Il Presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini

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Interventi e discorsi

Interventi e discorsi del Presidente della Camera

30/11/2010

Montecitorio, Sala del Mappamondo - Presentazione del rapporto ActionAid e Fondazione Pangea su "Donne, pace e sicurezza. A dieci anni dalla Risoluzione ONU: una prospettiva italiana"

Autorità, signore, signori!


"E' più pericoloso essere donna che soldato negli odierni conflitti": questa testimonianza, fornita dall'ex comandante delle missione di peacekeeping nella Repubblica democratica del Congo, rende nella sua fredda concisione tutta la drammaticità che fa da sfondo al rapporto che presentiamo quest'oggi e che ho potuto conoscere grazie alla collega Villecco Calipari che me ne ha parlato alcuni giorni fa con quell'intelligenza e quella passione che i colleghi parlamentari ben conoscono.


"Donne, pace e sicurezza", promosso da Action Aid e dalla Fondazione Pangea tratteggia un puntuale bilancio dei dieci anni di attuazione della Risoluzione 1325, ripercorrendo efficacemente le linee di evoluzione del dibattito a livello internazionale. Delinea, infine, con concretezza e realismo, una vasta gamma di proposte operative per ampliare l'applicazione della Risoluzione anche nel nostro Paese.
Il rapporto di ricerca, curato dalla professoressa Luisa Del Turco - che saluto cordialmente - è stato reso possibile dallo sforzo congiunto di due accreditate e vivaci organizzazioni del terzo settore: Action Aid che opera in Italia da più di vent'anni nella lotta alle cause della povertà e dell'esclusione sociale nel Sud del mondo e la Fondazione Pangea, sorta nel 2002, dalla volontà di un gruppo di persone desiderose di migliorare concretamente la condizione delle donne discriminate a partire dalle aree più depresse del mondo, come l'Afghanistan.


La Risoluzione rappresenta sicuramente un success case nell'evoluzione del diritto internazionale più recente, perché in essa convergono gli esiti di un vasto movimento dell'opinione pubblica internazionale, che si colloca in una nuova stagione delle relazioni internazionali apertasi con la fine della guerra fredda.


Da un lato infatti, a partire metà degli anni Novanta, l'impegno della Comunità internazionale si è esteso e progressivamente incentrato sulla gestione dei conflitti aperti e sull'azione umanitaria. Di fronte alle tremende violazioni dei diritti umani, spesso poste in essere ai danni della popolazione femminile, la Comunità internazionale ha elaborato i nuovi concetti di "ingerenza umanitaria" e di human security, in nome dei quali tendono a venire meno per fortuna i tradizionali confini della sovranità nazionale, fino allora segnati dal divieto di ingerenza negli affari interni di uno Stato.


La Risoluzione 1325 consolida le acquisizioni emerse nelle grandi conferenze delle Nazioni Unite sulla condizione femminile di Città del Messico (1975), Copenaghen (1980) e Nairobi (1990) nella "Piattaforma di Pechino" del 1995, ma soprattutto valorizza il contributo generoso e spassionato offerto dalle tante attiviste per la pace, che hanno costruito in questi anni in tutto il pianeta un'originale strumentazione di prassi intese alla trasformazione costruttiva dei conflitti. Assai opportunamente il Rapporto richiama le coraggiose e toccanti esperienze del Ruanda di Veneranda Nzambazamarya, la battaglia nonviolenta di Aung San Suu Kyi di fronte alla dittatura birmana, le azioni informali promosse da tante donne in Bosnia-Erzegovina, Burundi, Colombia e Liberia.


Ad esse vorrei aggiungere la testimonianza di abnegazione, spinta fino all'estremo sacrificio di sé, di Annalena Tonelli, che scelse di portare la sua opera di pace, di carità e di solidarietà in Somalia, nel più fosco dei conflitti "dimenticati" del nostro tempo, nel tentativo coraggioso di costruire delle condizioni minime di vivibilità e di speranza.


In questi casi le donne hanno mostrato una dedizione particolare nell'opera di assistenza alle persone che soffrono a causa dei conflitti. Potremmo definirlo un "supplemento d'anima", direi, fatto di empatia, di presenza, di condivisione, lavorando direttamente - con un senso di concretezza che penso sia tutto femminile - sugli aspetti profondi dei conflitti.


Richiamo due esperienze che hanno fatto epoca e che sono giustamente poste in evidenza nel Rapporto: il notissimo movimento delle "Madri della Piazza di maggio", in Argentina e quello delle "Donne in Nero" nel Mali: entrambe hanno trasformato la vicenda straziante del lutto privato in un momento di riflessione e di denuncia pubblica al servizio di un'intera comunità nazionale, abbattendo la linea di demarcazione tra la dimensione pubblica e quella privata.


La Risoluzione 1325 segna quindi un vero e proprio "cambiamento di paradigma", a livello politico-internazionale, riconoscendo un ruolo attivo alle donne nella risoluzione dei conflitti e nella promozione dei processi di ricostruzione e di riconciliazione.
In primo luogo impegna gli Stati nella lotta alla violenza di genere. Tale obiettivo è particolarmente urgente negli attuali scenari di conflitto dove il corpo delle donne diviene campo di battaglia e lo stupro, o la schiavitù sessuale rappresentano inedite quanto feroci tattiche di guerra. E' accaduto nei conflitti che hanno insanguinato l'ex Jugoslavia negli anni Novanta, nel genocidio ruandese, nelle crisi della Sierra Leone e del Congo Kinshasa.
Ma la Risoluzione fa qualcosa di più poiché riconosce nella presenza femminile un "fattore strategico" per la risoluzione dei conflitti e prospetta delle indicazioni concrete quali la partecipazione attiva delle donne ai negoziati di pace ed alle missioni internazionali di mantenimento della pace.
Non ci sono, infatti, scrive la prof.ssa Del Turco, azioni "salvifiche" da porre in essere per liberare le donne dalla violenza, ma è invece necessario costruire "un percorso che trasformi il dolore cieco della violenza e della guerra in fiducia ed impegno individuale e collettivo e reciproco per la costruzione di una pace positiva, inclusiva e sostenibile".
Il quadro normativo delineato dalla Risoluzione 1325 si è ulteriormente arricchito e precisato in questi ultimi anni grazie ad altre direttive delle Nazioni Unite.
Dobbiamo essere orgogliosi del ruolo svolto dall'Italia nell'approvazione di questi documenti dell'ONU, perché il nostro Paese si è attivamente impegnato affinché fosse finalmente riconosciuto il nesso tra sicurezza internazionale e violenza sessuale.
Purtroppo sul versante attuativo della Risoluzione resta ancora molto da fare: ad oggi, infatti, soltanto una ventina di Stati e l'Unione europea si sono dotati di specifiche politiche e di piani d'azione.


Venendo alla "prospettiva italiana" analizzata nel Rapporto, occorre rilevare come sia stata già introdotta un'ottica di genere nelle definizioni di alcuni ambiti d'intervento individuati dalla Risoluzione 1325: da molti anni il ruolo delle donne nella gestione delle situazioni di conflitto è riconosciuto come prioritario dal Ministero degli Affari esteri. Molte iniziative della nostra Cooperazione allo sviluppo hanno dato attuazione a questa visione, concretizzandosi in una pluralità di progetti a favore delle donne in situazioni di conflitto come in Afghanistan, nei Territori palestinesi, in Libano e Sudan.


Sono certo che il generale Camporini potrà invece fornirci ulteriori interessanti indicazioni circa gli orientamenti che assumeranno le Forze Armate in ordine alla promozione del ruolo delle donne italiane nelle operazioni di peacekeeping, anche alla luce delle importanti innovazioni di Gender Policy introdotte nell'Alleanza atlantica per impulso del Segretario Generale Rasmussen.
Il Ministro per le pari opportunità, che ha organizzato nel settembre 2009 la prima conferenza internazionale sulla violenza contro le donne nell'ambito della Presidenza italiana del G8, sta ora ultimando il Piano nazionale d'azione previsto dalla Risoluzione 1325.
Nutro l'auspicio - che so condiviso dalle colleghe Boniver e Villecco Calipari - che in occasione della presentazione del Piano d'azione il Parlamento possa ulteriormente approfondire queste problematiche, affinché si diffonda una maggiore consapevolezza degli obiettivi posti dalla Risoluzione a livello internazionale e degli impegni che ne discendono nella legislazione nazionale.


La Risoluzione 1325 ci ha aperto, dieci anni fa, prospettive vitali perché ha saputo valorizzare per la prima volta la forza e l'esperienza delle donne in contesti di crisi e di conflitto, fino ad allora tradizionalmente ritenuti di esclusiva spettanza maschile.
L'esperienza concreta ci insegna che esse sanno svolgere un ruolo formidabile nelle fasi di ricostruzione e di riconciliazione post-bellica, poiché, come ha lucidamente notato la senatrice Rita Levi Montalcini: "l'emancipazione femminile è sicuramente uno dei risultati più belli del Novecento. Proprio il maggior peso sociale conquistato dalle donne è stato uno dei più importanti fattori di progresso dell'ultimo secolo, ma è anche una delle grandi speranze per un futuro di pace e di equità".