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La persecuzione delle minoranze cristiane nel mondo islamico

Il quadro ricognitivo più aggiornato in tema di atti di violenza perpetrati contro i cristiani - siano essi cattolici, ortodossi o protestanti – a motivo della loro appartenenza religiosa è rappresentato da Persecuted and Forgotten?, rilasciato nel marzo 2011. Il report,  cherappresenta la terza edizione di una serie apparsaper la prima volta nel 2006, è pubblicato dall’associazione internazionale ACS-Aiuto alla Chiesa che Soffre[1], che promuove ogni anno ilRapporto annuale sulla libertà religiosa nel mondo[2], incentrato sulle persecuzioni subite da tutte le comunità religiose.

Persecuted and Forgotten? presenta la situazione di trentadue paesi esaminati da un panel di giornalisti e da altri investigating teams i cui rapporti sonointegrati dagli esiti di ricerche condotte da associazioni di protezione dei diritti umani, da informazioni provenienti dai principali news providers e dalla rete di contatti della stessa ACS. Nell’introduzione al rapporto viene evidenziato come al peggioramento della situazione dei cristianiin molti paesi (in particolare Iraq, Egitto, Libano, Pakistan e Turchia)  osservata negli ultimi tre anni e ricondotta all’espansione dell’estremismo islamico non corrisponda un adeguato grado di consapevolezza e di conoscenza da parte del mondo occidentale.  Se il rafforzarsi dell’Islam estremista – si legge nell’introduzione al report – è documentato come un fenomeno diffuso su scala mondiale e che colpisce o può colpire le stesse fasce moderate del mondo musulmano, l’elemento di novità emerso negli ultimi anni è la forte vulnerabilità dei cristiani nei paesi musulmani ad opera di soggetti che non hanno problemi a manifestare il loro disprezzo per la Chiesa.

Alle tradizionali “giustificazioni” sottese a tali attacchi, che originano dal contrasto all’azione di proselitismo condotta dalla Chiesa e da accuse di mancanza di rispetto per il Corano e per il profeta Maometto, si affianca ora un atteggiamento dell’estremismo islamico che, surrogando l’impossibilità di attaccare i paesi occidentali, colpisce le comunità cristiane presenti nei paesi islamici con l’accusa di essere collegate e complici dell’Occidente - Stati Uniti in primis – nell’intento di eradicare l’Islam. Sono gli stessi dati a testimoniare la volontà degli estremisti di “ripulire” i paesi islamici dalla presenza cristiana; tale obiettivo non è lontano dalla realizzazione per lo meno in Iraq dove la consistenza della comunità cristiana, pari a 1,4 milioni di persone all’epoca dell’ultimo censimento (1987) è scesa a 800.000 nel 2003 ed a inizio 2011 a 500.000 (ma secondo fonti vicine ad ACS il valore reale sarebbe 150.000, molti dei quali costretti a sfollare in attesa di espatriare). Più in generale, in diversi paesi del Medio Oriente si osserva un graduale declino della Cristianità “into obscurity” sia a seguito di massicci esodi di fedeli, sia a causa di una più elevata natalità nelle comunità non cristiane.

Con riferimento ai paesi non musulmani Persecuted and Forgotten? rileva che alla crescente radicalizzazione di gruppi religiosi corrisponde un’aumentata antipatia per i cristiani; tale fenomeno è particolarmente evidente tra gli estremisti Hindu nello stato indiano dell’Orissa, dove l’attacco ai cristiani viene considerato alla stregua di un atto di patriottismo. Il paese dove i cristiani subiscono persecuzioni di grado più elevato rimane in ogni caso la Corea del Nord.

Quanto ai numeri complessivi dei cristiani sottoposti a persecuzione, il report richiama i dati diffusi nell’autunno 2010 dalla Commission of the Bishops’ Conferences of the European Community (COMECE) secondo i quali almeno il 75% del totale delle violenze a sfondo religioso è diretta contro i cristiani mentre il totale delle persone discriminate o perseguitate ammonta a 100 milioni

Ciascuno dei 32country report in cui si articola Persecuted and Forgotten? 2011 è aperto da una introduzione dove si individuano i principali filoni tematici riguardanti i diritti umani dei cristiani nel paese in questione con riguardo agli sviluppi politici, sociali e religiosi e si indicano le linee di tendenza desumibili dalle rilevazioni effettuate.

Dopo l’introduzione, ogni country report presenta una dettagliata ricognizione dei più significativi episodi di violenza e intimidazione perpetrati nel periodo considerato. La crudezza del racconto è funzionale all’obiettivo generale del rapporto: sensibilizzare sulla “brutalità a sangue freddo” che spesso caratterizza l’inumanità dell’uomo verso l’uomo per abbattere il muro di silenzio che circonda “the killing of Christians”. Tale concetto è stato richiamato da un prelato che ha posto in diretta correlazione le intense violenze subite dalla comunità dei fedeli da lui guidata con la debolezza delle protezioni messe in campo dalle autorità pubbliche.

Nei riquadri seguenti vengono riportate le principali informazioni di carattere generale contenute nei country reports di Persecuted and Forgotten? 2011 edition relative ai paesi musulmani che presentano i quadri di maggiore criticità in riferimento alle persecuzioni anti cristiane.

 

IRAQ

Popolazione: 30 milioni

Musulmani Sciiti: 60%

Musulmani Sunniti: 37%

Altri 3%

Cristiani: 200.000 (0,67% del totale)

 

Secondo dati UNHCR aggiornati al 2010 e citati dall’agenzia FIDES, l’organo di informazione delle Pontificie Opere Missionarie[3], il 40% dei rifugiati iracheni all’estero - ossia circa 640.000 dei complessivi 1,6 milioni - sarebbe di fede cristiana; la consistenza di tale emorragia evidenzia come sia appesa a un filo la stessa sopravvivenza di una delle più antiche comunità cristiane del mondo. Secondo FIDES le vittime irachene di persecuzioni anticristiane nel periodo 2003-2010 ammontano a circa 2.000. L’ultimo decennio, riferiscono i vescovi iracheni, ha visto la comunità cristiana decrescere da 900 a 200 mila persone. Nella capitale Baghdad, che ancora all’inizio del 2003 contava, da sola, 200.000 cristiani, l’attentato del 31 ottobre 2010 alla Cattedrale siriana cattolica (52 vittime) ha ulteriormente intensificato il massiccio esodo di cristiani sempre più spaventati di fronte all’evidenza dell’obiettivo estremista di cacciarli dal paese. Gli attacchi anticristiani si verificano, seppure con gradi di intensità differente, in tutto il paese concentrandosi, in particolare, nella città settentrionale di Mosul: da qui la situazione di pericolo spinge i cristiani a cercare rifugio a nord, nel vicino Kurdistan iracheno dal quale, tuttavia, le condizioni di insicurezza e povertà spesso inducono a trasferirsi nei paesi confinanti (Siria, Giordania e Turchia), o nei paesi occidentali.

 

Una delegazione della Camera dei deputati, guidata dal vicepresidente Maurizio Lupi si è recata il 27 marzo 2011 a Baghdad per manifestare la vicinanza del Parlamento italiano alla comunità cristiana presente in questo Paese e per incontrare le massime autorità civili.
Il rischio di fuga dei cristiani dall'Iraq a causa dell'insicurezza e della marginalizzazione sociale è stato di recente sottolineato dal Ministro degli esteri italiano, Franco Frattini, al termine di un incontro con le autorità religiose cristiane irachene svoltosi a Baghdad l’8 giugno.

 

 

PAKISTAN

Popolazione: 175 milioni

Musulmani: 95%

Cristiani: 2,5 milioni (1,5% del totale)

Hindu: 1,5%

Altri 2%

 

La situazione dei cristiani nel paese è legata alla vigenza della legge antiblasfemia (sezione 296, paragrafi B e C del Codice penale pakistano). Introdotta nel 1986 dal dittatore Zia-ul-Haq la legge punisce con l’ergastolo chi offende il Corano e prevede la condanna a morte per chi insulta il Profeta. Secondo la Catholic Church’s National Commission for Justice and Peace (NCJP) pakistana,delle 993 persone incriminate ai sensi di tali norme nel periodo 1986-2010, 120 (12%) sono cristiani. Sebbene non vi siano state sino ad oggi esecuzioni capitali in applicazione della legge antiblasfemia, dall’interpretazione discriminatoria di tale normativa derivano abusi e violenze connessi all’utilizzo pretestuoso ed extragiudiziale delle norme, spesso invocate strumentalmente per perseguire obiettivi di vendetta nei confronti di gruppi o individui.   Sebbene la Costituzione pakistana stabilisca che la Repubblica islamica del Pakistan è ufficialmente un paese laico, la legge antiblasfemia e le Ordinanze Hudood[4], anch’esse in vigore in Pakistan, continuano ad affliggere le minoranze religiose.

La legge antiblasfemia è salita agli onori della cronaca internazionale con la vicenda (iniziata al 19 giugno 2009) di Asia Bibi, cittadina pakistana di religione cristiana della provincia del Punjab (Pakistan orientale), denunciata per blasfemia e condannata alla pena capitale dal Tribunale distrettuale di Nankana. La condanna a morte della prima donna pakistana in base alla legge sulla blasfemia ha suscitato la reazione immediata della comunità internazionale e della Santa Sede, attivatisi presso le autorità di Islamabad a favore sia di un approfondimento delle accuse mosse alla Bibi in vista del prosieguo dell’iter giudiziario, sia di una più stretta vigilanza contro l’abuso della legge sulla blasfemia finalizzato alla discriminazione delle minoranze cristiane. Mentre gli approfondimenti del caso hanno dimostrato l’innocenza della donna, sia l’ipotesi della concessione della grazia ad Asia Bibi, sia i progetti di modifica o di abrogazione della legge antiblasfemia sono naufragati di fronte alla reazione dei movimenti religiosi islamici pachistani, propugnatori dell’esecuzione della sentenza capitale nei confronti di Asia Bibi e del tutto contrari ad ogni ipotesi di modifica della legge sulla blasfemia.

La spirale di violenza ha avuto esito, come è noto, 4 gennaio 2011 nell’omicidio, da parte di una guardia del corpo, del governatore del Punjab, Salman Taseer, musulmano, personalmente mobilitatosi a favore della grazia per la Bibi. Il 2 marzo 2011 i talibani pakistani hanno assassinato a Islamabad Shahbaz Bhattiministro cristiano per le minoranze, a causa della sua campagna contro la legge antiblasfemia; proprio a Bhatti, definito “a courageous advocate for the religious freedoms of all Pakistanis” è dedicato l’ultimo rapporto annuale, pubblicato a maggio 2011, della Commissionon International religious freedom)(per i contenuti del quale si rimanda all’ultima parte della presente Nota). La gravità del problema della difesa delle minoranze religiose (cristiani, hindu o ahmedi) in Pakistan è stata da ultimo sottolineata, (8 giugno) nel corso della presentazione di uno studio del Jinnah Institute di Islamabad, “A question of faith”, che documenta il deterioramento dello status politico, sociale ed economico delle minoranze religiose nel paese.

 

 

EGITTO

Popolazione: 84,5 milioni

Musulmani: 87,5%

Cristiani: 10 milioni, 12% del totale

Altri 0,5%

 

La consistenza della comunità cristiana, che supera quella di qualsiasi altro paese mediorientale, spiega l’ostilità che tale minoranza incontra in un paese orgoglioso della propria forte eredità islamica. L’elevato ritmo delle conversioni al cristianesimo, nonostante ciò comporti rischi personali e patrimoniali, alimenta il clima di opposizione ai fedeli di tutte le tradizioni cristiane, ortodossa, cattolica e protestante, la cui prossimità con le culture occidentali è tradizionalmente demonizzata nella cultura popolare egiziana.

 

Gli attriti, tradizionalmente causati da unioni miste e conversioni, tra cristiani e musulmani in Egitto, che pure si erano trovati fianco a fianco nelle manifestazioni antiregime di febbraio, hanno determinato una nuova fase di crisi a partire dai primi giorni di marzo 2011, quando episodi di intolleranza interconfessionale hanno avuto esito nell’incendio di una chiesa copta ubicata ad Afih, cittadina a sud del Cairo. All’episodio hanno fatto seguito, l’8 marzo, violenti scontri fra cristiani e musulmani al Cairo, nel quartiere povero di Moqattam, a maggioranza cristiana, dove sono stati registrati 13 morti e circa 140 feriti. Nei contatti con le autorità egiziane i manifestanti copti hanno chiesto la ricostruzione della chiesa, l’istituzione di una commissione d’inchiesta per accertare le responsabilità di quanto accaduto e l’aumento della tutela dei luoghi di culto. Il protrarsi degli scontri e delle violenze, estesisi a varie località dell’alto Egitto dove sono presenti numerose comunità cristiane, ha indotto le autorità locali ad imporre misure drastiche quali il coprifuoco (21 aprile).

Gravi incidenti (12 morti e oltre duecento feriti) si sono successivamente verificati al Cairo (8 maggio) nel quartiere periferico di Embaba attorno alla chiesa di Saint Mina, a seguito di violenti scontri tra gruppi di salafiti e di copti. Le violenze, condannate anche dai vertici islamici, hanno provocato l’energica reazione delle autorità egiziane, intervenute con arresti e deferimenti alle corti militari per circa duecento individui; il ministro della giustizia Abdel Aziz Ghindy, ha annunciato l’immediata e ferma applicazione delle norme che puniscono gli attacchi contro i luoghi di culto e la libertà religiosa e di quelle che proibiscono manifestazioni nei pressi di chiese e moschee.

Ciononostante gli scontri sono proseguiti nelle settimane successive trasferendosi al centro della capitale egiziana, davanti alla sede della televisione pubblica, dove si erano concentrati i copti e dove ripetutamente esponenti dei due gruppi hanno dato luogo a scontri. Solo il 21 maggio i copti hanno deciso di interrompere il sit in, dopo l’impegno del governo a liberare 8 cristiani che erano stati arrestati qualche giorno prima nel corso di ulteriori scontri. Secondo la massima autorità copta nell’Egitto meridionale, la zona più colpita storicamente dall’intolleranza verso i cristiani, il vescovo copto cattolico di Luxor, Joannes Zakaria, gli scontri in corso nel paese avrebbero motivazioni assai più politiche che religiose. “I musulmani salafiti - ha affermato il vescovo - che si sono resi protagonisti degli attacchi sono fomentati da schegge dei vecchi servizi segreti di Mubarak, che prima li usavano per combattere i Fratelli musulmani e oggi li usano per creare un clima di tensione. Si tratta di azioni che hanno un fine politico, quello di aumentare le tensioni e far rimpiangere il regime precedente”. “Bisogna considerare che oggi sia i salafiti, sia i Fratelli musulmani e gli integralisti del Jihad vogliono prendere le redini della rivolta, capeggiarla, guidarla” - ha aggiunto il prelato - che ha fatto riferimento al ritorno in Egitto, dopo la caduta di Mubarak “di circa tremila fondamentalisti egiziani che si erano rifugiati in Afghanistan, in Bosnia e anche in Iran”[5].

LIBANO

Popolazione: 4,3 milioni

Musulmani: 53%

Cristiani: 1,9 milioni, 43% del totale

Altri 4%

 

La prospettiva per la Chiesa è incerta in un paese che pure ha una forte e ricca cultura cristiana. La progressiva islamizzazione sta infatti portando all’emigrazione i cristiani e, secondo dati del Centre for Arab Christian Research, nel 2009 la percentuale dei cristiani è scesa sotto il 50% della popolazione totale. Anche la violenza è un problema e l’attentato esplosivo del giugno 2010 nella valle della Bekaa avrebbe avuto per bersaglio il patriarca maronita, il cardinale Nasrallah Sfeir, che vi si recava a consacrare una nuova chiesa. Le autorità hanno adottato taluni provvedimenti per allentare uno stato di tensione, che tuttavia rimane elevato, quali la rimozione (2009) dai documenti di identità della professione religiosa. Il Libano rimane tuttavia un paese leader in Medio Oriente in materia di rispetto della libertà religiosa; la Costituzione stabilisce che lo Stato rispetti tutte le religioni e garantisca autonomia per questioni quali il matrimonio e la famiglia. E’ consentita ai gruppi religiosi l’organizzazione di  proprie scuole, associazioni.

A inizio 2011 in Libano risultavano presenti circa 50.000 rifugiati iracheni, per la maggior parte cristiani, privi tuttavia del corrispettivo status giuridico in quanto il Libano non è firmatario della Convenzione internazionale del 1951[6] sui rifugiati e non ammette sul proprio territorio profughi stranieri diversi da quelli in possesso di un permesso temporaneo ONU in attesa di reinsediamento in un altro paese.  

 

 

L’edizione 2011 del già rammentato Annual Report of the United States Commission on International Religious Freedom(USCIRF)[7] evidenzia il permanere e in molti casi il peggiorare, nel corso dell’ultimo anno, di un quadro di gravi violazioni della libertà religiosa e dei diritti umani ad essa correlati; il report, che indica la responsabilità delle autorità pubbliche, al cui intervento sanzionatorio va ascritta la diffusione di un clima di impunità favorevole ad ulteriori violazioni, sottolinea sin dall’introduzione la situazione particolarmente critica del Pakistan e dell’Egitto (dove il regime di Mubarak per decenni ha tollerato discriminazioni contro le minoranze religiose).

 

Il Report USCIRF 2011, che si riferisce al periodo aprile 2010 – marzo 2011, documenta abusi e limitazioni della libertà di religione in 28 paesi nel mondo, così suddivisi:

§        CPC-Countries of Particular Concern. Sono classificati CPC i paesi i cui governi hanno commesso o tollerato violazioni definite enormi, sistematiche e protratte della libertà religiosa, compresi atti quali tortura, detenzioni prolungate senza imputazioni, sparizioni. La designazione di un paese a CPC comporta l’adozione, da parte del Presidente (che ne ha delegato il Segretario di Stato) di azioni adeguate. Rispetto all’edizione 2010 del report[8] la composizione della lista CPC vede l’inserimento dell’Egitto, prima ricompreso nella Watch List; ciò eleva a 14 il totale dei paesi CPC nel 2011, ossia: Birmania (Myanmar), Corea del Nord, Egitto, Eritrea, Iran, Iraq, Nigeria, Pakistan, Cina, Arabia Saudita, Sudan, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam.

§        In un’apposita Watch List vengono inseriti i paesi sottoposti a stretto monitoraggio delle violazioni della libertà religiosa commesse o tollerate dai governi, focalizzando per ciascuno le tendenze negative in atto e fornendo ai policymakers la possibilità di intervenire in senso preventivo. La lista, identica a quella del 2010 (ad eccezione del caso Egitto) consta di 11 paesi: Afghanistan, Bielorussia, Cuba, India, Indonesia, Laos, Federazione Russa, Somalia, Tagikistan, Turchia e Venezuela.  

§        Ulteriori tre paesi, ossia Bangladesh, Kazakistan e Marocco risultano closely monitored.



[1] Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), sorta nel 1947 per iniziativa del sacerdote olandese Werenfried van Straaten per soccorrere le migliaia di profughi che fuggivano dalla nascente Germania orientale, è riconosciuta dalla Santa Sede quale opera di diritto pontificio e svolge la sua attività attraverso un Segretariato Internazionale (che ha sede in Germania) e 17 Segretariati nazionali in Europa, America ed Australia. La raccolta di risorse, che supera i 60 milioni di euro l’anno, finanzia la realizzazione di circa 6.000 progetti annuali a beneficio della Chiesa in 135 paesi situati in tutti i continenti. Negli ultimi tre anni a progetti in Pakistan sono stati destinati 1,2 milioni di euro e 1,4 milioni di euro a progetti in Iraq.

[2] Una sintesi dei contenuti dell’edizione 2010 del Rapporto annuale sulla libertà religiosa nel mondo di ACS è rinvenibile nella Nota di politica internazionale n. 72 del 24 febbraio 2011.

[3] www.fides.org

[4] Si tratta di norme di diritto penale basate sul Corano approvate nel 1979, sotto la giunta militare del generale Ziaul-Haq. Composte da quattro parti e destinate a regolare i temi della proprietà, dell'adulterio e delle proibizioni religiose, prevedono la flagellazione e la lapidazione per i comportamenti incompatibili con la legge islamica (adulterio, gioco d’azzardo, consumo di alcool).

[5] “Gli sgherri di Mubarak dietro le violenze ai copti”, intervista a Joannes Zakaria, ne La Stampa, 22 maggio 2011.

[6] Convention relating to the Status of Refugees del 28 luglio 1951, in vigore dal 22 aprile 1954.

[7] USCIRF è una commissione indipendente e bipartisan dell’Amministrazione federale statunitense, i cui membri sono di nomina presidenziale, incaricata dell’esame delle violazioni della libertà religiosa a livello internazionale al fine di formulare raccomandazioni politiche per il Presidente, il Segretario di Stato e il Congresso. USCIRF è uno dei vari meccanismi stabiliti dall’International Religious Freedom Act (IRFA) del 1998.

[8] Si veda la Nota di politica internazionale n. 72 del 24 febbraio 2011.