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Resoconti stenografici delle audizioni

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Commissione VIII
8.
Mercoledì 29 ottobre 2008
INDICE

Sulla pubblicità dei lavori:

Alessandri Angelo, Presidente ... 3

Audizione del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, Stefania Prestigiacomo, sulle linee di azione del Governo in tema di politiche ambientali, cambiamenti climatici e riordino delle strutture di ricerca e protezione ambientale (ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento):

Alessandri Angelo, Presidente ... 3 11 14 17 22 26
Bratti Alessandro (PD) ... 14
Dussin Guido (LNP) ... 17
Ghiglia Agostino (PdL) ... 18
Margiotta Salvatore (PD) ... 21
Nucara Francesco (Misto-LD-R) ... 16
Prestigiacomo Stefania, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ... 3 22 25 26
Realacci Ermete (PD) ... 11 14 25
Tortoli Roberto (PdL) ... 20
Zamparutti Elisabetta (PD) ... 19
Sigle dei gruppi parlamentari: Popolo della Libertà: PdL; Partito Democratico: PD; Lega Nord Padania: LNP; Unione di Centro: UdC; Italia dei Valori: IdV; Misto: Misto; Misto-Movimento per l'Autonomia: Misto-MpA; Misto-Minoranze linguistiche: Misto-Min.ling.; Misto-Liberal Democratici-Repubblicani: Misto-LD-R.

COMMISSIONE VIII
AMBIENTE, TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di mercoledì 29 ottobre 2008


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE ANGELO ALESSANDRI

La seduta comincia alle 14,20.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso e la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Audizione del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, Stefania Prestigiacomo, sulle linee di azione del Governo in tema di politiche ambientali, cambiamenti climatici e riordino delle strutture di ricerca e protezione ambientale.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento, l'audizione del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, Stefania Prestigiacomo, sulle linee di azione del Governo in tema di politiche ambientali, cambiamenti climatici e riordino delle strutture di ricerca e protezione ambientale.
Ricordo a tutti che si tratta di un'audizione molto attesa dalla Commissione, non soltanto perché vogliamo mantenere costante un confronto con il Ministro sulle tematiche di comune interesse, ma anche perché tale audizione interviene in un momento di particolare rilevanza sotto il profilo delle scelte ambientali in ambito comunitario. In proposito, peraltro, ho il piacere di dire al Ministro che la Commissione intende avviare, già dalla prossima settimana, l'analisi - per le parti di competenza - del cosiddetto «pacchetto clima-energia» e che, pertanto, anche su questo versante ci attendiamo una forte collaborazione da parte del Governo.
Do la parola al Ministro Prestigiacomo.

STEFANIA PRESTIGIACOMO, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Presidente, onorevoli colleghi, torno con piacere oggi qui per un nuovo confronto con la Commissione. Un incontro che si impone per dare risposta alle vostre istanze di rapporto con il Governo, ma che preme anche a me per il grande contributo di elaborazione e proposta che giunge dalla Commissione e che arricchisce il dialogo istituzionale.
La mia relazione di oggi affronterà due temi, che credo siano quelli suggeriti dal presidente con riferimento alle vostre richieste: la nascita dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) e gli impegni internazionali in materia di riduzione dei gas serra con l'applicazione del protocollo di Kyoto e il negoziato in corso in sede europea sul pacchetto clima-energia.
Al fine di realizzare quanto stabilito dall'articolo 28 dei decreto-legge n. 112 del 2008, organizzando e rendendo operativo l'ISPRA, che nasce dalla contestuale soppressione dell'Agenzia per la protezione dell'ambiente e per i servizi tecnici (APAT), dell'Istituto nazionale per la fauna selvatica (INFS), e dell'Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare (ICRAM) - attualmente gestita attraverso una struttura commissariale -, occorre indirizzare l'azione verso quattro obiettivi prioritari: rilanciare le attività e il ruolo dell'Istituto; garantire la gestione ordinaria dell'ente; adottare le


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determinazioni necessarie sulla questione del precariato; avviare le attività del nuovo Istituto.
Il rilancio del ruolo dell'Istituto partirà, dalla valorizzazione delle sue molteplici competenze e delle professionalità acquisite, sia sotto il profilo della ricerca sia sotto il profilo operativo. Una volta razionalizzata l'attività dei tre organismi e snellita la struttura di gestione per assicurarne maggiore efficienza per il Ministero dell'ambiente, l'ISPRA non potrà che rappresentare un valore aggiunto in termini di autorevolezza, innovazione, apertura al sistema dello sviluppo ecosostenibile, mettendo a frutto l'elevato livello di qualificazione tecnico-scientifica dei personale. L'ISPRA conserverà le funzioni fondamentali dei tre enti disciolti, con un particolare imprintingper la ricerca, che sarà strettamente connessa alle politiche di sviluppo e conservazione dell'ambiente nazionale, anche in relazione alle numerose competenze operative già affidate all'APAT ed alle funzioni essenziali riconnesse all'Istituto nell'ambito del Servizio nazionale di Protezione civile.
Nell'attesa del possibile varo dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, all'ISPRA restano attualmente attribuite numerose e primarie competenze in ordine alle attività tecnico-scientifiche concernenti l'uso pacifico dell'energia nucleare, che l'Istituto esercita attraverso il Dipartimento nucleare, rischio tecnologico e industriale. In particolare, in relazione alle installazioni nucleari, il Dipartimento esprime i pareri per il rilascio delle autorizzazione di legge ed approva i progetti particolareggiati di costruzione, i programmi di prova nucleare e non nucleare per il collaudo, i regolamenti di esercizio e i piani operativi di smantellamento, formulando le relative prescrizioni tecniche. È perciò evidente che l'ISPRA è depositario, in quest'ambito, di un know-howunico nel nostro Paese, e che non potrà non attribuirsi alle strutture dell'Istituto il dovuto rilievo nell'ambito organizzativo della futura Agenzia per la sicurezza nucleare.
Il problema della gestione ordinaria richiede di garantire la continuità delle funzioni esistenti, avviando nel contempo le attività necessarie per l'unificazione e l'integrazione dei servizi fondamentali che prima facevano capo a soggetti diversi, e che ora vanno ridisegnati in un organismo in divenire.
Notevoli sono le difficoltà da superare, sotto il profilo dell'armonizzazione progressiva delle procedure, dell'implementazione di un modello organizzativo efficiente, senza però disperdere preziose competenze ed esperienze, della gestione del personale e delle relazioni sindacali e, infine, della garanzia della disponibilità di adeguate risorse finanziarie.
La struttura commissariale, nello svolgimento dell'attività di ordinaria amministrazione, sta operando nel pieno rispetto dei principio di legittimità, attenendosi al quale ha dovuto procedere ad operazioni delicate quali: l'annullamento di bandi di gara tendenti ad esternalizzare lo svolgimento di attività rientranti invece nelle competenze dell'Istituto; la sospensione di concorsi interni richiedenti una verifica della correttezza delle azioni intraprese; l'implementazione del ricorso a commissioni esterne per le procedure concorsuali; la predisposizione del regolamento per l'affidamento di incarichi esterni; nonché l'indifferibile adeguamento alla normativa sulla sicurezza sul lavoro.
Nel contempo, si sono dovute mantenere le attività in essere, le quali anzi, in questo periodo, sono persino incrementate, quali ad esempio quelle connesse alle autorizzazioni VIA e VAS, la stipula delle convenzioni con le ARPA per i controlli in ambito AIA, lo sviluppo del supporto alla commissione IPPC, l'avvio dei contatti con il Dipartimento della Protezione civile ai fini della predisposizione dell'accordo previsto dalla legge n. 401 del 2001.
La questione del precariato affonda le sue radici nella situazione ereditata dall'ISPRA, quale risultante dalla sommatoria delle realtà riferite ai singoli enti preesistenti APAT, ICRAM e INFS. L'organico complessivo si attesta a 1.494 unità, con una presenza di 1.544 unità lavorative di cui 926 a tempo indeterminato; le rimanenti


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618 sono più o meno equamente suddivise tra personale a tempo determinato (320) e co.co.co. (298).
Occorre peraltro fare una distinzione in relazione ai tre enti confluiti in ISPRA. Per un verso, infatti, presso APAT e INFS è riscontrabile una situazione di vacanza sui posti in organico, anche rispetto al contingente di personale precario attualmente in servizio; per altro verso, presso ICRAM, è dato registrare un numero di unità superiore a quello delta dotazione organica, dovuta al fatto che questo ente svolge attività di ricerca, ed i relativi progetti finanziano anche il personale impiegato. Ciò ha portato nel tempo alla crescita del personale a tempo determinato, con una lievitazione del bilancio dell'ente. Ne è riprova il fatto che, a fronte di un finanziamento statale annuo che si aggira intorno ai 7 milioni di euro, gli ultimi bilanci si muovevano su un ordine di grandezza di quasi cinque volte superiore.
Nella fase di primo avvio dell'ISPRA, l'esigenza prioritaria è quella di assicurarne il funzionamento ordinario, individuando soluzioni che consentano al 1o gennaio 2009 di non trovarsi nell'impossibilità di operare per la quasi contestuale cessazione dal servizio di 536 unità di personale (tra personale a tempo determinato, di cui 150 unità di vincitori di concorso, e cococo). Al fine di realizzare questo obiettivo, stiamo vagliando misure per il trattenimento temporaneo del personale precario e per l'attuazione delle norme, riferite in particolare ad APAT, che già hanno autorizzato l'Agenzia a bandire concorsi anche ai fini della stabilizzazione, per il completamento della dotazione organica.
Nelle more della stesura del regolamento di organizzazione, per ISPRA va definita la nuova dotazione organica, seppur provvisoria, e va adottato il documento indicante il fabbisogno triennale del personale (di fatto biennale, perché riferito al triennio 2008-2010) per attivare i coerenti piani occupazionali.
La struttura commissariale si è posta il problema delle previsioni contenute nella recente legge n. 133 del 2008 che, all'articolo 74, ha imposto a tutte le amministrazioni dello Stato di rivedere i propri assetti organizzativi allo scopo di ottenere economie sia nel numero dei posti dirigenziali di prima e seconda fascia - da ridurre rispettivamente del 20 per cento e del 15 per cento -, sia per il personale non dirigenziale dal cui taglio dovranno provenire economie di costi in misura non inferiore al 10 per cento. Siffatto obbligo, tuttavia, non dovrebbe essere imperativo per il caso ISPRA, in considerazione di quanto disposto dell'articolo 28, comma 3, della citata legge, che tende a porsi nei confronti dell'articolo 74 quale norma speciale e quindi prevalente. Su questa interpretazione si è acquisito un primo assenso da parte delle amministrazioni competenti.
Nella definizione della dotazione organica provvisoria, pari a complessive n. 1326 unità, si è tenuto conto delle presenze effettive in servizio, anche ai fini della stabilizzazione, dei concorsi espletati per i quali non vi è ancora stata l'autorizzazione all'assunzione (presso ICRAM), nonché dei passaggi di livello interni già messi a concorso.
Anche su questa operazione è stato informalmente ottenuto l'assenso delle amministrazioni competenti.
Io su questo punto vorrei fare un'ulteriore precisazione perché mi rendo conto che è complicato comprendere, così, da una mera elencazione di numeri, la situazione in corso.
Globalmente, in tutti e tre gli enti, avevamo 1.494 unità in organico, però le presenze (cioè le persone che effettivamente lavoravano) erano più numerose. Ciò si verificava in ragione del fatto che, soprattutto in ICRAM, esistono molti progetti di ricerca finanziati separatamente, che prevedono anche l'assunzione di personale: tanto è vero che la maggior parte del personale co.co.co. è in forza a questi progetti di ricerca.
Per effetto della manovra finanziaria - che ha determinato un taglio (previsto, peraltro, in maniera differenziata per il personale di prima e di seconda fascia)


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non tanto delle unità in organico, quanto piuttosto sulle relative dotazioni finanziarie - alla fine, complessivamente, la riduzione del 10 per cento delle risorse assegnate si traduce in un organico definitivo pari a 1.326 unità rispetto alle 1.494 oggi previste, con una diminuzione di 168 unità.
Se, poi, alle 1.326 unità di personale che dovrebbero rappresentare l'organico definitivo dell'ISPRA, sottraessimo le 926 unità oggi assunte a tempo indeterminato, resterebbero posti per 400 unità ed essendo 618 gli attuali precari, alla fine avremmo che 218 di questi (618 meno 400) resterebbero fuori.
La situazione, tuttavia, è ulteriormente complicata dal fatto che 150 dei candidati ai 400 posti disponibili sono più avvantaggiati poiché, risultando già vincitori di concorso, in una procedura concorsuale è evidente che meritano una considerazione diversa. Per gli altri, dovrà farsi luogo, appunto, ad una procedura concorsuale, che stiamo avviando subito al fine di potere prorogare (una volta bandita tale procedura concorsuale) tutti i contratti che andrebbero a scadere il 31 dicembre 2008.
È evidente che resterebbero fuori 218 unità che noi consideriamo riferite al personale co.co.co. attualmente posto all'interno dei progetti di ricerca. La sorte di questo personale è legata ai progetti di ricerca stessi, che, peraltro, non scadono domani, bensì andranno avanti per i prossimi uno o due anni. La nostra linea è che su questi contratti non bisogna procedere a proroghe, altrimenti si genera, anche in questo caso, l'aspettativa di successive stabilizzazioni che, invece, non ci saranno affatto.
Anche per questo motivo, stiamo studiando delle norme per attuare questo programma, norme che ci consentano di andare avanti per il prossimo anno. Infatti, dovendo rifare tutte le procedure concorsuali perché non erano corrette - almeno, la gestione commissariale ha rilevato in esse alcune imperfezioni, come ho detto prima -, si sta lavorando per arrivare entro la fine dell'anno a bandire il nuovo concorso, ma evidentemente tale concorso non potrà essere espletato entro il 31 dicembre. Stiamo dunque ragionando con il Dipartimento della funzione pubblica per ottenere una proroga per poter completare queste procedure concorsuali nel corso del 2009. Credo che questo chiarimento abbia reso un pochino più chiaro il quadro attuale.
Resta ferma la necessita di predisporre un documento ai programmazione capace di assicurare le esigenze di funzionalità e di ottimizzare le risorse, compatibilmente con le disponibilità finanziarie. In proposito, si intende garantire il pieno utilizzo di tutto il panorama legislativo vigente in materia di assunzioni, al fine di risolvere definitivamente la questione del precariato in ISPRA creando certezze sul futuro dei giovani lavoratori e al contempo assicurando all'Istituto le migliori professionalità necessarie per l'espletamento dei compiti affidati (corretta applicazione delle procedure di stabilizzazione ricorrendo a idonee procedure concorsuali, utilizzazione del turn-over, garanzia di un adeguato ricorso all'accesso esterno, rispetto delle disposizioni in favore delle categorie protette).
Sulla nuova natura giuridico-amministrativa dell'ISPRA, l'obiettivo che vogliamo assumere è quello di fare vivere la duplice funzione di ricerca (confermata dalla applicazione in tutti e tre gli enti soppressi del contratto collettivo sulla ricerca) e quella di controllo.
Si può e si deve sapere coniugare la ricerca applicata e la competenza sui controlli allo scopo di creare un riferimento istituzionale autorevole sia in Italia che all'estero in materia ambientale.
L'esperienza di APAT, lungi dall'essere abbandonata, sarà ripresa e valorizzata nel nuovo Istituto; tuttavia, occorre rappresentarsi che, per essere efficace e credibile, il controllo dovrà rispondere a criteri di maggior rigore scientifico e rispettare standard adeguati circa i tempi dei procedimenti. In questa chiave assumerà crescente rilievo l'attività dei laboratori e la certificazione dei risultati delle


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sperimentazioni secondo i criteri internazionali, in generale, e comunitari in particolare.
Inevitabile e auspicabile sarà un più intenso confronto collaborativo con le ARPA, da perseguire anche attraverso il potenziamento del ruolo del Consiglio federale - composto dai legali rappresentanti delle agenzie regionali per la protezione dell'ambiente - che sarà chiamato non solo a svolgere le tradizionali funzioni consultive in materia di controlli, ma a contribuire all'effettiva realizzazione delle rete ambientale.
In questo quadro si svilupperà e riprenderà vigore anche il ruolo di ISPRA quale componente essenziale del Servizio nazionale di Protezione civile: un primo passo in questa direzione sarà l'accordo con il Dipartimento della Protezione civile che si intende realizzare nei prossimi mesi.
Quello che si è tratteggiato sinora è un ridisegno complessivo dei compiti e del rilievo istituzionale dell'ISPRA, che non potrà non avere ricadute dirette sugli assetti organizzativi del nuovo ente. Non soltanto saranno realizzate notevoli economie di scala dall'unificazione dei tre enti soppressi, già dal prossimo anno, attraverso la razionalizzazione delle 27 sedi operative (tra laboratori, uffici, magazzini, eccetera) sparse sul territorio nazionale, ma è evidente che l'organizzazione degli uffici dovrà rispondere non più alla logica «mimetica» e competitiva che portava ad imitare in maniera speculare l'organizzazione del Ministero vigilante, anche nel numero di direzioni generali e nei relativi costi, bensì all'individuazione di macro-aree funzionali e di ricerca applicata che possano sintetizzare elevate competenze tecnico-scientifiche ed efficienti modelli organizzativi ed amministrativi.
Nello scenario di medio periodo dei prossimi anni, dunque, per quanto concerne le intenzioni di questo Ministero, l'ISPRA deve divenire lo strumento cardine attraverso cui rendere effettive le politiche sull'ambiente: il «fiore all'occhiello» del programma energetico ecocompatibile, uno strumento autorevole di rappresentazione dell'eccellenza competitiva del Paese nel settore ambientale, un centro di eccellenza della ricerca e dell'innovazione strategica.
Passo adesso ad una informativa sulle questioni internazionali, legate essenzialmente agli impegni assunti dal nostro Paese in materia di riduzione dei gas serra.
L'Italia ha dinanzi due questioni: l'applicazione del protocollo di Kyoto per il periodo 2008-2012 e il negoziato sul cosiddetto pacchetto clima-energia per gli anni che andranno da 2013 al 2020.
Per quanto riguarda il primo punto, è noto che il nostro Paese nel 1998 ha assunto l'impegno di ridurre le emissioni dei 6,5 per cento rispetto al dato del 1990. Ho già avuto modo di dire in più occasioni che assumendo quell'impegno il Governo dell'epoca ha sottoscritto condizioni molto penalizzanti per il nostro Paese, che all'epoca aveva, come ha oggi, uno dei sistemi produttivi meno inquinanti d'Europa ed ha invece assunto oneri molto più pesanti rispetto ad altri Paesi più inquinanti. Inoltre, in quegli anni si attuarono politiche non coordinate, perché da un lato si concordava a livello internazionale di ridurre significativamente i gas serra, dall'altro si varavano provvedimenti, come il decreto sblocca-centrali, che, nel condivisibile obiettivo di incrementare l'autonomia energetica, avevano come ovvia conseguenza l'incremento delle emissioni di gas serra.
Oggi comunque ci troviamo con un impegno da onorare ed una situazione, che ho trovato al mio insediamento, di emissioni incrementate di circa il 7 per cento rispetto al 1990. Insomma, per evitare (o almeno ridurre) le sanzioni europee che scatteranno già dal prossimo anno, dovremmo da qui al 2012 ridurre le emissioni di oltre il 13 per cento. È un impegno tassativo perché, secondo studi indipendenti che riteniamo attendibili, in assenza di interventi i costi complessivi di Kyoto per l'Italia potrebbero aggirarsi fra gli 8 e i 12 miliardi di euro in 4 anni.


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È intenzione del Governo intervenire con tempestività attivando in primo luogo quei meccanismi che erano previsti che non sono stati applicati. Mi riferisco in particolare al «Fondo rotativo» per Kyoto, finalizzato all'erogazione di crediti agevolati finalizzati all'installazione di impianti di microcogenerazione diffusa ad alto rendimento elettrico e termico; all'installazione di impianti di piccola taglia per l'utilizzazione delle fonti rinnovabili per la generazione di elettricità e calore; alla sostituzione dei motori elettrici industriali, con potenza superiore a 45kW, con motori ad alta efficienza; all'eliminazione delle emissioni di protossido di azoto dai processi industriali; alla realizzazione di nuovi progetti pilota di ricerca e sviluppo di nuove tecnologie e di nuove fonti di energia a basse emissioni o ad emissioni zero; alla promozione di pratiche di gestione forestale sostenibile attuate attraverso interventi diretti a ridurre il depauperamento dello stockdi carbonio nei suoli forestali e nelle foreste.
Nel triennio 2007-2009, sono destinate al Fondo rotativo risorse complessive pari a 600 milioni di euro (200 milioni per ciascuna annualità), che possono muovere investimenti non inferiori a 3 miliardi euro e fino a 6 miliardi euro.
Il Fondo avrebbe dovuto essere attivo dal 2007 ed avrebbe consentito di raggiungere un primo risultato in termini di riduzione delle emissioni già entro la fine del 2008, riducendo il «gap» di almeno 6 milioni tonnellate di CO2/anno.
Appena insediati abbiamo attivato e completato le procedure per l'attivazione del fondo, che potrà partire entro la fine dell'anno e che consentirà di recuperare le potenzialità di riduzione delle emissioni e di ridurre il gapesistente.
Inoltre, l'istituzione del registro dei serbatoi di carbonio agro-forestali (con finanziamento previsto dalla legge finanziaria 2008) avrebbe dovuto consentire di contabilizzare l'assorbimento del carbonio atmosferico da parte delle foreste italiane, stimato in 10 milioni di tonnellate di carbonio/anno, che possono essere «scontate» sul gap. Il finanziamento è stato «azzerato» dalla manovra correttiva del precedente Governo e pertanto nel 2008 non è possibile contabilizzare le 10 milioni di tonnellate di CO2 di assorbimenti di carbonio. Abbiamo provveduto a reperire le risorse necessarie e la contabilizzazione degli assorbimenti di carbonio sarà possibile a partire dal 2009.
Un'altra misura è quella dei 361 i progetti pilota nazionali per la sperimentazione e la definizione delle migliori opzioni tecnologiche ed organizzative per la riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra nel settore energetico, nei settori industriali, nei trasporti, nel settore residenziale e dei servizi, per un valore di 780 milioni di euro, cofinanziati dal Ministero con 262 milioni di euro.
Questi progetti, costituiscono il «test» per la definizione delle misure «ordinarie» di medio e lungo periodo per rispettare gli impegni del Protocollo di Kyoto. Al termine della sperimentazione (2006-2007) i progetti avrebbero dovuto essere assunti come modello per lo sviluppo di azioni di sistema per la riduzione delle emissioni. Questo non è ancora avvenuto, soprattutto per il blocco delle attività nel periodo secondo semestre 2006-primo semestre 2008, e pertanto non è stato possibile contabilizzare la conseguente riduzione attesa delle emissioni a partire dalla fine del 2008 (contabilizzata in 8 milioni di tonnellate di CO2).
È in corso l'inventario dei progetti per preparare le procedure e gli schemi di incentivazíone per la loro replicabilità a livello nazionale e ovviamente, poi, serviranno finanziamenti per questo.
Un'ulteriore misura è data dai 286 progetti di cooperazione internazionale in quattro Paesi nell'ambito del «Clean Development Mechanism» del Protocollo di Kyoto, per un valore di 650 milioni di euro, cofinanziati dal Ministero con 280 milioni di euro, realizzati prevalentemente da imprese italiane in attuazione di accordi bilaterali con i Paesi in via di sviluppo. Questi progetti hanno consentito di «prenotare» presso l'Italian Carbon Fund(istituito dal Ministero presso la Banca Mondiale) crediti di emissione di


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CO2 pari ad almeno 25 milioni di tonnellate/anno, ad un costo concordato di 10 dollari/tonnellata di CO2, contro un prezzo che si aggira attorno ai 30 dollari nel mercato europeo. C'è quindi, chiaramente, una convenienza nel poter continuare a mantenere questo sistema, detto della flessibilità, anche nell'attuazione del futuro pacchetto clima-energia, che è invece fortemente limitato.
I crediti sarebbero stati disponibili a partire dal 2008 a condizione di proseguire - nel periodo 2008-2012 - il finanziamento regolare del Fondo. Ma il finanziamento è stato interrotto nel 2006 per decisione del Ministro pro tempore, e di conseguenza non sono disponibili i crediti. Al fine di recuperare la possibilità di accedere ai crediti abbiamo incontrato i responsabili di Carbon financedella Banca Mondiale, che ci ha offerto la possibilità di acquisire crediti ad un prezzo vantaggioso rispetto a quello di mercato. Abbiamo chiesto al Ministro dell'economia e delle finanze di mettere a disposizione le somme necessarie.
Se saranno completamente attuate le misure già individuate, l'Italia potrà raggiungere progressivamente l'obiettivo Kyoto. Sarà necessario un impegno intenso e costante anche per recuperare il peso delle inefficienze del passato.
Per quanto riguarda, invece, la linea adottata sulle proposte di direttive del cosiddetto pacchetto clima-energia e di quella, collegata, riguardate le emissioni delle auto, credo che il Governo abbia agito e stia agendo con il massimo senso di responsabilità.
I termini della nostra posizione sono noti, li avete appresi dai mediache a questo tema hanno dedicato ampio spazio nelle ultime settimane, ma io ritengo doveroso fornire alla Commissione una informativa che, slegata dalle inevitabili generalizzazioni giornalistiche e da quel tanto di polemica che ha segnato il confronto pubblicistico, dia il senso esatto delle iniziative adottate e delle intenzioni del Governo nel prosieguo del negoziato in corso. All'atto dell'insediamento dell'esecutivo, nel maggio scorso, abbiamo preso atto che il precedente Governo aveva aderito alla proposta di impegnare i Paesi dell'Unione su un ambizioso obiettivo per gli anni che vanno dal 2013 al 2020: l'ormai celebre 20-20-20. Si tratta di perseguire un obiettivo unilaterale di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra del 20 per cento rispetto ai livelli dei 1990, da innalzare al 30 per cento nel caso di raggiungimento di un accordo globale per contrastare i cambiamenti climatici nel periodo 2008-2012; di riduzione dei consumi energetici del 20 per cento; di produzione di energia da fonti rinnovabili pari al 20 per cento dei consumi energetici dell'Unione europea e di uso dei biocombustibili per il 10 per cento della quantità di combustibile utilizzato nel settore dei trasporti.
Il Governo, alla luce degli impegni internazionali assunti dal nostro Paese e, per evitare le penalizzazioni subite dall'Italia a causa dei criteri adottati in sede comunitaria per stabilire le quote di riduzione delle emissioni del pacchetto Kyoto per il periodo 2008-2012, ha analizzato le proposte di direttive.
Tale analisi ha evidenziato due elementi di criticità che riguardano l'equità della suddivisione fra i Paesi UE degli oneri derivanti dalle direttive e il rapporto costi-benefici delle misure, in relazione ai singoli sistemi-paese ed ai vantaggi che ne deriverebbero in materia di riduzione globale dei gas serra.
Per quanto riguarda l'equità nella ripartizione degli oneri, finalmente, venerdì scorso, in sede di tavolo tecnico bilaterale Governo-UE, è emerso con chiarezza che, quale che sia il criterio adottato per la stima dei costi di ogni singolo Paese, l'onere che spetterebbe all'Italia dall'attuazione delle direttive supera del 40 per cento, in termini di incidenza sul PIL, quello della media degli altri Paesi europei, e supera in particolare il rapporto oneri/PIL di Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna. E ciò, lo ribadisco, anche considerando i costi-paese nella stima della Commissione che noi consideriamo fortemente riduttiva e sulla quale abbiamo avviato una trattativa specifica.


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Questo aspetto dei costi che, inspiegabilmente, non era stato chiarito nei due anni di gestazione delle direttive, rappresenta un elemento che riteniamo determinante nella valutazione del pacchetto, perché costi eccessivi sarebbero insostenibili per il nostro apparato economico, che ne sarebbe gravemente penalizzato il termini di competitività, ma anche per i cittadini che, come è stato sottolineato ancora ieri dal presidente dell'Autorità per l'energia, finirebbero per pagare nelle bollette, oltre che nei prezzi dei beni di consumo, i costi dei pacchetto clima-energia.
Tali costi sono stati valutati - sulla base dei dati forniti solo a fine settembre dalla Commissione europea nella «Model-based Analysis» elaborata con il modello «Primes» - nel 1,14 per cento del PIL con una stima di costo complessivo di oltre 180 miliardi e un onere annuo di circa 18 miliardi di euro.
Un costo che risulterebbe, quindi, molto elevato per l'Italia e per l'Europa, a fronte di modesti risultati in termini di miglioramento ambientale (meno 0,3 per cento sarebbe il contributo dell'Italia alla diminuzione delle emissioni globali di CO2 e meno 2 per cento quello della intera UE-27) qualora gli impegni dell'Europa non fossero accompagnati da analoghi impegni dei grandi produttori di gas serra che finora non hanno ratificato Kyoto, come gli Usa o che, pur sottoscrivendolo, come India e Cina, non hanno accettato tagli alle emissioni.
A tal proposito, va sottolineato come l'Italia, ancora nella recente conferenza ONU di Varsavia, abbia ribadito, in sintonia con tutti i Paesi europei, l'importanza dell'impegno europeo sul negoziato preparatorio della Conferenza di Copenhagen che dovrebbe fissare gli obiettivi e gli impegni di tutti i Paesi del mondo dal 2012 al 2020. Si tratta di un passaggio e di un impegno fondamentale perché, in assenza di una intesa globale che coinvolga i grandi produttori di CO2, il ruolo di «avanguardia» assunto dall'Europa in questo campo rischia di restare privo di effetti sul clima e trasformarsi in un gap per le nostre economie. Peraltro, l'attuale contesto di difficoltà economica attraversato dall'economia internazionale sembra rendere più complicato effettuare gli investimenti aggiuntivi necessari per raggiungere gli obiettivi prefissati.
Alla luce di tali considerazioni, l'Italia ha chiesto una serie di modifiche alle proposte di direttive finalizzate ad eliminare gli squilibri riscontrati e a definire un quadro di oneri sostenibili per il nostro Paese. Ciò non implica e non ha mai implicato una presa di distanza del nostro Governo dagli obiettivi generali di riduzione dei gas serra, come strumentalmente è stato affermato da alcuni settori dell'ambientalismo ideologizzato. Abbiamo chiesto e chiediamo equità e sostenibilità. Abbiamo chiesto e chiediamo che gli impegni assunti siano parametrati ai benefici ottenibili in materia di lotta ai mutamenti climatici. Senza tali valutazioni le misure proposte rischiano di essere demagogiche e autoreferenziali e, soprattutto, inutili per l'ambiente che si afferma di voler tutelare.
Le modifiche, che abbiamo richiesto già da mesi in forma di emendamenti, puntano ad assicurare una maggiore flessibilità, ben oltre quella attualmente prevista, delle modalità e degli strumenti a disposizione dei Governi e delle imprese per il raggiungimento degli obiettivi del «pacchetto». Abbiamo, inoltre, ritenuto opportuno proporre l'inserimento di clausole di revisione degli strumenti e della tempistica dei targetche verifichi una larga adesione degli altri Paesi industrializzati e dei Paesi emergenti, soprattutto per evitare il fenomeno della delocalizzazione delle imprese che penalizzerebbe pesantemente soprattutto i Paesi, come il nostro, che hanno una forte industria manifatturiera.
Una situazione paradossale si registra inoltre nella direttiva sulle emissioni auto in cui, secondo lo schema proposto, finirebbero per essere penalizzate le case produttrici di auto di ridotte dimensioni e ridotte emissioni rispetto a case automobilistiche che producono veicoli più pesanti e più inquinanti. Saremmo dinanzi al sovvertimento del principio del «chi più inquina più paga». Per le auto pagherebbe di più chi inquina meno e mi pare francamente


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inaccettabile dal punto di vista ambientale, prima che da quello della tutela degli interessi dell'industria nazionale.
Tutte le nostre proposte di modifica hanno una precisa e chiara finalità ambientale e puntano a consentire all'Italia di raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra. Sono proposte concrete, ancorate alla realtà nazionale, proposte di un Governo che ritiene necessario un impegno forte sul fronte ambientale ma non ha interesse a fare demagogia su temi importanti e delicati come questi. In passato si è fatta molta demagogia e sono stati falliti tutti gli obiettivi. Noi vogliamo discutere con decisione a Bruxelles perché intendiamo fissare obiettivi che ci impegniamo a raggiungere.
Su questa linea peraltro l'Italia ha trovato alleati anche fra i Paesi più industrializzati che nutrono preoccupazioni analoghe alle nostre. Abbiamo sostenuto in questi mesi, con una sola voce, in tutte le sedi la posizione italiana e torno a ripetere che, se si intende raggiungere un accordo a livello comunitario, le ragioni dell'Italia dovranno essere ascoltate e recepite.

PRESIDENTE. Do la parola ai colleghi che intendono intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

ERMETE REALACCI. Signor Ministro, siamo sempre contenti quando possiamo confrontarci con lei. È la seconda volta dall'inizio della legislatura. Ho visto che lei, sui giornali, ha dichiarato che sul tema del clima, sul quale mi soffermerò, aveva cercato un confronto con l'opposizione. Non ci risulta, sicuramente non è avvenuto in sede parlamentare.
Tuttavia, siccome - come lei ricorderà - nella sua precedente e unica presenza in questa Commissione, avevamo guardato con attenzione ad alcune proposte che erano state avanzate e che sono, al momento, rimaste completamente lettera morta, mi consenta di ricordare brevemente quanto è accaduto in questi anni Se, infatti, riuscissimo a metterci d'accordo sugli errori commessi in passato dal nostro Paese, indipendentemente dal Governo che era in carica, forse riusciremo a evitare di ripetere gli stessi errori in futuro.
Partiamo dalla vicenda Kyoto. Lei ha correttamente ricostruito l'impegno che l'Italia aveva preso di ridurre le emissioni di CO2 del 6,5 per cento rispetto al 1990. Voglio essere onesto in questa sede: non so se quell'impegno era stato contrattato al meglio. È anche possibile che l'Italia poteva strappare un impegno più ridotto, in ogni caso questo giudizio vale per allora, ma non è più vero oggi. Oggi rientriamo assolutamente nella media dei 15 Paesi dell'Unione europea. L'Italia aveva tassi di efficienza maggiori per produzione e forse potevamo ottenere qualcosa di meglio, ma il dato vero è che non abbiamo ridotto le emissioni rispetto al 1990, anzi le abbiamo aumentate significativamente.
Vorrei ricordare che alcuni Paesi europei avevano assunto impegni ben più gravosi dei nostri: la Germania aveva preso l'impegno di ridurre di più del 20 per cento le emissioni di CO2 e l'Inghilterra del 13,5 per cento. La verità è che mentre questi Paesi, che avevano una produzione di gas serra più alta e che per questo avevano assunto impegni più gravosi, hanno raggiunto questi obiettivi, noi non li abbiamo raggiunti. Non li abbiamo raggiunti perché abbiamo sempre fatto finta che Kyoto non esistesse.
Questo è accaduto anche nei cinque anni del precedente Governo Berlusconi. Questa Commissione sa bene, per esempio, che quando si è trattato di attribuire le quote alle imprese maggiormente responsabili di queste emissioni, l'Italia si è resa protagonista di una pantomima ridicola, scommettendo fino all'ultimo sul fatto che l'accordo non sarebbe entrato in vigore poiché la Russia non lo avrebbe ratificato. A questo riguardo, devo dire che al Ministero esistono valenti tecnici che tuttavia in questo caso hanno portato il Paese su una strada sbagliata. Alludo al direttore Clini, che abbiamo anche difeso quando, sul finire della scorsa legislatura, si prospettava una ristrutturazione del Ministero


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che non ci convinceva. Lo abbiamo difeso - come sanno i colleghi in questa Commissione - rispetto al Governo della cui maggioranza facevamo parte, ma ciò non toglie che egli abbia sempre puntato a illudere che questa fosse una partita aggirabile con astuzie e con furbizie. Così fu, per esempio, quando l'Italia si trovò a dover attribuire alle imprese, tra Natale e Capodanno del 2005, le quote di emissioni che dovevano valere a partire dal 2006, mentre gli altri grandi Paesi europei avevano compiuto la stessa operazione o un anno prima, o all'inizio dell'anno 2005.
È chiaro che tutto questo è avvenuto nel segno di una totale ignoranza di politiche capaci di riorientare il nostro sistema produttivo «a fin di bene». Questo non vale solo per le quote di emissione di CO2. Solo con l'ultima legislatura ci si è dotati di un sistema di finanziamento adeguato per la promozione delle fonti rinnovabili, mentre nel passato, attraverso i CIP 6, abbiamo prelevato dalle tasche dei cittadini italiani decine di miliardi di euro che, anziché finanziare le fonti rinnovabili (come era scritto nella voce in bolletta) sono andati a finanziare grandi interessi industriali: non solo i termovalorizzatori (che vengono molto nominati, ma che, tutto sommato, rappresentano una quota molto ridotta dei CIP 6), bensì soprattutto industrie petrolifere ed energetiche, che hanno utilizzato quei fondi per realizzare obiettivi che con le fonti rinnovabili non c'entravano nulla.
La verità è che non abbiamo messo in moto alcuna politica in positivo e questo è il motivo per il quale arriviamo, al 2012, in condizioni molto peggiori rispetto ai grandi Paesi europei. Mi ha fatto piacere, Ministro, sapere che qui lei ha posto correttamente il problema, quando da parte di molti suoi colleghi di Governo sono state rilasciate, in questi giorni, affermazioni completamente prive di fondamento. Lasciamo perdere le cifre, nel merito delle quali non entro, perché esse richiederebbero un dibattito tecnico più approfondito, cogliendo, ad esempio, le opportunità insite in questo processo (molte imprese hanno dimostrato che gli investimenti per il risparmio energetico presentano tempi di rientro di tre-quattro anni ed è complicato, quindi, considerare tali investimenti solo alla stregua di costi). Resta il fatto che alcuni suoi colleghi di Governo, per esempio il Ministro Brunetta, hanno più volte dichiarato e scritto cose non fondate: per esempio, hanno confuso il 1990 con il 2005 e ciò rappresenta politicamente un dramma per il nostro Paese.
Come lei ha correttamente ricordato, i nostri obiettivi per il 2020 si basano sul dato 2005 (il problema è che nel 2005 l'Italia aveva aumentato enormemente le emissioni rispetto al 1990), tanto è vero che il nostro obiettivo per il 2020 è più basso di quello previsto per il 2012. In altri termini, se nel 2012 raggiungessimo il livello di emissioni previsto dal protocollo di Kyoto, saremmo addirittura poco al di sotto dell'obiettivo da rispettare entro il 2020. Il nostro dramma è il non raggiungimento dell'obiettivo previsto per il 2012!
La stessa alleanza, che è stata tanto sbandierata sui giornali, con i Paesi dell'est europeo è un'alleanza «contro natura», non solo perché, con ogni evidenza, il nostro è un grande Paese industriale e onestamente, non per patriottismo, faccio fatica a paragonarmi alla Lituania, all'Estonia o alla Bulgaria, ma soprattutto perché quei Paesi hanno, come richiesta fondamentale, quella di basare gli obiettivi sul dato del 1990, anziché su quello del 2005. Essi vogliono partire dal 1990 perché dopo questa data tutti i Paesi ex comunisti hanno avuto un crollo del livello produttivo (e delle emissioni) drammatico. Se, però, gli obiettivi si basassero sui dati del 1990, per l'Italia sarebbe un disastro. Quindi, il Governo ha sbandierato in sede comunitaria una grande alleanza con i nostri «nemici» in termini tecnici, cioè con coloro che proponevano una linea che, se fosse stata accolta, sarebbe stata disastrosa per il nostro Paese.
Ciò fa capire perché da parte dell'Europa si sia guardato all'azione del Governo italiano con grandissima diffidenza e anche con una certa ironia, perché è chiaro


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che vedere un Paese che si allea con nazioni che, se vincessero, lo ucciderebbero è cosa veramente bizzarra.
Dico tutto ciò, in realtà facendo finta che riguardi solo il passato, Ministro, per dire che, se si tratta di studiare meccanismi in grado di farci raggiungere l'obiettivo, massimizzando il successo per le imprese italiane, noi siamo disponibilissimi.
Lei ha citato il caso delle auto. Da tempo giace in Parlamento un'interrogazione, firmata dai parlamentari dell'opposizione membri di questa Commissione, in cui si chiede al Governo di dare conto del perché si arrivi a un accordo così sfavorevole alla nostra industria automobilistica - e favorevole ai tedeschi, in questo caso, ma i tedeschi sono bravi a difendere i propri interessi - e ci farebbe piacere che si rispondesse a tale interrogazione già depositata, nella quale si dicono cose non diverse da quelle che ha ricordato lei. Anche se il pacchetto CO2-auto non fa parte della trattativa in corso sul pacchetto clima-energia, esso è l'esempio della maniera sbagliata con cui ci siamo rapportati alle vicende europee, arrivando sempre in ritardo e in affanno, come lo studente che arriva all'esame all'ultimo momento e poi chiede di rinviare la data dell'esame stesso.
Dobbiamo muoverci, invece, come un grande Paese che difende i propri interessi in nome di una politica che guarda al futuro.
Anche le obiezioni da lei più volte ripetute, Ministro, sul coinvolgimento degli Stati Uniti e degli altri Paesi, sono obiezioni fondate, ma che richiedono politiche coerenti. Per esempio, mentre Sarkozy - onore al merito - tutte volte che ha incontrato Bush (che è stato il vero punto debole dell'Occidente in questa partita) non ha mai mancato di ricordare che esisteva una posizione europea e che gli Stati Uniti erano laterali rispetto ad essa, non mi risulta, perlomeno non è agli atti (poi non so se, bevendo o mangiando bottarga nella villa in Sardegna, sia stato detto qualcosa), che il Presidente Berlusconi abbia mai sollevato questo tema durante i numerosi incontri avuti con il Presidente Bush. Suppongo che d'ora in poi farà meno fatica a sollevarlo, poiché, anche se vincerà McCain, la posizione degli Stati Uniti sarà diversa, perlomeno dal punto di vista dell'accettazione del terreno di trattativa (non credo, comunque, che gli Stati Uniti sottoscriveranno i patti perché è in gioco una partita ancora più complicata, ma che è inutile analizzare in questa occasione).
Riassumendo: non si è riscontrata una politica coerente da parte dell'Italia, mentre è evidente che, se vogliamo coinvolgere India, Cina, Brasile e altri Paesi in questa vicenda - era questo lo spirito di Kyoto - o si muove per primo l'Occidente, oppure sarà difficile venire a capo della questione. Anche se è vero, infatti, che la Cina (l'India ha emissioni pro capite molto più basse di quelle della Cina, che quindi è in una situazione peggiore) ha superato probabilmente gli Stati Uniti in termini di emissioni, è altrettanto vero che la Cina ha cinque volte gli abitanti degli Stati Uniti, quindi è chiaro che, su questo punto, qualcosa bisognerà cedere.
Detto questo e considerato - voglio sottolinearlo, Ministro - che le imprese stanno esaminando con attenzione la materia, (in quanto le multe sul 2012 le paga lo Stato, mentre le multe sul 2020 - lo dico in termini un po' brutali - dovranno pagarle le imprese stesse allo Stato, se è vero, com'è vero, che i soldi pagati andranno allo Stato italiano e che quindi potranno essere utilmente reinvestiti in questa direzione), dico che se esiste la possibilità di stimolare al meglio il nostro sistema produttivo per raggiungere gli obiettivi fissati dal protocollo di Kyoto, allora saremo assolutamente d'accordo.
Ma tutto ciò, richiede però una grande coerenza.
Nel suo intervento reso in questa sede il 1o luglio, criticavamo il fatto che nella manovra economica presentata prima dell'estate fosse completamente assente il tema ambientale, ma lei aveva ricevuto il nostro assenso su una serie di proposte, che non sono solo quelle da lei poco fa elencate. Ricordo che le poche cose messe


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in campo oggi in Italia - si poteva fare molto di più - sono figlie della legislatura precedente: sviluppo delle fonti rinnovabili, agevolazioni fiscali per l'acquisto di elettrodomestici meno energivori o di lampade a basso consumo energetico, detrazioni fiscali del 55 per cento delle spese sostenute per l'efficienza energetica degli edifici. Si tratta di azioni che andrebbero tutte rafforzate. Come dicevo, lei ha avuto il nostro consenso quando ha detto che nella manovra finanziaria (a parte i tagli, sul cui merito non entro) sarebbero state adottate misure volte da un lato a spostare la tassazione, a parità di gettito, dal reddito all'inquinamento e al consumo di materie prime; dall'altro, a favorire fiscalmente le imprese che si muovevano in una direzione virtuosa, sfavorendo le altre. Di tutto ciò, però, non c'è traccia nel disegno di legge finanziaria presentato dal Governo come non c'è traccia, neppure, di tutte le proposte volte a rendere più competitiva la nostra economia. Penso, ad esempio, alle proposte sul potenziamento e il prolungamento del 55 per cento di sgravi per l'edilizia, peraltro bocciate in questa Commissione. Nella sua relazione di luglio, lei ricordava correttamente che il sistema dell'edilizia...

PRESIDENTE. Mi permetto, vista l'ora, di segnalare l'opportunità di contenere i tempi degli interventi.

ERMETE REALACCI. Capisco, signor presidente, ma se vediamo il Ministro una volta ogni quattro mesi, è inevitabile una certa lungaggine. Il punto è che il Ministro dovrebbe venire più spesso in audizione e, forse, sarebbe anche più utile che i dibattiti su questi temi si svolgessero nelle aule parlamentari, piuttosto che nelle conferenze stampa.
Dicevo che lei, Ministro, giustamente ricordava a luglio che in edilizia si può risparmiare il 30 per cento del consumo di energia, semplicemente con azioni di razionalizzazione, apportando un grande contributo e rendendo molto più leggera la bolletta degli italiani.
Per capirci, tra una casa ben costruita, che adopera apparecchiature avanzate, e una casa non ben costruita, non ci sono i 60 euro di differenza che Gnutti ha detto esistere fra le politiche per raggiungere gli obiettivi di Kyoto e quelle slegate da quegli obiettivi, bensì 1.000 euro di differenza. Si tratta, dunque, di una manovra che potenzierebbe l'edilizia, favorirebbe le famiglie e ci permetterebbe di raggiungere l'obiettivo.
Se ci si muoverà in questa direzione, ci sarà sicuramente un rapporto positivo con l'opposizione e lo stesso vale per il trasporto pubblico locale e per tante altre misure.
Se, invece, l'Italia si attarda in una posizione che nega sostanzialmente l'esigenza di politiche settoriali forti e non favorisce una competitività della nostra economia basata sull'innovazione, sulla qualità, sulla ricerca, allora è chiaro che ci mettiamo in una posizione arretrata in Europa, che non è quella, peraltro, neppure dei grandi leader conservatori europei e che è oggetto di confronto nel Paese.

PRESIDENTE. Dovrò chiedere agli altri colleghi di contenere i propri interventi, anche perché l'oggetto - l'onorevole Realacci è molto attento a queste cose, per cui glielo ricordo - non riguardava l'ambiente a trecentosessanta gradi, bensì l'ISPRA, con allargamenti anche all'attualità. Abbiamo parlato di tutto, ma cerchiamo di stare al tema.

ERMETE REALACCI. A tal proposito, presidente, visto che l'opposizione ha presentato un emendamento al disegno di legge finanziaria volto a non indebolire il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare (come invece sta accadendo in relazione alla vicenda ENEA, dove si passa da un ente vigilato da tre ministeri, a un ente vigilato da un solo ministero), vorrei conoscere la posizione del Ministro in materia.

ALESSANDRO BRATTI. Mi riallaccio all'ordine del giorno, anche se quando si parla di tali questioni è naturale che si esca sempre un po' fuori dal seminato.


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Non eravamo d'accordo sul modo in cui era stata costituito l'ISPRA e sul percorso che il Governo aveva deciso di seguire, dapprima attraverso il decreto-legge n. 90 del 2008 (una proposta che non è stata accolta) e poi con la riproposizione nell'ambito del decreto n. 112 del 2008.
Ora quella fase è finita e il disegno che il Ministro in qualche modo ci dipinge, circa ciò che questo nuovo istituto dovrebbe rappresentare, credo che mal si sposi con quanto sta effettivamente accadendo. Abbiamo discusso il disegno di legge di bilancio pochi giorni fa e abbiamo rilevato una decurtazione - se non abbiamo capito male - di circa il 20 per cento rispetto al bilancio dei tre enti disciolti. Globalmente, infatti, si trattava di circa 100 milioni di euro complessivi e il Governo ha indicato per il nuovo istituto - mi scuso per l'approssimazione, ma non ho qui il dato preciso - una cifra complessiva di bilancio più o meno di 80 milioni di euro, con un calo nel corso del prossimo triennio a circa 70 milioni di euro. In ogni caso, visto che l'obiettivo è quello di costruire un istituto unico Europa - giacché l'ambizione di mettere insieme una parte di ricerca con la parte dei controlli è comune, forse, solo all'agenzia finlandese - e dal momento che ritengo questa sfida di grande interesse, non intendo criticare una tale enunciazione, alla quale, però, ritengo anche debbano seguire fatti molto concreti.
Mi riferisco, in primo luogo, alla già citata questione dei finanziamenti, che subiscono una forte decurtazione; in secondo luogo all'operazione riguardante l'Agenzia per la sicurezza nucleare, che il nostro gruppo ha fortemente criticato e che ritengo tolga al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare delle prerogative, spostandole a un consiglio di amministrazione paritetico fra Ministero dello sviluppo economico e Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.
Era stato votato un parere, in questa Commissione, con cui si affermava che i fondi relativi alle 50 persone che da ISPRA passano all'Agenzia per la sicurezza nucleare (peraltro non si capisce perché sono 50) lasciavano intoccato il fondo di dotazione dell'ISPRA, mentre ci è stato detto poi che così non avverrà e che, quindi, oltre alle citate riduzioni di spesa c'è anche questa ulteriore decurtazione di risorse. Si tratta quindi di segnali che vanno in una direzione che non è proprio quella dichiarata.
Lei, Ministro, ha anche sollevato il tema delle difficoltà dell'ICRAM, che sono vere. Ma va anche detto che esiste un altro nodo che occorrerà sciogliere, cioè quello della Sogesid.
Ho già presentato un'interpellanza sull'esistenza di molte attività svolte da questa società in houseche, in realtà, mal si sposano con le attività istituzionali. A mio parere, quindi, occorre un chiarimento anche su tale questione. Peraltro, in alcuni casi, anche l'utilizzo dei precari da parte del Ministero risulta ben poco chiaro.
Le ricordo, inoltre, signora Ministro, che esiste già un lavoro, svolto nella precedente legislatura, sulla riorganizzazione del sistema delle agenzie ambientali del Paese, dal quale noi saremmo disponibili a partire e sul quale vorrei chiedere anche la sua opinione. Abbiamo sempre sostenuto che l'attuale assetto non andasse difeso e che esso dovesse essere assolutamente e radicalmente riorganizzato, ma abbiamo anche proposto di farlo in un'ottica che, tanto per intenderci, chiamiamo «federalista». Riteniamo, cioè, che nelle agenzie regionali esistano professionalità che potrebbero, opportunamente coordinate e con un rapporto più stretto di quello attualmente in essere, fornire un contributo importante al sistema dei controlli e della qualità dello sviluppo del Paese.
Anche qui, signora Ministro, lei dice di voler intensificare il rapporto con le agenzie regionali. Tuttavia, si è svolto solo un incontro, tra l'altro molto deludente dal punto di vista del risultato, tra un attuale sub commissario e le agenzie regionali stesse. Né mi pare che, in questa fase, sia


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avvenuto un solo confronto con le regioni, rispetto all'organismo che si vuole costituire.
In sostanza, le chiedo di farci capire come abbia intenzione di procedere nella costruzione di questo super organismo operativo di ricerca.
L'altra questione, legata ai precari, appare estremamente complessa e anche confusa, come lei stessa ha riconosciuto. Prendo atto che in questo caso non si è data colpa di ciò al Governo precedente: ritengo che il suo predecessore abbia causato molti danni, ma, in questo caso, non è intervenuto più di tanto.
La situazione di questo precariato è davvero molto complicata - invito i colleghi a fare un po'di attenzione, poiché questo è un tema che riguarda diverse centinaia di persone che rischiano di perdere il lavoro - e i comunicati emessi dai commissari dell'ente sono molto contraddittori. All'interno degli enti disciolti, in una situazione di grande fibrillazione, che lei conoscerà, vengono emessi comunicati in cui si dice che si annullano i concorsi già svolti; poi esce una dichiarazione - e io spero che sia quella buona - del commissario Grimaldi, il 27 ottobre 2008, che invece ridefinisce la situazione nei termini usati da lei oggi, signora Ministro. A questo punto vorrei capire in modo chiaro se la volontà del Ministero - penso che sia così, dal momento che lei si è espressa in tal senso - sia davvero quella di costruire un percorso articolato, che tenga conto delle diverse situazioni e che tenga presente anche la questione, da lei evocata, riguardante i lavoratori atipici con contratti a progetto. In teoria, questi ultimi non avrebbero mai dovuto avere una prospettiva di stabilizzazione; in teoria, ma sappiamo che in realtà non è mai stato così, non è mai stato così in nessuna parte del Paese. Tuttavia, se questo è il percorso che il commissario ha delineato, come io spero, allora credo che si possa svolgere assieme un ragionamento e, in qualche modo, condividere la situazione. Diversamente, al di là dei numeri che lei ci ha fornito e della situazione, molto complessa, che ci ha descritto, vorrei capire esattamente come intenda agire il Governo.
Un'altra questione, forse estranea alla discussione odierna, ma che ci inquieta molto è quella relativa alla situazione dell'ILVA di Taranto. Lei oggi ha rilasciato una dichiarazione, mi permetto di dire, puntigliosa su tutta una serie di questioni. Ci sono due sue affermazioni, però, che non quadrano: la prima riguarda il suo continuo richiamarsi al Governo precedente per la questione del rilascio dell'autorizzazione ambientale integrata (AIA). In realtà, è vero che la commissione del Governo precedente ha avuto solo otto mesi per lavorare, avendo incontrato una serie di difficoltà, e che la procedura per l'autorizzazione ambientale integrata è una disciplina di origine comunitaria che doveva essere recepita dal Governo ancora precedente, quindi sotto il dicastero del Ministro Matteoli. Lei sa, inoltre, che non si è riusciti a costituire la commissione perché non si è emesso il decreto sulla tariffazione degli impianti. Insomma, si è incontrata tutta una serie di difficoltà e molti di quei 145 procedimenti che lei ha ereditato derivano dalla situazione di stallo precedente a quella della commissione che lei cita.
La seconda questione da lei riferita in modo inesatto - l'hanno informata male, signora Ministro - riguarda la sua affermazione che alla citata riunione del 16 ottobre non fossero presenti i rappresentanti dell'azienda, come sostiene il direttore dell'ARPA regionale. Questo dato, tuttavia, è facilmente verificabile tramite la consultazione del verbale, dal quale si evince che erano presenti tre rappresentanti di ILVA, che lo hanno sottoscritto. L'hanno, pertanto, probabilmente informata male e forse sarebbe opportuno, se deve essere mantenuto un rapporto costruttivo, che anche queste questioni fossero ricostruite e riportate alla verità dei fatti.

FRANCESCO NUCARA. Brevemente, devo dire che condivido la relazione del Ministro e, in particolare, condivido la


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scelta di unificare gli enti di ricerca del Ministero in uno solo, cioè nell'ISPRA. Naturalmente, pregherei il Ministro di stare attenta ai precari, poiché licenziare lavoratori in questo momento particolare della nostra economia può essere un problema.
Credo che una delle soluzioni per risolvere il problema dei gas serra sia il ritorno al nucleare.
È facile, per la Francia, l'Inghilterra o la Germania, sostenere che il nostro Paese ha bisogno di ridurre notevolmente la produzione di gas serra, azzerando così la competitività delle nostre industrie.
Si tratta, in effetti, di un problema molto serio. Quando si stigmatizza che il Governo italiano si allea con Lituania, Lettonia e Bulgaria, può anche darsi che, in teoria, ciò non sia del tutto fuori luogo, perché può anche darsi che si stiano cercando alleati a livello internazionale per bloccare iniziative che altri Paesi potrebbero assumere a danno dell'Italia.
Ben venga, quindi, il nucleare. Prima arriva, meglio è.
È facile parlare come fa il collega Realacci. Sono membro di questa Commissione da otto anni, quindi vedo come ci si comporta quando si è nella maggioranza o all'opposizione: è difficile dire quello che si può effettivamente dire.
È facile affermare - parlo di un problema che conosco anche professionalmente - che l'edilizia deve cambiare, in modo tale che tutto sia coibentato e si abbia un risparmio energetico, senza pensare a quanto costerà, alla fine, una casa. Tuttavia, bisognerebbe dire anche questo al ceto popolare, all'operaio che deve avere la casa coibentata: la casa costerà il 30 per cento in più, perché si dovranno realizzare le doppie pareti, i doppi vetri, installare il polistirolo. Così, l'operaio che non riesce già oggi ad acquistare una casa, tantomeno ci riuscirà se gliela facciamo costare il 30 per cento in più!
Chiudo rivolgendomi a lei, signora Ministro. Stiamo discutendo, in Aula, dell'industrializzazione energetica del nostro Paese e abbiamo alcuni emendamenti che, per un avverbio, il Governo non accetta. Tutti questi emendamenti sono bocciati perché riportano le parole: «prevalentemente nel Mezzogiorno». L'onorevole Margiotta ride, perché recentemente abbiamo avuto un dibattito in televisione, alla fine del quale, quasi istintivamente, enunciai la mia proposta di federare anche la CO2, in Italia: con il federalismo, ogni regione si paghi la CO2 che produce.
Vorrei sapere da lei - la domanda è retorica e conosco già la risposta - se abbiamo un'indicazione di quanto gas serra si produce, regione per regione.
Vedremo così come una buona parte del Paese - che è anche il suo, come è il mio - non ha un problema di CO2. Credo che il 50 per cento del gas serra in Italia sia prodotto tra Lombardia e Veneto, con il contributo anche della Liguria.
Non voglio fare il leghista al contrario: si tratta però di un problema di cui si deve far carico il Paese, come avviene per tanti altri problemi che riguardano il Mezzogiorno. Quindi, cortesemente, chiederei al suo Ministero se sia possibile ricevere i dati della produzione di CO2, regione per regione, in funzione della superficie o del numero di abitanti.

PRESIDENTE. Un amico aveva già fatto questi conti. In pianura padana gli è stato risposto: «Accettiamo di tenerci la CO2, però i debiti se li tiene il resto d'Italia». Allora nessuno ci stava più. Si tratta di un discorso molto lungo.

GUIDO DUSSIN. Il nostro gruppo intende avanzare nel confronto con il Ministro alcune delle istanze che sono state sostenute coerentemente nel corso degli anni passati.
Sosteniamo ad esempio - è questa una nostra richiesta prioritaria - la necessità di promuovere investimenti per lo sviluppo che siano collegati alla tutela dell'ambiente, in modo tale che non si giunga a un blocco dell'azione dei comuni, come sta avvenendo per i lavori pubblici, ovvero, a causa del patto di stabilità interno, per tutto il resto delle attività degli enti locali. Si promuovano, quindi, investimenti specifici nel settore dell'ambiente.


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Sosteniamo il taglio degli sperperi, riferito anche al processo di riorganizzazione dei vari istituti e sosteniamo la sburocratizzazione, per quanto riguarda tutto l'insieme delle procedure amministrative, così da fornire opportunità, nel settore dell'ambiente, per uno sviluppo più qualificato.
Sosteniamo, inoltre, lo sforzo di favorire, attraverso la defiscalizzazione, ma anche attraverso incentivi, i migliori progetti che vanno nel senso del risparmio energetico e anche della riduzione dell'inquinamento. Su questa strada, riteniamo che si debbono promuovere i progetti migliori esistenti sul mercato, mi riferisco ad esempio a «CasaClima» e a quant'altro disponibile nel settore dell'edilizia residenziale, attraverso interventi di defiscalizzazione o di concessione di incentivi.
Sicuramente, infine, siamo favorevoli a sostenere le nostre aziende, che danno corpo allo sviluppo dell'intero Paese, nei processi di riconversione in direzione di uno sviluppo sostenibile.
In sintesi, queste sono le nostre istanze e questa è la nostra linea.
Faremo sempre quadrato con il Governo, qualora queste istanze siano poste in prima linea e godano della massima attenzione. Siamo fin d'ora disponibili a proporre iniziative legislative adeguate, per promuovere questo indirizzo politico.

AGOSTINO GHIGLIA. Vorrei intanto ringraziare il Ministro per la presenza, anche perché vorrei ricordare ai colleghi - che ogni tanto ricordano che questa è la seconda presenza del Ministro dall'inizio della legislatura - che la legislatura stessa è iniziata più o meno da quattro mesi, c'è stata anche la pausa estiva, e quindi non mi sembra che il Ministro sia stato poco presente; d'altronde sono sempre presenti il Governo e il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, nella persona del sottosegretario Menia, quando ciò si renda necessario. Quando è stato chiamato, il Ministro è venuto: mi sembra un punto importante, tanto per iniziare con una noticina polemica, alla quale ne aggiungo subito un'altra.
Vorrei infatti ringraziare il Ministro anche perché, finalmente, qualcuno è andato in Europa a fare gli interessi dell'Italia in tema ambientale e non soltanto per diporto o per fare vacanza in un hotel a sette stelle. Sto parlando di Pecoraro Scanio, che oggi l'allora maggioranza critica, ma che - come direbbero i cugini d'oltralpe, che hanno emissioni diverse, ma anche potenzialità diverse - malheureusementper due anni se lo era tenuto senza sfiduciarlo.
Ciò detto, occorre domandarsi dove risieda l'interesse dell'Italia. Chi oggi critica, devo dire in maniera estremamente soft- cosa che ho apprezzato -, la linea del Governo (dopo il lungo discorso dell'onorevole Realacci, infatti, non ho colto che qualcuno abbia dichiarato in questa sede, come invece è stato fatto tramite comunicati stampa, che il Governo ha sbagliato), ha preso atto che è in corso una situazione drammatica. Vorrei, in qualche modo, partire dalla fine, chiedendo chi mai, di tutti noi, avrebbe il coraggio di andare a dire ai nostri concittadini che, a fronte di un importante, culturalmente fondamentale, irrinunciabile diminuzione dello 0,3 per cento delle emissioni globali di CO2, andremo - in questo momento catastrofico per l'economia mondiale - a farne pagare i costi aumentando le bollette e il prezzo dei generi di consumo.
È per questo che ringraziamo la signora Ministro: per essere andata semplicemente a difendere gli interessi di tutti. La ringraziamo, perché ridiscutere un accordo preso con troppa leggerezza dieci anni fa (quando mi sembra che governasse il Presidente D'Alema), in cui si sottoscrissero accordi inizialmente troppo penalizzanti per l'Italia, anche riguardo alla percentuale che avremmo dovuto versare rispetto agli altri Paesi europei, mi sembra non possa che fare onore al Governo che abbia intrapreso una tale strada.
Mi riferisco a un costo che sarebbe stato inaccettabile, insostenibile per i cittadini, quindi per tutti noi, per le imprese, per la nostra competitività, a meno che


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qualcuno non auspichi un'ulteriore maggiore delocalizzazione e un'ulteriore maggiore perdita di posti di lavoro.
Chi ha una conoscenza minimale della realtà produttiva del nostro Paese - non soltanto per evocare le solite piccole e medie imprese, ma anche per avere una fotografia reale di quello che ci accade attorno - sa benissimo che non ridiscutere quelle percentuali e quelle scadenze, per il nostro Paese, avrebbe rappresentato e rappresenterebbe un dramma epocale.
Tutto ciò prescindendo dal discorso culturale sull'utilità di ridurre questo tipo di emissioni. Non voglio neppure citare il dato del 2 per cento, né sono in grado in questa sede - non credo che lo siano in molti - di mettere in discussione l'utilità, rispetto ai costi, di una «lotta» a questo tipo di emissioni. Di fatto, nel momento in cui l'Europa passa per essere, anzi è, una delle zone del mondo più industrializzate (a parte la Cina, gli Stati Uniti e l'India, che del resto non si limitano a non sottoscrivere questa «lotta», ma non ne vogliono proprio sapere, né ora, né nel 2012; ci auguriamo che, magari cambiando amministrazione da qualche parte e arrivando la democrazia pure in Cina nel giro di venti o trent'anni, riescano anch'essi ad arrivare ad aderire a ciò che noi abbiamo ormai dato per scontato, cioè a una riduzione dell'emissione del 2 per cento) e a prescindere dal dato culturale dell'utilità - oggi messo pesantemente in discussione da più parti - credo che non sia facile spiegare con questi numeri, queste percentuali e questi costi potenziali per il nostro Paese (i 18 miliardi di euro) il motivo per cui non sarebbe stata svolta da parte del Governo un'operazione da tutti condivisibile.
In fondo non si propone di stracciare il protocollo di Kyoto, non si dichiara che esso non va più bene perché non abbiamo soldi. Si propone invece di ottenere, di rinegoziare condizioni più eque, che ci consentano di rimanere sul mercato, tenuto conto che abbiamo una produzione energetica estremamente carente, che porta a una dipendenza quasi totale dall'estero e che, quindi, abbiamo più difficoltà di altri.
Credo che la richiesta di una maggiore flessibilità sia assolutamente condivisibile, al pari di quella della rinegoziazione.
Rispetto a tutto ciò che il Ministro ha detto, la mia unica domanda «fuori sacco», considerando anche ciò che andremo a discutere tra poco in Assemblea, è se si ritenga possibile rispettare l'esigenza di tempi brevissimi per l'individuazione di siti per la localizzazione degli impianti nucleari, così da poter ricominciare a pensare alla produzione di energia tramite lo sfruttamento dell'energia nucleare.
Il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare agisce collegialmente con il resto del Governo e credo che oggi debba essere impressa - se il Ministro lo riterrà - un'ulteriore spinta nei confronti di questo tipo di svolta energetica, per cercare di riportare il nostro Paese in condizioni simili a quelle di tanti altri nostri «vicini di casa».

ELISABETTA ZAMPARUTTI. Signor Ministro, la ringrazio della sua presenza in Commissione ambiente e colgo l'occasione per sottoporre alla sua attenzione una proposta che, come Radicali, abbiamo avanzato rispetto alle richieste presentate dall'Italia in ambito europeo e che pongono il nostro Paese in una posizione «riottosa», rispetto agli altri membri dell'Unione europea.
La proposta che le volevo chiedere di prendere in considerazione è quella di un impegno del nostro Paese affinché sia reso vincolante l'obiettivo dell'efficienza energetica che - come immagino lei sappia - è, fra i tre obiettivi posti dal pacchetto clima-energia, l'unico a non essere vincolante.
Si tratta di una proposta che abbiamo avanzato nella consapevolezza che il nostro Paese e la stessa Unione europea presentano alcuni settori di eccellenza in questo ambito. Anche Confindustria ha accolto con interesse tale proposta e ha sottolineato l'importanza di un vincolo


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europeo in questo ambito, al fine di poter ulteriormente migliorare la posizione interna di parte delle nostre aziende in questo settore. Credo che, grazie a questa proposta che va a incidere, in realtà, su una riduzione della domanda di energia, diventerebbero anche più facilmente conseguibili gli altri due obiettivi, cioè quello relativo alla produzione di energia da fonti rinnovabili e quello della riduzione delle emissioni di CO2. Analogamente - non abbiamo qui molto tempo e mi limito a ricordare che esistono numerosi documenti emanati dall'Agenzia internazionale per l'energia, nonché il libro verde della Commissione europea sull'efficienza energetica - un'azione incisiva, seria e determinata su questo settore porterebbe indubbiamente alla riduzione anche della dipendenza del nostro Paese dall'importazione di combustibili fossili. Credo che questa sarebbe una via di gran lunga più economica per la riduzione della nostra dipendenza energetica dall'estero rispetto, ad esempio, alla scelta del nucleare.
Questo Governo dovrebbe imparare un po' anche dalla vicenda che ha colpito il nostro settore automobilistico, che è andata come sappiamo proprio per una mancanza di impegno politico nella difesa di un settore in cui ricoprivamo posizioni di eccellenza che avremmo potuto far prevalere in Europa, a vantaggio della nostra industria. Su questo tema, comunque, la stessa FIAT non ha fatto valere tutto il proprio peso per riuscire a portare a casa un risultato nel suo interesse.
Se esistesse la volontà di imparare anche dagli errori che sono stati commessi, credo che il nostro Paese potrebbe guidare alleanze, in una prospettiva di crescita fondata sull'innovazione tecnologica. Vedo sotto questa ottica un impegno nel settore dell'efficienza energetica, che ci potrebbe portare a dialogare con Stati che hanno altre posizioni e altre prospettive rispetto ai Paesi dell'est europeo (senza volere con questo screditarli) ai quali, invece, la posizione che avete espresso in ambito europeo ci porta ad affiancarci.

ROBERTO TORTOLI. Mentre ringrazio il Ministro, approfitto dell'intervento della deputata Zamparutti per esprimere ad alta voce, a lei ed a me stesso, due concetti.
Sul discorso dell'efficienza energetica, l'Italia si è misurata in maniera notevole nei confronti dei Paesi dell'Europa. Uno dei motivi per i quali siamo stati sacrificati, con il Protocollo di Kyoto, è stata proprio la nostra efficienza energetica.
Oggi si parla di automobili perché gli altri Paesi d'Europa non hanno più la capacità di migliorare la propria efficienza energetica nel settore dell'industria e così si muovono in una direzione che rischia di penalizzarci nel settore dei trasporti.
Tutto ciò per dire che, finalmente, il nostro Governo ha avuto il coraggio di dire in Europa come stanno le cose: il coraggio di dire che gli altri Paesi non affrontano positivamente alcun problema ambientale se non è sostenibile, oltre che ambientalmente, anche economicamente.
Per anni, l'Italia è andata in Europa a difendere posizioni che non sono sostenibili economicamente. Finalmente, il rappresentante del Governo italiano è andato in Europa e ha detto le cose come stanno, da buon padre di famiglia, non tirandosi indietro, con perfetta consapevolezza. D'altra parte, lo stesso deputato Realacci, nella sua discussione in cui ha colto tutta una serie di inadeguatezze nell'azione del Governo, ha fatto tuttavia anche trapelare la realtà rappresentata dal riuscire a fare politica ambientale in maniera che si arrivi a un concreto governo dell'ambiente, non limitandosi a dichiarazioni di facciata che poi non sono difendibili.
Perché è facile rendere dichiarazioni in campo ambientale, in quanto gli effetti si vedono dopo dieci, quindici o vent'anni. Il Protocollo di Kyoto è uno degli esempi più evidenti al riguardo: si dovevano raggiungere alcuni obiettivi, si sono fatte tante dichiarazioni in questi anni, da destra e da sinistra, si arriva oggi al traguardo e gli obiettivi non si raggiungono.
Sembra evidente, dal mio punto di vista, che non solo debba essere difesa la posizione del Governo italiano, ma che si debba addirittura invitare il Governo


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stesso ad avere ancora più coraggio, nell'interesse dell'ambiente! Perché se non si pongono obiettivi veri, reali e possibili, non si va da nessuna parte.
Voglio tranquillizzare il Ministro (anche se credo che la tranquillità ce l'abbia comunque): una settimana fa ero a Parigi, all'Ocse. I colleghi del Parlamento e degli altri governi hanno sollevato tutti il problema dell'incompatibilità attuale tra Kyoto, le tematiche ambientali e la crisi economica. Tutti si sono posti il problema: la Germania, la Francia, tutti i Paesi partecipanti a quell'incontro, poiché si tratta di un dato reale ed effettivamente - come ho già sostenuto - non ho mai visto gli altri Paesi accettare accordi in tema ambientale senza che fosse dimostrata la loro sostenibilità economica. Quindi, signora Ministro, vada avanti a difendere questa linea con coraggio, perché è inutile illudersi di poter raggiungere obiettivi irraggiungibili.
Desideravo anche ringraziarla per il quadro che ha fatto dell'ISPRA. Nutrivo, infatti, molte perplessità, soprattutto per ciò che riguarda il tema dei precari, un po' per quello che si sentiva provenire da ISPRA e un po' per quella che è la situazione attuale, con le riduzioni previste dalla manovra finanziaria e quant'altro. Mi sembra, invece, che il quadro che lei ha illustrato - sia relativamente alle prospettive di ISPRA come istituto di ricerca e di controllo, sia per quello che riguarda anche le opportunità derivanti, gradualmente, da un certo percorso, seppure complesso, che ci ha ben descritto - possa dare tranquillità e garanzie all'istituto e a chi ci lavora.

SALVATORE MARGIOTTA. Sarò brevissimo, presidente, come da sua raccomandazione.
Signora Ministro, entrando direttamente in argomento, le porrò quattro rapide domande.
La prima fa riferimento all'affermazione contenuta al termine del suo intervento, circa l'impegno forte, in materia ambientale, di questo Governo. Mi consenta di dirle che ho difficoltà a riconoscere che questo Governo fin qui abbia sviluppato un forte impegno in tale materia. Se c'è stato non l'ho visto e vorrei sapere in quali azioni esso si sia estrinsecato. Quello che ho visto è che nel DPEF non vi è stata alcuna annotazione in relazione alla questione dei cambiamenti climatici, che nella manovra finanziaria i fondi al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare sono stati tagliati del 31 per cento, che col decreto-legge n.112 del 2008 si è perfino cancellata la certificazione energetica degli edifici.
Seconda domanda: rispetto al Protocollo di Kyoto lei ha detto, correttamente, che i dati attuali richiederebbero una riduzione del 13 per cento delle emissioni di CO2, da oggi, per rientrare nel 6,5 per cento di riduzioni del post Kyoto e ha anche elencato una serie di misure, per la verità, per lo più intraprese dal Governo precedente, relative, appunto, al tentativo di conseguire questi obiettivi. Le chiedo, oltre a quelle misure, quali altre azioni concrete ritenga questo Governo di compiere.
Rispetto poi alla sua affermazione sulla gradualità in direzione dell'obiettivo di Kyoto, le chiedo che cosa significhi per lei «gradualità»; in sostanza, se, in base alle sue previsioni, riusciremo a centrare o no, nel 2012, i numeri su cui ci siamo impegnati. Le domando, inoltre, se le sue previsioni sono negative, in che maniera pensate di «cavarvela», come Governo, e di «farla cavare» all'intero Paese.
La terza domanda riguarda i numeri. È noto che, rispetto al dato da lei fornito di 18 miliardi di euro di costo per rispettare gli impegni europei di qui al 2020, l'Unione europea fornisce dati completamente differenti e parla di 8 miliardi di euro. Esiste, dunque, una differenza notevole tra 18 e 8 miliardi. Vorrei chiederle come spiega una differenza di dati così evidente e quali numeri sono stati considerati, dagli uni e dagli altri, per arrivare a un risultato talmente discordante.
Volevo, inoltre, chiedere se il Governo abbia operato anche una quantificazione dei benefici che, gli impegni europei di qui al 2020 consentirebbero di ottenere, sia in


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termini di risparmio di idrocarburi (se riuscissimo, ad esempio, a centrare il 20 per cento di produzione di energia attraverso fonti rinnovabili, avremmo un grande risparmio di idrocarburi), sia in termini di sviluppo di una nuova economia intorno alle fonti di energia rinnovabili. È ben noto, per esempio, che in Germania, attorno alla produzione di fotovoltaico si sono sviluppate industrie che producono pannelli fotovoltaici, che sono particolarmente avanzate e che contribuiscono in termini percentuali non irrilevanti al PIL.
Infine, vorrei porre una domanda molto concreta. Abbiamo saputo ieri, da un incontro che abbiamo avuto con un parlamentare europeo che si occupa di queste cose, che venerdì si svolgerà un incontro al Coreper (Comitato dei rappresentanti permanenti), un tavolo tecnico nel quale bisognerà che il Governo presenti alcune proposte di merito coerenti con le sue dichiarazioni, cioè non tese a stracciare gli accordi, bensì a rinegoziare alcune condizioni sulla base dell'equità a cui lei faceva riferimento. Vorrei chiederle, quindi, quali sono queste proposte concrete e, conseguentemente, che cosa si cela dietro la parola «equità»; quali sono le misure che lei e il Governo intendete adottare perché sul tavolo europeo si difendano gli interessi del Paese - come noi tutti desideriamo che si faccia - e contemporaneamente si tenga fede non solo ai patti firmati sul Protocollo di Kyoto, ma anche al quadro che l'intera Unione europea disegna e rispetto al quale noi vorremmo che l'Italia non fosse l'ultima ruota del carro, se non addirittura estranea.

PRESIDENTE. Do la parola al Ministro Prestigiacomo per la replica.

STEFANIA PRESTIGIACOMO, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Ringrazio tutti i deputati e le deputate che sono intervenuti. Credo che sia stata opportuna questa audizione, quindi ringrazio il presidente perché mi ha dato la possibilità di spiegare in maniera chiara la posizione del Governo, con riferimento al pacchetto clima-energia e al processo di riordino dell'ISPRA.
Credo che nella mia relazione siano contenute tutte le risposte alle domande che sono pervenute dai vostri interventi, davvero tutte. Cionondimeno, senza alcuno spirito polemico, tratterò alcune delle osservazioni che ho annotato e che credo meritino un'ulteriore riflessione e precisazione da parte mia.
Riguardo all'ISPRA, francamente, non comprendo le osservazioni fatte dall'onorevole Bratti, con riferimento agli atti, disposti dal commissario, di annullamento dei bandi di concorso e alle dichiarazioni rese dal commissario Grimaldi. Sia gli uni che le altre confermano, infatti, quello che ho appena detto riguardo alle prospettive e sono assolutamente in linea con il contenuto della mia relazione. Ribadisco perciò che gli atti relativi ai precedenti bandi sono stati annullati perché sono state riscontrate irregolarità nelle procedure concorsuali. Per evitare di perdere questa opportunità di stabilizzazione di una parte del personale precario dell'ISPRA, sono state riavviate le attività per giungere a nuove procedure concorsuali entro la fine dell'anno, per evitare il rischio che tutti quei contratti che vanno a scadere il 31 dicembre 2008 si intendano conclusi. Quindi, esiste un'assoluta chiarezza rispetto alle scelte intraprese.
Chiaramente, dovete capire - se avete domande di dettaglio, chiamate qui il commissario Grimaldi a riferire - che, nella complessità di una situazione amministrativa molto confusa che è stata trovata all'interno dei tre istituti, si sta cercando di fare chiarezza e si stanno compiendo atti, tutti legittimi, che tengano conto anche - come dicevo prima, ad esempio, in rapporto alla valutazione dei precari - di chi si è già sottoposto a un concorso pubblico rispetto a chi, invece, fa parte di un progetto di ricerca in virtù di contratti di collaborazione coordinata e continuativa.
A me sembra che ci sia assoluta trasparenza. Se avete ulteriori dubbi, vi invito a formulare richieste precise, attraverso gli strumenti di sindacato ispettivo o anche


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attraverso l'organizzazione di apposite riunioni, come preferite, e vi saranno fornite risposte precise. Non sussiste alcuna confusione. Ho fatto una precisazione a braccio, rispetto a una descrizione un po' burocratica della situazione dei numeri relativi al personale, cercando di spiegare questi dati in maniera più semplice. Se ho aggiunto elementi di confusione e non sono stata chiara, posso ulteriormente spiegare e rileggere la parte della relazione relativa alla gestione dei precari. Tuttavia, ciò che risulta chiaro è che stiamo cercando di trovare procedure trasparenti, legali, che ci consentano di non mettere in mezzo alla strada 400 unità di personale.
Credo che questo sforzo debba essere apprezzato, tenuto conto che tutta la situazione dei precari dell'ISPRA nasce negli anni precedenti, per cui non capisco neanche il riferimento dell'onorevole Bratti al ruolo del precedente Governo. Non mi pare che, se oggi mi trovo nella situazione di dover gestire 628 precari, sia stato fatto qualcosa durante il precedente Governo per affrontare in maniera risolutiva questo problema. Vorrei dunque, al di là delle diverse opinioni, sul pacchetto clima-energia e quant'altro, che si mantenesse anche un po' di onestà intellettuale.
Per quanto riguarda il ruolo futuro dell'ISPRA, avrete tutte le opportunità per valutare il provvedimento perché sarà discusso qui in Commissione, quindi c'è tempo per discutere su questo tema. Ho ribadito quello che, secondo me, è essenziale e cioè che l'ISPRA debba essere un istituto di ricerca, poiché tale è la natura, anche contrattuale, di tutto il personale che opera nei tre istituti. Diversamente, non si capirebbe perché sia stato scelto il contratto collettivo sulla ricerca per tutto il personale dei tre istituti. Parallelamente, va garantita la funzione dei controlli, che però oggi, a mio avviso, deve essere supportata ancora di più da una base scientifica, al fine di rendere tutti i controlli intelligibili e perché esistano linee guida molto chiare a riguardo.
L'onorevole Bratti, inoltre, ha citato la mia risposta a una pagina molto sconcertante che è uscita domenica, su Repubblica. Mi fa piacere che l'unica osservazione che egli ha fatto al riguardi la citazione di un verbale di una riunione, rispetto alla quale il giornalista citava una strana situazione di conflitto e in cui era presente anche il gestore. Ho subito chiarito, durante i vostri interventi, essendomi stata fornita una copia del verbale, che l'onorevole Bratti si riferiva a una riunione tenuta presso l'ISPRA e non alla riunione a cui facevo riferimento io, che era guidata dal capo di gabinetto Montedoro, una riunione politica, chiamiamola così, con i rappresentanti della regione, con l'Arpa, alla quale non era presente il gestore. Si sono poi svolte riunioni nelle quali il gestore è stato presente. Posso assicurare che tutti i gestori, tutti i soggetti che rappresentano imprese e industrie che hanno problemi relativi al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sono assolutamente i benvenuti, se desiderano venirsi a confrontare con noi.
In quella riunione non sussisteva alcuna situazione di conflitto, così come si paventava nell'articolo. Nell'unica riunione di cui sono a conoscenza, che era quella con gli enti locali, quindi non una riunione fatta da altri (c'è un verbale disponibile), l'ILVA non era presente a nessun titolo. Detto ciò, noi l'ILVA la incontriamo tutte le volte che è necessario, poiché non pensiamo di dover avere alcun problema al riguardo. Anzi, bisogna condurre ancora di più questa azione di stimolo.
L'onorevole Bratti, tuttavia, non ha rilevato nulla, e ciò mi conforta, con riferimento al fatto che le diossine stanno diminuendo; che stiamo applicando un accordo di programma che è stato sottoscritto dal presidente Vendola e dall'ex Ministro Pecoraro Scanio; che anche l'Arpa ha registrato questa diminuzione della diossina; che esiste un problema legato a un impianto che non si è potuto realizzare poiché mancavano le autorizzazioni comunali, in quanto esso ricade nel sito SIN, quindi un sito inquinato; che questa situazione era nota negli anni passati e nulla è stato fatto al Ministero per sbloccare questa empasseche, di fatto, bloccava ogni buona volontà anche da


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parte dei rappresentanti dell'ILVA; che il Ministero, nella gestione attuale, ha risolto in pochissimo tempo questo problema e quindi adesso la palla torna al comune, che deve decidere se autorizzare o non autorizzare questo impianto.
È stato svolto un lavoro molto serio, tra l'altro condotto anche in assoluto accordo con i rappresentanti della regione Puglia, che sono stati sempre presenti al tavolo. Quell'articolo era sorprendente, poiché imputava alla presidenza della regione Puglia tutta una serie di dichiarazioni e polemiche riguardo al lavoro che il Ministero sta svolgendo, che, francamente, non corrispondono neanche alle cose che sono state dette direttamente.
Una precisazione era comunque dovuta, molto dura, punto per punto, perché l'ILVA è un'industria che dà lavoro a 14 mila persone nel comune di Taranto, con un indotto molto vasto e quindi credo sia interesse di tutti compulsare l'industria affinché questo programma sia realmente attuato. Si può fare di più e di meglio, ma non si devono agitare fantasmi e seminare il panico, perché credo che ciò non interessi a nessuno. Dico questo perché sono rimasta molto colpita del fatto che proprio quando, per la prima volta, si stanno ottenendo risultati pubblicamente riconosciuti, sui giornali si legge esattamente il contrario.
Con riferimento al Protocollo di Kyoto, la situazione è esattamente quella che ho rappresentato nella relazione. Dico al deputato Realacci che tutto il programma, che ho citato punto per punto, è stato realizzato durante il precedente Governo Berlusconi dal mio predecessore Ministro Matteoli e completamente fermato durante la gestione di Pecoraro Scanio. Ora stiamo riprendendo tutto quello che era stato programmato.
Realacci ha citato anche un direttore generale, ricordando che appunto questa Commissione, nella precedente legislatura, si è opposta a un provvedimento riorganizzativo fortemente punitivo nei confronti di quella direzione di quel direttore. Egli si è dato da solo la risposta sul perché tutte le iniziative relative al Protocollo di Kyoto che erano e sono ancora in capo a quella direzione sono state fermate. È evidente che sussisteva un problema interno tra il precedente Ministro e l'attuale direttore. Personalmente, invece, penso che tutte le cose che erano state avviate siano importantissime.
Al momento, direi che non servono altre azioni. Occorre soltanto far ripartire quel programma e riattivare presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, presso il Cipe, un comitato interministeriale che era stato istituito - anche quello - all'epoca del governo Berlusconi. Infatti, oltre a questo pacchetto di misure previsto dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, è evidente che il raggiungimento degli obiettivi di Kyoto comporta una contabilizzazione di tutti i progetti e le iniziative che riguardano altri ministeri, ad esempio tutto il programma relativo alle infrastrutture, allo sviluppo delle ferrovie, eccetera. Tutte queste iniziative concorrono, infatti, alla riduzione delle emissioni di CO2 e non si può pensare che il problema di Kyoto lo risolva da solo il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Quest'ultimo deve coordinare e, ovviamente, per far questo ci vogliono risorse.
Tali risorse sono disponibili e le stiamo riattivando, ma poi bisogna avviare una strategia integrata, come di fatto stiamo facendo. Gli obiettivi vanno assolutamente raggiunti: dobbiamo fare di tutto per avvicinarsi il più possibile a questi obiettivi, altrimenti saremo (nel caso di un pacchetto clima-energia così com'è attualmente) due volte penalizzati, come giustamente ricordava l'onorevole Realacci.
L'onorevole Realacci solleva un problema reale quando dice che abbiamo avuto dei ritorni che riguardavano i CIP 6, però questi proventi non sono poi stati reinvestiti sull'ambiente. Il problema è reale, lo condivido, ma è più ampio, perché riguarda un po' la tradizione di tutti i Governi, secondo la quale le misure che sono per legge previste in termini di ritorno come risorse da spendere in un settore, di fatto vengono incamerate dal Tesoro e quasi mai vengono ridistribuite.


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Stiamo studiando un provvedimento, tanto per citare un piccolissimo esempio, relativo alla commissione VIA, che è sostenuta economicamente dai soggetti proponenti dei progetti. Questi soldi, tuttavia, vanno a finire al Tesoro mentre noi non riusciamo neppure a pagare i commissari. Quindi si tratta di un problema ben più ampio della misura dei CIP 6, che andrebbe affrontato seriamente sul piano normativo.
Proseguo velocemente: sui costi del pacchetto clima-energia siamo disponibilissimi a venire con il direttore Clini e con i tecnici, per spiegare esattamente quali sono i punti di partenza sui quali siamo assolutamente d'accordo con la Commissione europea (sono dati che ci hanno fornito loro) e i punti di arrivo. Dico tuttavia che la Commissione non ha tenuto in considerazione, nell'elaborazione di questi costi, una serie di fattori che sono fondamentali e sotto gli occhi di tutti. Ne cito solo due. Si pensava a una prospettiva di PIL in crescita, ma non mi pare che il PIL sia in crescita nei prossimi anni, né che questa sia la prospettiva. Quindi, lo scenario cambia. Si è poi calcolato un costo del petrolio riferito a un anno in cui il petrolio è sceso, ma oggi il petrolio è più caro rispetto all'anno di riferimento del calcolo da loro svolto.

ERMETE REALACCI. Ma questo è un vantaggio!

STEFANIA PRESTIGIACOMO, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. No, non è un vantaggio e lo possiamo dimostrare. Non esiste alcun tentativo di strumentalizzare questi costi, giacché la partita è troppo seria. Quindi se voi, giustamente, avanzate alcuni dubbi, saranno i tecnici a venire qui, si terrà una riunione informale, o come volete voi, io sono assolutamente disponibile, e spiegheranno punto per punto quali sono le valutazioni.
Venerdì a Parigi inizia il confronto che la Presidenza francese ha previsto, in vista dei prossimi appuntamenti dei vari organi comunitari (sia di settore, sia del Consiglio europeo), chiedendo un confronto tecnico con tutti i Paesi, a partire dall'Italia. Si svolgeranno incontri bilaterali a livello tecnico, non a livello politico. Lì riporteremo le nostre richieste emendative, che non sto qui a sintetizzare, poiché sono molto articolate e complesse, ma che vi trasmetteremo. Sono pubbliche, in quanto sono state depositate e sono sempre le stesse da giugno. Ripetiamo sempre le stesse cose in tutti i consigli e le richieste di modifica riguardano - vi cito solo i primi due titoli: i criteri di identificazione dei settori esclusi dal sistema delle aste (all'interno della direttiva si vogliono escludere quei settori considerati a rischio di delocalizzazione, ma a noi non va bene, perché i settori che l'Unione europea considera non sono esattamente i settori che consideriamo noi); un meccanismo di maggiore flessibilità (poiché il sistema CDM - che riguarda i progetti fatti all'estero e che aiutano comunque l'ambiente, trattandosi di progetti eseguiti dalle nostre imprese italiane nei Paesi in via di sviluppo in cui portiamo tecnologie pulite, consentendo alle nostre imprese di acquisire a un costo molto inferiore i crediti e i certificati verdi - verrebbe ridotto drasticamente per cui queste attività si potrebbero condurre solo all'interno dell'Europa).
Vorrei poi, per curiosità, domandare all'opposizione perché ha assunto questa posizione assolutamente a favore della richiesta di modifica del pacchetto CO2-auto. Diciamocelo chiaramente: abbiamo trovato questo negoziato ormai in fase finale e stiamo intervenendo ormai a tempo quasi scaduto. Si tratta di una missione quasi impossibile, però la stiamo portando avanti chiedendo che il pacchetto CO2-auto vada assieme al pacchetto clima-energia. Mi chiedo perché sul pacchetto auto l'opposizione ha questa posizione, mentre non ritiene di dover difendere settori industriali che, a mio avviso, meriterebbero da parte dell'opposizione la stessa attenzione che merita la FIAT.

ERMETE REALACCI. Semplicemente perché in questo caso la FIAT ha ragione.


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STEFANIA PRESTIGIACOMO, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Siamo stati tutti concordi nel dire che qui nessuno fa un favore alla FIAT e che difendiamo l'industria italiana, ma l'industria italiana dovrebbe essere difesa sempre, quando non trucca le carte e quando dimostra, con tutto quello che è stato fatto, che in termini di efficienza energetica l'Italia è sempre avanti. Sarebbe interessantissimo capire perché essa non meriti l'attenzione dell'opposizione.
Mi devo fermare, anche se vorrei rispondere ad altre sollecitazioni che sono arrivate. Credo, comunque, di avere affrontato i temi principali.
Desidero ringraziare i miei colleghi della maggioranza, quelli che sono intervenuti, perché credo che dalle loro parole si confermi un fatto nuovo, cioè che in questa maggioranza la voce è unica. Anche se parliamo in tanti, il contenuto e la sostanza sono gli stessi.
Credo che ciò rappresenti un valore aggiunto di questo Governo che parla una sola lingua e che, soprattutto, forse ha suscitato un po' di sorpresa in Europa, dove invece erano abituati a un'Italia divisa, a seconda del Ministro che andava a rappresentare la posizione.

PRESIDENTE. Nel ringraziare il Ministro Prestigiacomo per la disponibilità manifestata, dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 16.

VIII Commissione (Ambiente, territorio e lavori pubblici)

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