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Resoconto dell'Assemblea

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XVI LEGISLATURA


Resoconto stenografico dell'Assemblea

Seduta n. 63 di mercoledì 8 ottobre 2008

Pag. 1

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE MAURIZIO LUPI

La seduta comincia alle 10,35.

EMILIA GRAZIA DE BIASI, Segretario, legge il processo verbale della seduta del 3 ottobre 2008.
(È approvato).

Missioni.

PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati Albonetti, Angelino Alfano, Bindi, Bonaiuti, Brancher, Brugger, Buonfiglio, Caparini, Carfagna, Casero, Cirielli, Colucci, Conte, Cosentino, Cota, Craxi, Crimi, Crosetto, Fitto, Frattini, Gelmini, Gibelli, Giancarlo Giorgetti, Giro, La Russa, Leone, Lo Monte, Lombardo, Lucà, Mantovano, Maroni, Martini, Mazzocchi, Meloni, Menia, Miccichè, Molgora, Mura, Pescante, Prestigiacomo, Roccella, Romani, Ronchi, Rotondi, Scajola, Soro, Stefani, Urso, Vegas e Vito sono in missione a decorrere dalla seduta odierna.
Pertanto i deputati in missione sono complessivamente sessantatrè, come risulta dall'elenco depositato presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto della seduta odierna.
Ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato A al resoconto della seduta odierna.

Seguito della discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 1o settembre 2008, n. 137, recante disposizioni urgenti in materia di istruzione e università (A.C. 1634-A).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 1o settembre 2008, n. 137, recante disposizioni urgenti in materia di istruzione e università.
Ricordo che nella seduta del 7 ottobre 2008 si è proceduto alla votazione della questione di fiducia sull'approvazione, senza subemendamenti e articoli aggiuntivi, dell'emendamento Dis. 1.1 (Ulteriore nuova formulazione) del Governo, interamente sostitutivo dell'articolo unico del disegno di legge di conversione del citato decreto-legge.

Sull'ordine dei lavori (ore 10,38).

CARMINE SANTO PATARINO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CARMINE SANTO PATARINO. Signor Presidente, quando un deputato, all'inizio o alla fine di una seduta, chiede la parola, lo fa solitamente per trattare argomenti che possono riferirsi a fatti ed episodi accaduti nel nostro Paese o in altre parti del mondo, che richiamano l'attenzione della Camera o ne sollecitano l'intervento per la loro gravità o per i possibili effetti negativi che si possono causare.Pag. 2
Accade anche, però, seppur con minore frequenza, che vi siano, come in questo caso, belle notizie che riguardano avvenimenti che meritano, oltre alla nostra attenzione, la considerazione, l'apprezzamento e il plauso da parte delle istituzioni per il grande lustro che danno alla nostra Italia.
Nei giorni scorsi, negli Stati Uniti, un grande e prestigiosissimo riconoscimento è stato conferito ad un giovane chirurgo italiano. Si tratta del quarantatreenne Cataldo Doria, nativo di Taranto, la mia provincia, che da anni dirige la divisione di chirurgia presso la Jefferson University di Philadelphia.
È stato proclamato, il 3 ottobre scorso, chirurgo dell'anno dall'American Liver Foundation. Il professor Doria è stato insignito di questo ambitissimo titolo, che viene assegnato da 15 anni, per avere effettuato, con risultati eccellenti, ben 430 trapianti di fegato e 200 sostituzioni di reni.
Mi permetto di chiederle, signor Presidente, se lo ritiene, di far pervenire al professor Doria, a nome dell'Assemblea della Camera dei deputati, un messaggio di felicitazioni.

MASSIMO DONADI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MASSIMO DONADI. Signor Presidente, intervengo per rinnovare una richiesta, che vivo veramente con crescente disagio, come penso la gran parte di questo Paese. Questa notte c'è stato un nuovo crollo delle borse in Asia; la borsa giapponese ha perso circa il 10 per cento delle quotazioni.
Le borse europee, oggi, aprono con un nuovo tracollo, l'ennesimo (la borsa di Milano perde circa il 7 per cento in questo momento) e tutti i più importanti titoli sono sospesi per eccesso di ribasso. Vi è, nuovamente, un pesante attacco, un pesante atto di sfiducia dei mercati nei confronti dei principali istituti di credito; Unicredit, nuovamente, è stata sospesa questa mattina per eccesso di ribasso.
Credo che, in questa situazione, la voce delle opposizioni, la voce dell'Italia dei Valori, che ormai da giorni chiede disperatamente al Governo di venire in quest'Aula a riferire, e non riceve in cambio altro che un inquietante silenzio, sia qualcosa di cui non solo il Parlamento, ma il Paese intero, valutino la pesantezza e la gravità con crescente apprensione.
La invito quindi, signor Presidente, a rinnovare ancora una volta un appello che spero anche da parte della Presidenza della Camera sia accorato, perché ritengo davvero incredibile che in questo contesto il Governo italiano sia l'unico che non solo non assume nessuna iniziativa, ma non ha nemmeno nulla da dire ai propri cittadini (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).

PRESIDENTE. Onorevole Donadi, riferirò certamente il contenuto del suo intervento al Presidente della Camera, che se ne farà interprete presso il Governo.

ERMINIO ANGELO QUARTIANI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ERMINIO ANGELO QUARTIANI. Signor Presidente, come già altri rappresentanti di gruppi nei giorni scorsi, anche il presidente del nostro gruppo, più di una settimana fa, aveva richiesto la presenza del Governo per riferire della crisi che sempre più si rivela assai pericolosa per i mercati, i consumatori e le economie del mondo.
Alla luce anche di nuovi avvenimenti, di impegni assunti da Stati, Governi sia europei che di altre realtà (è di ieri il fatto che al Parlamento tedesco il Cancelliere abbia riferito degli impegni assunti in sede europea, e degli impegni che lo stesso Governo tedesco ha inteso prendere nei confronti della situazione che si era creata in riferimento alla crisi di banche di quel Paese), è assolutamente incomprensibile come da parte del Governo non vi sia alcuna iniziativa, dopo sollecitazioni che sono state avanzate da parte della PresidenzaPag. 3(credo che il Presidente Lupi abbia contezza del fatto che il Presidente Fini ha più volte sollecitato il Governo a riferire in Parlamento).
A questo punto a me pare che la vicenda sia tale per cui non è più nemmeno sufficiente che il Governo venga a riferire delle proprie intenzioni, ma che sia necessario a questo punto dedicare una vera e propria discussione parlamentare con impegni che vengano assunti non solo dal Governo italiano ma dall'insieme del Parlamento, perché tutti i Parlamenti di tutte le democrazie occidentali sono stati interessati al fine di promuovere iniziative di carattere bipartisan per la difesa dei mercati e la difesa delle condizioni dei consumatori e delle economie. Questa è l'unica realtà nella quale apprendiamo dalla stampa e dalle conferenze stampa del Presidente del Consiglio di orientamenti che non sono stati né assunti né decisi comunemente da istituzioni del Paese.
La prego quindi, signor Presidente, di chiedere al Presidente Fini affinché, essendo oggi prevista una Conferenza dei presidenti di gruppo, all'interno di essa si decida relativamente all'iniziativa di cui ho parlato (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Onorevole Quartiani, lo farò sicuramente.

LUCA VOLONTÈ. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LUCA VOLONTÈ. Signor Presidente, prendo la parola anch'io per ricordare la stessa cosa. So che lei è attento, e non formalmente ci sta dicendo che farà presente tutto ciò, perché si rende conto, come noi, della situazione del nostro Paese. Non voglio evidentemente offendere il Presidente del Consiglio, anzi sono contento che dica in televisione che ci pensa lui a garantire i fondi e i risparmi di tutti gli italiani: mi conforta, perché il capitale personale e aziendale del Presidente del Consiglio ci consente di stare tranquilli. Ciò nonostante, nel resto del mondo, occidentale e non, il Ministro dell'economia, al di là del capitale personale del Presidente del Consiglio, ha ritenuto opportuno presentarsi nei Parlamenti nazionali.
Le faccio solo presente, ad adiuvandum di quello che hanno detto i colleghi parlamentari degli altri gruppi di opposizione, che mi sembrerebbe naturale che anche dalla maggioranza venisse la stessa richiesta, perché tutti confidiamo non sono in un dialogo parlamentare, ma in quello spirito bipartisan che, dal Congresso degli Stati Uniti agli altri Parlamenti europei, c'è stato e, quindi, non c'è nessun timore che venga in Aula il Ministro dell'economia e delle finanze, Tremonti, non c'è nessun timore a prendere atto della speculazione che importanti fondi sovrani - si badi, lo dico qua per evitare che poi tra un mese ne prendiamo tutti atto in ritardo - stanno facendo su una delle più grandi e importanti banche italiane, la maggiore per capitalizzazione e patrimonializzazione, quindi quella che dovrebbe rischiare di meno, e che viceversa è sotto scacco di speculazioni finanziarie.
Facciamo finta di niente (e siamo l'unico Paese europeo che fa finta di niente). Qualche minuto fa il Governo inglese è entrato nel capitale degli otto maggiori istituti di credito inglesi - dopo averne discusso in Parlamento la settimana scorsa -, mentre noi facciamo finta che non stia succedendo niente (e non so che modo di procedere sia questo).
Le dico ciò perché, conoscendo la sua particolare attenzione e la sua sensibilità nei confronti del bene comune, non ci si trovi - tra una settimana o quindici giorni - con le banche che sono saltate, i piccoli risparmiatori che sono non solo alla ricerca dei propri soldi negli istituti di credito ma a portar via quel poco che è avanzato dalle speculazioni finanziarie e le buone intenzioni del Ministro dell'economia e delle finanze e del Governo vanificate, evidentemente non per colpa loro ma per interessi che vanno, purtroppo, al di là delle difese che può mettere in campo il nostro sistema Paese.Pag. 4
Tra l'altro, potrebbe essere interessante avere l'ulteriore conferma di questa intenzione da parte dell'intero Parlamento a sostegno di eventuali interventi che il Governo Berlusconi (e cioè il Governo del nostro Paese) vuole fare, anche perché è fallita - purtroppo aggiungo io, che in questo senso la penso esattamente come il Ministro dell'economia e delle finanze - l'ipotesi di un intervento globale dell'intera Unione europea a tutela del sistema economico e finanziario europeo.
Diversi Paesi stanno ormai intervenendo ognuno per sé, mettendo sul tavolo miliardi di euro in cash che probabilmente il nostro sistema economico ed il Governo non hanno (abbiamo infatti miliardi in cash di debito pubblico, e non di soldi freschi da mettere sul mercato).
Se, da questo punto di vista, non si ritiene di chiedere e di intervenire con più forza e più solerzia, come lei farà sicuramente nella giornata di oggi, nei confronti del Ministro dell'economia e delle finanze o di uno dei suoi sottosegretari delegati a questa vicenda, vorrà dire che dovremo aspettare che le «vacche magre» intervengano nelle famiglie italiane, ritrovandoci poi in maggiori difficoltà per non essere riusciti a governare un fenomeno che l'Europa e, in Europa, ogni Paese insieme al proprio Parlamento stanno cercando di affrontare in maniera più adeguata e ragionevole (Applausi dei deputati del gruppo Unione di Centro).

PRESIDENTE. Onorevole Volontè, anche in relazione al suo intervento ci faremo certamente parte attiva nel riportare al Presidente della Camera quanto lei ha detto. Su questi temi la sensibilità è non solo della Presidenza ma, credo, di tutto il Parlamento.

ARTURO IANNACCONE. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ARTURO IANNACCONE. Signor Presidente, rinnovo anche a nome del gruppo Misto-Movimento per l'Autonomia la richiesta che il Governo venga a riferire in Aula sulla situazione finanziaria e sulla grave turbolenza dei mercati, per tranquillizzare i cittadini italiani rispetto al futuro della nostra economia, se mi permette, però, con una sostanziale differenza rispetto alla richiesta ripetitiva che viene dai banchi dell'opposizione: il Governo deve venire in Aula quando sarà chiaro fino in fondo il quadro della crisi e quando saranno individuate le eventuali terapie da offrire.

RENATO CAMBURSANO. Bravo, complimenti!

ARTURO IANNACCONE. Noi riteniamo che sarebbe inutile ora una discussione, se prima il Governo non avrà tutti gli elementi da poter riferire al Parlamento: è come un medico che dà al malato la terapia prima di aver fatto la diagnosi.
A nome del gruppo Misto-Movimento per l'Autonomia rinnovo quindi, signor Presidente, la richiesta che ho formulato all'inizio del mio intervento affinché il Governo venga in Aula, quando avrà però tutti gli elementi per poter discutere, e non per assistere al solito dibattito parlamentare che, al di là delle intenzioni bipartisan che ho ascoltato, vedrà sicuramente posizioni che, più che confrontarsi, si scontreranno senza produrre risultati concreti e positivi.

Si riprende la discussione (ore 10,50).

(Esame degli ordini del giorno - A.C. 1634-A)

PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli ordini del giorno presentati (Vedi l'allegato A - A.C. 1634-A).
L'onorevole Ghizzoni ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/55.

MANUELA GHIZZONI. Signor Presidente, prima di illustrare l'ordine del giorno n. 9/1634/55 che reca la mia firma, e che chiede un impegno a sostegno dellaPag. 5scuola a tempo pieno, sento il bisogno di fare una brevissima riflessione sulla scelta del Governo di porre la questione di fiducia sulla conversione in legge del decreto-legge al nostro esame. Non posso lasciar perdere; la posta in gioco rappresentata dal contenuto del provvedimento è troppo alta, così come alto è stato il livello della passione e della valutazione di merito che tutti i deputati del Partito Democratico hanno profuso nell'esame del decreto.
La relatrice Aprea - gliene do atto - ha parlato di strappo della prassi parlamentare; io ritengo che, con la richiesta della fiducia, il Governo si sia reso responsabile, invece, di un ulteriore «scippo» - per la verità, il quinto dall'inizio della legislatura - ai danni delle prerogative parlamentari e del potere costituzionale di decisione del Parlamento. Si tratta, purtroppo, di una scelta coerente con l'atteggiamento di chiusura con cui il Governo ha proceduto fin dalla presentazione del decreto, sottraendosi senza imbarazzo al confronto con chi nella scuola lavora, studia e fa ricerca, e scegliendo anche deliberatamente di negarsi al dibattito con le forze di opposizione.
Ciò nonostante, il Partito Democratico ha responsabilmente accompagnato al proprio dissenso nei confronti di questo provvedimento, proposte e idee confluite prima in emendamenti, ora decaduti, e ora dopo la fiducia, in ordini del giorno, nei quali si esprime il profilo della nostra proposta riformista, che ha come priorità il sistema scolastico pubblico, la qualità dell'offerta formativa e i traguardi degli apprendimenti degli alunni.
L'ordine del giorno che illustro impegna il Governo a dare certezza normativa alla scuola a tempo pieno, con le modalità che ho espresso nel dispositivo del mio ordine del giorno. Signor Presidente, io vengo da una regione, l'Emilia-Romagna, nella quale il tempo pieno ha un'ampia diffusione (40,9 per cento, solo di qualche punto percentuale inferiore di quella lombarda). Comprenderà, pertanto, la mia attenzione all'impegno, più volte ribadito dal Ministro Gelmini, di ampliare di ben il 50 per cento l'offerta di tempo pieno. Ora, è necessario che alle dichiarazioni seguano azioni normative coerenti. Perché estendere l'offerta del tempo pieno? Per alcuni buoni motivi che cercherò di richiamare sinteticamente, focalizzando l'attenzione su quelli di carattere pedagogico perché ritengo che siano noti, e facilmente intuibili, quelli di tenore sociale, ovvero che il tempo pieno sia un alleato affidabile dell'organizzazione familiare di nuclei in cui entrambi i genitori lavorano.
Innanzitutto, le scuole a tempo lungo si sono qualificate come scuole della comunità, basate sul modello organizzativo a comparto integrato, ricco di servizi accessori, attento alla qualità delle strutture, dei laboratori, delle biblioteche. Si tratta di scuole strettamente connesse alla cultura del territorio con una grande capacità di accoglienza e accettazione delle diversità, di rispetto e valorizzazione delle identità e delle radici, radici e identità che sono proiettate in un orizzonte più vasto, grazie alla forza della conoscenza e dell'istruzione che emancipano e liberano.
All'interno del gruppo degli insegnanti operanti nel tempo pieno, impegnati ad affrontare la gestione di tempi e di scuole differenziate, ha preso avvio concretamente il processo dell'autonomia, intesa come capacità di autogoverno, iniziativa progettuale, come assunzione di responsabilità. Sul piano pedagogico, va anche ricordato che i tempi distesi che caratterizzano questo modello, hanno spesso veicolato una didattica che potremmo definire narrativa, dove il progetto di un anno è imperniato su una storia, su un'idea forte, piuttosto che su una miriade di microprogetti.
Le indagini sulla scuola elementare, dopo la cosiddetta riforma Mattarella del 1990, premiano le classi a tempo pieno, perché si presentano come un ambiente didattico ricco di sollecitazioni operative (la scuola del fare e non solo del dire), di situazioni sociali con relazioni più distese, di un uso cognitivo dell'interazione sociale, di incontro variegato con linguaggi e saperi, di una graduale iniziazione all'organizzazione disciplinare della conoscenza.Pag. 6
Si tratta di valutazioni positive, signor Presidente, che depongono a favore di questo modello. Un modello che conferma la propria attualità soprattutto se letto in rapporto all'imperativo che l'OCSE rilancia nei confronti della scuola: ripensare e riprofessionalizzare i propri compiti mirando al raggiungimento di due obiettivi - e concludo, signor Presidente -: garantire accoglienza, tenuta sociale, confronto tra diverse culture, condivisione di regole, convivenza civile; soprattutto, assicurare competenze di base sotto forma di una solida formazione al pensare e al gusto dall'affrontare i problemi. Questa piattaforma educativa si allinea con i caratteri del tempo pieno che ho descritto, che stanno tra la vocazione all'accoglienza e il rigore nella proposta didattica. Pertanto mi auguro che il Governo voglia accettare l'ordine del giorno in esame (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. L'onorevole Mariani ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/146.

RAFFAELLA MARIANI. Signor Presidente, anch'io approfitto dell'intervento su quest'ordine del giorno per fare una riflessione un po' più generale sui temi della scuola. In questi giorni abbiamo assistito ad un dibattito forzato, molto forzato, che ci ha impedito di sentire e soprattutto di interpretare le ragioni (in modo da dar loro voce) di moltissimi italiani (non solo degli addetti al mondo della scuola) che contestano anche la scelta procedurale di adottare misure di questa importanza attraverso la fonte decreto-legge.
Vorrei riprendere alcune righe di una lettera che ho letto sul Corriere della sera e che dal mio punto di vista sono molto significative. In questi giorni, la scuola è in primo piano: era tempo che ciò accadesse; ma come è iniziata la discussione? È iniziata sull'utilità di bocciare, sui negligenti, sui fannulloni, sugli insufficienti. Perché, invece, non riflettere sul fatto, più che naturale, che una pianta che non viene coltivata non dà buoni frutti? Guardate, dal mio punto di vista, questa riflessione, molto semplice ma anche molto significativa, richiederebbe considerazione da parte di un Parlamento serio e di un Governo che tenesse veramente a cuore i temi e i problemi della scuola, che riguardano una grandissima quantità di cittadini italiani. Si calcola che intorno alla scuola gravitino circa dieci milioni di persone tra studenti, insegnanti e addetti, e rispetto a tutto questo si sono spesi fiumi di inchiostro. Tuttavia, nella accelerazione della discussione, si sono voluti estromettere dal dibattito i temi che veramente interessavano i cittadini italiani. Mi riferisco alle questioni - questioni che si è tentato di risolvere, ma in maniera non completa - circa l'integrazione, l'aiuto delle categorie più deboli, le questioni relative alle classi sociali che non ce la facevano. Sempre in queste settimane, a Cernobbio, lo Studio Ambrosetti ha predisposto insieme ad una grossa società tedesca, la Siemens, uno studio che, condotto con il supporto del professor Vaciago, ha messo in evidenza che l'Italia, dopo l'America latina, è il paese dove il successo educativo è determinato dallo status della famiglia e dove la mobilità sociale è particolarmente scarsa. Ha aggiunto anche che l'Italia, tra i Paesi della sua categoria economica e culturale, è quello con il più elevato tasso di analfabetizzazione di ritorno.
Penso che anche queste osservazioni ci debbano far riflettere, e debbano far riflettere un Governo che, nell'impostare la cosiddetta riforma della scuola - la definirei piuttosto: pseudoriforma -, è partito soltanto da un'esigenza economica, dall'esigenza dei tagli. Questo aspetto che vede l'Italia proprio all'ultimo posto della classifica rispetto agli altri Paesi industrializzati, e che denota una valutazione scarsamente attenta alla crescita e all'integrazione delle categorie sociali più deboli, dal mio punto di vista è la cosa più grave che questo Governo sta compiendo in questo momento. Stiamo parlando tutti e siamo consapevoli di una crisi economica globale dagli effetti disastrosi, non ancora calcolabili fino in fondo. Partire dalla scuola, da uno dei pilastri fondamentali della nostra società, per ridurre la spesa, senzaPag. 7assolutamente entrare nelle questioni riguardanti la sua organizzazione, ma umiliando - sottolineo il termine: «umiliando» - gli addetti ai lavori, ovverosia quanti in questi anni, con scarse risorse e con scarso riconoscimento sociale, hanno cercato di fare evolvere una società che ha visto mutamenti veloci e difficili da interpretare, credo sia l'elemento che maggiormente stona nell'atteggiamento del Governo. Ritengo che la velocità con cui si tende ad approvare il decreto sia dovuta non tanto all'ostruzionismo o al timore dell'ostruzionismo - come ha detto il Ministro Vito - ma al fatto che nella società non ci si rende conto in tempo, fino in fondo, di quanto sia grave tale questione e di quanto sia difficile poter spiegare che c'è un senso in tutto questo e che c'è un disegno legato al futuro della scuola e a quello delle nuove generazioni.
Tuttavia, mi sembra ancor più da sottolineare il fatto che, quando stiamo iniziando la discussione sul federalismo e su un'autonomia scolastica che si concili con l'organizzazione federalista delle istituzioni, si debba invece assistere ad un sistema centrale che taglia, umilia e persino riduce l'organizzazione scolastica ad una mera questione economica. Ritengo che sia molto grave e spero relativamente a questo sistema, che ci si possa ravvedere e modificarlo finché siamo in tempo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. L'onorevole Volontè ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/225.

LUCA VOLONTÈ. Signor Presidente, onorevole sottosegretario, l'ordine del giorno n. 9/1634/225 da me presentato, trae spunto, come certamente avrà preso atto il Governo nella discussione svoltasi negli scorsi giorni, dalla stessa dichiarazione di voto di ieri dell'onorevole Capitanio Santolini in cui si sottolineavano le luci di questo provvedimento e anche, ahimé, purtroppo, le ombre dovute alla scure che è partita dal Ministero dell'economia e delle finanze e che ha certamente disimpegnato importanti risorse - per esprimermi in poche parole - che erano destinate all'aggiornamento, alla valutazione e alla formazione degli insegnanti.
Con l'ordine del giorno in oggetto vogliamo in qualche modo favorire la virtù dimostrata in una parte importante di questo provvedimento dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca: quale? Quella riferita al tema più complessivo del tetto del prezzo dei libri. Ci siamo resi conto, purtroppo per l'ennesima volta in questi anni, che la spesa che le famiglie devono affrontare per consentire realmente ai propri figli non solo di partecipare attivamente alle lezioni ma anche di avere il materiale indispensabile incide significativamente sui redditi delle famiglie. Di tutte le famiglie: infatti se qualcuno ha più di un figlio, arrivando al mese di settembre, come lei può immaginare caro sottosegretario, quel mese o stipula un mutuo oppure non mangia o non paga l'affitto, perché non riesce a far fronte a questa importante vicenda di dotare i propri figli dei libri scolastici.
Vogliamo impegnare il Governo, al di là delle parole, ad intervenire nella verifica del divieto di sforamento dei tetti massimi per la dotazione libraria degli studenti e, nello stesso tempo, affinché si arrivi ad un apparato sanzionatorio - decidano il Ministro e il Governo come fare - che intervenga, laddove si verificano violazioni di questi tetti massimi, con sanzioni non solo nei confronti delle scuole ma anche alle case editrici complessivamente, avuto riguardo alle riedizioni dei testi scolastici. Per quale motivo? Perché anche oggi è possibile in qualche modo con una certa difficoltà - lo abbiamo visto nel mese di agosto da parte del Ministro Gelmini - verificare quali siano gli istituti che hanno sforato complessivamente il tetto di spese librarie a carico dei genitori e delle famiglie degli alunni ma di fatto è pressoché impossibile arrivare ad una benché minima sanzione.
Non siamo favorevoli alla punizione in quanto tale: vorremmo soltanto che tutti rimanessero al di sotto del tetto, anche perché a noi interessa non tanto la punizionePag. 8inflitta al dirigente scolastico ma piuttosto il fatto che il tetto massimo non venga superato. Ci sta a cuore che le famiglie non sopportino un ammontare di spese che impediscano loro, in quel mese e nei mesi successivi, una vita serena.
Da questo punto di vista confidiamo - io stesso confido - che il sottosegretario e il Ministro Gelmini guardino con particolare attenzione a questo nostro ordine del giorno e possano esprimere una valutazione non solo obiettiva, ma anche favorevole per far sì che, già a partire dal prossimo anno scolastico, si possano realmente introdurre quegli accorgimenti che, da una parte, vanno incontro alle esigenze delle famiglie e, dall'altra, impediscono inutili speculazioni e disattenzioni costose per gran parte delle famiglie italiane.

PRESIDENTE. L'onorevole Granata ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/3.

BENEDETTO FABIO GRANATA. Onorevole Presidente e onorevole sottosegretario, nel corso della discussione parlamentare in Assemblea e, prima ancora, nel corso della discussione in Commissione dell'importante decreto-legge in corso di conversione, ovviamente su alcuni degli articoli si sono registrate posizioni dialettiche molto forti ed accentuate e differenze particolarmente importanti.
Tuttavia certamente, per quanto riguarda alcune parti del decreto-legge in esame, vi è stata una condivisione comune da parte della Commissione e da parte dell'intero Parlamento, almeno a giudicare dagli interventi che fin qui si sono registrati. Certamente una di queste parti fortemente condivise dal Parlamento italiano è quella legata alla necessità, attraverso l'articolo 1, caro sottosegretario, di reintrodurre per certi versi e comunque di potenziare nella scuola l'insegnamento della nostra Carta costituzionale e sostanzialmente di reintrodurre un percorso di educazione civica all'interno delle scuole.
La motivazione che sottintende tale tipo di scelta è ovvia e condivisa, è una precondizione per ricostruire un tessuto connettivo pedagogico ed educativo all'interno della scuola italiana, la condizione per ricreare una grande memoria condivisa, partendo dalla più grande centrale formativa della nazione, che è proprio la scuola. Ma tutto ciò deve fuoriuscire da una sorta di retorica generalista, perché parlare di educazione civica e di educazione alla Costituzione, se poi con tutto ciò non si riesce a declinare un'adeguata politica di approfondimento di alcuni temi che - quelli sì! - creano il nesso connettivo della nazione, rischia di diventare per certi versi un'operazione soltanto retorica e proclamata (una proclamazione, appunto) e per altri versi un'operazione non avvertita, soprattutto da parte dei giovani, come legata al processo formativo interno al mondo scolastico.
Per tale motivo, insieme ad altri colleghi abbiamo ritenuto di presentare l'ordine del giorno in esame, in cui si chiarisce che uno degli elementi fondamentali - una sorta di precondizione - dell'identità nazionale è far crescere, all'interno delle giovani generazioni italiane, la consapevolezza, la conoscenza e la memoria precisa di ciò che ha significato nella nostra nazione e di ciò che oggi significa l'azione, la politica, l'impegno civile di contrasto a tutte le mafie e contro tutte le organizzazioni criminali del Paese.
Credo che questo sia un tassello imprescindibile per formare una coscienza condivisa, perché la lotta alla mafia e la lotta a tutte le mafie sono un grande fatto nazionale: non lo si può circoscrivere geograficamente soltanto alle scuole del sud, alle scuole del meridione, alle scuole siciliane, calabresi o campane, perché la lotta alla mafia è una grande questione nazionale.
Per questo riteniamo che, proprio per dare corpo e sostanza a questo articolo 1 e alla spinta forte a reintrodurre tali elementi di memoria condivisa tra i giovani, si possa emanare una circolare per istituire, nel rispetto pieno delle autonomie scolastiche, una data simbolica, una giornata che unifichi questo ricordo, che deve essere anche approfondimento.Pag. 9
C'è un grande movimento nella nazione: conosciamo tutti e apprezziamo le nuove posizioni ufficiali delle associazioni degli industriali, non soltanto siciliani, che poi sono state per certi versi prese a spunto dall'associazione degli industriali italiana: una politica netta di contrasto al racket, alle estorsioni e alle mafie. Questa campagna legata all'associazionismo, al volontariato e alla coscienza civile, alla conoscenza di quello che sono costate, in termini di sacrifici e sangue, la lotta e la politica di contrasto alla mafia nel nostro Paese, per certi versi è necessario che faccia parte del bagaglio formativo di ogni giovane italiano.
Per fare ciò non serve soltanto - ed è giusto che così sia - una serie di commemorazioni legate a questa o a quella data: tutti siamo abituati, e lo faremo ancora, a ricordare il 23 maggio, il 19 luglio e la lunga catena di sangue che ha segnato con forza la storia recente del Paese; occorre proclamare un giorno che simbolicamente rappresenti la spinta e la voglia di rinascita della nazione, un giorno che si possa legare alla stagione, appunto, del risveglio, la primavera. Proponiamo che si emani una circolare, per invitare le scuole - perché, per proclamare tale giornata, ovviamente, occorrerebbe una legge - a considerare il 21 marzo una giornata dedicata interamente, all'interno di tutte le scuole, durante le ore di lezione, a dare corpo e sostanza all'articolo 1.
Concludo signor Presidente: tutto ciò significherebbe stabilire un principio molto forte di ricostruzione del tessuto connettivo e dare forza ad una famosa intuizione del Goethe nel Faust, quando afferma che l'eredità dei padri devi riconquistarla, se vuoi possederla. Si avverte questa grande necessità della memoria nella nazione italiana attraverso il ricordo dei caduti per la lotta alla mafia (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).

PRESIDENTE. L'onorevole Pes ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/52.

CATERINA PES. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, l'ordine del giorno n. 9/1634/52, che porta il mio nome come primo firmatario e che presentiamo come Partito Democratico, in realtà nasce da una preoccupazione importante relativa alle modalità con le quali si è proceduto, attraverso questo decreto-legge sull'istruzione, ad intervenire sul sistema dell'educazione e della formazione nella scuola primaria e secondaria di primo grado attraverso un percorso di assoluta semplificazione. Si tratta di una modalità di tipo semplificatorio che in maggior misura si intravede nell'ambito della valutazione ed è di questo che vorrei parlare perché la prima importante semplificazione avviene proprio in quest'ambito.
Come sappiamo, il decreto-legge riporta il sistema di valutazione ai decimali, tuttavia non affronta il tema della valutazione all'interno di un'ottica più complessiva. Il problema per noi non è il criterio di misura utilizzato. Il Ministro Tremonti, in questi giorni e anche al momento in cui è stato presentato questo decreto-legge, ha giustificato il ricorso ai decimali sostenendo che ormai tutto si misura in decimi. Permetteteci di dire che la valutazione non è misurazione, o che la misurazione è una cosa ben diversa dalla valutazione, soprattutto quando si ha a che fare con la valutazione del percorso di crescita cognitiva dei bambini. In questo caso, il problema non è a quale tipo di valutazione facciamo ricorso - vale a dire, se ai decimi, ai trentesimi, ai centesimi, al buono, al sufficiente o alle lettere A, B e C -, ma il problema riguarda la chiarezza dei criteri con cui viene applicata la valutazione.
Sappiamo molto bene che non esiste ancora un sistema di valutazione nazionale che abbia individuato obiettivi ben precisi e che dovremo lavorare su questo, e sappiamo anche bene che la valutazione dell'accrescimento delle competenze di un bambino non si può limitare esclusivamente al ricorso ai decimali. Dagli anni settanta in poi, in Italia, vi è stato un importante dibattito sulla valutazione formativa.Pag. 10Mi piacerebbe che ritornassimo su questo concetto. Non dimentichiamo anni di esperienza importante nell'ambito della valutazione formativa e la valutazione formativa significa che il percorso di accrescimento delle conoscenze del bambino e del ragazzo si valuta tenendo presente, naturalmente, il sistema di conoscenze che il bambino acquisisce nel corso dell'anno scolastico e del suo curriculum scolastico, ma anche contemperando contemporaneamente l'accrescimento delle competenze e delle abilità.
Noi che facciamo scuola, che siamo dentro la scuola e che viviamo la valutazione come un momento fondamentale del percorso scolastico e della educazione, da anni ricorriamo non solo alla valutazione sommativa, ma anche, in maniera molto importante, al percorso formativo dei bambini e alla valutazione di essi in itinere, interpretando in questo modo anche il loro percorso di crescita formativa. Perché, quindi, questo ordine del giorno?
Chiediamo innanzitutto che il Governo si impegni a svolgere un'importante riflessione e un monitoraggio costante relativamente al sistema di valutazione che sarà utilizzato nei prossimi tre anni e che si tenga in considerazione soprattutto la possibilità di modificarlo strada facendo, di sperimentarlo e di modificarlo nel caso si presentassero altre necessità di valutazione.

PRESIDENTE. La prego di concludere.

CATERINA PES. L'ordine del giorno chiede infine al Governo di valutare nuove modalità di giudizio, che dovranno essere sottoposte anche alla riflessione di tutti noi, relative all'accrescimento delle competenze e delle conoscenze dei ragazzi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. L'onorevole Braga ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/195.

CHIARA BRAGA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo per illustrare il mio ordine del giorno, approfittandone per esprimere alcune considerazioni sul provvedimento di conversione in legge del decreto-legge n. 137 del 2008. Tale decreto-legge viene in questi giorni portato all'esame e al voto della Camera dei deputati, dopo, purtroppo, l'ennesima forzatura imposta dal Governo con la posizione della questione di fiducia.
Non è bastato al Ministro Gelmini mettere mano, con leggerezza, al mondo della scuola italiana attraverso un decreto-legge costruito esclusivamente su esigenze di taglio e non di risanamento (che è altra cosa), imposte nella manovra di luglio, in assenza di un serio e costruttivo confronto con le forze politiche e sociali e con gli enti locali. Questi ultimi hanno importanti competenze nella costruzione di un'offerta scolastica qualificata nei territori e si troveranno a dover fronteggiare, ancora una volta, le ricadute più gravi di scelte sbagliate operate secondo una logica di centralismo che contraddice profondamente i proclami sull'autonomia e sul rispetto delle specificità delle nostre diversificate realtà locali. Non è bastato - dicevo - il decreto-legge, per garantire il rispetto dei tempi o forse, più realisticamente, per evitare qualche altro spiacevole scivolone nel percorso di conversione: è stata posta ancora una volta la questione di fiducia che ha azzerato la possibilità di condurre in Parlamento quella discussione ampia e rispettosa del ruolo di chi, su questi banchi, rappresenta il Paese e che una materia di tale rilievo avrebbe meritato.
Tutto ciò non ha niente a che vedere con il percorso lungo e articolato che portò alla riforma scolastica del 1990, alla quale lavorarono politici e parlamentari di grande valore: Sergio Mattarella, allora Ministro dell'istruzione, mi piace poi ricordare un mio prestigioso conterraneo, Francesco Casati, allora Presidente della Commissione istruzione ma anche pedagogisti e rappresentanti del mondo della scuola e del sindacato. Grazie a quella riforma la nostra scuola primaria - allora si chiamava ancora elementare - e che è proprio quella più colpita dai contenuti del decreto in esame, ha raggiunto, negliPag. 11anni, livelli di eccellenza riconosciuti da molti istituti di valutazione internazionale e ha visto progressivamente crescere la qualità dell'offerta educativa in rapporto ad un contesto sociale sempre più complesso che richiede padronanza di strumenti e conoscenze ben più articolate soltanto rispetto a qualche decennio fa.
Con questo decreto-legge rischiamo tutti di tornare drammaticamente indietro di vent'anni ed oltre. Dietro le immagini accattivanti del grembiulino, del voto in condotta, del ritorno al caro e vecchio maestro unico, si nasconde il drammatico destino di impoverimento che attende la scuola pubblica: 8 miliardi di euro in meno nel triennio 2009-2011, riduzione drastica del personale docente e non, rischio di chiusura per oltre 4 mila scuole concentrate soprattutto nei piccoli comuni e nei comuni montani, dove la presenza di presidi scolastici rappresenta un importante fattore di integrazione e di lotta all'emarginazione. Non si tratta solo di decisioni che peseranno sulla testa di persone che operano nella scuola e, nella stragrande maggioranza dei casi, con grande professionalità, impegno e passione. Le spinte alla razionalizzazione della spesa che sostengono questo provvedimento non corrispondono ad un reale innalzamento della qualità del servizio. Assisteremo, al contrario, a una radicale contrazione del tempo-scuola: si ritornerà alla scuola del mattino, tarata sulle ventiquattro ore, specie laddove le classi a tempo pieno non sono così diffuse - ed è la maggioranza del Paese - e dove tuttavia, in questi anni, l'organizzazione dei moduli ha consentito di raggiungere coperture di orario che arrivano anche a 30 ore settimanali. Ciò è avvenuto grazie al coordinamento tra istituti scolastici ed enti locali, con un risparmio di costi e con la possibilità di intercettare positivamente le necessità delle famiglie. Assisteremo ad una riduzione della qualità dell'offerta educativa e formativa per i ragazzi e in proposito non c'è lavagna telematica che tenga.
Una sola maestra non potrà garantire la necessaria specializzazione nei diversi settori di insegnamento. Si taglieranno contenuti ed opportunità di sperimentarsi con discipline importanti, ma anche la possibilità, per gli insegnanti, di crescere professionalmente attraverso il confronto, anche con figure nuove, portatrici di sapere e competenze stimolanti.
Fa sorridere la motivazione portata da alcuni secondo cui i bambini della scuola primaria hanno bisogno della maestra mamma, di una ed una sola figura di riferimento. I bambini oggi hanno una vita di interrelazioni molto intensa e sono abituati a relazionarsi con una molteplicità di soggetti; la presenza di più insegnanti non può che accrescere l'opportunità di relazione con il mondo degli adulti.
In queste settimane di acceso dibattito su quella che, impropriamente, si chiama riforma della scuola credo che, come me, molti deputati avranno accolto umori, pareri e preoccupazioni di chi con scuola ha a che fare.

PRESIDENTE. La prego di concludere.

CHIARA BRAGA. Tra le tante voci ve ne voglio riportare una di una maestra che opera da anni nella scuola primaria e che mi ha ricordato che cos'era anche la scuola del maestro unico. Era la scuola delle classi differenziali che si chiamavano dispregiativamente «classi degli asini», molto simili a quelle a cui qualcuno pensa per i bambini immigrati. Era quella in cui i bambini diversamente abili non trovavano accoglienza e nella maggioranza dei casi dovevano accedere alle scuole speciali. Era la scuola in cui bambini che non imparavano venivano bocciati, abbandonati alle loro difficoltà, spesso a quell'età, riflesso di una condizione di fragilità familiare e sociale più ampia.

PRESIDENTE. La prego di concludere.

CHIARA BRAGA. Concludo Presidente. È questo quello che ci preoccupa di più: che queste grandi conquiste, raggiunte con fatica in questi decenni, vengano sacrificate sull'altare del qualunquismo e della semplificazione...

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PRESIDENTE. Onorevole Braga, mi dispiace interromperla...

CHIARA BRAGA. Signor Presidente, chiedo che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale del mio intervento (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Onorevole Braga, la Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.
È presente in aula una delegazione dell'associazione sportiva calcio veterani di Belluno. L'Assemblea li saluta (Applausi).
L'onorevole Sbrollini ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/84.

DANIELA SBROLLINI. Signor Presidente, prima di entrare nel merito del mio ordine del giorno, vorrei sottolineare, come hanno già fatto i miei colleghi, che siamo l'unico Paese in Europa in cui il Presidente del Consiglio non viene a riferire in Parlamento sulla crisi economica in atto. Ciò oltretutto a fronte di un decreto-legge, come quello in esame, che vede, ancora una volta, la scuola umiliata in tutto e per tutto come avviene in tutta la manovra finanziaria che voi vi apprestate a varare. Non si prevede nessuna proposta su come affrontare la crisi, anzi, addirittura dopo sei mesi dalla nascita di questo Governo, non avete ancora definito neanche i livelli essenziali.
Come si fa a tagliare, ancora una volta, le risorse allo Stato sociale? Come si fa a non investire in nessuna politica sui giovani, sulle future generazioni? Qui parliamo di scuola, ma parliamo anche di sanità, di politiche per la famiglia, di riduzione delle risorse agli enti locali che saranno costretti, ancora una volta, a tagliare proprio quei servizi alla persona.
Il mio ordine del giorno n. 9/1634/84 parte proprio da una richiesta (che so difficilmente accoglibile, ma ci spero ancora) al Governo. L'articolo 1 del decreto-legge in esame prevede dal prossimo anno scolastico, l'insegnamento della nostra Costituzione in tutti i cicli di istruzione. Chiediamo almeno che questo non vada a gravare sulle famiglie, non vada a gravare ulteriormente sulle famiglie visti i tagli ulteriori che andrete a fare.
Non solo, ritengo molto grave che abbiate deciso, con questo decreto-legge, di non affrontare il confronto in Aula con l'opposizione svuotando, ancora una volta, questa istituzione delle sue funzioni di indirizzo e di controllo. Parliamo di scuola, cioè di uno dei pilastri fondamentali su cui si basa la vita dei cittadini. Avete deciso, invece, di considerare questo settore come un qualsiasi capitolo di spesa su cui ridurre i costi. Si taglia, cioè sulla qualità, sulla formazione, sulle politiche di integrazione e di aggregazione fin dalla nascita del bambino, fin dalla crescita dell'individuo. Otto miliardi in meno alla scuola in tre anni, 87 mila insegnanti in meno, 43 mila unità in meno di personale amministrativo, nessuna assunzione per i precari.
Si vogliono invece creare scuole differenziate, ridurre il tempo pieno, chiudere le scuole nei piccoli centri, parlare di maestro unico e potremmo, purtroppo, continuare così. Allora vi chiedo: ma la Gelmini con chi si è confrontata in questi mesi? Basta andare fuori da questa Aula per comprendere la rabbia e la preoccupazione di genitori e di insegnanti e per rendersi conto di ciò che sta accadendo.
Abbiamo una buona scuola, abbiamo dei livelli di eccellenza e personale qualificato. Avete, invece, deciso di affossarla, umiliando il nostro Paese e i lavoratori di questo settore che sono il pilastro di una società civile e moderna. Con il decreto-legge in esame avete deciso di accentuare le disuguaglianze sociali. Vi chiedo di leggere bene i dati ISTAT per capire che vi è un aumento delle povertà e soprattutto di quelle minorili, che sono molto più alte rispetto al resto d'Europa, ma anche dell'impoverimento delle famiglie e soprattutto di quelle giovani coppie che hanno deciso di avere dei bambini. Allora, quali sono le politiche per le famiglie di questo Governo? Si colpiscono, oltretutto, anche i diritti di pari opportunità nell'ambito genitoriale. Basti pensare alle donne, perché è evidente che togliendo il tempoPag. 13pieno si costringono le donne a rivedere la loro carriera lavorativa o addirittura a scegliere se rimanere a casa o continuare a lavorare. Si tratta di un ritorno indietro, ad una realtà che non esiste più. Pertanto, come mai invece di lavorare sui miglioramenti per la scuola, valorizzare i meriti e così competere con il resto d'Europa si sceglie, invece, di smantellare tutto e soprattutto la qualità della scuola pubblica? Questo è ciò che vi chiedo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. L'onorevole Tassone ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/227.

MARIO TASSONE. Signor Presidente, signor sottosegretario, nell'illustrare il mio ordine del giorno inizio con una valutazione contenuta nella premessa. L'OCSE ha evidenziato una situazione di invecchiamento delle risorse umane nella scuola italiana. A partire da questa presa d'atto, costituita dallo studio dell'OCSE, rivolgo una serie di proposte, anzi ne rivolgo una al Governo.
Signor Presidente, so che gli ordini del giorno costituiscono un'occasione anche per discutere e confrontarsi su questi temi. Abbiamo discusso di questo disegno di legge di conversione del decreto-legge, abbiamo sostenuto alcune idee, abbiamo svolto alcune valutazioni e abbiamo anche compreso qualche riforma (ma altre meno). Tuttavia, ciò che manca è un disegno complessivo in ordine alla politica scolastica nel nostro Paese.
Posso capire una riforma, posso capirne due o tre ma tutto ciò deve essere inquadrato anche in una prospettiva e raccordato, soprattutto, con un ruolo sempre più forte e pregnante della scuola italiana nello sviluppo sociale e civile del nostro Paese. Non vi è dubbio che guardiamo alla scuola come ad un elemento fondamentale ed imprescindibile. Infatti, ad essa abbiamo chiesto tante cose: la formazione, l'educazione alla Costituzione, l'educazione civica, e anche alcune materie come l'educazione all'alimentazione, l'educazione all'ambiente e l'educazione alla legalità. Tutto ciò, ovviamente, deve essere riferito ad una qualificazione e ad una qualità del personale chiamato ad assolvere questo ruolo e soprattutto questo impegno all'interno della scuola italiana.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ROCCO BUTTIGLIONE (ore 11,30)

MARIO TASSONE. Rivolgo un saluto cordiale al Presidente Buttiglione che prende il posto dell'onorevole Lupi.
Chiediamo un blocco limitato del turnover e di procedere, per la parte restante, ad un reclutamento di giovani laureati attraverso il concorso e quindi anche attraverso una capacità formativa. Altrimenti, se non ci poniamo il problema degli insegnanti, possiamo dire, come dicevo poc'anzi, che dalla scuola pretendiamo tantissime cose e anche quando discutiamo del maestro unico, che è un tema importante, rischiamo di essere fuorviati. Non è questa la centralità dell'argomento.
Si tratta, piuttosto, di come vogliamo confezionare questa istituzione e quindi raccordarla sempre più alle esigenze più immediate e più vere della nostra società. È una proposta contenuta in un ordine del giorno di cui, non per usare scortesia nei confronti delle istituzioni parlamentari, sappiamo essere un'occasione per parlare e confrontarsi, ma dei quali poi se ne perdono le tracce. Tuttavia, facciamo una sollecitazione in aggiunta a quelle già evidenziate nella discussione sulle linee generali e in quello che verrà fuori al termine dell'esame del provvedimento. Si tratta di un suggerimento, anzi, più che di un suggerimento, è un contributo.
Ritengo che questa riforma manchi di un respiro complessivo, di una strategia complessiva, di un disegno complessivo. Ecco perché, signor Presidente, raccomando non l'accettazione o una valutazione di attenzione da parte del Governo, ma una compenetrazione delle esigenze che in questo momento avvertiamo e che si accompagnano certamente a tutti i temi legati al precariato, all'insegnante di sostegno, al tempo pieno e al tempo continuato.

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PRESIDENTE. La prego di concludere.

MARIO TASSONE. Concludo, signor Presidente. Tutta la problematica deve essere affrontata in termini nuovi, in un rapporto diversificato, meno burocratico, meno gestionale e meno amministrativo fra docente, discente e famiglie. Ritengo che questo possa essere anche un percorso da seguire con la soddisfazione del Parlamento, del Governo, ma soprattutto del Paese (Applausi dei deputati del gruppo Unione di Centro).

PRESIDENTE. L'onorevole Frassinetti ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/6.

PAOLA FRASSINETTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'ordine del giorno da me presentato insieme ad altri colleghi riguarda l'articolo 2 e, specificatamente, la reintroduzione del voto in condotta come voto che, se inferiore a sei decimi, provoca la non ammissione alla classe successiva.
Si tratta di una misura, che ha fatto anche tanto clamore e suscitato diverse critiche nel Paese, resa necessaria in quanto gli episodi di bullismo e di teppismo negli ultimi anni sono diventati veramente non più un'eccezione, ma purtroppo un'ordinarietà. Gli atti di bullismo hanno provocato fatti eclatanti, alcuni sfociati in suicidi di ragazzi che si sono sentiti discriminati per le loro situazioni particolari ed hanno riguardato ragazzi disabili presi in giro e picchiati, il tutto supportato da nuovi strumenti di comunicazione come You Tube che danno a questi teppisti anche l'appagamento di poter vedere le loro malefatte in diretta per potersene vantare.
Questa situazione eccezionale ha reso necessaria l'introduzione del voto in condotta. Questo non può essere sicuramente né l'unico deterrente, né la risoluzione di tutti i problemi. Infatti, se le famiglie non intervengono, se la scuola non interagisce con le famiglie e non si trova una soluzione educativa che possa evitare che il bullismo trascenda dalla normale goliardia (che sempre ha contraddistinto la scuola) questo strumento è uno dei tanti e non può essere sicuramente l'unico.
Il nostro ordine del giorno sostanzialmente si incentra su una garanzia. Infatti, dopo aver fatto questa premessa a mio avviso necessaria per spiegare le motivazioni che hanno indotto il Governo ad inserire questa norma, va anche evitato l'utilizzo discrezionale di questo strumento da parte di alcuni docenti.
Peraltro, esiste fortunatamente una garanzia al comma 3, dell'articolo 2, laddove si prevede che la votazione sul comportamento degli studenti sia determinata dal consiglio di classe. Quindi, è sostanzialmente attribuita collegialmente dal consiglio di classe, non dal singolo insegnante e ciò rappresenta già una garanzia. Un'ulteriore garanzia è il riferimento allo statuto degli studenti e delle studentesse. Ci preme sottolineare e differenziare gli episodi di bullismo da quell'attività civica, sindacale e politica che, ormai, nelle scuole è divenuta da tanto tempo una prassi e che, se applicata in modo corretto, può portare ad attivare uno spirito sociale proprio sui banchi di scuola.
Pertanto, riteniamo che sia importante tutelare tale attività, affinché la scuola possa essere anche la formazione delle nuove classi dirigenti politiche e la politica, con la «p» maiuscola, entri nella scuola in modo sensato, differenziandosi dal vandalismo, che, invece, va ovviamente punito. Tuttavia, chiediamo al Governo, in sede di emanazione dei decreti attuativi - è l'oggetto della seconda parte dell'ordine del giorno in esame -, di specificare che, ove ricorra una valutazione negativa, questa debba essere adeguatamente motivata e non possa in alcun modo riferirsi all'impegno e alla partecipazione dello studente ad iniziative di carattere civico o sindacale.
Quindi, è importante sottolineare lo spirito di questo ordine del giorno: dal momento che si vogliono introdurre norme più severe, è giusto rafforzare le garanzie. È giusto che gli studenti sappiano che la loro libertà di azione sociale, sindacale, civica e politica nella scuola nonPag. 15è assolutamente messa in pericolo dall'introduzione di questa nuova norma e questa valutazione difficile talvolta sarà compito del consiglio di classe.

PRESIDENTE. Onorevole Frassinetti, dovrebbe concludere.

PAOLA FRASSINETTI. Quindi, spero che il Governo approvi questo ordine del giorno perché sicuramente contribuirà a rasserenare il clima nelle scuole (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).

PRESIDENTE. L'onorevole De Torre ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno 9/1634/26.

MARIA LETIZIA DE TORRE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole rappresentante del Governo, come si afferma nell'ordine del giorno presentato, l'integrazione degli alunni con disabilità venne sancita dalla legge n. 517 del 1977, che fu emanata dopo una lunga stagione di impegno di tutto il Paese e di forte condivisione in Parlamento. Essa trova i suoi fondamenti nel dettato costituzionale. «Tutti cittadini - si afferma all'articolo 3 della Costituzione - hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge ed è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Nell'articolo 38 si dice, inoltre, che «gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale», mentre l'articolo 34 afferma che «la scuola è aperta a tutti».
Dalla sua stesura nel 1948, sono tuttavia occorsi decenni affinché la cultura costituzionale riuscisse ad imporsi. Il passo fondamentale avvenne nel 1975 quando la Commissione presieduta da Franca Falcucci seppe cogliere e portare a maturazione un processo di civiltà che da anni stava crescendo nel Paese. Per quanto avvenne e per come avvenne è una particolare testimonianza dell'evoluzione del costume e della consapevolezza educativa di tutti gli italiani. Se educare significa aiutare ciascuno a realizzare la propria area potenziale di sviluppo, non si può accettare la classificazione dei bambini in educabili, semieducabili e ineducabili. A maggior ragione non si può accettare se essa li divide in categorie, in scuole o classi diverse. Sarebbe un assurdo pedagogico.
Fu proprio il lavoro di quella Commissione che segnò un giro di boa nella scuola italiana. Leggendo il documento finale, emerge il peso che il Parlamento aveva - la Falcucci era allora senatrice - e lo spessore del pensiero sulla scuola che i nostri colleghi dalle Camere e dal Governo avevano saputo mettere nero su bianco. Alcuni passaggi, se confrontati con i percorsi e il contenuto del decreto-legge su cui ieri si è votata la fiducia, fanno venire i brividi.
Il primo paragrafo titolava: «Un nuovo modo di essere della scuola (...)». E spiegava: «(...) Un nuovo modo di concepire e di attuare la scuola così da poter veramente accogliere ogni bambino ed ogni adolescente per favorirne lo sviluppo personale (...)».
Inoltre, si faceva carico di una visione completa di tutta la scuola, a partire dagli obiettivi e dalla valutazione. Si precisava che: « (...) la frequenza di scuole comuni da parte di bambini handicappati non implica il raggiungimento di mete culturali minime comuni. Lo stesso criterio di valutazione deve perciò fare riferimento al grado di maturazione raggiunto dall'alunno sia globalmente, come è già stato detto, sia a livello degli apprendimenti realizzati, superando il concetto rigido del voto o della pagella»; lo ripeto: «superando il concetto del voto o della pagella».
Se tutto fosse andato così bene in quei bei tempi antichi di cui è stata seminata nostalgia in queste ultime settimane non sarebbe stata scritta: Lettera ad una professoressa; non si sarebbe messo in moto un movimento che portò alle scelte del 1975. «No», Ministro Tremonti, non state demolendo le barricate del Sessantotto, che pure fecero riflettere il mondo; state demolendo il lavoro del Parlamento e l'iniziativa di una donna competente ePag. 16forte, profondamente umana e profondamente cristiana, una riforma di contenuti e metodi, probabilmente l'unica - ha detto poche settimane fa Tullio De Mauro - realizzata dal Ministro democristiano Franca Falcucci mediante un grande ciclo di riformazione degli insegnanti elementari. Nel documento si affermava, inoltre, che «si dovrebbe giungere ad allargare il concetto di apprendimento, affinché, accanto ai livelli di intelligenza logico-astrattiva venga considerata anche l'intelligenza sensorio-motrice e pratica e siano soprattutto tenuti presenti i processi di socializzazione»; traduco: non solo leggere, scrivere e far di conto. «Questa più articolata esperienza è possibile solo nell'attuazione del tempo pieno» - continua il documento - «da intendersi non come somma dei momenti antimeridiano e pomeridiano non coordinati fra di loro, ma come successione organica e unitaria di diversi momenti educativi programmati e condotti unitariamente dal gruppo degli operatori scolastici (...). In una scuola che offre agli alunni la possibilità di maturazione attraverso una pluralità di linguaggi e di esperienze è difficile ed artificioso distinguere tra attività didattiche, da intendersi come insegnamento delle materie principali, ed attività integrative, tra l'insegnamento «normale», lo si dice tra virgolette, e le attività di recupero e di sostegno (...).

PRESIDENTE. La prego di concludere.

MARIA LETIZIA DE TORRE. La programmazione e la conduzione unitaria della vita scolastica eviterebbero, inoltre, il crearsi nei genitori dell'equivoca distinzione tra l'insegnamento del mattino, al quale spetta di dare giudizi sulle capacità del figlio, e l'insegnamento del pomeriggio (educatori, animatori, ecc) che lo fanno giocare». (...) Un nuovo modo di essere della scuola postula il superamento del concetto dell'unicità del rapporto insegnante-classe con l'attribuzione ad un gruppo di insegnanti interagenti della responsabilità globale verso un gruppo di alunni (...).
Giorni fa, Franca Falcucci, intervistata sugli ostacoli incontrati rispose: «No, non ricordo nessuna battaglia campale, certo era cominciata che gli handicappati in classe nessuno li voleva, c'erano molte resistenze; il problema non era dentro il mondo della scuola, ma fuori: culturale, nelle famiglie. Però ci abbiamo lavorato molto, prima di fare la legge abbiamo preparato a lungo il terreno ...»

PRESIDENTE. Onorevole De Torre, ho il dovere di invitarla a concludere anche se quello che lei dice mi affascina.

MARIA LETIZIA DE TORRE. Va bene, signor Presidente. «... quindi alla fine siamo riusciti a farla passare. Ci fu un clima positivo, anche nella fase attuativa, che poi ho vissuto direttamente da Ministro».
Credo che non occorrano commenti per cogliere l'abisso di differenza tra il lavoro di allora e quello di questi giorni; è per questo, per difendere le mete raggiunte da questo Parlamento, che noi del Partito Democratico, insieme a fasce crescenti di genitori e insegnanti, chiediamo al Governo di non spostare indietro di quarant'anni l'orologio della scuola italiana. Nel corso di questi anni, tuttavia, si è lavorato troppo poco per la scuola per tutti, ora dobbiamo riguadagnare tempo, dobbiamo anche cessare di essere passivi davanti a sistemi di valutazione come fossimo un Paese disastrato che subisce valutazioni standard su cui non è degno di preferire verbo. Noi crediamo, al contrario, che il nostro INVALSI possa proporsi attivamente...

PRESIDENTE. Onorevole De Torre, non mi metta in difficoltà, il suo tempo è terminato.

MARIA LETIZIA DE TORRE. D'accordo, signor Presidente, chiedo che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale del mio intervento (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Unione di Centro).

PRESIDENTE. Onorevole De Torre, la Presidenza lo consente, sulla base deiPag. 17criteri costantemente seguiti. La ringrazio per le cose che ha detto e anche per la disciplina parlamentare che ha mostrato.
L'onorevole Zaccaria ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/60.

ROBERTO ZACCARIA. Signor Presidente, penso che le persone che dall'esterno partecipano a queste sedute (le abbiamo salutate nelle tribune poco fa) abbiano una certa difficoltà a capire o a mettere insieme il tenore delle cose che noi stiamo dicendo, gli interventi che i colleghi stanno svolgendo, di alto livello, e questo clima d'Aula.
Sentono poi dire da alcuni colleghi della maggioranza, con enfasi, che stiamo varando una riforma importante della scuola. Penso che una persona dall'esterno non debba capire quasi nulla, perché si tratta di una riforma importante e, in Parlamento, 630 parlamentari non sono interessati.
Non sono interessati perché questa riforma viene discussa, ammesso che di riforma si tratti, attraverso uno strumento che si chiama decreto-legge, un atto del Governo, rispetto al quale ieri è stata chiesta la fiducia; ieri l'Aula era piena, ma era soltanto la dimostrazione del Governo che diceva di voler verificare se la propria maggioranza lo appoggiasse.
Sui contenuti, però, in quest'Aula non si parla (parlo di questo emiciclo). Questo è un elemento che credo determini uno smarrimento in chi, in questo momento, ci segue direttamente in quest'Aula e anche nel popolo italiano; non solo negli insegnanti, non solo nei genitori, ma in tutti coloro che ritengono che il processo democratico debba rispettare certe regole, e qui, in questo momento, quando si evocano pagine importanti della storia parlamentare, credo che qualcuno debba dire: ma la discussione, l'opposizione, qual è il principio che si sta discutendo?
Discutiamo del grembiulino! Certo, è importante. Qualcuno ha provato flebilmente a dire: discutiamo anche della necessità ed urgenza, perché vi sono i bulli nelle scuole e, quindi, li dobbiamo contrastare con un decreto-legge. Però, ciò che in questa sede non si dice, per pudore, credo debba essere enfatizzato in questi momenti rituali, in cui stiamo illustrando ordini del giorno, che sono poco più delle petizioni.
Una volta, quando c'era il sovrano, il monarca assoluto, ma ancora oggi, si rivolgevano petizioni e domande. L'ordine del giorno è qualcosa di simile ad una petizione. Una domanda del tipo: per favore, visto che non consentite di discutere i principi, almeno discutete di una richiesta; è una concessione che si inoltra.
Ecco perché non c'è gente; perché, naturalmente, questi ordini del giorno hanno un valore modestissimo. Non voglio, però, rinunciare anche a questa tenue possibilità che il Regolamento ci concede.
Il mio ordine del giorno è molto complesso; vorrei, però, ricordare che parliamo di alcuni fondamentali diritti sociali. Si chiamano diritto all'istruzione, diritto al lavoro.
Parlerò qui un momento del problema del tempo pieno, che è un diritto sociale. Lei, signor Presidente, che è un uomo di cultura, un filosofo, certamente sa che, nella filosofia, la nozione di diritto sociale è importante, perché il diritto sociale, all'inizio, si pensava che non fosse un diritto fondamentale come gli altri, come la libertà personale, la libertà di associazione.
Ma poi, con il tempo, si è capito che anche i diritti sociali, che si fondano sull'articolo 3 della Costituzione, sono fondamentali.

PRESIDENTE. La prego di concludere.

ROBERTO ZACCARIA. Il concetto che voglio esprimere, nei pochi secondi che mi restano, è il seguente: lo Stato non è tenuto a dare quello che i suoi mezzi non gli consentono di dare, ma se, in un certo momento storico, lo Stato ha previsto, ad esempio, le 40 ore, che sono una sintesi tra il diritto all'istruzione e il diritto al lavoro (perché consentono ai genitori di lavorare e ai ragazzi di apprendere), quando questo è dato, il ritorno indietro è, sostanzialmente, una violazione della Costituzione,Pag. 18perché significa revocare un diritto che è stato configurato in una certa fisionomia da questo Paese, dagli ordinamenti fatti in precedenza.
La Corte costituzionale lo ha affermato (l'ho citata nel mio ordine del giorno). Certo, in un ordine del giorno è quasi patetico ricordare queste cose: però vorrei che almeno chi ci ascolta, rappresentando simbolicamente il popolo italiano, capisse che noi di ciò non abbiamo il diritto di parlare (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

PRESIDENTE. Onorevole Zaccaria, grazie di aver ricordato che i diritti sociali sono un elemento fondamentale delle Costituzioni successive alla Seconda guerra mondiale, delle quali la nostra è una delle principali, ed è cara a tutti.
L'onorevole Mario Pepe (PdL) ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/242.

MARIO PEPE (PdL). Signor Presidente, signor sottosegretario, illustrerò il mio ordine del giorno n. 9/1634/242, non senza però aver fatto alcune considerazioni sulle polemiche di queste ultime ore, che sono affiorate anche in Aula e che hanno portato ieri all'intervento del Presidente della Repubblica sull'abuso della decretazione di urgenza e del voto di fiducia.
Signor Presidente, sono deputato da tre legislature e i Governi hanno sempre, per ragioni diverse, fatto ricorso a questo strumento: l'ha fatto Prodi per ingabbiare nel voto di fiducia la maggioranza sfilacciata, che non aveva unità di intenti; lo sta facendo Berlusconi per procedere a tappe forzate nella realizzazione del programma di Governo e per venire incontro alle esigenze dei cittadini. Esigenze che non sono più compatibili con i tempi del Parlamento! Il Parlamento si muove con i metodi di cent'anni fa, in cui il culto del rito prevale sull'efficienza legislativa; per cui è ineludibile la riforma, e sono contento della proposta di dare ai disegni di legge governativi una specie di canale preferenziale e tempi certi.
Ma torniamo al decreto-legge in esame. Il Ministro Gelmini sa bene che esso non risolverà i problemi della scuola, però le critiche sono state ingenerose: si è parlato di restaurazione, si è parlato di ritorno al passato, qualcuno ha detto che col voto di condotta si è tornati alla scuola di Franti e Garrone; ma, in quella scuola, quando il maestro entrava, ci si alzava in piedi! Questo decreto vuole restituire rispettabilità al maestro, perché il maestro deve diventare il punto di riferimento e con la sua cultura deve sapere incuriosire e attrarre l'attenzione degli alunni, se vogliamo salvare la scuola italiana.
Per quanto riguarda il mio ordine del giorno, si impegna il Governo, per quanto riguarda l'università, ad adottare con urgenza iniziative legislative finalizzate a modificare la legge n. 264 del 2 agosto 1999, prevedendo in particolare che l'accesso alla facoltà di medicina e chirurgia sia libero per il primo biennio.
La storia dei test di ammissione alle facoltà di medicina è una storia triste, è una storia che è stata scritta spesso dai pubblici ministeri, se non dai carabinieri e dalla Guardia di finanza. È la storia delle disillusioni di migliaia di giovani, delle loro famiglie, che hanno aperto nel Paese il dibattito sul problema più generale del diritto allo studio. I test non sono adatti a selezionare dei buoni medici! «Non so se i promossi saranno medici migliori dei bocciati»: sono le parole del mio maestro Franco Mandelli, il quale ha detto che un buon medico è colui che sa curare i malati ma sa stare anche vicino al dolore.
Signor sottosegretario, la invito a mettere mano a questa riforma, perché nei prossimi anni in Italia vi sarà una emergenza di medici nei settori strategici, come la medicina dell'immigrazione, i pronto soccorsi, le rianimazioni. E concludo con le parole di una ragazza, una delle tante che è stata bocciata, che è stata esclusa: «Signor deputato - mi ha scritto - da grande sognavo di fare il medico, ma non mi rendevo conto di vivere in un Paese dove i sogni sono a numero chiuso» (Applausi di deputati del gruppo Popolo della Libertà).

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PRESIDENTE. L'onorevole Siragusa ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/33.

ALESSANDRA SIRAGUSA. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, l'ordine del giorno che mi accingo ad illustrare parte dalla consapevolezza - che mi auguro diventi consapevolezza anche per quest'Aula - che l'Italia non è tutta uguale (non lo è in tanti settori diversi, in modo particolare per ciò che riguarda la scuola).
Il sud d'Italia presenta situazioni di difficoltà che non sono presenti nel resto del territorio, che pure conoscerà altre problematiche. La questione fondamentale per quanto concerne il decreto-legge di cui stiamo discutendo è che nel sud d'Italia il tempo pieno è residuale: nelle regioni a sud di Roma il tempo pieno si attesta, per la gran parte, al 4 per cento. Questa è una storia antica e rappresenta un problema legato a cause strutturali e ad una carenza storica dell'edilizia scolastica, che ha fatto - e fa - sì che nelle scuole del sud non esistessero gli spazi per mense e cucine.
Vi sono poi situazioni particolarmente gravi. Ricordo ad esempio, nella mia esperienza a Palermo, che nell'anno scolastico 1993-94 tra scuola dell'infanzia, elementare e media c'erano trecento classi in doppio turno (le quali non avevano, quindi, lo spazio fisico per frequentare di mattina la scuola) e si registrava il 75 per cento degli immobili in locali in affitto (non costruiti, quindi, con finalità di edilizia scolastica). Ciò ha fatto sì - mi riferisco a pochi anni dopo l'introduzione della riforma recata dalla legge n. 148 del 1990 - che il tempo pieno fosse di fatto inapplicabile.
Il Parlamento deve prendere atto di tali discrepanze sul territorio nazionale nel senso più profondo del termine: si tratta di differenze che sono soprattutto di contesto sociale. Ricordo che all'indomani dell'Unità d'Italia, già nel 1876, il Parlamento varò una Commissione d'inchiesta e trasse conseguenze molto interessanti nell'analisi dei problemi legati al Mezzogiorno d'Italia (l'inchiesta di Sonnino e di Franchetti costituì una pietra miliare proprio affinché il Parlamento potesse operare scelte differenziate rispetto ai vari territori nazionali).
Rispetto a quell'inchiesta, naturalmente, anche al sud molti passi in avanti sono stati compiuti, ma non tutti. Trovo allora singolare che si faccia riferimento alle differenze tra il nord, il sud e il centro del nostro Paese soltanto quando si parla delle competenze, per dire che OCSE piuttosto che PILS o altre indagini segnalano che al sud siamo molto indietro con riferimento alle competenze, più indietro rispetto al resto del nostro Paese.
Un'affermazione di questo tipo è, per le cose che ho detto, semplicistica. Al sud il contesto sociale è infatti molto più complesso, soprattutto nelle grandi periferie urbane delle sue città, e il livello di analfabetismo - e di analfabetismo adulto e di ritorno - è molto più alto che in altre zone del nostro Paese. È chiaro quindi che i ragazzini ed i bambini arrivano nelle scuole del sud con gap molto forti rispetto ai ragazzi di altre regioni o di altre situazioni sociali.
Ciò che è molto preoccupante nel testo del decreto-legge al nostro esame - è stato già detto in quest'Aula più di una volta - è il fatto che in situazioni come queste la riduzione a ventiquattro ore depriva i nostri ragazzi della possibilità di acquisire competenze che facciano superare i gap che pure esistono.
Su tale punto credo che già in Sicilia, per esempio (sono i dati che meglio conosco, essendo di Palermo), moltissimi passi in avanti sono stati fatti. Ho già ricordato nel mio intervento - sia in Commissione, sia in Aula in sede di discussione sulle linee generali - che nel 1988-89 la dispersione scolastica era pari, solo nella provincia di Palermo, al 7,6 per cento nella scuola elementare e al 25,6 per cento nella scuola media (tralascio i dati sulla scuola superiore perché naturalmente sono molto più drammatici). Oggi questo dato si è abbassato allo 0,94 per cento nella scuola elementare e al 9,15 per cento nella scuola media; quindi è statoPag. 20condotto un lavoro approfondito ed anche sulle competenze si è realizzato un grande innalzamento.
Bisogna però porre rimedio e cercare di dare di più a chi ha di meno. In quest'Aula Don Milani è stato citato anche a sproposito, citiamolo piuttosto per cose che servono: non c'è maggiore problematicità rispetto al tema di dare di più a chi ha di meno.
Ecco perché con il mio ordine del giorno n. 9/1634/33 chiediamo che nei territori dove il tempo pieno è residuale, come nelle regioni del sud, per cercare - come ci indicano con molta forza gli obiettivi di Lisbona - di recuperare rispetto agli obiettivi e ai benchmark da raggiungere entro il 2010, si possa tenere conto del fatto che per azioni di recupero dovrebbe essere consentito avere alcune ore di compresenza nella scuola elementare.

PRESIDENTE. L'onorevole Causi ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/206.

MARCO CAUSI. Signor Presidente l'ordine del giorno n. 9/1634/206, a mia firma, solleva una questione molto piccola, specifica, micro: la questione dei ragazzi e delle ragazze specializzandi e specializzande che sono andati a studiare all'estero, usufruendo delle borse di studio comunitarie, che rischiano adesso di non poter essere riammessi alla frequenza del corso di specializzazione 2007-2008, che è l'ultimo previsto per l'ammissione nelle graduatorie. Chiediamo con questo ordine del giorno che il caso così specifico di queste ragazze e ragazzi possa essere risolto, permettendogli il conseguimento dell'abilitazione tramite un decreto ministeriale che preveda modalità diverse di disciplina dell'abilitazione, per non punire questi ragazzi che, mentre si specializzavano, hanno anche fatto un'esperienza all'estero.
Voglio, però, partendo da questo piccolo esempio, ricordare a tutti noi di cosa stiamo discutendo. Questo è un caso tipico di quello che succede quando si fanno tagli ai servizi pubblici pensando soltanto al risultato finanziario. Il provvedimento che stiamo discutendo pensa solo al risultato finanziario e, quindi, inevitabilmente a ricaduta, procura anche dei piccoli danni come questi. Dentro questo provvedimento, infatti, non vi è un progetto, vi è soltanto un desiderio di risparmio. L'ha detto bene il Ministro Tremonti in una recente trasmissione televisiva affermando che la scuola primaria italiana funziona, ma è una scuola che non possiamo permetterci perché troppo costosa. Questo è ciò che ha detto il Ministro, ed è chiaro, quindi, che il provvedimento al nostro esame non offre un progetto di scuola, ma punta soltanto a tagli finanziari.
Noi come Partito Democratico siamo assolutamente contrari a questa cultura, a questa politica, a questo pensiero, riteniamo che si possa risparmiare sulla spesa pubblica riorganizzando e progettando nuovi modelli organizzativi contrattuali e immettendo innovazione. Certo, questo è più complicato, e nel caso dell'università è molto più semplice ciò che ha compiuto il Governo, tagliare gli stipendi dei professori universitari, mentre si potrebbe risparmiare molto di più bloccando, ad esempio, la proliferazione dei corsi, l'inconsulto aumento delle sedi universitarie. Si può fare molto di più, ma certo è molto più faticoso. Bisogna avere un progetto di Stato e di servizio pubblico, ma questo Governo e questa maggioranza con questi provvedimenti dimostrano di non avere in testa alcun progetto per il nostro Paese.
In queste ore, in questi giorni, molti invocano un nuovo intervento dello Stato nell'economia. Tutti sono diventati interventisti, anche gli stessi che per anni erano stati per iperliberisti, ma tutti poi corrono a dire che l'intervento deve essere solo temporaneo e deve servire soltanto a risolvere i problemi di chi ha problemi, come ad esempio le banche. In sostanza sono tutti diventati socialisti, ma socialisti solo per i ricchi, come per i concessionari autostradali che con un provvedimento di questo Governo e di questa maggioranza hanno avuto un grosso regalo o come perPag. 21l'Alitalia di cui abbiamo socializzato le perdite, sperando che poi qualche privato si prenda i futuri profitti.
Voglio ricordare, invece, all'Assemblea che l'intervento dello Stato in economia è una cosa seria e non può esser deciso da una settimana all'altra a seconda delle crisi finanziarie in atto. Lo Stato deve fare bene le cose che il mercato non può fare, come l'istruzione pubblica e tante altre come l'assistenza, la sanità e i livelli essenziali delle prestazioni.
Di che cosa non può non occuparsi lo Stato? Della scuola, dell'istruzione pubblica di base, del tempo pieno, del sostegno agli alunni disabili, e tutto ciò fa parte della cifra civile di un Paese. Come possiamo pensare ad uno Stato che rinazionalizza, quando torniamo indietro dall'intervento permanente dello Stato in settori così fondamentali della nostra vita civile, sociale e non soltanto economica? È questo che non ci piace. Non ci piace un atteggiamento di mero taglio finanziario, un atteggiamento di arretramento dello Stato da settori come la scuola, da dove la Stato non deve e non può arretrare (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. L'onorevole Burtone ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/21.

GIOVANNI MARIO SALVINO BURTONE. Signor Presidente, nell'illustrare il mio ordine del giorno, in premessa, voglio leggere una dichiarazione che ho sentito nei giorni scorsi. Ai Ministri Gelmini e Tremonti ricordo le parole di don Milani: usare misure eguali tra diseguali è un'ingiustizia. Non si possono prendere le stesse misure per il nord e il sud dell'Italia. Con questa riforma la Sicilia, a regime, perderà ventimila posti di lavoro. Il Presidente Berlusconi si è impegnato a far arrivare nelle scuole diecimila lavagne luminose, ma, se non ci sono insegnanti e strutture, che le manda a fare? Ci rifletta il Governo.
La riforma Gelmini è un colpo mortale alla scuola e al futuro dei giovani del sud. A fare queste dichiarazioni non è stato un esponente dell'opposizione ma un esponente della maggioranza, del Movimento per l'Autonomia, che governa in Sicilia e che è alleato nel Governo di centrodestra nel Paese. Ieri, però gli esponenti del Movimento per l'Autonomia hanno votato la fiducia e voteranno anche a favore del provvedimento, quindi queste dichiarazioni e le manifestazioni che hanno realizzato in Sicilia sono soltanto esibizionismo, esibizionismo di bassa lega. Per il Movimento per l'Autonomia è meglio rimanere nelle comode stanze della maggioranza, utilizzando il potere, e poi fare tanta ipocrisia, svolgere l'opposizione di facciata in Sicilia. Tra l'altro si aspetta l'ultimo atto di ipocrisia: sbandierare nell'isola un ordine del giorno che può essere utilizzato per fare ulteriori strumentalizzazioni.
Invece noi riteniamo che con questo provvedimento le condizioni della scuola nel sud, in particolare in Sicilia, peggioreranno una scuola già provata da difficoltà strutturali. Mi riferisco a scuole fatiscenti, insicure, senza i dovuti supporti tecnologici, senza palestre e senza laboratori, a scuole che vanno avanti grazie alla capacità e alla buona volontà degli insegnanti che operano al sud, checché ne pensi il Ministro Gelmini.
Questo provvedimento comporterà nella sola Sicilia, nel prossimo triennio, il taglio di oltre 15 mila posti di lavoro, che vanno sommati ai 2 mila 544 docenti che già quest'anno non opereranno nell'isola. La scure più pesante della legge si è abbattuta in Sicilia nella delicata frontiera dell'integrazione didattica dei disabili: 12 mila alunni disabili rimarranno senza insegnanti a seguito del taglio di ben mille unità per il sostegno. Questo provvedimento quindi produrrà conseguenze disastrose per gli insegnanti e per le famiglie, e negherà - lo vogliamo sottolineare con forza - l'accoglienza perché non assicurerà la qualità dei servizi e violerà il principio solidale dell'integrazione scolastica (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

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PRESIDENTE. L'onorevole Delfino ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/233.

TERESIO DELFINO. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, credo che sul tema in esame non sia più tempo di polemiche strumentali ed inutili. Tutti hanno, in questo Parlamento ma anche nel Paese, la convinzione che la scuola è la priorità della nazione. Se questo è condiviso, la scuola non può essere subordinata, nel suo esplicarsi, a mere esigenze di carattere economico finanziario.
Certamente la scuola deve contribuire ad un utilizzo più razionale, ad un'acquisizione di maggiore efficienza ed efficacia nell'utilizzo delle sue risorse, ma non può cominciare un cammino virtuoso con il taglio delle risorse a questo settore, a questa realtà fondamentale per l'Italia.
Siamo convinti, da sempre, che un processo di riforma della scuola sia indispensabile, ma abbiamo altrettanto detto in questi anni che non si può procedere per strappi. Abbiamo visto, per restare solo alle ultime quattro legislature, la riforma Berlinguer, la riforma Moratti, la riforma Fioroni e ora vediamo la riforma Gelmini. In questo processo di attenzione e di analisi tante volte il Parlamento è stato chiamato più a smontare o, come ha detto il Ministro Gelmini nelle sue audizioni, a sbullonare e sbullonare pezzi delle diverse riforme.
Ritengo che sia arrivato il tempo di lavorare con continuità ad una riforma vera che sappia garantire gli obiettivi di una crescita formativa, professionale ed educativa dei giovani e dei nostri ragazzi. Siamo, quindi, assolutamente d'accordo su questi obiettivi, non riteniamo che si possa fare questo senza un largo consenso di idee, con consenso generale e con una piena applicazione dei principi sanciti dagli articoli 33 e 34 della Costituzione, di cui tutti sappiamo: la scuola deve essere aperta a tutti e deve garantire una vera libertà scolastica, una vera scelta da parte della famiglia e, quindi, nel riconoscimento pieno di questa libertà, si possono avere anche scuole paritarie e sostegno alle famiglie per operare questa scelta senza vincoli economici.
Quindi in questo processo di riforma, non siamo certamente insensibili alle esigenze di razionalizzare e di recuperare efficienza ed efficacia nell'uso delle risorse, ma riteniamo che il diritto dei disabili - è l'oggetto dell'ordine del giorno di cui sono primo firmatario - sia un elemento che non possa essere assolutamente rimesso in discussione.
L'invito, l'appello che rivolgiamo al Governo - e mi auguro che la sua risposta, con l'espressione del parere, sia positiva - è che tutto quanto è stato promosso nel senso di crescita, di attenzione e di civiltà verso le persone in difficoltà, sancito proprio dagli articoli che riguardano l'inserimento dei diversamente abili nella nostra scuola, non solo sia confermato nei parametri ma semmai sia ulteriormente consolidato e migliorato.

PRESIDENTE. La invito a concludere, onorevole Delfino.

TERESIO DELFINO. Anche perché - concludo - signor Presidente, tale questione fa parte di un grande tema presente nelle scuole italiane a tutti i livelli: evitare una dispersione scolastica che soprattutto nelle scuole superiori e negli istituti universitari significa una diminuzione del patrimonio vero e reale per il nostro Paese, la risorsa umana.

PRESIDENTE. L'onorevole Levi ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1634/35.

RICARDO FRANCO LEVI. Signor Presidente, questi che stiamo vivendo sono momenti di grave preoccupazione per tutti i cittadini e per le nostre famiglie. I venti di crisi che spirano ormai impetuosi e minacciosi, giorno dopo giorno, rendono l'orizzonte della vita quotidiana preoccupante e pieno di nubi.
Il testo dell'articolo 5 del decreto-legge che stiamo discutendo oggi, a cui si riferisce l'ordine del giorno di cui sono primoPag. 23firmatario, muove da una preoccupazione che si colloca nel quadro che ho appena disegnato.
Infatti si riferisce alla necessità di alleviare il costo che grava sulle famiglie italiane per l'acquisto dei libri, l'educazione e la formazione dei giovani. Si tratta di una motivazione e di un obiettivo che non possono che essere condivisi da tutti. Le modalità di intervento scelte dal decreto-legge in esame sono tuttavia o insufficienti o francamente sbagliate.
Nel corso della discussione presso la Commissione cultura è stato rilevato in più di un'occasione e da più intervenuti che il meccanismo scelto, che è quello di impedire o di procrastinare nel tempo il rinnovo dei libri di testo, è uno strumento sostanzialmente rozzo e non riesce a venire incontro alle necessità vere che si pongono per le nostre famiglie. Per di più, quello in esame è un provvedimento che lascia margini di ambiguità molto forti, in quanto, laddove parla di adozioni dei libri di testo, non chiarisce se si tratti delle nuove adozioni oppure di tutte le adozioni, adombrando la possibilità che, improvvisamente, nell'anno «x», tutti i libri di testo debbano essere adottati ex novo in un colpo solo, senza alcuna attenzione riguardo alle decisioni prese negli anni precedenti.
Nel corso delle audizioni di fronte alla Commissione parlamentare, il Ministro Gelmini disse con precisione che ci si riferiva solo alle nuove adozioni, però poi non venne accettato un emendamento che avrebbe chiarito e risolto questa ambiguità. In occasione della manifestazione degli Stati generali dell'editoria, di fronte ai rappresentanti del mondo della scuola e degli editori, il Ministro Gelmini ha di nuovo pubblicamente e formalmente ripetuto che si tratta solo delle nuove adozioni. Prendiamo dunque atto di tale chiarimento dato dal Ministro, però rimane questa ambiguità e rimane sostanzialmente il dubbio sull'efficacia delle misure introdotte, così come definite nell'articolo 5 del decreto-legge in esame, nel far fronte alle preoccupazioni delle nostre famiglie. L'ordine del giorno n. 9/1634/35 a mia firma, che illustro oggi, chiede di impegnare il Governo ad adottare le opportune iniziative normative, sin dalla prossima manovra di bilancio, volte ad agevolare e rendere meno oneroso l'impegno economico delle famiglie, attraverso misure economiche concrete come, ad esempio, la detraibilità fiscale delle spese in libri per l'istruzione e la formazione dei giovani.
Noi crediamo che sia questa, quella della detraibilità fiscale, la via maestra per consentire alle nostre famiglie di vedersi sollevate da un costo che in questo momento grava in modo ancora più insopportabile sulle loro spalle (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. L'onorevole Naccarato ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno 9/1634/126.

ALESSANDRO NACCARATO. Signor Presidente e colleghi, l'illustrazione del mio ordine del giorno è l'occasione per svolgere le riflessioni che in quest'aula non si sono potute svolgere per le modalità con cui il Governo ha deciso di procedere nell'esame del provvedimento sottoposto alla nostra attenzione, e questo è il primo punto che credo abbia un aspetto di gravità davvero notevole: prima la scelta di procedere con lo strumento del decreto-legge, poi addirittura la posizione della questione di fiducia. Ciò costringe, quindi, ad approfittare (per così esprimermi) della fase di esame degli ordini del giorno per sollevare alcune questioni di merito, che non è stato possibile sollevare durante il normale e ordinario dibattito, peraltro utilizzando - e il mio ordine del giorno insiste sul punto - in modo strumentale il tema dell'educazione alla cittadinanza e alla Costituzione.
Credo, infatti, che non sfugga un aspetto di assoluta contraddittorietà relativo al fatto che, da una parte, si afferma di voler rafforzare l'insegnamento di queste materie ed introdurle in tutti gli ordini di insegnamento, dall'altra, invece, attraverso i tagli strutturali alla scuola, si riduce il servizio e, quindi, di fatto, si entra in contrasto con alcuni dei princìpiPag. 24previsti nella nostra Costituzione. Ne cito alcuni velocemente.
La prima questione riguarda la scuola elementare: partite dall'ordinamento e dal tipo di scuola che meglio funziona nel nostro Paese e che viene definita, non a caso, uno degli aspetti di eccellenza del livello di formazione e di istruzione del Paese, spesso portata ad esempio da altri Paesi che hanno deciso di uniformarsi al nostro modello di insegnamento. Parliamo di una struttura sociale diffusa, presente in tutto il territorio nazionale e spesso presidio delle istituzioni, soprattutto nelle zone più delicate e con maggiori rischi dal punto di vista di coesione sociale del Paese. Mettere in discussione questo con tagli robusti, come si fa con questo provvedimento, di fatto incrina il rispetto di alcuni princìpi costituzionali nelle zone più delicate del Paese e questo di sicuro è un aspetto di incoerenza con quanto si afferma nel decreto-legge.
In secondo luogo - e credo che sia l'aspetto su cui insistere maggiormente - la riforma che viene stravolta e smontata, e che risale al 1990 e agli aggiustamenti poi successivamente intervenuti, oltre ad essere stata il frutto ed il risultato di un lungo confronto durato almeno cinque anni in termini di dibattito parlamentare e molto di più in termini di dibattito tra esperti pedagogisti ed esperti della materia (altro quindi che un decreto-legge che in pochi giorni viene portato all'attenzione del Parlamento e poi con il voto di fiducia viene approvato), aveva consentito di introdurre alcune materie, alcuni aspetti di assoluto valore nella scuola elementare: penso all'insegnamento della lingua inglese, all'integrazione dei bambini diversamente abili, all'accoglienza e all'integrazione dei bambini stranieri. Guardate che questo è un punto delicatissimo perché non possiamo pensare di introdurre l'educazione alla cittadinanza e lo studio della Costituzione quando poi, di fatto, non saremo in grado di assicurare un tempo scuola e insegnamenti sufficienti per i bambini stranieri che vengono nel nostro Paese, per i bambini diversamente abili, per la necessità - come si dice nei documenti di cui spesso si parla - di avviarsi verso una società della conoscenza e della formazione. Quindi, si dicono delle cose e poi, di fatto, si fa l'esatto contrario.
Vi è, infine, un'ultimissima questione che vorrei toccare velocemente, Presidente, sempre a proposito di educazione alla cittadinanza e insegnamento della Costituzione. Con il decreto-legge n. 112 del 2008, esaminato all'inizio dell'estate dal Parlamento, di fatto è stato cancellato l'obbligo di istruzione a sedici anni. Ritengo che si debba riflettere su questo punto quando parliamo di educazione alla cittadinanza e alla Costituzione, perché anche in questo caso vediamo una contraddizione enorme tra quanto il Governo fa e quanto aveva annunciato nei propri programmi e nei propri propositi elettorali. Se noi, come è stato fatto, cancelliamo l'obbligo di istruzione a sedici anni, di fatto non consentiamo alle parti in maggiore difficoltà, più povere, alle famiglie con più problemi del nostro Paese, di poter usufruire di un servizio fondamentale per inserire i ragazzi nella società del domani. Quindi, ancora una