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Resoconto dell'Assemblea

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XVI LEGISLATURA


Resoconto stenografico dell'Assemblea

Seduta n. 452 di giovedì 24 marzo 2011

Pag. 1

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE MAURIZIO LUPI

La seduta comincia alle 10,20.

SILVANA MURA, Segretario, legge il processo verbale della seduta del 23 marzo 2011.
(È approvato).

Missioni.

PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati Albonetti, Alessandri, Brugger, Bruno, Cicchitto, Cirielli, Colucci, Crimi, D'Alema, Dal Lago, Della Vedova, Donadi, Fava, Franceschini, Galati, Alberto Giorgetti, Lo Monte, Lombardo, Martini, Milanato, Ravetto, Reguzzoni, Sardelli, Stefani, Tabacci, Valducci e Vito sono in missione a decorrere dalla seduta odierna.
Pertanto i deputati in missione sono complessivamente sessantasei, come risulta dall'elenco depositato presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto della seduta odierna.

Ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato A al resoconto della seduta odierna.

Comunicazioni del Governo sulla crisi libica.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di comunicazioni del Governo sulla crisi libica, che avranno luogo a partire dalle ore 10,30.
Sospendo la seduta.

La seduta, sospesa alle 10,25, è ripresa alle 10,30.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE GIANFRANCO FINI

PRESIDENTE. Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi per il dibattito è pubblicato in calce al resoconto stenografico della seduta del 23 marzo 2011.
Ricordo che dopo le comunicazioni del Governo i gruppi hanno convenuto di passare direttamente alle dichiarazioni di voto, che avranno luogo, con ripresa televisiva diretta, a partire dalle ore 11,30.

(Interventi del Governo)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il Ministro degli affari esteri, Franco Frattini.

FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri. Signor Presidente, onorevoli deputati, l'Italia e la Libia sono accomunate da vicinanza geografica, da legami storici e culturali, da forte complementarità tra le rispettive economie e sentimenti di profonda amicizia tra i due popoli. Sono legami che affondano le loro radici nella particolare qualità del dialogo instauratosi nel tempo tra le società e i popoli dei nostri due Paesi e sono stati alimentati dalla riconciliazione che l'Italia ha voluto compiere, cancellando le recriminazioni lasciate dal passato coloniale. I sentimenti di amicizia con il popolo libico ci avevano spinti a favorire con tutte le nostre forze una soluzione pacifica alla crisi. I nostri atti, sin dal primo momento, prima ancora della risoluzione n. 1973, Pag. 2sono stati tesi all'unico obiettivo di impedire che quella che è stata chiamata la «primavera del Mediterraneo» fosse soffocata nel sangue. Per un momento abbiamo anche sperato che il colonnello Gheddafi potesse scegliere la via dell'esilio, ipotesi evocata da più parti per evitare il massacro dei civili. Abbiamo perciò condiviso prima le sanzioni della risoluzione n. 1970 e poi le più drastiche misure previste dal capitolo VII dello Statuto dell'ONU.
Non si tratta affatto, onorevoli colleghi, di fare la guerra, ma di impedire la guerra e le sue nefaste conseguenze. Si tratta di portare aiuto a chi è in balia di un'offensiva bellica indiscriminata. E, per portare questo aiuto, è necessaria la forza, il diritto e il potere di proteggere che l'ONU ha solennemente sancito nel suo Statuto. Ecco allora che la risoluzione n. 1973 è lo sbocco di una graduale azione diplomatica della comunità internazionale. Con la sua adozione e con il suo mancato rispetto da parte del regime libico la pagina è stata voltata. Il regime si è posto definitivamente fuori dalla cornice di legalità internazionale. La risoluzione ha confermato l'obbligo primario della protezione della popolazione civile adottando più stringenti misure, come l'istituzione di una zona di interdizione dal volo. La decisione è anche espressione di richieste della Lega araba e risponde in termini politici all'appello del Consiglio nazionale libico di transizione di Bengasi. Il Governo ha costantemente tenuto informato il Parlamento sugli sviluppi della crisi. Abbiamo condiviso con esso l'intenzione di partecipare all'intervento in attuazione della risoluzione n. 1973. Su tali basi, abbiamo assicurato la nostra partecipazione a pieno titolo alle operazioni avviate. In tale quadro, l'Italia sta dando e darà il proprio contributo, nel puntuale rispetto dei limiti che la stessa risoluzione n. 1973 ha stabilito per l'intervento. Abbiamo garantito l'utilizzo delle basi sul territorio italiano e l'impiego di uomini e mezzi aerei e navali delle nostre Forze armate; l'azione è condotta in stretto coordinamento con i partner internazionali e in contatto con i diversi attori regionali. Onorevoli colleghi, vogliamo evitare che una guerra sanguinosa proceda con il regime che continua purtroppo a colpire il suo popolo. Ecco perché ci siamo e ci saremo con piena dignità e faremo valere i principi assoluti di solidarietà e di civiltà, quando li sentiremo messi tra parentesi o addirittura calpestati. Ma restiamo convinti anche del fatto che la soluzione della crisi passi attraverso l'avvio del dialogo nazionale, di un autentico processo costituente che coinvolga tutte le componenti politiche, sociali e tribali della Libia.
Un dialogo, questo, ed una soluzione politica con una sola precondizione, che l'intera comunità internazionale, e con essa l'Italia, ha posto: l'abbandono del potere da parte del colonnello Gheddafi. Vogliamo condividere con il Parlamento l'impegno volto ad assicurare la piena conformità delle azioni agli obiettivi della risoluzione e ribadire la volontà di ripristinare con la Libia del dopo Gheddafi quel rapporto preferenziale che è, a nostro avviso, idoneo a tutelare i nostri interessi nazionali, compresi quelli economici.
È un impegno, spero, che potrà mostrare unite le istituzioni e la politica dell'Italia, in nome dell'interesse superiore generale del Paese. Onorevoli colleghi, dividersi, specialmente quando condividiamo le linee di fondo dell'azione italiana, indebolisce il Paese e non rappresenta la necessaria solidarietà e l'incoraggiamento per coloro che, in teatri difficili, stanno portando oggi la bandiera italiana (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Unione di Centro). Approvata, quindi, la risoluzione n. 1973, era necessario partire con un'azione urgente che scongiurasse in via temporanea un massacro di civili. Ma superata questa primissima fase, dobbiamo ora tornare alla fisiologia, dobbiamo tornare alle regole: un'unica catena di comando assicurata dalla NATO. Nel contempo, siamo convinti della necessità di coinvolgere attivamente l'Unione europea, soprattutto per gli Pag. 3aspetti umanitari della crisi. Una forte consultazione politica e uno stretto coordinamento operativo faranno la differenza nella realizzazione delle operazioni prescritte dalla risoluzione, garantendo efficienza, coerenza e condivisione delle scelte politico-strategiche.
Le conseguenze delle operazioni, onorevoli colleghi, ricadono su tutti noi, e dunque dobbiamo evitare il rischio di essere corresponsabili di azioni non volute. Ecco perché dobbiamo trovare formule adeguate per coinvolgere politicamente un numero più ampio di Paesi, a cominciare da quelli del mondo arabo. Un comando garantito da un'organizzazione dalla consolidata esperienza, qual è la NATO, assicura coesione ed efficacia della coalizione. Questa nostra posizione, autorevolmente sostenuta anche dal Presidente Napolitano, è stata condivisa da gran parte degli alleati, a cominciare dal Presidente Obama, che ha correttamente parlato di un ruolo chiave, su cui, da due giorni, il Consiglio atlantico, a Bruxelles, sta lavorando.
Abbiamo contribuito a questa soluzione con il nostro fermo atteggiamento. Io stesso avevo potuto esprimere, lunedì scorso a Bruxelles, la posizione chiara secondo cui, qualora non fosse stato raggiunto un accordo tra i Paesi alleati sul ruolo chiave della NATO, l'Italia avrebbe dovuto anche considerare l'ipotesi di riassumere una responsabilità nazionale per le proprie attività. Ed ecco allora che una netta preferenza per il quadro NATO si è delineata, anche da parte dei Paesi arabi pronti ad operare con noi. Sempre in ambito NATO, l'Italia ha chiesto e ottenuto che l'embargo sulle armi sia attuato anche tramite un'operazione navale di pattugliamento delle acque internazionali mediterranee. L'Italia svolgerà un ruolo cruciale con il comando dell'operazione da Napoli e con un ammiraglio italiano.
Quanto al ruolo dell'Unione europea, il Consiglio dei ministri degli esteri ha stabilito l'obiettivo primario della protezione dei civili e del sostegno alle loro aspirazioni democratiche. Abbiamo espresso la nostra determinazione ad agire d'intesa in particolare con la Lega araba e con l'Unione africana. Continueremo, come Unione europea, a fornire assistenza umanitaria alle vittime delle violenze. Possiamo fornire sostegno materiale, incluso l'utilizzo di assetti della protezione civile europea, per le iniziative internazionali di soccorso e di evacuazione condotte sotto l'egida dell'ONU.
Abbiamo invitato l'Alto rappresentante - ed è questa una richiesta italiana - a sviluppare la pianificazione di un'operazione di assistenza umanitaria e di protezione civile anche attraverso l'impiego di mezzi navali, un'azione europea in coordinamento con l'ONU e con la NATO che, com'è ovvio, avrà una forte deterrenza anche nei confronti delle organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani. Una pianificazione urgente per la quale l'Italia ha messo a disposizione il quartier generale operativo per l'attuazione immediata, un'offerta che l'Unione europea ha apprezzato e che, su nostra richiesta, ha richiamato, proprio lunedì, in un punto formale della nostra risoluzione. Anche l'Unione europea, onorevoli colleghi, come la NATO, è davanti a una sfida da affrontare, la sfida alla credibilità, la sfida dell'azione, la sfida del risultato. Il metodo del multilateralismo, che noi sosteniamo, non può essere soltanto un proclama. Sarà altrimenti sempre più diffusa la tendenza ad azioni unilaterali o a direttori ristretti, che l'Italia sempre rifiuterà.
Nel quadro delle misure dell'ONU, siamo stati e rimaniamo impegnati a dare attuazione alle sanzioni finanziarie. A tale riguardo, abbiamo congelato tra i 6 ed i 7 miliardi di euro di beni riconducibili al regime di Gheddafi. Abbiamo anche messo a punto delle sanzioni nel settore energetico. Oggi a Bruxelles il Consiglio europeo adotterà le sanzioni sui prodotti petroliferi nei riguardi della compagnia petrolifera libica e delle sue sussidiarie. Anche tali sanzioni sono previste dalla risoluzione n. 1973. Prima della sua adozione, il colonnello Gheddafi - lo ricorderete - aveva minacciato di Pag. 4sostituire i fornitori europei con quelli di Paesi extraeuropei. Ora non può più farlo poiché, precludendo ad ogni potenziale acquirente al mondo di comprare petrolio libico, siamo ormai tutti tutelati nella medesima maniera: non c'è più il rischio che le compagnie europee siano scavalcate da parte di società concorrenti, perché tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite devono rispettare l'embargo.
Non è allora fondata anche la tesi secondo cui i contratti delle nostre imprese sarebbero stati meglio tutelati in caso di nostro mancato intervento. Le sanzioni internazionali contro il regime avrebbero comunque svuotato quei contratti di ogni efficacia ed analogo ragionamento sarebbe valso nel poco realistico caso in cui Gheddafi dovesse, alla fine, prevalere, perché in ogni caso le sanzioni continuerebbero a dispiegare i loro effetti e renderebbero inefficaci e inapplicabili i contratti già firmati.
Ciò non toglie che occorre continuare ad operare per tutelare nel futuro della Libia le posizioni contrattualmente acquisite dalle imprese italiane nel mercato libico, quando un regime democratico e riconosciuto dall'ONU si sarà affermato. Faremo allora valere, a quel tempo, la piena efficacia dei contratti delle imprese italiane.
Il Consiglio nazionale di Bengasi ha già assicurato di voler adempiere a quei contratti, quando sarà in condizioni di farlo, dicendosi convinto del fatto che le libertà economiche e lo Stato di diritto sono aspetti cruciali delle rivendicazioni libiche, di quella che oggi è l'opposizione libica e di quella che noi speriamo sarà domani la nuova Libia.
Nel frattempo, le imprese europee, impossibilitate ad onorare i contratti in ragione delle sanzioni ONU, trovano oggi una tutela giuridica in un regolamento dell'Unione europea, adottato pochi giorni fa, che prevede modalità per assicurare i pagamenti dovuti alle imprese europee in base a contratti eseguiti prima dell'entrata in vigore delle sanzioni.
Onorevoli colleghi, una questione delicata è quella della vigenza del Trattato bilaterale tra Italia e Libia. Esso è stato evocato per chiedere al Governo una valutazione sulla condizione giuridica in cui esso si trova.
Fino all'adozione della risoluzione n. 1973 quell'accordo poteva considerarsi, di fatto, sospeso ma ora, con l'entrata in vigore della risoluzione n. 1973, alla luce dell'articolo 103 della Carta dell'ONU, vi è la prevalenza assoluta ed automatica degli obblighi della Carta su quelli assunti dagli Stati membri con qualsiasi altro accordo internazionale o bilaterale. Ecco dunque che il quadro giuridico è cambiato: siamo tenuti ad adempiere le decisioni vincolanti del Consiglio di sicurezza. Ne discende non più la sospensione di fatto, ma di diritto e automatica degli obblighi del Trattato bilaterale, la cui applicazione sarebbe ovviamente vietata formalmente dalla risoluzione n. 1973. Onorevoli colleghi, soggetti nel diritto internazionale non sono i Governi ma gli Stati: ecco perché guardiamo al futuro delle nostre relazioni bilaterali e all'interesse a mantenere in vita il Trattato, ancorché sospeso di diritto in via automatica, per conservare, in prospettiva, un rapporto preferenziale con la Libia del dopo Gheddafi.
Vi sono, poi, degli aspetti umanitari di grande importanza. L'Italia è pronta a proseguire l'azione umanitaria che abbiamo intrapreso. L'Italia, onorevoli colleghi, è stato il primo e finora unico Paese europeo ad aver portato aiuti umanitari nella città di Bengasi (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e Unione di Centro). Con due navi italiane sono arrivate 90 tonnellate di materiali: cibo, attrezzature, medicinali e beni di prima necessità. È una testimonianza concreta, al di là dei facili proclami spesso non seguiti dai fatti, di una vicinanza reale ai bisogni e alle richieste del popolo libico. Continueremo ad essere protagonisti dell'aiuto umanitario a quel popolo che sta soffrendo.
Ma vi è anche un altro aspetto delicato, quello dell'immigrazione. Molti avevano tacciato come allarmistica la previsione di massicci afflussi di migranti. Dalla Tunisia abbiamo visto arrivare, da Pag. 5gennaio, 15.000 immigrati clandestini. Non parlo solo delle condizioni di disagio di Lampedusa, ma anche di tutti i centri che si trovano nelle regioni italiane. E la concreta possibilità che nuovi ed anche superiori flussi provengano presto dalla Libia impone in ogni caso una strategia in chiave europea.
Fin dall'inizio della crisi abbiamo avanzato tre richieste: maggiore cooperazione dell'Unione con i Paesi della sponda sud, gestione europea dei flussi sulla base di una effettiva condivisione degli oneri tra gli Stati membri e definizione di un sistema unico di asilo europeo. Questi principi sono stati raccolti dal Consiglio europeo dell'11 marzo scorso e dal Consiglio dei Ministri degli affari esteri, il 21 marzo scorso. Lavoriamo, onorevoli colleghi, per una nuova Libia e un nuovo partenariato euromediterraneo.
La dimensione politica e quella del partenariato rappresentano la prospettiva su cui dobbiamo impegnarci maggiormente. Un punto chiave della risoluzione è l'invito a promuovere un dialogo nazionale di riconciliazione. Spetta all'Unione europea, all'ONU, alla Lega araba e all'Unione africana facilitare quel dialogo, favorendo il coinvolgimento dei gruppi tribali di cui la Libia è composta. Dobbiamo far funzionare ed attuare da subito il cessate il fuoco e la no fly zone. Ciò vuol dire fermare le violenze e creare le condizioni affinché il dialogo di riconciliazione nazionale possa davvero svilupparsi. L'ONU, credo, dovrà presto verificare sul terreno il cessate il fuoco e su questa base una fase politica si potrebbe aprire.
L'Italia vuole e può concorrere attivamente a creare le condizioni perché un dialogo politico e una vera strategia per il dopo Gheddafi siano avviati. Abbiamo aperto un canale diretto con Bengasi, abbiamo canali costanti. Io personalmente ho avuto contatti con il Presidente del Governo provvisorio libico, l'ex ministro della giustizia Jalil.
Abbiamo riaperto a Bengasi il consolato italiano; esponenti del Consiglio di Bengasi sono venuti a Roma a rappresentare richieste e prospettive: è l'obiettivo della riconciliazione, ma anche quello dell'integrità territoriale del Paese. Non vogliamo una Libia divisa in due; essa non sarebbe nell'interesse del popolo libico, e lo stesso comitato di Bengasi ha sempre mostrato forte contrarietà a questa prospettiva. In conclusione onorevoli colleghi, lavoreremo senza paternalismi per favorire una transizione democratica in un Paese che è al centro del Mediterraneo e di vitali interessi nazionali dell'Italia. Lo faremo portando un contributo originale dell'Italia già domani, all'incontro che l'Unione africana ha promosso ad Addis Abeba con l'Unione europea, l'ONU e la Lega araba per riflettere sulle prospettive politiche del futuro della Libia.
Vogliamo lavorare su una vera integrazione euromediterranea di tutti i Paesi della sponda sud: una stagione politica che, nell'avvicinarsi della vera democrazia e dei diritti, preservi i popoli dalle pericolose tentazioni di influenze radicali o fondamentaliste. Signor Presidente, siamo impegnati con piena responsabilità, leali alla coalizione e al rispetto della legalità internazionale. Oggi non portiamo la guerra in Libia, siamo e saremo ancora di più attenti alla popolazione civile, all'uso della forza strettamente conforme alle regole dell'ONU, e alla ricerca di una riconciliazione nazionale che, dopo il regime, offra al popolo libico prospettive di prosperità e di autentica libertà. Vi ringrazio (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il Ministro della difesa, onorevole La Russa.

IGNAZIO LA RUSSA, Ministro della difesa. Signor Presidente, poiché abbiamo già illustrato al Senato gli argomenti che riproponiamo in questa sede cercherò di non discostarmi molto da quanto già dichiarato nell'altra Camera e pertanto signor Presidente, onorevoli senatori, la mia comunicazione... (Commenti)
Chiedo scusa, signor Presidente, onorevoli deputati...

Pag. 6

PRESIDENTE. Non si discostava, appunto...

IGNAZIO LA RUSSA, Ministro della difesa. La mia dichiarazione sarà volutamente pressoché uguale, letteralmente uguale a quella del Senato, anche se per la verità è mia abitudine non leggere ma parlare a braccio. La comunicazione del Ministro Frattini è stata largamente esaustiva, con argomenti che condivido pienamente e che mi esimono dal fare ripetizioni. Al quadro delineato dal Ministro Frattini cercherò di fornire opportune integrazioni in larga parte più di specifica pertinenza del Ministero della difesa. Un dato che non è stato forse sottolineato con sufficiente rilievo è quello della straordinaria accelerazione dei tempi operativi che è avvenuta in questa vicenda come mai era successo nelle pur molteplici crisi internazionali degli ultimi anni. Dal momento in cui si è posta l'eventualità di un intervento internazionale al momento in cui è poi arrivata una risoluzione, e questa è poi diventata operativa, è passato un tempo così breve come mai era capitato in precedenti occasioni.
Quali sono i fattori che hanno determinato tale accelerazione? In primo luogo ha risposto l'accelerazione all'esigenza di fermare i combattimenti in atto in quella che era divenuta una vera e propria guerra tra le fazioni contendenti di una Libia spaccata in due, con gravissime ripercussioni sulla popolazione civile; l'intervento si è reso inevitabile quando la rotta del fronte anti Gheddafi era ormai costretta nella zona di Bengasi, e già si immaginava la possibilità di azioni veramente pesanti per le popolazioni civili, atteso che anche il figlio di Gheddafi aveva dichiarato che sarebbero stati presi casa per casa, mentre il Segretario di Stato americano definiva le violenze atrocità inenarrabili.
Dall'altro lato, l'accelerazione ha influenzato negativamente la predisposizione delle misure organizzative necessarie a garantire la migliore esecuzione dell'intervento internazionale. Fra questi due opposti fattori non vi è alcun dubbio che il primo, quello della necessità di intervenire prontamente, era prioritario, appunto in termini di tempo e di importanza. D'altra parte, la stessa risoluzione, la n. 1973, richiamava, innanzitutto, la protezione della gente libica. Se è lecito chiedersi se questa risoluzione, che è quella che ha, poi, dato legittimazione all'intervento, è stata utile, noi rispondiamo di sì. Quella che poteva diventare una strage di popolo si è arrestata ed i combattimenti sono, poi, diventati scontri tra le forze in armi di due schieramenti, forze governative e forze di opposizione. Se volessimo fare un macabro, lugubre calcolo delle vittime, sicuramente diremmo che, dal 18 marzo in poi, le vittime, se ci sono state - e, ahimè, ci sono state -, sono state in numero inferiore rispetto a quanto era successo prima e, soprattutto, rispetto a quanto sarebbe successo se fosse mancato l'intervento della comunità internazionale.
Come è arrivata Italia all'intervento? Qualcuno ha detto che vi è arrivata troppo presto, qualcun altro, invece, ha lamentato che l'intervento della comunità internazionale e dell'Italia stessa è arrivato troppo tardi. In realtà, noi riteniamo che mai come in questa occasione il Governo ha scelto i tempi giusti ed adeguati alla necessità di intervenire immediatamente sul piano umanitario. In questo, per la verità, il Governo ha avuto il conforto - devo dirlo - dell'opinione della stragrande maggioranza della Camera e del Senato, espresso con il voto nelle Commissioni congiunte esteri e difesa. Aggiungo che il nostro Paese, prima ancora della risoluzione dell'ONU, è stato il più impegnato nell'evacuazione di cittadini stranieri e di cittadini italiani (1.329). Si pensi che abbiamo evacuato un numero di cittadini stranieri superiore di quattro volte a quello dei cittadini italiani. Come ha ricordato il Ministro Frattini, il nostro Paese è stato il primo a mandare aiuti a Bengasi, anche alla frontiera con la Tunisia, fornendo assistenza sanitaria, trasportando e riportando a casa egiziani e persone di molti altri Paesi. Complessivamente, abbiamo effettuato 11 missioni aeree - parlo di Pag. 7missioni di solidarietà, di aiuto e di evacuazione - ed abbiamo mandato due unità navali per il trasporto di aiuti umanitari. Ancora siamo stati i primi ad offrire, sempre nella fase precedente alla risoluzione, le nostre basi di Amendola, Gioia del Colle, Sigonella, Aviano, Trapani, Decimomannu e Pantelleria.
Quotidianamente mi è capitato di parlare con i Ministri degli esteri, non solo dei Paesi europei, ma anche extraeuropei, per rispondere alla loro richiesta di utilizzo delle nostre basi che sono sempre state concesse con la precisa avvertenza che potessero essere utilizzate solo per scopi umanitari. D'altra parte, non avremmo potuto immaginare nessun altro tipo di intervento senza un preventivo via libera degli organismi internazionali, come impone, peraltro, la nostra Costituzione. Quando le Nazioni Unite, superando difficoltà insite nelle proprie modalità di decisione che, come sapete, prevedono la possibilità del diritto di veto per alcune nazioni, hanno ottenuto il sì della larga maggioranza del Consiglio di sicurezza, anche se con l'astensione di Russia e Cina - che avrebbero, appunto, potuto ricorrere al diritto di veto -, l'Italia si è trovata davanti alla scelta di partecipare allo sforzo della comunità internazionale teso a salvaguardare, come imponeva la risoluzione, l'integrità fisica del popolo libico e di farlo senza indugio. L'alternativa sarebbe stata quella di non partecipare, soluzione, a mio avviso, impensabile in quelle condizioni. E non certo la nostra partecipazione è stata mossa dalla ricerca di ricavare particolari vantaggi, ma da una situazione che si è improvvisamente e imprevedibilmente venuta a creare dopo che tutto il nord Africa si era infiammato, contagiando anche la Libia. Non poteva esserci nessun vantaggio, né ce ne può derivare da questa vicenda in cui l'Italia è, semmai, dovuta intervenire con la doverosa attività di solidarietà e di intervento umanitario per cercare di limitare le conseguenze negative per i nostri interessi nazionali.
Il Governo ha convocato, lo voglio ricordare, una riunione la mattina del 18 marzo e ha deciso che l'unica soluzione da adottare fosse quella di dare mandato ai Ministri degli esteri e della difesa di recarsi dinanzi al Parlamento, alle Commissioni esteri e difesa riunite, in quanto peraltro le Aule di Camera e Senato non erano convocabili con immediatezza, per prospettare l'opportunità di una adesione alla coalizione che si andava formando in esecuzione del deliberato delle Nazioni Unite per proteggere le popolazioni della Libia. Non vi era dubbio, come ci ha indicato il Parlamento attraverso il voto unanime dei presenti con la non partecipazione al voto della Lega Nord e dell'IdV, che quella scelta fosse, per così dire, giusta ma anche obbligata: non solo a rendere disponibili le nostre basi - questa sì una scelta determinante - perché le nostre basi apparivano e sono indispensabili per l'applicazione di ciò che la comunità internazionale ci chiedeva, ma anche per una nostra partecipazione attiva, una partecipazione per la quale non c'è certo stato entusiasmo, ma neanche esitazione: è stata una scelta logica quella di dare un contributo concreto e attivo sia pure limitato in confronto all'impegno di altri Paesi della coalizione. Abbiamo dunque aderito alla coalizione e fornito le basi, esattamente come ci ha indicato, nel pomeriggio del 18 marzo scorso, il Parlamento con il voto unanime dei membri presenti delle Commissioni esteri e difesa, salvo le astensioni di cui vi ho detto. L'indomani mattina, a Parigi, il nostro Presidente del Consiglio ha partecipato ad una riunione nel corso della quale è stata presa la decisione di formare la coalizione. In quell'occasione è stato votato un documento con il quale si decideva di agire congiuntamente e attivamente per rendere concrete le prescrizioni della risoluzione n. 1973.
Subito dopo il Ministro degli esteri ha provveduto in quell'occasione a notificare al Segretario generale dell'ONU nonché alla Lega Araba la nostra adesione alla coalizione della quale facevano parte e fanno parte ad oggi Stati Uniti, Gran Pag. 8Bretagna, Francia, Italia, Spagna, Canada, Danimarca, Belgio, Grecia (tutti Paesi appartenenti alla NATO) ai quali si aggiunge il Qatar.
Successivamente alla notifica - ecco gli elementi di pertinenza della Difesa - abbiamo deciso quale assetti trasferire sotto l'autorità della coalizione che ha come comandante l'ammiraglio Locklear che unisce in sé molte funzioni di comando NATO e USA e che per la specifica esigenza agisce in qualità di comandante americano delle forze della coalizione. La domanda chi comanda? oggi ha questa risposta. Quando avverrà il passaggio del comando delle operazioni della coalizione alla NATO - cosa che come sapete e come vi ha appena illustrato il Ministro Frattini è stata richiesta, voluta e ottenuta dall'Italia - egli presumibilmente ne diverrà automaticamente il titolare utilizzando in questo caso tuttavia la struttura militare dell'alleanza.
Nell'ambito dell'attuale struttura della coalizione il coordinamento delle operazioni e degli assetti nazionali è stato costantemente garantito dalla presenza di ufficiali di staff italiani presso i comandi multinazionali, comando interforze sulla nave Mount Whitney, comando delle operazioni aeree di Ramstein.
Per quanto riguarda la catena di comando e controllo la posizione italiana, sostenuta peraltro dalla quasi totalità dei Paesi dell'alleanza, ha consentito di giungere rapidamente alla decisione assunta ieri dal Consiglio atlantico per affidare la gestione dell'embargo alla NATO. Al riguardo riconfermo quanto già apparso sugli organi d'informazione, cioè che il comando tattico di questa operazione sarà posto con ogni probabilità nelle mani dell'ammiraglio Veri, nelle sue funzioni di comandante navale NATO di Napoli, a sua volta alle dipendenze dell'ammiraglio Locklear. Anche per quanto riguarda la no fly zone riteniamo che un accordo per l'assunzione di responsabilità da parte dell'alleanza possa essere raggiunto in tempi brevi. Sono invece attualmente in corso di definizione gli aspetti relativi alla questione politico-strategica e alla discendente struttura di comando e controllo per le operazioni in atto di protezione dei civili anche chiamata no fly zone plus che prevede anche azioni dirette.
Come sapete, attualmente la guida della coalizione è affidata agli Stati Uniti ed anche per questo tipo di operazioni l'Italia auspica fortemente un significativo coinvolgimento dell'Alleanza atlantica, che potrà assicurare una chiara e condivisa guida politico-strategica.
Vorrei ora sinteticamente riferire in merito al contributo delle nostre Forze armate all'applicazione della risoluzione n. 1973. Fino ad ora sono stati resi disponibili alla coalizione 4 velivoli Tornado ECR, impiegabili contro i radar della difesa aerea, e 4 veicoli F-16 impiegabili nelle operazioni di scorta in volo e di difesa aerea. Questi aerei a partire da domenica scorsa hanno portato a termine - ieri non avevo fornito questo dato - complessivamente 10 missioni e 32 sortite, nel corso delle quali non sono state rilevate emissioni di radar della difesa aerea libica, per cui non è stato necessario l'intervento attivo dei sistemi d'arma di bordo.
Pochi hanno notato che tra gli assetti messi a disposizione della coalizione non figurano i Tornado nella tradizionale configurazione di attacco. Questa nostra scelta è avvenuta con la piena concordanza della coalizione e senza alcun contrasto, quindi non sono stati assegnati Tornado predisposti per missioni diverse da quelle specifiche di contrasto dei sistemi di difesa aerea, in particolare dei sistemi radar a questi asserviti. Questi aerei, i Tornado ECR, sono i primi ad arrivare in zona di operazione e gli ultimi a lasciarla, perché sono quelli che rendono possibile l'impiego degli altri mezzi aerei, senza che questi ultimi corrano il pericolo di essere abbattuti dalla contraerea cui sono appunto asserviti i radar, che i nostri Tornado possono oscurare con un disturbo di tipo elettromagnetico generato dalle apparecchiature installate sull'aereo, ovvero essere distrutti da un missile di precisione che non ha normalmente effetti collaterali, ma che si aggancia sull'emissione del radar e Pag. 9su di essa si dirige, anche ove questa venisse nel frattempo spenta, perché immediatamente memorizzata.
Oltre ai già menzionati aerei sta operando - sotto comando nazionale però e potranno essere resi disponibili nei prossimi giorni per l'operazione a guida NATO - un gruppo navale per la sorveglianza marittima e per il concorso alla difesa nazionale guidato dalla portaerei Garibaldi e composto dall'incrociatore Doria, dalla fregata Euro e dal pattugliatore Spica, unità della difesa aerea con veicoli intercettatori Eurofighter ed F-16 rischierati negli aeroporti di Trapani e Gioia del Colle, a cui si aggiungono due Tornado ed un C-130 per il rifornimento in volo.
Come avviene normalmente e più specificatamente in questa fase, in cui l'allerta è stata portata ad un livello più alto, la copertura dello spazio aereo italiano al di fuori della coalizione viene assicurata con 4 caccia pronti ad intervenire in soli 15 minuti. Questo apporto concreto, fatto di aerei, navi, basi e strutture conferisce un ruolo di grande rilievo alla partecipazione dell'Italia alla coalizione. Questo ci viene riconosciuto da tutti. A questo si aggiunge il peso e l'ascolto derivanti dalla nostra conoscenza delle vicende libiche, che nelle riunioni che abbiamo fatto a Bruxelles e negli altri consessi internazionali è stato assolutamente notevole e decisivo.
I Paesi alleati sanno benissimo che non è possibile immaginare un futuro della Libia senza un ruolo politico, sociale, economico e diplomatico dell'Italia. Lo sappiamo noi per primi, che siamo in ogni caso i primi a pagare le conseguenze di ciò che sta avvenendo e di ciò che potrebbe avvenire. Lo sanno per esempio i cittadini di Trapani, che hanno visto chiuso il loro aeroporto, anche se la chiusura - lo posso assicurare - è temporanea e nei prossimi giorni stiamo facendo di tutto per poterlo gradualmente riaprire. Lo sa l'intera comunità nazionale, ben consapevole del rischio di flussi migratori sempre più consistenti, tra i quali bisogna comunque distinguere quelli dei profughi da quelli dei clandestini quali quelli attualmente in atto dalla Tunisia, dove non vi è guerra, anzi dove la dittatura è stata in qualche modo sostituita, ma dove è venuto meno invece il controllo della polizia tunisina, che era presente prima dello scoppio delle vicende di cui tutti oggi siamo in grado di conoscere la portata.
Al riguardo, voglio riferire - e questa notizia, ieri, non potevo darla - che la nave San Marco della nostra Marina, partita ieri sera dal porto di Lampedusa, è giunta questa mattina al porto di Augusta trasportando 500 immigrati, che sono stati trasferiti nel sito di Mineo vicino a Catania. Vorrei aggiungere, inoltre che, nell'ambito del concorso fornito dalle forze di polizia per la vigilanza e la sicurezza delle strutture e delle aree impiegate per l'emergenza clandestina, la Difesa ha reso disponibili, fino al 30 giugno 2011, ulteriori 200 militari.
Al riguardo, il 9 marzo scorso, per l'emergenza umanitaria sono stati assegnati 100 militari al prefetto di Agrigento per il centro di accoglienza di Lampedusa e 50 al prefetto di Catania per il già citato centro di Mineo per il concorso in attività di vigilanza e sicurezza. Il rischieramento è avvenuto dal 19 marzo.
Più in generale, per l'accoglienza, in caso di esodi consistenti sulla sponda sud del Mediterraneo, soprattutto per i profughi, la Difesa ha fornito un elenco di tredici siti ubicati in ogni parte del territorio nazionale - nord, centro e sud - per un totale di circa 4.600 ettari per ogni opportuno utilizzo demandato ad altri Ministeri e, in particolare, al Ministero dell'interno.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, certo, noi siamo consapevoli che il nostro intervento, doveroso per i motivi umanitari che abbiamo detto e per dare esecuzione alle ragioni che hanno portato la comunità internazionale a decidere sulla risoluzione n. 1973, ci pone anche in una diversa condizione rispetto alla comunità stessa. In particolare, rispetto alla domanda che qualcuno si è posto: ma era utile intervenire al di là delle ragioni umanitarie? La risposta è che solo la nostra partecipazione ci consente, oggi, anche una maggiore autorevolezza nel Pag. 10chiedere di dividere il peso di un'eventuale gestione di un eventuale biblico arrivo di profughi che avremo il dovere di assistere. Lo ripeto: si tratta di profughi, diverso è il problema normativo riguardo all'immigrazione clandestina.
E nel richiedere alla comunità internazionale di sobbarcarsi insieme a noi il peso di un'eventuale situazione, peserà - dovrà pesare - la nostra attiva partecipazione. Non sarebbe immaginabile che chi è coalizzato per impedire danni alla popolazione libica si disinteressasse, poi, delle conseguenze di quello che in Libia sta avvenendo. Non possiamo immaginare che il non intervento avrebbe potuto migliorare la situazione, anzi, l'avrebbe resa probabilmente ancora più drammatica e avrebbe lasciato l'Italia più sola nella gestione ipotetica della fuga dalla Libia di migliaia e migliaia di profughi.
Per questo motivo, penso di poter affermare che, fino a questo momento, ci siamo mossi nella maniera più adeguata sia come Governo che come Parlamento. Non siamo intervenuti né troppo presto né troppo tardi; non siamo intervenuti né con poco né, tantomeno, con tanto entusiasmo. Non c'è mai entusiasmo nel dover fare ricorso alla forza: c'è, semmai, senso di responsabilità e consapevolezza di una situazione complessa e delicata; c'è, semmai, il dovere di compiere ciò a cui siamo preposti.
Le parole che personalmente mi hanno più toccato sono state quelle pronunciate dal Santo Padre, che si è rivolto a tutti quelli che, come noi, hanno una responsabilità politica - egli ha detto: anche militare - ai quali ha raccomandato di tenere presenti i doveri umanitari e morali, che non abbiamo dimenticato - che non ho dimenticato - e penso che nessuno di noi possa dimenticare neanche per un solo istante.
Abbiamo, però, l'orgoglio di aver fatto il nostro dovere. Per quanto mi riguarda, ho l'orgoglio di aver fatto, con la massima modestia e moderazione, quanto era doveroso per chi ha il compito di dirigere le Forze armate, delle quali, ve lo posso assicurare, potete tutti essere molto orgogliosi per la prontezza, l'efficienza e l'efficacia che hanno saputo e stanno sapendo dimostrare anche in questa difficile situazione (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e di deputati del gruppo Unione di Centro).

(Annunzio di risoluzioni)

PRESIDENTE. Avverto che sono state presentate le risoluzioni Cicchitto, Reguzzoni, Sardelli ed altri n. 6-00071, e Franceschini, Adornato, Della Vedova, Donadi, Vernetti, Melchiorre e La Malfa n. 6-00072. I relativi testi sono in distribuzione (Vedi l'allegato A - Risoluzioni).
Al riguardo è opportuna una precisazione della Presidenza all'Assemblea. È sorto un fraintendimento fra gli uffici della Presidenza e il gruppo del Partito Democratico circa il momento nel quale si possono presentare le risoluzioni e quindi circa il loro ordine di votazione.
Ricordo che l'articolo 118 del Regolamento prevede che si possa dar luogo alla presentazione di proposte di risoluzione «in occasione di dibattiti su comunicazioni del Governo». La prassi applicativa di tale norma è nel senso che sia possibile presentare proposte di risoluzione dal momento in cui il Governo prende la parola per rendere le comunicazioni. Inoltre, per prassi costante ed univoca, non contrastata, l'unico criterio di priorità nell'ordine delle votazioni è dato dall'ordine cronologico di presentazione delle risoluzioni medesime, fatto salvo il caso in cui il Governo ponga la questione di fiducia su una delle risoluzioni presentate.
Come detto, si è tuttavia determinato, in assoluta buona fede, un fraintendimento con il gruppo del Partito Democratico in ordine al momento consentito per la presentazione delle risoluzioni. Ciò ha portato tale gruppo, che aveva presentato la propria risoluzione nella giornata di ieri ed era stato invitato ad attendere stamane per le comunicazioni del Governo, a ripresentare la propria risoluzione successivamente all'inizio delle comunicazioni. Pag. 11
Per questa ragione, la Presidenza, con decisione autonoma e che non può comunque determinare in alcun modo un precedente, dopo la votazione della risoluzione Cicchitto, Reguzzoni, Sardelli ed altri n. 6-00071, che risulta cronologicamente depositata per prima, porrà in votazione, indipendentemente da eventuali assorbimenti, anche la risoluzione Franceschini, Adornato, Della Vedova, Donadi, Vernetti, Melchiorre e La Malfa n. 6-00072, presentata successivamente.

ROBERTO GIACHETTI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente, la ringrazio molto delle sue parole e anche delle decisioni che la Presidenza ha assunto. Per quanto riguarda il resto, signor Presidente, non riteniamo sia questo il luogo dove evidentemente fare le nostre considerazioni che le comunicheremo con una dettagliata lettera che le invieremo nelle prossime ore.

PRESIDENTE. Va bene.
Avverto che nel frattempo è stata presentata anche una terza risoluzione Mecacci ed altri n. 6-00073 (Vedi l'allegato A - Risoluzioni). Il testo di tale risoluzione verrà immediatamente trasmesso al Governo perché possa fornire il parere, in quanto è stata comunicata testè alla Presidenza.

(Parere del Governo)

PRESIDENTE. Invito il rappresentante del Governo ad esprimere il parere sulle risoluzioni presentate.

FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri. Signor Presidente, il Governo esprime parere favorevole sulle risoluzioni Cicchitto, Reguzzoni, Sardelli ed altri n. 6-00071 e Franceschini, Adornato, Della Vedova, Donadi, Vernetti, Melchiorre e La Malfa n. 6-00072 (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e Unione di Centro).
Per quanto riguarda la risoluzione Mecacci ed altri n. 6-00073, con riferimento al primo capoverso del dispositivo - come in occasione di analoga risoluzione presentata ieri al Senato - ripeto qual è la posizione del Governo. Qui si impegnerebbe il Governo ad intraprendere le iniziative necessarie per sospendere formalmente il Trattato di amicizia.
Ho cercato di indicare nel mio intervento come il Trattato di amicizia sia di diritto sospeso a seguito dell'entrata in vigore della risoluzione n. 1973. Se si dovesse intraprendere ora una iniziativa del Governo, il Governo non potrebbe che dichiarare, come io ho fatto anche davanti alla Camera dei deputati, che il Trattato è di diritto sospeso, ne è preclusa la sua applicazione, ne è vietata l'applicazione in base alla risoluzione. Di più francamente il Governo non può fare.
Non credo quindi di poter accettare questa ipotesi di impegno, perché richiederebbe di svolgere degli atti, tra l'altro, verso un regime sospeso e sotto sanzioni dal Consiglio di sicurezza. Questo ne vorrebbe dire legittimare il ruolo di interlocutore politico. Questo primo capoverso del dispositivo, quindi, non lo posso accettare.
Sono certamente a favore della necessità di accelerare l'adeguamento della normativa interna - e mi riferisco al terzo capoverso del dispositivo - alla Carta fondativa della Corte penale internazionale. Ho già chiarito in altre occasioni che l'Italia ritiene la Carta della Corte penale internazionale immediatamente applicabile, qualora vi fosse un capo di Governo colpito da un ordine di cattura internazionale. Già ora, per l'Italia, vi sarebbe l'obbligo di eseguire l'arresto, anche senza la normativa interna. Ciononostante ritengo che la normativa interna di attuazione si debba adottare. Tuttavia, signor Presidente, non posso accettare l'indicazione di portare a termine l'adeguamento delle norme entro il 2 luglio 2011: non sono in grado di assumere un impegno di Pag. 12questo genere, perché non dipende solamente dal Governo, ma dall'iter di una questione legislativa molto delicata, su cui il Governo è favorevole. Potrei quindi accettare la seguente riformulazione: «portare a termine, entro il più breve tempo possibile, l'adeguamento alle norme relative» e così via.
Per il resto non ho obiezioni e, quindi, salvo questi due punti della parte impegnativa, sono evidentemente a favore anche della risoluzione Mecacci ed altri n. 6-00073.

PRESIDENTE. Sta bene. Sospendo la seduta che riprenderà alle ore 11,30, con ripresa televisiva diretta delle dichiarazioni di voto sulle risoluzioni presentate.

La seduta, sospesa alle 11,20, è ripresa alle 11,30.

Preavviso di votazioni elettroniche (ore 11,30).

PRESIDENTE. Poiché nel corso della seduta potranno aver luogo votazioni mediante procedimento elettronico, decorrono da questo momento i termini di preavviso di cinque e venti minuti previsti dall'articolo 49, comma 5, del Regolamento.

Si riprende la discussione.

(Dichiarazioni di voto)

PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Nicco. Ne ha facoltà per due minuti.

ROBERTO ROLANDO NICCO. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, signori Ministri, la sanguinosa repressione delle manifestazioni popolari iniziata a Bengasi sull'onda delle rivoluzioni in Tunisia e in Egitto ha confermato la natura dispotica ed efferata del regime libico.
Sin dalla discussione del Trattato di amicizia tra Italia e Libia abbiamo espresso con un voto di astensione tutte le nostre perplessità e riserve rispetto alla politica italiana verso quel regime. Non ne abbiamo affatto apprezzato alcuni passaggi successivi. Vi è stato quasi un idillio: dal noto «baciamano» del Premier al leader libico che ben si inserisce in quella galleria - per usare le recenti parole dell'Avvenire - di interessati e imbarazzanti abbracci con i leader che opprimono i propri popoli fino allo spettacolo avvilente della visita di Gheddafi in Italia, un palcoscenico internazionale offerto alle ridicole carnevalate del rais in veste di predicatore islamico.
Ora siamo repentinamente passati dal tappeto rosso alle bombe, all'interno di una coalizione autodefinitasi di «volenterosi» tutti premurosamente mossi da ragioni umanitarie peraltro spesso dimenticate - Yemen oggi e Ruanda ieri - ma certo con un occhio molto attento agli interessi economici, gas e petrolio, e strategici di quell'area.
Abbiamo sentito ancora oggi che non si tratterebbe di una guerra. Signor Ministro, una «sventagliata» iniziale di 159 missili Tomahawks e decine di aerei in azione offensiva ininterrotta giorno e notte: questa non sarebbe una guerra? Guardiamo in faccia la realtà senza infingimenti: è una guerra e, in quanto tale, ci pone molti interrogativi, a partire dalla sua effettiva rispondenza all'articolo 11 della Costituzione.
Tuttavia, al punto nel quale erano giunte le cose, l'intervento era probabilmente una scelta obbligata e inevitabile nell'ottica del male minore, una dolorosa necessità per impedire quel bagno di sangue che Gheddafi aveva apertamente minacciato il 17 marzo: «Arriveremmo questa notte a Bengasi e non avremo pietà per nessuno».

PRESIDENTE. Onorevole Nicco, la prego di concludere.

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ROBERTO ROLANDO NICCO. Concludo, signor Presidente. Ora, bloccata l'offensiva di Gheddafi, la soluzione non può che tornare ad essere politica, per quanto il percorso possa essere arduo e complesso lavorando per un cessate il fuoco e per una transizione pacifica.
Signor Ministro, lei ha parlato di processo costituente. Noi concordiamo e in questo senso sarà il nostro voto.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Melchiorre. Ne ha facoltà per due minuti.

DANIELA MELCHIORRE. Signor Presidente, signori Ministri, onorevoli colleghi, mesta pende la bandiera europea dal balcone di palazzo Farnese, mentre noi preferiamo pensare al garrire dei nostri tricolori del 17 marzo.
Detto ciò in un pieno spirito di collaborazione, vorrei porre l'accento su alcuni punti di diritto fondamentali per capire esattamente degli aspetti di questa missione. Innanzitutto, ci è sembrato strano, dati i presupposti di necessità ed urgenza, che in questa circostanza non fosse adottato lo strumento del decreto-legge.
Questo lo dico perché è importante considerare il regime giuridico di questa missione - e, in questo caso, lo dico da magistrato militare - perché si avrebbe diversamente un'applicazione automatica dell'articolo 9 del codice penale militare di guerra, che potrebbe anche andar bene se fosse una scelta consapevole ed è importante che lo sia.
La considerazione è: ma come mai l'Italia non sapeva quello che stava per accadere in Libia? Come mai non lo sapevamo? Chi remunerava le fonti? A noi non interessa sapere il come, ma perché queste fonti non erano remunerate. Forse non sono stati operati un po' troppi tagli ai nostri servizi informativi? Credo che questo sia un problema importante dal momento che la Libia per noi è un dirimpettaio e probabilmente forse avremmo dovuto mantenere una certa attenzione, un riguardo in più rispetto anche ad altri Paesi dell'Unione europea.
Credo che questo sia un punto fondamentale. Infine, da ultimo, visto che a noi sono concessi pochi minuti, vorrei sempre ricordare che pacta sunt servanda, dal momento che è molto importante la considerazione che la validità o meno del cosiddetto Trattato di amicizia con la Libia non è per noi una valutazione di poco conto.
Si può essere d'accordo o non si può essere d'accordo, poc'anzi il Ministro Frattini ha perfettamente chiarito un punto - che peraltro ci sembrava pacifico - e cioè la sospensione di diritto, a seguito della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Ebbene, e concludo, noi liberaldemocratici voteremo la risoluzione che abbiamo sottoscritto poiché è stata approvata in Commissione, peraltro anche dalla maggioranza. È una risoluzione che fa sì che questa missione si mantenga nell'alveo circoscritto della risoluzione 1973/2011 e che, quindi, ne certifica la sua legittimità (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Liberal Democratici-MAIE e Unione di Centro).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Lo Monte. Ne ha facoltà, per tre minuti.

CARMELO LO MONTE. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, il Parlamento deve oggi dimostrare agli italiani di essere unito su una questione di enorme rilevanza internazionale. Unito di fronte ai propri doveri e alle proprie alleanze, capace di grande solidarietà. Unito a prescindere dalle appartenenze partitiche e da quelle territoriali. Senza quest'unità non si può certo ottenere il necessario consenso popolare all'intervento della comunità internazionale contro il regime libico.
L'Italia è nell'Europa unita, fa parte della NATO, è con l'ONU e si impegna a farne rispettare le deliberazioni. Il mondo non può essere un luogo di anarchie, dove ognuno si comporta a proprio piacimento pensando di non risponderne mai. Per questo, aderendo ad un preciso mandato Pag. 14internazionale, è giusto prendere posizione al fianco degli insorti e delle altre città libiche per le quali il dittatore Gheddafi minaccia un bagno di sangue.
Oggi l'Italia deve dimostrare di essere un Paese unito, solidale, libero, un Paese che sa individuare il giusto equilibrio tra la necessaria prudenza - che sempre va tenuta nelle relazioni internazionali - e la determinazione richiesta nei momenti di crisi. Contemporaneamente, dobbiamo dimostrare agli alleati l'orgoglio di un Paese né subalterno né ingenuo.
È possibile che non tutte le nazioni intervenute per il rispetto del mandato internazionale abbiano soltanto questo obiettivo, qualcuna potrebbe anche puntare a garantire o ad ampliare i propri interessi energetici, a tutte va comunque ribadita la volontà dell'Italia a rispettare il mandato dell'ONU e al contempo a non vedere violati i propri accordi internazionali e a non restare sola davanti al grande problema dell'immigrazione clandestina che sbarca sulle coste siciliane.
L'Italia metta quindi a disposizione dell'Alleanza le proprie basi, il proprio supporto logistico, e al contempo sappia però pretendere il rispetto e la collaborazione internazionale che le sono dovuti, ad esempio rispetto al gravissimo problema degli sbarchi sull'isola di Lampedusa.
Signor Presidente, mi avvio alla conclusione. Unità nazionale, solidarietà con gli insorti di tutta la Libia, rispetto dei mandati internazionali e, al contempo, la prudenza e la determinazione necessarie a una grande nazione: sono questi gli obiettivi ai quali, insieme, tutti dobbiamo lavorare (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Movimento per le Autonomie-Alleati per il Sud).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Vernetti. Ne ha facoltà, per quattro minuti.

GIANNI VERNETTI. Signor Presidente, signor Ministro degli affari esteri, l'iniziativa militare di queste ore è, a nostro parere, giusta e condivisibile, è realizzata nel pieno rispetto delle risoluzioni 1970/2011 e 1973/2011 delle Nazioni Unite che hanno previsto prima l'embargo delle armi, poi il deferimento del dittatore Gheddafi alla Corte penale internazionale, poi l'attivazione di una «no fly zone» con un obiettivo chiaro: proteggere i civili che, altrimenti, avrebbero corso il serissimo rischio di essere duramente e brutalmente massacrati dalle milizie di Gheddafi.
Se non avessimo partecipato a questa iniziativa ci saremmo trovati per l'ennesima volta a dover rimpiangere molti e immani massacri, com'è accaduto a Srebrenica, com'è accaduto nel sud dell'Iraq, com'è accaduto in Darfur.
Ritengo estremamente positivo il fatto che insieme agli alleati europei e americani ci sia un forte e attivo coinvolgimento della Lega araba e del Consiglio di cooperazione del Golfo. Bene ha fatto l'Italia a concedere le proprie basi e noi sosteniamo la partecipazione attiva del nostro Paese.
Auspichiamo naturalmente un comando NATO perché da cinquant'anni la NATO è quell'alleanza politico-militare ben rodata e ben attrezzata per affrontare queste crisi.
Sosteniamo con convinzione il Consiglio nazionale di transizione di Bengasi e la creazione di un corridoio umanitario per far giungere gli aiuti sul terreno.
Gheddafi non è più un interlocutore credibile per la comunità internazionale e oggi dobbiamo prospettare un esito che potrà essere l'esilio, che potrà essere un giudizio di fronte alla Corte de L'Aja.
Tuttavia, signor Presidente, non ci sentiamo addolorati nei confronti del dittatore, come ha detto Berlusconi in queste ore. Siamo preoccupati di tutelare la popolazione civile, lo Stato di diritto e vogliamo venire incontro a quelle aspirazioni di democrazia e di libertà del popolo libico e di tutti i popoli del Mediterraneo.
Il Mediterraneo in queste settimane è cambiato e per noi europei è un fatto di estrema rilevanza. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, dopo avere incluso l'Europa dell'est nelle istituzioni democratiche europee, quella è oggi la vera politica estera per l'Europa, la vera Pag. 15sfida per l'Europa: promuovere lo sviluppo, consolidare le istituzioni democratiche. Ce lo chiedono quelle migliaia di giovani che, per la prima volta, sono scesi in piazza, non bruciando le bandiere dell'America o di Israele, ma chiedendo libertà, democrazia e chiedendo che i dittatori che da troppi anni li opprimono vadano a casa.
È una crisi rilevante per l'Italia e l'Europa, l'Italia è in prima fila, ma è anche una straordinaria opportunità. Un Mediterraneo stabile, sicuro, pacificato e democratico per l'Italia e per l'Europa rappresenta una grande possibilità di investimento economico, di cooperazione economica e politica e un nuovo grande spazio politico comune. Questo deve saper offrire l'Europa troppo assente e troppo tentennante in queste settimane.
In conclusione, c'è un chiaro interesse nazionale per l'Italia, c'è un chiaro interesse nazionale per l'Europa: la stabilità, lo sviluppo e la democrazia in Libia e in tutto il Mediterraneo.
Per questo motivo la componente del gruppo Misto-Alleanza per l'Italia sostiene l'iniziativa promossa dalla coalizione in queste ore e con la risoluzione comunemente presentata da tutto il terzo polo insieme al Partito Democratico autorizza il Governo a fare quanto necessario, tutto il possibile, per rispettare - io lo ritengo un fatto storico, lo voglio ancora sottolineare: l'unanimità nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite - quanto previsto dalla risoluzione 1973 dell'ONU, cioè protezione dei civili, stabilizzazione e pacificazione (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Alleanza per l'Italia e Unione di Centro).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Di Pietro. Ne ha facoltà.

ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente, innanzitutto mi sia concesso deplorare l'assenza del Presidente del Consiglio a questo incontro con il Parlamento.
Piaccia o non piaccia, stiamo facendo un'azione di guerra. Chiamiamola pure azione di pace, ma questa azione è fatta con armi e bombe. Il fatto che il Presidente del Consiglio non senta il dovere di venire in Parlamento e di assumersi la responsabilità di ciò che stiamo facendo davanti al Paese lo fa diventare non il Presidente del Consiglio, ma dimostra che è un coniglio (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori e Partito Democratico).
Ciò premesso, il gruppo Italia dei Valori si riconosce nella risoluzione 1973 dell'ONU perché per la prima volta, in un'azione di guerra effettiva, c'è stata una decisione dell'unico riferimento di Governo mondiale che abbiamo. E se riconosciamo l'importanza dell'ONU, abbiamo il dovere di seguirne le indicazioni e le disposizioni.
Per la prima volta dopo l'Iraq, il Kosovo, e l'Afghanistan l'ONU ha deciso direttamente e quindi c'è una legittimazione giuridica. Ma l'ONU ha indicato anche un compito circoscritto che è racchiuso nelle parole di Obama: salvare vite umane. È questo e solo questo il compito, non di decidere di ammazzare Gheddafi piuttosto che di tifare per l'una o l'altra parte della popolazione. Noi dobbiamo tifare per tutta la popolazione sia che sia pro Gheddafi o contro Gheddafi, ma nessuno deve essere ammazzato, se non per salvare vite umane (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori e Partito Democratico).
Che ci siano indubbie ragioni umanitarie che rendono obbligatorio l'intervento dell'ONU mi pare sia sotto gli occhi di tutti. Ricordo cosa disse Gheddafi poche ore prima dell'intervento. Gheddafi di fatto aveva deciso di distruggere una parte del suo popolo, aveva scagliato i suoi soldati contro il suo popolo, aveva ordinato loro di andare a massacrare Bengasi e una parte della Libia.
Rispetto a tutto questo, non si può stare a guardare. Quindi, è vero che ci sono molti altri interessi, anche non confessabili, per cui si è voluti andare in Libia, ma non c'è dubbio che le ragioni umanitarie c'erano e ci sono e per questa ragione c'è la legittimazione. Pag. 16
Qualcuno dirà, anche noi tra questi, perché non in Ruanda, Yemen e Cambogia. La domanda è appunto questa: perché no? Ma non è che, siccome non interveniamo mentre ammazzano da un'altra parte, ciò rende legittimo ammazzare da questa parte. Il fatto che non si debba ammazzare da nessuna parte non giustifica che si debba chiudere gli occhi sempre, semmai si deve aprirli anche per le altre regioni dove ci sono queste situazioni (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
Ma qual è il merito della soluzione ONU? Ha stabilito che non bisogna permettere agli aerei di andare a bombardare, che bisogna proteggere Bengasi e la popolazione, che bisogna intervenire anche con l'embargo e il blocco dei beni, che bisogna stabilire un corridoio umanitario.
Queste e solo queste sono le ragioni che hanno indotto a sottoscrivere una risoluzione unitaria tutte le forze responsabili dell'opposizione, che hanno ascoltato le accorate parole del Capo dello Stato. Lui sì che ci ha messo la faccia, mentre doveva mettercela il Presidente del Consiglio, che da coniglio è scappato (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
Cosa chiediamo? Chiediamo un cessate il fuoco immediato, una mediazione politica immediata e la Corte internazionale de L'Aia per Gheddafi. Non è che chiediamo di radere al suolo tutto ciò che è di sua proprietà, perché così finalmente sfoghiamo i nostri istinti più barbari.
Qual è l'azione del Governo che noi contestiamo? Nel Governo regna la confusione. Mi permetto soltanto di evidenziare alcune anomalie: Maroni, Ministro dell'interno, dice: «Allarme terrorismo»; Franco Frattini, Ministro degli affari esteri, dichiara: «In Italia nessun pericolo terrorismo». Fatevi a capire! Il Cavaliere ha risolto il problema. Berlusconi dice: «Sono stato informato poco e male». In Italia e nel nostro Governo regna sovrana la confusione.
Potrei allungare il mio discorso su questo tema in modo molto più ampio, ma certo è che il comportamento del Governo è passato da un eccesso all'altro, soprattutto quello di Berlusconi, che prima si è messo a giocare a fare il giullare, il guascone, a giocare ai cavalli, a giocare a «gheddafine» con Gheddafi e adesso dice che egli è un criminale. Prima non l'aveva visto, prima gli faceva comodo. Egli gioca con il suo ruolo, egli non ha il senso della responsabilità delle funzioni di Presidente del Consiglio (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori). Egli pensa che fare il Presidente del Consiglio sia come stare nel sottoscala di Arcore con il bunga-bunga. Questa è una cosa vergognosa (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori - Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)!
Berlusconi ha scelto il cavallo sbagliato, ma anche lei, Ministro Frattini, che è venuto qui a riferire. Lei, il 18 gennaio 2011, ha indicato Gheddafi, per distinguere le altre situazioni nel Medio Oriente, come modello del riformismo arabo. Alla faccia del modello del riformismo arabo (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)! Ma lei fa il Ministro degli affari esteri o fa il giullare insieme a Berlusconi?
Ecco perché noi riteniamo che questo doppiogiochismo e che questa ipocrisia abbiano mietuto una prima vittima: la verità.

PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro.

ANTONIO DI PIETRO. Lei Ministro Frattini non fugga via, si assuma le responsabilità di fronte a un gruppo politico che sta in Parlamento (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori - Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).

PRESIDENTE. Onorevole Barbato, stia seduto.

ANTONIO DI PIETRO. Il Paese deve sapere che, mentre una forza dell'opposizione in questo Parlamento esprime le sue idee sul comportamento di questo Governo, il Presidente del Consiglio non Pag. 17c'è e il Ministro degli affari esteri Frattini, dopo aver recitato una poesia, è scappato via, mentre il Ministro della difesa La Russa è venuto qui a ripetere pari pari il discorso fatto al Senato, scambiando i deputati con i senatori. Ecco qual è il rispetto che questi signori del Governo hanno del Parlamento (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)! Lo sappia il Paese.
È un Governo che non c'è, un Governo in confusione, che gioca con la pelle degli altri e anche con la vostra e la nostra.

AMEDEO LABOCCETTA. Provocatore!

ANTONIO DI PIETRO. Per questo noi chiediamo che il Governo assuma almeno la responsabilità e pretenda, non chieda, dagli altri Paesi dell'Unione europea che i flussi migratori siano distribuiti equamente. Ministro degli affari esteri che è scappato via, secondo coniglio di questo Governo (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori - Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)...

PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro, la prego di usare un linguaggio che sia consono a quest'Aula.

ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente, è fuggito via! E il rispetto verso di noi?

PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro, chi prende la parola ha il dovere di usare un linguaggio consono a quest'Aula. Chi esce dall'Aula si assume la responsabilità di quello che fa, ma non si tratta di due comportamenti paragonabili fra di loro. La prego, per l'ennesima volta, di usare un linguaggio rispettoso dei colleghi e dell'Aula in cui si trova.

ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente della Camera, io ritengo che un Presidente del Consiglio che non si presenta in Aula e un Ministro degli affari esteri che se ne va mentre parla un rappresentante delle istituzioni sia un comportamento da conigli, e lo ribadisco (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)!

PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro, non è questa l'espressione che la Presidenza le contesta. Proceda.

ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente, prendo atto che lei la pensa come me su questo. Avremmo voluto dire al Ministro Frattini che non deve giocare con i flussi migratori. Vi sono due flussi migratori: una cosa sono i profughi e un'altra sono gli immigrati. I 15 mila immigrati della Tunisia non devono essere usati per giustificare ciò che avviene a Lampedusa, dicendo che sono profughi e che vi è la vicenda libica. Non c'entra niente! È una furbata di questo Governo, che lo sta facendo apposta per far passare in secondo piano ciò che sta facendo in Libia.
Noi riteniamo che il Trattato di amicizia tra Libia e Italia debba essere sospeso. Ministro Frattini che non c'è più - mi sono limitato a questo - lei ha detto che, a norma dell'articolo 103 della Carta dell'ONU, di diritto il Trattato di amicizia tra Italia e Libia non vale più. È vero, a norma dell'articolo 103 non vale più, ma questo deve essere notificato, deve essere presa una posizione diretta. Noi chiediamo che il Parlamento approvi una mozione in cui si dica che sospendiamo la validità di questo Trattato con il Governo libico (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
Il fatto che non volete che si approvi una risoluzione in cui il Parlamento chieda al Governo di impegnarsi a notificare al Governo libico il fatto che con esso non vuole più avere a che fare dimostra solo una cosa: il recondito pensiero di mantenere con quel Governo un filo conduttore, per poter, semmai Gheddafi dovesse rimanere al Governo, ancora continuare a fare i propri affari.
Allora, sappiano gli italiani che Berlusconi in tutti questi anni, sia da privato cittadino sia da rappresentante del Governo, ha legittimato il criminale Gheddafi. Pag. 18Come tale, proprio in relazione al fatto che questo Governo non riesce ad avere una posizione unitaria nei confronti della crisi libica, a nostro avviso egli non ha più la motivazione e la reale possibilità di stare al Governo. Ecco perché insistiamo nel dire che prima va a casa e meglio è (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori - Congratulazioni)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Porfidia. Ne ha facoltà.

AMERICO PORFIDIA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, prima di tutto vorrei chiedere scusa agli italiani per lo spettacolo forse indecoroso che stiamo dando oggi, perché su un problema così importante della politica estera non dovrebbero accadere queste cose (Applausi dei deputati dei gruppi Iniziativa Responsabile, Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).
Onorevoli colleghi, la risoluzione, oggi in discussione e che andiamo ad approvare, è un atto importante, che si inserisce con coerenza nel solco della risoluzione ONU n. 1973, la quale prevede appunto un intervento finalizzato alla protezione dei civili, attraverso la creazione della no fly zone, e che autorizza gli Stati membri a prendere tutte le misure necessarie alla difesa dei civili.
Un'azione, quella prevista dalla risoluzione ONU che ha visto la partecipazione, oltre che degli Stati Uniti, anche dei più importanti Stati europei e anche addirittura di quelli arabi. Una decisione non facile, ma inevitabile, dal momento che si rischiava di assistere inermi alla repressione durissima e sanguinosa dei ribelli da parte di Gheddafi. L'Italia ha aderito con coerenza all'adesione e alla partecipazione a tale risoluzione, facendo anche attenzione agli interessi del nostro Paese in un quadro di tutela della necessaria stabilità nell'area del Mediterraneo. Basti pensare che dalla Libia all'Italia arriva oltre il 25 per cento del gas naturale e circa il 15 per cento del petrolio. Non si tratta quindi di un'azione ostile, perché è un'azione tesa ad evitare un bagno di sangue, una azione che deve rimanere all'interno delle prescrizioni della citata risoluzione ONU.
Purtroppo, però, dobbiamo prendere atto, effettivamente, che in questi ultimi giorni le operazioni militari europee contro la Libia hanno preso una via che non è certamente quella contemplata dalla risoluzione e, infatti, alcuni tra i maggiori Paesi del pianeta stanno chiedendo un immediato stop dei bombardamenti ed un ripristino dei contorni definiti dalla risoluzione. In questo senso si sono espressi il segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, la Nahdlatul Ulama (la più importante organizzazione islamica dell'Indonesia), la Cina, il Brasile, la Russia, l'India, l'OUA e la Turchia. Nella stessa Europa Germania, Francia e Gran Bretagna non hanno ancora posizioni concordi, così come non è del tutto chiaro il dialogo tra Mosca e Washington.
Detto ciò, noi siamo convinti che sia dovere dei Paesi liberi soccorrere i cittadini dei Paesi non del tutto liberi, minacciati di morte e soggetti a regimi totalitari. Tuttavia, signor Ministro, i bombardamenti devono cessare. Abbiamo gridato allo scandalo quando si parlava di presunti bombardamenti delle truppe di Gheddafi sui ribelli della Cirenaica ed ora noi rischiamo di recitare la parte di quelli che bombardano i civili libici di Tripoli. È questa davvero una situazione a dir poco surreale, se non fosse profondamente tragica e feconda di brutali conseguenze.
Ecco perché, con piena convinzione, noi del gruppo Iniziativa Responsabile confermiamo il nostro sostegno assoluto al Ministro Frattini, che giustamente richiede il passaggio delle operazioni in mano NATO al fine di garantire un comando ordinato delle operazioni e al fine di evitare che si vada in ordine sparso, cosa del tutto inaccettabile anche in considerazione del fatto che i bombardieri stanno usando le nostre basi e il nostro territorio sui quali, fino a prova Pag. 19contraria e nel rispetto degli obblighi internazionali, vige ancora la nostra sovranità, signor Ministro.
Noi chiediamo con decisione e con insistenza uno sforzo totale del nostro Governo e della nostra diplomazia affinché si torni al dialogo e al compromesso, insomma all'arte diplomatica, l'unica in grado di fermare le armi. L'uso delle armi deve rimanere sempre un'ultima disperata azione, e non certamente la priorità.
Proprio coscienti di quanto abbiamo detto, noi di Iniziativa Responsabile nella prima settimana di marzo avevamo chiesto al Governo di recitare un ruolo forte in chiave diplomatica per scongiurare l'attacco vero e proprio. Purtroppo, non si è stati in grado di fermare la macchina della guerra, una macchina che, come tutti sanno, una volta messa in moto è difficile da fermare. Noi, proprio noi, l'Italia, abbiamo chiesto questo e devo ammettere che eravamo pronti a spostare sul piano dei negoziati l'azione delle cancellerie e rubare tempo e spazio alle armi. Purtroppo, quel tempo e quello spazio, certamente non per colpa degli italiani, cari onorevoli, sono stati presi proprio dalle armi, che oggi vi sono lungo le strade della Libia, con tutto il loro carico di morte.
In Tunisia e in Egitto hanno trovato sbocchi positivi per le aspettative popolari le rispettive situazioni. In Libia, purtroppo, la situazione è mutata ed è molto diversa e complessa. Noi, cari onorevoli, conosciamo bene il Paese libico, quello stesso Paese e quello stesso leader politico con il quale - dopo una decennale attività diplomatica, che ha visto coinvolte tutte le parti politiche che hanno governato il nostro Paese negli ultimi trent'anni - abbiamo nell'agosto del 2008 firmato un Trattato di amicizia, di partenariato e cooperazione - questo è vero - che disponeva però soprattutto in materie nel settore della difesa e dell'energia. A nostro parere, non dobbiamo rinnegare quel Trattato che per noi, onorevoli colleghi, oltre ai contenuti, rappresentava un ramoscello d'ulivo offerto al regime libico. Ancora oggi noi riteniamo di dover sperare di riprendere i temi del Trattato con un Paese che speriamo esca più democratico e libero da questa fase storica.
La situazione chiaramente impone delle riflessioni e delle azioni concrete strettamente connesse agli eventi che vogliamo riportare al Governo. In primo luogo, è necessario porci il problema della nuova classe politica che si sta organizzando in Libia. Noi chiediamo alla nostra diplomazia di cercare di sapere, con la massima certezza e accuratezza di analisi, chi sono i ribelli e i leader del Consiglio nazionale provvisorio. Insomma, è necessario rendersi conto di quali forze nel post bellico saranno alla guida del Paese che si trova di fronte all'Italia sull'altro lato del Mediterraneo.
Sempre nel pieno rispetto della popolazione libica, chiediamo al Governo e alle autorità competenti di intervenire per garantire il massimo livello possibile di sanità e di sicurezza alimentare sul territorio libico. In questo senso, dobbiamo dare il massimo delle nostre capacità e davvero rivendicare quel ruolo di pace e solidarietà che sono in grado di dare le nostre capacità umane. Iniziamo a disporre di vere task force che possono intervenire negli ospedali libici.
Con la stessa decisione, però, esigiamo cooperazione dall'Europa per la gestione dell'afflusso dei profughi. Non è possibile, e lo diciamo a chiare lettere, che da un lato le operazioni militari in corso siano compiute a raggio europeo, e che dall'altra parte le attività di soccorso siano lasciate al Paese più prossimo al conflitto, cioè l'Italia. La stessa solidarietà deve essere dimostrata - e devo prendere atto di come ciò stia accadendo - tra tutte le regioni italiane perché in questi momenti tragici l'Italia deve dare prova di unità.
Non ultimo, anzi, ma in modo sostenuto e continuativo, con la risoluzione in esame chiediamo al Governo, nel rigoroso rispetto della risoluzione dell'ONU, di intraprendere tutte le iniziative diplomatiche che ritenga necessarie per far cessare le ostilità. In questo modo riprenderemo Pag. 20quel ruolo di leadership che ci compete e che tutto il mondo ci ha sempre riconosciuto nella politica estera.
Un ultimo, invito onorevoli colleghi, al Parlamento: ricordiamo che la compattezza di una nazione si esplicita attraverso la condivisione dei temi della politica estera. Oggi abbiamo una possibilità, a prescindere dalle appartenenze partitiche. Ecco perché noi voteremo a favore di questa risoluzione e vi invito ancora a dare prova di essere una grande nazione, un vero grande popolo, uscendo uniti e compatti, di fronte agli italiani, da quest'Aula (Applausi dei deputati del gruppo Iniziativa Responsabile).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Della Vedova. Ne ha facoltà.

BENEDETTO DELLA VEDOVA. Signor Presidente, voglio ringraziare i Ministri Frattini e La Russa per le loro comunicazioni ma ciò detto, ritengo che la scelta del Presidente del Consiglio di non venire direttamente in Aula sia sbagliata e grave. Vedete, gli italiani possono conoscere per filo e per segno quale sia la posizione non solo del Governo ma del Primo Ministro britannico in persona, basta che vadano su Internet: sul sito del Parlamento inglese ci sono le parole che David Cameron ha pronunciato nell'Aula di Westminster parlando e dialogando con l'opposizione. Noi, per sapere cosa pensa, signor Ministro, direttamente non solo il Governo, ma il Presidente del Consiglio dobbiamo rifarci a qualche scampolo di conversazione telefonica trascritta sui giornali. Non so perché questo avvenga, signor Ministro, signor Presidente, non so se la ragione di questa assenza sia la difficoltà a spiegare quello che è successo negli ultimi mesi o sia qualche machiavellica pensata sul fatto che il silenzio di oggi possa dare spazio a mediazioni future.
Io credo che oggi la politica dell'assenza sia una politica sbagliata, una politica vecchia, anche perché questo è il momento in cui guardandoci negli occhi dobbiamo tutti cercare un'unità di intenti nell'interesse della Repubblica, e dobbiamo farlo senza reticenze e senza pregiudizi. Quello che accade in Libia è legato a quanto sta accadendo in tutto il Mediterraneo meridionale. Dall'Egitto al Marocco vivono 160 milioni di donne e uomini che hanno un'età media inferiore ai 25 anni. Se vogliamo che l'immigrazione dalla sponda sud a quella nord del Mediterraneo sia governabile e governata seriamente innanzitutto dobbiamo smettere di fare speculazione politica sui corpi di quegli uomini, di quelle donne, di quei bambini che partono dalla disperazione, che lasciano la guerra, e che arrivano certo creando una situazione drammatica per una piccola isola come Lampedusa. Cinquemila sfollati sono un dramma per Lampedusa, non possono diventare un dramma per un grande Paese come l'Italia. Dobbiamo scommettere sull'evoluzione politica di quei Paesi anche avendo in mente il governo dell'immigrazione, e non dobbiamo farlo per idealismo, ma per un consapevole realismo.
È una popolazione giovane, sempre più istruita, informata, impaziente, che non si rassegna alla schiavitù politica ed alla marginalità sociale. L'occidente e l'Europa grazie ai media di massa, alla TV satellitare, a Internet e ai telefonini, hanno insegnato anche a questi giovani il gusto della libertà ed essi non vi rinunceranno. Nessuno può essere così ingenuo da pensare che queste rivoluzioni siano un'ampia e sicura porta di accesso alla democrazia e alla libertà. Dipenderà anche da noi se quelle speranze in un modello vicino al nostro saranno realizzate oppure no, ma questi giovani sono la classe dirigente del futuro di quei Paesi a noi confinanti e con loro dovremo dialogare. Quando la bandiera francese è sventolata a Bengasi abbiamo capito che non era un'operazione vista come un'operazione neocoloniale. Qualcuno ha storto il naso perché c'era la bandiera francese, e ha detto: chissà cosa ci sarà dietro. Io mi sono rammaricato perché non sventolava il tricolore italiano su quei pennoni a Bengasi (Applausi dei deputati del gruppo Futuro e Libertà per Pag. 21l'Italia), e spero che presto i rivoltosi della Libia possano sventolare anche la bandiera italiana.
Il nostro futuro per quel che riguarda la sicurezza, anche contro il terrorismo, dipende da quello che succederà in quei Paesi. La nostra sicurezza, anche per quanto riguarda gli interessi economici, la nostra sicurezza anche per quanto riguarda il petrolio dipende dall'evoluzione politica libera di quei Paesi. Non dobbiamo più avere tiranni amici e se ancora ci saranno tiranni a governare quei Paesi saranno i nemici del loro popolo e dovranno essere anche i nostri nemici. La risoluzione dell'ONU ha autorizzato l'uso della forza per impedire l'annientamento militare e fisico di chi si ribellava a Gheddafi. Per questo non è un'ipocrisia riconoscerne il carattere umanitario, sapendo che è una missione militare, che speriamo venga ricondotta ad un unico comando alla NATO, e rispetto alla quale temiamo che ci possano essere invece divisioni.
L'assenza dell'Europa spaventa. Abbiamo di nuovo fallito come europei. Dobbiamo lamentarcene, ma soprattutto dobbiamo tutti quanti occuparcene perché possibilmente venga il giorno in cui nelle crisi internazionali ci sia l'Unione europea con forza e credibilità. Sarebbe stata una vergogna se Gheddafi fosse entrato a Bengasi. È bene che qualcuno sia partito, può dispiacerci che sia partito prima, può dispiacerci che non ci abbia informato, ma ha fatto la cosa giusta: ha fermato il massacro dei libici. Si dice che Gheddafi non è l'unico dittatore. È vero, è una cosa giusta, ma questo non può diventare un alibi per impedire di intervenire laddove ci sono i nostri interessi, laddove noi siano stati amici. Fermiamo Gheddafi, faremo l'interesse dei giovani libici, faremo anche l'interesse dell'Italia e l'interesse economico futuro dell'Italia e delle aziende che lì lavorano. Si dice: ma lì c'è il petrolio. In Serbia non c'era il petrolio. Quell'intervento armato di liberazione è stato molto contestato anche da molti politici che oggi siedono in questi banchi.
Oggi la Serbia è un Paese libero che chiede - e mi auguro otterrà - di entrare nell'Unione europea. Lì il petrolio non c'era, c'era una causa umanitaria da combattere. Non è sbagliato difendere gli interessi economici italiani in Libia ed altrove; non è sbagliato avere paura che altri Paesi prendano le posizioni che, oggi, noi abbiamo anche sul petrolio e sul gas. È sbagliato affidare gli interessi economici italiani ed un vecchio tiranno che, da oltre quarant'anni, comanda con la violenza. È questo l'errore che abbiamo fatto e che non dobbiamo ripetere. L'errore che paghiamo non è stata la trattativa con la Libia, non è stato l'accordo, ma è stata l'amicizia con Gheddafi. Non è stato il negoziato economico e strategico; la legittimazione e la dignità di Gheddafi, questo è stato il nostro errore. Berlusconi ed il suo Governo non si sono limitati a dire che con Gheddafi occorreva trattare, ma hanno affermato urbi et orbi che di lui ci si poteva fidare. E l'hanno fatto, l'abbiamo fatto, signor Ministro Frattini, senza chiedere nulla in cambio. Pochi mesi fa, in quest'Aula, non siamo stati capaci di impegnare il Governo affinché Gheddafi riaprisse l'Ufficio per i rifugiati dell'ONU. Nemmeno questo abbiamo avuto il coraggio di chiedere. Ora dobbiamo confermare la scelta di campo nel massimo di unità e spirito repubblicano, dobbiamo fermare Gheddafi, riconoscere come interlocutori di una nuova Libia unita gli uomini e le donne del Consiglio nazionale di transizione e dichiarare sospeso - ho ascoltato le sue parole, signor Ministro Frattini - il Trattato di amicizia, magari enunciandolo esplicitamente.
Le incognite ed i rischi, la inevitabile violenza che si accompagna ad ogni intervento armato, anche con finalità di natura umanitaria, non ci lascia indifferenti, anzi, ma c'è un tempo in cui bisogna scegliere. Noi abbiamo scelto di sostenere il nostro Paese ed il nostro Governo e le richieste di libertà del popolo libico. Il Governo partecipi alla missione senza riserve mentali e politiche e senza pensare, come molti puerilmente sostengono, che tutto quello che è successo in Libia dipende dai nostri Pag. 22concorrenti, che vorrebbero farci le scarpe per il petrolio, come se tutto si potesse ridurre ad una guerra fra la Total e l'ENI. Il modo migliore per superare ed espiare le colpe del nostro passato coloniale è accompagnare, sotto l'egida dell'ONU, con i nostri alleati della NATO, il popolo libico verso il rispetto dei diritti umani, la libertà, le riforme politiche, verso la democrazia, non nascondere la gravità della situazione, non nascondere i nostri errori. Per questo noi abbiamo sottoscritto e voteremo la risoluzione adottata presso le Commissioni venerdì scorso che dà un mandato pieno al Governo perché agisca con gli alleati, con la NATO, per dare adempimento alla risoluzione dell'ONU. È un mandato pieno, ogni parola aggiunta è inutile e controproducente (Applausi dei deputati del gruppo Futuro e Libertà per l'Italia).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Casini. Ne ha facoltà.

PIER FERDINANDO CASINI. Signor Presidente, da quando sono parlamentare - e, purtroppo per me, non è da pochissimo tempo - non mi ricordo nessun dibattito in cui l'opposizione non abbia chiesto la presenza del Presidente del Consiglio. Pertanto, oggi, chiedere la presenza del Presidente del Consiglio potrebbe essere un fatto rituale, formale, come facciamo sempre. Eppure, signor Presidente, non è così. Nella storia dei Paesi, nella vita delle nazioni, chi guida mette la sua faccia nei momenti facili e in quelle difficili, nella bella e nella cattiva sorte. Oggi, o ieri al Senato, questo Paese, non quest'Aula, ma questo Paese, meritava la presenza del Presidente del Consiglio (Applausi dei deputati dei gruppi Unione di Centro, Partito Democratico, Futuro e Libertà per l'Italia e Italia dei Valori) perché non si può stare al Governo, guidare il Paese, e far prevalere tatticismi. Naturalmente, questo nulla toglie ai due ottimi Ministri, Frattini e La Russa, con cui noi non abbiamo assolutamente niente a che ridire perché hanno fatto il loro dovere.
Secondo punto: siamo in guerra, non siamo in guerra? Secondo noi, la scelta è inevitabile. Qui c'è Massimo D'Alema, che parlerà dopo. Qui ci sono i governanti che hanno portato questo Paese in Afghanistan, dal Kosovo all'Afghanistan, alla Libia. Qui c'è un'Aula che non ha alcuna voglia di fare la guerra, nessuno di noi ha voglia di fare la guerra perché la nostra Costituzione, la nostra Repubblica si basa sulla ricerca della pace. Pertanto leviamo via i finti problemi che vengono evocati da chi vuole costruirsi su queste vicende drammatiche facili vantaggi propagandistici. Qui si sta parlando di una scelta inevitabile. Stiamo intervenendo in un Paese dove Gheddafi era pronto a fare e stava attuando epurazioni etniche, massacri civili di chi si era ribellato al suo regime. Bene hanno fatto Vernetti ed altri colleghi a ricordarlo.
Ma noi - è la domanda che mi voglio fare oggi - siamo consci delle ragioni per le quali stiamo intraprendendo quest'azione? Questa è la domanda di fondo che non mi sembra abbia delle risposte molto chiare. La Comunità internazionale si è mossa tardi e male. C'è confusione di ruolo nella catena di comando; ci sono polemiche che non fanno onore alla coalizione che ha intrapreso a livello internazionale questa strada; c'è un protagonismo francese fuori luogo. Diciamo la verità, lo possiamo dire anche in Parlamento, è inutile che lo dicano solo i giornali. C'è un protagonismo francese che non è del tutto estraneo a quelli che possono essere interessi che nulla hanno a che fare con la nobile politica. Ci sono preoccupazioni per il futuro. Colleghi della Lega, ci sono preoccupazioni, giustamente da voi evocate, anche per i flussi migratori ed è giusto che l'Europa si assuma questa responsabilità di non lasciarci soli, esattamente come noi non possiamo lasciare sola l'isola di Lampedusa perché non possiamo applicare a Lampedusa il teorema che l'Europa rischia di applicare all'Italia.
Ci vuole una solidarietà ma noi, Ministro Frattini - ho condiviso la sua relazione ma voglio rivolgerle una domanda - Pag. 23siamo chiari o siamo confusi anche noi? Poiché vediamo che l'azione è confusa a livello internazionale, lo scenario non è limpido: noi siamo chiari o siamo confusi anche noi? Non riesco sinceramente a simpatizzare con i dittatori: Milosevic, Gheddafi, Saddam. Capisco che la realpolitik ci porta a parlare con loro, ma non riesco a simpatizzare con loro. Ebbene qui siamo passati, questo Paese l'Italia, il nostro Paese è passato nel giro di qualche mese dai baci a Gheddafi, alla condanna a Gheddafi che doveva uscire di scena al dispiacere per quello che capita a Gheddafi: ma quale messaggio arriva all'opinione pubblica? È un vorrei ma non posso, è essere là, ma con il cuore affranto, è mandare i militari ma impegnarsi a non sparare, salvo poi dire che se bisogna sparare è necessario che lo facciano anche gli italiani. Basta leggere i giornali di destra.
Se gli umori sono questi, chiedo ai colleghi del Governo, ma se gli umori sono questi perché non avete avuto il coraggio della signora Merkel e non avete detto di «no» a questa azione? So l'obiezione che mi potrebbe venire da voi e la precedo: sì, noi siamo però indispensabili perché siamo davanti alla Libia. Non possiamo fare quello che fa la signora Merkel. Ci sono le basi ma, colleghi della maggioranza, chi lo dice che le nostre basi sono indispensabili? Dalla Corsica a Creta, alle unità navali le nostre basi servono a molto meno di quello che facciamo finta di credere o che vogliamo far credere all'opinione pubblica. E Gheddafi è un ingombro, come ha detto giustamente Frattini questa mattina, o qualcuno magari che preferisce dare interviste ai giornali piuttosto che venire in Parlamento lo può ritenere ancora un interlocutore con cui avviare trattative?
Onorevoli colleghi, c'è una gran confusione - lo scrivono i giornali, lo evocate voi ed è vero - fuori dal nostro Paese, ma c'è anche nel nostro Paese, ci sono troppe riserve mentali, ci sono troppi «vorrei ma non posso, faccio una cosa ma penserei che sarebbe meglio farne un'altra». Tuttavia, noi che siamo un partito di opposizione, non disponibile ma responsabile - perché c'è distinzione fra la disponibilità e la responsabilità: noi siamo responsabili ma non disponibili (Applausi dei deputati del gruppo Unione di Centro) -, assieme ai colleghi del PD ed altri colleghi, noi come polo nuovo della nazione, con gli amici di Futuro e Libertà, MPA, Liberaldemocratici, API, proponiamo la stessa risoluzione che abbiamo assieme, tutti assieme votato. Infatti, l'immagine di ieri al Senato - diciamo la verità - non è stata bellissima e francamente io mi sarei aspettato che la maggioranza non cercasse di mettere assieme le sue contraddizioni in un documento unico, ma cercasse con più forza un documento unitario, perché andare in ordine sparso oggi, in questo momento, significa indebolire il ruolo dell'Italia (Applausi dei deputati del gruppo Unione di Centro).
Allora noi vogliamo che su questa proposta di delibera delle Commissioni, che è già stata votata, vi sia di nuovo un impegn