Il Presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini

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INIZIO CONTENUTO

Interventi e discorsi

Interventi e discorsi del Presidente della Camera

14/04/2010

Montecitorio, Sala della Regina - Convegno su "Una giovane Costituzione. Eleggibilità e partecipazione giovanile dal 1948 ad oggi"

Signor Presidente della Repubblica, Signor Presidente del Senato della Repubblica,
Signor Ministro per le politiche giovanili,
Autorità, Signore e Signori,
Care ragazze e cari ragazzi!

La Camera dei deputati ha oggi il piacere di ospitare un'iniziativa d'interesse culturale e politico che riguarda una questione rilevante per la vitalità delle democrazie contemporanee: la partecipazione giovanile alla vita politica e la presenza delle generazioni più giovani nelle istituzioni.

Non a caso numerose, sono ormai, nei due rami del Parlamento, le iniziative legislative che prevedono interventi volti a favorire, attraverso diverse modalità, una presenza più estesa della rappresentanza giovanile nelle sedi istituzionali della rappresentanza politica.

Se, sulla questione, facciamo una rapida retrospettiva storica, credo sia corretto affermare, seppur in modo schematico e sommario, che, dal 1948 ad oggi, in materia di partecipazione giovanile alla vita politica e nelle istituzioni parlamentari, si possono distinguere tre diversi cicli, di durata orientativamente ventennale, corrispondenti ad altrettante fasi della nostra società.

I giovani che, agli inizi della Repubblica, diedero il loro contributo alla ricostruzione democratica e all'affermazione del pluralismo politico dell'Italia postbellica, si erano ovviamente formati negli anni '30.

Di quella formazione, approfondita e rigorosa, essi si fecero interpreti sia nell'ambito dell'Assemblea Costituente, sia nella vita interna ai partiti.

La soglia di elettorato passivo per l'ingresso all'Assemblea Costituente era di 25 anni ed alla fascia anagrafica immediatamente superiore a questa soglia appartenevano, non a caso, molti di quelli che sarebbero poi diventati i protagonisti della storia politica del nostro Paese. Per citarne solo alcuni, in ordine alfabetico, che nella Costituente avevano tra i 26 e i 37 anni, Giulio Andreotti, Aldo Bozzi, Emilio Colombo, Giuseppe Dossetti, Leonilde Iotti, Vittorio Foa, Aldo Moro, Oscar Luigi Scalfaro, Leo Valiani, Benigno Zaccagnini.

La partecipazione politica giovanile si esprimeva, nell'immediato dopoguerra, attraverso moduli abbastanza standardizzati e, in genere, non troppo dissimili fra le diverse aree politiche.

Dopo il necessario periodo di formazione culturale e professionale, in cui veniva assimilato l'insieme di nozioni e di valori cui si sarebbe ispirato l'agire politico, i giovani iniziavano a fare esperienza nella "galassia" delle organizzazioni sociali, sindacali, culturali, giornalistiche e di partito, da cui traeva nuova linfa vitale la rinata democrazia italiana.

La stagione di intensa passione ideologica in cui si apriva la forte tensione ideale connessa al tema della ricostruzione democratica e materiale del Paese alimentavano anche nei giovani una visione progettuale di ampio respiro, una forte volontà di partecipazione alla vita politica.

L'esperienza dei più anziani, maturata nelle asperità della guerra o dell'esilio, rappresentava, per i più giovani, un modello di riferimento non solo in merito ai contenuti della proposta politica di partito, ma anche per quanto riguardava i metodi del confronto nelle assemblee rappresentative, necessariamente ispirato alle procedure e alle prassi di cui si nutre la dimensione istituzionale della democrazia.

Negli anni '50 e '60, i partiti e i movimenti giovanili, in cui, quasi senza soluzione di continuità, maturava, nel corso di un preciso itinerario di formazione, la classe politica, procedevano in sintonia, dando vita ad un dibattito interno anche vivace, ma in cui la differenza di età non aveva ancora prodotto alcuna frattura né culturale, né politica, tra le diverse generazioni, tra i padri e i figli.

Una frattura che, invece, si sarebbe manifestata in modo clamoroso alla fine degli anni '60, nell'originaria matrice generazionale - prima ancora che ideologica - di quel vasto fenomeno che fu, non solo in Italia, il Sessantotto.

Negli anni '60, la società giovanile aveva iniziato ad avvertire, rispetto alla generazione precedente, nuovi bisogni di partecipazione e si nutriva di nuove tendenze culturali che, a fronte della difficoltà di ottenere riconoscimento nelle decisioni e nelle sedi politiche, finirono per rivelarsi dirompenti, se non addirittura rivoluzionari, rispetto ai modelli e agli equilibri che, fino ad allora, avevano caratterizzato i rapporti intergenerazionali nella famiglia, nella scuola, nei luoghi di lavoro, nella politica.

Le contraddizioni economiche, il timore conseguente per il futuro ed il ricambio generazionale, pressoché nullo, della classe dirigente inducevano quelle giovani generazioni a guardare al domani con sentimenti che, a ben vedere, non erano molto dissimili rispetto a quelli che l'analisi sociologica evidenzia oggi nelle attuali generazioni giovanili.

Ebbe allora inizio, col '68, quel movimento impetuoso di destrutturazione culturale e sociale che ha rappresentato un fenomeno epocale e non solo italiano e da cui trasse origine, per quanto riguarda la partecipazione politica, una graduale e sempre più forte divaricazione fra la rappresentanza istituzionale, che rimase prerogativa dei partiti e degli adulti, e quella sociale, di cui gradualmente divennero protagonisti i movimenti e i giovani.

Già da allora iniziarono a manifestarsi tra i giovani contrapposizioni fra la dimensione movimentista della politica, che per sua natura, viene percepita come più spontanea e rispondente alle istanze giovanili di base, anche se inevitabilmente più esposta alle incursioni massimaliste, estremiste, qualunquiste e demagogiche, e la dimensione partitica, considerata più distante perché soggetta a vincoli istituzionali e burocratici.

Più di recente, su questi sentimenti, che, nel corso degli anni '70 e '80, hanno trovato espressione nei movimenti connessi alle tematiche ambientali e nelle molteplici iniziative umanitarie e d'interesse sociale che alimentano il cosiddetto "no profit", ha fatto irruzione, tra i giovani, la rivoluzione tecnologica che ne ha traslato le istanze nella dimensione virtuale, attraverso internet e la rete.

Si tratta di una terza fase evolutiva, per certi versi potenzialmente dirompente quanto quella precedente, che testimonia il perdurare di una forte istanza giovanile di partecipazione manifestata attraverso forme e strumenti "a fruizione generazionale circoscritta".

Infatti, ormai, da tempo, tutte le ricerche sociologiche sulla condizione giovanile evidenziano, in quasi tutti i paesi occidentali, un allontanamento dei giovani dalla politica, almeno nelle sue forme istituzionali: partiti politici, sindacati, associazioni strutturate non sembrano più capaci di svolgere, tra le nuove generazioni, le loro funzioni di raccordo tra cittadini e istituzioni, di organizzazione dell'azione collettiva, di costruzione di identità politiche.

A questo riguardo, una delle tesi più accreditate per spiegare tale cambiamento mette al centro della discussione proprio la dimensione generazionale.

A segnare, infatti, la discontinuità in campo politico avrebbe contribuito, all'indomani della caduta del muro di Berlino, il forte ricambio avvenuto all'interno dell'elettorato, dove le generazioni cresciute fra gli anni '80 e '90 hanno progressivamente preso il posto delle generazioni precedenti.

L'approccio teorico del cosiddetto "postmaterialismo" ipotizza per l'appunto la nascita di nuove esigenze sociali derivanti soprattutto dalle preoccupazioni giovanili legate alla sicurezza economica, intimamente connesse alla qualità della vita, all'autorealizzazione, alla soddisfazione, per certi aspetti edonistica, dei bisogni individuali.

E' evidente perché in questa prospettiva, segnata da una forte disillusione per l'asimmetria tra i nuovi bisogni e l'oggettiva impossibilità di soddisfarli, le nuove generazioni vivono una fase di sostanziale rifiuto della partecipazione alla vita politica, alimentata anche dallo sviluppo neoliberista di sistemi educativi orientati ad offrire sempre maggiori competenze di tipo tecnico-specialistico e sempre minori forme di conoscenza critica.

Allo stesso tempo, però, tra i giovani di oggi, si intravedono i contorni di una risposta positiva a questo generalizzato distacco dalla politica, dal momento che essi esprimono sensibilità e valori innovativi, che, non trovando espressione all'interno delle istituzioni politiche e sociali tradizionali, si spostano verso spazi e network non gerarchici e informali che diventano strumenti di nuova comunicazione sociale.

Sono i "Millennials", termine coniato negli Stati Uniti per indicare coloro che sono divenuti maggiorenni nel XXI secolo; è l'ultima generazione che si è socializzata in piena epoca di globalizzazione, che è in permanente connessione tramite internet e che ha maggiori competenze in campo tecnologico.

Negli Stati Uniti, i giovani "Millennials" sono stati uno dei fattori principali dell'elezione di Barack Obama, come dimostra il fatto che - nel "popular vote" - il candidato democratico ha ottenuto il 53 per cento dei voti di cui il 66 per cento da parte dei cosiddetti "under 30" .

Diversamente, però, dai loro coetanei americani, i "Millennials italiani" sono nati quando la fecondità italiana è scesa stabilmente sotto la media dei paesi occidentali, ovvero in piena denatalità. La nostra è, quindi, una generazione che possiamo definire quantitativamente meno influente perché inserita in una società sempre meno giovane.

Ed allora, in questo particolare contesto nazionale che richiede certamente politiche a sostegno delle famiglie italiane e politiche mirate per i nuovi cittadini italiani figli della immigrazione, quali iniziative dobbiamo promuovere per favorire nuove forme di partecipazione dei giovani alla vita pubblica e una loro stabile presenza all'interno delle istituzioni?

Fino ad oggi, nel tentativo di rendere più intenso il rapporto tra istituzioni e popolazione giovanile, è emersa, nel dibattito, l'idea di abbassare l'età minima per poter essere eletti, ma anche l'idea di istituire per legge le cosiddette "quote arancioni", vale a dire quote di giovani da candidare in occasione delle varie tornate elettorali.

Entrambi i suggerimenti, come sappiamo, sono stati accolti con favore da parte dei gruppi giovanili, i quali, tuttavia, considerano tali proposte, sostenute anche da autorevoli parlamentari, non tanto un punto di arrivo, quanto piuttosto un'incipit per iniziare a discutere della questione.

Anche a mio avviso, la vera essenza del dibattito deve ruotare intorno alla necessità che l'ordinamento giuridico-istituzionale non si limiti a prendere in considerazione il dato anagrafico (che è ovviamente transitorio) per la creazione di una "categoria protetta", ma riconosca, semmai, alle nuove generazioni un sempre più ampio coinvolgimento nella vita politica ed istituzionale del nostro Paese.

Al riguardo, è indubbio che l'istruzione e la crescita professionale dei giovani costituiscano grandi sfide cui è possibile far fronte nella profonda consapevolezza che, senza un loro effettivo inserimento nel tessuto sociale e produttivo, diventa più difficile assicurare il fisiologico processo di ricambio della classe dirigente.

Sotto questo profilo, vi è peraltro un'esplicita richiesta, da parte delle stesse giovani generazioni, di essere coinvolte e rese partecipi di obiettivi collettivi in cui esse si possono riconoscere. E' su questa base che vanno costruite le forme nuove di una loro sostanziale partecipazione alla "cosa pubblica" e ai processi di formazione della volontà politica.

Ce lo chiedono le nuove generazioni, ma è una sfida cui la politica non può sottrarsi se davvero vuole rafforzare la nostra democrazia.

Grazie.