dal 29/04/2008 - al 14/03/2013

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COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA
SULLE ATTIVITÀ ILLECITE CONNESSE
AL CICLO DEI RIFIUTI

INDICE

Frontespizio

Lettere

Premessa ... 7

1. Le infiltrazioni mafiose nel ciclo dei rifiuti in Lombardia ... 12
1.1 Alcune premesse in diritto sulle caratteristiche dell'associazione mafiosa ... 12
1.2 Modalità operative della 'ndrangheta in Lombardia ... 14

2. I principali procedimenti penali nei confronti della 'ndrangheta in Lombardia ... 20
2.1 Le indagini nei confronti del clan Barbaro/Papalia (operazioni «Cerberus» e «Parco Sud») ... 33
2.2 Le indagini nei confronti del clan Romeo/Flachi (operazione «Caposaldo») ... 49
2.3 Le indagini nei confronti del clan Paparo («operazione Isola») ... 62
2.4 L'assalto della 'ndrangheta al gruppo Perego e i tentativi di inserimento nei grandi gruppi industriali nazionali («operazione Tenacia») ... 75
2.5 La gestione dei rifiuti da parte dell'impresa mafiosa ... 93

3. Le attività di contrasto ... 97

4. Le altre indagini ... 102

5. La provincia di Milano ... 111
5.1 Alcune tematiche relative ai terreni di riporto, ai «Piani scavi» e alle ex cave ... 113
5.2 Alcune indagini della procura della Repubblica di Milano ... 120

6. Iniziative volte a prevenire le infiltrazioni mafiose nei lavori dell'Expo 2015 ... 135

7. L'area ex Sisas del Sin di Pioltello Rodano ... 139

8. Le altre aree della provincia di Milano comprese nei Sin ... 155

9. La provincia di Monza e Brianza ... 159
9.1 La situazione delle bonifiche ... 162
9.2 Il quadro relativo agli illeciti ... 163

10. La provincia di Brescia ... 170
10.1 L'attività di polizia giudiziaria nella provincia di Brescia e, in particolare, le indagini della procura di Brescia relative all'autostrada Bre.Be.Mi e al rilascio dell'Aia per la discarica di amianto nel comune di Cappella Cantone ... 172
10.2 Alcune problematiche relative allo smaltimento dei rifiuti industriali ... 182
10.3 La proliferazione delle cave e il connesso problema delle discariche di rifiuti speciali ... 185
10.4 Problematiche concernenti il comune di Montichiari e i comuni limitrofi ... 197
10.5 Alcune problematiche concernenti le discariche e l'utilizzo delle scorie ... 201
10.6 La situazione delle bonifiche ... 203
10.7 Inquadramento del Sin di Brescia Caffaro e stato della contaminazione ... 207
10.8 Le indagini epidemiologiche condotte per il Sin di Brescia ... 213

11. La provincia di Mantova ... 214
11.1 La gestione dei rifiuti ... 214
11.2 La situazione delle bonifiche ... 222
11.3 Situazione epidemiologica del comune di Mantova e dei comuni limitrofi ... 241
11.4 Situazione di alcuni siti inquinati della provincia di Mantova ... 243
11.5 Alcune considerazioni ... 245

12. La provincia di Bergamo ... 251
12.1 La gestione dei rifiuti urbani e speciali ... 251
12.2 Il sistema impiantistico per il trattamento, il recupero e lo smaltimento dei rifiuti e le discariche ... 255
12.3 Le attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti ... 260

13. La provincia di Cremona ... 264

14. La provincia di Pavia ... 269
14.1 La gestione dei rifiuti ... 269
14.2 La situazione delle bonifiche ... 276

15. La provincia di Lodi ... 278

16. La provincia di Como ... 284

17. La provincia di Varese ... 288

18. La provincia di Lecco ... 294

19. La provincia di Sondrio ... 297

Conclusioni ... 299



Doc. XXIII n. 13


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Premessa

Sulla base dei dati riportati nell'annuario Ispra 2012 (riferiti all'anno 2010), la Lombardia rappresenta una delle poche eccellenze del panorama nazionale in tema di gestione dei rifiuti urbani.
La produzione pro capite di rifiuti urbani in Lombardia si attesta sui 500 kg/ab per anno, valore al di sotto della media nazionale. La percentuale regionale di raccolta differenziata, riferita al 2010 superava già l'obiettivo nazionale fissato al 2008, attestandosi al 48 per cento circa, con un incremento, rispetto al 2009 di oltre un punto.
Con riferimento alle percentuali di raccolta differenziata negli ambiti provinciali (vedi grafico relativo alle province con percentuali di raccolta differenziata superiori al 55 per cento), si segnala il dato regionale delle province di Cremona e Varese (superiori al 59 per cento) e quelli delle province di Monza-Brianza e Lecco (superiori al 56 per cento). Rispetto ai dati relativi alle aree grandi aree urbane, Milano si attesta al 34 per cento circa, collocandosi al sesto posto a livello nazionale.

Rispetto alla potenzialità di trattamento dei rifiuti, come risulta dalla tabella sottostante, la Lombardia, con 13 impianti si colloca al primo posto tra le regioni del Nord e a livello nazionale.


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Particolarmente interessante è poi il dato relativo alla percentuale di rifiuti urbani, frazione stabilizzata e Cdr destinati ad incenerimento, pari al 41,8 per cento, che colloca la Lombardia al primo posto a livello nazionale. Ne deriva un ricorso assolutamente residuale allo smaltimento in discarica, rispetto al totale dei rifiuti prodotti. A conferma di ciò il dato relativo alla Lombardia è il più basso a livello nazionale.
La Lombardia è tra le cinque regioni italiane ad aver raggiunto, con un anno di anticipo, l'obiettivo 2011 di riduzione progressiva dello smaltimento in discarica per i rifiuti biodegradabili (115 kg/anno per abitante).
Anche in tema di pianificazione della gestione dei rifiuti, in attuazione a quanto disposto dal decreto legislativo n. 205 del 3 dicembre 2010 («disposizioni di attuazione della direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 novembre 2008 relativa ai rifiuti e che abroga alcune direttive»), la regione Lombardia ha elaborato un piano regionale di gestione dei rifiuti urbani, un piano regionale di gestione dei rifiuti speciali, un programma di riduzione dei rifiuti biodegradabili, piani e programmi per lo smaltimento degli


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apparecchi contenenti Pcb e Pct, un piano per la bonifica dei siti inquinati, un piano di gestione degli imballaggi e dei rifiuti da imballaggio (vedi tabella seguente).

Diverso e più complesso è il discorso sui rifiuti speciali che rappresentano l'80 per cento del totale dei rifiuti prodotti nella regione. In questo settore, il rischio di attività illecite connesse al traffico di rifiuti è elevato, come pure l'interesse delle cosche, posto che la regione Lombardia risulta coinvolta da numerose inchieste.
Molti rifiuti speciali provengono da fuori regione. Anche per questa tipologia vi è nella regione una consolidata e tecnologicamente interessante pratica di trattamento, lavorazione e smaltimento.
Tuttavia, da quando, nel 2001, è stato introdotto nel nostro ordinamento il delitto che punisce le attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, nella provincia di Milano si sono svolte circa il 10 per cento di tutte le inchieste italiane: ciò ha posto in evidenza la presenza della criminalità ambientale, anche di tipo mafioso, negli appalti relativi al movimento terra nei cantieri pubblici e privati e nello smaltimento delle scorie industriali.
Il quadro generale in Lombardia, quale emerge dalle indagini, non solo della procura della Repubblica in Milano, ma anche da quelle delle altre procure dei distretti delle Corti di appello di Milano e di Brescia, è che il rischio di infiltrazioni criminali viene alimentato da alcuni elementi, quali la sempre minore disponibilità di impianti di smaltimento finale, ossia le discariche, l'aumento costante dei prezzi di smaltimento, la sempre maggiore presenza di figure imprenditoriali che praticano sistemi illeciti di gestione, che in passato sembravano utilizzati, soprattutto e soltanto, dai principali sodalizi criminali.
Vi è poi anche una mobilità, una trasmigrazione di flussi illeciti di rifiuti su tutto il territorio nazionale, accompagnata da una sempre


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maggiore domanda di residui recuperabili soprattutto da parte di alcuni Paesi asiatici e mediorientali, nonché un'attività illecita di smaltimento dei rifiuti in Paesi del terzo mondo.
Dalle indagini delle procure dei distretti di Milano e Brescia è emerso che i comportamenti illeciti più ricorrenti in Lombardia sono rappresentati dallo sversamento di rifiuti in discariche abusive o dal loro tombamento in terreni privati ovvero in cave abbandonate e in terrapieni in prossimità, soprattutto, degli svincoli delle tangenziali.
Tali operazioni illecite vengono realizzate ricorrendo, dietro il pagamento di un compenso, alla identificazione dei rifiuti con codici non pericolosi, riferiti a materiali che, viceversa, sono nocivi e che, di conseguenza, dovrebbero o avrebbero dovuto essere smaltiti con procedure più costose.
Sotto tale profilo, il settore più a rischio è quello dei rifiuti tossici, soprattutto nella provincia di Milano e di Brescia, dove insistono numerose industrie dismesse e siti in cui per decenni sono stati stipati, verosimilmente in modo illegale, rifiuti e scorie.
Peraltro, il rischio è duplice, posto che, per un verso, vi è la tendenza a modificare sia i pesi, sia le tipologie dei rifiuti - il cosiddetto codice Cer (catalogo europeo dei rifiuti) - anche solo tramite un «girobolla» e a smaltirli in modo non corretto, falsificando le certificazioni previste dalla legge e traendo da ciò indebiti benefici, anche sotto il profilo fiscale; per altro verso, spesso tali rifiuti vengono rivenduti con grandi profitti come materiale per riempimento nell'edilizia, con conseguenti danni ambientali indotti.
In conclusione, il crimine lucra due volte dal sistema dello smaltimento illegale dei rifiuti pericolosi, poiché non smaltisce veramente i rifiuti, ma incassa il relativo corrispettivo con documenti falsi per attività non concretamente svolte, e poi utilizza gli stessi rifiuti come materiale di riporto, inerte, per realizzare opere pubbliche o private.
La bonifica ambientale costituisce una delle principali attività illecite che riguarda il ciclo dei rifiuti pericolosi, le quali si alimentano grazie a una contraddizione di fondo del sistema. Se da un lato, infatti, quello delle bonifiche è un ecobusiness dai profitti elevati, soprattutto per le imprese che vi operano illecitamente, dall'altro molte aree contaminate attendono per decenni che si individuino le risorse economiche per il risanamento del terreno e il ripristino dei luoghi.
In particolare, i tempi di individuazione dei responsabili dell'inquinamento, insolventi o falliti, e la carenza di fondi per provvedere in via sostitutiva fanno proliferare «protocolli di intesa» per affidare ai privati i costi di bonifica, con l'impegno a garantire loro benefit per il successivo riutilizzo, il che naturalmente espone a un rischio elevato in caso di smaltimento illegale.
Invero, va sottolineato che a monte persiste un'attività di smaltimento illegale dei rifiuti speciali e/o pericolosi, posto che la soluzione escogitata per rendere sempre e comunque più economicamente vantaggiosa l'attività è, infatti, quella di violare le norme relative al recupero e allo smaltimento. Accade così, quasi per prassi, che i materiali di demolizione, invece di essere selezionati e smaltiti secondo quanto previsto dalle norme in materia, vengono triturati alla
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rinfusa e abbandonati in luoghi abusivi, facendo emergere spesso connivenze tra smaltitori illegali e imprese di movimento terra.
Lo smaltimento illecito dei rifiuti speciali, pericolosi e non, da parte di imprenditori privi di scrupolo non costituisce fenomeno isolato ma investe l'intera regione, come si vedrà di seguito esaminando la situazione di ciascuna provincia.
Si tratta di un fenomeno diffuso, quasi di un modus operandi, che in talune aree si aggrava a causa della contemporanea presenza di numerose fonti di inquinamento del suolo e della falda acquifera.
A tale situazione generalizzata - che richiede un controllo capillare dell'intero territorio regionale per contrastare il dilagante fenomeno degli scarichi abusivi di rifiuti speciali - si registra nella provincia di Milano l'ulteriore emergenza legata alla presenza diffusa della 'ndrangheta calabrese nel trattamento dei rifiuti speciali, come è emerso da numerose inchieste della Dda di Milano.
Di fatto, nella provincia di Milano, si è in presenza di un oligopolio di imprese provenienti dal Sud e, in particolare dalla Calabria, che hanno conquistato il mercato del movimento terra, del noleggio dei ponteggi, delle demolizioni e dei calcestruzzi, in quanto sono in grado di praticare prezzi più bassi, dal momento che non osservano regola alcuna in qualunque settore (penale, civile, amministrativo e tributario) e, dunque, sono in grado di praticare prezzi più bassi rispetto agli imprenditori onesti, come si dirà di seguito, esaminando partitamente i procedimenti penali promossi dalla Dda di Milano nei confronti dei clan della 'ndrangheta operanti sul territorio milanese.
Invero, la presenza della 'ndrangheta a Milano e provincia nel settore del movimento terra in pressoché tutti i cantieri pubblici e privati costituisce il principale problema della realtà milanese e, più in generale, della Lombardia, che questa Commissione d'inchiesta intende affrontare partendo dalle principali inchieste della Dda milanese.
A sottolineare la gravità della situazione è emerso il forte interesse della criminalità calabrese anche in vista dei lavori legati alla realizzazione di Expo 2015, posto che alcune aree dismesse sono avviate alla riqualificazione per far spazio alle aree espositive e alla creazione di luoghi di incontro per eventi.
Non a caso, per contrastare tale fenomeno, la prefettura di Milano, che ospita la sede della sezione specializzata per le grandi opere in vista dell'Expo, nello svolgimento dell'attività di prevenzione - come meglio si vedrà di seguito nel relativo capitolo - ha avviato alcune iniziative, quali:
1. la predisposizione delle cosiddette white list, ossia gli elenchi di fornitori volontariamente iscritti che sono sottoposti a continui controlli da parte delle strutture prefettizie;
2. la sottoscrizione di protocolli di legalità con molti comuni della provincia di Milano, che impegnano le amministrazioni comunali a una maggiore vigilanza nei settori sensibili, come l'edilizia;
3. la costituzione e l'insediamento di un presidio interforze, il Gicex (Gruppo interforze per l'Expo 2015), con il ruolo di verificare
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l'eventuale presenza di infiltrazioni mafiose soprattutto nei contratti subappalto delle opere pubbliche che devono essere realizzate in vista dell'Expo, quali il movimento terra, le attività di rimozione, la fornitura di calcestruzzo, i noli a caldo e a freddo, tutte attività relativamente semplici, che si prestano maggiormente agli interventi della criminalità organizzata.

1. Le infiltrazioni mafiose nel ciclo dei rifiuti in Lombardia

1.1-Alcune premesse in diritto sulle caratteristiche dell'associazione mafiosa
Al fine di meglio comprendere le dinamiche concernenti le infiltrazioni mafiose della 'ndrangheta calabrese nel tessuto economico della Lombardia e, in particolare, nello specifico settore dei rifiuti, si rendono necessarie alcune considerazioni in diritto sulle caratteristiche e sulle modalità operative della suddetta associazione mafiosa.
Com'è noto, ai sensi dell'articolo 416 bis, l'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali (1).
Alla stregua della giurisprudenza della suprema Corte, «la tipicità del modello associativo delineato dall'articolo 416 bis c.p. risiede nella modalità attraverso cui l'associazione si manifesta concretamente (modalità che si esprimono nel concetto di «metodo mafioso«) e non negli scopi che si intendono perseguire (descritti nel comma terzo dell'articolo 416 bis e che devono essere intesi in senso alternativo e non cumulativo). Tali scopi abbracciano solo genericamente «i delitti», comprendendo una varietà indeterminata di possibili tipologie di condotte, che possono essere costituite da attività lecite, tanto che una sola delle possibili finalità dell'associazione mafiosa è comune alla associazione per delinquere ordinaria (la commissione di delitti). Non è, peraltro, necessario, ai fini della configurabilità del delitto, che i predetti scopi siano effettivamente raggiunti» (2).
Quindi, come si vedrà di seguito nel dettaglio a proposito della penetrazione della 'ndrangheta nel tessuto economico lombardo, rientra a pieno nel modello incriminatorio il fatto che l'organizzazione si ponga come obiettivo (anche) quello di entrare nei gangli della vita imprenditoriale e politico-istituzionale, per trarre indebito vantaggio dalla sua partecipazione «drogata» ad affari economici leciti.
Tale schema complesso può definirsi del tutto «tipico», in senso stretto, corrispondente cioè al tipo del reato di associazione tipo mafioso.


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Invero, il «metodo mafioso - prescindendo dalle finalità perseguite, che comunque non sono mai o quasi mai lecite - si connota, dal lato attivo, per l'utilizzazione da parte degli associati della carica intimidatrice nascente dal vincolo associativo e, dal lato passivo, per la situazione di assoggettamento e di omertà che da tale forza intimidatrice si sprigiona verso l'esterno dell'associazione, cioè nei confronti dei soggetti nei riguardi dei quali si dirige l'attività delittuosa» (3).
Precisamente, quanto alla forza intimidatoria, la stessa implica che «la consorteria deve potersi avvalere della pressione derivante dal vincolo associativo, nel senso che è l'associazione, e soltanto essa, a esprimere il metodo mafioso e la sua capacità di sopraffazione, indipendentemente dal compimento di specifici atti di intimidazione da parte dei singoli associati. Essa rappresenta l'elemento strumentale tipico del quale gli associati si servono in vista degli scopi propri dell'associazione. È, pertanto, necessario che l'associazione abbia conseguito, in concreto, nell'ambiente circostante nel quale essa opera, una effettiva capacità di intimidazione e che gli aderenti se ne siano avvalsi in modo effettivo al fine di realizzare il loro programma criminoso» (4).
Quindi è l'associazione stessa, in ragione della sua mera esistenza, ad avere carattere di mafiosità e a potere esercitare una pressione psicologica intrinseca alla sua stessa esistenza. Si badi che tale pressione non deve essere diretta verso la totalità indistinta dei consociati, ma nei confronti di coloro nei cui riguardi si rivolge l'attività delittuosa: «poiché l'associazione di tipo mafioso si connota rispetto all'associazione per delinquere per la sua tendenza a proiettarsi verso l'esterno, per il suo radicamento nel territorio in cui alligna e si espande, i caratteri suoi propri, dell'assoggettamento e dell'omertà devono essere riferiti ai soggetti nei cui confronti si dirige l'azione delittuosa» (5).
Inoltre - e questo è fondamentale, perché del tutto pertinente al caso della Lombardia - «Per valutare la natura dell'associazione e riconoscerne la caratteristica di mafiosità, soprattutto quando si tratta di fenomeni criminali che vengono esportati e trapiantati in località non tradizionalmente affette da tale tipo di delinquenza, non deve pretendersi la penetrazione globale della forza di intimidazione nel territorio, in quanto non può certo ricercarsi l'assoggettamento della generalità delle persone residenti, dovendo invece farsi riferimento a un insieme di soggetti legati negli stessi luoghi da una comunanza di interessi, come ad esempio gli imprenditori operanti nella zona controllata dal gruppo criminale» (6).
Si avvale del metodo mafioso chi chiede senza bisogno di minacciare esplicitamente, chi ottiene senza neppure aver bisogno di chiedere, facendo leva sulla «cattiva fama» dell'organizzazione o dei suoi protagonisti e sulla paura che incute. Per tale ragione - come si è detto - tale capacità intimidatoria può prescindere dal compimento effettivo di atti di sopraffazione e può essere desunta, anche con ricorso a metodo logico-induttivo sia da circostanze obiettive, sia dalla generale percezione che la collettività abbia della efficienza del
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gruppo, in relazione al «cd. prestigio criminale dell'associazione che, per la sua fama negativa e per la capacità di lanciare avvertimenti, anche simbolici ed indiretti, si è accreditata come un centro di potere malavitoso temibile ed effettivo» (7).
Dunque, anche il «nome» - in questo caso quello incredibilmente evocativo della 'ndrangheta e di suoi esponenti noti e di spicco - ovvero la possibilità di riconoscere negli appartenenti al gruppo soggetti di sicure credenziali mafiose, appaiono elementi atti a determinare la esplicazione di una forza di intimidazione reale. Precisamente, «in tema di associazione di stampo mafioso, l'avvalersi della forza intimidatrice può esplicarsi nei modi più disparati e, cioè, sia limitandosi a sfruttare la carica di pressione già conseguita dal sodalizio, sia ponendo in essere nuovi atti di violenza e di minaccia. Nel primo caso è evidente che il sodalizio già è pervenuto al superamento della soglia minima che consente di utilizzare la forza intimidatrice soltanto sulla base del vincolo e del suo manifestarsi, in quanto tale all'esterno; nel secondo caso gli atti di violenza o minaccia (o più compiutamente di intimidazione) non devono realizzare l'effetto di per sé soli, ma in quanto espressione rafforzativa della precedente capacità intimidatrice già conseguita dal sodalizio» (8).
E ancora «in tema di associazione di tipo mafioso, la violenza e la minaccia, rivestendo natura strumentale nei confronti della forza di intimidazione, costituiscono un accessorio eventuale - o meglio latente - della stessa, ben potendo derivare dalla semplice esistenza e notorietà del vincolo associativo. Esse dunque non costituiscono modalità con le quali deve puntualmente manifestarsi all'esterno la condotta degli agenti, dal momento che la condizione di assoggettamento e gli atteggiamenti omertosi, indotti nella popolazione e negli associati stessi, costituiscono, più che l'effetto di singoli atti di sopraffazione, la conseguenza del prestigio criminale della associazione, che, per la sua fama negativa e per la capacità di lanciare avvertimenti, anche simbolici e indiretti, si accredita come temibile, effettivo e autorevole centro di potere (9).

1.2-Modalità operative della 'ndrangheta in Lombardia

Le premesse in diritto sono rilevanti in funzione del fatto che in Lombardia la 'ndrangheta non limita più i propri interessi alle attività illecite (traffici di droga, armi, estorsioni, ecc..), ma si è convertita al settore delle attività lecite e, in particolare, a quelle economiche, le più varie.
Il principale momento delle attività economiche della 'ndrangheta calabrese è rappresentato dagli appalti e subappalti, pubblici e privati, nello specifico settore del movimento terra, come hanno posto bene in evidenza le numerose inchieste della Dda di Milano.
Lo stesso procuratore della Repubblica presso il tribunale di Milano, dottor Edmondo Bruti Liberati, nel corso dell'audizione del 20 luglio 2010, ha posto in evidenza che le indagini della procura della


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Repubblica sulle infiltrazioni mafiose nel settore dei rifiuti investono lo specifico settore del movimento terra, nel quale la 'ndrangheta di fatto opera in regime di monopolio.
Il traffico illecito avviene mediante la gestione diretta dei lavori di movimentazione terra (concernenti lo sbancamento, il trasporto del materiale e il riempimento dei vari lotti), ottenuti in appalto o in subappalto, con orari di lavoro particolarmente pesanti per coloro che se ne occupano, i quali, nonostante siano del tutto privi di ogni tutela contrattuale, assicurativa e previdenziale, lavorano nella consapevolezza di appartenere all'unico sodalizio calabrese, che garantisce loro protezione e sicurezza.
Naturalmente, l'infiltrazione mafiosa nel movimento terra, con il controllo dei camion e dei mezzi utilizzati in tale settore, consente anche il controllo del traffico dei rifiuti pericolosi, grazie alla disponibilità di camion e mezzi per il relativo trasporto.
Sul punto, vale la pena di richiamare il parallelismo effettuato dal dottor Paolo Storari, sostituto procuratore della Dda di Milano, nel corso dell'audizione del 17 aprile 2012, tra la realtà lombarda e milanese, in particolare, e la vicenda di Bardonecchia, comune dell'Alta Val di Susa, il cui consiglio comunale, primo caso nel Nord Italia, nell'anno 1995 è stato sciolto per infiltrazioni mafiose.
È infatti accaduto che a Bardonecchia, agli inizi degli anni '70, a seguito di applicazione di misura di prevenzione personale del tribunale di Locri, era stato inviato dalla Calabria in soggiorno obbligato Mazzaferro Francesco di Gioiosa Jonica il quale, appena arrivato, aveva avviato subito una ditta di escavazioni (che operava a Salice d'Ulzio), con una dotazione di camion e macchine scavatrici sempre più ampia, che aveva finito con il monopolizzare tutto il mercato del settore, come ha riferito, nel corso del suo esame davanti al tribunale di Torino (ud. 25 gennaio 2001), il teste Corino Mario, già sindaco di Bardonecchia dal 1972 al 1978 e, dal 1990, capo dell'opposizione nel consiglio comunale (10).
A riprova del carattere familistico della 'ndrangheta, durante la permanenza di Mazzaferro a Bardonecchia vi soggionarono alcuni suoi fratelli, che lavoravano per lui e, cioè, Guerino e Vincenzo, poi, ucciso in un agguato di mafia nel 1993.
In quel periodo, peraltro, erano stati mandati al confino a Bardonecchia personaggi legati a famiglie mafiose, che, a loro volta, avevano fatto sopraggiungere dalla Calabria altri personaggi a loro legati, in qualità di parenti o di affiliati. E così erano arrivati uomini della 'ndrangheta, come Bruzzese Nicodemo, Ursino Francesco, Sainato Rocco.
Mazzaferro Francesco era divenuto il «Capobastone», cioè il «reggente» del «Locale» di Bardonecchia, costituito agli inizi degli anni '70 e rimasto attivo anche dopo l'allontanamento da Bardonecchia del Mazzaferro avvenuto negli anni '80, mentre Lo Presti Rocco, anche lui nativo di Gioiosa Jonica, era divenuto il suo «braccio destro« e tutte le opere pubbliche e private, che si facevano in Bardonecchia e dintorni erano appannaggio della loro impresa.

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Dopo l'arrivo di Mazzaferro e di Lo Presti erano emigrate a Bardonecchia dalla zona di Gioiosa Jonica (la stessa di Mazzaferro e di Lo Presti) circa trecento persone, portando negli anni '90 la popolazione della cittadina piemontese da 2.700 unità a 3.100 unità e non vi era cantiere edile in cui non operassero i calabresi, i quali di seguito avevano finito con l'occupare l'intera economia dell'Alta Val di Susa, fino a invadere anche la politica, posto che, corrispondentemente, era aumentato anche il numero degli iscritti nelle liste elettorali.
Fatto sta che, nel 1995, il sindaco era stato arrestato e il consiglio comunale di Bardonecchia era stato sciolto, a causa delle infiltrazioni mafiose.
La vicenda di Bardonecchia costituisce solo un tassello del contesto piemontese, dal momento che, già a partire a partire dal 1970, vi era un responsabile della struttura «Piemonte», mentre nella regione erano stati costituiti altri «Locali» e, in particolare, a Ciriè, Cuorgnè, Volpiano, Domodossola e Leinì e in numerosi altri comuni piemontesi, come ha riferito il collaboratore Fonti Francesco.
Oggi in Lombardia - ha concluso sul punto il dottor Storari - la situazione pur diversa, presenta un certo parallelismo, «dal momento che vi è bisogno di manodopera, che i lavori devono essere eseguiti e che servizi a basso costo li danno proprio queste imprese». Si tratta, infatti, di attività che richiedono bassa professionalità e pochi costi, essendo sufficiente il leasing di un camion e che le imprese collegate ai clan forniscono tale servizio, alle migliori condizioni di mercato.
Invero, come sottolinea il Gip di Milano, dottor Giuseppe Gennari, nell'ordinanza del 3 marzo 2011 nel procedimento «Caposaldo» (doc. 1174/2), il movimento terra costituisce il settore primigenio di interesse della 'ndrangheta imprenditrice, grazie alla presenza sul mercato lombardo e, in particolare, su quello milanese (ma - come si è visto - anche sul territorio piemontese) di un vero e proprio esercito di «padroncini calabresi», tutti collusi e sempre disponibili i quali, per un verso, costituiscono un serbatoio, pressoché inesauribile, cui attingere a piene mani per il controllo dell'intero settore e, per altro verso, forniscono alla 'ndrangheta un altrettanto notevole serbatoio di voti da far valere al momento opportuno nei rapporti con la classe politica, come si vedrà di seguito.
Tutto ciò è possibile, in quanto l'organizzazione mafiosa esercita sui cosiddetti «padroncini» un controllo gerarchico.
Sul punto, si sono soffermate: 1) la sentenza del Gup di Milano in data 28 ottobre 2010 nel procedimento «Parco Sud», confermata dalla Corte d'Appello, con sentenza in data 12 gennaio 2012 (doc. 1174/4) nei confronti del clan mafioso, facente capo a Barbaro Domenico e a suo figlio Salvatore, che ne era il braccio esecutivo, i quali operavano nel territorio del comune di Buccinasco e nelle zone limitrofe, presentandosi come prosecuzione della consorteria dei Papalia (Domenico, Antonio e Rocco, tutti già condannati nel processo «Nord-Sud» per il medesimo delitto di associazione mafiosa); 2) l'ordinanza di custodia cautelare del Gip di Milano del 6 luglio 2010, n. 682/08 R.G. Gip nel procedimento «Tenacia» (doc. 1174/5) nei confronti di Salvatore Strangio, che per conto delle 'ndrine di Platì e
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di Natile di Careri aveva acquisito il controllo delle società del gruppo Perego, e di altri indagati; 3) l'ordinanza di custodia cautelare del Gip di Milano del 3 marzo 2011, n. 9189/08 R.G. Gip nel procedimento «Caposaldo» (doc. 1174/2) nei confronti di Giuseppe Romeo e di Flachi Giuseppe, rispettivamente, a capo di due distinte famiglie mafiose che lavoravano in sinergia, nonché la sentenza del Gup di Milano n. 667 del 13 marzo 2012, depositata in data 11 giugno 2012, nei confronti degli imputati che hanno scelto il rito abbreviato (doc. 1354/2).
Invero, la presenza dei «padroncini calabresi», ovvero dei proprietari o gestori in leasing di camion di origini calabresi, presenti in pressoché tutti i cantieri costituisce un problema socio-politico, prima che giudiziario, in quanto massa di manovra delle famiglie mafiose calabresi operanti al Nord.
Tutti i provvedimenti esaminati mettono in evidenza il ruolo che i clan calabresi esercitano sui «padroncini calabresi», intervenendo a regolare il numero dei carichi, che ciascun padroncino poteva effettuare, di «terra da scavo», composta di sassi e sabbia e definita nelle intercettazioni «terra mista» - che a norma dell'articolo 186 decreto legislativo n. 152 del 2006 non costituisce rifiuto, previa valutazione, solo teorica, dell'Arpa, deputata a escludere la presenza di eventuali inquinanti - ed è, pertanto, di grande valore commerciale, in quanto utilizzabile nel settore edilizio per i riempimenti.
Ciò, al fine di non pregiudicare il carico/scarico di terra inquinata (definita nelle intercettazioni «terra non mista») e di rifiuti da demolizione - privi di valore commerciale e destinati, almeno in teoria, alle discariche - che i suddetti padroncini erano tenuti ad effettuare nei vari cantieri di competenza del clan mafioso di turno ma che facevano di tutto pur di sottrarsi, non ravvisando alcuna convenienza economica.
Accadeva infatti - e probabilmente accade tuttora - che nei cantieri occupati dai «padroncini calabresi» vige l'anarchia, posto che costoro organizzano il loro lavoro esclusivamente secondo i propri interessi e non secondo le esigenze dei cantieri in cui lavorano. Di conseguenza, cercano di caricare sui loro camion esclusivamente «terra mista», di qualità.
Solo l'intervento di un autorevole esponente della «famiglia», nel caso di specie i Barbaro/Papalia, lo Strangio o i loro sodali, è in grado di riportare l'ordine. In caso contrario, il committente si trova esposto alla mercé dei singoli padroncini, ciascuno dei quali si accaparra il lavoro più conveniente, caricando esclusivamente terra di qualità e il cantiere diventa ingestibile.
La conclusione è che solo le varie famiglie della 'ndrangheta sono in grado di imporre la loro disciplina nei cantieri in cui operano i «padroncini calabresi»; una disciplina che naturalmente ha un costo, posto che i capi cosca effettuano trattenute sulle prestazioni dei cosiddetti padroncini.
In tale contesto, il passaggio della 'ndrangheta dal settore economico a quello politico diventa molto breve e del tutto automatico, anche in virtù dei consensi elettorali che la 'ndrangheta è in grado di procacciare e il riferimento ai «padroncini calabresi»
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non è casuale. E questo spiega i rapporti tra i mafiosi e alcuni referenti politici a livello regionale, quale è emerso in numerose inchieste giudiziarie.
Del resto, è almeno dagli anni ottanta - periodo consacrato, dal punto di vista giudiziario, negli atti del processo c.d. «Nord-Sud» - che la presenza incontrastata della 'ndrangheta nel movimento terra è un fatto acquisito. Il collaboratore di giustizia Salvatore Morabito in quel processo affermava testualmente: «credo che sia il caso di ricordare che l'organizzazione di cui facevo parte era, e lo è ancora oggi, di puro carattere mafioso. Nonostante i maggiori esponenti si trovino in carcere in questo momento, essa continua a proliferare in ogni campo».
Purtroppo, ancora oggi, come emerge chiaramente dai procedimenti penali in corso, ciò è assolutamente vero ed è reso possibile dalla particolare struttura con cui la 'ndrangheta opera, anche nel Nord, posto che - come si vedrà di seguito nel dettaglio - pur tra contrasti interni e individualismi vari, la 'ndrangheta coniuga una disciplina di stampo paramilitare con rapporti di carattere familistico e di sangue.
Pertanto, nei confronti dei terzi estranei l'organizzazione - che mantiene saldi i suoi rapporti con le 'ndrine operanti in Calabria - si pone sempre e, in ogni circostanza, come un soggetto unico, forte, che incute «rispetto» e, soprattutto, incute paura.
Il tutto avviene in un contesto caratterizzato dall'unità di fondo che lega gli uomini della 'ndrangheta e dal loro senso di appartenenza a un fenomeno criminale, sociale e culturale essenzialmente omogeneo e dichiaratamente alternativo, rispetto alle istituzioni statuali.
Questo - come posto in evidenza dalla indagine «Infinito» (cfr. ordinanza di custodia cautelare Gip di Milano in data 5 luglio 2010 in doc. 1357/4 e sentenza in data 04 giugno 2012 Gup tribunale di Milano in doc. 1310/2) - non vuole dire che la 'ndrangheta in Lombardia, come nelle altre regioni del Nord, debba essere vista come «macro organizzazione», cioè come unico organismo dotato di unità di scopo e coerenza interna, perché ciò significherebbe sopravvalutarne la coesione e la coerenza interna. Si tratta, piuttosto, della esistenza di un sistema di regole, che crea vincoli tra gli aderenti e opportunità d'azione per gli stessi, di una configurazione reticolare, strumentale al perseguimento di differenti interessi individuali, con forme di forte solidarietà collettiva e di stringente cooperazione, il cui tessuto connettivo rimane, sempre e in ogni caso, la soddisfazione degli interessi individuali.
Per tale ragione, molto spesso, tra i sodali si verificano forme di competizione, anche violente, che però non portano al dissolversi dell'organizzazione. Ciò accade sia per la contestuale presenza di forme di cooperazione, sia in quanto gli scopi perseguiti sono spesso interdipendenti e tutti i partecipi hanno interesse a che l'organizzazione sopravviva (il che costituisce la pre-condizione perché i traffici illeciti possano continuare a prosperare). Si è in proposito parlato, con espressione sintetica, di «anarchia organizzata», dove il rimando alla 'ndrangheta e alle sue tradizioni serve, all'interno,
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per garantire lealtà tra i membri e adesione agli scopi, e all'esterno, per sorreggere l'efficacia del metodo intimidatorio (11).
Ovviamente tale flessibilità garantisce maggiore capacità di diffusione in territori non tradizionali, il che è tipico della 'ndrangheta, dotata di moduli organizzativi più adattabili e di una struttura meno centralizzata e verticistica, rispetto ad altre organizzazioni mafiose.
Allo stesso tempo, come si vedrà di seguito, questa flessibilità genera «agglomerati organizzati a geometria variabile», che tagliano orizzontalmente il tradizionale vincolo di appartenenza alle singole famiglie. Soggetti accomunati dall'appartenenza alla comune casa 'ndranghetista costituiscono alleanze operative d'occasione, ponendo insieme uomini, risorse, rapporti e relazioni utili. Il tutto accade con estrema celerità e lo stesso nucleo originario può costituire alleanze stabili con più soggetti provenienti da altri nuclei, producendo una serie di sottostrutture, in grado di moltiplicarsi senza limiti.
Forte di questo «patrimonio», che costituisce il comune denominatore e la base di costante riferimento degli uomini della 'ndrangheta e dei loro dirigenti, le indagini svolte dalla Dda di Milano - il cui impianto accusatorio ha trovato conferma nelle prime decisioni di merito - hanno posto in evidenza un vero e proprio salto di qualità della 'ndrangheta nella realtà economico-sociale della Lombardia, rappresentato dall'acclarata esistenza di una serie di relazioni politiche, professionali, economiche, amministrative con altrettanti soggetti ed esponenti della società civile e amministrativa, nonché con esponenti della classe politica.
Si tratta di soggetti tutti accomunati da assoluta mancanza di senso civico, presi solo dal perseguimento del proprio particolare piccolo tornaconto, che per il politico di turno si traduce, anche ma non solo, nell'acquisizione di consensi elettorali.
L'insieme di queste relazioni rappresenta il cosiddetto «capitale sociale» della 'ndrangheta, in quanto le attribuiscono un'apparenza di normalità, che agevola e facilita a dismisura il suo inserimento nel tessuto sociale ordinario, situazione questa che può definirsi «esplosiva» per le gravi conseguenze che comporta.
Sul punto, va rilevato che è sicuramente vero - come afferma il dottor Paolo Storari - che «il precipitato giuridico» di tale capitale sociale è il concorso esterno, ma è anche vero - come osserva, dal canto suo, il dottor Giuseppe Gennari (12) - che molto spesso ci si trova al cospetto di vincoli di «occasione», che non permettono di attribuire al soggetto «esterno» la qualifica di associato, tanto più alla luce della più recente giurisprudenza di legittimità che, nel definire i confini del concorso esterno, ha significativamente ristretto l'ambito operativo di tale ipotesi (13).
In conclusione, accade che il soggetto «esterno» svolge, per lo più, attività intrinsecamente lecite e quindi non autonomamente punibili, sicché l'aspetto di grande insidia legato alla esistenza di queste
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relazioni è la difficoltà di dare ad esse una connotazione in termini penalistici e incriminatori.
Si tratta, dunque, di un tema che deve essere affrontato in termini politico-sociali, in quanto coinvolge la società civile.

2 - I principali procedimenti penali nei confronti della 'ndrangheta in Lombardia.

Tutto ciò premesso e osservato, va detto che numerosi e di grande rilevanza sono i procedimenti penali promossi dalla Dda di Milano nell'ultimo biennio, molti dei quali sfociati in sentenze di primo e di secondo grado, che hanno confermato l'impianto accusatorio e di cui questa Commissione d'inchiesta ha acquisito gli atti.
Su tali procedimenti occorre soffermarsi al fine di descrivere il preoccupante fenomeno delle infiltrazioni mafiose di natura 'ndranghetista che, partendo dallo specifico settore del movimento terra e dell'illecito smaltimento dei rifiuti, è arrivata a inserirsi nel sistema degli appalti pubblici e privati, occupando posizioni di rilievo anche in altre realtà economiche della Lombardia, la più importante del c.d. «Sistema Paese».
In particolare, sono stati acquisiti dalla Dda di Milano i seguenti atti:
1) p.p. n. 37625/08 - c.d. «Caposaldo» - nei confronti di Giuseppe Romeo altri: l'ordinanza di custodia cautelare, in data 03 marzo 2011, nonché la sentenza del Gup di Milano n. 667/12 del 13 marzo 2012, depositata in data 11 giugno 2012 (doc. 1354/2);
2) p.p. n. 27435/08 - c.d. «Cerberus»- nei confronti del clan Barbaro/Papalia: la sentenza del tribunale di Milano n. 6880/2010, pronunziata in data 11 giugno 2010, nonché la sentenza della Corte di Appello di Milano n. 823/2011, pronunziata in data 20 maggio 2011 (doc. 1174/3);
3) p.p. n. 41849/07 - c.d. «Parco Sud» - nei confronti del clan Barbaro/Papalia: la sentenza del Gup presso il tribunale di Milano nel procedimento penale n. 5497 R.G.Gip, pronunziata in data 28 ottobre 2010, nonché la sentenza n. 130/2012 della Corte di Appello di Milano, pronunziata in data 10 gennaio 2012 (doc. 1174/4);
4) p.p. n. 47816/08 - c.d.«Tenacia» - nei confronti di Salvatore Strangio altri: l'ordinanza di custodia cautelare in data 06 luglio 2010 (1174/5);
5) p.p. n. 10354/05 - c.d. «Isola»- nei confronti di Paparo Marcello 30: l'ordinanza di custodia cautelare n. 2810/05 R.G.G.I.P. del 4 marzo 2009 (doc. 1257/3), la sentenza del tribunale di Monza n. 556/11, pronunziata in data 23 febbraio 2011 (doc. 1283/2), nonché la sentenza della Corte d'appello di Milano del 18 maggio 2012, depositata in data 12 settembre 2012 (doc. 1359/2) e gli altri provvedimenti di cui si dirà di seguito.


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I procedimenti anzidetti, poi esaminati in dettaglio, hanno per oggetto, in via principale, l'attività di movimento terra e l'illecito smaltimento dei rifiuti, che consentono grossi guadagni, salvo svilupparsi in modo sinergico anche in altri e vari settori dell'economia lombarda.
Si tratta, in prevalenza, di settori in qualche misura contigui ai primi, come i servizi di trasporto merci e di consegna plichi, ovvero i servizi di facchinaggio, tutti caratterizzati dall'assoluta mancanza di qualsivoglia profilo tecnologico, accomunati dall'uso indiscriminato di automezzi nel loro svolgimento e dal ricorso a semplice manovalanza.
L'assenza di profili specialistici contribuisce non poco a spiegare le ragioni dell'uso del metodo mafioso nell'accaparramento e nella gestione dei relativi appalti, per la necessità che la 'ndrangheta ha di vincere l'ampia concorrenza esistente in tali affollati settori.
Nell'ordinanza di custodia cautelare, in data 3 marzo 2011, emessa nel procedimento penale n. 37625/08 rgnr (n. 9189/08 R.G.Gip), denominato «Caposaldo», a carico di Giuseppe Romeo altri (doc. 1174/2), il Gip di Milano, dottor Giuseppe Gennari, dopo aver richiamato quanto emerso nell'indagine denominata «Infinito» (n. 46733/06 rgnr), descrive in modo particolareggiato la struttura organizzativa della 'ndrangheta, al fine di metterne in evidenza il controllo paramilitare esercitato sul territorio.
Invero, la 'ndrangheta è dotata di un organismo direttivo, denominato «provincia» o in alcuni casi «Crimine», di tre substrutture aventi competenza sulle rispettive aree calabresi, cioè la «Jonica», la «Tirrenica» e la «Città», cioè, Reggio Calabria (principale punto di riferimento dell'organizzazione mafiosa) e di altre strutture regionali di coordinamento presenti al Nord, tra cui la Lombardia, il Piemonte, il Veneto, la Liguria, nonché di «Locali», composti, a loro volta, da una o più famiglie (le «'ndrine») diffusi sul territorio delle varie regioni e con un circondario che comprende anche più comuni limitrofi, coordinati dal vertice regionale, a sua volta collegato con le tre aree calabresi anzidette, alle quali spettano tutte le decisioni più importanti, anche per la risoluzione di eventuali conflitti tra le suddette famiglie mafiose.
La struttura della 'ndrangheta odierna, almeno nei suoi tratti essenziali, è stata illustrata dai diretti protagonisti nel corso delle conversazioni ambientali intercettate, intercorse tra gli 'ndranghetisti Panetta Pietro Francesco, detto «Architetto», e Mandalari Vincenzo, classe 1960, nato a Guardavalle (CZ), detto «compare Salvatore», rispettivamente, a capo dei «Locali» di Cormano e di Bollate, come intercettate in data 29 febbraio 2008, nell'ambito del procedimento c.d. «Infinito» (RG n. 46733/06) e riportate nell'ordinanza di custodia cautelare del Gip di Milano del 6 luglio 2010 (c.d. indagine «Tenacia» in doc. 1174/5).
Sul territorio lombardo insiste una struttura, denominata «La Lombardia», intesa ovviamente come organo di 'ndrangheta e associazione, che coordina i venti «Locali» presenti nella stessa regione, ciascuno dei quali, a sua volta, è dotato di una propria organizzazione autonoma, che prevede una precisa gerarchia interna e la presenza di un «capo locale».


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Complessivamente, nei suddetti venti «Locali» opera un vero e proprio esercito composto da cinquecento 'ndranghetisti (14).
Sul punto, va detto subito che l'indagine «Infinito» non ha smantellato l'intera struttura esistente nella regione Lombardia, posto che sono stati identificati in modo analitico solo diciassette dei venti «Locali» anzidetti, fatta salva l'avvenuta costituzione, nel frattempo, di nuovi «Locali», considerata la caratteristica «reticolare» della 'ndrangheta, in grado di porre riparo agli interventi demolitori dell'Autorità giudiziaria.
Al vertice della struttura regionale vi è la figura del «Mastrogenerale», deputato a svolgere l'attività di raccordo tra i vari «Locali» esistenti nella regione e i vertici della 'ndrangheta operanti in Calabria.
Dopo l'omicidio, avvenuto in data 14 luglio 2008 a San Vittore Olona (VA), di Novella Carmelo, detto compare «Nunzio», classe 1950, nato a Guardavalle (CZ), al vertice della 'ndrangheta lombarda (già contestato per la sua volontà accentratrice e «scissionistica» (15), vi è stato un periodo di turbolenza all'interno dell'associazione mafiosa finché, nel corso di un summit tenutosi, in data 31 ottobre 2009, a Paderno Dugnano nel Centro «Falcone e Borsellino» è stato nominato nuovo «Mastrogenerale» Zappia Pasquale, rimasto in carica fino al mese di luglio 2010, data del suo arresto.
Alla stregua delle intercettazioni ambientali di tale summit mafioso, è stata ribadita: 1) l'assoluta sovranità dei «Locali» nelle loro azioni, sebbene comunque inserite nella sovraordinata struttura lombarda; 2) il fatto che per un anno, tanto in Lombardia che in Calabria, non sarebbero state concesse nuove «doti», in vista della ristrutturazione dell'intera organizzazione mafiosa.
Peraltro, a dimostrazione della delicatezza del momento e dell'importanza del ruolo, la nomina di Zappia a «Mastrogenerale» de «La Lombardia» è stata preceduta da un discorso programmatico dell'avvocato Neri Giuseppe Antonio («compare Pino»), rappresentante del «Locale» di Pavia.
Costui, nel corso del suddetto vertice mafioso - dopo aver rappresentato la necessità di una vera e propria ristrutturazione della organizzazione, con la definizione di precisi limiti di responsabilità di ciascun affiliato, il cui nucleo di riferimento minimo è e continua ad essere il «Locale» - ha affermato testualmente che: «ognuno è responsabile del proprio «Locale» .... tutti sono responsabili della «Lombardia» .....i «Locali» in Lombardia per essere riconosciuti in Calabria devono rispondere qua», cioè, in Lombardia (16).
Il Neri ha precisato che la fase di riorganizzazione aveva interessato tutti, anche la stessa Calabria. Una conferma di tale riorganizzazione si è avuta all'esito della riunione - che si era tenuta in un ristorante di Platì (RC) il 19 agosto del 2009, con la presenza «di duemila cristiani» (in pratica, con la presenza dei rappresentanti dei «Locali» italiani e stranieri e delle «famiglie» della 'ndrangheta)
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- nel corso della quale vi era stato il conferimento delle nuove cariche in Calabria.
La riunione mafiosa era stata opportunamente convocata, in occasione del pranzo di nozze per il matrimonio tra Pelle Elisa - figlia di Giuseppe Pelle (compare Peppe), nato a San Luca (RC) il 20 agosto 1960, inteso come «Gambazza», esponente di spicco dell'omonima cosca di San Luca (RC), - e Barbaro Giuseppe, dell'omonima famiglia di Platì.
Si trattava di un «matrimonio di potere» organizzato dai Pelle/Barbaro, per usare le parole di Oppedisano Domenico, detto Mico, nato a Rosarno (RC) il 05 dicembre 1930, il quale - nel corso di una conversazione in data 20 agosto 2009, avvenuta all'interno del suo agrumeto di Rosarno - informava degli eventi Marasco Michele, nella qualità di «mastro di giornata» della «società di Rosarno». Tuttavia, le cose erano andate male per «compare Peppe» (Pelle), in quanto - a dispetto delle sue pretese e delle sue iniziative - «Capo Crimine» era stato nominato lo stesso Oppedisano Domenico, su proposta del «compare Ciccio Gattuso», che aveva invocato a favore dell'Oppedisano il principio dell'anzianità rispetto al Pelle, nonché il fatto che tale carica non veniva attribuita da molti anni al «mandamento tirrenico», di cui l'Oppedisano era l'esponente di spicco. Come notazione di colore, nell'occasione, era accaduto che compare Ciccio per aver fatto la suddetta proposta aveva avuto uno scontro molto duro con compare Peppe («Peppe veramente con compare Ciccio ..ha parlato «'nfruscato», proprio Pelle, Pelle», dice il nuovo capo crimine della 'ndrangheta a Marasco).
Nel corso del summit mafioso erano state conferite la carica di «mastro generale» per l'area «Jonica» a Gioffré Bruno e la carica di «capo società» per l'area di «Reggio Calabria» a Latella Antonino e altre cariche mafiose (17).
Invero, a conferma del carattere familistico dell'organizzazione criminosa, i matrimoni, come i funerali, costituiscono altrettante occasioni di incontro tra i responsabili delle varie famiglie mafiose, in cui vengono delineate strategie e conferiti gradi/doti, ma le relative decisioni non sono definitive in quanto - alla stregua delle regole generali dell'organizzazione mafiosa - devono essere ratificate e rese ufficiali dalle assemblee generali della 'ndrangheta, che si tengono a Polsi di San Luca (RC), in occasione della festa della «Madonna della Montagna», nei primi giorni di settembre di ogni anno.
Peraltro, non è questa l'unica occasione di ratifica delle nomine effettuate o del conferimento di doti, posto che analoghe assemblee generali si tengono anche a dicembre, durante le festività natalizie e, qualche volta, anche durante le festività pasquali. Si tratta di eventi che, secondo usanze e abitudini, vedono i calabresi emigrati fare ritorno nella loro terra di origine, presso le loro famiglie.
Nella specie, le nomine decise il 19 agosto 2009 sono state ufficializzate a Polsi e sono entrate in vigore a mezzogiorno del successivo 2 settembre, come riferito da Commisso Giuseppe - soprannominato il Mastro, uomo di punta del locale di Siderno, una delle più potenti della Calabria - nel corso di una conversazione,
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avvenuta il 24 agosto 2009, all'interno del centro commerciale «I Portici» di Siderno, che dava per scontato l'evento (18).
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Ritornando al tema principale, si deve ritenere e affermare, alla luce delle inchieste della Dda di Milano, che la 'ndrangheta ha ripartito il territorio di grande parte - se non di tutta - della ricca regione Lombardia (oltre che delle altre regioni del Nord Italia), secondo un criterio «a zone», che non lascia fuori nulla e garantisce un controllo pressoché assoluto su tutte le attività oggetto di interesse.
In particolare, le indagini del procedimento c.d. «Caposaldo» hanno consentito di appurare che sul territorio lombardo operano i seguenti «Locali»: Milano, Bollate, Bresso, Canzo, Cormano, Legnano, Limbiate, Solaro, Piotello, Rho, Mariano Comense, Erba, Desio e Seregno e Pavia. Ancora, le indagini sulla cosca Barbaro-Papalia («Cerberus» e «Parco Sud») hanno consentito di acclarare la presenza mafiosa anche in quasi tutti i comuni posti a Sud-Ovest di Milano e, in particolare, nei comuni di Buccinasco, Assago, Cesano Boscone, Corsico e Trezzano sul Naviglio, mentre le indagini sulla cosca Paparo («Isola») hanno consentito di appurare la presenza mafiosa a Cologno Monzese e nella zona Nord Est di Milano.
Altri «Locali» sono sicuramente presenti sul territorio lombardo, ma allo stato se ne ignora l'ubicazione e la «consistenza».
La struttura «La Lombardia» è strettamente collegata con le substrutture calabresi e tale collegamento si fa più intenso nei momenti di fibrillazione e di tensione tra i componenti del sodalizio.
Del resto, com'è emerso da tutte le indagini effettuate («Caposaldo», «Isola», «Tenacia», ecc..), ciascuna famiglia mafiosa lombarda ha i propri referenti calabresi ed è in Calabria che vengono prese le decisioni più importanti che investono i «Locali» della Lombardia o, più in generale, vengono risolti i conflitti che investono le cosche che operano nel Nord.
Continui sono i viaggi da Nord a Sud, soprattutto, nei comuni del reggino - dove sono presenti e operano i vertici della 'ndrangheta - dei rappresentanti delle cosche lombarde, al fine di ottenere appoggi e protezioni nelle aree lombarde.
Ciò induce a ritenere l'esistenza di rapporti di subordinazione, più che di collaborazione di stampo federale, dei «Locali» sparsi sul territorio nazionale e delle strutture regionali rispetto alle decisioni che vengono assunte in Calabria dai vertici della 'ndrangheta.
In ogni caso, le indagini svolte hanno posto in evidenza il senso di unità di fondo che lega tutti gli uomini della 'ndrangheta e la loro appartenenza a un fenomeno criminale, sociale e culturale essenzialmente omogeneo e dichiaratamente alternativo, rispetto alle istituzioni statuali.
Il Gip del tribunale di Milano, nella sopra citata ordinanza di custodia cautelare «Caposaldo» (doc. 1174/2), emessa nei confronti della cosca facente capo a Giuseppe Romeo, classe 1964, nato a Reggio Calabria, nel rappresentare in modo assolutamente puntuale le caratteristiche dell'impresa mafiosa nel territorio lombardo, sottolinea che un altro aspetto caratteristico del fenomeno mafioso - emerso soprattutto negli ultimi anni - è quello della compenetrazione con il mondo economico ed imprenditoriale.
Sicché, accanto ai tradizionali settori di azione del fenomeno mafioso (estorsioni, droga, armi...), l'organizzazione si presenta anche con il volto pulito di imprese apparentemente operanti come soggetti
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del libero mercato, soprattutto nello specifico settore di competenza e, cioè, in quello del movimento terra e del trasporto rifiuti, ma anche nel settore immobiliare, nel quale confluiscono tutti i proventi illeciti della 'ndrangheta.
Diversi sono i canali di penetrazione. Talvolta, il «virus mafioso» - così, nella conversazione telefonica del 15 aprile 2009, ore 20,25 (prog. n. 5101) nella indagine «Tenacia», lo definisce, in modo peraltro molto significativo, Andrea Pavone, uomo di Salvatore Strangio e amministratore ombra del gruppo Perego - penetra nel tessuto di imprese che presentano qualche criticità sotto il profilo economico-finanziario, per assumerne progressivamente il controllo mediante un inesorabile processo di osmosi, con la conseguenza che l'impresa viene piegata alle esigenze e agli interessi della 'ndrangheta fino all'inesorabile sua insolvenza, posto che la mafia non crea ricchezza, ma distrugge quella esistente, come appunto, un «virus patogeno» all'interno di qualunque organismo vivente.
In altri casi, l'impresa mafiosa è il frutto diretto della iniziativa della stessa associazione mafiosa, che costituisce formalmente l'impresa la quale, tuttavia, per essere operativa ha bisogno dell'aiuto di imprenditori compiacenti, grazie ai quali riesce a inserirsi nel tessuto economico della società civile.
È chiaro che questo passaggio di «imprenditorializzazione» della mafia si verifica con maggiore facilità, rispetto ad altre zone del Paese in cui risiedono le radici storiche del fenomeno mafioso, in aree come quella lombarda, dove la presenza di notevoli flussi finanziari rende assai appetibile l'ingresso ai nuovi protagonisti del settore.
In tutti i casi, comunque, l'impresa mafiosa - pur sotto la pelle del normale operatore commerciale - non perde le sue note caratteristiche: la vocazione criminale, espressa dalla intrinseca capacità di intimidazione, che diviene essa stessa una componente del «patrimonio sociale».
Gli aspetti essenziali dell'impresa mafiosa vengono rappresentati dal Gip di Milano (doc. 1174/2), in modo particolarmente efficace, come di seguito:
a) la notevole liquidità derivante da attività illecite, con incidenza minimale di (eventuali) costi di indebitamento bancario;
b) la gestione della concorrenza con altre imprese, effettuata con modalità intimidatorie. A tale riguardo vi è da fare una netta differenzazione. Quando il contrasto sorge con altre imprese in qualche modo gravitanti nell'ambito del sodalizio criminoso, si cerca un compromesso, una via di accomodamento che garantisca una sorta di «pace imprenditoriale»: in questi casi, solo come estrema ratio si ricorre alla violenza e all'intimidazione. Viceversa, nel caso in cui il contrasto sorge con imprese che nulla hanno a che vedere con il sodalizio, il passaggio del tentativo di compromesso viene «saltato» e si passa direttamente alla violenza. Sul punto, al fine di dare solo un'idea del fenomeno, è sufficiente considerare che negli ultimi tre anni sono stati compiuti, in Lombardia, oltre 130 attentati incendiari a danno di imprenditori e oltre 70 episodi intimidatori commessi con armi, munizioni ed esplosivi. Sintomatico della capacità dell'associazione di indurre omertà è il fatto che le vittime affermino, contrariamente
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al vero, di non avere idea dell'autore dell'atto e di non avere mai avuto a subire richieste o intimidazioni, come si è verificato, addirittura, nel procedimento a carico del clan Barbaro, nel corso di numerose deposizioni testimoniali davanti al tribunale di Milano;
c) l'assenza di ogni contabilità da parte delle imprese che operano nel settore del movimento terra e l'inesistenza o la falsificazione delle fatture in uscita e in entrata (le fatture sono «cose magiche», ha riferito il dottor Storari, nel corso della sua audizione), con la conseguenza che tutte le prestazioni normalmente avvengono «in nero»;
d) il mancato rispetto delle normative in materia di smaltimento di rifiuti, con smaltimenti illeciti in discariche abusive, in terreni incolti o destinati a uso agricolo o, addirittura, in altri cantieri, con conseguente notevole risparmio di costi e aumento della competitività, rispetto alle imprese che operano nella legalità;
e) il pagamento «in nero» anche di ogni prestazione di lavoro e la conseguente l'assenza di ogni tutela sindacale, coniugata al mancato rispetto delle normative in materia di sicurezza sul lavoro. Invero, l'impresa mafiosa non ha i problemi connessi a licenziamenti, al pagamento di contributi e alle spese legali conseguenti a problemi con i dipendenti e ciò per la ragione che le maestranze dell'impresa mafiosa sono connotate da un elevato grado di fidelizzazione, in quanto composte da soggetti che ruotano nell'ambito del sodalizio criminoso, che mai aprirebbero una qualunque vertenza con il proprio datore di lavoro, mentre gli altri capiscono subito con chi hanno a che fare e si adeguano, com'è accaduto per i dipendenti della Perego Strade Srl, che si sono adeguati ai nuovi padroni calabresi;
f) l'acquisizione, de facto, di una posizione monopolista. Le indagini sopra citate hanno dimostrato in modo inoppugnabile come, in Milano e nell'intera Lombardia, nel settore del movimento terra non si muova foglia che la 'ndrangheta non voglia;
g) la sistematica elusione della normativa inerente la certificazione antimafia, attuata nei pubblici appalti mediante il ricorso al subappalto del subappalto, al costante utilizzo di prestanome e alla fatturazione per operazioni soggettivamente inesistenti;
h) l'attività di recupero dei crediti con modalità intimidatorie, senza sopportare i costi legati a controversie legali. Le imprese mafiose non corrono la normale alea connessa al «recupero crediti», posto che i debitori vengono costretti a pagare con minacce e violenze di ogni tipo, come è emerso nell'operazione «Caposaldo», dove nell'ambito di imprese che si occupavano di movimento terra, vi era un soggetto che non era in grado di pagare. Ebbene, lo hanno minacciato, facendogliene di tutti i colori. Addirittura, hanno picchiato un dipendente, tale Cremonesi, che non c'entrava niente e che si è licenziato per paura, non del proprio datore di lavoro bensì degli uomini della 'ndrangheta, e che non ha neppure sporto querela;
i) l'adempimento delle obbligazioni assunte rimesso, ad nutum, alla volontà dell'imprenditore mafioso. Stigmatizza uno degli imprenditori
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captati nel corso della indagine «Parco Sud» che ai Barbaro - famiglia al tempo «padrona» del territorio di Buccinasco - non si fanno certo i decreti ingiuntivi. Il concetto di fondo è che l'impresa mafiosa si sottrae all'ordinario rischio di contenzioso giudiziario civile. Fatto sta che nessuno si lamenta se il lavoro è fatto male, né se la fornitura non viene pagata all'imprenditore estraneo all'organizzazione.

In definitiva, esiste una gestione dell'attività di impresa che non ha nulla a che vedere con quella ordinaria, che ha una contabilità, versa le imposte e i contributi previdenziali per i dipendenti, paga un commercialista per la contabilità, un consulente del lavoro per le paghe e i contributi previdenziali e, all'occorrenza, si avvale di un avvocato per il recupero crediti e per ogni altra controversia.
Per loro questi costi non esistono e, così, «risparmiano su tutto». Del resto, va sottolineato che, per l'esercizio dell'attività di movimento terra, è sufficiente «un camion in leasing», che costa poco e consente la massimazione dei profitti.
Questi sono i vantaggi competitivi di cui gode l'impresa mafiosa e che la rendono economicamente superiore rispetto alle altre imprese, che operano nella legalità, nei cui confronti i clan mafiosi attuano un vero e proprio sistema di concorrenza sleale.
In sostanza, la gestione dell'attività dell'impresa mafiosa, proprio perché non ha nulla a che vedere con quella ordinaria, stravolge non solo ogni regola dell'economia di mercato, ma - più in generale - stravolge i rapporti di convivenza civile.
In conclusione - come osserva il Gip nell'O.C.C. n. 9189/08 (pag. 46) - l'impresa mafiosa pone in essere quello che può essere definito «capitalismo della rendita», in quanto tende al guadagno, ma non è orientato alla produzione di beni e di sevizi, ma solo alla «scrematura dei profitti», com'è emerso evidente nelle vicende che hanno interessato il gruppo Perego (operazione c.d. Tenacia). Un capitalismo che non rischia nulla, in quanto tende ad eliminare la concorrenza, punta al monopolio e in alcuni casi consegue dei profitti, il tutto sempre mediante il ricorso ad attività estorsive.
L'aspetto più sconfortante di tutto questo quadro è che i vantaggi di cui gode l'impresa mafiosa - cui corrispondono altrettanti svantaggi da parte di imprese che operano nella legalità - non vengono quasi mai stigmatizzati dalle imprese sane, che preferiscono «subire» in silenzio ovvero entrare, addirittura, in affari con i mafiosi, sostenendo che «gli affari sono affari» e che pecunia non olet. Tale atteggiamento - significativo del fatto che l'impresa mafiosa ha raggiunto un preoccupante livello di accettazione sociale - finisce con l'accrescerne la forza economica, il prestigio, il tessuto di omertà e, in definitiva, il potere dell'impresa mafiosa medesima, un potere tanto più pericoloso, perché occulto.
Le ordinanze del Gip di Milano del 3 marzo 2011, nel procedimento «Caposaldo» (doc. 1174/2), e del 6 luglio 2010, nel procedimento «Tenacia» (doc. 1174/5), pongono in evidenza:
a) che in Lombardia il movimento terra costituisce il settore primigenio di interesse della 'ndrangheta imprenditrice, grazie alla


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presenza massiccia di un vero e proprio esercito di «padroncini calabresi»;
b) che non esiste cantiere, pubblico o privato che sia, in cui - puntualmente - non si presenta il solito camion del «padroncino calabrese» a caricare terra e detriti di scavo, senza che qualcuno si permetta di eccepire nulla;
c) che tutti i lavori di scavo, di demolizione e di movimento terra vengono distribuiti tra le imprese mafiose secondo rigidi criteri territoriali, nel senso che deve essere sempre rispettata la competenza per «Locali», con la conseguenza che costituisce grave «sgarro» affidare tali lavori ad altre imprese, anch'esse mafiose, ma operanti fuori del territorio compreso nel «Locale», senza il consenso del capo o reggente della struttura mafiosa.

Soprattutto, le indagini della Dda di Milano hanno posto in evidenza una serie di modalità operative, sempre uguali a se stesse, che qualificano in modo peculiare le modalità di intervento della 'ndrangheta. Si tratta di un dato che ha una triplice valenza:
a) costituisce strumento di interpretazione del fatto, che altrimenti verrebbe analizzato in modo asettico, astratto, senza considerarne il contesto;
b) costituisce prova del metodo mafioso;
c) è serio indizio della partecipazione stessa al sodalizio criminoso, sempre tenendo presente peraltro che «in tema di fatti di criminalità di tipo mafioso, la valutazione probatoria deve tenere conto, con la dovuta cautela, anche dei risultati delle indagini storico - sociologiche, per la loro utilizzazione come strumenti di interpretazione, avendone prima vagliato, caso per caso, l'effettiva idoneità ad essere assunti ad attendibili massime di esperienza, e cioè a regole giuridiche preesistenti al giudizio» (19).
In particolare - sottolinea il Gip di Milano, dottor Gennari, nelle sue pregevoli ordinanze - queste sono le costanti operative, peraltro, già comuni alla impresa mafiosa in generale e che in Lombardia si adattano alle particolari caratteristiche del settore di attività. Invero, i sodali, al fine di acquisire il monopolio del settore degli appalti e del movimento terra, non solo compiono atti di concorrenza con violenza e minaccia, integrando la fattispecie di cui all'articolo 513 bis c.p., ma attuano una sistematica elusione di ogni normativa di settore, anche di carattere extrapenale, che genera la c.d. «legalità debole», cioè, la sostanziale inefficacia di tutte le normative diverse da quelle del diritto penale.
E, così, la gestione dei rifiuti e del materiale costituente il residuo degli scavi avviene in totale spregio della normativa di cui all'articolo 186 del decreto legislativo n. 152 del 2006, che esclude la disciplina dei rifiuti solo alle terre e alle rocce da scavo.


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Inoltre - com'è noto - la normativa vigente (decreto legislativo n. 490 del 1994 e decreto del Presidente della Repubblica n. 252 del 1998) prevede che la prefettura provvede al rilascio delle certificazioni antimafia (comunicazioni e informazioni antimafia) con le quali viene accertata l'assenza di cause di decadenza, di sospensione o di divieto - di cui all'articolo 10 della legge 31 maggio 1965, n. 575 - e di tentativi di infiltrazione mafiosa - di cui all'articolo 4 del decreto legislativo 8 agosto 1994, n. 490 - nei confronti dei soggetti che intendono instaurare rapporti con la pubblica amministrazione.
Ebbene, nei pubblici appalti, il ricorso al subappalto non autorizzato e all'intestazione fittizia delle imprese sono gli «stratagemmi» maggiormente utilizzati per sottrarsi a tale normativa e ciò avviene con la complicità di imprese non coinvolte in via diretta con la 'ndrangheta che però, per convenienza, si prestano a pratiche illecite.
Anche la normativa del c.d. trasporto per conto terzi (legge n. 298 del 1974; decreto legislativo n. 395 del 2000) viene sistematicamente violata, posto che gli indagati - di regola - non posseggono i requisiti per gestire tale attività. In particolare, a seguito dell'entrata in vigore del decreto ministeriale n. 161 del 2005, è divenuto operativo il decreto legislativo n. 395 del 2000, che ha apportato modifiche sostanziali per l'iscrizione all'Albo conto terzi.
Nel dettaglio, il decreto in oggetto prevede il possesso del requisito della «onorabilità» e l'articolo 5 del decreto legislativo n. 395 del 2000 ha ampliato la casistica dei motivi ostativi per tale requisito, escludendolo per coloro che abbiano riportato, con sentenza definitiva, una o più condanne, per reato non colposo, a pena detentiva complessivamente superiore a due anni e sei mesi ovvero abbiano riportato, con sentenza definitiva, una condanna a pena detentiva per uno dei delitti di cui al capo I del titolo II o ai capi II e III del titolo VII del libro secondo del codice penale o per uno dei delitti di cui agli articoli, 416, 416-bis, 513-bis, 589, comma 2, 624, 628, 629, 630, 640, 641, 644, 648, 648-bis e 648-ter del codice penale e per numerosi altri reati previsti da norme speciali.
In tale contesto normativo, non v'è alcun dubbio che soggetti appartenenti alla 'ndrangheta - spesso gravati di pesanti precedenti penali - siano del tutto privi dei requisiti per ottenere l'iscrizione all'albo.
Da ultimo, il ricorso ai prestanome è reso ancora più necessario per gli uomini della 'ndrangheta, alla luce della normativa introdotta dalla legge n. 136 del 2010, che all'articolo 4 prevede che la bolla di consegna del materiale trasportato indichi il numero di targa e il nominativo del proprietario degli automezzi e ciò allo scopo di rendere facilmente individuabile la proprietà degli automezzi adibiti al trasporto dei materiali per l'attività dei cantieri.
Da qui la necessità di costituire società, le cui quote sociali o i cui amministratori non siano a loro direttamente riconducibili ovvero di ricorrere a imprenditori che fanno loro da prestanome.
Il primo schermo del «sistema mafioso» è costituito da società formalmente intestate a terzi e amministrate da persone di fiducia e,
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così, nell'inchiesta «Caposaldo» (doc. 1174/2) sono state identificate numerose società, quali:
a) la Autotrasporti Al.Ma. Srl, costituita nel 2006 e, in primo momento, amministrata da Aldo Mascaro, classe 1951, nato a Roccabernarda (KR) consulente e uomo di fiducia di Giuseppe Romeo e del cui nome «Al.Ma.» costituisce l'acronimo, con sede legale presso lo studio del fidato commercialista Santoro Giovanni, in Monza, piazza Roma, 10, utilizzata per il movimento terra;
b) la Edilscavi Scrl, avente a oggetto sociale «il magazzinaggio e la custodia per conto terzi», già creata in data 12 maggio 2008, da alcuni prestanome calabresi di Romeo e Mascaro (Crea Giuseppe, classe 1969, nato a Reggio Calabria; Bellanova Vito, classe 1969, nato a Locri (RC); Iaria Benedetto Giovanni, classe 1982, nato a Reggio Calabria) e amministrata dal Crea, con sede legale, come l'Al.Ma., presso lo studio commercialista Santoro Giovanni, quindi, utilizzata quale società di servizi satellite della Tnt Global Express;
c) la Speed Trasporti Srl, costituita in data 26 gennaio 2009, con sede legale presso lo studio di Santoro e la nomina ad amministratore unico di Bellanova Vito;
d) la Mfm Group Srl, che corrisponde alle iniziali di Mascaro Aldo (uomo di Giuseppe Romeo), Martino Antonino, figlio di Paolo e Flachi Davide, figlio di Pepè, costituita in data 24 marzo 2009, con sede legale presso il solito Santoro;
e) la Coop. Regina Srl, facente capo a Flachi Pepè.

Di seguito, nell'indagine «Cerberus» (doc. 1174/3) sono state individuate altre società, aventi ad oggetto il movimento terra, quali:
a) la Edil Company Demolizione e Scavi Srl;
b) la Mo.Bar Sas;
c) la F.M.R. Scavi Srl, tutte facenti capo al clan mafioso dei Barbaro.

Viceversa, nell'indagine «Tenacia» si assiste alla metamorfosi di un importante gruppo di società, il gruppo Perego, destinatario di numerosi appalti pubblici e privati, nel cui tessuto la 'ndrangheta riesce a penetrare come un «virus», poiché - con la compiacenza dell'amministratore formale - inserisce i propri uomini nello stesso consiglio di amministrazione della capo gruppo, all'evidente scopo di asservire le società del gruppo alle proprie finalità.
Rileva il Gip di Milano nelle ordinanze «Caposaldo» (doc. 1174/2) e «Tenacia»(doc. 1174/5), che per gli uomini della 'ndrangheta è importante ottenere per le società da loro controllate la licenza di autotrasporto «conto terzi», in quanto tale modalità lavorativa costituisce il grimaldello per penetrare nel delicato mondo degli appalti pubblici. Invero, tale licenza consente loro di apparire come fornitori di servizi per le imprese subappaltanti ed evita la loro partecipazione effettiva ai bandi di gara che, ovviamente, per i


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controlli svolti non consentono alle aziende «contaminate» di partecipare e muoversi liberamente sul mercato (20).
Tale strumento non è tuttavia esaustivo, posto che l'articolo 118 del decreto legislativo n. 163 del 2006 (codice dei contratti pubblici) pone l'esplicito divieto del subappalto di subappalto, nell'ambito dei lavori pubblici.
Ciò nonostante la normativa viene aggirata dalle famiglie mafiose mediante il ricorso a imprenditori insospettabili, dal volto e dalla fedina penale pulita, i quali fanno da «prestanome» al mafioso di turno, senza costrizione alcuna, cioè, per puro tornaconto, sulla base di una semplice comunione di intenti.
Accade quindi che calabresi, come Giuseppe Romeo («operazione Caposaldo») o come i fratelli Paparo («operazione Isola»), lavorino tranquillamente anche nei pubblici appalti, pur non essendo direttamente assegnatari di subappalti, grazie a imprenditori compiacenti, i quali si avvalgono delle loro imprese mafiose. Non solo, dal momento che queste ultime, a loro volta, fanno ricorso ai «padroncini calabresi» i quali, muovendosi su loro disposizione, finiscono con l'invadere e occupare del tutto i cantieri delle opere pubbliche, così esaltando il potere dei clan mafiosi.
Appare evidente che se nei pubblici appalti, per gli uomini della 'ndrangheta, si pone il problema di come aggirare la normativa antimafia, nel settore privato una tale tematica neanche si prospetta, con la conseguenza che i cantieri privati di Milano e dell'hinterland hanno visto - e tuttora vedono - la perdurante presenza, insieme ai «padroncini calabresi», di soggetti che sono l'espressione della criminalità organizzata.
Le forme mediante le quali viene perseguito tale obiettivo sono l'intimidazione degli appaltatori o, comunque, dei titolari dei cantieri ma, molto più spesso, la loro connivenza.
Quest'ultimo è il dato preoccupante - quale emerso in tutti i procedimenti penali a carico degli 'ndranghetisti nello specifico settore del movimento terra - posto che i vari Andronaco, Casiraghi, Danesi, Iorio, Locatelli, Luraghi, Madaffari, Nichetti, Perego, Pirrò e molti altri ancora, tutti imprenditori di origine lombarda o, comunque, ben inseriti nella realtà economica lombarda e alla guida di imprese sane e di medie dimensioni, i quali nonostante abbiano, almeno la gran parte, un «curriculum» di rispettabilità alle loro spalle, hanno messo le loro imprese a disposizione dei clan calabresi, consumando essi stessi dei reati specifici, sia con la falsificazione dei documenti di trasporto dei materiali da demolizione, sia con lo scarico abusivo di tali materiali, solo valutando la convenienza economica del momento.
Ed è così che dall'attività di movimento terra si arriva alle violazioni ambientali.
Invero, una delle note caratteristiche dell'attività di movimento terra gestita dai calabresi è la sistematica violazione della normativa ambientale, per la semplice ragione che - come si è posto in evidenza - violare le regole fa risparmiare tempo e denaro.
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Si tratta di una scelta coessenziale alla impresa mafiosa, quasi una regola, emersa in tutti indistintamente i procedimenti penali esaminati, caratterizzati da macroscopiche condotte illecite, con smaltimenti di materiale di scavo in dispregio di ogni elementare normativa in materia di rifiuti.
In tal senso i provvedimenti dell'autorità giudiziaria milanese sottolineano con forza la plurioffensività degli effetti derivanti dal controllo del movimento terra, posto che l'intervento della 'ndrangheta produce, a cascata, una serie di effetti di impatto immediato anche per la collettività, con la conseguenza che la presenza della 'ndrangheta non è solo un problema per gli imprenditori del settore, lo è per tutti.
Né si può affermare che l'attività di movimento terra costituisce un fenomeno illecito a «basso costo sociale», senza dimenticare che ogni illegalità, a sua volta, è produttrice di illegalità.
E così tutte le imprese dei clan e/o quelle a loro collegate depositano i rifiuti pericolosi delle demolizioni in discariche abusive o anche in terreni destinati all'agricoltura, allo scopo di eliminare i costi di smaltimento, con grandi profitti per le stesse, ma con conseguenti enormi danni ambientali.

2. 1 - Le indagini nei confronti del clan Barbaro/Papalia (operazioni «Cerberus» e «Parco Sud»)

Il dottor Paolo Storari, sostituto procuratore della Dda di Milano, nel corso dell'audizione del 17 aprile 2012, ha riportato un quadro allarmante delle infiltrazioni mafiose nel territorio metropolitano di Milano e nei comuni limitrofi, quale è emerso dalle numerose inchieste promosse dalla Dda di Milano, variamente denominate («Cerberus», «Parco Sud», «Caposaldo», «Tenacia», «Isola»), inchieste che hanno avuto e stanno avendo un preciso riscontro nelle decisioni di merito finora emesse, con la condanna dei principali imputati.
In particolare, il procedimento penale cosiddetto «Cerberus» - che è l'antesignano del procedimento denominato «Parco Sud» - vede coinvolte le famiglie 'ndranghetiste dei Barbaro-Papalia, originarie di Platì (RC), oltre che nel traffico di sostanze stupefacenti, nello specifico settore dei lavori di scavo nei cantieri edili e del movimento terra, con l'eliminazione di ogni possibile concorrenza, mediante atti di intimidazione e attentati in danno dei cantieri della zona, in modo tale da imporre per ogni lavoro la presenza di ditte delle famiglie e di padroncini calabresi, legati alle stesse.
Vi è stato, inoltre, l'impiego delle risorse illecite in iniziative imprenditoriali più raffinate di tipo immobiliare-costruttivo o immobiliare nella forma di agenzia di vendita di immobili, realizzate mediante società colluse o compiacenti.
L'indagine «Cerberus» copre un arco temporale fino all'anno 2006 e ha portato all'esecuzione (in data 7 luglio 2008, in forza dell'ordinanza del Gip di Milano, dottor Piero Gamacchio) di otto arresti tra gli esponenti di spicco delle famiglie 'ndranghetiste e, cioè, di Barbaro Domenico, detto Mico l'Australiano, classe 1937, nato a


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Platì (RC), dei figli, Barbaro Salvatore (genero di Rocco Papalia), classe 1974, nato a Locri, e Barbaro Rosario, classe 1972, nato a Locri (RC), nonché di Papalia Pasquale, detto «Pasqualino» (figlio di Antonio, già responsabile della 'ndrangheta in Lombardia), classe 1979, nato a Locri, di Miceli Mario, classe 1957, nato a Platì (RC) e dell'imprenditore Luraghi Maurizio, classe 1954, nato a Rho (MI).
La famiglia Barbaro è imparentata con la potente cosca dei Barbaro di Platì del ramo «u Castanu» - una delle 'ndrine più antiche dell'aggregato mafioso di Platì - capeggiata da Barbaro Francesco, classe 1927, rappresentata in Lombardia dal nipote Pasquale Barbaro, detto «u Zangrei», nato a Platì il 24 agosto 1961 e deceduto per arresto cardiaco in data 21 novembre 2007, a Gudo Visconti (MI).
Dalle indagini è emerso che il gruppo mafioso, che vedeva in Barbaro Salvatore, figlio di Barbaro Domenico, l'esponente di spicco del clan mafioso, aveva esteso la propria influenza su tutto il Sudovest del territorio del comune di Milano, operando nella fascia dei comuni di Assago, Buccinasco, Cesano Boscone, Corsico e Trezzano sul Naviglio.
L'epicentro degli affari era il comune di Buccinasco, spesso e malvolentieri, finito sotto i riflettori dei media per la presenza storica di potenti clan della 'ndrangheta.
Il tribunale di Milano, con sentenza in data 11 giugno 2010, confermata dalla sentenza della Corte d'appello del 20 maggio 2011, ha ritenuto gli imputati responsabili del reato di cui agli artt. 416 bis c.p. (doc. 1174/3).
Il tribunale rileva che, dalle deposizioni testimoniali assunte, è emerso che nel comune di Buccinasco il «movimento terra» era dei Barbaro, con due vantaggi per questi ultimi: quello di non dover affrontare la concorrenza, quindi il rischio di impresa, e quello di aver assunto una posizione di potere sui «padroncini calabresi». Infatti, poiché le aziende agli stessi riconducibili avevano pochi mezzi e pochi dipendenti, con una capacità imprenditoriale limitata, era necessario ricorrere ai «padroncini» per effettuare lavori di medie e grandi dimensioni.
Invero, dagli accertamenti patrimoniali svolti dalla Guardia di finanza sulle società facenti capo agli imputati e ai loro familiari, è emerso:
che la Edil Company Demolizioni e Scavi Srl - riferibile a Barbaro Salvatore (socio al 50 per cento, ma effettivo gestore) - aveva in proprietà quattro autovetture, un motociclo e un furgone e conduceva in leasing 2 autocarri;
che la Mo.Bar. sas - riferibile a Barbaro Rosario (socio accomandatario e intestatario del 20 per cento delle quote), a Barbaro Domenico (socio accomandante intestatario del 40 per cento delle quote) e a Miceli Mario, uomo di fiducia dei Barbaro, anche lui tratto in arresto e condannato insieme ai suoi referenti (intestatario de 20 per cento delle quote) - aveva un autocarro, una operatrice e una autovettura, tutte in leasing;
che la F.M.R. Scavi Srl - riferibile a Barbaro Rosario (la cui moglie era amministratore unico con il 70 per cento delle quote) e a
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Miceli (socio al 20 per cento) - aveva in proprietà due operatrici, tre autocarri, un rimorchio, un motociclo, cinque autovetture, di cui tre sottoposte a fermo amministrativo e aveva un autocarro in leasing;
che Barbaro Rosario personalmente aveva una macchina operatrice, un motociclo di proprietà e quattro autovetture di proprietà, una delle quali sottoposta a fermo amministrativo, mentre Barbaro Domenico aveva due autovetture di proprietà.

In conclusione, si è di fronte a una struttura imprenditoriale molto modesta che, di per sé, era del tutto insufficiente a spiegare la presenza dei Barbaro in tutti gli appalti comunali e privati di Buccinasco. In realtà la capacità di penetrazione dei Barbaro nel tessuto economico di Buccinasco non aveva alcun collegamento con la loro imprenditorialità, ma era espressione della loro appartenenza alla 'ndrangheta.
In particolare, gli imputati si avvalevano della forza di intimidazione del vincolo associativo, in quanto si presentavano come prosecuzione della consorteria di Papalia Domenico, Antonio e Rocco - tutti già condannati nel processo «Nord - Sud» per il medesimo delitto - avendo il giovane Barbaro Salvatore contratto matrimonio con Papalia Serafina, figlia di Papalia Rocco e nipote di Papalia Antonio.
Sul punto, va ricordato che, negli anni '80, Papalia Antonio era il responsabile della 'ndrangheta in Lombardia e che a lui facevano capo personaggi come Flachi Giuseppe (detto Pepè) e Coco Trovato Franco, il quale era divenuto capo dei «Locali» di Como, Lecco e Varese, grazie all'aiuto di Papalia Antonio.
Del resto, la famiglia Papalia era talmente importante sul territorio comunale e, più in generale, nell'hinterland milanese che Barbaro Salvatore, al fine di intimidire i propri interlocutori, si presentava come «il genero di Papalia Rocco», e non come il figlio di Barbaro Domenico, sì da far sentire suo padre esautorato e scavalcato dal figlio, il quale - non a caso - preferiva agganciarsi alla più consolidata fama di delinquente del suocero, piuttosto che a quella del padre, come osserva lo stesso Luraghi Maurizio nella conversazione ambientale del 15 novembre 2005 (ore 14,25, n. 54).
Inoltre, i Barbaro facevano ricorso a ulteriori atti di intimidazione, quali danneggiamenti e incendi sui cantieri, esplosione di colpi di arma da fuoco contro beni di altri imprenditori, incendi di vetture in uso a concorrenti o a pubblici amministratori, minacce a mano armata, al fine di imporre la loro «necessaria presenza» agli operatori economici negli interventi immobiliari e di costringerli a pagare nei lavori di scavo un «sovrapprezzo», destinato alle loro imprese e ai «padroncini» a loro collegati.
Sul punto, Broglia Dario, imprenditore titolare della impresa edile Saico (un'impresa di costruzioni che ha avuto appalti in quel di Assago), ha dichiarato testualmente al pubblico ministero in sede di indagini nel procedimento «Cerberus» che: «Nell'ambiente in cui lavoro si sa che, qualora si intendano eseguire lavori di movimento terra nella zona di Assago, ci si deve rivolgere a ditte che impiegano padroncini calabresi. Io stesso ho potuto constatare che nostri


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fornitori ai quali vengono proposti lavori in Assago si tirano indietro. I prezzi applicati dalle ditte calabresi sono assolutamente di mercato, solo che nella zona di Assago, Corsico, Buccinasco vogliono avere il monopolio....».
Con tali modalità gli imputati si procuravano un ingiusto profitto, rappresentato dal poter operare in regime di monopolio, in quanto, per un verso, stabilivano i prezzi di mercato nella zona di riferimento e, per altro verso, smaltivano i rifiuti speciali derivanti dalla demolizione di edifici in discariche abusive, ovvero anche su aree pubbliche, che poi loro stessi chiedevano di bonificare.
Infine, nel massimo della loro spregiudicatezza, i Barbaro costringevano i pubblici amministatori del comune di Buccinasco a liquidare somme di denaro per lavori mai autorizzati.
In particolare, è stato ricostruito il pagamento di un lavoro non autorizzato dallo stesso comune, relativo alla rimozione di una grande quantità di macerie, scaricate abusivamente dallo stesso clan in un'area destinata a parco giochi («Spina Verde») a Buccinasco.
Invero, l'appalto, del valore di 516 mila euro per la realizzazione del parco «Spina Verde», era stato aggiudicato alla «Green System Srl», una società che operava nel settore edilizio, nel movimento terra e, soprattutto, nel verde pubblico e della quale era titolare tal Bicocchi Simone.
L'area interessata dai lavori era stata fatta oggetto, prima del loro inizio, nel mese di febbraio 2003, di scarichi abusivi di materiale inquinante, tipo sassi, eternit, ecc. (50 camion in un fine settimana, ma i responsabili non erano stati individuati, anche in ragione del fatto che, contrariamente a quanto accade di norma, non era pervenuta alla polizia nessuna segnalazione o denunzia). Anche in precedenza era accaduto un episodio analogo, quando il sindaco di Buccinasco, Maurizio Carbonera, nel mese di ottobre 2002, mentre transitava nella zona alla guida della propria autovettura, aveva visto un camion scaricare del materiale nell'area di via Cadorna, dove era in corso la realizzazione del parco «Spina Verde». Nell'occasione, il Carbonera aveva bloccato il camion e chiamato la polizia locale, che ne aveva individuato la proprietà nei Barbaro, accertando che non era intervenuta alcuna autorizzazione comunale per tale scarico.
Dopo l'ultimo episodio di scarico abusivo, il Bicocchi, con due telegrammi (del 3 e del 6 febbraio 2003), aveva segnalato il fatto al comune di Buccinasco, che convocava una riunione alla quale partecipavano Guido Lanati, assessore ai lavori pubblici del comune di Buccinasco ed ex sindaco, l'architetto Luigi Fregoni, capo tecnico del comune, lo stesso Bicocchi personalmente, per conto della «Green System Srl», e, infine, Barbaro Salvatore. Quest'ultima presenza, non risultando il Barbaro assegnatario di nulla, era non solo del tutto ingiustificata, ma era - anche e soprattutto - allarmante sia perché espressione dell'arroganza di costui e della sua forza di penetrazione, sia perché di converso era espressione della debolezza delle istituzioni.
La riunione deve essere stata, a dir poco burrascosa e, probabilmente, vi devono essere state delle minacce, posto che all'esito della stessa Lanati, Fregoni e Bicocchi erano tutti molto tesi e spaventati, come ha dichiarato il sindaco Maurizio Carbonera al tribunale di Milano, all'udienza del 29 ottobre 2009.
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È poi accaduto che il comune di Buccinasco affidasse, in un primo momento, i lavori di spianamento e pulitura dell'area anzidetta a tal Quadrio Lorenzo Paolo, socio accomandatario della «Agri Movimento terra Sas», ma il Quadrio immediatamente rinunziava all'appalto, dopo un duplice colloquio, uno con Barbaro Salvatore - il quale gli aveva detto che i lavori «doveva» eseguirli lui - e l'altro con il geometra comunale Giuseppe Marzorati, che gli aveva anche lui «consigliato» di rinunziare ai lavori.
E, in effetti, così è stato. Quindi, i lavori di ripianamento dell'area «Spina Verde» erano stati affidati dal comune di Buccinasco all'impresa di Barbaro Salvatore, il quale per eseguirli aveva chiesto la somma di euro 80 mila, ma poi l'amministrazione comunale gliene aveva offerti la metà.
Fatto sta che, per tale aggiudicazione si erano rese necessarie due delibere comunali di incarico «diretto» da 20 mila euro ciascuna (in quanto per cifre superiori non era possibile l'aggiudicazione diretta), rispettivamente, del 13 e del 16 ottobre 2003, a fronte di fatture emesse dalla Edil Company Demolizioni e Scavi Srl di Barbaro Salvatore, in data 14 e 27 ottobre 2003.
Un costo, comunque, eccessivo, dal momento che l'impresa dei Barbaro non aveva rimosso i materiali inquinati, ma si era limitata a spianarli e a coprirli con uno strato di terreno.
Le modalità operative degli organi comunali che, anziché bonificare le aree inquinate dagli stessi Barbaro, davano loro l'incarico di ricoprirle con «terra buona», emerge anche da un altro episodio, quello relativo al «cantiere di via della Resistenza», a Buccinasco, dove Barbaro Rosario, a copertura aveva portato terra di «coltivo», di cui reclamava il pagamento dal comune, pur in mancanza di una formale delibera da parte della precedente amministrazione, che lo aveva autorizzato solo verbalmente.
Peraltro, per il terreno inquinato del suddetto cantiere, vi era il sospetto che il materiale inquinante, provenisse dalla demolizione dei capannoni della «Loro & Parisini» di Assago e fosse stato lì scaricato dagli stessi Barbaro, che avevano ricevuto il relativo incarico, come affermava Giacomel Ernesto, un concessionario di auto che svolgeva anche attività immobiliare, il quale aveva indicato i Barbaro e il Luraghi come i responsabili del movimento terra nell'area «Loro & Parisini». Il relativo procedimento penale era stato archiviato perché rimasti ignoti gli autori dei reati ipotizzati.
Comunque, la vera anomalia era costituita dall'esistenza di un «accordo verbale» di Barbaro Rosario con l'architetto Minei, predecessore di Fregoni durante la giunta precedente, pur se la somma non era stata liquidata.
Tuttavia - ed è questa ancora l'ulteriore stranezza - il mancato pagamento aveva dato luogo ad una estenuante «trattativa» durata addirittura due anni tra la nuova amministrazione comunale e i Barbaro.
La vicenda è stata ricostruita in dibattimento dai testi Fregoni, Carbonera e Giacomel e concerne la cosiddetta «mediazione» con i calabresi.
Invero, è accaduto che il sindaco Carbonera, a un certo punto, avvertisse la «necessità» di ricorrere a un assessore calabrese come
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«mediatore» con i Barbaro, dopo avere ricevuto una busta con un proiettile, come si dirà di seguito.
Tutto ciò costituisce l'ulteriore conferma del ruolo dei Barbaro in quel comune dell'hinterland di Milano, posto che l'amministrazione comunale, non potendo sottostare alle loro pretese per motivi di «carattere formale» - nella specie la mancanza di una delibera - ha cercato l'accordo con la delinquenza mafiosa, anziché denunziare all'autorità giudiziaria le intimidazioni subite.
Naturalmente, anche in questo caso, vi è stata la violazione della normativa ambientale, posto che non è stata effettuata alcuna bonifica del sito con l'asportazione del materiale inquinato.
Tutto ciò è accaduto in un contesto di minacce e di intimidazioni continui e così il 12 ottobre 2003, è stata bruciata l'autovettura di Simone Bicocchi, mentre il precedente 26 marzo 2003 era stata bruciata l'autovettura del sindaco di Buccinasco Maurizio Carbonera: si è trattato, anche in questo caso, di un incendio doloso effettuato mediante una bottiglia incendiaria, che era stata lasciata vuota, in prossimità della macchina parcheggiata davanti all'abitazione del sindaco.
Successivamente, il 25 marzo 2005, in occasione delle festività pasquali, al sindaco Carbonera Maurizio è stato recapitato un biglietto di auguri con la sua fotografia e un proiettile DM80, un'arma da guerra, mentre vi è stato il danneggiamento mediante rigatura di una Fiat Marea dell'assessore Fregoni Luigi.
Il 19 agosto 2004, nel corso di lavori di scavo, effettuati da Lorenzo Paolo Quadrio, in una zona boschiva prossima agli orti comunali di Buccinasco, sita tra via Salieri e via Archimede, sono stati rinvenuti due bazooka, di cui uno armato, di nuova costruzione e provenienza slava.
Invero, costituisce fatto notorio che le minacce e gli atti di violenza anonimi sono i mezzi tipici utilizzati dalle associazioni di stampo mafioso per avvertire i destinatari del messaggio e ottenere i risultati voluti. È poi certo che tali destinatari sappiano perfettamente a chi debba essere ricondotto l'«avvertimento» ricevuto, con la conseguenza che le vittime di tali atti intimidatori, nella maggior parte dei casi, non presentano denunzia per il timore di subire ritorsioni, o comunque di essere oggetto di azioni ancora più gravi. Nella specie, come osserva la Corte d'appello di Milano nella sentenza del 20 maggio 2011 del procedimento «Cerberus» (doc. 1174/3), la prova della riconducibilità delle intimidazioni ai Barbaro (Salvatore, Domenico e Rosario) e ai loro sodali discende in maniera lampante da quello che è accaduto nel corso del dibattimento di primo grado. È stato infatti più volte necessario ammonire i testi, metterli di fronte alle diverse dichiarazioni rese nelle indagini, addirittura allontanarli perché troppo sconvolti e non più in grado di proseguire la loro deposizione alla presenza dei Barbaro, benché fossero in stato di detenzione e, dunque, teoricamente non più in grado di nuocere (ci si ferisce, in particolare, ai testi Bicocchi, Selmi, Chiricozzi, e soprattutto Marzorati, reticenti o impauriti). Ancora, nell'impugnata sentenza del tribunale di Milano dell'11 giugno 2010 (doc. 1174/3) si dà ripetutamente atto delle condizioni di totale confusione o, piuttosto, di vero e proprio terrore, del testimone in quel momento
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interrogato, a tal punto da fare scrivere in sentenza dai primi giudici che la prova dell'attualità del potere intimidatorio del sodalizio e della condizione di assoggettamento e di omertà delle vittime si era formata nel dibattimento.
Del resto, la forza e la potenza attuale del sodalizio criminoso - che, evidentemente all'epoca, non aveva subito contraccolpi - hanno trovato una ulteriore conferma nel fatto che Mario Miceli, classe 1957, nato a Platì (RC) e uomo di fiducia dei Barbaro, aveva ricevuto commesse, anche dopo l'applicazione nei suoi confronti della misura cautelare nell'ambito del procedimento «Cerberus».
È accaduto, infatti, che Alessandro Piva, titolare della «Tertennis Impresa Costruzioni», dopo aver vinto un appalto pubblico del comune di Buccinasco, essendo «scoperto sul movimento terra» (come ha dichiarato nel corso della sua testimonianza), si era messo a girare per cantieri, trovando un escavatorista proprio nella persona di Mario Miceli - nel frattempo rimesso in libertà per la suddetta vicenda processuale - e gli aveva così offerto il lavoro.
La conclusione è che, a dispetto di inchieste e processi, imprenditori all'apparenza non collusi hanno continuato - e probabilmente continuano tuttora - a intrattenere con i mafiosi rapporti economici e d'affari, come se nulla fosse accaduto, senza cioè avvertire l'esigenza di spiegare, soprattutto a se stessi, la ragione di tale «incidente di percorso», strettamente collegato all'attività svolta nel movimento terra.
Accanto a imprenditori intimiditi vi sono anche imprenditori collusi, posto che tutti i procedimenti nei confronti della 'ndrangheta calabrese si caratterizzano anche per la presenza di imprenditori che, senza essere costretti e, dunque, per una libera scelta dettata solo da ragioni economiche, si mettono al servizio dei clan, nel senso che consentono alle famiglie mafiose di lavorare nei propri cantieri.
Tra gli imprenditori collusi degna di particolare nota nell'inchiesta «Cerberus» è la figura di Luraghi Maurizio, amministratore unico della «Lavori stradali Srl», con sede legale a Milano in via Freguglia, di fronte al palazzo di giustizia.
Peraltro, si tratta di una impresa di grosse dimensioni, con sessanta dipendenti e altrettanti mezzi, in grado di effettuare le lavorazioni di scavo e di urbanizzazione primaria e secondaria, che spiega la ragione per cui nell'hinterland milanese la «Lavori stradali Srl» fosse la società appaltante di importanti lavori.
Tra i cantieri gestiti a Buccinasco dalla «Lavori stradali Srl», in qualità di società appaltante, merita di essere segnalato, per le sue rilevanti dimensioni, quello di via Guido Rossa, che ha comportato la realizzazione di un intero quartiere, con seicento appartamenti e un centro commerciale del valore complessivo di 70/80 milioni di euro, con volumetrie di circa 160 mila metri cubi di edilizia residenziale e di oltre 180 mila metri cubi di lavori pubblici da realizzare a scomputo degli oneri di urbanizzazione. La società committente era un consorzio di ben undici imprese, denominata «Operatori Buccinasco Più».
Ebbene, nonostante la «Lavori stradali Srl» avesse uomini e mezzi per operare in piena autonomia, nel cantiere erano presenti le società dei Barbaro (Edil Company Demolizione e Scavi Srl, Mo.Bar
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Sas, F.M.R. Scavi Srl) con i loro camion, oltre allo stesso Salvatore Barbaro. I pagamenti effettuati alle imprese del clan mafioso sono stati di notevole importo, ma venivano fatturati solo in parte, in quanto Barbaro Salvatore preferiva i contanti. Ciononostante, gli inquirenti hanno rinvenuto fatture per un importo di circa 1 milione 900 mila euro in favore delle suddette società e della collegata impresa individuale De Luna Maurizio, come ha riferito il maresciallo Alessio Marra all'udienza del 6 ottobre 2009 davanti il tribunale di Milano.
La spiegazione di tutto ciò rinviene dal fatto che Luraghi Maurizio è l'imprenditore storico della famiglia Barbaro-Papalia nel settore del movimento terra, posto che i loro rapporti di affari risalgono, addirittura, all'anno 1988, come egli stesso dice a Barbaro Salvatore, nella conversazione ambientale del 2 luglio 2005 (ore 10,40, n. 4681) all'interno della sua BMW, quando ricorda al suo interlocutore che egli lavorava già con suo padre Domenico e con suo suocero Rocco (Papalia) e che da sempre era disponibile a soddisfare tutte le richieste della famiglia sia per quanto riguarda il lavoro, sia per il pagamento del pizzo.
Questa conversazione getta una luce sinistra sull'assoluta continuità dei rapporti tra imprenditori e organizzazione mafiosa sul territorio lombardo nel corso di più decenni e, soprattutto, senza che, a dispetto delle inchieste giudiziarie e degli arresti effettuati, vi sia stata alcuna soluzione di continuità tra la vecchia e la nuova generazione di 'ndranghetisti nel controllo del territorio, esattamente come avviene a Platì, terra di origine dei Barbaro e dei Papalia.
Solo che non sempre tutto fila liscio e, così, nella conversazione ambientale del 22 marzo 2005 (ore 14,11, n. 40), Luraghi si lamenta con Barbaro Domenico dell'arroganza di suo figlio Salvatore - che non ha voglia di lavorare e vuol fare il «boss»- nelle richieste di pagamento del «pizzo» (2 euro al metro cubo sullo scavo e 4,20 euro a metro cubo sui riempimenti), da destinare alla famiglia del suocero detenuto Papalia Rocco, che era in difficoltà. Si tratta di somme che venivano poste a carico del committente dei lavori del cantiere di Buccinasco in via Guido Rossa, la Finman Spa, con i soliti metodi estorsivi e, cioè, promettendo «paure» a Pecchia Mario, Pecchia Adriano e Pecchia Giuseppe, soci e componenti del consiglio di amministrazione della società.
Ma la situazione di vera e propria subordinazione del Luraghi alle cosche calabresi emerge in tutta evidenza da una serie di conversazioni in data 23 febbraio 2005, tra lo stesso Luraghi con Pasquale Barbaro («u Zangrei»), Barbaro Domenico («Mico l'australiano») e il figlio di quest'ultimo, Barbaro Salvatore. Era, infatti, accaduto che il Luraghi avesse trovato il proprio cantiere di Garbagnate (uno dei cantieri per il quale aveva ottenuto l'appalto), invaso da ben 26 camion destinati al trasporto terra, pari a circa il doppio dell'effettivo fabbisogno, camion che lui non aveva chiamato e non sapeva di chi fossero, salvo che per quattro camion inviati da Michele Grillo, personaggio di calibro della 'ndrangheta, coinvolto anche nelle altre inchieste, in particolare, nell'indagine «Tenacia» e nella «operazione Isola».
Il Luraghi, anziché mandare via i camion, com'era in suo potere, si era precipitato a effettuare una serie di telefonate, parlando
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dapprima con Pasquale Barbaro («u Zangrei»), che lo aveva redarguito in malo modo, facendo valere la propria autorevolezza mafiosa, con frasi del tipo: «ma tu sai con chi stai parlando..tu mi paghi i viaggi..sono cazzi tuoi». Quindi, il Luraghi aveva chiamato Barbaro Domenico, dicendogli che lui non era in grado di fare fronte a tanti pagamenti e per di più nei tempi brevi richiesti dagli uomini della 'ndrangheta. Infine, il Luraghi aveva chiamato Barbaro Salvatore (23 febbraio 2005, ore 19,03, n. 832) per chiedergli aiuto e consiglio, al fine di bloccare i camion, pagati a 120 euro a viaggio, da parte di «u Zangrei». Il Luraghi era preoccupato sia dei costi eccessivi, sia dell'impossibilità di fare lavorare camion di suoi amici, ma soprattutto era preoccupato della reazione di Pasquale Barbaro, detto «u Zangrei» («che non mi capiti qualche cazzata nei cantieri o nei magazzini...», dice il Luraghi), venendo a tal proposito rassicurato dal suo interlocutore.
È evidente che si tratta di una rassicurazione di stile, considerato il ruolo di dominus assoluto nel «movimento terra» rivestito, finché è rimasto in vita, da Pasquale Barbaro e la figura di scarso spessore di Barbaro Salvatore, che per assumere importanza si presentava come il «genero di Rocco» (Papalia) e di tale situazione era perfettamente consapevole Luraghi Maurizio, lombardo doc al servizio della 'ndrangheta.
Altre conversazioni, valorizzate dai giudici sia di primo, sia di secondo grado, riguardano le modalità illecite con cui il Luraghi smaltiva i rifiuti speciali, grazie al suo inserimento nel sistema mafioso.
E, così, nella conversazione ambientale del 29 settembre 2005 (ore 12,44, n. 8560), all'interno della sua BMW, Luraghi Maurizio dice al suo interlocutore, il coimputato Miceli Mario, uomo dei Barbaro: «Perché uno non ci pensa, ma se pensi che così abbiamo scaricato tanta di quella «merda» e che avremmo dovuto pagare tanti di quei soldi in cava per scaricare tutta questa roba qua, uno magari ci pensa che quei quattro soldi che pretendiamo sono tutti soldi guadagnati». Ancora: «L'importante è che io, se devo andare a buttar via, come tuo suocero e come te, «tutta la terra» che abbiamo scaricato qua, sai quanti soldi avremmo speso o no?». E, ancora nell'occasione, i due parlano di trenta camion di «frantumato», per un totale di 1.000 metri cubi, che però non sanno dove sia finito e ciò costituisce la riprova di un modo di procedere volto a «imboscare» i rifiuti in luoghi imprevisti e imprecisati, di cui non vi è interesse a conoscere e a ricordare la destinazione.
Insomma, all'evidenza, i due interlocutori hanno ben presente il tema del risparmio di costi di questo tipo di smaltimento, dimostrando piena consapevolezza della loro attività illecita. Del resto - a riprova della consapevolezza di operare nell'ambito dell'associazione mafiosa - in un'altra intercettazione ambientale all'interno dell'automobile del 10 ottobre 2005 (alle ore 9,28, n. 9110) l'imprenditore Luraghi, nel constatare insieme al suo interlocutore la situazione nel cantiere, di cui aveva ottenuto l'appalto, gli dice testualmente: «...non possiamo neanche passare con le betoniere, perché ci hanno scaricato i blocchi in mezzo alla strada... Guarda i blocchi di calcestruzzo, che mi hanno scaricato in una settimana...cani e porci e... non pagano un cazzo».
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«Adesso gli dico: «Pasquale tirali via quei blocchi. Guarda cosa ti ha scaricato tutte macerie, guaine». Quindi, mentre si trova ancora in macchina, il Luraghi parla al telefono con Barbaro Salvatore e gli dice: «Salvatore, ma hai visto cosa stanno scaricando i tuoi camion qua?... c'è dentro guaine, asfalto, blocchi di cemento, ma io veramente non lavoro più così, Salvatore, veramente. Vieni qua c'è blocchi di calcestruzzo, guaine di catrame, blocchi di asfalto.....vieni qua vedere, ti viene ...eh..la pelle d'oca, ma come si fa a portare qua (cioè in un cantiere)».
Nonostante le apparenze, il discorso del Luraghi non ha nulla di ambientalistico, dal momento che nel corso della stessa telefonata precisa il proprio ruolo, dicendo: «voi portate qua la porcheria e poi devo portare la terra per coprirla» e poi riprendendo il discorso con il suo interlocutore in macchina dice che Salvatore (Barbaro) fa quello che vuole e così «la volta scorsa» gli aveva scaricato 20 viaggi di «roba piena di gasolio».
Anche nell'intercettazione ambientale all'interno dell'auto del 1o dicembre 2005 (alle ore 11,30, n. 788), il Luraghi si lamenta, ancora una volta, con Barbaro Domenico del comportamento del figlio Salvatore, che il giorno precedente gli aveva combinato un «disastro» in un cantiere portando «polistirolo, asfalto, c'è dentro di tutto» e, tuttavia, il Luraghi non interrompeva i suoi rapporti con i Barbaro in quanto, come spiega nell'occasione, parlando di se stesso, egli faceva le stesse cose dei Barbaro e, cioè gli scarichi abusivi dei rifiuti speciali, ma lo faceva «con intelligenza e non come le fa sempre lui (Salvatore) alla cazzo di cane».
La genuinità di tali conversazioni telefoniche è attestata dal fatto che sono avvenute in un contesto ritenuto protetto, cioè, in un'autovettura e in un momento in cui i due interlocutori non sapevano di essere intercettati, sicché deve essere esclusa ogni millanteria, tanto più che ha poco senso una millanteria reciproca tra soggetti di questo tipo.
Il tribunale sottolinea la notevole rilevanza di tali conversazioni, ritenute più eloquenti di una consulenza, mentre la Corte d'appello di Milano, nel confermare l'impugnata sentenza, mette in evidenza quello che già emerge dalle intercettazioni telefoniche e cioè che il «movimento terra» costituiva per i Barbaro la «necessaria premessa» (e lo schermo legittimo) dello smaltimento dei rifiuti, cioè, di una attività ben più lucrosa e spesso collegata alla commissione di illeciti ambientali con l'altrettanto necessario coinvolgimento di soggetti appartenenti alla criminalità organizzata.
Invero, nessuno degli imputati si premurava di portare i materiali inquinanti nelle discariche, per non sostenere le relative spese. Viceversa, i margini di guadagno si incrementavano se si scaricava in altri cantieri, come quelli dell'amico Luraghi, che si limitava a protestare per tali comportamenti, ma senza alcun'altra conseguenza o sul suolo privato poi colmato con terra di coltivo ovvero anche sul suolo pubblico.
In quest'ultimo caso, poi, la bonifica spettava all'ente pubblico, in quanto gli autori di simili nefandezze rimanevano ignoti e ciò accadeva anche quando i camion andavano avanti e indietro tutta la notte, ma nessuno stranamente segnalava nulla, nonostante che il
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comune di Buccinasco avesse posto dissuasori fissi che venivano sistematicamente rimossi. Non solo, pure nel caso di privati intimiditi, come Simone Bicocchi, nessuna segnalazione o denunzia è stata mai effettuata all'autorità di polizia giudiziaria.
Nel novembre del 2009, essendo emerso che l'attività delittuosa veniva proseguita dai correi rimasti in libertà, anche dopo l'esecuzione delle misure cautelari disposte nel procedimento «Cerberus», è scattato il seguito di tale indagine, con l'operazione «Parco Sud», che riguarda le vicende successive all'anno 2006, a carico di 48 indagati tra affiliati al clan Barbaro-Papalia e persone e società ad esso contigue, con l'emissione di misure cautelari ancora nei confronti degli stessi esponenti del clan, molti dei quali già detenuti per la precedente indagine, come lo storico capo Barbaro Domenico, classe 1937, nato a Locri (il quale impartiva dal carcere «le strategie di massima»), i figli Barbaro Rosario, classe 1972, nato a Platì (RC) e Barbaro Salvatore, classe 1974, nato a Locri (RC), nonché il giovane Papalia Domenico (figlio di Antonio), classe 1983, nato a Locri.
Il Gup del tribunale di Milano, nel procedimento c.d. «Parco Sud» (doc. 1174/4), con sentenza pronunziata in sede di giudizio abbreviato, in data 28 ottobre 2010, confermata dalla Corte d'appello con la sentenza del 10 gennaio 2012, ha ritenuto la responsabilità dei maggiori imputati rilevando che, rispetto al primo procedimento, pur essendo gli stessi i principali esponenti, erano cambiati alcuni compartecipi attivi nel settore economico di riferimento. In particolare, nel secondo procedimento vi erano Antonio Perre, classe 1984, nato a Locri, acquirente in data 6 marzo 2007 del 50 per cento delle quote della Edil Company Costruzioni e Scavi Srl, costituita in data 21 giugno 2002 tra Barbaro Salvatore, proprietario al momento della costituzione di 5 mila euro, pari al 50 per cento del capitale sociale, e sua moglie, Serafina Papalia. Il Perre era anche l'amministratore unico della società.
Era mutata anche l'altra società con cui operavano i Barbaro, posto che la Mo.Bar Sas di Barbaro Rosario era stata sostituita dalla F.M.R. Scavi e Costruzioni Srl, con amministratore unico Simona Droghi, moglie di Barbaro Rosario. Nella società un ruolo importante era rivestito da Carlo Raimondi, che era un contabile, nonché amministratore di fatto e che, nella conversazione in data 11 settembre 2008 nei locali della Kreiamo, avverte l'imprenditore Madaffari Andrea: «Rosario (Barbaro) dice dal carcere che dobbiamo continuare l'attività», così dimostrando il suo inserimento nell'organizzazione mafiosa e l'intenzione del clan di non abbandonare quella presa sul territorio, che era iniziata nei lontani anni '80.
Inoltre, era cambiato parzialmente anche l'ambito operativo. Invero, nel processo «Cerberus» questo era costituito dal monopolio del «movimento terra», mentre nel procedimento «Parco Sud», al monopolio del movimento terra si era aggiunto l'intervento nel settore della intermediazione immobiliare, attraverso i rapporti con la società «Kreiamo» di Iorio Alfredo e Madaffari Andrea.
In quest'ultimo procedimento, infine, tra le attività illecite con cui il sodalizio criminoso si esprimeva sono annoverate il traffico di stupefacenti, la custodia di ingenti quantitativi di armi e la gestione di latitanti provenienti dalla Locride, del livello di Paolo Sergi,
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esponente di spicco della cosca di Barbaro Francesco, detto «u Castanu», nato a Platì (RC) il 03 maggio 1927, capo di una delle 'ndrine più antiche dell'aggregato mafioso di Platì, colpito da ordine di carcerazione della procura di Reggio Calabria per associazione a delinquere finalizzata al traffico degli stupefacenti.
In tale contesto il Gup, dopo aver messo l'accento sui due elementi che emergevano per affermare l'esistenza del «metodo mafioso» e cioè la capacità di intimidazione e la condizione di assoggettamento e omertà, denomina il fenomeno relativo a tale associazione come «mafia imprenditoriale», posto che la caratteristica del gruppo era quella di avere in sé spiccati caratteri di impresa, che si estrinsecavano nella operatività delle ditte riferibili alle famiglie calabresi dei Barbaro e dei Papalia i quali, a loro volta, si avvalevano della complicità di società lombarde, acquisendo il monopolio nel settore del «movimento terra».
Del resto, anche dopo l'esecuzione delle misure cautelari nell'ambito del processo «Cerberus», il contesto ambientale era rimasto immutato, posto che un'impresa, che volesse eseguire un intervento immobiliare nella zona dell'hinterland Sudovest di Milano, doveva necessariamente affidare i lavori di movimento terra alla famiglia Barbaro, al fine di evitare problemi sui cantieri.
Come nel recente passato, non sempre erano necessarie minacce o pressioni, dal momento che tutte le parti interessate conoscevano il sistema.
Il dottor Storari ha riferito che, il più delle volte, i clan non hanno bisogno di ricorrere a minacce semplicemente «perché gli altri sanno che non si deve andare a lavorare in certe zone» e, in effetti, dalle sentenze «Cerberus» e «Parco Sud», con riferimento a Buccinasco, è emersa l'esistenza di una vera «estorsione ambientale», nel senso che, a motivo della presenza mafiosa su questo territorio, le imprese sane non vi andavano a lavorare, sicché il mercato era rimasto nelle mani di imprese collegate, direttamente o indirettamente, alla criminalità. D'altro canto, molti imprenditori hanno continuato ad avvalersi delle prestazioni di queste ultime non perché intimiditi, ma perché erano le uniche che operavano sul mercato.
A ciò aggiungasi che accanto a imprenditori che accettavano loro malgrado queste regole, ve ne erano altri, come Iorio e Madaffari, i quali - al pari di Luraghi - stringevano legami diretti con i clan calabresi, al fine di ottenere vantaggi personali.
In conclusione, l'associazione si avvaleva, e tuttora si avvale, della forza di intimidazione derivante dal nome, cioè, dalla cattiva fama della realtà criminale a cui appartengono i partecipi, nonché di imprenditori compiacenti, al fine di realizzare attività non direttamente illegali, bensì per entrare nel tessuto economico della realtà in cui operano, imponendo il proprio monopolio di fatto e condizionando i prezzi. Del resto, il nome «Barbaro» veniva speso per dare il senso di un'unica realtà imprenditoriale, che aveva ormai conquistato l'egemonia nel settore.
A riscontro e conferma di quanto sopra rappresentato, nella sentenza del Gup di Milano del 28 ottobre 2010 (doc. 1174/4, pag. 17), vengono riportate le conversazioni di Grillo Giuseppe, nato a Locri, classe 1980, uomo dei Barbaro, con il suo autista «Pino» al quale, non
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sapendo questi dove recarsi a scaricare la terra, suggeriva di farlo alla cava Ronchetto, con la strategica precisazione che, in caso di rimostranze, avrebbe dovuto dire che si trattava di camion di «Barbaro». Ancora, in altra occasione, lo stesso Grillo, parlando di prezzi e di fatturazioni, con un impiegato dell'ufficio contabilità del cantiere di via Lorenteggio a Milano, gli dice che avrebbe dovuto applicare non quello ordinario, bensì «quello fatto a Barbaro».
Tali comportamenti rendono evidente che, anche dopo le misure cautelari personali del procedimento «Cerberus», il nome di «Barbaro» continuava ad essere utilizzato in tutto l'hinterland milanese sia per gli scarichi illeciti, sia per far comprendere ai committenti che il prezzo da applicare nei pagamenti ai Barbaro doveva essere «speciale».
Si comprende facilmente anche la ragione per cui i prezzi praticati dai calabresi venivano definiti «buoni», cioè concorrenziali rispetto ai prezzi di mercato, posto che materiali costituenti rifiuti speciali venivano smaltiti abusivamente, senza l'onere dei costi di conferimento in cava (21).
Viceversa, nei confronti di imprenditori riottosi, l'associazione mafiosa procedeva con atti di intimidazione e con attentati.
Al riguardo nella sentenza vengono citati gli attentati in danno:
a) di Arioli Davide, titolare della ditta Arioli Srl, che si occupava di noleggio e riparazione di macchine per movimento terra e al quale in data 20 luglio 2007 ignoti, introdottisi nell'area di custodia dei mezzi, avevano appiccato il fuoco, danneggiando due escavatori e ciò era accaduto dopo un alterco con Barbaro Salvatore, il quale non pagava le riparazioni dei propri mezzi
b) di Cerullo Antonio, al quale ignoti avevano bruciato alcuni automezzi, dopo che aveva espresso l'intenzione di non fare lavorare i Barbaro;
c) di Fucci Giuseppe - titolare di un'agenzia immobiliare sita in Cesano Boscone, via Roma 57 e socio in affari di Iorio Alfredo, amministratore unico della Kreiamo Spa, società collegata al clan Barbaro, come si vedrà di seguito - la cui abitazione e il cui ufficio erano stati attinti da numerosi colpi di arma da fuoco, nella notte tra il 6 e il 7 maggio 2008, sparati da ignoti, in conseguenza di un «equilibrio» non rispettato o di uno «sgarbo» (com'è emerso da numerose intercettazioni telefoniche, che hanno consentito di leggere la vicenda come avvertimento di stampo mafioso);
d) di Sansone Salvatore, titolare dell'agenzia immobiliare «Buccinasco Immobiliare» al quale ignoti, nelle prime ore del mattino del 26 luglio 2008, avevano appiccato il fuoco e ciò era accaduto dopo che il Sansone, già socio di Barbaro Rosario nel settore della intermediazione immobiliare, era poi andato in rotta di collisione con lo stesso per problemi legati alla ripartizione degli oneri sociali; 5) di Volta Luca, titolare insieme a suo fratello Giampiero della GI.VO
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Company Srl, con sede a Melegnano (MI), al quale in data 1o agosto 2008 avevano bruciato un escavatore cingolato nel cantiere di Milano in via Pompeo Marchesi, 55, dopo che il Volta aveva deciso di escludere i «padroncini calabresi» dai suoi cantieri, per affidarsi a società di più ampie dimensioni.

Naturalmente, nessuna delle vittime di tali attentati ha sporto denuncia o manifestato sospetti nei confronti degli autori di tali attentati, benché tutti avessero in comune il fatto di avere avuto scontri o dissapori con il clan dei Barbaro.
Le intercettazioni eseguite, nel dare conto di tale situazione, pongono in evidenza che nessun aiuto alle attività di indagine è pervenuto dalle vittime designate.
Gli episodi sopra descritti costituiscono la prova dell'esistenza di un vero e proprio sistema di controllo capillare di determinati settori di impresa, principalmente, in quello del movimento terra, tale per cui gli operatori economici attivi in questi settori, «sanno»:
a) che devono tenere presenti certi equilibri;
b) che ad alcune persone non si possono dare risposte negative;
c) che la scelta del partner economico non sempre (anzi, quasi mai a Buccinasco e zone circostanti) è rimessa alla logica del libero mercato. Chi sbaglia a muoversi in questa delicatissima rete di rapporti ne subisce le conseguenze e lo fa rigorosamente in silenzio: la vittima «tipo» ha chiari sospetti, immagina bene quale possa essere stata la serie causale determinatrice di alcuni sfortunati «incidenti», ma si guarda altrettanto bene dall'esternare questi sospetti alle forze dell'ordine.

A tale proposito, appare rilevante ricordare che dopo ogni attentato contro cantieri, che si è verificato tra il 2005 e il 2007, in danno di imprenditori che inizialmente non sembrano sottostare alle imposizioni, la quasi totalità delle vittime ha assunto dinanzi alle forze di polizia intervenute un atteggiamento completamente reticente, negando di conoscere i probabili autori e la causale dell'azione, benché a loro ben noti, e ciò costituisce ulteriore riprova della capacità di intimidazione sviluppata sul territorio dalle cosche.
Un atteggiamento proseguito anche davanti all'autorità giudiziaria, come si legge anche nella sentenza del Gup di Milano del 28 ottobre 2010 del procedimento «Parco Sud» (doc. 1174/4), a proposito di una serie di deposizioni che dimostravano il perdurare della condizione di assoggettamento e di omertà delle vittime dell'attività delittuosa.
Le indagini svolte hanno consentito di sequestrare appartamenti, quote societarie e denaro per oltre 5 milioni di euro, numerose armi da guerra, tra cui una bomba a mano e due fucili mitragliatori, 4 chilogrammi di cocaina, nonché di smascherare la complicità di alcuni imprenditori con funzione di prestanome e capaci di aprire le porte al clan nel mercato immobiliare e finanziario.
Tra costoro, come si è accennato, figurano gli imprenditori Madaffari Andrea (classe 1973, nato a Milano) e Iorio Alfredo, nella


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loro qualità di soci e rappresentanti del gruppo immobiliare Kreiamo Spa, con sede a Milano in via Montenapoleone.
Dalle risultanze investigative è emersa l'appartenenza di Madaffari alla categoria degli imprenditori collusi, ovvero di coloro che con il sodalizio mafioso instaurano un rapporto di collaborazione stabile e continuativo, giovandosi della capacità di intimidazione della organizzazione mafiosa per trarne lucro e vantaggio.
Invero, la Kreiamo Spa costituiva il braccio economico-finanziario del clan Barbaro, che lavorava nei molteplici cantieri aperti in diversi comuni compresi nella fascia Sud di Milano e il Madaffari - come l'imprenditore Luraghi Maurizio - offriva sempre lavoro ai Barbaro in tutti i numerosi cantieri della Kreiamo, direttamente e anche attraverso la ditta di Andronaco Giuseppe.
Quest'ultimo, imprenditore dal «volto pulito», era in realtà «socio» e «prestanome» dei Barbaro. Addirittura, com'è emerso nella vicenda di un appalto di via Vespucci, sita nel comune di Cesano Boscone, la ditta di Andronaco è stata proprio il paravento per celare la reale presenza dei Barbaro, che avrebbe potuto non essere gradita ad altri imprenditori.
In tal modo, il Madaffari, non solo, assicurava lavoro ai Barbaro ma, in alcune occasioni per motivi di opportunità, lo faceva con modalità tali da nascondere la presenza sua e dei suoi amici operando con società riconducibili a soggetti terzi diversi da lui e dal suo socio Iorio. Inoltre, il Madaffari offriva costanti possibilità di investimento al Barbaro, proponendogli anche acquisti di immobili a prezzi di favore.
Ancora, il Madaffari si è prestato a occultare le partecipazioni dei Barbaro nella Immobiliare Buccinasco Srl, ricevendo da loro somme «in nero» ed è ricorso più volte all'autorevolezza mafiosa e alla capacità di intimidazione delle famiglie Barbaro/ Papalia.
Si tratta di rapporti e di legami che vanno oltre le indagini giudiziarie, considerato che, dopo l'arresto dei Barbaro, il Madaffari ha offerto nuovo lavoro alla famiglia mafiosa attraverso Perre Antonio, dicendogli che sarebbe stato disponibile anche a pagare un sovrapprezzo, proprio in considerazione delle difficoltà del momento dei Barbaro, ristretti in carcere in esecuzione dell'ordinanza di custodia cautelare.
È, inotre, significativo dell'inserimento mafioso nel tessuto economico lombardo e, in particolare, nel territorio milanese il fatto che, tra i cantieri di cui si occupava la famiglia Barbaro-Papalia, spiccano quelli per il raddoppio della linea ferroviaria Milano-Mortara e della Tav, nello specifico settore del movimento terra e dello smaltimento dei rifiuti, che venivano interrati sotto i binari.
Del resto, va considerato che il livello di inserimento delle famiglie mafiose nel territorio milanese parte da lontano, posto che Papalia Pasquale e Papalia Domenico sono figli dello storico boss della 'ndrangheta milanese Papalia Antonio e nipoti del'altro boss Papalia Rocco, che è anche il suocero di Barbaro Salvatore. Com'è noto, Papalia Antonio e Papalia Rocco sono stati condannati entrambi all'ergastolo al termine del procedimento Nord-Sud, che risale agli anni '90 e cioè alla prima fase dell'azione di contrasto nei confronti delle famiglie radicatesi in Lombardia.
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Tale circostanza induce a una ulteriore considerazione e cioè che le attuali indagini sulla 'ndrangheta a Milano, probabilmente, hanno subito un certo ritardo, posto che, nel corso degli anni, non sono stati monitorati gli esponenti della seconda e terza generazione dei clan calabresi i quali - sulla scia di quanto intrapreso dai propri genitori, a cavallo degli anni ottanta/novanta - hanno finito con il «colonizzare» la fascia Sud dell'hinterland milanese e non solo.
Né è discutibile il livello attuale dello spessore mafioso dei figli rispetto ai padri, solo che si consideri che Papalia Pasquale ha sposato la figlia di Antonio Pelle, classe 1932, detto «'ntoni gambizza», «principe nero di San Luca», arrestato nell'estate del 2009 dopo 9 anni di latitanza e poi morto d'infarto (22).
È noto che il ricorso a vincoli parentali e di sangue rappresenta per la 'ndrangheta un vero e proprio pedigree necessario per la propria affermazione e la scalata sociale nell'ambito dell'organizzazione criminosa, che nella famiglia trova il suo epicentro, in quanto rappresenta il livello di inserimento di ciascun «uomo d'onore» nel sistema mafioso. Sicché il rispetto dovuto all'«uomo d'onore» dalle altre famiglie e, più in generale, dal sistema mafioso è strettamente correlato all'importanza della famiglia alla quale egli appartiene o a quella di cui si diventa affini.
Si spiega solo in tal modo la ragione per cui Papalia Domenico (detto Mico), classe 1983, assiduo frequentatore di locali notturni della movida milanese, nonostante la sua giovane età - ma dotato di «pedigree», in quanto figlio di Papalia Antonio e fratello di Papalia Pasquale, genero di Antonio Pelle - veniva chiamato addirittura a fare da garante in una disputa con il «clan Sergi» e veniva ascoltato da tutte le famiglie, come i potenti Muià-Facchineri.
Del resto, la conferma del ruolo di Papalia Domenico emerge evidente dalle intercettazioni eseguite nei confronti di Andrea Madaffari il quale, parlando di lui, in data 11 aprile 2008 negli uffici della Kreiamo, così si esprimeva con il proprio interlocutore: «Quel ragazzino non è un piripicchio qualunque, sai chi è suo padre? È Rocco Papalia quello di Assago, della villa bunker... quindi era li perché doveva esserci».
Infine, è stata acquisita la sentenza della suprema Corte n. 31512/2012, pronunziata in data 24 aprile 2012 e depositata il 3 agosto 2012, con cui è stata annullata la sentenza della Corte d'appello di Milano n. 823/2011, pronunziata in data 20 maggio 2011 (doc. 1174/3) nel procedimento c.d. «Cerberus», con rinvio ad altra sezione della stessa Corte d'Appello.
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L'annullamento con rinvio è stato disposto per l'inadeguatezza di motivazione in ordine al fatto che i Barbaro e, in particolare, Salvatore si avvalesse della «fama criminale della precedente organizzazione della quale gli odierni imputati sarebbero gli eredi», al fine di intimidire mafiosamente i consociati, nonché in ordine alla riferibilità ai Barbaro degli atti di intimidazione anonimi nei confronti del sindaco di Buccinasco e di altri imprenditori edili, essendo peraltro sul punto ritenuta sufficiente anche solo la prova logica, ma con «una rivalutazione dei singoli episodi in termini di un più preciso dettaglio qualitativo, quantitativo sul piano oggettivo e di riferibilità di essi agli imputati, per pervenire a una successiva lettura globale degli episodi individuati tale da permettere, in chiave di verifica delle accuse, di ritenere raggiunta la prova del cosiddetto metodo mafioso riferibile al modo di agire degli imputati» e ciò anche con riferimento ai comportamenti processuali dei testimoni.
Alla luce di tale decisione, ritiene la Commissione d'inchiesta che l'impianto accusatorio, come ritenuto dai giudici del merito in relazione alla sussistenza dell'associazione di tipo mafioso, non sia scalfito, posto che la suprema Corte non dubita della gravità delle prove poste a fondamento della decisione annullata, solo chiede al giudice del rinvio una migliore e più organica loro valutazione, anche ricorrendo alla cosiddetta prova logica.
Comunque, al là delle valutazioni del giudice del rinvio sull'associazione mafiosa, rimangono i plurimi episodi di illecito smaltimento dei rifiuti, come riferiti dallo stesso Luraghi Maurizio, nel corso delle intercettazioni ambientali, all'interno della sua auto, del 29 settembre 2005 (ore 12,44, n. 8560), del 10 ottobre 2005 (ore 9,28, n. 9110) e del 1o dicembre 2005 (ore 11,30, n.788). Il contenuto di tali intercettazioni non lascia dubbi interpretativi su che cosa significasse per i Barbaro il movimento terra e sugli scarichi illeciti da loro effettuati di polistirolo, di guaine di catrame, di blocchi di asfalto, di blocchi di calcestruzzo, ecc...

2. 2 - Le indagini nei confronti del clan Romeo/Flachi (operazione «Caposaldo»)

Altra indagine rilevante è la cosiddetta «Caposaldo», condotta dal Raggruppamento operativo speciale dei Carabinieri (Ros) di Milano, di cui sono state acquisite un'ordinanza di custodia cautelare del 3 marzo 2011 e il dispositivo di una sentenza emessa, in data 13 marzo 2012, dal Gup di Milano in sede di giudizio abbreviato a carico di alcuni imputati (doc. 1174/2).
Nella notte del 13 marzo 2011 - a cura del Nucleo di polizia tributaria di Milano e dei Carabinieri del Ros di Milano, in collaborazione con la polizia locale meneghina - è stata eseguita la misura cautelare in carcere nei confronti di 35 soggetti, disposta dal Gip di Milano, dottor Giuseppe Gennari, nei confronti di altrettanti affiliati alla 'ndrangheta lombarda, indagati a vario titolo per associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, minaccia, smaltimento illecito di rifiuti, spaccio di sostanze stupefacenti.


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I soggetti arrestati avevano nel tempo anche occupato il territorio mediante la gestione diretta o indiretta di interi settori imprenditoriali e commerciali, tra gli altri in particolare: quello edilizio, il movimento terra, i parcheggi e i servizi di sorveglianza di locali pubblici, la gestione di negozi presso le fermate della metropolitana.
La manovra investigativa del Ros ha concentrato l'attenzione su due componenti 'ndranghetiste dell'organizzazione: una di matrice «africota», il cui principale esponente era Giuseppe Romeo e l'altra «reggina», con al vertice Flachi Giuseppe, legato alla famiglia Pesce di Reggio Calabria, nonché a Martino Paolo, esponente della nota famiglia reggina dei De Stefano.
In particolare, Giuseppe Romeo, classe 1964, nato a Reggio Calabria, con residenza anagrafica in Africo, ma di fatto ad Agrate Brianza, risulta adepto della cosca mafiosa africota capeggiata da Giuseppe Morabito, classe 1934, detto «u Tiradrittu», al quale è legato anche da rapporti parentali. Il Romeo è stato scarcerato nel mese di settembre 2005, dopo una lunga pena detentiva per traffico di stupefacenti.
A sua volta, Giuseppe Flachi, detto «Pepè», classe 1951, nato a Reggio Calabria, nonostante fosse detenuto presso il carcere di Parma, con fine pena previsto per il 3 febbraio 2015, non solo ha mantenuto il suo ruolo di leadership all'interno dell'organizzazione, ma seguiva in prima persona tutti gli affari della sua «famiglia», grazie ai permessi premio di cui godeva e alla stretta collaborazione di suo figlio Davide (classe 1979, nato a Milano), insieme al quale gestiva una fitta e capillare rete di rapporti illeciti.
Invero, la carriera criminale in Lombardia di Giuseppe Flachi era iniziata con Renato Vallanzasca e Antonio Colia per proseguire con Franco Coco Trovato, classe 1947, nato a Marcedusa (CZ), in atto detenuto con fine pena «mai», con il quale il Flachi, a partire dagli anni '80, aveva consolidato un'unica organizzazione criminale, che estendeva la propria influenza, non solo su interi quartieri della periferia Nord di Milano, tra cui Comasina, Quarto Oggiaro, Bovisa, Affori, Bruzzano, ma anche su Busto Arsizio, sulla Brianza e sulle province di Como, Lecco e Varese.
Le attività criminali esercitate dal clan spaziavano dai delitti contro il patrimonio (in specie estorsioni, usura, furti, ricettazioni) al traffico di stupefacenti e alle armi, non disdegnando di ricorrere all'omicidio di affiliati a gruppi contrapposti per acquisire il controllo di attività economiche (in particolare ristoranti, bar, pizzerie, esercizi commerciali operanti nel campo dell'abbigliamento, dell'arredamento, del movimento terra, distributori di benzina e autolavaggi, palestre, società finanziarie e immobiliari, imprese di costruzione e/o di gestione di immobili, imprese di demolizione auto e commercio di rottami, imprese di trasporto).
Nel quadro che emerge dall'operazione, denominata «Caposaldo», non vi è solo la diffusissima infiltrazione mafiosa nel settore del movimento terra nei cantieri edili di Milano, ma anche la gestione della «security» in molti notissimi locali notturni, l'estorsione agli esercizi pubblici che sorgono nelle stazioni della metropolitana, l'attività di «pizzo» ai chioschi dei «porchettari», il controllo dei posteggi fuori dalle discoteche più celebri, la gestione di cooperative
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appaltatrici dei servizi di trasporto in Tnt (ex Traco) e, persino, una «tassa», imposta a chi intendeva spacciare in alcune piazze della città. La cosca aveva una grande «capacità di penetrazione economica» nel tessuto lombardo, tant'è che a Milano era riuscita anche ad acquisire «attraverso intermediari fittizi» la discoteca «De Sade» di via Valtellina.
In tale contesto sono stati sequestrati immobili, autovetture, esercizi commerciali, un noto locale di intrattenimento, quote societarie per un valore complessivo di 2,5 milioni di euro.
In questa sede non ci si occuperà di tutte le vicende criminose che vedono coinvolto il gruppo mafioso facente capo a Giuseppe Flachi, in quanto, non investono la specifica materia del traffico illecito dei rifiuti, ma ci si occuperà solo dell'affare Tnt.
Invero, l'affare Tnt rappresenta il punto di incontro dei «reggini» di Pepè Flachi con gli «africoti» di Giuseppe Romeo, il quale - già fortemente impegnato nel movimento terra e nel traffico illecito di rifiuti - trova l'occasione, alla fine dell'anno 2008, grazie all'ausilio del suo consulente finanziario, Mascaro Aldo, di penetrare nelle cooperative di ritiro, trasporto e consegna dei colli in spedizione, che collaborano con la Tnt, settore in qualche modo affine a quello del trasporto terra, ritenuto foriero di sviluppi positivi per entrambi i clan mafiosi.
In tali cooperative era, da anni, già presente la famiglia Flachi, con cui il Mascaro, per conto del Romeo, realizza un'intesa per l'acquisizione di cooperative o società fornitrici di servizi alla Tnt, con la possibilità di inserirsi nell'ingente volume d'affari garantito dalla rete preesistente e già avviata delle filiali della società.
Al fine di rappresentare le dimensioni dell'affare di interesse mafioso, va detto che «Tnt Global Express Spa», ubicata in San Mauro Torinese (TO), è la società italiana che appartiene al gruppo «Tnt N.V.», con sede nei Paesi Bassi, che si occupa del trasporto espresso di merci. In Italia, la società dispone di 134 filiali ed oltre 1.200 «Tnt Point», che sono le sedi minori che svolgono in piccolo le funzioni di una filiale.
Non a caso, alla luce dell'importanza degli interessi in gioco, «africoti» e «flachiani», a partire dal momento in cui si mettono insieme, si scambiano know how e risorse anche negli altri campi di reciproco interesse.
E così Romeo ricorre ai Flachi e a Martino Paolo, esponente della famiglia reggina dei De Stefano, quando deve recuperare dei crediti, come si vedrà di seguito, mentre gli uomini di Flachi Davide, figlio di Pepè (soprannominato «il piccolino», a causa della sua statura), mettono al corrente il Romeo su come funzionava la loro presenza in vari settori da loro controllati. Anche i progetti di espansione vengono gestiti in modo comune.
Tutto ciò non toglie che ciascuno abbia propri settori di intervento. E quindi Romeo, calabrese tradizionale, è attivo nel settore del movimento terra, mentre i Flachi da anni dominano le serate e le notti milanesi.
In questa vicenda, parlando di Giuseppe Romeo, ci si occuperà dapprima del movimento terra, quindi dell'acquisizione delle cooperative di trasporto, al servizio della Tnt.
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Nello specifico settore dei rifiuti speciali, agli inizi del mese di ottobre 2008, un controllo fatto all'interno di un cantiere per la costruzione della linea ferroviaria Tav, sito in Milano, ha consentito di verificare la presenza di Giuseppe Romeo il quale, dopo aver scontato la pena detentiva per traffico di stupefacenti, di cui si è detto, si era inserito nell'attività di movimento terra, ottenendo una serie di lavori pubblici e privati, mediante una propria società, della quale figurava dipendente, la Autotrasporti Al.Ma. Srl, con sede a Paderno Dugnano (MI) e formalmente amministrata, dapprima come si è visto, da Aldo Mascaro e, successivamente, a partire dal 2007, dalla moglie Domenica Talia, classe 1970 (figlia di Carmelo Talia, classe 1940, nato ad Africo (RC), affiliato alla 'ndrina africota), nata e residente ad Africo (RC), dove faceva la maestra elementare.
Nell'ambito del carattere familistico tipico della 'ndrangheta, Romeo gestiva la società insieme a suo nipote, Gligora Francesco, classe 1975, figlio di sua sorella Giuseppa e di Bruno Gligora, classe 1940, nato ad Africo, detto «lanciabombe», con condanne per omicidio, detenzione di armi e spaccio di sostanze stupefacenti e affiliato alla cosca «Morabito-Bruzzaniti-Palamara».
Il sistema di lavoro posto in essere dall'«Autotrasporti Al.Ma. Srl», peraltro, già collaudato da tutte le imprese mafiose operanti nel settore, si basava sostanzialmente nell'agganciarsi a società che avevano ottenuto formalmente il subappalto di un cantiere, fornendogli il servizio di trasporto e smaltimento della terra movimentata.
E così il Romeo, tra gli altri, ha utilizzato la «Mara Scavi Srl», società facente capo a Giacomo Nichetti (classe 1956, nato a Crema), amministrata da sua figlia Mara, che aveva ottenuto dalla «Garbi Linea 5 Scrl», con sede legale in Roma e sede operativa in Milano via Racconigi snc, il subappalto dei lavori nel cantiere sito in Milano viale Zara, aperto per la realizzazione del nuovo tratto di metropolitana linea M5, con percorso Garibaldi-Bignami.
Il cantiere è stato aperto nell'ambito delle opere per l'Expo 2015 per la realizzazione del nuovo tratto di metropolitana linea M5, con percorso Garibaldi - Bignami. Il tratto sarà lungo 5,6 chilometri, comprenderà 9 stazioni (Garibaldi, Isola, Zara, Marche, Istria, Ca' Granda, Bicocca, Ponale, Bignami). La predetta linea è destinata a incrociare proprio in viale Zara la linea M3 della metropolitana.
Ebbene la società del Nichetti, contravvenendo al divieto di subappalto del subappalto, stabilito per gli appalti pubblici dall'articolo 118 decreto legislativo n. 163 del 2006 (codice degli appalti), aveva affidato i lavori di carico dei rifiuti all'Al.Ma. di Romeo. Tale circostanza risulta acclarata da un controllo dell'ispettorato del lavoro in data 11 giugno 2009 e da una telefonata in pari data (ore 14,42 , nn. 605-606) del Romeo, il quale dice a un altro imprenditore lombardo colluso, Giovanni Danesi, che i suoi camion stavano caricando dal suddetto cantiere la «bentonite» (minerale argilloso, usato come impermeabilizzante e per il contenimento delle pareti di scavo della metropolitana).
Al fine di rendere più pregnante il controllo mafioso, all'interno del cantiere di viale Zara operava Vito Bellanova, anche lui uomo di fiducia del duo Romeo/Gligora, come risulta anche dal fatto che egli compare tra i soci fondatori della Edilscavi Scrl. Il ruolo del Bellanova
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è emerso chiaramente nella telefonata del 10 giugno 2009 (ore 19,46, n. 3501), quando ha ricevuto da Gligora Francesco precise disposizioni sulle modalità con cui, nella consapevolezza dell'illiceità dell'operazione di carico loro commissionata dal Nichetti, fare accedere il giorno successivo i camion dell'Al.Ma. nel cantiere della metropolitana, senza destare sospetti.
Tali disposizioni consistevano in una serie di «accorgimenti», volti ad evitare sospetti e a sottrarsi all'attenzione degli operatori e di eventuali inquirenti, che prevedevano l'attesa lontano dal sito dei camion che dovevano caricare il materiale scavato, cui doveva seguire l'entrata nel cantiere dei camion uno alla volta, e non tutti insieme contemporaneamente, con l'obbligo di ciascun autista - una volta effettuato il carico e allontanatosi - di avvertire via radio il conducente del camion successivo, anche lui comandato a fare altrettanto.
Il Bellanova operava anche in altri cantieri relativi ad appalti pubblici, affidati al Romeo con il solito sistema e, così, lo si ritrova nel cantiere di Milano-Lambrate per la realizzazione del sottopasso pedonale tra le stazioni, ferroviaria e della linea 2 della metropolitana, di Lambrate.
Inoltre, il Bellanova si occupava anche delle operazioni di scarico abusivo del materiale prelevato dai cantieri, come nella vicenda di Milano-Portello.
Come si vedrà di seguito, il Romeo - grazie ai suoi rapporti con il mafioso Salvatore Strangio (cfr. «operazione Tenacia») - aveva ottenuto da Ivano Perego un subappalto del movimento terra del cantiere di Milano-Portello, da dove era stata prelevata terra mescolata con asfalto, dunque «terra sporca», che avrebbe dovuto essere portata in discarica, ma che - viceversa - previa intesa con il proprietario, veniva portata presso una cava. Tuttavia, nell'occasione, tale operazione non poteva essere effettuata, poiché, nella telefonata del 25 maggio 2009 (ore 10,20, n. 613), il Bellanova avvisava il Gligora che presso tale cava erano in corso i controlli dell'Arpa e, così, il materiale inquinato veniva illecitamente scaricato nei terreni dell'azienda agricola Garavaglia Walter, il cui titolare era stato prontamente preavvertito dal Gligora con la telefonata delle ore 10,21 (n. 614).
Anche in tale occasione, al fine di non destare sospetti, veniva adottato il sistema di «entrare uno alla volta, quando esce uno, entra l'altro, non andare (in) due», dice a Gligora tale «Pietro», autista rumeno, che fungeva da collegamento con la suddetta azienda agricola.
Ancora, il Romeo si appoggiava anche al sopra citato Giovanni Danesi, amministratore unico della società «Danesi Giovanni & C. Srl», con sede legale a Corte Franca (BS), in nome e per conto del quale il Romeo effettuava lo scarico abusivo in cava, incassando il corrispettivo del viaggio, venendo ammonito dallo stesso sulla necessità di prestare attenzione a eventuali controlli. In altre occasioni, il Romeo aveva chiesto ad altro imprenditore lombardo, Giuseppe Savinelli, amministratore della società «Giada Macchine», con sede in Milano, di scaricare a suo nome ed era stato da questi autorizzato.
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Tra gli imprenditori collusi, vi era Antonino Pirrò, nato a Magisano (CZ) il 04 dicembre 1959, titolare dell'omonima ditta individuale, che aveva ottenuto un appalto privato per la realizzazione a Milano, in piazza XXV Aprile, di un parcheggio sotterraneo costituito da 322 box per residenti e 346 posti a rotazione. Anche in tale cantiere sono stati utilizzati i camion dell'Al.Ma., per di più in esclusiva per quanto riguarda i carichi di «terra mista», di maggior valore commerciale, come è emerso da una telefonata in data 09 ottobre 2009 (ore 11.13, n. 22986), tra Gligora e Pirrò, circa la gestione del lavoro in cantiere. Il primo dice che tutta la «mista» prelevata dal sito la prenderanno «loro» (l'Al.Ma.) e precisa che non vuol vedere «avvicinarsi» al cantiere camion di altre società.
Il Pirrò, pedissequamente, lo rassicura in merito a tale gestione, garantendo che ci saranno solo i camion dell'Al.Ma.. Avuta questa certezza, Gligora aggiunge che «loro», cioè i mafiosi, si riservavano di impiegare per i carichi altri padroncini, così realizzando con la compiacenza del Pirrò il monopolio mafioso del suddetto cantiere.
A completare il quadro vi è, infine, la circostanza che nell'esecuzione di tali lavori i camion del Romeo non utilizzavano le insegne Al.Ma, che erano state appositamente rimosse, bensì quelle della ditta aggiudicatrice del subappalto.
In tal modo, il Romeo, grazie ad alcuni imprenditori insospettabili, ma compiacenti, è riuscito a entrare in appalti pubblici e privati, benché privo dei requisiti soggettivi per l'iscrizione all'Albo conto terzi e, in particolare, come si è visto, è riuscito ad introdursi nei pubblici appalti, in spregio al divieto di subappalto di subappalto, come disposto dall'articolo 118 decreto legislativo n. 163 del 2006.
Non solo, a sua volta, la società del Romeo ha rappresentato la porta di ingresso per dare lavoro ai tanti «padroncini calabresi», gestiti sempre in base alle solite relazioni fatte di «famiglia» e di «rispetto» tra soggetti appartenenti alla altrettanto solita logica 'ndranghetista.
Emblematica è la telefonata in data 06 febbraio 2009 (ore 18,19, n. 13482) tra Domenico Trimboli - detto Micu, classe 1961, nato a Platì, residente a Cesano Boscone (MI), via Petrarca n. 2, gravato da precedenti di polizia per associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti - e lo stesso Giuseppe Romeo il quale, esaudendo le richieste dello stesso, si preoccupa di dare immediato lavoro al figlio Natale Trimboli, non perché lo meriti e perché sia competitivo, ma solo perché è figlio di cotanto padre.
Invero, la ditta di Romeo non era di piccole dimensioni e si poneva in posizione intermedia tra l'appaltatore e il padroncino, sicché Romeo, oltre a procurare lavoro per se stesso, era anche distributore di lavori, sempre secondo la rigida logica mafiosa calabrese.
Naturalmente, i partner ideali di Romeo erano i «paesani», tutti pregiudicati e di spessore, come Luciano Scarinci, classe 1984, nato a Locri (coinvolto nel 2005 nel tentato omicidio di Agostino Fera) e Michele Grillo, classe 1947, nato a Platì, condannato alla pena di anni 18 di reclusione, per concorso nel sequestro di persona a scopo di estorsione in danno di Tullia Kauten e collegato alla famiglia mafiosa dei «Perre», in considerazione del fatto che il fratello Pasquale Grillo,
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classe 1954, nato a Platì (RC), è sposato con Elisabetta Perre, sorella del capo bastone Giuseppe Perre, classe 1937, nato a Platì (RC), detto «'u Maistru».
Altre volte si trattava di soggetti collegati a personaggi mafiosi, come Roberto Accursio, classe 1959, nato a Licata (AG), già protetto da Pasquale Barbaro («u' Zangrei») e titolare dell'impresa individuale avente per oggetto: «demolizioni, scavi, sbancamenti, strade e fognature». Insieme all'Accursio i camion della Autotrasporti Al.Ma., con la copertura degli imprenditori Giovanni Danesi e Antonio Pirrò, titolari del subappalto, caricavano terra dall'interno dei cantieri di via Comasina per il prolungamento della linea M3 della metropolitana milanese e la scaricavano a Cormano nei pressi dell'autostrada A4.
Vi erano anche «rapporti alla pari», come quelli con Salvatore Strangio, come emerge dall'esistenza di una scrittura privata tra la «Perego General Contractor», da una parte, e l' Al.Ma. e la S.A.D. Building di Strangio, dall'altra, in cui venivano definiti i prezzi dei lavori di scavo e di carico. Tuttavia, poiché ognuno lavorava soprattutto per se se stesso, era accaduto che, dopo tale accordo, i rapporti tra Romeo e Strangio si erano deteriorati, dal momento che quest'ultimo veniva ritenuto responsabile di avere divulgato tra i padroncini di cui si serviva l'Al.Ma. i prezzi indicati nel suddetto contratto, consentendo a costoro di verificare le «trattenute» (il «pizzo») che Giuseppe Romeo effettuava sulle loro prestazioni.
Tra i «padroncini» di cui il Romeo si avvaleva vi era Frisina Giuseppe che, nonostante avesse la disponibilità di soli due camion, godeva di un rapporto privilegiato con il Romeo, in quanto era il marito di sua nipote Piera Gligora, sorella di Francesco Gligora, suo uomo di fiducia. Era infatti di proprietà del Frisina l'autocarro targato CC562HP, condotto da Paolo Minniti, che aveva tentato in data 03 settembre 2008 lo scarico abusivo di terra all'interno di un cantiere per la costruzione della linea ferroviaria Tav, sito a Milano in via Belgioioso, episodio che aveva dato avvio alle indagini.
In questo modo surrettizio, quanto illecito, la Autotrasporti Al.Ma. Srl è stata presente per l'attività di movimento terra, direttamente o tramite prestanome, in numerosi cantieri, come indicati nel lungo elenco che segue, riportati nell'ordinanza di custodia cautelare del Gip di Milano del 3 marzo 2011 contro Romeo e altri:
1) Milano, via Stephenson;
2) Milano, viale Zara (linea metropolitana 5);
3) Milano, viale Adda;
4) Strada Statale 36, tra Monza e Cinisello Balsamo;
5) Portello di Milano
6) Fieramilanocity;
7) Monza, via Mauri;
8) Basiano, in provincia di Milano, via Roma;
9) Milano, via Tortona;
10) Milano, piazza 25 aprile;
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11) Milano, via Comasina;
12) Milano, via Boiardo;
13) Milano Lambrate, dove c'è il sottopasso pedonale tra le stazioni di Lambrate e Lambrate metropolitana 2;
14) Milano, via Scarsellini;
15) Paderno Dugnano;
16) Milano, via Pirelli;
17) Milano, via Segantini.

L'inchiesta della Dda di Milano ha posto in evidenza che in tutti i cantieri in cui ha operato Romeo lo smaltimento delle macerie non è avvenuto in conformità alla normativa. Dunque, lo scarico abusivo non era l'eccezione, ma costituiva il modus procedendi ordinario di Romeo e dei suoi sodali, essendo per loro del tutto inconcepibile l'uso di discariche autorizzate per lo smaltimento della cosiddetta «terra sporca» e delle macerie, che avrebbe comportato dei costi.
Del resto, una delle note caratteristiche dell'attività di movimento terra gestita dai calabresi è proprio la sistematica violazione della normativa ambientale, dal momento che violare le regole fa risparmiare tempo e denaro e tale scelta è coessenziale alla impresa mafiosa.
E, così, dall'ordinanza del Gip, alla stregua delle disposizioni impartite agli autisti dal duo Romeo/Gligora, risultano una serie innumere di smaltimenti illegali di terra «brutta», «sporca» o «non mista» che, anziché in discarica, è stata smaltita nei terreni, quasi fosse «terra da coltivo», ovvero nelle cave o nei riempimenti, come «terra mista». Quest'ultima, essendo composta di sassi e sabbia, ha un alto valore commerciale, in quanto utilizzata nel settore edilizio per i riempimenti, e viene smaltita nelle cave.
Le intercettazioni telefoniche eseguite danno poi conto di una costante ricerca, da parte del Romeo, di contadini disposti ad accogliere sui loro terreni terra inquinata, camuffando tale operazione con il periodico rinnovo della «terra da coltivo», per il quale i contadini erano già muniti della relativa autorizzazione comunale. Tale programmato comportamento criminale lo riferisce lo stesso Romeo alla moglie Domenica Talia (insegnante elementare, che condivide le scelte del marito), nel corso della telefonata del 20 gennaio 2009 (ore 16,38, n. 11193), rappresentandole anche le dimensioni del suo impegno, che vedevano centinaia e centinaia di camion scaricare terra inquinata nelle province lombarde.
Invero, la ricerca del contadino disponibile a ricevere materiale inquinato non era solo del Romeo - il quale, peraltro, a questo proposito, dice alla moglie di aver concluso un contratto con tal Passoni di Monza - ma era affidata a ciascun padroncino o anche semplice autista che, dopo aver caricato macerie, doveva impegnarsi a trovare un terreno nel quale scaricare tali rifiuti, fermo rimanendo che l'operazione doveva avvenire sempre a prezzi irrisori. Del resto, il contenuto della telefonata anzidetta del Romeo alla moglie non lascia dubbio alcuno sulle modalità con cui egli stesso e i «padroncini


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calabresi» provvedevano a smaltire i rifiuti: «..gli dico - agli autisti - tutte le volte...trovate un contadino che ci fa...che ha l'autorizzazione del comune...dei vigili per poter scaricare la terra.. per fare rientramento di terra come rinnovo di terra..si perché quando la terra viene coltivata tre, quattro anni...». In pratica, i rifiuti venivano smaltiti come rinnovo terra.
In ordine ai prezzi dello smaltimento illegale, la telefonata del Romeo alla Talia prosegue con l'affermazione che «...erano qualche duecento viaggi di terra...gli dico impegnatevi e vedete se c'è qualche contadino.. e invece di dargli cento euro, gli dava centocinquanta». Dunque, lo smaltimento illegale avveniva a prezzi irrisori.
L'ordinanza del Gip di Milano n. 9189/08 nell'inchiesta «Caposaldo» descrive un comportamento costante del Romeo, coadiuvato da Gligora, Bellanova e dai suoi autisti nell'attività di scarico abusivo, con un ulteriore caratteristica, determinata dalla connivenza di soggetti nati e vissuti in area lombarda i quali, senza alcuna costrizione o intimidazione, anziché opporsi a tali iniziative malavitose, collaboravano attivamente con gli indagati nella ricezione dei rifiuti nei loro terreni o nelle loro cave, per puro piccolo calcolo economico (considerato che, come si è visto, i calabresi pagavano poco), addirittura avvertendoli dei controlli effettuati dall'Arpa, dalla Polizia municipale o dai Carabinieri.
Così è accaduto, solo per fare qualche esempio, per Guerrini Rocco Felice, classe 1971, nato a Vizzolo Predabissi (MI) e residente a Spino d'Adda, il cui terreno in Spino d'Adda è stato sequestrato, a seguito dell'intervento dei Carabinieri del Noe di Brescia, per l'Azienda agricola Garavaglia, sopra citata, per la ditta Ultrascavi di Paparazzo Angelo e C. snc del comune di Lainate (MI), che ha visto l'intervento dei vigili urbani.
Tuttavia, non sempre lo scarico dei rifiuti passava attraverso accordi con i proprietari dei terreni, in quanto spesso vi erano atti di intimidazione, come riferisce l'autista Antonio Fotia a Giuseppe Romeo (che ride al racconto), nel corso della telefonata del 31 settembre 2009 (ore 10,08, n. 318), parlando di un non meglio identificato »vecchietto», costretto «con le lacrime» a subire un continuo scarico di «terra brutta» in un terreno o in una cava.
Tale contesto illecito è talmente esteso da dar luogo a un vero e proprio controllo del territorio, dal momento che è accaduto che, se qualcuno osava lamentarsi per la concorrenza sleale della società Al.Ma. per i prezzi più bassi che la stessa era in grado di praticare, a motivo dello smaltimento dei rifiuti da scavo in violazione delle prescrizioni di legge, interveniva direttamente Romeo a minacciare e intimidire chi osava ribellarsi al suo potere.
A tale proposito vi è una conversazione, riportata nell'ordinanza di custodia cautelare, nella quale Giovanni Danesi chiama Giuseppe Romeo, rappresentandogli che vi era un soggetto, tale Claudio Ferrari suo concorrente, il quale gli stava dando fastidio, poiché censurava le modalità con cui egli, tramite il Romeo, smaltiva i rifiuti, con la minaccia di denunciarlo. Ebbene, il Romeo, in data 06 luglio 2009 (ore 08,22, n. 9130), aveva immediatamente contattato questo imprenditore, dicendogli di smetterla di dare fastidio al Danesi perché
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comandava lui e intimandogli di non denunciare il fatto, poiché, in caso contrario, conosceva le conseguenze.
Si tratta di una forma chiarissima di controllo del territorio. In sostanza, si dice ai propri concorrenti come si devono comportare e, anche se si opera nell'illegalità, si pretende che gli altri non dicano niente, sfruttando la forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo ed è questo un aspetto che dagli atti di indagine emerge in modo chiaro e pacifico.
Quanto al recupero dei crediti vantati dal Romeo, i metodi erano quelli dell'intimidazione e della violenza, com'è accaduto nei confronti dello stesso imprenditore colluso, Giacomo Nichetti, dapprima minacciato e poi picchiato per il mancato pagamento dei lavori eseguiti dall'Al.Ma. nel cantiere di Viale Zara, pari a circa 150 mila euro, arrivando persino a percuotere con calci e pugni Davide Cremonesi, dipendente della Mara Scavi Srl e del tutto estraneo ai rapporti del Nichetti con il Romeo.
Ma la questione non si chiude con gli atti di intimidazione in quanto, nel corso della telefonata in data 02 ottobre 2009 (ore 16,34, n. 312), Davide Flachi spiega a Paolo Martino di essersi impegnato nella risoluzione di un problema per conto di Aldo Mascaro, aprendo un canale con i fratelli La Porta, debitori di Nichetti, tramite un suo intermediario (Giovanni Tocco), in modo da promuovere un'azione di «recupero credito» nei loro confronti e consentire a Nichetti di ottenere la liquidità necessaria per saldare il suo debito verso l' Al.Ma.
L'operazione riesce, poiché grazie all'intervento dei Flachi, i La Porta forniscono a Nichetti la liquidità necessaria a pagare, parzialmente, il credito di Romeo.
Anche Antonino Pirrò, altro imprenditore colluso, di cui si è detto, ha subito una spedizione punitiva del Romeo e dei suoi, a causa del mancato pagamento all' Al.Ma. di un preteso credito di 100 mila euro.
Naturalmente, nessuno di costoro ha sporto denuncia perché, per usare le parole di Romeo, avevano «capito la lezione» e ciò li aveva resi del tutto accondiscendenti alle sue richieste.
Passiamo ora a trattare la «vicenda Tnt», la quale per la consegna e il ritiro dei colli in spedizione, si avvale della prestazione di altre società o cooperative.
Il contratto di trasporto e di servizi diversi è concluso, quindi, dal cliente con la Tnt Global Express Spa o con l'ausiliario o l'affiliato di Tnt che accetta la spedizione per il trasporto o eventualmente l'espletamento di altri servizi. Il cliente inoltre, accetta e riconosce anche, da parte di Tnt, il diritto di affidare in tutto o in parte il trasporto a sub-vettori e/o ausiliari.
Sulle società che stipulano con la Tnt il contratto per la fornitura del servizio ricade l'onere della gestione dello stesso e delle spese che ne derivano (acquisto/noleggio furgoni e retribuzione del personale). L'azienda madre si occupa solo della sponsorizzazione dei mezzi con i colori e il logo ufficiale, fornendo tutti gli elementi di know how, come in un contratto di franchising.
Dette società percepiscono da Tnt il pagamento di una tariffa giornaliera fissa per ogni furgone che effettua il servizio. La tariffa può aumentare tramite il riconoscimento di «bonus» che scattano in base al raggiungimento di determinati obiettivi giornalieri concordati
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all'atto della stipula del contratto. Il raggiungimento e quindi il conferimento di detto bonus è decisione che spetta al capo filiale Tnt.
In pratica, il controllo delle società o cooperative che forniscono i servizi per conto della Tnt si traduce nella possibilità di inserirsi in un ingente volume d'affari garantito dalla rete preesistente e già avviata delle filiali della società. Di qui l'interesse della 'ndrangheta a entrare con cooperative e società proprie nei servizi della Tnt.
Come si è anticipato, Aldo Mascaro, per conto di Giuseppe Romeo, nei primi giorni del mese di dicembre 2008, tramite Carlo Alberto Nardone, di cui si dirà, ha un incontro con Graziano Malerbi, dirigente della Tnt Italia, deputato a seguire la trattativa per l'acquisizione della società cooperativa Cepi (consegna espressi pacchi Italia).
Non sa il Mascaro che nella Cepi vi sono i Flachi, né del resto la loro presenza era facilmente individuabile, dal momento che nella cooperativa vi erano dei pugliesi e, tra questi, come dipendente Luigi Tenace, classe 1950, nato a San Severo (FG), del quale il Mascaro ignorava che fosse il fratello della moglie di Giuseppe Flachi.
Dopo qualche tensione iniziale tra le due famiglie mafiose, il problema viene affrontato e risolto in data 4 dicembre 2008, a seguito di un meeting, presso la sede Tnt di via Fantoli a Milano, che vede la presenza dei due schieramenti, così individuati da apposito servizio di o.p.c.: da una parte, Mascaro, Romeo, Morabito e Natale Trimboli (lo stesso Trimboli che lavora con Romeo negli scavi, su richiesta del padre Micu), quali rappresentanti degli africoti e, dall'altra parte, Davide Flachi, Francesco Piccolo (particolarmente legato ai Flachi) e Paolo Martino, personaggio dei De Stefano, nonché «tutore» di Davide Flachi, in rappresentanza della famiglia reggina dei Flachi.
I due gruppi raggiungono un accordo per la costituzione di una nuova società di servizi, con capitale sociale di 180 mila euro, suddiviso tra di loro in parti uguali. L'intesa viene raggiunta grazie anche alla consulenza di Carlo Alberto Tardone - classe 1951, nato a Roma, ufficiale dei Carabinieri in congedo, indicato come «il colonnello» - il quale, non solo risulta collegato con il dirigente della Tnt, Graziano Malerbi, ma, consapevole del rischio di scontro tra i due clan mafiosi, nella telefonata in data 05 dicembre 2008 (ore 12,13, n. 61) suggerisce a Mascaro Aldo che «..tanto vale un brutto accordo, piuttosto che una bellissima guerra». E, così, «reggini» e «africoti», due realtà criminali di rango nel panorama lombardo, uniscono le loro forze.
Tuttavia, il progetto non si realizza, in quanto i reggini (Flachi e Martino) non versano la loro quota (90 mila euro), sicché si decide di utilizzare - quale strumento di interfaccia ufficiale con la Tnt - la Edilscavi Scrl, di cui si è detto, amministrata da un prestanome calabrese (Giuseppe Crea), ma facente capo al duo Romeo/Mascaro (gli africoti), come emerge chiaramente dalla conversazione telefonica in data 21 gennaio 2009 (ore 17,15, n.1291) tra Mascaro e Romeo, nella quale i due sodali decidono di sostituire due soci su tre con altrettanti rumeni, per la considerazione che «è meglio che non siano tutti e tre calabresi», al fine sottinteso ma chiaro di non catalizzare l'attenzione di eventuali organi inquirenti.
Quindi, divenuta operativa tale società per i servizi Tnt, nuovo amministratore viene nominato Aldo Mascaro, che ne diviene anche
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socio formale, mentre Davide Flachi e Paolo Martino, vengono assunti alle dipendenze della stessa.
Naturalmente, si tratta di un'assunzione fittizia dal momento che, in realtà, i due sono soci di fatto della Edilscavi, in quanto partecipano agli utili della società, come emerge da una conversazione telefonica in data 11 febbraio 2009 (ore 9,49, n. 1711) nella quale Mascaro dice al commercialista di predisporre la busta paga per Martino «dopo (la suddivisione degli utili), perché prima bisogna vedere quello che rimane».
Tuttavia, i conflitti tra Aldo Mascaro (africoti) e Paolo Martino (reggini) non consentono alla Edilscavi di operare e così, dopo innumerevoli discussioni con reciproche accuse di scorrettezze varie, vengono costituite altre due società, la Speed Trasporti soc. coop. - quale diretta espressione del duo Romeo/Mascaro, tanto che amministratore unico viene nominato il loro prestanome abituale Vito Bellanova - e la Mfm Group Srl, che corrisponde alle iniziali di Mascaro Aldo, Martino Antonino, figlio di Paolo, e Flachi Davide, figlio di Pepè.
Quest'ultima è la nuova società operativa, come emerge dalla telefonata del 01 aprile 2009 (ore 9,59, n. 3018) tra Mascaro e Davide Flachi, i quali nella loro conversazione parlano degli utili della nuova società e dell'acquisto della licenza «conto terzi».
Nonostante tutto, i contrasti tra Mascaro e Martino rimangono e così la discussione si sposta in Calabria, dove Giuseppe Romeo viene convocato dalla moglie e da Mario Stilo. In data 19 febbraio 2010, presso il ristorante «La Calemma», ubicato in contrada Arcina Marina di San Lorenzo (RC), si svolge un summit mafioso al quale partecipano gli africoti Rocco Morabito, classe 1977, nato a Locri (RC), Mario Stilo, classe 1951, nato a Melito di Porto Salvo (RC), nonché esponenti della famiglia Flachi. L'oggetto di tale vertice mafioso concerne i dissidi interni all'affare Tnt Global Express.
Il passaggio che merita una forte sottolineatura è, ancora una volta, l'importanza rivestita dalla «casa madre».
Come si vedrà anche nelle indagini «Isola» e «Tenacia», tutti i dissidi tra gruppi calabresi, nella ripartizione del lavoro, vengono risolti direttamente in Calabria. E, così, anche in questo caso, tutti i protagonisti vengono convocati in Calabria. La perentorietà della chiamata traspare in modo nettissimo dal comportamento di Romeo il quale, alla telefonata di Stilo e poi anche della moglie (in tutto partecipe delle logiche mafiose locali), risponde con malcelata preoccupazione ed esegue scrupolosamente le direttive che gli vengono impartite. Il contenuto del «lodo» calabrese non è emerso in modo chiaro, ma il fatto che lì si sia parlato proprio di Tnt emerge in modo netto dai commenti successivi dei vari protagonisti.
Come in tutte le altre vicende di mafia finora esaminate, anche nella scalata alle imprese collegate alla Tnt compaiono, oltre agli imprenditori di cui si è detto, altri personaggi, all'apparenza insospettabili, in quanto pienamente inseriti nella società civile, ma essenziali all'attività di espansione delle cosche mafiose.
Si è già detto del consulente Carlo Alberto Nardone, già ufficiale dei Carabinieri, che ha svolto l'attività di paciere tra le cosche ed è
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stato momento di collegamento delle stesse con i vertici della Tnt, in particolare con il Malerbi.
A Nardone va aggiunto il commercialista Giovanni Santoro, titolare dell'omonimo studio avente sede in Monza piazza Roma n. 10, presso il quale è stata fissata la sede legale della Speed Trasporti, della Edil Scavi e in precedenza, quella della Al.Ma. Autotrasporti, tutte società facenti capo agli indagati. La figura del Santoro, riferimento fiduciario del Mascaro, appare come elemento chiave nell'evoluzione delle società sopra nominate, tanto che diverse riunioni con la presenza di Mascaro, Davide Flachi, Martino, ecc.. si tengono proprio nel suo studio. Il suo ruolo è stato rilevante, anche perché il Santoro era prodigo di suggerimenti per evitare l'attenzione degli organi inquirenti. Egli era del tutto consapevole del livello criminoso dei suoi clienti, posto che in una telefonata (n. 681) riferisce a Mascaro, la cui utenza telefonica era intercettata, di aver detto a tale signora Rubini, che gli aveva telefonato, di non poter parlare per telefono «di quello che si fa poi di quelle cooperative..».
Altro personaggio degno di rilievo è Edoardo Roncalli, classe 1970, nato e residente a Milano, oggi responsabile della filiale Tnt di Milano Meda e già responsabile in precedenza di quella di Pero. Il Roncalli, a partire dal 1996, aveva iniziato a lavorare per due cooperative di trasporto, quindi, nel 1998 era assunto dalla Tnt prima come impiegato e poi come dirigente.
Ebbene, Edoardo Roncalli è da sempre il tramite dei Flachi all'interno della Tnt ed è stato lui ad assicurare Davide Flachi che gli avrebbe spianato la strada affinché il lavoro venisse tutto dirottato alle cooperative dei calabresi. Roncalli - spiega Mascaro alla convivente nella telefonata del 13 agosto 2009 (ore 9,36, n. 6522) - era stato fatto entrare in Tnt da Pepè Flachi e ora ricambiava offrendo il proprio aiuto esclusivo alla famiglia. Egli è una sorta di «ombra dormiente», che svolge quotidianamente il suo lecito lavoro e che scatta non appena avverte il richiamo dei Flachi.
I numerosi colloqui intercettati danno conto di un rapporto esclusivo tra Davide Flachi e Edoardo Roncalli. In particolare, dalle telefonate del 26 giugno 2009 (n. 6206) e del 17 settembre 2009 (n. 1344) del Flachi con il Roncalli emerge tutta l'attività che quest'ultimo, evitando di esporsi, sta svolgendo presso i vertici della Tnt di Torino per fare acquisire nuove commesse alla Edil Scavi, in particolare, i servizi svolti per conto della Tnt dalla Albatrans Srl e dalla Morjytrans Italia Srl.
Di qui la necessità della società mafiosa di acquisire ulteriori venti furgoni per far fronte alle nuove richieste di servizi di trasporto merci della casa madre, con conseguenti serie prospettive di espansione del clan mafioso all'interno della Tnt.
Comunque, la vicenda Tnt si è conclusa positivamente, grazie all'intervento altamente professionale della procura di Milano che, in forza dell'articolo 3 quater della legge 31 maggio 1965 n. 138 e successive modifiche, ha chiesto e ottenuto dal tribunale la misura di prevenzione della sospensione temporanea dell'amministrazione di alcune filiali della multinazionale olandese, con la nomina di un amministratore di fiducia, che ha provveduto a risolvere ogni rapporto
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con le cooperative mafiose e, dopo l'intervenuta bonifica, ha restituito le filiali alla casa madre.
A sua volta, la Tnt Global Express Spa ha provveduto a modificare il modello organizzativo previsto dal decreto legislativo 8 giugno 2001 n. 231, al fine di impedire infiltrazioni della criminalità (23).

2. 3 - Le indagini nei confronti del clan Paparo («operazione Isola»)

Altra indagine degna di rilievo è l'«operazione Isola» sfociata, nel marzo 2009, nell'emissione di 22 ordinanze di custodia cautelare nei confronti del clan facente capo a Marcello Paparo, classe 1964, nato a Crotone, capo della «'ndrina dei Paparo» il quale operava nella zona di Cologno Monzese ed era legato alle famiglie mafiose Arena-Nicoscia di Isola di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone.
In particolare, va rilevato che Cologno Monzese e la zona Nord Est di Milano costituiscono la zona di influenza del clan Coco Trovato, dei suoi eredi e alleati, tra cui i Nicoscia.
Le indagini svolte hanno posto in evidenza il radicamento realizzato dai gruppi calabresi nel tessuto economico/imprenditoriale della zona, facendo ricorso a sistemi intimidatori, che costituivano il modus operandi del clan mafioso, sì da raggiungere un livello tale da potersi definire di carattere ambientale.
Pertanto, agli imputati sono stati contestati i reati di cui agli artt. 416 bis, 513 bis c.p. e reati in materia di armi, in quanto il gruppo disponeva di parecchie mitragliette e, addirittura, di un lanciarazzi controcarro, di probabile dotazione Nato.
Marcello Paparo, i suoi familiari, tra cui suo fratello Romualdo Paparo (classe 1959, nato a Isola di Capo Rizzuto, provincia di Crotone) e i soggetti a loro vicini erano titolari di un consorzio di cooperative, denominato Ytaca, che acquisiva soprattutto appalti privati nel settore della logistica e del movimento merci per società primarie della grande distribuzione, con la gestione delle «piattaforme» della Sma/Auchan e dell'Esselunga di Briandate, impedendo ad altre cooperative di lavorare, mediante una intensa azione intimidatrice.
Inoltre, al gruppo sono state contestate le lesioni personali, aggravate dall'uso delle armi, di due responsabili di altre cooperative (Onorio Longo e Giovanni Apollonio), che resistevano ad essere assorbite nel consorzio Ytaca, mettendo in pericolo il monopolio dei Paparo nei lavori dell'importante nuovo stabilimento della Esselunga di Biandrate, in provincia di Milano.
Con analoghi metodi venivano risolti i problemi di carattere sindacale, in quanto il gruppo mafioso, nel settembre 2006, si era reso responsabile dell'aggressione in danno di un dipendente della Sma di Segrate, Nicola Padulano, colpito al capo e ridotto in fin di vita, dopo che questi aveva promosso azioni di protesta, anche collettive, legate al rapporto di lavoro dipendente con l'azienda.


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Il gruppo di Marcello Paparo faceva ricorso anche a gravi forme estorsive nella richiesta di pizzo sulle attività economiche esercitate, sì da indurre al suicidio una loro vittima, Orazio Stanchieri.
Infine, per quel che interessa i lavori di questa Commissione d'inchiesta, il gruppo era riuscito anche ad inserirsi all'interno dei lavori di alcune grandi opere e, in particolare, nei cantieri per il raddoppio della linea ferroviaria Milano-Venezia (cosiddetta Alta velocità), a partire dalla tratta Pioltello-Pozzuolo Martesana, e nei cantieri dell'autostrada Milano-Venezia (A4), sulle quali si sono soffermate anche le indagini della Dda di Milano.
La Commissione d'inchiesta ha acquisito i seguenti documenti:
1. l'ordinanza di custodia cautelare del Gip di Milano, in data 4 marzo 2009 n. 2810/05 RGGip, nei confronti di Paparo Marcello 30 (doc. 1257/3);
2. la sentenza del tribunale di Monza in data 5 maggio 2011(doc. 1283/2);
3. la sentenza della Corte d'appello di Milano del 18 maggio 2012, depositata in data 12 settembre 2012 (doc. 1359/2);
4. l'ordinanza della Corte d'appello di Milano in data 24 maggio 2012, con cui è stata ripristinata la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di Paparo Marcello, Paparo Romualdo e dei loro familiari (doc. 1270/3);
5. i decreti del tribunale di Milano nei confronti di Paparo Marcello e di Paparo Romualdo, rispettivamente, in data 4 dicembre 2009 e 10 febbraio 2010, concernenti le misure di prevenzione personale e la confisca di un ingente patrimonio mobiliare (conti correnti e quote societarie) e immobiliare di molti milioni di euro, di provenienza illecita. Entrambi i provvedimenti sono stati confermati dalla Corte d'appello di Milano, il primo, in data 20 novembre 2011 (doc. 1257/5) e il secondo, in data 7 febbraio 2011. Quindi, la suprema Corte, con sentenza in data 16 novembre 2011, ha dichiarato inammissibili i ricorsi proposti da Paparo Romualdo e dai suoi famigliari avverso quest'ultimo decreto (doc. 1257/6).

Risulta dall'ordinanza di custodia cautelare del Gip di Milano, dottoressa Caterina Interlandi, in data 4 marzo 2009 n. 2810/05 RGGip, nei confronti di Paparo Marcello 30 (doc. 1257/3) e dalla sentenza del tribunale di Monza in data 5 maggio 2011(doc. 1283/2) che, a seguito di sopralluogo dell'Ispettorato del lavoro di Milano, effettuato in data 3 maggio 2006 presso il cantiere dell'Alta velocitàdi Melzo (MI), è emerso che la Locatelli geometra Gabriele Spa (d'ora in avanti Locatelli), nella sua qualità di subappaltatrice dei lavori di movimento e trasporto terra dalla «De Lieto Costruzioni Generali Spa» (d'ora in avanti De Lieto), aveva - a sua volta - subappaltato tali lavori nel suddetto cantiere di Melzo alla società P.&P. Srl, della quale erano soci Paparo Marcello e - tramite i figli Domenico e Vincenzo - Paparo Romualdo.


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La società, tuttavia, non aveva escavatori e pale meccaniche per il movimento terra, ma operava solo nello specifico settore del trasporto terra con cinque automezzi, peraltro, presi in leasing.
Il contratto, stipulato in data 9 gennaio 2004, era stato tacitamente rinnovato negli anni successivi.
In particolare, dalla documentazione acquisita risulta che la Italferr Spa (a sua volta, concessionaria della Rete Ferroviaria Italiana Spa) aveva dato in appalto i lavori per i lavori di quadruplicamento della linea ferroviaria Milano-Venezia nella tratta Pioltello-Pozzuolo Martesana all'impresa De Lieto che, con contratto in data 10 dicembre 2003, aveva subappaltato all'impresa Locatelli i lavori di movimento terra (formazione di rilevati, trincee, sistemazioni idrauliche provvisorie e definitive, scavi di sbancamento, demolizioni, formazione di drenaggi, sottofondi), previa autorizzazione della committente Italferr Spa.
La ditta Locatelli - nonostante le sue considerevoli dimensioni, posto che aveva in atto all'epoca dei fatti ben 160 cantieri nelle province di Milano e Bergamo (24) - si era avvalsa per l'esecuzione dei lavori di movimento e trasporto terra anche delle ditte P.&P. Srl e Costruzioni Generali Facchino (Co.Ge.Fi.) Srl, senza comunicarlo né alla ditta subappaltante De Lieto, né alla stazione appaltante, la società Italferr.
Com'è noto, negli appalti pubblici, il subappalto del subappalto era già vietato dall'articolo 21 legge n. 646 del 1982, come modificato dall'articolo 18 legge n. 55 del 1990, a sua volta modificato dall'articolo 7 legge n. 166 del 2002. La norma è stata poi sostituita dall'articolo 118 del decreto legislativo n. 163 del 2006 - in vigore dal 1o luglio 2006, data successiva ai fatti del processo - che ha ribadito e reso ancora più stringente il suddetto divieto.
La normativa prevedeva all'epoca - e prevede tuttora - il divieto di subappalto di opere ricevute in subappalto (cosiddetto «subappalto a cascata»), ad eccezione della posa in opera di alcuni impianti, strutture e opere speciali (impianti trasportatori, ascensori, scale mobili, di sollevamento e trasporto, impianti pneumatici e antintrusione, strutture ed elementi prefabbricati), che comunque sono soggetti alle medesime autorizzazioni previste per i subappalti diretti.
Erano previsti una serie di contratti che, a certe condizioni, sono assimilati al subappalto e, quindi, assoggettati alla stessa disciplina: tra questi il contratto di nolo a caldo (cioè il nolo di un macchinario con l'operaio addetto alla manovra), che è soggetto al medesimo regime del subappalto quando incide per più del 2 per cento dei lavori affidati ovvero è di importo superiore a 100 mila ecu (a partire dall'anno 2001, 100 mila euro) e vi sia una incidenza della manodopera superiore al 50 per cento del contratto da affidare.
Tuttavia, va rilevato che il legislatore, dopo aver reso più stringente il divieto di subappalto del subappalto, non è intervenuto ad adeguare il sistema sanzionatorio penale, posto che, ai sensi
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dell'articolo 21, comma 1, della legge n. 646 del 1982 e successive modifiche, la violazione di tale divieto è punita con la pena dell'arresto da sei mesi a un anno e dell'ammenda pari a un terzo del valore dell'opera ricevuta in subappalto o in cottimo.
Poiché dalla documentazione acquisita e dai chiarimenti forniti dal direttore dei lavori emergeva che il lavoro affidato dalla Locatelli alla P.&P. Srl nel cantiere di Melzo superava la soglia del 2 per cento prevista dalla legge, i rappresentanti delle due società erano stati denunciati per subappalto illecito, per violazione della normativa antimafia. Inoltre, la P.&P. Srl risultava priva di piano operativo di sicurezza, sicché era stata elevata nei suoi confronti una contravvenzione, oblabile ai sensi del decreto legislativo n. 758 del 1994 e la società era stata ammessa al pagamento, in quanto la condotta illecita risultava cessata con l'allontanamento solo formale (in realtà, mai avvenuto) della stessa dal cantiere da parte di Italferr Spa.
A questo punto, occorre porre mente a tre circostanze:
1. che le sanzioni previste per il subappaltatore inadempiente dal citato articolo 18 della legge n. 55 del 1990, come modificato dall'articolo 7 della legge n. 166 del 2002, sono pari a un terzo dell'importo delle opere ricevute in subappalto;
2. che dalla documentazione prodotta dalle parti e acquisita dal tribunale di Monza nel corso del dibattimento risulta che il valore dei lavori avuti in subappalto dalla Locatelli Spa era di importo pari a euro 5,6 milioni di euro;
3. che - come si è rilevato - i cantieri della Locatelli lungo la tratta dell'Alta velocità erano ben 160.

Si comprende agevolmente che cosa rischiasse la società del Locatelli solo in termini di sanzioni, sia pure di carattere non penale, ma solo amministrative, nel caso di avvenuto accertamento del subappalto di subappalto, vietato dalla legge.
Viceversa, non si comprendono le ragioni economiche che hanno indotto la Locatelli, d'intesa anche con la stessa società appaltatrice, la De Lieto, a correre un rischio di tale portata, in grado di determinare la perdita del subappalto e di minare la sua affidabilità, per avvalersi non di un'impresa organizzata o di un significativo aiuto per i lavori concessi in subappalto, ma per avvalersi di tre camion condotti da autisti rumeni (altri due camion della P.&P. Srl lavoravano presso la Casiraghi Srl, altra società subappaltatrice dei lavori relativi all'Alta velocità) e questo nonostante che la Locatelli fosse dotata di un rilevante numero di automezzi, in grado di sopperire a ogni esigenza.
Inoltre, le indagini svolte hanno consentito di accertare che, dopo l'intervento dell'Ispettorato del lavoro, la società si è ben guardata dall'allontanare dal cantiere i camion dei Paparo, come sarebbe stato del tutto normale, in relazione:
a) alla gravità delle sanzioni prospettate;
b) alla possibile risoluzione del contratto di subappalto;


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c) alle specifiche richieste dell'appaltante Italferr Spa, che pretendeva il rispetto della normativa antimafia.

Non solo ciò non è avvenuto, ma la Locatelli si è preoccupata di trattenere, ad ogni costo, l'impresa dei fratelli Paparo, come emerge dall'intercettazione telefonica in data 26 maggio 2006 (ore 9,40, n. 171164), in cui il geometra Nicola Antonio Scipione - funzionario della Locatelli addetto ai cantieri dell'Alta velocità, in contatto con la dirigenza della società - dice a Paparo Romualdo: «Locatelli vuole che tornate di corsa perché i camion servono no, però insomma stiamoci attenti perché questi adesso hanno ..» e ancora «...Locatelli ha detto no..dice...a me servono i miei in zona..», mostrando così di ritenere assolutamente indispensabile la collaborazione dei fratelli Paparo.
Addirittura, nella telefonata del 26 maggio 2006 (ore 9,48, n. 171181), Scipione suggerisce a Romualdo Paparo che l'ostacolo poteva essere aggirato mediante l'apposizione sui camion della ditta P.& P. Srl delle tabelle che riportavano la ragione sociale della Locatelli e Romualdo Paparo - il quale pur di lavorare sui cantieri, nell'interesse proprio (e della Locatelli) dice di non avere «paura di niente» - aderisce al suggerimento. L'iniziativa non ha seguito, solo per evitare di correre rischi eccessivi, su suggerimento del ragioniere della P.& P. Srl, Mirko Sala, il quale aveva parlato della questione con Marcello Paparo.
Tuttavia, pur di consentire la permanenza nel cantiere dell'Alta velocità della ditta P.&P. Srl la soluzione viene trovata, munendo gli autisti dei Paparo del tesserino dei dipendenti della Locatelli.
A questo punto, si rendeva necessario porre rimedio ai rilievi svolti dall'Ispettorato del lavoro, a seguito del sopralluogo del 3 maggio 2006.
Anche qui, la soluzione viene trovata dalla stessa Locatelli, in perfetta intesa con i Paparo, come emerge dalla conversazione in data 06 giugno 2006 (ore 18,42, n. 201925) di Scipione con Romualdo Paparo, lì dove il primo comunica al secondo che il problema sarebbe stato risolto mediante la formazione di falsi documenti, anche contrattuali, alterando le date, gli importi e il tipo di prestazione effettivamente eseguita dai fratelli Paparo.
Si tratta, dunque, di documentazione completamente falsa, approntata anche per l'altra subappaltatrice, la Co.Ge.Fi. Srl e trasmessa all'Ispettorato del lavoro e alla Italferr Spa, al fine di rendere apparentemente lecito lo svolgimento del lavoro della P.& P. Srl per la Locatelli.
La falsificazione veniva effettuata mediante la predisposizione di un contratto di «nolo a caldo» (cioè, con autista) retrodatato all'11 dicembre 2003, la sostituzione delle fatture già emesse - in cui era stato indicato come luogo di esecuzione della prestazione solo il cantiere di Melzo - con altre fatture in cui venivano indicati «più cantieri», così da far risultare che l'ammontare dei lavori eseguiti nel cantiere ferroviario di Melzo era inferiore alla soglia del 2 per cento dell'importo dei lavori affidati, prevista dalla normativa antimafia, all'epoca in vigore (cfr. doc. 1257/3).


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Ma l'abnormità di tale comportamento non è attribuibile solo alla Locatelli geometra Gabriele Spa, posto che la presenza dei Paparo nel cantiere dell'Alta velocità non solo era conosciuta dalla società subappaltante, la De Lieto Costruzioni Generali Spa, ma era anche da quest'ultima pienamente condivisa.
Invero, l'ingegnere Raffaele Papale, direttore tecnico della De Lieto, nella già richiamata conversazione telefonica in data 08 giugno 2006 (ore 9,30, n. 205906), mostra di conoscere perfettamente la falsa documentazione che Nicola Scipione stava approntando per retrodatare il contratto concluso con i Paparo («...io ho ricevuto la lettera...no, ma la lettera va bene....infatti assomiglia alla nostra» dice l'ingegner Papale a Scipione, il quale di rimando gli risponde: «eh stamattina Yuri (dipendente della Locatelli nel cantiere di Melzo) brevi manu ti porta tutti gli allegati no?»).
Non solo, proseguendo la telefonata, il rappresentante della De Lieto suggerisce a Nicola Scipione anche gli accorgimenti per consentire ai Paparo di proseguire l'attività lavorativa, in elusione della normativa antimafia, affermando testualmente:
a) che bisognava dire di aver noleggiato tre camion, quelli dei Paparo;
b) che costoro dovevano essere muniti di tesserino e risultare alle dipendenze della Locatelli;
c) che, prima di perfezionare tali operazioni, non era opportuno che i tre camion della P&P girassero per il cantiere («no io dico la lettera va benissimo...però non è finita lì, bisognerà fare l'elenco del personale, come se avessero avere il tesserino insomma...»).

E così la P.&P. Srl ha continuato a svolgere di fatto i lavori di trasporto terra per la Locatelli Spa, in pieno accordo con la De Lieto Spa.
Peraltro, al fine di rappresentare l'entità dell'appalto e, dunque, la posta in gioco, va rimarcato che l'ingegnere Papale, nel corso del suo esame in data 10 novembre 2010 davanti il tribunale di Monza (doc. 1283/2), ha dichiarato che la De Lieto Costruzioni Spa partecipava a due distinti consorzi che avevano in appalto due lotti ferroviari (lunghi decine di chilometri e ubicati sul territorio di diversi comuni) per il quadruplicamento della linea ferroviaria Milano-Venezia e che il valore dei due lotti erano, rispettivamente, di circa 97 milioni di euro e di 120 milioni di euro.
Alla luce, sia della esiguità dell'apporto logistico dell'impresa dei fratelli Paparo, i quali operavano solo con tre camion presi in leasing per la semplice attività di trasporto terra ed erano del tutto privi di escavatori necessari per il movimento terra, sia della loro assoluta fungibilità (potendo essere agevolmente sostituiti con altri trasportatori), appare contrario a ogni logica, oltre che al comune buon senso, ritenere e affermare che la presenza dei Paparo in un cantiere di dimensioni enormi, quale quello dell'Alta velocità, in appalto alla Locatelli, obbedisse a ragioni economiche, connesse al movimento terra e fosse ritenuta indispensabile e necessaria tanto dall'appaltatore, quanto dal subappaltatore.


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Piuttosto, deve ritenersi, sulla base delle considerazioni e in piena condivisione con la tesi sostenuta dal pubblico ministero nella sua requisitoria in data 18/19 gennaio 2011 davanti il tribunale di Monza (doc. 1283/2), che la Locatelli, nel decidere a chi affidare i lavori di movimento di terra sul cantiere del quadruplicamento della linea ferroviaria Milano-Venezia, specificamente nel tratto Pioltello-Pozzuolo Martesana, non abbia potuto scegliere liberamente il suo contraente, ma «si è trovata la ditta dei Paparo», con la quale è stata obbligata a lavorare, perché la stessa era stata designata dalla 'ndrangheta, che distribuisce i lavori.
A riprova di tale assunto appare illuminante la telefonata del 13 giugno 2005 (ore 14,51, n. 780) tra Paparo Romualdo e Giordano Maurizio, nella quale il primo dice al secondo che proprio sull'Alta velocità lo aveva chiamato Pasquale Barbaro («...a me sull'Alta velocità ha chiamato prima a me il compare Pasquale Barbaro..», dice testualmente).
Ora, è pur vero che Romualdo Paparo manifesta al suo interlocutore qualche perplessità in ordine all'accettazione di tale incarico poiché, a causa della presenza nei cantieri dell'Alta velocità di «tutta la malavita», era possibile che scattasse l'associazione per delinquere di stampo mafioso («e là scatta una...scatta anche un'associazione là statti tranquillo...e prendiamo una decina d'anni, che te lo dico io eh...», ripete più volte nel corso della suddetta telefonata Romualdo Paparo al Giordano), ma è anche vero che - nonostante tale piena consapevolezza, significativa anche della consapevolezza del proprio ruolo criminale - la società dei fratelli Paparo è, comunque, andata a lavorare nel cantiere della Tav.
Del resto, non era possibile, neanche per i Paparo, sottrarsi alla «chiamata», ovvero all'ordine di Pasquale Barbaro («u Zangrei»), nipote di Francesco Barbaro del ramo «u Castanu» nell'assegnazione dei lavori, considerato che costui, come si è visto, fino alla sua morte avvenuta in data 21 novembre 2007, è stato il dominus della gestione degli appalti del movimento terra, sia nella fase di assegnazione dei lavori alle cosche calabresi (quindi con contatti diretti con alcuni imprenditori del Nord), sia per dirimere i contrasti interni alle famiglie in merito alla distribuzione dei lavori.
Ancora, il ruolo di «u Zangrei» è stato riconosciuto, nel corso della sua deposizione davanti al tribunale di Monza all'udienza del 3 novembre 2010, dallo stesso Romualdo Paparo, il quale su di lui così si è espresso: «Non so se Pasquale Barbaro comandasse sull'Alta velocità; so che era un personaggio ed era nominato. Aveva qualche fama.... non so che fama avesse dicevano che lavorava sull'Alta velocità ed era affiancato da questo Giordano .. era un pezzo da novanta, una persona che contava .. ho fatto quel nome per vantarmi, nemmeno io so come l'ho detto ...».
In realtà, «fare il nome» di Pasquale Barbaro significava ottenere il «rispetto» dei propri interlocutori, posto che le indagini effettuate consentono di affermare che il «sistema per chiamata diretta» per l'esecuzione dei lavori di movimento terra nei cantieri dell'Alta velocità nella zona di Cassano d'Adda, di Melzo e dell'hinterland milanese era egemonizzato dalle cosche calabresi dei Nicoscia, Arena, Perre e Barbaro, sotto la regia di tale ultima cosca («u Castanu») e
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che i Paparo costituivano il momento di collegamento tra le suddette cosche mafiose, sì da rappresentare a loro volta essi stessi una 'ndrina.
Le considerazioni sopra esposte trovano puntuale conferma nella sentenza della Corte d'appello di Milano n. 3607/12 del 18 maggio 2012, depositata in data 21 settembre 2012 (doc. 1359/2).
La sentenza della Corte d'appello, nel porre in evidenza il ruolo di «garante» del Barbaro nell'assegnazione e nella distribuzione dei lavori del movimento terra a ditte riconducibili a famiglie 'ndranghetiste, prima fra tutte i Barbaro/Papalia, e gli stretti rapporti tra Pasquale Barbaro e Romualdo Paparo, sottolinea la «considerazione» di cui i Paparo godevano presso il «capo clan mafioso», tanto da essere da lui «chiamati» a partecipare ai lavori di movimento terra nei cantieri dell'Alta velocità.
Proprio per il suo spessore mafioso, Romualdo Paparo era stato contattato da Luigi Agliati, geometra della Casiraghi Srl, società dell'imprenditore Luigi Casiraghi che, a differenza della Locatelli Spa, non è stata attinta dalle indagini in questo procedimento.
Ebbene, il geometra Agliati prospetta al Paparo la successiva apertura di un cantiere, inserito nel contesto della Tav, che la Casiraghi Srl aveva ottenuto in subappalto, dicendogli che, una volta perfezionata l'acquisizione, la società dei Paparo avrebbe avuto l'esclusiva per quanto riguarda il settore del movimento terra. L'unica preoccupazione che Agliati prospetta a Paparo nella conversazione telefonica del 29 aprile 2005 (ore 15,35, n. 263) è quella di non trovare i suoi «compaesani», cioè altri calabresi, nei cantieri e Paparo sul punto lo rassicura.
Tuttavia, Romualdo Paparo - pur affermando di non volersi mescolare con i suoi «compaesani», che tanto preoccupavano anche Agliati della ditta Casiraghi, per non «mettersi nei guai» e quest'ultima considerazione costituisce un'ulteriore riprova della sua piena consapevolezza del livello mafioso raggiunto - non possedeva una struttura adeguata alle esigenze del movimento terra della Casiraghi Srl, in quanto come si è visto a proposito della Locatelli, aveva solo cinque camion presi in leasing per il trasporto terra e nessun escavatore.
In realtà, le prospettive dei Paparo erano di grosso spessore proprio nello specifico settore del movimento terra, tanto che i due fratelli, a riprova dell'importanza che i cantieri dell'Alta velocità avevano per loro, avevano effettato un grosso investimento, acquistando - a nome della loro società Immobiliare Caterina Srl- al prezzo di circa 1 milione di euro e con un leasing per 450 mila euro, un capannone industriale a Gessate, destinato a ricovero degli automezzi utilizzati per il trasporto dei materiali provenienti dal cantiere dell'Alta velocità, nel quale - detto per inciso - a settembre 2005 Romualdo Paparo manifesta l'intenzione di nascondere almeno due mitragliette, a riprova dell'intima connessione esistente tra attività lecite e attività illecite (25).
Comunque, poiché allo stato erano sprovvisti di adeguata struttura, i due fratelli Paparo nel cantiere della Casiraghi Srl si avvalevano
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di Gennaro Giordano e dei suoi figli Cosimo e Maurizio, di Carmelo Verterame e Giuseppe Verterame, cugini dei fratelli Paparo, nonché di Michele Grillo, tutti pregiudicati calabresi collegati, l'uno per l'altro, alle cosche dei Nicoscia e degli Arena, che nel crotonese si combattevano per il predominio del territorio, ma che a Milano lavoravano insieme.
Ciò è stato possibile, in quanto Marcello Paparo, a sua volta, era legato tanto alla famiglia Arena, quanto alla famiglia Nicoscia, al centro da anni di una sanguinosa faida interrotta da brevi tregue.
All'evidenza, l'opportunità di fare grossi affari nel Nord consigliava alle due cosche mafiose un atteggiamento di non belligeranza.
Ebbene, a fronte dei pochi camion dei fratelli Paparo, le intercettazioni telefoniche di Carmelo Verterame, detto «Carmine» o «Lino», classe 1945, nato a Isola di Capo Rizzuto (KR) danno conto del fatto che quest'ultimo aveva la possibilità di reperire un numero illimitato di camion (cfr. conv. 11 settembre 2005 (ore 10,47- n. 2811) con l'imprenditore abruzzese Chiavaroli Guido, in cui dice: «i camion sono a mia disposizione..50 ce ne ho»).
A sua volta, Giuseppe Verterame, alias «Peppineddu», classe 1949, anche lui come suo fratello nato a Isola di Capo Rizzuto (KR), nella conversazione telefonica del 16 giugno 2005 (ore 12.01, n. 898) riferisce al cugino Romualdo Paparo di aver raggiunto un accordo con tale Cosimo, per l'invio di dieci bilici sul cantiere Tav e che stava andando da Giordano, per vedere dove poter sistemare le motrici.
Tale conversazione mette in concreto risalto, per un verso, la forza numerica dei mezzi per il movimento terra a disposizione della cosca mafiosa, che attraverso varie ditte a loro riconducibili, avevano realizzato il completo predominio dell'intero settore e, per altro verso, la notevole disponibilità di capitali, solo che si ponga mente al fatto che un bilico completo di motrice costa oltre 100 mila euro. Ancora, le intercettazioni eseguite danno conto del ruolo apicale dei due fratelli Paparo nell'assegnazione di lavori presso la Casiraghi Srl.
Si tratta di lavori che, come quelli presso il cantiere della Locatelli Spa, venivano tutti svolti «in nero» e in violazione della disciplina antimafia e, di conseguenza, anche i rifiuti venivano smaltiti abusivamente, come peraltro è emerso in tutte le altre indagini oggetto di esame di questa Commissione d'inchiesta.
Inoltre, anche nell'ambito di tali assegnazioni, vi erano differenze e, così, Romualdo Paparo, quando si trattava di soggetti che avevano uno spessore politico all'interno della 'ndrangheta e disponevano di mezzi propri, come i due fratelli Verterame, collegati alla cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto, non avanzava pretese di percentuali sul guadagno. Viceversa, da Maurizio Giordano il Paparo pretendeva la percentuale sull'incasso, sulla base del fatto che il lavoro glielo aveva procurato lui: «..ma vedi che l'ho portato io sulla ferrovia..però, il guadagno me lo deve dare lo stesso», dice a suo fratello Marcello nella conversazione ambientale del 23 novembre 2004 (ore 23,27, n. 65). E, tanto per essere chiari, in una successiva conversazione telefonica del 2 maggio 2005 (ore 12,08, n. 2315), sempre con suo fratello, nel ribadire il suo diritto alla percentuale dai Giordano, parla dei dissidi nel cantiere tra costoro e tale «Cosimo», che gli davano motivo di preoccupazione, ragion per cui conclude affermando che il successivo
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contratto con Casiraghi per il trasporto di «altri duecentocinquantamila metri» lo avrebbe concluso a nome suo.
Ancora, da numerose conversazioni telefoniche emerge la preoccupazione di Paparo Romualdo che la presenza nei cantieri dell'Alta velocità di numerosi personaggi appartenenti alla 'ndrangheta potesse attirare l'attenzione degli inquirenti («c'è tutta la mala... la malavita... c'era una «murriana»... là.... scatta un'associazione là statti tranquillo... prendiamo una decina d'anni...pur se parliamo solo di lavoro e poi all'ultimo chissà come la interpretano», dice a Giordano Maurizio e a Grillo Michele nelle conversazioni telefoniche del 13 giugno 2005, ore 14,51 - progr. n. 780 e ore 17,45 - progr. n. 783).
Peraltro, il Paparo nella suddetta conversazione telefonica con Maurizio Giordano parla anche dei lavori relativi alla quarta corsia dell'autostrada Milano-Venezia, che era necessario accaparrarsi, nell'interesse dei «carcerati pure là..eh...hai capito...».
In tale contesto e con tali prospettive, la prudenza dettata dalla necessità di evitare di essere coinvolto in indagini per associazione mafiosa, consiglia ai Paparo di non farsi vedere nei cantieri dell'Alta velocità, nel mentre inizia e prosegue l'attività per ottenere il subappalto del movimento terra nei cantieri dell'autostrada A4.
A tale proposito, Romualdo Paparo, in data 10 gennaio 2006 (ore 8,19, n. 7066), ha una conversazione telefonica con tale geometra Dossi, titolare della omonima impresa, incaricata dei lavori di costruzione dei rilevati nella tratta Milano - Bergamo della A4, che veniva ampliata con la costruzione della quarta corsia.
A tale conversazione segue un incontro di persona per discutere di lavori di carpenteria e fare dei conti sul movimento terra e sui relativi trasporti.
Il problema è che la società dei fratelli Paparo non avrebbe potuto ottenere i lavori in subappalto, ma vi era la comune volontà di entrambe le parti di superare in qualche modo tale «inconveniente», per arrivare ad assegnare i lavori all'impresa dei Paparo, naturalmente a prezzi remunerativi per il Dossi.
A questo punto, Marcello Paparo si rivolge al geometra Agliati della Casiraghi, al fine di presentare se stesso e il fratello come dotati di sufficiente competenza per svolgere «in nero» i lavori di subappalto, com'era già avvenuto con la Casiraghi.
Del resto, l'obiettivo risulta chiaro dalla telefonata del 10 gennaio 2006 (ore 13,23, n. 3829), lì dove Paparo Marcello dice a suo fratello: «Si! che stavo dicendo?...gestiamola in maniera pulita..per vedere di prenderci tutto..con i contratti belli a posto...vediamo.. facciamo le cose pulite, pulite, vediamo se ce la possiamo gestire come dio comanda».
Infine, quanto alla «regia unica» della distribuzione degli appalti tra le cosche calabresi nei cantieri dell'Alta velocità, nel contesto di tempo e di luogo in questione, emergono dalle intercettazioni chiari riferimenti a Pasquale Barbaro della omonima cosca e, in particolare, del ramo dei «Barbaro-Castano». I continui riferimenti alla «cosca dei Barbaro-Castano di Platì» contribuiscono a fondare il concetto di «intimidazione ambientale», evocato relativamente alla situazione di soggezione e di acquiescenza manifestata dagli imprenditori citati.
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Sulpunto si riporta quantoriferito in estrema sintesi nell'informativa dei Carabinieri di Sesto San Giovanni in data 11 marzo 2008 (n. 291/1-1-7 33 di prot. 2004), lì dove si sottolinea che «chiamare i Barbaro famiglia mafiosa è riduttivo, sarebbe meglio chiamarlo «Gruppo Barbaro», poiché sotto tale nome si racchiudono le famiglie della 'ndrangheta dei Barbaro, inteso come Nigru, Perre, Trimboli, Agresta, Catanzariti, Sergi, Papalia, Musitano e Molluso. Tale gruppo malavitoso è presente in numerose regioni italiane con ramificazioni anche all'estero. Attraverso le innumerevoli operazioni di polizia giudiziaria che lo hanno visto coinvolto, si è appurato che in Lombardia tale gruppo mafioso è fortemente radicato nei comuni di Milano, Buccinasco, Corsico, Cornaredo, Assago, Alagna, Lomellina e Pavia».
Del resto, l'egemonia della «cosca dei Barbaro-Castano» nel contesto economico e territoriale nell'hinterland milanese e il ruolo di Pasquale Barbaro («u'Zangrei»), emergono dalle indagini svolte dal Gico della Guardia di finanza di Milano, come riportate nell'informativa in data 05 ottobre 2006 relativa ad altra indagine, la cosiddetta «operazione Cerberus», di cui al proc. n. 30500/04 RGNR.
Tutte le indagini svolte dalla Dda di Milano hanno offerto la dimostrazione inquietante di come sia possibile aggirare la normativa antimafia dettata proprio per le «Grandi Opere» e come di fatto i lavori di movimento terra fossero controllati dalla 'ndrangheta. In particolare, è emerso che nei contratti, nei progetti esecutivi dell'opera, nei cantieri e nella cosiddetta filiera del cemento si documenta e si regolamenta poco o nulla, quanto alla esecuzione dei lavori di movimento terra.
È come se si trattasse di opere che per la loro relativa semplicità non richiedono specifiche competenze tecniche e che, di conseguenza, non meritano rilievo nei piani dell'opera da realizzare.
Si crea così di fatto una sorta di zona d'ombra in cui si inserisce il «cancro» della criminalità organizzata, che finisce per dettare regole ferree, a cominciare da quelle sulla distribuzione del lavoro.
La conseguenza dell'ingerenza e dell'infiltrazione della 'ndrangheta è la disapplicazione delle regole del libero mercato e della libera concorrenza.
In questo «sistema 'ndrangheta» i lavori sono assegnati per mezzo di una sorta di «chiamata diretta», nel più rigoroso rispetto delle logiche di potere della 'ndrangheta stessa, prescindendo o anche contro la volontà dell'imprenditore appaltatore dei lavori.
Le ragioni per le quali tutto questo avviene consistono sostanzialmente nella acquiescenza e nella soggezione al «sistema» a seguito di forme di intimidazione pressoché «ambientale».
Significativa è l'affermazione di Maurizio Luraghi, nell'ambito dell'operazione «Cerberus»: «...non è che...loro non ti chiedono niente extra però di chiedono di farli lavorare...». È lo stesso punto di vista di Romualdo Paparo, il quale afferma che con i paesani in fondo ci si trova solo per parlare di lavoro, eppure si rischia che venga ravvisata una associazione criminale.
Si tratta di una prospettiva che, per evidenti motivi, omette di considerare che le parti contrattuali non vengono scelte liberamente, così come i prezzi del lavoro.
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Si tratta di una situazione che gli imprenditori subiscono, ma della quale anche si avvantaggiano, essendo loro indifferente quale ditta di fatto svolge un lavoro, che non richiede particolare competenza tecnica, purché sia svolto e non emergano problemi gestionali.
Come si è detto, Romualdo Paparo, pur partecipando a quel sistema criminale di spartizione del lavoro, fa attenzione a non apparire in tale contesto e a non spendere il nome di tali organizzazioni illecite di carattere mafioso trattando con gli imprenditori dai quali riceve i lavori in subappalto «in nero».
Tuttavia gli imprenditori con i quali tratta (Locatelli, Casiraghi) fanno implicito affidamento proprio su tale sistema di assegnazione e di distribuzione del lavoro, purché ciò non crei loro problemi con gli altri «calabresi» e, su tale punto, pretendono e ottengono precise garanzie dai fratelli Paparo, che fanno valere tutta la loro influenza sulle altre cosche affinché i lavori presso i cantieri dell'Alta velocità vengano svolti regolarmente, senza «incidenti» di sorta.
Dunque, tale presenza deve essere collegata alla figura criminale dei fratelli Paparo e ai loro collegamenti con la 'ndrangheta.
Quanto alle conseguenze penali per gli imprenditori di tali illeciti comportamenti, deve essere sottolineato, ancora una volta, che il reato loro contestato (aver consentito il subingresso illegale della 'ndrangheta in un pubblico appalto) è previsto e punito dall'articolo 21 della legge n. 646 del 1982, come modificato dall'articolo 8 della legge n. 55 del 1990 e dall'articolo 2 della legge n. 246 del 1995, ha natura contravvenzionale, soggetta a brevi termini di prescrizione.
E così, nella vicenda dei fratelli Paparo, il tribunale di Monza dapprima, nei confronti di alcuni imputati, e la Corte d'appello di Milano successivamente, nei confronti di tutti gli altri imputati, hanno dichiarato di non doversi procedere per tale reato, in quanto estinto per intervenuta prescrizione, essendo decorso inutilmente il termine di anni quattro e mesi sei, dalla data della sua consumazione (marzo 2004).
Comunque, della società Locatelli e del suo amministratore, Pierluca Locatelli, figlio del fondatore del «gruppo», si tornerà a parlare di seguito nella vicenda della Bre.Be.Mi., la nuova autostrada (A35), destinata a collegare Brescia e Milano, e nell'altra vicenda relativa all'illecito rilascio dell'autorizzazione integrata ambientale (Aia) per la discarica di amianto nel sito di Cappella Cantone (CR).
Ciò non toglie che si verifichino contrasti tra le varie componenti mafiose, contrasti che vengono affrontati e risolti in appositi summit, all'uopo convocati, come si è visto in tutte le altre indagini.
E, così, secondo un copione ormai collaudato, il contrasto tra i Paparo e i Giordano, che si appoggiavano ai Nicoscia, vengono affrontati in un incontro mafioso che si svolge in un capannone a Mezzago (MB), in data 14 giugno 2005 e che vede la partecipazione - oltre che dei due fratelli Paparo - di Gennaro Giordano, di suo figlio Maurizio e di Michele Grillo, collegato alla famiglia mafiosa dei «Perre», facente capo a Giuseppe Perre, classe 1937, nato a Platì, detto «u Maistru».
Com'è emerso anche in altre indagini, a volte non sono sufficienti gli incontri chiarificatori in loco, ma occorre scendere in Calabria per chiedere la «protezione» della o delle famiglie di riferimento.
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È accaduto anche in questa vicenda mafiosa, quando Marcello Paparo ha sentito sparare colpi di arma da fuoco, nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 2004, e Romualdo Paparo ha visto incendiare la propria abitazione a Isola di Capo Rizzuto, località Cannelle.
Gli avvertimenti sono da loro stati messi immediatamente in collegamento con i conflitti per il predominio tra le due famiglie (Arena e Nicoscia) e con il peso economico dei Paparo («l'invidia») e i Paparo hanno cercato la protezione delle famiglie che avevano consentito la loro crescita economica in Lombardia.
Invero, l'attività principale in cui Marcello Paparo era coinvolto era quella del settore del facchinaggio e della logistica, svolta da diverse società cooperative - tra queste la «Log in time», la «Work in progress», la «Work in time», la «Quality Log» - tra loro consorziate nel consorzio Ytaca, con sede in Brugherio, Viale Europa n. 26, in cui Marcello Paparo ha rivestito, fino al 17 febbraio 2005, data del suo arresto, la carica di presidente del consiglio direttivo.
Come si è accennato, il consorzio Ytaca gestiva la piattaforma logistica di Segrate della grande società di distribuzione Sma/Auchan e cercava di procacciarsi altri appalti, da affidare alle proprie cooperative consorziate, mediante l'attività di ricerca sul territorio di nuovi clienti, svolta da Marcello Paparo e da tale Francesco Zollo, che nel 2008 ne diventava presidente.
Costui, nel corso della sua deposizione del 15 luglio 2010 davanti al tribunale di Monza ha dichiarato che il fatturato del consorzio Ytaca nel 2008 ammontava a circa 4,2 milioni di euro, mentre nel 2007 era stato superiore e la previsione dell'anno 2009 superava i 2,5-3 milioni di euro, per l'intervenuta acquisizione di nuovi clienti, quali la «Riso Scotti», per la gestione dell'ufficio logistico a Pavia, e una filiale della «Bartolini» di Parma per lavori di pulizie.
Appare evidente da ciò che il trasporto di terra nei cantieri dell'Alta velocità e dell'autostrada si inserivano in un contesto affaristico molto ampio nel quale i Paparo intendevano cimentarsi, forti della loro solidità economica, che li aveva indotti a investire capitali rilevanti nell'acquisto del capannone industriale di Gessate, nella prospettiva di avere rapporti esclusivi per il movimento terra con Casiraghi e con Dossi e di gestire il solito esercito di «padroncini calabresi».
Il tribunale di Monza, con sentenza 5 maggio 2011(doc. 1283/2), ha escluso l'associazione mafiosa (capo 1) e ha ritenuto tra gli altri i due fratelli Paparo colpevoli degli altri reati contestati, dichiarando estinto per intervenuta prescrizione il reato di cui agli artt. 110 c.p. e 21 della legge n. 646 del 1982, come modificato dall'articolo 8 della legge n. 55 del 1990 (capo 7).
Viceversa, la sentenza della Corte d'appello di Milano del 18 maggio 2012, depositata in data 12 settembre 2012 (doc. 1359/2) ha ritenuto gli imputati colpevoli anche del reato di cui agli artt. 416 bis, commi 1, 2, 3 e 4, come loro contestato al capo 1), così riformando sul punto la decisione dei primi giudici.
Ritiene la Corte d'appello di Milano che la corretta lettura dell'impianto probatorio in atti offra piena prova, nei termini di cui alla contestazione, dell'esistenza della 'ndrina dei Paparo, strutturata organicamente in composizione essenzialmente familiare e, operativamente,
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dietro lo schermo di società cooperative e attività apparentemente legali, che si traducono in condotte finalizzate, per un verso, a sfruttare le sinergie criminali e i rapporti di cointeressenza conseguenti alla presenza di cosche «amiche» nel settore del movimento terra, e, per altro verso, a sottomettere al proprio interesse gli interlocutori dell'attività imprenditoriale svolta nell'ambito della logistica, mediante i metodi dell'intimidazione e del controllo illegale delle attività economiche.
La forza dell'associazione era tale da imporre i Paparo agli operatori economici del settore delle opere pubbliche, in particolare, di quelle relative alla realizzazione del raddoppio della linea ferroviaria Milano-Venezia, cosiddetta Alta velocità, e della quarta corsia dell'Autostrada A4, nelle tratte dell'hinterland milanese e in Lombardia e l'inserimento mafioso è avvenuto mediante l'assegnazione di subappalti per il movimento e il trasporto terra, eseguiti secondo il sistema e le regole di spartizione della 'ndrangheta.
Il sodalizio era altresì finalizzato all'acquisizione di appalti privati nel settore della logistica - facchinaggio, trasporto e pulizie - e anche in tali appalti il clan Paparo si avvaleva della forza intimidatrice del vincolo associativo, della condizione di assoggettamento e di omertà delle vittime, realizzate, oltre che mediante le modalità suddette, anche con il sistematico ricorso all'uso di violenza e minaccia, che erano culminate in gravissimi delitti contro le persone, le cose e le aziende concorrenti.
Come sottolinea la citata sentenza della Corte d'appello «si tratta, all'evidenza, di nuove e più evolute forme comportamentali di adattamento e di «mimetizzazione» rispetto alla storica iconografia di mafia, sì che a nulla rileva il fatto, semmai ricercato dall'attuale «mafia imprenditrice», che nessuno, tra le forze dell'ordine o i collaboratori di giustizia che hanno ricostruito le vicende delle cosche storiche, conoscesse la 'ndrina dei Paparo o che nulla risulti in merito a una formale affiliazione di Marcello Paparo alla 'ndrangheta, tanto più che le indagini a suo carico iniziavano solo nel mese di ottobre 2004, a seguito dell'attentato subito».
Comunque, la presenza della «mafia imprenditrice» nel tessuto economico e sociale lombardo è stata acclarata in tutta la sua invasività e pericolosità nella vicenda di seguito esposta.

2.4 - L'assalto della 'ndrangheta al gruppo Perego e i tentativi di inserimento nei grandi gruppi industriali nazionali («operazione Tenacia»)

Una ulteriore conferma della presenza asfissiante della 'ndrangheta sul territorio lombardo è costituita dall'indagine denominata «Tenacia», che rappresenta solo un tassello, di porzione almeno numericamente assai inferiore rispetto al «tutto», della ben più vasta azione investigativa e giudiziaria coordinata, che vede in campo due altri filoni: l'indagine «Patriarca», di competenza della Dda di Reggio Calabria e l'indagine «Infinito» (R.G.N.R. 46733/06), che ha dato luogo alla emissione di ordinanza cautelare da parte dell'ufficio Gip del tribunale di Milano.


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Le tre indagini rappresentano, nel loro insieme, la più vasta operazione mai condotta nei confronti delle mafie e della 'ndrangheta in particolare, nella storia del Paese.
Nello specifico, il procedimento emblematicamente denominato «Infinito» concerne non solo l'esistenza di quel più ampio e articolatissimo sfondo associativo, all'interno del quale muovono i protagonisti dell'indagine «Tenacia» (sia con riferimento alla contestazione dell'articolo 416 bis c.p. che dell'articolo 7 del decreto legge n. 152 del 1991), ma anche quella impressionante serie di delitti scopo di matrice «nera», che hanno costellato la vita della famigerata struttura mafiosa denominata «La Lombardia».
Per converso, pur senza perdere l'inconfondibile sapore 'ndranghetista, la parte di vicenda che in questa sede interessa ruota attorno ad una delle maggiori imprese lombarde del settore edile: la Perego Costruzioni - variamente denominata nelle sue plurime e successive articolazioni e, infine, dichiarata fallita - che per lunghi anni è stata preda e strumento degli interessi mafiosi.
Di conseguenza, in questo procedimento si discute del punto di contatto tra colletti bianchi e organizzazioni criminali.
L'operazione «Tenacia» investe un processo di infiltrazione e, poi, di acquisizione delle società comprese nel gruppo Perego da parte del clan mafioso/'ndranghetista facente capo a Salvatore Strangio, coadiuvato da un tecnico spregiudicato come Andrea Pavone, quale emerge dall'ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Milano in data 6 luglio 2010 (doc. 1174/5), nel procedimento penale n. 47816/08 R.G.N.R. mod. 21 (n. 682/08 R.G. Gip).
Si tratta di una operazione che merita di essere decritta, poiché rappresenta un salto di qualità dell'organizzazione criminosa, che adopera il suo potere non già - come visto sinora - per condizionare dall'esterno le scelte degli imprenditori, a seconda dei casi, vittime o collusi delle scelte mafiose, ma diventa essa stessa imprenditore, sostituendosi dapprima all'amministratore formale - grazie alla connivenza di quest'ultimo - e, poi, con l'acquisizione di partecipazioni nel capitale della società infettata, entra nel consiglio di amministrazione della stessa.
Significativa, in quanto programmatica, è la conversazione telefonica del 15 aprile 2009 (ore 20.25, n. 5101), intercorsa tra Strangio e Pavone, lì dove quest'ultimo riferisce al primo che stava attuando con altra società, la Angelo Cega Spa, la stessa operazione già posta in essere con il gruppo Perego e, dopo aver rivelato a Angelo Cega che non esisteva il capitale promessogli a titolo di corrispettivo per l'acquisizione della partecipazione della società anzidetta, gli aveva proposto di gestire lui la Angelo Cega Spa, ottenendo una risposta positiva.
A questo proposito il Pavone, nel commentare positivamente con lo Strangio l'accettazione della sua proposta da parte del Cega, gli dice di aver rivissuto le stesse sensazioni provate al momento del subentro nella gestione della Perego Strade Srl e conclude affermando che: «una volta che il virus (mafioso) é dentro iniettato... é destinato a morire una persona, non c'è un cazzo da fare... all'inizio devi bluffare perché sai... all'inizio c'è il bluff...» e Strangio di rimando: «e sì, certo...».
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Le parole del Pavone esprimono il vero volto della organizzazione mafiosa che, una volta penetrata in una impresa, anche ricorrendo a interventi fittizi sul capitale, la piega alle proprie esigenze e interessi. A quel punto non vi è scampo per l'impresa ed è la fine.
Salvatore Strangio (compare Turi), classe 1954, nato a Natile di Careri (RC), uomo di una delle tre 'ndrine della Calabria, quella denominata «Ionica», si pone quale «plenipotenziario» al Nord di Giuseppe Pelle (classe 1962), figlio di Antonio Pelle, alias «Ntoni Gambazza», classe 1932, indicato come «capo crimine» della 'ndrangheta ovvero collocato all'apice dell'organizzazione mafiosa, prima di essere arrestato da latitante per una condanna ad anni trenta di reclusione, inflitta dal tribunale di Locri per associazione mafiosa e associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico (sentenza n. 100 del 1995); quindi, deceduto in data 4 novembre 2009.
Peraltro, a dimostrazione dell'importanza del clan famigliare e dei rapporti parentali all'interno della 'ndrangheta, va sottolineato che il ruolo di Giuseppe Pelle, succeduto al padre al vertice della cosca dei «Gambazza», è esaltato dal fatto che sua moglie si chiama Barbaro Marianna, classe 1967, nata a Platì, ed è figlia di Barbaro Francesco, alias «Cicciu u Castanu», il quale era a capo di una delle 'ndrine più antiche dell'aggregato mafioso di Platì, quella denominata appunto «Castanu», per distinguerla dalle altre famiglie omonime dei Barbaro.
Come si è detto, fino alla sua morte, avvenuta a seguito di arresto cardiaco in data 21 novembre 2007 a Gudo Visconti (MI), il punto di raccordo in Lombardia degli interessi delle cosche ioniche e tirreniche, nel panorama delle imprese calabresi riconducibili al movimento terra, era rappresentato da Pasquale Barbaro, classe 1961, nato a Platì, detto «u Zangrei», nipote e plenipotenziario di «Cicciu u Castanu».
Nell'operazione «Isola», della Compagnia Carabinieri di Sesto San Giovanni, Pasquale Barbaro viene indicato come: «il dominus della spartizione illegale dei lavori di movimento terra in Lombardia» e ciò costituisce una ulteriore riprova dell'importanza che tali lavori hanno acquisito in Lombardia per i clan calabresi.
Il ruolo di Pasquale Barbaro è stato confermato anche da Giuseppe Romeo nel corso di una conversazione ambientale delle ore 18,28 del 7 luglio 2009 (n. 5034, operazione «Caposaldo») quando, transitando a bordo della sua autovettura Bmw nei pressi del nuovo polo fieristico di Rho/Pero, magnifica con Francesco Piccolo il ruolo avuto dallo stesso nei lavori per la Fiera («...se c'era qualche cosa... la buonanima di Pasquale... (inc.)... non ci avrebbe fatto riposare, Pasquale Barbaro... che cosa grande che hanno fatto per questa Fiera...»).
È, quindi, lo stesso Romeo a spiegare qual è stato il ruolo di Pasquale Barbaro, rimpiangendone la scomparsa e significando che la presenza del mafioso si traduceva appunto in una garanzia di lavoro per tutti.
Non a caso il ruolo di compositore dei contrasti che insorgevano in Lombardia, già svolto da Barbaro, era stato assunto da un personaggio del livello di Giuseppe Pelle.
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Nell'operazione «Tenacia» le indagini di polizia giudiziaria sono iniziate nell'anno 2008 mediante pedinamenti e intercettazioni telefoniche e ambientali e sono cessate in data 18 gennaio 2010.
È così emerso che il clan mafioso, che aveva come referente Salvatore Strangio, con la piena consapevolezza della famiglia Perego e, in particolare, di Ivano Perego (classe 1972), aveva acquisito - a partire dalla metà del 2008 - il controllo amministrativo e gestionale delle società del gruppo Perego con l'insediamento, in data 24 luglio 2008, negli uffici amministrativi della Perego Strade Srl di Andrea Pavone (classe 1966, nato a Gioia del Colle), uomo di fiducia del duo Pelle/Strangio, nonostante fosse un pugliese e non calabrese, in quanto perfettamente integrato in tutte le logiche mafiose, nonché attento conoscitore degli equilibri di forza tra le varie famiglie 'ndranghetiste.
Successivamente, in data 3 novembre 2008, anche lo stesso Salvatore Strangio era stato formalmente assunto alle dipendenze della Perego General Contractor Srl (PGC Srl), con la qualifica di geometra (titolo mai conseguito) e con le mansioni di addetto alla sicurezza nei cantieri.
Soprattutto, in questa vicenda, il barese Andrea Pavone rappresenta la mente finanziaria della 'ndrangheta, con il preciso ruolo di attuatore del progetto di infiltrazione economica del «crimine» sia nelle società del gruppo Perego, sia - partendo da queste - in società di rilievo nazionale, mediante fittizi aumenti di capitali, attuati con falsi titoli, reperiti sul mercato internazionale.
Altri uomini di Strangio all'interno della Perego erano:
a) Cua Rizeri, classe 1978, detto «Simone» o «Birbo», convivente dello Strangio in un appartamento a Desio in via Due Palme, 67, regolarmente assunto nella PGC da Elena Perego, sorella di Ivano, il 3 novembre 2008, con la qualifica di geometra, benché non avesse mai conseguito il relativo diploma, ma con le mansioni di fattorino tuttofare;
b) Nocera Pasquale, classe 1961, nato a Palizzi (RC), anche lui assunto in data 3 aprile 2009, da Elena Perego, con la qualifica di geometra;
c) Startari Fortunato, classe 1974, nato a Melito Porto Salvo (RC), introdotto nel gruppo Perego da Strangio, con un ufficio personale dotato di telefono e computer e con l'incarico di curare i rapporti con i fornitori della Perego Strade Srl in liquidazione. Successivamente, lo Startari è stato colpito da misura di custodia cautelare in carcere nell'ambito del procedimento Parco Sud, concernente la famiglia Barbaro-Papalia;
d) Barone Giovanni, classe 1969, nato a Roma, anagraficamente residente a Pizzo (VV), contrada Marinella, con interessi anche in società operanti sul territorio calabrese. Costui - a fronte della profonda crisi finanziaria del «gruppo», manifestatasi alla fine del 2008 - è stato nominato dapprima, liquidatore della Perego Strade (18 novembre 2008), poi liquidatore della Perego Holding (19 dicembre 2008);
e) Verterame Carmine Giuseppe, autotrasportatore della EMTT di Novara, indagato nelle inchieste c.d. «Infinito» della Dda di Milano
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e «Patriarca» della Dda di Reggio Calabria, subordinato quale 'ndranghetista a Pasquale Varca, che era capo del «locale» di Erba e collegato alla cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto. Verterame è frequentatore abituale dello Strangio il quale, insieme a Ivano Perego, lo riceveva la mattina del 21 luglio 2009, alle ore 7,25, negli uffici della società dove parlavano, tranquillamente, di affari e di latitanti arrestati;
f) Ghezzi Tommaso, detto Tommy, trasportatore di riferimento di Strangio, il quale ogni mattina alle ore 5,30, insieme a Ivano Perego o a Andrea Pavone, a Giovanni Barone o anche da solo, nell'officina della sede della PGC in Cassago Brianza, via Fontana 5, impartiva agli autisti precise disposizioni sui carichi dei camion presso i vari cantieri, sui viaggi da effettuare nel corso della giornata e sui siti dove scaricare in modo illecito i rifiuti. Ghezzi è personaggio vicino al sopramenzionato Pasquale Varca, rispetto al quale opera come uomo di raccordo con Strangio. Tale dato conferma ulteriormente che tutti i soggetti che hanno assunto un qualsiasi potere decisionale in seno alla Perego facevano parte del giro dei calabresi, pur se, qualche volta e in via del tutto eccezionale, non erano originari della Calabria, come il Ghezzi o il Pavone che, tuttavia, erano ritenute persone fidate.

Naturalmente, Strangio non si era inserito da solo nella struttura della Perego, che gestiva quale «res propria», bensì anche grazie all'aiuto fornitogli da un «soggetto di elevato spessore criminale», quale Francesco Ietto, classe 1963, nato anche lui come Strangio a Natile di Careri (RC), ma operante ad Alessandria.
Lo Ietto era anche lui uomo della «Ionica» ed era affiliato alla consorteria mafiosa denominata «Ietto, alias Testa grossa», operante nell'abitato di Natile di Careri e retta da suo padre Pietro Ietto, classe 1938, il quale era al vertice della cosca «Cua-Ietto-Pipicella», con il grado di «santa». Anche Francesco Ietto risulta indagato nelle indagini «Infinito» e «Patriarca».
Del resto, va precisato che, benché Strangio sia entrato nel gruppo Perego a metà del 2008, i rapporti tra la Perego e i calabresi della 'ndrangheta risalivano almeno all'anno 2004, quando - come ha riferito Chiara Pisano, dipendente storica della Perego - Pasquale Varca, capo del «locale» di Erba e titolare della ditta individuale «Ecologica Calolziese» (che si occupava del movimento terra), aveva rapporti di lavoro con la «Perego Strade» ed era stato Varca, «che ha sempre lavorato con i Perego», a introdurre Salvatore Strangio, il quale era stato visto spesso insieme a lui presso la sede della Perego Strade in Cassago Brianza, via Fontana, n. 5.
Presso la Perego lavoravano, in qualità di trasportatori, numerosi altri calabresi appartenenti alla 'ndrangheta, tra i quali:
Belnome Antonino - capo del «Locale» di Seregno, già partecipe dell'omicidio del capo mafia «scissionista» Novella Carmelo - nella qualità di autista dell'impresa EMTT, di cui era titolare tal Di Giovanni di Novara;
a) Cristello Rocco, classe 1961, nato a Mileto (VV), cugino omonimo del Cristello Rocco, assassinato il 28 marzo 2008, e affiliato


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al «Locale» di Mariano Comense, che faceva capo al capo mafia Muscatello Salvatore;
b) Cristello Umberto, fratello di Rocco;
c) Buttafuoco Vincenzo;
d) Facchineri Rocco;
e) Panaja Igino Antonio;
f) Rizzo Carlo e molti calabresi ancora, dei quali la teste non ricordava o non conosceva i nomi.

Risulta acclarata dalle intercettazioni telefoniche la presenza di calabresi di calibro che, titolari di imprese di lavori edili, avevano anche più camion, come Rocco Stillitano, classe 1962, nato a Seminara (RC), pregiudicato per droga e armi, che aveva oltre venti camion, utilizzati nei lavori dell'ospedale di Sant'Anna di Como e nel cantiere «Portello», previo accordi con Strangio, per non «scornarsi» nei lavori con altri «compari».
Vi era Giuseppe Romeo - uno dei principali indagati dell'indagine «Caposaldo» di cui si è detto - il quale operava con la sua società la «Autotrasporti AL.MA. Srl» e con la collaborazione di Francesco Gligora, suo nipote.
Questi erano gli stretti compagni di cordata di Salvatore Strangio il quale, all'interno della Perego, si accompagnava anche con Domenico Morabito, classe 1967, nato a Locri (RC) e residente in Ardore (RC) contrada Gabelle, suo socio nella Sad Building Srl, che aveva ottenuto numerosi appalti dalla Perego nel movimento terra.
Tuttavia, il mero controllo degli uffici amministrativi delle società del gruppo, con la presenza assidua di Andrea Pavone non veniva ritenuto sufficiente dal clan, sicché veniva deciso e attuato un intervento sul capitale sociale.
Pertanto, in coincidenza con la messa in liquidazione delle due società anzidette (Perego Strade in liquidazione; Perego Holding), il duo mafioso Strangio/Pavone in stretta intesa con Ivano Perego costituiva, in data 23 settembre 2008, un'altra società, la Perego General Contractor Srl (PGC), con sede in Cassago Brianza (LC) e capitale sociale di appena 10 mila euro, al fine di continuare a operare nel settore specifico degli scavi, degli sbancamenti e del movimento terra.
Dopo alcuni passaggi interni il capitale sociale della PGC, alla data del 24 dicembre 2008, risultava partecipato direttamente dalla «'ndrangheta Spa» nella misura del 49 per cento, attraverso la società fiduciaria Carini Spa (39 per cento) - la quale operava in nome e per conto di Salvatore Strangio e di Andrea Pavone - e attraverso la società fiduciaria Comitalia Spa (10 per cento), la quale operava in nome e per conto di Fabrizio Brusadelli, a sua volta mandatario della famiglia di Rocco Cristello, di cui si è detto.
Peraltro, come si è visto, Rocco Cristello era già nella Perego, in quanto compare tra i trasportatori che frequentavano i cantieri della società, mentre Fabrizio Brusadelli, nella qualità di geometra, fatturava


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prestazioni alla Perego ed era stato lui a introdurre Rocco Cristello.
A sua volta, Cristello aveva stretti rapporti con Antonino Belnome, il quale non a caso lavorava anche lui che per la Perego come autotrasportatore. Ebbene, al fine di porne in evidenza la caratura criminale, nella ordinanza «Infinito», Antonino Belnome viene indicato come il braccio destro del defunto Cristello Rocco, nonché attuale capo del «locale» di Seregno, affiliato alla cosca Gallace di Guardavalle ed esecutore dell'omicidio di Carmelo Novella.
Infine, il 51 per cento della società era detenuto dalla Perego Group Snc di Ivano Perego & c., ma su Ivano Perego il duo Strangio/Pavone esercitava un controllo pieno e assoluto sicché, di fatto, erano loro gli amministratori della società.
Nel momento in cui si sono svolte le indagini, la Perego General Contractor Srl appariva come la capogruppo e società di punta, in condizioni di apparente benessere, avendo acquisito cantieri e maestranze della «Perego Strade Srl in liquidazione».
Erano in tutto una sessantina i cantieri aperti in Italia, gestiti dalla Perego, che aveva 300 dipendenti, un giro d'affari di 150 milioni di euro e un solo obiettivo di lungo periodo: l'Expo 2015.
Tuttavia, nonostante i numerosi appalti in corso, il gruppo Perego versava in serie difficoltà. Con l'ingresso di Strangio nella società la situazione economico-finanziaria del gruppo era migliorata e gli affari crescevano, in quanto la Perego Strade Srl aumentava la propria capacità di aggiudicarsi commesse pubbliche e private sia grazie alla presenza capillare di affiliati nei posti che contano, sia inducendo gli imprenditori concorrenti a farsi da parte.
Si trattava, comunque, di un miglioramento effimero, in quanto la situazione patrimoniale del gruppo Perego era nettamente peggiorata. Era, infatti, accaduto che, a partire dall'anno 2007, con la gestione del duo Strangio/Pavone, la Perego aveva venduto o ceduto tutti i mezzi per il movimento terra (escavatori), conservando solo qualche camion per il trasporto.
Viceversa, nello stesso periodo, in modo assolutamente anomalo rispetto all'oggetto sociale, la Perego aveva concluso numerosi contratti di leasing per auto di lusso (26), che venivano utilizzate dai nuovi soci e da collaboratori esterni.
Si tratta, all'evidenza, di un parco macchine di lusso, che non avevano nulla a che fare con le esigenze della Perego, la quale si occupava di scavi, di demolizioni, di movimenti terra, ecc.. Viceversa, tale parco macchine obbediva solo alle esigenze dei nuovi padroni calabresi, i quali avevano «colonizzato» il gruppo Perego, con un processo di «infettamento» dell'impresa di carattere virale, iniziato nell'anno 2004 con l'arrivo di Pasquale Varca e completato da Salvatore Strangio, a partire dall'anno 2007.



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Mirko Folcio, uno dei dipendenti tradizionali della Perego Strade Srl, ha descritto in sede di indagini il progressivo e inesorabile processo di colonizzazione del gruppo Perego, il quale via, via è scivolato sempre più nelle mani dei calabresi: una colonizzazione che ha comportato la messa fuori gioco dei consueti mezzi strumentali interni alla azienda, sostituiti dal noleggio di escavatori per il movimento terra e dall'uso degli automezzi dei «padroncini calabresi» per il trasporto del materiale scavato.
A tale proposito, Folcio ha fornito due indicazioni che, in una lettura complessiva, assumono un significato particolare e di rilievo. La prima indicazione riguarda l'epoca di inizio del processo di colonizzazione della Perego da parte della 'ndrangheta, che Folcio colloca al 2007 e tale dato è esattamente sovrapponibile all'affermazione - più volte fatta - per cui ben prima dell'arrivo di Pavone e Strangio la Perego (e Ivano in particolare) aveva cominciato a stringere le relazioni con i calabresi.
La seconda indicazione è che la più gran parte dei personaggi indicati da Folcio come soggetti visti all'opera sui cantieri, anche prima dell'arrivo di Strangio, tutti pregiudicati mafiosi - da Rocco Cristello a Antonino Belnome - sono soggetti che nella indagine «Infinito» emergono come esponenti di spicco dei vari «Locali» della 'ndrangheta nella zona della Brianza.
L'intervento di Salvatore Strangio e del suo consulente Andrea Pavone ha avuto l'effetto di trasformare la presenza della 'ndrangheta nelle società del gruppo Perego da occasionale in organica.
È stato Strangio, infatti, a introdurre nella Perego ben centocinquanta «padroncini calabresi» i quali, pur utilizzando il logo della Perego, operavano con propri automezzi, secondo turni fissati dallo stesso Strangio.
È stato ancora Strangio a distribuire in modo metodico il lavoro tra i calabresi, dando a ciascuno il proprio carico, allo scopo di evitare conflitti. Ed è stato sempre lui a noleggiare escavatori in caso di necessità, dopo aver depauperato le società del «gruppo» di tutti i beni strumentali (dagli escavatori agli automezzi), con il pieno e fattivo concorso di Ivano Perego e dei suoi fratelli.
Solo per dare l'idea della rilevanza economica e di mercato del gruppo, occorre sottolineare che la Perego Strade Srl controllava gli appalti in alcuni dei più importanti cantieri della città di Milano, della provincia e dell'intera regione Lombardia, tra i quali vi erano il tunnel di Rho, il rifacimento del tratto ferroviario Airuno-Usmate, il nuovo ospedale San'Anna in Montano Lucino (Como), la riqualificazione ex Ansaldo a Milano, il deposito della polizia municipale di Milano e quello Atm, City Life, il raddoppio della strada statale Paullese, il cantiere relativo al potenziamento del metanodotto denominato «Lurago - Ponte Lambro» - 2o tratto Erba-Castelmarte, il cantiere relativo ai lavori di accessibilità della Valtellina - strada statale 38 del passo dello Stelvio, il cantiere per la realizzazione del nuovo edificio da adibire a struttura giudiziaria davanti al palazzo di giustizia di Milano e, infine, il cantiere dell'area del «Portello» di Milano.
Parlando del «Portello», si fa riferimento alla zona sita a ridosso di Fiera Milano City e che poi prosegue oltre viale Serra, per la quale è stato approntato un progetto, firmato dallo studio degli architetti
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Valle, finalizzato alla riconversione funzionale dell'area mediante un intervento coordinato di riqualificazione urbanistica e ambientale, capace di incidere sulla riorganizzazione del contesto urbano per quel che concerne il sistema infrastrutturale della viabilità primaria, gli spazi destinati alle attrezzature pubbliche, l'area residenziale e il verde urbano di Milano.
In pratica, in tutti i maggiori appalti della regione Lombardia era presente Perego.
Naturalmente, il trasferimento dell'attivo dall'una all'altra società era avvenuto mediante un'attività di depauperamento della prima a vantaggio della seconda, in danno dei creditori sociali della Perego Strade Srl in liquidazione, grazie all'opera preziosa del Barone, nella sua qualità di liquidatore della società.
Né, del resto, era possibile operare diversamente, considerato che la neo costituita Perego General Contractor Srl non aveva soci finanziatori, non godeva di alcun credito presso il sistema bancario, né aveva sufficienti capitali propri, tanto che il capitale sociale di appena 10 mila euro era già perduto alla data del 31 dicembre 2008.
In realtà, la funzione della Perego non era quella tipica delle imprese sane che operano sul mercato, ma era quella dello «squalo predatore», ad uso esclusivo della 'ndrangheta, nel lucroso sistema degli appalti, soprattutto pubblici, relativi allo specifico settore del movimento terra.
Si spiega, in tal modo, la ragione per cui, in presenza di un «boccone» così prelibato, si sono affacciati sulla scena del gruppo Perego anche altri personaggi 'ndranghetisti, accomunati dall'intenzione di sostituirsi al duo Strangio/Pavone, per realizzare gli stessi obiettivi predatori.
Si tratta di Pasquale Varca, responsabile del «locale» di Erba, anche lui collegato come il Verterame alla cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto, ma in posizione di comando rispetto a quest'ultimo, nonché dei due cugini omonimi Michele Oppedisano, rispettivamente, classe 1969 e classe 1970, entrambi nati a Rosarno (RC) e, soprattutto, nipoti di Domenico Oppedisano, detto compare «Mico» (classe 1930) il quale, come si è visto, nei primi giorni di settembre 2009, ha ricevuto a Polsi l'investitura ufficiale di «capo crimine», cioè di nuovo capo della 'ndrangheta in Calabria (erede di Antonio Pelle, inteso come «Gambazza» padre di Giuseppe Pelle).
I soggetti sopra menzionati sono tutti personaggi di spicco della realtà mafiosa, come risulta dall'indagine milanese «Infinito» e da quella reggina «Patriarca».
Costoro erano preoccupati del fatto che Strangio fosse oramai divenuto «la chiave per aprire le porte della società a tutti gli altri compari» e cioè fosse il vero dominus della società e che - forte della posizione raggiunta e non essendo soggetto sottoposto al loro controllo - potesse escluderli dagli appalti della Perego.
Di conseguenza, allo scopo di ridurre i poteri di Salvatore Strangio nella Perego, i due cugini Oppedisano e Pasquale Varca prendevano l'iniziativa di rivolgersi al capo cosca riconosciuto della struttura della «Jonica» e protettore di Strangio e cioè a Giuseppe Pelle.
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Lo hanno così raggiunto presso la sua residenza nel comune di Benestare (RC) in contrada Ricciolio, in data 23 novembre 2008 e successivamente anche in data 2 gennaio 2009, al dichiarato scopo di parlare con lui della Perego e della loro volontà - fermamente contrastata dallo Strangio - di acquisire quote paritarie della Perego General Contractor Srl (30 per cento a Varca e Oppedisano (classe 69), 30 per cento a Beppe Pelle e Oppedisano (classe 70), 30 per cento a quelli della Ionica, cioè, al duo Strangio/Ietto).
La finalità di tale operazione era quella di entrare nel consiglio di amministrazione della capogruppo eliminando gli uomini di Strangio - in particolare Andrea Pavone e Giovanni Barone - e assicurarsi, con la diretta gestione della società, importanti commesse per la realizzazione di lavori in Lombardia.
Invero, l'attenzione del Varca e degli Oppedisano era più che giustificata dal momento che, come sottolinea il Gip di Milano nella sua ordinanza, la Perego rappresentava, per la criminalità di stampo mafioso, un capitale di enorme valore, per le considerazioni che seguono.
Invero, il controllo di una società di tal fatta presentava per l'organizzazione mafiosa almeno tre formidabili vantaggi:
a) la gestione diretta dell'indotto del movimento terra, da sempre terreno imprenditoriale elettivo della 'ndrangheta lombarda, come emerge in modo assolutamente pacifico anche in tutti gli altri procedimenti esaminati («Parco Sud», «Cerberus», «Caposaldo», «Isola»);
b) il conferimento di appalti e subappalti a società collaterali, quale ad esempio la Sad di Strangio (Pavone e Morabito), di cui si dirà;
c) il controllo di un esercito di «padroncini calabresi»;
d) la possibilità di disporre, per interposta persona, di un soggetto imprenditoriale capace di accaparrarsi rilevanti appalti pubblici - a partire dall'Expo 2015 - grazie ad un'apparenza assolutamente insospettabile e regolare.

Comunque, l'operazione di subingresso di Varca e degli Oppedisano nella Perego General Contractor Srl non solo non riusciva, posto che Pelle invitava Varca a collaborare con Strangio, al dichiarato scopo di evitare incomprensioni che potevano essere di ostacolo allo sviluppo degli affari, ma metteva in evidenza la forza del binomio Pelle/Strangio, nonché il ruolo di Andrea Pavone, il quale per conto di costoro non solo operava all'interno degli uffici della Perego, ma partecipava al capitale sociale, in perfetta sintonia con Ivano Perego, il quale - di fatto e con piena consapevolezza - fungeva da prestanome delle famiglie della 'ndrangheta.
In tale contesto, veniva suggellata il 21 gennaio 2009 la raggiunta «pax mafiosa» nel ristorante «Stella Marina» di via De Amicis a Milano in una cena alla quale partecipavano Strangio, Ietto, i due Oppedisano, Varca e altri soggetti sconosciuti.
Peraltro, va rilevato che le indagini di polizia giudiziaria hanno consentito di attribuire a Strangio la proprietà del ristorante, dal


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momento che ne raccoglieva l'incasso, disponeva delle chiavi e si poneva come interlocutore nella fase di cessione di detto locale.
E, così, Strangio, parlando con Ietto, il giorno successivo a tale cena affermava di avere già in passato salvato l'azienda, che poteva tornare in utile, a meno che non si fossero creati problemi, anteponendo - sono le sue parole - ad un interesse più generale e strategico, le singole esigenze familiari, posto che gli Oppedisano e Varca, rimasti del tutto insoddisfatti dell'esito della vicenda, stavano già meditando di rivolgersi alla cosca Pesce di Rosarno (RC), che fa capo a Pesce Vincenzo, classe 1952.
In conclusione sul punto, le ulteriori intercettazioni eseguite hanno posto in luce un dato inquietante e cioè che la spartizione degli appalti in Lombardia veniva determinata nei comuni ad alta densità mafiosa della provincia di Reggio Calabria (San Luca, Platì, Africo, Locri) e che Giuseppe Pelle aveva deciso che Strangio e Ietto (i quali si erano recati, anche loro, presso di lui per ottenere il suo appoggio e la sua protezione) avrebbero mantenuto il controllo del gruppo Perego, ma che avrebbero dato lavoro, a rotazione, a determinate ditte dei «compari», che gravitavano nel settore del subappalto, ivi compresa quella di Pasquale Varca.
Tuttavia, i problemi con Varca non erano stati risolti del tutto, visto che costui il 14 aprile 2009, in occasione delle festività pasquali, si era recato nuovamente in Calabria insieme a Strangio per parlare con Giuseppe Pelle, chiamato ancora una volta a dirimere i contrasti tra le famiglie mafiose che operano in Lombardia, nella sua qualità di referente assoluto, come tale riconosciuto.
In particolare, Varca lamentava il mancato rispetto, da parte di Strangio, del suo ruolo di capo del «locale» di Erba, in relazione all'assegnazione dei lavori di Erba, Como e di Sondrio che, pur rientrando nella propria competenza territoriale, erano stati affidati a terzi, mentre Strangio affermava di averlo, comunque, interpellato prima degli altri.
Del resto, merita di essere rilevata la circostanza che Strangio aveva due uomini fidati (Angelo Romanello e Mario Polito), i quali prendevano ordini direttamente da lui per qualunque decisione, nello stesso «Locale» di Erba, al cui vertice vi era Pasquale Varca.
Tra gli assegnatari dei lavori all'interno dell'area del Portello di Milano, degna di particolare nota è, come si è accennato, la presenza dell'Autotrasporti Al.Ma. Srl di Giuseppe Romeo, uno dei principali imputati dell'indagine «Caposaldo», con cui Strangio aveva un rapporto di rispetto, in considerazione della sua appartenenza alla cosca africota.
A prescindere da queste liti «famigliari», va detto che, a causa della mancanza di capitali, delle spese per relative ai contratti di leasing per autovetture di lusso e dell'emungimento costante della liquidità esistente, dopo il pagamento dei salari agli operai, la Perego Strade Srl, la Perego Holding Spa e, infine, la Perego General Contractor Srl sono state tutte dichiarate fallite dal tribunale di Milano negli ultimi mesi del 2009.
Come emerge dall'ordinanza del Gip di Milano, Salvatore Strangio non era solo uno degli esponenti di spicco della struttura 'ndranghetista denominata «Lombardia», ma anche un abile operatore commerciale,
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ben inserito nel tessuto sociale e politico lombardo; inoltre, grazie alle informazioni fornitegli dal sodale Andrea Pavone, aveva avuto modo di avvicinarsi ai meccanismi societari italiani e stranieri.
In particolare, Salvatore Strangio aveva interessi in numerose società di capitali, tra cui la Sad Building Srl, con sede legale in via Giovanni da Milano 15, presso lo studio/abitazione di Fortunato Startari nel cui capitale sociale erano presenti, oltre che dello stesso Strangio nella misura del 90 per cento, anche Domenico Morabito, classe 1967, nato a Locri (RC) e Andrea Pavone. La società intratteneva rapporti contrattuali sistematici con il gruppo Perego, dal quale riceveva altrettanto sistematici pagamenti preferenziali per centinaia di migliaia di euro. Il che significa che la presenza di Strangio nella Perego rispondeva al suo specifico interesse, oltre che all'ulteriore interesse di procurare vantaggi ad altre realtà imprenditoriali, sempre facenti capo alle stesse persone e agli stessi ambienti di 'ndrangheta.
Queste sono le ragioni per cui gli Oppedisano, il Varca - che pure rivendicavano un ruolo di primazia nell'organizzazione presso il «Locale» di Erba - e lo stesso Verterame tanto erano preoccupati del conterraneo Strangio che, con loro sorpresa, si era introdotto nella Perego, acquisendone il controllo, grazie al fido Pavone.
Ma le mire espansionistiche della 'ndrina «La Lombardia» non erano limitate all'acquisizione delle società del gruppo Perego, in quanto rivolte ad assurgere a ben più alti livelli, di carattere nazionale e anche internazionale, posto che Pavone aveva ottenuto da Enrico Rebai, titolare del Gruppo Comer, il benestare per la creazione di un'unica grande società, leader nel settore, derivante dalla fusione di uomini, mezzi e risorse di quattro distinti gruppi industriali operanti nel settore dei lavori pubblici e cioè della Perego, del gruppo Fondamenta Srl, della Comer Spa (ammessa poi in data 10 novembre 2011 alla procedura di concordato preventivo, ma all'epoca dei fatti apparentemente sana) e della Angelo Cega Spa (che già versava in stato di insolvenza ed era in stretti rapporti con Andrea Pavone, come risulta dalla nomina a liquidatore del solito Giovanni Barone, avvenuta in data 6 aprile 2009, ma dichiarata fallita qualche mese dopo, in data 23 luglio 2009).
Tutte le società anzidette erano dotate di un vasto assortimento di certificazioni Soa (attestato obbligatorio per l'esecuzione di appalti pubblici di importo superiore a 150 mila euro) e - secondo le previsioni di Pavone - la creazione di un colosso dal fatturato complessivo prossimo ai 00 milioni di euro» avrebbe consentito, a pieno titolo, la partecipazione ad appalti pubblici.
L'iniziativa non aveva successo, a causa delle serie difficoltà in cui versava la Angelo Cega Spa, ma i tentativi di inserirsi nel tessuto economico lombardo e, in particolare, in quello milanese sono evidenti e in ogni caso destinate a proseguire, posto che il cosiddetto gruppo Perego era del tutto sprovvisto di risorse proprie.
Di qui l'affannosa ricerca di intese con altri gruppi industriali operanti nel settore.
E, così, nel mese di aprile 2009, Andrea Pavone avviava un serie di nuove iniziative, volte a pianificare un inserimento nella società Cosbau Spa, con la quale la Perego General Contractor Srl era entrata in rapporti di lavoro, avendo ottenuto dalla stessa il subappalto del
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movimento terra delle opere di ammodernamento della ex strada statale n. 415 Paullese, di cui la Cosbau era aggiudicataria dalla provincia di Cremona.
La Cosbau, con sede legale a Nalles (BZ), uffici amministrativi a Mezzocorona (TN) e con capitale sociale di euro 6 milioni, era specializzata nella progettazione e nella realizzazione di opere edili civili e industriali, di medie e grandi dimensioni. La società, pur avendo un fatturato di 66 milioni di euro, era fortemente esposta con le banche e versava in gravi difficoltà finanziarie, a causa dei crescenti interessi passivi sui finanziamenti ottenuti.
Tra l'altro l'azienda, in collaborazione con il gruppo Perini di Trento e la Damiani Legname di Bressanone (BZ), si era aggiudicata due dei 30 lotti di edifici prefabbricati destinati alle famiglie terremotate del sisma in Abruzzo. Il valore complessivo della commessa era pari a oltre 21 milioni di euro.
La società, dunque, era seria, tanto Più che socio di maggioranza della stessa erano gli austriaci della Swietelsky Baugesellschaft Mbh, il cui legale rappresentante era Steinlechner Manfred, classe 1941, nato in Austria e residente a Bolzano.
Si comprende così il concreto interesse del duo Strangio/Pavone, che nel progetto di acquisizione della stessa vedevano la possibilità di inserirsi non solo nel giro degli appalti pubblici, ma anche la possibilità di aprirsi spazi oltre confine.
In tale ottica, Andrea Pavone, nella sua qualità di procuratore della Perego General Contractor Srl, in piena intesa con Salvatore Strangio, si adoperava in una serie di contatti con Bonamini Carlo, presidente del consiglio di amministrazione della Cosbau Spa. Tali contatti sfociavano in una «lettera di intenti», sottoscritta dalle parti in data 20 giugno 2009, in forza della quale la Perego, avvalendosi di una sua società avrebbe partecipato all'aumento di capitale della Cosbau Spa, che era stato elevato da 6 milioni di euro a 14,5 milioni di euro, ma tale somma non era nella disponibilità né dei Perego, né del clan mafioso.
Tuttavia, in funzione dell'aumento del capitale sociale della Cosbau Spa, Andrea Pavone costituiva, in data 6 agosto 2009, la Pharaon Group Italia Srl, con un capitale sociale pari ad appena 10 mila euro.
Quindi, sempre il Pavone ricorreva all'ausilio di numerosi faccendieri non tanto e non solo per costituire la nuova società, adottando un sistema di scatole cinesi, quanto soprattutto per procurarsi un titolo che gli consentisse di sottoscrivere il capitale sociale nella Cosbau Spa. Compaiono, così, sulla scena personaggi quali, Saeed Mario Ahmed, Di Bisceglie Roberto, Fariello Gianfranco, Du Chene De Vere Fernando, Pelliccioni Flavio, Colombo Ruggero, dipendente infedele della Banca Akros, Oliverio Antonio, già assessore provinciale all'ambiente in quota Udeur, all'epoca in cui la provincia di Milano era presieduta da Filippo Penati, tutti protesi ad aiutare Andrea Pavone nella scalata alla Cosbau Spa.
Invero, per non rendere possibile l'individuazione della proprietà - che faceva capo allo stesso Andrea Pavone - il capitale sociale della Pharaon Group Italia Srl figurava posseduto nella misura del 99 per
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cento dalla fiduciaria svizzera Ribot Sa, a sua volta controllata dalla società inglese Pharaon Managemant Limited.
Quindi, la Pharaon Group Italia Srl, in persona del nuovo amministratore Antonio Oliverio, nonostante la mancanza di capitali propri, in data 8 ottobre 2009, sottoscriveva l'aumento del capitale sociale della Cosbau Spa, fino all'importo di 14,5 milioni di euro, divenendo - di conseguenza - socio maggioritario (58 per cento) del gruppo Cosbau, nel quale fino a quel momento gli austriaci della Swietelsky Baugesellschaft Mbh erano stati il socio di maggioranza.
Nel consiglio di amministrazione del grande gruppo industriale entravano così gli uomini del duo Strangio/Pavone e cioè Colombo Ruggero, Ricci Francesco e Oliverio Antonio, il quale, nel contempo, veniva dotato di un prestigioso ufficio di rappresentanza in Piazza Duse a Milano, nonché di una costosa autovettura Bmw m6, tra quelle oggetto di leasing della PGC.
Ma l'aumento di capitale era fittizio e l'operazione falliva, a causa dell'impossibilità di realizzare il «titolo di garanzia» dell'importo di 10 milioni di euro, che la Pharaon Group Italia Srl aveva conferito per l'aumento di capitale della Cosbau Spa.
Invero, il titolo - realizzato dopo affannose ricerche di carattere truffaldino del Pavone, con l'aiuto dei faccendieri sopra menzionati e in accordo con Strangio, anche con viaggi a Londra - era contraffatto. Risultava rilasciato dalla Royal Bank of Scotland ed era asseritamente depositato a Londra, in forza di perizia di Gianfranco Fariello, perito iscritto nell'albo dei revisori dei conti di Foggia, il quale - d'intesa e in accordo con il faccendiere Roberto Di Bisceglie e con lo stesso Pavone - ne aveva certificato la presenza sul sistema elettronico internazionale «Euroclear».
In realtà, si trattava di un titolo «in affitto», come lo definisce il Pavone, come tale inidoneo ad essere realizzato in tutto o in parte, frutto solo dei maneggi truffaldini del duo Di Bisceglie/Fariello, tanto che, in data 17 dicembre 2009, la Royal Bank of Scotland comunicava ufficialmente alla Pharaon Group Srl che la documentazione inerente il titolo di garanzia era contraffatta.
Viceversa, era vera la commissione - pretesa dal Di Bisceglie - di euro 500 mila, pari al 5 per cento del valore nominale del titolo, somma che il Pavone prelevava, anche in tal caso con artifici, dalle casse dalla stessa Cosbau e consegnava al Di Bisceglie il quale, data 22 ottobre 2009 (ore 10,35, n.1329), dopo la consegna di una tranche della somma pattuita, inviava al Pavone il seguente messaggio telefonico (sms), dal contenuto inequivocabile: «Caro Andrea, mi congratulo con te in quanto hai preso la maggioranza di Cosbau con i soldi di Cosbau. Sei mitico. Con ammirazione e stima. Roberto».
In conclusione sul punto, la Perego gestita dal Pavone non solo non ha sostenuto alcun esborso per l'aumento di capitale della Cosbau Spa, ma ha pagato con i fondi della stessa Cosbau la commissione al Di Bisceglie per la sua operazione truffaldina.
Il Gip, nella sua ordinanza, si sofferma sulla presenza di numerosi politici, che supportavano il gruppo Perego in tutte le richieste di appalti nel settore del movimento terra.
A partire da Antonio Oliverio che, titolare di uno studio di ingegneria, già prima di essere coinvolto nell'affare Cosbau, svolgeva
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attività di consulenza retribuita, consistente nella presentazione di altri soggetti politici utili all'attività di espansione del gruppo e che si muoveva nella logica - di grande interesse per il duo Pavone/Perego - di essere nominato assessore o direttore dell'Expo 2015.
Del resto, Oliverio era stato nominato amministratore - prima della Pharaon Group Srl e poi della Cosbau Spa - non perché esperto di gestioni societarie, ma perché era la persona giusta per operazioni di lobby e per mettere a frutto quella rete di relazioni istituzionali e politiche, di cui si nutre l'organizzazione criminale e che le consente di proliferare.
In tale contesto Oliverio si occupava, per conto della Perego, di vari affari, tra cui quello inerente a una cava nel cremonese, da utilizzare per la movimentazione terra, necessaria per i lavori assegnati alla Perego per la strada statale n. 415 Paullese, quello relativo al cantiere di Turate per la realizzazione della terza corsia tra Como e Milano, per la Bre.Be.Mi., ecc...
Anche Emilio Santomauro, eletto consigliere provinciale a Milano nella primavera del 2009, si rendeva disponibile ad assecondare le richieste di Ivano Perego.
Inoltre, nella primavera del 2009, in occasione delle elezioni per il Parlamento europeo e di quelle amministrative per la provincia di Milano, venivano organizzati numerosi incontri preelettorali tra Ivano Perego e vari esponenti politici a livello comunale, provinciale e regionale, volti all'ottenimento di appalti nel settore specifico della Perego.
Addirittura, in data 24 maggio 2009, avveniva un rinfresco presso la sede della Perego, in Cassago Brianza (LC), via Fontana, 5, motivato dalla presenza di alcuni politici in campagna elettorale e in funzione della prevedibile vittoria del centro/destra nelle elezioni della primavera del 2009.
A un certo punto, però, si verifica un salto di qualità, quando Salvatore Strangio fissa a Ivano Perego un appuntamento con l'assessore all'ambiente della regione Lombardia, Massimo Ponzoni e, così, il Perego il 31 marzo 2009, alle ore 16 si reca insieme a Strangio, Perego e Nocera in via Taramelli 12 a Milano, dove si trova una delle sedi della regione Lombardia. Massimo Ponzoni è stato arrestato il 17 gennaio 2012, in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare del Gip presso il tribunale di Monza con l'accusa di concussione, corruzione, finanziamento illecito al partito, bancarotta fraudolenta, peculato e appropriazione indebita, nell'inchiesta della procura di Monza sulle modifiche di destinazione sospette di due terreni nei piani di governo del territorio (Pgt) di Desio e Giussano per permettere la realizzazione di altrettanti centri commerciali.
Ancora, dall'ordinanza del Gip emergono i rapporti di Strangio con il tenente colonnello Giuseppe Romeo, comandante provinciale dei Carabinieri di Vercelli, calabrese di nascita, il quale si rivolge direttamente a Salvatore Strangio per ottenere «entrature politiche», che gli consentano di partecipare alle elezioni europee nel collegio di Nord-Ovest e in cambio promette il suo intervento sulla polizia stradale per far cessare gli «interventi» sui camion di Perego, che violavano sistematicamente i limiti di carico.
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Gli accordi tra i due vengono presi a Locri, in occasione delle vacanze pasquali del 2009.
L'episodio costituisce la dimostrazione di come la strategia di inquinamento della vita istituzionale contempli non solo il fatto di intessere rapporti con professionisti della politica, ma anche di scendere in campo personalmente, addirittura nell'Arma, con uomini di comprovata fiducia.
Altro personaggio istituzionale indicato come avvicinabile è l'ispettore della Polizia di Stato, Alberto Valsecchi. Valsecchi compare, per la prima volta, a proposito della annosa questione delle multe, che venivano elevate sistematicamente ai camion della Perego, per il superamento dei limiti di carico, in zona di competenza della Polizia stradale di Lecco. Il giorno 5 maggio 2009 (ore 8,20, n. 175724) Tommaso Ghezzi, capo dei trasportatori, chiama Ivano Perego, rappresentando il solito problema e Ivano Perego replica che lì era competente Lecco e Ghezzi risponde di avere già provato a contattare Alberto (Valsecchi), ma senza esito.
Da quanto sopra rappresentato emerge chiaramente il grado, impressionante e profondo, di penetrazione della criminalità organizzata calabrese nell'amministrazione della res publica. I calabresi possono fare affidamento su una rete di rapporti vasta, risalente e in grado di assicurare ogni tipo di favori: dagli appalti, alla pubblica sicurezza, alla politica in senso stretto.
Tale complessa e fittissima rete di relazione politiche, professionali, economiche, amministrative e, in generale, di pubbliche relazioni costituisce il «capitale sociale» dell'organizzazione criminosa, in quanto consente a vari gruppi criminali facenti capo alla 'ndrangheta una formidabile capacità di penetrazione nei gangli della società civile.
L'aspetto di grande insidia legato alla esistenza di queste relazioni è la difficoltà di dare ad esse una connotazione in termini penalistici e incriminatori.
Invero, come si è osservato nelle premesse generali, fatti salvi i casi di compenetrazione organica, molto spesso ci si trova al cospetto di vincoli di «occasione», che non permettono l'attribuzione al soggetto «esterno» della qualifica di associato. Al contempo, il soggetto esterno svolge, per lo più, attività intrinsecamente lecite e quindi non autonomamente punibili.
Quindi, il risultato quasi paradossale è che uno degli aspetti di maggiore pericolosità del fenomeno criminale mafioso sfugge a ogni tipo di sanzione penale.
Particolarmente delicato è il ruolo di Strangio come «distributore» dei lavori svolti da Perego entro la «comunità» calabrese. Si è già visto che uno degli scopi per i quali ha senso, per l'organizzazione criminale, assumere il controllo di un'azienda delle dimensioni del gruppo Perego è quello di poter ripartire le commesse di lavoro secondo il consueto metodo della «chiamata» e della ripartizione tra «famiglie».
Rispetto a quanto di solito accade in Lombardia, nella vicenda del gruppo Perego si fa un passo in più.
Normalmente - se si può parlare di normalità di fronte a fenomeni di questo tipo - l'imprenditore accorda gli appalti secondo
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le disposizioni che gli vengono impartite sotto la pressione intimidatrice della presenza mafiosa o anche in accordo con la stessa.
Qui, con Strangio, la 'ndrangheta è direttamente dentro l'impresa, con la conseguenza che è un rappresentante della organizzazione stessa a gestire in prima persona i lavori.
Naturalmente, ciò è avvenuto con la compiacenza dell'imprenditore formale Ivano Perego il quale, dismettendo consapevolmente i suoi poteri decisionali in favore di Pavone e di Strangio, ha consentito che la Perego General Contractor Srl divenisse una sorta di anomala «stazione appaltante» a beneficio della 'ndrangheta.
È questa la ragione per cui i calabresi non hanno bisogno di atti di intimidazione per ottenere lavoro, in quanto sono loro stessi che se lo danno.
Tale situazione determina un passaggio qualitativo degno di notevole allarme, in quanto registra l'avvenuta simbiosi tra impresa e mafia, un risultato sovente temuto come futuristica prospettiva da contrastare, ma che, invece, si scopre già totalmente in essere.
Questo dato, per contro e come si è visto, porta il livello del possibile conflitto su un piano più alto e interno stesso alla struttura mafiosa: quello del rispetto - da parte del mafioso espressione di una certa famiglia - dei criteri di ripartizione a tutela degli interessi delle altre cosche.
Al di là degli equilibri di potere tra i vari clan mafiosi che ruotano intorno alla Perego, vi sono poi i numerosi «padroncini calabresi», che lavorano per la società e dipendono dalla stessa. E si tratta di ben centocinquanta famiglie calabresi, come afferma lo stesso Strangio.
Ancora, Strangio - parlando con Mario Polito (suo uomo nel «Locale» di Erba) all'interno della sua abitazione in via Due Palme, 67 a Desio, il 25 aprile 2009 (n. 1159) - rivela un altro dato preoccupante e cioè che l'intera struttura criminale calabrese (la Jonica, la Piana, cioè Gioia Tauro, Crotone, ecc..) dava ormai per scontato il fatto che la Perego sarebbe stata aggiudicataria di appalti «Expo». E a tale proposito Strangio contesta il comportamento di Varca il quale, in un momento così delicato per i futuri appalti, creava problemi e confusione, con il rischio di azioni repressive da parte della magistratura.
Tuttavia, nonostante tali grandiosi progetti, verso la metà del 2009, si assiste a un lento processo di allontanamento dalla Perego di Strangio, il quale viene, dapprima, avvicendato con Giuseppe Romeo, e infine sostituito - nella posizione di referente 'ndranghetista - da Rocco Cristello, soggetto di riferimento del «locale» di Mariano Comense. In questa fase - assai pericolosa e che provocherà non pochi sussulti - Pavone e Perego cercano di contenere la reazione di Strangio, convincendolo di una generale situazione di difficoltà. Poi, quando le cose prendono una brutta piega, i due si appoggiano all'autorevolezza mafiosa di Cristello, il quale garantisce loro la sua copertura.
Una delle ragioni che accelera questo spostamento di potere è la diffusione della voce che Strangio sarebbe indagato per mafia e, contemporaneamente, coinvolto in appalti per «Expo». Tale situazione danneggia evidentemente la Perego, la quale teme di essere coinvolta nei guai - veri o presunti - di Salvatore Strangio.
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Strangio, ovviamente, reagisce in modo molto negativo alla novità, allo scopo sia di mantenere il bastone del comando, sia di tutelare i suoi intensi rapporti economici con Sad Building, posto che un eventuale fallimento del gruppo Perego avrebbe travolto anche la società (dichiaratamente) di Strangio.
Superata la vicenda, con il ricevimento di notizie dai suoi amici calabresi sull'inesistenza di procedimenti penali in corso, Strangio cerca di rientrare nella Perego, ma inutilmente, a causa della presenza di Rocco Cristello che, in data 23 settembre 2009, comunica a lui e al suo fido Pasquale Nocera il licenziamento dalla società.
Lo scopo di Rocco Cristello era quello di impadronirsi delle quote societarie della Perego e delle sue controllate, tanto che, a fine dell'anno 2009, diviene socio della Pharaon Group Srl, tramite la fiduciaria Comitalia e il suo mandatario Fabrizio Brusadelli. L'obiettivo di tale operazione era quello di entrare nella compagine sociale del nuovo grande gruppo industriale, che sarebbe dovuto nascere dall'ingresso dei nuovi asseriti capitali portati da Pavone nella Cosbau Spa e dalla successiva fusione con quel che rimaneva di buono in Perego. Tale circostanza è confermata dalla presenza di Brusadelli in Trento durante le riunioni per Cosbau, presenza altrimenti assolutamente ingiustificata.
I movimenti per rendere effettivo il passaggio delle quote sociali, volto a portare Rocco Cristello e il «locale» di Mariano Comense nella Cosbau, cominciano il 16 novembre 2009 e proseguono fino ai primi di dicembre.
L'operazione non è andata in porto, a seguito della scoperta falsità del titolo prodotto dalla Pharaon Group Srl per l'aumento di capitale della Cosbau Spa, cui ha fatto seguito in data 21 dicembre 2009 il fallimento della Perego General Contractor Srl, dichiarato dal tribunale di Lecco.
Nel frattempo, le iniziative volte a stabilizzare i nuovi equilibri all'interno della Perego proseguivano.
Si trattava, soprattutto, di pagare i debiti della società, compito questo affidato a Andrea Pavone il quale, con la mediazione di Brusadelli, consegnava in pagamento cambiali e assegni, per i quali iniziava la solita trafila delle coperture e scoperture. La cosa infastidiva Cristello il quale, da un lato, meditava di dare una lezione a Pavone e, dall'altro, continuava a proteggerlo verso terzi creditori calabresi.
Invero, Andrea Pavone, il quale aveva patrocinato l'ingresso di Rocco Cristello nella Perego, lo giustificava con lo Strangio per l'esigenza di ripagare vecchi debiti personali (circa 500 mila euro) verso quella famiglia, debiti a proposito dei quali Pavone aveva già ampiamente espresso i suoi timori a Strangio, ben sapendo con chi avesse a che fare. Peraltro, secco e deciso è il giudizio negativo di Strangio sulla persona di Rocco Cristello, il quale viene paragonato - in negativo - al noto e autorevole cugino ucciso.
Nonostante tali giudizi negativi, vi sono una serie di incontri tra Cristello e Strangio, volti ad appianare i contrasti e le pendenze economiche tra quest'ultimo e la Perego, posto che è in questa sede, e non in tribunale, che Strangio cerca soddisfazione per le sue pretese.
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Inoltre, Strangio medita delle violente azioni ritorsive nei confronti di Pavone, accusato di averlo tradito e di non pagare i debiti della Perego verso la Sad Building Srl.
Deve essere sottolineato il fatto che - in pura logica mafiosa di controllo del territorio - Strangio si adoperava per capire se vi era il via libera per tale azione, in quanto un atto nei confronti di Pavone poteva implicare anche la messa in discussione dell'autorità del suo protettore, Rocco Cristello.
La successione degli eventi dimostra anche un ulteriore ruolo che Cristello è chiamato a svolgere per la Perego. Il gruppo - come noto - era fortemente indebitato e questa situazione rendeva impossibile il pagamento di molti padroncini calabresi. Così come Strangio non era stato saldato per i lavori fatti dalla Sad, la stessa cosa era accaduta con gli altri. E, anzi, proprio all'azione di controllo di questi creditori si riferisce Strangio, lamentando il trattamento riservatogli, nonostante quanto lui avesse fatto per il salvataggio della società. Tuttavia, è chiaro che l'inadempimento contrattuale, con personaggi di un certo tipo, non è consentito. Comunque, Strangio pretendeva da Pavone il pagamento di quanto maturato verso la Perego.
Dopo il fallimento della Perego, cessata la protezione di Cristello Rocco, Strangio otteneva mano libera nei confronti di Andrea Pavone il quale, in data 23 febbraio 2010, veniva picchiato sotto casa sua, sequestrato e portato via in macchina da Strangio e da Nocera, riuscendo ad evitare una fine certa solo con uno stratagemma.
L'occasione ultima, che aveva scatenato l'ira di Salvatore Strangio, era stata determinata dal mancato pagamento da parte del Pavone di un fornitura di gomme, più volte sollecitata da Strangio.
Tale vicenda - che vedeva Pavone molto scosso piangere al telefono con Fabrizio Brusadelli, al quale nella conversazione telefonica del 15 febbraio 2010 (ore 10,44, n. 5307) riferiva di essere stato riempito di botte, inducendolo a cercare affannosamente la liquidità necessaria a pagare i crediti dello Strangio - lasciava del tutto indifferenti gli altri sodali.
Il commento del Brusadelli con Cristello Rocco è contenuto nell'espressione: «non sono abituati a ste' cose..».
In pratica, essendo il Pavone un pugliese e non un calabrese, non era abituato a tale tipo di trattamento, ciò che rivela una fondamentale condivisione e familiarità con i metodi violenti, tipici della 'ndrangheta.
D'altronde, lo stesso Rocco Cristello non si è commosso certamente per Pavone, né ha reagito in alcun modo con Strangio e Nocera, con i quali anzi ha ripreso i contatti. La conclusione è che, in quegli ambienti, è del tutto normale che, tira e tira la corda, si fa la fine di Pavone. È nella natura delle cose. E, con quest'ultima notazione, di carattere sociale e ambientale, si chiude il cerchio sulla vicenda del gruppo Perego.

2. 5 - La gestione dei rifiuti da parte dell'impresa mafiosa

A questo punto occorre passare all'esame delle conseguenze rivenienti dal fatto che un'impresa mafiosa si occupi in prima persona dell'attività di smaltimento dei rifiuti.


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Esclusa la possibilità e l'interesse a smaltire i rifiuti speciali del movimento terra a prezzi di mercato, la soluzione escogitata per rendere fruttuoso il lavoro è stata quella di violare tutte le norme relative al recupero e allo smaltimento dei rifiuti.
Pertanto, i materiali di demolizione invece di essere selezionati e smaltiti secondo quanto previsto, venivano triturati alla rinfusa e abbandonati in luoghi abusivi.
Presso la procura di Como è pendente un procedimento relativo a reati ambientali, nei confronti degli amministratori della Perego, ai quali è stata contestata la illecita gestione di ben 2.025.336 chilogrammi di rifiuti, di cui 689.160 chilogrammi provenienti dal cantiere di Canzo (Perego Strade Srl) e 1.336.176 chilogrammi dal cantiere di Bellinzona (sempre Perego Strade Srl), con una frequenza nei viaggi largamente superiore alla media (alcuni autisti risultavano aver effettuato fino a 4 viaggi al giorno con una percorrenza di 85 chilometri ciascuno con destinazione ignota).
Inoltre, presso il cantiere di Bellinzona, le indagini hanno rilevato la presenza di amianto.
In data 28 giugno 2012 la procura della Repubblica presso il tribunale di Como ha comunicato a questa Commissione (doc. 1316/1) che gli atti relativi al suddetto procedimento sono stati trasmessi alla procura della Repubblica in Milano per competenza funzionale, ai sensi dell'articolo 51, comma 3 bis, cpp e per connessione con il procedimento «Tenacia» (n. 47816/08 R.G.N.R. mod. 21).
Peraltro, vale ancora la pena di richiamare l'ordinanza del Gip di Milano nella quale vengono richiamate numerose deposizioni di dipendenti del gruppo Perego, da cui emergono le più disparate violazioni in materia di smaltimento dei rifiuti, che vanno dalla mancanza e/o dalla falsificazione dei formulari per il trasporto, ai carichi fuori norma dei camion sia per le quantità, che per la tipologia dei materiali trasportati.
Dalle sommarie informazioni dei dipendenti della Perego, indicati nell'ordinanza cautelare del Gip di Milano (Davide Gerace, Natale Luzza, Massimiliano Riva, Virnuccio Antonini, Giancarlo Tiseo, Sergio Spinelli, Antonino Riva, Mirko Folcio, La Porta), emerge che costoro accettavano di obbedire alle disposizioni illegali loro impartite da Ivano Perego, Salvatore Strangio e Tommy Ghezzi, trovandosi sotto scacco di una riduzione dell'orario di lavoro o del licenziamento, a causa delle difficoltà che attraversava la Perego Strade Srl.
Ciò precisato, i suddetti dipendenti hanno riferito in modo particolareggiato:
a) che ogni mattina alle ore 05:45 tutti gli autisti venivano riuniti nell'officina della sede della Perego Strade Srl in Cassago Brianza, via Fontana, n. 5, dove Ghezzi e Ivano Perego, li destinavano nei vari cantieri, indicando loro dove effettivamente conferire il materiale caricato;
b) che gli automezzi venivano caricati con un quantitativo di materiale superiore alla portata consentita, senza preoccuparsi delle eventuali contravvenzioni al codice della strada, sul presupposto che avrebbe provveduto la ditta a pagarle e a fare recuperare agli autisti le eventuali decurtazioni dei punti della patente. Si tratta di un dato
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che, come si è visto, è stato confermato dagli interventi richiesti dallo stesso Ghezzi all'ispettore della Polizia di Stato, Alberto Valsecchi e al comandante provinciale dei Carabinieri di Vercelli, il tenente colonnello Giuseppe Romeo, per far cessare i controlli della Polizia stradale sui camion della Perego ovvero per annullare le contravvenzioni elevate per il superamento dei limiti di carico dei camion.
c) che con lo stesso formulario venivano fatti più viaggi durante il giorno, circa 4 o 5;
d) che il trasporto della macerie veniva fatto senza formulario, ma solo con le bolle non numerate per uso interno;
e) che per i viaggi di macerie effettuati senza formulario veniva usata la strategia di coprirle con uno strato di terra e, in caso di controllo degli organi di polizia lungo il tragitto, l'ordine loro impartito era di dire che stavano trasportando terra di scavo;
f) che per i viaggi di macerie da demolizione effettuati con formulario non veniva rispettata la destinazione indicata sullo stesso, bensì quella diversa imposta dal Perego;
g) che spesso i formulari venivano predisposti per trasporti effettuati anche mesi prima e, dunque, i formulari erano totalmente falsi;
h) che gli smaltimenti delle movimentazioni terra e delle demolizioni venivano spessissimo portati in siti senza le preventive autorizzazioni;
i) che gli autotrasportatori dovevano indicare sui singoli rapportini codici diversi da quelli che in realtà avrebbero dovuto identificare i singoli rifiuti, sicché capitava che venisse indicato «terra», mentre si trattava di materiale di natura diversa;
j) che in tutti i cantieri della Perego, prima del 2007, lavoravano soltanto i mezzi della Perego - che peraltro aveva la disponibilità di molti escavatori - mentre dopo tale anno, venivano utilizzati mezzi che non appartenevano alla società. Anche tale circostanza, ampiamente sviluppata nel precedente capitolo, ha trovato pieno riscontro nell'attività investigativa svolta, che ha dato conto dell'intervenuta dismissione da parte della Perego, dopo il 2007, dei beni strumentali all'attività di movimento terra;
k) che, a partire dall'anno 2007, venivano impiegati per il trasporto numerosi «padroncini calabresi», che non erano mai gli stessi, poiché cambiavano quasi tutti i giorni (vi era cioè una rotazione tra gli stessi);
l) che la presenza dei «padroncini calabresi», i quali non erano alle dipendenze della Perego, superava di gran lunga i mezzi della Perego, pur se sui loro camion veniva apposto un cartello con indicato il logo della Perego;
m) che tra costoro vi erano Varca, Di Giovanni, Emtt di Novara e, tramite loro, arrivavano nei cantieri altre persone, chiamate non dai
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titolari della Perego ma dai vari Varca, Di Giovanni e da altre persone di tal genere;
n) che, per gli scavi del cantiere dell'ospedale Sant'Anna di Como, già destinati al sito della discarica di Carimate consorzio agrario, durante il tragitto i camion erano stati dirottati per altra destinazione sconosciuta;
o) che tra il materiale trasportato dal cantiere dell'ospedale Sant'Anna vi erano rifiuti inquinanti, in particolare, vi era la bentonite, che era stata caricata sui camion e poi ricoperta con terra di scavo normale, allo scopo di occultarne la qualità;
p) che, nell'occasione, i formulari contenevano soltanto il nome e cognome dell'autista, senz'altra indicazione quanto al materiale trasportato e alla destinazione dello stesso;
q) che in tutti i cantieri dove aveva lavorato la Perego, nel corso degli anni, venivano utilizzati per le opere di riempimento materiali fortemente inquinanti, come eternit, amianto e in genere materiali provenienti da demolizioni indifferenziate e quindi contenenti materiali di risulta di origine non controllata, anche pericolosa, senza il dovuto smaltimento così come prevede la legge;
r) che, in particolare, nel corso dei lavori per il rifacimento del tratto ferroviario Airuno-Usmate nello smantellamento della vecchia ferrovia erano state estratte le traversine dei binari, che contenevano amianto e che, dopo essere state accantonate per essere frantumate, viceversa, erano state prelevate, portate in un altro luogo, sempre sul tratto della ferrovia, e sotterrate;
s) che, pur rendendosi conto che veniva sotterrato materiale fortemente inquinante, materiale nocivo per la salute pubblica, nessuno dei dipendenti tradizionali della Perego ha mai fatto denunce di alcun tipo per non perdere il posto di lavoro.

Mirko Folcio ha aggiunto che, soprattutto nell'ultimo periodo, vedendo le facce di persone che mettevano paura, a maggior ragione si guardava bene di riferire a chicchessia, soprattutto alle autorità locali, quello che di fatto succedeva nei cantieri gestiti dalla Perego e, del resto, egli ha riconosciuto in fotografia, tra i padroncini calabresi presenti nella Perego, una serie di personaggi calabresi legati alla 'ndrangheta, quali, Belnome Antonino, Buttafuoco Vincenzo, Cristello Rocco, Cristello Umberto, Facchineri Rocco, Panaja Igino Antonio, Rizzo Carlo Antonio, Verderame Carmine, Nocera Pasquale e, naturalmente, Strangio Salvatore.
Quello che dice Folcio è di allarmante gravità. Secondo il testimone, gli scavi effettuati dalla Perego - la quale, si rammenti, ha lavorato in cantieri per la realizzazione di opere pubbliche di notevole importanza - sarebbero pieni di sostanze notoriamente inquinanti e pericolose come l'amianto.
Le dichiarazioni del Folcio sull'illecito smaltimento dei rifiuti da parte della Perego hanno trovato piena conferma nella nota trasmessa dal prefetto di Como in data 16 maggio 2011 (doc. 765/1), nella quale si riferisce che le indagini di polizia giudiziaria svolte a partire dal


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mese di settembre 2008, incentrate sulla società Perego Strade Srl, con sede in Cassago Brianza (LC) avevano permesso di individuare nell'area lariana quattro cantieri (ubicati, rispettivamente, nei comuni di Carimate, Lurago d'Erba, Montano Lucino e S. Fermo della Battaglia), che venivano utilizzati come discariche di materiale proveniente da altri siti, durante l'esecuzione di appalti pubblici e privati.
In particolare, gli accertamenti espletati sui formulari usati dalla predetta impresa per il trasporto di rifiuti da demolizione presso aziende che avrebbero dovuto ricevere le merci da smaltire, avevano permesso di acclarare che detti rifiuti (prodotti o prelevati da vari cantieri, siti principalmente in Lombardia) erano confluiti in realtà presso la ditta Perego, che aveva poi provveduto a riciclarli nei vari cantieri aperti, con conseguente, reiterata commissione di reati di falso in atto pubblico e traffico di rifiuti.
Invero, le indagini effettuate hanno consentito di appurare che tali rifiuti, dopo essere stati abusivamente triturati nel capannone di Cassago Brianza (LC), sono stati smaltiti, in luogo di materiali inerti, anche in cantieri ubicati nella provincia di Como e, più precisamente:
a) presso l'ex cava Porro della Unilegno Srl, in località Carimate (CO), come materiale di riempimento (opera privata);
b) in Lurago d'Erba (CO), come riempimento nella realizzazione del sottopasso lungo la strada statale n. 342 Briantea (opera pubblica);
c) in Montano Lucino (CO), come materiale di riempimento delle fondamenta nell'ambito della realizzazione del nuovo ospedale Sant'Anna (opera pubblica);
d) in San Fermo della Battaglia (CO), come sottofondo stradale nella realizzazione della viabilità a servizio del nuovo ospedale Sant'Anna (opera pubblica).

Alla luce della nota prefettizia, emerge che la Perego, con l'arrivo dei calabresi, aveva organizzato un vero e proprio traffico illecito di rifiuti, in quanto non solo smaltiva illecitamente i propri rifiuti, ma era destinataria di rifiuti provenienti da altre aziende del settore, che provvedeva a riciclare nei propri cantieri.

3 - Le attività di contrasto

Sull'attività di contrasto svolta nei confronti della 'ndrangheta, presente sul territorio, soprattutto nel movimento terra, si è soffermato il prefetto di Milano, dottor Gian Valerio Lombardi, nel corso delle audizioni del 20 luglio 2010 e del 28 aprile 2011e nelle relazioni depositate (docc. 517/1 e 722/1), riferendo di aver svolto anche un'intensa attività amministrativa, soprattutto grazie alla certificazione antimafia e a numerosi accessi nei cantieri, pari a oltre 120/130 accessi negli ultimi tre o quattro anni, che avevano portato alla sospensione di lavori e a interdittive tipiche e atipiche.
E così, ha proseguito il prefetto, alcuni mesi addietro erano stati fermati i lavori della metropolitana 5 di Milano - attività svolta dalla Lucchini Artoni Srl, con circa 300 dipendenti - perché nel segmento


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finale erano state trovate ditte calabresi collegate con la 'ndrangheta, sicché i lavori della metropolitana erano ripresi solo quando era intervenuta la prova certificata che tutte le 17 ditte erano state sostituite con altre «pulite».
Il dottor Lombardi nella relazione del 28 aprile 2011 (doc. 722/1) si è soffermato sulla strategia, subdola e strisciante, con la quale le organizzazioni criminali penetrano nel tessuto economico della regione.
Tale strategia prevede, infatti, una vera e propria specializzazione e ripartizione dei compiti, che vanno dall'adescamento dell'imprenditore in difficoltà all'offerta di consulenza sullo smaltimento, al reperimento della ditta di trasporto o di movimento terra idonea, all'autorizzazione o certificazione rilasciata da funzionari compiacenti, fino ad arrivare alla chiusura del ciclo con l'acquisto di cave o terreni dove interrare i rifiuti.
A loro volta Sergio Pascali, comandante provinciale dei Carabinieri di Milano e Piero Vincenti, comandante del Noe di Milano, nel corso delle loro audizioni (21 luglio 2010, 8 febbraio 2011 e 14 novembre 2011) hanno riferito in ordine a tecniche più sofisticate, rispetto a quella che porta a ditte chiaramente riconducibili a soggetti con dei precedenti specifici, posto che nelle ultime indagini di polizia giudiziaria non è emerso nulla nei confronti di soggetti quali l'amministratore unico o il rappresentante legale della ditta appaltatrice, trattandosi di persone al di fuori di ogni sospetto. Viceversa, solo dall'elenco dei soci è stato possibile risalire ad ambiti criminali di famiglie tradizionalmente organiche al crimine organizzato, in particolare alla 'ndrangheta.
Pertanto, si può affermare che si è in presenza di una fase ancora più evoluta rispetto anche al recente passato, posto che, sulla base del solo esame documentale, riesce difficile risalire all'organizzazione criminosa o al soggetto che opera dietro le quinte, sicché si rende necessario lo svolgimento di un'attività di indagine specifica, mediante le intercettazioni ambientali e i servizi di osservazione e di pedinamento.
Invero, le organizzazioni criminali sono state molto scaltre, in quanto si sono dimostrate lungimiranti anticipando l'attività di contrasto.
È accaduto che in alcuni determinati settori - primo tra tutti il recupero di materiali di risulta e il movimento terra, poi, la produzione e fornitura di calcestruzzo, la produzione e la fornitura di conglomerato bituminoso e il nolo dei mezzi - dopo l'espletamento di regolare gara di appalto e l'aggiudicazione a una ditta milanese pulita o a una holding di imprese, che effettuano grandi lavori, si sono inserite nei successivi contratti di subappalto numerose ditte deputate allo svolgimento di specifiche attività tecniche, senza che sia possibile ricondurle con immediatezza a sodalizi criminosi, in quanto dalla figura dell'amministratore unico e, a volte, anche dallo stesso elenco costitutivo dei soci non emerge granché, non essendo noto se si tratta di soci effettivi o di prestanome ovvero se le quote sociali, nel frattempo, siano passate di mano.
A questo punto, l'unica modalità operativa per scoprire coloro che effettivamente operano nei subappalti è il continuo scambio di
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informazioni tra tutti gli operatori, a partire dal vigile urbano che eleva una contravvenzione a carico del conducente di un automezzo che è entrato in un cantiere, perché era fuori peso o non aveva i documenti in regola per l'intervento nel cantiere.
In pratica qualunque irregolarità venga riscontrata dovrebbe essere segnalata anche ai Carabinieri del Noe.
Invero, come già accade in Calabria nei lavori autostradali, solo con i controlli sul cantiere si individuano i conduttori dei mezzi, si risale alla proprietà di questi e, mediante un approfondimento informativo, non solo in loco ma anche nei luoghi di origine dei soggetti, si riescono a individuare riscontri e collegamenti a supporto di quanto emerge dai dati documentali.
Certo - osserva questa Commissione d'inchiesta - sul piano della prevenzione cambia poco, a meno di non inasprire il regime sanzionatorio, introducendo sanzioni penali per gli illeciti di carattere amministrativo in cui oggi incorrono i conducenti degli automezzi che operano presso i cantieri ovvero più concretamente obbligando coloro che si aggiudicano un appalto o un subappalto a fornire idonea garanzia patrimoniale, anche a mezzo fideiussione, che tutti coloro che lavorano nella «filiera» del cantiere operino in modo corretto.
Quest'ultima soluzione appare come la più appropriata, in quanto coinvolge direttamente le ditte appaltatrici nel puntuale controllo di tutti coloro che operano nel cantiere e, quindi, li obbliga non solo a scelte preventive oculate, ma a intervenire ogni qual volta verifichino situazioni «a rischio».
Anche se, come è emerso dalle indagini svolte nell'operazione «Infinito», da solo tale sistema non appare sufficiente, se non accompagnato da un costante controllo del territorio da parte delle forze dell'ordine, alla luce della presenza massiccia dei calabresi.
In particolare, il comandante provinciale dei Carabinieri di Milano ha riferito che le indagini hanno consentito di individuare i soggetti titolari di imprese che operano nei settori sopra indicati e hanno fatto emergere che i calabresi sono stati lungimiranti, posto che dal monitoraggio effettuato è risultato che le ditte riconducibili ai calabresi che operano nei quattro settori indicati rappresentano più del 70 per cento di tutte le ditte che operano in quei settori in Lombardia.
L'indagine anzidetta, condotta dal gruppo dei Carabinieri di Monza - che ha dato luogo all'emissione di 154 ordinanze di custodia cautelare e, successivamente, a numerose sentenze di condanna in primo grado del tribunale di Milano - ha consentito di far emergere numerosi contatti con soggetti affiliati a sodalizi criminosi che gestiscono imprese per il movimento terra.
In tale contesto, sono stati accertati numerosi reati connessi:
a) alla falsa indicazione dei quantitativi di materiali trasportati;
b) alla falsa indicazione della composizione di quanto estratto;
c) allo smaltimento in cave non autorizzate;
d) alla falsa certificazione rilasciata dai gestori di cave autorizzate a ricevere materiale, che pur certificando l'avvenuta ricezione dello stesso, non lo avevano mai ricevuto, posto che è emerso che il
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materiale anzidetto era stato utilizzato per varie attività di riempimento, anche di grandi opere.

In particolare, sul punto si è soffermato il comandante Sergio Pascali, il quale nel corso dell'audizione dell'8 febbraio 2011 ha ribadito quanto emerge dalle indagini di polizia giudiziaria e cioè l'ingerenza diffusa delle famiglie calabresi nel movimento terra, significando che «il movimento terra», «l'affitto dei mezzi», «la produzione e fornitura di calcestruzzo» e «la produzione e fornitura di conglomerato bituminoso» costituiscono l'oggetto principale delle imprese che fanno capo alle famiglie calabresi dei Barbaro, dei Papalia e dei Mussitano, i quali ricevono in subappalto tale attività dalle grandi imprese o associazioni o consorzi di imprese, che si aggiudicano le grandi opere.
Le suddette famiglie - come si è più volte rilevato - operano non direttamente, ma attraverso persone di fiducia, legate loro da rapporti parentali o di affari; fatto sta che i due terzi delle imprese che lavorano nei settori anzidetti sono riconducibili a soggetti calabresi.
Accade così che, in presenza di grandi opere, ogni qualvolta vengono esaminati i subappalti connessi a una grande opera, ci si imbatte in società e/o in ditte subappaltatrici, i cui legali rappresentanti di norma sono «persone pulite».
Invero, solo mediante l'esame degli atti costitutivi delle società e/o di coloro che effettivamente operano nei cantieri si scopre che i soggetti di riferimento delle suddette imprese sono famiglie calabresi che fanno capo alla 'ndrangheta ed è dalle modalità operative di tali soggetti che emergono evidenti i loro collegamenti mafiosi.
In effetti, nello specifico settore del movimento terra, collegato ai grossi lavori dell'Expo 2015 e ai numerosi cantieri aperti in Milano e nell'hinterland, le indagini svolte seguendo il tragitto dei molti camion che effettuano il trasporto hanno permesso di appurare che la destinazione finale dei rifiuti da sbancamento era diversa da quella prevista nei documenti di viaggio, che erano formalmente corretti.
La falsità dei documenti di viaggio è emersa aliunde e cioè incrociando i dati documentali con quelli risultanti dai telepass, che hanno dato conto dell'effettivo percorso dei camion, guidati dai loro «padroncini», dati dai quali è emersa la presenza dei camion, nello stesso giorno, in zone molto distanti da quelle riportate nel documenti ufficiali.
Si è così scoperto che materiali impermeati di sostanze nocive sono stati destinati come terra normale nelle cave individuate nelle province di Milano, Monza, Varese, Lecco, Lodi e Pavia.
Il comandante del Noe di Milano, Piero Vincenti, nel corso dell'audizione del 21 luglio 2010, si è soffermato su una tecnica operativa del nucleo, in sede di indagini, costituita dal controllo dei formulari perché molto spesso i conducenti dei camion falsificano il documento di trasporto, sicché, a corollario dei reati satellite loro addebitabili, vi è anche una falsificazione documentale specifica.
Si verifica molto spesso che il tragitto dichiarato e la destinazione finale non sono quelli reali, sicché l'attività tecnica a cui si fa riferimento è anche quella del pedinamento dei camion dal sito di


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partenza sino a quello di stoccaggio e ciò comporta un notevole impegno investigativo.
Tuttavia, solo in tal modo, è stato possibile verificare che, di frequente, durante il tragitto sono state effettuate delle deviazioni con un alleggerimento del carico, materiali pericolosi, in siti ovviamente non censiti, tombando di fatto il rifiuto e non facendolo più reperire.
La messa in funzione del Sistri (Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti) sarebbe di grande aiuto, alla luce del controllo «da remoto» che è possibile fare via Gps del percorso del rifiuto sui vari mezzi censiti. Non v'è dubbio, infatti, che la lotta alla criminalità risulterebbe fortemente incentivata se si passasse dall'attuale sistema cartaceo - imperniato sui tre documenti costituiti dal formulario di identificazione dei rifiuti, registro di carico e scarico, modello unico di dichiarazione ambientale (Mud) - a soluzioni tecnologiche avanzate in grado, da un lato, di semplificare le procedure e gli adempimenti con una riduzione dei costi sostenuti dalle imprese e, dall'altro, di gestire in modo innovativo e più efficiente, e in tempo reale, un processo complesso e variegato che comprende tutta la filiera dei rifiuti, con garanzie di maggiore trasparenza e conoscenza.
Infine, il comandante Pascali, nel corso dell'audizione dell'8 febbraio 2011, ha precisato che, in fatto, non è possibile eliminare il subappalto per una serie di motivi tecnici: il calcestruzzo deve essere prodotto in loco, in quanto dal momento della produzione a quello della sua collocazione sul sito non deve trascorrere un tempo superiore a venticinque minuti. Questo significa che necessariamente le holding, quali Impregilo-Astaldi, devono ricorrere a subappaltatori, a meno che non realizzino - e questo sarebbe un nuovo strumento - in ogni cantiere e in ogni ambiente delle apparecchiature per l'impianto e per la produzione di calcestruzzo e di conglomerato bituminoso. Quest'ultima soluzione potrebbe essere imposta quanto meno al consorzio di imprese e alle grosse holding.
Per quanto riguarda il materiale e l'affitto dei mezzi, è evidente che è molto meno dispendioso servirsi di mezzi e di imprese locali, che non pagare le missioni al personale di società che hanno sede sociale in località molto distanti da quelle in cui operano i vari cantieri.
Dunque, si tratta di una questione economica, che rende conveniente alle grosse holding di affidare i subappalti a tali imprese e - ha ribadito il comandante Pascali - va dato atto che i calabresi sono stati lungimiranti perché si sono mossi in questo settore abbastanza bene.
In conclusione, sul punto, pur applicando ai subappalti le stesse regole dell'appalto in tema di certificazione antimafia, l'esperienza dimostra che non è possibile prescindere da un controllo costante, dentro e fuori il cantiere, degli automezzi usati per il movimento terra.
In Lombardia il ciclo illegale dei rifiuti in molti casi si coniuga con il ciclo illegale del cemento; non a caso le grandi discariche abusive e i siti di smaltimento finale vengono collocati nei luoghi delle escavazioni abusive, nei cantieri di opere pubbliche in cui si infiltrano soggetti criminali e nelle aree sottoposte a bonifica.
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4 - Le altre indagini

Nella Lombardia non è solo presente la criminalità organizzata, soprattutto la 'ndrangheta, ma vi è anche una criminalità puramente imprenditoriale più o meno organizzata, costituita da una rete di piccoli e grandi imprenditori senza scrupoli, a volte artefici, a volte complici di reati ambientali.
Questo tipo di criminalità, pur non trafficando stupefacenti o armi, non disdegna forme più subdole di violenza e si avvale, se possibile, di connivenze e complicità in tutti gli ambiti, anche in politica. I suoi profitti hanno origine nel gran mercato delle cave, in quello edile o del movimento terra e, partendo da questi settori, a volte, è anche capace di espandersi nel mercato dello smaltimento illegale dei rifiuti.
Alessandro Marangoni, questore di Milano, nel corso dell'audizione del 27 marzo 2012, ha parlato delle più importanti operazioni di polizia svolte negli ultimi anni, quale quella della Lombarda Petroli, che ha visto lo sversamento nel fiume Lambro, il 23 febbraio 2010, di una enorme quantità di idrocarburi, con l'inquinamento del Po e del mare Adriatico e il conseguente danno ambientale. L'attività investigativa avviata, soprattutto da parte del Noe dei Carabinieri di Monza con la sezione di polizia giudiziaria, ha consentito di individuare che l'atto di sversamento fu determinato dall'intendimento di nascondere all'Agenzia delle dogane ammanchi di prodotti petroliferi accumulati nel tempo, in funzione della dismissione dell'intero impianto prevista per il mese di giugno 2010. Questa dissennata opera di sversamento e tutto quello che ne è conseguito era stata fatta, quindi, prevalentemente ed essenzialmente per poter coprire tali ammanchi, posto che la società possedeva una quantità di idrocarburi eccessiva rispetto ai dati ufficiali.
Per la Lombarda Petroli proprio nel mese di febbraio del 2012 la procura della Repubblica di Monza ha chiesto il rinvio a giudizio del presidente, del legale rappresentate, di un consigliere, del responsabile tecnico e di ulteriori quattro persone proprio per sottrazione di accisa, disastro doloso, falsità ideologica, truffa aggravata, tutti reati connessi a questo fatto particolare.
Nel contesto di cui si tratta, il secondo fatto che si è verificato il 4 novembre 2010 a Paderno Dugnano, quando vi fu una grossa esplosione presso una società riconducibile a Giovanni Merlino, nel capannone in cui erano stoccati materiali combustibili e rifiuti pericolosi.
L'esplosione causò la morte immediata di tre operai, mentre un quarto operaio morì alcuni giorni dopo.
Le attività investigative svolte hanno consentito di escludere responsabilità in capo a soggetti inseriti in consorterie criminali, attribuendola, principalmente, alla pessima gestione dell'impianto da parte del Merlino, il quale, peraltro, miscelava illecitamente rifiuti di differente natura, senza essere in possesso delle necessarie autorizzazioni.


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Nel mese di novembre 2011, è stata emessa un'ordinanza di custodia cautelare a carico del Merlino per traffico di rifiuti, omicidio colposo e delitti colposi di danno e di incendio.
Altra notizia riguarda l'indagine sul movimento terra sviluppata quattro o cinque anni fa dalla procura della Repubblica di Milano in relazione a un'articolata organizzazione criminale dedita al traffico illecito di rifiuti riconducibili a vario titolo ad aziende operanti nel campo dello smaltimento dei rifiuti speciali, provenienti da cantieri edili di Milano, di Sesto San Giovanni e di Paderno Dugnano.
Mentre nella precedente vicenda ci si trovava di fronte a una pessima gestione della capacità di maneggiare o di miscelare illecitamente rifiuti di diversa natura, qui invece operava un'organizzazione criminale che agiva attraverso la sistematica derubricazione del rifiuto nel corso del suo trasferimento e cioè a partire dal cantiere edile in cui veniva caricato sugli automezzi, nel corso del tragitto e fino al sito di destinazione, quindi all'impianto di recupero e smaltimento.
È accaduto che, con abili manipolazioni cartacee, apportate sia dai titolari delle società di trasporto, sia dagli stessi autisti degli automezzi, materiali già classificati come rifiuti speciali diventassero semplice terra non inquinante, utilizzabile nel ripristino delle cave dismesse.
L'operazione, condotta dall'Arma dei Carabinieri ha consentito di accertare le responsabilità in capo a vari soggetti riconducibili alla criminalità calabrese.
Vi è poi la vicenda dell'area ex Sisas in Pioltello-Rodano, inclusa nell'elenco dei siti di bonifica di interesse nazionale. Nel 2004 il Ministero dell'ambiente autorizzava l'avvio di lavori relativi a questo progetto di bonifica e approvava un progetto di variante del 2009 che prevedeva lo smaltimento di tutto il «nerofumo» contenuto nelle discariche di impianti autorizzati.
La società di servizi industriali aggiudicataria del primo appalto, di circa 143 milioni di euro, nel mese di gennaio presentava agli enti componenti il piano attuativo, in cui si confermava la classificazione dei rifiuti e la presenza, tra gli stessi, di quelli classificati con certificazione nerofumo.
Con successiva ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri veniva nominato un commissario delegato, nella persona dell'avvocato Luigi Pelaggi, per l'esecuzione di necessarie iniziative finalizzate alla prosecuzione e al completamento delle attività di bonifica. Lo stesso avvocato Pelaggi approntava e redigeva una relazione in cui illustrava lo stato di fatto dell'ex area Sisas e delle operazioni di bonifica, che avrebbero dovuto essere adottate dalla nuova società aggiudicatrice dell'appalto.
In effetti, l'ufficio del commissario delegato, a conclusione della procedura di gara ristretta e accelerata per l'affidamento del servizio di bonifica dell'area, aggiudicava l'appalto alla società Daneco Impianti, capogruppo mandataria di associazione temporanea di imprese costituita con Innovambiente Puglia, che era la mandante, per l'importo complessivo su base d'asta di 35 milioni di euro.
Il commissario delegato autorizzava così l'avvio dei lavori di bonifica dell'area ex Sisas e, in via provvisoria, per ragioni d'urgenza, l'intervento di messa in sicurezza e rimozione del nerofumo. La
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Daneco Impianti chiedeva di poter attribuire i codici ai rifiuti direttamente scavati, di cui aveva già avviato lo smaltimento, in relazione alla conclusione di tutta l'attività che doveva svolgere.
Tuttavia, le modalità della bonifica dell'area ex Sisas hanno provocato una inchiesta della procura di Milano, tuttora in corso, che ha portato all'iscrizione nel registro degli indagati per corruzione il commissario delegato e i vertici della Daneco. Peraltro, sono state effettuate delle perquisizioni presso il Ministero dell'ambiente per l'acquisizione di documenti utili alle indagini.
Altra attività di indagine riguarda lo smaltimento rifiuti posto in essere dalla società Lucchini Artoni Srl. Nel corso del 2010, il nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano ha eseguito una serie di accertamenti volti a verificare la corretta procedura dell'operazione di bonifica dell'area Montecity-Rogoredo. Le indagini, caratterizzate dall'acquisizione di copiosa documentazione amministrativo-contabile, hanno visto anche accertamenti idrogeologici sui terreni di pertinenza condotti dai consulenti del pubblico ministero e dall'Arpa, che hanno posto in evidenza l'inquinamento oltre che dei terreni, anche della falda acquifera sottostante, con superamento dei limiti di legge di alcune sostanze pericolose per l'ambiente e la salute, tra cui alcune cancerogene.
L'attività posta in essere a metà del 2010 ha portato al sequestro preventivo dell'area per circa un milione di metri quadri. Il valore stimato sul mercato è di oltre un miliardo di euro. Le indagini di polizia giudiziaria e della Guardia di finanza e della polizia provinciale sono tuttora in corso.
Una ulteriore conferma del quadro secondo cui la Lombardia si rivela un laboratorio di affari illeciti nel campo dei rifiuti, a prescindere anche dalla presenza della criminalità organizzata, è emerso nell'ambito dell'inchiesta «Dirty Energy», promossa dalla procura della Repubblica di Pavia che, il 12 novembre 2010, ha portato all'arresto di sette persone, al sequestro di 40 automezzi e di un grande inceneritore di biomasse.
L'impianto, appartenente alla Riso Scotti Energia Spa, era stato progettato per la produzione di energia elettrica e calore mediante la combustione di fonti rinnovabili, quali la lolla di riso, il cippato di legno e altre biomasse e godeva di pubbliche sovvenzioni.
Viceversa, secondo l'accusa della procura pavese, sono stati smaltiti illegalmente oltre 40 mila tonnellate di veri e propri rifiuti speciali provenienti, non solo, da diversi impianti di trattamento dislocati in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana e Puglia, ma anche, dalla raccolta urbana, dall'industria e da altre attività commerciali.
In particolare, all'interno dell'impianto, la lolla veniva frequentemente miscelata con polveri che provenivano dall'abbattimento dei fumi, fanghi, terre dello spazzamento strade e altri rifiuti conferiti da ditte esterne, divenendo così un vero e proprio rifiuto speciale, anche pericoloso, che non poteva più essere destinato alla produzione di energia pulita, ma doveva essere smaltito presso impianti esterni autorizzati.
Ciononostante, tale miscela tossica è stata venduta illecitamente non solo ad altri impianti di termovalorizzazione, ma anche a
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industrie di fabbricazione di pannelli in legno, ad aziende agricole e ad allevamenti zootecnici (pollame e suini), dislocati in Lombardia, Piemonte e Veneto, con un presunto giro d'affari stimato dagli investigatori in circa 30 milioni di euro, nel solo periodo 2007-2009 (27).
Il comandante regionale della Guardia di finanza, Renato Maria Russo, nel corso delle audizioni del 20 luglio 2010 e del 28 marzo 2012, ha riferito in ordine ad alcune operazioni di polizia giudiziaria nelle varie province della regione Lombardia, tutte relative a un traffico illecito di rifiuti, pur se non è emerso alcun coinvolgimento di sodalizi criminali nell'illecita gestione della filiera dei rifiuti.
Nell'operazione, denominata «Rottamopoli» (proc. pen. n. 3705/08) è stato individuato un sodalizio criminale - composto da diverse persone fisiche con il coinvolgimento anche di imprese commerciali insistenti sia sul territorio bergamasco, sia su quello calabrese - dedito all'annotazione in contabilità di rilevanti costi riferiti all'acquisto di rottami ferrosi da improbabili fornitori privati, successivamente regolati attraverso il sistematico ricorso a pagamenti in denaro contante.
Nella realtà, tale imputazione era strumentale al fine di dissimulare ingenti acquisti di materiale in «nero», di fatto proveniente da operatori professionali del settore (viste le enormi quantità), senza l'emissione di alcun documento giustificativo che ne attestasse l'origine, la provenienza, il quantitativo e il corrispettivo pagato.
Gli acquisti «in nero» dei rottami, che nel periodo 2004/2008 è stato pari a 122 milioni di euro, è avvenuto tramite società satelliti, appositamente costituite dagli indagati allo scopo di preservare le società utilizzatrici finali dei materiali ferrosi da eventuali indagini della Guardia di finanza, così gestendo un'ingente quantità di rifiuti di origine ignota e di qualità chimico-fisiche sconosciute, in violazione delle norme in materia ambientale (docc. 417/2 e 1152/1).
Per quanto riguarda tale procedimento, quello corrispondente al n. 375/08 a carico di Mazzoleni, Marigliano e altri, il dottor Giancarlo Mancusi, sostituto procuratore della Repubblica di Bergamo, nel corso dell'audizione del 27 marzo 2012, ha riferito che non vi è alcun dubbio che si tratti di rottami ferrosi (è stato disposto un sequestro con analisi e constatazione diretta dell'inquinamento dei rottami stessi) e che stava per essere celebrata la prima udienza preliminare.
Anche nell'altra inchiesta del tutto analoga alla precedente e denominata operazione «Metal Heaven» (proc. pen. n. 16313/08) con 29 inquisiti, vi sono stati ingenti conferimenti di rottami di origine e qualità ignote, negli anni 2005, 2006 e 2007, pari a oltre 4 mila tonnellate, con l'emissione di circa 7 mila autofatture (docc. 417/2 e 1152/1).
Il dottor Mancusi ha riferito che è in corso il dibattimento avanti al tribunale di Bergamo e che in tale procedimento penale non sono emersi collegamenti con la criminalità organizzata, se non in una fase assolutamente iniziale, quando cioè il principale imputato, Ongis - il titolare delle imprese poste sotto attenzione dalla Guardia di finanza



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- era stato destinatario di condotte estorsive da parte della 'ndrangheta. Peraltro, questa vicenda, di cui si è occupata la procura di Milano, ha portato alla condanna degli imputati.
Nella specie, è stato acclarato un meccanismo di false fatturazioni, volto a coprire gli acquisti in nero di rottami ferrosi per la loro successiva trattazione ed elaborazione, meccanismo nel quale si è inserita la 'ndrangheta, che ha costretto l'Ongis a incrementare il volume delle fatturazioni false per recare maggior profitto ai suoi estorsori, i quali si erano, dapprima, prestati al gioco con un giro di fatture false e poi, visto che l'attività era redditizia, hanno pensato di incrementarla. Questo è l'unico collegamento, che tuttavia non attiene direttamente al ciclo della trattazione dei rottami ferrosi per il quale si procede.
Ancora, il comandante Russo ha riferito che a Cazzago San Martino, in provincia di Brescia, la compagnia di Chiari nelle indagini svolte, a partire dal mese di luglio 2009, nei confronti dell'azienda Zincature Industriali Srl, che si occupa della procedura di zincatura, nitratura e cromatura dei prodotti industriali aveva appurato che la società provvedeva in modo sistematico ogni sabato, giorno di chiusura degli impianti, allo scarico nei terreni limitrofi di tutti i residui di lavorazione.
In particolare, i rifiuti liquidi scaricati nel terreno confluivano in un laghetto adiacente nel corpo di una vecchia cava.
Viceversa, il piano industriale prevedeva la depurazione integrale e il successivo riciclaggio delle acque utilizzate per il processo, ma questo non avveniva perché nelle vasche veniva immessa acqua già pulita, mentre quello che doveva essere riciclato e cioè i fluidi derivanti dai processi industriali del tipo zincatura venivano dirottati direttamente nel terreno.
La zona è stata immediatamente sequestrata, compresa l'azienda e l'impianto di zincatura, posto che dall'esame di questi scarichi sottoposti a sequestro effettuato dall'Arpa è emerso che i valori dei metalli pesanti superavano i limiti di legge e vi era la presenza di cromo, nichel, rame, azoto, cloruri e solfati.
Sulla scorta degli elementi sopra citati, la compagnia della Guardia di finanza di Chiari ha denunciato all'autorità giudiziaria i responsabili per le ipotesi di reato di cui agli all'articolo 137, comma 11, del decreto legislativo n. 152 del 2006 per lo scarico sul suolo di acque reflue di processi produttivi e agli artt. 334 e 349 c.p. e per avere modificato, in modo fraudolento lo stato dell'area sottoposta a sequestro, posto che i responsabili della società avevano provveduto, in data successiva al sequestro preventivo, a immettere nelle acque del laghetto sostanze chimiche catalizzarci delle sostanze inquinanti rilevate (cfr. docc. 417/2 e 1152/1).
Nel mese di febbraio 2011, la procura della Repubblica in Brescia delegava il Gico della Guardia di finanza a svolgere indagini nei confronti di numerosi soggetti ritenuti responsabili di violazioni alla normativa ambientale, con particolare riferimento al trasporto e al conseguente smaltimento di rifiuti presso siti non autorizzati (c.d. «operazione Macogna»).
Dalle indagini è emerso che gli indagati avevano proceduto alla escavazione non autorizzata di sabbia e ghiaia presso la cava
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Macogna, sita in Travagliato e Cazzago S. Martino (BS), quindi avevano trasportato e riversato abusivamente nella predetta cava terre e rocce da scavo provenienti da un cantiere edile di Mapello (BG).
I citati comportamenti configuravano violazioni alla normativa ambientale (artt. 256, 258 e 260 del decreto legislativo n. 152 del 2006), in quanto presso la cava in argomento non potevano avvenire escavazioni, né essere smaltiti rifiuti provenienti da altri siti; inoltre, il trasporto delle terre e delle rocce in questione dal cantiere di Mapello (BG), per un totale di circa 54 mila metri cubi di materiale, avveniva in assenza di qualunque tipo di autorizzazione. Si trattava di un'attività economica molto lucrosa, posto che dapprima l'azienda scavava e commerciava la ghiaia così prodotta; quindi, la riempiva con i rifiuti, guadagnando una seconda volta (cfr. doc. 1152/1).
Un'altra indagine di polizia giudiziaria, condotta nel dicembre 2011 dalla tenenza di Manerbio nel comparto dei «rifiuti da imballaggi», ha consentito di accertare la presenza, sul territorio della bassa-bresciana, di diverse aziende impegnate nella raccolta, nel recupero e nello smaltimento di bancali usati ritirati presso società che se ne erano disfatte, senza le autorizzazioni previste in materia di gestione di rifiuti dal testo unico ambientale (decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152) e in particolare dagli artt. 208 e seguenti.
Ancora, nel secondo semestre 2010, nel territorio del comune di Goito (MN), la compagnia di Mantova ha proceduto al sequestro di circa 2 tonnellate di sostanza maleodorante, depositata su un terreno privato per il successivo smaltimento.
Il materiale, inizialmente esaminato dai tecnici Arpa intervenuti sul posto, è stato successivamente classificato come rifiuto, mentre le ulteriori analisi chimiche hanno consentito di classificare la sostanza in parola come «gesso di defecazione» proveniente dalla lavorazione di pelli e dalla produzione di fertilizzanti.
L'attività operativa si è conclusa con il deferimento alla locale autorità giudiziaria di tre persone, per la violazione di cui all'articolo 256, comma 1, del decreto legislativo n. 152 del 2006.
Nel mese di gennaio 2011, nel territorio del comune di Monzambano (MN), frazione Castellaro Lagusello, la compagnia della Guardia di finanza di Mantova ha individuato la presenza di un ingente cumulo di sostanza maleodorante, quantificabile in circa 450 quintali. I tecnici Arpa intervenuti sul posto hanno provveduto ad analizzare il materiale e a qualificarlo come «effluente di allevamento avicolo». L'attività operativa si è conclusa con il deferimento alla locale autorità giudiziaria di una persona per la violazione articolo 137, comma 14, del decreto legislativo n. 152 del 2006.
Nel triennio 2008/2010, a seguito di indagini di polizia giudiziaria, la tenenza di Castiglione delle Stiviere ha scoperto un traffico di rifiuti tossici pericolosi, verosimilmente prodotti da aziende del Nord Italia, che operavano nel settore della fabbricazione di tessuti in similpelle.
In una prima fase, sono stati sequestrati 644 fusti metallici da 200 litri ciascuno e un capannone industriale di circa 600 metri quadri, ubicato nel comune di Rodigo - frazione Rivalta sul Mincio (MN) e sono stati individuati due soggetti responsabili, denunciati all'autorità giudiziaria di Mantova per violazione degli artt. 256 (attività di gestione di rifiuti non autorizzati) e 260 (attività organizzate per il
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traffico illecito di rifiuti) del decreto legislativo n. 152 del 2006 (testo unico ambientale).
Nella seconda fase, è stata individuata, in località San Martino Buon Albergo (VR), un'azienda, poi, dichiarata fallita dal tribunale di Milano nel 2005, che avrebbe prodotto i rifiuti tossici sequestrati in Rodigo (MN). Sono stati denunciati ulteriori quattro soggetti ritenuti responsabili dell'illecito smaltimento dei suddetti rifiuti e sono stati rinvenuti ulteriori 539 fusti metallici pieni di rifiuti, del tutto simili a quelli rinvenuti nel mantovano.
Le indagini sono seguite dalla procura della Repubblica presso il tribunale Mantova e dalla procura della Repubblica di S. Maria Capua Vetere.
L'amministrazione comunale di Rodigo (MN), autorizzata dall'autorità giudiziaria, ha recentemente concluso la procedura di assegnazione dell'appalto relativo ai lavori di smaltimento dei rifiuti tossici stoccati presso il capannone di Rivalta sul Mincio (MN). Ad oggi tale bonifica non è stata ancora ultimata e non si è a conoscenza dell'avvio di analoghe procedure poste in essere da parte della proprietà dell'immobile ubicato nel comune di San Martino Buon Albergo (VR).
Il comandante Russo ha sottolineato, nel corso dell'audizione del 28 marzo 2012, che quelle coinvolte nelle attività illecite oggetto delle indagini della Guardia di finanza sono imprese lombarde e che, a parte i reati di tipo ambientale, con i loro comportamenti criminosi pongono fuori mercato le aziende del settore che si comportano lecitamente, in quanto - a differenza di queste ultime - sono in grado di abbattere i costi.
Inoltre, merita di essere sottolineata la circostanza che, al di fuori dell'ipotesi delittuosa di cui all'articolo 260 del decreto legislativo n. 152 del 2006 (traffico di rifiuti), reati così gravi sotto il profilo del danno ambientale non sono sanzionati in modo adeguato, ma rimangono per il nostro legislatore delle semplici contravvenzioni, punite con l'arresto fino a tre anni.
Tale sanzione palesemente esigua, unita al conseguente breve termine di prescrizione del reato (anni quattro, mesi sei), non costituisce alcun deterrente alla reiterazione e/o all'emulazione di simili comportamenti criminosi, nella quasi certezza che, tenuto conto dei tempi del processo, la sanzione penale non arriverà in tempo a colpire i responsabili di questi reati.
A ciò aggiungasi che la recente riforma, introdotta con l'articolo 11 della legge 13 agosto 2010 n. 136, che ha modificato l'articolo 51, comma 3 bis, c.p.p. attribuendo alla direzione distrettuale antimafia la competenza a indagare sul traffico dei rifiuti, di cui all'articolo 260 decreto legislativo n. 152 del 2006, ha finito con il creare uno scollamento tra le indagini sui reati ambientali - che di per sé non sono ipotizzati dall'articolo 260 - e le indagini sull'organizzazione, ostacolando di fatto il travaso di notizie. Condivisibili appaiono, pertanto, le perplessità espresse sulla riforma dalla dottoressa Laura Cocucci, sostituto procuratore della Repubblica in Bergamo, nel corso dell'audizione del 27 marzo 2012.
Invero, le indagini sui reati ambientali nascono sul territorio ma, nelle ipotesi di traffico di rifiuti, la procura circondariale è costretta a «fermarsi» e a trasmettere gli atti alla procura distrettuale. In
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particolare, poiché il reato di cui all'articolo 260 consente le intercettazioni telefoniche e l'utilizzo di strumenti di indagine più significativi, succede che la trasmissione del fascicolo principale alla procura distrettuale finisce con il depotenziare le indagini sui reati ambientali, che non hanno il seguito che avrebbero potuto avere se il pubblico ministero - che è il titolare delle indagini e che magari è partito con la polizia giudiziaria in loco - avesse mantenuto tutto il fascicolo presso il proprio ufficio.
Un rilievo analogo è stato svolto dal dottor Simone Pizzotti, sostituto procuratore della Repubblica di Como, il quale, nel corso dell'audizione del 27 marzo 2012, ha posto in evidenza come il passaggio di competenza grava le direzioni distrettuali antimafia di un onere istruttorio ulteriore, rispetto ai carichi che già hanno per i reati per i quali tradizionalmente questi organi giudiziari inquirenti sono stati istituti.
Inoltre, dal punto di vista dell'istruttoria dei reati in tema di rifiuti, il dottor Pizzotti ha osservato che l'avvenuto trasferimento della competenza alla Dda ha finito con il far perdere quella maggiore «confidenza» o collaborazione che c'era sul territorio tra le singole forze di polizia e gli uffici del pubblico ministero presso ciascun tribunale.
Non v'è dubbio, infatti, che la presenza di un ufficio del pubblico ministero sul territorio crea un rapporto di più stretta collaborazione con le forze di polizia, che trasmettendo al magistrato inquirente la notitia criminis e cioè la presenza di un input sul territorio, che individui lo stoccaggio grosso o piccolo di rifiuti, soprattutto se pericolosi, sono in grado di ricevere risposte immediate.
Da ultimo, gli uffici giudiziari milanesi hanno inviato a questa Commissione d'inchiesta alcune recenti sentenze in materia di traffico di rifiuti, avvenuti anche con la complicità di funzionari corrotti, che hanno visto confluire presso discariche pubbliche rifiuti speciali, pericolosi e non, da tutte le regioni italiane, dal Piemonte alla Campania, mediane l'uso di formulari falsi e false analisi identificative.
In particolare, la sentenza del tribunale di Milano del 17 luglio 2008 (doc. 1012/5), la precedente sentenza in data 23 marzo 2006 del Gup dello stesso tribunale, in sede di giudizio abbreviato (doc. 1012/6) e la sentenza della Corte d'appello di Milano, in data 19 marzo 2009 (doc. 1076/1), che ha confermato la sentenza del Gup, delineano una vasta e articolata attività di illecito smaltimento di rifiuti, che nel periodo compreso tra gli anni 2000 e 2004 è stata svolta da Salvatore Accarino e dai suoi stretti famigliari e sodali, tra cui numerosi autisti.
Invero, rifiuti di diversa tipologia, provenienti da produttori sparsi in varie località, sono stati convogliati presso l'impianto della La Lombarda Servizi Ecologici Spa di Fagnano Olona (VA), facente capo a Salvatore Accarino e di qui, dopo un'abile quanto illecita attività di miscelazione o di gestione, sono stati trasferiti in una miriade di siti di smaltimento illecito, vuoi per l'abusività degli scarichi (effettuati su aree non autorizzate a riceverli), vuoi perché le discariche, pur autorizzate per alcune tipologie di rifiuti, non lo erano in relazione a quelli oggetto delle indagini effettuate.
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Altri flussi, invece, riguardano i rifiuti provenienti dagli impianti di tritovagliatura di Giffoni Valle Piana e Paolisi (operativi nell'ambito della cosiddetta emergenza campana), apparentemente destinati al recupero, ma di fatto smaltiti in varie discariche, dopo lunghi trasporti in diversi siti attraverso l'intera Italia.
In sintesi, ingenti quantitativi di rifiuti speciali, pericolosi e non pericolosi, tra cui pneumatici, ingenti quantitativi di rifiuti speciali, costituiti da terre di spazzamento strade e asfalto, dopo essere stati occultati in camion e opportunamente miscelati, sono stati trasportati da autisti compiacenti, con la copertura di «formulari falsi e false analisi identificative», e sono stati smaltiti dalla La Lombarda Servizi Ecologici Spa:
a) presso la discarica pubblica Econord di Gorla Maggiore, con la «complicità retribuita» del direttore tecnico e di alcuni dipendenti;
b) presso l'azienda agricola Tea Sas di Giuseppe Castelli in Fino Mornasco, con la complicità di Ettore Castelli, che per l'illecita operazione è stato «indebitamente retribuito» (posto che la società non solo non era autorizzata a ricevere tale tipologia di rifiuti, ma con gli stessi ha realizzato compost per l'agricoltura);
c) presso la Progeo Srl di Diego Spinelli in Milano, con la complicità del legale rappresentante della società;
d) presso i cantieri della ditta di Antonio Cocciolo, nella zona di Rho;
e) presso la Cartiera Fornaci di Fagnano Olona in buche appositamente scavate, dove rifiuti pericolosi e non sono stati interrati e ricoperti;
f) presso la discarica Ecolevante di Grottaglie.

Infine, la società La Lombarda Servizi Ecologici Spa ha svolto una intensa attività di intermediazione, provvedendo, nella specie, alla raccolta di rifiuti liquidi, contenuti in apposite «cisternette», provenienti dalla società La Fu.Met. di Villastellone (TO), accompagnati da false certificazioni sulla loro natura - grazie alla complicità di Marchiaro Sergio - e, quindi, smaltiti presso la discarica di Gorla Maggiore.
Inoltre, la suddetta società dell'Accarino ha provveduto alla raccolta di miscele di più rifiuti, pericolosi e non, provenienti dalla società Meplar Srl (previo accordo con il consigliere della società, Alessandro Roccato) e dalla società Comais (in quest'ultimo caso rifiuti pericolosi contenenti amianto), rifiuti sempre accompagnati da falsi formulari e false analisi identificative, che sono stati smaltiti presso la Progeo Srl.
Ancora, rifiuti costituiti da terre di spazzamento sono stati dagli Accarino smaltiti presso fondi agricoli siti in Cadorago (CO), Bregnano (CO), Cucciago (CO) e Bellinzago Novarese (NO).
All'esito delle prove acquisite in sede dibattimentale, ciò che emerge evidente in quest'ultima vicenda processuale è, ancora una volta, il comportamento malavitoso diffuso di molti imprenditori


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lombardi i quali, per un puro tornaconto economico, non solo non si facevano scrupolo di aderire alle richieste illecite degli Accarino di ricevere nelle loro discariche materiale vietato, ma che, addirittura, conferivano agli Accarino l'incarico di smaltire abusivamente rifiuti pericolosi, con la piena consapevolezza dell'illiceità dei loro comportamenti.
Si tratta del medesimo tessuto socio-economico che, come si è sopra rilevato, vede la partecipazione consapevole e la comunione di intenti di molti imprenditori - all'apparenza irreprensibili - all'attività delittuosa delle associazioni mafiose dei Barbaro, dei Papalia, dei Romeo e dei Paparo, che anche nel movimento terra operano sul territorio lombardo.
Si tratta spesso di imprenditori privi di precedenti penali, dunque all'apparenza persone rispettabili, ma che, viceversa, hanno dimostrato una spregiudicatezza di comportamenti del tutto insospettabili, che li pongono sullo stesso livello morale, prima che antigiuridico, di soggetti con precedenti penali da far paura, che hanno impostato la loro vita sull'attività delittuosa, dalla quale traggono non solo i mezzi di sussistenza, ma la stessa ragione di essere nella società.
Si è dunque in presenza di un'attività delittuosa che, grazie a complicità diffuse, a scarsi controlli e a un basso livello di coscienza civica e imprenditoriale, ha finito con l'investire l'intero territorio nazionale e non solo alcune province lombarde.

5 - La provincia di Milano

Dopo la separazione avvenuta nel mese di giugno 2009 dei 55 comuni che hanno costituito la provincia di Monza e Brianza, la provincia di Milano è costituita da 134 comuni.
Guido Podestà, presidente della provincia di Milano, nel corso dell'audizione del 4 maggio 2011 e nella relazione depositata in pari data (cfr. doc. 735/1), ha riportato alcuni dati della produzione di rifiuti solidi urbani (Rsu) della provincia di Milano con riguardo all'anno 2009, riferendo che la stessa è stata di circa 2 milioni di tonnellate; più precisamente, è stata pari a 1.955.683 tonnellate, di cui: 938.798 tonnellate (48 per cento) raccolti con modalità differenziata e avviati al recupero di materia; 882.109 tonnellate (45,1 per cento) costituiti da rifiuti indifferenziati; 68.471 tonnellate (3,5 per cento) costituiti da rifiuti ingombranti avviati a smaltimento; 66.305 tonnellate (3,4 per cento) costituiti dalle terre di spazzamento stradale.
Il dato di produzione registrato nel 2009 (1.955.683 tonnellate) è inferiore rispetto al dato di produzione degli ultimi 3 anni (-3,4 per cento rispetto al 2008), in conseguenza dell'avvenuta riduzione dei consumi.
La produzione specifica relativa alla popolazione residente (3.963.853 abitanti nel 2009) è stata pari a circa 493,4 kg/ab di cui 237 kg/ab mediamente sono stati avviati a raccolta differenziata mentre 256,5 kg/ab sono stati avviati agli altri flussi, per la maggior parte allo smaltimento.
Per quanto attiene al recupero di materia dai rifiuti prodotti, il 48 per cento (corrispondente a 938.798 tonnellate) della produzione


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totale è stata oggetto di raccolta differenziata per l'avvio a recupero o a smaltimento in sicurezza. Il dato medio provinciale è sicuramente penalizzato dal risultato conseguito dal comune capoluogo, pari ad appena il 34,2 per cento, posto che, se si considera il territorio provinciale con l'esclusione di Milano, il dato di recupero sale al 55,9 per cento.
I comuni che superano il 50 per cento di raccolta differenziata (obiettivo della legge regionale n. 26 del 2003 per l'anno 2011 e di superamento previsto dal Ppgr riferito sempre al 2011) sono ben centosettantuno sugli originari centottantanove comuni della provincia di Milano (prima dell'avvenuta costituzione della provincia di Monza e Brianza), corrispondenti al 57 per cento della popolazione residente in provincia. In generale, va rilevato che sono i comuni di minori dimensioni a conseguire i maggiori livelli di recupero.
Il dato più contenuto di produzione dei rifiuti, contestualmente alla dotazione impiantistica presente sul territorio provinciale, ha consentito di contrarre le quote destinate a trattamento e smaltimento extra provinciale.
Il flusso di rifiuti indifferenziati complessivamente prodotti nella provincia di Milano ammonta nel 2009 a 882.109 tonnellate; di questo totale, l'86,8 per cento è stato destinato a impianti situati in provincia, mentre l'11,8 per cento (pari a 103.095 tonnellate) è stato avviato a impianti fuori provincia. Solo l'1,5 per cento dei rifiuti indifferenziati è stato conferito a stazioni di trasferimento per essere poi avviato a smaltimento in impianti sia provinciali, sia extraprovinciali.
La quota largamente dominante dei rifiuti indifferenziati è avviata a trattamento termico, nella misura di oltre l'81 per cento, mentre il 17 per cento è stato avviato a pretrattamento, per essere poi destinato in quota parte sempre al recupero energetico.
Il dato di rilievo è costituito dal fatto che gli impianti di trattamento termico hanno conseguito miglioramenti relativamente all'efficacia dei sistemi di trattamento degli effluenti gassosi, conseguendo quindi l'importante obiettivo di una maggiore compatibilità con l'ambiente circostante.
Rispetto all'anno 2008, i rifiuti indifferenziati avviati a pretrattamento (selezione) sono più che dimezzati, in quanto nel 2009 la linea di selezione a bocca di forno dell'impianto Silla 2 non è entrata in funzione e tutti i rifiuti conferiti sono stati avviati direttamente a trattamento termico, senza alcuna preselezione.
La disponibilità impiantistica in ambito provinciale per la stabilizzazione della frazione umida derivante da selezione del rifiuto indifferenziato non trova capacità di trattamento e smaltimento. Circa il 60 per cento dei rifiuti indifferenziati avviato a pretrattamento viene successivamente sottoposto a recupero energetico, mentre una quota importante è comunque avviata a discarica. Il 55 per cento dei rifiuti in ingresso a impianti di pretrattamento viene a sua volta conferito in impianti fuori provincia per espletare ulteriori trattamenti, senza quindi chiudere il ciclo del sistema impiantistico in ambito provinciale.
Sebbene rispetto all'anno 2005, anno di riferimento per l'avvio della raccolta differenziata, è aumentata la quota di rifiuto organico differenziato e trattato negli impianti provinciali resta un pesante
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deficit impiantistico, con la conseguenza che permane la necessità pertanto di incrementare le dotazioni impiantistiche per il trattamento della frazione organica e del verde da raccolta differenziata.
Per quanto riguarda la gestione dei rifiuti speciali, dalla citata relazione del presidente della provincia di Milano (doc. 735/1) risulta che la produzione di rifiuti speciali registrata all'anno 2007 (ultimo anno disponibile per l'esame dei modelli unici di dichiarazione ambientale) è stata pari a 9.811.747 tonnellate, l'88,4 per cento delle quali (8.671.374 tonnellate) è rappresentato da rifiuti non pericolosi e l'11,6 per cento da rifiuti pericolosi (1.140.3731).
I rifiuti da costruzione e demolizione (codice Cer 17) costituiscono il 50 per cento (4.879.051 tonnellate) della produzione totale di rifiuti speciali. I rifiuti da impianti di trattamento di rifiuti e acque (codice Cer 19) e rifiuti da imballaggi (codice Cer 15) rappresentano rispettivamente il 14 per cento e il 12 per cento della produzione totale di rifiuti speciali.
I dati gestionali relativi ai flussi di rifiuti speciali mettono in evidenza 2.820.1001 t/a di rifiuti in ingresso e 3.744.400 t/a di rifiuti in uscita; di conseguenza, il saldo import/export configura un flusso complessivo di esportazione netta, pari a 924.300 t/a.
Le caratteristiche del sistema impiantistico dedicato al trattamento dei rifiuti speciali evidenziano una netta dominanza delle attività di recupero rispetto alle attività di smaltimento: la quantità di rifiuti speciali gestiti in provincia ammonta a 6.939.618 t/a, di cui l'84 per cento avviato ad attività di recupero e il 16 per cento avviato ad attività di smaltimento.
All'interno dei flussi di import e di export, i dati relativi ai movimenti extraregionali evidenziano come una quota pari al 38 per cento (1.068.300 t/a) del flusso di importazione in provincia di Milano provenga da altre regioni, mentre un flusso quantitativamente più rilevante è quello dei rifiuti esportati dalla provincia di Milano in altre regioni: 1.550.000 t/a, pari al 41 per cento del totale esportato.

5.1 - Alcune tematiche relative ai terreni di riporto, ai «Piani scavi» e alle ex cave

Ada Lucia De Cesaris, assessore all'urbanistica e all'edilizia privata del comune di Milano, nel corso delle audizioni del 28 marzo 2012 e del 17 aprile 2012, ha posto il problema della qualificazione dei cosiddetti «terreni di riporto», quei terreni che frammisti a rocce da scavo e, in alcuni casi macerie e altri materiali, sono stati legittimamente collocati dal dopoguerra in poi su tutte le aree ove era necessario riempire scavi, effettuare interventi edilizi o rimodellazioni morfologiche e recuperi ambientali.
Non vi è una definizione univoca di terreni di riporto, né per essi è prevista correntemente una specifica regolamentazione. Recentemente però alcuni enti, in particolare della regione Lombardia, hanno richiamato l'attenzione sulla opportunità di considerare, e quindi gestire, questa tipologia di terreno non alla stregua di suolo naturale, tenuto conto del fatto che nella realtà essi sono materiali eterogenei


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che possono contenere potenzialmente anche materiali estranei, e quindi, per questa stessa ragione, necessitano di caratterizzazione e dell'eventuale bonifica nell'alveo della disciplina dei siti potenzialmente contaminati.
Questa considerazione ha indotto il legislatore a intervenire con il decreto legge n. 2 del 24 gennaio 2012, convertito nella legge 24 marzo 2012, n. 28, contenente «Misure straordinarie e urgenti in materia ambientale» e dedicato, fra le altre, proprio anche a questa tematica. Si riconosce in sostanza che il terreno di riporto, quale si può rinvenire in un contesto urbano nell'ambito di un progetto di urbanizzazione o riqualificazione, costituito anche da vecchi rifiuti industriali collocati in aree a quell'epoca non occupate, possa contenere sicuramente materiali estranei e che tale riporto possa essere assimilato a un suolo contaminato ai fini degli interventi di bonifica ovvero considerato sottoprodotto.
La legge n. 28 del 2012, infatti, rimanda per la definizione di materiali di riporto a un emanando decreto del Ministero dell'ambiente e stabilisce che fino all'entrata in vigore di tale normativa, le matrici materiali di riporto - cioè i materiali eterogenei come disciplinati dal decreto di cui all'articolo 49 del decreto legge n. 24 gennaio 2012, n.1 - eventualmente presenti nel suolo siano considerate sottoprodotti solo al ricorrere delle condizioni di cui all'articolo 184-bis del citato decreto legislativo n. 152 del 2006.
L'assessore De Cesaris ha posto in evidenza la criticità derivante dalla eventuale necessità di considerare tutti i materiali di riporto come rifiuti, segnalando che «l'obbligatorietà dell'avvio allo smaltimento di tutte le terre da riporto determinerebbe la necessità di trasportare milioni di metri cubi di terreno per tutto il territorio nazionale alla ricerca degli impianti autorizzati, che peraltro ben presto correrebbero il rischio di arrivare a saturazione».
La posizione rappresentata dagli amministratori del comune di Milano alla Commissione è quella per la quale, a loro avviso, non si tratta di mettere in discussione il fatto che ogni qualvolta all'esito di una verifica su un'area si rilevi la presenza di rifiuti - intesi come materiali distinguibili, per dimensione e caratteristiche, abbandonati sul suolo o nel suolo - questi debbano necessariamente essere trattati come tali, ciò anche nell'ambito di un procedimento di bonifica.
Si sostiene però che in molte situazioni il terreno da riporto è cosa diversa: è terreno che si è costituito e composto nel tempo con altri materiali, in dimensioni e in composizione ormai non differenziabile. Esso è parte integrante del contesto ove è stato inserito, spesso costituisce la base ove hanno posto le fondamenta gli immobili o ove sono stati realizzati giardini, cortili ecc.
Il terreno da riporto, secondo l'assessore De Cesaris, deve quindi necessariamente essere assimilato al suolo e al sottosuolo di un determinato sito e, quindi, esso va valutato con le modalità prescritte dalla normativa per queste matrici ambientali, come peraltro affermato anche nell'allegato 2 alla parte IV del decreto legislativo n. 152 del 2006, dove i «materiali di riporto» sono considerati oggetto di caratterizzazione, al pari del suolo e del sottosuolo. Questa posizione risulta abbastanza sovrapponibile a quella contenuta nella legge n. 28 del 2012 citata in precedenza.
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Altro problema posto dall'assessore De Cesaris, strettamente connesso a quello sin qui trattato, riguarda la tematica complessiva degli scavi che accompagnano un intervento edilizio; per questi si devono prevedere, sempre e comunque, procedure e modalità di verifica delle caratteristiche dei materiali scavati ai fini della loro successiva destinazione, a recupero e/o a smaltimento.
Tematica questa che si riconnette a sua volta a quella, più complessa, delle «terre e rocce da scavo», oggetto di un'attività normativa tanto cospicua quanto contraddittoria, sino all'uscita recente del decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare del 10 agosto 2012, n. 161 - regolamento recante la disciplina dell'utilizzazione delle terre e rocce da scavo - in vigore dal 6 ottobre 2012, applicativo in materia, che dovrebbe chiarificare la definizione di riporti, modalità di caratterizzazione, classificazione e corretta destinazione di questi «sottoprodotti», molto rilevanti per quantità nel Paese e, in modo particolare, nelle aree, come la Lombardia, maggiormente interessate a sviluppi in campo urbanistico ed edilizio (per tutti, da questo punto di vista, si cita la realizzazione dell'Expo).
Il suddetto decreto che consta di 16 articoli e 9 allegati e ha come finalità (articolo2) quella di stabilire i criteri qualitativi da soddisfare affinché i materiali di scavo siano considerati sottoprodotti e non rifiuti ai sensi dell'articolo 183, comma 1, lettera q) del decreto legislativo n. 152 del 2006 e s.m.i. Sono esclusi dal campo di applicazione del decreto i soli rifiuti provenienti direttamente dall'esecuzione di interventi di demolizione di edifici o di altri manufatti preesistenti. Il decreto prevede (articolo 4, comma 1, lettera b) che i materiali da scavo possano essere impiegati anche per «ripascimenti e interventi a mare».
I requisiti che il materiale da scavo deve possedere per poter essere qualificato come sottoprodotto sono riportati all'articolo 4, comma 1, e devono essere comprovati dal proponente nel «piano di utilizzo». Tale piano deve essere presentato dal proponente almeno 90 giorni prima dell'inizio dei lavori di realizzazione dell'opera all'autorità competente che può chiedere integrazioni entro i successivi 30 giorni. La stessa autorità competente, entro 90 giorni dalla presentazione del piano, lo approva o lo rigetta. L'autorità competente può chiedere all'agenzia regionale per l'ambiente (Arpa) di verificare la sussistenza dei requisiti per la qualificazione di sottoprodotto entro 30 giorni dalla presentazione della documentazione. Decorso il termine di 90 giorni dalla presentazione del piano di utilizzo, il proponente ha facoltà di applicarlo.
Nel caso in cui l'opera da realizzare interessi un sito nel quale sono stati riscontrati superamenti delle Csc (concentrazione soglia di contaminazione), il proponente può richiedere la compatibilità con i valori di fondo, accertati in contraddittorio con l'Arpa. Il materiale conforme ai valori di fondo potrà essere riutilizzato in situ o in altro sito con caratteristiche analoghe. Nel caso di siti oggetto di procedimenti di bonifica o di danno ambientale, i requisiti di qualità per la classificazione del materiale come sottoprodotto sono accertati dall'Arpa che, entro 60 giorni dalla data della richiesta, comunica i risultati dell'accertamento. Per il riutilizzo dei materiali dovrà essere
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garantita la compatibilità in termini di Csc per la specifica destinazione d'uso. Il piano di utilizzo ha validità di due anni.
Il decreto del Ministro dell'ambiente n. 161 del 2012 riporta in allegato le procedure di caratterizzazione chimico-fisiche e accertamento delle qualità ambientali (allegato 4) e la definizione di materiali di riporto di origine antropica (allegato 9)
Il combinato disposto della legge n. 28 del 2012 e del decreto ministeriale n. 161 del 2012, fa sì che la definizione di materiali di riporto si applichi anche agli interventi di bonifica.
Pertanto i materiali rispondenti alla definizione di cui all'allegato 9 (miscela di terreno eterogenea contenente una quantità massima del 20 per cento di materiali di origine antropica quali materiali litoidi, pietrisco tolto d'opera, calcestruzzi, laterizi, prodotti ceramici, intonaci) possono essere sottoposti a interventi di bonifica.
Ne discende che i materiali di riporto così come definiti dal decreto del Ministro dell'ambiente n. 161 del 2012, escono di fatto dalla disciplina dei rifiuti, per essere considerati di volta in volta o sottoprodotti o addirittura suoli.
Sul punto, seppure in epoca antecedente alla data di pubblicazione del decreto ministeriale «terre e rocce», il comune di Milano ha presentato la propria modalità di procedere nelle differenti situazioni in cui si va a realizzare l'urbanizzazione di una qualsivoglia area del territorio «non vergine» dal punto di vista dei suoi pregressi utilizzi. Per queste aree, nel caso in cui le concentrazioni nei terreni - verificate attraverso un'indagine preliminare - risultino inferiori alle Csc si può procedere a svincolare le attività edilizie e rilasciare il permesso di costruire solo se la pratica è accompagnata da un apposito «piano scavi» con certificazione dell'idoneità dei materiali scavati e indicazione del destino del materiale.
In tale ambito il comune di Milano aveva anche approvato una procedura specifica basata sull'adesione, opzionale e volontaria, da parte dei realizzatori degli interventi, a un protocollo che prevede dapprima una indagine preliminare sull'area - basata, come per le bonifiche, anche sulla ricostruzione della presenza di lavorazioni industriali insediate in passato - quindi, all'esito positivo di tale indagine, la richiesta di un parere preventivo oneroso da parte di Arpa che certifica la possibilità di procedere con un «piano scavi», in luogo che di sito contaminato da bonificare e che, soprattutto, assevera caratteristiche e possibile destinazione dei materiali scavati.
Appare chiaro che tutta questa procedura, messa in atto dagli enti locali per sopperire alle carenze normative di livello nazionale, dovrà essere, oggi, riverificata alla luce del citato recentissimo decreto ministeriale in materia di regolamentazione delle terre e rocce da scavo, con un ulteriore prevedibile periodo di disorientamento degli operatori, degli enti preposti alle autorizzazioni e ai controlli.
In situazione ante ottobre 2012, i materiali scavati, a norma degli artt. 184 bis e 186 del decreto legislativo n. 152 del 2006 e successive modifiche, potevano quindi essere considerati sottoprodotto - venendo così esclusi dalla categoria dei rifiuti - da utilizzare per reinterri, riempimenti, rimodellazioni e rilevati, ma a condizione che non provenissero da siti contaminati, non avessero subito trattamenti
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preventivi o trasformazioni preliminari e venissero utilizzati in opere o interventi preventivamente individuati e definiti.
Di conseguenza, sulla base di quanto sopra, molte delle vicende relative sia al riutilizzo nell'edilizia delle terre e rocce da scavo nel medesimo sito di produzione, sia relative all'utilizzo nell'edilizia di terreni di provenienza diversa dal luogo di produzione andavano a rientrare nei «piani scavi», previsti dalle norme edilizie, ma erano privi di una chiara regolamentazione da parte del codice ambientale.
Ora è pur vero che il «piano scavi», presentato al comune, deve contenere alcune informazioni essenziali che per prassi sono affidate all'esecutore dei lavori (ma la norma non individua esattamente il soggetto obbligato), informazioni che concernono il luogo di produzione e di destinazione d'uso urbanistico del materiale da riporto, la tipologia di riutilizzo (rilevati, riempimenti, rimodellazioni, ecc..), la stima del volume del suolo da riutilizzare, ecc.., ma è anche vero che sussiste il problema del controllo della veridicità delle dichiarazioni dell'esecutore dei lavori da parte degli uffici dell'assessorato all'urbanistica e all'edilizia privata.
Accade, infatti, che questi ultimi si limitano a ricevere la pratica edilizia con allegata l'autocertificazione del direttore dei lavori, il quale esclude la presenza di rifiuti nel cantiere - che naturalmente fa capo esclusivamente al soggetto che fa l'intervento edilizio o il progetto di opera pubblica - omesso ogni controllo sulla veridicità dell'autocertificazione, in mancanza di elementi di sospetto.
Da ciò e su questi aspetti, informa l'assessore de Cesaris, l'amministrazione comunale di Milano, d'intesa con l'Arpa, sta predisponendo un regolamento che consenta gli interventi di maggiore sensibilità, ma si tratta di una iniziativa che non solo ha dei risvolti economici, ma crea una situazione di incertezza e di peso negli uffici che ricevono la pratica edilizia, i quali hanno competenze in materia di edilizia e urbanistica, ma sicuramente non sono in grado di valutare la consistenza e tantomeno la paternità, dal punto di vista della società, del gestore del «piano scavi», senza considerare che vi è la norma sul silenzio assenso del permesso di costruire entro sessanta giorni dalla comunicazione della Dia (denunzia di inizio attività) e della Cia (comunicazione di inizio attività).
Certamente, va rivisto il sistema dell'autocertificazione sul punto e vanno riviste le competenze. Ma altrettanto certamente si deve partire dalla considerazione come sia impossibile ritenere che un ufficio che si occupa del ricevimento della pratica edilizia e che poi fa la verifica dal punto di vista edilizio-urbanistico sia in grado di capire se il soggetto che ha fatto il «piano scavi» sta dichiarando cose completamente rispondenti al vero o meno. Peraltro, l'ufficio non ha neanche il compito, visto che c'è l'autocertificazione, in un sistema di liberalizzazione, di andare a verificare qual è la paternità.
Di conseguenza, anche a rischio di aggravare il procedimento, l'assessore de Cesaris, sul punto, ha concluso affermando che, come uffici - urbanistica, bonifiche e «piano scavi» - sono tutti d'accordo sulla necessità di questo ripensamento, a fronte della gravità della situazione. Tutto ciò, si ribadisce, era la precisa posizione di amministratori di una delle più importanti città del paese, prima dell'emanazione
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del recentissimo regolamento di cui al decreto del Ministro dell'ambiente n. 161 del 2012.
Altri temi posti dall'assessore attengono, rispettivamente, ai siti di interesse nazionale (Sin), per i quali, a suo parere, occorrerebbe una delega dal livello nazionale a quello decentrato con un controllo garantito e alle ex cave, per le quali manca una norma che attribuisca ai comuni la possibilità di intervenire e di verificare il loro stato e la loro progressiva modificazione, ad esempio, attraverso il riempimento che potrebbe essere realizzato con materiali inerti, nell'ambito di un piano di coltivazione e recupero, ma anche con rifiuti, mancando sotto tale profilo qualunque specifica attribuzione di poteri di intervento.
Sulle aree delle ex cave non vi sono interventi da parte del comune di Milano, sia in funzione di un processo di riqualificazione delle stesse, sia in funzione di interventi di carattere immobiliare, non essendovi consapevolezza alcuna del materiale ivi depositato.
Tale consapevolezza emerge, in casi singoli, alla luce di procedimenti penali, dai quali in talune circostanze emerge la destinazione a discarica della cava, poi abbandonata; in questi casi, oltre al rischio corso e in essere, si assomma il problema della forte onerosità degli eventuali interventi, in grado senz'altro di modificare il conto economico del proponente sino a farlo desistere dal procedere, con conseguenze possibili anche di ricaduta sul pubblico dei costi connessi.
È così accaduto per l'ex cava di Geregnano, sita nella periferia ovest di Milano e utilizzata per trent'anni come discarica, tant'è che sono stati sepolti ben due milioni di metri cubi di rifiuti tossici. Su tale area, posta in via dei Calchi Taeggi, il comune di Milano, nonostante l'assenza di una bonifica, aveva dato le necessarie autorizzazioni per la costruzione di un quartiere di 1.300 appartamenti, centri commerciali, una residenza sanitaria per disabili della fondazione don Gnocchi e uno dei parchi che rientrano nel progetto «Vie d'acqua Expo».
Ebbene, è accaduto che, anziché asportare i rifiuti, stante l'antieconomicità dell'operazione, si è provveduto alla messa in sicurezza dell'area, mediante la copertura di un telo di 1,5 millimetri di 260 mila metri quadrati saldati tra di loro e coperti con un po' di terra buona.
Si tratta di una situazione non dissimile da quella accaduta per «Santa Giulia», area sita nella periferia sud-est di Milano.
La vicenda investe la mancata bonifica di una vasta area industriale 1,2 milioni di metri quadri, che nel 1985 era stata dismessa dalla industria siderurgica Redaelli e dalla industria chimica Montedison (che produceva ddt, clorurati, fosforati e pesticidi) ed era stata acquistata nel 1998 dal gruppo Risanamento di Luigi Zunino, il quale nel 2003 aveva presentato un progetto urbanistico da 1,6 miliardi di euro con la firma dell'architetto Norman Foster.
Nel 2003, vi è stata una scelta dissennata a monte da parte degli enti pubblici, in particolare del comune di Milano, su parere della regione, che hanno deciso di non realizzare un progetto di bonifica dell'area ex Redaelli, ma di effettuare solo un «piano scavi», che obbligava il proprietario dell'area, Luigi Zunino, a pulire solo ciò che veniva scavato, ossia le fondamenta delle costruzioni, non anche ciò
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che era intorno, esclusa in ogni caso la previsione che tutta l'area dovesse essere portata alle condizioni compatibili con una destinazione di tipo residenziale.
Pertanto, sulla base di un piano integrato di intervento (Pii) presentato al comune, veniva previsto che lo stesso provvedesse a rimuovere soltanto i terreni delle zone scavate e che, poi, procedesse a un collaudo del fondo scavo, senza effettuare caratterizzazione alcuna.
Non si può non osservare, alla luce delle dichiarazioni acquisite dalla Commissione nelle varie audizioni svolte, che la questione della gestione delle terre e rocce da scavo è di grande rilevanza nell'ambito dell'accertamento degli illeciti nel campo dei rifiuti. In tal senso gli innumerevoli e frammentari interventi normativi hanno dato adito a comportamenti disomogenei sul territorio nazionale e soprattutto non conformi alla buona prassi. Anche il decreto del Ministro dell'ambiente n. 161 del 2012, che avrebbe dovuto fornire un quadro tecnico-amministrativo per la gestione delle terre e rocce, mostra numerosi punti «vulnerabili».
Tra questi si ritiene di evidenziare quanto segue:
a) l'elenco degli analiti, riportato nella Tabella 4.1 dell'allegato 4 non appare sufficiente a determinare le caratteristiche ambientali di materiali che, in base a quanto indicato nell'allegato 9, potrebbero contenere altre sostanze inquinanti;
b) non si comprende su quale base tecnica si fondi la previsione di consentire che per una produzione di materiale da scavo compresa tra 150 mila metri cubi e 6 mila metri cubi si possa ricercare un set inferiore di parametri rispetto a quelli indicati in tabella 4.1. Non appare corretto, in caso di semplificazioni, fare riferimento ad una quantità, ma piuttosto all'area di provenienza dei materiali (attività antropiche svolte nel sito o nelle sue vicinanze, pregresse contaminazioni, tipologia di attività di scavo condotta ....);
c) si considera poco cautelativa la previsione, in caso di utilizzo dei materiali per riempimenti e reinterri, in condizioni di falda affiorante o sub affiorante, utilizzare un franco «di più di un metro» rispetto alla quota di massima escursione della falda;
d) il materiale da riporto è assimilato a un suolo/sottosuolo per concentrazioni di materiali inerti di origine antropica nella quantità massima del 20 per cento. Le procedure di campionamento e analisi sono quelle previste per i terreni oggetto di bonifica. Da ciò ne deriva che l'eliminazione della frazione di granulometria maggiore di 2 cm in laboratorio piuttosto che in campo. Data la natura dei materiali potenzialmente contenuti nel riporto si ritiene, invece, opportuno che tutte le frazioni, eccettuate ovviamente quelle di dimensioni massive non trattabili nelle procedure di riduzione volumetrica comunemente messe in atto dai laboratori nelle fasi di preparazione del campione per le analisi, siano sottoposte a caratterizzazione analitica. Tra tali frazioni deve essere anche compresa quella superiore a 2 cm, come previsto nella norma Uni10802 per il campionamento dei rifiuti;
e) si rilevano perplessità sull'impiego per «ripascimenti e interventi a mare» di materiali da scavo con caratteristiche di qualità
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accertate per l'utilizzo a terra. Si osserva sul punto che il materiale destinato a opere di ripascimento deve avere anche caratteristiche microbiologiche tali da garantire la tutela igienico-sanitaria. Si sottolinea inoltre l'aleatorietà della voce «interventi a mare» per la quale il decreto ministeriale non reca alcuna definizione e che quindi sarà soggetta a interpretazioni di vario genere.

Non si può, poi, non rilevare il carico di attività derivante dall'attuazione del decreto per le Arpa che con l'apposizione del silenzio assenso ad alcuni passaggi amministrativi saranno obbligate ad effettuare i controlli in tempi ridottissimi e non sempre compatibili con i tempi tecnici di esecuzione delle analisi di laboratorio.
Alla luce delle sopra esposte considerazioni la Commissione d'inchiesta non può esimersi dal manifestare qualche perplessità sulla conformità del citato regolamento alla direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 novembre 2008 (n. 2008/98/CE) che, nell'articolo 5 e nel considerando 22, primo trattino, esclude la presenza di elementi di origine antropica nella categoria dei «sottoprodotti».
Né, a questo punto, può essere sottaciuto che la precedente versione dell'articolo 186 del testo unico, quale dettata dalla legge n. 443 del 2001, è stata riconosciuta come contrastante con la normativa comunitaria, con sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea, pronunziata in data 18 dicembre 2007 nella causa C-194/05.
Invero, la Corte - dopo aver ribadito l'obbligo di interpretare in modo ampio la nozione di rifiuto e aver richiamato sul punto la propria costante giurisprudenza - osserva che la qualifica di «sottoprodotti di cui il detentore non intende disfarsi» deve essere limitata:
a) alle situazioni in cui il bene, il materiale o la materia prima derivi da un processo di estrazione o di fabbricazione che non è destinato a produrlo;
b) il loro riutilizzo non deve richiedere una trasformazione preliminare e deve intervenire nel corso del medesimo processo di produzione;
c) tale riutilizzo, anche per il fabbisogno di operatori economici diversi da quelli che lo hanno prodotto, non è semplicemente eventuale bensì certo.
In tutti gli altri casi si tratta di rifiuti, a maggior ragione nel caso in cui siano presenti materiali di origine antropica.

5.2 - Alcune indagini della procura della Repubblica di Milano

La dottoressa Paola Pirotta, sostituto procuratore della Repubblica in Milano - nel corso delle audizioni del 20 luglio 2010 e del 28 marzo 2012 - ha riferito che, con riguardo al semestre gennaio/giugno 2010, presso il suo ufficio vi era stata una pendenza di circa 600 procedimenti tra noti e ignoti in materia di rifiuti, di cui 300 circa


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solo con riferimento alla violazione dell'articolo 256, comma 1, del decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152.
Accanto alla molteplicità dei fascicoli legati a fattispecie di scarso rilievo, vi erano diversi procedimenti legati alle maggiori discariche abusive che nel circondario di Milano sono state realizzate lungo il cantiere dell'alta velocità, a Pero, nel Parco del Ticino, nel Parco agricolo Sud, sia pure in numero inferiore rispetto a quelle realizzate a Busto Arsizio.
Si tratta di discariche costituite da terre e rocce da scavo provenienti dai cantieri o anche da siti da bonificare, che non sono stati regolarmente bonificati.
Altre discariche abusive, con annessa gestione illecita o falsi, si riferiscono ad alcuni grandi cantieri posti nella stessa città di Milano, come il cantiere «Garibaldi - Repubblica», il cantiere «ex Fiera» o il cantiere «Ferrovie dello Stato», gestiti da società che avevano presentato piani di scavi, che poi non avevano eseguito.
In tali cantieri operano società, come la Lucchini Artoni Srl, che conferivano il trasporto ad altre società, quale la LS Strade di Maurizio e Barbara Luraghi o la Giada Macchine di Domenico Savinelli, società - come si è visto - coinvolte nell'indagine della Dda di Milano, denominata «Cerberus». Addirittura, la Giada Macchine ha ricevuto in subappalto dall'impresa Riva la gestione dei rifiuti cimiteriali del cimitero Maggiore di Milano, nonostante le fosse stata tolta la certificazione antimafia.
Peraltro, secondo uno schema collaudato dei fiancheggiatori della 'ndrangheta, le suddette società, a loro volta, subappaltavano il servizio sempre ai soliti «padroncini calabresi», benché sprovvisti di autorizzazione in materia di rifiuti, compensandoli «in nero».
Anche la Lucchini Artoni Srl e la Edil Bianchi Srl - società collegate tra di loro, in quanto facenti capo alla stessa proprietà - pur non risultando coinvolte nelle indagini della Dda, operavano alla stesso modo della LS Strade e della Giada Macchine, avvalendosi per il movimento terra dei padroncini calabresi, che anche loro pagavano «in nero».
A proposito della società Lucchini Artoni, la dottoressa Pirotta, nel corso delle suddette audizioni, ha riferito che nei confronti della stessa era già stata più volte esercitata l'azione penale e che ultimamente aveva subito dal tribunale di Milano una condanna in primo grado per reato contravvenzionale, impugnata direttamente in Cassazione, che riguardava la gestione di rifiuti che provenivano dall'area Garibaldi: in pratica, la società è stata condannata per aver portato i rifiuti dal cantiere Garibaldi a Comazzo in un'area vincolata (28).
Attualmente - ha proseguito la dottoressa Pirotta - è nella fase dibattimentale il processo relativo al cantiere delle Ferrovie dello Stato di via Toffetti a Milano, relativo all'ampliamento della stazione ferroviaria di Rogoredo, che era stato appaltato alla Bonciani Spa, la quale aveva dato in subappalto alla Lucchini Artoni Srl le attività di scavo e trasporto in discarica dei materiali di risulta, che aveva preso
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i rifiuti da via Toffetti e li aveva interrati nell'area di uscita Rogoredo della tangenziale est, denominata «fondo S. Martino» di proprietà di Autostrade per l'Italia Spa (area limitrofa al cantiere di Santa Giulia), senza il consenso di quest'ultima, con il conseguente definitivo danneggiamento dell'area. Una parte dei rifiuti era stata invece scaricata e spianata, altrettanto abusivamente, in un sito di via Orwell, dove si trovavano gli uffici della Bonciani. Si tratta di un'area che non faceva parte del cantiere di via Toffetti, ma apparteneva a terzi.
Tali rifiuti erano costituiti da terre e rocce da scavo con codice Cer 170504, contaminate da pietrisco di massicciata ferroviaria (c.d. ballast), da materiali da demolizione, grossi manufatti di cemento, tondini di ferro, pezzi di asfalto, sprovvisti dei requisiti di cui all'articolo 186 del testo unico sull'ambiente.
Con sentenza in data 21 maggio 2012, depositata in data 12 agosto 2012 (doc. 1357/3), il tribunale di Milano, in composizione monocratica, ha ritenuto tutti gli imputati (Vincenzo Bianchi, legale rappresentante della Lucchini Artoni Srl, Alessandro Viol dipendente della stessa e della Bonciani) colpevoli dei reati di cui agli artt. 256 e 260 del decreto legislativo n. 152 del 2006, nonché dei reati di cui agli artt. 632 e 635 c.p.
Invero, gli imputati, al fine di conseguire l'ingiusto profitto della somma di 130 mila euro - compenso che la Bonciani aveva già percepito dalla Rfi (Rete ferroviaria italiana) a titolo di acconto per il conferimento in discarica dei suddetti rifiuti - e approfittando delle assenze feriali tipiche del mese, avevano smaltito dal 1o al 10 agosto 2008 in modo abusivo - e cioè senza autorizzazione alcuna e al di fuori dei piani scavi depositati presso gli enti competenti - nell'area di proprietà della società Autostrade, anziché presso discariche autorizzate, 5.400 tonnellate di rifiuti effettuando per il trasporto dei materiali nell'area ben 192 viaggi.
La sentenza del tribunale di Milano sottolinea il fatto che, senza la denunzia di un dipendente/autista della Lucchini Artoni, tal Fabrizio Cirenesi, che era stato licenziato, probabilmente le indagini non sarebbero mai iniziate, posto che - come si è già visto a proposito della società Perego strade, occupata dalla 'ndrangheta - la tutela del bene collettivo dell'ambiente è per il lavoratore secondaria rispetto alla conservazione del proprio posto di lavoro.
Quanto alle modalità operative di queste società (la Lucchini Artoni Srl e la Edil Bianchi Srl) che gestiscono tra l'altro importanti lavori pubblici, tra cui anche i cantieri della metropolitana milanese, va rilevato che le stesse non differiscono da quelle tipiche dei cosiddetti padroncini calabresi, come più volte poste in evidenza.
Invero, le indagini svolte hanno consentito di appurare che «da sotto la tangenziale» veniva prelevato «il materiale buono», che veniva portato a Segrate e lavorato nell'impianto della società; che il «buco» dal quale era stato tolto veniva riempito con i rifiuti di via Toffetti, oggetto del processo sopra menzionato, e costituito, oltre che da inerti, da rifiuti pericolosi, quali le traversine delle ferrovie e altro.
In punto di diritto, in entrambe le decisioni anzidette viene sottolineato che erano state violate le disposizioni contenute nell'articolo 186
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del codice ambientale - norma oggi sostituita dal regolamento contenuto nel decreto ministeriale n. 161 del 2012 - che prescrive una serie di condizioni affinché possa operare l'esclusione dalla categoria di rifiuto, che non opera, in mancanza anche di una sola di esse (cfr. Cassazione penale, sezione III, numero 23788 del 2007).
Occorre, in particolare, che le terre e le rocce:
a) siano impiegate direttamente nell'ambito di opere o interventi preventivamente individuati o definiti;
b) che, sin dalla fase della produzione, vi sia certezza dell'integrale utilizzo;
c) che l'integrale utilizzo sia tecnicamente possibile, senza necessità di preventivo trattamento o di trasformazioni preliminari per soddisfare i requisiti merceologici e di qualità ambientale, idonei a garantire che il loro impiego non dia luogo a emissioni e, più in generale, non dia luogo a impatti ambientali qualitativamente ovvero quantitativamente diversi da quelli ordinariamente consentiti e autorizzati per il sito dove sono destinati a essere utilizzate;
d) che sia garantito un elevato livello di tutela ambientale;
e) che sia accertato che provengono da siti non contaminati non sottoposti a interventi di bonifica ai sensi del titolo quinto della parte quarta del testo unico;
f) che le loro caratteristiche chimiche e chimico-fisiche siano tali che il loro impiego nel sito prescelto non determini rischi per la salute per la qualità delle matrici ambientali interessate e avvenga nel rispetto delle norme di tutela delle acque superficiali sotterranee, della flora, della fauna, degli habitat delle aree naturali protette. In particolare deve essere dimostrato che il materiale da utilizzare non è contaminato, con riferimento alla destinazione d'uso del medesimo, nonché la compatibilità di detto materiale con il sito di destinazione;
g) che venga dimostrato il loro integrale utilizzo.

È richiesto in particolare che la produzione di terre e rocce da scavo avvenga nell'ambito della realizzazione di opere o attività sottoposte a valutazione di impatto ambientale (Via) o ad autorizzazione integrata ambientale (Aia).
In caso diverso è necessario che la sussistenza delle condizioni indicate, nonché i tempi dell'eventuale deposito in attesa di utilizzo, che non possono superare un anno, risultino da apposito progetto.
Quanto all'onere della prova il tribunale osserva che, poiché la norma contenuta nell'articolo 186 cit. costituisce direttamente una deroga alla nozione di rifiuto, definita dall'articolo 183, comma 1, lett. a), e indirettamente configura una causa di esclusione della punibilità dei reati che hanno come oggetto o come presupposto i rifiuti (v. rispettivamente da una parte gli artt. 256, 259 e 260 e dall'altra l'articolo 258, comma 4), grava sull'imputato l'onere di provare le condizioni positive per l'applicabilità della deroga (riutilizzazione delle terre e rocce da scavo secondo progetto ambientalmente compatibile),


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mentre resta compito del pubblico ministero la prova della circostanza di esclusione della deroga (29).
Nelle fattispecie oggetto di entrambi i giudizi non solo gli imputati non avevano assolto tale onere, ma dagli accertamenti effettuati e dalle testimonianze assunte era emerso che erano state illecitamente smaltite enormi quantità di materiale inquinato.
Un altro procedimento a carico della Lucchini Artoni ha avuto inizio dopo il fermo di un camion della società che proveniva da Pioltello e che andava a Segrate (MI) con rifiuti pericolosi (nerofumo, oli minerali, fresato d'asfalto e altri rifiuti speciali).
Peraltro, una parte di questi rifiuti era stata trasportata all'interno di un'area di 15 mila metri quadri, posta in via Tiepolo a Segrate, di proprietà della stessa Lucchini Artoni, area che era stata sequestrata nel mese di novembre 2011 e sulla quale erano in corso analisi di laboratorio.
Nonostante la costanza del sequestro e sebbene avessero l'obbligo di smaltire un cumulo di «fresati» che non stavano smaltendo o stavano smaltendo irregolarmente - non avendo prodotto una caratterizzazione e un piano di smaltimento - gli inquirenti, grazie ai servizi di osservazione controllo e pedinamento (ocp), hanno potuto verificare che nottetempo i rifiuti venivano portati dall'area di via Tiepolo a un'altra area di Segrate, denominata «ex Dogana», di circa 35 mila metri quadri, destinata alla realizzazione di un centro commerciale; quindi, dopo qualche giorno, venivano poi spostati altrove, compresa la località di Pandino dove erano in corso i lavori per la tangenziale. Il tutto - naturalmente - avveniva senza formulari o altro.
In quest'ultima vicenda, in data 22 febbraio 2012, sono stati sequestrati, oltre all'area, anche mezzi per le verifiche probatorie sia nei confronti della Lucchini Artoni, sia della cooperativa Milano Trasporti, che fa capo allo stesso gruppo.
In definitiva - ha concluso la dottoressa Pirotta - nonostante le numerose indagini in corso, la Lucchini Artoni Srl certamente lavora ed è presente sul territorio, in maniera rilevante.
La dottoressa Pirotta ha riferito anche di vicende relative ai cantieri dell'Alta velocità, posto che è in fase dibattimentale un procedimento penale, che vede coinvolti Barbaro Giuseppe, Cocciolo Antonio e Domenico, Covi Ermanno, Furfaro Domenico, Marengo Angelo, Maviglia Santo, Musitano Bruno, Papalia Pasquale, Paparazzo Angelo e Richichi Mario Barbaro, quindi, trasportatori tutti calabresi, oltre al solito Luraghi, in costante rapporto con costoro, mentre la posizione dei proprietari dei terreni in cui venivano smaltiti questi rifiuti, provenienti dalla cartiera Binda, sono state definite in separata sede con delle oblazioni, quindi con l'archiviazione.
In particolare, le indagini svolte hanno consentito di accertare che le aree di Arluno, Marcallo e Cornaredo, lungo la Tav, sono state riempite con rifiuti che provenivano dall'attività di bonifica della cartiera Binda tramite trasportatori di origine calabrese, come emerge dai nomi degli imputati anzidetti.
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Infine, la dottoressa Pirotta, nel corso dell'audizione del 28 marzo 2012, ha sottolineato quanto riportato anche dagli ufficiali dell'Arma in ordine alla massiccia presenza - in tutte le indagini concernenti il movimento terra e, più in generale, il traffico illecito di rifiuti speciali e pericolosi nel milanese - delle famiglie calabresi, per di più, molti di loro, provenienti da una zona particolare della Calabria, la Locride, caratterizzata dal predominio della 'ndrangheta. A tale proposito, la dottoressa Pirotta ha citato la vicenda dell'imprenditore Maurizio Luraghi titolare della LS Strade Srl il quale, a Buccinasco, dopo aver ottenuto il subappalto per lo sbancamento e il riempimento dei lotti di via Guido Rossa, aveva girato la commessa alle famiglie calabresi dei Barbaro-Papalia, originarie di Platì, in provincia di Reggio Calabria, come le famiglie dei Sergi e dei Trimboli, anch'esse operanti nella zona.
Si trattava del più importante intervento immobiliare di Buccinasco, un intero quartiere residenziale, enfaticamente denominato «Buccinasco Più», composto da 500 appartamenti distribuiti su 160 mila metri cubi. Ebbene è accaduto che l'intera area è stata dapprima «sbancata», quindi è stata riempita dagli uomini della 'ndrangheta con rifiuti tossico-nocivi, quali residui di demolizioni civili e industriali eternit, terra mista a gasolio, blocchi di cemento, ecc.., con innalzamento del piano campagna da 3 a 5 metri, sicché non risulta conforme all'uso residenziale/verde pubblico. Per tale ragione, sono state sottoposte a sequestro le zone destinate a verde pubblico, non anche quelle residenziali, regolarmente abitate da ignari cittadini, sebbene non sia stato possibile verificare «che cosa c'è sotto i palazzi».
Tutto ciò è accaduto anche grazie alla connivenza di imprenditori locali privi di scrupoli, in particolare di Mario Pecchia e figli, quali titolari della società appaltante Finman Spa, e della stessa pubblica amministrazione, in primis il sindaco della cittadina, Loris Cereda, già arrestato nel mese di marzo 2011, per corruzione.
Addirittura, sull'area verde, all'atto del sequestro, era in corso un'attività di forestazione da parte dell'Ersaf (Ente regionale per i servizi all'agricoltura e alle foreste), per la quale la Finman Spa ha illecitamente percepito contributi regionali, nonostante l'area non fosse bonificata.
Di norma - ha proseguito la dottoressa Pirotta - accade che la presentazione di «piani scavi» falsi e le bonifiche non correttamente eseguite determinano un traffico illecito sotto il profilo sia della contestazione giuridica, sia soprattutto del profitto che ne deriva per il bonificatore e per gli altri soggetti pubblici o privati a lui collegati.
Con tali tecniche illecite non solo i costi della bonifica non vengono sostenuti e, dunque, vengono risparmiati, ma la commercializzazione di questi rifiuti come terra e rocce da scavo produce anche profitti.
Si tratta di un fenomeno abbastanza diffuso sul territorio, quale è emerso dai numerosi singoli procedimenti, che hanno consentito di porre in evidenza la falsità di piani scavi, effettuati su caratterizzazioni di siti inquinati, accompagnati da certificati di analisi false - con riferimento alle analisi che il privato asserisce di aver svolto presso i propri laboratori, attività che in realtà non sono state svolte - come risulta accertato dalla polizia giudiziaria che, in alcuni casi, ha potuto
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verificare addirittura l'insussistenza degli impianti deputati a tale tipo di analisi.
L'aumento di tale fenomeno criminoso è avvenuto dopo la modifica del codice Cer (codice europeo rifiuti), che ha introdotto il «codice a specchio» o «speculare» (che indica una tipologia di rifiuti definiti pericolosi, solo quando le sostanze pericolose presenti negli stessi raggiungono determinate concentrazioni), in particolare, con riferimento ai rifiuti contenenti idrocarburi.
Nella specie - ha riferito la dottoressa Pirotta nel corso dell'audizione del 14 novembre 2011 - vi è stato un procedimento, concluso con una sentenza di condanna, sulle terre di spazzamento delle strade con contenuto di idrocarburi, il cui smaltimento aveva avuto un destino diverso nella mancanza di una corretta classificazione.
Un altro aspetto osservato in questi procedimenti è costituito dalla inadeguatezza dei controlli da parte della pubblica amministrazione che - alla fine del 2009 - ha portato alla condanna di pubblici amministratori, pur se con l'istituto dell'articolo 40 c.p. (omesso controllo).
Allo stato sono in corso altri procedimenti penali, con il coinvolgimento di dipendenti pubblici, per i quali è stata fissata l'udienza preliminare.
In alcuni casi - ha proseguito la dottoressa Pirotta - sono state riscontrate ipotesi di corruzione, oltre all'omissione nel controllo; altre volte non sono state raggiunte le prove, che probabilmente esistevano, di ipotesi di corruzione ed è stato contestato solo il delitto in forma omissiva.
Così è accaduto in un caso di rifiuti ospedalieri presso l'ospedale di Niguarda, dove non veniva effettuata la sterilizzazione e, tuttavia, la provincia, nel corso delle verifiche effettuate, non rilevava tale circostanza, che appariva evidente e facilmente rilevabile.
In questo episodio è stata coinvolta anche la società Sirio Ecologica.
La dottoressa Pirotta ha rimarcato la mancanza di controlli in ordine alla certificazione antimafia non solo per i subappaltatori, ma qualche volta anche per lo stesso appaltatore di opere pubbliche, com'era accaduto per i lavori di bonifica della nuova sede della regione Lombardia, per la quale l'appalto era stato dato alla società So.Ge.Sa di Francesco Rocco Ferrara, nei cui confronti non erano stati svolti i controlli antimafia, tanto che lo stesso sarà poi arrestato nel corso di indagini della procura di Potenza.
Peraltro, in precedenza, la provincia di Milano, in persona di Luca Raffaelli, all'epoca responsabile del settore bonifiche (ma successivamente passato a svolgere l'attività di consulente in modo professionale), aveva appaltato alla stessa So.Ge.Sa altri lavori, senza effettuare i dovuti controlli. Su tali fatti è intervenuta sentenza di condanna del tribunale di Milano nei confronti del Ferrara e del Raffaelli.
In tale contesto, la dottoressa Pirotta ha sottolineato che nel settore dei rifiuti è frequente la corruzione legata alle consulenze, essendo emersa una situazione assolutamente anomala e del tutto irregolare, che vede dipendenti pubblici lavorare in ufficio part-time e nell'altra metà della giornata svolgere attività di consulenza nel medesimo settore presso studi ai quali si rivolgono le imprese.
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Non è dunque un caso che diversi consulenti, tra cui Carlo Rotta, che aveva rivestito anche incarichi politici, siano stati coinvolti nelle indagini della Dda.
Del resto, il processo in cui erano coinvolti dipendenti della provincia si è concluso con condanne in primo grado, mentre in un'altra vicenda processuale un dipendente regionale, assolto in primo grado, è stato condannato in secondo grado, a seguito di appello della procura della Repubblica.
In ordine allo specifico settore del traffico dei rifiuti, la dottoressa Laura Pedio, sostituto procuratore della Repubblica in Milano - sentita in data 20 luglio 2010 e, successivamente, in data 28 marzo 2012 - ha individuato il radicamento mafioso nel territorio lombardo, dove «gira molto denaro», non nell'intimidazione, bensì nella capacità della 'ndrangheta di offrire un servizio a costi inferiori rispetto a quelli di mercato, posto che nello specifico settore delle bonifiche i costi certificati sono in sovrapprezzo per il 70 per cento, a fronte di un costo effettivo pari al 30 per cento.
La criminalità offre questo servizio e, naturalmente, lo può fare con imprenditori che vogliono guadagnare moltissimo dalle loro attività, correndo il rischio di essere scoperti e di finire in carcere.
In tale contesto dalle indagini condotte dal suo ufficio sono emerse due vicende inquietanti: la prima concerne il fatto che Giuseppe Grossi, nella qualità di bonificatore, attraverso la controllata Sadi Servizi Industriali Spa, società quotata in borsa che fa capo alla Green Holding dello stesso Grossi, senza lo svolgimento di gara alcuna, aveva ottenuto appalti per la bonifica delle più importanti aree della Lombardia e di Milano, come l'area «ex Falck», la «Santa Giulia» e la ex Sisas; la seconda vicenda concerne il fatto che le società Lucchini Artoni e Edil Bianchi, in qualità di subappaltatori di Giuseppe Grossi deputati al movimento terra e al trasporto dei rifiuti da bonificare, erano presenti in tutti i cantieri del Grossi, ad esclusione del cantiere relativo all'area ex Sisas, con l'ulteriore anomalia che affidavano il trasporto dei rifiuti da scavo a padroncini di origini calabresi con gravi precedenti penali, quali l'omicidio e l'associazione per delinquere di stampo mafioso. A loro volta costoro, allo scopo di mimetizzarsi, utilizzavano automezzi spesso con targhe false e, quindi, di difficile identificazione.
A monte, nello specifico settore delle bonifiche, vi era stata la consumazione di reati finanziari che, a loro volta, avevano accompagnato quella di reati ambientali.
Del resto, per entrare nello specifico, proprio nell'ambito di una indagine su false fatturazioni legate alle bonifiche era rimasto coinvolto il Grossi (successivamente deceduto) il quale, nel mese di ottobre 2009, era stato tratto in arresto per i reati di «associazione a delinquere finalizzata a frode fiscale, appropriazione indebita, truffa, riciclaggio e corruzione», per avere drenato all'estero fondi neri, pari a 22 milioni di euro.
Insieme a lui erano stati arrestati per lo stesso reato due manager del gruppo, Paolo Titta e Cesarina Ferruzzi, nonché l'ex segretaria Maria Ruggiero, beneficiata da Grossi con 4 milioni di euro, e l'assessore all'organizzazione della provincia di Pavia, Rosanna Gariboldi, intestataria di un conto corrente cifrato sul quale la Gariboldi
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per dodici volte dal 2001 al 2008 aveva ricevuto ingenti somme da conti riconducibili a Grossi e, per tre volte, aveva inviato allo stesso somme di minore importo, con un guadagno per sé di 1,2 milioni di euro.
Nell'ambito dell'inchiesta sulla bonifica ambientale dell'ex area industriale Montecity-Rogoredo, rientrante nel progetto urbanistico Santa Giulia dell'immobiliarista Luigi Zunino, dalle indagini svolte dall'autorità giudiziaria tedesca era emerso che la Sadi Servizi Industriali Srl del Grossi aveva pagato corrispettivi esagerati alle società interessate allo smaltimento e al trasporto dei rifiuti, con un ritorno del sovrapprezzo allo stesso Grossi dietro «l'interposizione di diverse società» e conti esteri gestiti da fiduciari, tra i quali figuravano l'avvocato svizzero Fabrizio Pessina - nel cui computer era stata rinvenuta e sequestrata una lista di 500 clienti - tra i quali vi erano gli ex militari della Guardia di finanza, Giuseppe Anastasi e Paolo Pasqualetti e due consulenti fiscali della società Getraco di Lugano, Vincenzo Agosta e Matteo Terragni, tutti tratti in arresto per riciclaggio.
Il percorso compiuto dal denaro oggetto delle sovrafatturazioni aveva origine in Italia per poi proseguire in Germania, Gran Bretagna, Hong Kong e finire nel Principato di Monaco.
In questa inchiesta sono stati coinvolti Luigi Zunino, proprietario dell'area, Giuseppe Grossi, bonificatore, e il suo braccio destro Cesarina Ferruzzi, Claudio Tedesi, direttore dei lavori, Ezio Streri, responsabile di cantiere, Silvio Bernabè e Davide Albertini Petrone, nella loro qualità di amministratori di Santa Giulia Spa, nonché Vincenzo Bianchi, amministratore della Lucchini Artoni Srl, e Alessandro Viol e Bruno Marini, rispettivamente, capo cantiere e rappresentante della Edil Bianchi Srl.
La dottoressa Pedio ha riferito, sulla base delle indagini svolte a carico di Giuseppe Grossi, dell'esistenza di interessi economici enormi, che consistono nella possibilità di costituire fondi neri in altri Paesi, destinati alle corruzioni o anche alle restituzioni, mediante il ricorso a false fatture, allo scopo di «gonfiare» i costi delle bonifiche, soprattutto quando le discariche sono all'estero.
In particolare, le operazioni di scavo dei terreni inquinati dell'area Santa Giulia, necessarie per porre le fondamenta dei palazzi in costruzione, avevano consentito al Grossi di gonfiare i costi di smaltimento dei rifiuti pericolosi così prelevati, che erano stati portati in Germania, essendo emerso dalle indagini svolte che la società di smaltimento «Meteco» portava via una tonnellata di veleno per 18 euro, ma la fatturava a 50 euro, così accumulando fondi in nero per 14 milioni di euro.
Si tratta, peraltro, di una prassi diffusa tra gli operatori del settore, dal momento che di norma accade che chi emette o crea false fatture all'estero costituisce fondi neri e, magari, restituisce una parte dei soldi che ha ricevuto alla proprietà che gli ha conferito l'incarico.
Invero, non esiste un registro del Noe che, pur essendo presente al controllo, non effettua alcuna certificazione. Un registro vi è solo presso la regione.
In conclusione, il ricorso ai costi «gonfiati» delle bonifiche, oltre alla costituzione di fondi neri all'estero, consente di realizzare
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l'ulteriore obiettivo di capitalizzare costi inesistenti, posto che le maggiori somme fittiziamente spese per bonificare l'immobile vengono sommate al valore dello stesso e iscritte a bilancio, con conseguente rivalutazione dello stesso immobile.
La dottoressa Pedio, nel corso dell'audizione del 20 luglio 2010, ha sottolineato il problema dell'assenza nella legislazione nazionale di una normativa che punisca l'autoriciclaggio, sicché accade che vengono puniti più gravemente coloro che all'estero hanno costituito il circuito del denaro, facendo perdere le relative tracce, che non il bonificatore che ha sottratto tale denaro alle società e ha messo in piedi tutta l'organizzazione.
A ciò aggiungasi che nel nostro ordinamento manca una normativa sulle corruzioni private.
La dottoressa Pedio ha sottolineato che le tre aree oggetto delle indagini («area ex Falck», «Santa Giulia» ed ex Sisas) sono private e che per nessuna di esse è stato previsto un appalto secondo la normativa pubblica, neanche per l'area ex Sisas, che pure è compresa in un Sin (sito di interesse nazionale).
Come si dirà di seguito a proposito dell'area ex Sisas, compresa nei comuni di Pioltello e di Rodano, spesso le aree industriali dismesse presentano forti connotazioni commerciali, che consentono ai comuni interessati di svolgere trattative private volte a ottenere la bonifica dell'area inquinata, a fronte di concessioni edilizie per cubature adeguate, in grado di coprire i cosi della bonifica.
Tra le aree inquinate nel comune di Milano - come si è accennato - vi è quella di «Santa Giulia», sita nella periferia Sud-Est di Milano.
Si tratta di una vasta area industriale di 1,2 milioni di metri quadri, che nel 1985 era stata dismessa dall'industria siderurgica Redaelli e dall'industria chimica Montendison (che produceva ddt, clorurati, fosforati e pesticidi) ed era stata acquistata nel 1998 dal gruppo Risanamento di Luigi Zunino, il quale nel 2003 aveva presentato un progetto urbanistico da 1,6 miliardi di euro con la firma dell'architetto Norman Foster.
L'area è complessivamente denominata Santa Giulia, ma si distingue in due zone molto diverse. Una è l'area «ex Redaelli» dove c'erano, appunto, le acciaierie Redaelli, che è stata bonificata almeno formalmente e interamente costruita - pur se tutti i riempimenti sono stati realizzati con materiali non conformi - l'altra è quella della «ex Montedison», che non è stata ancora edificata e neppure bonificata.
Nel 2003, a monte vi è stata una scelta dissennata da parte degli enti pubblici, in particolare del comune di Milano, su parere della regione, che hanno deciso di non realizzare un progetto di bonifica dell'area «ex Redaelli», ma di effettuare un «piano scavi», che obbligava l'impresa appaltatrice a pulire solo ciò che veniva scavato, ossia le fondamenta delle costruzioni, non anche ciò che era intorno, esclusa in ogni caso la previsione che tutta l'area dovesse essere portata alle condizioni compatibili con la prevista destinazione di tipo residenziale.
Si tratta di una procedura anomala, in violazione di legge, secondo la quale il proprietario dell'area, Luigi Zunino, avrebbe dovuto pulire solo le aree che scavava. Pertanto, sulla base di un piano integrato di intervento presentato al comune, era previsto che il proprietario
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dell'area era obbligato a rimuovere soltanto i terreni delle zone scavate e che successivamente doveva procedere a un collaudo del fondo scavo, senza effettuare caratterizzazione alcuna.
Peraltro, il collaudo del «piano scavi» era stato fatto dal consulente di Zunino, ancora una volta lo studio Tedesi; un collaudo fatto in casa che, tuttavia, era stato ritenuto adeguato da Raffaelli per la provincia, da Gussoni per il comune di Milano e da Perfumi per l'Arpa, tutti coinvolti nelle indagini. Di conseguenza, all'esito di tale procedura amministrativa viziata, tutta l'area è stata considerata adeguatamente pulita.
Come si è accennato, l'inchiesta sulla mancata bonifica dell'area di Santa Giulia è nata nell'ambito di un'indagine per false fatture, che aveva portato all'arresto di Giuseppe Grossi e alcuni suoi manager, tra i quali Cesarina Ferruzzi.
Nel corso degli interrogatori, proprio costoro hanno sollevato la questione dell'area di Santa Giulia, denunciando il fatto che l'area non fosse stata pulita, nonostante i subappalti per il movimento terra (nella sostanza, la rimozione dei terreni contaminati) concessi, ancora una volta, alla Edil Bianchi e alla Lucchini Artoni. Ebbene, nell'area sono stati ritrovati nascosti in un container dei documenti dai quali è risultato che il movimento terra è stato fatto da «padroncini calabresi», con pesanti precedenti penali di criminalità organizzata. L'elenco dei soggetti che hanno svolto questa attività e dei mezzi utilizzati - che peraltro spesso non coincidono con le documentazioni ufficiali, là dove risultano mezzi diversi da quelli che in realtà hanno effettuato il trasporto - è stato trasmesso al colonnello Masi della Dia.
Il ruolo dei «padroncini», notoriamente tutti collegati alla 'ndrangheta, è stato essenziale per la consumazione degli illeciti ambientali, dal momento he nel corso delle operazioni di scavo eseguite per le edificazioni dalle due imprese subappaltatrici (Edil Bianchi e Lucchini Artoni) sono stati portati alla luce materiali che sviluppavano odori molesti, impropriamente e abusivamente miscelati in loco con altro materiale inerte e, quindi, trasportati fuori del cantiere con false bolle di accompagnamento; che le due società subappaltatrici del movimento terra nell'area ex Redaelli si sono avvalse per consumare tale illecita attività dell'opera dei padroncini calabresi, ai quali avevano subappaltato i relativi lavori.
È così accaduto che, come si è visto, una parte di tale materiale inquinato era stata caricata su autocarri con targa tedesca per essere smaltita in Germania, un'altra parte era stata utilizzata - in modo illecito - per riempire vari punti del cantiere e per realizzare la barriera antirumore che costeggia la tangenziale Est di Milano.
Ancora, altri cumuli di materiale costituiti da terre e rocce di scavo frammiste a laterizi, piastrelle, plastica e pezzi di asfalto, tondini di ferro e manufatti in cemento, provenienti dall'area anzidetta sono stati utilizzati per il riempimento del «Parco Trapezio», ricompreso nell'area sequestrata di Santa Giulia.
Ancora, sull'area «Cascina di Merezzate», che è un'area pubblica, era presente un cumulo di 30 milioni di metri cubi di materiale da demolizione dell'altezza di circa 7/8 metri, costituito da terre miste a materiali di demolizione e altri rifiuti, proveniente dall'area Santa
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Giulia e, in particolare, dall'area acciaierie «ex Redaelli», in conseguenza dello stato di avanzamento dei lavori edili in corso.
Infine, non tutto il terreno inquinato, oggetto dell'attività di scavo, era stato portato fuori dall'area di Santa Giulia, posto che, come ha riferito la dottoressa Pedio nell'audizione del 28 marzo 2012, nella zona dell'ex Redaelli e nel parco Trapezio, sono stati rinvenuti pesticidi e ddt compatibili con i terreni rimossi dalla zona ex Montedison e ciò ha determinato la chiusura di una scuola adiacente della zona, in quanto i bambini avevano un problema di lacrimazione, causato probabilmente dalla diffusione dei gas.
Tutto ciò è accaduto, in quanto, adottando la soluzione del «piano scavi» in luogo della bonifica, si scavava e, quindi, si spostava il materiale da una parte all'altra.
Infine, è stato acclarato anche l'inquinamento della falda.
In questa vicenda - ha proseguito la dottoressa Pedio nell'audizione del 28 marzo 2012 - di positivo vi è il fatto che la società Risanamento Spa, la quale è stata ricapitalizzata dalle banche, con l'estromissione sostanziale di Luigi Zunino, sta bonificando i terreni.
Inoltre, l'ufficio bonifiche del comune di Milano - in composizione diversa da quella che, a suo tempo, aveva approvato il «piano scavi» - ha imposto di rimuovere tutti i terreni del parco «Trapezio», che è un terreno enorme posto nell'area ex Redaelli, che è quella già abitata, sulla quale non è possibile alcun intervento, a meno di non abbattere le costruzioni già esistenti.
I lavori erano iniziati ed erano state già bonificate la zona cosiddetta della «Promenade», che è una via di 280 metri all'interno delle residenze dell'area ex Redaelli, nella quale sono stati sotterrati dei rifiuti - ma interamente già costruita e occupata da circa 1.500 residenti - nonché la zona dell'asilo, nel cui giardino è stata riscontrata la presenza di pesticidi e che, per tale ragione, era stato chiuso.
La dottoressa Pedio ha concluso riferendo che il procedimento relativo ai reati ambientali è alle battute finali, in quanto le indagini sono in dirittura di arrivo, posto che in data 16 marzo 2012 state depositate le ultime relazioni dell'Arpa e del consulente tecnico della procura sullo stato di inquinamento dell'area.
Ada Lucia De Cesaris, assessore all'urbanistica e all'edilizia pubblica del comune di Milano, nel corso dell'audizione del 28 marzo 2012, ha riferito:
a) che è in corso la caratterizzazione dell'intera area «ex Montedison» in funzione della bonifica, che tuttavia porrà gravi problematiche di costi, nel caso in cui si dovesse profilare l'asportazione integrale dei terreni;
b) che sono stati eseguiti alcuni lavori relativi all'area del parco «Trapezio» e alla «Promenade», con riporto di nuovo terreno e impermeabilizzazione;
c) che, attualmente, i costi degli interventi eseguiti sono a carico del privato (società Risanamento e Banca Intesa), con la precisazione che l'ammontare delle opere di urbanizzazione è pari a 92,2 milioni e quello delle opere di bonifica ammonta a 20 milioni, a fronte di una fideiussione di 10 milioni;
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d) che, per quanto riguarda l'inquinamento della falda, dopo la caratterizzazione dei suoli, vi sarà un intervento di sicurezza d'emergenza, ovvero uno sbarramento idraulico;
e) che, per quanto riguarda l'area pubblica di «Merezzate», destinataria dei rifiuti provenienti da Santa Giulia, sussiste il problema dello smaltimento dei cumuli di rifiuti, ma che gli operatori privati si sono dichiarati disponibili ad effettuare insieme al comune di Milano la caratterizzazione e, quindi, la bonifica in funzione della destinazione dell'area a edilizia sociale, con rivalsa nei confronti dell'immobiliarista Luigi Zunino, responsabile del danno.

Il dottor Francesco Dettori, procuratore della Repubblica pressi il tribunale di Busto Arsizio, nel corso dell'audizione del 20 luglio 2010, ha riferito che nel circondario di Busto Arsizio vi è la presenza di due gruppi criminali, uno di origine calabrese e l'altro di origine siciliana, con una precisa suddivisione del territorio in due settori: quello intorno a Malpensa, Lonate Pozzolo, Samarate e Ferno è dominato dai gruppi calabresi di Cirò Marina, mentre nella zona da Busto Arsizio verso Saronno risulta attestata la presenza dei Rinzivillo, gelesi, facenti capo a Pippo Madonia.
Si tratta di gruppi che sono in loco ormai da decenni, arrivati nell'ambito di flussi di immigrazione dal Sud, avvenuti nel corso degli anni Sessanta e Settanta e anche a seguito di fenomeni di soggiorni per misure di prevenzione.
Costoro sono allocati da tempo e fanno parte del territorio, dove hanno trasferito determinate tradizioni dalle terre di provenienza, con cui mantengono costanti collegamenti, com'è emerso da procedimenti penali in corso, che danno conto degli stretti legami con i gruppi 'ndranghetisti o con i gelesi delle zone di origine.
Comunque, gli interessi criminali di tali gruppi si muovono sul versante degli esercizi pubblici, dell'edilizia, della prostituzione e della droga, mentre non vi è traccia di un loro interessamento sul traffico illecito di rifiuti.
Il dottor Dettori ha riferito che, nell'ambito della realtà giurisdizionale di Busto Arsizio, gli episodi più rilevanti, che dimostrano una grossa capacità di agire nel settore della gestione illecita dei rifiuti, sono di tipo locale.
Nel processo più importante della procura di Busto Arsizio (cosiddetto «Replay») trattato nei confronti di nove imputati con il rito del giudizio immediato (mentre per gli altri 48 imputati vi era un avviso di conclusione delle indagini) l'imputato di spicco era Salvatore Accarino di Torre Annunziata (NA), recidivo, in quanto coinvolto in una inchiesta giudiziaria analoga promossa nell'anno 2003 dalla procura della Repubblica di Milano, nel cui ambito era stato tratto in arresto insieme ad altri suoi famigliari, tra cui il figlio e il fratello, Francesco Accarino di Pagani (SA) e Mario Accarino di San Valentino Torio (SA), tutti campani, ma - ormai da anni - localizzati in Lombardia e, in particolare, nella zona di Busto Arsizio.
L'indagine portata avanti dalla procura della Repubblica in Milano, come si è visto, era stata di grosso spessore; quindi, Salvatore Accarino, dopo essere formalmente sparito da ogni attività connessa


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allo smaltimento dei rifiuti, vi era rientrato attraverso prestanome e gestiva alcune aziende che operavano nel settore.
La successiva attività delittuosa, consistente nello smaltimento abusivo di rifiuti speciali e pericolosi, di competenza della procura di Busto Arsizio, era stata scoperta per puro caso, nei primi mesi del 2008, posto che l'area in cui gli Accarino operavano in Fagnano Olona era formalmente adibita a deposito di automezzi, che facevano capo a diverse società degli Accarino (la Medio ambiente 2000 Srl, la Igam ambiente Srl, la Immobiliare Venezia Srl, ecc..), le quali erano autorizzate al trasporto di rifiuti pericolosi e non.
Viceversa, gli Accarino e i loro sodali, anziché provvedere al trasporto dei rifiuti indifferenziati, prelevati dalle imprese produttrici fino ai siti di destinazione autorizzati, li scaricavano abusivamente presso il deposito anzidetto. Quindi, ricorrendo a uno strumento meccanico (cd. «ragno») ivi presente e a manovalanza a basso costo, procedevano a operazioni di cernita e separazione di rifiuti metallici, di legno e di carta, che venivano commercializzati come materia prima secondaria, mentre i residui rifiuti venivano trasportati presso i centri di stoccaggio. In funzione del traffico di rifiuti, gli Accarino redigevano falsamente i formulari di trasporto relativi ai carichi oggetto dell'illecita gestione, falsificandoli ideologicamente nell'itinerario, nell'attribuzione del peso e, in alcuni casi, nell'attribuzione dei codici Cer relativi ai rifiuti trasportati.
Le indagini svolte dal Noe hanno consentito di accertare un'intensa attività illecita diffusa a livello regionale, sebbene concentrata come attività operativa in Fagnano Olona.
Il Gup presso il tribunale di Busto Arsizio, con sentenza del 17 ottobre 2010, ha dichiarato gli imputati colpevoli dei reati di associazione per delinquere, traffico illecito di rifiuti e falso (doc. 1306/2).
Il dottor Dettori ha escluso collegamenti con la criminalità organizzata, parlando di un «clan» nel quale operavano conviventi o parenti, i quali fungevano da prestanome per occultare l'effettiva proprietà di immobili, nonché di una rete molto diffusa di connivenza delle banche, che consentivano ad Salvatore Accarino di operare su una miriade di conti correnti distribuiti su sette o otto banche. I funzionari e i direttori, pur essendo consapevoli che l'operatore effettivo era lui e che i prestanome agivano per occultare il vero operatore, non comunicavano nulla all'autorità di vigilanza.
I sodali avevano una compartecipazione agli utili illeciti e, in particolare, avevano una compartecipazione al ricavato illecito conseguente all'aumento fittizio dei pesi o alla loro diminuzione, quando i rifiuti venivano mandati nelle discariche autorizzate, previa falsificazione dei documenti di accompagnamento, posto che i rifiuti pericolosi venivano trasformati in rifiuti non pericolosi o rifiuti speciali, con costi nettamente inferiori.
I guadagni ricavati da coloro che conferivano i rifiuti pericolosi venivano ripartiti tra Accarino, che fungeva da collettore, e coloro che li ricevevano, avvalendosi di formulari falsificati.
Su tale operazione ha riferito anche Sergio Pascali, comandante provinciale dei Carabinieri di Milano, nel corso della sua audizione del 21 luglio 2010.
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La pericolosità dell'Accarino e del suo clan - ha ancora sottolineato il dottor Dettori - emerge, in modo significativo, dall'attività di recupero ambientale della cartiera Fornaci, che l'Accarino alcuni anni addietro aveva concorso a inquinare.
Invero, nel recente passato, la cartiera era stata trasformata in una discarica ed è stato accertato che anche l'Accarino aveva contribuito per un 20/30 per cento a interrare rifiuti pericolosi. Ciononostante, l'Accarino era riuscito, avvalendosi di un prestanome, a ottenere la bonifica del sito medesimo, insieme alla ditta Abc Servizi Ecologici di Filippo Vicino, con il quale era in combutta.
I rifiuti, posti in discarica abusiva nella stessa cartiera Fornaci, avrebbero dovuto essere rimossi e avviati a destinazione regolare nelle due discariche destinate ad accoglierli. Era prevista la presenza dei due geologi e dell'Arpa la quale, anche con controlli a sorpresa, avrebbe dovuto verificare il regolare svolgimento delle operazioni, al di là di prelievi e campionatura. Tutto ciò non è avvenuto, com'è stato rilevato dal Noe, posto che l'Arpa preannunciava telefonicamente i controlli, comunicando la data in cui sarebbe arrivata.
Un'altra inchiesta rilevante nello specifico settore dello smaltimento dei rifiuti della stessa procura della Repubblica in Busto Arsizio ha portato all'arresto nel 2009 di Mario Chiesa, a tutti ben noto, in quanto negli anni '90 la sua vicenda ha dato inizio alla cd. «tangentopoli» (proprio in funzione del passato del Chiesa, l'inchiesta anzidetta è stata denominata «operazione Rewind»).
Il Chiesa aveva sviluppato la propria attività con una facciata di legalità, in quanto si era avvalso della copertura di una società, la Solarese, che operava a Saronno e che era stata regolarmente autorizzata al trattamento di rifiuti.
In realtà, è accaduto che la Solarese non solo non trattava i rifiuti, ma mediante la falsificazione della documentazione, con il sistema del cosiddetto giro bolla e l'attribuzione di un falso codice Cer, li trasformava in rifiuti trattati e, con la connivenza dei titolari di alcune discariche del pavese, del bresciano e del cremonese, li portava in discarica, per di più aumentando i pesi quando doveva prelevare i rifiuti e diminuendoli quando li doveva scaricare.
Mario Chiesa, il cui coinvolgimento nell'attività delittuosa è emerso grazie alle intercettazioni telefoniche, operava in associazione temporanea di impresa con la «Solarese» per truffare due aziende municipalizzate. Tra i più importanti appalti vinti per lo smaltimento dei rifiuti figuravano quelli dei comuni di Rho e di Voghera (commesse dal valore compreso tra i 200 mila e i 350 mila euro).
In particolare, dalle indagini è emerso che nella Asl di Rho uno dei consiglieri di amministrazione, il quale conosceva bene Chiesa, gli suggeriva di non esagerare con i pesi, dal momento che il raffronto tra quello che prelevavano loro e la gestione dell'anno precedente aveva posto in evidenza aumenti del 60/70 per cento.
Peraltro, in sei perquisizioni, è stata sequestrata anche la pesa alterata.
A un anno di distanza dalla chiusura dell'inchiesta della procura di Busto Arsizio, Chiesa ha patteggiato 3 anni e 6 mesi di reclusione,
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una pena che, grazie ai benefici dell'indulto e ai sei mesi di carcerazione preventiva scontati (di cui due in carcere), gli ha consentito di non tornare in carcere.

6 - Iniziative volte a prevenire le infiltrazioni mafiose nei lavori dell'Expo 2015

Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia e i suoi collaboratori, Giovanni Confalonieri, direttore del settore relazioni istituzionali del comune di Milano, Angelo Paris, direttore pianificazione strategica, procurement e Ict di Expo 2015, Patrizia Aversano, direttore specialistica coordinamento Expo e Carlo Chiesa, Responsabile procedimento Expo, nel corso delle audizioni del 28 marzo 2012 e del 17 aprile 2012, hanno riferito che la società Expo - partecipata dal Governo, dal comune di Milano, dalla provincia di Milano e dalla Camera di commercio di Milano - è la stazione appaltante pubblica, in forza del DPCM del mese di ottobre 2008, responsabile di tutti gli interventi cosiddetti «opere essenziali» dell'Expo Milano 2015, che consistono essenzialmente in due grandi opere, il sito espositivo di Expo di 1,1 milioni di metri quadrati, la cui realizzazione è già iniziata nel mese di novembre 2011 nell'area nord-ovest, attigua al polo fieristico, e la cosiddetta «Via d'Acqua».
Il sindaco di Milano, nella qualità di commissario straordinario, ha il dovere di seguire lo sviluppo sia dei tempi di esecuzione, sia della qualità delle opere, che sono di rilevante valore economico e, cioè, pari a 800-850 milioni di euro e che devono essere comunque completate entro il 30 aprile 2015.
A questo punto, il problema da affrontare è quello di fare in modo che tali opere vengano realizzate senza alcun tipo di infiltrazione, tanto più quelle opere connesse al movimento terra. A tale proposito, al fine di comprendere i numerosi tentativi di inserimento della 'ndrangheta - e, in modo particolare, del capomafia Salvatore Strangio, grazie ai subappalti delle società del gruppo Perego, da lui direttamente controllate - è sufficiente considerare che nell'area dell'Expo circa 1,5 milioni di metri cubi sono costituiti da terreno di riporto e da materiali da gestire secondo le disposizioni contenute nell'articolo 186 del decreto legislativo n. 152 del 2006 e successive modifiche, mentre una parte del terreno pari a 365 mila metri cubi è considerata rifiuto, sicché, dopo la caratterizzazione, circa per 18 microaree sono in corso interventi di bonifica (cfr. dichiarazioni rese da Cristina Stancari, Assessore all'ambiente della provincia di Milano, nel corso dell'audizione del 27 marzo 2012).
Allo scopo di impedire simili infiltrazioni, presso la prefettura di Milano è stato insediato il gruppo interforze per l'Expo 2015, ossia il Gicex, con uffici in cui sono presenti quattro o cinque investigatori facenti parte di tutte le forze di polizia e, in data 13 febbraio 2012, è stato sottoscritto un «protocollo di legalità» da parte della società Expo, nella qualità di stazione appaltante del sito, e da parte delle società incaricate della costruzione delle linee metropolitane M4 e M5, trattandosi di opere connesse all'Expo.


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In forza del suddetto «protocollo di legalità», l'Expo 2015 è il soggetto responsabile della sicurezza delle opere anche sotto il profilo antimafia, con il compito di garantire alla prefettura un costante e consistente flusso informativo dei dati relativi alla filiera delle imprese appaltatrici e subappaltatrici e a cascata fino all'ultimo livello dei subcontraenti, tutte obbligate a fornire a Expo 2015 i propri dati, nonché le informazioni concernenti le aziende subappaltatrici, che partecipano ai lavori.
Nel rispetto di quanto stabilito nel protocollo, la società Expo 2015 è obbligata a inserire delle clausole all'interno dei contratti stipulati con l'appaltatore che lo vincolino a fornire dati e informazioni, a pena di sanzioni, compresa la risoluzione del contratto. Inoltre, è responsabile nei confronti della prefettura di trasferire questi dati, in modo che ci sia un flusso continuo di informazioni e la possibilità di un loro incrocio attraverso la banca dati sia con l'anagrafe degli esecutori, sia con il piano di controllo coordinato del cantiere e del subcantiere.
Invero, l'Expo, nel rispetto dei ruoli istituzionali, non esegue controlli, ma fa delle verifiche di natura amministrativa e di sicurezza preventiva per quanto riguarda le autorizzazioni delle gare d'appalto e dei subappalti, mentre la prefettura di Milano esegue il controllo antimafia.
La disciplina riguarda tutti i contratti conclusi dall'appaltatore approvati da Expo, a meno che un'azienda appaltatrice non sia iscritta nella white list, che è un elenco di aziende certificate gestito dalla prefettura.
In particolare, è prevista l'acquisizione preventiva, da parte della società Expo 2015 di informazioni antimafia, con congruo anticipo rispetto alla stipula dei contratti, quindi se, successivamente alla stipula dei contratti, si verificano variazioni societarie e/o nuove verifiche pongono in evidenza contatti con la criminalità organizzata, è prevista la risoluzione automatica del contratto, grazie alla clausola rescissoria inserita in ogni documento.
Inoltre, al fine di scoraggiare fenomeni omertosi, ogni azienda concorrente agli appalti di Expo 2015 dovrà sottoscrivere una dichiarazione in cui si impegna a denunciare alla prefettura e alla società Expo 2015 ogni tentativo di estorsione, intimidazione, danneggiamenti, furti di beni personali o in cantiere e di condizionamento di natura criminale, quali richieste di tangenti, pressioni per indirizzare l'assunzione di personale o l'affidamento di lavorazioni, forniture, servizi o simili a determinate imprese. Anche la violazione di tali obblighi comporterà l'esclusione dall'Expo delle imprese inadempienti.
Particolare attenzione è stata riservata alle attività maggiormente a rischio di infiltrazione mafiosa, dal trasporto dei materiali in discarica al ciclo dei rifiuti, alla movimentazione della terra, sicché è già attivo uno stretto controllo sui cantieri di Expo 2015, attuato mediante una verifica continua della regolarità degli accessi e delle presenze di uomini e mezzi, posto che di ogni veicolo viene accertata la proprietà e i dati vengono incrociati al fine di verificare l'esistenza di eventuali anomalie.
Si tratta di un controllo costante che, allo stato, viene esercitato con la costituzione del «settimanale di cantiere», che contiene
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l'indicazione dell'esecutore dei mezzi dell'appaltatore, del subappaltatore o del terzo contraente; di eventuali altre ditte che operano nella settimana di riferimento e di qualunque automezzo che accede nell'area di cantiere; il tutto corredato dai nominativi dei dipendenti che saranno impegnati nella lavorazione all'interno del cantiere.
Le informazioni tratte dal settimanale di cantiere vengono utilizzate per verificare la proprietà dei mezzi e l'apposizione del personale, la regolarità degli accessi e delle presenze della settimana di riferimento e per incrociare i dati al fine di rilevare eventuali anomalie. È richiesto, inoltre, che i mezzi che accedono al cantiere siano dotati di un sistema di tracciamento veicolare, in modo che sia sempre possibile verificare, da parte degli organi di controllo, la correttezza dei flussi di materiale in entrata e in uscita dal cantiere.
Inoltre, è stato istituito un sistema di controllo in sito, con varchi controllati dal personale del comune e della direzione lavori di cantiere ed è previsto che le maestranze delle aziende fino all'ultimo livello di subappalto vengano dotate di badge, conformi alla normativa vigente e che i mezzi operativi vengano identificati attraverso un dispositivo elettronico che consente la tracciabilità da remoto dei percorsi rispetto alle prescrizioni contenute nel «piano scavi» o nella movimentazione, quindi dell'importazione e dell'esportazione di inerti o di risultati di scavi.
Tutta questa attività e questa massa di dati, sia a livello preventivo, sia nella fase del monitoraggio, è sempre a disposizione del gruppo interforze della prefettura, in modo tale che le anomalie vengano adeguatamente gestite dall'organo di controllo.
Infine, per gestire l'enorme quantità di informazioni e di dati provenienti dall'attività di controllo, Expo 2015, con il supporto della prefettura di Milano, ha attivato, a partire dal 20 marzo 2012, una piattaforma tecnologica altamente innovativa denominata «sistema gestionale delle costruzioni», che conterrà tutti i dati sensibili e sarà costantemente accessibile dalla prefettura. Questa applicazione software non solo incrocerà tutte le informazioni sensibili relative all'antimafia e ai flussi finanziari, ma verificherà anche le condizioni di sicurezza nei cantieri e il rispetto dei lavoratori impegnati, in modo da rafforzare e dare piena attuazione a un altro protocollo, firmato, all'inizio del mese di gennaio 2012 fra Expo 2015, il comune di Milano e le organizzazioni sindacali, sulla regolarità e la sicurezza nei cantieri e sul contrasto del «lavoro nero». Tale piattaforma rappresenta e rappresenterà una delle eredità che Expo potrà mettere a disposizione delle pubbliche amministrazioni di tutta Italia. In pratica, vi è un interfacciamento web tra la piattaforma, che ha sede in Expo, e le altre due banche dati, che sono presso la prefettura.
Questi sono i punti principali del «protocollo di legalità», al quale dovranno fare riferimento sia tutti coloro che opereranno sul sito, sia gli appaltatori deputati alla realizzazione delle opere connesse, in particolare delle due tratte metropolitane M4 e M5.
Il prefetto ha il compito del coordinamento di tutti coloro che si devono occupare dei controlli nei vari luoghi e, in modo particolare, della prevenzione.
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Particolare attenzione è stata posta per quanto riguarda l'autorizzazione al subappalto e il monitoraggio in sede di esecuzione dei lavori.
Di conseguenza, per ogni impresa che chiede all'Expo di essere autorizzata al subappalto, attraverso l'appaltatore regolarmente assegnatario di un appalto, vengono eseguite tre verifiche di carattere amministrativo: due, di competenza della stazione appaltante e una di competenza della prefettura.
La prima consiste in un'analisi all'ammissibilità del subappalto mediante la valutazione dei parametri tecnico-economici, le attestazioni Soa (attestato obbligatorio per l'esecuzione di appalti pubblici di importo superiore a 150 mila euro), le categorie e le quote applicabili in subappalto. Un secondo livello di controllo, sempre preventivo, riguarda la valutazione dell'idoneità tecnico-professionale, a livello sia dell'impresa subappaltatrice, sia dei singoli lavoratori (formazione adeguata, inquadramento contrattuale, sorveglianza sanitaria), sia della conformità dei mezzi che l'impresa intende mettere in opera.
Queste informazioni, attraverso una piattaforma informatica sviluppata con la prefettura di Milano, vengono trasmesse al terzo livello, che è il controllo antimafia vero e proprio, cioè la raccolta dei documenti necessari alle informative antimafia, a carico della prefettura di Milano, gruppo interforze centrale per l'Expo (Gicex).
Le verifiche sono partite nel mese di luglio 2012, in occasione dell'inizio dei lavori della «Piastra espositiva», che concerne le urbanizzazioni di base su cui saranno montati i vari manufatti di utilizzo comune e i padiglioni, gli spazi espositivi dei Paesi, delle aziende e delle istituzioni, fino a costituire l'intero master plan dell'esposizione universale.
Pertanto, a partire da tale data il processo di verifiche amministrative, di sicurezza e poi di antimafia - queste ultime solo a carico dalla prefettura - sarà automatizzato in modo tale che per ottenere l'autorizzazione al subappalto sarà obbligo, da parte delle imprese affidatarie sia per loro e sia per i soggetti terzi con rapporti di contratto diretto e non, di inserire tutta la documentazione prevista per la verifica dei tre iter procedurali.
Solo al superamento delle tre verifiche verrà rilasciata l'autorizzazione richiesta di subappalto al subappaltatore.
Sono state, inoltre, disciplinate alcune procedure particolari relative alle lavorazioni più a rischio di infiltrazione, quali nello specifico, quelle relative alla fornitura di macchine per il movimento terra con o senza conducente e, cioè, sia a caldo che a freddo e le forniture in opera di tutti di servizi relativi alle operazioni di cantiere.
I sistemi di prevenzione adottati dovrebbero evitare il ripetersi di episodi, come quello denunziato dal prefetto di Milano, nel corso dell'audizione del 20 luglio 2010, in cui la Lucchini Artoni Srl aveva affidato il subappalto del carico e scarico dei materiali di scavo della linea 5 della metropolitana a ben 17 imprese controllate dalla 'ndrangheta, che erano state poi tutte sostituite, ma ciò aveva provocato una sospensione dei lavori di molti mesi, ovvero, come quello emerso nel mese di giugno 2009 nell'ambito dell'indagine della Dda di Milano cosiddetta «Caposaldo», in cui è emerso che la Mara Scavi Srl di Nichetti Giacomo - la quale aveva ottenuto dalla Garbi
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Linea 5 Scrl il subappalto del movimento terra del relativo cantiere di viale Zara della suddetta linea della metropolitana milanese - aveva affidato il servizio di trasporto presso le cave della terra movimentata in tale cantiere all'Autotrasporti Al.Ma. Srl di Giuseppe Romeo, esponente di spicco dell'omonima famiglia mafiosa calabrese.
In entrambi gli episodi le società subappaltatrici avevano violato il divieto di subappalto del subappalto, stabilito per gli appalti pubblici dall'articolo 118 decreto legislativo 12 aprile 2006 n. 163 (codice degli appalti).
Il nuovo sistema di prevenzione adottato con il «protocollo di legalità», sottoscritto in data 13 febbraio 2012, almeno in teoria, dovrebbe essere idoneo ad evitare che imprese mafiose, come quella del Romeo e degli altri 'ndranghetisti, possano inserirsi nei lavori di movimento e trasporto terra dell'Expo, posto che tutti i camion e gli addetti al trasporto che, comunque, accedono nei cantieri dell'Expo vengono oggi compiutamente identificati sia in entrata che in uscita dal cantiere e, in ogni caso, a breve le maestranze dovrebbero essere munite di badge e i mezzi operativi muniti di dispositivi elettronici, che consenta la tracciabilità dei loro percorsi.
E, tuttavia, vale la pena di riportare l'obiezione del presidente Gaetano Pecorella, a cui nessuno degli auditi ha potuto dare risposte rassicuranti. E, cioè, che cosa succederebbe sui tempi di esecuzione delle opere previste, che sono molto ristretti, nel caso in cui il sistema di prevenzione delle infiltrazioni mafiose non funzioni e, di conseguenza, non solo il subappalto venga risolto, perché si scopre che l'impresa aggiudicataria è mafiosa, ma anche il contratto di appalto venga rescisso, in quanto all'impresa appaltatrice venga contestato di non aver segnalato soggetti sospetti di mafiosità cui ha dato il subappalto e/o insorgano controversie su tali punti.
La Commissione di inchiesta non può che prendere atto delle affermazioni del sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, all'esito della sua audizione del 17 aprile 2012 che, nella qualità di commissario straordinario, si è assunto l'onere e la responsabilità di scelte, anche innovative e audaci, di prendere delle decisioni in grado, comunque, di aggirare il fortissimo rischio di ritardi.
In ogni caso, al sindaco di Milano va riconosciuto il coraggio di aver inserito in tutti i contratti stipulati dall'Expo l'obbligo a carico degli appaltatori di denunciare eventuali tentativi di estorsione o sollecitazioni di illegalità, nonostante l'assenza di una norma giuridica generale che impone tale obbligo, nella consapevolezza che sussiste un problema di illegalità diffusa e che proprio la ristrettezza dei tempi di esecuzione delle opere dell'Expo 2015 avrebbe potuto favorire, stante l'urgenza di provvedere.
Si tratta di una clausola che potrebbe essere inserita in tutti gli appalti pubblici, in attesa dell'intervento del legislatore che ne faccia una regola di carattere generale per tutti i contratti di appalto e subappalto.

7 - L'area ex Sisas del Sin di Pioltello Rodano

Il quadro generale della situazione delle bonifiche in Lombardia è stato offerto da Umberto Benezzoli, direttore generale Arpa


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Lombardia il quale, nel corso dell'audizione del 20 luglio 2010, ha riferito che la legge regionale, modulando il decreto legislativo n. 152 del 2006, ha attribuito in materia di bonifiche competenze di diverso livello: in particolare, quando le bonifiche interessano territori di competenza amministrativa di più comuni, i siti sono definiti di caratteristica regionale e, quindi, i procedimenti relativi alle bonifiche sono gestiti direttamente dalla regione Lombardia. Viceversa, nel caso in cui i siti abbiano uno sviluppo territoriale all'interno di un singolo comune, sono di competenza comunale e, quindi, l'Arpa interagisce con la regione Lombardia e le amministrazioni comunali.
I rapporti con le province investono le competenze attribuite rispettivamente ad Arpa e alle stesse province per i controlli sul cantiere e per le modalità di certificazione di fine bonifica, certificazione che spetta alle province, ma che si avvale comunque di un parere di Arpa per la verifica di una serie di requisiti da rispettare.
Il direttore generale Arpa non è stato in grado di indicare il numero dei siti bonificati, ma ha calcolato che le aree che ogni anno entrano nella procedura di bonifica sono grosso modo lo stesso numero di quelle che ne escono bonificate, e ha riferito che nella regione Lombardia il totale complessivo dei siti da bonificare è di n. 1.757, suddivisi in tre parti non perfettamente precise: 628 siti sono in fase di indagine preliminare; 605 in fase di caratterizzazione; 524 in fase di bonifica. Vi è poi anche la ripartizione provincia per provincia.
Con nota in data 14 febbraio 2012 (doc. 1064/1), l'assessore all'ambiente della regione Lombardia ha comunicato che, alla data del 1o febbraio 2012, sono inseriti nell'anagrafe dei siti da bonificare 3.970 casi, di cui n. 1.879 siti potenzialmente contaminati, n. 853 siti contaminati, n. 1.238 siti bonificati (procedure ordinarie e procedure semplificate). Per quanto riguarda la richiesta di informazioni relative ai quantitativi di rifiuti pericolosi e non pericolosi prodotti dalle operazioni di bonifica dei terreni e risanamento delle acque di falda e alla destinazione ultima di tali rifiuti, nella nota dell'assessore al territorio, pervenuta in data 22 marzo 2012 (doc. 1135/1), si comunica che nella regione Lombardia risulta una produzione di circa 164.144 tonnellate, di cui 139.882,3 tonnellate dichiarate da ditte lombarde e 24.262,56 tonnellate dichiarate da ditte «non residenti» in Lombardia. La maggior parte dei rifiuti prodotti è ascrivibile ai codici Cer 19.13.01 19.13.02, 19.13.08 (30).
Con riferimento alla destinazione ultima di tali rifiuti provenienti da attività di bonifica si osserva un flusso nazionale prevalente diretto verso Emilia Romagna, Piemonte e Veneto. I conferimenti transfrontalieri hanno come destinazione prevalentemente la Germania e in misura minore il Belgio.
In via generale, l'Agenzia svolge una serie di attività: una di indagine preliminare, un'altra di caratterizzazione, un'attività è svolta
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nell'ambito della procedura di analisi specifica di rischio sito, distinte attività riguardano il progetto operativo per la bonifica, gli interventi di bonifica e le attività svolte a conclusione della bonifica.
Successivamente vengono svolti i monitoraggi post bonifica o post analisi di rischio e le attività connesse all'accertamento dei livelli di contaminazione superiori ai valori di concentrazione soglia e le segnalazioni ai sensi dell'articolo 244 del decreto legislativo n. 152 del 2006.
Tra le aree industriali dismesse, fortemente inquinate e ancora da bonificare, il prefetto di Milano, nel corso della sua audizione del 20 luglio 2010, ha segnalato quella dell'ex Sisas, un'area situata fra i comuni di Pioltello e Rodano, dove per decenni si sono prodotti solventi e plastificanti e dove sono rimaste sul posto 350 mila tonnellate di prodotti, tra cui il cosiddetto nerofumo, costituito dal sottoprodotto della produzione di acetilene, ftalati, mercurio, catalizzatori esausti e residui di distillazione, sepolti in fusti molto vicini anche alla falda acquifera sotterranea, tanto che si è continuato per anni a pompare enormi quantità d'acqua per tenere artificialmente bassa la falda ed evitare che i composti chimici pericolosi potessero contaminarla.
La Commissione parlamentare d'inchiesta ha dedicato particolare attenzione al sito di Pioltello e Rodano per le numerose e particolari problematiche che si sono sovrapposte nel corso degli anni.
Il sito è stato incluso nell'elenco dei siti di bonifica di interesse nazionale (Sin) con la legge n. 388 del 2000 ed è stato perimetrato con decreto ministeriale 31 agosto 2001 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 252 del 29 ottobre 2001.
Il perimetro è di complessivi 830 mila metri quadrati, include al proprio interno il polo chimico - che ha una estensione di oltre 300 mila metri quadrati - è ubicato al confine tra i territori comunali di Pioltello e di Rodano (localizzati a est del capoluogo di provincia) ed è delimitato a nord dal tracciato ferroviario e a sud dalla strada provinciale 14 «Rivoltana».
Nell'area erano stati realizzati dalla Sisas Spa alcuni pozzi per abbassare la falda sottostante il corpo delle discariche presenti, tramite emungimento, allo scopo di impedire il contatto tra la falda e il fondo delle discariche medesime.
In data 18 aprile 2001, il tribunale di Milano ha dichiarato il fallimento della Sisas Spa, con la nomina del curatore del fallimento, che ha assicurato l'esercizio di tali pozzi con oneri a proprio carico fino al mese di gennaio 2006, dal momento che per il periodo successivo e, cioè, a partire dal mese di febbraio 2006, i comuni di Rodano e Pioltello sono subentrati alla curatela fallimentare, a causa della manifestata indisponibilità di quest'ultima a continuare l'intervento di mantenimento delle condizioni di messa in sicurezza della falda idrica.
Le vicende relative alla bonifica dell'area si trascinano ormai da molti anni, posto che, in forza della normativa vigente, la bonifica delle aree inquinate costituisce onere della proprietà dell'area medesima.
Viceversa, nell'assenza della proprietà dell'area, come nel caso di fallimento, la bonifica è di competenza degli enti territoriali e,
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trattandosi di area ricompresa in un Sin, anche del Ministero dell'ambiente.
Nel caso di specie, in una prima fase, è accaduto che, in funzione di una possibile acquisizione - poi non realizzata - dell'area ex Sisas da parte della società americana American international underwriters (Aiu), facente parte del gruppo American international group (Aig), quest'ultima, nell'ambito di un accordo con tutti gli enti interessati, ha eseguito nel corso dell'anno 2003 la caratterizzazione dell'area anzidetta, con riferimento sia al suolo, sia alle acque sotterranee.
I risultati di tale caratterizzazione hanno posto in evidenza una contaminazione del terreno - essenzialmente da mercurio e in pochi casi anche da zinco - limitata, in genere, ai prelievi più superficiali, mentre nelle discariche presenti sul sito è stata accertata la presenza generalizzata di idrocarburi policiclici aromatici (Ipa), di mercurio e ftalati. A loro volta, i prelievi delle acque di falda hanno rilevato una contaminazione da cromo esavalente, triclorometano e tricloroetilene.
Come si è detto l'Aiu non ha acquistato l'area e, tuttavia, dopo le operazioni di caratterizzazione di cui si è detto, si è fermata anche ogni attività di bonifica da parte delle amministrazioni interessate (Ministero dell'ambiente, regione Lombardia, comuni di Pioltello e di Rodano).
In questo contesto è intervenuta la sentenza in data 9 settembre 2004 della Corte di giustizia dell'Unione europea, che ha condannato lo Stato italiano per la mancata bonifica dell'area ex Sisas, di cui si dirà di seguito.
A questo punto, si è verificato una sorta di «balletto» tra tutti gli enti interessati su chi dovesse provvedere alla bonifica del sito, come richiesto dalla Commissione europea.
Addirittura, la conferenza di servizi decisoria del 19 gennaio 2005, tenutasi presso il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha imposto alla curatela fallimentare la predisposizione di un progetto preliminare di bonifica dell'intera area incentrato sull'eliminazione delle discariche presenti sul sito, in accordo con le previsioni urbanistiche-territoriali dei comuni di Rodano e Pioltello e coordinato dalle stesse amministrazioni con l'obiettivo prioritario dell'allontanamento dei rifiuti dall'area ex Sisas. Correttamente il Tar della Lombardia, con ordinanza n. 1159/95 del 25 maggio 2005, ha dichiarato la totale estraneità giuridica del curatore nella suddetta materia.
Dopo altre Conferenze di servizi, che si sono limitate ad acclarare la necessità di procedere in via di assoluta urgenza agli interventi di rimozione dei rifiuti più pericolosi della discarica «C», ma senza seguito alcuno, la curatela fallimentare, con nota del 6 ottobre 2006, ha comunicato al Ministero dell'ambiente la disponibilità del gruppo Zunino e del gruppo Walde ambiente ad acquistare gli impianti esistenti nell'ex stabilimento e a bonificare l'intera area.
E così la regione Lombardia ha promosso la stipula con i citati soggetti privati acquirenti di un «atto di intenti», che impegnava costoro alla messa in sicurezza di emergenza e alla successiva bonifica dell'area ex-Sisas, «... senza alcun intervento di finanziamenti pubblici».
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L'atto di intenti è stato sottoscritto in data 21dicembre 2006 dai soggetti privati acquirenti e dagli enti (Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, regione Lombardia, provincia di Milano, comune di Rodano e comune di Pioltello).
Pertanto, in ottemperanza a quanto previsto in tale atto, in data 29 dicembre 2006, la società Tr Estate Due Srl, facente capo a Giuseppe Grossi (in qualità di soggetto terzo interessato, ai sensi dell'articolo 245 del decreto legislativo n. 152 del 2006) ha trasmesso il progetto di bonifica dell'area ex Sisas, incentrato sulla asportazione e smaltimento in impianti esterni dei rifiuti presenti nella discarica «C» e sulla rimozione e smaltimento dei rifiuti presenti nelle discariche «A» e presso una idonea discarica, all'interno del sito, autorizzata ai sensi della normativa vigente.
In data 11 giugno 2009, in seguito all'accordo di programma, l'area de qua come ha riferito nel corso della sua audizione del 20 luglio 2010, Paolo Marguti, Tecnico del comune di Pioltello, è stata venduta al prezzo di euro 4.400.000,00 dal curatore del fallimento dell'ex Sisas alla società Tr Estate Due Srl, facente capo al Grossi il quale, operando in piena sinergia con il gruppo immobiliare Zunino, era destinatario degli interventi di carattere urbanistico per la riqualificazione dell'area, d'intesa con i comuni di Pioltello e di Rodano.
L'importo complessivo degli interventi di rimozione dei rifiuti e di bonifica dei suoli, inizialmente fissato nella somma di circa 120 milioni di euro, su richiesta della Tr Estate Due Srl, è stato elevato a 143 milioni di euro, a seguito di progetto di variante autorizzato con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare n. 8482 del 14 settembre 2009.
La rimodulazione prevedeva la conclusione delle attività di bonifica entro il 31dicembre 2010 (cfr. doc. 867/1, contenente la relazione del commissario delegato in data 12 ottobre 2011, depositata nel corso della sua audizione).
In precedenza, come si è detto, la società acquirente aveva concluso con il Ministero dell'ambiente, la regione Lombardia e i comuni di Rodano e di Pioltello un accordo per la bonifica sia delle discariche, sia dei suoli verso il corrispettivo di 120 milioni di euro.
Alla stregua delle intese raggiunte, tale corrispettivo ovvero quello di euro 143 milioni, successivamente pattuito, doveva essere versato, non con il pagamento delle relative somme di denaro, bensì mediante il riconoscimento da parte dei due comuni interessati (Rodano e Pioltello) al gruppo Zunino di cubature edificabili per l'importo anzidetto e, in particolare, con la concessione alla suddetta società della possibilità di costruire 100 mila metri quadri di grande distribuzione e 140 mila metri quadri di terziario produttivo.
Costituisce, invero, prassi diffusa che il costo della bonifica delle ex aree industriali non solo venga capitalizzato come valore del terreno, ma diventi strumento di trattativa con la pubblica amministrazione: nella pratica, si realizza un accordo in forza del quale colui che effettua la bonifica spendendo, come nel caso di specie, la somma di 143 milioni di euro, ottiene la possibilità di edificare per lo stesso importo.
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Di norma, gli accordi prevedono il rilascio di polizza fideiussoria da parte del privato, a garanzia degli impegni assunti.
Nella specie ciò non è avvenuto, in quanto nel contratto era previsto che la garanzia venisse prestata solo dopo il rilascio da parte dei comuni interessati della licenza commerciale.
Si tratta di una chiara violazione di legge, in quanto, ai sensi della normativa vigente (articolo 242 decreto legislativo n. 152 del 2006) le obbligazioni assunte dal bonificatore devono essere garantite da idonea fideiussione bancaria o assicurativa, rilasciata contestualmente al provvedimento di approvazione del progetto di bonifica.
Correttamente, sul punto la dottoressa Paola Pedio, sostituto procuratore della Repubblica in Milano, nel corso dell'audizione del 20 luglio 2010, ha sottolineato le seguenti anomalie: 1) il bonificatore, nella persona di Giuseppe Grossi, era stato scelto a seguito di una trattativa privata tra il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e il proprietario dell'area, la società Tr Estate Due Srl, società dello stesso Grossi, che l'aveva acquistata dal fallimento; 2) il costo dei lavori di bonifica, pari a 120 milioni di euro, era stato indicato dal privato bonificatore non sulla base di perizie, bensì solo in virtù del richiamo ad altri precedenti preventivi di pari importo; 3) non erano state neanche pagate le fideiussioni sull'ex Sisas, posto che la proprietaria dell'area, nella trattativa con il Ministero dell'ambiente, aveva posto come condizione per il rilascio delle fideiussioni, con l'adesione del Ministero, che fosse dapprima svolto un iter, all'esito del quale il comune di Pioltello avrebbe dovuto garantire il rilascio di una concessione edilizia per cubature ritenute necessarie alla copertura dei costi della bonifica.
Successivamente, poiché tale bonifica non è stata realizzata, è stato stanziato dal Ministero un importo a favore dei comuni di Rodano e di Pioltello che, con tutta probabilità, sarebbe stato utilizzato nel caso di maggiori costi della bonifica.
In tale contesto si può parlare di «triangolazioni», posto che non solo non vi sono state gare di appalto, ma vi sono stati rapporti diretti tra la proprietà, il bonificatore e il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.
I risultati di tutte queste omissioni sono totalmente negativi, considerato che ci si trova di fronte a un bonificatore che non è stato in grado di eseguire la bonifica, a una sanzione europea e a costi di bonifica che nessuno ha mai controllato, ma che sono stati accettati per come il bonificatore li ha portati al Ministero.
Merita poi di essere sottolineata la circostanza, fortemente sospetta, della presenza in tutte le bonifiche del Grossi dell'ingegner Claudio Tedesi, in qualità di elaboratore dei relativi progetti, nonché di direttore dei lavori. Peraltro l'ingegner Tedesi, oltre che della bonifica dell'area ex Sisas, si è occupato anche delle bonifiche effettuate in numerosi comuni del mantovano con fondi regionali.
Detto ciò, la vicenda della bonifica non si è sviluppata secondo gli accordi presi, posto che, dopo la rimozione, peraltro parziale, dei rifiuti pericolosi dalla discarica più piccola (discarica «C») - avvenuta nei mesi di giugno/luglio 2009 - e l'inizio delle attività di smaltimento dei terreni contaminati provenienti dalla discarica «C» presso la discarica di Barricalla Spa di Collegno (Torino), la Tr Estate Due del
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Grossi ha comunicato di voler recedere dall'accordo di programma per via dei costi da sostenere per la rimozione dei rifiuti delle altre discariche («A» e «B») e per la bonifica dell'intera area.
In effetti, nonostante i precisi impegni assunti, la Tr Estate Due Srl non ha provveduto né alla rimozione, né tantomeno alla bonifica delle aree «A» e «B», comprese nell'area ex Sisas e non ha provveduto neanche alla bonifica della stessa area «C».
Il sindaco di Rodano, nel corso dell'audizione del 20 luglio 2010, ha riferito che, nell'ambito della risoluzione consensuale del rapporto, il Grossi aveva dichiarato la propria disponibilità a operare con il gruppo Zunino per la cessione delle aree da bonificare ai comuni di Pioltello e di Rodano, previo rimborso da parte del Ministero dell'ambiente e della regione Lombardia delle spese sostenute dalla Tr Estate Due, per il complessivo importo di 30 milioni di euro, di cui 5 milioni per l'acquisto dell'area e 25 milioni per i lavori di bonifica effettuati su parte della stessa.
In conseguenza del venir meno del bonificatore privato, in data 16 aprile 2010, il Governo, su richiesta del presidente della regione Lombardia e d'intesa con il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, ha provveduto a dichiarare lo stato di emergenza ai sensi della legge n. 255 del 1992 per la bonifica delle discariche «A» e «B» dell'ex stabilimento Sisas.
L'ordinanza della protezione civile n. 3874 del 30 aprile 2010 (Gazzetta ufficiale n.111 del 14 maggio 2010) ha nominato l'avvocato Luigi Pelaggi commissario delegato per la bonifica del sito, stanziando le relative risorse.
Si tratta di un atto dovuto da parte dello Stato italiano determinato dagli impegni assunti con la Commissione europea.
Invero, come si è sopra accennato, il ritardo nella bonifica di quest'area ha comportato la condanna dello Stato italiano da parte della Corte di giustizia dell'Unione europea al pagamento di una multa di circa 19 milioni di euro, oltre a 192 mila euro per ogni giorno di ritardo, pena poi sospesa in seguito all'approvazione di un progetto di risanamento parziale dell'area.
Invero, la Commissione europea aveva avviato, sin dal 2001, una procedura di infrazione comunitaria nei confronti dell'Italia per la mancata rimozione dei rifiuti presenti nelle tre discariche («A», «B» e «C») dello stabilimento ex Sisas e, come si è visto, in data 9 settembre 2004, la Corte di giustizia dell'Unione europea ha pronunziato nei confronti dell'Italia una sentenza di condanna per la mancata rimozione dei rifiuti dalle discariche.
In data 19 dicembre 2005, la Commissione europea, a seguito della nuova procedura di infrazione, iniziata il 5 luglio 2005, ha emanato un secondo parere motivato e, nell'autunno del 2006, il collegio dei commissari dell'Unione europea ha deferito, per la seconda volta, l'Italia alla Corte di giustizia per la mancata esecuzione della seconda sentenza di condanna.
Nel mese di dicembre 2006, al termine di una intensa azione di negoziato, la Commissione europea ha concesso una sospensione della decisione di notificare il ricorso, a fronte dell'impegno di rimuovere i rifiuti dalle discariche entro il 31 dicembre 2010.
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In considerazione del fatto che nel mese di luglio 2009 erano stati rimossi da parte del bonificatore dell'area ex Sisas solo i rifiuti dalla discarica «C», e non anche quelli compresi nelle altre discariche, il commissario delegato nominato ha indetto una gara di appalto a livello europeo, con procedura ristretta, per la rimozione dei rifiuti dalle discariche «A» e «B» , che è stata aggiudicata in data 30 agosto 2010.
Nel bando di gara pubblicato sulla Gazzetta ufficiale - 5a serie speciale - contratti pubblici n. 84 del 23 luglio 2010, l'appalto e i servizi richiesti venivano descritti come segue:

L'appalto ha per oggetto la prosecuzione e il completamento dell'attivita' di bonifica dell'area ex Sisas di Pioltello e Rodano (MI) e, quindi, della rimozione dei rifiuti dalle discariche A e B.
Le prestazioni consistono principalmente in:
a) raccolta di rifiuti di varia natura e specie; asportazione dei rifiuti dalle discariche A e B, carico, pesatura, trasporto e trattamento on-site, smaltimento off-site dei rifiuti confezionati presso impianti autorizzati, incluse tutte le fasi propedeutiche a tali attivita', compresa la messa in sicurezza ed il controllo di queste operazioni, nel rispetto dei regimi gestionali ed autorizzativi previsti dalla normativa vigente;
b) servizio di caratterizzazione degli inquinanti e dei rifiuti, nelle diverse matrici ambientali;
c) attività connesse all'installazione dei supporti necessari alle attività di cantiere, di trattamento on-site dei rifiuti in ambiente confinato ed insacco, nonché di bonifica;
d) gestione della falda in corso d'opera;
e) gestione del flusso dei rifiuti e del loro smaltimento fino a destinazione finale.

I lavori sono stati affidati alla Ati Daneco Impianti - la Innovambiente Puglia Srl: la Daneco Impianti fa parte del gruppo Waste Unendo dei fratelli Colucci, che si è aggiudicato l'appalto con un'offerta al ribasso di circa 35 milioni di euro, somma lievitata a 50 milioni di euro, a seguito di alcune varianti.
Per completezza va detto che al gruppo Waste Unendo dei fratelli Colucci fanno capo numerosissimi impianti di trattamento rifiuti dislocati su tutto il territorio nazionale.
La direzione dei lavori è stata affidata a Sogesid Spa, società in house del Ministero dell'ambiente, nella persona dell'ingegner Fausto Melli.
In data 18 settembre 2010, sono iniziati i lavori di rimozione dei rifiuti «pericolosi» e «non pericolosi» dalle discariche «A» e «B» , lavori che, almeno formalmente, si sono conclusi nei termini stabiliti dalla Commissione europea, con la rimozione di circa 280 mila tonnellate di rifiuti, di cui 91 mila tonnellate «pericolosi», come da comunicazione del commissario delegato (cfr. doc. 740/1).
In effetti, alla data del 27 marzo 2011, sono stati rimossi e inviati a smaltimento i rifiuti abbancati negli areali delle ex discariche «A»


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e «B» , così pure è stata inviata a smaltimento quella parte di rifiuti della discarica «C», che la Tr Estate Due Srl aveva solo rimosso, ma non inviato a smaltimento, limitandosi ad abbancarla nell'areale della ex discarica «C» (fine giugno 2009)
In conclusione, all'esito di tali lavori permanevano in sito solo i rifiuti dell'areale cosiddetto «lobo» (posto tra gli areali delle ex discariche «B» e «C») e parte dei terreni contaminati al fondo della ex discarica «C», oltre ai terreni derivanti dal completamento delle attività di «pulizia» dei fondi/pareti scavi delle ex discariche «A» e «B» («lavori complementari»).
Appare evidente, alla stregua del contratto del contratto di appalto concluso con la Daneco Impianti, che la società appaltatrice aveva l'obbligo non solo di asportare tutti i rifiuti (nerofumo) esistenti nelle aree «A» e «B» , ma anche di provvedere alla bonifica di tali aree. Ma ciò non è avvenuto, senza che la Sogesid Spa, nella sua qualità di direttore dei lavori, e lo stesso commissario delegato avanzassero alcun rilievo nei confronti della Daneco Impianti, pretendendo, com'era loro dovere, il puntuale adempimento degli obblighi contrattuali dalla stessa assunti.
Viceversa, l'ufficio del commissario delegato, considerando - all'evidenza - adempiuto il contratto di appalto da parte della Daneco Impianti, ha indetto altre gare di appalto, aventi lo stesso oggetto e, così, con bandi, rispettivamente, in data 11 luglio 2011, 28 ottobre 2011, sono state indette gare sia per il completamento dello smaltimento dei rifiuti di tutte le aree già trattate dalla Daneco Impianti, sia per l'esecuzione dei necessari interventi di messa in sicurezza e bonifica delle acque sotterranee e dei terreni.
Entrambe la gare sono state aggiudicate alla società General Smontaggi, a seguito di gare al massimo ribasso: la prima, verso il corrispettivo di euro 1.888.105,00 oltre a euro 43.659,66, per oneri di sicurezza e all'Iva e, la seconda verso il corrispettivo di euro 2.712.840,00 di cui 27.840,00 euro per oneri di sicurezza, oltre Iva.
Tuttavia, alla luce delle risultanze delle analisi condotte da Arpa Lombardia sul fondo scavo dell'area interessata dagli interventi e del riscontro di ulteriore contaminazione, si è reso addirittura necessario un terzo appalto per la rimozione di rifiuti e la gestione delle acque emunte, aggiudicato alla società Uno Emme di Bergamo.
L'importo del terzo appalto è stato di circa 2.700.000 euro, oltre Iva, e si è concluso in data 31 dicembre 2011.
L'«excursus storico» dei quattro appalti che hanno interessato l'area ex Sisas è stato ben descritto nell'audizione tenutasi a Milano il 27 marzo 2012 dal professor Giovanni Pietro Beretta, commissario per la bonifica dell'area, nominato prima in sostituzione dell'avvocato Pelaggi, fino al 31 dicembre 2011 e poi riconfermato con ordinanza n. 4011 del 22 marzo 2012, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 79 del 3 aprile 2012, fino al 31 maggio 2012, termine della gestione commissariale, per «consentire il completamento degli adempimenti tecnico-amministrativi necessari alla chiusura delle attività».
Né appaiono convincenti le dichiarazioni rese dal professor Beretta, nominato in sostituzione dell'avvocato Luigi Pelaggi in data 27 ottobre 2011, quando era in corso un secondo appalto della General Smontaggi, posto che, avendo il secondo appalto alla General
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Smontaggi per oggetto la rimozione del lobo «C» e la gestione della falda, non si comprendono le ragioni per cui «i maggiori volumi di rifiuti nel lobo C e quantitativi residui di rifiuti nelle discariche A e B nel corso delle verifiche di fondo scavo» non siano stati portati a termine dalla stessa società appaltatrice General Smontaggi, già investita di ben due appalti con il medesimo oggetto, e il commissario delegato abbia proceduto a un terzo appalto, conferito alla ditta 1 Emme, «che ha provveduto a rimuovere i rifiuti accumulati su una platea tecnica con impermeabilizzazione superficiale con teli» e il cui lavoro «è consistito nella rimozione di questi rifiuti e nel loro smaltimento».
E conta poco la circostanza che le gare siano avvenute al massimo ribasso, posto che - comunque - il ricorso a ben quattro procedure di appalto per la rimozione degli stessi rifiuti è del tutto ingiustificato e antieconomico.
A tutto ciò aggiungasi - quale dato rilevante - che, all'esito dei lavori eseguiti dalle società appaltatrici, l'area non è stata ancora bonificata e allo stato sussistono gravi problemi legati alla contaminazione della falda, che deve essere costantemente emunta, al fine di evitare contatti con i terreni contaminati.
Sul punto spese sostenute, il commissario Beretta ha dichiarato:
a) che il costo complessivo delle operazioni è stato di circa 43 milioni di euro (40.433.231 euro per la costruzione degli impianti di «trattamento» dei rifiuti, realizzazione dei pozzi ed escavazione dei rifiuti contenuti nelle discariche A e B portandoli allo smaltimento secondo la tabella dei vari siti di destinazione, attualmente alla Daneco sono dovuti oltre 2 milioni di euro);
b) che gli interventi hanno riguardato esclusivamente la messa in sicurezza mediante asportazione dei rifiuti dalle discariche e non la bonifica.

La mancata effettuazione di una vera e propria bonifica dell'area per quanto riguarda i suoli e le acque di falda (addirittura, sembrerebbe che alcune zone non siano state nemmeno caratterizzate!) è stata confermata da sindaci, assessori e tecnici dei comuni di Pioltello e Rodano, auditi nell'ambito della missione a Milano del 27 marzo 2012.
In particolare il sindaco di Rodano, Michele Comaschi, ha illustrato le risultanze dei monitoraggi effettuati da Arpa Lombardia sul suolo (cfr. doc. 1155), che hanno mostrato la presenza di mercurio (sostanza contenuta nel nerofumo rimosso dalle discariche A e B e ancora presente nella discarica C) nel suolo.
Alla luce di quanto finora sopra rappresentato, appare di tutta evidenza che, in realtà, ancora ad oggi, dopo ben quattro appalti per la «bonifica» dell'area ex Sisas, non tutti i rifiuti sono stati asportati e la bonifica dei terreni e delle acque di falda dell'area ex Sisas non è neanche iniziata.
A ciò aggiungasi l'ulteriore rilievo concernente le modalità con cui la prima società appaltatrice, la Daneco Impianti, di concerto con la struttura commissariale, ha proceduto allo smaltimento dei rifiuti dell'area ex Sisas.


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Invero, a prescindere dalle inchieste penali in corso, dalle audizioni svolte da questa Commissione d'inchiesta (avvocato Pelaggi, ingegner Melli, dottoressa Musmeci) e dalla documentazione acquisita e allegata alla nota predisposta dai consulenti in occasione della missione a Milano del 14 e 15 novembre 2011 è emerso che una parte considerevole dei rifiuti provenienti dalle suddette discariche non ha subito trattamento alcuno, in quanto è stato semplicemente «miscelato» con i terreni provenienti dagli argini delle aree di discarica come, nel corso dell'audizione del 20 ottobre 2011, ha dichiarato lo stesso ingegner Fausto Melli, direttore dei lavori della Sogesid, società funzionale al Ministero dell'ambiente, incaricata del controllo dei lavori di rimozione e di smaltimento dei rifiuti.
Si tratta di un'operazione non consentita dalla legge, in contrasto con quanto disposto dall'articolo 187 decreto legislativo n. 152 del 2006, in quanto i rifiuti non sono stati classificati dopo la loro asportazione, ai fini dell'accertamento delle caratteristiche di pericolosità o no degli stessi, prima e dopo il presunto «trattamento».
Invero, nel caso di specie, contrariamente alle procedure eseguite a norma di legge e alla prassi tecnica comunemente utilizzata, le analisi sono state effettuate «in banco» solo prima dell'asportazione dei rifiuti, e non dopo la loro asportazione. Sul punto si evidenzia che per gli interventi eseguiti sulle discariche di Manfredonia, nell'ambito di analoga ordinanza emergenziale, i rifiuti asportati sono stati caratterizzati sia «in banco» che «in cumulo» dopo l'asportazione. Tale differente approccio è tanto più singolare se si osserva che il Soggetto Attuatore della bonifica di Manfredonia, dottor Maurizio Croce è anche il responsabile unico del procedimento (Rup) degli interventi sull'area ex Sisas.
A questo punto occorre chiarire che la stessa Sogesid Spa, incaricata della direzione lavori e coordinamento della sicurezza per le attività previste dal bando di gara, nell'allegato n. 3 alla relazione depositata dal commissario delegato (doc. 867/2 pag. 26), nel corso della sua audizione del 12 ottobre 2011, al paragrafo 2.1 aveva sottolineato che «salvo diverse situazioni che si dovessero riscontrare nel corso dei lavori, si ricorda che i materiali presenti nelle discariche sono stati finora classificati secondo i seguenti codici Cer:
a) rifiuti non pericolosi: 06 13 03 nerofumo, 19 13 02 rifiuti solidi prodotti dalle operazioni di bonifica dei terreni, diversi da quelli di cui alla voce 19 13 01;
b) rifiuti pericolosi: 06 13 05 fuliggine, 19 13 01 rifiuti solidi prodotti dalle operazioni di bonifica dei terreni, contenenti sostanze pericolose».

A tale proposito, va sottolineato che nel progetto concordato tra le parti e approvato dal Ministero dell'ambiente, era stato previsto per il «nerofumo», quale materiale che contiene sostanze in concentrazioni tali da renderlo potenzialmente pericoloso, un trattamento on-site - da effettuarsi in ambiente confinato e controllato - di stabilizzazione fisica e chimica dello stesso, mediante l'utilizzo di reagenti (quali cemento, bentonite /zeolite) e addivanti (quali silicato di sodio), al dichiarato scopo di migliorarne le caratteristiche fisiche,


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sotto il profilo della consistenza, della densità e della portanza del materiale risultante, in modo da consentirne il collocamento in volume di messa in sicurezza.
Ebbene, nessuna operazione di controllo e di trattamento del nerofumo è stata effettuata dalla Daneco Impianti Srl, posto che, contrariamente agli impegni assunti e in violazione di precise disposizioni di legge, il nerofumo non è stato «trattato» con i suddetti reagenti, ma è stato semplicemente «miscelato» nella stessa area ex Sisas con terreni, a loro volta, con tutta probabilità, inquinati, come quelli provenienti dagli argini delle stesse discariche oggetto di bonifica.
Sul punto, la dottoressa Paola Pirotta, sostituto procuratore della Repubblica in Milano, nel corso dell'audizione del 14 novembre 2011, ha riferito che, munito delle necessarie autorizzazioni, era stato - addirittura - noleggiato dalla società Ecofly un impianto per la miscelazione dei rifiuti.
Altro dato rilevante - sotto il profilo delle modalità di smaltimento del rifiuti - è costituito dal fatto che, dopo tale miscelazione avvenuta in loco, non vi è stata alcuna successiva caratterizzazione di tale rifiuto, al fine di escluderne la pericolosità.
Mentre il progetto iniziale prevedeva lo smaltimento di 35 mila tonnellate di nerofumo con codici Cer 061303 e 061305, non vi è stato rifiuto alcuno che sia uscito con tali codici dal Sin dell'ex Sisas, come ha riferito la dottoressa Paola Pirotta e come dimostrano i documenti acquisiti dalla Commissione (cfr. documenti consegnati dall'avvocato Pelaggi nel corso dell'audizione del 13 ottobre 2011).
È invero accaduto che nella comunicazione inviata in data 30 novembre 2010 alla Sogesid - Ufficio di direzione dei lavori e, per conoscenza, al commissario delegato e al responsabile del procedimento, la Daneco Impianti Srl - dopo aver premesso:
a) di aver avviato a smaltimento rifiuti direttamente scavati dalle discariche «A» e «B» con il codice Cer 19.13.02, relativo a rifiuti solidi prodotti dalle operazioni di bonifica dei terreni, diversi da quelli di cui alla voce 19.13.01 (rifiuti pericolosi);
b) di avere effettuato tale operazione in conformità con le risultanze della caratterizzazione approvata contestualmente al progetto di intervento, ha manifestato la propria intenzione di attribuire al «rifiuto risultante dal trattamento operato dall'impianto» il codice Cer 19.12.12, che comprende «altri rifiuti, compresi materiali misti, prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti, diversi da quelli di cui alla voce 19.12.11» che, viceversa, comprende i rifiuti pericolosi.

In realtà, il codice Cer 19.12.12 si riferisce al rifiuto urbano tritovagliato, tant'è che viene normalmente utilizzato per le ecoballe.
La richiesta del cambio di codice Cer è stata dalla Daneco Impianti motivata dal fatto che il suddetto rifiuto - già caratterizzato in sito con il codice Cer 19.13.02 - era stato sottoposto, dopo la rimozione dal sito, a un trattamento meccanico «assimilabile a triturazione e omogeneizzazione», secondo le disposizioni contenute nell'ordinanza commissariale del mese di ottobre 2010 e in conformità del progetto posto a base della gara.


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In realtà, l'operazione non è avvenuta nei termini descritti dalla società appaltatrice, posto che - come si è detto - per un verso, il nerofumo è stato semplicemente miscelato con un terreno prelevato dagli argini della discariche e, per altro verso, non è stata eseguita alcuna analisi «in cumulo» del rifiuto così trattato.
In questa vicenda, a destare forti sospetti non è solo il comportamento della Daneco Impianti, del tutto inadempiente rispetto agli obblighi assunti, ma è anche e soprattutto quello degli enti preposti al controllo delle operazioni di rimozione del nerofumo dalle discariche «A» e «B».
Invero, a fronte della suddetta richiesta di cambio codice, il commissario delegato, avvocato Luigi Pelaggi, a sua volta, reputava opportuno richiedere apposito parere ai seguenti soggetti: Istituto superiore di sanità, Arpa Lombardia, provincia di Milano ed agli esperti dell'ufficio commissariale, professor Beretta dell'università degli studi di Milano e professor Andreottola dell'università degli studi di Trento.
E così l'Istituto superiore di sanità, con nota n. prot. 51006/AMPP-IA-12 in data 1o dicembre 2010 - in pratica lo stesso giorno della richiesta - ha espresso il proprio parere, peraltro scarsamente motivato, concludendo che «si ritiene, quindi, che il codice Cer 191212 sia più pertinente al caso di specie».
Anche la provincia di Milano, direzione dell'area qualità ambiente ed energia, si è espressa contestualmente, con nota 0218476/2010 del 1o dicembre 2010, ritenendo idonea l'attribuzione del codice Cer 19.12.12, a valle del trattamento proposto per i rifiuti stoccati nelle discariche in quanto non assimilabili a terreni.
A loro volta, gli esperti dell'ufficio commissariale, professor Beretta dell'università degli studi di Milano e professor Andreottola dell'università degli studi di Trento, con propria nota a firma congiunta del 1o dicembre 2010, hanno espresso parere positivo all'attribuzione del Codice Cer 19.12.12, a valle del trattamento proposto, specificando che tale codice poteva essere attribuito solo ai rifiuti non pericolosi.
Infine, l'Arpa Lombardia, con propria nota n. 168696 del 1o dicembre 2010, nel prendere atto dei pareri resi dagli esperti universitari e dall'Iss, ha rappresentato di non avere elementi aggiuntivi da proporre, non esprimendo pertanto una valutazione di merito, ma semplicemente affidandosi all'«altrui giudizio»..
La prima osservazione attiene al fatto che, in modo assolutamente singolare, tutti gli enti preposti al controllo hanno espresso il loro parere quasi contestualmente alla richiesta, nel medesimo giorno (1o dicembre 2010).
Anche il commissario delegato non è stato da meno, quanto a tempestività, posto che, con propria nota prot. rod/0028/2010 del 2 dicembre 2010, ha inoltrato i pareri acquisiti alla direzione lavori, la quale ha dato il proprio assenso alla richiesta della Ati Daneco Impianti di attribuire ai rifiuti «miscelati» il codice Cer 19.12.12.
La tempestività delle risposte degli enti preposti al controllo tiene luogo alla assoluta mancanza di controllo effettivo delle modalità di trattamento dei rifiuti, posto che tutto è avvenuto sulla carta, con la finalità apparente di dare una copertura all'operazione dell'Ati
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Daneco Impianti. Tale approccio «teorico» alla classificazione è stato del resto ribadito anche dal professor Beretta nell'ambito dell'audizione del 27 marzo 2012.
Del resto, sul punto, sono molto chiare ed esplicite anche le dichiarazioni rese dall'ingegner Fausto Melli, direttore dei lavori di bonifica per conto di Sogesid.
Costui, nel corso dell'audizione del 20 ottobre 2011 presso la Commissione di inchiesta, ha riferito:
a) che avendo ricevuto la richiesta di cambio codice dall'Ati che aveva vinto la gara per la rimozione dei rifiuti e non avendo la Sogesid il potere di accettarla era stato chiesto il parere al commissario delegato;
b) che quest'ultimo, a sua volta, aveva chiesto un parere ai vari enti preposti al controllo e vigilanza (Iss, Arpa, provincia e quant'altro);
c) che, una volta ottenuti i pareri positivi di tali enti fatto tutto in loco, il materiale è stato rimosso dalla discarica, trasportato nell'area tecnica - un grande piazzale dove erano installate due macchine per la miscelazione del rifiuto - trattato meccanicamente e, quindi, caricato sui camion che, con tutta la documentazione, lo portava in discarica;
d) che i materiali erano costituiti da nerofumo, in quantità notevoli e, in alcuni casi, molto concentrate e da terreni naturali con cui erano stati costruiti degli argini per contenere il nerofumo, che erano già disponibili in sito;
e) che, quindi, la miscelazione è avvenuta con il nerofumo e i materiali presenti in sito con caratteristiche idonee allo scopo, senza alcuna importazione di materiali esterni.

Nel corso della stessa audizione anche la dottoressa Musmeci, direttore del dipartimento di ambiente e connessa prevenzione primaria dell'Istituto superiore di sanità ha fornito risposte fumose e, dovendo comunque ammettere di non aver eseguito una valutazione approfondita ai fini dell'emissione del parere richiesto sull'attribuzione del codice Cer, ha chiamato in causa la prassi adottata dal Ministero dell'ambiente in merito alla scelta di attribuire il codice 19.12 dichiarando testualmente: «Noi, non solo come istituto ma anche come Ministero, come segreteria tecnica del Ministero abbiamo sempre detto che i codici 19.13 vengono dati quando abbiamo una operazione di bonifica che non comporta trattamenti, cioè prendo il suolo, lo escavo e lo smaltisco, mentre diamo il 19.12 cioè quello del trattamento quando c'è un trattamento, lo diciamo addirittura come segreteria tecnica, nell'ambito delle bonifiche».
E, tuttavia, occorre sottolineare come tali affermazioni sono in palese contrasto con quanto riportato nel parere del Ministero dell'ambiente, contenuto nella nota in data 11 agosto 2008 acquisita dagli uffici della Commissione, nota che così testualmente si esprime «si è d'avviso che la codificazione con codice 17.05.04 o 17.05.03 di un terreno proveniente da un sito contaminato possa essere attribuita


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solo a condizione che il terreno stesso provenga esclusivamente da operazioni di scavo, non sia stato sottoposto ad alcun tipo di selezione e/o trattamento e che sia destinato ad utilizzazione o smaltimento esterno. In tutti i casi in cui il terreno derivi da operazioni di selezione e/o trattamento ai fini dello smaltimento esterno, allo stesso deve essere assegnato il codice 19.13.01 o 19.13.02 a seconda della classificazione come rifiuto pericoloso o non pericoloso.»
Appare quindi evidente che l'adozione del codice 19.12.12 non solo è stata erronea, in quanto non vi è stato alcun trattamento dei materiali, ma non era assolutamente in linea con la prassi adottata dal Ministero dell'ambiente che, anzi, imponeva l'adozione di un codice 19.13.01 o 19.13.02, a seconda della classificazione come rifiuto pericoloso o non pericoloso, all'esito della procedura di verifica del rifiuto.
Pertanto, deve ritenersi errata l'attribuzione di origine, in quanto è assente sia il riferimento al sito di bonifica, sia il riferimento al trattamento.
Infine, non sono state condotte analisi sul materiale in uscita per verificare l'impossibilità di attribuire al rifiuto la qualifica di pericolosità, in quanto il codice selezionato ha una voce «a specchio».
In conclusione, ai suddetti rifiuti è stato artatamente attribuito un codice «di comodo», in funzione della successiva attività di smaltimento.
Sulla questione del «cambio codice», particolarmente interessante è la deposizione della dottoressa Rosanna Cantore, responsabile del servizio bonifiche della provincia di Milano quando, nell'ambito dell'audizione del 27 marzo 2012, interrogata sulle motivazioni che hanno portato a valutare l'opportunità di attribuire il codice 19.12.12 ai rifiuti provenienti dall'area ex Sisas, ha giustificato il cambio codice con «l'urgenza di evitare la sanzione europea» e del rispetto dei tempi stabiliti per lo smaltimento dei rifiuti da parte della società appaltatrice «che ha quindi proposto un codice che potesse essere accettato da più impianti.»
La ricostruzione della vicenda che ha portato al cambio del codice dal Cer 19.12.13 al Cer 19.12.12, nell'attività di smaltimento dei rifiuti dell'area ex Sisas rende evidente che l'operazione effettuata con la partecipazione di tutti i soggetti pubblici incaricati del controllo era priva di alcun fondamento normativo o tecnico.
Viceversa, per esigenze legate alla sola invocata urgenza, è accaduto che il nerofumo, qualificato come rifiuto pericoloso, è stato smaltito come rifiuto speciale non pericoloso in impianti che non erano attrezzati, molti dei quali erano di proprietà dello stesso gruppo Waste-Unendo, ovvero della Daneco.
La Daneco Impianti Srl è riconducibile all'imprenditore Francesco Colucci.
Come si è detto, sono numerosi gli impianti di trattamento rifiuti dislocati su tutto il territorio nazionale, che fanno capo al gruppo Waste Unendo, anch'esso dei fratelli Colucci.
Tra questi meritano di essere segnalati la Systema ambiente Srl di Inzago (MI), la Waste Italia di Mariano Comense (MI), destinatari di notevoli quantità di rifiuti muniti del codice Cer 191212.
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Ebbene, proprio tali impianti sono stati i principali destinatari dei rifiuti provenienti dalle discariche «A» e «B» dell'area ex Sisas.
In tale contesto di gravi carenze e di opacità gestionale dell'attività di rimozione dei rifiuti da parte della prima società appaltatrice e dell'assoluta carenza di controlli da parte del commissario delegato e della Sogesid Spa, si inserisce il procedimento penale promosso dalla procura della Repubblica in Milano.
A tale proposito, i sostituti procuratori della Repubblica in Milano, dottor Paolo Filippini e dottoressa Paola Pirotta, nel corso della loro audizione in data 14 novembre 2011, hanno riferito di una indagine in corso, ai sensi dell'articolo 640 bis c.p. sul cambio di codice Cer, che avrebbe comportato per la Daneco Impianti l'abbattimento dei costi di smaltimento rispetto a quelli previsti nel contratto di appalto che, viceversa, sono rimasti inalterati.
Invero, l'allocazione di questi rifiuti con il codice Cer 19.12.12 verso impianti di smaltimento avrebbe consentito - secondo l'ipotesi accusatoria - notevoli risparmi, dal momento che i costi per lo smaltimento di rifiuti, come il nerofumo o le fuliggini, che presentano altre criticità, non sono paragonabili ai costi di smaltimento di rifiuti con il codice Cer 19.12.13.
Di qui la contestazione del reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (articolo 640 bis c.p.) ovvero del reato di truffa aggravata a danno dello Stato (articolo 640 comma 2 c.p.), di cui hanno riferito i due sostituti procuratori nel corso della loro audizione, parlando anche di sequestri interventi.
In particolare, come da nota della procura della Repubblica in Milano in data 5 marzo 2012 (doc. 1141/2) Pelaggi Luigi, nella qualità di commissario delegato di governo per la bonifica dell'area Sisas Pioltello/Rodano, nonché stazione appaltante delle operazioni di rimozione rifiuti, e Filipponi Bernardino, amministratore unico della società Daneco Impianti Srl risultano indagati del reato di cui all'articolo 319 c.p. in relazione all'articolo 321 c.p. poiché, con più azioni commesse in tempi diversi, esecutive di un medesimo disegno criminoso, al fine di emettere provvedimenti amministrativi favorevoli alla società appaltatrice - in quanto comportanti minori costi di esecuzione dei lavori, in violazione della normativa ambientale - il Pelaggi riceveva o si faceva promettere dal Filipponi somme di denaro non inferiori a euro 700 milanonché del reato di cui all'articolo 640 bis c.p., in relazione ai medesimi fatti.
In particolare, come si legge nel decreto di sequestro preventivo del Gip di Milano in data 21 giugno 2011, allegato alla nota anzidetta, il Filipponi risulta indagato del reato di cui agli artt. 81 cpv. 640 II comma c.p., «poiché con più azioni commesse in tempi diversi, esecutive di un medesimo disegno criminoso, quale legale rappresentante della società Daneco Impianti Srl, aggiudicataria in Ati (associazione temporanea di imprese) dell'appalto avente ad oggetto l'intervento di rimozione e smaltimento dei rifiuti delle discariche A e B dell'ex stabilimento Sisas di Pioltello, con artifizi e raggiri consistiti nell'attribuire in modo non corretto o nel modificare alcuni Codici Cer dei rifiuti in uscita, induceva in errore la stazione appaltante sul corretto smaltimento degli stessi, conseguendo un profitto ingiusto consistito nel risparmio dei costi effettivi sostenuti
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rispetto ai contributi erogati, con conseguente danno patrimoniale per la pubblica amministrazione. In Milano, in epoca anteriore e prossima al 30 novembre 2010, accertato fino al 7 giugno 2011 (data del sequestro)»
Le indagini della procura della Repubblica sono nella fase conclusiva, in attesa della relazione del consulente e di quella della polizia giudiziaria e cioè del Noe, trattandosi di vicenda molto complessa sotto il profilo tecnico, in quanto occorre una ricostruzione dei quantitativi, dei codici utilizzati, dei luoghi dove sono finiti i materiali, delle discariche che sono state utilizzate e dei loro proprietari.
In dettaglio - come risulta dall'allegato n. 65 alla documentazione consegnata alla Commissione dall'avvocato Pelaggi e, nello specifico, dal documento «totale smaltimenti 30 marzo 2011», dal 05 ottobre 2010 al 16 dicembre 2010 - sono stati smaltiti esclusivamente rifiuti con il codice Cer 19.13.02 (rifiuti solidi prodotti dalle operazioni di bonifica diversi da quelli di cui al codice 19.13.01, non contenenti cioè sostanze pericolose); quindi, a partire dal 17 dicembre 2010, ovvero una volta acquisito il parere favorevole dalla struttura commissariale, sono iniziati gli smaltimenti di rifiuti con il codice 19.12.12.
Come si è detto, è significativo il fatto che tali smaltimenti siano stati effettuati, esclusivamente, nelle discariche Smc e Waste, di proprietà del gruppo Waste-Unendo, probabilmente, con il duplice scopo sia di eludere i controlli, sia di trarre guadagno dal «declassamento del rifiuto».
Successivamente, a partire dal 18 gennaio 2011, sono iniziati anche i trasferimenti di rifiuti pericolosi con il codice Cer 19.13.01 (rifiuti solidi prodotti dalle operazioni di bonifica contenenti sostanze pericolose) alla Befesa spagnola, mentre a partire dal mese di marzo 2011 sono iniziati i conferimenti di rifiuti con codice Cer 17.05.04 (terra e rocce diverse da quelle di cui al codice 17.05.03, quindi non contenenti sostanze pericolose), presso il sito Calcinato e raramente di rifiuti con codice Cer 17.05.03 presso altri siti.
Infine, a partire dal 5 marzo 2011, i conferimenti di rifiuti con codice Cer 19.12.12 sono cessati, forse a seguito di notizie di stampa concernenti le indagini condotte dalla procura di Milano e non è certamente un caso che, proprio a partire da tale data, non solo vi è stata una maggiore differenziazione degli impianti di destinazione dei rifiuti, ma non vi sono stati più conferimenti negli impianti SMC e Waste Unendo dei Colucci.

8 - Le altre aree della provincia di Milano comprese nei Sin

Con riferimento al tema delle bonifiche sono di particolare interesse le informazioni fornite dal presidente della provincia di Milano, Guido Podestà, nella nota depositata nel corso dell'audizione del 27 marzo 2012 (cfr doc. 1151/1).
In tale nota viene infatti rappresentato lo stato di avanzamento dei procedimenti di bonifica dei quattro siti di interesse nazionale presenti in provincia di Milano e, cioè, di Pioltello e Rodano, Cerro al Lambro, Milano Bovisa e Sesto San Giovanni.


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Del sito di Pioltello e Rodano si è già lungamente discusso in precedenza, occorre però osservare, in merito alla chiusura degli interventi, che la provincia, non potendo, certificare l'avvenuta bonifica del sito, ha ipotizzato la possibilità di chiudere il procedimento mediante una presa d'atto che ritenga la congruità degli interventi eseguiti con riferimento al progetto approvato dal Ministero dell'ambiente, sulla base di una relazione di fine lavori da parte della direzione lavori, che però non è stata ancora trasmessa agli uffici della provincia.
Altro sito è quello di Cerro al Lambro, inserito nel 2001 nell'elenco dei siti di interesse nazionale. Si tratta di un'area collocata in località Cascina Gazzera sita nel comune di Cerro al Lambro, nella quale sono stati depositati dagli «anni sessanta» fino ai primi «anni novanta» rifiuti, quali melme acide e terre decoloranti e croste bituminose sulle rive e dentro l'alveo del fiume Lambro. I primi accertamenti finalizzati alla redazione del progetto per l'intervento di asportazione dei rifiuti sono iniziati nel corso del 1997 prima dell'entrata in vigore del decreto Ronchi (decreto legislativo n. 22 del 1997). II progetto preliminare, approvato nell'ambito dell'articolo 14 del decreto legislativo n. 22 del 1997, e il successivo progetto definitivo, approvato ai sensi del decreto ministeriale n. 471 del 1999, prevedevano l'asportazione, il trattamento in loco del processo di inertizzazione/stabilizzazione e lo smaltimento dei rifiuti e dei terreni frammisti ai rifiuti per un quantitativo di 110 mila tonnellate Dopo l'asportazione, il progetto prevedeva di procedere con una caratterizzazione in situ dei terreni rimanenti, in modo tale da realizzare poi successivamente una integrazione di progetto e, quindi, procedere a un nuovo intervento di bonifica, con o senza misure di sicurezza.
Le attività di bonifica finora eseguite sul Sin di Cerro al Lambro riguardano essenzialmente la rimozione dei rifiuti presenti sul sito. La realizzazione di tale intervento, durato circa 10 anni, ha incontrato alcune difficoltà tecniche legate alla consistenza e all'incremento delle quantità previste dei rifiuti e alla loro ubicazione sia in sponda, che nel letto del fiume Lambro. Invero, da un lato, sono state necessarie delle attività di pretrattamento e di neutralizzazione dei rifiuti, al fine d consentire il carico dei rifiuti sui bilici per il trasporto e, dall'altro, è stato necessario realizzare opere idrauliche per poter scavare nell'alveo del fiume Lambro.
Nel 2004, a seguito della rimozione di ingenti quantitativi di rifiuti, sono state effettuate le prime valutazioni dirette sullo stato di contaminazione dei terreni, ipotizzando di effettuare dei trattamenti biologici on site, al fine di ridurre la quantità dei terreni da smaltire, ma l'esito delle prove pilota non ha dato i risultati previsti.
Pertanto, il progetto di intervento del Sin di Cerro al Lambro finora ha prediletto essenzialmente l'estrazione e il conferimento a smaltimento delle melme acide e delle terre decoloranti presenti sul sito, rimandando il completamento degli interventi di bonifica sui terreni contaminati a un successivo progetto, che dovrà essere presentato insieme a una nuova proposta di riperimetrazione del sito poiché, nel frattempo, è stata rilevata la presenza di un sistema di vasche e canali, realizzato in passato per agevolare lo scarico e il
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deflusso abusivo nel Lambro, che si trovano al di fuori del perimetro del Sin.
Le operazioni di smaltimento sono state verificate con un sopralluogo conclusivo di presa d'atto dello stato finale dei luoghi da parte della direzione dei lavori, della commissione di collaudo e dei tecnici Arpa.
I rifiuti rimossi (125.778 tonnellate) sono stati prevalentemente conferiti in Germania, con un costo complessivo che ha superato i 37 milioni di euro. Attualmente è stata richiesta dal Ministero dell'ambiente al comune di Cerro al Lambro la ripresentazione di un progetto definitivo di bonifica/messa in sicurezza, previa caratterizzazione dei terreni.
In conclusione, anche in questo caso, la bonifica non è conclusa.
Il sito di Milano-Bovisa è attualmente di proprietà del comune di Milano, è ubicato nell'area nord del territorio comunale e occupa una superficie di circa 440 mila m2.
A partire dal lontano 1908 nel sito è stata svolta un'attività di produzione gas, mediante la distillazione del carbon fossile, nonché da coke, da olio combustibile e da reforming. Successivamente, vi è stata attività di stoccaggio e distribuzione del metano fino al 1994, anno di cessazione della produzione del gas. Il sito è stato inserito nella lista dei Sin nel 2001 ed è stato perimetrato nel 2002.
Lo stato di attuazione degli interventi del sito, in relazione alle prescrizioni contenute nei decreti di approvazione del Ministero, è stato comunicato dalla provincia di Milano al Ministero dell'ambiente, con il parere prot. 201562/10 del 08 novembre 2010 redatto per la conferenza di servizi istruttoria del 10 novembre 2010, convocata dal Ministero dell'ambiente.
In sintesi, sono in corso attività di monitoraggio delle acque sotterranee sotto il controllo dell'Arpa, ma non è pervenuto alcun progetto di bonifica del sito, né è stata mai realizzata una barriera idraulica per impedire la fuoriuscita delle acque sotterranee contaminate.
In sostanza, anche in questo caso, nessuno dei necessari interventi di bonifica è stato attuato, posto che l'assessore all'ambiente della provincia di Milano, Cristina Stancari, nel corso dell'audizione del 27 marzo 2012, ha dichiarato che non vi è alcuna previsione sui tempi di bonifica dell'area.
Il Sin di Sesto S. Giovanni, area ex Falck, è stato istituito con la legge n. 388 del 2000, comprende una superficie di 2.550.000 metri quadri. La contaminazione è legata alle attività industriali insediate nel territorio di Sesto San Giovanni all'inizio del secolo scorso.
Il primo insediamento delle industrie siderurgiche Falck nel comune di Sesto San Giovanni risale infatti al 1906, al quale ha fatto seguito un grande sviluppo di ' industriale con la crescita degli stabilimenti e la diversificazione delle attività.
Il Sin si trova collocato in una delle zone più popolose e urbanizzate della regione Lombardia ed è suddiviso in 13 aree, di cui alcune ancora in attività, alcune dismesse e altre soggette a progetti di riqualificazione.
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Tra le aree dismesse si segnalano:
a) la ex Marelli - ABB del Gruppo Pasini di 190 mila metri quadri, che è stata bonificata e certificata per la maggior parte, ma rimane una porzione in corso di bonifica;
b) la ex Falck di Sesto Immobiliare di 1.270.000 metri quadri, per la quale il progetto definitivo di bonifica - presentato nel mese di agosto 2011, con le valutazioni della regione Lombardia, dell'Arpa, della provincia di Milano, del comune di Sesto San Giovanni, e dell'Asl - non è stato ancora approvato dal Ministero;
c) la ex Falck Consorzio Vulcano (Caltagirone) di 340 mila metri quadri, che risulta bonificata e certificata per circa la metà, mentre altri interventi sono in corso, ma manca il progetto di bonifica per un ultimo settore;
d) la ex Decapassavant (Caltagirone) di 110 mila metri quadri, con interventi di bonifica realizzati e certificati.

In prosieguo, le aree in attività sono le seguenti:
a) la Edison di 85 mila metri quadri, con interventi di bonifica conclusi e certificati, per la quale è stata presentata una terza Variante al progetto di bonifica per le aree interne ed esterne;
b) la Metalcam (ora Sarca Srl) di 62 mila metri quadri, per la quale gli interventi di bonifica sono stati conclusi e certificati;
c) la Alstom di 49 mila metri quadri, per la quale gli interventi di bonifica sono stati conclusi e certificati;
d) la Rete Ferroviaria Italiana di 100 mila metri quadri, per la quale risulta approvato il progetto di bonifica nel 2008, ma non è stato ancora emanato il Decreto di autorizzazione;
e) la Milano Serravalle/Milano Tangenziali Spa di 34 mila metri quadri, per la quale manca il Progetto di bonifica/messa in sicurezza permanente dell'area di discarica;
f) la Marcegaglia Spa di 87 mila metri quadri, per la quale è stata eseguita una messa in sicurezza d'emergenza in una porzione del sito, mentre è in corso la messa in sicurezza d'emergenza della falda per contaminazione da Freon 141;
g) la Breda Energia di 57 mila metri quadri, per la quale risulta eseguita una messa in sicurezza d'emergenza in una porzione del sito, ma deve essere presentato il progetto definitivo;
h) la Carbone Burro Panucci di 9 mila metri quadri, di proprietà privata, che non è in grado di sostenere gli interventi richiesti.

Per la contaminazione riscontrata nella acque di falda, a causa di solventi clorurati e di alcuni metalli, è stato realizzato un accordo di programma tra il Ministero, la regione Lombardia e il comune di Sesto San Giovanni.


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Il progetto definitivo approvato dal Ministero dell'ambiente in data 10 giugno 2008 con decreto4695/QdV/DI prevede la realizzazione di una barriera idraulica (suddivisa in due lotti). Il progetto esecutivo del primo lotto è in corso di redazione (incarico affidato dal comune di Sesto San Giovanni a Cap Holding). Contestualmente è in corso un monitoraggio semestrale, svolto dalle varie proprietà riunite in consorzio, e in contradditorio con Arpa.
Per ricercare sorgenti di inquinamento poste a monte del Sin, è stato effettuato dalla provincia un monitoraggio delle acque sotterranee, con l'affidamento all'Arpa dell'incarico relativo ai prelievi.
Per gli interventi di messa in sicurezza d'emergenza della falda, richiesti da parte del Ministero ad alcune aziende (Alstom, Breda Energia,Marcegaglia, Edison, Sarca, Milano Serravalle) per la presenza di Cromo VI, alcune di loro hanno fatto ricorso al Tar e si è in attesa del pronunciamento.
In conclusione, mentre i suoli di alcune aree, per le quali vi è un forte interesse immobiliare o produttivo, sono stati bonificate e certificate, per le acque sotterranee una vera e propria bonifica è ancora al di là da venire.
In sostanza, il quadro fornito dalla provincia di Milano conferma, ancora una volta, i forti ritardi nell'attuazione degli interventi di bonifica necessari nei Sin, anche a causa delle lungaggini amministrative alle quali i relativi procedimenti sono sottoposti in ragione dell'asserita esigenza di «centralizzazione» delle competenze. Viceversa, la situazione sopra rappresentata rende urgente un intervento del legislatore che attribuisca agli enti territoriali ogni competenza sui Sin, demandando al Ministero dell'ambiente solo il controllo delle opere di bonifica dei siti.

9 - La provincia di Monza e Brianza

La provincia di Monza e Brianza è stata costituita nel mese di giugno del 2009 e comprende 55 comuni, con una popolazione complessiva di circa 840 mila abitanti, 64 mila aziende attive sul territorio, pari a una ogni dodici abitanti.
In particolare, «il settore del recupero e smaltimento dei rifiuti ha all'attivo più di 80 imprese, prevalentemente, di medie e piccole dimensioni, che si collocano in un contesto economico complessivamente sano, fatto di quasi 90 mila attività economiche tra imprese e unità locali, legate in maniera forte alla dimensione manifatturiera, che da sempre coniuga tradizione e innovazione» (cfr. audizione, in data 8 febbraio 2011, di Carlo Edoardo Valli, presidente della Camera di Commercio di Monza e Brianza).
Nella Brianza, così come a Milano, e più in generale, in Lombardia il problema dei rifiuti non ha sinora mai assunto - per quanto riguarda la gestione - connotati emergenziali, né ha avuto significative ripercussioni sull'ordine pubblico locale.
Soltanto nella fase iniziale della raccolta differenziata, iniziata nel 1995, si sono registrati disagi e proteste da parte della popolazione, ma nell'arco breve tempo il sistema di raccolta è andato a regime senza altri inconvenienti.


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Attualmente tutti i comuni della provincia di Monza e Brianza superano abbondantemente il 50 per cento della raccolta differenziata e, complessivamente, raggiungono l'obiettivo fissato dalla legge finanziaria per il 2009, benché meritino di essere posti in evidenza i migliori risultati raggiunti dai comuni della provincia, rispetto al capoluogo.
Sul punto si è soffermato il presidente della provincia di Monza,Dario Allevi, il quale, nel corso dell'audizione dell'8 febbraio 2011, ha offerto alcuni dati sulla produzione complessiva dei rifiuti urbani, che è stata nell'anno 2009 pari a 366.828 tonnellate, con una produzione pro capite di circa un 1,200 kg per abitante al giorno.
Di queste tonnellate di rifiuti, oltre 213 mila, pari a circa il 56,2 per cento del totale, sono state raccolte con modalità differenziate e in gran parte (circa 201.722 tonnellate) sono state avviate a recupero di materia, mentre la quantità di rifiuti avviati a incenerimento, con recupero di energia, è stata pari a circa 116 mila tonnellate, quindi, al 31,7 per cento della produzione totale.
Da un'analisi dei dati si può affermare che nei comuni della provincia vi è una raccolta differenziata più significativa e una produzione complessiva minore rispetto alla provincia di Milano. Infatti, l'analisi dei flussi della raccolta riferita ai territori della provincia di Milano e di quella di Monza e Brianza pone in evidenza quote di raccolta differenziata, pari al 58 per cento per quest'ultima, a fronte di un livello del 44,4 per cento, che caratterizza la provincia di Milano.
Per quanto riguarda i costi di gestione dei rifiuti solidi urbani, quello complessivo sostenuto dai comuni della provincia di Monza e Brianza nel 2008 - con una configurazione della neo costituita provincia a partire dal 2009 - è stato pari a circa 84.966.000 euro, con un costo specifico di 237,7 euro per tonnellata e un costo pro capite, pari a circa 108 euro ad abitante per anno, un dato a sua volta più basso rispetto a quello della provincia di Milano.
Quanto alla tipologia di servizi e di distribuzione, i quantitativi indifferenziati in eccesso rispetto alle previsioni per il 2011 sono pari solo a 6 mila tonnellate
In materia di impianti di termovalorizzazione dei rifiuti indifferenziati, il parco impiantistico di termovalorizzazione esistente nella provincia è composto dalla Bea (Brianza energia ambiente) a Desio, con una capacità di smaltimento pari a 250 tonnellate al giorno, anche se - come ha riferito Dario Allevi, presidente della provincia di Monza e della Brianza, nel corso dell'audizione dell'8 febbraio 2011 - era in corso la sostituzione dei bruciatori, dal momento che le linee di combustione dell'impianto erano inadeguate a trattare materiale dal potere calorifico particolarmente elevato, per la presenza di rilevanti percentuali di raccolta differenziata.
Inoltre, nel territorio provinciale non vi è un'autorità d'ambito, ma vi sono impianti privati, che soddisfano le esigenze del territorio e che fanno capo a consorzi comunali - quali il consorzio Cbm e la società pubblica Cem - che comprendono 20 comuni e che raggiungono il 64 per cento di raccolta differenziata.
Per completezza, va detto che i suddetti impianti sono insufficienti, sicché i rifiuti raccolti nella provincia di Monza vengono
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bruciati anche presso il termovalorizzatore di Trezzo che, pur insistendo nella provincia di Milano, ma a una distanza di appena 10/12 chilometri dal territorio della provincia di Monza, serve anche le esigenze di quest'ultima.
Al fine di ridurre le quantità di rifiuti solidi da destinare alla termovalorizzazione, la provincia di Monza sta verificando il ricorso a impianti di selezione spinta, di separazione delle frazioni e di triturazione. Si tratta di impianti avanzati sotto il profilo tecnologico, che usano le fibre ottiche, la pesatura e il soffio d'aria per distinguere e separare le parti di cartone da quelle di plastica e sono destinati a integrare il ciclo dei rifiuti solidi urbani (cfr. dichiarazioni rese dal presidente della provincia di Monza e Brianza nel corso dell'audizione in data 8 febbraio 2011).
Sul punto si sono soffermati, nel corso dell'audizione dell'8 febbraio 2011, Marco Mariani, sindaco di Monza e Giovanni Antonicelli, Assessore all'ambiente del comune di Monza i quali, nell'ambito del ciclo integrato dei rifiuti, hanno riferito: a) della prossima sperimentazione di un vagliatore in grado di separare tutto ciò che non è corretto mandare al forno e capace, addirittura, di estrarre una vite dai rifiuti della raccolta indifferenziata; b) di un impianto - peraltro già in funzione in Friuli - molto semplice con un impatto ambientale zero e un costo di pochi milioni di euro, in cui qualsiasi tipo di rifiuto trattato diventa economicamente vantaggioso, sia esso carta, plastica o anche vetro e lattine, che vengono compattate e poi rivendute.
Diverso e più complesso è il discorso sui rifiuti speciali che rappresentano l'80 per cento del totale dei rifiuti prodotti, tanto più per la considerazione che in questo settore il rischio di attività illecite è elevato e l'attenzione della criminalità è altissima.
I comportamenti illeciti più ricorrenti - secondo quanto emerge dalle indagini - sono rappresentati: 1) dallo «sversamento» di rifiuti in discariche abusive o dal loro «tombamento» dietro compenso in terreni privati, in cave abbandonate o anche in terrapieni in prossimità degli svincoli delle tangenziali; 2) dall'identificazione con codici «non pericolosi» di materiali in realtà nocivi che, di conseguenza, vengono smaltiti con procedure semplificate e meno costose.
La tipologia di rifiuti più a rischio si rivela essere quello dei rifiuti tossici, posto che, al fine di smaltirli in modo non corretto e, per di più, traendo indebiti benefici economici anche sotto il profilo fiscale, vi è la tendenza a modificare sia i pesi che le tipologie dei rifiuti, mediante l'alterazione del codice Cer (catalogo europeo dei rifiuti) e il ricorso a false certificazioni.
Di norma, la soluzione escogitata per rendere sempre e, comunque, economicamente più vantaggiosa l'attività di smaltimento di tali rifiuti rimane quella del loro occultamento, ignorando fin dall'inizio ogni regola o adempimento.
Viceversa, in altre occasioni i rifiuti tossici, previa loro miscelazione con terreni vari, vengono rivenduti come materiale per riempimento nell'edilizia, con grandi profitti e con conseguenti danni ambientali indotti.
Inoltre, molto spesso accade che materiali di demolizione, invece di essere selezionati e smaltiti secondo quanto previsto, vengono
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triturati alla rinfusa e abbandonati in luoghi abusivi, nell'ambito di connivenze illecite tra gli smaltitori illegali e le imprese di «movimento terra».

9.1 - La situazione delle bonifiche

Sul territorio di Monza e Brianza sono stati censiti circa 370 siti contaminati, di cui 230 sono attivi, vale a dire, siti non ancora bonificati, mentre gli altri 140 siti sono stati bonificati e, pertanto, non sono attivi.
Le contaminazioni riguardano per lo più la presenza di idrocarburi e metalli nei terreni.
Si tratta nella maggior parte dei casi di siti di piccole o medie dimensioni, che vengono bonificati con l'asportazione del terreno contaminato e il conferimento presso impianti di trattamento specializzati. Viceversa, vi sono siti contaminati di grosse dimensioni, che richiedono interventi complessi.
Nel territorio provinciale tra i siti contaminati di rilevanti dimensioni vi è l'ex raffineria Lombarda Petroli, sita nel comune di Villasanta, che occupa una superficie pari a circa 300 mila m2 ed era stata già inserita in un progetto di riqualificazione, che prevedeva - dopo la bonifica dell'area - in uguale misura una parte a destinazione industriale e un'altra a destinazione urbanistica.
A tale proposito, l'area era stata divisa in cinque lotti, di cui due già certificati, due caratterizzati e uno da caratterizzare e le sostanze contaminanti rilevate nell'area sono idrocarburi pesanti e leggeri, Btex (benzene toluene xilene) e metalli.
In una piccola parte del lotto ancora da caratterizzare, nel mese di febbraio 2010, si è verificato l'enorme sversamento che ha interessato la zona dal Lambro al Po fino al mare Adriatico e, tuttavia, il danno è stato contenuto, grazie alle vasche del depuratore di Monza in cui il petrolio è tracimato, con un danno solo per l'impianto di depurazione di circa euro. 1.500 mila per manutenzione straordinaria e cambio dei filtri.
Tuttavia, a tale danno deve essere aggiunto quello ambientale e dell'intero ecosistema, considerato che devono essere rivisitate le sponde e il letto del fiume, sui quali si sono depostati gli idrocarburi.
Naturalmente, ai rifiuti che deriveranno dalla bonifica dei terreni contaminati, a causa della attività di raffinazione e del successivo stoccaggio, si aggiungeranno i rifiuti solidi e liquidi derivanti dalle attività di messa in sicurezza effettuate subito dopo l'incidente.
Altro sito inquinato è quello della ex Acna di Cesano Maderno, la cui bonifica è terminata per gran parte dell'area, mentre rimane attivo un sistema di bonifica di una piccola area dove il contaminante è costituito dalla trielina. Per lo sbarramento e la bonifica di quest'ultima area sono state costruite due barriere idrauliche e vengono eseguiti periodici controlli sulle acque di falda.
Sempre a Cesano Maderno vi è l'ex discarica Snia, dove sono presenti rifiuti e terreni contaminati da metalli come l'arsenico, fenoli, ftalati, solventi clorurati e ammine aromatiche. Per la bonifica del sito è già stato presentato un progetto che è in corso di approvazione.


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Ancora vi è la ex Snia - Nylstar, sita nei comuni di Varedo, Paderno Dugnano e Limbiate, la cui area è stata suddivisa in settori, alcuni già certificati, altri in fase di caratterizzazione e altri in fase di bonifica per mezzo di scavo e vagliatura dei terreni.
Anche in tal caso i contaminanti principali presenti in sito sono Idrocarburi e metalli.
E, infine, vi è la ex cava Girardi in Cesano Maderno, per la quale è stato presentato un piano di caratterizzazione e il cui sito è intercluso nelle aree di risulta del futuro svincolo dell'autostrada pedemontana (cfr. doc. 663/1, pag. 16, contenente il report delle attività della polizia provinciale Monza e Brianza, riferite all'anno 2010).
In tale contesto si innestano le problematiche di carattere generale connesse alla bonifica ambientale, che spesso costituisce l'occasione per il dispiegamento delle principali attività illecite inerenti il ciclo dei rifiuti tossici.
Nella maggior parte dei casi i siti contaminati vengono individuati o a seguito di segnalazione del proprietario del bene o a seguito di interventi degli organi di vigilanza preposti ovvero quando vengono effettuate indagini sul sottosuolo propedeutiche alla costruzione di infrastrutture stradali o di zone residenziali. Le contaminazioni raramente sono evidenti ed è spesso difficile localizzarle e determinarne con esattezza l'estensione e la profondità.
Inoltre, poiché la legge (articolo 242 decreto legislativo n. 152 del 2006) attribuisce le spese di bonifica ai responsabili della contaminazione, la loro individuazione è essenziale per il buon fine della bonifica stessa.
Tuttavia, molto spesso, accade che gli eventi risalgono anche ad un passato lontano, ragion per cui l'attuale proprietario dell'area dove si è originato l'inquinamento è un soggetto completamente estraneo alla responsabile della contaminazione, ovvero succede che il o i responsabili dell'inquinamento siano insolventi o falliti.
In questi casi il nuovo proprietario dell'area inquinata, ma non responsabile dell'inquinamento, diviene il soggetto interessato alla bonifica dell'area, sulla base di accordi di programma, che prevedono che egli debba sostenere i costi della bonifica con l'impegno da parte dell'amministrazione comunale di garantirgli benefit per il successivo riutilizzo dell'area bonificata.
Quando ciò non è possibile, il comune, quale autorità tenuta a bonificare il sito, chiede il sostegno dell'amministrazione regionale e, all'esito, si rivale sul bene stesso (31).

9.2 - Il quadro relativo agli illeciti

Di particolare rilievo è l'attività di contrasto che sul territorio viene svolta principalmente dalla Polizia provinciale di Monza e Brianza.



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Nel corso dell'anno 2010 gli appartenenti al corpo di polizia sono stati impegnati in diverse operazioni, con 400 interventi complessivi nei vari ambiti di competenza: polizia ambientale, polizia amministrativa, polizia giudiziaria varia, polizia stradale, polizia ittico-venatoria e attività di pubblica sicurezza.
In particolare, per quanto concerne la polizia ambientale, nell'anno 2010, vi sono stati 183 interventi.
Il caso che ha maggiormente impegnato il personale è stato quello della ex raffineria Lombarda Petroli, oggetto di successivo approfondimento.
Dalle attività di controllo, unitamente agli interventi di polizia giudiziaria, di iniziativa e delegata dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Monza, sono scaturite 65 comunicazioni di reato con più di 63 persone indagate per reati in materia ambientale. Circa 8 mila sono invece i metri quadrati di aree sequestrate dall'inizio dell'anno 2010.
Notevoli risultati si sono avuti dalla collaborazione tra il corpo di polizia provinciale e le polizie locali dei comuni di Monza e Brianza, al fine della repressione dei reati ambientali e della tutela e salvaguardia dell'ambiente.
Così, nel mese di settembre 2010, è stato istituito e ufficializzato presso la procura della Repubblica in Monza un nucleo specialistico per le attività di polizia giudiziaria in materia ambientale costituito da quattro agenti del corpo di polizia che operano in un apposito ufficio situato presso la sede della procura, per la quale - già nell'anno 2010 - sono state gestite in delega le indagini di 65 fascicoli processuali.
Dal nucleo investigativo in seno al corpo è stata svolta un attività di indagine comprendente intercettazioni telefoniche, ambientali e pedinamenti, durata circa 3 mesi, al cui esito è stata richiesta alla procura della Repubblica la misura di custodia cautelare per tre persone per gravi reati di corruzione connesse a violazioni di natura ambientale.
Ulteriore attività d'indagine esplicata dal personale del corpo di polizia, relativa al reato specifico di traffico di rifiuti (che in virtù del recente passaggio di competenze di questo delitto associativo risulta attualmente di competenza della direzione distrettuale antimafia), è stata conclusa nel corso dell'anno 2010, con la richiesta di cinque misure di custodia cautelare in carcere e il sequestro di un'azienda operante nel settore dello smaltimento rifiuti.
Il corpo di Polizia provinciale ha anche coordinato le 22 guardie ecologiche volontarie (Gev), che nel corso del 2010 hanno redatto circa 400 rapporti di servizio riguardanti l'abbandono di rifiuti, la tutela ambientale, la tutela del patrimonio forestale, la tutela dei corsi idrici e la vigilanza dei parchi urbani.
In particolare, costoro hanno svolto un lavoro di monitoraggio del fiume Lambro per la salvaguardia dello stesso fiume e sono state presenti nelle situazioni di emergenza, in ausilio alla autorità civili (cfr. doc. 663/1).
Come si è accennato, la Polizia provinciale di Monza è intervenuta in due momenti topici per l'equilibrio del territorio e, in particolare,
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nella vicenda della ex raffineria Lombarda Petroli di Villasanta e in un'altra importante operazione, denominata «Star Wars».
La prima vicenda, che ha causato un particolare danno ambientale, nasce dallo sversamento nei terreni occupati dalla società Lombarda Petroli di circa 2.600 tonnellate di idrocarburi, avvenuto in una notte di pioggia tra il 22 e il 23 febbraio 2010 a seguito della manomissione di due cisterne.
L'enorme quantità di petrolio si era riversata nel fiume Lambro, quindi, l'onda nera aveva raggiunto il Po, inquinandolo fino alla foce.
Sul punto, il dottor Corrado Carnevali, procuratore della Repubblica in Monza, nel corso dell'audizione dell'8 febbraio 2011, ha riferito che la società in questione da deposito doganale era passata a deposito fiscale, a partire 28 agosto 2008.
I prodotti depositati appartenevano a terze persone, ma sussisteva nei confronti dell'autorità statale l'obbligo di conservazione e di indicazione dei passaggi di proprietà del prodotto avvenuti.
La società, naturalmente, aveva una documentazione ufficiale, ma le indagini avevano portato all'acquisizione di una documentazione occulta, che indicava un quantitativo di prodotti presenti al momento del sabotaggio inferiore rispetto a quello che risultava ufficialmente, ciò che induce a ritenere che nel periodo in cui la società aveva operato come impresa doveva esservi stata un'uscita non contabilizzata di prodotto dai serbatoi.
Invero, secondo il procuratore della Repubblica, lo sversamento illecito degli idrocarburi aveva una motivazione economica interna all'azienda ed era accompagnata dalla circostanza determinante che la Lombarda Petroli avrebbe dovuto cessare la sua attività nel giugno del 2010. Era, dunque, altamente probabile che con la cessazione dell'attività potesse emergere la discrepanza di valori, di cui si è detto, con tutte le conseguenze sia nei confronti dei proprietari del prodotto, ai quali la società avrebbe dovuto rimborsare il quantitativo mancante rispetto a quello ufficiale, sia soprattutto nei confronti dello Stato per quanto concerne l'evasione delle accise.
L'ipotesi del sabotaggio e, quindi, della fuoriuscita illecita del prodotto da parte degli amministratori della società, appariva come una modalità per sottrarsi alle loro responsabilità.
Inoltre, uno dei motivi che - secondo il procuratore della Repubblica - poteva far ritenere che il sabotaggio avesse origini casalinghe era costituito dal fatto che l'attività di apertura dei condotti era riconducibile a persone particolarmente esperte nel far funzionare gli impianti, in quanto presupponeva la messa in moto di determinate valvole e anche il riscaldamento di alcuni tipi di prodotti, sicché era necessario l'intervento di gente esperta, che sapeva come operare in concreto.
Il prodotto - almeno nelle intenzioni degli autori del misfatto - sarebbe dovuto finire nelle vasche di contenimento insieme all'acqua piovana che quella sera veniva giù abbondante o, comunque, invadere il terreno dell'ex raffineria, ma una saracinesca aperta forse da vent'anni, priva di manutenzione, aveva consentito al carburante di sversarsi nella fogna e, poi, nella falda, fino a raggiungere il fiume Lambro.
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Le affermazioni del dottor Corrado Carnevali si sono tradotte nella richiesta di rinvio a giudizio, in data 3 maggio 2012, della procura della Repubblica in Monza (doc. 1209/1) nei confronti dei fratelli Giuseppe e Rinaldo Tagliabue, nella loro qualità di amministratori della Lombarda Petroli Spa, e di alcuni loro collaboratori per i reati di cui agli artt. 110, 434, 635, 61 n. 2 c.p. e all'articolo 137 del decreto legislativo n. 152 del 2006, per avere provocato la fuoriuscita nel piazzale della Lombarda Petroli Spa, in data 23 febbraio 2010, di almeno 1.600 tonnellate di gasolio e di almeno 812 tonnellate di olio combustibile, così causando un grave episodio di danno ambientale, dal momento che i suddetti prodotti petroliferi, dopo avere raggiunto le vasche di raccolta della società, tracimavano nel collettore est e raggiungevano, dapprima, il depuratore di Monza, quindi, il fiume Lambro, il Po e l'Adriatico, con inquinamento ambientale delle acque e delle coste e conseguente moria di pesci, uccelli e molluschi.
Nella richiesta di rinvio a giudizio vengono contestati anche i reati di cui agli artt. 110, 81 c.p., e all'articolo 40 decreto legislativo n. 504 del 1995 per avere sottratto all'accertamento, nel periodo compreso tra il 2001 e il 2008, oli minerali per un quantitativo non inferiore a 12.664.211 Kg., con un'accisa evasa di euro 4.834.211, e per avere sottratto all'accertamento, dal 1o settembre 2001 al 22 febbraio 2010, l'ulteriore quantitativo di oli minerali di 1.239.163 Kg. con un'accisa evasa di euro 374.578 e Iva per l'importo di euro 74.916.
Il dottor Carnevali, nel corso della sua audizione, si è poi soffermato sulla tragedia dell'Eureco di Paderno Dugnano, che aveva visto la morte di quattro dipendenti, a causa dell'inosservanza delle prescrizioni di legge nel trattamento dei rifiuti speciali e, infine, sul rinvenimento di depositi molto vasti di rifiuti a Desio, Seregno e Briosco (operazione «Star Wars»).
Nell'ambito di quest'ultima operazione è emerso che, nei primi mesi del 2008, a Desio alcuni soggetti calabresi, i fratelli Stellitano Fortunato e Stellitano Giovanni, affiliati alla cosca Iamonte (cfr. dichiarazioni di Flavio Zanardo, comandante della Polizia provinciale Monza e Brianza, in data 8 febbraio 2011), titolari di una ditta che si occupava di demolizioni, dichiarata fallita, avevano posto in essere un traffico di rifiuti di materiali edili, ma anche provenienti da un'industria di lavorazione della plastica.
Dalla relazione della Polizia provinciale di Monza e Brianza (doc. 663/1) risulta che l'indagine in oggetto si è conclusa il giorno di ferragosto 2008, con l'arresto di un pericoloso latitante calabrese Stellittano Fortunato, in un ristorante di Como, dove lo stesso stava pranzando insieme ai suoi parenti.
L'indagine coordinata dalla procura della Repubblica di Monza e partita da una semplice segnalazione di una guardia ecologica volontaria circa strani movimenti in un'area agricola sita in Brianza, ha consentito di porre sotto sequestro tre aree site, rispettivamente, in Desio, Seregno e Briosco, per complessivi 65 mila metri quadri, equivalenti a dieci campi di calcio, nonché mezzi vari, tra cui dodici T.I.R., quattro escavatori, tre rimorchi e altri mezzi d'opera per un valore (riguardante i soli mezzi) di almeno 2,5 milioni di euro, mentre sono stati recuperati rifiuti tossici e nocivi per 178 mila metri cubi.
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L'area più importante, sequestrata in Desio (MI), in via Molinara e di proprietà di Cannarozzo Domenico, detto Mimmo (anch'egli pregiudicato per associazione delinquere di stampo mafioso) di qualche migliaio di metri quadri, era stata utilizzata dall'organizzazione come discarica abusiva, in quanto oggetto del conferimento di rifiuti di vario genere, tra cui anche rifiuti pericolosi, quali residui plastici derivanti da lavorazioni industriali contenenti idrocarburi e terre contaminate da piombo e cromo, di probabile derivazione dalla demolizione di siti industriali dedicati ad attività galvaniche e conciarie.
Invero, è emerso che gli scarti della lavorazione della plastica venivano tritati e miscelati con materiali edili e interrati in un fondo di proprietà di privati, posto a fianco dell'area di pertinenza degli imputati.
L'attività di stoccaggio dei rifiuti pericolosi veniva effettuata mediante la rimozione e l'asportazione del terreno, con la creazione di una profonda voragine, nella quale gli imputati depositavano tali rifiuti fino al completo riempimento della stessa.
In particolare, gli associati criminali effettuavano scavi delle dimensioni della costruzione della metropolitana milanese, a volte, comprando o affittando terreni da adibire a discarica, altre volte, e più curiosamente «rubando terra mista di qualità pregiata» per il controvalore di svariate migliaia di euro, da usare come copertura, dopo avere riempito il vuoto creato con rifiuti di ogni genere, come inerti, materiali provenienti da demolizione di manufatti, gomme di auto e camion e rifiuti industriali pericolosi e non.
Le operazioni anzidette avvenivano nottetempo e per pochi giorni per ciascuna delle aree interessate, così che i proprietari delle stesse aree non avevano il tempo di accorgersene e si ritrovavano con tonnellate di rifiuti sotterrati nei loro campi.
Il quadro che esce dalle investigazioni è quello di una vera e propria «Gomorra» in Brianza, posto che, nel corso delle indagini nate per reati ambientali sono stati accertati altri pesanti e paralleli delitti commessi dagli indagati riguardanti lo spaccio di cocaina, in gergo chiamata «vitamine» o «grappino», a volte utilizzata per sostenere il lavoro notturno e somministrata dai capi ai lavoranti sui mezzi d'opera e, in altre occasioni, ceduta in quantità anche considerevoli in pagamento degli stessi mezzi d'opera e delle prestazioni di lavoro. Sono stati altresì accertati altri gravi reati, quali la detenzione illecita e il ricorso all'uso di armi per regolamenti di conti e intimidazioni per convincere a saldare debiti, nonché il ricorso a incendi dolosi per rabbonire e convincere aziende e persone a desistere dallo sporgere denunce e querele.
Ancora sono emersi contatti con malavita di provenienza dell'est-europeo, soprattutto, in relazione alla destinazione finale degli automezzi utilizzati per la movimentazione dei rifiuti. Infatti, l'organizzazione usava per i propri lavori notturni automezzi rubati e, una volta terminate le operazioni in un sito, li spediva con falsa documentazione in Romania.
In tale contesto, le investigazioni hanno consentito di arrestare anche tre cittadini rumeni, pericolosi delinquenti coinvolti in traffici di droga e di armi.
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Quanto ai tempi di svolgimento di tale traffico, meritano di essere sottolineate le affermazioni dell'ingegner Giuseppe Farina, responsabile della perizia sulla bonifica del comune di Desio, il quale, nell'audizione in data 8 febbraio 2011, ha dichiarato che le operazioni di scavo duravano almeno da due anni.
Tali affermazioni si conciliano perfettamente con le dimensioni degli scavi effettuati dall'organizzazione criminosa, posto che gli scavi di via Molinara a Desio sono stati operati in due siti distinti e hanno avuto, rispettivamente, il primo scavo, una dimensione di 90 mila metri cubi (ma potrebbero essere una volta e mezzo in più) e, il secondo, la dimensione di 9 mila metri cubi, solo in quanto i «lavori» sono stati bloccati dall'intervento degli inquirenti.
Inoltre, sulla base delle indagini condotte da un geologo incaricato dal tribunale di Monza, è emerso che tutta l'area era stata scavata a una profondità minima di sei metri per una precisa ragione di carattere geologico, posto che a Desio, a causa della conformazione degli strati orizzontali esistenti, a tale profondità comincia quello che viene chiamato «ceppo», costituito da una roccia semidura oltre la quale scavare diventa difficile.
Tuttavia, nonostante tali difficoltà, in alcuni punti sono state scavate buche anche di ben dodici metri di profondità, con tutta probabilità ancora da accertare, allo scopo di occultare materiali pericolosi e impedirne o rendere comunque più difficoltoso il loro ritrovamento.
Lo svolgimento di una vera e propria attività delittuosa svolta a livello industriale trova un ulteriore riscontro nel fatto che coloro che stavano scavando esibivano falsi permessi per costruire un gasdotto, ovvero un albergo o ancora una «cava di prestito» per l'interramento di viale Lombardia, nel tratto compreso tra Monza e Cinisello.
Da questa vicenda emerge evidente che lo scarso controllo del territorio da parte degli enti e delle autorità preposte, accompagnato da una diffusa omertà, hanno consentito all'organizzazione criminosa non solo di operare indisturbata per molto tempo sul territorio, con un non comune dispiegamento di uomini e di mezzi, ma anche di realizzare opere che erano chiaramente visibili da chiunque, già molto tempo prima dell'inizio delle indagini da parte dell'autorità giudiziaria.
Si spiega, in tal modo, l'enorme danno causato al'ambiente, posto che la spesa complessiva per il ripristino dei luoghi, con l'eliminazione del rischio che la contaminazione giunga alla falda, supera la somma di 2,8 milioni di euro, pur se la prima falda è a 30 metri e quella potabile a 90 metri.
Non v'è dubbio che, in attesa della bonifica, la situazione debba essere tenuta sotto controllo, mediante l'installazione di alcuni piezometri, al fine di valutare la qualità dell'acqua e, se del caso, intervenire con urgenza.
La neo costituita provincia di Monza e Brianza è interessata anche da un altro preoccupante fenomeno, quello delle infiltrazioni mafiose.
A tale proposito, Sergio Pascali, comandante provinciale dei Carabinieri di Monza e Piero Vincenti, comandante del Noe di Milano, nel corso delle audizioni del 21 luglio 2010 e dell'8 febbraio 2011, si sono soffermati, tra l'altro, sull'indagine condotta dal «Gruppo di
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Monza» dei Carabinieri, denominata convenzionalmente «Infinito», che ha dato luogo all'emissione di 154 ordinanze di custodia cautelare e nella quale sono emersa la presenza di soggetti organicamente affiliati alla 'ndrangheta i quali, al contempo, gestivano imprese per il movimento terra.
I collegamenti nascevano dal fatto che, molto spesso, titolari di ditte individuali operanti nel movimento terra e residenti anche nella provincia di Monza - oltre che in quelle di Milano, Varese e Lecco - hanno origini calabresi e sono collegati a note famiglie della 'ndrangheta, sicché è emerso uno spaccato della presenza mafiosa anche nella provincia di Monza e Brianza, che ha consentito di aprire nuovi filoni investigativi.
La conclusione sul punto è che Monza non costituisce «un'isola felice», posto che le fila del traffico di rifiuti sono dirette e coordinate da soggetti che risiedono a Monza, pur se il flusso di tale traffico ha una destinazione diversa rispetto a quella del territorio di Monza e Brianza, in quanto si diriger nella zona sud di Milano o, addirittura, nella contigua regione piemontese.
In particolare, le indagini svolte hanno consentito di appurare, seguendo il flusso dei camion, che rifiuti pericolosi, come quelli provenienti dall'area di Sesto San Giovanni o da siti di interesse nazionale, hanno avuto come destinazione finale - anche grazie alla nota pratica illecita della falsificazione dei documenti di trasporto - siti di stoccaggio per rifiuti non pericolosi.
In tale contesto, si spiega la consapevolezza che vi sia, anche nella Brianza, quella presenza della criminalità organizzata, di cui ha riferito il presidente della Camera di commercio, nel corso della sua audizione. Invero, dai dati di una recente indagine svolta dalla stessa Camera di commercio di Monza è emerso che, su circa 1.000 imprenditori lombardi, di cui almeno 250 nella provincia di Monza e Brianza, quasi il 90 per cento percepisce la criminalità come un fenomeno effettivo e ritiene che i settori economici più esposti sono l'edilizia e le aziende che trattano rifiuti.
Non a caso, il 28 per cento degli imprenditori interpellati individua come mezzo di contrasto alle organizzazioni criminali di stampo mafioso il presidio del territorio, e circa il 50 per cento lo individua in una maggiore trasparenza della pubblica amministrazione.
Ancora, Renato Mattioni, Segretario generale della Camera di Commercio, nel corso della stessa audizione, ha riferito che dalla suddetta indagine è anche emerso che la percezione della presenza della criminalità organizzata avviene nei momenti in cui le imprese affrontano difficoltà legate al mercato e ai costi.
Per quanto riguarda l'area «ex Falck», ricompresa nel Sin, il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Monza, dottor Corrado Carnevali, nel corso dell'audizione del 14 novembre 2011, ha riferito che il settore dei rifiuti non è oggetto di contestazioni specifiche, diversamente da quanto era accaduto nel 1999 in un'indagine che aveva visto Luigi Penati indagato dalla procura di Monza, nella sua qualità di sindaco del comune di Sesto San Giovanni, in concorso con Schiappapietra ed Enrico Vittorio Giuseppe, che era il dirigente del settore programmazione, pianificazione e gestione del
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territorio del comune di Sesto, che erano stati tutti rinviati a giudizio per il reato di interesse privato in atti d'ufficio (articolo 323 c.p.) e per reati che attengono ai rifiuti.
In particolare, ai pubblici amministratori veniva contestata la concessione di autorizzazioni edilizie su aree della Falck, per le quali non era stata ancora effettuata e completata l'operazione di bonifica, trattandosi di aree che erano state dismesse dopo la chiusura degli stabilimenti.
All'esito del giudizio abbreviato il Penati era stato assolto, sia pure con la formula dubitativa, mentre era stato condannato lo Schiappapietra per i reati contestati, compresi quelli attinenti ai rifiuti che, in sede di appello, erano dichiarati estinti per intervenuta prescrizione, come avviene normalmente per simili reati, specialmente quando l'indagine si rivela difficoltosa, come nel caso in questione.
Il dottor Carnevali ha riferito che nel 2010, le aree Falck, già di proprietà del Pasini e poi dello Zunino, sono state cedute alla Sesto Immobiliare Spa che, come da comunicazione dell'Arpa, ha presentato il progetto definitivo di bonifica dei suoli, progetto tuttora in fase istruttoria da parte degli enti preposti al controllo.
In particolare - ha sottolineato il dottor Carnevali - le aree Falck sono enormi, posto che hanno una superficie complessiva di ben 2.562.537 metri quadri.
Tali aree hanno formato oggetto di una lottizzazione, che ha portato alla formazione di venticinque lotti separati, per ciascuno dei quali l'Arpa ha fornito una rappresentazione dell'attuale situazione, da cui si evince che sono tutte avviate alla conclusione le operazioni di bonifica; in particolare, alcune sono in attesa della presentazione del progetto, per altre la bonifica è in corso, mentre per altre ancora la bonifica è stata conclusa con la relativa certificazione (cfr. doc. 919/1).
Tuttavia, con particolare riguardo alle aree già di proprietà del Pasini, oggetto delle attuali inchieste penali nei confronti del Penati, e cioè la cava Melzi, la cava Concordia e altre tutte indicate, il progetto definitivo di bonifica dei suoli è in fase di istruttoria.
Il dottor Carnevali ha precisato che, comunque, tutte le aree sono sotto controllo, in quanto non insistono costruzioni e, come previsto dalla legge, in funzione del progetto di bonifica definitivo, sono stati fatti tutti gli accertamenti e individuate le sostanze inquinanti, lavoro particolarmente complesso, considerato che su tutte le aree insistevano stabilimenti di natura diversa, tra cui raffinerie di idrocarburi, a cui erano subentrati anche siti di rottamazione di autoveicoli, sicché la situazione si presentava come la più varia possibile.
Il dottor Carnevali ha concluso, affermando che non sono in corso procedimenti penali pendenti in materia di rifiuti che riguardino l'area Falck.

10 - La provincia di Brescia

La provincia di Brescia si estende dalla montagna fino al Po su una superficie di 4.784,36 km2, con una popolazione di 1.255.088 abitanti, distribuita su 206 comuni e una densità abitativa di 262


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ab/km2. La media dei nuclei familiari si attesta attorno a 2,9 persone e vi è un rapporto carabinieri/popolazione residente pari a 1/1.012.
La gestione dei rifiuti urbani è affidata sostanzialmente a tre soggetti:
a) A2A Spa, che si pone all'attenzione nazionale in quanto è leader nel settore ambientale, per la quantità di rifiuti trattati (oltre 3 milioni di tonnellate), per clienti e fatturato, anche nel settore del teleriscaldamento, per capacità elettrica installata e volumi di vendita e per gas venduto, tramite l'Aprica Spa, che gestisce in particolare il Termoutilizzatore di Brescia (impianto composto da tre unità di combustione, di cui una dedicata alle biomasse, realizzato mediante l'utilizzo delle più avanzate tecnologie). Il termoutilizzatore brucia rifiuti urbani non differenziati, rifiuti speciali non pericolosi e biomasse provenienti dal comune di Brescia, dalla provincia di Brescia e, in piccola parte, da bacini extraprovinciali e, mediante la loro combustione, vengono prodotti energia elettrica e termica. Le scorie non recuperate vengono smaltite in discariche controllate.
b) Garda Uno Spa, azienda nata nel 1974 come consorzio allo scopo di provvedere alla tutela ecologica del Lago di Garda, svolge direttamente il ciclo di gestione del rifiuto (raccolta, trasporto, avvio a recupero e/o smaltimento) per i 23 comuni della sponda bresciana (circa centomila persone) tramite l'impiego di una flotta di ben 108 automezzi (tra i quali alcuni «battelli spazzini», che nel solo 2010 hanno raccolto e avviato a smaltimento ben 155 tonnellate di rifiuti presenti nelle acque del lago) e la stipula di contratti diretti con impianti finali autorizzati. La società, a capitale interamente pubblico, si occupa di ciclo idrico e di igiene urbana, escluso ogni trattamento dei rifiuti speciali. Complessivamente, nell'anno 2010, Garda Uno ha movimentato 88 mila tonnellate di rifiuti, conferendo al termovalorizzatore di Brescia circa 50 mila tonnellate di rsu, pari al 57 per cento, mentre circa 32 mila tonnellate di raccolta differenziata, pari al 37 per cento, è andato agli impianti autorizzati. La società gestisce un depuratore situato a Peschiera, che serve sia la sponda veronese, sia quella bresciana del lago di Garda per 330 mila abitanti e che va in sofferenza per sovraccarico durante il periodo estivo a causa della maggiore affluenza turistica, costringendo gli operatori a «sturare» per evitare che l'impianto salti - nonostante siano stati realizzati dei vasconi per permettere uno smaltimento più adeguato - con conseguenti problemi di inquinamento delle acque lacuali. Sulla base di uno studio effettuato di concerto con l'università di Brescia, il costo dell'intervento volto a canalizzare tutto il lago e realizzare la piena depurazione è pari a 60/80 milioni di euro (cfr. resoconto in data 3 maggio 2011 dell'audizione di Mario Bochio, presidente di Garda Uno).
c) Valle Camonica Servizi Spa, che ha un bacino di utenza che comprende tutti i 41 comuni della Valle Camonica (circa 90mila persone) e un volume annuo di raccolta e smaltimento rifiuti pari a
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50.500 tonnellate, delle quali 35 mila sono costituiti da rifiuti urbani indifferenziati che vengono trasportati per la successiva lavorazione presso la Aprica Spa - Termoutilizzatore di Brescia (32).

10.1 - L'attività di polizia giudiziaria nella provincia di Brescia e, in particolare, le indagini della procura di Brescia relative all'autostrada Bre.Be.Mi e al rilascio dell'Aia per la discarica di amianto nel comune di Cappella Cantone
Roberto Migliori, comandante del Noe Brescia, sentito nelle audizioni del 21 luglio 2010 e del 4 maggio 2011, ha rappresentato che la regione Lombardia aveva ritirato la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria ai tecnici dell'Arpa Lombardia, a seguito della riscontrata assenza di una norma statale che dia la facoltà alle regioni di individuare la figura dell'ufficiale di polizia giudiziaria, all'interno delle proprie agenzie regionali per la protezione dell'ambiente.
A distanza di qualche mese, perché il provvedimento ha avuto efficacia dal 1o febbraio 2011, si è verificato - per quanto riguarda il Noe - qualche problema, determinato dal fatto che le procure della Repubblica, nell'impossibilità di affidare alcune tipologie di accertamenti direttamente all'Arpa, chiedono al nucleo operativo ecologico dei Carabinieri di integrare e di supportare le attività dei funzionari tecnici.
In conseguenza di ciò, gli ufficiali del Noe si trovano nella condizione di dovere accompagnare funzionari Arpa, chiamati ad effettuare accertamenti prettamente tecnici, con connesse attività proprie esclusivamente della polizia giudiziaria, al fine di validarli con la loro presenza, in funzione della loro qualifica di ufficiali di polizia giudiziaria, che i funzionari Arpa hanno perso.
In tal modo ci si trova di fronte a una duplicazione di attività del tutto inutile e dispendiosa per i Carabinieri del Noe, anche alla luce delle scarsissime risorse esistenti.
Il problema posto dal comandante Migliori sussiste, ma non è di facile soluzione, posto che l'articolo 57 c.p.p., nei commi 1 e 2, attribuisce le funzioni di polizia giudiziaria a figure ordinamentali tipiche ben individuate e al comma 3, con norma di chiusura, affida a leggi e regolamenti l'individuazione di ulteriori figure, cui attribuire le funzioni di polizia giudiziaria.


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Ora, alla stregua della Carta fondamentale e del consolidato orientamento della Corte Costituzionale, le funzioni di polizia giudiziaria possono essere riconosciute solo da una norma dello Stato, vertendosi in tema di pubblica sicurezza, e non da una norma regionale.
Di conseguenza, correttamente, con legge regionale n. 114 del 2010 è stata soppressa la norma che, nel regolare l'attività dell'Arpa, prevedeva la nomina degli ufficiali di polizia giudiziaria da parte del direttore generale.
Il comandante Migliori, dopo aver riferito di alcune indagini in corso in ordine a discariche abusive, ha rappresentato che nella provincia di Brescia sono presenti molte fonderie, che si occupano della lavorazione del rottame metallico, in particolare, della parte metallica delle autovetture rottamate.
In tale contesto, sussiste il problema dello smaltimento del cosiddetto fluff, cioè, della parte non metallica che residua dalla distruzione delle autovetture, un rifiuto spesso contaminato da sostanze inquinanti, la cui gestione è estremamente onerosa e che determina episodi di smaltimento abusivo, il più delle volte, in aree pubbliche, ma altre volte anche su aree agricole di privati.
Non a caso, quindi, nel corso di una indagine, denominata «Macchia Nera», era stata individuata una ditta di trasporti di Brescia, la quale si occupava proprio dello smaltimento illecito di tale tipologia di rifiuti, con la creazione di siti e discariche abusive (cfr. relazione del Noe di Brescia in data 4 maggio 2011, doc. 731/1).
Ancora, per quanto riguarda il traffico dei rifiuti metallici e plastici, il Noe di Brescia si era occupato, in provincia di Cremona e in provincia di Bergamo, di due attività derivanti dalla frantumazione di cavi elettrici costituiti, com'è noto, da una parte metallica e da una parte di plastica.
Era così emerso che mentre la parte metallica, costituita da rame, veniva triturata e poi regolarmente venduta, la parte di plastica - che, a tutti gli effetti, era un rifiuto - veniva venduta come materia prima secondaria (Mps) e impiegata in altri processi produttivi, al fine di evitarne lo smaltimento e sottrarsi ai relativi costi.
Ha assunto così rilevanza l'inchiesta del Noe nella provincia di Cremona, denominata «Costo zero», in quanto le aziende, smaltendo nel modo anzidetto i rifiuti, riuscivano ad abbattere gli ingenti costi di smaltimento (doc. 434/2 e 731/1).
Ancora, il comandante Migliori ha riferito sull'inquinamento da cromo esavalente (cancerogeno) delle falde acquifere della Valtrompia, tenuto conto del fatto che le acque vengono utilizzate nel territorio bresciano per usi industriali e domestici.
In particolare, l'azienda che gestisce gli acquedotti a Brescia utilizza, miscelandola, anche l'acqua che proviene dalla Valtrompia, con la conseguenza che l'inquinamento iniziale non viene eliminato, ma solo diluito, pur se le caratteristiche richieste per l'acqua in funzione dei suoi usi, vengono comunque rispettate.
Nel frattempo, nell'ambito dell'indagine cosiddetta «Cromo», promossa dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Brescia, per i reati di adulterazione colposa di sostanze alimentari (artt. 440 e 452 c.p.), sono stati sequestrati alcuni pozzi, al fine di
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inserire filtri idonei, mentre non è possibile disinquinare la falda - pur nel costante controllo da parte del Noe delle aziende - allo scopo di evitare che, all'esito del processo produttivo, finiscano nella falda acque che non sono a norma.
La collaborazione, gestita dalla procura di Brescia, fra la Asl di Brescia, l'Arpa Lombardia dipartimento provinciale di Brescia e le varie forze di polizia coinvolte, ha consentito il monitoraggio di circa il 50 per cento dei pozzi e si stima di terminare il monitoraggio nei prossimi due anni.
Si tratta di un lavoro imponente, volto ad ottenere la rappresentazione della situazione reale e complessiva dell'inquinamento effettivo della Valtrompia.
La grave situazione di inquinamento della falda è stata confermata anche dal procuratore della Repubblica in Brescia, il quale nel corso della sua audizione, ha riferito che nel bresciano si rinvengono con preoccupante frequenza nelle acque concentrazioni rilevabili di cromo esavalente che, come è noto, è un potente cancerogeno.
Ancora, il comandante Migliori ha parlato di un controllo su una fonderia di alluminio in un comune della provincia di Bergamo, la quale utilizzava, senza previo trattamento, nel ciclo produttivo lastre offset, quindi, sporche di morchie di inchiostro, illecitamente pervenute come materia prima secondaria, nonché rottami di alluminio verniciati e plastificati.
Il forno della fonderia non era idoneo a bruciare tale tipologia di rifiuti, tanto più che la fusione dell'alluminio avviene a basse temperature e ciò poteva determinare lo sviluppo di diossine, che sarebbero dovute essere filtrate per evitarne la dispersione nell'ambiente.
Il traffico era stato scoperto casualmente, a motivo delle lamentele della popolazione del paese a causa degli odori che provenivano dalla fonderia.
Peraltro, va sottolineato che si tratta di un fenomeno molto diffuso, considerato che vi è un traffico di lastre offset e di rottami metallici di alluminio, verniciati e plastificati che, pur essendo rifiuti ai sensi delle norme vigenti, vengono venduti come materia prima secondaria.
Marco Turchi, comandante provinciale dei Carabinieri di Brescia, nell'audizione del 4 maggio 2011, ha riferito due episodi di infiltrazioni mafiose nella provincia di Brescia.
Il primo attiene a una ditta operante in Franciacorta, a Corte Franca, che era in rapporti di affari con Giuseppe Romeo, classe 1964, inserito a pieno titolo nella 'ndrangheta, in quanto suo fratello Pasquale aveva sposato una cugina di Morabito, detto «Tiradritto», uno dei capi storici della 'ndrangheta calabrese e, inoltre, a conferma del suo inserimento, era stato arrestato dai Ros di Milano nell'ambito dell'operazione «Caposaldo».
In particolare, è emerso che la ditta Danesi di Corte Franca aveva acquistato ripetutamente sabbia e ghiaia dalla Alma Srl, che era la società di Giuseppe Romeo.
Vi era, inoltre, la società «Selca» di Berzo Demo, comune della Vallecamonica, che aveva difficoltà economico-finanziarie e che era stata acquistata dal gruppo Catapano di Napoli, il cui leader è Guido
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Catapano, arrestato il 29 marzo 2011, insieme ad altri tredici indagati, dai Carabinieri di Padova per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta.
Sulla bonifica del sito in cui operava la «Selca» è intervenuto il comandante provinciale del Corpo forestale dello Stato di Brescia, Gualtiero Stolfini, il quale nell'audizione del 4 maggio 2011, ha riferito che nel comune di Berzo Demo in Val Camonica svolgeva l'attività industriale l'Union Carbide, alla quale erano subentrate la Graphtec e la Selca. All'interno dell'azienda vi era un sito, già adibito a discarica abusiva, pieno di rifiuti speciali pericolosi, di profondità ignota, dove 30/40 anni fa e, cioè, negli anni '70 vi erano state depositate «peci di lavorazione». La Graphtec, da ultimo, si era impegnata a bonificare il sito anzidetto mediante la costruzione tutt'intorno allo stesso di un sarcofago con la profondità necessaria al suo completo isolamento.
A proposito di indagini giudiziarie, il comandante del Noe di Brescia, Roberto Migliori, ha riferito nell'audizione del 4 maggio 2011, dell'indagine denominata «Acli Casa», che si era sviluppata nel comune di Coccaglio (BS), lì dove sopra una vecchia discarica l'impresa stava costruendo delle villette a schiera, senza la preventiva bonifica dell'area, che conteneva rifiuti pericolosi, tipo amianto, polveri di abbattimento fumi di acciaieria e materiale plastico con idrocarburi.
L'impresa di costruzioni, infatti, si era limitata ad asportare il materiale necessario per arrivare alle fondamenta, ma senza effettuare la bonifica dell'intera area e, senza l'intervento tempestivo del Noe, il sito sarebbe stato coperto (doc. 747/1).
Ulteriori indagini, svolte in collaborazione con l'Arpa avevano consentito di appurare che la discarica abusiva si estendeva ben al di là del sito dove insistevano le villette in costruzione.
Non era stato possibile risalire al responsabile, posto che la discarica era chiusa da oltre vent'anni.
Il problema dello smaltimento dei rifiuti a Brescia è grave e assillante, come è emerso da una indagine denominata «TSE», che ha investito una società di intermediazione dei rifiuti di Brescia, la quale si faceva recapitare dai propri clienti imprenditori campioni di rifiuti anche pericolosi che provvedeva a manipolare, prima di inviarli in laboratorio per le analisi, allo scopo di fare ottenere all'impresa la falsa certificazione di non pericolosità del rifiuto.
Attualmente sono in corso accertamenti sui sistemi informatici della ditta, mantenuti in sequestro, per identificare i clienti-fornitori di rifiuti ed i laboratori di analisi presumibilmente compiacenti. Qualora la mole di rifiuti trattata risultasse cospicua si ipotizzerebbe il traffico illecito di rifiuti (doc. 747/1).
Quest'ultimo episodio la dice lunga sulle possibili infiltrazioni criminali nello specifico settore dei rifiuti speciali, considerato che, per stabilire se un rifiuto è pericoloso, è necessario caratterizzarlo e verificare se le concentrazioni di una vasta gamma di sostanze contaminanti superano valori soglia definiti da norme specifiche, peraltro di non semplice attuazione. Sulla base di tale premessa, appare evidente che, a seconda dei casi, i rifiuti si possono miscelare con altri di adeguate caratteristiche, così diminuendo le concentrazioni delle sostanze che li rendono pericolosi, mentre, nei passaggi da
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produttore ad intermediario a smaltitore finale, è possibile cambiare le bolle di accompagnamento (da rifiuto pericoloso diventa non pericoloso).
Altra indagine (c.d. «Inerti») ha portato al sequestro nel comune di Montichiari (BS), afflitto anch'esso da gravi problemi di inquinamento, di un chilometro di strada in costruzione (la strada provinciale Lenese) e di 4 mila tonnellate di rifiuti.
Il sequestro è avvenuto in danno di una società che, a suo tempo, aveva vinto l'appalto per la realizzazione delle controstrade, ma che invece di utilizzare il materiale previsto nel capitolato, utilizzava non materiale inerte da cava, bensì altro materiale di cui aveva ampia disponibilità, essendo una impresa di costruzioni. Pertanto, nella specie, è stato contestato non solo il reato di discarica abusiva e di gestione illecita dei rifiuti, ma anche quello di truffa in pubbliche forniture in danno della provincia di Brescia.
Ancora, una indagine di rilievo, in ordine alla quale ha riferito il comandante Turchi nella relazione del 4 maggio 2011 (doc. 747/1) è l'indagine cosiddetta «Dirty Flower».
Invero - nell'ambito dell'attività volta al contrasto dell'indebito utilizzo di semirimorchi su gomma («silos»), già impiegati nel trasporto di rifiuti pulverulenti qualificati come tossico-nocivi e, successivamente, per la movimentazione di prodotti alimentari sfusi (farine e semole) destinati all'alimentazione umana - il Nas di Brescia ha condotto un'indagine nei confronti di un sodalizio criminale, costituitosi occasionalmente fra taluni produttori di rifiuti pericolosi e imprenditori del settore alimentare, che - violando le previsioni normative del decreto legislativo n. 22 del 1997 inerenti all' obbligo di iscrizione all'albo nazionale delle imprese esercenti servizi di smaltimento rifiuti e al divieto di trasporto alimenti con i medesimi automezzi inseriti nelle singole autorizzazioni all'esercizio - inducevano gli autotrasportatori ad abbattere i costi di esercizio, prestandosi a utilizzare promiscuamente i semirimorchi sia sulle direttrici nazionali che nelle tratte interessanti Austria e Germania (area geografica fornitrice di sfarinati ad uso alimentare e destinataria dei carichi di rifiuti pericolosi). L'attività d'indagine ha finora comportato il sequestro giudiziario di due semirimorchi con 60 tonnellate di cereali e di 20 semirimorchi comunque utilizzati per 1'illecita attività, tutti di proprietà della ditta La Ve.Ca. Sud Autotrasporti Srl di Maddaloni (CE), alla perquisizione di 4 aziende (2 del nord e 2 del sud), operanti nel settore, e al deferimento all'autorità giudiziaria di 22 soggetti per la commissione dei reati sopra descritti.
Renato Maria Russo, comandante regionale della Guardia di finanza, nel corso dell'audizione del 21 luglio 2010, ha riferito di una importante operazione del mese di luglio 2009 (cfr. relazione del comando provinciale di Brescia della Guardia di finanza in data 4 maggio 2011 in doc. 746/1), condotta dalla compagnia di Chiari nei confronti dell'azienda Zincature Industriali di Cazzago San Martino, che si occupa della procedura di zincatura, nitratura e cromatura dei prodotti industriali. Era stato invero appurato che la società provvedeva in modo sistematico ogni sabato, giorno di chiusura degli impianti, allo scarico nei terreni limitrofi di tutti i residui di lavorazione, costituiti da liquami non indifferenti.
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I liquidi scaricati nel terreno confluivano in un laghetto adiacente nel corpo di una vecchia cava e sul piano operativo la società utilizzava, addirittura, una tubazione che ha consentito di localizzare l'attività di scarico. Era intervenuta l'Arpa Lombardia, dipartimento provinciale di Brescia, che aveva inviato del personale, consentendo di localizzare lo scarico e di effettuare la campionatura, così acquisendo elementi incontrovertibili sulla natura del materiale scaricato e di riscontrare che non si trattava di episodi occasionali.
Il fatto singolare era che l'azienda riempiva nuovamente il serbatoio del materiale da smaltire mettendovi dell'acqua, così da ristabilire le quantità.
Viceversa, il piano industriale avrebbe dovuto funzionare attraverso una depurazione integrale e il successivo riciclaggio delle acque utilizzate per il processo, ma questo non avveniva perché nelle vasche veniva immessa acqua già pulita, mentre quello che doveva essere riciclato andava direttamente nel terreno.
La zona era stata immediatamente sequestrata, compresa l'azienda e l'impianto di zincatura. Dall'esame di questi scarichi sottoposti a sequestro che è stato effettuato dall'Arpa, è emerso che i valori dei metalli pesanti erano oltre i limiti di legge e vi era la presenza di cromo, nichel, rame, azoto, cloruri e solfati.
A sua volta, Fabio Migliorati, comandante della Guardia di finanza di Brescia, nel corso dell'audizione del 4 maggio 2011, ha riferito che negli ultimi tre anni la Guardia di finanza ha eseguito 19 interventi, riscontrato 21 violazioni, verbalizzato 28 soggetti, di cui 11 denunciati, ma soprattutto ha sequestrato circa 190 mila chili di rifiuti industriali, pari a quasi 4 mila metri quadri di aree demaniali e ha sequestrato due discariche.
I servizi più importanti sono stati svolti sul territorio dal Nucleo di polizia tributaria, che nel 2008, nello specifico settore della zootecnia - che nella Bassa bresciana vede un'elevata concentrazione di attività agricole - ha consentito di smantellare un pericoloso traffico illecito di rifiuti (nello specifico, «pollina» - refluo zootecnico costituito da deiezioni animali derivanti dagli allevamenti avicoli), mettendo in luce il carattere di continuità di tale traffico, protrattosi per un lungo periodo di tempo.
È stato così ricostruito l'avvenuto smaltimento illecito di una ingente quantità di rifiuti e di scoprire che i soggetti coinvolti in tale attività, a livello documentale, facevano apparire il rifiuto «pollina» come un sottoprodotto animale soggetto al regolamento CE 1774 del 2002, senza riferimenti al previsto trattamento di trasformazione, il che permetteva: 1) al produttore di liberarsi del rifiuto senza le preventive verifiche dal punto di vista sanitario; 2) al trasportatore di movimentare ingenti quantitativi di rifiuti senza alcuna garanzia sull'effettivo destino degli stessi; 3) al destinatario di trattare ingenti quantitativi di rifiuti senza le dovute autorizzazioni.
Le indagini svolte hanno portato al sequestro di un'azienda esercente l'attività di trattamento di rifiuti speciali, del valore di circa 3 milioni di euro e alla denuncia di sette responsabili della frode (doc. 746/1).
Peraltro, va sottolineato che nel bresciano sono molto frequenti i rifiuti speciali provenienti dagli allevamenti, in quanto Brescia è la
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prima provincia agricola italiana e per limitare l'attenzione ai soli allevamenti di suini, il prefetto di Brescia ha riferito che sono registrati n. 547 allevamenti con presenze di oltre 50 capi e n. 926 allevamenti di entità minore.
Si spiegano così i notevoli sforzi tecnologici da parte delle aziende, molte delle quali già hanno o stanno tentando di avere una trasformazione dei rifiuti, allo scopo di contenerne la nocività, anche se la tecnologia - contrariamente a quanto dichiarato dallo stesso prefetto di Brescia - allo stato, non è in grado di trasformare le deiezioni degli animali fino al punto da rendere potabile l'acqua che ne viene fuori.
Il dottor Nicola Pace, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Brescia, nel corso dell'audizione del 4 maggio 2011, ha osservato in via di principio che il nostro cosiddetto delitto penale dell'ambiente non esiste; «è un diritto amministrativo mascherato da diritto penale perché affianco vi si mette una sanzione», posto che molti reati ambientali hanno natura contravvenzionale, puniti con la sola pena dell'ammenda, ovvero, in via alternativa dell'arresto o dell'ammenda, come tali oblabili, a norma degli artt. 162 e 162 bis c.p..
Inoltre - ha sottolineato il procuratore della Repubblica - accade che la norma la quale stabilisce che impone a chi intende gestire una discarica di munirsi di autorizzazione regionale tutela non l'ambiente, bensì la funzione amministrativa di tutela dell'ambiente, sicché all'ambiente deriva una forma di tutela mediata, indiretta. Si tratta non di delitto penale puro, ma spurio.
In tale contesto normativo - ha ancora sottolineato il dottor Pace - uno dei pochi interventi efficace del nostro legislatore nella lotta alla criminalità nel settore dei rifiuti è rappresentato dall'articolo 11 legge 13 agosto 2010 n. 136, che, modificando l'articolo 51 comma 3 bis c.p.p., ha attribuito alla direzione distrettuale antimafia la competenza a indagare sul traffico dei rifiuti, di cui all'articolo 260 del decreto legislativo n. 152 del 2006, così valorizzando la portata di tale norma, che disciplina l'unico delitto nel quadro delle cosiddette norme in materia ambientale, che possono definirsi norme «nane» in quanto, essendo del tutto prive di ogni potere deterrente - come si è sopra posto in evidenza - hanno contribuito a trasformare la mafia in ecomafie, posto che è più redditizio delinquere in materia ambientale, che non in tema di droghe e contrabbando. Non a caso, dunque, i casalesi si sono sviluppati proprio in virtù di questa convenienza.
Dei procedimenti penali in materia di traffico di rifiuti, iscritti presso la procura di Brescia, ben undici sono di competenza della Dda, in quanto è stato contestato il reato di cui all'articolo 260 del decreto legislativo n. 152 del 2006, con una serie di reati satellite, quale quello di cui all'articolo 483 c.p., concernente la falsificazione di documenti funzionale al traffico dei rifiuti.
Il procuratore della Repubblica ha parlato del fenomeno di smaltimento clandestino di rifiuti, anche in frode alla pubblica amministrazione la quale, a seguito di regolare gara di appalto, pretendeva che il rilevato stradale e anche la parte interrata fossero realizzati impiegando materiali inerti. Ebbene, in una intercettazione effettuata nei confronti di un appaltatore, a un certo punto viene
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detto: «Sabbia, scorie, io ho caricato 80 mila metri cubi, anzi 70 mila metri cubi di scorie e 70 mila di sabbia. Dopo le miscelavamo un altro po' con la pala».
Questa costituisce la maniera più ricorrente di operare, che oltre al reato di truffa aggravata in danno dell'ente appaltante, per avere dato qualcosa di qualità diversa da quella promessa, produce in capo all'appaltatore un doppio vantaggio economico e, cioè, quello di non dover comprare i materiali inerti e quello di smaltire i rifiuti pericolosi in suo possesso.
In molti di questi casi si assiste a connivenze e/o complicità di funzionari pubblici infedeli.
Il dottor Pace - nel corso della sua audizione - si è soffermato anche sulle cave, dicendo che erano troppe e, pur rilevando l'esistenza di un «piano cave», ha sottolineato, per un verso, che era stata ampliata a dismisura l'entità dell'estraibile (probabilmente, a motivo della buona qualità della ghiaia) e, per altro verso, che all'interno del piano vi erano delle asimmetrie per quello che riguardava l'attribuzione ai privati dell'autorizzazione all'estrazione, pur se il dato era privo di rilevanza penale.
Invero, va considerato che nella provincia di Brescia erano presenti, alla data del 4 maggio 2011, n. 235 cave, di cui n. 115 di sabbia e ghiaia, come ha riferito il comandante dei Carabinieri di Brescia, Marco Turchi, nel corso della sua audizione, ciò che fa della provincia di Brescia un polo estrattivo di materiale per costruzione di importanza regionale, anche e soprattutto, a motivo della qualità della ghiaia estratta.
Il problema delle cave è aggravato dalla loro trasformazione in discariche e, a tal proposito, il dottor Pace ha riferito di indagini concernenti la costruzione dell'autostrada Bre.Be.Mi., relative a movimenti terra ad opera di un gruppo di soggetti appartenenti alla 'ndrangheta, che stavano condizionando «i rapporti tra soggetti per ciò che riguarda l'impiego di automezzi», mediante contratti di affitto, in forza dei quali il subappaltatore veniva indotto a servirsi di camion e autisti segnalati dalla 'ndrangheta.
In tale contesto si comprende bene la ragione per cui anche a Brescia, come nelle altre province della Lombardia, la 'ndrangheta è riuscita ad inserirsi nel mercato delle opere pubbliche, utilizzando il settore specifico del movimento terra.
A proposito della Bre.Be.Mi., è pervenuta a questa Commissione di inchiesta una ordinanza del Gip presso il tribunale di Brescia, in data 28 novembre 2011 (doc. 1015/2).
Dall'ordinanza del Gip emerge, altresì, una distinta indagine a carico del Locatelli e dei suoi collaboratori (tra cui la moglie Rocca Orietta) per traffico illecito di rifiuti (artt. 110, 81 c.p. e 260 decreto legislativo n. 152 del 2006), frode nelle pubbliche forniture (articolo 356 c.p.) e per truffa aggravata (articolo 640 comma 2 c.p.), in relazione alla costruenda autostrada Bre.Be.Mi..
Invero, il consorzio Bbm (costituito dall'Impresa Pizzarotti, dal Consorzio cooperative costruzioni e da Unieco), general contractor della società Bre.Be.Mi, nonché concessionario della progettazione, della realizzazione e della gestione del nuovo tratto autostradale compreso tra la città di Brescia e quella di Milano, aveva stipulato con
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la società «Locatelli Geometra Gabriele Spa», facente parte del «gruppo Locatelli» il contratto protocollo PZ/111582010/A del 13 ottobre 2010, che aveva ad oggetto la fornitura di «materie prime secondarie derivanti da scorie di acciaieria aventi pezzatura 0/100, finalizzate alla realizzazione di rilevati e sottofondi stradali» per i cantieri di Cassano d'Adda (MI) e Fara Olivana con Sola (BG) dell'opera Bre.Be.Mi...
Peraltro, la società «Locatelli Geometra Gabriele Spa» era anche autorizzata alle attività di recupero, ai sensi dell'articolo 208 del decreto legislativo n. 152 del 2006, presso lo stabilimento di Calcinate in località Biancinella (BG).
Il quantitativo complessivo di materie prime secondarie oggetto della fornitura è pari a 280 mila tonnellate (circa 100 mila metri cubi) per un corrispettivo di 550 mila euro.
Nel contratto veniva specificato che le caratteristiche dei rifiuti dovevano corrispondere alle prescrizioni del decreto legislativo n. 152 del 2006, nonché alla normativa comunitaria in materia.
Tuttavia, dalle indagini effettuate è emerso:
a) che il materiale conferito dalla società del Locatelli nei cantieri della Bre.Be.Mi. non proveniva dall'impianto di Biancinella di Calcinate, come da contratto, bensì proveniva da altri impianti (addirittura, i camion carichi di materiali provenienti da altri impianti si limitavano a entrare nell'impianto di Biancinella e a uscirne subito dopo per recarsi nei cantieri della Bre.Be.Mi.);
b) che l'attività di recupero svolta all'interno dell'impianto di Biancinella era solo apparente;
c) che il materiale utilizzato non conteneva materie prime secondarie (mps), bensì rifiuti di ogni genere e specie, privi di qualsiasi trattamento.

In particolare, le indagini della procura di Brescia (c.d. «Fiori d'acciaio», doc. 1154/1) hanno consentito di accertare che nei due cantieri della Bre.Be.Mi. sono stati illecitamente smaltiti, usandoli per la realizzazione dei sottofondi e rilevati stradali, ingenti quantitativi di materiale da demolizione, privi di ogni trattamento, posto che vi erano mattoni interi, pietre, legna, plastica e cellophane. È stato inoltre usato «fresato stradale» in percentuali molto elevate e, cioè nella misura di oltre il 90 per cento, a fronte della prevista percentuale del 2 per cento, di provenienza dai cantieri in opera presso la strada statale n. 36 (Monza-Cinisello Balsamo), dove il Locatelli aveva in corso l'appalto relativo allo sbancamento e al ripristino del manto stradale. Infine, sono stati qualificati e usati come marmoresine rifiuti speciali, e sono stati usati quantità di cromo superiori ai limiti previsti per l'impiego, quale materia prima secondaria (mps).
In conseguenza di tale comportamento illecito, il Locatelli e i suoi sodali hanno consumato anche il reato di truffa aggravata nei confronti della società concessionaria dei lavori pubblici per la realizzazione del collegamento autostradale tra le città di Brescia e Milano, avendo conferito rifiuti in luogo delle scorie di acciaieria


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trattate (materie prime secondarie), nonché il reato di frode nelle pubbliche forniture, come ha confermato l'ordinanza del tribunale del Riesame di Brescia, in data 23 dicembre 2011 (doc. 1138/2).
Il tribunale, nel respingere le richieste di riesame proposte nell'interesse di alcuni indagati e confermare il quadro indiziario, ha posto in evidenza che le obbligazioni derivanti dal contratto di fornitura concluso il 13 ottobre 2010 erano state fraudolentemente inadempiute dalla società Locatelli la quale, oltre ad avere consegnato continuamente materiali dalle caratteristiche ben difformi da quelle pattuite (appunto, materie prime secondarie), si è adoperata variamente nell'eludere i controlli, falsificando la documentazione di trasporto (attestante la provenienza e, di conseguenza, la stessa natura dei materiali) e dando copertura fisica di quanto somministrato con altre materie di migliore qualità.
Infine, in questa sede, non può non essere sottolineato che lo stesso Locatelli Pierluca e sua moglie Rocca Orietta sono stati già coinvolti in una analoga vicenda nell'ambito del procedimento n. 5455/2010 R.G.N.R. della procura della Repubblica presso il tribunale di Brescia, come risulta dall'ordinanza del tribunale del Riesame di Brescia, in data 21 dicembre 2010 (allegata al doc. 1138/2), che ha confermato il sequestro probatorio della circonvallazione dell'abitato di Orzivecchi (sp BS, ex strada statale n. 235 Orceana), disposto dal pubblico ministero di Brescia in data 16 novembre 2010.
Anche in tale procedimento il Locatelli e sua moglie sono indagati per traffico illecito di rifiuti (artt. 110, 81 c.p. e 260 decreto legislativo n. 152 del 2006) e per truffa aggravata (articolo 640 comma 2 c.p.), per aver utilizzato scorie di acciaieria come sottofondi e rilevati stradali in luogo di materiale da cava, come previsto nel contratto d'appalto.
A questo punto non può non essere sottolineato l'anomalo comportamento dello stesso Consorzio B.B.M. (Impresa Pizzarotti, Consorzio Cooperative Costruzioni e Unieco) che, quale «general contractor» della società Bre.Be.Mi, non solo, ha affidato all'impresa del Locatelli l'appalto per i cantieri di Cassano d'Adda (MI) e Fara Olivana con Sola (BG) dell'opera Bre.Be.Mi.., nonostante la contestuale presenza di quest'ultimo procedimento penale, ma non ha effettuato controllo alcuno per verificarne la corretta esecuzione.
Inoltre, a proposito dell'omissione di controlli sui cantieri, la dottoressa Silvia Bonardi, sostituto procuratore della Repubblica di Brescia, nel corso dell'audizione del 27 marzo 2012, ha riferito dell'esistenza di rapporti «anomali» tra Locatelli e alcuni alti dirigenti dell'Arpa di Bergamo.
Con la suddetta ordinanza del 28 novembre 2011 (doc. 1015/2), il Gip di Brescia ha disposto il sequestro preventivo, ex articolo 321 comma 2 cpp, dell'area di proprietà della società Cave Nord Srl, sita nel comune di Cappella Cantone, in località Cascina Retorto, in provincia di Cremona, facente capo a Locatelli Pierluca e al suo «gruppo», nonché alcune misure cautelari personali nei confronti dei principali indagati.
Il sequestro dell'area e le misure cautelari sono intervenute in relazione al reato di corruzione contestato dal pubblico ministero di Brescia a Locatelli Pierluca e a Nicoli Cristiani Franco, vice presidente
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del Consiglio regionale della Lombardia e, in precedenza, assessore regionale all'ambiente per due legislature consecutive dal 1995 al 2005, circostanza quest'ultima che - secondo il Gip di Brescia - rende verosimile la piena conoscenza dei funzionari preposti all'iter procedurale per il rilascio dell'autorizzazione integrata ambientale e la conseguente possibilità di influire su di essi da parte del Nicoli Cristiani.
Tale circostanza risulta confermata da una conversazione avvenuta in data 14 ottobre 2011, all'interno dell'autovettura del Locatelli, nella quale il Locatelli, parlando con il suo collaboratore, Bracci Roberto, riferisce che Nicoli Cristiani aveva mantenuto la promessa fattagli nel precedente mese di marzo sul fatto che l'Aia relativa alla discarica di amianto (in particolare, eternit) del sito di Cappella Cantone gli sarebbe stata rilasciata nel mese di settembre 2011, in quanto pur non essendo più assessore «li ha tutti sotto...li ha fatti crescere tutti lui..».
Non solo, in quanto nell'occasione il Locatelli aggiunge il riferimento a versamento continuo di somme di denaro a funzionari e/o a politici di turno, che si rendevano disponibili a offrirgli consigli verso un corrispettivo («..perché qui ognuno che vuole darti un consiglio ti dice che vuole guadagnare...», dice testualmente tra l'altro).
In tale contesto - si legge nell'ordinanza di custodia cautelare - il Locatelli, al fine di ottenere l'autorizzazione per lo smaltimento dell'amianto nella discarica anzidetta, poi effettivamente rilasciata in data 26 settembre 2011, pur nell'assenza dei presupposti di legge, a motivo del rischio di inquinamento della falda, aveva versato, in pari data, una notevole somma di denaro (euro 100 mila,00) al Nicoli Cristiani, tramite Rotondaro Giuseppe, dirigente dell'Arpa Lombardia.
Il progetto «Cappella Cantone» era ritenuto vitale per l'intera holding Locatelli, in quanto essenziale per ottenere dagli istituti di credito quei finanziamenti necessari ad alimentare la vasta ed articolata rete imprenditoriale del citato gruppo, che vede il suo dominus nel Pierluca Locatelli.
In particolare, la Cave Nord Srl, costata al gruppo Locatelli 7 milioni di euro, avrebbe ottenuto dalle banche l'erogazione di un mutuo di 15 milioni di euro, proprio grazie al rilascio della suddetta autorizzazione per la discarica dell'amianto.
Infine, è significativo il fatto che dalle intercettazioni eseguite è emerso che il gruppo Locatelli non voleva alcun lavoro a Milano, avendo piena consapevolezza della presenza nel territorio milanese della presenza dei «calabresi».
Si tratta di una consapevolezza, che Locatelli Pierluca aveva acquisito grazie ai suoi rapporti diretti con la 'ndrangheta dei fratelli Paparo nei cantieri dell'Alta velocità, come sopra ampiamente illustrati.

10.2 - Alcune problematiche relative allo smaltimento dei rifiuti industriali

La dottoressa Narcisa Brassesco Pace, prefetto di Brescia, nel corso dell'audizione del 5 maggio 2011, parlando dell'attività di


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smaltimento di rifiuti industriali, ha riferito un episodio che lascia molto perplessi.
Si tratta della Rivadossi Srl - Raffinerie Metalli di Lumezzane (azienda specializzata nella fusione del bronzo, rame e ottone), che tuttora gestisce un impianto siderurgico e che - nello svolgimento del processo produttivo - provvede all'abbattimento dei fumi prodotti mediante l'uso di filtri, i quali necessitano di essere cambiati periodicamente.
Poiché, già in passato, era emerso che tra le scorie trattenute dai filtri vi erano anche materiali radioattivi - in particolare, il cesio 137 - gli stessi, dopo il loro trattamento presso l'impresa produttrice, erano stati inviati per il loro smaltimento in Germania, unico Paese europeo in cui vi sono i relativi impianti per tale categoria di rifiuti.
Tuttavia, nel mese di ottobre 2008, era accaduto che l'ente tedesco che rilevava tali rifiuti (la «North Deutsche Raffinerie» di Lumen, nei pressi di Duisburg) aveva riscontrato la presenza del cesio 137 in misura superiore alla normativa vigente in Germania e aveva restituito al mittente il materiale contaminato (150 tonnellate di scorie in polvere).
L'azienda, dapprima, li aveva condizionati in fusti contenitori, quindi, con l'autorizzazione dello stesso prefetto di Brescia, li aveva interrati in un cosiddetto «deposito temporaneo» per 307 anni, posto che solo allo scadere di tale periodo il cesio 137 perde la sua pericolosità.
Sul punto, il procuratore della Repubblica di Brescia, nell'audizione del 4 maggio 2011, nel rilevare l'anomalia della procedura eseguita, ha correttamente osservato che, se si trattasse di rifiuti industriali ordinari, si sarebbe di fronte a una sorta di stoccaggio temporaneo; viceversa, la presenza di rifiuti radioattivi cementati determina una situazione irreversibile, una forma di smaltimento finale che, tuttavia, non può essere quello definitivo, dal momento che il cemento ha una durata nettamente inferiore a quella del cesio.
Tutto ciò è avvenuto a dispetto del fatto che in Italia la Nucleco è l'unico ente abilitato a svolgere l'attività di condizionamento, mentre l'unico ente abilitato allo smaltimento finale è l'Enea.
Altro episodio riferito, oltre che dal prefetto di Brescia, anche dal comandante Migliori è quello dell'Alfa Acciai Spa, leader in Italia nella produzione dell'acciaio per cemento armato, che ha uno stabilimento industriale a Brescia in un quartiere particolarmente inquinato, quello di San Polo, nel quale vengono utilizzati rottami metallici provenienti da varie parti d'Italia e di Europa.
È accaduto che 70 tonnellate di materiali di scarto di fonderia dell'Alfa Acciai - non potendo essere custoditi nei depositi aziendali, a motivo delle loro caratteristiche particolari - in data 30 gennaio 2011, erano stati trasferiti in Sardegna per essere custoditi in depositi specifici della società Portovesme di Portoscuso (Carbonia - Iglesiente), ma al loro arrivo sull'isola era stata riscontrata la presenza di materiale radioattivo e il carico era tornato indietro.
In particolare, il comandante Migliori ha riferito che presso l'Alfa Acciai era stato scoperto che le polveri di abbattimento dei fumi provenienti dal processo produttivo della società contenevano cesio 137.
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In pratica, era accaduto che la sostanza radioattiva era entrata in modo schermato nello stabilimento, dove era stata fusa, ma il cesio 137 essendo molto volatile non era stato riscontrato nel prodotto finale, cioè nell'acciaio, ma nelle polveri di abbattimento fumi che trattengono le sostanze volatili.
Altro episodio era quello della Acciaierie Venete di Sarezzo, che il 17 ottobre 2007 aveva avuto un problema di contaminazione radioattiva, che aveva richiesto interventi di bonifica, ad oggi ancora in corso.
Purtroppo - ha riferito il procuratore della Repubblica in Brescia - si tratta di un problema di carattere generale, diffuso sul territorio, che investe molte industrie siderurgiche.
Accade infatti che la pallina di «americio», mescolata con le ferraglie che arrivano dalla Repubblica Ceca, dall'Ucraina o da altri Paesi non viene rilevata dal portale radiometrico, posto in ogni stabilimento siderurgico, in quanto spesso si tratta di matrici «alfa emettitori», che si schermano facilmente con lo stesso carico. Di conseguenza, tutta la ferraglia va in rifusione contaminando l'impianto e provocando una contaminazione permanente che non si abbatte, ma si diluisce.
È chiaro che i fumi continuano a essere radioattivi, magari sempre in maniera decrescente, in quanto la contemporanea alimentazione di materiale fresco «pulito» attenua le percentuali di contaminazione, ma l'impianto rimane contaminato e questo costituisce un grosso problema, perché chiudere un altoforno ha dei costi elevatissimi. Si tratta problematica che non è di poco conto, posto che può compromettere la stessa funzionalità strutturale dell'impianto medesimo.
La situazione viene affrontata e tamponata facendo leva sul fatto che la radioattività misurata all'uscita decresce nel tempo, pur se ciò non significa eliminare la radioattività, dal momento che, comunque, i manufatti che escono - ivi compresi quelli della Alfa Acciai - sono contaminati, mentre gli impianti che hanno subìto questo tipo di contaminazione seguitano a emettere radiazioni ionizzanti.
Il Cern di Ginevra sta tentando di affrontare il problema con la termodistruzione ma, ad avviso dello stesso premio Nobel Carlo Rubbia, si è ancora lontani da una ipotesi di soluzione del problema.
La procura della Repubblica in Brescia riceve continue richieste di dissequestro di materiali ferrosi sequestrati dieci anni fa negli impianti siderurgici della zona, ma il dottor Pace ha riferito che il sequestro permane, in quanto dovrebbe essere la Nucleco a rilevarli e portarli all'»Enea», ma il tutto è complicato dalla oggettiva situazione del nostro Paese che, com'è noto non dispone di un deposito nazionale.
Del resto, anche gli impianti nucleari che hanno fatto da discarica per tale tipologia di materiali sono pieni, perché lì arrivano anche i rifiuti radioattivi ospedalieri.
La gravità del problema è stata confermata dal dottor Francesco Vassallo, direttore sanitario dell'Asl di Brescia, il quale ha riferito, nel corso della sua audizione, di circa 100/120 ritrovamenti di sorgenti radioattive, mescolate ai rifiuti, dei quali più della metà circa erano nell'Alfa Acciai di Brescia, altre nel termoutilizzatore e altre ancora
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erano disperse in tutte le attività produttive che si occupano di rottami, pur se un buon numero di questi ritrovamenti - ma non tutti - vengono intercettati quasi sempre dai portali e da analoghi sistemi installati dalle aziende.

10.3 - La proliferazione delle cave e il connesso problema delle discariche di rifiuti speciali

In tema di cave, il professor Mario Capponi, presidente di Legambiente Brescia, nell'audizione del 3 maggio 2011, ha ribadito quanto affermato dal procuratore della Repubblica e, cioè, che nel territorio della provincia di Brescia ormai esiste una proliferazione abnorme di cave, tutte regolarmente autorizzate, ma destinate ad essere utilizzate come discariche, nonostante che la legge preveda la rinaturalizzazione dell'area al termine del periodo di escavazione.
Le autorizzazioni per l'apertura di cave vengono concesse dalla regione Lombardia, sentito il parere della provincia e del comune.
Vi è, infatti, un piano cave provinciale approvato dalla regione, alla quale spetta la decisione definitiva, piano che stabilisce la quantità di materiale che deve essere cavato, sia dalla pianura, sia dal marmo delle montagne.
E, tuttavia - ha proseguito il professor Capponi - le previsioni sono sempre sovrastimate perché sono sempre cautelative, riferendosi ad opere pubbliche - come le autostrade - che eventualmente saranno costruite ma, nonostante tale sovrastima, la quantità di ghiaia effettivamente estratta supera del 30 per cento le previsioni, in quanto la ghiaia viene esportata fuori della provincia, per la sua ottima qualità.
Nella pratica, accade che i privati acquistano terreni agricoli allo scopo di estrarre gaia e, all'esito delle estrazioni debitamente autorizzate, richiedono alla regione di essere autorizzati a destinare le cave come create dalle escavazioni a discariche per rifiuti speciali che, com'è noto, non dipendono da un piano provinciale, in quanto tali rifiuti possono provenire da tutta Italia ed anche dall'estero, trattandosi di merci che viaggiano liberamente.
In questo modo, si comprendono le ragioni per cui, oltre a tutto ciò che è illegale e a ciò che è tuttora sconosciuto, nella provincia di Brescia insistono circa 110 discariche legali cessate, vi sono poi una trentina di discariche in attività (il 95 per cento riguarda i rifiuti speciali), mentre sono circa venti le richieste di apertura di discariche dai vari imprenditori, che dovrebbero essere praticamente inserite nel prossimo piano rifiuti provinciale, pure se non è la provincia, ma la regione che le autorizza.
In particolare, il professor Mario Capponi ha riferito che sussiste un censimento fatto dalla provincia in occasione dell'ultimo Piano provinciale gestione rifiuti ed è rappresentato in una delle mappe a colori, da lui depositate. I siti, rappresentati sulla mappa con l'indicazione «siti da bonificare», sono più di 100 ma, di questi, una ventina sono discariche illegali, mentre gli altri 80 siti sono costituiti da industrie pericolose dismesse, cioè situazioni conosciute che sono semplicemente da bonificare.


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Tutto, quindi, avviene nella massima trasparenza, ma all'esito di ciò l'unica osservazione possibile è che il risultato è assolutamente insostenibile per il territorio.
Invero, va considerato che la provincia di Brescia, forse per le sue tradizionali virtù di laboriosità, è diventata il centro della lavorazione legale dei rifiuti industriali e, in buona parte, anche del loro smaltimento posto che, per ragioni morfologiche, oltre alle ben note cave di marmo, sul territorio provinciale insistono grandi cave di ghiaia, che si ampliano e si moltiplicano di anno in anno, offrendo lo spazio fisico per discariche di rifiuti che, di conseguenza, a loro volta si moltiplicano con gli stessi ritmi.
Nelle osservazioni di Legambiente al Piano provinciale gestione rifiuti è stato sottolineato che si è giunti a un livello di insostenibilità ambientale, determinata proprio dal ciclo legale dei rifiuti, il cui 95 per cento riguarda i rifiuti speciali industriali, mentre per i rifiuti urbani il problema non si pone, posto che lo smaltimento è garantito dalla raccolta differenziata e dal termoutilizzatore.
Invero, nella provincia di Brescia ogni anno finiscono in discarica circa 100 mila tonnellate di residui del ciclo dei rifiuti urbani - costituiti dalle scorie del termoutilizzatore, dai rifiuti ingombranti e altre tipologie non avviate agli impianti o da questi residuate - e 4 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, ragion per cui, su 20 discariche, 19 sono destinate ai rifiuti speciali e una ai residui del ciclo dei rifiuti urbani. Tutto ciò va avanti tranquillamente, anno dopo anno, decennio dopo decennio, con un consumo di territorio, che appare assolutamente insostenibile.
A sua volta, lo stesso termoutilizzatore è sovradimensionato per il fabbisogno della provincia di Brescia, posto che la terza linea per poter funzionare a pieno utilizzo importa rifiuti speciali da smaltire anche fuori dalla provincia.
Pertanto, il problema della provincia di Brescia è l'alluvione di rifiuti speciali e, in generale, il consumo di suolo connesso alle discariche presenti nel territorio. Nelle zone di pianura, pari a circa un terzo della provincia, si è arrivati a un consumo di suolo tale che, procedendo con questo ritmo, nel giro di 50/60 anni, il territorio sarà completamente esaurito, cioè, non vi sarà più terreno da coltivare e, probabilmente, neanche terreno per costruire strade e autostrade.
La provincia di Brescia non solo è un grande produttore di rifiuti speciali, ma importa anche rifiuti speciali da fuori. Una parte di questi rifiuti speciali importati vanno direttamente in discarica, mentre un'altra parte viene importata per essere lavorata, inertizzata, recuperata. Da questa trasformazione nasce un ulteriore residuo che, questa volta, passa per essere bresciano, anche se costituisce l'esito di un trattamento.
In particolare, di 4 milioni di tonnellate di rifiuti speciali smaltiti in discarica, di cui si è detto, circa 1 milione 300 mila vengono da fuori sic et simpliciter e collocate nelle discariche del territorio «perché noi abbiamo spazio e gli altri no»; gli altri 2 milioni e 700 mila tonnellate di rifiuti sono bresciani, ma di questi una parte è determinata dalla lavorazione di rifiuti speciali provenienti dall'estero, a motivo della grande concentrazione che c'è a Brescia di ditte che trattano tale tipologia di rifiuti.
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In conclusione, vi è anche una parte di rifiuti bresciani che viene esportata per essere collocata in altre province, ma è minore di quella che viene importata per cui il bilancio della provincia di Brescia è di essere un grande smaltitore di rifiuti speciali sia nelle discariche sia, in misura minore, nel termoutilizzatore che, per la sua terza linea - come si è detto - è costretto ad importare rifiuti speciali da altre province, perché altrimenti non lavorerebbe a pieno regime.
A proposito dell'inquinamento delle acque di falda, il professor Capponi ha riferito della presenza negli acquedotti di inquinanti azotati, derivanti dalla pratica agricola di spargere grandi quantità di letame di origine suina, nonché dalla presenza preoccupante di cromo e di solventi clorurati nelle falde acquifere, che traggono origine da aree vallive poste sotto le montagne scarsamente antropizzate e che, in teoria, dovrebbero essere prive di contaminazioni rilevanti.
La Valtrompia, che è la valle immediatamente a monte della città di Brescia, negli anni scorsi, aveva un'ottantina di ditte che facevano galvanotecnica, cromatura e attività collegate, con la conseguenza che tale attività da più di cinquant'anni, dapprima, ha inquinato le acque superficiali, quindi la prima falda e poi via, via la seconda falda.
Legambiente ha patrocinato, di recente, un convegno proprio sul cromo che, nella seconda falda - quella da cui attinge l'acquedotto di Brescia - pur essendo nei limiti di legge, presenta percentuali di cromo più alte di quelle che si trovano in altre città della Lombardia, compresa Milano.
I solventi clorurati costituiscono, anche loro, una presenza fissa negli acquedotti della provincia di Brescia, a livelli chiaramente più alti nei pressi del sito Caffaro, in quanto hanno origine anche da normali pratiche industriali, quale l'esercizio di lavanderie a secco. Com'è noto, infatti, i solventi clorurati vengono generati anche da attività che non sono strettamente connesse all'industria chimica.
In conclusione, nonostante l'acqua potabile del capoluogo sia molto sorvegliata, gli impianti complessivamente siano buoni e Brescia abbia un depuratore civile di buon funzionamento, la potabilità è minacciata dai pregressi inquinamenti, che persistono per decine di anni.
Sarebbe molto importante un costante monitoraggio della situazione, mediante l'attività di sorveglianza di tutte le discariche cessate - legali o illegali, a maggior ragione - le quali hanno tutte dei pozzi, a monte o a valle, che permettono di sapere se la discarica sta perdendo. Negli anni, la provincia ha fatto una radiografia, una mappa di tutte queste cose, sicché conosce la situazione di quasi tutti i pozzi.
A sua volta, Silvio Parzanini, presidente di Legambiente Franciacorta (33), nel corso della suddetta audizione, dopo aver riferito che
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la provincia di Brescia ha delle aree alluvionali dove la sabbia è ottima, tant'è che lungo tutto il tratto dell'autostrada A4 vi sono centinaia di cave che poi diventano discariche, ha sottolineato due situazioni particolari che riguardano Brescia, ovvero l'area di Montichiari e l'area dell'ovest e della Franciacorta, le due zone più tormentate dalle escavazioni, prima, e dal deposito di rifiuti, dopo.
A Brescia - ha proseguito Parzanini - vi è soprattutto il problema del pregresso, come emerge dal fatto che vi sono centinaia di discariche incontrollate che vengono scoperte, man mano che ci si muove. Basti pensare a due piccoli comuni all'inizio della Franciacorta, e cioè i comuni di Castegnato e di Paderno, che hanno rispettivamente 10 e 12 discariche, gran parte delle quali non erano note, ma che sono venute alla luce soltanto di recente in modo graduale e progressivo, ma senza nulla sapere su ciò che è stato interrato. E, tuttavia, una di queste in particolare, la discarica «Vallosa» posta nel comune di Passirano, è la peggiore di tutta la provincia, perché negli anni '70 e '80 vi sono stati interrati non solo i rifiuti della Caffaro Chimica Srl, ma anche i fanghi provenienti da Venezia.
Quest'ultima discarica è già oggetto di intervento da parte del Ministero dell'ambiente, in quanto rientra nel sito nazionale Caffaro, ma la situazione è particolarmente grave poiché sono stati rinvenuti Pcb (policlorobifenili) nelle falde, a 80 metri di profondità.
Per quanto riguarda la Franciacorta, Silvio Parzanini ha insistito sul fatto che la Aprica Spa, partecipata della A2A, vorrebbe trasformare la cava Bettoni in una discarica, quella di Bosco Stella, nel comune di Castegnato, in grado di ospitare milioni di metri cubi di rifiuti speciali non pericolosi.
Legambiente e i comuni interessati stavano ostacolando l'apertura di tale discarica, poiché allocata in prossimità dei vigneti, tanto più che la discarica «Vallosa» di Passirano è sita addirittura all'interno dei vigneti della Franciacorta, mentre le altre discariche sono appena fuori o al limite dei terreni dove si produce il Docg e ciò a prescindere dall'osservanza o meno della fascia di rispetto di 500 metri dalle zone Doc e Docg, di cui ha parlato l'assessore all'ambiente della provincia di Brescia (cfr. doc. 741/1).
Peraltro, la cava Bettoni, ubicata nei territori dei comuni di Castegnato (97 per cento) e di Paderno Franciacorta (3 per cento) e prossima al territorio dei comuni di Passirano e di Ospitaletto è stata già utilizzata fino al 1988 come discarica di rifiuti di varia tipologia, tant'è che sussiste il rischio di inquinamento della falda da percolato.
A questo punto, Silvio Parzanini ha sottolineato il fatto che sul territorio dei suddetti quattro comuni insistono ben 19 discariche, di cui 11 sul territorio di Castegnato, che contengono rifiuti solidi urbani ivi stoccati negli anni '60-'70 e fino alla metà degli anni '80. Inoltre - e ciò costituisce un fatto particolarmente grave per quei territori - nel raggio di due chilometri vi sono tre discariche e, cioè, la Vallosa a Passirano e la Pianera e la Pianerino a Castegnato, che sono ricomprese nel Sin di Caffaro, per l'accertata presenza di Pcb e di sostanze tossiche.
Aggiungasi, inoltre, la presenza nella zona di due grandi allevamenti suini, (i cui capi di animali raggiungono picchi di oltre 10 mila
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unità), una dei quali a 20 metri di distanza da Bosco Stella, e l'altro più a nord nel comune di Paderno, i cui liquami di scolo presentano un elevato grado di inquinamento. Aggiungasi, infine, la presenza di insediamenti industriali circostanti, di notevole intensità e, per di più, privi di impianti di depurazione (cfr. doc. 736/1).
Peraltro, gli allevamenti, gli insediamenti industriali e le discariche si inseriscono in territorio che vede la presenza di un complesso snodo stradale e autostradale, quali il casello autostradale di Ospitaletto, la A4, la bretella che va in Valtrompia e, in previsione, la Tav e la Bre.Be.Mi.
Anche il direttore sanitario dell'Asl di Brescia, Francesco Vassallo, ha riferito della grave contaminazione che affligge la zona sud di Franciacorta, determinata da una elevata concentrazione di discariche di inerti e di speciali in genere.
In conclusione, pur non essendovi macroscopiche situazioni di illegalità conosciuta, non solo il pregresso è particolarmente grave, in quanto è diretta conseguenza del fatto che la legislazione negli anni '60 e '70 era totalmente carente, ma ancora oggi il fenomeno non è stato circoscritto, posto che sul territorio insistono centinaia di aziende che trattano rifiuti, recuperandone solo una parte e lasciando tutti i residui, che non sempre vengono smaltiti regolarmente.
Di conseguenza, Brescia si configura come una provincia con tassi di consumo di suolo insostenibili, con incidenza di attività produttive, come in poche altre aree del Paese, alcune delle quali piuttosto «impattanti», quali il tondino di acciaio, le armi, la zootecnica, a cui si aggiungono le attività di trattamento e smaltimento rifiuti. Ed è conosciuta per questo, tanto quanto per il resto, posto che esporta della buona ghiaia e importa rifiuti.
Gabriele Avalli, rappresentante del Comitato difesa salute e ambiente ha rappresentato che a San Polo, una zona a sudest di Brescia, vi sono una ventina di cave, anche dismesse, riempite con inerti pericolosi; in particolare, vi sono una discarica di rifiuti inerti e una discarica di rifiuti pericolosi.
Inoltre, nella zona anzidetta vi è anche una acciaieria (la Alfa Acciai, di cui si è detto), che è una delle più grandi del bresciano e, probabilmente, della Lombardia, la quale produce rifiuti provenienti da processi termici.
La produzione di rifiuti speciali negli anni è molto aumentata, e Brescia ha prodotto nel 2008 - gli ultimi dati pubblicati dall'Arpa Lombardia - 1 milione 700 mila tonnellate annue, a fronte di 2 milioni 900 mila tonnellate annue della Lombardia, il 60 per cento delle quali sono riferite al Cer 10 (classificazione secondo il catalogo europeo dei rifiuti), cioè a rifiuti inorganici provenienti da processi termici, come la produzione di acciaieria o di termovalorizzatore.
Brescia ha questa caratteristica: la presenza di tantissimi rifiuti, anche legali, ma la cui quantità è enorme. In particolar modo, il territorio bresciano si presta bene all'uso delle discariche, in quanto a tale scopo vengono utilizzate le cave per essere riempite.
Un problema rilevante è quello della gestione «post mortem» di queste discariche, una volta trascorsi i 20 o 30 anni in cui il proprietario le ha avute in gestione.
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Ad esempio, la Ve-Part, una discarica privata, nei pressi della frazione Buffalora, posta a sud del comune di Brescia, viene abitualmente svuotata con delle autopompe, perché i percolati ivi esistenti non sono contenuti all'interno dell'impianto.
Un altro problema riguarda la produzione di bituminosi, che genera importanti quantitativi di rifiuti e ancora la ex cava Piccinelli, sempre nella frazione Buffalora, già adibita a discarica, vede la presenza del cesio 137, che è radioattivo. Si tratta quindi di una situazione molto pericolosa, la cui bonifica, a quanto si evince dalla stampa locale, verrà a costare 2,5 milioni di euro, ma non si conoscono le iniziative del comune di Brescia per la bonifica della cava.
Ritornando al problema costituito dalla presenza di impianti siderurgici o metallurgici (acciaierie) sul territorio bresciano, ad avviso dell'Avalli, se i rottami - detti anche materie prime e seconde o secondarie - conferiti in questi impianti fossero considerati rifiuti, avrebbero probabilmente maggiori attenzioni rispetto a quel che accade ora.
Giulio Sesana, direttore Arpa Brescia, nel corso dell'audizione del 3 maggio 2011, ha riferito che i rifiuti e le bonifiche sono solo una parte del problema, perché a Brescia vi sono ben 187 aziende Ippc (integrated pollution prevention and control) nel settore industriale, 217 aziende Ippc nel settore agricolo, 20 aziende a rischio di incidente rilevante (articolo 6, soggette quindi a notifica) e 20 aziende a rischio di incidente rilevante ex articolo 8 (soggette a rapporto di sicurezza).
La pressione industriale sull'ambiente è dunque notevole, con conseguente diffusa contaminazione di una certa rilevanza, avuto riguardo alla produzione di diossine, di Pcb e di dibenzofurani, posto che a Brescia non vi è solo la zona Caffaro ma, ma vi sono anche alcune fonderie in centro città, sicché in alcune aree della città di Brescia sussiste la preoccupazione rispetto all'utilizzo del suolo da parte dei cittadini, che nei loro orti coltivano l'insalata.
Nella provincia di Brescia insistono ben sette discariche di rifiuti industriali, pericolosi e non, sicché anche a livello nazionale la provincia di Brescia è una delle province con la più alta densità di impianti di smaltimento solo di rifiuti pericolosi e non pericolosi. Per tale motivo - ha riferito Gian Paolo Oneda, responsabile settore bonifiche Arpa Brescia - sono state adottate procedure abbastanza importanti per il collaudo di queste discariche, procedure che vedono l'Agenzia costantemente molto impegnata affinché le discariche vengano realizzate con criteri rispondenti a tutti i crismi di legge, con una precisa procedura di qualità, ideata dalla stessa Arpa di Brescia e adottata a livello regionale.
Vi sono, inoltre, 21 discariche di rifiuti inerti totali.
Il professor Marino Ruzzenenti, ambientalista - autore di un libro sulla storia del tondino, pubblicato con la Fondazione Micheletti - nel corso dell'audizione del 3 maggio 2011, ha riferito che nella produzione dei rifiuti speciali Brescia ha un record assoluto rispetto alla realtà sia nazionale che regionale.
Brescia si caratterizza per una elevatissima attività di recupero di metalli.
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È il polo industriale più importante d'Italia, se non d'Europa, in particolare per la siderurgia e l'elettrosiderurgia, ma anche per i metalli non ferrosi e, quindi, per il recupero di rottami di alluminio e da cuprolega (ottone).
Le quantità sono addirittura superiori a quelle della provincia di Milano, che a livello di abitanti è di gran lunga superiore. Per quanto riguarda la produzione pro capite di rifiuti speciali, Brescia ne ha praticamente il triplo rispetto al dato nazionale.
Viceversa, la produzione dei rifiuti urbani è inferiore alla potenzialità di smaltimento del termovalorizzatore che, smaltendo ben 800 mila tonnellate di rifiuti all'anno, è sovradimensionato e non viene alimentato solo dai rifiuti urbani.
Il professor Ruzzenenti, per quanto riguarda i rifiuti speciali, ha segnalato uno in particolare, importato in grande quantità e, cioè, il pulper di cartiera, il residuo del riciclo della carta, un rifiuto formato essenzialmente da plastiche e dal cloro utilizzato per la prima lavorazione della carta da riciclare, ossia lo sbiancamento.
Si tratta di un rifiuto che Brescia importa da tutta Italia e che presenta particolari criticità, tanto è vero che l'Arpa raccomanda il rispetto dei parametri analitici contenuti in questi rifiuti con riferimento alla percentuale di cloro e impone l'osservanza delle modalità di campionamento mediante l'approntamento di un piano conforme.
Accade, tuttavia, che ciò non sempre avviene, essendo molto difficile controllare tutte le partite di rifiuti in entrata negli inceneritori per verificare se hanno le caratteristiche adatte ad essere smaltite.
Altri rifiuti speciali sono rappresentati dalle scorie di metallurgia e dai rifiuti da trattamento dei rifiuti.
Invero, va considerato che, sin dagli anni '20 e '30, a Brescia è stata creata la «metallurgia da riciclaggio», che è passata dalla originaria raccolta artigianale degli stracciaioli di metalli, costituiti da ferro arrugginito, al rastrellamento di rottami in Europa e nel mondo. Tali rottami sono particolarmente inquinati, in quanto frutto della terza rivoluzione industriale, quella della petrolchimica, posto che si tratta di metalli a cui sono stati aggiunti plastiche, olii vari, vernici di un certo tipo ovvero di metalli utilizzati per contenere materiale radioattivo.
Trattandosi di rottami molto contaminati, dovrebbero essere decontaminati prima di entrare nel ciclo del recupero, cosa che purtroppo non avviene quasi mai.
In tal modo, il rifiuto generato da questi rifiuti diventa esso stesso problematico in quanto, se in un impianto entra un rottame radioattivamente contaminato, si avranno delle scorie contaminate, forse anche lo stesso fluff sarà contaminato (il fluff è la parte non metallica del rifiuto dopo che è entrato nel ciclo del recupero dei metalli).
Stesso discorso vale anche per altri contaminanti: diossina, Pcb e via elencando. Ad aggravare la situazione concorre il fatto che, tenuto conto dei costi elevati per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, si verificano spesso comportamenti illeciti, volti a gestire tali rifiuti come rifiuti non pericolosi.
Invero, il grande problema di Brescia è quello dello smaltimento di tale tipologia di rifiuti e, in particolare modo, delle scorie di
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fonderia, che non sono inerti, in quanto mediamente contengono delle quantità di metalli pesanti che sono tossici e che oggi finiscono in discariche della provincia di Brescia.
Una ipotesi alternativa alla discarica sarebbe quella di utilizzare queste scorie per i fondi stradali, a condizione tuttavia che venga verificata la composizione delle stesse, operazione quest'ultima molto difficile, in quanto si tratta di scorie non omogenee tra di loro, posto che - come accade di norma - la scoria di una partita di rottami può avere certe caratteristiche, mentre quella di un'altra partita di rottami ne ha tutt'altre.
Strettamente connesso allo smaltimento delle scorie di fonderia è quello dello smaltimento del fluff, che oggi viene smaltito nella più grande discarica nazionale, benché bloccata dal 2007, posta nel comune di Bedizzole, a una altitudine media di 171 metri slm, che dista circa 17 km dal capoluogo (Brescia) e 8 km dal Lago di Garda.
Si tratta di rottami «dentro i quali vi è di tutto», che hanno provocato l'inquinamento di tutta la filiera, compresa la Faeco che gestiva il fluff.
La discarica è stata sequestrata e il processo è ancora in corso, dopo che, con sentenza del dicembre 2010, il tribunale di Napoli ha ritenuto la competenza del tribunale di Brescia.
Ebbene - solo per dare l'idea della capacità inquinante del fluff - va considerato che, secondo una caratterizzazione fatta da un'azienda che gestisce tale rifiuto, nella media, accade che la quantità massima di piombo contenuta nel fluff è vicina al limite del rifiuto pericoloso; discorso analogo vale per la quantità di Pcb, che è 24 milligrammi quando il limite è 25.
Si comprende, dunque, la ragione per cui in tale contesto è molto facile che determinate partite di fluff in realtà siano un rifiuto molto pericoloso.
Altre scorie inquinanti sono quelle delle acciaierie che venivano inviate in Piemonte ad Alba, dove si è scoperto che erano piene di cromo esavalente, quindi non potevano essere smaltite in quel modo.
Al fine di rappresentare le quantità trattate, il professor Ruzzenenti, nel libro sulla storia del tondino pubblicato in collaborazione con la Fondazione Micheletti, ha riferito che a Brescia dal dopoguerra sono state prodotte 220 milioni di tonnellate di acciaio - se si aggiungono gli altri metalli sono 250 milioni - equivalenti a circa 25 milioni di tonnellate di scorie, che fino agli anni '80 erano collocate in modo assolutamente scriteriato, perché la normativa sulla gestione di questo tipo di rifiuto è in vigore a partire dalla fine degli anni '80.
Fatto sta che, fino a quel momento, per smaltire i rifiuti, si scavava una buca e si buttava tutto dentro e, tuttavia, accade ancora oggi che vi sia una discarica di scorie di fonderia a cielo aperto in piena città perché, ovviamente, siccome non si sa dove metterle, si mettono nei piazzali.
Del resto, è oggettivo anche il problema delle acciaierie concentrate nel territorio bresciano, che devono smaltire le scorie di fonderia, la cui produzione è pari a un milione di tonnellate all'anno, atteso che le possibili destinazioni sono costituite dal riutilizzo per la realizzazione di sottofondi stradali, con connesse problematiche di dilavamento, percolazione e potenziale contaminazione delle falde,
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oppure dallo smaltimento in discarica, con le altre problematiche viste in precedenza, già poste in evidenza.
È evidente che il riutilizzo delle scorie deve essere differenziato in funzione della tipologia di quelle usate, altrimenti accade - solo per fare un esempio - che per costruire la tangenziale di Orzivecchi vengano usate addirittura scorie radioattive.
A Lumezzane, un paese di oltre 25 mila abitanti, si sta costruendo un bunker per custodire delle scorie radioattive per 300 anni, terremoti permettendo.
Comunque, oltre al problema delle scorie, vi è anche quello dell'inquinamento, che dovrebbe essere affrontato a monte e, cioè, conferendo in fonderia - allo scopo di renderlo materia prima secondaria - un rottame già bonificato alla fonte, il che semplificherebbe una serie di problemi: sia quelli di emissioni in atmosfera delle acciaierie, sia quelli relativi alla gestione delle scorie sia, infine, quelli relativi alle infiltrazioni della criminalità.
In particolare, è necessario partire dalla preventiva pulitura dei rottami ovvero, con riferimento alle autovetture, dal loro disassemblaggio, in quanto così facendo si può recuperare la plastica, la gomma, il vetro.
In tal modo, tutti i vari materiali possono essere riciclati ciascuno in modo autonomo, compreso il fluff, e così non solo si avrà del materiale recuperato, ma sarà risolto il problema delle discariche di fluff, ad oggi drammatico, posto che il fluff, dal punto di vista volumetrico, rappresenta una quantità enorme e non si sa più dove metterlo, mentre non è possibile bruciarlo, in quanto è altamente contaminato.
Viceversa, sono destinati ad aggravare l'inquinamento tutti gli interventi che non partono dalla preventiva pulitura dei rottami; si tratta di una strada complessa perché comporta dei costi aggiuntivi e occorre una comunanza di intenti, ma non sembra che vi siano alternative.
A questo punto si rende necessaria una politica del territorio, che dovrebbe portare Brescia a ridimensionare questo settore, perché c'è un problema quantitativo di pressione. Un territorio ha una capacità di carico, la cosiddetta carrying capacity, un limite oltre il quale non si sopporta più. Se da mezzo secolo questo enorme settore qui concentrato ha scaricato quello che ha scaricato, oltre un certo limite non si può andare.
È chiaro che gli industriali si lamentano perché non sanno più dove mettere le scorie, ma le comunità denunciano che la capacità di carico del territorio è stata già superata e sostengono la necessità di mantenere il territorio stesso ancora vivibile. A Brescia c'è questo elemento, sul quale deve essere fatta una riflessione.
A sua volta, Tiziano Pavoni, componente del comitato di presidenza del collegio costruttori di Brescia, nel corso dell'audizione del 4 maggio 2011, ha rappresentato la situazione drammatica di Brescia, a causa della mancanza di discariche per smaltire le scorie di acciaieria, in un rapporto che, nel recente passato, è stato di dieci a uno, nell'assenza di una seria programmazione dei siti da destinare allo smaltimento di tali scorie. Paradossalmente, allo stato, la situazione è abbastanza tranquilla solo perché «in questo momento le
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acciaierie sono ferme, le bonifiche dei siti ex industriali per il recupero edilizio in questo momento sono ferme, perché non c'è un grosso interesse, quindi è tutto calmo; c'è disponibilità a scaricare, ma ci sono stati periodi in cui a Brescia, nonostante abbiamo molte discariche, non si sapeva dove smaltire i materiali provenienti dalle acciaierie o dai siti da bonificare».
Roberto Quaresmini, rappresentante Arpa Lombardia dipartimento provinciale di Brescia, nel corso dell'audizione del 3 maggio 2011, ha riferito che attualmente la stragrande maggioranza dei rifiuti che derivano dagli inceneritori (le cosiddette fly ash) che, dopo aver subito un processo di inertizzazione, vengono esportati per la quasi totalità verso la Germania, destinati ad operazioni di messa in riserva equivalenti al nostro smaltimento in discarica, con la differenza che in Germania vengono conferite in miniere di salgemma. Invero, in Italia la metodica per determinare il Toc (carbonio organico totale) non tiene conto dell'esclusione del carbonio elementare, e questo fa sì che il valore di carbonio venga sovrastimato.
La sovrastima del carbonio, per un verso, obbliga a spendere molto di più per le bonifiche e, per altro verso, impedisce lo smaltimento in discarica delle cosiddette fly ash.
Il dottor Quaresmini lamenta che il legislatore non abbia ancora provveduto a emanare un regolamento chiaro sui contenuti dei quattro punti dell'articolo 184 ter del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, come modificato dall'articolo 12 del decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205, concernente la disciplina dei «sottoprodotti», che ha una impostazione generale e generica, in assenza di detti regolamenti o decreti ministeriali attuativi. In tale contesto normativo si corre il rischio che molti imprenditori si sentano legittimati ad invocare questo regime favorevole, evitando di rientrare nella normativa dei rifiuti non sempre con adeguate sicurezze di protezione ambientale.
A Brescia - ha concluso il dottor Quaresmini - è stata stabilita la regola secondo cui chi invoca il regime dei sottoprodotti deve dimostrare che questi non hanno un impatto negativo «complessivo» sull'ambiente. Sul termine «complessivo» l'Arpa insiste molto, poiché la questione della «normale pratica industriale» è una definizione che lascia spazio ampio alle interpretazioni: purtroppo oramai la giurisprudenza si sta orientando sul fatto che nella «normale pratica industriale» ci possa ricadere tutto e, se si fa ricerca avanzata, alla fine si può fare qualsiasi cosa.
Alessandro Corsini, rappresentante dell'associazione industriali di Brescia, nel corso dell'audizione del 3 maggio 2011, ha riferito che il numero di attività connesse al settore del recupero dei metalli (commerciali e industriali) rilevate nella provincia di Brescia è di circa 800, di cui però solo una minima parte può identificarsi con l'industria.
Dal punto di vista numerico, il grosso delle attività rilevanti all'interno del ciclo del rottame sono quelle che competono alla raccolta e alla commercializzazione del cosiddetto «rottame», svolta da aziende iscritte soprattutto alla Confcommercio o alla Assofermet (Associazione nazionale commercianti in ferro e acciai, metalli non ferrosi, rottami ferrosi, ferramenta e affini).
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In generale, oltre ai cosiddetti «rottamai» molto grossi, vi è una situazione dispersa di attività medio-piccole, con una diffusione di attività di raccolta capillare non solo nel territorio bresciano, ma anche a livello nazionale, con un numero di operatori che supera le 20 mila unità.
Vi sono operatori che effettuano il vero e proprio recupero di materia, ovvero quelli che poi trasformano il rottame in barra, oppure in billetta, in semilavorati, in tondo da cemento armato o in materiale ferroso per un certo tipo di industria automobilistica. Le attività di recupero di alluminio e cuproleghe sono invece concentrate su Brescia, e sono in numero molto più ridotto. Di queste, non tutte sono autorizzate al trattamento dei rifiuti.
Il rappresentante dell'associazione industriali di Brescia ha precisato che l'industria elettrosiderurgica, cioè da recupero di rottame, è un'industria che complessivamente ha un impatto nettamente inferiore rispetto all'industria che lavora il minerale, cioè la materia prima naturale, sicché solo in termini energetici l'Italia può vantare dei consumi molto ridotti rispetto agli altri Paesi.
Il caso emblematico è quello dell'alluminio, dove i consumi energetici legati alla produzione che utilizza alluminio da scarti e residui sono circa il 15-20 per cento, rispetto a quelli che si registrerebbero nel caso di produzione da minerale.
L'industria siderurgica produce rifiuti sotto forma di importanti quantità di polveri che, a differenza di quanto accadeva nel recente passato in cui finivano in discarica, dove dovevano essere inertizzate, attualmente vengono riciclate e completamente utilizzate per il recupero degli ossidi di zinco, tant'è che la valorizzazione di queste polveri è tale da poter pareggiare i costi di recupero.
Esistono due impianti importanti di pirometallurgia, uno nel Bergamasco e uno in Sardegna. Anche questi nel tempo sono cresciuti e si sono dimensionati rispetto alle esigenze.
Per quanto riguarda, invece, la scoria di acciaieria, che è l'altro grosso rifiuto quantitativamente importante prodotto dall'industria siderurgica, si parla di qualcosa che varia tra le 700 e le 800 mila tonnellate, ma si arriva anche al milione di tonnellate
A tal proposito, il Corsini ha riferito che la scoria di acciaieria è da tempo oggetto di studio - da parte degli industriali, ma anche da parte della provincia e dell'Arpa di Brescia - perché in tutta Europa viene oggi recuperata pienamente per sottofondi stradali, manti stradali e recuperi ambientali.
Del resto, questa scoria è stata addirittura utilizzata in Egitto per la rigenerazione delle barriere coralline, a motivo delle sue peculiari caratteristiche.
Il passaggio difficile è che, per recuperare questa scoria, è necessario un «accordo forte» con le amministrazioni locali, dal momento che si tratta di utilizzare le scorie di acciaieria in opere pubbliche, quali le strade.
Le ricadute dell'eventuale utilizzo di tali scorie sono enormi, posto che verrebbero ridotti in modo sensibile i quantitativi di materiali vergini da prelevare dalle cave.
Naturalmente vi sono dei problemi in queste applicazioni e sono di due tipi.
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Il primo è di tipo tecnologico: la strada si muove, in quanto se il prodotto non ha le caratteristiche che deve avere, la strada può avere dei rigonfiamenti e, di conseguenza, vi sono problemi di manutenzione e di costi per la sua sistemazione. Questo, però, è un problema ampiamente risolvibile e risolto, perché le cause del rigonfiamento si conoscono perfettamente.
Per quanto riguarda l'aspetto ambientale, il problema è l'eluato, posto che la scoria, per essere utilizzata, deve rispettare taluni requisiti di concentrazioni massime di inquinanti nell'eluato molto rigidi e stringenti, quali stabiliti dal decreto ministeriale del 1998 sul recupero e riutilizzo dei rifiuti non pericolosi.
I controlli, in tal caso, sono molto difficili e problematici, posto che è necessario rapportare campioni di prodotto da analizzare in laboratorio, rispetto a una montagna di materiale.
È necessario, pertanto, avviare un confronto con la provincia e l'Arpa proprio per standardizzare al meglio operazioni di questo tipo.
Altro problema è quello delle cave.
I luoghi più martoriati sono quelli che hanno subito le maggiori escavazioni di ghiaia, perché la regola è sempre stata quella di fare la cava, realizzare così la buca nella quale successivamente smaltire i rifiuti.
Poi accade che i rifiuti riemergono, perché si perde la memoria storica, ci si dimentica che lì sotto vi è la discarica, più o meno legale, posto che fino agli anni '80 non vi era una norma che disciplinasse tale situazione.
Come si è già visto, Franciacorta è una delle zone martoriate, perché a suo tempo vi sono state le escavazioni.
Si tratta di un problema molto serio, se si considerano le peculiarità della zona, come è stato confermato anche dallo stesso dottor Francesco Vassallo, direttore sanitario dell'Asl di Brescia.
Non è migliore la situazione in Valcamonica, dove vi era una fabbrica dell'Union Carbide legata anche questa alla siderurgia, ciò che fa ritenere che lì c'è sotto possa esserci di tutto.
Ancora, in Valcamonica, a Sellero vi è una centralina a biomassa (34) per bruciare legna, che è andata avanti a bruciare la legna finché
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c'erano gli incentivi statali, per cui poteva permettersi di lavorare non in economia, dato che non si guadagna a bruciare la legna per produrre calore. Nel momento in cui sono finiti gli incentivi statali, ha pensato bene di aggiungere altro materiale. Sta di fatto che in quella centrale sono state trovate plastiche nelle biomasse.

10.4 - Problematiche concernenti il comune di Montichiari e i comuni limitrofi

C'è un documento dell'Arpa Lombardia in cui sono indicate alcune discariche: Iseo, in Franciacorta; Capriano del Colle e Azzano, nella Bassa, dove erano sono state eseguite escavazioni, che non risultavano dai mappali; in particolare, a Capriano del Colle sotto un metro di terreno è stata scoperta una discarica contenente scorie radioattive, così pure nella zona tra Poncavale e Coccaglio, nei pressi di Rovato.
Accanto a queste discariche coperte vi è un elenco alcune di discariche scoperte: a Dello e a Montichiari, nella Bassa, nonché a Verziano, immediatamente alle porte di Brescia, sede del depuratore delle acque fognarie del capoluogo e, finanche, nella stessa città di Brescia, lungo il Mella, in via Ghislandi, dove ha scaricato presumibilmente a suo tempo l' Ori Martin, che è proprio lì accanto.
In particolare - come ha riferito anche il dott. Francesco Vassallo, direttore sanitario dell'Asl di Brescia - a Montichiari vi è una elevata concentrazione di discariche di rifiuti pericolosi e non pericolosi, peraltro documentata fotograficamente, come risulta dai bidoni esposti.
Il comune di Montichiari conta circa 23.500 abitanti, è posizionato nella Bassa bresciana, a circa 20 chilometri dal capoluogo, ha una superficie di 81,192 Km2 (ossia circa mezzo chilometro quadrato più esteso della città di Brescia) e vi si trova un'aerostazione passeggeri, a servizio del capoluogo.
Il territorio comunale è, dunque, di notevole estensione, di natura pianeggiante e la ghiaia è di ottima qualità.
Nel corso del XX secolo la brughiera di Montichiari, posta a Nord-Ovest del centro abitato, è stata interessata da attività di estrazione di ghiaia, che ha portato alla formazione di cave di estrazione, attività che prosegue tuttora. La presenza di tali cave ha consentito a partire dagli anni '80 l'insediamento di discariche di ogni tipologia di rifiuti, per un totale stimato di 10 milioni di metri cubi.
Data la particolare conformazione morfologica del sottosuolo con uno strato di ghiaia di 20/30 metri e una falda sottostante a 30/35 metri, il territorio di Montichiari si presta allo sviluppo delle attività di escavazione. Le zone da adibire a tale attività vengono individuate dalla provincia di Brescia. Tali zone chiamate Ateg (ambito territoriale estrattivo di sabbia e ghiaia) vengono classificate con un numero progressivo.
Nel comune di Montichiari, come risulta dal piano cave della provincia di Brescia, di cui alla legge regionale n. 14/1998, sono presenti quattro Ateg (nn. 43, 44, 45 e 46), corrispondenti a quattro porzioni di territorio ove è possibile sviluppare l'attività estrattiva


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previo rilascio di apposita autorizzazione da parte della provincia di Brescia.
L'Ateg 43 è tristemente noto, «poiché ogni buca è una discarica», come ha riferito il sindaco di Montichiari, Elena Zanola, nel corso dell'audizione del 14 novembre 2011; inoltre, tutti gli Ateg sono contigui l'uno all'altra, senza soluzione di continuità e occupano una superficie rilevante dell'intero territorio comunale.
In particolare, delle sette discariche presenti nel territorio comunale di Montichiari, nell'Ateg 43 vi sono cave esaurite, che sono state adibite a discarica (la Edilquattro, la Gedit, la Ecoeternit e la Systema Ambiente srl - ex Valseco, che contiene rifiuti pericolosi), mentre nell'Ateg anzidetta continuano ad operare per l'estrazione di ghiaia e sabbia ancora altre quattro cave.
Complessivamente sono attualmente presenti sul territorio 8 ditte che effettuano estrazione di ghiaia e gli introiti derivanti dalle attività di escavazione, nell'anno 2007, hanno garantito al comune una entrata di 278.463 euro.
Ora, proprio nell'area Ateg 43, la regione Lombardia ha installato una discarica di amianto di 960 mila metri cubi, la Ecoeternit, nonostante l'opposizione del comune di Montichiari (cfr. resoconto audizione prefetto di Brescia).
La particolare concentrazione di impianti nell'area di Montichiari è attestata anche dalla documentazione ufficiale trasmessa alla Commissione dal presidente della regione Formigoni in merito alle Via regionali e nazionali e alle verifiche di Via ricadenti nel comune di Montichiari e rappresentata nella tabella seguente (cfr. doc. 1032).
Della situazione del territorio del comune di Montichiari ha riferito Riccardo Davi, direttore dell'area ambiente della provincia di Brescia, nel corso della sua audizione del 5 maggio 2011, rappresentando che la brughiera di Montichiari è caratterizzata da un giacimento di sabbia e ghiaia molto consistente, sicché il piano cave della provincia prevede ulteriori ambiti estrattivi di notevoli dimensioni nel territorio comunale.
Allo stato, in virtù di regolare autorizzazione della regione, a Montichiari insistono ben quattro discariche, poste tutte all'interno di un unico ambito estrattivo (Ateg 43): una di rifiuti speciali pericolosi, due di rifiuti speciali non pericolosi e una di amianto e la provincia è in attesa delle indicazioni della regione - dal punto di vista dell'«indice di pressione» - per l'apertura di nuove discariche.
Non a caso, secondo studi della Asl di Mantova, il territorio mantovano è sempre più inquinato man mano che ci si avvicina alla provincia di Brescia e l'incidenza di tumori nell'alto mantovano è più elevata della media nazionale. Lo stesso studio ha concluso indicando come necessario un ulteriore approfondimento nella bassa bresciana, per comprendere le eventuali correlazioni tra inquinanti ambientali e malattie. Tale approfondimento è stato richiesto anche dagli amministratori dei comuni di Montichiari, Lonato e Carpenedolo. La Asl di Brescia, da parte sua, ha rilevato la difficoltà di avviare indagini epidemiologiche, in assenza dell'individuazione di fattori di rischio chiari e specifici.
D'altro canto, per quanto riguarda il tema della concentrazione di impianti all'interno del territorio dei comuni, la regione Lombardia si
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è limitata a chiedere alle province di elaborare un «indice di pressione» e, cioè, una valutazione in ordine al rapporto tra la superficie del territorio amministrativo del comune e la superficie impegnata da impianti di gestione rifiuti, senza tuttavia definirne le conseguenze.
Sul punto - da ultimo - in data 30 novembre 2011, il dott. Francesco Vassallo, nella qualità di direttore sanitario dell'Asl di Brescia, ha fatto pervenire alla Commissione d'inchiesta un documento inerente le risultanze di uno studio epidemiologico condotto sulla popolazione residente ad est della provincia di Brescia (docc. 975/1 e 975/2). Lo stesso studio è stato successivamente trasmesso con nota a firma del presidente della regione Lombardia, in ragione della rilevanza rispetto ai temi trattati dalla Commissione (cfr doc. 1032).
Il suddetto studio riporta una analisi dei dati di mortalità nella popolazione residente nei comuni di Castenedolo, Montichiari, Calcinato, Borgosatollo, Rezzato, Mazzano, Montirone, Ghedi, e Carpenedolo considerati insieme, ubicati a est - sud-est di Brescia, con una popolazione complessiva residente di circa 112 241 abitanti (56 371 maschi e 55 870 donne) all'1/1/2008 sulla base dei dati Istat.
Si riportano di seguito alcuni stralci della documentazione trasmessa.
«A causa delle dimensioni relativamente piccole della popolazione in studio e quindi del piccolo numero di morti per le singole cause, sono stati considerati insieme ai deceduti degli ultimi 3 anni (2006-2008) per i quali è stata effettuata la codifica delle cause di morte utilizzando il medesimo sistema di classificazione (9o revisione della classificazione intemazionale delle malattie). In assenza di specifiche ipotesi eziologiche o di fattori di rischio beh identificati nel territorio, è stata effettuata un'analisi dei gruppi di cause e delle singole cause di morte più comuni, tumorali e non tumorali. Nell'interpretazione di questi dati vanno tenuti presenti i ben noti limiti dei dati di mortalità, e in particolare il fatto che essi non possono essere utilizzati per studiare patologie a bassa letalità o per le quali vi sono forti discrepanze di interpretazione delle cause di morte o di codifica dei dati a partire dalle certificazioni del decesso. Tuttavia, essi costituiscono una base informativa di riconosciuta validità per studi descrittivi, consentendo confronti geografici e temporali e studi di correlazione. (...) L'anàlisi dei dati è stata condotta da personale del Servizio Epidemiologico dell'ASL in collaborazione con personale afferente alla Sezione di Igiene, Epidemiologia e Sanità Pubblica e alla Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva dell'Università di Brescia...(...) si nota un eccesso di morti per tumori dello stomaco ( 45%), e un difetto di morti per le malattie ischemiche del cuore (-18%). Tra le femmine (Tabella 3), si osserva un numero di morti per tutte le càuse e per il totale dei tumori in linea con il valore atteso. Si osserva un difetto di morti per le malattie del sistema circolatorio (-11%), e un eccesso di morti per le malattie respiratorie non tumorali ( 43%). Tra le singole cause (Tabella 4), si nota un eccesso di morti per tumori dello stomaco ( 40%) e del polmone ( 52%) e per malattie respiratorie cròniche (broncopneumopatia cronica ostruttiva, BPCO, é asma bronchiale) ( 41%). In conclusione, la presente analisi dei dati di mortalità del periodo 2006-08 evidenzia eccessi di mortalità,
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statisticamente significativi, per alcune cause di morte tumorali, quali i tumori dello stomaco in entrambi i sessi e i tumori del polmone nelle donne. Si osserva inoltre un eccesso di morti per malattie respiratorie croniche nelle donne».
Seppure con i ben noti limiti relativi all'utilizzo e all'interpretazione dei dati di mortalità, lo studio ha una sua validità soprattutto per la comparabilità del metodo con altri studi effettuati nell'area.
Nel corso della missione del 14 novembre 2011 a Milano sono stati auditi anche i sindaci di Montichiari, Castenedolo, Ghedi, Calcinato, Carpenedolo, Lonato, Castiglione delle Stiviere.
In particolare Marika Legati, sindaco di Calcinato, ha segnalato una situazione di grave compromissione ambientale in ragione dell'esistenza di una discarica esaurita di rifiuti solidi urbani che attualmente è in gestione post mortem, di una discarica di notevoli dimensioni di rifiuti speciali in fase di esaurimento e per la quale è già in corso una procedura di ampliamento presso la regione Lombardia e di una discarica di rifiuti inerti anche questa di dimensioni notevoli (circa 3 milioni di metri cubi) di recente autorizzazione. Lo stesso sindaco ha evidenziato l'esistenza nel territorio comunale di tre siti estrattivi e di una cava che diventerà di proprietà del comune. A tutto ciò devono essere aggiunti gli impatti derivanti dalla realtà industriale, dai siti di bonifica e dalla presenza dell'asse stradale Ateg 43 di Montichiari. Tali fonti di pressione sono oggetto di uno studio di area vasta commissionato proprio dal comune di Calcinato ad alcune università.
Elena Zanola, sindaco di Montichiari, ha poi illustrato la storia del territorio comunale e dell'insediamento, negli anni '80, delle prime discariche, per le quali il comune diede parere favorevole. Ad oggi vi sono quindi, nel territorio di Montichiari cinque discariche chiuse e due in fase di chiusura, una di proprietà della A2A e l'altra della Sistema Ambiente (società del gruppo di proprietà dell'Avv. Cerroni).
In considerazione degli impatti ambientali delle discariche già esistenti, nel 1999 il comune di Montichiari cominciò a dare pareri negativi a tutte le nuove richieste di autorizzazioni a discariche. Tuttavia, il parere dei comuni allora non contava più nulla e gli unici pareri importanti nella valutazione dell'impatto ambientale erano quelli della provincia e della regione, che autorizzarono altre tre discariche nella sola estate del 2009. Si innesco' quindi un movimento di protesta, a seguito del quale il comune di Montichiari interessò provincia, regione, Presidente del Consiglio dei Ministri, Presidente della Repubblica, Parlamento europeo, Asl, Arpa, senza alcun esito.
Nel frattempo, come si è già avuto modo di dire, proprio nell'area Ateg 43, la regione Lombardia ha installato una discarica di amianto di 960 mila metri cubi, la Ecoeternit, nonostante l'opposizione del comune di Montichiari.
In conclusione, le informazioni e i dati acquisiti dalla Commissione sul territorio del comune di Montichiari e dei comuni limitrofi devono fare riflettere sullo stato di crisi di questa parte dell'entroterra bresciano e sulla possibilità di pianificare, a dispetto di un'opposizione non ideologica delle popolazioni locali, la realizzazione di ulteriori impianti in un'area già fortemente compromessa dal punto di vista ambientale e sanitario.
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10.5 - Alcune problematiche concernenti le discariche e l'utilizzo delle scorie

La zona del bresciano, tra Botticino e Nuvolera, è caratterizzata sia per l'escavazione di marmo artistico destinato all'edilizia, sia per il suo utilizzo come carbonato. Italcementi, ad esempio, lo usa per il suo cementificio. Vi sono anche delle lavorazioni di frantumazione, perché viene utilizzato come carica nelle pitture. Poi vi è tutto un settore marmifero, dalla qualità migliore in giù - come il classico Botticino - che serve per fare lastre e opere con il marmo. Anche in questo Brescia è il secondo polo in Italia dopo Carrara.
Il Corsini ritiene che l'attuale normativa introdotta con il testo unico sulla classificazione dei rifiuti «pericolosi» ha portato alla eventualità di classificare come pericolosi alcuni tipi di rifiuti, in particolare alla attribuzione della qualifica di rifiuto «pericoloso per l'ambiente», in un quadro tecnico che, tuttavia, non chiaro, né di semplice applicazione, soprattutto, se riferita a rifiuti che presentano eterogeneità intrinseche.
Sul punto, la senatrice Daniela Mazzucconi osserva, in modo puntuale, che se i cavatori di marmo dicessero una volta per tutte quali sostanze usano per togliere il marmo dalla montagna, vi sarebbero meno problemi, posto che la polvere che ne viene è più o meno considerata pericolosa, a seconda che siano state usate o meno certe sostanze chimiche. Pertanto, una maggiore attenzione nella lavorazione anche da parte degli imprenditori produrrebbe esisti diversissimi.
Si parla del testo unico n. 205 del 2010, che avrebbe ridefinito il termine stesso di «rifiuto» e innovato la relativa classificazione del rifiuto; in particolare, il responsabile settore bonifica Arpa Brescia ha riferito che la Faeco, discarica destinata a ricevere il fluff, non lo ritira più finché non verrà sciolto il nodo della classe di pericolo definita come H14, cioè, quella che rende il rifiuto eco-tossico o tossico per l'ambiente.
La situazione del territorio bresciano è talmente grave che il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Brescia, dottor Nicola Pace, di fronte alla vastità e alla capillarità del fenomeno delle discariche abusive, del tutto sconosciute e per la necessità di acquisire una mappatura del territorio, sta tentando di fare ricorso al centro di geodesia spaziale per la ricerca - mediante un sistema di rilevazione satellitare - di quelle alterazioni morfologiche del territorio che possano nascondere forme di smaltimento clandestino dei rifiuti, ovvero di ottenere la mappatura delle cave e di tutte quelle situazioni che possono avere a che fare con fenomeni delinquenziali in materia ambientale.
Anche Gualtiero Stolfini, comandante provinciale del Corpo forestale dello Stato, nel riferire che non si stupirebbe se a seguito di un'autorizzazione o di una trasformazione urbanistico- edilizia si rinvenisse al di sotto di un metro, un metro e mezzo di profondità del terreno coltivato una discarica abusiva. Di qui la necessità di acquisire una mappatura del territorio, mediante un protocollo con l'aeronautica militare, la quale ha la possibilità di utilizzare determinati


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strumenti per poter analizzare tutte le variazioni di struttura di un terreno, quando viene esaminato alla luce di particolari laser o altra strumentazione. Su questo il suo ufficio aveva avviato iniziative con l'attuale comandante dell'aeroporto di Brescia per verificare se si trattava di un'attività percorribile.
Il presidente della provincia di Brescia, onorevole Daniele Molgora, nel corso dell'audizione del 5 maggio 2011, ha riferito che gli impianti autorizzati allo smaltimento e/o al recupero di rifiuti localizzati sul territorio sono, in totale, n. 665, come da elenco depositato (doc. 524/1).
Gli stessi si ripartiscono nelle categorie di cui al seguente prospetto di sintesi:

Il predetto elenco riguarda sia gli impianti che gestiscono rifiuti urbani sia quelli che gestiscono i rifiuti provenienti dal settore produttivo, i c.d. rifiuti speciali, ivi compresi quelli prodotti dagli allevamenti.
In tale contesto, il presidente Molgora ha precisato che la quasi totalità dei rifiuti urbani prodotti nel bresciano è conferita al termoutilizzatore di Brescia, gestito da A2A Spa: trattasi di impianto di notevole capacità che viene utilizzato anche per lo smaltimento di una parte considerevole di rifiuti speciali non pericolosi.
Per quanto riguarda, invece, le scorie da acciaierie, la provincia di Brescia ha già in atto dei protocolli per il conferimento, soprattutto, del rottame e Alfa Acciai ne è un esempio. Naturalmente, siccome la tipologia delle scorie è molto diversificata in funzione dell'impianto, del materiale immesso e del trattamento, si devono sempre fare delle valutazioni specifiche per tipologie.
È in corso un confronto con l'Arpa Lombardia e vi è una proposta di legge che riguarda le possibilità modalità di trattamento e inertizzazione di queste scorie, in funzione del loro utilizzo prevalente come sottofondo stradale. Si tratta di un aspetto da porre in evidenza,


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dal momento che la provincia di Brescia ha circa un milione di tonnellate di scorie da acciaierie, di cui solo una parte minima è avviata a ricupero, in quanto quasi tutto finisce in una delle otto discariche della provincia di Brescia.
Tale dato rende evidente che nella provincia di Brescia il problema principale delle discariche è legato alle scorie da acciaierie, posto che un milione di tonnellate vuol dire circa 5-600 mila metri cubi all'anno di discarica.
L'aspettativa sarebbe, allora, proprio per una questione ambientale, quella di riportare a recupero, magari utilizzando come strumento anche la normativa di altri Paesi, come quella tedesca, che è riuscita in modo pratico a risolvere questa problematica.
Utilizzarli come sottofondo vorrebbe dire meno inerti, meno ghiaia, meno cave, meno discariche, e quindi un risparmio e un beneficio ambientale sotto molteplici punti di vista.

10.6 - La situazione delle bonifiche

Per quanto riguarda le bonifiche, la situazione è drammatica, posto che, oltre al sito Caffaro e alla contaminazione pesante di 100 ettari di suolo, l'Arpa Lombardia (dipartimento di Brescia) ha indicato in 194 i siti attivi in provincia di Brescia (in indagine preliminare o in caratterizzazione o in corso di bonifica) al maggio 2011 (cfr. doc. 738/2).
Del resto, nella provincia di Brescia numerose sono le cave in esercizio, che sono state abusivamente utilizzate per il deposito di rifiuti solidi urbani e rifiuti pericolosi.
Inoltre, vi sono attività criminali legate ad attività industriali galvaniche, che hanno contaminato pesantemente l'acqua nell'ordine di grandezza di 400 mila microgrammi/litro di cromo esavalente (ricordiamo che il limite è 5 microgrammi) e con dei pennacchi di contaminazione lunghi chilometri.
In particolare, vi è una contaminazione diffusa da solventi e da cromo esavalente, sia di carattere storico, sia di attività ancora in essere, lungo tutta la Valtrompia, che scende e impatta tutto il comune di Brescia.
Ancora vi sono anche altri focolai di contaminazione da solventi e da cromo nel territorio di Rezzato e, soprattutto, nei territori occidentali della provincia di Brescia, cioè tra questa zona e il fiume Oglio, le cui responsabilità sono da accertare, mentre nell'area di San Polo del comune di Brescia vi è una concentrazione e una contaminazione diffusa dovuta alla ricaduta al suolo delle emissioni di Pops (persistent organic pollutants), legate alle attività di seconda fusione dei metalli, svolta principalmente presso lo stabilimento dell'Alfa Acciai.
San Polo è la frazione più popolosa del comune di Brescia, con quasi 20 mila abitanti, il cui territorio confina a nord con il capoluogo e a sud, appena oltre la tangenziale, con la frazione di Buffalora di cui si è detto.
Ebbene, nonostante la criticità di tale situazione è in corso presso la regione la pratica per la concessione dell'autorizzazione a realizzare nel territorio di Buffalora e San Polo una discarica di amianto di 80


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mila metri quadri, che ha determinato numerose proteste da parte dei residenti delle due frazioni (cfr. resoconto audizione del prefetto di Brescia).
L'inquinamento del territorio non è senza conseguenze sulla salute dei cittadini, posto che, proprio nel suddetto quartiere di San Polo, è stata accertata una maggiore mortalità per patologie respiratorie non tumorali, oggetto di indagine dell'Asl di Brescia (cfr. doc. 1024/3), come riferito nel corso dell'audizione del 4 maggio 2011 dal dottor Francesco Vassallo, direttore sanitario dell'Asl di Brescia, il quale ha allargato lo spettro delle cause inquinanti, anche alla presenza di particelle Pm10 e Pm5, attribuendole oltre agli insediamenti produttivi, quali lo stabilimento dell'Alfa Acciai, anche al fatto che il quartiere si trova in prossimità di grosse arterie stradali e autostradali, pur se la causa principale di contaminazione - come riferisce il responsabile dell'Arpa - è costituita dalla ricaduta al suolo delle emissioni di Pops (persistent organic pollutants), di cui si è detto.
Peraltro, va sottolineato che non si tratta dell'unica zona del comune di Brescia che riversa sulla salute dei cittadini gli effetti dell'inquinamento ambientale, posto che - come riferito dallo stesso dottor Vassallo - le indagini epidemiologiche eseguite sui lavoratori della Caffaro hanno permesso di verificare l'esistenza nel loro sangue di tassi elevati di Pcb (policlorobifenili), rispetto al resto della popolazione, pur se non è emersa correlazione alcuna tra la maggiore presenza di Pcb nel sangue con patologie varie, nemmeno con quelle patologie che sono correlabili con la concentrazione di Pcb, quali le patologie ormonali.
Particolare attenzione è stata posta alla situazione ambientale e sanitaria dei comuni di Montichiari, Castenedolo, Ghedi, Calcinato, Carpenedolo, Lonato, Castiglione delle Stiviere.
I sindaci dei suddetti comuni, ascoltati dalla Commissione il 14 novembre 2011, hanno riferito sullo stato di attuazione degli interventi di bonifica delle cave dismesse e sulle implicazioni sanitarie.
L'assessore all'ecologia del comune di Lonato, Nicola Bianchi, ha riferito della situazione di stallo degli interventi di bonifica dell'area del Trivellino e della discarica dismessa in località Traversino.
Il sindaco di Ghedi, Lorenzo Borzi, ha illustrato la situazione del suo territorio (confinante con Montichiari), riferendo sulle attività di ritombamento di cave dismesse con terre e rocce da scavo e rifiuti (presumibilmente scorie di acciaieria) e ha manifestato forti perplessità in ordine alla realizzazione dell'impianto di Montichiari.
Avuto riguardo alle preoccupazioni per la salute dei cittadini e al mancato seguito, da parte della Asl di Brescia, dello studio epidemiologico già condotto dalla Asl di Mantova per l'alto mantovano - che aveva individuato alcune problematiche rilevanti proprio nell'area confinante con la provincia di Brescia - l'assessore Bianchi, il sindaco di Castiglione delle Stiviere, Fabrizio Paganella, e il sindaco di Carpenedolo, Gianni Desenzani, hanno tutti posto in evidenza la grande attenzione al problema da parte della popolazione e la necessità di un approfondimento dello studio sanitario da parte della Asl di Brescia.
Dal canto suo, il sindaco di Calcinato, Marika Legati, ha sottolineato le criticità presenti nell'area di sua competenza che, assieme
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a quella di Montichiari, è forse quella più compromessa dal punto di vista ambientale, con tre impianti di discarica (uno in gestione post-mortem, uno di rifiuti speciali in ampliamento e uno di inerti di dimensioni notevoli, pari a circa 3 milioni di metri cubi), segnalando altresì la presenza di numerose cave con il rischio che, una volta esaurito l'iter estrattivo, diventino altrettante discariche.
Il sindaco di Montichiari, Elena Zanola, ha illustrato la situazione del suo comune, sottolineando la particolare situazione di vulnerabilità degli acquiferi, a causa della presenza di ghiaie, di per sé molto permeabili e lamentando che, purtroppo, negli anni '80 era accaduto che l'amministrazione comunale aveva concesso pareri favorevoli per la realizzazione di discariche nel proprio territorio, con la conseguenza che vi erano cinque discariche chiuse e due discariche in pieno esercizio e, cioè, le grandi discariche delle ex Asm ora A2A e della Sistema, la stessa proprietà di Malagrotta di Roma (il Gruppo Sistema dell'avvocato Cerroni).
Solo a partire dal 1999, l'amministrazione comunale aveva dato pareri negativi a tutte le nuove richieste di autorizzazioni a discariche - nel frattempo divenute di competenza non già dei comuni, bensì della regione e della provincia - impugnando le autorizzazioni concesse dagli enti territoriali anzidetti che, nell'estate del 2009, avevano autorizzato ben tre discariche, tutte già in funzione.
Allo stato, era stata autorizzata una nuova discarica destinata ad accogliere i rifiuti tossico nocivi e con la possibilità di realizzare «celle» per il conferimento dell'amianto, nonostante che solo due anni fa a Montichiari fosse stata autorizzata una delle due discariche di amianto della Lombardia.
Dal punto di vista sanitario, il sindaco di Montichiari non ha segnalato particolari criticità, posto che le indagini epidemiologiche eseguite dall'Asl di Brescia hanno escluso correlazioni tra la presenza di discariche e le malattie mortali che hanno colpito i residenti sul territorio.
In merito alle bonifiche, nel territorio di Montichiari insistono quattro siti contaminati, di cui solo uno è stato bonificato, mentre per gli altri tre siti sono insorti contrasti con i proprietari dei terreni da bonificare, che non accettano un particolare tipo di bonifica, che renderebbe tali terreni del tutto inutilizzabili.
Occorre sottolineare che le discariche non più attive dell'Ateg 43 non sono ancora state sottoposte a interventi di bonifica. In particolare, Riccardo Davi, direttore Area ambiente della provincia di Brescia, ha segnalato la situazione dei siti contaminati da bonificare di cava Bicelli, cava Bonomi, cava Accini e cava Baratti, che contengono rifiuti interrati e, tuttavia, oltre ai siti anzidetti, ve ne sono altri due da bonificare.
Invero, come risulta dal piano provinciale di gestione dei rifiuti della provincia di Brescia, approvato con deliberazione della giunta regionale del 20 ottobre 2010, n. 9/661, sono da bonificare l'area Tank Wash Matras snc (sversamento) e l'area P.V. Agip 1774 Santellone (deposito carburanti). Tutti i siti anzidetti sono in fase di caratterizzazione, ad eccezione della discarica in terreno Bonomi, il cui proprietario ha accettato la bonifica che, pertanto, è in fase di esecuzione.
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Un'ulteriore problematica riguarda la discarica Gedit, sotto sequestro, nella quale vengono conferiti rifiuti da conceria, ma anche rifiuti organici da depuratore che sembrerebbero, secondo notizie di stampa, provenire dalla Campania.
A tale proposito, Roberto Quaresmini, collaboratore Arpa Brescia, nel corso dell'audizione del 14 novembre 2011, ha riferito che la discarica Gedit, posta nell'Ateg 43 di Montichiari, frazione Vighizzolo, è una discarica per rifiuti non pericolosi e costituisce una particolarità a livello regionale «in quanto è una sottocategoria che ha alcune deroghe per la ricezione di rifiuti di natura organica e quindi non deve sottostare alla disciplina stabilita dal decreto ministeriale del 2005 rivisitato nel 2010 sui limiti di solfati e cloruri».
Su richiesta della procura della Repubblica di Brescia, era stato eseguito il sequestro di un carico, che conteneva fanghi. In particolare, l'Arpa ha ritenuto che il rifiuto trasportato da un camion per il conferimento in discarica rientrasse nella categoria H14 (rifiuto tossico), in quanto i fanghi contenevano cloruro di zinco e cloruro di rame (il campionamento, su richiesta del nucleo investigativo della procura di Brescia, il Nita, è stato fatto non nella stazione di partenza, bensì sul camion).
La presenza di cloruri e solfati miscelati con metalli pesanti, quali lo zinco e il rame, rende pericoloso il rifiuto, di qui la necessità dell'attribuzione del codice H14.
Il problema è costituito dal fatto che l'impianto che ha generato tale rifiuto non ha la codifica a specchio «perché è uno di quei famosi 19 02 04, quindi è un rifiuto costituito esclusivamente da rifiuti non pericolosi» e, tuttavia, l'attività di miscelazione intervenuta lo ha reso pericoloso (H14), con la conseguenza che non poteva essere conferito in quella discarica.
La discarica Gedit, pur ricevendo rifiuti non conformi, è comunque sicura, avendo caratteristiche simili a una discarica per rifiuti pericolosi, posto che vi è uno strato di ghiaia, geomembrana, sovrastato da un altro strato drenante, quindi, da impermeabilizzazione.
Comunque, non vi sarebbe a monte attività illecita, posto che il rifiuto è qualificato non pericoloso sulla base del codice attribuito dal produttore e, tuttavia, si pone il problema di chi ha gestito quel fango e di chi ha prodotto quella miscela (sembrerebbe di capire che i solfati e i cloruri prodotti dall'impianto siano stati successivamente miscelati con lo zinco e il rame).
Tale valutazione è stata confermata dal dottor Fabio Salomone, procuratore della Repubblica in Brescia e dal dottor Michele Stagno, sostituto procuratore della Repubblica i quali, nel corso dell'audizione del 27 marzo 2012, nel soffermarsi sul provvedimento di sequestro preventivo della discarica in data 15 ottobre 2011 (doc. 1138/3), hanno riferito che la Gedit, oltre che allo smaltimento di rifiuti speciali non pericolosi, in deroga ai parametri previsti, è autorizzata anche allo smaltimento di fanghi, anche biodegradabili, che provocano esalazioni maleodoranti.
Dopo il sequestro, è stata disposta una consulenza sulla base della quale sono stati compiuti alcuni interventi, che sono stati utilizzati per poter riaprire l'attività, a condizione che venissero risolti gli inconvenienti
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posti in evidenza dal consulente della procura della Repubblica. Nell'ambito del procedimento penale ex articolo 674 c.p. a carico del legale rappresentante della Gedit Spa, è tuttora in corso un monitoraggio sui danni che possono essere provocati dalla discarica.

10.7 - Inquadramento del Sin di Brescia Caffaro e stato della contaminazione

Nel contesto anzidetto non è meno grave la situazione del Sin di Caffaro, un sito inquinato a Brescia di rilevanza nazionale (Sin), dove vi sono centinaia di milioni di metri cubi di terreno inquinato dalla Caffaro Chimica Srl.
Tutto è partito da una indagine giornalistica dell'estate 2001, che ha rivelato che nell'area prossima al limite sud del sito aziendale storicamente occupato dall'unica industria chimica italiana produttrice, fino all'anno 1984, del Pcb (policlorobifenile) i terreni agricoli e le falde freatiche sotterranee risultavano densamente contaminati dal principale composto chimico prodotto dall'azienda.
L'Arpa e l'Istituto superiore di sanità- attraverso l'Asl di Brescia hanno eseguito campionamentiche hanno confermato l'inquinamento, rilevando altresì pericolose concentrazioni anche di diossine, mercurio, solventi clorurati (in particolare trielina e cloroformio) e tetracloruro di carbonio.
Nel 2008, il Ministro dell'ambiente ha firmato i decreti che autorizzano l'esecuzione dei progetti di bonifica dei terreni pubblici compresi nel «cono Caffaro», ritenuti oramai non ulteriormente differibili alla luce del rinvenimento - nel 2007 - di contaminazione da Pcb in partite di latte conferito alla centrale del latte di Brescia da 17 stalle inserite o immediatamente prossime all'area contaminata.
Nel 2009 la Snia ha posto in liquidazione la Caffaro Chimica e quindi anche l'intero sito produttivo bresciano, ma si è rifiutata categoricamente di assumersi le proprie responsabilità per l'inquinamento prodotto, sottraendosi a qualsivoglia operazione di bonifica, che è rimasta interamente a carico dello Stato e delle amministrazioni locali.
La bonifica era stata affidata alla Moviter di Edolo, che è un piccolo paesino dell'alta Valcamonica ma, nell'estate del 2010, l'amministratore di fatto della Moviter è stato tratto in arresto, in esecuzione di provvedimento di custodia cautelare, poiché - in concorso con altre tre imprese bresciane del settore (Locale, Italnoleggi e Onesti) e con la cava Esse Emme di Manerbio (BS) - aveva irregolarmente smaltito, senza averlo preventivamente bonificato presso centri autorizzati, il materiale prelevato dai terreni inquinati conferendolo direttamente in discarica e così provocando anche un grave inquinamento di un laghetto interno alla cava con compromissione della falda acquifera (cfr. relazione Comando Carabinieri Brescia 4 maggio 2011 in doc. 747/1).
La situazione di Brescia si appalesa in tutta la sua gravità, non solo per la presenza del Sin di Brescia Caffaro, come di seguito approfondita, quanto anche perché in questa provincia insiste il 50 per cento della siderurgia da rottame nazionale, l'80 per cento


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nazionale delle fonderie da seconda fusione dei rottami d'ottone e il 30 per cento della fusione dell'alluminio: una concentrazione che può definirsi storica.
Di seguito si riporta una sintesi del quadro amministrativo e dello stato avanzamento degli interventi per il Sin di Brescia Caffaro così come comunicato dal Ministero dell'ambiente.
Con l'articolo 14 della legge n. 179 del 2002 è stato aggiunto all'elenco dei siti di bonifica di interesse nazionale, di cui alla legge n. 426 del 1998, il sito di «Brescia - Caffaro (aree industriali e relative discariche da bonificare)».
Tale inclusione trova la sua motivazione nelle evidenze di contaminazione diffusa da metalli pesanti e Pcb riscontrata nel territorio del comune di Brescia, in particolare in prossimità dello stabilimento Caffaro, e soprattutto nel rinvenimento di elevate concentrazioni di Pcb negli alimenti prodotti nella zona, nonché nel sangue delle persone residenti. Tale presenza è stata ricondotta essenzialmente all'utilizzo irriguo delle acque delle rogge (un sistema di canali naturali e artificiali che innervano l'intero Sito, per uno sviluppo lineare di circa 50 km, e nei cui sedimenti sono state riscontrate elevate concentrazioni di Pcb), che determinano la distribuzione di materiale inquinato sui terreni utilizzati per la produzione dei vegetali destinati all'uso zootecnico.
Le rogge hanno evidenziato un'elevata criticità soprattutto a valle dello scarico della Caffaro Spa, che risulta il più rilevante in termini di portata (1000 mc/h).
L'azienda chimica Caffaro nel comune di Brescia opera, dall'inizio del 1900, nella produzione di vari composti derivati dal cloro, fra cui i policlorobifenili (Pcb) dal 1930 al 1984. Questi composti, per le loro caratteristiche di stabilità chimica e per l'ampia diffusione del loro utilizzo (specie nell'industria elettrotecnica), si sono accumulati nell'ambiente interessando ad oggi non solo il comune di Brescia ma anche altri comuni della provincia medesima. Nel territorio è stata altresì riscontrata la presenza di elevate concentrazioni di diossine e furani, composti che possono generarsi come prodotti secondari indesiderati del ciclo produttivo dei Pcb.
Alla luce di tali evidenze analitiche e in relazione al potenziale pericolo per la salute pubblica, il comune di Brescia ha emesso in data 23 febbraio 2002 una prima ordinanza sindacale, riferita all'area (1 milione di m2) compresa tra la linea ferroviaria Bs-Mi a sud e il fiume Mella ad ovest, che impone una serie molto ampia di limitazioni d'uso. Tali limitazioni sono state reiterate nel tempo ed hanno interessato via, via porzioni del territorio comunale sempre maggiori.
Il decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio del 24 febbraio 2003, ha definito una triplice e distinta perimetrazione del Sito che si sviluppa prevalentemente a sud dello stabilimento Caffaro, seguendo il sistema delle rogge e comprende in particolare:
a) per la matrice suolo, (circa 270 ha) l'area oggetto della suddetta prima Ordinanza sindacale (che include anche lo stabilimento Caffaro Srl), le discariche c.d. di via Caprera, le discariche c.d. Pianera e Pianerino in comune di Castegnato e Vallosa in comune di Passirano nonché le aree ex Comparto Milano, Bruschi & Muller, ex CamPetroli, ex Pietra e ospedali riuniti di Brescia (pozzo P78/1),
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oggetto di autodenuncia ex articolo 9 del decreto ministeriale n. 471 del 1999;
b) per il comparto acque sotterranee, un'area più vasta (circa 2.100 ha) delimitata sulla base delle evidenze analitiche già disponibili di contaminazione della falda;
c) il sistema delle rogge a sud dell'area oggetto della predetta ordinanza.

Il comune di Brescia, inoltre, attesi i livelli di contaminazione da Pcb riscontrati nei suoli superficiali della zona a sud (quartiere Chiesanuova) dell'area oggetto della prima ordinanza, ha avanzato la richiesta di estensione della perimetrazione del sito anche a tale area.
Per quanto riguarda il complesso delle vaste aree di competenza pubblica, esse sono costituite essenzialmente dalle seguenti macroaree:

Area di competenza pubblica Criticità
Aree Agricole (circa 100 ettari) Inquinamento da metalli pesanti, Pcb, diossine/furani
Aree Residenziali Inquinamento da metalli pesanti (in particolare Arsenico, Mercurio, Nichel, Rame, Zinco), Pcb, diossine/furani
Aree Pubbliche (Parco Passo Gavia, Aiuola di via Nullo, Pista Ciclabile di via Milano, Campo sportivo Calvesi) Inquinamento da metalli pesanti (in particolare Arsenico, Mercurio), Pcb, diossine/furani
Discarica Pianera (comune di Castegnato) Discarica pubblica caratterizzata da smaltimento di Rsu
Discarica Pianerino (comune di Castegnato) Discarica caratterizzata da smaltimento di rifiuti vari
Discarica «ex cava Vallosa» (comune di Passirano) Discarica caratterizzata da smaltimento di rifiuti urbani e industriali, con contaminazione da Pcb delle acque di falda
Discariche di Via Caprera (comune di Brescia) Oggetto di illecito conferimento di rifiuti speciali, tra i quali numerosi di origine industriale e pericolosi
Rogge Inquinamento prevalente da metalli pesanti, Pcb, diossine/furani
Spedali Civili Contaminazione da idrocarburi delle acque di falda


Con riferimento alle principali criticità ambientali, nel sito si riscontra una contaminazione elevata e diffusa da Pcb, Pcdd/Pcdf e mercurio soprattutto nei terreni superficiali, ma anche nelle acque di falda e nelle acque superficiali (sistema delle rogge) nonché nei


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sedimenti delle rogge medesime. In particolare la matrice suolo risulta interessata anche da una contaminazione diffusa da metalli quali arsenico, antimonio, mercurio, nichel, piombo e alluminio, da Ipa (idrocarburi policiclici aromatici), alifatici clorurati cancerogeni, clorobenzeni e fitofarmaci. Nelle acque di falda, si sono riscontrati, inoltre, molteplici superamenti dei limiti vigenti relativi a metalli tra cui cromo VI, Mtbe, (Metil-ter-Butil-Etere) solventi clorurati, Ipa, clorobenzeni, fitofarmaci ed idrocarburi totali. In particolare un recente studio effettuato da Arpa Brescia ha messo in luce la presenza di una estesa contaminazione da tetracloruro di carbonio a sud dello stabilimento Caffaro.
Sin dal 1983 le strutture di prevenzione sanitaria si sono occupate del problema di contaminazione da Pcb (Policlorobifenili) e diossine del territorio limitrofo allo stabilimento di Caffaro Spa eseguendo, data la presenza all'interno del sito di colture agricole ed aree residenziali e quindi il rischio concreto di passaggio dei contaminanti alla catena alimentare, approfondite indagini di tipo epidemiologico ed tossicologico.
In seguito all'analisi dei risultati delle campagne epidemiologiche, l'assunzione di alimenti contaminati ha dimostrato essere la modalità principale di accumulo di Pcb nei soggetti indagati.
Sono stati dimostrati altresì i seguenti fenomeni relativi al Pcb:
a) l'evaporazione e la condensazione nel fieno, il quale resta a contatto diretto con il terreno, limitatamente ad alcuni congeneri di Pcb (più volatili);
b) il deposito a seconda della tipologia di vegetale e la ripartizione all'interno dei tessuti;
c) l'accumulo negli organismi animali che hanno assunto vegetali contaminati;
d) l'assunzione da parte dell'uomo, il trasferimento nel flusso ematico e la ripartizione in tessuti ed organi.

L'attività svolta per valutare lo stato di salute dei lavoratori in questi anni ha, infine, posto in luce livelli di Pcbemia costantemente elevati nei soggetti, dovuta alla esposizione a composti organo clorurati consistente avvenuta in passato, ma in diminuzione.
Le risorse stanziate per il Sin di Brescia Caffaro a valere sul decreto ministeriale n. 308 del 2006 sono pari ad euro 6.752.727,00.
Gli articoli 2, 5 e 6 del citato decreto ministeriale n. 308 del 2006, hanno individuato nell'accordo di programma lo specifico strumento di programmazione/attuazione degli interventi di bonifica mediante la concreta individuazione dei soggetti beneficiari, delle modalità, delle condizioni e dei termini per l'erogazione dei finanziamenti previsti.
In applicazione della citata norma è stato stipulato in data 29 settembre 2009 tra il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, la regione Lombardia, la provincia di Brescia, il comune di Brescia, il comune di Passirano e il comune di Castegnato l'accordo di programma «per la definizione degli interventi di messa in sicurezza e successiva bonifica nel sito di interesse nazionale di Brescia Caffaro».


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La copertura finanziaria prevista nel sopracitato accordo di programma è pari ad euro 6.752.727 ed è assicurata dai fondi assentiti dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare con il già citato decreto ministeriale n. 308 del 2006.
Ad oggi, la suindicata somma di euro 6.752.727 è stata impegnata a favore della regione Lombardia con decreto ministeriale n. 1022 del 16 dicembre 2010.
L'Accordo di programma sopracitato prevede la realizzazione dei seguenti interventi:
Attività
1) Studio di fattibilità per la realizzazione degli interventi di messa in sicurezza e bonifica delle acque di falda e Progettazione preliminare e definitiva degli interventi di messa in sicurezza e bonifica delle acque di falda.
2) Avvio degli interventi di messa in sicurezza e progettazione della bonifica:
a) delle rogge ricomprese nel perimetro del Sin di «Brescia- Caffaro»;
b) dei terreni delle aree di proprietà pubblica nel comune di Brescia;
c) dei terreni delle aree agricole nel comune di Brescia;
d) dei terreni delle aree private residenziali nel comune di Brescia.
3) Progettazione degli interventi di messa in sicurezza permanente della discarica «Vallosa»; realizzazione e prosecuzione degli interventi di messa in sicurezza di emergenza delle acque di falda.
4) Progettazione degli interventi di messa in sicurezza permanente della discarica «Pianera»; realizzazione degli interventi di messa in sicurezza di emergenza delle acque di falda.
5) Caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica dell'area di Pianerino.
6) Monitoraggio dell'aria nel comune di Brescia e della qualità delle acque di falda nell'intero sito di interesse nazionale.
7) Valutazioni epidemiologiche e attività di biomonitoraggio e monitoraggio delle matrici alimentari.


Per completezza di informazione, si segnala, inoltre, che al Sin di Brescia Caffaro sono state destinate le ulteriori risorse di seguito elencate:
a) euro 517.436,47 assentiti dal Ministero dell'economia e delle finanze con decreto ministeriale del 3 aprile 2003 - «Fondo nazionale per il sostegno alla progettazione delle opere pubbliche delle regioni e degli enti locali, legge n. 448 del 2001, articolo 54». Alla data del 31 dicembre 2009 le predette risorse sono state già tutte spese;


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b) euro 1.300.837,62 assentiti dal comune di Brescia. Alla data del 31 dicembre 2009 delle predette risorse sono stati spesi euro 1.161.596,60;
c) euro 1.262.438,45 assentiti dalla regione Lombardia. Alla data del 31 dicembre 2009 delle predette risorse sono stati spesi euro 812.438,45.
(Fonte: regione Lombardia, monitoraggio al 31 dicembre 2009).

Gli interventi attuati sulle aree private possono essere sintetizzati come segue.
In molteplici aree, tra cui Caffaro Spa, ex comparto Milano e ospedali civili, sono stati adottati interventi di messa in sicurezza di emergenza (Mise) della falda inquinata mediante emungimento e trattamento/smaltimento, nonché effettuate campagne di monitoraggio periodico le acque di falda medesime. Inoltre, sono stati attivati interventi di Mise per mitigare gli effetti del pennacchio di contaminazione da cromo IV che ha interessato la falda sottostante l'area a valle del sito di competenza della Baratti di Eredi Inselvini Srl.
Per la quasi totalità delle aree private è stato approvato il piano di caratterizzazione. Nella maggior parte di queste ultime, ivi compresa la società Caffaro Srl, la caratterizzazione risulta conclusa e i relativi risultati approvati. È stata inoltre completata la caratterizzazione delle rogge di competenza della società Caffaro.
È stata chiesta la revisione del progetto di bonifica delle acque di falda della Caffaro Srl
È stato approvato il progetto definitivo di bonifica dei terreni del sito di proprietà Dotti Leandro.
Sono stati approvati i seguenti progetti:
a) il progetto definitivo di bonifica dei terreni dell'area ex CAM Petroli;
b) il progetto definitivo di bonifica dei suoli dell'area «Comparto Milano» e la relativa variante;
c) il progetto definitivo di bonifica dei suoli dell'area ex Pietra;
d) il progetto definitivo di bonifica dei terreni della Finsibi Spa e relativa variante.

Inoltre, tra le aree bonificate, pari a circa il 10 per cento della perimetrazione relativa alla matrice suolo, risulta già completata e certificata la bonifica dei suoli dell'area «ex Pietra», mentre per l'area dell'«ex comparto Milano» le attività di certificazione dei suoli sono in via di ultimazione.
Quanto alle aree pubbliche, è stata attivata la Mise delle acque di falda per la discarica ex cava Vallosa e mantenuto il monitoraggio di quella profonda e risultano approvati i piani di caratterizzazione dell'ex cava Vallosa, delle discariche di via Caprera, delle rogge di proprietà comunale.
Per le aree agricole, è stata effettuata la Mise finalizzata ad impedire il ruscellamento dai suoli contaminati verso le rogge.


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Per le aree residenziali è stata attivata l'asportazione del suolo contaminato nelle aree a maggiore criticità e/o sensibili.
Sono stati approvati altresì i risultati della caratterizzazione dei suoli delle aree agricole, delle aree residenziali e delle aree pubbliche.
Risulta in corso di revisione il Progetto preliminare di messa in sicurezza permanente della discarica di Pianera.
È stata approvata la proposta di sperimentazione di tecniche di bonifica per via biologica (bioremediation) nelle aree agricole avanzata dal comune di Brescia.
Sono stati inoltre approvati i progetti definitivi di bonifica dei terreni della «Aiuola di via Nullo», della «Scuola Materna Passo Gavia» e della «Scuola Elementare Divisione Acqui».

10.8 - Le indagini epidemiologiche condotte per il Sin di Brescia

Con riferimento alle indagini epidemiologiche condotte per il Sin di Brescia, occorre menzionare i dati riportati nello studio Sentieri (studio epidemiologico nazionale territori e insediamenti esposti a rischio da inquinamento) e pubblicati nel mese di dicembre 2011 sulla rivista «epidemiologia e prevenzione».
Nello studio si afferma che, in considerazione del ruolo specifico della contaminazione da Pcb del sito di interesse nazionale Brescia-Caffaro e della sua associazione con elevata probabilità al linfoma non Hodgkin, che nel Sin sono stati osservati eccessi per questa causa di morte negli uomini.
Successivamente alla segnalazione iniziale della contaminazione da Pcb nell'area di Brescia ubicata in prossimità della Caffaro, l'Asl di Brescia, insieme all'università di Brescia, ha avviato un ciclo di studi epidemiologici e di monitoraggio biologico.
Nel 2003, l'Asl di Brescia, con Deliberazione n. 904 del 31 dicembre 2003, ha istituito un gruppo di lavoro coordinato dal direttore sanitario e costituito da tecnici e dirigenti dei Dipartimenti di prevenzione medico e veterinario, dal Servizio epidemiologico, dall'università di Brescia (facoltà di medicina e chirurgia, cattedre d'igiene e di igiene industriale) e da esperti del settore. Questo gruppo di lavoro ha svolto diverse indagini, pubblicate nel dicembre 2005. Due linee di ricerca, in particolare, hanno trattato questioni di interesse epidemiologico. Obiettivi, metodo e risultati possono essere riassunti come segue.
Un ciclo di studi sul biomonitoraggio del Pcb ha avuto l'obiettivo di monitorare l'andamento dei livelli ematici di Pcb nei soggetti che, in almeno una rilevazione, avevano presentato un valore ematico dei Pcb totali uguale o superiore a 15 µg/L, ed evidenziare possibili conseguenze sulla salute.
Nel biennio 2002-2003, 122 persone hanno avuto una rilevazione del Pcb ematico; 121 di questi avevano un valore di Pcb totali uguale o superiore a 15 µg/L e sono stati arruolati nello studio. Nel marzo-aprile 2004, 115 di questi soggetti, tutti residenti a Brescia, hanno ripetuto l'esame e, per 105, è stato compilato un questionario o acquisito quello già disponibile. Il sottogruppo è stato quindi


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ristretto ai soli 98 soggetti, che avevano effettuato entrambi gli esami presso l'università di Brescia. Tra questi soggetti la prevalenza delle malattie tiroidee totali e, in particolare, dell'ipertiroidismo aumentava, in modo significativo con il crescere dei livelli ematici di Pcb.
I risultati del programma di biomonitoraggio dei Pcb sono stati illustrati in alcune pubblicazioni scientifiche. Alcune indagini hanno riguardato particolari sottogruppi di popolazione, come i lavoratori della Caffaro e i pazienti affetti da epatocarcinoma. Due studi caso-controllo sui linfomi non-Hodgkin e i sarcomi dei tessuti molli hanno avuto l'obiettivo di esaminare l'associazione fra la residenza nelle aree urbane, maggiormente contaminate da Pcb, furani e diossina, e l'insorgenza di tali patologie.
I casi di sarcoma dei tessuti molli sono stati individuati a partire dai dati di incidenza (1993-95) e di mortalità (1990-2000) della popolazione residente nel comune di Brescia. I controlli sono stati appaiati ai casi per età e genere con rapporto 5:1. Per tutti i soggetti è stata ricostruita l'anamnesi residenziale. Lo studio ha compreso 53 casi di sarcoma dei tessuti molli ed è stata osservata una significativa relazione tra il rischio di LNH e la residenza nelle aree contaminate di Brescia.
I lavoratori della Caffaro sono inoltre stati oggetto di uno studio di coorte, che ha riguardato tutti i soggetti presenti al 13 settembre 1974 o assunti successivamente fino al 31 dicembre 2001 (complessivamente 996 soggetti). Di questi, alla fine del follow-up (31 dicembre 2001) 811 risultavano viventi e 185 deceduti.
Confrontando la mortalità per causa della coorte con quella della popolazione residente in Lombardia e utilizzando tassi di riferimento specifici per età e periodo di calendario, si è osservato un incremento dei tumori totali (in particolare epatici e del sistema linfoemopoietico) fra gli operai rispetto a impiegati e tecnici, in relazione con la durata dell'attività lavorativa.
In conclusione, alla stregua dei dati riportati nello studio Sentieri, «il profilo di mortalità nel Sin Brescia-Caffaro è sostanzialmente in linea con le attese, ma si caratterizza per un eccesso dei linfomi non-Hodgkin negli uomini, di neoplasia, la cui relazione con l'esposizione a Pcb appare oggi documentata con i più elevati livelli di persuasività scientifica».

11. La provincia di Mantova

11.1 - La gestione dei rifiuti

Dalla nota del Settore ambiente della provincia di Mantova, in data 3 maggio 2010, trasmessa a questa Commissione di inchiesta (doc. 459/2) risulta che nella provincia mantovana il ciclo dei rifiuti urbani nel 2009 è stato gestito da quattro società, tre delle quali hanno sede legale in provincia di Mantova (Indecast, Mantova ambiente, Siem) e una in provincia di Brescia (Aprica - gruppo A2A).
Inoltre, mediante l'applicativo Orso (osservatorio rifiuti sovraregionale) gestito dall'Arpa - Lombardia e dagli osservatori provinciali sui rifiuti, sono monitorati annualmente tutti i flussi dei rifiuti urbani,


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sicché per ogni tipologia di rifiuto prodotto da un comune si è in grado di conoscere sia il trasportatore, sia il destino finale del rifiuto stesso.
Il piano provinciale di gestione dei rifiuti (Ppgr) prevede la seguente gestione del ciclo dei rifiuti urbani:
a) diminuzione della produzione dei rifiuti, tramite azioni rivolte ai cittadini di progetti ad essa dedicati;
b) incremento della raccolta differenziata, con l'obiettivo del raggiungimento del 65 per cento entro il 2012, tramite la promozione della raccolta domiciliare, strumento quest'ultimo in grado di incrementare le performance di raccolta differenziata;
c) massimizzazione della vita utile della discarica sita in Mariana Mantovana, attraverso una graduale diminuzione dei conferimenti, in seguito all'attuazione delle azioni sopra indicate.

Ancora, il piano provinciale prevede che tutti i rifiuti indifferenziati (poco più di 100 mila tonnellate nel 2009) prodotti in provincia siano indirizzati nei due impianti di trattamento meccanico biologico del rifiuto gestiti dalla Siem (società formata per il 75 per cento da capitale pubblico e per il 25 per cento da capitali privati).
Dalla loro lavorazione si ottiene:
a) Cdr (conforme ai requisiti previsti nel decreto ministeriale 5 febbraio 1998);
b) compost da rifiuti (conforme ai requisiti della deliberazione del comitato interministeriale del 27 luglio 1984);
c) compost di qualità (conforme ai requisiti previsti dal decreto legislativo n. 217 del 2006 e s.m.i.);
d) compost fuori specifica e resti non lavorabili destinati alla smaltimento finale nella discarica di Mariana Mantovana.

Nella nota anzidetta si sottolinea che le due tipologie di compost prodotte sono destinate, secondo le specifiche limitazioni d'uso, all'utilizzo agronomico (ma, come si vedrà di seguito, l'utilizzo del compost di cui al punto 2 ha creato notevoli problemi, tant'è che ad oggi viene smaltito in discarica), mentre il Cdr, pari a 38.547 tonnellate nel 2009, è stato destinato ai seguenti utilizzatori: Bas e Italcementi (BG) 9.329 tonnnellate; Lomellina Energia (PV) 5.778 tonnnellate; Sama (MN) 15.753 tonnellate; Aem (CR) 249 tonnellate; Hera (RA) 6.619 tonnellate; Appia Energy (TA) 822 tonnellate.
Per quanto attiene ai rifiuti ingombranti (circa 11 mila tonnellate nel 2009), questi sono raccolti nei vari comuni e inviati principalmente nell'impianto di Siem di Castel Goffredo, dalla loro lavorazione si ottengono materie destinate al recupero e scarti inviati alla discarica Mariana Mantovana.
Le frazioni oggetto di raccolta differenziata, pari a circa 100 mila tonnellate, seguono le filiere del recupero secondo quanto indicato dai vari consorzi (Conai, Corepla, Raee, e altri ancora), mentre la frazione umida (verde e organico) da raccolta differenziata è destinata al


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compostaggio nei quattro impianti presenti in provincia situati nei comuni di: Castiglione delle Stiviere (Biociclo), Ceresara (Siem), Mantova (Fincom), Pieve di Coriano (Siem).
Relativamente ai flussi dei rifiuti speciali, il Ppgr si limita a fornire una «fotografia» sulla movimentazione degli stessi. Il monitoraggio, in attesa dell'applicazione del Sistri (sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti), avviene tramite l'analisi dei dati Mud (modello unico di dichiarazione ambientale inviato dalle imprese alle camere di commercio) bonificati, forniti ogni anno dal catasto rifiuti di Arpa Lombardia, che rende possibile la verifica delle varie movimentazioni. La produzione totale di rifiuti speciali si aggira attorno alle 600 mila tonnellate (Mud 2007, ultimo dato disponibile) secondo le specifiche fornite da Ispra.
Le oltre 200 Aziende presenti in provincia di Mantova autorizzate alla gestione dei rifiuti (in via ordinaria, semplificata o in Aia), sono soggette a controlli, amministrativi e in sito, sia da parte di personale dell'amministrazione provinciale, che da personale Arpa.
Nella nota si pone in evidenza che dal 1o aprile 2010 Mantova ambiente e Siem si sono fuse in un'unica società denominata Mantova ambiente (doc. 459/2) provincia di Mantova in data 5 maggio 2010).
Dalla nota congiunta del prefetto e del questore di Mantova, in data 9 febbraio 2011 (doc. 675/1), risulta che nella provincia non è stata rilevata la presenza di attività illecite poste in essere da sodalizi criminosi nel ciclo dei rifiuti, anche in considerazione del fatto che, nel mantovano, è prevalentemente pubblico l'assetto proprietario delle imprese addette alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti, in particolare fa capo alla Tea (territorio energia ambiente), azienda leader del settore operante nel territorio.
Favorita anche dall'elevato livello delle condizioni socio economiche, la situazione generale nella provincia di Mantova non evidenzia quindi, nell'ambito dei suoi settanta comuni, particolari elementi di criticità connessi al ciclo integrato dei rifiuti, sia urbani che speciali.
La significativa estensione della raccolta differenziata dei rifiuti urbani ha peraltro comportato una notevole riduzione dello smaltimento nella discarica sita nel comune di Mariana Mantovana.
Per quanto attiene gli impianti di trattamento e di smaltimento dei rifiuti non differenziati (speciali) allo stato attuale sono attivi nel territorio provinciale due impianti di trattamento meccanico biologico ubicati, rispettivamente, nei comuni di Pieve di Coriano e di Ceresara.
Nel documento anzidetto si sottolinea che il costante monitoraggio e controllo delle attività potenzialmente inquinanti, anche alla luce del costante adeguamento normativo a tutela dell'ambiente (legge n.179 del 2002 e decreto legislativo n. 36 del 2003) effettuato dall'Arpa, dall'Asl e dal Noe dell'Arma dei Carabinieri, non ha posto in evidenza situazioni di criticità o di infiltrazioni da parte di organizzazioni criminali.
Per quanto riguarda le notizie di reato, si segnala una indagine condotta dalla Guardia di finanza, che ha portato alla individuazione di un traffico di rifiuti tossici pericolosi nell'area settentrionale della provincia, avente ad oggetto sostanze che si ritengono provenienti da aziende del nord Italia, in particolare in provincia di Verona, operanti nel settore della produzione di tessuti in similpelle.
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Le relative attività di polizia hanno portato al sequestro di oltre mille fusti metallici da 200 litri contenenti rifiuti tossici e di un capannone industriale di circa metri quadri 600 nel territorio del comune di Redigo (MN), nonché alla denuncia di due persone per violazione degli artt. 256 e 260 del decreto legislativo n.152 del 2006.
Titolare delle indagini è tuttora la procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere (CE) (doc. 459/1 del prefetto di Mantova in data 20 maggio 2010).
Roberto Migliori, comandante del Noe di Brescia, nel corso dell'audizione del 9 febbraio 2011, ha riferito:
a) che il comando carabinieri tutela per l'ambiente è strutturato in modo da avere nel territorio nazionale ventinove nuclei operativi ecologici;
b) che alcune regioni ne hanno uno a livello di capoluogo regionale, altre come la Toscana, la Sicilia e la Lombardia ne hanno due (c'è il Noe di Brescia e quello di Milano), tendenzialmente presso le sedi di Corte d'appello o dove ci sono particolari di criticità, tanto che in Campania i Noe sono tre; che la competenza è di tipo distrettuale, quindi il Noe di Brescia ha competenza sulle province di Bergamo, Brescia, Cremona e Mantova (il distretto della Corte d'appello);
c) che l'organico previsto per il reparto di Brescia è di dieci persone, ma attualmente è di sei collaboratori;
d) che in campo ambientale il traffico illecito di rifiuti è l'unico delitto per il quale possono essere disposte intercettazioni telefoniche;
e) che la normativa in vigore non era di aiuto nella repressione dei reati, posto che, trattandosi fondamentalmente di reati contravvenzionali, le pene erano irrisorie.

A quest'ultimo proposito, e solo a mo' di esempio, il comandante Migliori ha rappresentato quanto accaduto a un'azienda di Brescia, dove si era verificato un incidente radioattivo, che aveva portato alla fusione di una sorgente radioattiva e erano risultate positive le polveri di abbattimento fumi.
Ebbene, nonostante la gravità del fatto, la normativa vigente - per quanto riguarda la gestione illecita di rifiuti radioattivi - prevede la sanzione sino a tre mesi di arresto in caso di condanna.
Appare evidente che l'attuale normativa è del tutto insufficiente e inidonea a fare fronte a fatti di notevole gravità per l'ambiente, posto che, al di là dell'assoluta inadeguatezza del sistema sanzionatorio, non è comunque possibile il ricorso a particolari strumenti di indagine volti a scoprire le eventuali responsabilità e a contrastare seriamente il fenomeno, in quanto la maggior parte dei reati ambientali non prevede l'utilizzazione di intercettazioni telefoniche. Viceversa, è auspicabile l'introduzione dei delitti ambientali nel codice penale con pene adeguate al rischio che deriva dalla gestione illecita di queste tipologie di rifiuti che, al di là del danno immediato, a volte causano disastri ambientali per un tempo indefinibile.


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Il comandante Migliori ha riferito di una indagine della procura di Mantova, relativa alla ditta Siem, società intercomunale di cui si è detto, composta dalla quasi totalità dei comuni della provincia di Mantova che, occupandosi della raccolta e del trattamento dei rifiuti solidi urbani dei comuni della provincia, produceva Cdr non a norma per la presenza di cromo in eccesso rispetto alla norma e di elevate percentuali di umidità, che veniva impropriamente destinato a impianti di produzione di energia elettrica e calore che si occupano del riciclo di sostanze legnose, tipo impianti a biomassa (quindi, destinato non a inceneritori classici, che nel mantovano mancano, bensì a termocombustori per recupero di calore e produzione di energia elettrica), con conseguente produzione di fumi, di rifiuti e di ceneri, diverse da quelle stabilite, e ciò aveva portato al sequestro di 6 mila ecoballe di Cdr, ritenute non utilizzabili, anche per la presenza di cromo.
Inoltre, l'anzidetta società pubblica produceva compost derivante dalla parte organica dei rifiuti che conteneva metalli pesanti e che, come tale, non era utilizzabile in agricoltura, ma che, viceversa, veniva sparso nei terreni agricoli, sulla base di una normativa non più applicabile.
A tale proposito, il comandante Migliori ha riferito che la Siem, spandendo il suddetto compost sui terreni agricoli, aveva risparmiato il costo dello smaltimento come rifiuto speciale pericoloso, costo risparmiato che, nell'arco del triennio 2007/2009, era stato pari ad oltre 3 milioni di euro, pur se nella vicenda de qua non risulta accertato un tornaconto personale degli amministratori.
Le tecniche di diffusione sul territorio sono state varie. E, così, il compost in molti casi è stato regalato ad agricoltori, a volte compiacenti, a volte convinti che quello fosse un buon fertilizzante; viceversa, in altri casi, il compost è stato sparso nei terreni, all'insaputa dei proprietari.
Il dottor Antonino Condorelli, procuratore della Repubblica in Mantova, nel corso dell'audizione del 9 febbraio 2011 - dopo aver posto in evidenza che, in virtù dell'articolo 11 legge 13 agosto 2010 n. 136, che ha modificato sul punto l'articolo 51, comma 3 bis, c.p.p. la competenza a indagare sul traffico dei rifiuti, di cui all'articolo 260 decreto legislativo n. 152 del 2006, è stata attribuita alla direzione distrettuale antimafia e dunque che nella specie la competenza spettava alla procura di Brescia - ha riferito, anch'egli, in ordine alla Siem, società pubblica partecipata dalla provincia di Mantova e da 69 su 70 comuni della provincia mantovana (solo il comune di Monzambano non è socio), che riceveva la raccolta indifferenziata di tutti i rifiuti solidi urbani, che venivano sottoposti a una vagliatura di massima, senza alcun pretrattamento, tant'è che vi era di tutto, persino motori, e che venivano distribuiti in frazione secca e frazione umida.
Quest'ultima veniva trattata come compost (terminologia oggi soppressa e sostituita da quella di «rifiuto bio stabilizzato»).
Il compost prodotto dalla Siem aveva grossi problemi di qualità e di natura, per la presenza di metalli pesanti, idrocarburi e oli minerali, tali da costituire secondo alcuni addirittura motivo di creazione di nuovi siti inquinati e, tuttavia, veniva sparso sui terreni,
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a seguito dell'autorizzazione della provincia di Mantova, che aveva il doppio ruolo di socio della Siem e di controllore dell'attività che la stessa svolgeva.
Le quantità trattate erano rilevanti, in quanto tutta la provincia gravava su due insediamenti, posti rispettivamente a Pieve di Coriano e a Ceresara.
La vicenda era nata a seguito delle lamentele di alcuni cittadini, che sentivano cattivi odori; era così intervenuto un funzionario dell'Arpa, il quale aveva segnalato il fatto ai carabinieri (le indagini sono state svolte dal Noe di Brescia ed è stata anche effettuata una consulenza tecnica collegiale). Viceversa, la provincia aveva immediatamente contestato l'attività dell'Arpa, sostenendo che era tutto in regola e che le autorizzazioni concesse erano legittime, contrariamente a quanto ritenuto anche dalla stessa procura della Repubblica.
Ancora, la provincia, dopo l'intervento della procura, ha rilevato pubblicamente che la modifica del sistema avrebbe provocato l'aumento delle tariffe, posto che tale smaltimento costava complessivamente molto meno, rispetto allo smaltimento in discarica ovvero a un trattamento corretto dello stesso compost, come sarebbe dovuto legittimamente intervenire.
Nella specie, non sono state ravvisate specifiche ipotesi di reato, diverse da quelle connesse alle modalità di smaltimento, ma un coacervo di interessi che coinvolgevano i trasportatori del compost «fuori specifica» e i proprietari dei terreni sui quali il compost veniva sparso, posto che lo stesso veniva ceduto a prezzi simbolici e che non venivano rispettate né la regola dell'individuazione dei terreni sui quali spandere il materiale, né quella del limite dello spandimento, pari a 300 quintali per ettaro, nell'assenza di ogni forma di controllo.
In pratica, a fronte di un sicuro risparmio dell'ente pubblico, ma con rischi per la salute, rispetto allo smaltimento in discarica, vi era una cosiddetta «catena di pressione» che ha molto guadagnato da tale attività: vi erano, cioè, «soggetti privati» che, in collegamento con la Siem, gestivano tale commercio, individuando altresì i contadini disponibili a ricevere tale tipologia di compost.
Il dottor Condorelli ha riferito che il Ministero dell'ambiente, al quale i Noe si erano rivolti, riteneva che - fermo rimanendo il controllo sullo spandimento e sulle autorizzazioni - lo stato della legislazione consentiva il suddetto uso del compost, in forza di una norma transitoria, pur se si trattava di interpretazione che sacrificava l'interesse generale e della collettività.
Sta di fatto che, dopo i sequestri effettuati dei cumuli di compost, la società ha cominciato a smaltire tali rifiuti nelle discariche.
Sul punto è anche intervenuto Luigi Salardi, già presidente della Siem Spa e attualmente presidente di «Mantova ambiente», società sorta dalla fusione della Siem con la Sisam.
La Siem è una società pubblica, che ha, come soci, 69 comuni - su 70 - della provincia di Mantova, ai quali va aggiunta l'amministrazione provinciale, e che si occupa della raccolta indifferenziata e del trattamento dei rifiuti urbani.
Dalla lavorazione dei rifiuti la Siem ricava tre tipi di materiale.
Il primo prodotto è costituito dal compost «fuori specifica» proveniente dalla lavorazione di rifiuti provenienti dalla raccolta
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indifferenziata e autorizzato dalla delibera del Comitato interministeriale del 27 luglio del 1984 n. 27, emessa sulla base della normativa contenuta nella legge n. 748 del 1984, cui erano seguite autorizzazioni via rilasciate negli anni (l'ultima era del 2006) dall'amministrazione provinciale in conferenza di servizi con l'Arpa, l'Asl e con i comuni interessati, che sono sede di impianti.
Il secondo prodotto è costituito dal compost «di qualità», che viene ricavato dalla lavorazione dell'organico e del verde.
Com'è noto, l'altro materiale ricavato dalla lavorazione di questi rifiuti è il Cdr, cioè, il combustibile da rifiuti.
Nell'estate del 2009 - ha riferito il Salardi - nonostante che gli organi interessati avessero rilasciato le autorizzazioni ancora nel 2006, pur in presenza della nuova normativa di cui al decreto legislativo n. 152 del 2006, l'Arpa aveva cominciato a fare dei sopralluoghi per controllare il materiale depositato; in particolare, aveva svolto controlli sul compost proveniente dalla raccolta indifferenziata che, una volta lavorato, veniva distribuito nei campi, sostenendo - senza mettere in discussione le autorizzazioni rilasciate dalla provincia - che la normativa che avrebbe dovuto essere seguita non era quella del decreto interministeriale, ovvero la legge del 1984, bensì quella del decreto legislativo n. 217 del 2006 (revisione della disciplina in materia di fertilizzanti).
Il problema era stato comunque superato posto che, a seguito dell'intervento del comune di Mantova (a sua volta, attivato dalla segnalazione di alcuni cittadini della zona di Corte Castiglioni), a partire dal mese di settembre 2009, tale tipologia di compost non era stata più prodotta.
Nella sostanza, il Salardi ha contestato il comportamento, a suo dire, contraddittorio dell'Arpa che, pur nell'assenza di revoca della relativa autorizzazione concessa dalla provincia alla Siem per la produzione della suddetta tipologia di compost, svolgeva indagini sull'uso di tale compost, posto che l'intervento dell'autorità giudiziaria era avvenuto successivamente.
Quindi, il Salardi ha concluso che «noi siamo vittime delle diverse interpretazioni che gli enti di controllo e quelli che hanno la competenza dell'autorizzazione hanno dato su questo tema».
A fronte della contestazione dell'on. Giovanni Fava, componente della Commissione d'inchiesta, secondo cui il compost prodotto dalla Siem era fuori anche dai parametri di cui alla delibera del comitato interministeriale del 27 luglio del 1984, il Salardi ha sostenuto che l'Arpa aveva effettuato i prelievi non sul materiale uscito dagli impianti, bensì sul materiale che da molti mesi si trovava nei campi esposto alle intemperie, considerato che in caso di pioggia il materiale organico si perdeva, mentre rimanevano sul terreno soltanto i materiali consistenti, come la plastica.
Osserva la Commissione d'inchiesta che il rilievo effettuato dal Salardi, al di là del distinguo operato, vale come ammissione di responsabilità, dal momento che non è concepibile che in tal tipologia di rifiuto - non trattato e proveniente dalla raccolta indifferenziata - non vi sia anche della plastica, oltre a tutte le altre sostanze inquinanti pure contenute e acclarate dallo stesso procuratore della
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Repubblica, nel corso della sua audizione (metalli, oli minerali, idrocarburi, ecc..).
Tutto ciò senza considerare le stesse anomale modalità di spandimento sui terreni del suddetto compost.
Allo stato, va dato atto che la Siem, pur contestando formalmente i prelievi effettuati dall'Arpa, ha avviato il compost derivante dalla raccolta indifferenziata nelle discariche, e non più nei campi, con conseguente aumento delle tariffe per la raccolta.
L'intera vicenda è stata ricostruita da Vincenzo Ottoni, Responsabile dell'area rifiuti dell'Arpa di Mantova il quale, nel corso dell'audizione del 9 febbraio 2011, ha riferito:
a) che nella provincia di Mantova la raccolta differenziata avviene in non più di dieci sui settanta comuni della provincia, mentre tutti gli altri comuni raccolgono il rifiuto indifferenziato, che viene portato negli impianti Siem, dove viene separato;
b) che gli accertamenti svolti sul compost ottenuto dalla lavorazione dei rifiuti indifferenziati tal quali e utilizzato in agricoltura avevano consentito di rilevare la presenza di metalli pesanti e di oli minerali in forte concentrazione;
c) che la Siem per poter utilizzare in agricoltura il compost anzidetto aveva fatto riferimento alle disposizioni contenute nel decreto del Presidente della Repubblica n. 915 del 1982, che era già stato abrogato dal decreto legislativo 5 febbraio 1997 n. 22 (c.d. decreto Ronchi), mentre l'attuale disciplina contenuta nel decreto legislativo 29 aprile 2006 n. 217 faceva divieto di utilizzare come compost l'indifferenziato contenuto nel cassonetto, statuendo che l'unico compost da produrre e utilizzare, oltre quello derivante dalle potature, è quello ottenuto dalla lavorazione della frazione organica;
d) che, comunque, attualmente e già da oltre un anno, la Siem, dopo la fusione con altra società, smaltisce in discarica il compost ottenuto dalla lavorazione dei rifiuti indifferenziati;
e) che, nonostante che l'Arpa abbia effettuato le analisi sui cumuli sia in campagna che presso gli impianti su richiesta del Noe dei carabinieri, la provincia di Mantova aveva promosso ben otto ricorsi davanti al Tar, impugnando i provvedimenti di certificazione analitica e i rapporti di prova, sul presupposto che l'Arpa nelle analisi eseguite non utilizzava la normativa contenuta nel decreto del Presidente della Repubblica 10 settembre 1982 n. 915, ritenuta ancora in vigore dalla provincia di Mantova.

A questo punto, il conflitto istituzionale che vede contrapposti Arpa e provincia di Mantova riesce incomprensibile considerato che, dopo l'intervento della procura della Repubblica, la Siem si è adeguata ai rilievi dell'Arpa, smaltendo in discarica tale tipo di compost.
Come si è sopra accennato, le indagini sulla vicenda, già svolte dalla procura di Mantova, sono state proseguite per competenza dalla procura distrettuale di Brescia, dal momento che tra i reati contestati vi è quello di cui all'articolo 260 del decreto legislativo n. 152 del 2006 e hanno investito anche la produzione del Cdr, dal momento che da


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alcuni campionamenti è emerso che non venivano rispettati i limiti del 25 per cento di umidità.
Su quest'ultimo punto, Fabrizio Cristofori, ex direttore della Siem Spa, ha riferito che, a partire dal 2005, fino a quando non è intervenuta la magistratura, erano stati sempre utilizzati degli stoccaggi cosiddetti «areati», nel senso che le modalità di stoccaggio del Cdr avvenivano mediante insufflazione d'aria. L'insufflazione veniva ritenuta necessaria, dal momento che il Cdr veniva «stoccato» in capannoni che avevano tre lati chiusi e uno aperto.
Il Cdr, infatti, costituito prevalentemente da carta e cartone, tende ad assorbire l'umidità presente nell'atmosfera; sicché, per evitare ciò, si faceva un'insufflazione d'aria, effettuando in tal modo una sorta di phon a freddo, che consentiva di abbassare il livello di umidità.
Erano però intervenuti i Carabinieri del Noe, i quali hanno ritenuto che questa attività doveva essere considerata come attività di trattamento e, come tale, soggetta ad autorizzazione della provincia. È così accaduto che, eliminato questo sistema di stoccaggio, il Cdr lasciato nei capannoni, si deteriorava.
Quest'ultima circostanza è stata confermata dal procuratore della Repubblica il quale, come già riportato dal comandante Migliori, ha riferito che erano state sequestrate n. 6 mila ecoballe di Cdr, ritenute inutilizzabili, non solo, per la presenza di percentuali di umidità, ma anche per la presenza di cromo, che non lo rendevano idoneo a bruciare come combustibile, aggiungendo che il Cdr era destinato a forni del mantovano, che non erano a norma.
Attualmente, il Cdr viene conferito presso gli impianti Hera di Ravenna, presso la Lomellina Energia in provincia di Pavia e presso la Bas di Bergamo.
Come si è detto, tutta la vicenda relativa alle modalità di smaltimento dei rifiuti da parte della Siem sia del compost fuori specifica, sia del Cdr, è fuoriuscita dall'ambito del dibattito politico e amministrativo e ha assunto precisi profili penali, posto che nei confronti degli attori principali la procura distrettuale di Brescia, in data 4 maggio 2012, ha notificato avviso di conclusione delle indagini preliminari, ex articolo 415 bis c.p.p. per i reati di cui agli artt. 110 c.p., 260, 256, 269, 279 decreto legislativo n. 152 del 2006 (doc. 1212/4).

11.2 - La situazione delle bonifiche

Altro importante tema ambientale è quello che investe il sito di interesse nazionale (Sin) Laghi di Mantova e polo chimico, la cui situazione è particolarmente critica (cfr. relazione dell'Asl di Mantova 8/15 febbraio 2011 in doc. 676/1).
L'area, che ospita gli insediamenti industriali di Mantova, è situata alle porte della città, sulla riva opposta dei piccoli laghi formati dal Mincio, in una zona industriale che si è incuneata nei quartieri di Virgiliana e Lunetta - Frassino. Gli insediamenti industriali, sorti a partire dal 1956 in un territorio a vocazione agricola, si sono sviluppati su un'area delimitata, a nord, dalla linea ferroviaria


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Mantova - Padova - Monselice, a est, dal Canale Diversivo Mincio e a ovest e sud dal fiume Mincio.
All'interno dell'area perimetrata del Sin - oltre all'area pubblica costituita dalla zona lacuale - sono state individuate 16 unità (aziende ed aree private): raffineria Ies Italiana Energie e Servizi Spa (di seguito, raffineria Ies) Area Villette Ies, Belleli Energy Srl, EniPower, Polimeri Europa, Syndial, Colorificio Freddi, Tea, Distributore Claipa, Distributore Eni, Itas, Posio, Sogefi, Azienda agricola Cascina Le Betulle, Sol, Area Porto Valdaro.
Il Sin di Laghi di Mantova e polo chimico è stato perimetrato con il decreto del Ministro dell'ambiente del 7 febbraio 2003, pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 21 aprile 2003 n. 86, e include l'area del polo industriale di Mantova, le aree dei laghi di mezzo inferiore, la riserva naturale della «Vallazza», alcuni tratti del fiume Mincio con le relative sponde e aree private (quali appunto l'area del Polo industriale), per un area totale di circa 10 Km2, pari al 15 per cento del territorio comunale.
Dal punto di vista geografico e amministrativo il Sin si compone di quattro quartieri del comune di Mantova (Lunetta, Virgiliana, Frassine e Valletta Valsecchi) e di un quartiere, Mottella, appartenente al piccolo comune limitrofo di San Giorgio di Mantova.
In particolare, la città di Mantova è ubicata sulla sponda destra del fiume, mentre su quella sinistra insiste il polo chimico, che dista dal centro cittadino appena due chilometri.
In generale, nel sito perimetrato è stata rinvenuta una forte contaminazione di suolo, sottosuolo e falda acquifera da metalli pesanti, principalmente, mercurio per le aree lacustri e fluviali.
In particolare, le acque di falda presentano una contaminazione da solventi organici aromatici (benzene, stirene e cumene), idrocarburi, solventi organo - alogenati e metalli pesanti; inoltre è stata riscontrata la presenza di fase organica, denominata «surnatante», costituito da un misto schiumoso e di grosso spessore di sostanze solide e liquide, amalgamate, provenienti da lavorazioni chimiche e, in particolare, da idrocarburi che galleggiano nelle acque di falda.
All'interno della complessa contaminazione presente nel Sin, la relazione dell'Asl di Mantova pone in evidenza una serie di situazioni critiche principali, quali:
a) il surnatante presente nella falda nelle aree della raffineria Ies;
b) il surnatante presente nella falda dell'area occupata dalla Belleli Energy, attualmente privo di ogni provvedimento di messa in sicurezza d'emergenza (Mise);
c) il surnatante (solventi clorurati) dell'area occupata dalla Colori Freddi si dirige verso l'area dello stabilimento industriale della Polimeri Europa, con Mise da poco riattivata, concentrazioni in falda in aumento e mancanza di caratterizzazione;
d) la discarica di rifiuti presente in «Area Collina», di proprietà Syndial;

La raffineria Ies Spa occupa una superficie di circa 200 mila metri quadri, mentre l'area interessata al recupero del surnatante è di soli


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52 mila metri quadri Ciò significa che è necessario incrementare il sistema di recupero del surnatante mediante la costruzione di ulteriori pozzi dedicati.
A questo si aggiunge l'evidenza (confermata nella 9o campagna di monitoraggio eseguita dall'Arpa) di uno stato di contaminazione della falda, oltre gli sbarramenti idraulici attualmente in funzione, che sta a significare che l'attuale Mise risulta poco efficiente.
Nella relazione dell'Asl, che richiama il rapporto del giugno 2009 Arpa di Mantova, si sottolinea che nel sito di interesse nazionale sono ancora in corso di ultimazione la maggior parte dei «piani di caratterizzazione» dei terreni all'interno delle singole aziende e delle aree comprese e così:
a) la ditta Polimeri Europa sta ultimando la caratterizzazione dei terreni 0-1 m;
b) la ditta Bellely Energy sta ultimando la caratterizzazione delle ultime aree;
c) la ditta Colori Freddi deve ancora iniziare le attività di caratterizzazione;
d) l'azienda agricola Cascina Le Betulle deve consegnare il Piano di caratterizzazione.

Prima di redigere l'analisi di rischio, le ditte devono aver concluso le attività di caratterizzazione dei terreni. Inoltre non devono essere presenti sorgenti primarie; quindi, considerato che sono state trovate diverse contaminazioni di origine primaria e secondaria (es: surnatante) in Polimeri Europa, nella raffineria Ies e al di sotto della proprietà Belleli, si deve prima attendere la loro rimozione.
Si tratta di rimozione che, come si vedrà di seguito, è ben lontana dall'essere non solo realizzata, ma addirittura programmata.
Invero, deve essere rilevato che, nonostante l'oggettiva gravità della situazione, solo in data 31 maggio 2007 e, cioè, a distanza di oltre quattro anni dalla perimetrazione del Sin, è stato sottoscritto per il Sin un accordo di programma, promosso dal Ministero dell'ambiente. Sottoscrittori dell'accordo sono, oltre allo stesso Ministero dell'ambiente, la regione Lombardia, la provincia di Mantova, il comune di Mantova, il comune di Virgilio, il comune di San Giorgio di Mantova e il parco del Mincio.
Obiettivo dell'accordo è stato quello di assicurare la messa in sicurezza d'emergenza, la bonifica e il recupero delle aree pubbliche contaminate così da garantire la loro fruibilità, sulla base dei seguenti interventi:
a) la messa in sicurezza e bonifica della falda e delle acque superficiali;
b) la bonifica delle aree lacustri e fluviali;
c) la valutazione di sanità pubblica e lo sviluppo di uno studio epidemiologico.


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Per l'esecuzione delle suddette attività sono stati identificati i seguenti soggetti attuatori: Arpa Lombardia, Asl di Mantova, Icram (ora Ispra), Iss, Sogesid Spa, società in house del Ministero dell'ambiente, mentre la copertura finanziaria degli interventi è assicurata da fondi statali e dalle risorse relative alla transazione Ministero dell'ambiente-Enichem Polimeri Spa, (Syndial) per un totale di 15.722.727 euro.
Con riferimento alle risorse provenienti dalla transazione Ministero dell'ambiente-Syndial sopra menzionata (per un totale previsto nell'accordo di 450 euro) occorre sottolineare che, come risulta dalla documentazione trasmessa dal Ministero dell'ambiente alla Commissione (cfr. doc. n. 1162/03), alla data del 29 marzo 2012, l'atto transattivo, che prende le mosse dal contenzioso civile Ministero dell'ambiente c. ECP Enichem Polimeri s.p.a. (ora Syndial) per l'inquinamento delle acque del canale ex Sisma provocato dalle attività industriali dello stabilimento chimico svolte dalla società ex Montedipe, non era stato stipulato.
Tutto ciò, mentre permane la necessità di salvaguardare le esigenze produttive del sito industriale che insiste sull'area del Sin, posto che anche nella nota congiunta del prefetto e del questore di Mantova, in data 9 febbraio 2011 (doc. 675/1), viene sottolineato - a motivo del rilevante impatto ambientale e occupazionale - il ruolo particolare assunto dal c.d. «Polo chimico di Mantova», che è sorto nel 1956 nella prima periferia del capoluogo, è raccordato mediante pipe-lines, agli analoghi siti produttivi di Ravenna, Ferrara e Porto Marghera (VE) e vi trovano occupazione complessivamente circa 1.800 addetti.
Numerose sono infatti le aziende del settore che operano all'interno del Polo chimico di Mantova. Oltre alla Polimeri Europa Spa (ex Enichem), che dal 2002 costituisce il più importante stabilimento produttivo su una superficie di ben 125 ettari con 960 dipendenti, nel Polo chimico sono insediate le seguenti altre importanti strutture:
lo stabilimento Enipower Spa del Gruppo Eni, con 55 dipendenti e che produce energia elettrica;
la raffineria petrolifera Ies Spa, acquisita di recente dal Gruppo MOL, di nazionalità ungherese, con circa 300 addetti, che produce benzine e materiali bituminosi, trasformando annualmente 2 milioni e 500 mila tonnellate di petrolio greggio ;
lo stabilimento metalmeccanico della Belleli Energy Srl, che si estende su una superficie di circa 50 ettari di superficie e produce impianti industriali e piattaforme petrolifere offshore.
lo stabilimento Sol Spa, inserito nell'ambito produttivo della Polimeri Europa, che produce gas tecnici (ossigeno, azoto e argon) e occupa una decina di addetti;
l'industria Colori Freddi San Giorgio Srl, che produce e commercializza colori, vernici, solventi e affini, occupando circa 36 dipendenti;
lo stabilimento Crion Sapio Srl, che produce e commercializza gas tecnici (ossigeno, idrogeno, azoto e argon), occupando una cinquantina di dipendenti.


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In tale contesto, appare evidente che la bonifica del Sin e il risanamento ambientale devono essere coniugati con la salvaguardia dei livelli occupazionali, essendo ritenuta insostenibile - allo stato - ogni improbabile proposta di delocalizzazione.
Sulla situazione del Sin ha riferito Roberto Migliori, comandante del Noe di Brescia, nel corso dell'audizione del 9 febbraio 2011, parlando anche lui di una struttura, quella della raffineria Ies che operava dal 1953, ma che aveva determinato un grave inquinamento ambientale, sì da essere ricompreso in un Sin.
Era infatti accaduto che gli idrocarburi pesanti si erano infiltrati nel terreno, scendendo a profondità sempre maggiori sino a raggiungere la falda acquifera.
Com'è noto, gli idrocarburi sono composti da varie sostanze, alcune più leggere altre più pesanti, ma quella più pericolosa è la componente leggera che in quanto tale galleggia sull'acqua, tanto che viene definita «surnatante».
Al momento - ha proseguito il comandante Migliori - quale messa in sicurezza di emergenza dell'area occupata dalla raffineria Ies, allo scopo di evitare che l'inquinamento si allarghi e giunga al Mincio, sono state installate una serie di pompe che emungono l'acqua nel terreno, creando una depressione che riesce a risucchiare il surnatante, a portarlo in superficie e ad avviarlo a uno smaltimento, risultato regolare.
Invero, pur concorrendo tutti siti industriali all'inquinamento della falda, tant'è che ciascuna delle ditte interessate si occupa - o dovrebbe occuparsi - della caratterizzazione del proprio terreno, particolarmente critiche e degne della massima attenzione sono le situazioni delle aree occupate, rispettivamente, dalla raffineria Ies, dalla Belleli Energy Cpe, dall'Industria Colori Freddi S. Giorgio e dalla Syndial.
Sulla raffineria Ies si è soffermato, tra gli altri, Maurizio Fontanili, presidente della provincia di Mantova, nel corso della sua audizione del 10 febbraio 2011, riferendo che la stessa, dopo una serie di passaggi di proprietà, era stata acquistata da un'importante multinazionale, la Mol, con sede in Ungheria.
La Ies aveva sviluppato una rete di distribuzione passando da 5 a 120-130 distributori e aveva raggiunto un fatturato di circa 2 miliardi di euro, con utili pari a 15/20 milioni di euro all'anno negli ultimi anni.
Il periodo di massimo inquinamento determinato dalla raffineria della Ies, come, peraltro, per tutte le raffinerie in Italia, è stato prevalentemente negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.
Allo stato, risulta accertata l'esistenza al di sotto della raffineria, nella falda d'acqua superficiale, di un surnatante che galleggia, come l'olio abitualmente fa al di sopra dell'acqua (il surnatante è un composto di oli, benzine e petroli) in un'area di 150-200 mila metri quadri e, nel corso dell'anno 2010, erano state svolte alcune indagini al fine di verificare se si trattasse solo di una situazione in via di esaurimento o di una situazione «rifornita», quindi in fase d'inquinamento.
Purtroppo, è stato accertato che esistevano zone di filtrazione in alcuni serbatoi e in alcune vie di transito del carburante, sicché


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l'azienda si è impegnata a installare un doppio fondo in ciascun serbatoio, ma si tratta di un'operazione che non potrà essere realizzata in poco tempo.
A sua volta, Giorgio Rebuschi, assessore all'ambiente della provincia di Mantova, nel corso della suddetta audizione, si è riportato alla relazione Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) protocollo 40636 del 29 novembre 2010 - che a seguito del sopralluogo eseguito in data 14 settembre 2010 - aveva posto in evidenza una serie di inadempienze da parte della Ies, con particolare riguardo all'assenza di impermeabilizzazione, all'assenza di reti di raccolta delle acque meteoriche e via elencando e ha riferito che la Ies era stata denunciata alla procura della Repubblica nel 2006.
Nel contestare il rilievo mosso dall'on. Giovanni Fava, componente della Commissione parlamentare di inchiesta, in ordine all'accusa di omesso controllo da parte della provincia, l'assessore all'ambiente ha affermato che, per quanto riguarda il tema complessivo del polo chimico, era stata svolta dagli uffici dell'assessorato un'azione molto chiara presso il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, con comunicazioni personali dello stesso assessore all'ambiente, il quale sulla base dei dati dell' Arpa, aveva posto in evidenza che la messa in sicurezza del polo chimico non era efficace.
«Per quanto riguarda il tema della Ies - ha proseguito Rebuschi - siamo andati anche oltre. La Ies è l'unica azienda nel polo chimico che ha l'autorizzazione integrata ambientale. Il controllo delle prescrizioni delle Aia compete a Ispra, ma noi, in modo volontario - vi lascerò i verbali e gli atti - abbiamo costituito un tavolo formato dal comune di Mantova, dall'Arpa, dall'Asl e dalla stessa Ies, dove abbiamo passato in rassegna, prescrizione per prescrizione, tutte le indicazioni contenute nelle Aia e nelle valutazioni di impatto ambientale».
Ancora l'assessore all'ambiente ha sottolineato di avere più volte comunicato al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare che la messa in sicurezza svolta dalla Ies nello specifico non era sufficiente e andava implementata, tant'è che, nel mese di ottobre 2010, il Ministero - tramite la solita Sogesid Spa - aveva presentato il primo progetto di messa in sicurezza definitiva del polo chimico e, in più, un progetto definitivo di messa in sicurezza delle aree Ies e Belleli, dove era presente una lingua di surnatante, che stava andando verso i laghi di Mantova, nell'assenza di alcuna attività di messa in sicurezza.
In ordine a tale progetto l'Arpa, la provincia e il comune di Mantova avevano mosso alcune osservazioni, che traevano origine nel fatto che sia la Polimeri, sia la Ies, a loro volta, avevano predisposto progetti per la messa in sicurezza delle rispettive aree di competenza, ma mancava un coordinamento tra i due progetti.
Si tratta di un problema di carattere generale, dal momento che la pluralità di progetti di caratterizzazione del sito, oltre che degli enti privati preposti alla loro attuazione, lungi dal favorire la soluzione dei problemi del polo chimico di Mantova, l'allontana, in mancanza di una seria ed efficace attività di coordinamento delle varie iniziative
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da parte della provincia e del Ministero dell'ambiente nel corso degli anni.
Comunque, allo scopo di effettuare una completa caratterizzazione del sito, in funzione della messa in sicurezza di emergenza, la provincia aveva chiesto al Ministero dell'ambiente alcune deleghe per cercare di coordinare le singole operazioni da parte delle aziende interessate e per renderle più efficaci, ma nessuna delega è stata ad oggi mai conferita.
In conclusione sul punto, il presidente della provincia e l'assessore all'ambiente, pur dando atto del fatto che la maggior parte del surnatante sotto la Ies riguardava un'assoluta cattiva gestione del passato, ma che la Ies stava migliorando la situazione, perché stava aspirando il surnatante attraverso alcuni piezometri, hanno ammesso che comunque la situazione non era sotto controllo, in quanto persisteva ancora «una piccola possibilità di rifornimento dell'inquinamento», alla luce del fatto che i serbatoi del carburante non erano stati tutti impermeabilizzati con la creazione di doppifondi, operazione che sarebbe stata completata solo nel 2017.
A proposito della Ies, il procuratore della Repubblica in Mantova, dottor Antonino Condorelli, nel corso delle audizioni del 9 febbraio 2011 e del 9 maggio 2012, si è soffermato soprattutto sull'inquinamento dell'aria, riferendo ha riferito che la consulenza tecnica sulla qualità dell'aria (cfr doc 1212/5) ha acclarato criticità che vanno al di là dei singoli episodi, determinata dai gas in uscita dalla raffineria, che è posizionata vicino al centro cittadino.
In particolare, il procuratore della Repubblica ha riferito delle prescrizioni dell'autorizzazione ambientale integrata (Aia), rilasciata nell'anno 2009, il cui rispetto era affidato all'Arpa, ragion per cui se nelle centraline di via Ariosto si verificavano superamenti di SO2 (diossido di zolfo, gas fortemente irritante per gli occhi e il tratto respiratorio, che può causare edema polmonare e, in caso di esposizione prolungata può portare alla morte) e di Pm10 (polveri sottili inabili pericolose per la salute), la raffineria non avrebbe dovuto usare olio combustibile ovvero usare olio combustibile con minore quantità di zolfo.
Viceversa, la Ies, per quanto riguarda le polveri sottili, contravvenendo alle prescrizioni Aia, si limitava solo a ridurne le quantità di olio combustibile, ma non a cessarne l'utilizzo e ometteva di posizionare i misuratori ai camini per il calcolo delle quantità di polveri sottili pericolose Pm5 o Pm10, correndo, addirittura, nel caso di prolungata infrazione, il rischio di una misura cautelare di chiusura dello stesso stabilimento.
Inoltre, era stato installato l'impianto di desolforazione (com'è noto volto a eliminare lo zolfo dal gasolio e dalla benzina) e, pur tuttavia, risultava fuori limite la cosiddetta «bolla di raffineria», cioè il totale delle emissioni, che allo stato erano fuori limite rispetto alle prescrizioni contenute nell'Autorizzazione Integrata Ambientale ministeriale, la cui inosservanza determinava solo una sanzione pecuniaria.
La sanzione più rigorosa è prevista per l'attività non autorizzata, sicché si pone il problema se inserire le singole violazioni in un'attività non autorizzata.
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In tale contesto, è intervenuta l'Asl con lo strumento della «prescrizione» per il controllo delle fognature e dei serbatoi.
Invero, a seguito dei controlli effettuati, era stato rinvenuto pieno di buchi un serbatoio costruito nel 1968 e oggetto di manutenzione nel 1980, con previsione della prossima manutenzione al 2016, e ciò aveva determinato la presenza nel sottofondo di importanti quantitativi di acqua, non solo di processo, ma anche piovane, sicché quando nel 2006 era stato introdotto nel serbatoio bitume caldo a 130 gradi, si era creata una nube tossica di 25mila metri cubi, che aveva sfondato quello che restava del tetto.
Ancora, con riferimento alla problematica delle emissioni in atmosfera dello stabilimento Ies, il procuratore Condorelli, nel corso dell'audizione del 9 maggio 2012, ha dichiarato che la situazione era migliorata - dal momento che era stato installato un impianto di desolforazione, di recupero zolfo, che aveva consentito di abbattere del 90 per cento le emissioni di anidride solforosa - ma che erano insorte «alcune incomprensioni tra autorità di controllo, stabilimento e proprietà», che non accettava la prescrizione dell'Asl di misurare l'acido solfidrico in entrata, al fine di valutare la percentuale di abbattimento, sostenendo che ciò non era necessario, dal momento che la quantità di acido solfidrico in entrata era sempre la stessa, sicché «l'analizzatore sarebbe uno spreco».
Sul punto il dottor Condorelli ha, tuttavia, osservato come fosse intervenuta una singolare modifica dell'Aia che aveva aumentato da tre mg a metro cubo a cinque mg a metro cubo i limiti di acido solfidrico in uscita, sicché appariva contraddittorio che nel momento in cui si rimprovera all'Ies di non misurare l'acido solfidrico in entrata, le si consentiva di raddoppiare l'uscita di queste sostanze inquinanti.
Il dottor Condorelli ha inoltre rappresentato che il meccanismo delle «prescrizioni» dell'organo di polizia giudiziaria, qual è appunto la Asl, in materia di lavoro si ottiene l'adeguamento con il pagamento di una sanzione amministrativa. All'evidenza, il meccanismo delle prescrizioni è quindi insufficiente di fronte a carenze strutturali, come nel caso di specie, in presenza di un importante numero di serbatoi che perdono il prodotto, inquinando il terreno e la falda.
Da ultimo è intervenuta l'Ispra che ha parlato di una serie di negligenze nella gestione dei rifiuti pericolosi, nonché di rifiuti liquidi.
Sul punto bonifiche, il dottor Condorelli - a fronte delle inerzie riscontrate proprio nella gestione del Sin - ha lamentato l'avvenuta depenalizzazione del reato di non partecipazione al procedimento di bonifica, significando che l'attuale legislazione consente di configurare il reato di omessa bonifica solo in presenza di un progetto approvato, mentre prima di tale momento non vi sono comportamenti sanzionati penalmente.
Accade, infatti, che non è possibile porre in essere alcun intervento nella situazione di un colorificio (di proprietà Colori Freddi), che presenta uno stato di contaminazione che richiederebbe un intervento di bonifica urgente e che, tuttavia, non è possibile imporre, posto che, se il privato rifiuta di eseguire una bonifica, dovrebbe essere sostituito in danno dal soggetto pubblico (nel caso
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specifico il Ministero dell'ambiente) che, tuttavia, non può essere obbligato e che al momento non interviene per mancanza di risorse.
La situazione del sito di interesse nazionale Laghi di Mantova e polo chimico emerge in tutta la sua gravità anche dalla documentazione prodotta dalla stessa provincia di Mantova (672/3, pag. 24).
Nel frattempo, le numerose conferenze di servizi tenute presso il Ministero dell'ambiente (13 istruttorie e 8 decisorie), sono state del tutto inefficaci, dal momento che - come si è già visto per gli altri siti inquinati - le relative delibere non sono state osservate, né fatte osservare dalla provincia, cui compete tale onere, né, infine, sono stati attivati dal Ministero dell'ambiente i poteri sostitutivi per la realizzazione in danno delle opere, a causa della mancanza dei fondi necessari, che il Ministero è tenuto ad anticipare.
Non v'è dubbio infatti che non è possibile effettuare caratterizzazioni parziali delle singole aree del Sin, posto che l'inquinamento della falda investe tutte indistintamente le aree industriali.
Naturalmente siamo ancora nella fase degli studi preliminari, all'affannosa ricerca di quale degli stabilimenti industriali ha inquinato o continua a inquinare la falda, e non nella fase dell'inizio effettivo delle opere di messa in sicurezza di emergenza e di bonifica della stessa.
Dal canto suo, l'Arpa Lombardia - dipartimento di Mantova - nel rispetto del «Protocollo generale per l'investigazione delle matrici ambientali nei siti contaminati del comune di Mantova» (dicembre 2002), prosegue nell'opera di coordinamento delle attività di monitoraggio della qualità delle acque sotterranee, rappresentando una situazione che nel tempo peggiora.
Ebbene, nella relazione Arpa di validazione e commento dei risultati della IX campagna delle acque sotterranee del giugno 2009 prot. 95542 del 06 luglio 10, è detto testualmente:
a) relativamente all'area Ies, che «...circa il 60 per cento dell'area caratterizzata dalla presenza di surnatante non è interessata da una significativa attività di recupero del prodotto in quanto, in tali aree, la ditta Ies si limita a svuotare periodicamente i piezometri: si ritiene che tale attività di recupero, effettuata nell'ambito delle azioni di messa in sicurezza d'emergenza, sia del tutto insufficiente..»;
b) relativamente all'area Belleli Energy CPE che «.. poiché a valle dell'area interessata dal surnatante non è presente alcun sistema di sbarramento idraulico che intercetti il pennacchio di contaminazione che si genera in falda, le acque sotterranee scorrono indisturbate verso le aree vallive e il fiume Mincio...»;
c) relativamente all'Industria Colori Freddi S. Giorgio che «...a causa dell'assenza di un adeguato sistema di sbarramento idraulico la grave contaminazione presente. ..si rinviene ora nei pozzi a valle...».

La situazione risulta ancora più grave, se si considera il fatto che alcune delle aziende insediate si rifiutano in modo palese di attivare sistemi di Mise e altre hanno Mise insufficienti.
Con comunicazione del 25 agosto 2011 l'Arpa Lombardia - dipartimento di Mantova - ha reso noti i risultati della decima


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campagna di monitoraggio delle acque sotterranee eseguita nel mese di settembre 2010.
I risultati di tale campagna, che pongono in evidenza il permanere in molte aree di un grave stato di contaminazione delle acque sotterranee, sono di seguito riassunti.
Presso lo stabilimento Belleli Energy Cpe non è attivo alcun sistema di messa in sicurezza d'emergenza per il recupero del prodotto organico «surnatante» né vi è uno sbarramento idraulico delle acque sotterranee inquinate che, di conseguenza, fluiscono indisturbate verso le aree umide e il fiume Mincio.
Presso la raffineria Ies, la messa in sicurezza è costituita da una serie di pozzi, che svolgono contemporaneamente la funzione di barriera idraulica e di recupero del prodotto surnatante. Le analisi condotte da Arpa Lombardia mostrano come l'attuale sistema di messa in sicurezza della falda in questa porzione del sito, che comprende la raffineria Ies e lo stabilimento Belleli Energy, è del tutto insufficiente a trattenere le acque sotterranee contaminate e a impedire, quindi, che vengano raggiunti i bersagli ambientali, costituiti dalle aree umide e dal fiume Mincio.
La situazione è aggravata dalla presenza di contaminanti organici a valle della discarica di fusti contenenti fanghi mercuriosi, area in cui è stata recentemente rinvenuta una terza vasca in calcestruzzo, non denunciata e in condizioni di deterioramento, anch'essa riempita con fusti di fanghi mercuriosi (rif. nota Arpa prot. n. 74650 del 30 maggio 2011).
È stata, inoltre, rilevata la presenza in concentrazioni elevate di benzene proveniente dall'area di proprietà Syndial e, cioè, dall'«Area Collina».
Invero, la presenza di sostanze contaminanti all'esterno dei confini di stabilimento in corrispondenza dell'area Collina - ossia la discarica dei residui di lavorazione del petrolchimico, esaurita e denunciata ai sensi della legge regionale n. 94 del 1980, ora di proprietà Syndial e Polimeri Europa - conferma l'estrema criticità di tale area.
Per diversi anni questa zona non è stata in condizioni di sicurezza, in quanto l'emungimento delle acque contaminate viene effettuato da Syndial attraverso dei semplici piezometri, del tutto insufficienti a creare un richiamo significativo della falda principale anche in considerazione della presenza, appena fuori dallo stabilimento, di importanti strutture drenanti come il canale diversivo Mincio e la Botte Sifone.
A partire dal mese di marzo 2009 la messa in sicurezza della falda è stata potenziata con la messa in funzione di n.10 pozzi in area di competenza della Polimeri Europa, a monte dell'«Area Collina», la cui efficacia idrochimica sarà valutata con i prossimi monitoraggi.
Allo stato, vi è solo un progetto approvato nel lontano 2001 con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare (prot. n. 1618/TRI/DI/M/B del 14 giugno 2001), ma i lavori, come ha riferito Massimo Arvati, responsabile del dipartimento prevenzione medica dell'Asl di Mantova, nel corso dell'audizione del 27 marzo 2012, avranno inizio non prima del 2013.
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Ancora, le analisi condotte da Arpa Lombardia hanno confermato la presenza all'interno dello stabilimento Polimeri Europa Spa di aree fortemente inquinate in cui è necessario attivare veri e propri sistemi di bonifica sia dei terreni, sia delle acque sotterranee, in quanto la sola attivazione delle misure di sbarramento idraulico, poste in essere dalla società, si è rivelata del tutto insufficiente a far diminuire la contaminazione delle acque sotterranee, in corrispondenza di alcune zone critiche interne allo stabilimento.
Infine, sulla base della relazione tecnica prodotta dall'Arpa e a dispetto dei numerosi, quanto del tutto inutili, solleciti trasmessi alla ditta dal Ministero dell'ambiente, la Colori Freddi S. Giorgio Srl continua a non partecipare al monitoraggio coordinato, mentre i suoi piezometri - che nelle prime campagne di monitoraggio avevano evidenziato elevatissime concentrazioni di sostanze inquinanti, in particolare alifatici clorurati cancerogeni e non cancerogeni - non vengano controllati da diverso tempo.
Naturalmente, poiché le disposizioni impartite e i relativi solleciti, viene da chiedersi per quale ragione non si passi all'esecuzione in danno delle opere decise, in quanto ritenute necessarie e indispensabili.
Alessandro Bianchi, responsabile dell'area bonifiche dell'Arpa Mantova, nel corso delle audizioni del 9 febbraio 2011 e del 27 marzo 2012, ha riferito che l'Arpa, a partire dal 2003, in relazione alle acque sotterranee e considerato che la falda è unica, ha effettuato una caratterizzazione coordinata fra tutte le ditte ricomprese nel sito (che si danno la colpa a vicenda dell'inquinamento), allo scopo di misurare i livelli delle acque di falda per capirne l'andamento e il livello di inquinamento.
Dalle indagini svolte dall'Arpa è emerso che non solo che la falda era inquinata, ma che vi era abbondanza di surnatante di notevole spessore.
Tuttavia - ha sottolineato il Bianchi - non tutte le ditte interessate hanno operato allo stesso modo, posto che alcune di esse hanno terminato la caratterizzazione e, in alcuni casi, è stato approvato il progetto definitivo di bonifica, com'è avvenuto per la Syndial; viceversa, altre ditte sono in forte ritardo, in quanto devono ancora iniziare la caratterizzazione del territorio di competenza, mentre altre ditte ancora hanno raggiunto vari stadi intermedi di avanzamento dei livelli progettuali.
Per quanto riguarda i terreni ogni ditta paga per sé.
In particolare, per le acque sotterranee, l'Arpa ha promosso campagne coordinate e ciascuno dei proprietari delle aree coinvolte paga i piezometri (strumenti per misurare l'inquinamento della falda dei vari composti) di propria competenza; quindi, l'Arpa esegue le analisi dell'inquinante, dopo avere effettuato un controllo a campione sui piezometri del Sin quattro volte all'anno (una per ogni stagione).
Le relazioni dell'Arpa sullo stato della falda sono pubblicate sulla Gazzetta di Mantova con un articolo a settimana.
E, tuttavia, il responsabile dell'Arpa ha dovuto ammettere che il surnatante è talmente tanto, soprattutto quello che proviene dalla raffineria, che si fa fatica a ridurlo, sicché, come risulta dalla cartografia da lui prodotta, i pozzi che recuperano il surnatante sono
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insufficienti, dal momento che occorrono una serie di pozzi con una maglia 50 per 50 per coprire tutta la zona del surnatante.
All'evidenza, continua a persistere una sorgente attiva, dal momento che all'interno di ciascun sito non vi sono dei cambiamenti in prossimità delle fonti ed è per tale ragione che nelle zone a valle si hanno concentrazioni costanti.
Non solo, ma il surnatante discioglie i contaminanti nella falda che naturalmente si muove, rendendo necessaria a valle la posa in opera di barriere idrauliche, destinate a intercettare la contaminazione.
La gravità della situazione è costituita dal fatto che, mentre la raffineria della Ies ha dei pozzi anche a valle (la falda va verso il fiume Mincio) che, almeno in teoria, impediscono la diffusione e il passaggio dei contaminanti verso il fiume, vi sono altre zone, quali quella in cui opera la Belleli Energy, dove il surnatante non viene intercettato, né vi sono pozzi a valle, per cui la contaminazione continua indisturbata ad affluire verso il fiume Mincio, come ha ribadito nel corso dell'ultima audizione il Responsabile dell'area bonifiche dell'Arpa Mantova.
Si tratta di una zona di massima criticità, complicata dal rimpallo delle responsabilità tra gli enti interessati e, così, la Belleli Energy Srl, affermando che il surnatante non è suo, si rifiuta di intervenire, mentre la Ies Spa afferma il contrario, sostenendo l'esistenza di sorgenti attive all'interno della Belleli.
Secondo il Ministero dell'ambiente, la messa in sicurezza di emergenza compete alla Belleli Energy, in forza del combinato disposto degli artt. 840 e 2051 c. c., secondo cui, sul presupposto che «la proprietà del suolo si estende al sottosuolo, con tutto ciò che vi si contiene», il proprietario sarebbe responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, ivi compreso il danno cagionato dai prodotti inquinanti che si trovano nel sottosuolo.
Di conseguenza - secondo tale impostazione - la Belleli Energy Srl , nella qualità di proprietaria del suolo, dovrebbe intervenire per bloccare la fuoriuscita di sostanze contaminanti, salvo azione di rivalsa nei confronti di chi ha inquinato la falda, che attraversa l'area di sua proprietà.
Viceversa, la versione della Belleli Energy è che chi inquina paga e, poiché la ditta ritiene di non essere responsabile, non interviene, lasciando che l'inquinamento prosegua oltre la sua proprietà.
In realtà, la questione in diritto è tutt'altro che pacifica, in favore della pubblica amministrazione, posto che il Consiglio di Stato nelle sue decisioni (cfr. Cons. Stato, sez. V, 21 giugno 2011, n. 3721; Cons. Stato, sez. VI, 18 aprile 2011, n. 2376; Cons. Stato, sez. V, 16 giugno 2009, n. 3885 e Cons. Stato, sez. VI, 5 settembre 2005, n. 4225) ritiene che nell'attuale sistema normativo «l'obbligo di bonifica dei siti inquinati grava in primo luogo sull'effettivo responsabile dell'inquinamento stesso, mentre la mera qualifica di proprietario o detentore del terreno inquinato non implica di per sé l'obbligo di effettuare la bonifica».
Pertanto, la costante giurisprudenza del Consiglio di Stato è concorde nel ritenere che, in forza delle disposizioni contenute nel decreto legislativo n. 152 del 2006, l'obbligo di bonifica è posto in capo
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al responsabile dell'inquinamento, che le Autorità amministrative hanno l'onere di ricercare ed individuare (artt. 242 e 244 del decreto legislativo n. 152 del 2006), mentre il proprietario non responsabile dell'inquinamento o altri soggetti interessati hanno una mera «facoltà» di effettuare interventi di bonifica (articolo 245).
Solo, nel caso di mancata individuazione del responsabile o di assenza di interventi volontari, le opere di bonifica saranno realizzate dalle amministrazioni competenti (articolo 250) ovvero, nel caso di siti di interesse nazionale, dal Ministero dell'ambiente (articolo 252, comma 5) salvo, a fronte delle spese da esse sostenute, l'esistenza di un privilegio speciale immobiliare sul fondo, a tutela del credito per la bonifica e la qualificazione degli interventi relativi come onere reale sul fondo stesso, onere destinato pertanto a trasmettersi unitamente alla proprietà del terreno (articolo 253).
Infine, merita di essere sottolineato che il complesso di questa disciplina è rispondente ai dettami del diritto comunitario e, in particolare, al principio «chi inquina paga» che va - come è tradizione nella giurisprudenza comunitaria - interpretato in senso sostanzialistico, in modo da non pregiudicare l'efficacia del diritto comunitario (per un richiamo all'effettività come criterio guida nell'interpretazione del diritto comunitario ambientale cfr. Corte di giustizia Ce 15 giugno 2000 in causa Arco).
Naturalmente, spetta all'amministrazione pubblica preposta alla tutela ambientale l'onere di svolgere accertamenti volti a individuare i responsabili dei fatti di contaminazione, anche avvalendosi di presunzioni semplici di cui all'articolo 2727 c.c., (le presunzioni sono le conseguenze che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire a un fatto ignorato), prendendo in considerazione elementi di fatto dai quali possano trarsi indizi gravi precisi e concordanti, che inducano a ritenere verosimile, secondo l'id quod plerumque accidit che sia verificato un inquinamento e che questo sia attribuibile a determinati autori.
Nel caso di specie, al fine di individuare i responsabili dell'inquinamento, l'Arpa, nell'anno 2007, ha svolto un'attività di campionamento del surnatante per stabilirne la provenienza, ma i risultati non sono stati molto chiari, trattandosi di non di un unico prodotto ma di diversi prodotti, anche visivamente, posto che «dal campione risultano un prodotto trasparente, uno nero e un altro che si colloca a metà, e che l'analisi chimica restituisce un miscuglio di parametri».
La conclusione è stata che il surnatante proveniente dalla Belleli Energy Srl è quello uscito negli anni passati, quando non c'erano i pozzi, dal momento che nell'area Belleli manca una sorgente attiva, nel senso che non vi è più una tubazione che perde, piuttosto che un serbatoio e, dunque, l'alimentazione non è più attiva: di qui la posizione assunta dalla società, che si rifiuta di effettuare intervento alcuno sul surnatante, che invade la propria area, senza tuttavia tenere conto di quanto accaduto in passato.
Comunque, alla stregua della sopra richiamata giurisprudenza del Consiglio di Stato, non v'è dubbio che costituisce onere della pubblica amministrazione dimostrare l'attualità del pregresso inquinamento della falda.
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Quanto alla raffineria Ies, l'Arpa, pur rilevando che il surnatante, in una percentuale prevalente, è quello uscito negli anni passati, dal momento che la raffineria aveva realizzato lungo il percorso una serie di pozzi che lo intercettano e recuperano, ha posto in evidenza che, all'interno della raffineria Ies, nel corso di ispezioni lungo la fognatura, eseguite di recente dai propri tecnici, erano emerse delle criticità, determinate da alcune perdite, mentre dalle «Vasche Api» (dispositivi per il trattamento di acque oleose, come, ad esempio, gli scarichi di raffineria, detti anche separatori AP in occasione di piogge torrenziali) è uscita l'acqua con del prodotto.
In conclusione, risulta acclarato che nella gestione dell'impianto di raffineria vi sono ancora delle perdite che vanno a contaminare il terreno. A ciò aggiungasi che il surnatante è un prodotto che, dopo avere impregnato come una spugna il terreno, continua a gocciolare verso la falda ed è difficile da recuperare.
Al fine di dare una idea delle quantità, il responsabile dell'area bonifiche dell'Arpa Mantova ha riferito che, nel periodo compreso tra il 2007 e il 2010, la raffineria ha recuperato circa cinquecento metri cubi di prodotto, ma che ve ne è ancora molto da recuperare.
Il recupero del surnatante rappresenta per l'Arpa una delle attività prioritarie, sicché la Ies ha presentato un progetto di messa in sicurezza di recupero del surnatante, che sarà oggetto di valutazione da parte del Ministero e sul quale interverrà il parere dell'Arpa.
Fatto sta che, ad oggi, la situazione è tutt'altro che definita, mentre il surnatante prosegue la sua corsa verso il Mincio senza trovare ostacoli, a dispetto delle numerose, quanto inutili Conferenze di servizio tenute presso il Ministero dell'ambiente, posto che nessun intervento sostitutivo viene effettuato né dal Ministero, né dalla provincia di Mantova per recuperare il surnatante all'interno dell'area Belleli Energy e, in ogni caso, per creare una barriera idraulica, che impedisca al plume di contaminazione di procedere verso le zone umide e il fiume.
Tale conclusione è suffragata da una relazione del dottor Paolo Ricci, direttore dell'Istituto epidemiologico dell'Asl di Mantova, il quale nel corso dell'audizione del 5 maggio 2011, ha depositato una relazione (doc. 732/1) da cui risulta che, nella mattinata del giorno 3 maggio 2011, l'apertura di un serbatoio di greggio della Raffineria Ies, denominato S9, aveva posto in evidenza il grave deterioramento del fondo con evidenti fessurazioni responsabili di perdite di prodotto chimico, come era stato confermato dal sopralluogo congiunto, effettuato dagli operatori di Asl e Arpa, che hanno effettuato i relativi verbali e scattato fotografie.
Anche il dottor Ricci ha rilevato che il parco serbatoi della raffineria Ies consta di un centinaio di serbatoi di varie dimensioni, di cui solo un terzo è stato costruito con un doppio fondo, che consente facilmente il monitoraggio della tenuta mediante rilevatori posizionati nelle intercapedini prima, cioè, che si verifichi l'inquinamento dei terreni e quindi della falda sottostante che, sulla base dei dati Arpa disponibili, continuaad aumentare.
Viceversa, le canalizzazioni sottostanti agli impianti della raffineria Ies, che trasportano prodotti chimici, non sono tecnicamente ispezionabili, a differenza di quelle che corrono sotto terreni liberi da
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strutture di superficie e che sono risultate variamente ammalorate con conseguente perdita di prodotto. Non vi è motivo di ritenere che anche le prime non siano ammalorate e responsabili di fonti di inquinamento ancora attivo. Urge, quindi, che le stesse vengano sostituite con linee aeree facilmente ispezionabili e non soggette a correnti vaganti che favoriscono la corrosione.
Il surnatante attraversa anche le aree abbastanza estese della Polimeri Europa Spa, ma il suo recupero è molto lento e si aggira, in un anno, tra i 10 e i 15 metri cubi, in confronto ai 500 metri cubi della Ies, tant'è che la Polimeri ha previsto di abbandonare la tecnologia di cui si serve la Ies, ossia i pozzi dual pump (che creano depressione in falda nelle acque e richiedono una pompa dedicata al recupero dell'olio) e di utilizzare una tecnologia più spinta, il multifase extraction, che consiste nel mettere i pozzi sotto vuoto, cercando di recuperare l'acqua, il prodotto, l'aria e i gas interstiziali.
Dal quadro della situazione, come sopra riportato, è evidente che si è ancora lontani dall'avvio a soluzione del grave problema dell'inquinamento della falda.
Sul punto, Massimo Arvati, responsabile del dipartimento prevenzione medica Asl di Mantova, nel corso dell'audizione del 27 marzo 2012, ha riferito che, per quanto riguarda le fognature e le linee interrate, la Ies si è impegnata con l'Asl, che ha emanato le relative prescrizioni, a portare fuori terra nel giro di un anno tutte le linee interrate di trasporto del prodotto e di tutte le fognature.
A sua volta, Antonino Gullotta, responsabile della raffineria Ies di Mantova, ha riferito, nel corso dell'audizione del 27 marzo 2012, che su sessantacinque dei novantacinque serbatoi della raffineria è stato realizzato il doppio fondo; per quanto riguarda gli altri trenta serbatoi, il Gullotta ha dichiarato che il doppio fondo sarà realizzato entro il 2016 e che, attualmente, questi ultimi contengono sostanze non inquinanti e vengono costantemente sottoposti a test di tenuta.
Queste le priorità di prevenzione primaria per eliminare, o quanto meno ridurre significativamente, le fonti di inquinamento ancora attive e quindi tranquillizzare la popolazione sulla salubrità del territorio che, viceversa, attualmente evidenzia le criticità sanitarie rilevate dalle indagini epidemiologiche.
Ma le criticità non investono solo la raffineria Ies, posto che vi sono anche quelle dell'Area Collina, di proprietà della Syndial, che rappresenta la vecchia discarica dell'Enichem, in cui tutti i residui delle lavorazioni venivano stoccati (pari a 150 mila tonnellate di rifiuti tossico-nocivi), sicché vi sono alcuni metri cubi di rifiuto pecioso, addirittura in galleggiamento, che a volte risale fino in superficie.
Il responsabile del dipartimento prevenzione medica Asl di Mantova, nel corso dell'audizione del 27 marzo 2012, ha riferito che la Syndial ha presentato il progetto di caratterizzazione, (che prevede più di mille carotaggi), sul quale tutti gli enti preposti hanno espresso il loro parere, e la esecuzione di tale opera - che consiste nell'analizzare i rifiuti metro per metro, in modo tale che, quando vengono scavati, si sa già a che tipologie appartengono e cosa bisogna farne - dovrebbe avere la durata di un anno, sicché - se tutto procede come dovrebbe - solo nel 2013 dovrebbe avere inizio la prima vera e
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propria bonifica, con la possibilità di scavare i rifiuti e trasportarli con automezzi alle zone di incenerimento.
Ancora, sussistono altre situazioni di criticità, quale quella rappresentata dalla società Colori Freddi, che non offre collaborazione alcuna, nel senso che addirittura si rifiuta di fare la caratterizzazione.
Addirittura, la Colori Freddi Srl aveva un pozzo di messa in sicurezza d'emergenza, che è stato spento, non avendo la società chiesto il rinnovo della relativa autorizzazione, con la conseguenza che la contaminazione rinveniente dalla produzione di strumenti colorati si è spostata nelle ditte a valle.
Fra le altre criticità vi è quella della sala celle dell'ex impianto cloro-soda, dismesso negli anni Novanta, all'interno della Polimeri Europa Spa (che produce stirolo polistirolo, idrogenati, alchifenoli, fenolo e acetone): si tratta della sala dove vi era l'amalgama di mercurio e che, pertanto, è particolarmente inquinata da tale sostanza.
L'Arpa voleva effettuare delle misurazioni relative ai gas e all'aria ambiente all'interno della sala celle, ma la proprietà ne ha impedito l'ingresso per asseriti motivi di sicurezza, recintando l'area e affermando che per loro non vi era alcun un problema, a dispetto delle richieste dell'Arpa, la quale insiste per un progetto di smantellamento completo, anche della «sala celle».
In tale contesto molto problematico, si è verificata anche la discesa in falda del mercurio, ciò che contribuito ad aumentarne il livello di criticità della stessa falda.
Sul punto il responsabile dell'area bonifiche dell'Arpa ha riferito che in tutti i sondaggi di caratterizzazione delle varie ditte l'Arpa ricerca anche il mercurio, perché è un tracciante.
È così emerso l'utilizzo del mercurio, oltre che nella sala celle della Polimeri Europa Spa, anche in altre zone dove, dopo gli sbancamenti, è stato utilizzato - quale riempimento - materiale già contaminato da mercurio, com'è accaduto nella zona parcheggio di Mantova e, soprattutto, com'è stato accertato nel canale di scarico dell'ex Enichem, il canale artificiale denominato «Canale Sisma», contaminato da mercurio per i sedimenti ivi depositati, che hanno raggiunto anche il fiume Mincio, fino a invadere tutta la darsena ex Enichem e arrivare al comune di Virgilio.
Del resto, vi è un sito in cui l'allora Montedipe, negli anni Settanta-Ottanta, ha depositato ben 2.500 fusti di fanghi mercuriosi, con una percentuale di mercurio piuttosto alta, sotterrati in un punto e, poi, affogati nel cemento, che oggi presenta delle crepe pericolose.
Il Responsabile dell'area bonifiche dell'Arpa ha riferito dell'attività di ricerca del mercurio sia nei sedimenti che nelle acque.
Il problema si pone soprattutto per le acque, dal momento che il mercurio a contatto con l'ambiente solidifica, mentre nell'acqua si diffonde, sicché l'Arpa è andata a cercare il mercurio non solo nella sostanza secca, quindi nel sedimento, ma anche nell'acqua interstiziale, andando a caratterizzare l'acqua intrappolata negli stessi sedimenti. È così emerso che l'acqua interstiziale del sedimento contiene una percentuale di mercurio non trascurabile e sono in corso indagini all'interno del canale Sisma.
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A questo punto, vi è da chiedersi per quale motivo le amministrazioni pubbliche non sono state sollecitate dagli organismi di controllo a prendere dei provvedimenti seri nei confronti di questa realtà, posto che persiste un sistema di fonti attive di inquinamento, come ha rilevato l'Ispra, molto dettagliata sul punto, e - più in generale - viene da chiedersi quale senso abbia la stessa esistenza del Sin, considerato che dal 14 aprile 2003, data della perimetrazione dell'area del polo chimico, la bonifica non è neanche iniziata, posto che la caratterizzazione dell'intera area non risulta ancora completata.
Dopo tali considerazioni in ordine alla gestione del Sin, osserva la Commissione d'inchiesta che, al fine di eliminare le fonti dell'inquinamento, deve essere valutata negativamente la chiusura delle aziende del polo chimico, poiché - oltre ai non irrilevanti problemi occupazionali - ciò comporterebbe il venire meno di interlocutori (posto che le aziende costituiscono insediamenti produttivi attivi), con tutte le problematiche connesse a impianti dismessi, problematiche che finirebbero con il gravare tutte sul sistema pubblico.
Invero, va considerato che ogni singolo proprietario è tenuto a predisporre un progetto per la bonifica della propria area e a comunicarlo al Ministero dell'ambiente.
Ciò che, come si è visto, appare del tutto carente è l'attività di coordinamento per la bonifica di tutte le aree interessate dall'inquinamento da parte degli enti a ciò preposti.
Mentre, a fronte di atteggiamenti non collaborativi di alcuni proprietari delle aree contaminate, sono del tutto inutili gli sforzi del'Arpa Lombardia - dipartimento di Mantova - che, puntualmente, fornisce al Ministero e poi alla regione, alla provincia e ai comuni tutte le informazioni richieste, nonché tutti i pareri tecnici sulle diverse proposte che vengono presentate anche di messa in sicurezza per consentire a questi uffici di emettere gli atti di rispettiva competenza.
Naturalmente, si tratta di rendere operative le decisioni assunte, costringendo le aziende interessate a procedere alla caratterizzazione delle rispettive aree inquinate, ciò che purtroppo non è accaduto, senza che, a fronte di tali colpevoli inerzie, siano stati attivati dal Ministero dell'ambiente i poteri sostitutivi per la realizzazione degli interventi richiesti.
Invero, gli atti dell'autorità preposta al Sin, che è il Ministero dell'ambiente, si concretizzano attraverso le prescrizioni della conferenza di servizi decisoria (che vede la partecipazione dei rappresentanti del Ministero dell'ambiente, del Ministero della salute, del Ministero dello sviluppo economico e della regione interessata), che impone le modalità con cui effettuare la bonifica, rimuovere le situazioni non conformi alla normativa, fornire i risultati entro trenta giorni.
Tuttavia, accade che tali scadenze vengano generalmente disattese, perché in trenta giorni non si inizia nemmeno a fare i campionamenti, tanto meno a raggiungere obiettivi.
Addirittura, vi sono dei casi in cui la conferenza di servizi ha dato trenta giorni per eseguire le opere prescritte, com'è accaduto per il Colori Freddi nel 2006, che a distanza di ormai tanti anni deve ancora
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effettuare i carotaggi senza che, tuttavia, il Ministero dell'ambiente abbia esercitato i poteri sostitutivi che le competono.
In questi casi, ciò che si avverte è la mancanza di iniziative volte ad attivare poteri sostitutivi allo scopo di verificare se vi sono - come l'Arpa ipotizza - delle fonti attive di contaminazione e rimuoverle.
Naturalmente, rimane integro per gli enti territoriali il loro potere di controllo.
Allo stato, comunque, non vi è un piano generale approvato, né esiste un piano di bonifica dell'intero Sin, ma si è in procedura d'emergenza, posto che, se si fa una caratterizzazione dei terreni, e questi risultano contaminati, si pone il problema della bonifica dei terreni medesimi, ma ogni ditta può e deve bonificare le aree di propria competenza.
Viceversa, per l'inquinamento delle acque di falda i problemi, come si è rilevato, sono molto più complessi e, a tal proposito, il Ministero dell'ambiente ha ipotizzato, nell'ambito dell'accordo di programma, una messa in sicurezza di tutto il sito, mediante la progettata realizzazione di una barriera a metà tra il fisico e l'idraulico, che però presenta delle criticità, anche da un punto di vista tecnico, in quanto le barriere fisiche sono sospese e non intercettano tutta la falda, sicché sussiste la possibilità di un passaggio della falda sotto le suddette barriere fisiche, con il rischio di fare un'opera permanente e di spendere soldi pubblici, senza una particolare efficacia.
Nulla, comunque, è stato realizzato.
In conclusione, regna una confusione generale e, mentre l'inquinamento della falda avanza in modo inesorabile verso le acque del Mincio, il Ministero dell'ambiente, avvalendosi della Sogesid Spa, società in house dello stesso ministero, come si dirà di seguito, si limita a elaborare progetti relativi all'intero sito, che sicuramente hanno un costo, ma che finora non hanno avuta alcuna realizzazione
Del tutto inefficace è, poi, nei fatti il regime delle prescrizioni nei confronti dei privati, posto che:
a) i privati responsabili non appaiono disposti a sobbarcarsi gli oneri di bonifica;
b) vi sono contestazioni da parte dei proprietari di alcune aree, i quali assumono di non essere responsabili dell'inquinamento della falda;
c) il Ministero dell'ambiente non dispone dei fondi necessari per eseguire le relative opere di bonifica, ex articolo 252, comma 5 decreto legislativo n. 152 del 2006.

In particolare, con riferimento alle attività condotte da Sogesid Spa per il Sin Laghi Mantova e polo chimico, così come previste dall'accordo di programma sottoscritto nel 2007 e alle relative risorse impiegate in funzione della bonifica, risultano alla Commissione di inchiesta affidate tra il 2008 e il 2011 le seguenti attività, senza che nessun progetto sia mai stato attuato:
a) affidamento delle attività di caratterizzazione dei sedimenti, degli organismi e della colonna d'acqua dell'area lacuale inclusa nella


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perimetrazione del sito di bonifica di interesse nazionale dei laghi di Mantova e Polo chimico; Procedura ai sensi articolo 125, comma 10, lett. d) del decreto legislativo n. 163 del 2006 e s.m.i.; importo a base di gara 149.500 euro. Aggiudicatario Nautilus società cooperativa.
b) affidamento delle indagini geofisiche e geomorfologiche nell'area lacuale inclusa nella perimetrazione del sito di bonifica di interesse nazionale dei laghi di Mantova e polo chimico. Procedura ai sensi articolo125, comma 10, lett. d) del decreto legislativo n. 163 del 2006 e s.m.i. Importo a base di gara 105 mila euro. Aggiudicatario Te.Ma. Snc.
c) affidamento in appalto delle indagini geognostiche e geotecniche propedeutiche alla progettazione preliminare dell'intervento di messa in sicurezza d'emergenza della falda acquifera per il sito di bonifica di interesse nazionale dei Laghi di Mantova e polo chimico; tipo di gara: procedura aperta; importo a base di gara 564.901 euro; aggiudicatario Ati Tecno In Spa (Mandataria) - Natura Srl (mandante)
d) attività di supporto al progetto preliminare degli interventi di messa in sicurezza della falda Sin Laghi di Mantova e polo chimico, comprensivo del modello idrogeologico della falda. Affidamento ai sensi dell'articolo 91, comma 2, del decreto legislativo n. 163 del 2006 e s.m.i. Importo a base di gara 97 mila euro. Aggiudicatario Montana Srl.

Ora, a parte che non è chiaro in che cosa consiste l'oggetto dell'ultima gara di appalto, come sopra riportata e, cioè, «l'attività di supporto al progetto preliminare degli interventi di messa in sicurezza», non può non essere rilevato che le quattro gare d'appalto, per il complessivo importo di circa 800 mila euro, presentano tutte lo stesso oggetto (caratterizzazione e indagini varie) e, pertanto, non si comprende la ragione per cui Sogesid non abbia indetto un'unica gara d'appalto.
La conclusione sul punto è che, ancora ad oggi, nonostante siano decorsi ormai circa dieci anni dalla perimetrazione del Sin, la falda è inquinata dal surnatante che corre indisturbato verso il Mincio, a dispetto delle numerose conferenze di servizi tenute presso il Ministero dell'ambiente e nonostante i notevoli impegni di spesa.
Tale conclusione viene confermata dalla nota in data 30 marzo 2012 dello stesso Ministero dell'ambiente (doc. 1162/7).
Invero, sulla base di quanto disposto dal sopramenzionato accordo di programma, nel corso di questi anni (2007/2011) è accaduto solo che l'Ispra (ex Icram) ha eseguito la caratterizzazione ambientale dell'area lacuale, mentre la Sogesid Spa, ha redatto uno studio di fattibilità degli interventi di Mise della falda.
Pertanto, nessuno degli interventi di bonifica previsti nell'accordo di programma è stato attuato, posto che alla data del 31 dicembre 2011 lo stato di avanzamento delle attività nel Sin risulta il seguente:
a) percentuale di aree interessate da interventi di messa in sicurezza d'emergenza: 19 per cento;


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b) percentuale di aree con progetto di bonifica presentato: 19 per cento;
c) percentuale di aree con progetto di bonifica approvato: 1 per cento.

In conclusione - come si è visto - per molte aree, ma non per tutte, sono state effettuate solo indagini di caratterizzazione.
In conclusione, sul punto, questa Commissione d'inchiesta osserva che, mentre l'inquinamento della falda avanza in modo inesorabile verso le acque del Mincio, il Ministero dell'ambiente, avvalendosi della Sogesid Spa, si limita, ancora oggi a distanza di oltre nove anni dalla perimetrazione del Sin, a elaborare progetti di caratterizzazione e di indagini geofisiche relativi all'intero sito - con costi rilevanti per l'erario - senza tuttavia procedere alla realizzazione delle opere necessarie a fermare l'inquinamento della falda, prima di iniziare la bonifica del sito.

11.3 - Situazione epidemiologica del comune di Mantova e dei comuni limitrofi

Anche il dottor Giulio Tamburini, sostituto procuratore della Repubblica in Mantova, ha riferito del grave inquinamento industriale che affligge ormai da molti lustri il territorio mantovano, dove operavano gli stabilimenti della Montedison, che scaricava i rifiuti industriali direttamente nel fiume Mincio, attraverso un canale di scarico denominato ex Sisma.
Allo stato, è in corso un procedimento penale in fase dibattimentale per i reati di omicidio colposo (articolo 589 c.p.) e di omissione dolosa di cautele per la prevenzione di infortuni sul lavoro (articolo 437 c.p.) nei confronti di amministratori della Montedison (posto che successivamente la proprietà dello stabilimento è passata all'Enichem Polimeri), a causa di talune patologie tumorali che hanno colpito 72 lavoratori dello stabilimento e che - secondo l'accusa - sono state provocate dall'uso di alcune sostanze cancerogene di base, quale il benzene - unito ad alcuni componenti presenti nel processo produttivo, come lo stirene - e l'amianto che era presente nel processo produttivo, in quantità considerevoli.
Il processo penale, che vede la citazione di centinaia di testimoni non si concluderà in primo grado prima dell'anno 2013 e non è l'unico processo penale nei confronti degli amministratori della Montedison, posto che le suddette patologie tumorali e i conseguenti decessi continuano a verificarsi, come ha ribadito il dottor Condorelli nel corso dell'audizione del 9 maggio 2012.
Ancora, il segno dell'inquinamento ambientale del territorio mantovano si coglie nella presenza della diossina in quasi tutti gli abitanti di Mantova, compresi coloro che abitano lontano dalla zona industriale, con punte massime in coloro che abitano la zona industriale, nonché in coloro che risiedono nella zona denominata Bosco Fontana.


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Ora, pur se non la fonte della diossina non è stata individuata, si ritiene che la diossina sia stata emessa dall'inceneritore Montedison, ovvero dalla Ies.
Tale conclusione è acclarata dal fatto che nella zona industriale si assiste a un abnorme aumento di un particolare tumore, il sarcoma dei tessuti molli, che alcuni studi scientifici associano alla presenza della diossina, prodotta in passato dal petrolchimico di Mantova per effetto della combustione dei residui di produzione, contenenti sostanze clorurate e di difficile smaltimento, posto che anche nei pesci dei laghi di Mantova sono stati rinvenute concentrazioni di diossine, come ha riferito il dottor Ricci nel corso della sua audizione.
Paolo Ricci, direttore dell'Istituto epidemiologico dell'Asl di Mantova, nel corso dell'audizione del 5 maggio 2011, ha depositato alcune relazioni (consensus report), che ricollegano alcune gravi malattie allo stato di inquinamento ambientale di talune zone del territorio mantovano (docc. 732/1, 732/2, 732/3, 732/4) ponendo, in particolare, l'accento sull'area del Petrolchimico, compresa nel Sin, e sul territorio compreso nel comune di Castiglione delle Stiviere, nell'alto mantovano.
Invero, nel comune di Mantova la concentrazione plasmatica di diossine (dioxin-like) misurata dal CDC di Atlanta (USA) in un campione di residenti mantovani, rappresentativo della distribuzione dei casi di sarcoma dei tessuti molli insorti nei residenti medesimi, aumentati progressivamente, e in modo statisticamente significativo, all'avvicinarsi della loro abitazione storica (periodo più lungo) al petrolchimico. Il picco si raggiunge proprio nel quartiere industriale della città in cui il rischio di ammalare di sarcoma dei tessuti molli supera di 30 volte quello degli altri residenti mantovani.
Significativa è anche la mortalità per tumore maligno, che nel comune di Mantova supera del 6,4 per cento (percentuale statisticamente significativa), rispetto alla stessa provincia.
Infine, le malformazioni congenite nei quartieri del comune di Mantova (Lunetta, Frassine, Virgiliana, Valletta Valsecchi) e del limitrofo comune di San Giorgio (Mottella), raggiunti dall'impatto del Petrolchimico, tutti ricompresi nell'area del S.I.N., superano fino a più di tre volte quella rilevata nei comuni confinanti.
È evidente - ha concluso il dottor Ricci - che, mentre l'aumento complessivo della mortalità per tumore maligno e l'incidenza particolarmente elevata di sarcoma dei tessuti molli depongono per un rischio storico che attualmente potrebbe anche essersi ridimensionato, trattandosi di effetti a lunga latenza, la stessa valutazione non può invece essere posta per le malformazioni congenite, in cui il tempo che intercorre tra inizio dell'esposizione e malattia è sostanzialmente riferibile alla durata di una gravidanza.
In riferimento alle indagini epidemiologiche condotte per il Sin - laghi Mantova e polo chimico, occorre menzionare i dati riportati nello studio SENTIERI (studio epidemiologico nazionale territori e insediamenti esposti a rischio da inquinamento) e pubblicati nel mese di dicembre 2011 sulla rivista «Epidemiologia e Prevenzione». Nello studio vengono citati i risultati dei precedenti studi a cura della Asl della provincia di Mantova (Consensus report sui sarcomi e l'espo
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sizione a sostanze diossino-simili che si basava anche su un'attività di biomonitoraggio umano).
Lo studio Sentieri, pur confermando un eccesso di casi di asma nelle donne nell'area oggetto di studio, conclude che all'eccesso per l'asma possono avere contribuito, oltre all'esposizione professionale, anche l'inquinamento atmosferico e l'abitudine al fumo. Lo studio raccomanda inoltre ulteriori approfondimenti quali l'aggiornamento degli studi epidemiologici effettuati sugli addetti del petrolchimico e la conduzione di uno specifico studio sui residenti del comune di Mantova.
Quindi le cause ambientali potrebbero essere ancora attive.
Per tale ragione urgono le bonifiche dei siti contaminati e soprattutto di quegli impianti che, come nella raffineria Ies, disperdono ancora prodotti tossici in ambiente.
Infine, una indagine epidemiologia ambientale sull'alto mantovano, eseguita dall'Asl di Mantova in data 25 novembre 2009 (doc. 1024/2), ha consentito di mettere in evidenza un eccesso di leucemie statisticamente significativo, concentrato nel comune di Castiglione delle Stiviere, sia rispetto al dato atteso calcolato sulla provincia di Mantova, sia rispetto agli altri comuni limitrofi del medesimo distretto territoriale. Tale eccesso appare correlabile con la presenza di siti contaminati del medesimo comune, alcuni dei quali parzialmente bonificati. Sarebbe importante stabilire, con appropriato monitoraggio delle acque di falda superficiale utilizzabili per scopi agricoli o industriali, se l'inquinamento sia ancora in atto o meno e, di conseguenza, il livello del rischio sanitario.

11.4 - Situazione di alcuni siti inquinati della provincia di Mantova

Particolare attenzione ha dedicato la Commissione di inchiesta alle bonifiche effettuate nei comuni di Asola, Castiglione delle Stiviere, Marcaria e San Martino dall'Argine, i cui lavori sono stati affidati alla Sadi Servizi Industriali Spa, società quotata in borsa, che fa capo alla Green Holding di Giuseppe Grossi e che ha ottenuto appalti per la bonifica delle più importanti aree della Lombardia e di Milano, come l'area «ex Falck», la «Santa Giulia» e la ex Sisas, oggetto di indagini da parte della procura della Repubblica presso il tribunale di Milano.
In tutti gli appalti anzidetti figura l'ingegner Claudio Tedesi, quale progettista e/o direttore dei lavori di bonifica che, nella provincia di Mantova, aveva predisposto anche il progetto di bonifica di un'area posta all'interno di un parco naturale del comune di Acquanegra sul Chiese per lavori del complessivo importo di 3 milioni di euro.
A tale proposito è stata sentita Cesarina Ferruzzi, già consigliere delegato della Sadi, la quale, nel corso dell'audizione del 9 febbraio 2011, ha riferito:
1) che, in relazione alla bonifica effettuata presso il comune di San Martino dall'Argine, nel periodo compreso tra il 1999 e il 2001, la gara d'appalto, avente ad oggetto la bonifica di un'area di rifiuti a base di car-fluff, per 55 mila tonnellate, era stata indetta dallo stesso comune con fondi regionali e il lavoro era stato aggiudicato verso il


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corrispettivo di euro 6.607 mila, lievitato ad euro 8.021.218 a seguito di perizie suppletive, con lo smaltimento del fluff presso discariche tedesche;
2) che, in relazione alla bonifica nel comune di Asola, avente ad oggetto la realizzazione di una barriera idraulica e il trattamento delle acque di falda, in passato inquinate da solventi (ex Flucosit) la gara era stata effettuata nel 2006 (ma l'intervento era ancora in corso) e il lavoro era stato aggiudicato verso il corrispettivo di euro 1.118000 lievitato ad euro 2.290.000 a seguito di perizie suppletive;
3) che, in relazione alla bonifica di cava Pirata e cava Busa, site nel comune Castiglione delle Stiviere, dove la Sadi è in un'associazione temporanea di imprese (Ati) con la Selca, era stata effettuata una gara per pubblici incanti e l'importo complessivo della prima bonifica era di euro. 2.400.000,00, mentre quello della seconda era di euro. 1.795.000,00;
4) che, in relazione alla bonifica nel comune di Marcaria, la gara per pubblici incanti era stata vinta dalla Sadi con un ribasso del 40 per cento e l'importo dei lavori di bonifica eseguiti è stato pari a euro. 559 mila.

I risultati di tali bonifiche sono stati deludenti, posto:
1) che, per quanto riguarda Asola (ex Flucosit) - che il sindaco, Giordano Busi, definisce uno dei più inquinati della Lombardia - la Sadi è stata incaricata della realizzazione della barriera idraulica e della gestione del trattamento delle acque di falda e che il costo complessivo della bonifica, effettuata con fondi della regione Lombardia, si aggira sui 20 milioni di euro (ma che tale somma non è disponibile), mentre il solo mantenimento in sicurezza della falda ha un costo annuo di 800 mila euro;
2) che, per quanto riguarda la bonifica della cava Busa di Castiglione delle Stiviere, anch'essa finanziata dalla regione Lombardia, sussiste un contenzioso tra l'Ati e l'Arpa, che contesta il mancato raggiungimento degli obiettivi di bonifica del sito (cfr doc. 672/4).

In tale contesto la procura di Mantova, nel mese di maggio 2011, ha acquisito gli atti relativi alle otto bonifiche ambientali in corso o completate a Castiglione delle Stiviere al fine di verificare la correlazione con lo stato di salute della popolazione e i risultati conseguiti, per capire se vi sia stato eventuale spreco di denaro pubblico.
Si tratta delle ex cave «Busa» e «Pirata», dove sono finiti gli scarti dell'ex petrolchimico Flucosit di Castelnuovo d'Asola; della «Wella»; delle «ex Rubinetterie Rapetti»; dell'area «Messaggerie del Garda»; della «ex Albright and Willson», oggi «Huntsman»; infine di un'area di proprietà della «Bertani Trasporti» e di una porzione del «campo Cardone».
Invero, come si è accennato, l'indagine sui casi di mortalità nell'alto mantovano ha accertato che fra il 1996 e il 2005 a Castiglione sono stati registrati tumori maligni nella misura del 21 per cento in più rispetto al resto della provincia, con un eccesso del 29 per cento


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in più di cancro al polmone, del 39 per cento in più per le leucemie, fra le quali quelle di tipo mieloide ( 114 per cento) e di neoplasie al fegato ( 143 per cento).

11.5 - Alcune considerazioni

All'esito della relazione sulla situazione dei rifiuti nella provincia di Mantova si deve dare atto dell'assenza di fenomeni legati alla criminalità organizzata.
E, tuttavia, devono essere rilevate alcune gravi criticità emerse, a partire dalla pessima gestione del ciclo dei rifiuti urbani, con particolare riferimento alle modalità di smaltimento degli stessi, fino alla situazione di inquinamento industriale che avvolge l'intera provincia, con conseguenti problemi che investono direttamente la stessa salute dei cittadini.
Invero, a prescindere dalla rilevanza penale dei comportamenti, non v'è dubbio che le modalità di smaltimento dei rifiuti urbani da parte della Siem - società pubblica partecipata dalla provincia di Mantova e da 69 su 70 comuni della provincia mantovana - sono state del tutto irregolari e foriere di inquinamento ambientale, nonostante la qualità la qualità di soggetto pubblico dell'ente preposto all'attività di smaltimento.
La Siem, invero, negli impianti di lavorazione e trattamento del rifiuti solidi urbani indifferenziati (tal quale) di Pieve di Coriano e Ceresara, autorizzati al trattamento dei rifiuti dalla provincia di Mantova, ha prodotto una tipologia di compost «fuori specifica» che, come tale, aveva natura di rifiuto speciale non pericoloso, con codice CER19 05 03.
Tali rifiuti, anziché essere destinati nelle apposite discariche, sono stati dalla Siem ceduti, nel corso di vari anni (2007, 2008 e 2009), a poco prezzo o anche gratuitamente ad aziende agricole, che lo hanno utilizzato come fertilizzante.
Sono stati così smaltiti, in modo del tutto irregolare, ingenti quantitativi di rifiuti speciali in terreni agricoli, senza alcuna verifica sulla quantità immessa nei terreni, né sulla composizione chimica del terreno ricevente, in violazione della normativa in materia di rifiuti, che ne impone lo smaltimento presso impianti autorizzati allo scopo e, comunque, in violazione della delibera del Comitato interministeriale per i rifiuti del 27 luglio 1984, che prescrive l'utilizzo agronomico di tale compost in quantità limitate (massimo 300 quintali per ettaro) e prescrive, altresì, che il suolo agricolo recettore possieda un massimo di concentrazione in metalli stabilito dalla stessa DCI.
Tutto ciò è accaduto in quanto, a fronte di un sicuro risparmio dell'ente pubblico, ma con rischi per la salute, rispetto allo smaltimento in discarica, vi era una cosiddetta «catena di pressione» che ha molto guadagnato da tale attività: vi erano, cioè, «soggetti privati» che, in collegamento con la Siem, gestivano tale commercio, individuando altresì i contadini disponibili a ricevere il compost «fuori specifica».
Inoltre la Siem, sempre a seguito del trattamento di RSU, ha prodotto Cdr (combustibile derivante da rifiuti) non a norma, a causa


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della presenza di cromo in eccesso rispetto alla norma, nonché di elevate percentuali di umidità.
Il Cdr è stato impropriamente destinato a impianti di produzione di energia elettrica e calore, che si occupano del riciclo di sostanze legnose, tipo impianti a biomassa, anziché a inceneritori classici, che nel mantovano mancano. La conseguenza è stata la produzione di fumi, di ceneri e di rifiuti, diversi da quelli stabiliti, tant'è che è intervenuto il sequestro preventivo da parte dell'autorità giudiziaria mantovana di 6 mila ecoballe di Cdr, non utilizzabili anche per la presenza di cromo.
In conclusione, le modalità di smaltimento dei rifiuti solidi urbani da parte della Siem è stata caratterizzata da «affarismo», in contrasto con le finalità proprie della società pubblica, in primo luogo, il rispetto dell'ambiente e la salute dei cittadini.
Tutto ciò è accaduto anche a causa dell'attiva connivenza della provincia di Mantova, che pur avendo il doppio ruolo di socio della Siem e di controllore dell'attività che la stessa svolgeva, non solo non è tempestivamente intervenuta, revocando le autorizzazioni concesse, ma ha contestato le indagini che l'Arpa andava svolgendo, addirittura impugnando con plurimi ricorsi davanti al Tar i legittimi provvedimenti di certificazione analitica e i rapporti di prova delle analisi eseguite dalla stessa Arpa di Mantova.
Nel mantovano, tuttavia, la situazione più grave è quella rappresentata dal sito di interesse nazionale (Sin) «Laghi di Mantova e polo chimico».
Il Sin «Laghi di Mantova e polo chimico» è stato perimetrato con il decreto del Ministro dell'ambiente del 7 febbraio 2003, pubblicato nella G.U. del 21 aprile 2003 n. 86, e include le aree dei Laghi di Mezzo Inferiore, la riserva naturale della «Vallazza», alcuni tratti del fiume Mincio con le relative sponde, tutte aree pubbliche, nonché le aree private del Polo industriale di Mantova, per un totale complessivo di circa 10 Km2, pari al 15 per cento del territorio comunale di Mantova.
Dal punto di vista geografico e amministrativo, il Sin si compone di quattro quartieri del comune di Mantova (Lunetta, Virgiliana, Frassine e Valletta Valsecchi) e di un quartiere, Mottella, appartenente al piccolo comune limitrofo di San Giorgio di Mantova.
Costituisce fonte di costante preoccupazione, per quanto si dirà di seguito a proposito del grave inquinamento ambientale determinato dal fatto che il «Polo chimico» - che insiste sulla sponda sinistra del fiume Mincio, mentre Mantova si trova di fronte sulla sponda destra - sia situato a una distanza di appena 2 Km circa dal centro cittadino del capoluogo.
Quanto alla compromissione di natura socio/sanitario e ambientale, le indagini effettuate hanno posto in evidenza che nei suoli del Sin è presente una contaminazione da metalli, Btexs, idrocarburi leggeri e pesanti, diossine.
A loro volta, le acque di falda presentano una contaminazione da metalli, composti organici aromatici, composti alifatici clorurati cancerogeni, composti alifatici clorurati non cancerogeni, Ipa, Mtbe, Etbe e idrocarburi totali, che hanno dato luogo a quel composto di oli,
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benzine e petroli, che costituisce il surnatante, dello spessore anche di oltre un metro, che galleggia sull'acqua di falda.
Come si è detto, nel Sin - oltre all'area pubblica, costituita dalla zona lacuale - sono state individuate 16 unità (aziende ed aree private): raffineria Ies Italiana Energie e Servizi (di seguito, raffineria Ies), Area Villette Ies, Belleli Energy, Cpe EniPower, Polimeri Europa, Syndial, Colorificio Freddi, Tea, Distributore Claipa, Distributore Eni, Itas, Posio, Sogefi, Azienda agricola Cascina Le Betulle, Sol, Area Porto Valdaro.
All'interno delle aree private l'inquinamento investe soprattutto la falda, che risulta ampiamente invasa dalla massiccia presenza del surnatante. Così, le sostanze inquinanti finiscono nel fiume Mincio e ciò ha determinato il divieto di consumo e di commercializzazione del pescato, per ora solo in talune aree lacuali, benché sia facile supporre un generale inquinamento dell'intera zona lacuale.
Nonostante l'oggettiva gravità della situazione, che avrebbe richiesto un intervento immediato, solo in data 31 maggio 2007 e, cioè, a distanza di oltre quattro anni dalla perimetrazione del Sin, è stato sottoscritto per il Sin un «Accordo di programma», promosso dal Ministero dell'ambiente. Sottosacrittori dell'accordo sono, oltre allo stesso Ministero, la regione Lombardia, la provincia di Mantova, il comune di Mantova, il comune di Virgilio, il comune di San Giorgio di Mantova e il Parco del Mincio.
Obiettivo dell'accordo è quello di assicurare la messa in sicurezza d'emergenza, la bonifica e il recupero delle aree pubbliche contaminate, così da garantire la loro fruibilità, sulla base dei seguenti interventi:
1) la messa in sicurezza e bonifica della falda e delle acque superficiali;
2) la bonifica delle aree lacustri e fluviali;
3) la valutazione di sanità pubblica e lo sviluppo di uno studio epidemiologico.

Per l'esecuzione delle suddette attività sono stati identificati i seguenti soggetti attuatori: Arpa Lombardia, Asl di Mantova, Icram (ora Ispra), Iss, Sogesid Spa, società in house del Ministero dell'ambiente, mentre la copertura finanziaria degli interventi è assicrata da fondi statali e dalle risorse relative alla transazione tra lo stesso Ministero dell'ambiente e Enichem Polimeri Spa, (Syndial) per un totale di 15.722.727 di euro.
Tuttavia, dalla comunicazione del Ministero dell'ambiente pervenuta in data 30 marzo 2012 (doc. 1162/7) risulta che, alla data del 31 dicembre 2011, nessuno degli interventi previsti nell'accordo di programma è stato attuato, dal momento che, lo stato di avanzamento delle attività nel Sin era il seguente:
a) percentuale di aree interessate da interventi di messa in sicurezza d'emergenza: 19 per cento;
b) percentuale di aree con progetto di bonifica presentato: 19 per cento;


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c) percentuale di aree con progetto di bonifica approvato: 1 per cento.

Le cause di tale colpevole inerzia sono molteplici, pur se deve essere sottolineato che, in questi anni (2007/2011) sono state tenute presso il Ministero dell'ambiente 13 conferenze di servizi istruttorie e 8 conferenze di servizi decisorie, ai sensi della legge n. 241 del 1990, che tuttavia non hanno prodotto alcun risultato concreto.
Invero, sono stati istruiti e approvati numerosi elaborati progettuali - articolati in «piani di caratterizzazione» delle aree contaminate, in «progetti di Mise» (acronimo di messa in sicurezza di emergenza) delle acque di falda, nonché progetti di bonifica dei suoli e delle stesse acque di falda, di competenza pubblica e privata - e sono stati anche emanati due decreti di autorizzazione all'avvio dei lavori in via provvisoria per motivazioni di urgenza.
Ciononostante si versa in una situazione che non è ancora riuscita a superare la fase della mera elaborazione progettuale, in quanto le opere di caratterizzazione delle aree private, anche ai fini della messa in sicurezza di emergenza, non sono state completate o sono del tutto insufficienti.
Del resto, non tutte le ditte private interessate hanno operato allo stesso modo, posto che alcune di esse hanno terminato la caratterizzazione e, in alcuni casi, è stato approvato il progetto definitivo di bonifica, com'è accaduto per l'Area collina, di proprietà della Syndial.
Viceversa, altre ditte sono in forte ritardo, in quanto devono ancora iniziare la caratterizzazione del territorio di competenza, mentre altre ditte ancora hanno raggiunto vari stadi intermedi di avanzamento dei livelli progettuali.
La gravità della situazione è costituita dal fatto che, mentre la raffineria della Ies Spa ha dei pozzi anche a valle, che almeno in teoria dovrebbero impedire la diffusione e il passaggio dei contaminanti verso il fiume, vi sono altre aree - quali quella in cui opera la Belleli Energy Srl - dove il surnatante non viene intercettato, né sono stati installati pozzi a valle, per cui la contaminazione continua indisturbata ad affluire verso il fiume Mincio, come ha ribadito nel corso dell'ultima audizione il responsabile dell'area bonifiche dell'Arpa Mantova.
Si tratta di una zona di massima criticità, complicata dal rimpallo delle responsabilità tra gli enti interessati e, così, la Belleli Energy Srl, affermando che il surnatante non è suo, si rifiuta di intervenire, mentre la Ies Spa afferma il contrario, sostenendo l'esistenza di sorgenti attive all'interno della Belleli.
Inoltre, il surnatante attraversa anche le aree abbastanza estese della «Polimeri Europa Spa» (ex Enichem), ma il suo recupero è molto lento e si aggira, in un anno, tra i 10 e i 15 metri cubi, in confronto ai 500 metri cubi della Ies, tant'è che la Polimeri ha previsto di abbandonare la tecnologia di cui si serve la Ies, ossia i pozzi dual pump (che creano depressione in falda nelle acque e richiedono una pompa dedicata al recupero dell'olio) e di utilizzare una tecnologia più spinta, il multifase extraction, che consiste nel mettere i pozzi sotto vuoto, cercando di recuperare l'acqua, il prodotto, l'aria e i gas interstiziali.


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E, tuttavia, a proposito della raffineria Ies, va sottolineato che le indagini dell'Arpa dell'anno 2010 hanno posto in evidenza che «...circa il 60 per cento dell'area caratterizzata dalla presenza di surnatante non è interessata da una significativa attività di recupero del prodotto in quanto, in tali aree, la ditta Ies si limita a svuotare periodicamente i piezometri: si ritiene che tale attività di recupero, effettuata nell'ambito delle azioni di messa in sicurezza d'emergenza, sia del tutto insufficiente..».
Al fine di dare una idea delle quantità, il responsabile dell'area bonifiche dell'Arpa di Mantova ha riferito che, nel periodo compreso tra il 2007 e il 2010, la raffineria ha recuperato circa cinquecento metri cubi di prodotto, ma che ve ne è ancora molto da recuperare, tanto più che l'area interessata al recupero del surnatante è di soli 52 mila metri quadri, nonostante la raffineria Ies Spa occupi nel «polo chimico» un'area ben più vasta di circa 200 mila metri quadri.
Tutto ciò sta a significare che è necessario incrementare il sistema di recupero del surnatante, mediante la costruzione di ulteriori pozzi dedicati.
Ancora, sussistono altre situazioni di criticità, quale quella rappresentata dalla società Colori Freddi Srl, che non offre collaborazione alcuna, nel senso che addirittura si rifiuta di fare la caratterizzazione.
Invero, è accaduto che, nel lontano anno 2006, una conferenza di servizi decisoria ha prescritto alla Colori Freddi Srl il termine di trenta giorni giorni per effettuare i carotaggi prescritti, ma a distanza di ormai tanti anni la società è rimasta inadempiente, senza che il Ministero dell'ambiente abbia esercitato i poteri sostitutivi che gli competono.
Non solo, ma la Colori Freddi Srl aveva un pozzo di messa in sicurezza d'emergenza, che è stato spento, non avendo la società chiesto il rinnovo della relativa autorizzazione, con la conseguenza che la contaminazione rinveniente dalla produzione di strumenti colorati si è spostata nelle ditte a valle.
Aggiungasi infine che la falda del Polo chimico di Mantova non è inquinata solo dalla presenza degli idrocarburi e del suoi derivati, ma anche dalla presenza del mercurio, che proviene dall'area della Polimeri Europa Spa (ex Enichem), che ha invaso l'area del canale artificiale, denominato «Canale Sisma», di proprietà della stessa «Polimeri Europa Spa», e ha raggiunto il fiume Mincio, fino a invadere tutta la darsena ex Enichem e arrivare al comune di Virgilio.
Dal quadro della situazione, come sopra riportato, è evidente che si è ancora lontani dall'avvio a soluzione del grave problema dell'inquinamento della falda, mentre le sostanze inquinanti proseguono la loro corsa verso il Mincio, senza trovare ostacoli, a dispetto delle numerose, quanto inutili, Conferenze di servizi tenute presso il Ministero dell'ambiente, posto che nessun intervento sostitutivo viene effettuato né dal Ministero, né dalla provincia di Mantova per il recupero il surnatante all'interno dell'area della Belleli Energy o della Colori Freddi o, comunque, per creare una barriera idraulica, che impedisca al plume di contaminazione di procedere verso le zone umide e il fiume.
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Nel frattempo, la Sogesid, società in house del Ministero dell'ambiente, nel periodo compreso tra il 2008 e il 2011, ha indetto ben quattro gare di appalto di appalto del complessivo valore di circa 800 mila euro, aventi tutte ad oggetto attività di caratterizzazione e indagini geofisiche, geognostiche e geotecniche, di supporto agli interventi di messa in sicurezza e, tuttavia, rimangono oscure a questa Commissione di inchiesta le ragioni per cui tale attività preliminare di caratterizzazione non sia stata indetta con un'unica gara di appalto già nel 2007 e, cioè, subito dopo la sottoscrizione dell'Accordo di programma.
A ciò si aggiunga il comportamento delle varie conferenze di servizi decisorie e dello stesso Ministero dell'ambiente che - ignorando la costante giurisprudenza del Consiglio di Stato e della Corte di giustizia europea, secondo cui «chi inquina paga» - impongono l'obbligo della bonifica ai proprietari delle singole aree, anziché ai responsabili dell'inquinamento, che il Ministero dell'ambiente ha l'onere di ricercare e di individuare, provvedendo poi, nel caso di mancata individuazione o di assenza di interventi volontari, a realizzare le opere di bonifica, ai sensi dell'articolo 252, comma 5, del decreto legislativo n. 152 del 2006, salvo rivalsa nei confronti dei responsabili dell'inquinamento.
In conclusione, sul punto, questa Commissione d'inchiesta osserva che, mentre l'inquinamento della falda avanza in modo inesorabile verso le acque del Mincio, il Ministero dell'ambiente, avvalendosi della Sogesid Spa, si limita - ancora oggi, a distanza di oltre nove anni dalla perimetrazione del Sin - a elaborare progetti di caratterizzazione e di indagini geofisiche relativi all'intero sito (aree pubbliche e private), ancora e sempre di carattere preliminare - progetti, che sicuramente rappresentano un costo rilevante per l'erario - senza, tuttavia, mai procedere alla realizzazione delle opere necessarie a fermare l'inquinamento della falda, prima di progettare e, quindi, di iniziare la bonifica del sito.
Ad aggravare ulteriormente la situazione di grave e censurabile immobilismo che regna nel Sin di Mantova, deve essere posto in evidenza che, finora, si è rivelato del tutto inefficace il regime delle «prescrizioni», concernenti la messa in sicurezza di emergenza, impartite dalle conferenze di servizi decisorie - che vedono il concerto del Ministero dell'ambiente, del Ministero della salute e delle regioni - nei confronti dei privati proprietari delle aree, sulle quali insistono gli stabilimenti industriali, le cui falde sono inquinate, posto che:
a) i privati responsabili non appaiono disposti a sobbarcarsi gli oneri di bonifica;
b) vi sono contestazioni da parte dei proprietari di alcune aree, i quali assumono di non essere, comunque, responsabili dell'inquinamento della falda;
c) il Ministero dell'ambiente non dispone dei fondi necessari per eseguire direttamente, ex articolo 252, comma 5, del decreto legislativo n. 152 del 2006, i prescritti interventi, in sostituzione dei privati inadempienti, salvo rivalsa nei loro confronti.

Il grave inquinamento industriale che affligge il territorio mantovano ha delle precise ricadute sulla salute della popolazione e così,


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davanti il tribunale di Mantova, è in corso un primo processo penale nei confronti degli amministratori della Montedison per omicidio colposo in danno di 72 lavoratori deceduti, a causa di patologie tumorali provocate dall'uso di sostanze cancerogene all'interno dello stabilimento, ormai chiuso da anni.
Allarmante è lo stato di salute della popolazione che risiede nel quartiere industriale della città, in cui il rischio di ammalare di sarcoma dei tessuti molli supera di 30 volte quello degli altri residenti mantovani.
Significativa è anche la mortalità per tumore maligno, che nel comune di Mantova è superiore del 6,4 per cento (percentuale statisticamente significativa) rispetto alla stessa provincia.
Ancora, le malformazioni congenite nei quartieri del comune di Mantova (Lunetta, Frassine, Virgiliana, Valletta Valsecchi) e del limitrofo comune di San Giorgio (Mottella), raggiunti dall'impatto del Petrolchimico, tutti ricompresi nell'area del S.I.N., superano fino a più di tre volte quella rilevata nei comuni confinanti.
Infine, a ulteriore riprova dell'inquinamento ambientale che coinvolge non solo la città di Mantova, ma gran parte del territorio provinciale, va rilevato che una indagine epidemiologia ambientale sull'alto mantovano, eseguita dall'Asl di Mantova in data 25 novembre 2009, ha consentito di mettere in evidenza un eccesso di leucemie concentrato nel comune di Castiglione delle Stiviere statisticamente significativo, sia rispetto al dato calcolato sulla provincia di Mantova, sia rispetto agli altri comuni limitrofi del medesimo distretto territoriale.
Tale eccesso appare correlabile con la presenza di siti contaminati del medesimo comune, alcuni dei quali solo parzialmente bonificati. Sarebbe importante stabilire, con appropriato monitoraggio delle acque di falda superficiale utilizzabili per scopi agricoli o industriali, se l'inquinamento sia ancora in atto o meno e, di conseguenza, il livello del rischio sanitario.

12 - La provincia di Bergamo

12.1 - La gestione dei rifiuti urbani e speciali

Alla stregua della relazione sulla gestione dei rifiuti urbani da parte del prefetto di Bergamo (doc. 416/2), nella provincia di Bergamo dal 1993 al 2006, si possono individuare i seguenti elementi: 1) l'aumento della produzione totale di rifiuti urbani con un incremento complessivo del 45,9 per cento, da ricondursi a dinamiche di sviluppo socio - economico, che non sono strettamente prerogative del contesto della provincia di Bergamo, ma che agiscono nel complesso del contesto nazionale; 2) il decremento della frazione destinata allo smaltimento, posto che la frazione indifferenziata, congiuntamente allo spazzamento stradale, ha subito un decremento complessivo del 24,3 per cento; 3) il consistente aumento della raccolta differenziata.
Invero, nella provincia di Bergamo si è passati da una raccolta differenziata di circa 16.200 t/a nel 1993 ad un quantitativo di ben quattordici volte superiore nel 2006. Analizzando la percentuale di


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raccolta differenziata, rispetto alla produzione totale di rifiuti urbani, nel 2006 (49,6 per cento di raccolta differenziata) si è raggiunta una percentuale dieci volte superiore a quella conseguita nel 1993 (4,9 per cento di raccolta differenziata);
II quantitativo della frazione di rifiuti ingombranti complessivamente dal 1993 al 2006 è diminuito del 10,3 per cento, con una diminuzione annua dello 0,8 per cento.
Nel 2007 sono state prodotte nella provincia di Bergamo 472.758 tonnellate di rifiuti urbani (produzione pro capite 445,6 Kg per anno), di cui poco più del 52,8 per cento è stato intercettato dai sistemi di raccolta differenziata e avviato al recupero di materia.
La produzione pro capite di rifiuti urbani rimane al di sotto dei 450 kg/ab anno nei comuni di dimensioni medie, ma tale valore viene superato sia nella fascia dei comuni piccoli (con 478 kg/ab anno), con popolazione inferiore ai 1.000 abitanti, sia nel comune capoluogo, con una produzione specifica di 587 kg/ab anno.
In corrispondenza delle stesse classi dimensionali si ha la produzione specifica maggiore di rifiuti urbani indifferenziati avviati allo smaltimento (288 kg/ab anno per il comune di Bergamo e per i comuni con meno di 1.000 abitanti).
I rifiuti intercettati dai sistemi di raccolta differenziata rappresentano il 49,6 per cento della produzione totale di rifiuti urbani, se si considera inoltre la quota stimata di ingombranti avviati al recupero, il valore sale al 50,1 per cento.
Le frazioni che contribuiscono maggiormente al flusso di rifiuti della raccolta differenziata sono le frazioni umide (organico e verde), carta e cartone, vetro e plastica.
I dati di produzione di rifiuti della provincia di Bergamo possono essere confrontati con i valori riscontrati nel territorio regionale e nazionale (35).
A questo punto occorre porre in evidenza che la provincia di Bergamo possiede una popolazione che rappresenta circa l'11 per cento della popolazione regionale, circa il 4 per cento della popolazione del Nord Italia e meno del 2 per cento di quella nazionale. In termini di produzione totale di rifiuti urbani, invece, il peso della provincia di Bergamo diminuisce rappresentando il 9,7 per cento della produzione regionale, il 3,3 per cento di quella nel Nord Italia e l'1,5 per cento di quella nazionale. Tale riduzione spiega in parte il valore decisamente inferiore di produzione pro capite di rifiuti urbani, sia rispetto al dato regionale (di ben 59 kg/ab anno), che rispetto al Nord Italia e all'intera nazione (rispettivamente, di ben 86 kg/ab anno e 92 kg/ab anno).
La gestione dei servizi di raccolta/trasporto rifiuti e spazzamento stradale appare particolarmente frammentata sul territorio provinciale, posto che dai dati disponibili relativi ai soggetti gestori dei servizi di raccolta e trasporto dei rifiuti urbani risulta che complessivamente vi sono 143 soggetti operanti nella provincia di Bergamo.
Considerando tutte le tipologie di rifiuti urbani raccolti sul territorio provinciale, si rileva che tra i 143 soggetti gestori, la grande
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maggioranza, ovvero il 63 per cento, effettua servizi di raccolta e trasporto in cinque comuni, mentre solo 22 soggetti (il 15 per cento dei soggetti gestori totali) effettuano i servizi in un bacino più ampio e superiore a 20 comuni e tre di questi operatori possiedono un bacino di utenza superiore ai 50 comuni.
Singolare è poi il fatto che, di norma, i comuni utilizzino più gestori per i servizi di raccolta e trasporto dei rifiuti urbani e spazzamento, posto che solo 41 i comuni utilizzano un solo gestore per tutti i servizi di raccolta dei rifiuti, mentre tutti gli altri comuni hanno utilizzato da 5 a 10 diversi gestori per i servizi.
Ancora, la relazione del prefetto di Bergamo sottolinea che i servizi di raccolta differenziata di frazioni specifiche tendono ad essere affidati a più soggetti all'interno dello stesso comune, mentre per le frazioni principali il gestore è unico.
Molto elevato è anche il grado di copertura per i servizi di raccolta differenziata di carta, plastica, altri metalli e di ingombranti con oltre il 95 per cento della popolazione interessata.
Per la raccolta del verde, del legno e per lo spazzamento vi è una copertura molto elevata, posto che interessa oltre il 90 per cento della popolazione.
Risulta invece più contenuta l'estensione della raccolta della frazione umida, che riguarda il 51 per cento dei comuni della provincia, ovvero il 76 per cento della popolazione totale, e dell'alluminio che riguarda il 44 per cento della popolazione totale.
Per l'indifferenziato, l'organico, la plastica e la carta i quantitativi maggiormente intercettati sono raccolti a domicilio, mentre la modalità di raccolta stradale incide particolarmente solo per la raccolta del vetro (11 per cento del vetro totale raccolto è dichiarato con la modalità stradale e il 4 per cento dichiarato con la modalità stradale e domiciliare).
I flussi di verde, legno, metalli ed ingombranti sono prevalentemente intercettati nelle piattaforme di raccolta.
Invero, il territorio provinciale risulta coperto da una fitta rete di piattaforme e centri di raccolta comunali per la raccolta differenziata (esistenti in 160 comuni), cui possono essere conferite tipologie di rifiuti molto numerose e variegate, posto che gran parte della popolazione della provincia di Bergamo (poco più dell'84 per cento) risiede in un comune dotato di almeno una piattaforma per la raccolta differenziata. Peraltro, il servizio è destinato ad essere potenziato, poiché sono in costruzione o in fase di progettazione altre 16 piattaforme in altrettanti comuni.
Inoltre va dato atto del fatto che la maggior parte delle strutture (dal 60 per cento al 95 per cento) dispone dei principali presidi impiantistici (quali, la recinzione e la guardiania; la pavimentazione delle aree operative, la rete idrica e fognaria; la presenza di locali chiusi; gli impianti di illuminazione e antincendio; le barriere perimetrali a verde), mentre è meno frequente la dotazione di attrezzature idonee alla ottimizzazione della gestione del flussi di rifiuti (quali, un impianto di pesatura; le attrezzature per compattazione; le attrezzature per selezione).
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Con riferimento all'anno 2006, il flusso complessivo dei rifiuti indifferenziati nella provincia di Bergamo è stato pari a 184.899 tonnellate
L'89,9 per cento di questi rifiuti è stato sottoposto a trattamento in impianti provinciali (in particolare,il 60,2 per cento è stato avviato a trattamento termico presso l'impianto Rea di Dalmine; il 29,7 per cento è stato avviato all'impianto A2A (ex Bas) ed è stato pretrattato, con produzione di Cdr o altro rifiuto, destinato a successivo trattamento termico). Solo il 10,1 per cento dei rifiuti indifferenziati, pari a 18.737 tonnellate, è stato esportato fuori provincia e conferito per la quasi totalità al trattamento termico presso l'impianto A2A di Brescia e, in minima percentuale, presso l'impianto SILEA di Valmadrera.
Ancora, con riferimento all'anno 2006, il flusso di frazione organica da raccolta differenziata complessivo ammonta nella provincia di Bergamo a 44.360 tonnellate, di cui ben 44.119 tonnellate pari al 99,5 per cento è stato destinato ad impianti provinciali di compostaggio.
L'analisi dei quantitativi associati ai diversi destini evidenzia come una parte consistente dei rifiuti abbia trovato sbocco, almeno iniziale, in ambito provinciale.
La valutazione dei costi di gestione dei rifiuti è effettuata con riferimento al costo totale dichiarato e sostenuto dai singoli comuni, valutato al netto dei ricavi derivanti dai contributi Conai o altri ricavi legati alla cessione di materiale recuperabile e dall'eventuale recupero energetico di rifiuti termovalorizzati (voci: Ra e Rb).
Tale dato, per la provincia di Bergamo, è disponibile per 238 comuni su 244 totali, per complessivi 1.013.283 di abitanti, che rappresentano il 97 per cento della popolazione totale provinciale.
Il costo complessivo sostenuto nel 2006 dai comuni della provincia di Bergamo è stato pari a 77.996.546 euro, che corrisponde ad un costo medio per abitante di 77 euro/abxa e a un costo medio per tonnellata di rifiuto prodotto di 168,1 euro/t.
Suddividendo i comuni per classi omogenee di ampiezza demografica, si può osservare che i costi pro capite sono maggiori in corrispondenza dei piccoli comuni (con popolazione inferiore ai 1.000 ab.) e del comune capoluogo essendo rispettivamente di 109,2 euro/abxa e 132 euro/abxa. Per i comuni di medie dimensioni (con popolazione compresa tra i 1.000 e i 30 mila ab.), che riguardano l'83 per cento della popolazione totale, la spesa pro-capite si attesta intorno ai 68.5 euro per abitante all'anno.
L'analisi della gestione dei rifiuti speciali nella provincia di Bergamo è stata effettuata sulla base delle dichiarazioni Mud (Modello unico di dichiarazione ambientale) trasmesse nel 2005 e relative ad attività svolte nel 2004, essendo questa la base dati più aggiornata disponibile già oggetto di una prima operazione di verifica e bonifica da parte di Arpa Lombardia.
La relazione del prefetto di Bergamo segnala al riguardo che gli indirizzi in materia di pianificazione, recentemente emanati dalla regione Lombardia, hanno segnalato l'opportunità, per le province, di fare riferimento nell'analisi della gestione dei rifiuti speciali alle basi dati Mud, già prebonificate da parte di Arpa, al fine di garantire un
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controllato e omogeneo approccio al tema pianificazione dei rifiuti speciali nell'ambito dei diversi piani provinciali.
La produzione complessiva di rifiuti speciali nella provincia di Bergamo ammonta nel 2004 a 2.516.386 tonnellate, di cui 2.204.058 tonnellate (87,6 per cento del totale) è costituita da rifiuti speciali non pericolosi e 312.328 tonnellate (12,4 per cento del totale) da rifiuti speciali pericolosi. In tali dati sono comprese le quantità dichiarate nel Mud come prodotte sia all'interno che fuori dalle singole unità locali dichiaranti, limitatamente, per quanto riguarda la produzione fuori dalle unità locali, a quelle derivanti da attività, comunque, effettuate nel territorio della provincia di Bergamo.
L'esame dei dati aggiornati dà conto del fatto che la quota più consistente della produzione al 2004 si concentra nel settore manifatturiero (sezione D), con 1.129.508 tonnellate di rifiuti non pericolosi (51,2 per cento del corrispondente totale) e 9.511 tonnellate di pericolosi (76,7 per cento del totale), per complessive 1.369.019 (54,4 per cento del totale).
Al fine di disporre di dati utili alla successiva valutazione degli effettivi fabbisogni di trattamento e smaltimento dei rifiuti derivanti dal sistema produttivo e dalle attività di servizio presenti sul territorio provinciale, sono stati definiti dati di produzione al netto dei cosiddetti «rifiuti secondari», ovvero dei rifiuti direttamente derivanti dal trattamento e smaltimento di altri rifiuti (rifiuti identificabili in via prevalente ma non esclusiva nella famiglia Cer 190000).
La produzione di rifiuti così valutata è stata definita come «produzione primaria».
La «produzione primaria» di rifiuti speciali nella provincia ammonta nel 2004 a 1.964.298 tonnellate, di cui 1.684.821 tonnellate (86 per cento del totale) è costituita da rifiuti speciali non pericolosi e 279.478 tonnellate (14 per cento del totale) da rifiuti speciali pericolosi. La maggior quota della produzione si concentra in particolare nel settore manifatturiero, con 1.045.113 tonnellate di rifiuti non pericolosi (62 per cento del corrispondente totale) e 233.777 tonnellate di pericolosi (84 per cento del totale), per complessive 1.278.8901 (65 per cento del totale).

12.2 - Il sistema impiantistico per il trattamento, il recupero e lo smaltimento dei rifiuti e le discariche

Gli impianti autorizzati al trattamento dei rifiuti sono in tutto 142, di cui 136 con una potenzialità totale di smaltimento e recupero di poco più di 3,5 milioni t/anno, e 6 discariche con una volumetria complessiva originaria di circa 2 milioni di metri cubi (di cui ad oggi risultano disponibili circa 592.600 me).
Gli impianti numericamente maggiori sono gli impianti di stoccaggio, selezione e cernita (44), seguiti dagli impianti di recupero (29), dagli impianti di ammasso di carcasse di autovetture (24) e dagli impianti di solo stoccaggio (19).
In numero più contenuto vi sono gli impianti di depurazione (9), le piattaforme e le stazioni di trasferimento (8), gli impianti di trattamento termico (7) quelli di compostaggio (3), e gli impianti di


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produzione del Cdr (2). Infine, tre sono i soggetti autorizzati allo spandimento dei fanghi in agricoltura.
Per quanto attiene ai rifiuti urbani, nel territorio provinciale sono attualmente attivi i seguenti principali impianti di trattamento del rifiuto indifferenziato, di compostaggio e di recupero delle terre di spazzamento stradale:
a) un impianto di trattamento meccanico/biologico del rifiuto indifferenziato (triturazione, vagliatura, bioessiccazione, Cdr), costituito dall'impianto A2A di Bergamo di bioessiccazione con produzione Cdr;
b) due impianti di termovalorizzazione del rifiuto indifferenziato o pretrattato, costituiti dall'impianto Rea di Dalmine e dall'impianto Bas Power di Bergamo;
c) tre impianti di compostaggio della frazione organica e del verde da raccolta differenziata, costituiti dall'impianto Berco Srl di Calcinate, dall'impianto F.lli Terzi Srl di Grassobbio e dall'impianto Montello Spa di Montello, oltre all'impianto di Grassobbio per i fanghi biologici;
d) un impianto di compostaggio dei fanghi biologici, del verde da raccolta differenziata e di ammendante vario (letame, pollina, paglia ecc.), costituito dall'impianto GTM Spa di Ghisalba;
e) un impianto di recupero delle terre di spazzamento stradale e, cioè, l'impianto Ecocentro Srl di Gorle.

In ambito provinciale è inoltre presente una discarica, sita nel comune di Cavernago, per rifiuti speciali non pericolosi, che ha una capacità complessiva di 1.263.000 metri cubi, suddivisa su 7 lotti, ma in fase di esaurimento, tant'è che è stata presentata istanza Via per un ampliamento. Un'altra discarica è presente tra i comuni di Gorno e Premolo, al servizio esclusivo dello stabilimento della società Pontenossa Spa per le scorie derivanti da trattamento in forno Waelz dei fumi di acciaieria provenienti da ambiti regionali ed extra regionali.
Nella provincia di Bergamo attualmente esiste un solo impianto dedicato al pretrattamento e trattamento meccanico/biologico (A2A Bergamo). Tale impianto garantisce, per la città di Bergamo e per i comuni dell'hinterland, il trattamento dei rifiuti per produrre Cdr e l'avvio a recupero energetico nel limitrofo impianto Bas Power e, per il materiale biostabilizzato, in impianti collocati al di fuori del territorio provinciale.
I principali impianti di compostaggio presenti in provincia sono:
a) l'impianto Montello Spa (trattamento della frazione organica e del verde da raccolta differenziata);
b) l'impianto di compostaggio Berco di Calcinate (trattamento della frazione organica e del verde da raccolta differenziata);
c) l'impianto di compostaggio Spurghi F.lli Terzi di Grassobbio (attualmente dedicato al trattamento dei fanghi biologici e del verde


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da raccolta differenziata; in precedenza ha trattato la frazione organica);
d) l'impianto di compostaggio GTM di Ghisalba (trattamento dei fanghi biologici, del verde da raccolta differenziata e di ammendante vario).

Nel corso dell'anno 2006, l'unico impianto che ha lavorato in linea con le potenzialità autorizzate è stato quello di Calcinate, pur con valori di trattamento del verde inferiori.
Per l'impianto di Grassobbio, i titolari hanno comunicato di voler privilegiare il trattamento di fanghi e verde, rinunciando alla Forsu (frazione organica del rifiuto solido urbano) per difficoltà di lavorazione di quest'ultima.
Per quanto riguarda l'impianto di Montello, solo recentemente è stata ultimata la realizzazione di una sezione di digestione anaerobica, costituita da 6 digestori da 4.500 metri cubi cadauno, che consentirà verosimilmente la saturazione del quantitativo originariamente autorizzato.
II parco impiantistico di termovalorizzazione per i rifiuti urbani e flussi derivati esistente in provincia è composto da due impianti: Rea (Dalmine) e Bas Power (Bergamo).
L'impianto di termovalorizzazione Rea di Dalmine, in funzione dal 2002, è dotato di due linee parallele di trattamento, con forni a griglia a gradini mobili, che producono energia elettrica mediante turbina a vapore, accoppiata a un generatore, e recuperano il vapore residuo tramite condensatore ad aria.
L'impianto ha una potenzialità di 400 t/d di rifiuti urbani e speciali non pericolosi, mentre il potere calorifero nominale del rifiuto è di circa 11 mila kJ/kg.
Il sistema di trattamento fumi è composto da SCR (riduzione selettiva catalitica), elettrofiltro, assorbimento a secco (calce e carbone attivo filtro a maniche). È prevista per tale impianto una modifica della tipologia di raffreddamento della griglia mediante sistema ad acqua, anche al fine di poter trattare materiale a più elevato PCI. La Società Rea ha avanzato istanza per l'ampliamento dell'impianto, mediante la realizzazione di una nuova linea di combustione dei rifiuti dedicata a rifiuti ingombranti, fanghi da depurazione acque reflue e rifiuti speciali oltre che rifiuti ospedalieri trattati.
L'impianto di termovalorizzazione Bas Power di Bergamo è costituito da una sola linea dotata di un combustore del tipo a letto fluido bollente e da una caldaia di recupero, con una potenzialità di 220 t/d. L'impianto tratta esclusivamente Cdr a pezzatura fine (coriandolo), proviene per il 20/40 per cento dagli impianti in gestione ad ASM Spa e per il restante 60/80 per cento da ambiti fuori provincia e regione (in prevalenza Centro - Nord Italia).
In coda al generatore di vapore è installata una linea di trattamento dei fumi, composta da due filtri a maniche in serie; al termine della linea è installato un sistema «DeNOx» di tipo catalitico. Il vapore prodotto dalla caldaia viene conferito ad una turbina multistadio a condensazione, accoppiata ad un alternatore sincrono trifase che consente la produzione di energia elettrica.


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Come si è accennato, in ambito provinciale sono presenti due principali discariche: la discarica di Cavernago e la discarica di Gorno/Premolo, al servizio dello stabilimento Pontenossa Spa.
La discarica controllata di Cavernago, per rifiuti non pericolosi, è entrata in esercizio nel marzo del 1998 e ha una capacità complessiva di 1.263.000 metri cubi suddivisa su sette lotti, in fase di esaurimento. È in corso l'istruttoria per il suo ampliamento (approntamento di ulteriori due lotti per una capacità complessiva di ulteriori 354.500 metri cubi e una risagomatura delle quote sommitali della discarica).
La discarica controllata di Gorno e Premolo è posta al servizio dello stabilimento Pontenossa Spa, dove vengono trattati i fumi provenienti dalle acciaierie dell'intero territorio nazionale, mediante processo Waelz finalizzato alla produzione di un concentrato di zinco e piombo (denominato ossido Waelz) estratti dai suddetti fumi.
Alla discarica vengono conferiti esclusivamente i residui (scorie) derivanti dal suddetto processo di lavorazione identificati dal codice Cer 100501.
La discarica, risalente al 1962, è ubicata nella valle del torrente Rogno, un corso d'acqua che è stato in tempi relativamente recenti tombinato e sostituito, anche se ancora parzialmente, con un nuovo sistema artificiale, destinato a costituire il corpo idrico superficiale finale ad avvenuto esaurimento e rimodellamento dell'intera vallecola interessata dal deposito delle scorie.
La discarica ha attualmente una capacità residua di circa 150 mila metri cubi, corrispondente a circa 4 - 4,5 anni di esercizio con gli attuali afflussi medi (35-40 mila metri cubi/anno, pari a circa 73.500-84 mila t/anno), mentre è in fase istruttoria la richiesta di un ulteriore ampliamento per una capacità complessiva pari a 650- 700 mila metri cubi, che potrà assicurare un ulteriore periodo di conferimento di almeno 14-15 anni, stando agli attuali ritmi di afflusso. La discarica si è sviluppata nel tempo con caratteristiche costruttive che sono state progressivamente migliorate.
Attualmente l'impianto Rea di Dalmine accoglie anche un flusso di rifiuti urbani indifferenziati provenienti dalle province di Sondrio e di Varese, per un quantitativo complessivo pari a circa 40 mila t/anno. È inoltre attivo un flusso pari a circa 18-20 mila t/anno dal territorio Nord orientale della provincia di Bergamo verso l'impianto A2A di Brescia.
In linea con le disposizioni in materia emanate dalla regione Lombardia, la provincia di Bergamo e la provincia di Sondrio hanno sottoscritto un protocollo di intesa per la collaborazione interprovinciale nello smaltimento dei rifiuti urbani (approvato con D.G.P. n. 616 del 22 novembre 07 dalla provincia di Bergamo). Tale protocollo prevede, sino all'anno 2012, il conferimento dal territorio della provincia di Sondrio all'impianto Rea di Dalmine, di un quantitativo massimo annuo pari a 20 mila t/a di rifiuti urbani e assimilati.
In merito ai conferimenti di rifiuti urbani e assimilati dalla provincia di Varese all'impianto Rea di Dalmine (attualmente pari a ca. 20 mila t/a) non si è ancora proceduto alla stipula di specifico accordo interprovinciale per la regolazione di tale flusso. Il piano prevede che, in assenza di formalizzazione di accordi con la provincia
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di Brescia, i rifiuti provenienti dalla porzione nord orientale del territorio provinciale, oggi conferiti all'impianto A2A di Brescia, siano trattati e smaltiti dagli impianti del sistema provinciale.
È tuttavia auspicabile che tale flusso, essendosi storicamente consolidato in ragione delle oggettive condizioni di ottimizzazione tecnico gestionale conseguite, possa continuare ad essere gestito secondo tali consolidate modalità, come peraltro già prospettato alla provincia di Brescia. Qualora tale ipotesi si concretizzasse può essere considerata l'opzione di mantenimento del flusso di importazione proveniente dalla provincia di Varese in quanto si determinerebbe una sostanziale invarianza dei fabbisogni.
Le tipologie di trattamento, per le quali è emersa la necessità di potenziamento della dotazione impiantistica, sono le seguenti:
1) trattamento termico e recupero energetico dei flussi di rifiuti residui;
2) impianto di trattamento dei residui derivanti dalla combustione dei rifiuti (recupero scorie);
3) impianto di discarica per il conferimento dei flussi residui non altrimenti valorizzabili.

Per tutte queste tipologie di trattamento sono state avanzate istanze volte al potenziamento dell'impiantistica esistente oppure alla realizzazione di nuovi interventi.
Per quanto attiene il trattamento termico, è stata avanzata istanza da parte della società Rea di Dalmine per la realizzazione di un intervento di potenziamento dell'attuale impianto con la realizzazione di una terza linea che garantirebbe un ulteriore capacità di trattamento per un quantitativo di rifiuti compreso, in funzione del PCI (potere calorifico), tra 78 mila e 140 mila t/a.
Le nuove potenzialità impiantistiche di trattamento termico renderebbero disponibili quote di capacità di trattamento per rifiuti speciali per i quali il piano ha individuato uno specifico fabbisogno, con particolare riferimento al trattamento dei fanghi biologici da depurazione delle acque reflue civili, non altrimenti valorizzabili.
Per quanto attiene i fabbisogni di trattamento termico e le valutazioni in merito alle potenzialità esistenti, si è già accennato al tema del parziale utilizzo dell'impianto Bas Power per il trattamento di flussi di derivazione urbana, determinato dalle capacità di trattamento dell'impianto a monte, che è in grado di generare solo quota parte dei rifiuti avviabili a trattamento termico.
Per quanto attiene il trattamento delle scorie da combustione è stato presentato dalla società ABM Valorizzazione Srl un progetto per la realizzazione di un impianto di potenzialità pari a complessive 130 mila t/a dedicato al trattamento di rifiuti di natura inerte tra i quali rientrano le scorie dal trattamento termico.
Infine, è stata avanzata istanza dalla società Bergamo Pulita Srl per la realizzazione di un ampliamento della discarica di Cavernago in via di esaurimento; la potenzialità aggiuntiva, pari a 390 mila metri cubi, potrebbe garantire la collocazione dei rifiuti non altrimenti


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valorizzabili nella fase transitoria alla realizzazione della nuova impiantistica di trattamento termico.
Attualmente presso la discarica, in forza di una convenzione sottoscritta con la provincia di Bergamo, trovano collocazione i seguenti rifiuti, derivanti dagli impianti di trattamento dei rifiuti urbani prodotti nel territorio bergamasco: scorie da trattamento termico, scarti da produzione Cdr impianto A2A, fanghi da impianto, trattamento rifiuti da spazzamento stradale. Presso tale discarica trova altresì collocazione parte dei rifiuti ingombranti prodotti dai comuni bergamaschi e destinati allo smaltimento. In conclusione, allo stato, la discarica costituisce l'elemento di chiusura del circuito di recupero e smaltimento dei rifiuti urbani prodotti nel territorio provinciale.
Tutte le istanze sopra citate sono soggette a valutazione di impatto ambientale (Via), sicché, qualora nel corso delle istruttorie di Via o autorizzative dovessero emergere fattori di criticità, tali da non consentire la positiva conclusione dei relativi iter, saranno valutate adeguate alternative finalizzate al soddisfacimento dei fabbisogni sia nel breve termine sia sull'intero orizzonte temporale della pianificazione.

12.3 - Le attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti

Com'è noto la recente riforma, introdotta con l'articolo 11 della legge 13 agosto 2010 n. 136 - che ha modificato l'articolo 51, comma 3 bis, c.p.p. attribuendo alla direzione distrettuale antimafia la competenza a indagare sul traffico dei rifiuti, di cui all'articolo 260 decreto legislativo n. 152 del 2006 - ha finito con il creare uno scollamento tra le indagini sui reati ambientali, non ipotizzati dall'articolo 260, e le indagini sull'organizzazione, ostacolando di fatto il travaso di notizie.
Condivisibili appaiono, pertanto, le perplessità espresse sulla riforma dalla dottoressa Laura Cocucci, sostituto procuratore della Repubblica in Bergamo, nel corso dell'audizione del 28 marzo 2012.
Invero, le indagini sui reati ambientali nascono sul territorio ma, nelle ipotesi di traffico di rifiuti, la procura circondariale è costretta a «fermarsi» e a trasmettere gli atti alla procura distrettuale.
In particolare, poiché il reato di cui all'articolo 260 consente le intercettazioni telefoniche e l'utilizzo di strumenti di indagine più significativi, succede che la trasmissione del fascicolo principale alla procura distrettuale finisce con il depotenziare le indagini sui reati ambientali, che non hanno il seguito che avrebbero potuto avere se il pubblico ministero - che è il titolare delle indagini e che magari è partito con la polizia giudiziaria in loco - avesse mantenuto tutto il fascicolo presso il proprio ufficio.
Quanto agli illeciti di qualche rilevanza connessi al ciclo dei rifiuti, non sono stati acquisiti documenti e informazioni di polizia giudiziaria che dimostrino la presenza nel territorio bergamasco della criminalità organizzata.
Nella parte generale sono state illustrate le dichiarazioni rese dal comandante regionale della Guardia di finanza Renato Maria Russo,


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nel corso delle audizione del 20 luglio 2010 e del 28 marzo 2012, in ordine alcune operazioni di polizia giudiziaria nello specifico settore dei rifiuti.
Ciò che accomuna i vari procedimenti penali, già trattati nella parte generale, è che i reati contestati concernono un traffico di rifiuti costituiti da materiali, ferrosi e non, di incerta provenienza, in quanto privi della relativa certificazione di accompagnamento, effettuati senza fattura ovvero supportati da false fatture di acquisto da aziende operanti nel settore.
Il comandante Russo ha sottolineato, nel corso dell'audizione del 28 marzo 2012, che quelle coinvolte nelle attività illecite oggetto delle indagini della Guardia di finanza sono imprese lombarde e che, a parte i reati di tipo ambientale, con i loro comportamenti criminosi pongono fuori mercato le aziende del settore che si comportano lecitamente, in quanto - a differenza di queste ultime - sono in grado di abbattere i costi.
E così è accaduto che, in data 21 marzo 2012, i Carabinieri del Noe hanno posto sotto sequestro nel comune di Treviolo (BG) un'area di metri quadri 20 mila, destinata alla costruzione di un polo scolastico, poiché era stato accertato che nel sottofondo del cantiere erano stati conferiti ingenti quantitativi di materiale costituito da scorie di fonderia, classificato come pericoloso in quanto contaminato da cloro esavalente, sostanza cancerogena e altamente nociva per la salute umana. Nella circostanza sono state deferite all'autorità giudiziaria tre persone per traffico illecito di rifiuti.
Si tratta di un tipico caso di smaltimento illegale, finalizzato a sottrarsi ai costi dello smaltimento regolare, di cui ha riferito il comandante Russo.
Nel corso della sua audizione, la dottoressa Laura Cocucci ha riferito di un grave inquinamento da cloroformio esavalente, sostanza notoriamente cancerogena, che ha origine nel sottosuolo di un'area privata del comune di Verdellino, dove opera l'azienda Cromoplastica Spa.
Si tratta di un'azienda la cui principale attività consiste in trattamenti di elettrodeposizione galvanica, sostanzialmente di cromatura e nichelatura. Proprio perché prevede questi trattamenti galvanici, questo impianto produttivo era ed è tuttora soggetto ad autorizzazione integrata ambientale. I processi galvanici sono realizzati attraverso bagni chimici di cromo in vasche e per il lavaggio di queste ultime l'azienda utilizzava anche un pozzo privato aziendale che prelevava acque sotterranee, risultate poi inquinate.
Non si tratta, comunque, di un caso isolato di inquinamento da cromo esavalente della falda acquifera del territorio, come risulta dalla comunicazione del comune di Treviglio in data 13 marzo 2012.
Tutti i comuni dell'area e cioè Ciserano, Arcene, Verdellino, Castel Rozzone e Treviglio sono afflitti dallo stesso problema, quanto meno a partire dall'anno 2000, quando vi fu uno sversamento della sostanza da parte della ditta Castelcrom nel comune di Ciserano (BG).
Nel mese di agosto 2010, l'Arpa di Bergamo ha individuato la ditta Cromoplastica International Spa di Verdellino (BG) come responsabile del plume che sta investendo anche la porzione nord del territorio comunale di Treviglio. Sulla base di quanto sopra la ditta stessa ha
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presentato un progetto di messa in sicurezza operativa della falda, approvato dalla conferenza di servizi del 25 novembre 2010 e in corso di esecuzione a cura e carico della ditta.
Nello specifico, l'amministrazione comunale di Treviglio sta facendo pressione, anche con gli altri comuni interessati, nei confronti della regione Lombardia (responsabile del procedimento trattandosi di inquinamento sovracomunale) affinché imponga alla ditta generalizzata delle azioni adeguate sia sulla sorgente del plume, sia sui bersagli già impattati, come i pozzi privati.
Considerato che regione Lombardia e Arpa non hanno attivato un monitoraggio capillare sui pozzi privati, dal marzo 2011, l'amministrazione del comune di Treviglio ha definito un proprio monitoraggio periodico (le analisi vengono poi effettuate da Arpa) su alcuni pozzi privati del territorio, con la prospettiva di allargare il raggio di azione, al fine di avere una visione costante e capillare dello stato dell'inquinamento.
Attualmente questo piano di monitoraggio è stato predisposto e finanziato dal comune di Treviglio, ma l'Arpa è stata sollecitata a farsi carico di questa incombenza, tecnica oltre che economica, con l'estensione del monitoraggio fino ai limiti sud del territorio comunale, avuto riguardo alla porzione di territorio sulla quale si prevede che giunga il plume.
In data 30 dicembre 2011, si è aggiunto un nuovo plume di inquinamento (doc. 12), sito leggermente più ad est a carico della Nuova IGB Srl nel comune di Verdellino (BG), che dai dati finora disponibili pare essere di recentissima formazione ovvero non ancora diffuso sul territorio.
Infine, in data 16 febbraio 2012, si è aggiunto un ulteriore plume di inquinamento (doc. 13) leggermente più ad ovest, a carico di una ditta ancora da individuarsi con certezza tra la Cromec Srl e la Rubinetterie Mariani Srl di Verdellino (BG), i cui dati sono ancora da integrare con altri campionamenti, al fine di qualificare meglio le caratteristiche del plume.
Il secondo plume (ditta Cromoplastica International SpA) e i plumes aggiuntivi del dicembre 2011 e del febbraio 2012 hanno tutti origine presso ditte ubicate nell'area industriale di Zingonia, che è un agglomerato industriale posto a cavallo dei comuni di Verdello, Verdellino e Ciserano.
A tale grave situazione il comune di Treviglio sta reagendo con una serie di misure, che vanno dal censimento di pozzi privati alla messa in funzione di barriere idrauliche, ai contributi per l'installazione di impianti di filtrazione in favore delle utenze domestiche residenti dotate di pozzo privato, in cui sia stato accertato il superamento del limite di 25 ug/l per il parametro del cromo esavalente.
Inoltre, l'amministrazione comunale ha provveduto a richiedere all'Arpa di espletare una campagna capillare di monitoraggio con cadenza minima trimestrale, fino al perimetro sud dei cinque comuni interessati, volta ad individuare le eventuali ulteriori fonti dell'inquinamento, cui addebitare i costi delle bonifiche e gli eventuali danni che, sin d'ora, le amministrazioni comunali si riservano di chiedere ai responsabili.
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Come ha osservato la dottoressa Laura Cocucci, nel corso della sua audizione, il sistema idrogeologico della falda del trevigliese è particolare, perché esiste, da un lato, uno strato argilloso a circa quindici chilometri sotto la falda, che fa sì che le sostanze inquinanti non si disperdano nel sottosuolo, ma rimangano nella zona superficiale e, dall'altro, esiste un sistema di rogge con complesse ramificazioni di canali, che praticamente rimette in circolo le sostanze inquinanti.
Nel procedimento a carico degli amministratori di un'azienda farmaceutica, la Farchemia Srl, in cui i reati sono ormai tutti prescritti o lo saranno prima ancora della sentenza, le sostanze inquinanti - costituite da due principi attivi di farmaci, la carbamazepina e il dimetridazolo - erano entrate in falda, non tramite il sistema degli scarichi autorizzati, bensì tramite percolamento dalle vasche galvaniche (con conseguente dispersione in falda di cromo esavalente) ed erano arrivate addirittura fino alla provincia di Crema, con un plume di inquinamento di quasi trenta chilometri.
A distanza di più di dieci anni, il sito è tuttora contaminato, pur in presenza di una diminuzione per effetto della diluizione del contaminante, sebbene rimanga il problema di valutare quale danno e pericolo vi sia per la salute pubblica, essendo ancora attuale il dato storico della presenza dei contaminanti.
L'attività investigativa, svolta dalla procura della Repubblica di Bergamo, si propone di individuare chi ha inquinato e se sta ancora inquinando, ipotizzando i reati contravvenzionali previsti dall'articolo 137 del testo unico ambientale ovvero i reati anche più gravi previsti dal codice penale.
Nel caso di specie, è stato contestato il reato di avvelenamento colposo delle acque, punito dal codice penale.
In sostanza, la magistratura sta svolgendo un'azione di recupero del territorio, a fronte di sanzioni penali e contravvenzionali non sempre sufficienti.
Di qui l'auspicio che venga ampliato il numero delle sostanze potenzialmente inquinanti e venga irrobustito il sistema sanzionatorio.
Per altro verso, è auspicabile che l'Arpa, soprattutto con riferimento alle aziende che hanno l'autorizzazione integrata ambientale, svolga maggiori controlli per prevenire casi simili.
Un altro aspetto investigativo consiste nell'accertare se l'autore della contaminazione sta rispettando il piano di caratterizzazione.
Invero, il testo unico ambientale prevede il reato di omessa bonifica, che punisce chi non provvede alla bonifica in conformità al progetto approvato, stabilendo viceversa che l'osservanza dei progetti approvati costituisce una condizione di non punibilità per i reati ambientali e per la stessa condotta di inquinamento.
Nella realtà territoriale bergamasca, sulla base di esperienze di cui è a conoscenza la procura di Bergamo, è emerso che le aziende responsabili dell'inquinamento hanno effettivamente e fattivamente collaborato alla realizzazione degli interventi.
L'applicabilità della norma anzidetta deve però far riflettere, perché si è spesso detto che il principio ispiratore del testo unico ambientale è «chi inquina paga», ma forse andrebbe riletto con dei «se» e con dei «ma», perché il soggetto che, pur inquinando,
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collabora alle operazioni di bonifica non paga penalmente, proprio grazie a questa causa di non punibilità.
La realtà dimostra inoltre che paga solo in parte, dal punto di vista economico, perché gli enti pubblici interessati, di fronte al pericolo concreto per la salute pubblica, come i comuni preoccupati per gli acquedotti pubblici, attivano dei meccanismi anticipatori di finanziamento per la bonifica.
Con particolare riferimento a questo caso, la regione Lombardia ha già disposto un finanziamento di 5.000.000 di euro per la realizzazione dei cosiddetti «pozzi barriera», uno dei quali è già stato attivato, che hanno la funzione di limitare la propagazione del cromo, evitando che l'inquinamento arrivi agli acquedotti pubblici.
Nel procedimento che riguardava i principi attivi di farmaci, che correvano più velocemente nella falda; il cromo esavalente, invece, resta in un'area più ristretta.
Oltre ai pozzi barriera, l'azienda farmaceutica coinvolta nel procedimento penale de quo, la Farchemia Srl, sta prevedendo in parallelo anche un'attività sperimentale, d'accordo con gli enti interessati, per l'inserimento nella falda di sostanze tipo zuccheri, che consentano di trasformare il cromo esavalente in cromo trivalente, non dannoso.

13 - La provincia di Cremona

La provincia di Cremona ha un territorio con una superficie di 1.771 Km2 e ne fanno parte 115 comuni. Il territorio è sempre stato virtualmente suddiviso in tre circondari cui fanno capo i tre centri maggiori: Cremona, Crema e Casalmaggiore.
La popolazione residente è di 360.223 abitanti alla data del 31 dicembre 2009, con una densità pari a 203 ab/Kmetri quadri
La produzione dei rifiuti in provincia di Cremona nel 2009 è caratterizzata da una riduzione dell'1 per cento rispetto al 2008, con una produzione complessiva pari a 180.052 tonnellate, di cui 107.028 tonnellate, pari al 59 per cento del totale, raccolti in modo differenziato (ivi compresi 675 tonnellate di rifiuti derivanti dalla selezione degli ingombranti destinati al recupero materia) e 73.024 tonnellate di rifiuti indifferenziati (36).
Tale risultato è stato raggiunto grazie a un sistema capillare dei servizi di raccolta. La raccolta porta a porta è il sistema più diffuso nei comuni, in particolare dove si fa la raccolta della frazione organica e vi è un sistema che si definisce «secco - umido domiciliare». Anche l'indifferenziato viene raccolto a domicilio in tutti i comuni della provincia, pur se il comune di Cremona ha ancora una parte del territorio servita a cassonetti.
In pratica delle 180 mila tonnellate di rifiuti raccolti, 119.509 tonnellate sono state raccolte con il sistema porta a porta. Vi sono poi i centri di raccolta il verde, la carta, del vetro, delle lattine e degli altri


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rifiuti in metallo, plastica, legno e RAEE suddivisi in cinque componenti.
La provincia di Cremona, in ossequio alla normativa della regione Lombardia, ha predisposto il nuovo piano provinciale di gestione dei rifiuti urbani e speciali nel periodo 2006-2011.
I principali argomenti indicati nel piano rifiuti provinciale sono:
a) la rilevazione dei dati e la stima della produzione dei rifiuti;
b) la determinazione della quantità di rifiuti da avviare a recupero e smaltimento;
c) gli obiettivi di contenimento della produzione di rifiuti;
d) l'individuazione delle necessità impiantistiche di completamento;
e) l'individuazione dell'offerta di recupero e smaltimento da parte del sistema industriale per quanto riguarda i rifiuti speciali;
f) l'individuazione delle aree idonee e non idonee alla localizzazione dei rifiuti urbani e speciali.

In via generale va rilevato che l'organizzazione e la gestione territoriale delle attività connesse al ciclo dei rifiuti sono svolte dall'amministrazione provinciale attraverso l'osservatorio rifiuti, che riceve annualmente i dati tramite l'applicativo web-based, denominato Orso (osservatorio rifiuti sovraregionale), all'interno del quale confluiscono sia le notizie fornite dai comuni, in ordine alla quantità di rifiuti raccolti, alla loro destinazione, alle modalità di erogazione del servizio e ai costi della gestione, sia quelle inerenti le attività di smaltimento e di recupero.
L'elaborazione di parte dei dati raccolti consente di redigere il Rapporto annuale sulla raccolta differenziata, che illustra le modalità della gestione dei rifiuti urbani sul territorio provinciale e, mediante l'analisi di alcuni indicatori, consente di specificare la produzione complessiva dei rifiuti urbani raccolti, la percentuale di raccolta differenziata, la percentuale dei rifiuti indifferenziati avviati allo smaltimento o al recupero di materia e di energia.
La regione Lombardia ha delegato alla provincia molte funzioni istituzionali in materia di rifiuti, tra le quali le seguenti competenze in punto di autorizzazione:
a) procedimenti amministrativi per il rilascio di autorizzazioni dirigenziali per la realizzazione e l'esercizio di tutti gli impianti di gestione rifiuti;
b) rinnovi, varianti, modifiche e adeguamenti ai sensi degli articoli 208, 209, 210 e 211 del decreto legislativo n. 152 del 2006 e successive modifiche e integrazioni;
c) delega, di recente acquisizione, della funzione amministrativa in materia di gestione post operativa delle discariche cessate o già autorizzate;
d) iscrizione nel registro delle imprese che hanno effettuato la comunicazione di attività di recupero dei rifiuti in regime semplificato


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(ex articolo 216 del decreto legislativo n. 152 del 2006 e successive modiche e integrazioni).

Sul territorio provinciale di Cremona, a carattere prevalentemente agricolo, è molto efficiente la pratica di recupero di fanghi di depurazione a beneficio dell'agricoltura, attività questa soggetta a una attenta opera di controllo.
Mediante la gestione di un data-base, denominato «FanGis», i competenti uffici della provincia estrapolano i dati relativi alle quantità totali di rifiuti recuperati in agricoltura, distinti per anno e per singolo utilizzatore.
Dalla nota del prefetto di Cremona in data 13 maggio 2010 (doc. 758/2) risulta che le procedure di affidamento del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani sono affidate ai comuni e che le principali aziende che gestiscono il servizio di raccolta dei medesimi rifiuti della provincia sono le seguenti:
a) Azienda energetica municipalizzata Srl (Aem Srl), con sede in Cremona, che gestisce il termoutilizzatore, il depuratore e la discarica ubicati nello stesso capoluogo, località San Rocco, nonché la discarica sita nel comune di Malagnino, per la quale è in corso l'iter per il relativo ampliamento sul limitrofo territorio del comune di Vescovato (CR);
b) Casalasca servizi Spa, con sede nel comune di Casalmaggiore, la quale svolge l'attività di raccolta differenziata di rifiuti, che vengono trasportati e prelevati dalle seguenti piattaforme che fanno parte a loro volta di consorzi: ditta Mori Srl - Poviglio (RE), ditta Montello Spa - Montello (BG), ditta Csp - Cà del Bosco Sopra (RE), ditta Idel Service - Milano, ditta Furlotti Luigi Srl - San Paolo di Torrile, ditta Biciclo - Castiglione delle Stiviere (MN), ditta Aimag - Fossoli di Carpi (MO), ditta Macerati - Sarmato (PC) e ditta Licra - Villanova del Sillaro (LO);
c) Società Cremasca servizi Spa, con impianto principale a Crema e piazzole ecologiche in tutti i comuni del cremasco, adibite, però, al solo recupero e momentaneo deposito dei rifiuti pubblici e privati, il cui smaltimento è demandato ad aziende specializzate;
d) Azienda servizi pubblici municipalizzati (ASPM), con sede in Soresina, che si occupa della raccolta dei rifiuti nel comune di Soresina.

Vi sono inoltre altre ditte, anch'esse rappresentative dal punto di vista dell'organizzazione aziendale, che gestiscono l'attività di raccolta rifiuti nella provincia: Paolo Beltrami SpA, Vedetto recuperi Srl, Miglioli Srl, Megabeton Srl, Lombardi Srl e Bertana Spa.
Come si legge nella relazione del prefetto di Cremona in data 13 maggio 2010 (doc. 758/2), ribadita nella successiva relazione del 28 aprile 2011 (doc. 758/1), a carico delle ditte anzidette non sono emersi elementi di infiltrazioni di gruppi criminali o comunque di attività illecite connesse all'esercizio del ciclo dei rifiuti, mentre le attività illegali, riscontrate sul territorio, sono da attribuirsi a soggetti singoli


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e riguardano il trasporto e la gestione non autorizzata dei rifiuti, l'abbandono e il deposito incontrollato degli stessi.
Infatti, nella provincia di Cremona è presente il fenomeno dell'abbandono di rifiuti su aree pubbliche e private; in particolare, nella maggior parte dei casi si tratta di abbandono di rifiuti urbani ingombranti, rifiuti da demolizione, pneumatici e carcasse di veicoli fuori uso.
Un'ulteriore attività di trattamento dei rifiuti urbani, necessaria a completare il ciclo integrato dei rifiuti, consiste nel compostaggio della frazione organica dei rifiuti.
A tal proposito, nel comune di Sospiro - loc. Tidolo, è stato realizzato l'unico impianto di compostaggio esistente, ma che oggi non è operativo. L'impianto appartiene alla ditta Compostaggio Cremonese Srl, con sede legale a Lodi ed è a tutt'oggi sotto sequestro, a seguito di una indagine della procura di Busto Arsizio in merito al reato di cui agli artt. 81, 110 c.p. e 53 bis del decreto legislativo n. 22 del 1997, pur se nel 2008 sono state autorizzate le sole attività indicate dalla stessa procura della Repubblica con provvedimento n. 2201/04R.G. del 10 luglio 2007.
Il piano provinciale di gestione dei rifiuti (Ppgr) nella provincia di Cremona prevede il seguente fabbisogno impiantistico:
a) una discarica per rifiuti non pericolosi con volumetria di 250 mila metri cubi. Il fabbisogno di discarica indicato è relativo al periodo 2007-2012. Il piano provinciale prende in considerazione esclusivamente l'ipotesi di ampliamento dell'attuale discarica sita in comune di Malagnino;
b) un impianto di trattamento, necessario per la selezione dei rifiuti urbani indifferenziati, per una potenzialità pari a 70 mila t/a, a cui è possibile aggiungere almeno il 20 per cento di rifiuti speciali non pericolosi. A valle dell'impianto è prevista una linea di stabilizzazione della frazione organica che residua dal trattamento;
c) una discarica per rifiuti inerti dedicata principalmente al conferimento delle scorie di fusione di acciaieria avente una capacità pari a 500 mila metri cubi;
d) un impianto di gestione dei fanghi preferenzialmente orientato al recupero energetico con potenzialità massima di circa 55 mila t/a cui aggiungere un 20 per cento destinato alla gestione dei rifiuti prodotti fuori provincia;
e) per quanto riguarda il termoutilizzatore di Cremona, è previsto l'ammodernamento della prima e seconda linea con l'utilizzo di tecnologie innovative.

Nella nota del questore di Cremona (doc. 375/1) si segnala anche la presenza di impianti di smaltimento privati in esercizio, quali:
a) una discarica per rifiuti inerti, ubicata in comune di Grotta d'Adda, gestita dalla ditta «Cremona Ecologia» di Spinadesco, loc. C.na Moncucco;


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b) una discarica per rifiuti non pericolosi in conto proprio, ubicata all'interno dell'insediamento produttivo Acciaieria Arvedi Spa di Spinadesco.

Inoltre, il decreto legislativo n. 152 del 2006 con l'articolo 197 attribuisce alla provincia l'attività di controllo in materia di bonifica dei siti contaminati.
In particolare, i compiti assegnati alla provincia sono:
a) il controllo su eventi potenzialmente in grado di contaminare un sito (misure di prevenzione, misure di messa in sicurezza d'emergenza, misure di riparazione, a cura del responsabile dell'inquinamento);
b) lo svolgimento di indagini e attività istruttorie;
c) l'espressione di pareri in merito alle proposte di piani di caratterizzazione, documenti di analisi di rischio, progetti di bonifica, in sede di conferenza di servizi convocata dal comune territorialmente competente in qualità di responsabile amministrativo del procedimento di bonifica;
d) l'attestazione della corretta esecuzione degli interventi di bonifica mediante il rilascio della certificazione di avvenuta bonifica.

Tra i siti attivi sul territorio particolari criticità ambientali presentano:
a) la raffineria Tamoil nel comune di Cremona, in considerazione della notevole estensione del sito, della vicinanza al centro abitato e la presenza di inquinamento anche al di fuori del perimetro dell'insediamento;
b) il complesso industriale di prodotti chimici e farmaceutici Farchemia Srl, ubicata in comune di Treviglio, provincia di Bergamo che, a causa dell'estensione dell'inquinamento in falda, ha interessato anche svariati comuni della zona cremasca.

La provincia di Cremona ha trasmesso un elenco completo di siti in corso di bonifica o già bonificati (doc. 758/5).
Nell'ambito del settore sono state segnalate ai competenti uffici diversi casi di abbandono di rifiuti di varia natura, urbani e speciali su tutto il territorio cremonese.
Le situazioni ritenute più gravi, riguardano i depositi incontrollati, accertati in numerosi comuni della provincia e segnalati alla competente autorità giudiziaria.
Anche la relazione del questore di Cremona in data 30 aprile 2010 (doc. 375/1) conclude che non risultano segnalati, né individuati episodi di infiltrazioni criminali nel settore dei rifiuti, nei suoi cicli di smaltimento e nelle attività connesse.
Tale conclusione lascia più di qualche dubbio, posto che, in data 14 settembre 2009, con provvedimenti emessi dalla procura della Repubblica in Lodi, sono state eseguite ordinanze di custodia cautelare nei confronti di soggetti appartenenti ad un'associazione per delinquere, finalizzata all'aggiudicazione e all'acquisizione di appalti


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pubblici, aventi per oggetto la raccolta e lo smaltimenti dei rifiuti solidi urbani di alcune cittadine lombarde, alla turbativa d'asta aggravata, alla truffa ed al traffico illecito di rifiuti speciali.
In particolare, nel corso delle indagini, è emerso che la società «Italia 90 Srl» era riuscita ad aggiudicarsi la raccolta dei rifiuti solidi urbani in ben 38 comuni della provincia di Cremona - oltre che anche in numerosi comuni della provincia di Lodi - grazie a eccessivi ribassi operati nell'ambito dei procedimenti di aggiudicazione delle relative gare di appalto per la raccolta e gestione di rifiuti urbani.
Pertanto, a partire dal giugno 2009, i relativi servizi di raccolta sono stati acquisiti dalle aziende municipalizzate Aem di Cremona, Casalasca servizi ed Aspm di Soresina (CR).

14 - La provincia di Pavia

14.1 - La gestione dei rifiuti

II sistema impiantistico di trattamento, recupero e smaltimento dei rifiuti urbani a servizio della provincia di Pavia è notevolmente sviluppato ed in grado di garantire il pieno soddisfacimento del fabbisogno di smaltimento.
In particolare, la provincia di Pavia nella relazione in data 13 maggio 2010 (doc. 436/2) ha riferito che il sistema impiantistico dedicato ai rifiuti urbani e operativo al 2008 risulta composto da nove impianti, costituiti da:
a) un impianto per la termovalorizzazione della frazione secca e la stabilizzazione della frazione organica, sito nel comune di Parona, con una potenzialità di trattamento pari a 200 mila t/a di rifiuti; un impianto per la termovalorizzazione del Cdr, sito nel comune di Corteolona, da 75 mila t/a;
b) un impianto di trattamento meccanico e bioessicazione, con produzione di Cdr, sito nel comune di Corteolona, da 160 mila t/a;
c) un impianto di trattamento meccanico e bioessicazione, sito in comune di Giussago, da 80 mila t/a; un impianto di compostaggio della frazione compostabile mista (organico e verde) sito nel comune di Zinasco, da 25 mila t/a;
d) due impianti di compostaggio della frazione verde, siti nei comuni di Ferrera Erbognone (20 mila t/a) e Corteolona (15 mila t/a);
e) una discarica per rifiuti decadenti dal trattamento dei rifiuti urbani, sita nel comune di Corteolona, con volumetria residua utile a dicembre 2007 pari a 435 mila metri cubi, inclusivi di 390 mila metri cubi di recente autorizzazione;
f) un impianto di digestione anaerobica e compostaggio della frazione organica e della frazione verde, ubicato nel comune di Voghera da 30 mila t/a.


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A integrazione del sistema impiantistico dedicato alla gestione dei rifiuti urbani è già stato autorizzato, ma non ancora realizzato, un impianto di compostaggio della frazione organica e della frazione verde, ubicato in comune di Ferrera Erbognone, da 11 mila t/a.
La produzione di rifiuti speciali, che nell'anno 2005 è stata pari a 1.443.878 tonnellate, di cui 1.272.167 tonnellate (88 per cento del totale) costituita da rifiuti speciali non pericolosi e 171.710 tonnellate (12 per cento del totale) da rifiuti speciali pericolosi, non desta problemi, tenuto conto dell'elevato numero di impianti di trattamento, recupero e smaltimento posti nel territorio provinciale.
Non solo, ma sulla base dei Mud, i modelli unici di dichiarazione ambientale, è stato registrato un notevole quantitativo di rifiuti in entrata da altre province della Lombardia o da altre regioni, soprattutto nelle categorie 19.00.00, concernente i «rifiuti da impianti di trattamento rifiuti e reflui», 17.00.00, concernente i «rifiuti da costruzioni e demolizioni», 12.00.00, concernente i «rifiuti da lavorazione di metalli e plastica», 15.00.00, relativo agli «imballaggi», 07.00.00, relativo ai «rifiuti da processi chimici organici».
Viceversa, flussi netti di esportazione riguardano la categoria 13.00.00, relativo agli «oli esauriti» e, pur con quantitativi più contenuti, le categorie 11.00.00, relativo ai «rifiuti inorganici contenenti metalli» e 18.00.00, relativo ai «rifiuti di ricerca medica e veterinaria».
Nella relazione del Corpo forestale dello Stato in data 9 luglio 2009 (doc. 436/7) viene fornito un quadro generale della situazione sulla gestione illecita dei rifiuti.
Agli inizi degli anni 2000 e fino al 2005, la tendenza era quella di occultare e stoccare abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti speciali all'interno di capannoni collocati sul territorio provinciale, ai quali veniva appiccato il fuoco. Un siffatto modus operandi garantiva a tali soggetti immediati illeciti profitti, derivanti dall'azzeramento dei costi di smaltimento o di recupero dei rifiuti ritirati.
In questi ultimi anni la tendenza è diversa, più ricercata, finalizzata a garantire il raggiungimento di un unico obiettivo: quello di garantire ai sodalizi criminali ricavi e guadagni paralleli aventi una matrice non propriamente e direttamente legata al ciclo dei rifiuti, ma che con essa ha a che fare. L'attenzione si è spostata sul rifiuto, non più inteso come qualcosa di cui disfarsene, ma come qualcosa su cui investire, per consentire di trarre profitto in altri campi (un esempio viene dato dall'incremento dei termovalorizzatori per il recupero energetico e dagli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, con particolare riferimento alle biomasse).
In questi casi gli ingiusti profitti rinvengono dai maggiori ricavi e dalle minori spese di gestione dei rifiuti, che vengono prodotti e commercializzati come Cdr - pur non avendone le caratteristiche - e che, viceversa, dovrebbero essere qualificati come rifiuti speciali, anche pericolosi, come tali non utilizzabili nei forni dei termovalorizzatori o negli impianti di coincenerimento per il recupero energetico.
A tali ingiusti profitti, se ne aggiungono degli altri derivanti dagli incentivi statali, previsti per coloro che gestiscono gli impianti per il recupero energetico Cip6 - certificati verdi (maggiorazione sul pagamento


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inerente all'acquisto dell'energia prodotta dalla termovalorizzazione da fonti alternative da parte del gestore nazionale per l'energia elettrica).
Un capitolo a parte è da dedicare alle ceneri leggere e pesanti, ossia ai rifiuti prodotti dagli impianti per il recupero energetico. La cattiva abitudine dei gestori degli impianti è nota: miscelano le ceneri leggere con quelle pesanti per smaltirle come rifiuto speciale non pericoloso.
La miscelazione delle ceneri leggere con quelle pesanti consente l'abbattimento dei costi, mediante l'illecito smaltimento di rifiuti pericolosi, attuata mediante la loro miscelazione con rifiuti non pericolosi, e la riduzione dei costi di smaltimento mediante la falsa rappresentazione di produzione di ridotti quantitativi di rifiuti pericolosi, dal momento che di fatto i gestori di tali impianti dimostrano che i rifiuti da loro ritirati, contrariamente al vero, sono idonei per tale attività e che le emissioni in atmosfera generate, tramite la combustione degli stessi rifiuti, risultano in linea con i limiti stabiliti dalle vigenti normative.
Con tale modus operandi si realizzano le seguenti attività illecite:
a) organizzazione di uomini e mezzi (impianti di trattamento e recupero, intermediari, laboratori di analisi, gestori di rifiuti), che conferiscono ingenti quantitativi di rifiuti urbani non differenziati agli impianti per il recupero energetico, classificandoli come Cdr, benché privi delle caratteristiche previste dalla legge;
b) falsificazione e predisposizione di certificati di analisi redatti da liberi professionisti che, attestando falsamente dati sulla natura, composizione e caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti, consentono la classificazione degli stessi come Cdr;
c) richiesta di incentivi statali previsti (maggiorazione sul pagamento inerente all'acquisto dell'energia prodotta dalla termovalorizzazione da fonti alternative, da parte del gestore nazionale per l'energia elettrica);
d) alterazione dei dati relativi ai valori fuori limite, in modo da impedirne il controllo alle autorità preposte;
e) condizionamento attuato da dirigenti e amministratori nei confronti di dipendenti ed operai, anche attraverso pretestuose contestazioni disciplinari e sospensioni lavorative, al fine di evitare la collaborazione degli stessi con l'autorità giudiziaria;
f) illeciti profitti, derivanti dal mancato pagamento della cosiddetta «ecotassa» da parte delle ditte compiacenti (unite da una sorta di cartello), i quali inviano i rifiuti negli impianti per il recupero energetico, anche fuori dalla propria regione, anziché destinarli alle pubbliche discariche, come invece prevede la vigente normativa.

Tale risultato, con conseguente danno ambientale, viene realizzato ricorrendo a una serie di attività illecite, quali l'associazione per delinquere, il traffico illecito di rifiuti, la falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, la truffa aggravata ai danni dello Stato, l'accesso abusivo a sistemi informatici, ecc..


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In particolare, la relazione del Corpo forestale dello Stato si sofferma sull'indagine di polizia giudiziaria denominata «operazione Iron» compiuta dal personale del Corpo forestale dello Stato di Pavia negli anni 2007 - 2008.
L'indagine investigativa trae origine da una segnalazione di Legambiente relativa a un sospetto traffico di rifiuti ferrosi e altro materiale, di cui si erano rilevate tracce in Voghera, località Molino Sant'Antonio e in Strada per Retorbido (PV).
Le prime verifiche, effettuate dal personale della Stazione di Rivanazzano e dal Nipaf di Pavia, hanno consentito di accertare l'esistenza di un importante traffico illecito di rifiuti riconducibile all'attività delle società Raimondi Sas, Ironmetal Srl e Bravi Srl.
Inoltre, l'esame della documentazione acquisita e la valutazione delle intercettazioni eseguite hanno consentito di contestare agli indagati il reato di cui all'articolo 260 decreto legislativo n. 152 del 2006.
Invero costoro hanno gestito abusivamente, grazie a un'attività continuata e ben organizzata, una ingente quantità di rifiuti, pari a circa 13 milioni di chilogrammi, conseguendo un ingiusto profitto e/o risparmi di spesa, con grave violazione della normativa ambientale (rottami ferrosi, mescolati a olio e plastiche, motori di auto fuori uso contenenti olio e altro materiale di scarto) e della normativa fiscale (false fatture per giustificare l'acquisto di materiale ferroso). La gestione illecita si è consumata nella falsificazione dei documenti di trasporto e dei formulari di identificazione del rifiuto. Tale contraffazione era necessaria per by-passare le operazioni di bonifica dei materiali (rifiuti).
Inoltre, ai rifiuti ferrosi trasportati venivano aggiunti anche altre tipologie di rifiuti pericolosi, derivanti da alcune operazioni di recupero effettate nel deposito di Rivanazzano, quali terreno misto ad oli esausti, plastiche e altri rifiuti pericolosi, che dalle intercettazioni gli autisti dei camion utilizzati per il trasporto denominavano «formaggio».
In numerosissimi casi - nell'ordine di 4-5 automezzi al giorno - gli indagati facevano caricare rifiuti ferrosi nel deposito di Rivanazzano, ai quali aggiungevano il «formaggio», quindi, utilizzando il nome della società fondata dai Raimondi in Francia - la Transnegoce Sarl - provvedevano alla compilazione dei falsi documenti (CMR), dai quali risultava che il «materiale» proveniva regolarmente dalla Francia.
Il materiale ferroso pesantemente inquinato - ma con documenti attestanti la regolarità - veniva consegnato nelle acciaierie, così evitando i costi di selezione e di smaltimento dei rifiuti pericolosi derivati dal recupero. Quindi, nelle acciaierie, in buona fede, il materiale inquinato veniva fuso negli altiforni durante i procedimenti industriali, provocando un mix altamente inquinate che veniva immesso nell'atmosfera.
In altri casi ancora in fase di accertamento, i rifiuti, tramite altre società compiacenti, venivano inviati in paesi esteri extra europei (Cina).
Nelle successive relazioni del 22 aprile 2011 e del 24 ottobre 2011 (docc. 751/1 e 927/2) il Corpo forestale dello Stato, comando regionale
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Lombardia, segnala l'operazione «Dirty Energy», coordinata dal comando provinciale di Pavia e in collaborazione con la Polizia di Stato che, a partire dal mese di novembre 2010, ha interessato molte regioni italiane.
Tale operazione, di cui si è fatta menzione nella parte generale, si è concretizzata in una serie di perquisizioni e di custodie cautelari e nel blocco di una grossa sede produttiva in provincia di Pavia, con vasta risonanza anche mediatica.
Le indagini hanno interessato un ambito di grande rilevanza - come la produzione di energia a partire da materiali agricoli di scarto (nella fattispecie la lolla di riso) - e hanno consentito di smascherare un colossale traffico di rifiuti, anche da altre regioni d'Italia, fatti passare per residui agricoli, mentre contenevano rifiuti di tipo diverso.
In particolare, come emerge dall'ordinanza applicativa di misura cautelare del Gip presso il tribunale di Pavia in data 12 novembre 2010, (doc. 723/3) la lolla, depositata in cumuli nel magazzino di stoccaggio rifiuti e nell'antistante piazzale della Riso Scotti Energia Spa (di seguito indicata Rse), veniva sistematicamente utilizzata, previa miscelazione, per l'occultamento di rifiuti di variegata natura, quali ad esempio le polveri di abbattimento fumi (rifiuto pericoloso), terre di spazzamento stradale, fanghi e acque reflue industriali provenienti dallo svuotamento dei pozzetti di raccolta e altri rifiuti al momento non identificabili. Dopo le costanti e continue operazioni di miscelazione, il materiale veniva ceduto a terzi soggetti (alcuni consapevoli e consenzienti in ordine alla miscelazione con rifiuti), che procedevano poi alla successiva vendita e destinazione ad allevamenti animali (utilizzo come lettiera) ovvero ad altri impianti di coincenerimento e, addirittura, a impianti esercenti l'attività di realizzazione di pannelli in legno.
È inoltre emerso che, presso l'impianto di coincenerimento «certificato per fonti rinnovabili» di Rse - inizialmente autorizzato all'impiego esclusivo di lolla di riso e altre biomasse, e successivamente, con provvedimenti autorizzativi della provincia e della regione di dubbia legittimità, anche all'incenerimento di variegate tipologie di rifiuti - venivano utilizzati ingenti quantitativi di rifiuti, anche pericolosi, non conformi alle autorizzazioni sia per tipologia, sia per la presenza di inquinanti in misura superiore ai valori limite fissati dalle normative di settore.
In tal modo, Rse produceva grandi quantità di energia elettrica «certificata come rinnovabile», che veniva ceduta al Gestore dei servizi energetici (Gse), usufruendo di pubbliche sovvenzioni (vendita ad un prezzo superiore a quello di mercato).
La produzione fasulla di energia pulita, in evidente spregio alle normative vigenti ed alle prescrizioni imposte dal GSE, ha fruttato alla Rse, nel periodo 2007-2009, l'indebito percepimento di profitti quantificati, in misura pari ad almeno 28 milioni di euro.
Per questi fatti l'autorità giudiziaria ha disposto il sequestro dell'impianto e di oltre 40 mezzi di trasporto, l'arresto di 7 persone e l'esecuzione di 60 perquisizioni in diverse regioni italiane.
Com'è noto, l'articolo 11 legge 13 agosto 2010, n. 136, ha modificato l'articolo 51, comma 3 bis, c.p.p., attribuendo la competenza a indagare sul traffico illecito dei rifiuti, di cui all'articolo 260
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decreto legislativo n. 152 del 2006, alla direzione distrettuale antimafia e, di conseguenza, nel caso di specie, le indagini sono passate alla procura di Milano.
Il relativo procedimento penale, dopo l'udienza preliminare e il rinvio a giudizio degli imputati, attualmente versa nella fase dibattimentale davanti il tribunale di Pavia.
Peraltro, le indagini svolte successivamente, a mezzo di nuovi riscontri documentali e intercettazioni telefoniche, hanno fatto emergere nuove e diverse tipologie di reato collegate alla gestione amministrativa e finanziaria dell'impianto di coincenerimento della Rse, riconducibili a soggetti pubblici e privati rispettivamente «funzionari del Gse» e «amministratori e responsabili di Rse», che vedono nel Gestore (pubblico) dei servizi energetici la parte offesa.
Attraverso le intercettazioni telefoniche, attivate dall'autorità giudiziaria per trovare riscontri a presunti reati di truffa aggravata e di frode in pubbliche forniture, è emerso che alcuni funzionari della Rse avevano posto in essere condotte corruttive nei confronti di funzionari del Gse, allo scopo di ottenere il mantenimento degli incentivi economici, che erano stati sospesi a seguito di una verifica ispettiva, tanto che era stata formalmente richiesta alla Rse la restituzione di una somma pari a circa 7 milioni di euro.
Le indagini relative a questa seconda fase si sono concretizzate, in data 7 giugno 2011, nell'operazione «Dirty Money» e, su disposizione del Gip di Milano, il personale del Corpo forestale dello Stato di Pavia, supportato da colleghi provenienti da altre province e regioni, con la collaborazione della direzione centrale anticrimine della Polizia di Stato di Roma, ha provveduto all'arresto di cinque imputati (uno portato in carcere e quattro ai domiciliari) e al sequestro preventivo di somme di denaro, pari all'equivalente dei profitti derivanti dalla commissione dei reati, stimati nella misura di 8,5 milioni di euro.
Come noto, nelle attività illecite è risultato coinvolto anche il presidente del Cda e amministratore delegato della Riso Scotti Spa, dr. Angelo Dario Scotti.
Gli indagati dovranno rispondere dei reati di truffa ai danni di ente pubblico, di frode in pubbliche forniture, di corruzione per atti contrari ai doveri dell'ufficio e di altre condotte illecite consumate nel periodo compreso tra gli anni 2005 e 2010.
Molti degli indizi, afferenti alle condotte corruttive, sono stati confermati nel corso degli interrogatori degli indagati assoggettati alla misura coercitiva della custodia cautelare, che dovranno rispondere anche del reato di traffico illecito di rifiuti.
Alcuni di essi, infatti, hanno ammesso che la società Rse ha pagato ai funzionari del G.S.E. consistenti somme di denaro in contanti pur di risolvere il contenzioso in atto ed evitare la restituzione della somma di 7 milioni di euro, indebitamente percepita da Rse per la fittizia produzione di energia elettrica considerata «pulita».
In conclusione, sono stati rilevati una serie di illeciti, quali:
a) la combustione di materiali non corretti, pericolosi e non pericolosi e conseguente emissione in atmosfera delle sostanze derivanti;
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b) l'indebito introito di somme legate alla produzione di «energia pulita»;
c) la connivenza di laboratori di analisi per alterare le analisi dei materiali destinati ad essere bruciati; la ramificazione estesa su gran parte del territorio nazionale di traffico dei rifiuti così mascherati, che venivano smaltiti illecitamente in combustione per la produzione di energia, con conseguenti guadagni illeciti.

Nelle relazioni del Corpo forestale dello Stato vengono posti in evidenza alcuni punti critici del sistema, alla luce del decreto legislativo n. 205 del 2010, che ha apportato alcune variazioni, sia negli aspetti di definizione del rifiuto, sia negli aspetti sanzionatori al codice dell'ambiente di cui al decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152.
In particolare, le variazioni introdotte al testo unico ambiente dal decreto legislativo n. 205 del 2010 hanno lasciato alcuni «aree grigie» e così, ad esempio, in assenza dei decreti applicativi che integrino le modalità di definizione di rifiuto e la cessazione dallo stato di rifiuto di cui all'articolo 184 ter, decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, introdotto dal sopra citato decreto legislativo n. 205 del 2010, è molto difficile collocare alcuni materiali, anche se di essi è già nota da tempo la pericolosità, come, a titolo esemplificativo, le traversine ferroviarie dismesse. Come noto, si tratta di materiali di comprovata pericolosità, come tali già da tempo definiti dalla normativa comunitaria, per i quali, in assenza delle integrazioni normative richieste dall'articolo184 ter, è molto difficile configurare la corretta gestione, poiché - in attesa dell'emissione di decreti aggiornati - nell'attuale testo di legge vengono richiamati decreti attuativi anteriori al 2002.
Inoltre, la Commissione d'inchiesta non può non condividere il rilievo relativo alla difficile applicabilità delle nuove sanzioni per l'abbandono di rifiuti pericolosi, come dal novellato testo dell'articolo 255 del decreto legislativo n. 152 del 2006. Nella nuova formulazione, infatti, l'abbandono di rifiuti, al di fuori delle situazioni descritte nel successivo articolo 256, viene sanzionato con la sanzione amministrativa da 300 a 3 mila euro, mentre per l'abbandono di rifiuti pericolosi «la sanzione amministrativa è aumentata fino al doppio».
La stessa formulazione della norma, nella quale è presente un aspetto di discrezionalità per l'aumento della sanzione, non consente di calcolare un importo ai fini dell'effetto liberatorio al personale operante, che deve pertanto riferirsi agli importi previsti per i rifiuti non pericolosi, rimandando all'autorità amministrativa l'eventuale aumento «fino al doppio». Ora è abbastanza ovvio che il trasgressore provvederà sempre al pagamento della misura ridotta ex articolo 16 della legge n. 689 del 1981, annullando di fatto l'aumento della sanzione previsto dalla modifica normativa.
In ogni caso e più in generale, deve essere rimarcato, ancora una volta, che il legislatore, nello specifico settore dei rifiuti pericolosi, non interviene con una inversione di rotta, a sanzionare in modo adeguato, considerandoli delitti - e non mere contravvenzioni - comportamenti, che la coscienza sociale giudica intollerabili e che, viceversa, di fatto, finiscono con l'essere agevolati con l'istituto dell'oblazione amministrativa, senza ulteriori conseguenze.


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Va infine constatato che devono ancora essere completate le procedure per porre in atto gli adeguamenti recentemente introdotti, fra i quali vanno segnalate le continue proroghe per l'attuazione del «SISTRI» (l'ultima in ordine di tempo intervenuta con il decreto legge n. 216 del 29 dicembre 2011 - Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), e la mancata distribuzione delle specifiche «chiavette USB», che consentono l'interrogazione e il controllo in via informatica della documentazione presente sui mezzi che trasportano rifiuti con il nuovo sistema di tracciabilità.
In tale contesto è stato pubblicato nel supplemento ordinario n. 5 della Gazzetta ufficiale n.4 del 5 gennaio 2012 il decreto del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare del 10 novembre 2011 - «Regolamento recante modifiche e integrazioni al decreto del 18 febbraio 2011, n. 52, concernente il regolamento di istituzione del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (Sistri), che stabilisce nuovi criteri relativi all'interoperabilità del sistema, all'utilizzo e alla custodia dei dispositivi Usb».

14.2 - La situazione delle bonifiche

Sulla base dei dati contenuti nel sistema informativo ambientale della regione Lombardia, disponibile on-line, in provincia di Pavia sono 19 i siti contaminati di interesse comunale e 2 quelli di interesse regionale.
Nel territorio pavese è ubicato anche un sito di interesse nazionale, quello di Broni (PV).
Il Sin di Broni è stato inserito tra i siti d'interesse nazionale da bonificare con la legge n. 179 del 31 luglio 2002 ed è stato perimetrato con decreto del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio del 26 novembre 2002, pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 29 gennaio 2003. Il sito, che occupa una superficie totale di circa 14 ha, è inquinato, a causa della presenza di fibre di amianto e comprende le seguenti aree:
a) l'area ex Fibronit presenta un'estensione pari a 10 ha. La superficie coperta da capannoni è pari al 35 per cento. La restante parte, adibita a piazzale è quasi totalmente pavimentata (cls/asfalto). L'area è caratterizzata dalla presenza di amianto, in particolare, tubi con «bicchiere» monolitici di cemento-amianto, lastre ondulate per coperture di diverso profilo di ondulazione, canne quadre per camini e pezzi speciali e raccorderia di completamento per una produzione stimata in circa 8000 t/anno;
b) l'area ex Ecored ha un'estensione pari a circa 3 ha, di cui 2,2 ha costituiti dal corpo di fabbrica principale (un'unica entità condivisa con l'area ex Fibronit) e 8 mila m2 da settori scoperti. Anche quest'area è caratterizzata dalla presenza di amianto;
c) la Fibroservice Srl, che risulta proprietaria di alcuni fabbricati all'interno del sito d'interesse nazionale di Broni e rappresenta un'area residuale, occupa una superficie di circa mille m2 adiacente al viale di accesso al sito. Su tale superficie insistono un edificio a un


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piano, che costituiva parte degli uffici presenti in corrispondenza dell'ingresso/accesso al sito e un'area di rimessaggio/deposito di materiali edili, deposti in parte all'aperto e in parte sotto tettoia. È stata rilevata una possibile presenza di amianto negli uffici.

Per quanto riguarda l'iter amministrativo, sono in atto procedimenti fallimentari differenti relativi all'area ex Fibronit ed ex Ecored, che procedono con iter separati e distinti. Il comune di Broni è soggetto responsabile delle attività di bonifica, in quanto interviene in sostituzione e in danno del soggetto inadempiente. La destinazione d'uso prevista per le aree è quella commerciale/industriale.
Nel corso dell'audizione del 14 novembre 2011, l'assessore al territorio della regione Lombardia, Daniele Belotti, proprio in relazione al problema dell'amianto, ha affermato che in Lombardia tale problema è particolarmente gravoso e che oggi l'amianto viene esportato in Germania o in Francia, dove i costi di smaltimento sono molto elevati (1.200 euro alla tonnellata). Lo stesso Belotti ha riferito in merito all'apertura, in provincia di Brescia, a Montichiari del «primo impianto pubblico in Europa innovativo per lo smaltimento dell'amianto», nonché di uno studio di fattibilità di un impianto di smaltimento dell'amianto a Broni.
Occorre a questo punto porre in evidenza che la situazione di Broni è particolarmente critica, posto che a Broni vi era lo stabilimento della Fibronit, con 40 morti all'anno certificati, e che Broni è stato dichiarato sito di interesse nazionale (Sin), proprio a causa della contaminazione derivante dalla presenza di amianto. A tale proposito, l'assessore Belotti ha posto in evidenza il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata nelle attività di bonifica, «trattandosi di un sito che ha una necessità di 30 milioni di euro di spesa, 20 per la bonifica e 10 per lo smaltimento, a fronte di uno stanziamento effettuato di appena 5,8 milioni di euro da parte del Ministero dell'ambiente e con il diretto intervento del comune di Broni che, nell'ambito di un accordo di programma sottoscritto nel 2007, ha realizzato tutta la caratterizzazione del sito, l'analisi del rischio e sta lavorando a un primo lotto di messa in sicurezza.
Chiaramente è solo un inizio delle operazioni di bonifica, dal momento che l'attività principale riguarda l'asportazione di tutti i detriti polverulenti presenti nell'area sul piazzale e così via, poi c'è la fase successiva, la vera e propria dismissione di tutti i rifiuti ancora presenti. Sulle modalità di smaltimento per la definitiva bonifica del sito l'alternativa, dopo il trattamento, è quella di realizzare una discarica ovvero un impianto, come vorrebbe l'assessore Belotti, ma compatibilmente con i costi e con la disponibilità delle popolazioni locali ad accettare un impianto di trattamento/smaltimento dell'amianto in un territorio che, proprio a causa dell'amianto, ha pagato e continua a pagare un prezzo molto elevato.
In relazione agli studi epidemiologici effettuati nell'area di Broni, occorre menzionare i dati riportati nello studio Sentieri (studio epidemiologico nazionale territori e insediamenti esposti a rischio da inquinamento) e pubblicati nel mese di dicembre 2011 sulla rivista «Epidemiologia e Prevenzione».


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In particolare, negli uomini, è stato osservato un eccesso per le pneumoconiosi, patologia professionale provocata da una esposizione all'amianto di una certa rilevanza. Tale eccesso, registrato nel comune di Broni, costituisce un ulteriore indice del carico subito in questo territorio a causa dell'esposizione ad amianto, in quanto l'asbestosi, la pneumoconiosi di origine professionale è dovuta specificatamente all'esposizione ad amianto ed è compresa come ICD in questa dizione. Anche se non è possibile dirimere quale sia l'importanza relativa delle diverse modalità di esposizione all'amianto (professionale, domestica o ambientale), l'impatto sulla popolazione di Broni è stato importante e chiaramente rilevabile.
Del resto, anche il direttore generale territorio e urbanistica regione Lombardia, Bruno Mori, nel corso dell'audizione del 14 novembre 2011, ha «freddato gli entusiasmi» dell'assessore Belotti in merito alla realizzazione dell'impianto di smaltimento a Broni.
In realtà, va detto a chiare lettere che, al di là delle indagini epidemiologiche, la situazione dell'intero territorio del comune di Broni è drammatica, come emerge della richiesta di rinvio a giudizio, in data 16 aprile 2011, della procura della Repubblica preso il tribunale di Voghera (doc. 1224/2) nei confronti degli amministratori e dirigenti della Fibronit Srl, per i reati di disastro ambientale e di omicidio colposo aggravato dalla previsione dell'evento, provocati dall'amianto, che è stato immesso nell'ambiente di lavoro e in ambienti di vita su vasta scala, causando decessi e patologie asbesto correlati (mesoteliomi pleurici e peritoneali, tumori polmonari, asbestosi o patologie non di origine polmonare) di un elevato e indeterminato numero di lavoratori, nonché di cittadini residenti nel comune di Broni, oltre che di persone che, comunque, prestavano la loro attività lavorativa nello stesso comune.
La richiesta di rinvio a giudizio contiene i nomi di molte centinaia di morti e di ammalati ancora viventi «per patologia asbesto correlata».
Si tratta non di un elenco unico, bensì di più elenchi, come determinati dall'aggiornamento di persone che, nel corso dell'inchiesta, si sono ammalate o sono morte e che, tuttora, continuano a morire.
In tale contesto, si appalesa gravemente inopportuna la realizzazione di un impianto di smaltimento dell'amianto a Broni, prima della completa bonifica dell'area.

15 - La provincia di Lodi

Secondo i più recenti dati disponibili (37) la produzione provinciale effettiva di rifiuti urbani nella provincia di Lodi (dato 2008) è nell'ordine di 102 mila tonnellate/anno, quella dichiarata (dato 2007, su base Mud, quindi inferiore a quella effettiva, in quanto non tutti i produttori di rifiuti sono obbligati alla presentazione del Mud), mentre quella di rifiuti speciali è nell'ordine di 270.700 tonnellate/anno, valori in entrambi i casi pari a circa il 2 per cento del totale


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regionale (cfr. relazione in data 29 aprile 2010 del dirigente del dipartimento ambiente della provincia di Lodi in doc. 715/1).
Il trattamento dei rifiuti (recupero/smaltimento) viene effettuato in impianti ubicati sia sul territorio provinciale, che in altre province/regioni, in regime di libero mercato. Nel complesso, il sistema impiantistico lodigiano si configura prevalentemente come «importatore» di rifiuti, trattando rifiuti di provenienza prevalentemente extraprovinciale e, comunque, ampiamente al di sotto della potenzialità massima autorizzata, nonostante non siano presenti impianti in grado di gestire tutte le numerosissime tipologie di rifiuti prodotte.
L'ultimo dato disponibile (anno 2008; fonte: osservatorio provinciale rifiuti), attesta che gli impianti lodigiani hanno trattato complessivamente circa 980.700 tonnellate di rifiuti (di cui solo il 9 per cento circa classificati «pericolosi»), per oltre il 70 per cento di provenienza extraprovinciale. Le tipologie di rifiuti predominanti in termini quantitativi sono quelle provenienti da altre attività di trattamento di rifiuti (28 per cento circa) e dalle attività di costruzione/demolizione (26 per cento), seguite dai rifiuti urbani (19 per cento) e dagli imballaggi (13 per cento).
Ancora, nella suddetta relazione (doc. 715/1) si legge che gli impianti attualmente autorizzati all'esercizio di operazioni di recupero/smaltimento di rifiuti sul territorio provinciale sono 58 impianti, di cui 2 ancora in costruzione, operanti, sotto il profilo amministrativo, secondo diversi regimi autorizzativi (autorizzazione integrata ambientale ex decreto legislativo n. 59 del 2005, autorizzazione unica ex decreto legislativo n. 387 del 2003, autorizzazione ordinaria ex articolo 208-210 del decreto legislativo n. 152 del 2006; iscrizione in procedura semplificata ex artt. 214-216 del decreto legislativo n. 152 del 2006).
Gli impianti adottano tecnologie estremamente diversificate, con prevalenza dello stoccaggio/selezione di imballaggi e rifiuti da raccolta differenziata, del trattamento aerobico/anaerobico dei rifiuti organici, del recupero dei rifiuti inerti delle attività di costruzione/demolizione e del trattamento dei veicoli fuori uso.
Nella provincia di Lodi sono presenti tre ex discariche per rifiuti urbani (più precisamente nei comuni di Graffignana - loc. Cascina Molina, Maleo - loc. Cascina Sessa e Valera Fratta - loc. Cascina Sacchelle) chiuse e inattive da alcuni decenni, sulle quali sono stati eseguiti o sono in corso indagini ambientali e interventi di bonifica/messa in sicurezza a cura delle amministrazioni comunali interessate.
Nella relazione sopra richiamata si riferisce che, per quanto riguarda l'intera gestione dei rifiuti in generale e, dunque, non solo le attività connesse alle fasi finali di recupero e smaltimento, ma anche a quelle di raccolta e trasporto, non è possibile disporre di informazioni in merito a tutte le ditte che esercitano o hanno esercitato tali attività, che sul territorio provinciale sono soggette a logiche esclusivamente commerciali.
Ciò precisato, dal database dell'albo nazionale gestori ambientali (disponibile sul sito internet www.albogestoririfiuti.it) risultano 82 imprese con sede legale in provincia di Lodi, iscritte in almeno una delle 10 categorie dell'albo, che riguardano la gestione di rifiuti conto terzi, oltre ad altre 484 ditte iscritte unicamente per il trasporto per conto proprio ex articolo 212, comma 8, del decreto legislativo n. 152 del 2006.
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Viceversa, la gestione dei rifiuti urbani nei 61 comuni lodigiani è svolta da 14 soggetti tra Spa ex municipalizzate, imprese ed associazioni temporanee di imprese, elencati nell'allegata Tabella 3 della relazione del dirigente del dipartimento tutela territoriale e ambientale della provincia di Lodi (doc. 715/1).
Anche il sindaco di Lodi, nella nota del 20 aprile 2011 (doc. 711/1), nel riferire che la gestione del servizio rifiuti è stata affidata alla società Astem Spa, interamente pubblica, in quanto posseduta dal comune di Lodi per il 98,78 per cento e per la restante parte suddivisa tra altri 35 comuni delle Province di Lodi e Milano e che i rifiuti vengono smaltiti, quanto alla frazione umida, mediante conferimento all'impianto di compostaggio gestito dalla società «Eal Compost Srl» e, quanto alla frazione secca, mediante conferimento all'Impianto di bioessicazione e produzione Cdr gestito dalla società Bellisolina Srl, ha concluso affermando di non avere mai rilevato nel proprio territorio attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti
Alla luce di quanto sopra rappresentato, sembrerebbe che nella provincia di Lodi la situazione sia assolutamente tranquilla e priva di note negative, se non fosse che tra le società deputate alla raccolta dei rifiuti nell'anno 2008 vi era la «Italia 90 Srl», con sede legale a Palermo e sede operativa in Ospedaletto Lodigiano, la quale gestiva circa dieci comuni del lodigiano, tra cui Cavacurta, Guardamiglio e Orio Litta, e circa quaranta comuni del cremonese, ma che si aggiudicava i relativi appalti con sistemi illeciti.
Come si legge nell'informativa finalizzata alla emissione di misure di prevenzione personali e patrimoniali del questore di Lodi in data 24 settembre 2009 (doc. 356/1), lo spunto investigativo è derivato da una comunicazione, in data 25 marzo 2009, fatta alla locale prefettura dal comune di Zelo Buon Persico con la quale il sindaco dello stesso comune comunicava l'avvenuta revoca della preaggiudicazione di una gara di appalto per lo smaltimento e il trasporto dei rifiuti solidi urbani assegnata alla società «Italia 90 Srl», in conseguenza di informazioni ricevute dalla Questura di Palermo.
In conseguenza di tali informazioni, il questore di Lodi attivava immediatamente un'istruttoria sul conto della predetta società e sul conto dei suoi soci e amministratori, a seguito della quale emergeva che la società, da tempo presente sul territorio lodigiano, aveva partecipato a numerose gare di appalto aventi il medesimo oggetto.
Dall'istruttoria svolta emergeva che la partecipazione di «Italia 90 Srl» alle gare di appalto non era stata immune da rilievi, posto che alcuni imprenditori erano stati destinatari di atteggiamenti minacciosi e danneggiamenti da parte di Demma Claudio, il quale dal 2005 aveva assunto la veste di titolare unico della società in argomento, dopo esserne stato dipendente. Inoltre, il Demma risultava essere inserito con cariche sociali all'interno della società cooperativa «Nuovi Orizzonti Srl» controllata mediante i propri famigliari dal pregiudicato Abbate Luigi, già condannato per il delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso ed estorsione, nonché destinatario di un provvedimento di sorveglianza di pubblica sicurezza per mafia con obbligo di soggiorno per la durata di anni quattro irrogato dal tribunale di Palermo.
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Ancora, si accertava che la predetta società partecipava al capitale sociale del consorzio «G.I.S.» di Mazara del Vallo riconducibile a Lipari Giuseppe (già socio di Italia 90) e a Giacalone Giovanni, pregiudicato per associazione mafiosa e destinatario di misure di prevenzione personali e patrimoniali proposte dal questore di Trapani.
In virtù di quanto sopra, essendo ragionevole sospettare che tale società potesse essere controllata da esponenti di spicco della criminalità organizzata siciliana, il questore di Lodi, con decreto n. 1285, in data 11 maggio 2009, disponeva indagini patrimoniali ai sensi della normativa in oggetto.
All'esito delle indagini svolte emergeva una rilevante distonia nella situazione finanziaria complessiva di tale società, che si sosteneva soprattutto grazie a ingenti capitali di provenienza illecita affluiti sui numerosi conti postali e bancari accesi in Palermo e riconducibili alla società e ai suoi titolari e/o amministratori.
A conferma della tesi investigativa suddetta, in data 14 settembre 2009, il comando dei Carabinieri del Nucleo operativo ecologico (Noe) di Milano, a seguito di indagini svolte dalla procura della Repubblica di Lodi, dava esecuzione a una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip nei confronti dei nominati in oggetto e di alcuni soggetti dipendenti della società «Italia 90», nonché di amministratori locali e di dipendenti del comune di Sant'Angelo Lodigiano per i reati previsti e puniti dagli artt. 416, 479, 483, 326, 353, commi 1 e 2, 640, comma 2, c.p. e all'articolo 260 del decreto legislativo n. 152 del 2006, in quanto ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alla realizzazione di una attività criminosa organizzata per il traffico illecito dei rifiuti (cosiddetta operazione «Matassa»).
Invero, anche dalle indagini di polizia giudiziaria svolte emergeva che la famiglia mafiosa denominata di «Porta Nuova» - che orbita in Palermo centro quartiere «kalsa»- avvalendosi dell'opera del suo esponente di spicco, Luigi Abbate - soprannominato «Gino 'u mitra» per la sua abilità con le armi - e dei suoi famigliari, allo specifico scopo di reinvestire capitali di probabile origine illecita, aveva costituito la società «Italia 90», formalmente gestita da Demma Claudio, ma in realtà controllata dalla stessa famiglia Abbate tramite Abbate Maria, coniuge del Demma e sorella di Abbate Luigi.
Peraltro, la presenza del clan Abbate all'interno della società «Italia 90» veniva resa ancora più evidente dal fatto che Abbate Antonino, nipote di Luigi, era stato assunto alle dipendenze di «Italia 90 Srl» e che Abbate Ottavio, fratello di Abbate Luigi, anch'egli pluripregiudicato anche per reati mafiosi, risultava aver fatto istanza al tribunale di Palermo per supportare la richiesta di ottenimento della misura alternativa al carcere con l'assunzione da parte della società «Italia 90 Srl».
In conclusione, le indagini svolte dalla procura della Repubblica in Lodi hanno consentito di accertare che la società «Italia 90», non solo, faceva capo a una famiglia mafiosa e utilizzava capitali di provenienza illecita, ma veniva gestita con metodi mafiosi, che hanno visto l'alterazione di fatto delle gare di appalto, mediante il coinvolgimento e la corruzione di amministratori pubblici locali e l'annientamento della concorrenza, con il ricorso al metodo della intimidazione
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dei concorrenti onesti ovvero con il coinvolgimento in affari illeciti dei concorrenti disonesti.
Inoltre, alcune gare d'asta erano state vinte dalla società «Italia '90 Srl» aggirando le procedure relative al possesso delle qualità soggettive degli amministratori delle società concorrenti.
Complessivamente, sono state nove (di cui cinque eseguite a Palermo) le ordinanze emesse nei confronti dei responsabili di «Italia '90 Srl», accusati di associazione per delinquere finalizzata all'aggiudicazione e all'acquisizione di appalti pubblici aventi per oggetto la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani di alcune città lombarde, alla turbativa d'asta aggravata, alla truffa e al traffico illecito di rifiuti speciali (cfr. docc. 533/1 e 834/2).
Inoltre, nell'ambito della metodologia mafiosa rientra lo sfruttamento e il maltrattamento dei dipendenti di Italia 90 Srl che si sono visti negare (come documentato in atti) i più elementari diritti sindacali, con conseguente reazione delle locali organizzazioni sindacali, i cui esponenti di spicco sono stati puntualmente minacciati.
Sul punto, si condividono le considerazioni contenute nella informativa del questore di Lodi (doc. 356/3), secondo la presenza della società Italia 90 ha determinato in questi anni nel territorio lodigiano un sostanziale inquinamento degli appalti nel settore dello smaltimento dei rifiuti con una scarsa qualità del servizio.
Infine, a ulteriore riprova della capacità di espansione del fenomeno mafioso, è emerso che la società Italia 90 con a capo il Demma è risultata essere stata coinvolta anche in altre indagini, conclusesi con provvedimenti sanzionatori emessi dell'autorità giudiziaria territorialmente competente sempre in materia di illecito smaltimento dei rifiuti, commessi segnatamente in Liguria.
In seguito alle vicende sopra descritte, dopo attento esame e confronto, alcuni comuni appaltanti hanno deciso di procedere al recesso pre-aggiudicazione, mentre altri comuni hanno risolto o non rinnovato l'appalto con la predetta società.
Infine, con decreto in data 11 gennaio 2011, il tribunale di Palermo ha disposto il sequestro del capitale sociale e del complesso dei beni aziendali di «Italia '90» e di altra società cooperativa, per un valore complessivo di oltre 22 milioni di euro, società riconducibili entrambe a figure appartenenti a famiglie di antica estrazione criminale legate agli ambienti di «Cosa Nostra», quale appunto Luigi Abbate, «uomo d'onore» del mandamento palermitano di Porta Nuova. Il provvedimento giudiziario è stato eseguito dalla divisione anticrimine della questura di Lodi nel mese di aprile 2011.
Successivamente, con l'entrata in vigore della legge 13 agosto 2010 n. 136 che ha modificato l'articolo 51, comma 3 bis, c.p.p., attribuendo la competenza ad indagare sul traffico dei rifiuti di cui all'articolo 260 del decreto legislativo n. 152 del 2006 alla direzione distrettuale antimafia, il procedimento penale è stato trasferito a Milano.
Sul punto il dottor Paolo Filippini, sostituto procuratore della Repubblica in Milano, nel corso dell'audizione del 14 novembre 2011, ha riferito che all'iniziale ipotesi investigativa contenuta anche nella richiesta di misura cautelare per l'articolo 260 del testo unico ambientale, quindi attività organizzate e finalizzate alla gestione
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illecita del traffico di rifiuti, vi era stata una derubricazione nell'articolo 256 del medesimo testo, poiché non vi era un dato dimensionale tale da integrare quell'ipotesi di reato, considerata anche la rilevanza minima dei quantitativi di rifiuti gestiti in questi comuni, che non hanno una popolazione particolarmente numerosa.
In realtà, l'illecito consisteva nella mescolazione di alcuni rifiuti, in particolar modo i rifiuti cimiteriali - posto che nella zona di Sant'Angelo Lodigiano vi era un cimitero - con altri rifiuti anche della piazzola ecologica, codificati come rifiuto urbano del secco.
In realtà, ciò che rileva all'interno di questa indagine è la capacità dell'impresa «Italia 90» di partecipare ad appalti, condizionando immediatamente i pubblici amministratori deputati al bando di gara e, quindi, la procedura di scelta del contraente, facendo diretta pressione nei confronti dei concorrenti, al fine di evitare che si presentassero alle gare e ciò grazie anche all'acclarata collusione con i funzionari comunali incaricati di gestire la gara.
Il dato più allarmante emerso nel corso dell'indagine, tramite le informazioni della prefettura e della questura di Palermo, era il collegamento di questa società con alcuni esponenti della criminalità organizzata. Tuttavia, la capacità di Demma di vincere questi appalti era collegata al fatto che aveva una struttura non di carattere criminale, ma strutturata anche su territorio nazionale con la presenza della società Italia 90 anche in appalti fuori dalla regione Lombardia, come in Liguria.
Nei confronti dei terzi imprenditori che si erano presentati alla gara di Sant'Angelo Lodigiano, la gara più importante della zona lodigiana, il Demma è stato colpito da una seconda misura cautelare per il delitto di estorsione, perché ha usato violenza e minaccia nei confronti di un'impresa concorrente, che si era aggiudicata l'appalto di Sant'Angelo Lodigiano, affinché vi rinunciasse, come di fatto è avvenuto con incontri svoltisi in un secondo momento a Palermo, quando le due imprese si sono incontrate e l'impresa vincitrice ha abbandonato il campo per lasciare spazio a Italia 90 del Demma, la quale era riuscita a riprendersi l'appalto che formalmente aveva perso.
Questa società si era radicata sul territorio presentandosi come impresa che riusciva a praticare i prezzi migliori. Aveva cominciato con i comuni minori dell'area del sud Milano e del Lodigiano - tra i quali anche i comuni di Zelo Buon Persico, Mulazzano, Fombio, Maleo, Orio Litta, Caselle Lurani - ed era riuscita ad aggiudicarsi gli appalti sia praticando prezzi massimamente concorrenziali, con un forte ribasso rispetto al prezzo di base d'asta, sia ricorrendo a mezzi collusivi con i funzionari dei comuni preposti alle gare di appalto o minacciosi nei confronti degli altri imprenditori. Costoro, invero, quando «Italia 90 Srl» era interessata da alcuni appalti non partecipavano o, comunque, lo facevano solo per dare una parvenza di legalità alla gara.
Nonostante le indagini della magistratura e i rinvii a giudizio, la situazione nel lodigiano non è migliorata, come emerge chiaramente dal fatto che nei mesi a cavallo tra il 2010 e il 2011 si sono sviluppati una serie di incendi sospetti in molti comuni della provincia di Lodi e così il prefetto di Lodi nella comunicazione del 23 maggio 2011 (doc. 834/2)
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riferisce: 1) che nel mese di maggio del 2010 le fiamme avevano interessato la discarica della «Eco Adda» di Cavenago d'Adda; 2) che nel mese di ottobre era andato completamente distrutto un capannone della «Lodigiana ambiente Srl» di Ospedaletto Lodigiano (ditta specializzata nella raccolta e nello stoccaggio di rifiuti di materiale cartaceo e plastico); 3) che nel mese di novembre era stata parzialmente danneggiata la cabina di guida di un camion cassonato noleggiato dalla «Pulieco», di Ospedaletto Lodigiano; 4) che nello stesso mese di novembre era andato a fuoco un capannone della «Fergeo Srl» di Boffalora d'Adda (impresa operante nel settore dello smaltimento di rifiuti organici e compostaggio); 5) che aveva subito ingenti danni l'impianto di smistamento rifiuti della «Pantaeco Srl», di Casalpusterlengo, la cui struttura era stata dichiarata inagibile; 6) che aveva preso fuoco un cassone di rifiuti ingombranti della piazzola ecologica comunale di Lodi Vecchio; 7) che, nel mese di gennaio del 2011, aveva preso fuoco il nastro trasportatore dei rifiuti della «Bellisolina Srl» di Montanaso Lombardo (ditta operante attività di trattamento e smaltimento dei rifiuti secchi); 8) che, in data 9 aprile 2011, un incendio aveva completamente distrutto la «Lodigiana Maceri Srl» di Marudo (impresa operante l'attività di trattamento e smaltimento di rifiuti cartacei e, in minima parte, di plastica).
La ripetitività e la varietà degli incendi legati al settore dei rifiuti getta una luce sinistra sul livello delle infiltrazioni malavitose nello specifico settore, sì da indurre ad occuparsene la direzione distrettuale antimafia di Milano.

16 - La provincia di Como

Nella nota del 14 maggio 2010 (doc. 425/1) il prefetto di Como afferma che la situazione legata allo smaltimento dei rifiuti in ambito provinciale non presentava aspetti particolarmente problematici posto che, per un verso, la produzione dei rifiuti era rimasta inalterata negli ultimi cinque anni e, per altro verso, vi era stato un progressivo incremento della raccolta differenziata.
Invero, nonostante l'incremento di popolazione, il quantitativo di rifiuti urbani indifferenziati da raccolta domestica, destinati a smaltimento in discarica e/o termodistruzione, continua a diminuire, essendo passato nell'anno 2008 a 122 mila tonnellate (23 mila tonnellate in meno rispetto al dato del 2000), mentre l'andamento del dato pro-capite di rifiuti urbani complessivamente prodotti era rimasto negli anni stabile a 1,31 Kg/ab giorno.
Inoltre - proseguiva la nota del prefetto - non risultavano tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nei diversi settori collegati al ciclo dei rifiuti, mentre i comportamenti illeciti avevano una portata limitata e costituivano un fenomeno legato a singoli episodi, come tale non elevabile a sistema.
In particolare, nelle aree rurali e boschive frequenti sono gli abbandoni, in relazione ai quali si verificano diffuse situazioni di concentrazione di rifiuti (ancora non configurabili normativamente come vere e proprie discariche), generalmente connesse a piccole attività produttive oppure a singoli cittadini che impropriamente


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tentano di smaltire rifiuti ingombranti (grossi elettrodomestici, materassi, ecc.).
Solo in pochi casi sono stati evidenziati rifiuti pericolosi, mentre per la maggior parte si è avuto a che fare con rifiuti speciali non pericolosi.
In generale, tali diffusi abbandoni sono connessi soprattutto con la volontà di smaltire «a costo zero» piccoli quantitativi di rifiuti, anche se, in assenza di contrasto, questi possono accumularsi nel tempo a formare fenomeni di maggiore entità.
In queste situazioni, che costituiscono la gran parte delle situazioni di smaltimento illecito riscontrate, nulla viene fatto per occultare il rifiuto da parte del trasgressore, il quale si limita a tentare di evitare di farsi cogliere sul fatto al momento dell'abbandono. Non a caso, siti preferenziali per questo tipo di attività sono luoghi isolati, campi e boschi abbandonati, scarpate stradali, ecc., mentre non risulta la presenza di discariche abusive.
Altri casi di «micro» smaltimento illecito è connesso a situazioni più articolate, che prevedono il tentativo di riutilizzo di un rifiuto in base alle procedure semplificate previste dalla normativa, utilizzando però rifiuti dalle caratteristiche non conformi o in modalità non corrette.
È il caso dei materiali utilizzati per riempimenti, rilevati stradali e bonifiche, costituito spesso da macerie non correttamente gestite o da terre e rocce da scavo inquinate. In alcuni casi, si ha semplicemente a che fare con singoli che predispongono la realizzazione di modesti manufatti (riempimenti, rilevati, rimodellamenti del suolo), occultandoli sotto strati di terra di coltura, con lo scopo sia di disfarsi di rifiuti senza alcun costo, sia di utilizzare gli stessi quale materiale.
Non di rado, si scoprono illeciti relativi a rifiuti nel corso di indagini su altri settori, in particolare quello edilizio-urbanistico: infatti, la grande rilevanza di tale settore porta alla produzione di ingenti quantità di rifiuti (macerie di demolizione, eternit, ecc.) che devono poi essere smaltiti, determinando illeciti sia amministrativi, come la mancata o irregolare documentazione di accompagnamento, sia penali, come l'abbandono e lo smaltimento illecito.
In ordine all'assetto impiantistico attuale, la rete di impianti su cui è fondata la gestione del rifiuto urbano della provincia di Como può contare su un impianto di termodistruzione e su due discariche controllate, che smaltiscono completamente i rifiuti prodotti a livello provinciale.
E, invero, in provincia è presente un impianto di termovalorizzazione di titolarità della ditta Acsm-Agam Spa, in relazione al quale non si evidenzia alcuna criticità.
Esistono inoltre diversi impianti a servizio della raccolta differenziata; i flussi delle raccolte separate, per il loro consistente numero ed eterogeneità, confluiscono in una molteplicità di destinazioni, rappresentate per lo più da impianti di raccolta e recupero gestiti da privati in base ad autorizzazioni regionali o provinciali.
In relazione alla raccolta dei rifiuti, particolare rilevanza riveste sul territorio provinciale la Econord Spa, con sede in Varese.
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Due sono le discariche attive in provincia, che non determinano alcun problema particolare e risultano sufficienti al fabbisogno provinciale.
Nella nota precitata il prefetto di Como ribadiva che dall'analisi dei soggetti autorizzati alla raccolta e al trasporto di rifiuti pericolosi emerge che nessuno di questi è in possesso di concessioni per lo smaltimento dei tale genere di materiali.
Successivamente, con nota in data 18 aprile 2011 (doc. 706/1), il prefetto di Como ha integrato la nota precedente, riferendo che un'accurata attività di indagine da parte della locale sezione di Polizia stradale, in collaborazione con la squadra mobile della questura, avviate nel settembre 2008 e incentrate sulla ditta «Perego Strade Srl» con sede in Cassago Brianza (LC), aveva consentito di individuare nell'area lariana quattro cantieri (ubicati, rispettivamente, nei comuni di Carimate, Lurago d'Erba, Montano Lucino e S. Fermo della Battaglia) utilizzati, durante l'esecuzione di appalti pubblici e privati, come discariche di materiale proveniente da altri siti.
In particolare, gli accertamenti espletati sui formulari utilizzati dalla predetta impresa per il trasporto di rifiuti da demolizione e, conseguentemente, sulle aziende che avrebbero dovuto ricevere le merci da smaltire, avevano permesso di acclarare che detti rifiuti (prodotti o prelevati da vari cantieri, siti principalmente in Lombardia) erano confluiti in realtà presso la ditta Perego, che aveva poi provveduto a riciclarli in cantieri aperti, con conseguente, reiterata commissione di reati di falso in atto pubblico e traffico di rifiuti.
Da quanto emerso dalle indagini, i rifiuti abusivamente triturati nel capannone di Cassago Brianza (LC), sarebbero stati smaltiti, in luogo di altro materiale idoneo, anche in cantieri ubicati nella provincia di Como, e più precisamente in località Carimate (CO), presso l'ex cava Porro della Unilegno Srl come materiale di riempimento (opera privata); in Lurago d'Erba (CO), come riempimento nella realizzazione del sottopasso lungo la strada statale n. 342 Briantea (opera pubblica); in Montano Lucino (CO), come materiale di riempimento delle fondamenta nell'ambito della realizzazione del nuovo Ospedale Sant'Anna (opera pubblica); in San Fermo della Battaglia (CO), come sottofondo stradale nella realizzazione della viabilità a servizio del nuovo ospedale Sant'Anna (opera pubblica).
Ulteriori risvolti in merito alle anzidette attività sono tuttora al vaglio della procura distrettuale antimafia presso il tribunale di Milano.
Per completezza di informazione, nella nota del prefetto di Como si precisa che la Perego Strade Srl, dichiarata fallita in data 14 settembre 2009 dal tribunale di Lecco, risultava sottoposta ad indagine da parte della direzione distrettuale antimafia di Milano.
In tale contesto il presidente del consiglio di amministrazione, Ivano Perego, era stato tratto in arresto i l 22 luglio 2010 in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare in carcere n. 47816/08 R.G.N.R. (n. 682/08 R.G. Gip.), emessa dal Gip del tribunale di Milano, con la seguente motivazione: 1) «per aver fatto parte dell'associazione mafiosa denominata 'ndrangheta, operante da anni sul territorio di Milano e province limitrofe e costituita da numerosi locali, di cui n.15 individuati, coordinati da un organo denominato «La Lombardia»; 2)
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«perché, quale amministratore delle società del gruppo Perego, acconsentiva e favoriva l'ingresso in società di Salvatore Strangio; richiedeva l'intervento di quest'ultimo per indurre imprenditori concorrenti a ritirare le offerte; intratteneva rapporti privilegiati sia con esponenti politici che con pubblici dipendenti, al fine di ottenere, anche a mezzo di regalie ed elargizioni di somme di denaro, l'aggiudicazione di commesse pubbliche, sia in generale affinché la Perego fosse favorita nei rapporti con la pubblica amministrazione, dava direttive ai dipendenti e organizzava lo smaltimento illecito di rifiuti, anche tossici, derivanti da bonifiche e demolizioni di edifici in discariche abusive»; 3) «perché, in concorso con altre persone, falsificando il bilancio al 31 dicembre 2008 della Perego, approvato in data 28 aprile 2009, continuando ad operare nonostante la società avesse perso il capitale sociale e fosse pertanto emersa una causa di scioglimento, in palese violazione del divieto di cui all'articolo2449 ce. (...), aggravava il dissesto della società per un importo pari a euro 4.153.926».
Il dipartimento di Como dell'Arpa, investito dalla procura della Repubblica di accertamenti di natura tecnica presso l'area del nuovo Ospedale Sant'Anna, all'esterno delle parti edificate, con nota del 4 agosto 2010 (doc. 754/2), ha concluso che i risultati delle analisi effettuate sulla tipologia dei materiali utilizzati per riempimenti e riporti presso il cantiere nelle aree attualmente destinate a giardino, parcheggi o utilizzate per la viabilità, accompagnati dalle evidenze merceologiche (documentate anche dalle fotografie scattate) e organolettiche rilevate in sede di sopralluogo, non hanno posto in evidenza la presenza di sostanze inquinanti.
In particolare, l'Arpa rileva che il materiale rinvenuto corrisponde per tipologia a quanto riferito dai costruttori e che non erano emerse situazioni di criticità ambientali.
Viceversa, l'Arpa non aveva potuto procedere ad accertamenti ambientali speditivi per verificare la tipologia di materiali posti al di sotto delle aree edificate del nuovo ospedale, le cui indagini richiederebbero interventi specifici ed invasivi sulle fondazioni della struttura.
Con nota del 24 novembre 2011 (doc. 948/1), il prefetto di Como ha ribadito quanto riferito nella precedente nota del 18 aprile 2011, riferendo:
a) che dall'articolato quadro investigativo, raccolto nell'ambito delle recenti attività di indagine condotte dalle forze di polizia, aveva posto in evidenza come le organizzazioni di origini calabresi siano attive nella provincia di Como, con la presenza sul territorio di tre «locali»;
b) che, subito dopo il traffico di sostanze stupefacenti, l'interesse delle cosche è rivolto verso l'economia legale «con rilevante penetrazione nell'imprenditoria edilizia, in modo particolare in quella degli scavi e del movimento terra, nonché negli appalti inerenti la gestione del ciclo dei rifiuti e lo smaltimento e il trasporto degli stessi».

Tale dato allarmante trova conferma anche in recenti attività info-investigative condotte dall'Arma dei Carabinieri, che hanno posto


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in evidenza «il crescente interesse di alcune imprese edili, operanti in questa provincia, contigue o comunque collegabili alla criminalità organizzata per una diretta e irregolare gestione (trasporto - smaltimento - trattamento e recupero) dei rifiuti da sbancamento (terra e rocce) in caso di nuove edificazioni, nonché dei materiali da demolizione, a seguito di interventi edificati».
Si tratta di presenze che devono essere monitorate, al fine di evitare ogni ulteriore penetrazione nel territorio.
Il dottor Simone Pizzotti, sostituto procuratore della Repubblica in Como, nel corso dell'audizione del 27 marzo 2012, ha posto in evidenza come il passaggio di competenza in materia di traffico illecito di rifiuti, di cui all'articolo 260 decreto legislativo n. 152 del 2006, dalla procura circondariale alla procura distrettuale grava quest'ultima di un onere istruttorio ulteriore, rispetto ai carichi che questi organi giudiziari inquirenti già hanno per i reati per i quali tradizionalmente sono stati istituti.
Inoltre, dal punto di vista dell'istruttoria dei reati in tema di rifiuti, il dottor Pizzotti ha osservato che l'avvenuto trasferimento della competenza alla Dda ha finito con il far perdere quella maggiore «confidenza» o collaborazione che c'era sul territorio tra le singole forze di polizia e gli uffici del pubblico ministero presso ciascun tribunale.
Non v'è dubbio, infatti, che la presenza di un ufficio del pubblico ministero sul territorio crea un rapporto di più stretta collaborazione con le forze di polizia, che trasmettendo al magistrato inquirente la notitia criminis e, cioè, la presenza di un input sul territorio, che individui lo stoccaggio grosso o piccolo di rifiuti, soprattutto, se pericolosi, sono in grado di ricevere risposte immediate.

17 - La provincia di Varese

La provincia di Varese ha una popolazione di circa 900 mila abitanti e le attività inerenti la gestione del ciclo dei rifiuti vengono svolte dalle amministrazioni competenti, con un elevato grado di organizzazione ed efficienza.
In particolare, risulta completo e autosufficiente il ciclo relativo alla raccolta e allo smaltimento dell'alluminio, degli ingombranti, della carta, dei metalli e del verde, mentre sussistono delle carenze a livello di impianti di smaltimento della frazione organica, della plastica e, in particolare, dei rifiuti indifferenziati.
La produzione totale dell'anno 2009 è stata di circa 1.431.010 tonnellate di rifiuti, suddivisi tra 431.137 tonn. di rifiuti solidi urbani (di cui 246.440 pari al 57, 2 per cento, provenienti dalla raccolta differenziata), 899.356 tonnellate di rifiuti non pericolosi e 100.517 tonnellate di rifiuti pericolosi (cfr. relazione del prefetto di Varese del 19 maggio 2010 - (doc. 839/4).
Lo smaltimento è assicurato dal bacino di raccolta dell'associazione consortile dei comuni dell'alto milanese (Accam Spa) sita in Busto Arsizio (VA) e dalle seguenti destinazioni finali:
a) una discarica RSU sita nel comune di Gorla Maggiore (VA), gestita dalla Econord Spa;


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b) un impianto per la produzione di combustibile da rifiuti (Cdr) sito in Vergiate (VA);
c) una discarica per lo smaltimento di rifiuti speciali ubicata in Lonate Ceppino (VA);
d) un termovalorizzatore sito in Busto Arsizio (VA) gestito da Accam Spa.

Nella provincia di Varese non sono presenti impianti di compostaggio per il recupero della frazione organica dei rifiuti urbani (Forsu), né sono presenti impianti di biostabilizzazione, mentre vi sono impianti di compostaggio del verde e di selezione/cernita per rifiuti speciali, nonché alcuni impianti per il recupero energetico da biogas da discarica (Econord Spa, sedi di Gorla Maggiore/Mozzate e Vergiate, e Amsa Spa, sede di Gerenzano ).
I dati relativi alla raccolta differenziata stimano una percentuale intorno al 57.2 per cento per la provincia di Varese, superiore rispetto al valore del 35 per cento individuato quale obiettivo nazionale per il 2009.
Dalla nota in data 27 aprile 2010 del sindaco di Varese (doc. 358/1) risulta che il comune di Varese effettua la gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati in regime di privativa, avvalendosi della Aspem Spa con sede in Varese, che provvede alla gestione del servizio e alla riscossione della tariffa in forza di apposita convenzione.
Dalla relazione del prefetto di Varese del 19 maggio 2010 (doc. 839/4) risulta che nella provincia il livello degli illeciti ambientali di matrice criminale si caratterizza, generalmente, nella condotta di alcune imprese che affidano a soggetti imprenditori lo smaltimento dei rifiuti, in gran parte speciali ovvero anche speciali pericolosi, nonché tossico-nocivi, prodotti dalle loro aziende, con l'evidente finalità di economizzare sugli oneri di smaltimento.
Questi ultimi, a loro volta, allo scopo di lucrare sui costi, mediante la falsificazione della documentazione di accompagnamento (cd. giro bolla), inviano il rifiuto in discariche non idonee a ricevere tale tipologia, oppure ne certificano falsamente la composizione, allo scopo di consentirne l'utilizzo come fertilizzante in agricoltura o li «tombano» in cave abbandonate, con danni al sottosuolo e alle falde acquifere, ovvero infine lo impiegano per una impropria attività di recupero.
In tale quadro la relazione del prefetto di Varese pone in evidenza le operazioni più significative condotte dalle forze di polizia:
a) operazione in data 22 febbraio 2002, condotta dal commissariato di Busto Arsizio, su segnalazione di un privato cittadino relativa al sequestro di una vasta area di proprietà del comune di Busto Arsizio dove sono stati reperiti rifiuti tossici «manufatti in eternit». L'analisi relativa ai campioni del terreno prelevati dall'Arpa ha confermato la presenza di amianto crocidolite e di amianto crisotilo;
b) i Carabinieri del Noe di Milano, in data 19 novembre 2002, hanno tratto in arresto in esecuzione di ordinanze di custodia cautelare in carcere otto persone responsabili a vario titolo di


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smaltimento illecito di rifiuti (articolo 53 bis del decreto legislativo n. 22 del 1997), nella loro qualità di dipendenti della Agesp Spa di Busto Arsizio (azienda deputata alla raccolta di rifiuti per conto delle pubbliche amministrazioni), in concorso con i titolari di due società locali compiacenti. I reati contestati a vario titolo vanno dal peculato alla corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio (artt. 110, 314, 319, 320 e 321 cp), in quanto le aziende coinvolte, d'accordo con alcuni dipendenti della suindicata azienda municipalizzata, deputata alla raccolta dei rifiuti urbani, e con altri impiegati di un consorzio di 27 comuni facevano incenerire illegalmente i loro rifiuti speciali nell'impianto destinato ai rifiuti urbani;
c) in data 1o luglio del 2004, l'amministratore delegato della società «Polintranspool s.a.» con sede legale a Lugano (Svizzera), ha denunciato di aver ricevuto una serie di minacce telefoniche. Invero, all'epoca dei fatti, il commissario Straordinario per l'emergenza rifiuti in Campania aveva richiesto il trasporto dei rifiuti dalla Campania a siti che si trovavano in Germania per il successivo smaltimento. La citata società «Polintranspool s.a.», congiuntamente a «Trenitalia Spa» e alla società «Giannetti Service» di Grosseto, aveva predisposto un piano operativo che consisteva nel trasporto di 1.000 tonnellate di rifiuti, con più convogli sulla tratta Buccino (SA) e/o Marcianise, per poi giungere nelle due discariche di Lipsia e Leznitz (Germania). II tutto per un giro d'affari iniziale di 19 milioni di euro, fino a raggiungere eventualmente la somma di 57 milioni di euro. A seguito di tale piano operativo, l'amministratore della «Polintranspool s.a.» aveva ricevuto una serie di telefonate e lettere minatorie, nella quali alcuni personaggi - che successivamente si accertava essere legati alla «camorra» - tentavano di indurlo a trasportare per lo smaltimento, «rifiuti tossici e pericolosi» consistenti in 150 mila tonnellate di polvere di alluminio all'anno, per tre anni. Le successive indagini hanno permesso di identificare gli autori, nonché le persone che, a vario titolo, erano coinvolte nella vicenda. Il procedimento penale è ancora pendente presso la procura della Repubblica di Busto Arsizio (cfr. relazione del questore di Varese del 6 maggio 2010 in doc. 385/1).
d) in data 30 maggio 2006, su delega dell'autorità giudiziaria, la compagnia di Gaggiolo della Guardia di finanza ha eseguito una perquisizione presso il deposito della società «Transkoop Srl», con sede legale in Cantello (VA) . Nel corso dell'operazione è stata individuata un'area destinata a deposito abusivo di rifiuti speciali pericolosi provenienti dalla Confederazione elvetica. L'area in questione era ubicata fra l'altro all'interno di una fascia di rispetto di un pozzo dell'acquedotto che fornisce l'acqua potabile alla città di Varese. Il deposito è stato sottoposto a sequestro ed il relativo procedimento, riguardante i tre responsabili,è ancora pendente presso il tribunale di Varese;
e) in data 5 giugno 2007, su delega dell'autorità giudiziaria, la compagnia di Gaggiolo della Guardia di finanza ha eseguito una perquisizione presso la società «Rainer Srl» con sede legale ad Arcisate (VA). Nel corso dell'intervento sono state individuate e sottoposte a sequestro tre aree, che venivano utilizzate come depositi
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abusivi e incontrollati di rifiuti provenienti dal sottosuolo, nonché un impianto per la vagliatura di materiale inerte. Il relativo procedimento penale, riguardante i due responsabili, è ancora pendente presso il tribunale di Varese;
f) 15 settembre 2008, su delega dell' autorità giudiziaria, la compagnia di Gaggiolo della Guardia di finanza ha eseguito una perquisizione presso la società «Cava Femar Srl», con sede operativa a Viggiù (VA). Nel corso dell'intervento veniva individuata e sottoposta a sequestro un'area di circa 1000 metri quadri, che la predetta società aveva destinato a discarica abusiva di materiali inerti provenienti da demolizioni di edifici e contenente tra l'altro amianto, arsenico e nickel, in quantità superiore al limite massimo prescritto dalla legge. Al termine dell'attività investigativa è risultato che i materiali rinvenuti erano di provenienza elvetica. Il relativo procedimento penale, riguardante i tre responsabili,è ancora pendente presso il tribunale di Varese;
g) in data 30 novembre 2008, su delega dell' autorità giudiziaria, la compagnia di Gaggiolo della Guardia di finanza ha eseguito una perquisizione presso la società «Ares Srl», con sede operativa a Cittiglio (VA). Nel corso dell'intervento si è appurato che il sito dell'Ares è stato interessato, dal 1981 al 1994, dall'occultamento di fanghi di decantazione contenenti cromo, prodotti dalla storica «conceria Fraschini»;
h) con decreto del Gip di Varese in data 25 luglio 2009, su conforme richiesta del pubblico ministero (docc. 372/3, 1150/1), è stato disposto il sequestro preventivo dell'area, ubicata nel comune di Cittiglio, Strada statale n. 394, identificata al foglio 11-14, mappali 3226, 748, 1773, 4501, su cui hanno operato, nel tempo, diverse società (in particolare, la «conceria Fraschini Srl», che aveva ad oggetto la preparazione e la concia del cuoio e la fabbricazione di semilavorati in pelle, la «Acquatech Srl», avente ad oggetto l'attività di stoccaggio, trattamento e smaltimento di rifiuti civili e industriali in genere, nonché l'attività di intermediazione e commercio di rifiuti, la «Ares Srl», avente lo stesso oggetto sociale), a cagione della rilevata violazione delle disposizioni di legge dettate in materia di tutela dell'ambiente (artt. 110, 434, comma 2, c.p., 242, 256, 257 del decreto legislativo n. 152 del 2006), posto che gli imputati, a partire dal 1994, avevano cagionato un disastro ambientale, consistito nella progressiva contaminazione da cromo, mercurio e idrocarburi dei terreni circostanti e della stessa falda acquifera. Le indagini a carico di otto imputati sono nella fase finale. La vicenda dei terreni della conceria Fraschini é molto grave, poiché ha causato un danno enorme sia ambientale, sia in termini di salute pubblica. Invero, le indagini hanno accertato che, per smaltire i residui tossici della produzione, da un certo momento in avanti gli imputati hanno deciso di «sotterrarli» abusivamente nei terreni circostanti l'impianto di depurazione. Le conseguenze sono state devastanti e ad oggi una notevole porzione di terreno è completamente inquinata e gravemente contaminate sono le sottostanti falde acquifere. Dopo il sequestro preventivo sono state attivate le pubbliche amministrazioni competenti. La conferenza di
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servizi istituita presso la provincia con tutte le parti interessate ha concluso il proprio iter procedimentale in data 3 ottobre 2011, dando mandato al comune di Cittiglio di provvedere all'esproprio delle aree interessate, al fine di consentire l'accesso anche ai finanziamenti previsti per le bonifiche eccezionali. Quindi, in data 21 ottobre 2011, alla luce dell'accertata inadempienza della proprietà nell'eseguire la dovuta bonifica, l'Ente provincia ha incassato la fideiussione assicurativa, rilasciata all'epoca dalla proprietà, pari ad un importo di euro 121 mila, che appare del tutto insufficiente per l'esecuzione delle opere di bonifica;
i) nel mese di marzo 2009, i Carabinieri del Noe di Milano, in collaborazione con quelli del comando provinciale di Varese, hanno proceduto all'arresto di dieci persone, in esecuzione di ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse a carico di dipendenti di aziende operanti nel settore dello smaltimento di rifiuti, responsabili di aver costituito una associazione per delinquere finalizzata allo smaltimento illecito dei rifiuti, ricorrendo a una serie di atti di corruzione. Tra gli arrestati è emersa una figura già nota nell'inchiesta «mani pulite». Una stima fatta dagli investigatori ha quantificato in 2.700 tonnellate il volume dei rifiuti trattati dal sistema criminale: nello specifico, si trattava di terre e polveri provenienti dalla pulizia delle strade che, senza essere preventivamente trattate come previsto dalla normativa, venivano «riqualificate» con documentazione fraudolenta e inviate per lo smaltimento a discariche in provincia di Brescia, Cremona e Pavia. Il traffico illecito di rifiuti ruotava intorno alla gestione dell'impianto di termovalorizzazione dell'«Accam Spa» di Busto Arsizio e ad alcune gare di appalto risultate turbate. I reati contestati a vario titolo vanno dall'associazione per delinquere finalizzata allo smaltimento illecito dei rifiuti, alla corruzione per atti centrali ai doveri d'ufficio e alla turbata libertà degli incanti (artt. 416, 319, 321, 353 c.p.);
j) nel mese di gennaio 2010, i Carabinieri del Noe di Milano, in collaborazione con quelli del comando provinciale di Varese, hanno proceduto all'arresto di dieci persone, in esecuzione di ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse a carico di soggetti coinvolti, a vario titolo, in un traffico illecito di rifiuti speciali all'interno di un sito di stoccaggio, rifiuti provenienti da impianti industriali privati con falsificazione dei documenti di trasporto. I proventi illeciti venivano dagli indagati occultati in numerosi conti correnti intestati a prestanome. A capo dell'organizzazione è risultato esservi un soggetto campano legato ad una nota famiglia criminale siciliana, più volte arrestato per riciclaggio di denaro proveniente da cosche mafiose, mentre è significativo il fatto che tra gli indagati risultano anche alcuni vertici locali di alcuni istituti bancari compiacenti. L'organizzazione operava attorno ad un sito di Fagnano Olona (Varese), noto come «La Valle», formalmente adibito a ricovero di mezzi, ma di fatto utilizzato illecitamente come base di stoccaggio e trattamento di rifiuti pericolosi. I reati contestati a vario titolo ai coinvolti vanno dall'associazione per delinquere finalizzata allo smaltimento illecito dei rifiuti alla falsità ideologica (artt. 416 e 483 c.p. ).
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k) in data 30 marzo 2010, su delega dell' autorità giudiziaria, la polizia provinciale di Varese ha proceduto, in località S. Anna del comune di Lonate Pozzolo (VA), al sequestro preventivo di 3 ettari di terreno di proprietà della Società «Cave del Ticino Spa», denunciando cinque membri del consiglio di amministrazione della predetta società per aver scaricato abusivamente nell'area materiale edile di scarto, causando una situazione di inquinamento ambientale.

La relazione del prefetto di Varese (doc. 839/4) conclude affermando che risulta acclarata una incidenza di fenomeni criminali riconducibili a singoli sodalizi criminali, ma che allo stato non si è verificato un invasivo interesse della criminalità organizzata, che nella provincia è prevalentemente orientata al traffico degli stupefacenti, alle estorsioni e al riciclaggio dei capitali illecitamente acquisiti, pur se - come si è visto - in qualche caso compaiono personaggi legati alla mafia siciliana.
Quanto, all'impatto degli impianti sulla salute pubblica e agli eventuali studi epidemiologici, nella relazione del prefetto di Varese viene posto in evidenza che l'Asl non ha svolto alcuna rilevazione sull'incidenza sulla salute pubblica delle vicende sopra indicate, come quella relativa ai terreni inquinati della conceria Fraschini nel comune di Cittiglio.
Viceversa, su segnalazione di privati, l'Asl di Varese ha compiuto uno studio nel comune di Cantello, località Gaggiolo, dove erano stati segnalati episodi di raccolta e sversamento di rifiuti non autorizzati.
E, tuttavia, il competente Servizio osservatorio epidemiologico dell'Asl della provincia di Varese non ha posto in evidenza un eccesso di patologie neoplastiche fra i residenti (doc. 386/2). Né gli approfondimenti effettuati hanno rilevato una pregressa o attuale residenza dei malati in questione presso la frazione di Gaggiolo, mentre ulteriori verifiche sulla presenza di contaminanti chimici nell'acqua destinata al consumo umano hanno riportato esiti negativi.
Infine, particolare attenzione è stata data al comune di Ispra, dove è collocato il Centro comune di Ricerche.
L'indagine ecologica, condotta dall'Asl di Varese per verificare gli effetti delle emissioni radioattive derivanti dall'attività del Centro Comune di ricerca (C.C.R.) di Ispra, ha rilevato un basso numero di incidenza di casi di tumori, sia ad Ispra che nei comuni vicini.
In conclusione sul punto, allo stato, i dati epidemiologici non permettono di evidenziare un eccesso di rischio per patologie neoplastiche sia per la cittadinanza che per gli stessi dipendenti del C.C.R. (doc. 386/3).
Infine, con nota in data 20 febbraio 2012 (doc. 1096/1), il prefetto di Varese ha comunicato che nel mese di giugno 2011 sono stati conferiti al termovalorizzatore della società Accam (associazione consortile dei comuni dell'alto milanese Spa), ubicato in Busto Arsizio, strada comunale di Arconate n. 121 (autorizzato a svolgere operazioni di smaltimento di rifiuti ai sensi delle vigenti disposizioni in materia ambientale), 2 carichi di rifiuti speciali provenienti dagli impianti di selezione e tritovagliatura dei rifiuti solidi urbani (Stir), siti nei comuni di Giugliano di Campania (NA) e di Tufino (NA).


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In base alle verifiche eseguite dal predetto Ente, il vettore che ha espletato il trasporto dei carichi di rifiuti in questione (società cooperativa trasporti San Marino), è risultato iscritto all'albo nazionale gestori ambientali - sezione Campania ed è in possesso del necessario titolo abilitativo ex articolo 212 del decreto legislativo n. 152 del 2006 (provvedimento di iscrizione n. NA03532 del 21 gennaio 2009).
È, altresì, emerso che la provincia ha avuto notizia del trasferimento dei suddetti carichi di rifiuti sul territorio solo dopo i fatti e che per tale motivo, con nota in data 1o febbraio 2012, n. 10098 (unita in copia), è stato espressamente chiesto alla società Accam Spa, quale titolare del termovalorizzatore destinatario dei suddetti rifiuti, di informare con congruo anticipo l'eventuale volontà di ricevere in futuro rifiuti provenienti dalla regione Campania.
A tale proposito, è stata rappresentata dalla provincia la necessità di una sua preventiva valutazione sull'opportunità o meno di ricevere particolari tipologie di rifiuti da altre realtà territoriali, alla luce delle funzioni che le sono attribuite dall'articolo 197 del decreto legislativo n. 152 del 2006 in ordine al controllo sulla corretta gestione dei rifiuti, anche per quanto concerne la programmazione e l'organizzazione del recupero/smaltimento degli stessi.
Tuttavia, dagli accertamenti effettuati non si hanno riscontri, allo stato, di ulteriori conferimenti di rifiuti provenienti dalla regione Campania.

18 - La provincia di Lecco

Com'è noto, la regione Lombardia ha delegato alle province la pianificazione dello smaltimento rifiuti solidi urbani.
Nella provincia di Lecco, come si legge nella relazione del prefetto di Lecco in data 21 maggio 2010 (doc. 406/1), tale delega ha portato all'approvazione, nel 1998, del piano provinciale dei rifiuti. Nel 2008 è stato adottato il nuovo piano provinciale (ai sensi della legge regionale n. 26 del 2003) che, quale documento di programmazione per la gestione integrata dei rifiuti urbani nel territorio della provincia di Lecco, prevede il raggiungimento dei seguenti obiettivi:
a) il raggiungimento dell'autosufficienza nel recupero e nello smaltimento dei rifiuti della provincia;
b) la riduzione dello smaltimento finale prioritariamente mediante il reimpiego, il riciclaggio e le altre forme di recupero dirette ad ottenere materia prima dai rifiuti;
c) l'introduzione in tutti i comuni del modello di raccolta differenziata secco-umido domiciliare;
d) la gestione dei rifiuti non recuperabili mediante incenerimento;
e) lo smaltimento in discarica solo per scorie della combustione e per i rifiuti dello spazzamento delle strade.


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Alla stregua dei dati forniti dal prefetto di Lecco nella nota in data 30 maggio 2011 (doc. 806/1), i novanta comuni della provincia di Lecco, che nell'anno 2008 avevano raggiunto nella media una percentuale di raccolta differenziata pari al 57,4 per cento, hanno proseguito il trend positivo anche nell'anno 2009, in cui la raccolta differenziata ha raggiunto la percentuale del 59,1 per cento (a fronte di un dato regionale attestato intorno al 48 per cento), con una produzione di rifiuti urbani, che nel totale nell'anno 2009 è stata pari a 157.454 tonnellate
Per quanto concerne la diffusione dei servizi di raccolta differenziata, i comuni che alla fine dell'anno 2009 hanno attivato il servizio di raccolta della frazione umida, risultano essere 82 su 90 comuni della provincia di Lecco (i rimanenti 8 comuni hanno una popolazione complessiva di soli 3.322 abitanti), mentre il «sacco viola» per il conferimento della frazione secca riciclabile viene utilizzato in 81 comuni della provincia.
L'analisi dei destini associati alle diverse frazioni di rifiuti urbani pone in evidenza come, delle 157.454 tonnellate di rifiuti urbani prodotte nel 2009, il 28,5 per cento è stato conferito, direttamente o transitando dalla piattaforma ecologica provinciale, a impianti di recupero o di smaltimento ubicati fuori provincia, a fronte del 30 per cento registrato nell'anno precedente.
Viceversa, la frazione residuale e i rifiuti ingombranti vengono trattati per la quasi totalità in impianti provinciali, le raccolte differenziate vengono conferite per il 43 per cento ad impianti di recupero extraprovinciali. In particolare, il vetro è stato totalmente esportato, stante l'assenza di impianti provinciali di recupero, e una parte consistente della frazione organica (umido e scarti vegetali) è stata conferita ad impianti di compostaggio extraprovinciali in considerazione della ridotta potenzialità dell'impianto di Annone Brianza che, allo stato, è autorizzato a trattare solo 20 mila t/anno di frazione organica, a fronte di un fabbisogno provinciale di 39.683 tonnellate (dato 2009).
L'attuazione dei citati obiettivi è stata perseguita operativamente attraverso Silea Spa (società intercomunale lecchese per l'ecologia e l'ambiente), proprietaria di un termovalorizzatore, e altre società controllate da Silea Spa e partecipate da soggetti privali. La suddetta società, il cui capitale sociale è detenuto totalmente dai 90 comuni della provincia di Lecco, costituisce l'azienda di riferimento della provincia di Lecco per quanto riguarda complessivamente la gestione dei rifiuti.
La sua attività si esercita quindi nei seguenti campi:
a) la raccolta, il trasporto e lo smaltimento di rifiuti urbani;
b) la raccolta, il trasporto e il recupero delle varie frazioni di rifiuti suscettibili di riutilizzo o da avviare a specifico smaltimento (carta, plastica, vetro, frazione verde, pile esauste, farmaci scaduti, rifiuti pericolosi ecc.);
c) il recupero energetico dalla attività di termodistruzione dei rifiuti, con produzione di energia elettrica;
d) attività varie nel settore ecologico per i comuni (gestione delle aree ecologiche, studi e consulenze varie);


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e) la raccolta, il trasporto e lo smaltimento di rifiuti speciali per enti pubblici e per aziende private.

Gli indirizzi e gli obiettivi qui riportati, unitamente ai risultati positivi conseguiti dai comuni del territorio lecchese, pongono in evidenza una situazione complessivamente positiva nei confronti del fenomeno dello smaltimento dei rifiuti urbani nella provincia di Lecco.
Nella suddetta relazione del prefetto di Lecco, per ciò che concerne la presenza di gruppi criminali o, comunque, di attività illecite nel settore dello smaltimento dei rifiuti, viene sottolineata l'assoluta mancanza di elementi da cui desumere l'esistenza di consorterie criminose legate al ciclo dei rifiuti.
Tuttavia, nella precedente nota del prefetto di Lecco del 21 maggio 2010 (doc. 406/1) viene posto in evidenza la segnalazione fatta dal Corpo forestale dello Stato, secondo cui gli illeciti riscontrati presso imprenditori edili e/o società edili locali hanno riguardato terre e rocce da scavo originate a seguito di lavori di costruzione, demolizione e/o ristrutturazione che, anziché essere conferite presso impianti di smaltimento e/o recupero autorizzati, sono state trasportate presso altre ditte locali compiacenti, che a titolo gratuito o in cambio di favori di pari genere, hanno accolto presso propri cantieri materiali costituenti rifiuti da utilizzare per il riempimento di scavi. In alternativa, i materiali anzidetti sono stati conferiti presso impianti di betonaggio e/o lavorazione di inerti, quindi, una volta assoggettate a mera riduzione volumetrica, sono stati utilizzati e/o rimpiegati nell'edilizia per la produzione di calcestruzzo e/o di inerti di vario tipo e dimensione.
Ancora, al fine dello smaltimento illegale dei rifiuti provenienti dal settore dell'edilizia, in alcuni casi sono state eseguite apparenti bonifiche agrarie.
In tali casi, dopo l'asportazione e l'accantonamento provvisorio della coltre vegetale già esistente, le terre e rocce da scavo, nonché i materiali edili da smaltire, sono stati stesi sulla superficie precedentemente ottenuta e, quindi, ricoperte con lo strato vegetale di cui sopra.
In altri casi, infine, mediante l'uso dei suddetti materiali, si è proceduto al livellamento di terreni agricoli abbandonati, fatto passare per «ripristino ambientale».
Tuttavia, entrambi i fenomeni anzidetti - alla stregua delle valutazioni fatte dal prefetto di Lecco - non sono ascrivibili all'attività di associazioni criminali nello smaltimento illegale e nel riciclo dei rifiuti, bensì a comportamenti criminosi delle varie imprese operanti nel settore.
Per ciò che concerne la complessiva situazione dei diversi impianti pubblici e privati, va premesso che la provincia di Lecco è l'ente deputato all'autorizzazione e al controllo dei gestori di rifiuti che operano nel territorio.
Per ciò che concerne la situazione delle discariche abusive presenti in provincia, l'unico intervento degno di rilievo è stato segnalato dal comando provinciale della Guardia di finanza, che nel territorio del comune di Lecco, ha individuato un'area di circa 20 mila


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metri quadri suddivisa in due discariche abusive di rifiuti pericolosi, sottoposte a sequestro giudiziario in data 6 maggio 2007.
A sua volta, l'amministrazione provinciale, a seguito dell'attività ispettiva svolta, ha rilevato nella maggior parte dei casi violazioni di carattere amministrativo che hanno portato alla applicazione di sanzioni amministrative e all'adozione di provvedimenti di diffida, provvedendo a eseguire la segnalazione all'autorità giudiziaria per violazione dell'articolo 256, commi 1 (abbandono e deposito incontrollato di rifiuti) e 2 (gestione di rifiuti in mancanza di autorizzazione), del decreto legislativo n. 152 del 2006.
Infine, l'azienda sanitaria di Lecco ha comunicato che non sono stati redatti rapporti né sono stati condotti studi epidemiologici in ordine all'impatto degli impianti inerenti al ciclo dei rifiuti.

19 - La provincia di Sondrio

La quasi totalità dei comuni della provincia di Sondrio risulta aver affidato la raccolta, il concentramento e l'avvio a smaltimento o recupero dei rifiuti solidi urbani, organici, ingombranti e speciali alla Società per l'ecologia e l'ambiente Spa (Secam Spa), con sede legale a Sondrio (cfr. relazione prefetto di Sondrio 11 maggio 2011 - doc. 775/1).
Tale società annovera, quali soci proprietari e detentori di quote azionarie ordinarie, l'amministrazione provinciale di Sondrio, le comunità montane «Alta Valtellina», «Valtellina di Tirano», «Valtellina di Sondrio», «Valtellina di Morbegno», «della Valchiavenna», nonché tutti i 78 comuni della provincia.
Gli amministratori della Secam, a seguito di apposita visura camerale, risultano tutti nativi della provincia, mentre dagli ulteriori accertamenti all'uopo eseguiti non sono emersi nominativi di congiunti o parenti appartenenti o vicini ad organizzazioni criminali con interessi nel settore del ciclo dei rifiuti.
Su 78 comuni, soltanto 11 procedono alla raccolta dei rifiuti urbani tramite aziende diverse, con le quali hanno stipulato regolari contratti di appalto o hanno conferito apposito incarico di lavoro.
Anche dette ditte, conferiscono i rifiuti presso la S.ec.Am. la quale provvede successivamente al trattamento.
L'attività della S.ec.Am. consiste in pratica nella raccolta, diretta o tramite società che operano a livello prettamente comunale, dei rifiuti solidi urbani, assimilati e speciali, nella loro suddivisione presso appositi impianti di raccolta e selezione delle varie tipologie di rifiuto e, quindi, nel loro trasporto presso impianti di smaltimento e recupero posti fuori provincia.
Anche i rifiuti particolari, quali le apparecchiature radioelettriche (frigoriferi, surgelatori, televisori, computer, ecc.), dopo preventiva raccolta negli appositi centri comunali o, in loro assenza, in apposite aree, vengono con cadenza quotidiana conferiti presso il centro di smistamento della S.ec.Am. e, infine, avviati presso le discariche site fuori provincia.
Nella provincia di Sondrio, fatta eccezione per tre discariche autorizzate esclusivamente al recepimento di inerti e localizzate,


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rispettivamente, nei comuni di Livigno, Valdisotto e Chiesa in Valmalenco, non si annoverano siti atti a ricevere le varie tipologie di rifiuto proveniente dagli agglomerati urbani.
Non vi sono termovalorizzatori, mentre l'unico impianto di incenerimento è sito a Morbegno, per il cui funzionamento viene utilizzato il gas metano.
Lo smaltimento, laddove non vi è consegna presso il luogo di produzione ad uno dei consorzi previsti dal decreto legislativo n. 152 del 2006 e s.m.i., avviene mediante conferimento presso gli impianti di smaltimento e/o recupero regolarmente autorizzati, presenti nelle province di Sondrio, Lecco e Como.
Per quanto attiene i rifiuti industriali, non vi sono nella provincia di Sondrio imprese, ditte e/o complessi industriali, che producano rifiuti per quantità, qualità, tipologia e valore economico, tali da ingenerare l'interesse della criminalità organizzata o che, comunque, necessitano di essere collocati sul mercato illecito dei rifiuti a livello nazionale e/o internazionale.
Tuttavia, la relazione in data 11 maggio 2011 del prefetto di Sondrio sottolinea la presenza di infiltrazioni criminose della 'ndrangheta calabrese nel ciclo dei rifiuti correlato allo smaltimento e recupero illegale delle terre e rocce da scavo e dei materiali provenienti da cantieri edili.
Invero, mentre fino a un recente passato gli attori delle attività illecite correlate alle terre e rocce da scavo e ai rifiuti edili erano costituiti esclusivamente da imprenditori edili o da società locali proprietarie di impianti di lavorazione inerti, entrambi senza alcun collegamento diretto con la malavita organizzata, allo stato, sono stati riscontrati tentativi di infiltrazioni da parte di imprese o ditte ricollegabili alla criminalità organizzata, in particolare alla 'ndrangheta calabrese.
Chiari e concreti segnali in tal senso si sono avuti a seguito dei controlli effettuati dal gruppo interforze, istituito presso la prefettura di Sondrio, sui lavori di realizzazione della nuova strada statale n. 38 dello Stelvio, che hanno portato all'allontanamento di alcune ditte per i suesposti motivi.
Viceversa, dai controlli eseguiti presso le cave presenti in provincia non sono invece emersi riscontri oggettivi o sospetti circa l'impiego di detti siti per lo smaltimento illegale di rifiuti.
L'attenzione resta comunque elevata, in quanto negli ultimi mesi del 2011 le associazioni provinciali costruttori edili delle province di Sondrio e di Lecco hanno iniziato a svolgere le funzioni di intermediazione tra i produttori di terre e rocce da scavo non impiegabili nel sito di produzione e coloro che necessitano di detto materiale.
Ciò ha lo scopo di scongiurare l'insorgenza di un illecito mercato parallelo, posto che lo spostamento di ingenti quantitativi di inerti, anche al di fuori degli ambiti locali, potrebbe determinare difficoltà nei controlli sulla provenienza e sulla regolarità dei materiali trasportati.
In provincia di Sondrio non esistono vere e proprie discariche gestite abusivamente a scopo di lucro, ma, come risulta dal censimento annuale delle discariche e dei serbatoi di carbonio agli atti del comando provinciale del Corpo forestale dello Stato, si annoverano
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degli abbandoni incontrollati, da parte di autori occasionali di rifiuti, di materiali classificati come «speciali non pericolosi», qualche volta, frammisti ad altri qualificabili come «speciali pericolosi».
I siti interessati da detti abbandoni incontrollati non necessitano di bonifica, ma esclusivamente di allontanamento del materiale e ripristino delle condizioni originarie dei luoghi.
Dette situazioni, censite, cartografate e monitorate nel tempo sono state oggetto di segnalazione da parte del Corpo forestale dello Stato agli enti competenti (comuni, comunità montane e amministrazione provinciale), affinché provvedano in merito.
Nella precedente relazione del prefetto di Sondrio in data 15 maggio 2010 (doc. 419/1), viene segnalato che nel 2009 il comando compagnia della Guardia di finanza di Sondrio ha eseguito una indagine di polizia giudiziaria nei confronti della ditta individuale Spini Fausto, con sede ad Ardenno (SO) in Via Libertà, operante nel settore della messa in sicurezza, demolizioni, recupero dei materiali, rottamazione dei veicoli a motore e rimorchi. Le indagini svolte avevano portato al sequestro preventivo di un'area non protetta di circa 10 mila metri quadri, non contemplata nelle autorizzazioni per lo svolgimento della citata attività, di proprietà di terzi, all'interno della quale risultavano essere depositate per lo stoccaggio carcasse di vari autoveicoli, pneumatici, liquidi ed altre sostanze pericolose come batterie al piombo e rottami metallici per complessivi Kg 320 mila derivanti dall'attività di autodemolizione. Si tratta di rifiuti classificabili come pericolosi e corrispondono ai codici Cer - catalogo europeo dei rifiuti - 160103, 160104, 160106, 160121, 160222 e 160601.
Il titolare della ditta individuale ed il figlio Ferdinando sono stati denunciati alla locale procura della Repubblica, in concorso, per le ipotesi delittuose previste e punite dagli artt. 192, comma 1 (divieto di abbandono), e 256, comma 2 (attività di gestione di rifiuti non autorizzata), in relazione a quanto previsto dall'articolo 256, comma 1, lett. a) e b) del decreto legislativo n. 152 del 2006.

Conclusioni

Sulla base dei dati riportati nell'annuario Ispra 2012 (riferiti all'anno 2010), la Lombardia rappresenta una delle poche eccellenze del panorama nazionale in tema di gestione dei rifiuti urbani.
La produzione pro capite di rifiuti urbani in Lombardia si attesta sui 500 kg/ab per anno, valore al di sotto della media nazionale. La percentuale regionale di raccolta differenziata, riferita al 2010 superava già l'obiettivo nazionale fissato al 2008, attestandosi al 48 per cento circa, con un incremento, rispetto al 2009 di oltre un punto.
Con riferimento alle percentuali di raccolta differenziata negli ambiti provinciali (vedi grafico relativo alle province con percentuali di raccolta differenziata superiori al 55 per cento), si segnala il dato regionale delle province di Cremona e Varese (superiori al 59 per cento) e quelli delle province di Monza-Brianza e Lecco (superiori al 56 per cento). Rispetto ai dati relativi alle aree grandi aree urbane,


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Milano si attesta al 34 per cento circa, collocandosi al sesto posto a livello nazionale.

Rispetto alla potenzialità di trattamento dei rifiuti, come risulta dalla tabella sottostante, la Lombardia, con 13 impianti si colloca al primo posto tra le regioni del Nord e a livello nazionale.


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Particolarmente interessante è poi il dato relativo alla percentuale di rifiuti urbani, frazione stabilizzata e Cdr destinati ad incenerimento, pari al 41,8 per cento, che colloca la Lombardia al primo posto a livello nazionale. Ne deriva un ricorso assolutamente residuale allo smaltimento in discarica, rispetto al totale dei rifiuti prodotti. A conferma di ciò il dato relativo alla Lombardia è il più basso a livello nazionale.
La Lombardia è tra le cinque regioni italiane ad aver raggiunto, con un anno di anticipo, l'obiettivo 2011 di riduzione progressiva dello smaltimento in discarica per i rifiuti biodegradabili (115 kg/anno per abitante).
Anche in tema di pianificazione della gestione dei rifiuti, in attuazione a quanto disposto dal decreto legislativo n. 205 del 3 dicembre 2010 («disposizioni di attuazione della direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 novembre 2008 relativa ai rifiuti e che abroga alcune direttive»), la regione Lombardia ha elaborato un piano regionale di gestione dei rifiuti urbani, un piano regionale di gestione dei rifiuti speciali, un programma di riduzione dei rifiuti biodegradabili, piani e programmi per lo smaltimento degli apparecchi contenenti Pcb e Pct, un piano per la bonifica dei siti inquinati, un piano di gestione degli imballaggi e dei rifiuti da imballaggio (vedi tabella seguente).

Merita di essere sottolineato il tema della governance dei soggetti preposti alla gestione dei rifiuti urbani: le società che operano nel settore, in genere società per azioni, sono a capitale pubblico, ma con le caratteristiche della società privata.
Nelle audizioni e, più specificamente, nelle attività di inchiesta svolte dalla Commissione non sono emerse particolari criticità su tali società e sui loro vertici. Naturalmente le situazioni relative alla


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gestione dei rifiuti urbani si presentano molto differenti fra quelle che caratterizzano il contesto milanese, ma anche bresciano - con la presenza di società quotate in borsa e impianti industriali, che costituiscono un riferimento tecnologico e gestionale su scala anche europea (è il caso del termovalorizzatore di Brescia) - rispetto a quelle relative alla gestione dei rifiuti in territori valligiani alpini e prealpini delle province di Sondrio, Bergamo, Como, nei quali va comunque sottolineato un livello di raccolta differenziata molto spinto.
Per quanto riguarda la provincia di Milano, il flusso di rifiuti indifferenziati complessivamente prodotti ammonta nel 2009 a 882.109 tonnellate; di questo totale, l'86,8 per cento è stato destinato a impianti situati in provincia, mentre l'11,8 per cento (pari a 103.095 tonnellate) è stato avviato a impianti fuori provincia. Solo l'1,5 per cento dei rifiuti indifferenziati è stato conferito a stazioni di trasferimento per essere poi avviato a smaltimento in impianti sia provinciali, sia extraprovinciali.
La quota largamente dominante dei rifiuti indifferenziati è avviata a trattamento termico, nella misura di oltre l'81 per cento, mentre il 17 per cento è stato avviato a pretrattamento, per essere poi destinato in quota parte sempre al recupero energetico.
Il dato di rilievo è costituito dal fatto che gli impianti di trattamento termico hanno conseguito miglioramenti relativamente all'efficacia dei sistemi di trattamento degli effluenti gassosi, conseguendo quindi l'importante obiettivo di una maggiore compatibilità con l'ambiente circostante.
Significativo della volontà delle amministrazioni lombarde di ricercare soluzioni tecnologicamente avanzate nel trattamento dei rifiuti solidi urbani indifferenziati è il fatto che, al fine di ridurre le quantità di rifiuti solidi da destinare alla termovalorizzazione, la provincia di Monza sta verificando il ricorso a impianti di selezione spinta, di separazione delle frazioni e di triturazione.
Si tratta di impianti avanzati sotto il profilo tecnologico, che usano le fibre ottiche, la pesatura e il soffio d'aria per distinguere e separare le parti di cartone da quelle di plastica e sono destinati a integrare il ciclo dei rifiuti solidi urbani (cfr. dichiarazioni rese dal presidente della provincia di Monza e Brianza, dal sindaco di Monza e dall'assessore all'ambiente del comune di Monza, nel corso dell'audizione in data 8 febbraio 2011).
Una situazione che merita di essere ripresa brevemente è