima-energia «20-20-20», con il quale l'Unione europea ha delineato lo scenario energetico futuro, caratterizzato, tra l'altro, da un ruolo determinante delle energie rinnovabili e dell'efficienza energetica, quali strumenti essenziali per definire uno quadro energetico più sostenibile e sicuro. Nell'ambito del citato pacchetto, la direttiva 2009/28/CE assegna all'Italia, quale obiettivo nazionale da conseguire al 2020, il raggiungimento di una quota di energia da fonti rinnovabili pari al 17 per cento del consumo complessivo di energia.
  L'Italia ha adottato una strategia di raggiungimento degli obiettivi che ha trovato una prima formalizzazione nel Piano nazionale per le energie rinnovabili del 2010 e che è adesso in corso di revisione, nell'ambito della nuova strategia energetica nazionale (cosiddetto Sen) che il Governo intende varare al più presto, come ulteriore elemento per la crescita e la competitività del Paese.
  Anche se la strategia energetica nazionale non è ancora definita, si può senz'altro confermare il ruolo determinante che in essa è attribuito alle energie rinnovabili e il rafforzamento degli obiettivi di crescita del settore, anche al di sopra del
target fissato dall'Unione europea.
  Coerentemente al riconoscimento del ruolo strategico delle fonti rinnovabili, negli ultimi anni, il Governo è intervenuto per sostenere lo sviluppo del settore, in particolare con la definizione di appositi meccanismi incentivanti.
  Al settore fotovoltaico, è stato dedicato uno strumento di sostegno chiamato «conto energia» che ha già avuto cinque rinnovi (attualmente è vigente il quinto conto energia) e che ha consentito al settore di raggiungere gli obiettivi di sviluppo previsti al 2020 con ben otto anni di anticipo, a causa della particolare generosità del meccanismo incentivante.
  I motivi della richiesta di sostegno avanzata nell'interrogazione si riferiscono, quindi, non tanto alla mancanza di strumenti quanto alla riduzione delle tariffe incentivanti che sono state apportate nel quarto e nel quinto conto energia.
  Si ritiene al riguardo che la revisione del livello degli incentivi sia del tutto coerente alla riduzione del costo della tecnologia nel corso degli ultimi anni e comunque sufficiente per assicurare al settore prospettive di consolidamento di lungo termine.
  La revisione si è resa, del resto, indispensabile per evitare distorsioni sul mercato (tenuto conto del divario ampissimo tra gli incentivi italiani e quelli degli altri paesi europei) e impatti negativi sulle bollette elettriche (su cui sono scaricati gli oneri degli incentivi), non giustificati dalla reale struttura dei costi degli impianti fotovoltaici e fortemente penalizzanti sia per i cittadini sia per le imprese manifatturiere, esposte a forti aumenti del costo delle forniture.
  Nel periodo di vigenza del quarto conto energia sono stati installati quasi 7.000 megawatt, che hanno portato l'Italia a divenire
leader europeo nel fotovoltaico per potenza installata, oltre a contribuire decisamente all'avvicinamento ai target europei fissati dal pacchetto clima-energia «20-20-20» che, per il settore elettrico, potranno essere raggiunti con largo anticipo rispetto a quanto stabilito.
  Con il quinto conto energia, nonostante fossero già stati raggiunti i limiti di spesa prefissati (pari a 6 miliardi di euro annui), il Governo ha deciso di prorogare il sistema di incentivi, con alcune modifiche utili a investire maggiormente in quei segmenti del sistema più efficienti, più legate all'autoconsumo, più integrate nell'ambiente e nell'edilizia e più in grado di far evolvere il settore verso obiettivi di autosufficienza economica. L'obiettivo del nuovo provvedimento è quindi quello di favorire una crescita virtuosa del settore fotovoltaico, basata su un sistema di incentivazione sostenibile per tutti, e di programmare uno sviluppo ordinato del settore che, concluso quest'ultimo ciclo di incentivazione, potrà continuare a diffondersi ed a competere sul mercato senza la necessità di ulteriori incentivi (raggiungimento della cosiddetta
grid parity).
  In relazione, infine, alle preoccupazioni riguardo la salvaguardia dei posti di lavoro, si rileva che le nuove misure introdotte favoriscono uno spostamento del
mix verso le tecnologie più virtuose, attraverso premi e priorità per tecnologie con maggiori ricadute sulla filiera economica e sull'innovazione, per benefici di impatto ambientale. Il nuovo conto energia, inoltre, per sostenere la competitività dell'industria nazionale, conferma quanto già disposto dal decreto ministeriale 5 maggio 2011, con la previsione di specifici premi per gli impianti i cui componenti principali siano realizzati esclusivamente all'interno di un Paese membro dell'Unione europea o facente parte dello spazio economico europeo, includendo, peraltro, tale condizione nell'ambito dei criteri di priorità ai fini della formazione della graduatoria per l'iscrizione al registro. È da considerare, inoltre, che con il decreto ministeriale 15 marzo 2012 è stato emanato il provvedimento relativo al Burden Sharing, che ripartisce l'obiettivo nazionale della quota di rinnovabili tra le regioni, in considerazione del loro potenziale tecnico economico e delle disponibilità energetiche locali, da sfruttare secondo criteri di sostenibilità ambientale ed economica. A tale proposito si rammenta che gli obiettivi così assegnati costituiscono solo obiettivi minimi che le regioni possono ulteriormente incrementare, per favorire un ulteriore sviluppo del settore e, di conseguenza, la creazione di nuovi posti di lavoro.
  A marzo 2012, inoltre, il Governo ha attivato il fondo rotativo per Kyoto, con una disponibilità complessiva di 600 milioni di euro, distribuiti in tre cicli da 200 milioni di euro l'uno e che, tra gli interventi finanziabili a condizioni agevolate, prevede anche l'installazione di impianti fotovoltaici fino a 40 kWp. Si tratta, dunque, di un programma destinato al sostegno di investimenti piccoli e medi e che risponde all'esigenza di diffusione sul territorio di strumenti e tecnologie innovative che favoriscono la conversione del nostro sistema energetico verso un modello ecosostenibile e con un possibile effetto volano per tutte le filiere produttive legate alla
green economy.
Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   DI STANISLAO. — Al Ministro della gioventù, al Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   sono circa 13 milioni i cittadini che in Europa fanno uso della cocaina, nell'ultimo decennio infatti il consumo di questa «polvere bianca» è addirittura raddoppiato. L'osservatorio europeo sulle droghe (OEDT) di Bruxelles segnala nel rapporto 2009 sulle droghe e le dipendenze che l'Italia è fra i cinque Paesi che consumano più cocaina in Europa, insieme alla Spagna, la Gran Bretagna, la Danimarca, l'Irlanda. La cocaina è la droga maggiormente in voga negli ultimi anni e che sta riscontrando sempre di più maggior successo tra i giovani tra i 15 ed i 34 anni;
   il rapporto dell'Osservatorio europeo rileva che, tra i 13 milioni di europei che hanno provato cocaina nella loro vita, 7,5 milioni sono giovani (15-34 anni) e 3 milioni l'hanno usata negli ultimi 12 mesi. La cocaina resta, secondo il rapporto 2009 dell'Osservatorio europeo sulle droghe presentato a Bruxelles, la sostanza stimolante illegale più popolare nel continente, e il suo uso è in costante aumento. Solo il mese scorso (ossia l'ultimo mese prima della stesura del rapporto) 1,5 milioni di europei hanno «tirato» cocaina;
   in Italia gli assuntori di cocaina sono il doppio della media europea: il 6,95 per cento della popolazione italiana tra 15 e 64 anni, mentre la media dell'Ue è del 3,60 per cento. Non solo, il 31,2 per cento degli italiani fa uso di cannabis, il 3,1 per cento di ecstasy, il 3,5 per cento di anfetamine;
   un dato sconcertante e drammatico è che tra i pazienti che entrano per la prima volta in terapia per disintossicarsi, il 22 per cento indica la cocaina come «sostanza primaria»;
   in continuo aumento il fenomeno connesso al «mix» di droghe e alcool che aggrava i rischi per la salute con lesioni cerebrali e danni strutturali spesso irreversibili. Le persone che consumano la droga non si limitano mai ad un'unica sostanza, in genere si associa l'alcool che «lega» tutte le altre: ecstasy, cocaina, amfetamine, lsd o eroina;
   da tutto questo è nato un altro vero e proprio mercato, l'industria delle droghe in rete. Sono centinaia i negozi online che vendono di tutto i narcotrafficanti hanno aperto «piazze» virtuali di spaccio. Questo mercato oltre alle sostanze stupefacenti più comuni, mette in circolazione dei veri e propri esperimenti di laboratorio. Al momento sono circa 90 le droghe psicoattive letteralmente «inventate». Giovani, minorenni, chiunque può tranquillamente procurarsi la droga tramite internet e a sua volta rivenderla con lo stesso sistema. E non solo, in rete si possono trovare anche le «ricette» per prepararsi da soli un qualsivoglia «sballo»;
   il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega per le politiche antidroga ha affermato qualche giorno fa: «... bisogna leggere le cifre in modo più realistico, bisogna tenere conto che spesso si parla di consumatori non abituali ...» –:
   se il Governo intenda analizzare i dati emersi dal rapporto dell'Osservatorio europeo sulle droghe e dipendenze e quali urgenti misure intenda adottare per tale emergenza;
   se il Governo intenda assumere iniziative immediate per fronteggiare il mercato online delle sostanze stupefacenti;
   se il Governo intenda avviare iniziative e campagne, in modo più capillare in tutto il Paese, rivolte ai giovani, anche all'interno delle scuole, al fine di informare e aiutare i ragazzi a stare lontani da ogni sostanza stupefacente, metterli al corrente dei rischi e pericoli a cui andrebbero incontro e dei benefici che invece avrebbero nel non farlo, a capire quali siano le problematiche che li spingono verso il mondo delle droghe;
   se il Governo intenda fare in modo che i consumatori «non abituali» siano destinatari di campagne di sensibilizzazione e di prevenzione al fine di evitare che diventino in poco tempo consumatori abituali e patologici. (4-04971)

  Risposta. — Con riferimento ai quesiti posti dall'interrogante si forniscono i seguenti elementi di risposta.
  In qualità di Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione, delegato anche all'esercizio delle funzioni relative alla promozione e all'indirizzo delle politiche per prevenire, monitorare, contrastare il diffondersi delle tossicodipendenze e alcoldipendenze correlate, ho trasmesso al Parlamento la relazione sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, che è stata curata dal dipartimento per le politiche antidroga.
  Nella relazione è descritta l'attività, svolta dal dipartimento nel corso dell'anno 2011, riconducibile per oltre dieci mesi alla responsabilità politica del precedente Governo.
  Ritengo opportuno sottolineare che la lettura dei dati, contenuti nella relazione, la loro interpretazione deve prescindere da qualsiasi forma di generalizzazione.
  Infatti, se da un lato emerge una tendenza alla contrazione dei consumi di sostanze stupefacenti, dall'altro si evince che tale tendenza si manifesta non solo con minore intensità rispetto a quella riscontrata nel 2010, ma anche in modo differente in relazione al tipo di sostanza e alle diverse aree del territorio nazionale.
  Per la
cannabis, ad esempio, si riscontra una lieve tendenza all'aumento tra la popolazione studentesca e si assiste tra i giovani ad una ripresa dei consumi di stimolanti, mentre il consumo di cocaina e di allucinogeni presentano un andamento in diminuzione.
  Tuttavia il consumo di eroina continua a rappresentare un dato preoccupante in relazione alla riscontrata stabilità dell'assunzione di tale micidiale droga da parte degli studenti dell'Italia meridionale e insulare e della popolazione femminile.
  La contrazione dei consumi, inoltre, sembra essere accompagnata da un aumento della frequenza di assunzione tra gli studenti.
  Analogo discorso si può fare per la cocaina, tenuto conto che in una parte della popolazione giovanile, sedici-diciassettenni, non si è potuto registrare alcun decremento.
  Ritengo di dover richiamare l'attenzione su alcune situazioni che emergono dai dati e che inducono ad orientare l'azione futura e ad individuare le priorità per gli interventi futuri ed in particolare:
   
a) l'incremento dell'età media di coloro che per la prima volta si rivolgono ai servizi (pari a circa trentuno anni);
   
b) la chiusura di ventisei strutture socio-riabilitative;
   
c) la tendenza a non sottoporre più gli utenti in trattamento presso i servizi per le tossicodipendenze (Sert) ed ai test per le principali patologie infettive correlate (Aids ed epatiti B e C);
   
d) lo scarso tasso di utilizzo della possibilità, prevista dal decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, di affidamento in prova dei detenuti tossicodipendenti al servizio sociale, per proseguire o intraprendere attività terapeutica.

  Le difficoltà economiche in cui si trovano, in modo non omogeneo su tutto il territorio nazionale, le strutture pubbliche e del privato sociale incide pesantemente sull'intero sistema dei servizi per le dipendenze, che merita di essere sostenuto e rilanciato nella sua articolazione tra pubblico e privato, quale garanzia di offerta di interventi diversificati, volti ad accompagnare l'utente verso tutto il percorso di cura e riabilitazione.
  Per ciò che concerne i rischi derivanti dell'offerta in
internet di sostanze stupefacenti, il dipartimento per le politiche antidroga ha dato vita ad un progetto denominato Droga & Internet per il monitoraggio e la prevenzione del traffico di sostanze stupefacenti e psicoattive mediante il web.
  Un'indagine della Commissione europea ha rilevato che internet rappresenta una delle fonti più popolari di informazioni sull'uso di droghe, in generale, e su quelle illecite tra i giovani di quindici-ventiquattro anni. Purtroppo, internet è diventato anche un mercato per la vendita di sostanze stupefacenti legali ed illegali.
  L'attività di monitoraggio dell'Osservatorio europeo sulle droghe e sulle tossicodipendenze (Oedt), evidenzia che di anno in anno aumenta il numero dei siti
web che commercializzano sostanze stupefacenti.
  L’
International narcotic control board (Incb) ha registrato dodicimila segnalazioni di sequestri di sostanze stupefacenti controllate a livello internazionale, ordinate su internet e inviate tramite posta.
  Anche in Italia sono aumentate le segnalazioni di intossicazioni riconducibili alla comparsa di miscele vegetali acquistabili via
internet e contenenti cannabinoidi e catinoni sintetici, molto più potenti del normale THC.
  Dal 2010, il sistema nazionale di allerta precoce del dipartimento per le politiche antidroga ha registrato trentasei casi di intossicazione acuta correlata all'assunzione di tali sostanze. Casi analoghi sono stati riportati anche per altre sostanze acquistate
on line, tra cui il mefedrone, che nel Regno Unito è già stato correlato al decesso di oltre venti soggetti.
  In questo contesto, il dipartimento per le politiche antidroga ha attivato un'unità di monitoraggio del
web, che opera in collaborazione con la direzione centrale per i servizi antidroga del Ministero dell'interno ed il nucleo antisofisticazioni dell'Arma dei carabinieri.
  L'unità di monitoraggio del
web, attraverso un'analisi costante e sistematica della rete, si preoccupa di individuare potenziali fornitori che commercializzano liberamente sostanze stupefacenti illegali. Il monitoraggio viene effettuato prendendo come riferimento siti facilmente accessibili ad un qualsiasi utente interessato all'acquisto di sostanze stupefacenti.
  L'obiettivo generale di questo progetto è quello di costruire un sistema di sorveglianza della domanda/offerta di sostanze stupefacenti in
internet, in grado di evidenziare l'offerta di sostanze stupefacenti, farmaci e sostanze psicoattive non controllate (farmacie on line e on line drugstores) e, contemporaneamente, rilevare l'andamento e la tipologia della domanda verso questi siti, al fine di individuare possibili linee di prevenzione sia nell'ambito socio-sanitario che nell'ambito nella repressione e controllo.
  Una volta individuato un sito di potenziale interesse ai fini del monitoraggio, viene predisposta una segnalazione in cui sono riportate tutte le informazioni utili: le caratteristiche del sito, le sostanze illecite commercializzate, i
link dei potenziali fornitori individuati, la località riferita dove l'attività pare abbia luogo e i contatti riportati. La segnalazione viene quindi trasmessa alle forze di polizia che, sulla base degli opportuni accertamenti, possono disporre la chiusura delle pagine web o la rimozione degli annunci segnalati.
  A conclusione degli accertamenti, l'unità di monitoraggio verifica l'esito delle segnalazioni (oscuramento pagina
web, rimozione annunci, chiusura sito, eccetera) e aggiorna il report sull'attività di monitoraggio.
  Complessivamente sono stati individuati trentacinque siti
web in lingua italiana e con server localizzato all'interno dei confini nazionali.
  L'indagine ha permesso di individuare e oscurare alcuni di siti e pagine
on line e di raccogliere una serie di informazioni che possono essere utili per i professionisti che operano nell'ambito della salute pubblica, poiché descrivono l'andamento dei consumi, le tendenze emergenti e la diffusione di nuove droghe.
  Si segnala che il Governo ha già intrapreso alcune iniziative rivolte ai giovani al fine di dare corrette informazioni sui pericoli derivanti dall'uso di sostanze stupefacenti.
  Con il progetto Edu, il dipartimento per le politiche antidroga ed il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca intendono creare una rete nazionale di portali informativi ed interattivi per le scuole finalizzati al supporto e all'informazione del mondo della scuola, volto a scoraggiare il preoccupante aumento dell'uso di droghe tra i giovani. Il progetto si rivolge ad insegnanti, genitori e studenti delle scuole medie e superiori e si avvale della professionalità di medici ed esperti in materia di tossicodipendenze, nonché di una rete di dirigenti scolastici e referenti per l'educazione alla salute.
  Il tema della droga viene affrontato con un approccio multidisciplinare volto ad evidenziare le numerose implicazioni del fenomeno dagli effetti sulla salute alle ripercussioni nella sfera individuale e sociale.
  Nell'ambito di tale progetto è prevista la diffusione di materiale informativo per organizzare momenti di discussione e confronto sia in ambito scolastico che nel contesto familiare, anche al fine di promuovere abitudini e stili di vita sani ed una maggiore conoscenza e consapevolezza degli effetti derivanti dall'utilizzo di sostanze stupefacenti. Inoltre, sono stati messi a disposizione gratuita delle scuole una serie di portali informativi.
  Il progetto quadro Edu.care del dipartimento per le politiche antidroga, in collaborazione con il dipartimento per le politiche della famiglia, intende fornire un supporto alle famiglie al fine di affrontare correttamente i problemi correlati al rischio dell'uso di droghe da parte dei propri figli.
  L'intento è quello di prevenire il fenomeno del consumo di sostanze, tra gli adolescenti di età compresa tra i tredici e i diciotto anni e di informare sui fattori di rischio che favoriscono l'uso potenziale di droghe da parte dei bambini in età compresa tra gli otto e i dodici anni, attraverso interventi educativi ed aiuti di carattere specialistico.
  Infine, il dipartimento per le politiche antidroga ha attivato il progetto Sgs, che ha come finalità principale quella di sensibilizzare i giovani sull'importanza di una guida sicura anche attraverso la realizzazione di uno
spot video per offrire un'opportunità di riflessione sulle tematiche inerenti la sicurezza stradale, sulle misure da adottare per scongiurare i pericoli legati alla guida sotto l'uso di sostanze stupefacenti e prevenire anche «le stragi del sabato sera».
  Tale progetto coinvolge le aziende sanitarie locali presenti su tutto il territorio nazionale nella produzione ed invio di materiale informativo sulla prevenzione dall'uso di sostanze correlato alla guida ai ragazzi delle scuole secondarie di primo e secondo grado.
  Sotto il profilo della prevenzione, intesa nella sua accezione più ampia, pur nella consapevolezza che il problema delle dipendenze non riguarda solo i giovani, voglio sottolineare la valenza particolare che assume per le nuove generazioni.
  Anche in virtù della delega a me conferita in materia di politiche giovanili, ritengo imprescindibile che siano implementate le attività di formazione e di educazione alla salute, attraverso la trasmissione di regole e stili di vita sani in relazione all'uso di tutte le sostanze stupefacenti, all'abuso alcolico, al tabagismo e al consumo di farmaci non prescritti.
  È necessario che le iniziative coinvolgano direttamente i giovani che devono essere soggetti attivi e consapevoli protagonisti della propria formazione.

Il Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazioneAndrea Riccardi.


   GIANNI FARINA. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   l'apertura della delegazione di Metz della camera di commercio Italiana di Parigi veniva decisa diversi anni orsono non usufruendo così così di un consistente contributo aggiuntivo da parte del Ministero del commercio estero;
   da anni oramai la CCIF di Parigi sia commissariata in gravissima difficoltà sommersa da debiti, anche a livello fiscale;
   ci si domanda per quali motivi si mantenga in vita l'ente (che è sempre stato un duplicato dell'ICE, oggi risorto dalle sue ceneri) e questo malgrado il fatto che l'ipotesi di chiusura definitiva sia stata portata a più riprese all'ordine del giorno delle Assemblee generali delle Camere di commercio;
   la delegazione di Metz in questi ultimi anni non risulta aver registrato alcun genere di attività significativa, eccezion fatta per l'organizzazione del padiglione italiano alla fiera di Metz;
   gli espositori, sempre gli stessi, risultano essere in gran parte commercianti in salumi o venditori di capi di abbigliamento di basso costo taluni con etichette all'interno «made in Taiwan», cosa che ad avviso dell'interrogante arreca un serio nocumento di immagine nazionale, specie in un paese attento come la Francia;
   risulta che per l'edizione 2011 l'ente fiera abbia escluso la partecipazione della Delegazione dall'organizzazione del padiglione italiano a seguito delle proteste di diversi espositori che lamentavano che la delegazione intendeva rivendere loro lo spazio espositivo messo a disposizione dalla Fiera a prezzo consistentemente maggiorato;
   risulta che la delegazione non abbia mai organizzato presenze italiane alle fiere di Nancy e Strasburgo, iniziative forse meno importanti di Metz, ma comunque aventi luogo in città di primaria importanza nell'Est della Francia, la delegazione risulterebbe del tutto sconosciuta in queste città;
   la delegazione di Metz per anni ha organizzato corsi di «italiano commerciale», rilasciando sino a non molto tempo addietro un vero e proprio «diploma», il cui fondamento normativo non è noto all'interrogante. Sarebbe legittimo parlare di attestato;
   non è altresì noto che tipo di controllo venisse effettuato sulla didattica e sulla qualità dell'insegnamento;
   la delegazione di Metz rappresenta un ulteriore e gravoso passivo nel bilancio generale della Camera di Parigi e gran parte di questo passivo è rappresentato dalle retribuzioni –:
   in un momento di serie ristrettezze di bilancio, che colpiscono l'operatività degli enti gestori dei corsi di italiano, in Francia e in Europa, dei Comites, il cui funzionamento, anche per le chiusure delle loro sedi, è, unicamente, legato al volontariato degli eletti per non parlare della drastica riduzione del personale e della persistente minaccia di ulteriori chiusure di uffici consolari, fatti che mettono in dubbio la stessa organizzazione delle prossime elezioni politiche e il rinnovo degli organismi elettivi della comunità italiana, come si concili, a Parigi come a Metz, quello che all'interrogante appare un sostanziale spreco di risorse e quali disposizioni il ministro interrogato intenda assumere per ovviare ad una situazione che all'interrogante appare incresciosa e insostenibile agli occhi della nostra collettività. (4-15961)

  Risposta. — Il Ministero degli affari esteri è consapevole della complessa situazione in cui si trova la Camera di commercio italiana a Parigi e assicura un impegno costante, sia attraverso l'ambasciata che l'amministrazione centrale, e di concerto con le altre istituzioni competenti, nell'indirizzare l'ente verso una sempre più attenta gestione dei finanziamenti pubblici e, in generale, delle risorse economiche, onde favorire un processo di risanamento finanziario oltre che una maggiore efficacia delle iniziative promozionali.
  È innanzitutto opportuno ricordare che la Camera di Parigi non è mai stata commissariata (né potrebbe esserlo dal momento che è un ente di diritto privato) e – almeno a quanto risulterebbe leggibile dalla dinamica dei bilanci 2009-2010-2011 – la dirigenza della Camera sta recuperando man mano sul fronte della pressione debitoria.
  Circa le vicende relative alla delegazione a Metz, i suoi costi e il suo apporto al bilancio della Camera sono al centro della gran parte delle riunioni del Consiglio di amministrazione della Camera di commercio italiana a Parigi, all'interno del quale la maggioranza dei membri esprime una posizione generalmente critica sulla gestione della delegazione.
  Va comunque ricordato che, essendo le Camere di commercio italiane all'estero organismi privati – e in quanto tali autonomi ed indipendenti – l'apertura della delegazione di Metz rientra tra le attività che la Camera di Parigi liberamente può scegliere di avviare, anche in considerazione del fatto che – contrariamente a quanto affermato – non riceve alcun contributo aggiuntivo. Lo Stato italiano infatti eroga contributi esclusivamente per le attività promozionali svolte dalle Camere, sulla base dei costi effettivamente sostenuti e per un importo minimale pari al 15 per cento.
  Riguardo ai corsi di «italiano commerciale» che, è bene evidenziare, non sono cofinanziati dallo Stato italiano, fino al 2010 la delegazione di Metz ha rilasciato dei «diplomi» poi rinominati «attestati» a seguito dell'intervento della nuova dirigenza della Camera di commercio italiana in Francia, anche su impulso dell'ambasciata e del consolato generale d'Italia. Dagli elementi assunti attraverso Assocamerestero, risulterebbe che la Camera utilizzi metodologie riconosciute a livello internazionale per la misurazione dei progressi della didattica (come ad esempio il test Clip che ha l'avallo dell'Università degli studi per stranieri di Perugia ed è un prodotto registrato dalla Camera di commercio italiana in Francia utile a certificare il livello di conoscenza dell'italiano commerciale).
  Giova inoltre ricordare che la Farnesina è fortemente impegnata, di concerto con le altre istituzioni di riferimento (Ministero dello sviluppo economico, Unioncamere e Assocamerestero) nel monitoraggio delle attività promozionali delle Camere di commercio italiane all'estero al fine di valutare l'efficacia delle iniziative intraprese.
  Tale attività si traduce nella partecipazione costante a riunioni, assemblee e visite
in loco e in riunioni di coordinamento interistituzionale in Italia al fine di accertare il rispetto delle norme vigenti relative all'utilizzo di fondi pubblici stanziati a favore della programmazione delle iniziative promozionali e l'efficacia delle stesse iniziative di promozione. I contributi concessi alle Camere di commercio italiane all'estero dal Ministero dello sviluppo economico, sulla base di un parere motivato del Ministero degli affari esteri per il tramite della rete diplomatico-consolare, vengono erogati a rimborso sulla base di regolari rendicontazioni. Ai sensi della circolare del Ministero dello sviluppo economico n. 0177438 del 29 novembre 2010, infatti, i finanziamenti ministeriali vengono attribuiti sulla base del programma promozionale svolto nel corso del precedente esercizio e sulla base delle aree progettuali indicate nella circolare stessa, come ad esempio contatti per la conclusione d'affari, assistenza e consulenza alle imprese e attività della rete camerale. È poi facoltà delle Camere sottoporre all'approvazione ministeriale anche azioni promozionali legate all'area informativa, formativa e di addestramento professionale.
  L'attività promozionale non risulta essere, d'altro canto, l'unica attività delle Camere, soggetti di diritto privato della cui gestione finanziaria complessiva non è competente il Ministero degli affari esteri. La vigilanza esercitata è, infatti, relativa alla sola attività promozionale e non alla gestione contabile delle attività camerali nella loro totalità.

Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriMarta Dassù.


   FARINA COSCIONI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   il quotidiano Il Mattino, nella sua edizione del 28 novembre 2009 pubblicava un articolo intitolato «Museo, sale negate e pavimenti a pezzi», del giornalista Paolo Barbuto; nel citato articolo si riferisce delle incredibili e avvilenti condizioni in cui versa il tempio si Iside di Pompei;
   la situazione viene descritta dal giornalista nel seguente modo: «...un piccolo inferno di degrado e abbandono che stona terribilmente con la magnificenza del luogo. Pavimenti spaccati e ridotti a un mucchio di cocci, sale chiuse perché le lampadine sono fulminate, collezioni vietate per mancanza di personale, reperti blindati per motivi «ambientali». E nel mezzo di questa situazione, un duello sindacale a colpi di comunicati, proteste e rivendicazioni (...). Al centro dello scalone monumentale la statua di Ferdinando primo, scolpita dal Canova, è la stessa che sta nella terza pagina della guida. Solo che in quella foto la statua è completamente bianca. Questa qui è ricoperta da tre dita di polvere su testa, spalle e braccio proteso: «Sorry, mi dispiace», si difende un addetto, e prova a spiegare che le pulizie su quel gigantesco monumento non possono essere eseguite dalla ditta ufficiale che non è tenuta a spolverare fin lassù (...) Per dare uno sguardo ai reperti del tempio di Iside di Pompei, bisogna fare in fretta. La giornata grigia promette poca luce e da quella sala, quando il sole va via, devono andare via anche i turisti. Non c’è illuminazione elettrica. Anzi, ci sarebbe, ma le decine di faretti che pendono dal soffitto sono tutti fulminati. «Forse – ipotizza un addetto del piano – c’è un problema su tutta la linea elettrica. Ma comunque anche per cambiare le lampadine occorre una procedura speciale. L'elettricista che si occupa del museo non sale oltre il metro e mezzo senza le strutture adeguate. Ma qui dentro i soffitti sono alti cinque metri». Nel grande salone della meridiana è in allestimento una mostra d'arte moderna. Il vetro che protegge la meridiana è ancora in parte scheggiato: ricordo di una cena durante la quale a un invitato scivolò una bottiglia. Come in tutte le strutture museali del mondo, si organizzano manifestazioni che producano introiti. Gli incidenti possono accadere, le assicurazioni pagano, ma questa vicenda risale a quaranta giorni fa, e quel vetro scheggiato doveva essere già stato sostituito. La sezione degli affreschi è bella e, per la maggior parte, rifatta di fresco. Ma sul fondo, quando la parte appena rinnovata s'interseca con quella preesistente, bisogna prestare attenzione. Il pavimento in cotto rosso s’è prima gonfiato e poi si è spaccato. Adesso c’è una montagnella di pezzi di cotto, come un mosaico da rimettere insieme. La zona disastrata, al centro della sala, è protetta da cordoni rossi, di quelli che si usano per tenere lontano il pubblico dalle opere più importanti. Più avanti c’è un'altra spaccatura, si trova all'ingresso di una sala che, naturalmente, è vietata al pubblico. E qui si apre un capitolo delicato, quello del museo vietato. È chiusa al pubblico tutta la zona dedicata all'antico Egitto. Reperti e mummie sono blindati da un paio d'anni: in quelle sale c’è un forte odore chimico che probabilmente proviene dai pannelli sistemati sui muri. Quando un paio di dipendenti e un visitatore sono svenuti, è stato deciso di chiudere tutto per capire cosa fare. In due anni non s’è ancora capito. Anche la sala dei vasi Greci è chiusa a tempo indeterminato. La zona della preistoria, invece, apre di tanto in tanto, così come l'ala numismatica e quella della collezione di Napoli antica. E qui si spalanca un altro capitolo, quello della carenza di personale, che ha scatenato le polemiche degli ultimi giorni. Gli ex assistenti tecnici museali, dal primo gennaio 2008 trasformati in Ava, addetti all'accoglienza dei visitatori, hanno denunciato la sospensione delle attività didattiche. S’è scatenata una bagarre sindacale in cui da un lato la Uil sostiene che c’è una manovra di impoverimento dei contenuti o di ridimensionamento di una parte del personale, dall'altra la Soprintendente Salvatore spiega che il provvedimento è legato alla necessità di rendere più funzionale il museo, dall'altra ancora la Cgil che chiede di rasserenare i toni:
   «L'interesse di tutti è un museo che accolga bene i visitatori – spiega il rappresentante Cgil Eduardo Tammaro – i dipendenti, soprattutto quando hanno tutti la stessa qualifica e le stesse mansioni, dovrebbero essere uniti per avere maggiore tutela e garantire servizi migliori» –:
   se quanto riportato in premessa sia vero e, in caso affermativo, quali iniziative si intendano assumere per far fronte alla grave situazione descritta in premessa. (4-05237)

  Risposta. — In riferimento all'interrogazione in esame, volta a conoscere quali provvedimenti il Ministero per i beni e le attività culturali intenda assumere in relazione allo stato di degrado di alcuni ambienti del Museo nazionale archeologico di Napoli, come riportato da un articolo di stampa apparso sul quotidiano «Il Mattino», in data 28 novembre 2009, si rappresenta quanto segue.
  Il Museo archeologico nazionale di Napoli, tra la fine del 2008 ed il 2009, ha quasi raddoppiato e rinnovato, rispetto agli anni precedenti, l'offerta di superfici espositive con le seguenti iniziative:
   la grande Mostra «Ercolano. Tre secoli di scoperte» (Ottobre 2008-maggio 2009) dalla quale è scaturita (dopo il suo disallestimento) una rinnovata esposizione del complesso di sculture in marmo e bronzo della Villa dei Papiri di Ercolano nelle sale alla stessa già dedicate;
   la riapertura della Collezione degli Affreschi (10 sale chiuse dal 2001 a causa di lavori strutturali all'ala est dell'edificio);
   la riapertura della Collezione Farnese (circa 300 sculture, alcune delle quali non più esposte dal 2001 a causa di lavori nella suddetta ala est dell'edificio).

  Successivamente a tali interventi, compatibilmente con i mutamenti di organizzazione dovuti all'accorpamento dell'allora Soprintendenza di Napoli con quella speciale di Pompei ed alle risorse economiche disponibili, si è provveduto a sanare gran parte dei guasti e disservizi rilevati dal giornalista e ben conosciuti anche a chi opera all'interno del museo.
  Si è, pertanto, provveduto alla riparazione dell'impianto elettrico delle sale del Tempio di Iside, i cui lavori sono terminati lo scorso mese di maggio.
  Per quanto attiene, poi, alla collezione egizia, dopo un monitoraggio ambientale durato dodici mesi, che ha permesso di individuare le cause della permanenza degli effluvi fenoli, la Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei ha comunicato che è in corso la redazione di un progetto definitivo per la realizzazione dell'impianto di ventilazione, da realizzarsi con gli interventi del «Progetto pilota poli museali di eccellenza nel Mezzogiorno».
  Infine, sono stati eseguiti i lavori di adeguamento degli impianti elettrici e di videosorveglianza nelle sale dei mosaici (riaperta nel dicembre 2010) ed è stata rimossa la struttura in cristallo che copriva la meridiana del Gran salone, danneggiata dalla caduta di un componente di un dissuasore che si stava collocando proprio a protezione dei cristalli medesimi (e non per la caduta di una bottiglia come riportato nell'articolo di stampa citato nell'interrogazione).
  Per quanto concerne, poi, il ben noto problema della carenza di personale di vigilanza, che non consente di tenere aperte contemporaneamente tutte le sale del museo, va detto che lo stesso è stato in parte affrontato con aperture «ad orario» delle collezioni meno richieste, quali la Preistoria, la Numismatica o Napoli Antica. L'apertura al pubblico di tali collezioni è, pertanto, avvenuta sulla base di una precisa e meditata programmazione e non sulla base di scelte arbitrarie e/o lasciate all'improvvisazione.

Il Ministro per i beni e le attività culturaliLorenzo Ornaghi.


   FARINA COSCIONI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   il 22 luglio 2012 a Marsala un operaio, il signor Youssef Mortaba, di nazionalità marocchina, è morto mentre puliva un silos in acciaio per il vino;
   secondo le prime informazioni l'uomo sarebbe deceduto a causa delle esalazioni tossiche fuoriuscite dalla cisterna;
   secondo le testimonianze di alcuni parenti, l'operaio lavorava nella cantina Mothia da circa quattro anni, a giorni alterni, facendo i doppi turni durante la vendemmia;
   alcuni amici, secondo quanto riferisce Il Giornale di Sicilia, hanno riferito che «la paga era sempre di 30 euro al giorno» –:
   quale sia l'esatta dinamica dell'incidente;
   se la normativa relativa alla sicurezza nei luoghi di lavoro sia stata rispettata o disattesa;
   quali iniziative si intendano adottare, promuovere, sollecitare in ordine alle proprie competenze, in relazione all'episodio sopra evidenziato. (4-17100)

  Risposta. — L'interrogazione parlamentare in esame si riferisce all'infortunio mortale sul lavoro del signor Youssef Mortada verificatosi il 22 luglio 2012 a Marsala (TP), durante i lavori di pulizia di un silos.
  Nel rispondere ai primi due quesiti posti, ci si limiterà in questa sede, a riportare gli elementi informativi acquisiti presso l'Ispettorato provinciale del lavoro di Trapani, l'azienda sanitaria provinciale (ASP) di Trapani – servizio prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro (SPreSAL), nonché quelli forniti dall'Inail.
  Dagli accertamenti compiuti e dalle dichiarazioni acquisite in sede ispettiva è emerso che il 22 luglio 2012 il signor Mortada Youssef si trovava presso una cantina di Marsala (TP), di proprietà della società
Cantine Mothia srl, per effettuare lavori di pulizia.
  In particolare, sembra che il decesso sia avvenuto intorno alle 13 all'interno di un silos che lo stesso lavoratore era intento a pulire. Il signor Mortada Youssef era sceso, infatti, all'interno di una vasca interrata in cemento – dalle dimensioni di metri 4x6,80 per 3 metri di profondità – attraverso un'apertura di cm 60x60 con l'ausilio di una scala portatile di 3 metri di altezza.
  Probabilmente, la carenza di ossigeno e/o la presenza di gas/vapori ed il mancato utilizzo dei dispositivi di protezione individuali, hanno prima causato la perdita di coscienza del signor Mortada e poi il decesso, verosimilmente, per asfissia e/o avvelenamento. A tal riguardo è stato affidato all'Arpa di Trapani il compito di eseguire analisi di laboratorio sui campioni di aria e di acqua prelevati all'interno del silos.
  Nel corso degli accertamenti è emerso, inoltre, che il lavoratore svolgeva la propria attività lavorativa per la citata società senza aver instaurato con essa un regolare rapporto di lavoro; è stato perciò considerato lavoratore «in nero».
  Nel corso delle indagini, lo SPreSAL di Trapani ha riscontrato la violazione delle disposizioni a tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro, ne è stata data, pertanto, notizia alla competente procura della Repubblica di Marsala che sta conducendo le indagini.
  Per quanto riguarda l'erogazione delle prestazioni di legge dovute dall'Inail, la sede competente ha avviato l'istruttoria finalizzata alla definizione del caso. Sulla base degli elementi al momento disponibili, è stata comunque acquisita la certificazione necessaria ad accertare la presenza di eventuali superstiti aventi diritto alla rendita prevista dall'articolo 85 del testo unico n. 1124 del 1965, nonché alla erogazione del beneficio
una tantum a favore dei familiari dei lavoratori vittime di infortuni mortali, previsto dalla legge n. 296 del 2006. Inoltre, ai sensi del richiamato articolo 85, si potrà procedere, nel caso di definizione positiva, alla erogazione dell'assegno funerario spettante a chiunque dimostri di avere sostenuto le spese funerarie.
  Nel rispondere all'ultimo quesito posto nell'interrogazione in esame, occorre precisare che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali intende perseguire la promozione di comportamenti rispettosi delle norme di legge in materia di salute e sicurezza sul lavoro, accompagnando il processo di attuazione del testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (decreto legislativo n. 81 del 2008 e successive modificazioni e integrazioni) con idonee iniziative promozionali finalizzate all'accrescimento delle conoscenze in materia di salute e sicurezza nelle aziende, nei lavoratori e negli studenti, con particolare attenzione all'aspetto della formazione. In questa prospettiva, con l'approvazione – in data il 9 aprile 2008 – del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro ha preso avvio un complesso processo di attuazione delle disposizioni in esso contenute che ha coinvolto il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, le altre amministrazioni interessate e le parti sociali allo scopo di definire un sistema regolatorio in materia di salute e sicurezza sul lavoro quanto più moderno ed efficace.
  Si può, pertanto, affermare che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali è attivamente impegnato affinché possa concludersi quanto prima il processo di attuazione del Testo unico auspicando a tal fine che prosegua in modo proficuo il dialogo e la collaborazione fra i diversi attori istituzionali coinvolti sui temi della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. In ordine alle iniziative in materia di lavorazioni in «ambienti confinati», si evidenzia che nella
Gazzetta Ufficiale n. 260 dell'8 novembre 2011 è stato pubblicato il decreto del Presidente della Repubblica n. 177 del 14 settembre 2011 recante: «Norme per la qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi operanti in ambienti sospetti di inquinamento o confinati», a norma dell'articolo 6, comma 8 lettera g) del decreto legislativo n. 81 del 2008. Il decreto è frutto di un lavoro che ha coinvolto Stato, regioni e parti sociali nell'intento, da tutti condiviso, di predisporre misure innovative ed efficaci al contrasto del fenomeno degli infortuni, gravissimi per numero e drammatici per modalità, verificatisi, negli ultimi anni, nei lavori in ambienti cosiddetti «confinati», quali silos, cisterne e simili. A tal proposito si fa presente che, al fine di fornire soluzioni tecniche, organizzative e procedurali per i lavori da realizzare nelle diverse tipologie di ambienti sospetti di inquinamento o confinati, la Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro – nella seduta del 18 aprile 2012 – ha adottato un manuale pratico. Tale manuale, come previsto dall'articolo 3, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica n. 177 del 2011, indica i contenuti di una procedura di sicurezza per lavori in ambienti sospetti di inquinamento o confinati ed è rivolto a quanti operano a vario titolo in tale settore e, soprattutto, a tutte quelle micro e piccole imprese che si occupano di bonifiche e/o manutenzione in ambienti confinati.
Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   FARINA COSCIONI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   il 22 agosto 2012, un operaio rumeno di 54 anni è deceduto questo pomeriggio mentre lavorava in un cantiere della Saib, ditta che produce pannelli truciolari, a Fossadello di Caorso nel piacentino;
   secondo una prima ricostruzione l'uomo stava compiendo lavori di manutenzione e saldatura su un macchinario;
   la macchina si sarebbe messa in moto d'improvviso stritolando l'operaio –:
   quale sia l'esatta dinamica del tragico incidente;
   se le normative relative alla sicurezza del lavoro siano state rispettate;
   quali iniziative, di competenza, si intendono promuovere, sollecitare, adottare in ordine a quanto sopra evidenziato. (4-17391)

  Risposta. — L'interrogazione parlamentare in esame si riferisce all'infortunio mortale sul lavoro occorso al signor Gheorghe Ciobanu dipendente, con la qualifica di operaio meccanico manutentore, della ditta individuale Babuta Ioan Marius, con sede in Ospitaletto (BS), operante nel settore della installazione, riparazione e manutenzione di macchine industriali.
  Nel rispondere ai primi due quesiti, ci si limiterà, in questa sede, a riportare gli elementi informativi acquisiti presso la Direzione territoriale del lavoro di Piacenza nonché quelli forniti dall'Inail.
  La ditta Babuta Ioan Marius aveva ricevuto in appalto dalla società Saib spa la realizzazione dei lavori di assemblaggio, posizionamento, puntatura di tramogge e componenti di un impianto di produzione posto all'interno di uno stabilimento industriale, sito nel comune di Caorso (PC), di proprietà della società appaltante. Tali lavori si inseriscono nell'ambito di un più ampio intervento di straordinaria manutenzione degli impianti di produzione della società Saib spa, che vede contemporaneamente coinvolte più ditte esecutrici.
  Il giorno 22 agosto 2012, intorno alle ore 15, il signor Ciobanu si trovava nell'impianto intento ad effettuare un lavoro di assemblaggio di lamiere all'interno di una tramoggia. Nel corso di tale operazione, il macchinario entrava improvvisamente in funzione trascinando il lavoratore verso le coclee metalliche e provocando lo schiacciamento e la trazione del tronco e degli arti, con conseguenze mortali.
  Sul luogo dell'incidente sono intervenuti i Carabinieri della Stazione di Caorso e i sanitari del servizio «118» i quali non hanno potuto fare altro che constatare il decesso del lavoratore.
  Successivamente sopraggiungevano anche i funzionari dell'azienda unità sanitaria locale di Fiorenzuola d'Arda per effettuare, su delega dell'autorità giudiziaria, gli accertamenti di competenza.
  Nel corso delle indagini è emerso che, al momento dell'infortunio, era presente sul luogo di lavoro anche il signor Ioan Marius Babuta, nonché un dipendente di altra ditta esterna incaricato di eseguire alcune lavorazioni elettriche all'interno dell'impianto.
  Quest'ultimo, sentito come testimone, affermava di aver dato tensione all'impianto in una fase in cui era previsto che lo stesso restasse disattivato, contravvenendo in tal modo alle procedure previste dal protocollo aziendale in materia di sicurezza, sottoscritto da tutti i responsabili delle ditte esterne impegnate nella esecuzione dei lavori. L'impulso elettrico determinava, pertanto, l'avvio dell'impianto per circa tre secondi, lasso di tempo sufficiente a provocate l'evento sopra descritto.
  Sul caso risulta essere aperto un procedimento penale presso la procura della Repubblica di Piacenza.
  Per quanto concerne l'erogazione delle prestazioni di legge dovute dall'Inail, la competente sede ha reso noto di non aver provveduto alla costituzione della rendita in favore dei familiari superstiti, in quanto, all'esito dell'istruttoria, è stata accertata la mancanza di aventi diritto, ai sensi dell'articolo 85 dell'articolo 85 del testo unico n. 1124 del 1965. Peraltro, in base al medesimo articolo, la stessa sede provvederà all'erogazione dell'assegno funerario
una tantum spettante a chiunque dimostri di avere sostenuto le spese funerarie.
  Nel rispondere all'ultimo quesito posto nell'interrogazione in esame, si ritiene opportuno precisare che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali intende perseguire la promozione di comportamenti rispettosi delle norme di legge in materia di salute e sicurezza sul lavoro, accompagnando il processo di attuazione del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (decreto legislativo n. 81 del 2008, e successive modificazioni e integrazioni) con idonee iniziative promozionali finalizzate all'accrescimento delle conoscenze in materia di salute e sicurezza nelle aziende, nei lavoratori e negli studenti, con particolare attenzione all'aspetto della formazione.
  In questa prospettiva, con l'approvazione, in data 9 aprile 2008, del Testo unico in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, ha preso avvio un complesso processo di attuazione delle disposizioni in esso contenute che ha coinvolto il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, le altre amministrazioni interessate e le parti sociali allo scopo di definire un sistema regolatorio in materia di salute e sicurezza sul lavoro quanto più moderno ed efficace.
  Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, pertanto, è attivamente impegnato affinché possa concludersi quanto prima il processo di attuazione del decreto legislativo n. 81 del 2008, e successive modificazioni e integrazioni, auspicando, a tal fine, che prosegua in modo proficuo il dialogo e la collaborazione fra i diversi attori istituzionali coinvolti sui temi della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Il Ministro del lavoro e delle politiche socialiElsa Fornero.


   GIANNI. — Al Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport. — Per sapere – premesso che:
   a Roma il 18 aprile 2012, la maggioranza del Consiglio nazionale, ha avviato il procedimento di modifica dello Statuto che essenzialmente prevede la soppressione dei Comitati provinciali del CONI;
   la decisione è stata adottata come un adempimento amministrativo in soli quindici minuti che ha impedito un dibattito approfondito ed evitato, altresì, la prevedibile espressione di un dissenso legittimo;
   il presidente del CONI ha rifiutato di ricevere i rappresentanti dei comitati provinciali nel consiglio nazionale, negando l'esercizio di potere consultivo che in questo caso si sarebbe esercitato successivamente all'adozione della delibera anziché preventivamente;
   i rappresentanti dei comitati provinciali del Coni sono stati prima ricevuti presso la Commissione competente della Camera e successivamente hanno avuto un confronto con un nutrito gruppo di parlamentari. Questo pur essendo consci, del fatto che le Camere non hanno voce nel procedimento di modifica allo statuto, per cui la delibera del Consiglio nazionale può solo essere approvata o respinta, con eventuali emendamenti, dal Ministro vigilante;
   tale organo ha però richiesto chiarimenti sul merito della modifica, esprimendo osservazioni motivate sul fatto che una soppressione «sic et simpliciter» dei comitati provinciali sia compatibile con la sussistenza di una espressione democratica del movimento sportivo di base;
   è auspicio dell'interrogante che venga mantenuta una istanza rappresentativa periferica del movimento sportivo con cui si possano mantenere luoghi di confronto;
   i risparmi, alla base della decisione di sopprimere i Comitati provinciali del Coni, sicuramente necessari si potrebbero ottenere eliminando le consulenze esterne, riducendo le spese di rappresentanza, razionalizzando il personale della sede centrale e delle Fsn, ma anche gli stessi comitati provinciali del Coni una volta mantenuti in essere potrebbero economizzare attraverso la riduzione delle trasferte romane e rinunciando a partecipare a progetti talvolta strampalati e di nessuna utilità, salvo per l'agenzia appaltatrice;
   recentemente il Ministro Gnudi ha dichiarato che il «Piano nazionale della promozione dello sport» prevede il ritorno ai Giochi della gioventù e campionati sportivi studenteschi con le rispettive fasi nazionali e il proseguo per il prossimo anno del progetto di alfabetizzazione motoria, avvalendosi del ruolo del CONI e delle Associazioni sportive che operano sul territorio: fatti e azioni di fondamentale importanza per il futuro del nostro sport ma che senza il supporto dei comitati provinciali le buone intenzioni del Ministro saranno di difficile realizzazione –:
   quali azioni intenda intraprendere al fine di evitare che i Comitati provinciali del Coni siano soppressi mantenendo in essere la possibilità di una istanza periferica rappresentativa del movimento sportivo e che è strategica per la realizzazione effettiva ed efficace del «Piano nazionale della promozione dello sport» come indicato dal Ministro Gnudi. (4-16231)

  Risposta. — In merito all'atto parlamentare in oggetto, si rappresenta quanto segue.
  L'articolo 2, comma 3, del decreto legislativo 23 luglio 1999, n. 242, prevede che «l'organizzazione periferica del Coni è disciplinata dallo Statuto dell'ente», in armonia con l'autonomia organizzativa riconosciuta dal legislatore, ai sensi della legge 31 gennaio 1992, n. 138, le cui disposizioni sono espressamente richiamate dal citato testo normativo.
  Il riordino dell'organizzazione territoriale del CONI rappresenta una delle principali aree di intervento del documento programmatico di autoriforma «
Lo sport verso il 2020» approvato dal Consiglio nazionale il 30 settembre 2011.
  Nel predetto documento, si legge che «la struttura territoriale del Coni, con il volontariato che lo anima, rappresenta un asse portante dell'organizzazione sportiva italiana e in quanto tale deve essere al passo con i tempi e rispondere con prontezza ed efficacia alle istanze del territorio. Un riordino che ne valorizzi il ruolo e le funzioni appare pertanto indispensabile anche anticipando l'attuazione dei disegni di legge costituzionali all'esame del Parlamento, che prevedono la soppressione del livello territoriale del governo provinciale».
  Al fine di dare attuazione alle indicazioni contenute nel citato documento programmatico, il Consiglio nazionale nella riunione del 30 novembre 2011, con la deliberazione n. 1451, approvata all'unanimità, compreso il voto favorevole dei 6 rappresentanti delle strutture territoriali del Coni, ha approvato il testo di alcune modifiche allo Statuto, in particolare agli articoli 6, 7, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 34-
bis e 35.
  Nelle predette disposizioni sono previste, in particolare, l'istituzione del delegato provinciale, in luogo dei comitati provinciali, e la sostituzione dei rappresentanti dei comitati provinciali con i rappresentanti dei delegati provinciali nel Consiglio nazionale e nella Giunta nazionale del Coni.
  In data 16 gennaio 2012, il Ministero dell'economia e delle finanze ha comunicato di non avere osservazioni rispetto ai contenuti della deliberazione citata.
  Nell'esercizio dell'attività di vigilanza di propria competenza, l'Ufficio per lo Sport ha richiesto al Coni specifici elementi sia circa i criteri e le modalità di designazione dei delegati provinciali che sostituiranno i soppressi comitati provinciali che sugli eventuali effetti della riforma nei confronti dell'associazionismo sportivo.
  Al riguardo, l'Ente ha comunicato che:
   il riordino non comporta il venir meno delle funzioni svolte dai comitati provinciali, ma solo una razionalizzazione delle medesime che saranno esercitate dal comitato regionale e dai delegati provinciali;
   il presidio di livello provinciale dell'Ente sarà supportato da un'apposita rete informatica di comunicazione volta, tra l'altro, alla valorizzazione dell'apporto del volontariato nel mondo dello sport;
   la nomina del delegato provinciale sarà disciplinata in un apposito «Regolamento delle Strutture territoriali del Coni» e che la modifica organizzativa non sarà produttiva di effetti pregiudizievoli nei confronti dell'associazionismo sportivo a livello territoriale periferico, in quanto il nuovo assetto sarà modulato in armonia con il sistema delle associazioni e istituzioni interessate;
   il riassetto tende ad ottenere risparmi di spesa attraverso la razionalizzazione degli spazi e la riorganizzazione del lavoro.

  In data 10 maggio 2012, sulla base degli elementi forniti dal Coni e del parere espresso dal Ministero dell'economia e delle finanze, le modifiche statutarie proposte sono state approvate. Nel decreto di approvazione del Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, al fine di garantire la possibilità di un'istanza periferica rappresentativa del movimento sportivo e la sua connessione con le iniziative per la promozione dell'attività sportiva previste a livello nazionale, segnatamente in sinergia con il mondo della scuola, sono state espresse le seguenti raccomandazioni:
   che il delegato provinciale sia designato sulla base delle indicazioni delle strutture periferiche provinciali delle federazioni sportive;
   che sia mantenuto, per ogni delegato provinciale, un minimo di organizzazione.

  Nel provvedimento, è stato altresì previsto che, a decorrere dal primo rinnovo successivo all'entrata in vigore del decreto legge 31 maggio 2010 n. 78, convertito con modificazioni dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, la composizione dell'organo di controllo sia ridotta, a norma dell'articolo 6, comma 5, dello stesso decreto.
  A seguito del decreto di approvazione, il Coni con deliberazione n. 1465 del 22 maggio 2012, ha adottato il previsto «Regolamento delle strutture territoriali».
  Al riguardo, in esito alle attività istruttorie condotte ed in considerazione dei principi e degli obiettivi di revisione della spesa pubblica stabiliti dal Governo, sono stati richiesti al Coni chiarimenti in merito ai contenuti dell'articolo 16, comma 1, della deliberazione avente per oggetto l'aumento del numero dei revisori dei conti dei comitati regionali, interrompendo i previsti termini per l'approvazione della suddetta deliberazione.

Il Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sportPiero Gnudi.


   JANNONE. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della salute, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   a descrivere i primi casi di cocaina contaminata con levamisolo, che ha procurato lesioni necrotiche della pelle sia sul viso sia in altre parti del corpo di chi ne ha fatto uso, è stata la rivista Journal of the American Academy of Dermatology. Secondo il Department of Justice, il 70 per cento della cocaina circolante negli Stati Uniti potrebbe essere contaminata e la situazione non sembra essere migliore nemmeno nel nostro Paese. La presenza di levamisolo infatti è stata evidenziata in circa il 50 per cento dei campioni di cocaina analizzati dalla tossicologia forense dell'università Cattolica di Roma. Ma a preoccupare maggiormente è l'effetto che il levamisolo ha nei confronti del sistema immunitario. Una banale infezione infatti potrebbe risultare fatale;
   il levamisolo è una sostanza che viene impiegata con successo in medicina già dagli anni settanta. «Attualmente è utilizzata come chemioterapico per il trattamento di alcune particolari forme di cancro al colon. Oltre all'applicazione terapeutica sull'uomo la molecola è correntemente prescritta dai veterinari come antiparassitario e antielmintico» spiega Santo Raffaele Mercuri, responsabile del reparto di dermatologia all'ospedale San Raffaele di Milano. Accanto a questi usi tradizionali, il levamisolo è sempre più utilizzato come sostanza per tagliare le dosi di cocaina. La ragione del suo successo è data dal fatto che la molecola è in grado di mimare gli stessi effetti della cocaina poiché agisce a livello cerebrale sugli stessi recettori e l'effetto di questo mix micidiale risulta essere più duraturo;
   tra i sintomi più diffusi che i medici statunitensi si sono trovati davanti agli occhi vi è sicuramente quello delle lesioni necrotiche, note anche con il nome di porpora retiforme. Esse sono causate proprio dal levamisolo unito alla cocaina. «Una delle caratteristiche dell'antitumorale – spiega Mercuri – è quello di restringere i vasi sanguigni e ciò avviene prevalentemente sul viso e nelle orecchie. Alla lunga quello che viene a mancare a queste parti del corpo è l'apporto di ossigeno necessario alla sopravvivenza. Questo spiega la necrosi dei tessuti osservata dai medici statunitensi»;
   quello che preoccupa maggiormente non è tanto il danno alla pelle quanto il potente effetto che il levamisolo ha, se utilizzato costantemente, nei confronti del sistema immunitario. In particolare causa l'agranulocitosi, ovvero una drammatica riduzione nel numero dei globuli bianchi circolanti a livello sanguigno. «Nel caso particolare della pelle, la follicolite e il conseguente prurito che si sviluppa è dovuto all'infezione da parte di alcuni microrganismi che il corpo di una persona sana può controllare tranquillamente. In questi soggetti le infezioni sono invece un evento estremamente comune perché il loro corpo non è in grado di rispondere in maniera sufficiente agli agenti esterni. Così, un germe banale può diventare molto pericoloso e scatenare un'infezione dalle conseguenze nefaste» conclude Mercuri –:
   se il Governo sia già a conoscenza degli effetti della nuova sostanza con cui recentemente viene tagliata la cocaina;
   quali iniziative si intendano adottare al fine di contrastare l'aumento incipiente dell'uso di droghe, in particolar modo, come evidenziato dalle premesse, l'uso di cocaina tagliata con levamisolo. (4-13333)

  Risposta. — L'interrogazione chiede di sapere se il Governo sia a conoscenza degli effetti della presenza del levamisolo nella cocaina e quali iniziative si intendano adottare al fine di contrastare l'aumento dell'uso di droghe, in particolar modo, dell'uso di cocaina tagliata con levamisolo.
  L'uso del levamisolo (1-tetramisolo) come adulterante della cocaina è stato segnalato in Europa e negli Stati Uniti sin dal 2004.
  Nel 2009 oltre il 70 per cento di cocaina sequestrata negli Stati Uniti conteneva tale sostanza.
  In Europa le informazioni dell’
Europol Early Warning System «Emcdda» indicano che negli ultimi cinque anni è aumentata sia la percentuale di campioni di cocaina adulterata con levamisolo, sia la concentrazione di tale sostanza nei campioni.
  Il crescente aumento di partite di cocaina sequestrate in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, nelle quali è stata constatata la presenza di levamisolo, ha generato il dubbio che tale aggiunta non fosse da ricondurre solo al «taglio» dello stupefacente ma anche al possibile potenziamento degli effetti della cocaina.
  Il levamisolo, infatti, viene metabolizzato epaticamente ad aminorex, una sostanza stimolante di tipo amfetaminico, con proprietà allucinogene e tale metabolita potenzierebbe gli effetti psicostimolanti della cocaina.
  Usato per lunghi periodi e a dosi elevate, il levamisolo può causare una serie di effetti avversi, dei quali la agranulocitosi è il più grave. Altri effetti sono necrosi della pelle, dei tessuti molli e delle ossa, porpora, vascolopatia trombotica, iponatremia. Negli ultimi anni è stata diffusa un'avvertenza sulla pericolosità dell'uso di cocaina tagliata con levamisolo attualmente utilizzato come antiparassitario e nel passato come immunostimolante nella medicina umana.
  Anche l'Osservatorio europeo sulle droghe e le tossicodipendenze ha segnalato ripetutamente la presenza di levamisolo in partite di cocaina.
  Alla luce di tali informazioni, il sistema nazionale di allerta precoce del dipartimento per le politiche antidroga ha inviato ai laboratori, alle forze dell'ordine, agli assessorati regionali alla sanità, alle comunità terapeutiche e ai servizi per le tossicodipendenze una segnalazione, raccomandando di prestare attenzione a possibili casi di agranulocitosi associati all'uso di cocaina e di informare i potenziali consumatori dei rischi.
  In realtà, l'uso del levamisolo era noto alla Direzione centrale per i servizi antidroga del Ministero dell'interno sin dal 2007. La stessa direzione ha interessato gli uffici delle polizie straniere e l'Europol, al fine di delineare le caratteristiche della problematica in argomento a livello internazionale ed ha anche provveduto ad effettuare, in collaborazione con il comando dei carabinieri per la tutela della salute, accertamenti nei confronti delle imprese interessate dal ciclo di produzione del farmaco.
  Si rappresenta, infine, che le forze di polizia hanno condotto numerose operazioni in ambito nazionale che hanno portato al sequestro di cocaina tagliata con il levamisolo.
  Si segnala che il Governo ha già intrapreso alcune iniziative rivolte ai giovani al fine di dare corrette informazioni sui pericoli derivanti dall'uso di sostanze stupefacenti.
  Con il progetto Edu, il dipartimento per le politiche antidroga, in collaborazione con il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca intende creare una rete nazionale di portali informativi ed interattivi per le scuole finalizzati al supporto e all'informazione del mondo della scuola, al fine di scoraggiare il preoccupante aumento dell'uso di droghe tra i giovani. Il progetto si rivolge ad insegnanti, genitori e studenti delle scuole medie e superiori e si avvale della professionalità di medici ed esperti in materia di tossicodipendenze, nonché di una rete di dirigenti scolastici e referenti per l'educazione alla salute.
  Il tema della droga viene affrontato con un approccio multidisciplinare volto ad evidenziare le numerose implicazioni del fenomeno dagli effetti sulla salute alle ripercussioni nella sfera individuale e sociale.
  Nell'ambito di tale progetto è prevista la diffusione di materiale informativo per organizzare momenti di discussione e confronto sia in ambito scolastico che nel contesto familiare, anche al fine di promuovere abitudini e stili di vita sani ed una maggiore conoscenza e consapevolezza degli effetti derivanti dall'utilizzo di sostanze stupefacenti. Inoltre, sono stati messi a disposizione gratuita delle scuole una serie di portali informativi.
  Il progetto quadro Edu.Care del dipartimento per le politiche antidroga in collaborazione con il dipartimento per le politiche della famiglia intende fornire un supporto alle famiglie al fine di affrontare correttamente i problemi correlati al rischio dell'uso di droghe da parte dei propri figli.
  L'intento è quello di prevenire il fenomeno del consumo di sostanze tra gli adolescenti di età compresa tra i tredici e i diciotto anni e di informare sui fattori di rischio che favoriscono l'uso potenziale di droghe da parte dei bambini in età compresa tra gli otto e i dodici anni, attraverso interventi educativi ed aiuti di carattere specialistico.
  Sotto il profilo della prevenzione, intesa nella sua accezione più ampia, pur nella consapevolezza che il problema delle dipendenze non riguarda solo i giovani, voglio sottolineare la valenza particolare che assume per le nuove generazioni.
  Anche in virtù della delega a me conferita in materia di politiche giovanili, ritengo imprescindibile che siano implementate le attività di formazione e di educazione alla salute, attraverso la trasmissione di regole e stili di vita sani in relazione all'uso di tutte le sostanze stupefacenti, all'abuso alcolico, al tabagismo e al consumo di farmaci non prescritti.
  È necessario che le iniziative coinvolgano direttamente i giovani che devono essere soggetti attivi e consapevoli protagonisti della propria formazione e crescita.

Il Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazioneAndrea Riccardi.


   LENZI e MIOTTO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto si apprende da fonti ANSA dei giorni scorsi, tra le azioni che il Governo si appresta a varare nell'ambito delle misure di spending review, con particolare riferimento al contenimento della spesa dei Ministeri e della Presidenza del Consiglio dei ministri, rientrerebbe anche la soppressione dell'Ufficio nazionale per il servizio civile, che diventerebbe un ufficio del Dipartimento della gioventù e del servizio civile nazionale;
   in un periodo di grave crisi economica è giusto razionalizzare le spese dello Stato, anche per fronteggiare la situazione di pesante debito pubblico in cui versa il Paese e per rispondere alle emergenze legate al terremoto in Emilia, ma la ripresa di uno Stato non può esserci solo attraverso una politica di tagli, bensì provvedendo a una serie di misure dirette a stimolare la crescita e renderla duratura, a cominciare dal capitale rappresentato dai giovani residenti nel nostro Paese;
   il servizio civile nazionale è l'istituzione della Repubblica italiana deputata all'educazione alla pace, attraverso la partecipazione alla componente non armata della difesa della Patria e all'educazione alla solidarietà e all'impegno civile dei giovani italiani di entrambi i sessi e rappresenta una delle principali azioni positive della Repubblica italiana verso i giovani cittadini;
   il servizio civile nazionale, sulla base delle ricerche presentate da organismi indipendenti, valorizza 1 euro di finanza pubblica con 3 euro di ritorni alle comunità attraverso i servizi prodotti dai progetti realizzati dai giovani;
   il servizio civile nazionale, sulla base delle ricerche presentate da organismi indipendenti, produce sia capitale umano rappresentato dalla concrete capacità acquisite dai giovani con la realizzazione delle attività previste dai progetti, che capitale sociale con un tasso di partecipazione alla vita sociale molto più alto della restante popolazione giovanile;
   l'ufficio nazionale per il servizio civile è chiamato a promuovere e coordinare questa istituzione, che certamente incrocia le politiche giovanili ma non si esaurisce in esse;
   l'ufficio nazionale per il servizio civile è stato istituito in forza dell'articolo 8 della legge 230 dell'8 luglio 1998 e poi riconfermato dalla legge 64 del 6 marzo 2001 e dal decreto legislativo n. 77 del 5 aprile 2002 e quindi si richiederebbe atto di pari livello per la sua soppressione;
   questo ufficio, pur in presenza di funzioni svolte anche assieme alle regioni e province autonome, mantiene in modo esclusivo un rapporto quotidiano con i singoli giovani in servizio e con le migliaia di organizzazioni che ospitano questi giovani. Rapporto quotidiano che riguarda lo stato di servizio, le malattie, gli assegni mensili e altro;
   il fondo nazionale del servizio civile è stato drasticamente ridotto da 299 milioni di euro del 2008 a 68 milioni nel 2012 con conseguente riduzione del numero di giovani che hanno potuto partecipare su base volontaria da 45.000 a 18.000;
   per effetto di questi tagli, nel 2012 non ci sarà nessun nuovo bando di servizio civile nazionale –:
   quali siano gli orientamenti del Governo in relazione ai fatti riportati;
   se non ritenga che l'istituzione servizio civile nazionale debba mantenere tutta l'autonomia necessaria a evidenziare la sua identità che certo lo porta a interagire anche con le politiche giovanili ma non ad esaurirsi in esse;
   se non ritenga che l'accorpamento nel dipartimento della gioventù e del servizio civile nazionale ma con il declassamento ad uno dei tre suoi uffici possa costituire un ulteriore segnale di disinteresse da parte dello Stato per un'istituzione che è un possibile antidoto contro l'esclusione dei giovani dalla vita sociale e dalla partecipazione civica con rilevanti ricadute positive sugli stessi processi economici di crescita e che viene presa ad esempio all'estero. (4-16529)

  Risposta. — Con l'atto ispettivo in esame l'interrogante ha chiesto notizie in merito all'ufficio nazionale per il servizio civile in seguito alle misure di contenimento delle spese previste dalla spending review e ha espresso preoccupazioni sul futuro dello stesso servizio civile a causa delle riduzioni delle risorse destinate negli ultimi anni.
  A tal riguardo, faccio presente che il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 21 giugno 2012, concernente «Modificazioni al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 10 marzo 2011, recante ordinamento delle strutture generali della Presidenza del Consiglio dei ministri», ha istituito il dipartimento della gioventù e del servizio civile nazionale (articolo 6, comma 1), quale struttura di supporto al Presidente del Consiglio dei ministri per la promozione e il raccordo delle azioni di Governo per assicurare l'attuazione delle politiche in favore della gioventù, nonché in materia di servizio civile nazionale e di obiezione di coscienza.
  La scelta del Governo di accorpare le due strutture è derivata unicamente dal perseguimento dell'indispensabile riduzione della spesa pubblica, ritenuto prevalente rispetto a tutti gli altri interessi coinvolti, e non dalla volontà di identificare le missione delle medesime strutture, che sono rimaste distinte ed autonome, anche se all'interno di un unico dipartimento.
  Ed invero, il decreto nel disporre che il dipartimento svolga le funzioni dell'ufficio nazionale del servizio civile, non priva l'ufficio delle proprie peculiarità e competenze, bensì mantiene queste ultime del tutto invariate. Tale circostanza giustifica il ricorso allo strumento del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, idoneo a definire il nuovo assetto dell'ufficio, che non viene soppresso ma incardinato in un dipartimento.
  Dalla lettura delle citate disposizioni emerge, quindi, che l'accorpamento nel dipartimento della gioventù non deve leggersi come identificazione del servizio civile con una mera politica giovanile, bensì come riduzione della spesa pubblica realizzata attraverso l'attribuzione della guida del dipartimento, costituito da due strutture, ad un unico vertice.
  Tale scelta non rappresenta una sorta di declassamento per il servizio civile, né si ravvisa alcun disinteresse per tale importante attività. Infatti, mi preme sottolineare che, pur in presenza di un critico quadro economico, nello stesso periodo in cui è stato adottato il decreto che ha disposto l'accorpamento delle strutture, sono stati stanziati a favore del Fondo nazionale per il servizio civile trenta milioni di euro (decreto-legge 20 giugno 2012, n. 79, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 131, articolo 1, comma 1).
  Tutto ciò costituisce una prova evidente che le preoccupazioni manifestate non hanno ragion d'essere; il Governo, infatti, ha mostrato il proprio interesse per il servizio civile mediante la richiamata assegnazione di somme all'esiguo fondo, mentre l'inserimento dell'ufficio nel dipartimento rappresenta l'effetto del disegno di riduzione della spesa e di miglior gestione delle risorse pubbliche.
  Si ritiene, pertanto, che il Governo abbia posto in essere ogni utile iniziativa volta a tutelare il servizio civile e che le scelte effettuate siano coerenti con il disegno finalizzato al risparmio della spesa pubblica e alla ripresa dalla crisi economica in cui, all'evidenza, versa il Paese.

Il Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazioneAndrea Riccardi.


   MADIA, GIOVANELLI, GNECCHI, MATTESINI, MELANDRI, SCHIRRU, VACCARO, DI BIAGIO, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro degli affari esteri, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   la recente approvazione della riforma del mercato del lavoro in alcune pubbliche amministrazioni il problema dell'equo compenso previsto dalla novella legislativa;
   gli articoli 34-36 della legge 28 giugno 2012, n. 92, in previsione della stesura e approvazione di linee guida concordate tra Ministero del lavoro e delle politiche sociali e conferenza Stato-regioni relativamente ai tirocini formativi, preannuncia l'introduzione di un obbligo a riconoscere a ciascun tirocinante/stagista una congrua indennità, anche in forma forfetaria, in relazione alla prestazione svolta; ma dall'altra, al comma 36, dispone che non debbano derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica;
   questo provvedimento, come riportato da diversi organi di stampa (Repubblica.it, la Repubblica degli Stagisti), ha suscitato una reazione da parte del Ministero degli affari esteri che avrebbe sospeso il programma Mae-Crui attraverso cui da anni ospita (senza prevedere alcun rimborso) studenti e neolaureati presso le proprie sedi diplomatiche;
   il Ministero degli affari esteri ha poi ripristinato le partenze previste a settembre 2012 per i circa 550 vincitori del II° bando 2012. Con comunicato del 10 luglio 2012 i Ministeri degli affari esteri e del lavoro delle politiche sociali hanno infatti fatto sapere che «Le disposizioni di cui all'articolo 1, commi 34 e 35, della legge n. 92 del 2012 non sono di immediata applicazione e fissano alcuni obiettivi di principio che troveranno piena applicazione solo in seguito all'adozione in sede di Conferenza Stato-regioni di linee-guida», e che pertanto la misure dell'indennità non avrebbero trovato applicazione «nei confronti dei tirocini del programma Mae-Crui attivati prima dell'adozione delle richiamate linee-guida»;
   coinvolgendo complessivamente ogni anno il programma di tirocini Mae-Crui circa 1.800 partecipanti, la testata giornalistica online Repubblica degli Stagisti ha calcolato che per garantire 500 euro al mese a tutti gli stagisti Mae-Crui in forza presso la Farnesina e altre località europee, e 1.000 euro al mese a tutti coloro che vengono assegnati a destinazioni extraeuropee, servirebbero tra i 3 milioni e 500 mila e i 4 milioni di euro –:
   se il Governo non preveda nell'attivazione dei futuri stage Mae-Crui, che hanno registrato un crescente successo tra i giovani laureati italiani come strumento di formazione e internazionalizzazione, e in accordo alle sopracitate disposizioni, lo stanziamento di somme, anche forfettarie a titolo di rimborso spese e/o indennità, da attingere, a risorse invariate, dagli stanziamenti rimodulabili e al netto degli impegni presi delle missioni con obiettivi coerenti del bilancio del Ministero degli affari esteri o da altri stanziamenti impegnabili. (4-17181)

  Risposta. — Il programma di tirocinio Ministero degli affari esteri-Crui è disciplinato da un'apposita convenzione del 2005 tra il Ministero degli affari esteri e la Fondazione Crui, e offre a dottori, laureandi e dottori magistrali particolarmente meritevoli la possibilità di svolgere periodi di tirocinio di tre mesi presso gli uffici dell'amministrazione centrale e la rete diplomatico-consolare all'estero del Ministero. Ogni anno, pertanto, il Ministero degli affari esteri ospita presso le proprie strutture circa 1.200 tirocinanti selezionati nell'ambito di tale programma. L'articolo 17 della convenzione dispone espressamente che essa non comporta oneri per il Ministero degli affari esteri.
  Il 28 giugno 2012 è stata approvata dal Parlamento la riforma del mercato del lavoro (legge 28 giugno 2012, n. 92), che modifica 1a disciplina dei tirocini di formazione e orientamento. L'articolo 1, commi 34-36, stabilisce in materia che Governo e regioni, in sede di conferenza Stato-regioni, devono stipulare, entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore della legge, un accordo per la definizione di linee-guida in materia di tirocini formativi e di orientamento, sulla base di quattro criteri, tra cui quello del riconoscimento al tirocinante di una congrua indennità, anche in forma forfetaria, in relazione alla prestazione svolta, in mancanza della quale è prevista l'irrogazione di una sanzione pecuniaria. Dall'applicazione del presente articolo non possono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
  Subito dopo l'approvazione della riforma da parte del Parlamento e alla luce della necessità di acquisire chiarimenti interpretativi presso le istanze competenti, la Farnesina ha richiesto alla Crui di comunicare con la massima urgenza ai candidati appena risultati idonei all'ultima selezione (II bando 2012) che lo svolgimento del tirocinio non poteva ancora essere confermato. Tale comunicazione è stata effettuata nelle more del processo di accettazione dei tirocini da parte dei candidati idonei e di perfezionamento dei relativi progetti formativi. Al contempo, il Ministero degli affari esteri si è attivato con la Crui per approfondire congiuntamente la ricerca di una soluzione volta a salvaguardare la prosecuzione del programma di tirocinio, cui il Ministero degli affari esteri attribuisce grande valore formativo e orientativo per le nuove generazioni di esperti di relazioni internazionali.
  In seguito, alle sollecitazioni dell'amministrazione degli esteri, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha fornito un chiarimento circa gli effetti di tali innovazioni legislative sui tirocini del programma Ministero degli affari esteri-Crui. Su questa base è stato emesso un comunicato stampa congiunto il 10 luglio 2012, con cui si precisa che le disposizioni di cui all'articolo 1, commi 34 e 35, della legge n. 92 del 2012 non trovano applicazione nei confronti dei tirocini attivati prima delle linee-guida che si dovranno adottare in sede di conferenza Stato-Regioni entro 180 giorni dall'entrata in vigore della riforma del mercato del lavoro.
  Tale chiarimento da parte del Ministero competente ha permesso di riprendere immediatamente il processo di perfezionamento dei progetti formativi, per cui si stanno svolgendo regolarmente i tirocini previsti presso gli uffici dell'amministrazione centrale e la rete all'estero da settembre a dicembre, pari a 440 unità, a seguito delle accettazioni pervenute dai candidati idonei.
  Prima di poter procedere alla pubblicazione di futuri bandi, si dovrà attendere l'esito degli ulteriori approfondimenti tecnico-giuridici richiesti in merito al Ministero del lavoro e delle politiche sociali e al dipartimento per la pubblica amministrazione e la semplificazione, l'emanazione da parte di Governo e regioni delle nuove linee-guida sui tirocini nonché l'adozione su iniziativa del Ministro per la pubblica amministrazione dei provvedimenti di armonizzazione della disciplina relativa al pubblico impiego di cui al comma 8 dell'articolo 1 della legge n. 92 del 2012.
  Per quanto riguarda il riferimento da parte dell'interrogante allo «stanziamento di somme, anche forfetarie a titolo di rimborso spese e/o indennità, da attingere, a risorse invariate, dagli stanziamenti rimodulabili [...] o da altri stanziamenti impegnabili», spiace dover precisare che l'entità del programma Ministero degli affari esteri-Crui (circa 1.200 tirocinanti all'anno) rende impensabile e irrealistico reperire risorse nel bilancio del Ministero degli affari esteri, come noto già severamente decurtato ed ormai ai limiti della sostenibilità, se non nel più ampio ambito del bilancio dello Stato e dell'eventuale valutazione da parte del Governo di una rimodulazione dei relativi stanziamenti tale da liberare risorse per l'attivazione nelle pubbliche amministrazioni di tirocini rispettosi del criterio della congrua indennità.

Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriMarta Dassù.


   MADIA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione. — Per sapere – premesso che:
   un articolo di stampa sul quotidiano La Repubblica in data 12 settembre 2012 riportava la notizia che il fondo di garanzia denominato «Fondo per l'accesso al credito per l'acquisto della prima casa da parte delle giovani coppie coniugate o dei nuclei familiari anche monogenitoriali con figli minori» di cui all'articolo 13, comma 3-bis, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall'articolo 2, comma 39 della legge 23 dicembre 2009, n. 191 recepito da un protocollo del Ministero della gioventù e l'Associazione bancaria italiana del 18 maggio 2012, rimarrebbe nella maggior parte dei casi non utilizzato a causa della non ottemperanza da parte degli stessi istituiti di credito firmatari della convenzione delle condizioni previste dalla stessa. Grazie a un'indagine promossa dall'associazione Altroconsumo, la medesima fonte denuncia che su 120 filiali interpellate soltanto 9 hanno offerto le condizioni di tassi previste dalla convenzione –:
   se il Governo sia informato e corrisponda a verità quanto riportato nella succitata fonte a stampa; quanti dei 50 milioni stanziati per il detto fondo siano stati effettivamente utilizzati, se sia noto quante richieste per il suo utilizzo siano pervenute agli istituti di credito e quante siano state accolte ovvero rifiutate;
   cosa intenda fare il Governo per rendere effettivamente operativa la convenzione con l'ABI del 18 maggio 2011.
(4-17640)

  Risposta. — Con riferimento alla richiesta di notizie in merito a quanto riportato nell'articolo pubblicato sul quotidiano La Repubblica del 12 settembre 2012, circa il «Fondo per l'accesso al credito per l'acquisto della prima casa» segnalo che il fondo è stato istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri-dipartimento della gioventù, al fine di consentire alle giovani coppie coniugate o ai nuclei familiari anche monogenitoriali con figli minori, l'accesso a finanziamenti agevolati per sostenere le spese connesse all'acquisto della prima casa (articolo 13, comma 3-bis, del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, successivamente modificato dall'articolo 2, comma 39, della legge n. 131 del 2009).
  Con successivo regolamento interministeriale sono stati disciplinati i criteri per l'accesso al fondo e le modalità di funzionamento dello stesso, nel rispetto delle competenze delle regioni in materia di politiche abitative (decreto ministeriale 17 dicembre 2010, n. 256, adottato dal Ministro della gioventù, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze e con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, d'intesa con la conferenza unificata).
  Il fondo in questione è un fondo speciale di garanzia per l'accesso al credito agevolato per l'acquisto della prima casa, di ammontare non superiore a 200 mila euro, i cui destinatari sono le giovani coppie e i nuclei familiari monogenitoriali con figli minori, il cui reddito complessivo non superi i 35 mila euro e derivi, per più della metà, da contratti di lavoro atipici. L'obiettivo è quello di offrire garanzie bancarie e permettere l'acquisto dell'abitazione principale alle giovani coppie che, in virtù di un contratto atipico, hanno difficoltà ad ottenere il mutuo.
  Le operazioni relative alla gestione amministrativa del fondo sono affidate dal dipartimento della gioventù al «gestore» Consap (ai sensi dell'articolo 19, comma 5, del decreto-legge n. 78 del 2009, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 102 del 2009, che prevede tale possibilità per le amministrazioni dello Stato cui sono attribuiti per legge fondi o interventi pubblici).
  La dotazione complessiva del «fondo casa», impegnata dal dipartimento della gioventù con decreto n. 671 del 2010 del 20 dicembre 2010, è di euro 50.000,00 (giusta decreto di riporto a firma del segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri in data 19 aprile 2010 e successivo decreto di variazione compensativa, adottato dal Ministro della gioventù in data 16 novembre 2010, annotato al n. 268/BIL).
  Per quanto concerne le caratteristiche del fondo, è stato scelto il meccanismo del fondo rotativo che moltiplica la durata temporale dell'intervento poiché le risorse, idealmente accantonate per garantire eventuali
default dei giovani mutuatari, vengono progressivamente svincolate man mano che questi adempiono alle proprie obbligazioni, così ricostituendo la disponibilità.
  A seguito della rilevazione periodica eseguita dal gestore pubblico (previsto dal regolamento attuativo), nonché dalle copiose interlocuzioni con i cittadini, purtroppo, è emersa una manifesta sottoutilizzazione rispetto alle risorse disponibili, del fondo in questione, come riportato dall'interrogante e sottolineato anche da alcuni articoli della stampa economica specializzata. Risulta, infatti, che il numero dei mutui concessi dagli istituti di credito è alquanto esiguo e, addirittura, che alcuni mutui sono rifiutati persino a seguito della già avvenuta concessione da parte dello Stato della garanzia, accertati i requisiti in capo ai giovani richiedenti. Inoltre, gli ultimi mesi, tendenzialmente, evidenziano un'ulteriore contrazione delle operazioni andate a buon fine.
  Per quanto concerne i dati richiesti dall'interrogante, gli uffici segnalano che, dalla rilevazione nel periodo di riferimento 31 agosto-13 settembre 2012, emerge la seguente situazione:
   
a) richieste pervenute: 213;
   
b) richieste ammesse alla garanzia del Fondo: 111 per un importo complessivo di euro 10.167.028 cui corrisponde un impegno del Fondo di complessivi euro 1.016.702;
   
c) ammontare finanziamenti garantiti erogati dalle banche: 45 posizioni per complessivi euro 5.237.536 per un impegno di euro 523.753.

  Ad avviso degli uffici, tale situazione potrebbe essere superata attraverso un intervento sull'attuale regolamentazione secondaria che non solo, ab initio, si caratterizzava per la propria implicita «sperimentalità» (considerato che non esistevano precedenti analoghi di intervento statale nella materia) ma ormai si scontra con il mutato quadro macroeconomico in tema di credito.
  Il fondo ha la natura giuridica di fondo di garanzia, la cui
ratio è quella di sostenere soggetti che non avrebbero garanzie reali o che non sono ancora percettori di un reddito sufficiente ad ottenere un finanziamento per l'acquisto della prima casa. L'opportunità offerta dallo Stato non dovrebbe, infatti, scontrarsi con gli assetti di mercato. È evidente che utilizzando in via regolamentare misure non in linea con i concorrenti interessi degli operatori economici coinvolti (banche e giovani) si rischia l'inefficacia dell'iniziativa.
  Mi preme sottolineare che, allo scopo di superare le disfunzionalità segnalate, nello scorso mese di settembre ho dato precise direttive. I miei uffici hanno avviato con i corrispondenti uffici dei Ministeri dell'economia e delle finanze e delle infrastrutture e dei trasporti, l’
iter per la modifica del regolamento che attualmente disciplina il «fondo casa».
  Si tratta di una serie di modifiche volte, tra l'altro, all'adeguamento dello
spread massimo ivi previsto che non risulta più in linea con i correnti prezzi di mercato e all'ampliamento del target di riferimento (non solo a giovani in situazioni di marginalità estrema ma anche in condizioni meno svantaggiate).
  Sono convinto che attraverso tali modifiche, se condivise dai Ministeri concertanti, si potranno superare le problematiche di sottoutilizzazione del fondo che, invece, può costituire un importante strumento di accesso al credito per le giovani coppie nell'attuale fase di crisi economica.

Il Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazioneAndrea Riccardi.


   MARMO. — Al Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport. — Per sapere – premesso che:
   è universalmente riconosciuto il valore sociale, educativo e formativo alla persona dello sport, nonché il suo contributo al benessere psichico e fisico;
   i comitati provinciali del CONI, per la loro collocazione territoriale sono da sempre organismi fondamentali per l'attuazione della premessa, per la loro vicinanza a chi pratica lo sport, per la loro funzione di supporto alla sportività scolastica (vedasi giochi della gioventù, alfabetizzazione motoria ed altro), per la promozione di feste dello sport e sono rappresentati da persone che svolgono la loro attività senza compensi, assumendo cariche onorifiche;
   il CONI il 29 settembre 2011 e nella seduta del 30 novembre 2011 del suo Consiglio nazionale ha deciso un piano di risparmi che prevede la chiusura dei comitati provinciali, ottenendo un risparmio di alcuni milioni di euro;
   dal bilancio 2010 del CONI si evince che il costo dei comitati provinciali è di circa 6,5 milioni di euro;
   il bilancio 2010 del CONI ha un valore della produzione di 477 milioni di euro e tra le sue entrate si trova la voce «ricavi da strutture territoriali» per circa 10 milioni di euro;
   tale taglio alle strutture provinciali del CONI inciderebbe nella misura dell'1,36 per cento circa, tra l'altro su un capitolo ampiamente coperto da entrate superiori alle uscite;
   da notizie giornalistiche (l'Eco di Bergamo del 30 marzo 2012 a firma Belingheri) si evince che dai bilanci di CONI 2010 e di CONI servizi spa 2010 le spese di rappresentanza e di consulenza sono di decine di milioni di euro e dove sicuramente si possono fare ampi risparmi salvaguardando la dignità della rappresentanza dei nostri sport nel mondo;
   un'eventuale taglio ai comitati provinciali rappresenterebbe un fatto anacronistico, in quanto salverebbe una visione centralista dell'organizzazione sportiva in contro tendenza con quanto postulato dal Piano nazionale dello sport che prevede un'organizzazione federale che valorizzi il territorio in una sussidiarietà verticale ed orizzontale;
   il peso del volontariato in Italia rappresentato il 53 per cento degli attivisti, e che nel solo Piemonte sono oltre 4.800 le società operative –:
   se il CONI abbia avuto dal Governo un indirizzo per effettuare i tagli ai comitati provinciali o se tale proposta scaturisca da un confronto con le strutture periferiche considerato che i tagli non si ottengono centralizzando i servizi e spogliando il territorio. (4-16258)

  Risposta. — In merito all'atto parlamentare in oggetto, si rappresenta quanto segue.
  L'articolo 2, comma 3, del decreto legislativo 23 luglio 1999, n. 242, prevede che «l'organizzazione periferica del Coni è disciplinata dallo Statuto dell'ente», in armonia con l'autonomia organizzativa riconosciuta dal legislatore, ai sensi della legge 31 gennaio 1992, n. 138, le cui disposizioni sono espressamente richiamate dal citato testo normativo.
  Il riordino dell'organizzazione territoriale del Coni rappresenta una delle principali aree di intervento del documento programmatico di autoriforma «Lo sport verso il 2020» approvato dal Consiglio nazionale il 30 settembre 2011.
  Nel predetto documento, si legge che «la struttura territoriale del Coni, con il volontariato che lo anima, rappresenta un asse portante dell'organizzazione sportiva italiana e in quanto tale deve essere al passo con i tempi e rispondere con prontezza ed efficacia alle istanze del territorio. Un riordino che ne valorizzi il ruolo e le funzioni appare pertanto indispensabile anche anticipando l'attuazione dei disegni di legge costituzionali all'esame del Parlamento, che prevedono la «soppressione del livello territoriale del governo provinciale».
  Al fine di dare attuazione alle indicazioni contenute nel citato documento programmatico, il Consiglio nazionale nella riunione del 30 novembre 2011, con la deliberazione n. 1451, approvata all'unanimità, compreso il voto favorevole dei 6 rappresentanti delle strutture territoriali del Coni, ha approvato il testo di alcune modifiche allo Statuto, in particolare agli articoli 6, 7, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 34-
bis e 35.
  Nelle predette disposizioni sono previste, in particolare, l'istituzione del delegato provinciale, in luogo dei Comitati provinciali, e la sostituzione dei rappresentanti dei comitati provinciali con i rappresentanti dei delegati provinciali nel Consiglio nazionale e nella Giunta nazionale del Coni.
  In data 16 gennaio 2012 il Ministero dell'economia e delle finanze ha comunicato di non avere osservazioni rispetto ai contenuti della deliberazione citata.
  Nell'esercizio dell'attività di vigilanza di propria competenza, l'ufficio per lo sport ha richiesto al Coni specifici elementi sia circa i criteri e le modalità di designazione dei delegati provinciali che sostituiranno i soppressi comitati provinciali che sugli eventuali effetti della riforma nei confronti dell'associazionismo sportivo.
  Al riguardo, l'ente ha comunicato che:
   il riordino non comporta il venir meno delle funzioni svolte dai comitati provinciali, ma solo una razionalizzazione delle medesime che saranno esercitate dal comitato regionale e dai delegati provinciali;
   il presidio di livello provinciale dell'Ente sarà supportato da un'apposita rete informatica di comunicazione volta, tra l'altro, alla valorizzazione dell'apporto del volontariato nel mondo dello sport;
   la nomina del delegato provinciale sarà disciplinata in un apposito «Regolamento delle Strutture territoriali del Coni» e che la modifica organizzativa non sarà produttiva di effetti pregiudizievoli nei confronti dell'associazionismo sportivo a livello territoriale periferico, in quanto il nuovo assetto sarà modulato in armonia con il sistema delle associazioni e istituzioni interessate;
   il riassetto tende ad ottenere risparmi di spesa attraverso la razionalizzazione degli spazi e la riorganizzazione del lavoro.

  In data 10 maggio 2012, sulla base degli elementi forniti dal Coni e del parere espresso dal Ministero dell'economia e delle finanze, le modifiche statutarie proposte sono state approvate. Nel decreto di approvazione del Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, al fine di garantire la possibilità di un'istanza periferica rappresentativa del movimento sportivo e la sua connessione con le iniziative per la promozione dell'attività sportiva previste a livello nazionale, segnatamente in sinergia con il mondo della scuola, sono state espresse le seguenti raccomandazioni:
   che il delegato provinciale sia designato sulla base delle indicazioni delle strutture periferiche provinciali delle federazioni sportive;
   che sia mantenuto, per ogni delegato provinciale, un minimo di organizzazione.

  Nel provvedimento, è stato altresì previsto che, a decorrere dal primo rinnovo successivo all'entrata in vigore del decreto-legge 31 maggio 2010 n. 78, convertito con modificazioni dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, la composizione dell'organo di controllo sia ridotta, a norma dell'articolo 6, comma 5, dello stesso decreto.
  A seguito del decreto di approvazione, il Coni, con deliberazione n. 1465 del 22 maggio 2012, ha adottato il previsto «Regolamento delle strutture territoriali».
  Al riguardo, in esito alle attività istruttorie condotte ed in considerazione dei principi e degli obiettivi di revisione della spesa pubblica stabiliti dal Governo, sono stati richiesti al Coni chiarimenti in merito ai contenuti dell'articolo 16, comma 1, della deliberazione avente per oggetto l'aumento del numero dei revisori dei conti dei comitati regionali, interrompendo i previsti termini per l'approvazione della suddetta deliberazione.
  Si precisa, inoltre, che la formulazione di indirizzi da parte del Governo nei confronti del Coni ha carattere generale e non incide sulla determinazione delle relative modalità di attuazione.

Il Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sportPiero Gnudi.


   MIGLIORI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   secondo recenti notizie, diffuse dai quotidiani, l'Arma dei carabinieri avrebbe attivato una procedura di declassamento della caserma di Arcidosso (Grosseto);
   attualmente questa svolge, 24 ore su 24, un servizio strategico per tale territorio, comprendente ben 9 comuni (Arcidosso, Camagnatico, Castel del Piano, Cinigiano, Civitella Paganico, Roccalbegna, Santa Fiora e Seggiano), controllando dunque l'intera area del Monte Amiata, che presenta condizioni ambientali avverse per configurazione geografica e climatica;
   la summenzionata decisione comporterebbe un ridimensionamento del personale, e pertanto delle forze dell'ordine presenti sul territorio, nonché la riorganizzazione delle attività, con conseguente diminuzione della sicurezza per il cittadino;
   non molto tempo fa, a seguito dell'interrogazione dell'onorevole Monica Faenzi n. 4-13277 del 22 settembre 2011 a codesto Ministro, recante la richiesta di chiarimenti circa l'eventuale declassamento o la chiusura della compagnia dei Carabinieri di Arcidosso (Grosseto), è seguita la risposta del 24 luglio 2012, secondo la quale «non vi è alcun piano che ipotizzi la soppressione della Compagnia dei Carabinieri di Arcidosso, in provincia di Grosseto» e la precisazione di come «l'Arma dei Carabinieri rappresenti una delle istituzioni più vicine ai cittadini, nei confronti dei quali svolge la sua costante azione di prevenzione quale espressione significativa della presenza dello Stato sul territorio, grazie alla capillare distribuzione dei suoi presidi» –:
   quali iniziative urgenti il Governo intenda attuare per scongiurare tale eventualità, confermando la posizione assunta nella sopracitata risposta, garantendo a questo territorio, come agli altri, la presenza dello Stato, il presidio del territorio e la conseguente serenità e sicurezza dei cittadini. (4-17726)

  Risposta. — In merito all'ipotesi di declassamento o chiusura della compagnia dei carabinieri di Arcidosso, in provincia di Grosseto, non posso che confermare quanto già rappresentato in risposta alla richiamata interrogazione presentata dall'onorevole Faenzi n. 4-13277.
  Più specificatamente, l'Arma dei carabinieri non ha avanzato, allo stato, alcuna proposta di riconfigurazione in tendenza della menzionata Compagnia, allo scopo di acquisire il previsto assenso da parte del dicastero.
  Prima di concludere, vorrei porre in risalto come l'Arma dei carabinieri abbia sempre posto notevole e costante attenzione nel perseguimento di un dispositivo territoriale efficiente e adeguato per l'assolvimento dei propri compiti istituzionali, tra cui quello della tutela della sicurezza dei cittadini e del territorio.

Il Ministro della difesaGiampaolo Di Paola.


   MINARDO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 17 del decreto-legge, n. 95 del 2012 cosiddetto spending review, recante disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini, prevede anche interventi per il riordino delle province;
   il riordino dovrà avvenire sulla base di requisiti minimi, da individuarsi nella dimensione territoriale e nella popolazione residente in ciascuna provincia, che saranno determinati dal Consiglio dei ministri con propria deliberazione;
   in esito a tale deliberazione, i consigli delle autonomie locali delle singole regioni, nel rispetto della continuità territoriale della provincia, dovranno approvare una ipotesi di riordino relativa alle province ubicate nel proprio territorio di competenza e trasmetterla alla medesima regione che, a sua volta, trasmetterà al Governo, una proposta di riordino delle province ubicate nel proprio territorio;
   non si prevede la mera soppressione di alcune province, bensì una generale riorganizzazione delle stesse a livello delle singole regioni, che comporterà, evidentemente anche delle modifiche relative all'appartenenza dei comuni alle stesse province, con importanti conseguenze anche economiche e sociali;
   secondo il principio generale che ispira il presente provvedimento, il riordino delle province dovrebbe comunque garantire l'invarianza dei servizi ai cittadini;
   simili interventi rischiano di destabilizzare la popolazione in dubbio sul futuro della propria realtà territoriale e sul mantenimento dei presidi di legalità e sicurezza ad oggi presenti, nonché dei presidi istituzionali «classici» di cui una provincia necessita;
   nella provincia di Ragusa è nata una petizione cui hanno aderito oltre 5.000 persone che vogliono salvare la propria identità, la propria storia, «giovane» ma assolutamente di alto profilo;
   a fronte di una sempre maggiore pressione fiscale, i cittadini si vedono defraudati non solo dei presidi istituzionali ma soprattutto della propria identità e della propria storia –:
   se il Governo non intenda valutare, in ossequio al principio dell'invarianza dei servizi, che dipende, tra l'altro, da una distribuzione uniforme degli uffici e dei servizi provinciali, le iniziative di competenza finalizzante al mantenimento di taluni servizi e funzioni di sedi distaccate. In attesa che venga realizzato un efficiente servizio telematico ad uso dei cittadini;
   se non si ritenga opportuno, per quanto attiene alle denominazioni da attribuire alle nuove province, assumere iniziative volte a prevedere che le stesse siano stabilite dalle regioni, sentiti i consigli provinciali uscenti, e che non possano coincidere con quella di una delle province accorpate, ma possano consistere nella sommatoria delle precedenti denominazioni. (4-17352)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame concernente il riordino delle province, in via preliminare, si rappresenta quanto segue.
  Come noto, il processo di riforma dell'ordinamento provinciale è stato avviato con l'emanazione da parte del Governo del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, noto come «Salva-Italia», ed ha inizialmente interessato gli organi di governo e le funzioni delle province.
  Tale processo di riforma – in piena armonia con gli obiettivi di finanza pubblica imposti dagli obblighi europei per il contenimento della spesa dell'ordinamento territoriale – è poi proseguimento inserendosi organicamente nell'ambito della così detta
spending review (decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95).
  Sostanzialmente, tale processo di riordino è finalizzato alla riduzione del numero delle province mediante il coinvolgimento di tutti i livelli di governo nel rispetto delle prerogative costituzionali della autorità territoriali. Infatti, le singole scelte, volte a concretizzare il riordino dei vari territori, vengono demandate ai Consigli delle autonomie locali (Cal) o, in mancanza ad analoghi organi di raccordo tra regioni ed enti locali, e alle regioni stesse. I primi dovranno adottare e trasmettere le ipotesi di riordino alla rispettiva regione che, sulla base delle ipotesi ricevute, provvederà ad elaborare le proposte e a trasmettere al Governo entro il 23 ottobre 2012.
  L'articolo 17 del decreto-legge n. 95 del 2012, stabilisce infatti che: «...Il Consiglio delle autonomie locali di ogni regione a statuto ordinario o, in mancanza, l'organo regionale di raccordo tra regioni ed enti locali, entro settanta giorni dalla data di pubblicazione in
Gazzetta Ufficiale della deliberazione di cui al comma 2, nel rispetto della comunità territoriale della provincia approva una ipotesi di riordino relativa alle province ubicate nel territorio della rispettiva regione e la invia alla regione medesima entro il giorno successivo. Entro venti giorni dalla data di trasmissione dell'ipotesi di riordino o, comunque, anche in mancanza della trasmissione, trascorsi novantadue giorni dalla citata data di pubblicazione ciascuna regione trasmette al Governo, ai fini di cui al comma 1, una proposta di riordino delle province ubicate nel proprio territorio, formulata sulla base dell'ipotesi di cui al primo periodo. Le ipotesi e le proposte di riordino tengono conto delle eventuali iniziative comunali volte a modificare le circoscrizioni provinciali esistenti alla data di adozione della deliberazione di cui al comma 2. Resta fermo che il riordino deve essere effettuato nel rispetto dei requisiti minimi di cui al citato comma 2, determinati sulla base dei dati di dimensione territoriali e di popolazione, come esistenti alla data di adozioni della deliberazione di cui al medesimo comma due».
  Nella more della conversione in legge del citato decreto n. 95 del 2012, il Governo ha poi deliberato in merito alla individuazione dei requisiti demo-territoriali che, salvo limitate eccezioni tutte le Province dovranno possedere al termine del riordino, stabilendo che l'estensione territoriale non dovrà essere inferiore a 2.500 chilometri quadrati e la popolazione residente non inferiore a 350.000 abitanti.
  Allo stato attuale, quindi, il Governo è in attesa delle proposte di riordino che dovranno pervenire dalle singole regioni.
  Tanto rilevato sotto l'aspetto normativo in merito poi al quesito formulato dall'interrogante, relativo alla dislocazione degli uffici e dei servizi provinciali, si fa presente che tali uffici e servizi saranno ubicati tendenzialmente nei comuni capoluogo; ciascuna provincia, tuttavia, nell'ambito della propria autonomia organizzativa e all'esito del processo di riduzione, potrà comunque articolarne diversamente la dislocazione sul proprio territorio, sempre che sussistano esigenze oggettive e sia garantita la riduzione della spesa.
  Per quanto concerne il secondo quesito, relativo alla denominazione da attribuire alle nuove province e, in particolare, all'esigenza rappresentata dall'interrogante di vietare che le denominazioni stesse coincidano con una sola delle province accorpate, si sottolinea che anche in tale ambito si intende valorizzare l'autonomia organizzativa degli enti locali coinvolti nel processo di riordino. Gli stessi infatti potranno provvedere alla individuazione del
nomen da attribuire alle nuove realtà locali, tramite gli organi cui è demandato in concreto il riordino stesso.
  Sotto tale ultimo profilo si ritiene in conclusione che non potendo in alcun modo essere limitata l'autonomia dei suddetti organi, le denominazioni attribuite potranno anche contenere elementi innovativi.

Il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazioneFilippo Patroni Griffi.


   PICIERNO. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
   la sera del 17 maggio 2012, i coniugi Salvatore Di Pietro e Teresa Del Salvio, rispettivamente di 52 e 55 anni, sono stati vittime di un brutale sequestro, finito in tragedia, a Maracaibo in Venezuela;
   i due coniugi, originari di Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta, si erano trasferiti da alcuni anni con i tre figli nel Paese sudamericano, dove gestivano un'attività commerciale nell'Avenue Fuerzas Armadas del quartiere Isla Dorada di Maracaibo;
   stando all'incerta ricostruzione degli eventi, dopo un'ordinaria giornata di lavoro nel negozio, i Di Pietro sarebbero saliti a bordo della loro vettura per tornare a casa. Nei pressi della loro abitazione sarebbero stati fermati, con lo scoppio di alcuni colpi d'arma da fuoco, da tre individui – in base a quanto ripreso da alcune telecamere in zona – che li avrebbero costretti a salire prima su un'altra auto, e poi su di una imbarcazione per raggiungere un'isola vicina;
   cosa sia accaduto nei momenti successivi al sequestro, definito dalla commissario Odalis Caldera – segretaria di sicurezza e ordine pubblico dello Stato Zulia – come un «crimine atipico» per le modalità e i poco chiari obiettivi dei sequestratori, è stato ricostruito a fatica. Dalle prime notizie giunte dal Venezuela, sembrerebbe che per le condizioni climatiche avverse, e forse per l'agitazione a bordo dovuta a una ribellione del Di Pietro, l'imbarcazione non abbia retto alle sollecitazioni, affondando a circa 150 metri dalla riva. Mentre i tre sequestratori sono riusciti a fuggire a nuoto, i coniugi casertani sono stati ritrovati senza vita sulla spiaggia Guajira dello Stato Zulia, la mattina di venerdì 18 maggio. Il corpo della Del Savio era legato agli arti superiori e inferiori, mentre il Di Pietro aveva una manetta allacciata al polso sinistro, presumibilmente perché incatenato all'imbarcazione;
   emergono nelle ultime ore nuovi ed oscuri elementi, che calano un velo di mistero sulla torbida vicenda. In particolare, il medico legale, incaricato di periziare le salme, sembrerebbe aver escluso la morte per annegamento. Inoltre, il Di Pietro sarebbe stato vittima già altre volte di sequestro di persona;
   il consolato generale d'Italia a Caracas sarebbe stato attivato solo nella tarda serata di sabato 19 maggio. Difatti, come riferiscono i familiari delle vittime, lo stesso console avrebbe esternato il proprio stupore dopo essere stato interpellato dai familiari, a distanza di 48 ore dalla tragedia;
   ad oggi il Ministero degli affari esteri non ha ancora ufficializzato l'accaduto –:
   di quali notizie sia in possesso in relazione al tremendo duplice omicidio in oggetto, e quali iniziative intenda assumere per sollecitare, mediante gli opportuni canali diplomatici, le autorità venezuelane a far piena luce sull'accaduto;
   se e quali iniziative diplomatiche intenda attivare al fine di ottenere i dovuti chiarimenti circa la mancata e tempestiva comunicazione dell'accaduto alla rappresentanza italiana presso Caracas, e quali siano le motivazioni per cui il Ministero non abbia ancora ufficializzato la morte dei due connazionali in Venezuela. (4-16228)

  Risposta. — Come noto, i coniugi Di Pietro e Del Savio sono stati rapiti a Maracaibo nella serata del 17 maggio 2012, intorno alle ore 20.00, immediatamente dopo la chiusura della loro attività commerciale.
  Nella mattinata del giorno successivo, il console d'Italia a Maracaibo, informato del ritrovamento dei corpi dei connazionali (avvenuto alle ore 08.00 del giorno 18) ha investito del caso l'esperto antisequestri presso l'ambasciata d'Italia a Caracas. Quest'ultimo ha quindi immediatamente avviato il necessario coordinamento con le locali autorità inquirenti e investigative preposte, al fine di acquisire ogni necessario elemento informativo che conducesse agli autori del crimine.
  La vicenda è stata seguita, sin da quando se ne è avuta notizia, con la massima cura dalle Autorità consolari italiane. Il console ha incontrato in più occasioni i familiari delle vittime, assicurando il massimo impegno ad effettuare tutti i necessari passi per seguire l'attività investigativa delle autorità locali e l'inchiesta. Sono stati effettuati passi formali presso i massimi organi di governo territoriale e le competenti autorità di polizia per una rapida conclusione dell'inchiesta, con l'individuazione dei responsabili del delitto.
  A seguito di tali interventi e dei contatti intrattenuti dall'ambasciata con le autorità venezuelane, l'esperto antisequestro è entrato in contatto diretto con gli investigatori venezuelani e con il pubblico ministero, che hanno avallato l'ipotesi di sequestro a scopo di estorsione. Secondo le risultanze raccolte, la morte dei coniugi potrebbe essere avvenuta in modo del tutto accidentale, durante l'attraversamento di uno specchio d'acqua verso la località ove i sequestratori avrebbero condotto gli ostaggi, e provocata dalla possibile reazione dei coniugi, che avrebbe causato il ribaltamento dell'imbarcazione, complici le riscontrate, avverse, condizioni del mare.
  Peraltro i familiari hanno confermato che il signor Di Pietro non sapeva nuotare. Si ritiene che una combinazione di fattori, quali il mare agitato, la comprensibile condizione di forte stress e il buio della notte, abbiano condotto al tragico epilogo.
  Dalle risultanze degli esami autoptici è risultato in modo inequivocabile che entrambi i connazionali sono deceduti a seguito di annegamento e che le escoriazioni pur presenti su entrambi i corpi erano da attribuire ad urti avvenuti sul fondale e sulla battigia. Al momento del ritrovamento dei corpi, il polso sinistro del signor Di Pietro era ammanettato.
  Nessuno dei due coniugi era mai stato, in precedenza, vittima di sequestro e l'unico atto delittuoso subito si riferisce ad una rapina a danno della loro attività commerciale circa quindici anni prima.
  L'esperto antisequestri presso l'ambasciata a Caracas, nell'ambito della propria accurata attività professionale, ha pertanto escluso, da parte sua, qualunque lato oscuro sulla triste vicenda.
  Anche gli atti redatti dalla polizia giudiziaria venezuelana confermano il sequestro a scopo di estorsione e la morte per annegamento.
  Le indagini sin qui condotte hanno permesso di identificare alcuni degli autori del sequestro, contro i quali è stato spiccato dal giudice investito del caso mandato di cattura per sequestro di persona e omicidio. Ciononostante, nessuno di loro è stato sinora assicurato alla giustizia.
  Conformemente alle previsioni di legge, la rappresentanza consolare competente ha provveduto a dare notizia del reato alla procura della Repubblica di Roma.
  È pertanto certamente triste ed esecrabile che il rapimento dei due connazionali si sia concluso con il loro decesso. È tuttavia altrettanto certo che l'ambasciata, il consolato a Maracaibo e l'esperto antisequestro hanno fatto e continuano a fare tutto il possibile, in coordinamento con le autorità venezuelane, per accertare la verità in questa tragica vicenda.

Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteriMarta Dassù.


   PIFFARI e CIMADORO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   il decreto legislativo 2 settembre 1997, n. 320, recante Norme di attuazione dello statuto speciale della regione Trentino-Alto Adige recante modifiche ed integrazioni al decreto del presidente della Repubblica 22 marzo 1974, n. 381, e delega alle province autonome di Trento e di Bolzano di funzioni amministrative dello Stato in materia di viabilità, è un decreto legislativo che ha dato attuazione allo statuto speciale della regione Trentino-Alto Adige delegando alle province autonome di Trento e di Bolzano alcune competenze in materia di viabilità dello Stato, quale la gestione delle strade statali;
   dal 1° luglio 1998 le funzioni in materia di viabilità stradale dello Stato quale ente proprietario e dell'Ente nazionale per le strade (ANAS) sono state delegate alle rispettive province autonome. La legge stabilisce le modalità per l'approvazione dei piani di viabilità, di gestione e d'incremento della rete stradale ed anche le modalità con cui lo Stato stanzia i fondi a favore delle province per la gestione della rete statale (articolo 1). La citata normativa ha inoltre soppresso il compartimento ANAS di Trento trasferendo il personale in servizio presso lo stesso (articolo 2) ed i relativi beni mobili ed immobili (articolo 3) alle province autonome;
   le strade statali del Trentino-Alto Adige mantengono quindi la classificazione di strada statale in quanto vengono gestite con fondi dello Stato e per il fatto che non si tratta di un trasferimento dal demanio dello Stato a quello delle regioni, come avvenuto nelle regioni a statuto ordinario per effetto del decreto legislativo n. 112 del 1998, ma di una delega in materia di viabilità; pertanto la titolarità resta sempre in capo allo Stato;
   si è appreso da quanto pubblicato in un articolo apparso on-line sul sito ilsole24ore.it in data 30 luglio 2012 che la provincia di Bolzano per voce del suo presidente Luis Durnwalder introdurrà a partire dal prossimo anno un sistema di pedaggio per il versante di sua competenza della strada statale 38 dello Stelvio;
   testualmente l'articolo riporta: «Si chiamerà Green Pass la vignetta che dal 1° gennaio 2013 automobilisti e motociclisti in transito lungo il versante altoatesino del passo dello Stelvio dovranno acquistare e applicare sul proprio mezzo di trasporto. Oggi la Giunta provinciale ha fissato le tariffe: 10 euro per il tagliando settimanale, 30 euro per i mezzi pesanti, 60 euro l'abbonamento stagionale. Il sistema scelto, simile a quello delle autostrade austriache, è quello della vignetta, che per lo Stelvio si chiamerà Green Pass. Non ci saranno dunque i classici caselli, ma il Green-Pass potrà essere acquistato presso 7 punti vendita: 3 all'altezza del Passo, 2 a Trafoi, 1 a Gomagoi e 1 a Prato allo Stelvio. Solo tre punti vendita (Passo, Gomagoi e Trafoi) saranno attrezzati per il pagamento in contanti, le restanti strutture saranno completamente automatizzate e destinate a possessori di bancomat o carta di credito»;
   l'articolo citato è confermato dallo stesso sito web della provincia di Bolzano www.provincia.bz.it che lo riporta integralmente in data 30 luglio 2012 nel quadro delle comunicazioni ufficiali –:
   se il Ministro sia a conoscenza dei fatti in questione e quali iniziative di competenza intenda assumere al riguardo. (4-17308)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione parlamentare in esame si fa presente quanto segue.
  Gli interroganti hanno segnalato la decisione della provincia autonoma di Bolzano di introdurre un sistema di pedaggio lungo la strada statale 38 dello Stelvio, per il versante di sua competenza, a partire dal prossimo anno.
  Come è noto, l'articolo 19 del decreto del Presidente della Repubblica del 22 marzo 1974, n. 381 ha delegato a decorrere del 1o luglio 1988, alle province autonome di Trento e di Bolzano, per il rispettivo territorio, le funzioni in materia di viabilità stradale dello Stato, quale ente proprietario, e dell'ente nazionale delle strade (Anas), escluse le autostrade.
  Nel caso di specie, ai sensi dell'articolo 11-
bis, comma 1, della successiva legge provinciale 16 marzo 2000, n. 8, la Provincia autonoma di Bolzano può istituire una tariffa d'uso per l'ingresso e la circolazione di veicoli a motore su strade extraurbane di propria competenza, interessate, anche in singoli periodi dell'anno, da consistenti flussi di veicoli a motore; ciò al fine di garantire, tra l'altro, il transito in condizioni di sicurezza, la riduzione della congestione del traffico veicolare, nonché una migliore tutela dell'aria, dell'ambiente e del paesaggio.
  È utile ricordare che in materia, più in generale, l'articolo 6, comma 4, lettera
b) del codice della strada prevede che l'ente proprietario della strada può stabilire obblighi, divieti e limitazioni di carattere temporaneo o permanente per ciascuna strada o tratto di essa, o per determinate categorie di utenti, in relazione alle esigenze della circolazione o alle caratteristiche strutturali delle strade. Invero, sul punto va altresì precisato che la potestà appena richiamata deve essere attuata con le ordinanze di cui all'articolo 5, comma 3, del medesimo codice della strada, le quali sul punto devono essere oggetto di adeguata motivazione con riferimento alle esigenze della circolazione ovvero alle caratteristiche strutturali delle strade.
  Resta comunque inteso che la fattibilità di tale iniziativa va valutata soprattutto in conformità al principio di libera circolazione dei cittadini su tutto il territorio nazionale sancito dall'articolo 16 della Carta costituzionale, per cui è di tutta evidenza che lo spostamento oggi gratuito attraverso il passo dello Stelvio deve essere garantito attraverso un idoneo itinerario alternativo senza pedaggio, analogamente a quanto avviene per le tratte autostradali a pedaggio.

Il Ministro delle infrastrutture e dei trasportiCorrado Passera.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   come riferiscono recenti notizie stampa, l'ufficio valutazione di impatto ambientale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha espresso parere positivo alla richiesta della Petroceltic Elsa di sondare il mare tra il Gargano e le Isole Tremiti alla ricerca del petrolio;
   la Petroceltic Elsa è una società controllata al 100 per cento dalla irlandese Petroceltic international Plc, quotata nella borsa di Londra e in quella di Dublino e svolge dal 2005 attività di ricerca idrocarburi in Italia. Attualmente Petroceltic Elsa è operatore di quattro permessi di ricerca e titolare di altri tre permessi, in cui operatori sono Vega oil ed Eni. Ma non è tutto, perché la società ha una decina di istanze aperte davanti al Ministero dell'ambiente, tra cui le due che riguardano il mare di fronte al Gargano;
   la Petroceltic Elsa ha infatti avanzato al Ministero richieste oltre che per le perforazioni davanti al lago di Lesina, a 12 chilometri dalle Tremiti e a 11 dalla costa su cui ha avuto parere positivo dall'ufficio valutazione di impatto ambientale, anche per un'altra perforazione che interessa un'area a 7,8 chilometri dalla foce del Fortore e a 4,5 dall'arcipelago paradiso dei sub di fama internazionale, per una superficie complessiva di 528 chilometri quadrati, in una zona in cui la profondità del mare è compresa tra i 40 e i 150 metri;
   il comitato regionale valutazione di impatto ambientale aveva già espresso parere negativo e analogo parere negativo è stato espresso a febbraio su altra richiesta della stessa società olandese;
   il parere negativo dell'organismo regionale è maturato anche in seguito alle proteste e ai pericoli di altre perforazioni petrolifere annunciate al largo della costa di Monopoli e allo spiaggiamento dei capodogli, che si sospetta possano essere stati causati anche da terremoti subacquei naturali o indotti;
   l'area prescelta, infatti, è molto vicina a quella in cui nello scorso dicembre nove capodogli si spiaggiarono – davanti alla foce di Varano, sulla spiaggia di Capoiale – e solo due riuscirono a riprendere il mare;
   c’è il timore che lo scopo ultimo della società consista nella installazione lungo tutto il tratto della costa adriatica di infrastrutture petrolifere destinate a restare in attività per decenni, con tutti i rischi o i danni che ne possono derivare;
   notizie di stampa segnalano che la società, agli inizi di marzo del 2010, ha iniziato la campagna esplorativa nell'area del pozzo Elsa 2, al largo di Ortona, con la nave Ogs Explora dell'Istituto nazionale di oceanografica, senza nemmeno aver aspettato l'esito della valutazione di impatto ambientale ministeriale;
   a seguito del via libera da parte dell'ufficio valutazione di impatto ambientale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, la società potrebbe avviare il progetto di ricerca, che prevede anche perforazioni del sottosuolo marino fino ad una profondità di 4000 metri;
   le perforazioni petrolifere metterebbero in serio rischio un tratto di mare e di natura ancora quasi del tutto incontaminate, con gravi danni per la flora e la fauna marina, oltre che per il turismo e l'economia della zona –:
   per quali motivi sia stato dato parere positivo alle suddette perforazioni che rischiano di pregiudicare un tratto di mare e di natura ancora quasi del tutto incontaminate, con gravi danni per la flora e la fauna marina, oltre che per il turismo e l'economia della zona;
   per quali motivi l'ufficio valutazione di impatto ambientale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare abbia espresso parere positivo per un'operazione sulla quale il Comitato regionale valutazione di impatto ambientale aveva già espresso parere negativo;
   in che modo si sia operato per verificare il rispetto di tutte le normative nazionali e comunitarie a tutela dell'ambiente marino;
   se non ritenga opportuno non procedere a firmare il decreto di valutazione di impatto ambientale relativo a tali attività. (4-06902)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione n. 4-06902 relativa alle ricerche petrolifere nell'Adriatico, nei pressi delle isole Tremiti, da parte della Petroceltic, si rappresenta quanto segue.
  A seguito dell'entrata in vigore delle limitazioni all'attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in mare, introdotte dall'articolo 6, comma 17, del decreto legislativo n. 128 del 2010, di modifica al codice ambientale, la società
Petroceltic Italia srl ha presentato al Ministero dello sviluppo economico l'istanza di riperimetrazione e unificazione dei permessi di ricerca denominati «d494 BR-EL», «d497 BR-EL» e «d498 BR-EL», al fine di escludere le zone interdette.
  In data 10 gennaio 2011 il Ministero dello sviluppo economico, verificato che l'area proposta nella riperimetrazione rispettasse i vincoli posti dalla normativa citata, ha dato assenso al proseguimento dell’
iter istruttorio relativo al permesso di ricerca (denominazione «d494 BR-BL»).
  Il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, nel prendere atto della decisione della società proponente di proseguire l’
iter istruttorio di valutazione di impatto ambientale (Via) con una modifica dell'area e del relativo programma lavori, ha evidenziato la necessità di ritirare le istanze in corso per i progetti denominati «d497 BR-EL» e «d498 BR-BL», di aggiornare il contenuto della documentazione tecnica del progetto «d494 BREL» e provvedere a una nuova fase di consultazione del pubblico, con la pubblicazione sui quotidiani, della riperimetrazione dell'area del permesso di ricerca «d494 BR-EL».
  Tutta la documentazione richiesta è stata ricevuta in data 11 aprile 2011; si è provveduto a comunicare a tutte le amministrazioni interessate l'esito positivo riguardo la procedibilità dell'istanza relativa al permesso di ricerca con riperimetrazione del progetto «d494 BR-EL».
  La commissione tecnica di verifica dell'impatto ambientale Via/Vas, con parere n. 732 del 10 giugno 2011, ha espresso parere positivo con prescrizioni riguardo la compatibilità ambientale del progetto, esclusivamente per quanto attinente alla ricerca sismica con tecnica
air-gun.
  Successivamente, la regione Molise, con delibera di giunta regionale n. 452 del 14 giugno 2011, ha espresso «la propria netta e totale contrarietà nei confronti del progetto» e le osservazioni contenute nella predetta delibera sono state controdedotte dalla Commissione tecnica di verifica dell'impatto ambientale Via/Vas, con il parere n. 806 del 25 novembre 2011, che ha confermato il precedente parere n. 732.
  La Regione Puglia, con delibera della giunta regionale n. 2858 del 20 dicembre 2011, ha espresso parere non favorevole per il progetto e la sopra citata Commissione tecnica di verifica dell'impatto ambientale Via/Vas con parere n. 895 del 16 marzo 2012, ha controdedotto detto parere confermando il parere favorevole n. 732.
  Il 2 maggio 2012, il Ministero per i beni e le attività culturali ha espresso parere favorevole al progetto della società
Petroceltic Italia srl.
  A conclusione dell'istruttoria è stato emanato il decreto di compatibilità ambientale n. DVA-DEC-2012-0000432 del 7 agosto 2012.
  Si rammenta che il progetto in questione riguarda la sola prospezione geofisica con la tecnica dell’
air-gun e si colloca al di fuori delle aree di divieto introdotte dal decreto legislativo citato (articolo 2, comma 3, lettera h), del decreto legislativo n. 128 del 2010.
  Detto decreto ha imposto una serie di prescrizioni riguardanti particolari restrizioni nella propagazione delle onde acustiche, la non effettuazione delle attività in concomitanza del passaggio di mammiferi marini, l'adozione di tecniche di rilevamento poco impattanti.
  L'attività di prospezione e di ricerca sismica è effettuata a mezzo di navi appositamente attrezzate, trainanti un cavo detto
streamer che reca, alternativamente, valvole ad aria compressa, dette air-gun, e geofoni. Gli air-gun liberano ad intervalli di tempo regolari aria compressa, creando onde sonore che sono riflesse dal fondale marino e captate dai geofoni che, a loro volta, trasmettono i dati alla nave dove vengono elaborati.
  Naturalmente, una semplice attività di prospezione sismica della durata di pochi giorni non prevede la realizzazione di alcun tipo di opera, sia temporanea che fissa.
  Si evidenzia dunque che in questa fase il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare non ha autorizzato, né ha facoltà di farlo, alcuna perforazione in mare alla società
Petroceltic, ma si è soltanto espresso positivamente in merito ai programmi di esplorazione presentati da quella società.
  Le autorizzazioni a perforare potrebbero essere rilasciate, in futuro, qualora venisse conferito alla società
Petroceltic un permesso di ricerca; a seguito di studi geologici e geofisici, che normalmente richiedono circa tre anni, in base ai quali fosse individuato un potenziale giacimento di idrocarburi. La ipotetica domanda di perforazione, che andrebbe presentata ai competenti uffici tecnici del Ministero dello sviluppo economico, richiederebbe specifica valutazione di impatti ambientali e potrebbe essere autorizzata a seguito di un procedimento ad evidenza pubblica.
  Vale la pena ricordare che le perforazioni nei mari italiani si sono regolarmente sviluppate a partire dal 1960, con l'esecuzione di oltre 1000 sondaggi e il rinvenimento di numerosi giacimenti, rivelandosi sempre perfettamente compatibili con le attività turistiche e di pesca come dimostra chiaramente il polo di Ravenna, dove è stata sviluppata al massimo la ricerca petrolifera e le attività turistiche e la pesca si svolgono regolarmente. Si può anzi osservare che le piattaforme presenti in Adriatico si sono trasformate in altrettante aree di salvaguardia e ripopolamento ittico, precedentemente assenti in quelle acque.
  L'estrazione di petrolio e gas avviene in Italia senza alcun incentivo economico ed è soggetta a
royalties variabili tra il 7 per cento e il 10 per cento ed ad un sistema di tassazione complessivamente pari a circa il 65 per cento del valore prodotto. Negli ultimi anni, a causa dell'estrema complessità del sistema autorizzativo, le perforazioni esplorative in Italia si sono ridotte quasi a zero (un pozzo esplorativo nel 2011, nessuno nel 2012).
  Nell'ambito della nuova strategia energetica è prevista una limitata serie di altri siti di ricerca e sviluppo in zone esterne e distanti da aree sensibili e protette, in grado di promuovere investimenti rilevanti e nuova occupazione, finalizzate, altresì, ad aumentare significativamente la produzione nazionale di idrocarburi. Tutti questi programmi saranno ampiamente pubblicizzati e resi noti sul territorio, di cui si garantirà il massimo coinvolgimento.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mareCorrado Clini.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   dalla risposta all'interrogazione 5-02864 emerge che: in merito ai lavori di restauro della tavola dell'Annunciazione di Benozzo Gozzoli, per quanto riguarda quelli compiuti nel 1987 da G. Manuali, a cura del comune di Narni e a spese del Lion's Club di Narni, non risulta agli atti della Soprintendenza la relazione conclusiva dei lavori;
   «agli atti della Soprintendenza non risulterebbe sia stato presentato un progetto del restauratore Deturres» nonostante il progetto fosse stato elaborato a richiesta comune di Narni e allo stesso presentato (ne pagò infatti le spese fotografiche), progetto che, a fronte delle gravi condizioni riscontrate nell'opera, sconsigliava un intervento di restauro immediato e suggeriva, tra l'altro, la rimozione totale di tutte le materie e sostanze applicate sulla preziosa tavola nel corso degli interventi pregressi ed un successivo, lungo periodo di «quarantena» in ambiente climatizzato, per valutare con cura ed attenzione tempi e modalità di un eventuale nuovo restauro;
   nonostante la scelta di procedere, in senso opposto rispetto a quanto consigliato da Deturres, ad un nuovo radicale intervento di «miglioramento estetico e fissaggio dei sollevamenti di colore», ad opera di G. Manuali e di «risanamento e consolidamento del supporto» per mano di R. Saccuman, di questo restauro, che risale al 2001, «le relazioni finali non risultano agli atti della Soprintendenza»;
   in un articolo comparso sul Corriere dell'Umbria a firma Chiara Rossi del 30 giugno 2010 sulla visita ai laboratori della CBC a Perugia e dal titolo «Nessun timore per l'Annunciazione» si legge che si stanno confrontando i dati recentemente acquisiti con «la documentazione d'archivio sui restauri precedenti»;
   in merito, infine, al fatto che non risulterebbe alcuna offerta avanzata nel 2007 da parte di privati per il restauro del dipinto, si segnala che agli interroganti risulta invece che tale offerta venne avanzata all'amministrazione comunale;
   risulterebbero stanziati 30.000 euro di cui 5.640 per indagini diagnostiche, 15.582,37 per fasi operative di restauro e la cifra restante per eventuali approfondimenti ed integrazioni con la stipula, il 24 marzo 2010, di un contratto con la CBC Soc. Coop. a.r.l. di Roma per un importo di 15.582,37 –:
   quale documentazione d'archivio sui restauri precedenti si stia analizzando presso i laboratori della CBC a Perugia atteso che nella risposta alla interrogazione 5-02864 si afferma che «le relazioni finali degli ultimi interventi non risultano agli atti della Soprintendenza»;
   se e quali iniziative intenda promuovere per verificare le ragioni della mancata trasmissione delle relazioni finali dei lavori di restauro della Tavola dell'Annunciazione del 1987 e del 2001 alla Soprintendenza e quali iniziative intenda promuovere per acquisirle;
   se e quali iniziative intenda promuovere per verificare le ragioni della mancata trasmissione del progetto del restauratore Deturres e quali iniziative intenda promuovere per acquisirlo;
   se si intenda chiarire per quali motivi l'offerta del privato avanzata nel 2007 sia stata respinta;
   se e come siano stati impiegati i 5.640 euro per le indagini diagnostiche la cui gestione ed impiego avrebbe dovuto precedere la fase operativa e se la cifra di 15.582,37 sia da considerarsi sufficiente per un restauro definitivo. (4-08160)

  Risposta. — Si fa riferimento all'interrogazione in esame facendo seguito a quanto già esposto sulla medesima questione nella replica resa, in data 14 maggio 2010, alla precedente interrogazione a risposta in Commissione n. 5-02864 del 2010.
  L'attuale atto di sindacato ispettivo pone, in particolare, i seguenti, più specifici quesiti:
   1) quale documentazione d'archivio sui restauri precedenti si stesse analizzando presso i laboratori della CBC di Perugia, atteso che nella risposta alla interrogazione 5-02864 si affermava che «le relazioni finali degli ultimi interventi non risultano agli atti della Soprintendenza»;
   2) se e quali iniziative si intendeva promuovere per verificare le ragioni della mancata trasmissione delle relazioni finali dei lavori di restauro della Tavola dell'Annunciazione, del 1987 e del 2001, alla Soprintendenza e quali iniziative sarebbero state intraprese per acquisirle;
   3) quali iniziative l'amministrazione avrebbe inteso promuovere per verificare le ragioni della mancata trasmissione del progetto del restauratore Deturres e quali iniziative avrebbe intrapreso per acquisirlo;
   4) per quali motivi l'offerta di privati, avanzata nel 2007, sia stata respinta;
   5) se e come siano stati impiegati i 5.640 euro per le indagini diagnostiche, la cui gestione ed impiego avrebbe dovuto precedere la fase operativa, e se la cifra di 15.582,37 euro sia da considerarsi sufficiente per un restauro definitivo.

  Esaminando nell'ordine numerico i quesiti ora riportati, si rappresenta quanto segue:
   1/2) Accertata l'irreperibilità delle relazioni finali degli ultimi due interventi di restauro (1988 e 2001) negli atti della cessata Soprintendenza per i beni architettonici, il paesaggio, il patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico dell'Umbria, si è proceduto alla raccolta di informazioni direttamente presso i restauratori Giovanni Manuali e Roberto Saccuman, che hanno fornito ulteriori elementi conoscitivi attraverso comunicazioni verbali e scritte. In particolare, Roberto Saccuman ha provveduto a fornire una copia della relazione a suo tempo compilata, mentre Manuali ha consegnato una nota informativa che sopperisce alla relazione originale, già consegnata all'associazione Lions Club di Narni, committente dell'intervento. La documentazione fotografica, attestante lo stato conservativo del dipinto fin dall'inizio del secolo XX, è stata reperita presso l'Archivio storico fotografico della Soprintendenza monumenti dell'Umbria. Successivamente, il Comune di Narni ha fornito lastre radiografiche dell'opera, realizzate nel 2005 su disposizione dello stesso ente.
  Inoltre, sono state effettuate numerose riprese fotografiche che attestano le condizioni del dipinto prima dell'attuale intervento di restauro, realizzate, come da progetto, a cura della ditta CBC. Tale documentazione è stata mostrata nel corso dell'incontro con il Comune di Narni e l'associazione «Amici di Benozzo Gozzoli», avvenuto a Perugia nel laboratorio di restauro della ditta CBC, iniziativa resa nota nell'articolo comparso nel
Corriere dell'Umbria il 30 giugno 2010, citato nelle premesse dell'interrogazione;
   3) la cessata Soprintendenza per i beni architettonici, il paesaggio, il patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico dell'Umbria, nell'ambito dell'attività autorizzativa per l'esecuzione di opere e lavori di qualunque genere sui beni culturali, non ha mai ricevuto dal Comune di Narni il progetto del restauratore Deturres, non potendone, pertanto, effettuare una valutazione. Il progetto del restauro, finanziato con fondi ministeriali, su richiesta e per iniziativa della Direzione regionale, è stato elaborato dal personale tecnico della stessa Direzione e della Soprintendenza competente, nel rispetto delle indicazioni contenute nella relazione elaborata, già nel 2004, dai tecnici dell'allora Istituto centrale del restauro;
   4) la proposta di una donazione privata, destinata al restauro in questione, non risulta mai pervenuta alla Soprintendenza;
   5) gli esami non invasivi, previsti dal progetto per l'importo complessivo di 5.640 euro, sono stati eseguiti, nel laboratorio perugino della ditta Cbc, dalla Art-Test di Pisa, preventivamente alla fase operativa dell'intervento di restauro. Inoltre, nel corso dei lavori si è proceduto all'analisi stratigrafica della pellicola pittorica, mediante microscopia elettronica a scansione abbinata alla microsonda elettronica (Sem-Eds); a seguito della pulitura della superficie pittorica, sono state eseguite macro fotografie, anche a luce radente, alle porzioni interessate da alterazioni cromatiche, per accertare le probabili cause di natura microbiologica.

  Ad oggi, l'intervento di restauro è stato completamente realizzato, supportato, nell'ultima fase, da indagini diagnostiche supplementari, effettuate nel mese di novembre 2010 da Art-Test in collaborazione con gli istituti del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa e Firenze, per la realizzazione di un modello 3d-multispettrale del dipinto, propedeutico alla progettazione del successivo monitoraggio delle condizioni della tavola.
  Parallelamente, su indicazione dell'Istituto superiore per la conservazione e il restauro, si è proceduto al controllo ambientale della sede espositiva, individuata nel Museo civico di palazzo Eroli di Narni.
  A seguito di un periodo di controllo di oltre tre mesi dello stato conservativo della tavola dopo il restauro, si è provveduto al trasferimento del dipinto nella sede museale, mediante trasporto in cassa doppia, appositamente predisposta. La sua collocazione nella cosiddetta «sala del Ghirlandaio» è stata determinata dai risultati del monitoraggio che hanno confermato l'idoneità e la stabilità dei valori termo-igrometrici, ottenuti con impianto di climatizzazione. Per garantire il lento adeguamento della tavola al microclima della sala espositiva, è stata disposta la conservazione controllata dell'opera nella cassa per un congruo periodo.
  La presentazione dell'intervento di restauro e l'esposizione del dipinto presso il Museo sono state celebrate, con una partecipata manifestazione pubblica, il 9 marzo 2012.

Il Ministro per i beni e le attività culturaliLorenzo Ornaghi.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   a Crotone, è stato recentemente messo sotto sequestro l'impianto di trattamento delle acque reflue urbane, sulla strada statale 106 Jonica, impianto gestito della società Soakro;
   la procura contesta lo smaltimento irregolare dei fanghi prodotti dall'impianto di trattamento delle acque reflue urbane che invece di essere trattati e conferiti in discariche autorizzate finivano direttamente nel torrente Papaniciaro dal quale poi gli stessi confluivano in mare. Sarebbe questa, peraltro, la causa della moria di pesci che si è registrata la scorsa estate alla foce del fiume Esaro e nel tratto nord della costa crotonese;
   sono stati emessi avvisi di garanzia nei confronti di quattro dirigenti della Soakro, la società acque crotonesi interamente partecipata da comune e provincia di Crotone oltre che dai comuni ricadenti nell'ambito territoriale ottimale, che gestisce l'impianto mentre la custodia giudiziaria dell'impianto è stata affidata al sindaco della città dal momento che il depuratore è di proprietà del comune;
   il sindaco dovrà, entro il termine perentorio di venti giorni, ripristinare la funzione dell'impianto e provvedere allo smaltimento dei fanghi che ammontano a trenta metri cubi di materiali, ammassati nei piazzali dello stesso depuratore da quando, nel luglio dello scorso anno, è avvenuto l'ultimo conferimento in discarica;
   con una missiva urgente inoltrata nella mattinata di lunedì 15 maggio al presidente della provincia di Crotone, ai sindaci dei comuni che ricadono nell'ambito territoriale ottimale e al prefetto Vincenzo Panico, il direttore generale della società acque crotonesi Franco Sulla ha comunicato la volontà di rinunciare alla gestione di tutti i ventisette depuratori comunali che entro cinque giorni saranno restituiti all'Ato;
   a distanza di pochi giorni le forze dell'ordine hanno posto sotto sequestro l'acquedotto «Alaco» che sorge tra le province di Vibo Valentia e Catanzaro e ventisei persone (tra tecnici della società di gestione dell'impianto idrico, sindaci dei comuni che utilizzano l'acquedotto, dirigenti di aziende sanitari e quelli dell'Arpacal l'agenzia regionale dell'acqua) risultano indagate dalla competente procura per aver consentito la distribuzione di acqua per uso umano non conferme ai requisiti di potabilità ed in contemporanea –:
   di quali elementi disponga il Governo in merito al rischio di inquinamento ambientale dovuto al cattivo funzionamento del depuratore sequestrato e rispetto agli altri gestiti dalla Soarko, nonché alla valutazione e caratterizzazione dei fanghi presenti;
   se non si intenda procedere ad un'ampia indagine sul funzionamento di tutti i depuratori a partire da quelli calabresi in particolare del crotonese, alla luce dei rischi di una ulteriore procedura di infrazione da parte dell'Unione europea. (4-16194)

  Risposta. — Con riferimento alle problematiche ambientali segnalate nell'interrogazione in esame, in base alle notizie assunte dalla prefettura e dal comune di Crotone, si rappresenta quanto segue.
  Nel corso del triennio 2009-2011, nell'ambito delle attività istituzionali di polizia ambientale, il personale militare della locale capitaneria di porto ha intrapreso una campagna di verifica degli impianti costieri di trattamento acque reflue urbane ricadenti nel compartimento marittimo di giurisdizione.
  Gli esiti degli accertamenti sono stati, negli anni, trasmessi alla competente autorità giudiziaria che, sulla scorta degli atti di polizia giudiziaria depositati, ha avviato un'articolata attività di indagine delegata, congiuntamente alla medesima capitaneria di porto ed al Nucleo investigativo sanità e ambiente della locale procura della Repubblica, per il controllo sui cinquantadue impianti di depurazione comunali ricadenti nel territorio della provincia di Catanzaro e Crotone.
  Giova sottolineare che le attività delegate hanno riguardato le modalità di funzionamento degli impianti, la qualità delle acque trattate nonché i procedimenti di smaltimento dei fanghi derivanti dai processi depurativi; le risultanze delle indagini hanno evidenziato una palese carenza di manutenzione ordinaria e straordinaria in tutti gli impianti sottoposti a verifica.
  Particolari irregolarità sono state rilevate per gli impianti di Cutro, Santa Severina e Crotone e, pertanto, sono state redatte comunicazioni di notizia di reato, dalle quali è scaturito il sequestro dell'impianto del capoluogo sito in località Papaniciaro.
  Con riferimento all'impianto di depurazione delle acque reflue del comune di Crotone, in data 7 marzo 2012, rilevata la scarsa manutenzione dell'impianto e la non corretta gestione dei fanghi biologici prodotti, la provincia di Crotone ha proceduto alla diffida, con contestuale sospensione dell'autorizzazione allo scarico del depuratore delle acque reflue urbane.
  In particolare, in data 11 maggio 2012, l'autorità giudiziaria rilevando gravi lacune gestionali, così come su riportato, ha sottoposto a sequestro preventivo (n. 2503/11 R.G.N.R.), l'impianto di depurazione dei reflui urbani sito in località Papaniciaro nel comune di Crotone. Con lo stesso provvedimento l'autorità giudiziaria ha individuato il sindaco
pro-tempore del comune quale custode giudiziario dell'impianto di depurazione, con mandato di avviare entro il termine di 20 giorni «...tutte le attività per la messa in sicurezza, manutenzione ordinaria e straordinaria e ripristino del normale funzionamento dell'impianto di depurazione, in particolare provvedendosi all'immediato prelievo dei fanghi e degli altri rifiuti speciali prodotti nel corso del processo di depurazione...», subentrando quindi alla gestione finora condotta dalla SOAKRO SpA.
  Nei sopralluoghi effettuati dal personale tecnico del comune, nei giorni immediatamente successivi al sequestro, si è palesato un quadro complessivo di degrado ed abbandono dell'impianto di depurazione.
  In particolare:
   la sezione di grigliatura grossolana non era installata ma, bensì, rimossa e collocata lungo la viabilità interna dell'impianto; inoltre era evidente l'assenza di manutenzione dei componenti;
   la sezione di sollevamento dell'impianto costituita da n. 6 pompe, in realtà, durante i sopralluoghi, si è constatato che solo n. 2 pompe erano in marcia mentre n. 2 avevano necessità di manutenzione e n. 2 erano assenti;
   la sezione di grigliatura fine non era funzionante in quanto alcuni rotostacci erano assenti ed altri erano intasati; le sezioni impiantistiche deputate all'allontanamento del vaglio erano disattivate e in evidente stato di incuria; dagli stessi si generavano sversamenti di liquame grezzo;
   la sezione di dissabbiatura era totalmente ostruita tanto da aver provocato l'uscita di sede del carroponte;
   la sezione di sedimentazione primaria/denitrificazione risultava intasata da fanghi e materiale vario, inclusi i ripartitori, gli stramazzi, i coni di sedimentazione;
   la sezione di aerazione/ossidazione (nitrificazione), è costituita progettualmente, da 3 vasche, tuttavia, solo due di esse erano riempite di liquame; anche in questo caso lo stato di abbandono era evidente, oltre all'assenza di diversi componenti, tra cui circa n. 5 pompe, un aeratore e un motore elettrico di una turbina;
   la sezione di sedimentazione secondaria era intasata da fanghi e con i carroponti da revisionare; l'intero processo di riciclo dei fanghi alla sezione di aerazione era assente;
   la sezione di disinfezione con ipoclorito era disattivata;
   il canale di scarico finale era ostruito da fango e schiuma;
   gli ispessitori dei fanghi ed i letti percolatori erano totalmente saturi;
   la sezione di nastro-pressa non era funzionante così come il preparatore del polielettrolita abbinato;
   l'impianto antincendio era totalmente da revisionare; infatti, alcuni estintori presenti avevano la data di revisione antecedente a 6 mesi ed alcune manichette antincendio erano rimosse dalle cassette;
   le opere edili in calcestruzzo armato e le opere in carpenteria metallica mostravano avanzati stati di usura;
   l'area dell'impianto era disseminata di rifiuti di varia natura tra cui vari container con fanghi e vaglio.

  Sulla scorta di quanto sopra, sono state individuate le operazioni da eseguirsi al fine di porre in sicurezza l'impianto, smaltire i rifiuti presenti, ripristinare le sezioni impiantistiche malfunzionanti o assenti e riattivare il ciclo depurativo biologico.
  Pertanto, in data 25 maggio 2012, la giunta del comune di Crotone con propria delibera n. 180, ha approvato il programma degli interventi per il pieno ripristino della funzionalità dell'impianto di depurazione.
  Successivamente, in data 5 giugno 2012 è stata chiesta ed ottenuta da parte dell'autorità giudiziaria, la proroga dei termini per la messa in sicurezza, manutenzione e ripristino della funzionalità del depuratore in questione, entro il mese di agosto 2012.
  In particolare, sono stati messi in atto i seguenti interventi:
   smaltimento di circa 1.800 tonnellate di fanghi e vaglio;
   disinfestazione e pulizia dell'area del depuratore;
   rimozione dei fanghi presenti nelle diverse sezioni impiantistiche;
   manutenzione straordinaria della grigliatura grossolana, delle pompe di sollevamento, dei rotostacci, dei carroponti, delle turbine di aerazione, del nastro-pressa, del preparatore del polielettrolita e delle carpenterie metalliche (parapetti, scale, batti piede);
   acquisto di n. 2 pompe di sollevamento, n. 2 pompe per il riciclo dei fanghi, n. 1 pompa dosatrice a membrana per la sezione disinfezione e dei
chemicals necessari per il ripristino del processo depurativo biologico;
   ripristino del ricircolo dei fanghi dal sedimentatore secondario alla vasca di aerazione;
   revisione dell'impianto antincendio.

  Si segnala che nel mese di luglio 2012, a seguito di campionamenti ed analisi, è stata accertata la rispondenza dello scarico ai limiti tabellari previsti dall'allegato 5 «Scarico in acque superficiali» tab. 3 alla parte III del decreto legislativo n. 152 del 2006 e successive modificazioni e integrazioni e, conseguentemente, è stata richiesta ad Arpacal l'effettuazione di analisi ufficiali di conferma dello stato di ripristino dell'efficienza della piattaforma depurativa del comune di Crotone.
  Per quanto sopra esposto, il suddetto comune ha assicurato il completamento delle attività richieste dall'autorità giudiziaria nel minor tempo possibile.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mareCorrado Clini.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   si sono verificati ben tre incidenti in due settimane all'inceneritore Acegas-Aps nel quartiere Forcellini-Camin di Padova. Nel primo caso si è trattato di un incendio causato dall'esplosione di una bombola del gas all'interno della fossa dei rifiuti che ha fatto incendiare un materasso, a questo sono seguiti altri due incidenti, l'ultimo dei quali ha fatto fuoriuscire una nuvola di fumo nero del quale non si sa se abbia contaminato l'area del quartiere attorno all'inceneritore poiché l'Arpav, agenzia regionale per la protezione ambientale, non ha fatto i rilevamenti;
   secondo i giornali nelle ultime settimane sono 2 mila le tonnellate campane entrate nei forni dell'impianto del quartiere Forcellini-Camin, il tutto all'insaputa dell'assessore regionale all'ambiente Maurizio Conte e del presidente Zaia;
   l'area del quartiere attorno all'inceneritore, per la diossina presente al suolo depositata da cinquant'anni di attività, è definita dall'Istituto Mario Negri di Milano «a rischio cancro per bambini»;
   con l'ordine del giorno 9/4999-A/2 si è impegnato il Governo a dettagliare la relazione annuale sui rifiuti da presentare alle Camere secondo rigorosi criteri regione per regione e per termovalorizzatore e gassificatore (ubicazione, proprietà, capacità presente o autorizzata (t/a); totale input impianto (t/a) diviso per provenienza; produttività energetica, quantità di scorie prodotte –:
   quale sia la provenienza dei rifiuti destinati all'inceneritore Acegas-Aps di Padova, la loro qualità e quindi i processi di verifica e incenerimento, come venga trattato il carico radioattivo e se venga fatto sostare all'interno del parcheggio dell'azienda;
   se e quali azioni si intendano promuovere a tutela della salute pubblica ed anche dei lavoratori all'interno dell'impianto e quali forme di trasparenza si intendano mettere in atto a garanzia di una corretta informazione della popolazione. (4-16319)

  Risposta. — In risposta all'interrogazione in esame, riguardante le problematiche relative all'inceneritore San Lazzaro, sito nel comune di Padova, sulla base di quanto comunicato dalla regione Veneto e dal predetto comune, si rappresenta quanto segue.
  L'impianto di smaltimento mediante termodistruzione di rifiuti urbani, speciali non pericolosi e sanitari in parola, è in esercizio in virtù di un'autorizzazione integrata ambientale (AIA) rilasciata, ai sensi di quanto stabilito dall'allora decreto legislativo n. 59 del 2005, dalla regione del Veneto con delibera della giunta regionale n. 4139 del 29 dicembre 2009.
  In particolare, la Acegas-Aps S.p.A., che gestisce il predetto impianto, ha ottenuto un parere positivo di compatibilità ambientale (procedura di Via) e, contestualmente, un'autorizzazione integrata ambientale (procedura di Aia) che legittima:
   i lavori di realizzazione della terza linea dell'impianto di incenerimento di rifiuti con recupero energetico, comprensivo delle relative opere accessorie, come già autorizzato dalle delibere della giunta regionale n. 119 del 2000 e n. 3361 del 2003, nonché delle ulteriori varianti sottoposte ad approvazione nell'ambito della procedura Via;
   i lavori di realizzazione delle modifiche migliorative delle linee 1 e 2 in conformità al progetto presentato alla regione del Veneto;
   i lavori di realizzazione delle modifiche migliorative relative al sistema di depurazione delle acque a servizio di tutto l'impianto in conformità al progetto presentato alla regione del Veneto;
   l'esercizio provvisorio del complesso impiantistico costituito dalle linee 1, 2 e 3 fino al rilascio dell'AIA definitiva.

  In ottemperanza alle procedure amministrative, definite dalla disciplina di settore, la società Acegas-Aps con nota prot. n. 19497 del 14 marzo 2011 (prot. reg. n. 127736 del 15 marzo 2011) ha prestato l'atto di collaudo funzionale della linea 3 e, successivamente, con nota prot. n. 42331 del 30 maggio 2012 (prot. reg. n. 259863 del 6 giugno 2012), l'atto di collaudo funzionale delle linee 1 e 2 dell'impianto di smaltimento mediante termodistruzione di rifiuti urbani, speciali non pericolosi e sanitari di San Lazzaro.
  A seguire, sulla scorta delle predette comunicazioni, con nota prot. n. 22140 del 20 marzo 2012, risulta che l'esplosione a cui si fa riferimento nell'atto di sindacato ispettivo in oggetto, sia dovuta a problemi verificatesi il giorno 17 marzo 2012 alle ore 01:00 nel condotto di caricamento del forno della linea 3 e dovuti ad una bombola di gas presente nei rifiuti. Nello specifico, detta bombola, nell'esplodere, ha causato la fuoriuscita di rifiuti incandescenti dal condotto di carico e in particolare di un materasso che, cadendo nella sottostante fossa di accumulo dei rifiuti conferiti, ha innescato un principio di incendio.
  L'Acegas-APS, infatti, prosegue nel riferire che sono stati immediatamente attivati i sistemi di estinzione incendi e contestualmente allertati i vigili del fuoco. L'incendio è stato quindi domato con i presidi presenti in impianto sotto la sorveglianza dei vigili del fuoco e i rifiuti interessati dal fuoco messi in sicurezza; gli stessi, una volta rimossi, sono stati avviati a smaltimento nei forni.
  La stessa società ha fatto sapere, inoltre, che i prodotti di combustione dell'incendio e il vapore generatosi a seguito dell'estinzione del fuoco sono sempre stati confinati all'interno dell'edificio fossa, e i fumi trattati con i sistemi depurativi dell'impianto.
  Le acque impiegate per estinguere l'incendio sono state gestite all'interno della fossa. Sul luogo sono intervenuti tecnici dell'Agenzia regionale di protezione ambientale del Veneto (Arpav) che hanno eseguito tutti i controlli ambientali del caso senza ravvisare situazioni anomale.
  Sempre nella nota del 20 marzo 2012, Acegas-Aps S.p.A. ha fatto presente che l'episodio non ha causato danni all'impianto e che la marcia è ripresa regolarmente non appena ristabilite le normali condizioni di esercizio verso le ore 06.00 circa.
  Per quanto riguarda, invece, l'episodio verificatosi nel mese di marzo 2012 la società Acegas-Aps ha comunicato con nota prot. n. 24622 del 28 marzo 2012 quanto segue.
  Alle ore 15:15 circa del giorno 19 marzo 2012 si è verificata una anomala ed improvvisa rottura nel generatore di vapore della linea 3 che ha comportato l'immissione in camera di combustione di una massiva quantità di acqua con conseguente spegnimento dei rifiuti in combustione e lo sviluppo di una considerevole quantità di vapore (istantaneamente fino a 500 t/h fino ad attestarsi tra 50 e 80 t/h di vapore saturo fino al completo arresto dell'impianto).
  Tutta la massa di vapore si è liberata in atmosfera attraverso la linea di abbattimento fumi e quindi dalla ciminiera. Sul luogo, i vigili del fuoco e i tecnici dell'Arpav, hanno potuto constatare come non fossero da riscontrare significativi impatti ambientali.
  La nota di Acegas-Aps S.p.A. si conclude con la seguente attestazione: «L'evento anomalo non ha in alcun modo messo a rischio l'incolumità né del personale operativo né della popolazione circostante. Neanche l'ambiente ha in alcun modo risentito dell'evento».
  Per quanto riguarda, infine, l'ultimo dei tre incidenti verificatosi in impianto nel mese di marzo 2012, la società Acegas-Aps S.p.A., con nota n. 24622 del 28 marzo 2012, ha riferito quanto segue: «Alle ore 14.00 del giorno 25 marzo 2012 si è verificata l'anomala chiusura della valvola di intercettazione del secondo filtro a maniche della linea n. 2 di incenerimento del termovalorizzatore. Questa anomala chiusura ha provocato [...] una mancata azione di aspirazione, normalmente svolta dal ventilatore di coda per l'espulsione dei fumi attraverso la ciminiera. Nel transitorio, durato circa 5 minuti, si è verificata la fuoriuscita di fumo attraverso la tramoggia di carico del forno 2 verso la fossa rifiuti. Sono intervenuti sul posto i vigili del fuoco allertati dall'esterno, che hanno constatato che non si trattava di incendio e che la situazione, a loro avviso, era già completamente sotto controllo. Le cause che hanno portato alla suddetta chiusura anomala del filtro sono ancora in corso di approfondimento. Non si esclude che possa essere stata provocata da un segnale spurio conseguente al danneggiamento di cavi elettro-strumentali occorso durante il principio di incendio del 17 marzo 2012. Durante tutto l'evento – sottolinea sempre Acegas-Aps – non si sono registrati valori di emissione anomali al camino. Non risultano ulteriori coinvolgimenti od impatti esterni all'impianto».
  La regione del Veneto ha voluto, sin dall'inizio della procedura autorizzativa avviata dalla società, attivare ogni forma di possibile controllo sulle attività svolte in impianto accogliendo la proposta di istituire un osservatorio pubblico presso il comune di Padova, con lo specifico compito di monitorare il funzionamento dell'impianto, avallando la proposta della società Acegas-Aps di rendere conosciuti
on-line sul proprio sito tutti i dati relativi al funzionamento dell'impianto, registrati in tempo reale.
  Nel merito degli episodi sopra richiamati va evidenziato che Arpav, in qualità di organo istituzionale di controllo ha svolto dei tempestivi sopralluoghi in impianto redigendo dei verbali i cui esiti sono stati comunicati alla regione del Veneto e agli altri enti pubblici interessati.
  In particolare, sull'incendio verificatosi il 17 marzo 2012, ossia il primo di quelli su richiamati, le conclusioni di Arpav sono state testualmente le seguenti: «Gli accertamenti condotti con fiale colorimetriche all'interno dello stabilimento non hanno evidenziato la presenza di sostanze inquinanti. Analogamente le analisi eseguite su due campioni di aria prelevati nel
canister in prossimità della fossa di stoccaggio dei rifiuti, dove è scoppiato l'incendio, dimostrano che le concentrazioni delle sostanze organiche volatili ricercate sono basse o inferiori al limite di rilevabilità».
  In occasione del secondo episodio, con nota prot. n. 160323 del 4 aprile 2012, l'Arpav ha comunicato di aver eseguito sia un sopralluogo nell'impianto e sia aver compiuto una serie di analisi che hanno dimostrato come su campioni di aria prelevati dal
canister esterno al perimetro dell'inceneritore fossero presenti tracce di sostanze organiche volatili.
  Sulla base di quanto comunicato, trattandosi di «tracce» ossia di quantitativi esigui, l'Amministrazione regionale ha ritenuto di prendere atto delle risultanze di Arpav e di non dar seguito all'accaduto con ulteriori provvedimenti.
  Per quanto attiene all'ultimo episodio non risulta agli atti alcuna nota trasmessa da Arpav, la quale, peraltro, così come risulta dalle comunicazioni effettuate da Acegas-Aps, non è stata nell'occasione allertata.
  In merito, invece, al conferimento dei rifiuti provenienti dalla regione Campania, presso l'inceneritore di Padova, si evidenzia che l'Arpav con nota prot. n. 48168 del 20 aprile 2011, ha comunicato che nel periodo che intercorre tra il 23 marzo 2011 e il 15 aprile 2011 sono stati conferiti in impianto 2.106.400 kg di rifiuti classificati con CER 19 12 12.
  In riscontro alla succitata segnalazione, con nota prot. n. 215751 del 4 maggio 2011 a firma dell'assessore regionale all'ambiente è stata intimata l'immediata sospensione dei conferimenti vista e considerata l'impossibilità di inquadrare correttamente le tipologie di rifiuto in questione all'interno delle procedure di cui all'articolo 82, comma 3 182 del decreto legislativo n. 152 del 2006.
  Dopo la predetta immediata sospensione Arpav ha effettuato un sopralluogo in data 25 maggio 2011 e con nota, prot. n. 63772 del 27 maggio 2011, ha riscontrato che la citata società aveva ottemperato alla richiesta di sospensione del conferimento di rifiuti presso l'impianto in parola.
  In merito, invece, a fenomeni particolari di inquinamento al suolo derivanti dalla presenza di diossine, il comune di Padova evidenzia che, ai sensi dell'accordo volontario per il monitoraggio delle ricadute dell'impianto di termovalorizzazione rifiuti di San Lazzaro, in vigore fino al 31 dicembre 2013, e sottoscritto dal comune stesso di concerto con il comune di Noventa Padovana, provincia e Acegas-Aps, è stata avviata una campagna di analisi sui terreni di 5 siti al fine di verificare l'eventuale presenza di sostanze inquinanti comprese le diossine, all'interno dell'area di possibile ricaduta delle emissioni dell'impianto, rilevata sulla base di uno studio effettuato da Arpav.
  Per quanto sopra esposto, il caso segnalato sarà monitorato dalla direzione generale competente, al fine di tutelare l'ambiente e la salute pubblica dei cittadini.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mareCorrado Clini.


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   nel territorio del comune di Marano Vicentino, è presente una discarica di rifiuti inerti, di proprietà della ditta Servizi S.r.l. da Montecchio Precalcino che ne gestisce anche l'esercizio e che insiste, altresì, sul territorio del comune di Thiene;
   in base ad autorizzazioni della Provincia di Vicenza questa ex cava, che dal 1992 raccoglie mattoni e calcinacci, ora diventerà una discarica che riceverà sino a 60 tipologie di rifiuti speciali tra cui ceneri di inceneritori per un volume di 3 milioni 138 mila metri cubi;
   la discarica sorge a circa sessanta metri sopra una falda acquifera in cui pesca l'acquedotto di Novoledo a Villaverla che alimenta la città di Padova e alcuni paesi del suo hinterland e da cui attinge l'acquedotto di Padova gestito da Acegas Aps;
   la stessa l'Agenzia regionale per la protezione ambientale del Veneto ha posto l'attenzione sulla conformazione del terreno della Pedemontana vicentina che risulta il meno adatto a proteggere la falda acquifera da eventuali liquidi inquinanti;
   circa un anno fa a seguito delle piogge cadute abbondanti la falda sotterranea si è alzata fino a raggiungere livelli che non si registravano da 40 anni arrivando così ad affiorare sul fondo delle cave con il conseguente rischio di contaminazione;
   è noto il principio di precauzione, principio generale del diritto comunitario che fa obbligo alle autorità competenti di adottare provvedimenti appropriati al fine di prevenire taluni rischi potenziali per la sanità pubblica, per la sicurezza e per l'ambiente, facendo prevalere le esigenze connesse alla protezione di tali interessi sugli interessi economici –:
   di quali informazioni disponga il Governo, anche attraverso l'Autorità di bacino, in merito ai residui per le acque di falda a derivanti dalla discarica citata in premessa e quali iniziative, per quanto di competenza, si intendano promuovere al fine di tutelare cittadini di Padova e del suo hinterland. (4-16903)

  Risposta. — In merito all'argomento sollevato nell'interrogazione in esame, si rappresenta che l'impianto classificato come discarica per rifiuti inerti (ai sensi dell'articolo 4, comma 1, lettera a) del decreto legislativo del 13 gennaio 2003, n. 36), situato nel territorio dei comuni di Thiene e Marano Vicentino, in località Pianelle (Vicenza), è stato gestito dalla società Servizi s.r.l. con sede legale nel comune di Montecchio Precalcino, autorizzato dalla provincia di Vicenza con decreto n. 62, prot. n. 30494 del 20 aprile 2012, (quale ente competente ex articolo 6 della legge regionale 21 gennaio 2000, n. 3).
  Sulla base delle informazioni raccolte dalla regione del Veneto e dalla provincia di Vicenza, la discarica «Vianelle» (avente una superficie pari a 21.000 metri quadri, risulta allestito, in conformità a quanto stabilito dalle norme vigenti (decreto legislativo 13 gennaio 2003, n. 36 per le discariche per rifiuti inerti, come definite dall'allegato 1, paragrafo 1).
  In particolare, il fondo e le pareti della discarica risultano realizzati in conformità ai requisiti tecnici previsti dal punto 1.2.2 dell'allegato 1 al decreto in parola, come attestato da apposito documento di collaudo.
  A seguito della richiesta della società Servizi S.r.l. di integrare l'elenco dei rifiuti conferibili in discarica, autorizzati con il precedente provvedimento n. 110 del 30 settembre 2008, la provincia di Vicenza ha rilasciato il provvedimento n. 62, prot. n. 30494 del 20 aprile 2012, imponendo con esso il rispetto delle condizioni di conferibilità dei rifiuti inerti, secondo le modalità previste dall'articolo 5 del decreto ministeriale 27 settembre 2010 e definite dal Piano di sorveglianza e controllo.
  Per quanto attiene alle caratteristiche chimico fisiche della falda in questione, sin dal 2006 è attivo un monitoraggio realizzato dal dipartimento provinciale Arpav di Vicenza per conto della Provincia di Vicenza sui pozzi spia ubicati a monte ed a valle della discarica in argomento e dai predetti controlli non è emerso alcun fenomeno di contaminazione attribuibile alla discarica medesima.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mareCorrado Clini.