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Resoconto dell'Assemblea

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XVI LEGISLATURA

Allegato B

Seduta di Mercoledì 14 novembre 2012

ATTI DI INDIRIZZO

Risoluzione in Commissione:


   La VII Commissione,
   premesso che:
    nella notte del 9 ottobre 1963, alle ore 22,39, un'immane tragedia colpì la Valle del Vajont e del Piave: la frana del monte Toc da cui derivò un'onda d'acqua gigantesca che cancellò, in pochi secondi, un intero territorio e provocò la morte di quasi 2.000 vite umane;
    suddetta frana fu provocata dalla costruzione della diga del Vajont che risultò realizzata con gravi errori umani in quanto l'opera trovò sede in una valle non idonea sotto il profilo geologico;
    questa sciagura fu aperta un'inchiesta giudiziaria e dopo un lungo processo, la corte di cassazione, nel 1971, accolse sul piano dei principi i motivi dell'accusa e fu dichiarata la prevedibilità dell'evento per cui la frana e l'inondazione costituivano un disastro colposo e fu riconosciuta responsabilità penale per la prevedibilità di inondazione e di frana e per gli omicidi colposi plurimi spa;
    va altresì menzionato che in merito alla tragedia del Vajont, il 18 ottobre 2003, in concomitanza con le celebrazioni per il 40o anniversario della catastrofe del Vajont, è stata costituita la Fondazione Vajont – onlus, avente come soci fondatori il comune di Longarone, la Edison Spa, la del Veneto, ed Enel Produzione spa;
    in data 22 settembre 2004, la Fondazione Vajont ha conseguito l'Alto Patronato da parte del Presidente della Repubblica;
    tra gli scopi della fondazione, rientrano anche le operazioni tese a mantenere vivo attraverso l'organizzazione di attività di ricerca e di studio, nonché con iniziative scientifiche, culturali e promozionali, il ricordo delle vittime della sciagura del 9 ottobre 1963, promuovendo ogni più opportuna iniziativa atta a favorire lo sviluppo sostenibile del territorio nel pieno rispetto dell'ambiente e delle risorse naturali e può altresì svolgere attività di commercializzazione, anche con riferimento al settore dell'editoria e degli audiovisivi, nonché stipulare convenzioni, con enti pubblici e privati, idonee al raggiungimento dei propri scopi;
    oggi, i comuni interessati dalla sciagura del Vajont, Longarone, Castellavazzo, Erto e Casso, si stanno attivando, con l'ausilio della Fondazione Vajont, in previsione del Cinquantesimo anno della ricorrenza dell'immane disastro;

impegna il Governo

ad intraprendere ogni iniziativa di competenza affinché, anche in collaborazione con la Fondazione Vajont, siano supportate le iniziative programmate dai comuni colpiti dalla tragedia del Vajont in occasione della commemorazione del 50o anniversario della sciagura che avvenne il 9 ottobre 1963.
(7-01029) «Goisis, Gidoni, Dozzo, Dussin, Forcolin, Reguzzoni, Lanzarin, Bitonci, Fabi, Callegari, Munerato, Dal Lago, Montagnoli, Bragantini, Negro, Vanalli, Volpi».

ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interrogazione a risposta in Commissione:


   GARAGNANI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   si fa riferimento alla situazione delle società multyutility con particolare riferimento ad Hera di Bologna ed alla necessità di maggiore trasparenza delle decisioni adottate dal consiglio di amministrazione e alla disparità delle tariffe che vengono applicate dal comune di Bologna e da quelli della provincia;
   in seguito ad un confronto effettuato dall'interrogante, risulta una divergenza tariffaria anche con altri comuni dell'Emilia-Romagna, o di altre regioni, sull'erogazione dei servizi di luce, acqua e gas;
   si sottolinea l'importanza del diritto, per il consumatore, di usufruire di servizi commisurati a tariffe adeguate, le quali, soprattutto in questo periodo, hanno subito numerosi aumenti;
   la trasformazione delle aziende ex municipalizzate in società per azioni, se, da un lato, ha consentito alle medesime di diventare più competitive sul mercato, dall'altro, in mancanza di correttivi, rischia di privilegiare il fatturato o l'utile rispetto alla qualità del servizio, con proteste significative di cittadini ed utenti per l'aggravio delle spese della famiglia in un momento di grave crisi economica;
   attraverso l'eventuale istituzionalizzazione dell'Autorità per i servizi locali, ad avviso dell'interrogante, verrebbe garantita maggior vigilanza ed omogeneità nell'applicazione delle tariffe su base comunale, provinciale e regionale, senza ledere l'autonomia e le prerogative degli enti suddetti sul consumo di luce, acqua, gas e sullo smaltimento dei rifiuti, evitando eccessive disparità sull'applicazione delle tariffe fra comuni di una medesima regione o fra regioni diverse;
   il tutto in nome dell'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alla legge e del diritto di usufruire di certi servizi in condizioni di parità in tutto il Paese. La figura dell'autorità per i servizi locali, potrebbe avere un ruolo anche di coordinamento, oltre che di vigilanza, sull'applicazione delle tariffe e sulla loro omogeneità locale –:
   se si intendano assumere iniziative normative per l'istituzione di una autorità per i servizi locali la quale, senza ledere l'autonomia dei comuni, tuteli i cittadini da possibili danni e arbitrii, riguardanti disservizi o aumenti arbitrari e ingiustificati di tariffe in favore delle società incaricate di fornire il servizio. (5-08446)

Interrogazioni a risposta scritta:


   MIGLIORI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   in questi ultimi giorni, la regione Toscana ed altre regioni sono state flagellate da copiosi nubifragi; in particolar modo sono state colpite le province di Massa, Lucca, Grosseto. Le violente piogge hanno provocato esondazioni, rottura di argini, crollo di ponti, allagamenti, chiusure di strade – statali, provinciali, comunali –, il blocco di alcuni tratti della ferrovia, numerose frane, rotture di argini, danni ad infrastrutture, aziende ed abitazioni e un grande numero di sfollati, feriti e drammatiche perdite di vite umane. È crollato il «Muraglione», una cinta di protezione della linea gotica, testimonianza della seconda guerra mondiale. Solo il pronto intervento e la prevenzione della protezione civile, dei vigili del fuoco e di tutte le forze dell'ordine hanno scongiurato il peggio;
   la regione Toscana, in questi ultimi anni, sta vivendo un ricorrente ripetersi di eventi meteorologici di grande intensità e violenza, che comporta gravi danni al territorio, alle infrastrutture, all'agricoltura, alle aziende, all'economia locale ed alla popolazione tutta, con perdite drammatiche, anche di vite umane;
   la regione Toscana sta pensando alla richiesta di stato di emergenza, come già avvenuto in passato per analoghi avvenimenti –:
   quali iniziative urgenti il Governo intenda attuare per fare fronte a questa grave situazione, in quali tempi il Governo intenda decretare lo stato di emergenza e quali saranno gli interventi a supporto, tali da provvedere al ritorno alla normalità per i cittadini di queste zone;
   quali interventi strutturali di natura preventiva si intendano attuare, per quanto di competenza, per far fronte ai nuovi ricorrenti eventi climatici, considerata anche l'impellente necessità di interventi straordinari di manutenzione, nonché di adeguamento e ridefinizione del rischio idrogeologico;
   se sia il caso di prendere in considerazione anche l'ipotesi di assumere iniziative normative per una rimodulazione della disciplina sul patto di stabilità delle regioni, per questi eventi;
   se non si intendano attuare politiche affinché le risorse economiche impiegate per gli interventi di emergenza e il ripristino della normalità possano essere destinate con finalità preventiva e se non si intenda in questo senso coinvolgere attivamente anche la Unione europea, così da evitare gravi danni alla cittadinanza, garantendo alla stessa la sicurezza dovuta e preservando il sistema sociale ed economico di questa regione che versa già in una difficile situazione congiunturale.
(4-18526)


   BARBATO e ZAZZERA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della difesa, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il nucleo cinofili dei carabinieri di Bastia Umbra (Perugia) è stato soppresso agli inizi di ottobre con soli dieci giorni di preavviso;
   lo riferisce GrNet.it mediante comunicato stampa del 9 novembre 2012;
   è stata dismessa la caserma e cani e uomini sono stati trasferiti;
   il nucleo contava quattro cani ed i loro conduttori;
   ai militari è stato concesso l'esiguo e perentorio termine di pochi giorni per poter scegliere cosa fare del proprio futuro, ovvero seguire la passione per la propria specializzazione (e quindi abbandonare l'Umbria) oppure ripiegare su un altro reparto ed abbandonare il proprio fedele amico a quattro zampe;
   la decisione scaturirebbe dalla cosiddetta «spending review», decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, recante «disposizioni urgenti per la revisione del a spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini»;
   la decisione assunta colpisce un territorio con un mercato della droga fiorente;
   cani e conduttori saranno costretti a fare i «pendolari» da Roma o Firenze con tutte le conseguenze che un faticoso viaggio comporta agli animali citati che farebbero registrare un range «operativo» notevolmente ridotto –:
   quali iniziative intendano assumere a difesa dei cani e dei loro conduttori ripristinando il servizio e assicurando al territorio l'adeguata vigilanza in termini di prevenzione per la diffusione e detenzione di sostanze stupefacenti, oltre che per la ricerca di esplosivi, posto che i tagli al servizio speciale svolto dall'unità menzionata avrebbero ricadute negative a livello sociale. (4-18529)


   MANCUSO, GIRO, CROLLA e CICCIOLI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   l'annuale rapporto ACI-ISTAT, attraverso i verbali delle forze dell'ordine, raccoglie e analizza tutti gli incidenti con lesioni a persone;
   sulle strade italiane sono diminuiti gli incidenti, i morti e i feriti, ma è scattato l'allarme biciclette; nel nostro Paese non sono stati raggiunti gli obiettivi fissati oltre dieci anni fa dall'Unione europea;
   nel 2011 sulla rete viaria della penisola si sono verificati 205.638 incidenti con lesioni a persone (-2,7 per cento rispetto al 2010) che hanno causato 3.860 morti (-5,6 per cento) e 292.019 feriti (- 3,5 per cento);
   rispetto al 2001, quando i morti furono 7.096, la riduzione dei decessi è arrivata al 45,6 per cento;
   nemmeno nel 2011, quindi, è stato centrato il target di ridurre i morti del 50 per cento che l'Unione europea aveva fissato per il 2010;
   l'Italia, però, ha fatto meglio della media continentale, attualmente attestata intorno al 44,5 per cento;
   il maggior numero di incidenti avviene su strade urbane (il 76,4 per cento) che hanno causato il 45,2 per cento dei decessi e il 72,9 per cento dei feriti;
   si aggravano, invece, i dati relativi agli incidenti che coinvolgono biciclette;
   gli incidenti che hanno coinvolto le due ruote a pedali, infatti, sono aumentati del 12 per cento, con un +7,2 per cento di conducenti morti e un +11,7 per cento di feriti;
   in valore assoluto le vittime in bici (282 lo scorso anno) sono di più di quelle in ciclomotore (165) e anche il tasso di mortalità (numero dei morti ogni 100 incidenti) è più alto (1,6 contro 0,8);
   i veicoli più coinvolti rimangono le autovetture, che hanno però un tasso di mortalità più contenuto, per la maggiore protezione che offrono al guidatore;
   Francesco Moser, uno dei migliori ciclisti italiani di sempre, ha dichiarato: «In pratica rischio di più oggi, che sono un amatore, rispetto a quando ero un professionista e affrontavo le pericolose discese del Pordoi e del San Pellegrino»;
   sono state presentate in Parlamento numerose proposte di legge relative a misure a favore dei ciclisti, come l'obbligo del caschetto, la creazione di piste ciclabili e la creazione di zone 30 (aree urbane dove la velocità massima imposta è di 30 chilometri orari –:
   se il Governo intenda assumere iniziative normative recanti misure a favore dei ciclisti;
   se il Governo intenda promuovere un percorso educativo all'interno delle scuole sui rischi della strada e sulle corrette regole da seguire quando si corre in bicicletta;
   se il Governo intenda promuovere, per quanto di competenza, la creazione di nuove piste ciclabili nelle aree urbane;
   se il Governo intenda analizzare la possibilità di rendere deducibili i costi affrontati dai ciclisti per garantire la propria sicurezza, come l'acquisto di un caschetto di protezione per sé o per i propri figli minori. (4-18532)


   DI GIUSEPPE, ROTA e MESSINA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   nei giorni scorsi una ondata di maltempo caratterizzata da una forte alluvione, ha colpito le regioni del centro nord Italia, in particolare in Toscana, Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Umbria, Veneto, Lombardia e Trentino;
   l'alluvione ha provocato danni incalcolabili, frane e smottamenti che hanno danneggiato gravemente serre, vigneti, frutteti e oliveti; gli straripamenti dei fiumi hanno allagato migliaia di ettari di terreni agricoli, con coltivazioni devastate dall'acqua, il cedimento di manti stradali, l'esondazione di fiumi, l'allagamento di case e pesantissimi danni alle piccole e medie aziende e alle attività; inoltre intere zone sono isolate e senza elettricità;
   la situazione delle aziende agricole era già difficile a causa dei precedenti eventi climatici, nonché della grave crisi che aveva investito il settore e del carico fiscale derivante dalle ultime manovre economiche, in primis il costo prodotto dall'applicazione dell'imu sui fabbricati strumentali;
   la stima è ancora in corso, ma da una prima valutazione i danni ammonterebbero a diversi milioni di euro e i sindaci dei comuni interessati hanno già chiesto, ai rispettivi presidenti di regione, di fare istanza al Governo per il riconoscimento dello stato di calamità naturale;
   lo statuto del contribuente all'articolo 9 della legge n. 212 del 2000, prevede la sospensione per un congruo periodo di tempo di tutti i pagamenti relativi a imposte, tasse e tributi sia quelli volontari periodici che quelle coattivi, la sospensione del pagamento delle rate di mutuo e possibilità di rinegoziazione degli stessi, in quanto l'alluvione è causa di forza maggiore; la sospensione del pagamento dei contributi previdenziali, assistenziali e del premio delle assicurazioni contro gli infortuni e le malattie professionali –:
   se il Governo non ritenga di dover intervenire, nell'ambito delle proprie competenze, con opportune iniziative al fine di assicurare interventi di natura economica a favore delle aziende agricole coinvolte, in primis riconoscendo lo stato di calamità naturale alle aree interessate dai fenomeni alluvionali;
   se non si intenda valutare la possibilità di assumere iniziative per effettuare il blocco di tutti i pagamenti di prossima scadenza, il successivo abbattimento dei contributi previdenziali, e la sospensione di tutte le procedure esecutive in atto;
   quali iniziative, per quanto di competenza, intenda adottare il Governo, ed in che tempi, per sostenere le amministrazioni locali nella messa in sicurezza dei loro territori e, a tal proposito, se non si intenda agire affinché possano essere utilizzate le risorse del fondo di solidarietà europeo, nato proprio con l'intento di aiutare concretamente le regioni europee colpite da calamità naturali. (4-18537)


   BARBATO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della difesa, al Ministro dell'interno, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   a seguito dell'operazione «Goral», il quotidiano Il Mattino edizione Napoli del 9 novembre 2012 informa che a Torre del Greco, contestualmente all'azzeramento dei vertici ed eserciti dei tre clan, è stato portato alla luce «anche uno sconcertante dettaglio che riguarda l'approvvigionamento di tritolo, quel tritolo che gli “scissionisti” del clan Di Gioia hanno utilizzato per punire i commercianti che continuavano a pagare il pizzo e quelli che si erano schierati contro la camorra, denunciando i clan di Ercolano» inoltre si apprende dai verbali delle deposizioni di alcuni pentiti che il tritolo lo prendevano «lungo i litorali della costa torrese dove è ancora possibile ritrovare residuati bellici»;
   il tritolo è stato utilizzato ad esempio per far saltare la pasticceria Mennella; si tratta di «ordigni così micidiali che non solo i due affiliati avevano paura di maneggiarli, ma che nell'esplodere provocarono la distruzione della pasticceria e di alcune auto in sosta nei paraggi, ma anche traumi acustici alle persone residenti in zona. Poteva essere una strage»;
   l'articolo riferisce di un periodo di circa venti anni di approvvigionamento di tritolo;
   i fatti esposti sono ad avviso dell'interrogante così gravi da richiedere un immediato sopralluogo tecnico da parte di osservatori ambientali qualificati che sia preliminare ad una urgente bonifica dell'intero litorale da Napoli a Castellammare di Stabia quantificando il materiale esplosivo eroso dalla criminalità organizzata e quello ancora giacente lungo la costa o in luoghi limitrofi –:
   di quali notizie disponga il Governo e se intenda assumere iniziative nel senso indicato in premessa. (4-18554)


   BARBATO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della difesa, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il trinitrotoluene meglio noto come «tritolo» e spesso abbreviato con la sigla «TNT» è un nitroderivato aromatico ottenuto per nitrazione del toluene;
   il 20 giugno 1989 il giudice Giovanni Falcone si trovava in vacanza sulla costa dell'Addaura in Sicilia, in una villa che aveva affittato per l'estate. Falcone si trovava con la sua scorta e la villa affacciava sulla spiaggia. Quella sera a casa di Falcone c'erano anche i magistrati svizzeri Claudio Lehmann e Carla Dal Ponte, che in quei mesi stavano indagando su un traffico di denaro dalla Sicilia alla Svizzera. Nell'occasione furono scoperti dagli uomini della scorta in perlustrazione sulla spiaggia una borsa contenente cinquantotto candelotti di dinamite. L'episodio passerà alle cronache come il fallito attentato all'Addaura;
   il 23 maggio 1992 il magistrato Giovanni Falcone muore insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti di scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro nella strage denominata di «Capaci», nella quale furono impiegati circa cinquantotto candelotti di tritolo, quasi 1800 chilogrammi;
   il 19 luglio 1992 in via D'Amelio a Palermo muore il magistrato Paolo Borsellino con gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina in un attentato nel quale furono impiegati circa 100 chilogrammi di tritolo;
   nel 2011 organi di stampa nazionali e locali informano i lettori che sono stati trovati nel giardino della casa di Massimo Ciancimino, vicino ai serbatoi dell'acqua, ben 13 candelotti e 21 detonatori;
   il 9 novembre 2012 a seguito dell'operazione «Goral», il quotidiano Il Mattino edizione Napoli informa che a Torre del Greco (Napoli), contestualmente all'azzeramento dei vertici ed eserciti dei tre clan, è stato portato alla luce «anche uno sconcertante dettaglio che riguarda l'approvvigionamento di tritolo, quel tritolo che gli «scissionisti» del clan Di Gioia hanno utilizzato per punire i commercianti che continuavano a pagare il pizzo e quelli che si erano schierati contro la camorra, denunciando i clan di Ercolano»; inoltre si apprende dai verbali delle deposizioni di alcuni pentiti che il tritolo lo prendevano «lungo i litorali della costa torrese dove è ancora possibile ritrovare residuati bellici. Nell'articolo si fa riferimento ad un attentato punitivo ai danni di un commerciante torrese del settore alimentare spiegando che il tritolo impiegato negli «ordigni così micidiali che non solo i due affiliati avevano paura di maneggiarli, ma che nell'esplodere provocarono la distruzione di una pasticceria e di alcune auto in sosta nei paraggi, ma anche traumi acustici alle persone residenti in zona. Poteva essere una strage»;
   il 12 novembre 2012 è stato tratto in arresto un pescatore di anni 57, di Santa Flavia, per le stragi di mafia del 1993-1994 a Firenze, Roma e Milano, su disposizione del gip del tribunale di Firenze, Anna Favi. Per gli inquirenti sarebbe colui che fornì gli ingenti quantitativi di tritolo utilizzati tra l'altro per gli attentati di via Fauro a Roma, di via dei Georgofili a Firenze e di via Palestro a Milano. L'uomo avrebbe fornito l'esplosivo anche per la strage di Capaci del 23 maggio del 1992, Ad accusare il pescatore è stato il neo collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, ex uomo di fiducia dei boss di Brancaccio;
   per le cronache del 12 novembre 2012 gli «ingenti quantitativi di tritolo sono ricavati dal recupero in mare di residuati bellici, successivamente utilizzati dal commando mafioso per il compimento delle stragi a Roma in via Fauro il 14 maggio del 1993; Firenze, in via dei Georgofili il 27 maggio; Milano, in via Palestro il 27 luglio del 1993; Roma-San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro il 28 luglio 1993) e Roma, allo Stadio Olimpico il 23 gennaio 1994. D'Amato è accusato di strage, devastazione e di detenzione di ingenti quantitativi di esplosivo, per aver concorso agli attentati, tra l'altro, con i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Filippo e Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. Secondo l'accusa, l'esplosivo recuperato da D'Amato venne consegnato al commando predisposto dal boss Francesco Tagliavia. Tagliavia è stato l'ultimo boss ad essere stato condannato in primo grado a Firenze, nel 2011, per le stragi. Gli investigatori risalirono a Tagliavia grazie alle testimonianze di Spatuzza»;
   Cosimo D'Amato, non è mai entrato in inchieste su «Cosa nostra», ha solo piccoli precedenti per contrabbando e per false dichiarazioni sull'identità: «è stato lui, secondo la Dia fiorentina, che lo ha arrestato, a consegnare, nel tempo, circa 800 chili di tritolo ai «commando» mafiosi che hanno messo a segno gli attentati. In totale, gli inquirenti hanno calcolato che per le stragi sono stati usati quasi 1.300 chili di esplosivo, anche T4 e pentrite (http://www.asca.it);
   sarebbe stato appurato da indagini investigative condotte dalla direzione investigativa antimafia di Napoli che la camorra negli ultimi venti anni si sarebbe approvigionata di tritolo dai residuati bellici disseminati lungo la costa partenopea, e che, negli ambienti della criminalità organizzata la cosa fosse nota ai più;
   quest'anno sono appunto venti anni esatti dalle stragi di Capaci e di Palermo (via D'Amelio);
   non si escluderebbe, collegando i dati, un filo tra Campania e la Sicilia;
   non è dato di sapere se la tecnica di impiegare tritolo da residuati bellici sia stata mutuata dalla camorra e trasferita alla mafia o viceversa;
   le operazioni di approvvigionamento di materiale esplosivo da residuati bellici non sono tecniche facilmente erudibili a guisa di autodidattismo ma svolte sotto l'egida di personale qualificato e formato a tali procedure per la pericolosità ed i delicati passaggi richiedenti tra l'altro anche strumenti non facili da reperire sul mercato balistico –:
   sarebbe quanto mai necessario disporre, mediante il più alto personale tecnico professionale disponibile e le più avanzate tecnologie esistenti sul mercato, una verifica/esame balistico-chimica della natura compositiva del tritolo impiegato in tutti i casi citati per compararlo quello usato dai clan camorristici napoletani e dintorni (Torre del Greco) e quello usato in Sicilia nelle diverse stragi o mancati attentati (vedasi Addaura) ma anche con la tipologia di tritolo rinvenuta nel Giardino di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino condannato per associazione mafiosa nonché con il tritolo di provenienza bellica dei fondali napoletani e siciliani;
   di quali elementi disponga il Governo in ordine a eventuali verifiche circa gli aspetti appena evidenziati e quali iniziative per quanto di competenza, intenda eventualmente assumere al riguardo;
   di quali notizie disponga il Governo, mediante ricerche interne negli archivi, circa un eventuale monitoraggio dei residuati bellici dal secondo dopo guerra ad oggi disposto dai vari Ministri della difesa succedutisi negli anni e quali iniziative intenda assumere nell'eventualità che detto monitoraggio non sia mai stato effettuato. (4-18555)

AMBIENTE E TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE

Interrogazione a risposta in Commissione:


   MANCUSO, GIRO, CROLLA e CICCIOLI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   il cavallino della Giara (Acheta, Akkètta, Quaddeddu in lingua sarda) è una razza di cavallo endemica della Sardegna, confinata nell'altopiano della Giara dove vive allo stato brado;
   l'origine di questo cavallo è incerta, alcuni studiosi sostengono che discenda da cavalli africani importati dai naviganti fenici o greci nel V-IV secolo a.C. Secondo altri era già stato addomesticato dalle popolazioni nuragiche un millennio prima e sarebbe quindi un discendente del cavallo selvatico presente in Sardegna già dal Neolitico e del quale sono stati rinvenuti fossili del 6000 a.C. circa;
   la Giara è una zona montuosa sarda divisa tra le province di Nuoro e Medio Campidano;
   alcune razze dei cavallini della Giara (come il napoletano, il sanfratellano e il pony di Esperia) sono a rischio;
   la stagione estiva, particolarmente calda e lunga nell'isola, ogni anno crea mesi di carestia per l'erba e il fogliame di cui si cibano questi cavalli selvatici;
   nel loro territorio vitale sono arrivate mandrie intere di bovini che sulla Giara non avrebbero diritto d'asilo e che sottraggono ai cavallini il cibo e l'acqua già scarsi;
   sono mancati i fondi per pagare le cooperative che fino all'anno scorso si erano occupati di questi animali;
   si rende necessario un urgente censimento tra gli animali di proprietà dei privati e quelli di proprietà comunale –:
   se il Governo intenda assumere iniziative per stanziare dei fondi per salvaguardare le specie dei cavallini della Giara in pericolo di estinzione;
   se il Governo intenda promuovere, per quanto di competenza, delle iniziative e attività a salvaguardia dei cavallini della Giara. (5-08440)

Interrogazioni a risposta scritta:


   JANNONE. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   una rete di mini impianti e investimenti da 220 milioni di euro per la produzione di energia elettrica da biomassa, è questo il progetto della società Terrae che il 20 settembre 2012 ha presentato il piano industriale di fronte a una folta schiera di possibili finanziatori interessati alle rinnovabili, lanciando il primo system integrator italiano nel settore delle biomasse. Si tratta di un piano d'azione che nei prossimi sei anni, vedrà la realizzazione su tutto il territorio italiano di 67 impianti per un totale di potenza di 47 megawatt. Suddivisi in quattro impianti a biogas già in corso di realizzazione, 60 impianti a biogas o biomassa solida e un grande impianto da riconversione di ex zuccherifici. Il tutto, reso possibile dai nuovi incentivi del quinto conto energia, che favoriscono lo sviluppo e la distribuzione degli impianti a biomassa, e dalla rete di relazioni costruita da Terrae per sviluppare un sistema integrato. Un modo di fare biomassa di gruppo a cui, nel piccolo, guarda anche la regione Lombardia. Con un investimento da 3 milioni di euro per realizzare la prima rete di produzione energetica dagli scarti dei formaggi;
   integrazione è la parola d'ordine della nuova maniera di «fare biomassa». Creando un sistema che non solo metta in contatto il mondo imprenditoriale agricolo con i finanziamenti e l'impiantistica, ma che lo guidi anche nella realizzazione e nella gestione remota degli impianti. «L'idea», spiega Federico Vecchioni, presidente di Terrae, «è quella di integrare in un unico soggetto tutti gli attori coinvolti nella filiera della generazione di energia. Agricoltori, produttori, fornitori di tecnologia e investitori finanziari. Del resto, per poter interpretare al meglio i nuovi incentivi, ottenendo risultati migliori, è necessario essere specialisti. Le opportunità al momento sono molte, ma per coglierle bisogna avere competenze tecniche»;
   un mondo, quello dei nuovi incentivi proposti dal quinto conto energia ancora tutto da scoprire, con imprenditori e aziende di settore impegnati a decifrare i nuovi orientamenti. «I nuovi incentivi», spiega Filippo Peschiera, consulente di The European House Ambrosetti, «presentano una serie di cambiamenti notevoli e le bioenergie sono le più incentivate dal nuovo decreto. Tra le novità, l'introduzione dei contingenti, l'eliminazione della tariffa unica e il registro degli impianti. A essere privilegiati sono soprattutto i piccoli impianti, la cosiddetta minigenerazione. La biomassa a uso elettrico», conclude Peschiera, «è ancora un mercato di nicchia, ma ha un enorme margine di crescita. Sia per ragioni socio-occupazionali che per la grande possibilità di sviluppo della produzione di biomassa su tutto il territorio. Infatti, secondo la Ue, la potenzialità produttiva dell'Italia è al secondo posto, dopo la Germania». Un mercato, quello delle biomasse, che secondo gli operatori si gioca con regole diverse, rispetto a molti altri settori. «Per sviluppare un sistema biomassa», dice Vecchioni, «bisogna puntare sulla cooperazione, piuttosto che sulla competitività. La sfida per la distribuzione capillare sul territorio di impianti di minigenerazione, risiede nell'interpretare il mercato in maniera diversa, offrendo ai protagonisti la possibilità di associarsi in vari progetti. Le biomasse, infatti, sono un investimento strategico sotto il profilo imprenditoriale e bisogna unire le competenze per riuscire a ottimizzare i risultati»;
   non resta a guardare la Lombardia, che ha appena stanziato 3 milioni di euro per costruire un nuovo sistema a energia pulita nella bassa mantovana, che funzionerà con gli scarti dei caseifici e degli allevamenti, provenienti da quindici aziende del territorio e trasportati con tubature interrate. Un impianto che entrerà in funzione a Borgoforte entro la metà del 2013. L'infrastruttura produrrà 7,8 milioni di kWh/anno da immettere nella rete di trasmissione nazionale. «Si tratta di un progetto all'avanguardia», commenta Marcello Raimondi, assessore regionale all'Ambiente, energia e reti, «che coinvolge una delle zone agricole più produttive della Lombardia. Una delle poche aree dove vengono prodotti sia il Parmigiano Reggiano che il Grana padano. L'impianto», conclude Raimondi, «permetterà non solo di risolvere i problemi di smaltimento del comparto zootecnico, ma anche di abbattere il 90 per cento delle emissioni di azoto grazie alla produzione energetica con fonti rinnovabili»;
   per quanto riguarda la Sicilia, occorre anche sottolineare che, entro il 2015, sarà operativa la prima centrale al mondo con tecnologia italiana a sali fusi. Si avvera così il sogno di Carlo Rubbia, il premio Nobel per la fisica che, quando ricoprì la carica di presidente dell'Enea, lanciò l'energia solare termodinamica come una delle soluzioni energetiche del futuro. La centrale a solare termodinamico e integrata a biomasse che realizzata da Enel Green Power fornirà elettricità sufficiente agli usi domestici di circa 40 mila famiglie. L'impianto in provincia di Catania — con un investimento di 200 milioni di euro — avrà una potenza di 30 megawatt (MW) ed è già in fase di autorizzazione; produrrà il 60 per cento di una centrale di pari potenza a fonti fossili (una quantità di energia doppia rispetto a quella prodotta dal solare fotovoltaico). Lo ha annunciato Enel Green Power mercoledì 19 settembre 2012 nel corso di un convegno a Palermo, dopo la fase sperimentale e pionieristica dell'Enea e dell'Enel a Priolo, dove è stata collaudata e affinata la tecnologia a sali fusi (molto più efficiente e meno inquinante di quella basata sul riscaldamento di oli);
   secondo le stime di Anest (Associazione nazionale per l'energia solare termodinamica), il numero di personale direttamente occupato in una centrale di queste dimensioni può arrivare fino a 150 persone. Nel corso del convegno siciliano, è stato sottoscritto un documento di impegno sullo sviluppo del solare termodinamico in Sicilia — nel rispetto dell'ambiente e della vocazione dei territori — sottoscritto dal Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare Corrado Clini, da rappresentati politici, della Confindustria e dei sindacati. «Il solare termodinamico può arrivare a competere entro il 2020 con il costo del kilowattora prodotto dal petrolio», ha dichiarato Gianluigi Angelantoni, presidente di Anest –:
   quali iniziative i Ministri intendano adottare al fine di incentivare la creazione di centrali a biomasse, unite in consorzio come accaduto in Sicilia, oppure al fine di fornire maggiori risorse per lo sviluppo di centrali energetiche basate su energie rinnovabili. (4-18546)


   GRIMOLDI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   da molti mesi, e nelle ultime settimane sempre con maggiore insistenza, si avverte un cattivo odore, di materiale plastico bruciato, in località Pagliarese e in località Corsalone, nel comune di Chiusi della Verna ed in località Terrossola nel comune di Bibbiena;
   già numerosi cittadini hanno segnalato il problema all'amministrazione comunale senza, ad oggi, ottenere alcun risultato di miglioramento, anzi il cattivo odore si fa sempre più frequente durante tutto l'arco della giornata;
   nell'ultimo mese il cattivo odore è aumentato sino a livelli insopportabili e interessa e degrada l'intera zona; numerose persone, abitanti nelle zone limitrofe all'area industrializzata di Corsalone, lamentano disagi sempre più pressanti, anche perché i cattivi odori fanno preoccupare i cittadini per la propria salute –:
   quali iniziative il Governo intenda porre in essere, anche promuovendo un sopralluogo dei Nas e del comando Carabinieri per la tutela dell'ambiente, per far si che si svolgano quanto prima le necessarie verifiche, al fine della tutela dell'ambiente e della salute pubblica. (4-18548)

BENI E ATTIVITÀ CULTURALI

Interrogazione a risposta scritta:


   REALACCI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
   la cloaca massima dell'antica Roma è una delle più antiche condotte fognarie. Il nome, Cloaca Maxima, in latino, significa letteralmente «la fogna più grande» e rappresenta un unicum nel patrimonio archeologico mondiale: è infatti l'unica opera idraulica del mondo antico, se ben tenuta, ancora perfettamente funzionante;
   fu costruita alla fine del VI secolo a.C. al tempo degli ultimi re di Roma, anche se il re che ne ufficializzò la costruzione fu Tarquinio Prisco. La Cloaca Massima usufruiva dell'esperienza sviluppata dall'ingegneria etrusca, con l'utilizzo dell'arco a volta che la rendeva più stabile e duratura nel tempo. Fu una delle prime grandi opere di urbanizzazione della Roma imperiale;
   la cloaca massima fu accuratamente mantenuta in buono stato per tutta l'età imperiale. Si ha notizia di regolari ispezioni e lavori di drenaggio e spurgo ad esempio, opera di Agrippa nel 33 a.C. Le indagini archeologiche rivelano tracce di interventi di epoche diverse, con diversi materiali e tecniche costruttive. Si hanno notizie certe del suo funzionamento anche molto tempo dopo la data tradizionale della caduta dell'impero romano nel V secolo d.C;
   come lamenta il FAI, Fondo ambiente italiano, ma anche un articolo apparso su La Repubblica dell'8 novembre 2012, a minare lo stato di salute del complesso archeologico e funzionante ancora oggi, è lo stato di degrado causato dalla scarsa manutenzione. Fasce di cavi elettrici dismessi e detriti di varia natura che creano un «effetto diga», allacci non autorizzati, scarichi di acque melmose e sfaldamenti in più punti delle strutture delle volte, sono tutti fenomeni che mettono in serio pericolo la tenuta della cloaca. E le ultime recenti ed abbondanti piogge ne hanno svelato tutta la debolezza. Va ricordato che anche nell'alluvione del 20 ottobre 2011 che ha fatto esondare la fogna allagando per oltre due metri d'acqua Colosseo e Foro romano, la situazione di questa condotta avevo mostrato la sua attuale fragilità;
   uno studio su questa opera grandiosa di ingegneria idraulica, ad opera dell'Istituto nazionale di studi romani, rivela come «la Cloaca sia inadeguata di fronte al carico delle acque e soggetta a diffusi intasamenti. Il rischio di inondazioni, allagamenti e smottamenti delle strutture portanti è troppo alto per poter essere tollerato. Per questo è stato avviata nell'ultimo anno una revisione del sistema fognario nell'area archeologica centrale, mettendo in evidenza tutte le criticità e per queste ragioni è stata elaborata per la Cloaca Massima una mappa dei rischi» –:
   se il Ministro interrogato sia a conoscenza dello stato della cloaca maxima e quali iniziative urgenti intenda assumere per mettere in sicurezza un bene archeologico, non solo di notevole interesse storico, ma anche di estrema utilità per la sicurezza idraulica di Roma e se non ritenga opportuno rendere fruibile turisticamente alcuni tratti di questo complesso archeologico, cosicché possano essere reperite risorse per un suo adeguato mantenimento. (4-18538)

COESIONE TERRITORIALE

Interrogazione a risposta scritta:


   MANCUSO, GIRO, CROLLA e CICCIOLI. — Al Ministro per la coesione territoriale, al Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport, al Ministro per i beni e le attività culturali, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   fino al 1918 il Trentino-Alto Adige fece parte della contea del Tirolo e quindi dell'Impero asburgico, formando un unicum amministrativo con l'attuale Stato federato del Tirolo;
   le spinte risorgimentali-irredentiste che si svilupparono nella penisola italiana (ed anche in Trentino) alla fine del XIX secolo ed all'inizio del XX secolo sfociarono nell'unione della regione all'Italia alla conclusione della prima guerra mondiale;
   il Trentino è quasi completamente italofono, con comunità storiche germanofone Mocheni nell'alta Valle del Fersina, detta anche Valle dei Mocheni, e Cimbri, questi ultimi concentrati nel comune di Luserna in Trentino, ma presenti in parecchi comuni vicini delle province di Vicenza e Verona;
   la lingua cimbra e la lingua mochena godono di particolari tutele;
   l'Alto Adige è invece a maggioranza germanofona (parlante il dialetto sudtirolese), con una forte minoranza italofona, oggi circa al 26 per cento;
   in Trentino-Alto Adige è poi presente una minoranza linguistica ladina, parlante il ladino, una lingua retoromanza;
   secondo lo statuto di autonomia della regione Trentino la toponomastica deve essere bilingue;
   nel mese di ottobre 2012, la giunta provinciale di Bolzano, presieduta dallo storico leader della Sv Luis Durnwalder, ha varato una legge sulla toponomastica;
   formalmente la nuova legge, approvata anche con il voto del PD, dovrebbe affidare a una commissione paritetica composta dai tre gruppi linguistici trentini principali (italiani, tedeschi e ladini) il compito di valutare i nomi dei toponimi;
   in conferenza stampa Durnwalder ha dichiarato, parlando in tedesco: «è chiaro che migliaia di toponimi verranno ripristinati nella loro forma originaria. Solo le grandi frazioni dei Comuni resteranno bilingue» –:
   quali iniziative di competenza intenda assumere il Governo per assicurare il rispetto della pari dignità dei tre principali gruppi linguistici presenti nella regione Trentino. (4-18553)

DIFESA

Interrogazioni a risposta scritta:


   MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e ZAMPARUTTI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   il comandante del quarto gruppo elicotteri, capitano di fregata Marcello Camboni, ha notificato in data 21 febbraio 2012, al primo maresciallo Antonio De Muro il fg. prot. 341/11 MAS R. Mod. 21 datato 15 febbraio 2012 recante l'invito a presentarsi alla procura militare della Repubblica di Roma in qualità di indagato per il reato di «insubordinazione con minaccia aggravata (comma 1 dell'articolo 189 e numero 2 dell'articolo 47 c.p.m.p.)» perché «in occasione e nel corso dell'espletamento dell'attività difensiva di militare dell'Arma dei Carabinieri sottoposto a procedimento disciplinare, comunicando con più persone, prospettava un ingiusto danno al comandante di corpo che aveva proceduto ad attivare ed istruire il medesimo procedimento, Gen. B. CC Claudio Curcio, dichiarando – alla presenza ed all'indirizzo di quest'ultimo – “Il comportamento del Car. sc. Lanzo? (...) non ha commesso alcuna infrazione disciplinare, ma ritengo che l'abbia commessa chi ha scritto il rapporto disciplinare. Faccio presente che in altre sedi mi riservo di far esercitare la Costituzione, sicuramente adirò la Magistratura perché così si impedisce di esercitare i diritti costituzionali. Emerge che qui non si possono esercitare i diritti costituzionali”. Con l'aggravante del grado rivestito. In Perugia, in data 11 ottobre del 2010”;
   il sostituto procuratore militare della Repubblica presso i tribunale militare di Roma nella richiesta di archiviazione, datata 12 marzo 2012 ha riportato che «le risultanze in atti, facendo adeguata luce sulla condotta di interesse, insinuano non pochi dubbi circa la reale portata minatoria della stessa. Al di là, infatti, delle valutazioni formulate dal diretto destinatario delle espressioni in contestazione, vedasi i contenuti dell'iniziale informativa a firma del comandante di corpo, Gen. B. CC Claudio Curcio, (...) va tenuto nel debito conto il contesto di svolgimento degli accadimenti. Le frasi de quibus, pronunciate dal difensore del Car. sc. Lanzo, destinatario di un preciso addebito disciplinare, si volgevano a contestare – sia pure con forme poco contenute e sostanzialmente inopportune – l'addebito, ed a protestare per la ritenuta compressione di un diritto, quello di svolgere attività politica (...) può forse convenirsi, con il comandante di corpo, che le parole in disamina fossero volte a condizionare – ma sarebbe più corretto dire indirizzare – il libero convincimento (...) ma questa è, per l'appunto, una peculiarità connaturata ad ogni atto difensivo (...)»;
   il giudice per le indagini preliminari del tribunale militare di Roma ha archiviato, con il decreto n. 288/12 datato 23 aprile 2012, il procedimento penale per infondatezza della notizia di reato poiché gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono risultati idonei a sostenere l'accusa in giudizio;
   il legislatore per garantire il principio dell'imparzialità e dell'indipendenza del militare difensore ha previsto con il decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, all'articolo 1370, comma 3, lettera e), che «il difensore non può essere punito per fatti che rientrano nell'espletamento del mandato», mentre con il decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 90, all'articolo 751, comma 1, numero 43) ha disposto che possono essere puniti con la consegna di rigore i «comportamenti intesi a limitare l'esercizio del mandato del difensore»;
   la «Guida tecnica – norme e procedure disciplinari» nell'edizione approvata con il dispaccio M-D GMIL/0076835/III/7 del 21 febbraio del 2011, a firma del generale di corpo d'armata Mario ROGGIO, a pagina 17 ha riportato che «il provvedimento conclusivo di assoluzione o di proscioglimento del militare in sede penale non ha l'effetto di riammettere in termini l'amministrazione per avviare un procedimento disciplinare, per eventuali fatti contenuti nel provvedimento medesimo che erano già pienamente conosciuti dall'amministrazione»;
   il generale di brigata CC Roberto Sernicola con il dispaccio del Ministero della difesa – III reparto della direzione generale del personale militare – prot. M-D/GMIL1 III 7 2/0384337 datato 17 ottobre 2012 nel definire la posizione disciplinare a seguito di procedimento penale ha riportato che «la contestazione degli addebiti (...) dovrà vertere, principalmente, sulle forme utilizzate dal De Muro che, come rilevato dal Sostituto procuratore militare della Repubblica, sono risultate poco contenute e sostanzialmente inopportune e ciò considerato che le parole in disamina erano volte ad indirizzare, piuttosto che condizionare, il libero convincimento del Comandante di corpo, peculiarità che, però, è da ritenersi connaturata ad ogni atto difensivo»;
   il comandante del quarto gruppo elicotteri, capitano di fregata Marcello Camboni, con il fg. prot. 4587 datato 7 novembre 2012 ha contestato i seguenti addebiti, finalizzati all'irrogazione di una sanzione disciplinare diversa dalla consegna di rigore: «In sede di Commissione di disciplina, nel corso dell'espletamento dell'attività difensiva di militare dell'Arma dei carabinieri sottoposto a procedimento disciplinare, nell'espletamento delle funzioni di militare difensore utilizzava forme poco contenute e sostanzialmente inopportune nei confronti del comandante di corpo» e con il fg prot. 4627 datato 9.11.2012 ha sospeso i termini per presentare la memoria difensiva, su richiesta dello stesso interessato, poiché il rilascio della copia del fg. del comandante in capo della squadra navale prot. 13975/N8/GD/R-025/10 datato 30 ottobre 2012, a firma del capitano di vascello Pietro Covino, è subordinato al parere dell'ufficio che ha formato il documento;
   gli interroganti con le interrogazioni n. 4-13707, n. 4-13167 e n. 4-16048 hanno evidenziato che appare ormai chiaro che il codice dell'ordinamento militare trovi scrupolosa applicazione solo ed esclusivamente nei confronti del personale che non riveste il grado di ufficiale;
   l'applicazione discutibile delle norme legislative desta profondo sconcerto soprattutto se si considera che l'elemento fondamentale per il funzionamento dell'organizzazione gerarchica risiede nella piena consapevolezza dell'irrinunciabile necessità di operare nel rispetto delle regole e della trasparenza –:
   quali immediati provvedimenti intenda adottare in merito alle evidenti disparità di trattamento segnalate e se non ravvisi l'esigenza di assumere specifiche iniziative volte a tutelare la figura del militare difensore e il rispetto della tempestività di attivazione del procedimento, nonché a garantire il principio della trasparenza amministrativa, anche nel caso in premessa;
   se e quali siano i provvedimenti eventualmente adottati nei confronti del Gen. B. Curcio, del Car. se. Lanzo e del Primo maresciallo De Muro e se in relazione ai fatti siano state effettuate eventuali segnalazioni all'autorità giudiziaria.
(4-18547)


   DI BIAGIO e PAGLIA. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   risultano agli interroganti delle forti criticità in capo a decine di ufficiali in ferma prefissata (UFP) dell'Arma dei carabinieri in merito alla richiesta, da parte dell'amministrazione militare, di restituire i premi di congedamento precedentemente assegnati dalla stessa;
   l'elargizione degli emolumenti, di importi variabili tra i 12.000 e i 14.500 euro, era stata prevista dall'amministrazione a seguito del trasferimento di questo personale al servizio permanente;
   recentemente, avendo ritenuto tale emolumento «un errore», l'amministrazione stessa, unica responsabile per la decisione di accordare i premi, ha iniziato a chiedere, a distanza di 6 o 7 anni, la restituzione delle somme fruite, una circostanza che mette in estrema difficoltà le famiglie coinvolte;
   l'intera vicenda ha dato luogo a un contenzioso giudiziario attualmente in corso, con l'intenzione di fare luce su una vicenda che desta numerose perplessità;
   occorre evidenziare che la normativa in materia, facente capo al decreto legislativo n. 215 del 2001 e al codice dell'ordinamento militare di cui al decreto legislativo n. 66 del 2010, prevede che alla categoria degli UFP si applichi lo stato giuridico e il trattamento economico già stabilito per gli ufficiali di complemento e disciplinato dall'articolo 1786 del decreto legislativo n. 66 del 2010;
   per quanto concerne il premio di fine ferma, o premio di congedamento, l'articolo 1796 del citato decreto legislativo n. 66 del 2010 prevede che «agli ufficiali in ferma prefissata, anche se transitati in servizio permanente effettivo, spetta il premio di fine ferma di cui dall'articolo 1786, per ogni semestre di ferma volontaria, ulteriore e successiva a quella iniziale, considerando come semestre intero la frazione di semestre superiore a tre mesi»;
   in ragione delle disposizioni di cui sopra, nel passaggio al servizio permanente, l'amministrazione militare intese dare seguito alle richieste pervenute, assegnando dei premi di congedamento agli ufficiali, per il servizio prestato in ferma prefissata;
   in merito a tale circostanza, nel rispondere ad un'interrogazione in Senato sul tema in oggetto – l'interrogazione n. 3/01892 a firma del senatore Crisafulli – il Ministero ha altresì evidenziato che la competente direzione generale per il personale militare «aveva ritenuto opportuno, ai fini di un approfondimento della tematica, interessare l'Ispettorato generale per gli ordinamenti del personale e l'analisi dei costi del lavoro pubblico del Ministero dell'economia e delle finanze, ed in relazione al parere formulato dal predetto organismo aveva emanato, il 20 febbraio 2008, un'apposita circolare con le quali venivano disciplinate le modalità e i criteri di corresponsione del premio»;
   a fronte di una tale approfondita consultazione, sembrerebbe quantomeno dubbio il comportamento dell'amministrazione che dapprima ha concesso il premio, salvo poi richiamarlo a distanza di molto tempo, mettendo in gravi difficoltà il personale coinvolto che si trova a dover restituire somme ingenti;
   sebbene il Ministero della difesa abbia manifestato, nell'ambito della sopraccitata risposta all'interrogazione svoltasi in Senato, la disponibilità del comando generale dell'Arma dei carabinieri di procedere alla restituzione attraverso forme di rateizzazione e piani di ammortamento, l'intera vicenda desta numerose perplessità, anche per l'emergere di un ulteriore profilo di criticità, derivante dal fatto che la richiesta di restituzione fa riferimento all'ammontare lordo del premio e quindi alla restituzione di danaro effettivamente mai percepito dagli interessati –:
   se si ritenga, qualora ne sussistano le condizioni, di provvedere ad una sospensione della disposizioni di recupero dei premi;
   quanti siano i nuclei familiari interessati dai provvedimenti di riconsegna dei premi;
   se non si ritenga opportuno attivare le dovute iniziative, nell'ambito delle proprie competenze, affinché, nel caso in cui si proceda ad una riscossione dei premi, si provveda in ogni caso ad una rettifica degli atti emessi, richiedendo la restituzione delle somme nette, effettivamente fruite, invece delle lorde. (4-18550)

ECONOMIA E FINANZE

Interrogazione a risposta in Commissione:


   PAGANO. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   le disposizioni recentemente introdotte dall'articolo 13-ter del decreto-legge 22 giugno 2012 n. 83 cosiddetto decreto crescita, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, sulla responsabilità solidale negli appalti, divenute pienamente operative dall'11 ottobre 2012 per i pagamenti relativi ai contratti stipulati dal 12 agosto 2012, stanno creando una serie di difficoltà alle imprese;
   secondo quanto pubblicato dal quotidiano «Italia Oggi», il 12 novembre 2012, con la circolare n. 40 dell'8 ottobre 2012, l'Agenzia delle entrate ha previsto infatti la possibilità per le imprese appaltatrici e subappaltatrici di autocertificare il rispetto degli obblighi tributari relativi al versamento dell'iva e delle ritenute fiscali, in modo da poter evitare l'attestazione di un professionista abilitato per ottenere il pagamento delle proprie prestazioni;
   tale possibilità, tuttavia, non sembra semplificare la procedura che si innesca per ottenere il pagamento di una prestazione di appalto o subappalto, in considerazione del fatto che nella maggior parte dei casi anche l'autocertificazione, sebbene firmata dall'impresa, richiederà l'ausilio di un professionista;
   lo scenario che si sta configurando appare, a giudizio dell'interrogante, quantomeno paradossale se si considera che se ogni committente, per evitare il rischio di una sanzione da 5 mila a 200 mila euro, prima di pagare l'appaltatore gli chiede, con la fattura per le prestazioni, anche un'autocertificazione del rispetto degli obblighi tributari a esse connessi e lo stesso fa ogni appaltatore ai propri subappaltatori per evitare il rischio della responsabilità solidale in caso di mancato adempimento a tali obblighi, c’è il pericolo che in molti casi costi e tempi dell'attività amministrativa necessaria agli adempimenti documentali relativi alle prestazioni d'appalto e subappalto finiscano per superare costi e tempi delle prestazioni stesse;
   il suesposto articolo descrive, inoltre, che gli operatori economici, evidenziano che tale nuovo e pesante adempimento, che si sta manifestando attualmente tra gli imprenditori, sta accentuando i profili di criticità, in considerazione della valutazione dei rischi di violazioni penali che incombono sulle autocertificazioni non correttamente compilate;
   in assenza di precise delimitazioni dell'ambito di applicazione, la norma infatti interviene indipendentemente dal valore del contratto e dalla tipologia dell'attività svolta e quindi le sanzioni potrebbero trovare applicazione anche per casistiche marginali;
   quanto detto potrebbe manifestarsi, secondo «Italia Oggi» in occasione del pagamento della manutenzione periodica di una caldaia di un negozio, ad esempio, oppure per la riparazione di un'auto aziendale, o ancora per la rettifica di un pistone, la levigatura di una sedia, la zincatura di un portone;
   la sanzione minima di 5 mila euro che rischia il committente che non abbia verificato, prima di procedere al pagamento dell'appaltatore, il corretto adempimento da parte di quest'ultimo e dei suoi eventuali subappaltatori degli obblighi tributari relativi al contratto stesso, sarà in molti casi sproporzionata, perché non limitata al corrispettivo del contratto (come previsto invece per la responsabilità solidale tra l'appaltatore e subappaltatore) e finirà per penalizzare soprattutto le imprese di piccole dimensioni;
   in altri casi è plausibile che l'appaltatore e il subappaltatore, che non hanno ricevuto ancora il pagamento dal proprio committente delle fatture già emesse per il contratto, non riusciranno più ad ottenere la retribuzione proprio a causa del mancato pagamento determinato dall'impossibilità di versare la relativa iva;
   l'interrogante rileva, in considerazione di quanto suesposto, disposizioni introdotte dall'articolo 13-ter del decreto- legge n. 83 del 2012, rischiano di causare un grave blocco per le imprese e i corrispondenti pagamenti delle fatture per effetto della responsabilità estesa, determinata da un adempimento amministrativo-fiscale indubbiamente controverso –:
   quali orientamenti, nell'ambito delle rispettive competenze, intendano esprimere con riferimento a quanto esposto in premessa, posto che le disposizioni introdotte dall'articolo 13-ter del decreto-legge n. 83, convertito dalla legge 7 agosto, n. 134, rischiano di provocare ulteriori difficoltà alle imprese ed, in particolare, a quelle di piccole dimensioni già costrette a fronteggiare una grave crisi economica e una pressione fiscale fra le più elevate a livelli mondiali;
   quali iniziative, conseguentemente, intendano intraprendere nell'ambito delle rispettive competenze, al fine di porre rimedio ad una disposizione normativa che, come esposto in premessa, appare paradossale e controversa, che determina ulteriori rallentamenti nell'ambito dell'esercizio di impresa e i cui oneri e adempimenti fiscali, burocratici e amministrativi, rappresentano i maggiori ostacoli penalizzanti per chi intende avviare un'attività imprenditoriale nel nostro Paese. (5-08439)

Interrogazioni a risposta scritta:


   GRIMOLDI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   sul portale dell'IFEL, Istituto per la finanza e l'economia locale, sono stati pubblicati i dati e le modalità di calcolo dei risparmi assegnati ai comuni in materia di consumi intermedi, come disposto dal comma 6 e 6-bis dell'articolo 16 del decreto-legge n. 95 del 2012 e successive modifiche;
   nella nota tecnica, per quanto riguarda la metodologia di analisi dei fabbisogni standard, si fa riferimento all'utilizzo da parte di IFEL di dati prelevati con questionari somministrati assieme alla società SOSE e per quanto concerne il calcolo della spesa standard si dichiara che IFEL ha adottato un modello di stima OLS con specificazione loglineare;
   dai valori pubblicati si osservano consistenti scostamenti in termini di risparmio pro capite anche per comuni di dimensioni analoghe e limitrofi e valori di risparmio assegnati anche su voci di spesa che alcuni comuni in realtà non sostengono –:
   se il Ministro non ritenga opportuno un maggior approfondimento sulle modalità di calcolo dei costi standard e sui dati utilizzati per determinare i risparmi ai singoli enti;
   se non ritenga opportuno pubblicare sul sito internet del Ministero, oltre ai risparmi assegnati ai singoli comuni, anche i dati di ogni ente utilizzati al fine di determinare i tagli sopracitati in nome della trasparenza verso gli amministratori ed i funzionari comunali che in tal modo potranno altresì controllare la correttezza dei valori utilizzati dal Ministero.
(4-18528)


   MARIO PEPE (Misto-R-A). — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   nelle officine dell'Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, si producono documenti di identità e carte valori di varia natura, come francobolli, bolli, contrassegni ed altro. Deve presumersi che, data la delicatezza delle lavorazioni, la qualità del prodotto e il livello di sicurezza interno siano costantemente ai massimi livelli;
   sono circolate notizie su una intrusione con scasso verificatasi nel settembre 2012, che avrebbe interessato sia l'officina carte valori che il reparto di produzione dei passaporti;
   risultano inoltre segnalazioni di operatori commerciali, allarmati da possibili contraffazioni, che denunciano la consegna di partite di contrassegni (ad esempio i consorzi di produttori di vini doc e docg) e bollini farmaceutici con numerazioni errate o ripetute più volte –:
   se le notizie segnalate in premessa corrispondano al vero;
   quali eventuali provvedimenti si intendano adottare per rafforzare le verifiche sulla qualità del prodotto e sulla sicurezza interna del Poligrafico di Stato. (4-18530)


   MANCUSO, GIRO, CROLLA e CICCIOLI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   la cosiddetta «manovra salva Italia», varata con il decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (coordinato con la legge di conversione 22 dicembre 2011, n. 214) recante «Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici», ha introdotto l'applicazione dell'imposta di bollo su tutti i depositi titoli;
   la norma impone una soglia minima di 34 euro di imposta;  
   sono esenti dall'imposta gli investimenti in buoni postali fino a 5 mila euro;
   in precedenza erano esenti dall'imposta anche i microinvestimenti inferiori ai mille euro;
   il bollo di 34 euro imposto senza proporzione anche ai piccolissimi investimenti rischia di ostacolare la partecipazione e di scoraggiare i piccoli risparmiatori –:
   se il Governo intenda assumere iniziative normative per reintrodurre l'esenzione dal pagamento dell'imposta di bollo per i microinvestimenti al di sotto dei mille euro;
   se il Governo intenda valutare la possibilità di assumere iniziative per introdurre un'imposta di bollo proporzionale all'ammontare dell'investimento.
(4-18531)


   BERTOLINI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   da notizie di stampa nazionale dei giorni scorsi si appende che una maxi operazione della Guardia di finanza sulle agenzie di «money transfer», partita da Brescia, sta portando alla luce una realtà inquietante;
   dal 2002 al 2011, le agenzie che si occupano del trasferimento dei fondi nei Paesi extracomunitari sono passate da 687 a 34 mila, con un ammontare trasferito solo nel 2011 di 7,4 miliardi di euro, ma la Banca mondiale stima una reale fuoriuscita di denaro pari ad almeno il doppio;
   in base a dichiarazioni del comandante generale della Guardia di finanza oltre 2,7 miliardi di euro provengono da contraffazione, evasione e immigrazione clandestina e vengono riciclati attraverso il circuito dei money transfer;
   negli ultimi 4 anni la Guardia di finanza ha ispezionato circa 1.836 agenzie e ne hanno trovate irregolari 933;
   sembra che gli stranieri residenti in Italia dichiarino al fisco circa 37 miliardi di euro di guadagni e lascia perplessi il dato che rivela come una percentuale compresa tra il 17 per cento ed il 35 per cento venga risparmiato ed inviato all'estero;
   i soli cinesi nel 2011 avrebbero spedito all'estero 2,5 miliardi di euro, circa 12.085 euro pro capite, dato che sale ad euro 16.760 per i cinesi residenti a Prato, cioè circa 1.400 euro al mese;
   tale dato fa riflettere, in quanto lo stipendio medio di un operaio italiano non raggiunge tale cifra e, di conseguenza, tali somme sono alquanto sospette;
   inoltre, per usufruire del servizio del money transfer non occorre avere il permesso di soggiorno e neppure un documento di identità, mentre per gli italiani esiste il divieto di effettuare pagamenti in contanti superiori ai mille euro;
   i dati sopra esposti sono molto preoccupanti e non lasciano molto spazio all'immaginazione, perché rivelano che gran parte di questi fondi sono frutto di attività illecite ed illegali –:
   se sia a conoscenza di tale situazione e quali siano i suoi orientamenti al riguardo;
   se e quali ulteriori e dettagliati dati abbia a disposizione e possa fornire in merito;
   quali iniziative urgenti intenda adottare per intensificare i controlli sulle attività di «money transfer», anche in collaborazione con gli enti locali;
   se non ritenga opportuno promuovere una revisione delle norme che regolano il funzionamento di queste agenzie e le modalità di versamento e spedizione di denaro, che da queste viene operato.
(4-18539)

GIUSTIZIA

Interrogazioni a risposta scritta:


   SBROLLINI. — Al Ministro della giustizia, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   il sovraffollamento delle carceri è una piaga per l'Italia e i tagli alla spesa dell'amministrazione penitenziaria non si fermano;
   la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia con più di 2.000 sentenze; tra le più frequenti motivazioni di condanna, l'Irragionevole durata dei processi e le condizioni disumane in cui vivono i detenuti;
   in particolare, la casa circondariale di Vicenza, che l'interrogante ha da poco visitato, versa in una situazione drammatica: la presenza di detenuti supera di due volte e mezzo la capienza massima della struttura. Il personale penitenziario è molto qualificato, ma quantitativamente scarso rispetto al numero dei reclusi e ciò crea un grave problema di gestione e sicurezza;
   in un contesto fatiscente e sovraffollato, la salute dei detenuti non è tutelata. Nelle celle convivono persone condannate per reati diversi e i programmi di controllo sanitario sono messi a dura prova. È incombente il rischio di un'emergenza sanitaria che metterebbe in crisi reclusi, personale e operatori. Va ricordato che, nel maggio 2012, nel carcere di Vicenza, è stato riscontrato un caso di tubercolosi. In condizioni di scarsa igiene, nuove infezioni possono scoppiare in qualsiasi momento;
   lo scopo dell'esecuzione della pena è restituire il reo rieducato alla società, senza calpestarne la dignità o escluderlo dalla vita sociale. Un contesto sovraffollato non salvaguarda la dignità umana: nasce, quindi, un problema anche sotto il profilo dei diritti;
   il sovraffollamento carcerario è una piaga sociale che dovrebbe essere affrontata in maniera complessiva e non tramite provvedimenti che rischiano di svuotare gli istituti penitenziari solo temporaneamente, per poi vederli poco dopo nuovamente sovraffollati, riportando i detenuti a vivere in condizioni di inciviltà e disagio. In questa direzione, l'amnistia e l'indulto non sono la soluzione da applicare;
   la casa circondariale di Vicenza vede, al suo interno, insegnanti che gratuitamente preparano i detenuti al conseguimento di un titolo di studio spendibile in un successivo contesto lavorativo fuori dal carcere, facilitando così il loro reinserimento sociale. L'educazione e l'istruzione tutelano il benessere sociale dell'ex detenuto e ostacolano la reiterazione dei reati. In un'ottica di prevenzione del sovraffollamento delle carceri, appare indispensabile assegnare risorse economiche a progetti scolastici ed educativi all'interno delle stesse –:
   come intendano agire sulla drammatica realtà delle nostre carceri affinché si mettano in atto misure che permettano di risolvere il problema del sovraffollamento e quello della mancanza del turn over del personale penitenziario. (4-18533)


   JANNONE. — Al Ministro della giustizia, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   il carcere vive in Italia un periodo particolarmente difficile, non soltanto sullo scandalo di 66.000 detenuti stipati in 45.000 posti, ma ancor più sul fatto che 7 detenuti 10 tornino poi a delinquere se hanno espiato la loro pena tutta in carcere, mentre soltanto una percentuale tra il 12 per cento e il 19 per cento incorre in questa recidiva se durante la detenzione in carcere ha avuto la possibilità di fare veri lavori per conto di imprese o cooperative esterne che li assumono grazie agli incentivi fiscali e contributivi introdotti nel 2000 dalla legge «Smuraglia», dal senatore allora promotore della legge;
   dal 2000 la legge è stata rifinanziata sempre con gli stessi fondi: 4,6 milioni di euro l'anno, che a causa dell'effetto dell'inflazione e della crisi, stanno diventando una cifra veramente irrisoria, che, al momento, consente di entrare in questo circuito lavorativo soltanto a 2.257 detenuti su 66.000. E siccome i soldi per quest'anno riescono a coprire soltanto fino ad agosto, i posti di lavoro si sono già ridotti. In Lombardia, ad esempio, i detenuti impiegati da ditte esterne sono stati nei primi 6 mesi dell'anno 310 contro i 470 del primo semestre 2011; e comincia a dover fare i conti con la situazione anche il caso-pilota di Padova, visitato nei giorni scorsi dal Ministro della giustizia, carcere nel quale i detenuti impiegati dal «Consorzio Rebus» gestiscono il call center delle asl venete, assemblano valige di una nota marca, costruiscono 150 bici l'anno, digitalizzano i servizi delle camere di commercio, ricevono premi internazionali per il famoso panettone culmine della loro pregiata pasticceria;
   va persino peggio all'altra tipologia di lavoro che in teoria dovrebbe essere assicurata a tutti i condannati e che invece solo per 13.691 detenuti ha dato luogo a miniperiodi da «lavoranti» per le necessità pratiche dentro il carcere come spesini, scopini, scrivani, porta vitto, gabellieri, manutentori: lavoro certo meno significativo di quello di chi opera per ditte esterne con ben altre pretese di tempi e standard qualitativi, che dunque non funziona da «ponte» tra la fine della pena e il ritorno nella società, ma che almeno allevia per qualche ora al giorno il sovraffollamento nelle celle, non lascia inattivi i detenuti e offre loro la possibilità di mettere da parte qualche quattrino. Ma anche qui le mercedi sono ferme al 1994, e il capitolo «industria» del bilancio della direzione dell'amministrazione penitenziaria (Dap), con il quale vengono retribuiti i detenuti che lavorano nelle officine gestite dall'amministrazione penitenziaria per arredi e biancherie dei nuovi padiglioni in realizzazione, ha subito un taglio addirittura del 71 per cento in due anni, in picchiata dagli 11 milioni di euro del 2010 ai 3,1 milioni del 2012;
   è un'amnesia sociale ancor più miope se si pensa a tutti gli sterili «allarmi sicurezza» lanciati ad ogni eclatante delitto in questa o quella metropoli. Altro che esercito nelle città: ogni punto percentuale di recidiva che si riuscisse ad abbassare vorrebbe infatti dire quasi 700 ex detenuti restituiti alla società senza che delinquano più e senza dunque che infliggano ai cittadini i costi dell'insicurezza. E vorrebbe anche dire un risparmio netto per lo Stato di 35 milioni di euro l'anno, visto che le stime più contenute indicano in 140 euro al giorno il costo del mantenimento di un detenuto. Per fare un raffronto, il primo provvedimento dell'attuale Governo, nei primi tre mesi di applicazione ha fatto passare dalle celle ai domiciliari appena 312 detenuti e ha impedito che altri 3.000 vi entrassero per una manciata di ore con il noto fenomeno delle «porte girevoli»; il segmento del piano-carceri in via di attuazione investe 228 milioni di euro per avere entro il 2014 circa 3.800 posti in più nelle carceri tra ristrutturazioni e ampliamenti degli istituti. Sottrarre invece alla recidiva un pari numero di detenuti richiederebbe una ventina di milioni l'anno, ma solo in costi fissi ne farebbe risparmiare più di 250 allo Stato –:
   quali iniziative i Ministri interrogati intendano adottare al fine di integrare con maggiori risorse economiche il fondo destinato alle attività di reintegrazione sociale dei detenuti;
   quali iniziative il Ministro della giustizia intende adottare al fine di migliorare i programmi di lavoro esterno alle strutture carcerarie, cui possono partecipare alcune tipologie di detenuti. (4-18536)

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   LOVELLI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   in data 5 novembre 2012, il treno Frecciabianca 9769 con partenza da Genova Piazza Principe alle ore 14,52 e arrivo stimato presso la stazione di Roma Termini alle ore 19,50, ha impiegato un tempo di percorrenza pari a quasi 13 ore, anziché di cinque come normalmente previsto;
   il grave ritardo risulta essere stato causato dalla deviazione di percorso sulla via Pontremolese imposta dal cedimento del portale di sostegno della linea di alimentazione elettrica nei pressi della stazione di Sarzana (SP) che ha reso necessaria la chiusura della linea tirrenica, ovvero la linea ferrata di collegamento tra Liguria e Lazio. Il cedimento del portale di sostegno della linea elettrica, secondo RFI, sarebbe stato provocato dai lavori effettuati da una ditta incaricata dal comune di Sarzana finalizzati all'allargamento di un sottopasso. Il Frecciabianca è così dovuto transitare da Parma, Bologna, Firenze, sino a Pisa, per riprendere la tirrenica dopo frequenti soste, giungendo presso la capitale all'incirca alle 4 di notte;
   Trenitalia ha respinto ogni responsabilità per l'accaduto ed ha comunque comunicato ai passeggeri a bordo del convoglio ferroviario che ha impiegato ben 13 ore per raggiungere Roma dal capoluogo ligure, che procederà al totale rimborso del biglietto per i cui oneri si rivarrà, dopo i necessari accertamenti, sugli effettivi responsabili –:
   se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti riportati e di quali elementi disponga in merito alle effettive responsabilità rispetto a quanto accaduto. (5-08437)


   LOVELLI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   in data 17 settembre 2012 l'interrogante presentava l'atto di sindacato ispettivo n. 5/07799, sottoponendo all'Esecutivo la situazione di disagio vissuta dai pendolari piemontesi conseguente alla decisione assunta nel mese di giugno da regione Piemonte e Trenitalia finalizzata a sopprimere 12 linee ferroviarie, optando per la sostituzione con collegamenti autobus a causa della loro non remuneratività;
   in particolare, dal piano di riorganizzazione del trasporto pubblico ferroviario piemontese sono state interessate dalla conversione da rotaia a gomma le linee: Alba-Asti; Alba-Alessandria; Asti-Casale-Mortara; Cuneo-Mondovì; Cuneo-Saluzzo-Savigliano; Novi Ligure-Tortona; Alessandria-Ovada; Casale-Vercelli; Santhià-Arona; Pinerolo-Torre Pellice; Chivasso-Asti; Ceva-Ormea;
   come già evidenziato nella precedente interrogazione, il cui iter parlamentare risulta al momento essere ancora in corso, particolare disagio conseguente al taglio dei collegamenti ferroviari risulta essere stato riscontrato dagli utenti della tratta ferroviaria Asti-Alba e Castagnole delle Lanze-Alessandria, arterie di collegamento fondamentale per il tessuto sociale locale ed utilizzate quotidianamente da un altissimo numero di pendolari;
   i collegamenti in questione, ad oggi sostituiti interamente con autobus, sono stati fonte di gravi disagi per l'utenza già a partire dal 2010. Dal 30 aprile 2010, il tratto compreso tra Alba e Castagnole delle Lanze, è stato infatti interdetto alla circolazione ferroviaria a causa di lavori di manutenzione straordinaria alla galleria «Gherzi» collocata nel territorio del comune di Alba;
   in data 25 settembre 2012 il sindaco di Castagnole delle Lanze ha partecipato ad un incontro svoltosi a Roma alla presenza dell'amministratore delegato di RFI, Michele Elia. In tale occasione sono state chieste informazioni in merito allo stato dei lavori di manutenzione all'interno della predetta galleria «Gherzi». L'amministratore delegato di RFI ha comunicato che «a causa della mancanza di fondi, i lavori sono al momento sospesi»;
   il collegamento Alba-Casatagnole delle Lanze quindi, come da due anni a questa parte continuerà ad essere effettuato attraverso autobus sostitutivi, che, come denunciato dalle associazioni dei pendolari e dagli amministratori locali, hanno spesso accumulato ritardi e situazioni di sovraffollamento che hanno impedito l'erogazione di un regolare ed efficiente servizio di trasporto all'utenza. Testimonianze di ritardi, conseguente perdita di successive coincidenze e situazioni sovraffollamento sugli autobus sostitutivi risultano purtroppo essere all'ordine del giorno nella vita dei pendolari piemontesi e nelle cronache dei giornali locali che ripetutamente ne raccolgono le denunce;
   in particolare, gli amministratori dei comuni di Alba, Neive (Cuneo), Asti, Nizza Monferrato, Costigliole d'Asti, Isola, Coazzolo, Castagnole delle Lanze, Incisa Scapaccino e Bruno hanno elaborato un documento congiunto in cui hanno evidenziato le criticità registrate nel servizio di trasporto sostitutivo su gomma nelle tratte Alessandria-Castagnole delle Lanze e Asti-Alba. Nel documento, indirizzato all'attenzione dell'assessore regionale ai trasporti Barbara Bonino, sono state denunciate oltre al sovraffollamento, anche la ripetuta carenza di informazioni nelle stazioni di Asti, Alessandria, Alba circa gli orari dei bus sostitutivi;
   nell'elaborato congiunto gli amministratori piemontesi hanno quindi sollecitato la regione Piemonte, affinché proceda all'inserimento delle linee Asti-Alba ed il collegamento Alessandria-Castagnole delle Lanze tra le tratte che verranno messe a gara, individuando un nuovo gestore ed avviando la sperimentazione di un sistema di trasporto integrato ferro-gomma per salvaguardare le infrastrutture ferroviarie presenti sul territorio e, per le quali, sono state investite notevoli risorse. In particolare, è stato chiesto di assicurare i bus per le corse negli orari meno frequentati e di mantenere i collegamenti su rotaia negli orari più affollati che vedono la presenza di numerosi studenti e lavoratori pendolari –:
   se sia a conoscenza delle innumerevoli problematiche registrate dagli utenti piemontesi conseguenti alla decisione assunta nei mesi scorsi sostituire le 12 linee ferroviarie, considerate «minori», con collegamenti autobus;
   quali iniziative, per quanto di competenza, intenda assumere per porre fine ai disagi registrati quotidianamente dai pendolari piemontesi, con particolare riferimento alle problematiche ulteriormente evidenziate dai sindaci dei comuni interessati. (5-08443)

Interrogazione a risposta scritta:


   JANNONE. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   tutti e 27 gli Stati della Unione europea rischiano una pesante procedura di infrazione dal Commissario europeo ai trasporti, l'estone Siim Kallas, per aver fatto fallire l'operazione «cielo unico», cioè la semplificazione delle rotte nello spazio aereo europeo, che servirebbe per rendere più dirette e più economiche le tratte degli oltre mille aerei che ogni ora decollano e atterrano in tutto il continente. Come esempio da seguire viene indicata l'efficienza del sistema unificato delle rotte in uso negli Stati Uniti. Un'efficienza doppia rispetto a quella dell'Unione europea. La frammentazione di uno spazio aereo diviso in 650 settori, gestito da 27 sistemi nazionali diversi, con 60 centri di controllo, impongono rotte non lineari e fanno aumentare mediamente di 42 chilometri ogni volo sui cieli europei e determinano costi aggiuntivi da 5 miliardi di euro l'anno;
   il primo pacchetto di direttive per raggiungere l'obiettivo del «cielo unico» era stato adottato nel 2004. Cinque anni dopo, la Commissione ha lanciato il pacchetto «cielo unico II» Ses II) che avrebbe dovuto far entrare in vigore entro dicembre 2012 9 blocchi funzionali di spazio aereo, soluzione che avrebbe consentito – secondo l'esecutivo europeo – di «decuplicare il livello di sicurezza, triplicare la capacità dello spazio aereo, ridurre del 50 per cento i costi di gestione del traffico e ridurre del 10 per cento l'impatto sull'ambiente». Oggi, sempre secondo i dati della Commissione, i costi del controllo del traffico rappresentano il 6-12 per cento del costo del biglietto. Secondo i servizi del commissario Kallas i cieli e gli aeroporti europei «sono a rischio di saturazione». Ogni giorno nei cieli europei ci sono circa 27.000 voli, ogni anno 1,4 miliardi di passeggeri passano per gli oltre 440 aeroporti europei. In condizioni economiche normali è previsto un aumento del traffico del 5 per cento l'anno. Nel 2030 il numero di aerei sull'Europa sarà pari a quella degli abitanti di Pechino. «Se non si prendono provvedimenti – è scritto in una nota – si creerà una situazione di caos: non solo in Europa si dovrà respingere una larga parte della domanda potenziale, ma saremo anche esposti a ritardi e cancellazioni in misura senza precedenti». I costi per la congestione potrebbero aumentare del 50 per cento entro il 2050;
   inoltre, segnala la commissione, le attuali tecnologie di gestione del traffico aereo «sono state progettate negli anni ’50 e risultano ora superate. «Il Cielo Unico europeo – ha dichiarato Kallas in una conferenza di alto livello tenuta a Limassol (Cipro) – è la mia massima priorità. È troppo importante per permettergli di fallire». Per questo ha annunciato l'intenzione di presentare nuove proposte nella primavera 2013, ma anche l'intenzione di adottare «tutte le iniziative necessarie», compreso «l'avvio di procedure d'infrazione per tutti gli stati membri», per forzarli ad applicare le norme. Sempre a Limassol è stata raggiunta un'intesa dai Ministri competenti in materia di trasporto di Italia, Malta, Grecia e la stessa Cipro. L'intesa – si legge in una nota del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti – prevede la nascita del blocco di spazio aereo funzionale Blue Med (FAB, functional block of airspace), ovvero l'integrazione degli spazi aerei di questi Paesi al fine di migliorare la funzionalità del traffico aereo e l'economia dell'area. Il FAB Blue Med non è però limitato a questi 4 Paesi, ma vede associati, per molte funzioni, l'Egitto, la Tunisia e l'Albania, con l'obiettivo di integrarli nella gestione del traffico aereo comunitario. Risparmi significativi per le compagnie aeree e per i passeggeri, riduzioni dei tempi di volo, maggiore sicurezza, minori ritardi e ridotto impatto ambientale: ecco, in sintesi alcuni dei benefici che arriveranno dall'intesa siglata a Cipro –:
   quali iniziative il Ministro intenda adottare a seguito dell'intesa siglata a Cipro, al fine di dare effettivo corso alle indicazioni espresse dalla Commissione europea, in merito alla realizzazione del cosiddetto «cielo unico». (4-18542)

INTERNO

Interrogazione a risposta orale:


   PICCOLO, BOSSA, ORLANDO, GRAZIANO, CUOMO, CIRIELLO, BOFFA e MAZZARELLA. — Al Ministro dell'interno, al Ministro della difesa, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   nel comune di Melito, in provincia di Napoli, ancora una volta si registra un episodio di inaudita e feroce violenza ai danni di un consigliere comunale del PD, Carmine Ciro Marano, vittima di una vile aggressione pubblica, avvenuta nella tarda serata del 7 novembre 2012 ad opera di più persone a volto coperto che, armate di spranghe, lo hanno selvaggiamente colpito, procurandogli un trauma cranico facciale e altre gravi lesioni;
   si è trattato, con tutta evidenza, di un palese atto di intimidazione ai danni di un amministratore del comune di Melito che, insieme agli altri componenti della maggioranza consiliare di centrosinistra, sostiene il giovane sindaco, Venanzio Carpentieri, eletto nel 2011, impegnato fin dall'inizio del suo mandato a contrastare l'illegalità e la prepotenza invasiva della criminalità organizzata che su quel territorio ha radici profonde ed estese;
   a parere degli interroganti e di moltissimi osservatori il predetto fatto criminoso rappresenta un chiaro e minaccioso segnale, di inoppugnabile matrice camorristica, rivolto all'amministrazione comunale in carica, il cui percorso di legalità e di trasparenza non risulta gradito alle cosche criminali che continuano a imperversare in quell'area, con la tenace e provocatoria intenzione di preservare il proprio dominio affaristico, economico e sociale;
   va segnalato che, recentemente, il sindaco Venanzio Carpentieri aveva pubblicamente denunciato oblique pressioni sui consiglieri comunali della maggioranza da parte di personaggi poco raccomandabili per indurli a determinare lo scioglimento del consiglio comunale, arrivando a rassegnare le dimissioni in segno di protesta e di reazione per questi tentativi impropri di condizionamento della vita istituzionale;
   tali dimissioni erano state, poi, ritirate a seguito della fortissima solidarietà manifestata dagli stessi consiglieri comunali, da buona parte delle forze politiche e da autorevoli esponenti delle istituzioni;
   non è da escludere che l'intensificazione della pressione camorristica nella città di Melito possa collegarsi all'adozione di alcuni importanti atti amministrativi, tra i quali l'approvazione della delibera per l'istituzione della stazione unica appaltante per le opere pubbliche presso la prefettura ed altri significativi provvedimenti, mirati specificamente a garantire la massima tutela della legalità e della correttezza amministrativa e ad impedire ogni possibilità di infiltrazione nella gestione della cosa pubblica;
   peraltro, nei giorni scorsi, a conferma della grave preoccupazione che fondatamente sussiste a vari livelli istituzionali, la vicepresidente della Camera dei deputati onorevole Rosy Bindi, è intervenuta ad un'affollata assemblea cittadina per esprimere incondizionata solidarietà al Sindaco, alla giunta ed ai consiglieri comunali, nella consapevolezza che essi vivono una condizione di grave inquietudine e di comprensibile timore, sentendosi esposti al rischio di ulteriori intimidazioni e minacce;
   tale rischio viene seriamente segnalato dai firmatari del presente atto di sindacato ispettivo al fine di sollecitare la massima attenzione ed allerta da parte di tutti i competenti organi istituzionali per garantire l'incolumità personale del sindaco e degli amministratori comunali e consentire l'agibilità democratica nel comune di Melito;
   ciò anche in relazione alla situazione complessiva dell'ordine pubblico nell'area a nord di Napoli, nella quale la pressione delle organizzazioni camorristiche, come ben noto alla magistratura ed alle forze dell'ordine, non accenna a diminuire; anzi si registra negli ultimi mesi una recrudescenza del fenomeno che sembra incentrarsi particolarmente proprio nel territorio del comune di Melito e nelle aree confinanti di Scampia e Secondigliano;
   è chiaro, quindi, che in tali località si è venuta a determinare una situazione di estrema e pericolosissima emergenza alla quale occorre far fronte con misure ed interventi straordinari per evitare un ulteriore ed irreparabile degrado che fatalmente segnerebbe ed indebolirebbe la volontà e l'impegno di quanti intendono contrastare la criminalità e non vogliono arrendersi al sopruso ed all'illegalità –:
   se il Governo sia a conoscenza degli ultimi gravi fatti di intimidazione e violenza camorristica contro gli amministratori del comune di Melito, eseguiti con l'evidente obiettivo di creare condizioni di inagibilità democratica e di sterilizzare le azioni a difesa della legalità, frenando una coraggiosa e virtuosa opera di riscatto di quella comunità civica;
   quale sia la consistenza delle forze in campo tra polizia di Stato, carabinieri e Guardia di finanza impegnate sul territorio di Melito, sul quale sembra si stia particolarmente concentrando l'attività della criminalità organizzata;
   se il Governo non ritenga che per una più incisiva azione di contrasto della criminalità sia necessaria una maggiore presenza delle forze dell'ordine in numero tale da garantire il massimo controllo del territorio, nonché per dare un maggiore impulso alle indagini e assicurare tempestivamente alla giustizia gli autori materiali di questa violenta aggressione che ha suscitato un grande sgomento nella popolazione;
   quali iniziative si intendano adottare per tutelare l'incolumità del sindaco e degli amministratori di Melito e garantire che essi possano svolgere serenamente le loro funzioni istituzionali. (3-02613)

Interrogazione a risposta in Commissione:


   CECCACCI RUBINO, CAZZOLA, FRASSINETTI, GIAMMANCO, MANNUCCI e REPETTI. — Al Ministro dell'interno, al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   domenica 11 novembre 2012 si è verificato l'ennesimo incidente di caccia, nelle campagne di Irgoli in provincia di Nuoro, dove è stato colpito in volto, da un proiettile, un minore, di anni dodici, che stava partecipando con i familiari ad una battuta al cinghiale;
   il dramma del dodicenne, attualmente in fin di vita all'ospedale San Francesco di Nuoro, non rappresenta un episodio isolato, ma una costante nel nostro Paese, dove ogni anno la stagione venatoria si conclude sempre con decine di minori uccisi e mutilati per un'attività che ha perso qualsiasi giustificazione storica e sociale;
   i dati 2012 — non ancora definitivi, poiché la stagione venatoria ancora non è conclusa — registrano che, in soli due mesi, a partire dal primo settembre sono già settantasei (76) le vittime della caccia, con diciassette (17) morti e cinquantanove (59) feriti, molti dei quali minori o gente comune che hanno avuto la sventura di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato;
   da anni vengono sollevati problemi sull'inadeguatezza di quanti oggi praticano la caccia, molti dei quali hanno ottenuto la licenza prima del 1977, quando ancora non erano previsti esami per il possesso delle armi e per l'autorizzazione alla caccia. Il combinato disposto di scarsa preparazione dei cacciatori, molti dei quali hanno appreso da sé a maneggiare le armi, e dell'avanzamento dell'età media, con vista e abilità fisiche dei suoi praticanti sempre più declinanti, rappresenta la causa prima di quest'annuale strage degli innocenti che, per le suddette ragioni, se non verranno prese misure preventive urgenti, andrà sempre più peggiorando con il passare degli anni;
   la stessa normativa nazionale, la legge n. 157 del 1992 «Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio», deve essere rivista perché composta da norme non più adeguate all'alta densità abitativa delle campagne. Non è, infatti, più possibile prevedere percentuali di territorio nazionale, che devono essere messi a disposizione per la caccia, pari all'80 per cento della sua superficie a fronte dell'1 per cento della popolazione italiana di cacciatori. Non è altrettanto più tollerabile, caso unico al mondo, che i cacciatori possano accedere in qualsiasi fondo privato, non adeguatamente recintato (articolo 842 c.c.), anche senza il consenso del proprietario;
   ormai è evidente che occorre intervenire con urgenza per impedire che altre vittime innocenti perdano la vita, pertanto occorre restringere la normativa attuale, in particolare: sottoporre i cacciatori ad esami psicoattitudinali e di idoneità fisica annuali, anziché ogni sei anni come previsto oggi; vietare la partecipazione dei minori alle battute, anche se in compagnia dei genitori; estendere ad almeno un chilometro, da case, strade e campi agricoli, il limite minimo dove è consentito sparare; vietare l'accesso ai fondi privati quando non espressamente consentito dal proprietario; aumentare le sanzioni penali ed amministrative e, importante per il suo valore educativo, sospendere per un periodo di tempo non recuperabile la stagione venatoria ogni qual volta si verifichino episodi mortali come purtroppo oggi si assiste con frequenza –:
   quali iniziative di competenza i Ministri interrogati intendano intraprende per impedire il verificarsi di episodi delittuosi, come gli incidenti mortali di caccia, ormai sempre più numerosi nel nostro Paese. (5-08441)

ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA

Interrogazione a risposta orale:


   DE POLI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   nel 2010 il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca aveva definito l'annosa questione dell'annessione dei convitti per sordi alle scuole frequentate dagli stessi alunni, con il pieno consenso dell'ente nazionale sordi che ha denunciato anche direttamente al Ministro interrogato come il mancato coordinamento tra attività scolastiche e convittuali fosse elemento discriminante per il diritto all'apprendimento degli alunni sordi che per questo oggi non è tutelato; purtroppo, va constatato che, a distanza di oltre due anni, l'ufficio competente del Ministero non ha ancora emanato il provvedimento formale di annessione; inoltre, recentemente, ha rivolto tale incombenza alle province, le quali, ai sensi dell'articolo 7, comma 1, del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 233 del 1998, non hanno competenza a «dimensionare» le istituzioni educative –:
   quali iniziative il Ministro interrogato intenda assumere per dare celere ed immediata risposta ad una legittima richiesta, tesa a garantire agli studenti sordi, al pari degli udenti, la frequenza della scuola da loro scelta, anche se lontani dalle proprie famiglie, dando così riscontro concreto ad una istanza pressante come evidenziato in premessa. (3-02612)

LAVORO E POLITICHE SOCIALI

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   MANCUSO, CICCIOLI, FAENZI, BARANI, GIRO, CROLLA e PELINO. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 1, comma primo, lettera a) della legge 3 agosto 1998, n. 315, ha introdotto l'obbligo, a decorrere dal 1o gennaio 1999, per i soggetti assegnatari di borse di studio per la frequenza dei corsi di dottorato di ricerca, dell'iscrizione alla gestione separata INPS di cui all'articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335;
   i veterinari che svolgono attività di ricerca presso l'università, per la quale percepiscono borse di studio o assegni di ricerca, in quanto iscritti agli albi professionali sono automaticamente ed obbligatoriamente iscritti all'Enpav (come previsto dall'articolo 6 dello statuto Enpav e dagli articoli 24 della legge n. 136 del 1991 e 1 del decreto legislativo n. 509 del 1994), oltre ad essere iscritti anche alla gestione separata Inps, per effetto delle disposizioni richiamate al precedente punto;
   tale duplice imposizione contributiva appare in contrasto con lo scopo stesso per il quale è stata istituita la gestione separata INPS: secondo il combinato disposto dell'articolo 2, comma 26, della legge n. 335 del 1995 e dell'articolo 6, comma 1, del decreto ministeriale n. 281 del 1996, l'iscrizione ed il versamento dei contributi alla gestione separata è obbligatorio unicamente per i soggetti, siano essi lavoratori autonomi ovvero collaboratori coordinati e continuativi, i cui redditi non siano assoggettati ad altro titolo a contribuzione previdenziale obbligatoria;
   in base alle norme sopra richiamate, dunque, l'iscrizione alla gestione separata INPS avrebbe carattere residuale e sarebbe pertanto diretta ad assicurare la copertura previdenziale, prevista dall'articolo 38 della Costituzione, unicamente nei confronti di quei lavoratori che sono privi di altra tutela previdenziale obbligatoria;
   in merito alla prevalenza del versamento della contribuzione alla Cassa previdenziale rispetto a quello previsto dalla legge n. 335 del 1995 nei confronti della gestione separata, in passato si è espressa proprio l'INPS; con circolare n. 124 del 1996, infatti, l'INPS ha riconosciuto ai liberi professionisti che versavano al proprio ente un contributo determinato in misura fissa diretto all'erogazione di un trattamento previdenziale, l'esclusione dal pagamento del contributo alla gestione separata;
   sulla scorta di tale principio, è stato quindi scongiurato il rischio della duplicazione dell'obbligo contributivo a carico dei veterinari che svolgono collaborazioni coordinate e continuative attinenti alla professione veterinaria, nonché dei veterinari specialisti ambulatoriali che stipulano convenzioni con il servizio sanitario nazionale (come confermato dal Governo, in sede di XI Commissione lavoro, a seguito di apposita interrogazione proposta sull'argomento);
   diversamente accade ancora oggi per i liberi professionisti che percepiscono borse di studio per lo svolgimento di attività di ricerca, come i dottorandi di ricerca con borsa di studio, nonché per gli assegnisti di ricerca. Tutti questi soggetti, nonostante siano iscritti ad un albo professionale e quindi all'ENPAV, sono comunque obbligati a versare anche alla gestione separata INPS, ancorché svolgano attività attinente la professione veterinaria;
   l'INPS, interessata dall'ENPAV della problematica, con circolare n. 101/1999 si è limitata a stabilire che in presenza di concomitanti rapporti assicurativi, il titolare della borsa di studio è autorizzato al versamento di una contribuzione ridotta alla gestione separata pari, dal 1o gennaio 2008, al 17 per cento del compenso annuo percepito (anziché la contribuzione intera pari al 24,72 per cento);
   con circolare 3 febbraio 2012, n. 16, l'INPS, ha annunciato le nuove aliquote contributive per gli iscritti alla gestione separata INPS, conseguenti all'aumento di un punto percentuale stabilito con la legge di stabilità 2012 (articolo 22, comma 1, legge n. 183 del 2011);
   l'aliquota per i soggetti provvisti di altra tutela pensionistica obbligatoria è ora del 18 per cento;
   tale circostanza, ossia che le stesse circolari INPS riconoscano la possibilità di un duplice rapporto assicurativo in capo agli stessi soggetti, autorizzando in tali ipotesi una riduzione del contributo dovuto alla gestione separata, legittima, pertanto, l'assoggettamento delle borse di studio alla contribuzione ENPAV;
   di fatto, quindi, un veterinario iscritto all'albo professionale che vince una borsa di studio per dottorato di ricerca o riceve un assegno per la collaborazione alla ricerca, si vede costretto a versare il 18 per cento di quanto ottenuto e contestualmente, essendo egli un professionista dotato del proprio ente di previdenza obbligatoria, versa anche la contribuzione alla cassa di categoria;
   è bene evidenziare che il contributo pagato alla gestione separata ha una durata limitata all'arco di tempo in cui svolge attività di ricerca (tre anni) e pertanto tale contribuzione non sarà utilizzata in alcun modo, salvo che egli, al termine di tale periodo, non continui ad alimentare la posizione contributiva aperta presso tale gestione. Diversamente, il veterinario che sceglie di iscriversi all'albo professionale è obbligatoriamente iscritto all'ENPAV e tale iscrizione gli garantisce una copertura previdenziale ed assistenziale per tutto l'arco della vita lavorativa;
   nel 2001, con il parere n. 9PP/81484/VET-Q–3 del 21 novembre 2001, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha escluso i medici veterinari, e i professionisti in generale, titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa dagli obblighi contributivi verso la gestione separata INPS;
   con l'interpello n. 35 del 2010, a firma del direttore generale dell'attività ispettiva Paolo Pennesi, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha dato risposta a un quesito presentato dal Consiglio nazionale degli architetti;
   la questione posta nello specifico richiedeva chiarimenti circa gli obblighi rispetto alla gestione separata INPS da parte di un architetto che svolga in via principale la propria attività professionale, dalla quale deriva il vincolo di iscrizione alla cassa privatizzata di categoria, e un ulteriore lavoro autonomo;
   il Ministero, nella sua risposta, ha riconosciuto innanzitutto che «l'obbligo assicurativo di iscrizione al Fondo Gestione Separata dell'INPS introdotto dalla Legge 335/1995 riguarda tutte le categorie di liberi professionisti per i quali non sia stata prevista una specifica cassa previdenziale»;
   per entrambe le forme assicurative, sottolinea il Ministero, vale la «regola dell'esclusività, nel senso che l'iscrizione a INARCASSA» (ma il principio vale ovviamente per tutte le Casse di previdenza) «esclude che per la stessa attività si effettui l'iscrizione alla Gestione Separata INPS in considerazione del fatto che i contributi dovuti sui redditi professionali non possono essere soletti a più gestioni contemporaneamente»;
   il Ministero conclude giudicando «non sussistente l'obbligo di iscrizione alla Gestione Separata INPS qualora per la stessa attività già si versino i contributi a INARCASSA (o ad altra Cassa), data la specifica esclusione di tali soggetti dal fondo INPS operato dal dettato legislativo che dispone l'obbligo di iscrizione alla Gestione Separata di cui all'articolo 2, comma 26, Legge 335/1995 per i lavoratori autonomi di cui all'articolo 2222 del Codice civile, non iscrivibili alla Cassa di categoria»;
   l'articolo 18, comma 12, del decreto legislativo 6 luglio 2011, n. 98, convertito dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, chiarisce che i soggetti che esercitano per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo tenuti all'iscrizione presso l'apposita gestione separata INPS sono esclusivamente i soggetti che svolgono attività il cui esercizio non sia subordinato all'iscrizione ad appositi albi professionali, ovvero attività non soggette al versamento contributivo agli enti previdenziali privati (di cui ai decreti legislativi n. 509 del 1994 e n. 103 del 1996) –:
   se il Governo intenda assumere iniziative per escludere i medici veterinari titolari di un assegno di borsa di studio o di ricerca dagli obblighi contributivi nei confronti della gestione separata INPS.
(5-08442)


   MANCUSO, CICCIOLI, GIRO e CROLLA. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   ogni giorno in Italia vengono scoperte decine di falsi invalidi;
   la signora Michelina Bruschetta, residente a Silea, in provincia di Treviso, ha gestito per 34 anni il salone per parrucchiera «Ivana e Michela» insieme alla sorella Ivana;
   nel 2009 le è stato diagnosticato un mesotelioma pleurico, una forma tumorale molto particolare legata alle polveri d'amianto presenti, un tempo, in molti prodotti per parrucchiera: nei borotalchi, in alcuni solventi e coloranti;
   a causa dell'aggravarsi delle sue condizioni e degli effetti collaterali della chemioterapia la signora Bruschetta è stata poi costretta a lasciare il lavoro;
   un anno fa anche la sorella Ivana ha deciso di lasciare il lavoro, vendere il negozio e dedicarsi all'assistenza della sorella;
   solo attraverso l'intervento di un legale, è stato possibile il riconoscimento da parte dell'INAIL delle agevolazioni previste per chi è colpito da malattie professionali;
   quindi le due sorelle si sono rivolte all'INPS per l'accompagnatoria prevista per gli invalidi al 100 per cento, cominciando un lungo e penoso iter di visite mediche e carte bollate;
   nel marzo 2012, all'ultima visita, la signora Bruschetta è stata costretta a presentarsi in sedia a rotelle ed è stata visitata da una commissione di tre medici;
   ad aprile le condizioni della signora sono peggiorate e, purtroppo, il 18 giugno è deceduta;
   il 7 novembre è stata recapitata alla sorella Ivana la lettera della commissione INPS, in risposta alla richiesta di invalidità totale;
   l'INPS ha dichiarato che la signora non può considerarsi invalida, che è in grado di «deambulare» e che la sua «capacità lavorativa» non è ridotta –:
   se il Governo intenda promuovere verifiche per appurare come sia potuto verificarsi un accadimento così increscioso;
   se il Governo intenda assumere iniziative normative urgenti per standardizzare i parametri richiesti per il riconoscimento delle varie percentuali di invalidità. (5-08447)

Interrogazioni a risposta scritta:


   JANNONE. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   la realtà lavorativa italiana vede un variegato insieme di contratti di lavoro precari, lavoratori a termine «involontari», partite iva e collaborazioni fittizie o inquadramenti part-time, con giovani che tentano di inserirsi in un contesto dove si urla «largo ai giovani» ma ognuno tende a conservare tenacemente il proprio posto fisso. Secondo un'indagine condotta dal centro studi Datagiovani, che analizza l'andamento del precariato giovanile negli ultimi otto anni, nel 2009 è avvenuto il sorpasso tra percentuale di occupati adulti rispetto ai giovani, con un divario che nel primo trimestre del 2012 si attesta intorno ai 5 punti percentuali. Il segnale di deterioramento del mercato del lavoro giovanile è rappresento proprio dalla crescita del precariato, la cui incidenza tra gli under 35 è raddoppiata in otto anni, passando dal 20 per cento del 2004 al 39 del 2011 e nel primo trimestre 2012 si sarebbe già sfondato il muro del 40 per cento. Un giovane su due con meno di 24 anni è precario, circa il 23 per cento tra i 25 e i 34 anni, contro percentuali pressoché dimezzate per le classi d'età più mature. Si tratta di un fenomeno più evidente tra le donne, dove la crescita, negli ultimi otto anni, è quasi doppia rispetto agli uomini. L'indagine fa una distinzione tra le tipologie di precariato: degli oltre 3,5 milioni di precari italiani nel 2011 (il 15,5 per cento degli occupati totali) i lavoratori a termine involontari (che vorrebbero cioè un contratto a tempo indeterminato) sono circa 2,2 milioni; i lavoratori part-time involontari sono oltre 1,1 milioni, quasi l'80 per cento donne; è in diminuzione il fenomeno dei dipendenti «mascherati» da collaboratori (162mila) o partite iva (77mila);
   per quanto riguarda la preparazione al mondo del lavoro ed il livello di istruzione degli occupati, si nota che la laurea non è più un lasciapassare per accedere a un'occupazione stabile. A meno che non si tratti di una laurea «tecnica»: oggi il «saper fare» conta più del semplice «saper». Infatti i laureati in ingegneria, architettura o scienze mediche hanno una probabilità di precarizzazione intorno al 10 per cento, pari alla metà dei laureati in discipline umanistiche o dei diplomati in istituti magistrali, licei artistici e linguistici. Per chi si è diplomato in un istituto tecnico la probabilità di precarizzazione è del 12,6 per cento non distante da quella di un medico o un ingegnere. L'altro scotto da pagare per i precari è la disparità di salario: un precario percepisce dal 20 per cento al 33 per cento in meno nella retribuzione netta mensile rispetto a un collega non precario. Sarà per questo che le aziende italiane sembrano restie a concludere contratti «definitivi», agevolate da leggi nate per aumentare la cosiddetta flessibilità;
   datagiovani ha rilevato che l'Italia rispetto a tutti i principali Paesi europei partiva nel 2001 da una incidenza di contratti a termine molto più bassa: 9,6 per cento nel complesso, contro il 12,4 per cento della unione europea a 27 e della Germania, il 14,9 per cento della Francia e il 32 per cento della Spagna. Nella fascia 15-24 anni l'Italia era ampiamente sotto la media dell'Unione: il 23,3 per cento contro il 35,9 per cento. Poi nel 2004 si è avuto il giro di boa. Con l'entrata in vigore della legge Biagi, il numero dei contratti a termine è cresciuto in modo vertiginoso, fino ad arrivare al 50 per cento dei contratti nel 2011 è trattato di aumento di quasi il 27 per cento Giovani, con un costo del lavoro notevolmente ridotto negli ultimi anni e senza alcuna certezza di assunzione –:
   quali iniziative il Ministro intenda adottare al fine di dare avvio ad una riforma generale del mercato del lavoro in cui stabilire un ben determinato limite temporale alle varie forme di precariato per inquadreale, in seguito, in contratti di assunzione a tempo indeterminato.
(4-18541)


   JANNONE. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   l'Italia è tra gli ultimi paesi in Europa per risorse destinate alla protezione sociale delle persone con disabilità: si spendono 438 euro pro-capite annui contro i 531 della media europea, ben lontani dai 754 del Regno Unito. Secondo una ricerca promossa dalla Fondazione Cesare Serono e realizzata dal Censis, in Francia si arriva a 547 euro, in Germania a 703 euro e solo la Spagna, con 395 euro, si colloca più in basso del nostro Paese. La spesa per i servizi in natura, pari a 23 euro pro-capite annui, risulta meno di un quinto della media europea e inferiore anche al dato della Spagna. Ma oltre le risorse economiche, vengono a mancare soprattutto le politiche di inserimento lavorativo: il modello italiano resta assistenzialistico e le responsabilità sono scaricate sulle famiglie. Le capacità delle persone con disabilità o malattie croniche non vengono valorizzate e l'autonomia non è promossa;
   in Francia risulta occupato il 36 per cento dei disabili con un'età compresa tra 45 e 64 anni, mentre in Italia il tasso si ferma al 18,4 per cento tra i 15-44enni e al 17 per cento tra i 45-64enni. Così, è occupata meno di una persona down su tre dopo i 24 anni, meno della metà delle persone con sclerosi multipla tra i 45 e i 54 anni, e il 10 per cento degli autistici con più di 20 anni. Quanto all'inclusione scolastica, lo studio – presentato da Ketty Vaccaro, responsabile del settore Welfare del Censis e dal presidente Giuseppe De Rita – rileva che «l'esperienza italiana rappresenta un'eccellenza» per l'obbligo imposto alle scuole ad accettare alunni con disabilità, ma le risorse dedicate alle attività di sostegno e di integrazione degli alunni «appaiono spesso inadeguate». «Nell'anno scolastico 2010-2011 circa il 10 per cento delle famiglie degli alunni con disabilità ha presentato un ricorso al Tribunale civile o al Tribunale amministrativo regionale per ottenere un aumento delle ore di sostegno». La ricerca evidenzia, inoltre, che le misure economiche erogate dall'Inps a favore di persone che hanno una limitata o nessuna capacità lavorativa sono pari a circa 4,6 milioni di prestazioni pensionistiche, di cui 1,5 milioni tra assegni ordinari di invalidità e pensioni di inabilità e 3,1 milioni per pensioni di invalidità civile, incluse le indennità di accompagnamento, per una spesa complessiva di circa 26 miliardi di euro all'anno. Il modello assistenzialistico lascia però alle famiglie il compito di provvedere ai bisogni delle persone con disabilità, senza avere l'opportunità di rivolgersi a strutture e servizi adeguati;
   secondo lo studio «accanto ad alcune best practice legate a scelte coraggiose compiute in anni passati» vi sono «ampie zona d'ombra»; in alcuni territori sono cresciute «esperienze di eccellenza» ma quello che colpisce è «la disuguaglianza profonda tra territorio e territorio» ed «una generale e cronica carenza di servizi assistenziali in natura» e «una trasversale» ristrettezza di risorse. Tra le ombre lo studio sottolinea anche la carenza di un dibattito pubblico sui diritti delle persone con disabilità: il tema ottiene con estrema difficoltà l'attenzione dei media e appare nelle agende pubbliche quando si immaginano recuperi di spesa anziché nuovi investimenti. Lo stesso XI rapporto nazionale sulle politiche della cronicità aveva evidenziato, qualche giorno fa, che in Italia oltre il 50 per cento delle persone tra i 65 e i 74 anni è affetto da una patologia di questo tipo. Un problema che spesso si accompagna a difficoltà economiche: il 12,2 per cento degli ultrasessantacinquenni vive infatti uno stato di povertà relativa, mentre quasi il 6 per cento è povero;
   il rapporto raccoglie dati acquisiti da 28 associazioni nazionali, che rappresentano in tutto oltre 100 mila pazienti. Nel 56 per cento dei casi a occuparsi della cura ed assistenza all'anziano malato cronico è un solo nucleo familiare con un impegno di cinque ore al giorno. Quasi sempre (93 per cento dei casi) è difficile conciliare il lavoro con l'assistenza, al punto che oltre la metà delle persone intervistate (53,6 per cento) segnala licenziamenti o interruzioni del rapporto lavorativo. A tutto ciò si aggiunge la difficoltà crescente di fronteggiare i costi legati alle cure. Le famiglie mediamente spendono in un anno circa 8.500 euro per pagare colf o badanti, 3.700 euro per visite, esami o attività riabilitativa a domicilio. Mentre si arriva a quasi 14 mila euro, in media, per la retta delle strutture residenziali o semiresidenziali. In base ai dati della Corte dei conti, proprio nelle regioni dove è più critica l'offerta assistenziale, c’è anche una maggiore incidenza di ticket sanitari: oscillano tra i 181 euro del Lazio e i 43 euro del Trentino Alto Adige;
   fra i maggiori ostacoli, è da rilevare quello della gestione del malato cronico a casa. Se il paziente anziano viene dimesso dall'ospedale, in un terzo dei casi è la famiglia ad occuparsi di tutto. Anche perché una volta su due, il medico di medicina generale fornisce solo le indicazioni degli uffici a cui rivolgersi. Nel 76 per cento dei casi, contestualmente alle dimissioni ospedaliere, non viene dato il via all'assistenza domiciliare. In due casi su tre, il medico di famiglia non interagisce con l'Asl per dare il via a questi servizi socio sanitari e nel 70 per cento delle situazioni non si coordina con lo specialista. Inoltre solo poche famiglie sono soddisfatte dell'assistenza a casa: il 27 per cento la considera mediamente adeguata, mentre per il 73 per cento non lo è. Tutto comunque dipende dalla regione dove si abita. L'assistenza domiciliare integrata è fornita all'1,5 per cento degli anziani in Sicilia e all'11,6 per cento dell'Emilia Romagna. La spesa pro capite per interventi e servizi sociali è di 25,5 euro della Calabria e di 269,3 euro in Valle D'Aosta. Per accedere all'assistenza residenziale e semiresidenziale, il primo problema segnalato sono i tempi di attesa eccessivamente lunghi: il 39 per cento afferma che si aspetta tra i 3 e i 6 mesi;
   la disponibilità di posti letto nelle strutture residenziali e semiresidenziali cambia da un'area all'altra del Paese: si passa dagli 897 posti letto per 100.000 abitanti della provincia autonoma di Trento ai 59 posti letto della Sicilia. Lunghi tempi anche per gli interventi chirurgici: il 30 per cento dei pazienti dichiara di arrivare ad attendere da tre mesi ad un anno, mentre nella maggioranza dei casi (40 per cento) si aspetta almeno 2 mesi. Stesso problema per le visite specialistiche: l'attesa media (28,5 per cento) è di più di due mesi, ma si arriva ad attendere anche più 6 mesi (14,2 per cento). A peggiorare la situazione c’è anche il costo dei farmaci. L'incidenza dei ticket tra il 2007 e il 2011 è praticamente più che raddoppiata, passando rispettivamente da 539 milioni di euro a 1.337 milioni di euro. La metà dei pazienti non accede all'innovazione farmaceutica. Gli iter nazionali e regionali di approvazione ritardano fortemente l'accesso alle terapie. Il 55,2 per cento delle associazioni denuncia tempi eccessivamente lunghi per l'immissione in commercio e la rimborsabilità di alcuni farmaci a livello nazionale;
   la burocrazia è uno dei principali ostacoli per i malati cronici e le loro famiglie. Infatti è molto lungo e complicato l’iter per accertare l'invalidità civile: per il 72 per cento dei cittadini eccessivamente complicato e con tempi estenuanti. A volte però la persona non ha nessuno accanto e la questione si complica. Chi è solo e malato finisce col deprimersi più facilmente. Anche qui il sistema non risponde alle aspettative, visto che gli esperti considerano l'aspetto psicologico solo nel 20 per cento dei casi. Se assistiti a casa, due anziani su tre lamentano la mancanza di socialità. Ed anche in ospedale, un contesto in cui a prima vista sembrerebbe che non manchi il contatto umano, circa un anziano su tre denuncia lo stesso problema. Il 70 per cento denuncia inoltre la mancanza dello psicologo nelle équipe che si occupano dell'assistenza domiciliare. C’è poi il problema della scarsa attenzione nei confronti del dolore del paziente cronico. I medici di medicina generale non si impegnano come dovrebbero: il 46,4 per cento dei dottori non registrano il dolore nell'anziano il 28,6 per cento lo sminuisce, il 25 per cento lo registra solo se acuto. In ospedale, il dolore è registrato regolarmente solo per il 7 per cento delle associazioni, per il 20 per cento non è mai registrato, e per oltre un terzo (35,7 per cento) viene sminuito o registrato solo se acuto. Situazione pressoché analoga nelle strutture residenziali dove il dolore è sminuito per oltre la metà delle associazioni e viene regolarmente misurato solo per l'8,7 per cento di esse –:
   quali iniziative i Ministri intendano adottare al fine di dare maggiori garanzie assistenziali per i disabili gravi, sia nel senso di sostegno alle famiglie che si occupano di malati cronici, sia nel senso di una maggiore assistenza psicologica all'interno delle strutture preposte alla cura di chi è affetto da malattie altamente invalidanti. (4-18543)

POLITICHE AGRICOLE, ALIMENTARI E FORESTALI

Interrogazione a risposta scritta:


   JANNONE. — Al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   il comma 1 dell'articolo 62 del decreto-legge n.1 del 2012 recita: «I contratti che hanno ad oggetto la cessione dei prodotti agricoli e alimentari, ad eccezione di quelli conclusi con il consumatore finale, sono stipulati obbligatoriamente in forma scritta e indicano a pena di nullità la durata, le quantità e le caratteristiche del prodotto venduto, il prezzo, le modalità di consegna e di pagamento. I contratti devono essere informati a principi di trasparenza, correttezza, proporzionalità e reciproca corrispettività delle prestazioni, con riferimento ai beni forniti. La nullità del contratto può anche essere rilevata d'ufficio dal giudice»;
   il comma 3 dell'articolo 62 della suddetta legge recita: «Per i contratti di cui al comma 1, il pagamento del corrispettivo deve essere effettuato per le merci deteriorabili entro il termine legale di trenta giorni e per tutte le altre merci entro il termine di sessanta giorni. In entrambi i casi il termine decorre dall'ultimo giorno del mese di ricevimento della fattura. Gli interessi decorrono automaticamente dal giorno successivo alla scadenza del termine. In questi casi il saggio degli interessi è maggiorato di ulteriori due punti percentuali ed è inderogabile»;
   punto di discordia fra il legislatore e tutti coloro che operano nel settore agroalimentare è soprattutto il sopraccitato comma 3, secondo cui, proprio per la differenza dei termini di pagamento, a trenta giorni per i prodotti deperibili ed a sessanta per le merci non-deperibili, si renderebbe necessario una continua fatturazione separata al momento dell'ordine e della consegna, che non farebbe altro che aggravare la mole di lavoro sia per le aziende produttrici che per il rivenditore finale;
   il problema, inoltre, viene aggravato dal fatto che, come ben sottolineato da una comunicazione di Gigi Parma, responsabile del commercio per l'associazione Assimpresa «il suddetto decreto è stato fatto per regolamentare la grande distribuzione e i produttori di prodotti agricoli e agricoli alimentari, purtroppo è diventato un problema all'italiana e non si sa come mai il decreto si sia adottato anche per le attività commerciali come bar, ristoranti eccetera. Il decreto presenta per altro delle perplessità non indifferenti come per esempio l'esenzione delle cooperative, la problematica della fatturazione dei differenti prodotti»;
   oltre a ciò deve essere sottolineato il fatto che quanto stabilito dalla legge, ed in special modo la parte relativa ai pagamenti, è già entrato in vigore a partire dal 24 ottobre 2012 e che, in un periodo di congiunturale crisi economica come quella che qualsiasi ambito commerciale italiano, soprattutto quello alimentare, sta vivendo, restringere i tempi di pagamento significherebbe creare notevoli problemi di insolvenza, dato che non tutte le imprese sono in grado di disporre di una liquidità finanziaria necessaria a coprire le spese –:
   quali iniziative i Ministri intendano adottare al fine di modificare il comma 3 dell'articolo 62 del decreto-legge n.1 del 2012 relativo a tempi più stringenti di pagamento per le merci agro-alimentari acquistate, nonché per far sì che la normativa si applichi soltanto agli esercizi relativi alla grande distribuzione e non anche ai piccoli rivenditori al dettaglio. (4-18535)

SALUTE

Interpellanza:


   Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro della salute, per sapere – premesso che:
   si fa riferimento alla gravità dei fatti accaduti presso il reparto di chirurgia emodinamica del policlinico universitario di Modena tra il 2009-2011 (assurti alla cronaca in questi giorni), come pure alla recente notizia che l'inchiesta potrebbe allargarsi anche ad altri reparti del medesimo policlinico, all'interno del quale i pazienti ricoverati, del tutto ignari, venivano sottoposti alla sperimentazione di presidi sanitari (valvole cardiache, stent e palloncini), molti dei quali non avevano nemmeno il marchio registrato della Unione europea e venivano applicati senza l'autorizzazione del comitato etico interno; nel caso poiché dal medesimo venisse concessa tale autorizzazione, la spesa era accreditata al policlinico;
   nel reparto di chirurgia emodinamica operava anche un medico non iscritto all'albo e quindi non autorizzato ad esercitare la professione; inoltre venivano effettuati interventi «invasivi» con mezzi non idonei e gravemente lesivi per la salute dei pazienti, i quali erano si sottolinea, ignari;
   il policlinico di Modena è un'azienda ospedaliera universitaria e, come tale, in base alla normativa vigente, la nomina del direttore sanitario spetta alla regione, la quale come minimo dovrebbe giustificare, di fronte a fatti di questa gravità, un'omessa vigilanza che, sino a prova contraria, può apparire colpa grave e l'interrogante si augura non connivenza o pressapochismo;
   nel quadro di quanto è avvenuto si ricordano due proposte di legge presentate dall'interpellante, quella relativa alla istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sui rapporti tra politica e sanità, per fare maggiore chiarezza in modo che si possa avere più trasparenza nella selezione del personale medico dirigente (non solo alla luce di quanto avvenuto a Modena), premiando la meritocrazia, le effettive capacità e qualità di chi si accinge a lavorare o lavora nell'ambito sanitario, nonché quella sulla separazione dei policlinici universitari dai condizionamenti delle regioni, che definisce precise competenze delle facoltà di medicina e chirurgia rispetto alle regioni; si precisa, inoltre, alla luce di questi fatti che violano anche le più indispensabili e basilari norme deontologiche e i regolamenti interni delle strutture ospedaliere e che minano la tutela e la salvaguardia del degente, che la regione sarebbe dovuta intervenire anzitempo e ora, attraverso un'ispezione occorre accertare e indicare le precise responsabilità sulla vicenda –:
   di quali elementi disponga il Governo in relazione a quanto esposto in premessa e quali iniziative di competenza, anche normative, intenda assumere per evitare che si ripetano casi come quelli verificatisi presso il policlinico di Modena.
(2-01739) «Garagnani».

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   BINETTI, NUNZIO FRANCESCO TESTA, CALGARO e DE POLI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   desta sgomento il meccanismo di truffa scoperto dai Nas di Parma a danno dei malati, grazie alle intercettazioni telefoniche tra alcuni dei nove medici arrestati al policlinico di Modena;
   il meccanismo adottato, a sentire gli stessi protagonisti, funzionava piuttosto bene essendo altamente remunerativo e non particolarmente faticoso. Alessandro Aprile frequentava un master in quel reparto di cardiologia del policlinico di Modena quando venne intercettato il 16 giugno 2011 e al telefono, senza troppe cautele, raccontava il funzionamento della truffa;
   dalle indagini dei Nas e della procura emerge che, nell'ospedale aveva messo radici «un modello delinquenziale sperimentale», che, attraverso studi di natura cardiologica non autorizzati o totalmente inventati, falsificazioni di cartelle cliniche e utilizzo di materiale sanitario spesso difettoso, giocava di sponda con alcune aziende private italiane ed estere del biomedicale. Queste, in cambio dell'uso da parte dei medici dei dispositivi da loro prodotti, con conseguente pubblicità su riviste specializzate, hanno versato tra il 2009 e il 2011 su tre onlus fittizie somme di denaro pari a 1 milione di euro (già sequestrati);
   il sistema di truffa era organizzato a scapito dei tantissimi pazienti con problemi cardiaci che, arruolati a decine, e sempre a loro insaputa, si trasformavano loro malgrado in una sorta di cavie per sperimentazioni che, secondo il quadro accusatorio, «sfuggivano a qualsiasi controllo da parte del competente Comitato etico»;
   si parla di sperimentazioni di natura cardiologica non autorizzate, fuori da ogni controllo, cartelle cliniche falsificate, utilizzo di apparecchiature mediche (tipo gli stent: tubicini usati nel caso di arterie ostruite o indebolite) senza certificazione e spesso difettose;
   tra le svariate decine di pazienti, sottoposti a loro insaputa alle sperimentazioni, vi sono anche due casi di decessi ritenuti dagli inquirenti sospetti: «Per ora — hanno affermato ieri i carabinieri —, non è stato possibile accertare un nesso tra la morte e i sistemi utilizzati nel reparto ma le indagini proseguono»;
   si è in presenza di uno scandalo che scuote in profondità la sanità emiliana e coinvolge anche settori dell'imprenditoria privata del biomedicale: a 12 aziende, di cui 6 all'estero (Stati Uniti, Polonia, Germania, Irlanda e Belgio) e altrettante in Italia (Modena, Genova, Milano e Brescia), è stato intimato il divieto di avere rapporti con la pubblica amministrazione ed è scattata l'interdizione per 6 manager e un commercialista –:
   quali urgenti iniziative, di propria competenza, intenda porre in essere per amplificare i controlli nelle strutture sanitarie ed impedire il ripetersi di incresciosi oltre che drammatici e avvilenti episodi di malasanità, quali quello descritto in premessa. (5-08444)


   VICO, BELLANOVA e GRASSI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   la celiachia è un'intolleranza permanente al glutine, sostanza proteica presente nel frumento, orzo, farro, segale, avena e kamut e, di conseguenza, in moltissimi alimenti quali pane, pasta, biscotti, pizza ed ogni altro prodotto contenente questi cereali;
   la malattia celiaca rappresenta una condizione clinica di ampia rilevanza sociale, che, se non diagnosticata o non trattata adeguatamente nei suoi molteplici aspetti, comporta un peggioramento nel tempo delle condizioni di salute e di vita dei pazienti con conseguente aggravio della spesa sanitaria;
   in Puglia, i dati ufficiali, confermati dall'Associazione italiana celiachia Puglia, indicano una prevalenza di oltre ottomila persone ed i dati sui soggetti affetti dalla patologia, purtroppo sono in continuo aumento;
   la norma statale (legge quadro 4 luglio 2005, n. 123), relativa alla protezione dei soggetti affetti da celiachia, fissa degli obiettivi da raggiungere ed affida allo Stato ed alle regioni una serie di interventi idonei, tra l'altro, a prevenire e monitorare le patologie associate;
   proprio per assicurare un management assistenziale «integrato» ovvero completo, al paziente celiaco, il 1o settembre 2006 viene attivato a Taranto, in via sperimentale, un ambulatorio integrato di celiachia presso la struttura semplice di fisiopatologia digestiva-celiachia del P.O. «SS. Annunziata». Si tratta di un modello unico ed innovativo (primo in ordine di tempo in Italia) di presa in carico del paziente, reso possibile grazie alla collaborazione dell'azienda sanitaria locale di Taranto con l'Associazione italiana celiachia Puglia, a mezzo convenzione (giusta delibera del D.G. n. 1551 del 17 luglio 2006) con un costo complessivo di euro 36.000 (trentaseimila/00) anno. Tale collaborazione, attraverso le sinergie che è stata in grado di esprimere, ha rappresentato un modello operativo oggetto di attenzione sia a livello regionale che nazionale, anticipando i contenuti in tema di celiachia non solo della regione Puglia, ma anche delle regioni Liguria, Toscana, Trentino e altre. Nello specifico, il supporto di AIC Puglia (con un proprio professionista altamente qualificato nelle problematiche connesse alla celiachia) integrandosi con le attività dell'ambulatorio di celiachia e fisiopatologia digestiva si è tradotto nel rispetto dell'articolo 3 della convenzione in parola, focalizzandosi principalmente sulle criticità indicate dal dirigente del servizio: prevenzione delle complicanze legate alla malattia; monitoraggio delle patologie associate; garanzia del follow up dei pazienti; sviluppo di attività di educazione sanitaria, educazione alimentare gluten free in particolare, ed educazione alimentare in generale;
   su indicazioni del dirigente ASL, le attività nutrizionali si sono svolte nell'arco di 6 giorni settimanali di cui 5 sedute antimeridiane e 2 pomeridiane, di cui una il sabato – queste ultime nell'ottica di una demedicalizzazione, al fine di garantire l'accesso a utenti impegnati in attività lavorative o studentesche, quindi impossibilitati all'accesso antimeridiano;
   nel periodo di attività sono stati eseguiti su indicazione del dirigente e sotto la sua supervisione le seguenti attività: follow up nutrizionale, counselling sugli aspetti generali della gestione dietetica della celiachia, counselling sugli aspetti educazionali alimentari, attivazione di un centro permanente di ascolto giovani per la prevenzione dei disturbi alimentari nei celiaci nella fascia di età compresa fra i 12 e i 35 anni, attività di prevenzione delle complicanze e monitoraggio delle malattie associate alla celiachia;
   nell'ambito delle azioni integrate con l'ambulatorio, sono stati curati gli aspetti della dieta gluten free in eventi e seminari come sotto specificato: evento formativo sulla celiachia, strutturato su una serie d'incontri con pazienti celiaci e aperti alle famiglie evento realizzato ogni anno dal 2007 al 2011; seminari informativi sulla tematica celiachia destinato alle quinte classi degli istituti scolastici secondari della provincia di Taranto (di seguito elencati): nel 2007 Pitagora, Quinto Ennio, Pacinotti, Righi), nel 2008 (Aristosseno, Cabrini, Maria Pia, Battaglini), nel 2009 (Pitagora, Quinto Ennio, Pacinotti, Righi), nel 2010 (Aristosseno, Cabrini, Maria Pia, Battaglini), nel 2011 (Perrone, Cacace, Einstein) e nel 2012 (Pacinotti, Perrone); collaborazione (2008) con il SIAN ASL TA per la realizzazione di corsi per la ristorazione rivolti al paziente celiaco presso gli istituti alberghieri di Maruggio e Leporano; attività di tutoraggio formativo pre-post laurea a beneficio di tirocinanti: uno nel 2007, due nel 2008, quattro nel 2009, 2010, 2011 rispettivamente e due nel 2012;
   suddetta sinergia con la struttura di fisiopatologia digestiva-celiachia contribuisce in modo significativo alla ottimizzazione del management assistenziale del paziente celiaco, soddisfacendo le indicazioni in materia della legge quadro n. 123 del 2005. Non solo, tale esperienza, attraverso le attività di sopra specificate, esprime enormi potenzialità di collaborazione, altresì, con le strutture di reumatologia, medicina nucleare, allergologia. Quanto svolto da AIC, attraverso proprio personale, altamente qualificato nelle problematiche connesse alla celiachia, non può essere inteso (vista la quantità d'interventi e la consistente numerosità della platea di pazienti) come momento concorrenziale all'attività svolta da risorse umane interne alla azienda, ma semmai come una specificità, un valore aggiunto, suffragato dalle leggi in materia: articolo 2, comma 3, legge n. 123 del 2005, deliberazione della giunta regionale n. 502 del 2008, deliberazione della giunta regionale n. 1722 del 2012, piano regionale della salute 2008-2010, approvato con legge regionale 19 settembre 2008, n. 23. Infatti, il valore aggiunto e la specificità sono avvalorati dalla complessità della malattia celiaca, soprattutto nella componente gestionale della dieta, che richiede personale specializzato e formato, ma soprattutto dedicato ad hoc;
   il numero rilevante di pazienti riceve assistenza, informazione e risposte attraverso l'Associazione che garantisce, con proprio personale la continuità assistenziale integrata e «dedicata», con costi molto, molto contenuti;
   su questo fronte, l'Associazione italiana celiachia è da sempre impegnata istituzionalmente nella formazione di figure professionali (dietisti) esperti nelle problematiche relative alla malattia celiaca, ruolo istituzionale ufficialmente riconosciuto dalla già citata deliberazione della giunta regionale n. 1722 del 2012, nel quale si fa esplicito riferimento in ordine alla collaborazione di AIC Puglia con le ASL per le attività correlate sul territorio;
   per quanto attiene all'esperienza dell'ambulatorio celiachia di Taranto, la collaborazione con l'AIC avviata nel 2006, ha consentito, come detto, una ottimizzazione della gestione delle problematiche connesse al regime gluten free, in stretta integrazione con le attività medico-assistenziali e di screening ed, inoltre, di strutturare un ambulatorio integrato di celiachia;
   i risultati, raggiunti attraverso la predetta collaborazione, sono stati materia di insegnamento nel master di 2o livello in dietetica e nutrizione clinica della facoltà di medicina e chirurgia dell'università degli studi di Siena nell'anno accademico 2010-2011;
   l'attività descritta è stata svolta ininterrottamente (attraverso rinnovi annuali della convenzione ASL/TA-AIC Puglia) dal 1o settembre 2006 al 31 luglio 2012. Data, quest'ultima, che segna la volontà, ad avviso degli interroganti, strategicamente incomprensibile, della direzione generale ASL di Taranto di interrompere la importante esperienza pluriennale di collaborazione con l'AIC;
   questo indirizzo decisionale viene intrapreso in netta contraddizione con quanto avrebbe asserito il management aziendale nel corso della conferenza stampa congiunta ASL-AIC del 20 aprile 2012 (relativa alla presentazione del bilancio dell'attività svolta dall'ambulatorio integrato di celiachia nell'anno 2011);
   siffatta decisione va decisamente in controtendenza agli orientamenti normativi della regione Puglia, che, proprio basandosi sulla pregevole esperienza tarantina, ha al vaglio una proposta di legge regionale sulla celiachia, recante all'articolo 5: «nell'ambito dei Centri di Riferimento delle province pugliesi per la celiachia, sono istituzionalizzati gli ambulatori integrati di celiachia che si avvalgono della figura professionale del Dietista, formato dall'Associazione Italiana Celiachia Puglia Onlus, esperto nelle problematiche della terapia gluten free, figura atta al controllo delle problematiche dietologiche con apposito Servizio»;
   lo smembramento dell'ambulatorio integrato di celiachia di Taranto, così come era stato concepito dalla delibera del D.G. 1551 (e successivi rinnovi), se confermato, avrebbe come unico, inevitabile riverbero, il ricorso dell'utenza alla sanità privata (cosa deprecabile, vista la congiuntura economica che costringe le famiglie ad enormi sacrifici);
   nell'ambito dell'aggiornamento dell'elenco de centri di riferimento regionali per la celiachia, la deliberazione di giunta regionale del 31 luglio 2012, n. 1597, non include la struttura semplice di celiachia di Taranto nell'elenco predetto (struttura riconosciuta dalla delibera di giunta regionale del 5 aprile 2006, n. 464, come centro di riferimento per la celiachia, operante in maniera continuata dal 2006 nella diagnosi e follow up dei pazienti celiaci, come si evince dal report di attività per l'anno 2011, inviato al centro regionale di riferimento e, per conoscenza, all'assessorato alla salute della regione Puglia), nonostante la responsabile regionale del coordinamento malattie rare abbia rassicurato il presidente dell'AIC Puglia della tempestiva correzione, poiché trattavasi di un refuso e che quindi nell'elenco succitato si sarebbe proceduto all'inclusione del centro di Taranto –:
   di quali elementi disponga il Ministro in relazione a quanto esposto in premessa, se lo smembramento dell'ambulatorio integrato di celiachia sia connesso a esigenze di razionalizzazione della spesa imposte dal piano di rientro dai disavanzi sanitari regionali e quali iniziative di competenza intenda assumere al riguardo nell'ottica di salvaguardare i livelli essenziali di assistenza per i celiaci. (5-08445)

Interrogazioni a risposta scritta:


   ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   in sintonia con quanto da tempo denunciato da Maurizio Bolognetti, segretario di Radicali Lucani, tra l'altro con il libro «La Peste italiana. Il caso Basilicata», secondo uno studio dell'Istat, che ha preso in esame il decennio 1991-2001, risulta che il «Tasso di mortalità std tumori apparato digerente» relativo ai maschi, a Matera e Potenza sia più elevato che a Taranto (11,97 per cento a Matera; 11,61 per cento a Potenza e 10,4 per cento a Taranto), mentre il tasso di mortalità relativo alle donne, sul lungo periodo, sembra convergere tra le due città lucane e Taranto;
   anche per quanto riguarda i «tumori maligni allo stomaco», secondo i dati Istat più recenti disponibili, cioè quelli relativi al 2001, il tasso di mortalità dei maschi potentini è il 2,74; quello dei materani è il 2,23 mentre quello dei tarantini è l'1,63;
   quanto al tasso di mortalità degli uomini relativo a «tumori maligni colon, retto, ano», nel 2001, i dati dell'Istat sono i seguenti: un tasso di mortalità del 2,38 a Taranto, contro il 3,39 di Potenza e il 3,43 di Matera;
   per quanto riguarda i dati riferiti dall'Istat in relazione al «Tasso di mortalità std tumori maligni tessuti linfatico ed emopoietico», l'ultima rilevazione disponibile, del 2001, riporta queste cifre: un tasso di mortalità del 2,19 per i tarantini; del 2,34 per i potentini e del 2,8 per i materani;
   quanto al «Tasso mortalità std malattie sangue, organi emopoietici, disturbi immunitari» i dati riferiscono cifre per i potentini lo 0,79 contro lo 0,56 dei tarantini e lo 0,46 dei materani. Un dato superiore anche alla media regionale pugliese (che nel 2001 era dello 0,66 e che è andato scemando fino allo 0,43 del 2009) e alla media nazionale, che nel 2001 era lo 0,75 ed è andato via via calando fino allo 0,42 del 2009. Per le donne, invece, sono le tarantine a vantare il non invidiabile primato (un tasso dell'1,8 a fronte dell'1,55 delle potentine e 1,54 delle materane);
   anche le malattie del sistema circolatorio, sin dal 1991, colpiscono molti più uomini a Matera (dove il tasso di mortalità, nel 2001, è del 51,93) e a Potenza (51,45) che a Taranto (46,85);
   per quanto riguarda il «tasso di mortalità std disturbi circolatori encefalo», tra i maschi, il tasso nel 2001 è il 14,3 di Potenza contro l'11,05 di Taranto; tra le femmine si rileva una preponderanza storica di decessi tra le potentine, ma il dato, dal 2001, vede prevalere il fenomeno tra le materane;
   quanto al «tasso mortalità std malattie ghiandole endocrine, nutrizione, metabolismo», l'Istat evidenzia come le vittime tra tarantini e lucani (maschi e femmine) siano molto superiori a quelle che si registrano mediamente in Italia, ma con una preponderanza del fenomeno tra i maschi di Potenza e provincia –:
   di quali ulteriori informazioni disponga il Governo in merito alla situazione descritta in premessa;
   quali iniziative si intendano promuovere per conoscere le cause di così alti tassi di mortalità in Basilicata e quali rimedi, per quanto di competenza, si intendano mettere in atto. (4-18527)


   JANNONE. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   gli alcolisti muoiono vent'anni prima della media della popolazione generale. È il risultato allarmante di uno studio tedesco. Le donne che abusano di alcolici muoiono in media a 60 anni, gli uomini a 58. «Nessuno degli alcolisti ha raggiunto l'età media di 82 anni per le donne e 77 per gli uomini», ha spiegato l'epidemiologo Ulrich John che ha condotto la ricerca alla facoltà di medicina dell'università di Greifswald, in Germania. Il bicchierino uccide addirittura prima della sigaretta. «Ci ha sorpreso vedere che la dipendenza da alcol può causare una morte precoce più frequentemente del fumo – spiega lo studioso –. I casi di morte correlati al fumo sono perlopiù dovuti a tipi di cancro che sembrano giungere a uno stadio più avanzato della vita rispetto alle cause di morte attribuibili all'alcol. Bere contribuisce a mettere in pratica altri comportamenti rischiosi come lo stesso fumo, il diventare sovrappeso o obeso. L'alcol è un prodotto pericoloso e dovrebbe essere consumato solo entro certi limiti»;
   per la ricerca, pubblicata sulla rivista di settore Alcoholism: clinical & experimental research, gli esperti hanno raccolto e analizzato i dati relativi alla salute di 4.070 cittadini di Lubecca e di 46 cittadine limitrofe. 153 persone erano state diagnosticate come alcoliste; 149 di loro (119 uomini e 30 donne) sono poi state seguite per un periodo di 14 anni. A sorprendere i ricercatori sono state le differenze tra uomo e donna circa l'abuso e gli effetti dell'alcol. «Le donne sembrano rispondere più velocemente e con più forza alle malattie legate al consumo di alcol rispetto agli uomini», dice Ulrich John. I ricercatori non sono però stati in grado di spiegare perché tali differenze nei tassi di mortalità siano così alte. Tuttavia, la massa corporea minore tra le donne non sembra essere una tesi sostenibile, aggiungono gli studiosi;
   parallelamente a questa ricerca, lo Scripps Research Institute di La Jolla, California, ha pubblicato i risultati di uno studio sul cosiddetto binge drinking, ovvero bere drink in modo intermittente, a qualche giorno di distanza. Secondo gli scienziati, bere in questo modo potrebbe ridurre la propria capacità di controllare il desiderio di alcol. La ricerca ha infatti individuato un peggioramento delle facoltà cognitive nei topi simile a quello dell'alcolismo, dopo appena pochi mesi di «bevute intermittenti». «Questa ricerca ci sta mostrando meglio le fasi iniziali del processo di dipendenza – ha spiegato George F. Koob, che ha condotto lo studio – e potrebbe portare a trattamenti più efficaci e test diagnostici più precisi per l'alcolismo e tutte le dipendenze di questo tipo –:
   quali iniziative il Ministro intenda adottare al fine di sensibilizzare la popolazione italiana, soprattutto i giovani, ai gravi danni che possono derivare dalla dipendenza da alcol, soprattutto quando si assumono atteggiamenti quali quelli del «binge drinking». (4-18544)


   JANNONE. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   cure e servizi sanitari «non uguali» per tutti: questa volta a segnalarlo non sono i pazienti, ma il Ministero della salute nel rapporto 2012 (dati 2010) sul rispetto dei Lea, i livelli essenziali di assistenza, le prestazioni, cioè, che vanno garantite ai cittadini. Secondo il monitoraggio, sono solo 8 le regioni promosse, tutte del Centro-nord ad eccezione della Basilicata, mentre sono «parzialmente inadempienti» Abruzzo e Liguria: la prima deve «recuperare» su servizi di assistenza domiciliare, residenziale e cure palliative; l'altra, sul fronte della prevenzione e del tasso di ricoveri ospedalieri che è ancora alto;
   critica la situazione nelle regioni con piani di rientro dal deficit sanitario, a cui quest'anno si è aggiunta la Puglia. E dal rapporto emerge che peggiorano le performance di alcune regioni già inadempienti, per esempio la Calabria, dove aumentano i ricoveri evitabili per complicazioni di malattie croniche come diabete o asma. L'indagine non ha riguardato Valle d'Aosta, Bolzano e Trento, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, perché non partecipano alla ripartizione del 3 per cento del fondo sanitario nazionale, cioè la riserva, attribuita dal comitato di gestione dei Lea a chi li rispetta dopo l'avvenuto riparto delle risorse. «Il nostro obiettivo non è dare pagelle — precisa Flavia Carle, della direzione generale programmazione sanitaria del Ministero della salute —. L'indagine serve al Ministero per assicurare l'equità dei Lea su tutto il territorio nazionale, ma è anche un supporto per le Regioni: individuando le aree critiche, tramite parametri condivisi, possono programmare interventi mirati»;
   «Peraltro, anche se una Regione è adempiente non significa che sia perfetta — afferma la dirigente del Ministero —. Per esempio, in molte è ancora insufficiente la diffusione degli screening per la diagnosi precoce dei tumori a seno, cervice uterina e colon retto». E peggiorano un po’ dappertutto i costi dell'assistenza farmaceutica, mentre continuano a essere carenti, specie al Sud, assistenza domiciliare e strutture residenziali per disabili e anziani. Penalizzati, questi ultimi, anche quando si fratturano il femore: operati spesso in ritardo (dopo 3 giorni), hanno minori possibilità di recupero. «Entro il 31 dicembre sarà emanato un Decreto che aggiorna i Lea ma, di fatto, anche la loro attuale erogazione è più a rischio» denuncia Giuseppe Scaramuzza, coordinatore del Tribunale per i diritti del malato. I motivi ? «Dal documento delle Regioni sulla Manovra finanziaria 2012 — dice — si deduce che nei prossimi due anni il finanziamento per il Servizio Sanitario Nazionale si contrae, senza contare gli ulteriori tagli previsti dal Disegno di Legge di Stabilità» –:
   quali iniziative il Ministro intenda adottare affinché in tutte le regioni d'Italia siano garantiti i livelli essenziali di assistenza sanitari. (4-18545)


   CERA. — Al Ministro della salute, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   il gruppo San Raffaele di Roma rappresenta una realtà di eccellenza a livello nazionale nel panorama della sanità;
   la San Raffaele spa sarebbe ancora in attesa dell'adempimento, da parte dei competenti organi della regione Lazio, di quanto previsto dall'accordo di riorganizzazione e riconversione delle attività di cui al decreto commissariale n. 62 del luglio 2011 in tema di avvio delle nuove attività riconvertite, di rilascio delle relative nuove autorizzazioni e di determinazione dei relativi budget per gli anni 2011 e 2012;
   per conformarsi a quanto previsto nel suddetto decreto, la San Raffaele spa avrebbe sopportato rilevanti spese per adeguare, in termini sia strutturali che organizzativi, le proprie strutture alla nuova configurazione;
   i costi operativi necessari al mantenimento dei livelli occupazionali ed alla somministrazione delle prestazioni di cui all'accordo sarebbero valutabili in circa 2 milioni di euro mensili;
   a causa della mancata attribuzione dei budget, la San Raffaele spa troverebbe impossibilitata a fatturare le nuove prestazioni erogate e inoltre risulterebbe che deve ancora ricevere dalla regione Lazio poco meno di 250 milioni di euro per crediti pregressi relativi a prestazioni erogate negli anni precedenti e non ancora remunerate;
   la regione Lazio è l'unico soggetto acquirente dei servizi sanitari della San Raffaele spa e la mancata rimessa da parte della regione nei confronti del cessionario Unicredit factoring impedirebbe il funzionamento del sistema di pagamento, deliberato dalla stessa regione, basato sulla cessione dei crediti sanitari all'istituto cessionario;
   tale situazione avrebbe creato un notevole aggravio dell'indebitamento della San Raffaele spa nei confronti dei suoi dipendenti, degli istituti di credito e dei suoi fornitori; di conseguenza la società starebbe subendo una serie di azioni legali (nella forma di decreti ingiuntivi) da parte dei fornitori che avrebbero anche notificato preavvisi di sospensione delle forniture;
   il 9 agosto 2012, come risulta da vari articoli pubblicati sulla stampa quotidiana e ripresi da quella radiofonica e televisiva, la San Raffaele spa ha comunicato che, ove tale situazione dovesse protrarsi, la stessa società non sarà più in grado di assicurare il pagamento degli stipendi ai propri dipendenti e, in mancanza delle forniture di farmaci e presidi sanitari, di garantire un'adeguata assistenza ai propri pazienti;
   ciò comporterebbe il blocco delle attività e la conseguente chiusura di 13 strutture sanitarie, il licenziamento dei 2.074 lavoratori attualmente in forza alla società (coinvolgendo ulteriori 3.000 operatori dell'indotto) e la necessità da parte delle ASL di competenza di provvedere alla presa in carico dei 2.098 pazienti attualmente ricoverati;
   se ciò dovesse accadere, oltre al grave danno occupazionale che ne conseguirebbe, si creerebbe un'oggettiva notevole difficoltà per il sistema sanitario laziale, difficilmente in grado di farsi carico di un problema di tale rilevanza –:
   di quali elementi disponga il Governo, anche per il tramite del commissario ad acta per l'attuazione del piano di rientro dai disavanzi sanitari, e quali iniziative intenda adottare, per quanto di propria competenza, per consentire la soluzione della situazione descritta, scongiurando il rischio che migliaia di lavoratori vengano licenziati e migliaia di malati (tra i quali pazienti in stato vegetativo o di minima coscienza, mielolesi, bambini con gravi disabilità, malati di Parkinson, Alzheimer e Sia, pazienti terminali pazienti provenienti da reparti di cardiochirurgia e neurochirurgia) restino senza un'adeguata assistenza. (4-18551)

SVILUPPO ECONOMICO

Interrogazione a risposta in Commissione:


   MARTELLA, BARETTA, VIOLA e MURER. – Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   il 7 novembre 2012 la direzione del gruppo Nsg/Pilkington ha annunciato alle organizzazioni sindacali, tramite Confindustria Venezia, l'intenzione di chiudere la linea di produzione Float di Porto Marghera;
   Pilkington, azienda che opera nel settore del vetro per l'edilizia e le automobili, giustifica tale scelta con «l'assenza di ripresa» nella domanda del mercato europeo;
   se la decisione verrà attuata, a subirne le immediate conseguenze saranno i 140 addetti attualmente occupati nello stabilimento, con la perdita del posto di lavoro –:
   se il Governo sia a conoscenza della vicenda;
   se e come, nell'ambito delle proprie competenze, intenda intervenire per evitare la chiusura delle attività industriali e per tutelare l'occupazione dei lavoratori Pilkington dello stabilimento di Porto Marghera. (5-08438)

Interrogazioni a risposta scritta:


   GRIMOLDI. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   le acciaierie di Terni sono una risorsa importante per il Nord e per l'Umbria, contribuendo da sole a circa il 20 per cento del prodotto interno lordo regionale;
   circa sei mesi fa sono state cedute dalla TK Tyssen Krupp Acciai speciali Terni al gruppo finlandese Outokumpu, che si è impegnato a rilanciarne l'operatività;
   l'annuncio da parte del gruppo finlandese di voler mettere sul mercato il sito industriale di Terni per ottenere il via libera da parte dell'Antitrust europeo all'acquisizione della Inoxum, ha messo in stato di forte agitazione le organizzazioni sindacali e i lavoratori dell'acciaieria di Terni che vedono a rischio il posto di lavoro;
   la cessione dell'ATS, che oltre ad essere il fiore all'occhiello dell'Umbria è anche un sito strategico per l'economia italiana, appare molto probabile in quanto rappresenta, secondo l'azienda, l'unica soluzione ad evitare la concentrazione del mercato di acciaio inossidabile, la quale rappresenta per l'Unione europea un ostacolo alla libera concorrenza;
   le organizzazioni sindacali esprimono forte preoccupazione sulle decisioni relative al nuovo progetto di sviluppo delle acciaierie di Terni, ritenendole dannose per i lavoratori, peraltro esclusi da qualsiasi conoscenza e decisione, e peggiorative del quadro industriale di riferimento;
   il pericolo reale è che il sito AST di Terni potrebbe essere svenduto a qualche fondo di investimento cinese o americano, che, non avendo alcun interesse ad investire in questa importante realtà produttiva, a sua volta potrebbe smembrarlo e cederlo al miglior offerente –:
   se il Governo sia a conoscenza delle problematiche esposte in premessa e quali iniziative intenda adottare nell'immediato per salvaguardare l'operatività della storica industria umbra dell'acciaio e i livelli occupazionali. (4-18534)


   JANNONE. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   la disoccupazione in Italia ha raggiunto il 10,6 per cento. Una percentuale destinata a salire nel 2013 di quasi un altro punto. Un quadro a tinte fosche quello dipinto dall'ultimo rapporto Istat. Ma c’è un settore che sembra poter invertire questa tendenza o che in qualche modo pare tracciare un sentiero per ripartire. È la green economy, l'impresa verde. Secondo i dati presentati nel rapporto Green Italy 2012 di Unioncamere e Fondazione Symbola, realizzato con il patrocinio dei Ministeri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dello sviluppo economico, infatti le assunzioni nei settori «verdi» dell'economia sono in forte crescita, raggiungendo picchi del 38,2 per cento, oltre un terzo del numero complessivo delle assunzioni programmate (stagionali inclusi) da tutte le imprese italiane dell'industria e dei servizi. Un vero boom quello del settore verde dell'economia in cui crede almeno un quarto delle imprese italiane: il 23,6 per cento infatti punta su una riconversione in termini di sostenibilità per superare la crisi in atto;
   una «peculiarità» dell'industria italiana che non solo fa bene all'ambiente, ma stimola la crescita. Stando allo studio di Unioncamere, infatti, sono tante le imprese italiane che puntano sulla «riconversione in chiave ecosostenibile dei comparti tradizionali»: dalla chimica alla farmaceutica all’high-tech, passando per l'agroalimentare e l'industria tessile e l'edilizia, fino ai servizi, senza dimenticare rinnovabili e rifiuti. Per Symbola e Unioncamere si tratta di una «rivoluzione verde che attraversa il Paese da nord a sud, tanto che nelle prime 10 posizioni per diffusione delle imprese che investono in eco-tecnologie ci sono 4 regioni settentrionali e 6 del centro-sud. A guidare la classifica è la Lombardia con 69 mila eco-imprese diffuse sul suo territorio; al secondo posto c’è il Veneto con quasi 34 mila aziende verdi, al terzo il Lazio con 33 mila. E poi a seguire l'Emilia-Romagna, la Campania, la Toscana, il Piemonte, la Sicilia, la Puglia e le Marche. E i risultati sono eccellenti anche per quanto riguarda l'apertura del mercato del lavoro. «Sul totale di 631 mila assunzioni complessive programmate, 241 mila sono ascrivibili ad imprese che credono nella green economy; delle 358 mila imprese che hanno investito negli ultimi tre anni in tecnologie green, ben il 20 per cento prevede nel 2012 di assumere» si legge nel rapporto;
   questo promettente risultato è dovuto al fatto che ben «il 37,9 per cento di queste imprese ha introdotto innovazioni di prodotto o di servizio nel 2011, contro il 18,3 per cento delle imprese» meno verdi, dicono da Symbola. Lo stesso vale per la propensione all’export: il 37,4 per cento vanta presenze sui mercati esteri (contro il 22,2 per cento di chi non investe nell'ambiente). E per rientrare nelle politiche green dell'Unione europea, ma anche per tentare di rilanciare l'economia italiana è necessario passare da qui: secondo il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, «l'economia verde può rappresentare una chiave strategica per superare questa lunga crisi, uscendone in grado di costruire un futuro più sostenibile», per il «laboratorio verde dell'Italia di domani». D'accordo anche il Ministro delle politiche agricole Mario Catania che durante le presentazione del rapporto ha sottolineato come, in realtà, le aziende abbiano capito quale sia il reale futuro del Paese: il modello di sviluppo da costruire deve puntare sulla compatibilità di ambiente e territorio –:
   quali iniziative il Governo intenda adottare al fine di incentivare la creazione di aziende dedite alla «green economy» e di promuovere interventi a favore di questo nuovo comparto lavorativo. (4-18540)


   DI BIAGIO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   in materia di servizi di distribuzione del carburante la moderna tecnologia consente ai gestori delle pompe di benzina di usufruire di meccanismi finalizzati a facilitare l'erogazione o fruizione del servizio attraverso dispositivi quali «blocco del grilletto», che consente di rendere più agevole l'erogazione, senza il bisogno di rimanere attaccati alla pompa durante tutto il tempo dell'erogazione;
   si tratta di meccanismi comunque rimovibili, molto diffusi sia in sede nazionale, sia in sede internazionale, e istallabili su ogni tipo d'impianto di travaso anche per quanto riguarda la modalità di distribuzione «self service», che consente ai consumatori di fruire di un lieve contenimento di spesa;
   in merito alla questione risulta all'interrogante il crescente diffondersi, in capo ai gestori di pompe di benzina, di una prassi quantomeno ambigua, laddove sempre più spesso – in particolare nella città di Roma – tale meccanismo di facilitazione dell'erogazione, attivo durante il servizio di apertura del benzinaio, viene disattivato o comunque risulta non più funzionante dopo la chiusura, allorché resta attivo il solo servizio di self service;
   in considerazione dell'evidente scomodità derivante per gli utenti dal dover essere costretti a tenere premuto il grilletto della pistola durante tutto il tempo dell'erogazione, tale prassi sembra palesare un malcelato intento di disincentivare in capo agli utenti, soprattutto a categorie più «deboli» quali possono essere le donne o gli anziani, l'utilizzo del self service in favore del servito;
   tale circostanza si va ad aggiungere agli scandali già diffusi nel corso dell'estate dalla stampa nazionale – circa le truffe riscontrate dalla guardia di finanza ai danni dei consumatori, perpetrate dai gestori di carburante attraverso espedienti quali l'annacquamento dei prodotti, la manomissione delle colonnine e dei contatori, l'abuso sui prezzi e similari – delineando un generale quadro di malcelata violazione dei diritti del consumatore, che meriterebbe una debita attenzione e un adeguato sistema di controllo e di sanzione –:
   quale sia, allo stato attuale, la situazione della normativa in capo alle circostanze evidenziate in premessa, segnatamente in relazione ai meccanismi di agevolazione delle prestazioni erogate, quali i dispositivi di blocco del grilletto, e alla garanzia di accesso ai servizi in modalità self service;
   quali meccanismi di monitoraggio, controllo e sanzione sia possibile attivare da parte del Governo, affinché i cittadini non siano sottoposti a soprusi in merito a quanto evidenziato in premessa;
   se il Governo non ritenga opportuno, nell'ambito delle proprie competenze, adottare iniziative a tutela della concorrenza e del consumatore, affinché sia garantita la piena fruibilità della modalità self service nell'ambito delle attività menzionate in premessa, attraverso l'impiego di appositi dispositivi. (4-18549)


   PATARINO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   moltissimi produttori dei sacchi in plastica, appartenenti all'Associazione AssoEcoPlast, oltre a lamentare gravi problemi derivanti dalla pesante crisi che ha colpito la maggior parte delle aziende italiane, sono fortemente preoccupati per il futuro delle proprie attività che, secondo le loro denunce, corrono il rischio di chiusura per alcune decisioni promosse ultimamente dal Governo;
   secondo tali denunce viene rilevato che:
   a) il 24 marzo 2012 è stata approvata una legge di conversione di un decreto-legge (n. 2 del 2012) che viola la direttiva europea sugli imballaggi (94/62/CE);
   b) l'articolo 2 di detto decreto modifica il divieto originale di commercializzazione dei sacchi in plastica non biodegradabile, facendo riferimento alla norma UNI EN 13432:2002 che di fatto proibisce l'utilizzo della plastica resa biodegradabile con additivi;
   c) il riferimento alla norma tecnica UNI EN è inappropriata perché riguarda la compostabilità degli imballaggi;
   d) compostabilità e biodegradabilità non sono la stessa cosa, la prima è la conseguenza di un processo controllato dall'uomo, mentre la seconda è un fenomeno naturale che può avvenire grazie a molteplici fattori;
   e) il decreto-legge prevede che le sanzioni ai produttori di sacchi non conformi a questa legge verranno applicate a partire dal 1o gennaio 2014;
   f) contravvenendo a quanto stabilito dalla direttiva si starebbe profilando una anticipazione delle sanzioni sopra descritte al 1o gennaio 2013;
   g) a ciò si aggiunga che l'intero impianto della normativa italiana sui sacchi da asporto merci è stata duramente contestata dalla Commissione europea, la quale in una sua lettera inviata al Governo italiano il 26 ottobre 2012 ha evidenziato come la legge 24 marzo 2012, n. 28, non sia in linea con la direttiva europea per le seguenti ragioni: a) ha violato l'obbligo di notifica; b) ha violato l'articolo 18 della direttiva 94/62/CE, il quale obbliga gli Stati membri ad ammettere sul proprio territorio imballaggi conformi alla direttiva europea –:
   se non si ritenga opportuno assumere iniziative al fine di venire incontro alle esigenze di quei produttori, scongiurando, in tal modo, il pericolo della chiusura delle loro aziende. (4-18552)

Apposizione di una firma ad una mozione.

  La mozione Zampa ed altri n. 1-01183, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 6 novembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Capitanio Santolini.

Apposizione di firme ad interrogazioni.

  L'interrogazione a risposta scritta Marinello n. 4-18453, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta dell'8 novembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Antonio Pepe.

  L'interrogazione a risposta in Commissione Zampa e altri n. 5-08427, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 13 novembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Concia.

  L'interrogazione a risposta immediata in Commissione Fluvi n. 5-08435, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 13 novembre 2012, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Verini.