Brindisi, Intervento in occasione dell'inaugurazione dell'Anno Accademico dell'Università del Salento
Magnifico Rettore, Illustri Professori, Signor Sindaco di Brindisi, Signor Sindaco di Lecce, Autorità, Signore e Signori, Cari studenti!
Sono particolarmente lieto di partecipare alla cerimonia d'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università del Salento, "giovane" Ateneo, che rappresenta non solo una prestigiosa realtà culturale, ma anche un modello per lo sviluppo economico e sociale del Mezzogiorno.
La scelta di svolgere questa cerimonia qui a Brindisi rappresenta, peraltro, simbolicamente, l'aspirazione di questa città a costruire un "solido pilastro del sapere" soprattutto nel campo scientifico e tecnologico, quasi a naturale complemento della grande tradizione di studi umanistici e giuridici di cui è permeata la storia di tutte le istituzioni universitarie del Meridione d'Italia.
Penso che questa sia stata una scelta strategica vincente non solo per ampliare l'offerta formativa su tutto il territorio regionale, ma anche per contribuire a superare uno stereotipo che, nella realtà, non ha più motivo di esistere: quello, cioè, di una cultura meridionale più orientata ai fasti della "Magna Grecia" che alle sfide della modernità.
Del resto, guardando al "passato" e al "peso" della nostra storia culturale, non può sfuggire la presenza, nel patrimonio del Mezzogiorno d'Italia, di un'importante tradizione scientifica che risale agli inizi dell'Ottocento, con l'introduzione, nel Regno delle due Sicilie, di un modello di Scuola Politecnica di matrice napoleonica che interessò dapprima l'ingegneria civile per poi estendersi agli altri ambiti della ricerca scientifica e delle conoscenze tecniche proprie di quel tempo.
Quella grande tradizione fu perpetuata, fino a tempi a noi più vicini, da illustri figure di ingegneri, matematici, genetisti, biochimici e fisici italiani di origine meridionale i cui nomi, ancorché poco conosciuti, possono essere affiancati a quelli dei più noti protagonisti della cultura scientifica italiana del Novecento.
Grazie, infatti, all'incisiva azione di promozione culturale svolta da "capiscuola" come Giuseppe Montalenti, Umberto Pierantoni, Renato Caccioppoli, Carmelo Ciaccio o dai due Majorana, Ettore e Quirino, la storia della scienza nel Mezzogiorno ci appare oggi come un importante capitolo del grande sforzo che si è prodotto nel corso degli anni, al fine di superare il divario tra le due "Italie", assicurando così uno sviluppo solido e durevole a tutta la comunità nazionale, in un contesto di progressiva e crescente integrazione europea.
Questa, a mio avviso, è la prestigiosa eredità che oggi deve raccogliere con orgoglio e senso di responsabilità il polo di ricerca scientifica e tecnologica di Brindisi che, in questi anni, non senza fatica, ha sempre avuto la capacità di irradiare sul territorio nuovi stimoli di crescita socio-economica e di diffondere quella mentalità pragmatica e positiva di cui la cultura scientifica è portatrice e che - vorrei aggiungere - da sempre caratterizza l'indole più profonda della popolazione salentina.
In tal senso, la diffusione della cultura scientifica rappresenta un fattore determinante per la piena ripresa dello sviluppo del Mezzogiorno.
Da qui, l'esigenza di tornare ad impostare nuove e più incisive strategie di azione politica in grado di guidare quel cambiamento che già è in atto e che riguarda le opportunità conoscitive e la mentalità stessa delle giovani generazioni, oggi anche tecnologicamente più cosmopolite delle precedenti.
A questo proposito, non si deve mai dimenticare che l'evoluzione tecnologica richiede di per sé più elevati profili professionali capaci di "governare" il complesso processo di informatizzazione e di organizzazione del lavoro, in un quadro di costante confronto con i sistemi economici più competitivi.
Le grandi sfide globali impongono, infatti, nuovi traguardi alla ricerca scientifica e ai giovani che, se ben preparati dalle nostre università, potranno concretamente contribuire al progresso economico e sociale del Paese e delle loro terre d'origine, attraverso l'inserimento in contesti professionali adeguati a "ricompensare" l'impegno profuso nella fase di formazione accademica.
Sotto questo profilo, investire sui giovani e sull'istruzione significa "svecchiare" i processi produttivi, rendere le imprese, non solo del Sud, più moderne; significa, in altri termini, dare vita a un circolo virtuoso capace di rilanciare l'economia per uscire dalla crisi. Ciò potrebbe arginare anche quello che è un fenomeno in espansione e che è rappresentato dalla cosiddetta"fuga dei cervelli".
In questa congiuntura economica particolare le risorse sono sempre inferiori a quanto si ritiene siano necessarie. Credo che nel momento in cu si è chiamati, ed è questo il compito della politica, a governare situazioni in rapida evoluzione, il primo dovere a cui le istituzioni non possono sottrarsi sia quello di indicare delle priorità.
Non è, infatti, più ammissibile che molti giovani siano costretti a lasciare l'Italia per formarsi all'estero e per trovare successivamente un adeguato sbocco lavorativo, senza avere serie prospettive di reinserimento nel circuito produttivo del nostro Paese perché, nel frattempo, si sono venuti chiudendo tutti i possibili spazi d'inserimento.
Sono riflessioni, queste, che da troppi anni non vengono tradotte in interventi concreti richiesti peraltro da un preciso quadro di valori costituzionali di riferimento, primo fra tutti quello che impone all'azione dello Stato di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori - come recita l'articolo 3 della Costituzione - all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
L'azione dello Stato, tuttavia, non può essere concepita secondo la tradizionale logica dell'intervento straordinario ed assistenziale, come cioè una necessaria precondizione in mancanza della quale si rivendica il diritto a restare inerti.
Mi ha colpito, a questo riguardo, una recente riflessione di Rita Levi Montalcini, "Credo di poter affermare - cito testualmente - che nella ricerca scientifica né il grado di intelligenza, né la capacità di eseguire e portare a termine il compito intrapreso, siano fattori essenziali per la riuscita e per la soddisfazione personale. Nell'uno e nell'altro contano maggiormente la totale dedizione e il chiudere gli occhi davanti alle difficoltà: in tal modo possiamo affrontare i problemi che altri, più critici e più acuti, non affronterebbero". Sono parole che debbono far meditare.
Il che, in altre parole, per richiamare alla memoria un noto aforisma di Albert Einstein, significa che "tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa".
Certo, le colorite suggestioni delle frasi ad effetto non possono farci dimenticare che la ricerca e lo sviluppo tecnologico necessitano di adeguati investimenti finanziari e che la limitatezza delle risorse non deve mai costituire alcun alibi d'inerzia, né sul piano individuale, né ai diversi livelli di elaborazione e di attuazione delle politiche pubbliche.
Quale che sia l'entità delle risorse disponibili, l'accento va posto urgentemente sulla ridefinizione qualitativa del loro impiego, secondo un preciso piano di intervento che preveda in primo luogo la selezione di obiettivi prioritari su cui concentrarne l'utilizzazione; in secondo luogo l'individuazione di sedi e procedure agili di coordinamento fra tutti i soggetti istituzionali coinvolti nel conseguimento degli obiettivi; in terzo luogo la definizione degli idonei strumenti di controllo sui tempi di esecuzione dei progetti.
Nell'era peraltro della sussidiarietà, che comporta il rigoroso rispetto del principio del riparto di competenze previsto dall'articolo 117 della Costituzione, occorre arrivare ad attivare, se necessario, anche il meccanismo dell'applicazione automatica di procedure sostitutive in capo allo Stato così da sanzionare l'inadempienza di quegli enti territoriali che causano la perdita, a livello locale, della disponibilità dei fondi stanziati.
Fra le proposte che il Parlamento si appresta a valutare vi è, ad esempio, quella di un monitoraggio costante sulle procedure di spesa e sui tempi di realizzazione dei progetti infrastrutturali, da effettuare anche mediante la presentazione alle Camere di una "relazione trimestrale di cassa" sul grado di adempimento dei programmi di sviluppo promossi a livello locale.
L'utilità di questo strumento consisterebbe nel costringere i soggetti coinvolti a riferire costantemente sui progressi compiuti nelle procedure amministrative e contabili di impegno dei fondi stanziati.
Si tratta, in tal modo, di garantire in tempi certi la realizzazione di un contesto socio-economico adeguato a recepire gli stimoli conseguenti all'auspicabile diffusione della formazione tecnico-scientifica che, al tempo stesso, concorre ed è connessa ad un processo di modernizzazione delle diverse realtà territoriali del Mezzogiorno.
Conosciamo bene le "variabili di contesto" che usualmente vengono evocate quando si parla delle aree più problematiche del nostro Sud: problemi sociali, di ordine pubblico, di criminalità, di sicurezza, spesso aggravati da procedure amministrative volutamente inadeguate e bizantine che mettono a repentaglio lo stesso principio della certezza del diritto.
A mio avviso, tuttavia, il riferimento all'esigenza di modernizzare il Mezzogiorno - tanto longevo almeno quanto lo è in Italia la "questione meridionale" - assume un pieno significato solo se vi si attribuisce un contenuto preciso, solo se si propone concretamente da dove iniziare.
A tale riguardo, un indirizzo preciso può derivarci proprio dall'inaugurazione di un nuovo anno accademico e dal rinnovato impegno che essa sottende nel contribuire a non depauperare questo territorio delle proprie migliori potenzialità umane.
E' da qui che bisogna iniziare, perché se i migliori se ne vanno, se si sentono abbandonati a se stessi e perdono fiducia, speranza e determinazione, il Sud non ha futuro!
E questo è un monito che accomuna quanti portano oggi, a livello accademico e a livello politico, la responsabilità di aiutarli a costruire il loro futuro e a contribuire allo sviluppo morale e materiale delle comunità locali come di quella nazionale.
Penso, in particolare, alla necessità che un'adeguata formazione tecnico-scientifica possa essere incentivata alimentando un circuito virtuoso ed efficace fra formazione, lavoro ed impresa.
E' ovvio che un giovane sarà tanto più incentivato ad orientare in tal senso i suoi interessi culturali e professionali quanto più troverà validi insegnanti nelle discipline scientifiche e concrete prospettive di impiego attraverso cui mettere a frutto l'itinerario di formazione.
In questo, il ruolo di un "solido pilastro del sapere tecnico-scientifico", costituito dallo sviluppo di un grande "Politecnico meridionale", mi appare determinante.
E vorrei concludere ricordando e condividendo le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica in un suo recente intervento su "Mezzogiorno ed unità nazionale - Verso il 150° dell'Unità d'Italia": "E' giusto che da parte del Mezzogiorno - cito testualmente - si rivendichi il meglio del proprio passato storico e del proprio presente, e che innanzitutto ci si riappropri, con uno sforzo intellettuale e morale del tutto carente negli ultimi tempi, dell'eredità della cultura scientifica e umanistica meridionale, di un patrimonio luminoso di pensiero e di creatività che ha lasciato segni duraturi nel farsi dell'Italia e dell'Europa. Ma essenziale sarà soprattutto uno scatto di volontà, di senso morale e di consapevolezza civile da cui emergano nel Mezzogiorno nuove forze idonee a meglio affrontare la prova dell'autogoverno e della partecipazione al governo del Paese". Parole che debbono essere attentamente valutate da coloro che hanno a cuore l'Italia e il Meridione.
La storia del Meridione, avrebbe scritto con queste parole Benedetto Croce, "deve liberarsi definitivamente da quelle acritiche esaltazioni o condanne totali sul "malgoverno" quali spiegazioni onnivalenti della negatività storica del Mezzogiorno".
E proprio questo necessario sforzo di costruzione di una rinnovata "etica pubblica" costituisce l'essenza del migliore augurio che, in veste di Presidente della Camera, intendo formulare a tutti i docenti e agli studenti che, nel nuovo anno accademico che oggi formalmente si apre, si apprestano a confermare il proprio impegno consapevoli dell'importanza di realizzare una crescita individuale e collettiva.