Il Consiglio europeo del 12 e 13 dicembre 2003 ha adottato la strategia europea in materia di sicurezza che prende le mosse dai mutamenti intervenuti con la fine della guerra fredda negli scenari internazionali. In particolare, viene evidenziato che nessun paese è in grado di affrontare da solo i complessi problemi che si pongono a livello internazionale. Con la strategia viene, quindi, rivendicato un ruolo più incisivo per l’Unione europea nel contesto internazionale. In particolare, si sottolinea la necessità, da parte dell’Unione, di assumersi le sue responsabilità di fronte ad alcune minacce globali (terrorismo, criminalità organizzata, proliferazione delle armi di distruzione di massa, conflitti regionali).
La strategia europea è stata migliorata ed integrata nel corso del Consiglio europeo dell’11 e 12 dicembre 2008.
Nella stessa occasione il Consiglio europeo ha inteso ovviare all’insufficienza dei mezzi disponibili in Europa, rafforzando progressivamente le capacità civili e militari. In particolare, il Consiglio europeo ha fissato obiettivi quantificati e precisi affinché l’UE nei prossimi anni sia in grado di portare a buon fine simultaneamente al di fuori del suo territorio una serie di missioni civili e di operazioni militari di varia portata corrispondenti agli scenari più probabili.
Il Trattato di Lisbona ha modificato il ruolo degli attori della Politica estera e di sicurezza comune (PESC) di cui la Politica di sicurezza e difesa comune (PSDC, già PESD) è parte integrante, attraverso la creazione di:
Va inoltre segnalata l’istituzione del Presidente del Consiglio europeo eletto a maggioranza qualificata per un mandato di due anni e mezzo rinnovabile una volta, che assicura la rappresentanza esterna dell’Unione per le materie relative alla PESC, fatte salve le responsabilità dell’Alto rappresentante. Herman Van Rompuy è stato nominato presidente del Consiglio europeo dal 1º dicembre 2009.
PESC e PSDC restano fondamentalmente settori d'azione intergovernativi nei quali il ruolo del Consiglio europeo è preponderante; l'unanimitàcontinua ad essere la regola e la maggioranza qualificata viene applicata soltanto per l'attuazione delle decisioni prese dal Consiglio europeo, per le proposte presentate dall'AR su richiesta del Consiglio europeo o per la nomina di un rappresentante speciale.
Importanti progressi sono stati compiuti nel settore specifico della politica della sicurezza comune. La prospettiva di una difesa comune, o comunque la definizione di una politica di difesa comune, i cui principi erano già stati stabiliti nel trattato di Maastricht, diventa più realistica. La decisione di creare, quando verrà il momento, una difesa comune è adottata dal Consiglio europeo che delibera all'unanimità; essa esige anche l'approvazione di tutti gli Stati membri secondo le proprie procedure costituzionali. Tale politica comune di difesa conferisce all'Unione una capacità operativa basata su strumenti civili e militari. Il Trattato di Lisbona ribadisce che il perseguimento della politica di sicurezza e di difesa comune non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri, rispetta gli obblighi derivanti dal Trattato del Nord-Atlantico, per gli Stati membri che ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite la NATO, ed è compatibile con la politica di sicurezza e di difesa comune adottata in tale contesto.
Tra le principali innovazioni si ricorda inoltre:
Il Trattato di Lisbona rafforza inoltre la solidarietà tra gli Stati membri attraverso:
In merito alla dotazione finanziaria della politica estera dell’UE, si ricorda che nel bilancio per l'anno 2010 alla voce "l'UE quale attore globale" sono stanziati 8,1 miliardi di euro a titolo di impegno e 7,8 miliardi di euro a titolo di pagamenti, meno del 6 per cento del totale del bilancio UE.
Per quanto riguarda in particolare le missioni PSDC, si segnala che il Trattato ha disposto l’estensione delle cosiddette missioni di Petersberg - missioni umanitarie e di soccorso; missioni di mantenimento della pace (peace-keeping); missioni di unità di combattimento nella gestione di crisi, comprese le missioni tese al ristabilimento della pace (peace making) - integrandole con ulteriori compiti relativi alle missioni di disarmo, di consulenza ed assistenza in materia militare, di stabilizzazione al termine dei conflitti. L’articolo specifica inoltre che tutte queste missioni possono contribuire alla lotta contro il terrorismo, anche tramite il sostegno a paesi terzi per combattere il terrorismo sul loro territorio.
Quanto alle procedure decisionali, il Consiglio adotta le relative decisioni stabilendone l'obiettivo, la portata e le modalità generali di realizzazione. L'Alto rappresentante, sotto l'autorità del Consiglio e in stretto e costante contatto con il comitato politico e di sicurezza, provvede a coordinare gli aspetti civili e militari di tali missioni.
In merito alle missioni, secondo il Consiglio europeo del dicembre 2008, l'UE dovrebbe essere effettivamente in grado nei prossimi anni, nell'ambito del livello di ambizione stabilito, ossia il dispiegamento di 60.000 uomini in 60 giorni per un'operazione importante, nella gamma di operazioni previste dagli obiettivi primari 2010, di pianificare e condurre simultaneamente:
- due importanti operazioni di stabilizzazione e ricostruzione, con un'adeguata componente civile sostenuta da un massimo di 10.000 uomini per almeno due anni;
- due operazioni di reazione rapida di durata limitata utilizzando segnatamente i gruppi tattici dell'UE;
- un'operazione di evacuazione d'emergenza di cittadini europei (in meno di 10 giorni), tenendo conto del ruolo primario di ciascuno Stato membro nei confronti dei suoi cittadini e ricorrendo al concetto di Stato guida consolare;
- una missione di sorveglianza/interdizione marittima o aerea;
- un'operazione civile-militare di assistenza umanitaria della durata massima di 90 giorni;
- una dozzina di missioni civili PSDC (segnatamente, missioni di polizia, di Stato di diritto, di amministrazione civile, di protezione civile, di riforma del settore della sicurezza o di vigilanza) in forme diverse, incluso in situazione di reazione rapida, tra cui una missione importante (eventualmente fino a 3000 esperti) che potrebbe durare vari anni.
Nel settore della gestione delle crisi sono attualmente operative, nell’ambito della PSDC, le seguenti missioni dell’UE:
Balcani occidentali
Si ricorda inoltre la missione di controllo della frontieraEU BAM Moldavia e Ucraina (in particolare nella regione della Transnistria), istituita con l’azione comune2005/776/PESC del 7 novembre 2005, con un mandato iniziale di due anni, successivamente prorogato fino al 31 dicembre 2011.
Medio Oriente
Africa
Asia
Caucaso
Nel quadro delle decisioni relative alle missioni, il Consiglio può affidare la realizzazione di una missione a un gruppo di Stati membri che lo desiderano e dispongono delle capacità necessarie. Tali Stati membri, in associazione con l'alto rappresentante, si accordano sulla gestione della missione. Gli Stati membri che partecipano alla realizzazione della missione informano periodicamente il Consiglio dell'andamento della missione, di propria iniziativa o a richiesta di un altro Stato membro.
E’ inoltre prevista la possibilità di creare, con decisione del Consiglio che delibera a maggioranza qualificata, una cooperazione strutturata permanente in materia di difesa tra gli Stati membri che hanno le capacità militari necessarie e la volontà politica di aderirvi. La procedura prevede che gli Stati membri intenzionati a partecipare alla cooperazione strutturata notifichino la loro intenzione al Consiglio e all’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Entro tre mesi dalla notificazione il Consiglio adotta una decisione che istituisce la cooperazione strutturata permanente e fissa l'elenco degli Stati membri partecipanti. Il Consiglio delibera a maggioranza qualificata previa consultazione dell’Alto rappresentante.
Sotto il profilo del controllo parlamentare nell’ambito della PESC-PSDC, con il Trattato di Lisbona il Parlamento europeo acquisisce in linea generale il diritto di essere informato (o consultato), il diritto di controllo (interrogazioni, dibattiti) e di voto del bilancio PESC.
Si ricorda infatti che, in base al Trattato di Lisbona (articolo 36), il Parlamento europeo è consultato regolarmente dall’Alto rappresentante sui principali aspetti e sulle scelte fondamentali della politica di sicurezza e di difesa comune edè tenuto al corrente della sua evoluzione. L’Alto rappresentante provvede affinché le opinioni del Parlamento europeo siano debitamente prese in considerazione. I rappresentanti speciali possono essere associati all’informazione del Parlamento europeo. Il Parlamento europeo può rivolgere interrogazioni o formulare raccomandazioni al Consiglio e all’Alto rappresentante. Il Trattato prevede inoltre che il Parlamento europeo svolga due volte l’anno il dibattito sui progressi compiuti nell’attuazione della politica estera e di sicurezza comune, compresa la politica di sicurezza e difesa comune.
La questione del controllo parlamentare sulla materia si è riproposta con riferimento alle prospettive dell'Unione dell'Europa Occidentale (UEO).
Si ricorda che fra gli organi dell'UEO, organizzazione con fini di cooperazione nei settori della difesa e della sicurezza istituita con gli Accordi di Parigi del 23 ottobre 1954[1] è compresa l’Assemblea parlamentare.
L'Assemblea è composta da delegazioni dei Parlamenti nazionali degli Stati membri i quali, entro sei mesi dalle elezioni, eleggono o designano i loro rappresentanti in modo da riflettere la consistenza dei propri gruppi parlamentari. 39 paesi europei, compresi tutti i 27 membri dell'Unione europea e i membri europei della NATO, hanno il diritto di inviare delegazioni all'Assemblea. Conta attualmente circa 400 componenti e si riunisce due volte l’anno in sessione plenaria.
La delegazione italiana è composta da 9 deputati e da 9 senatori.
Il Trattato di Amsterdam (ottobre 1997), modificando la parte del Trattato sull’Unione europea relativa alla PESC/PESD, aveva stabilito che l’Unione si sarebbe avvalsa dell’UEO per elaborare ed attuare decisioni ed azioni che avessero implicazioni nel settore della difesa, segnatamente per quanto riguardava l’avvio di missioni di gestione delle crisi, note anche come compiti di Petersberg.
Successivamente il Consiglio europeo di Colonia (giugno 1999) ha deciso il trasferimento all'Unione europea delle funzioni operative della UEO per quanto riguarda le missioni di gestioni delle crisi a partire dal 1° luglio 2001.
Da tale data la UEO ha cessato di avere un ruolo operativo nella difesa europea.
A seguito del trasferimento delle attività operative dell’UEO alla UE l’Assemblea parlamentare dell’UEO ha assunto la denominazione di Assemblea europea interinale per la politica europea di sicurezza e difesa e ha concentrato i suoi lavori sulla politica europea di sicurezza e difesa. L’Assemblea esercita anche un ruolo di controllo nel settore degli armamenti e della ricerca e sviluppo in materia di armamenti, in particolare sull’attività del Gruppo armamenti dell’Europa occidentale (GAEO) e sull’Organizzazione dell’armamento dell’Europa occidentale (OAEO), due organizzazioni rilevanti dell’UEO.
In seguito all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona e in particolare delle disposizioni in materia di politica estera e di difesa comune, nel marzo 2010 la Presidenza spagnoladella UEO, a nome dei 10 Stati membri effettivi ha annunciato la decisione collettiva di ritirarsi dal Trattato determinandone così la dissoluzione entro la fine giugno 2011. Le residue attività dell'UEO cesseranno entro e non oltre il 1° luglio 2011.
In ordine alle prospettive future dell’Assemblea parlamentare dell’UEO sono recentemente intervenute alcune pronunce.
In particolare, l’11 aprile 2010 il Senato francese ha approvato una risoluzione sul controllo parlamentare della politica di sicurezza e difesa comune.
In considerazione del fatto che la denuncia del Trattato dell'Unione europea occidentale determinerebbe la soppressione dell'Assemblea parlamentare della UEO, il Senato francese ritiene che tale soppressione debba essere subordinata alla costituzione di una strutturache consentadiriunire i parlamentarispecializzati nelle questioni della difesa dei 27 Stati membri dell'UE (provenienti cioè dalle Commissioni parlamentari competenti), o almeno di quelli, dei 27 Stati membri dell'UE, che lo desiderino. Nelle considerazioni del Senato francese, tale struttura potrebbe ispirarsi al modello della COSAC(un massimo di sei parlamentari per Stato membro; una riunione per semestre; delegazione del Parlamento europeo composta da sei deputati). L'organizzazione e la segreteria di tale struttura sarebbero a carico dei Parlamenti nazionali sulla base di una rotazione semestrale.
Il 4 maggio 2010 la Commissione affari esteri del Parlamento europeo ha avviato una discussione sul futuro del controllo parlamentare dopo la soppressione della Assemblea parlamentare UEO.
Il relatore on. Duff (Alde-UK) ha presentato un documento nel quale si avanzano tre ipotesi in merito alla possibile articolazione del controllo parlamentare sulla politica di difesa dell’UE che associ il Parlamento europeo ed i parlamenti nazionali:
A) organizzare incontri interparlamentari (secondo il modulo dei joint parliamentary meeting);
B) istituire una sorta di COSAC specializzata su politica estera, di sicurezza e di difesa comune;
C) organizzare tre incontri all’anno a livello di Commissioni parlamentari omologhe del Parlamento europeo e Parlamenti nazionali.
Nell’ambito della Commissione affari esteri del Parlamento europeo è emerso un generale consenso per lavorare nel quadro della terza ipotesi. Tale questione è esaminata anche all’interno del gruppo di pilotaggio per le relazioni con i Parlamenti nazionali costituito dentro il Parlamento europeo, anche in vista della Conferenza dei Presidenti di Stoccolma.
La Commissione affari esteri ha deciso chesottoporrà alPresidente del Parlamento europeo Buzekla proposta di istituire un gruppo di lavoroin seno alla sottocommissione difesa e sicurezza della Commissione affari esteri, valutando la possibilità di associare ai lavori del gruppo anche rappresentanti dei Parlamenti nazionali.
La citata posizione del Senato francese è stata riproposta durante la Conferenza dei Presidenti dei Parlamenti dell’UE tenutasi a Stoccolma nel maggio scorso. Nel corso del dibattito, molti dei Presidenti intervenuti hanno concordato sulla esigenza di individuare le soluzioni idonee ad assicurare un’efficace partecipazione dei Parlamenti nazionali; allo stesso tempo, sono emerse forti e diffuse perplessità sull’ipotesi di istituire strutture ad hoc. Il Presidente del Parlamento europeo si è offerto di ospitare discussioni regolari in materia di PESC e PSDC.
Nel corso della Conferenza di Stoccolma, i Presidenti dei Parlamenti dell’UE hanno chiesto alla Presidenza entrante (Belgio) di proseguire le discussioni sull’argomento con l’obiettivo di raggiungere un accordo per la prossima Conferenza.
La stessa Assemblea dell’UEO, riunita in sessione plenaria, ha approvato una risoluzione il 15 giugno 2010 in cui concorda di continuare il suo lavoro finché resta in vigore il trattato di Bruxelles e invita i Parlamenti nazionali e il Consiglio dell’UE a promuovere un modello credibile di controllo interparlamentare, attraverso la creazione di un organo parlamentare con strutture permanenti.
Sull’argomento si sono espressi la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica che, rispettivamente il 15 e 16 settembre 2010, hanno approvato due mozioni di analogo contenuto, sottoscritte dai rappresentanti di diversi gruppi parlamentari.
[1] Attualmente ne sono membri 28 paesi che godono di quattro status differenti: i membri effettivi sono 10 (Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Spagna); vi sono poi membri associati, osservatori e partner associati. Ad eccezione di Cipro e Malta, tutti gli Stati membri dell’Unione europea fanno parte dell’UEO, sia pure a diverso titolo.