Il Presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini

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Interventi e discorsi

Interventi e discorsi del Presidente della Camera

19/01/2011

Montecitorio, Sala del Mappamondo – Presentazione dei Discorsi parlamentari di Luigi Preti

Autorità, signore, signori!

Ricordare la figura di Luigi Preti significa ripercorrere oltre quarant'anni di vita repubblicana, che videro l'uomo politico socialdemocratico in prima fila nell'opera di consolidamento della democrazia, di modernizzazione del sistema economico e di quello amministrativo, di allargamento dei diritti sociali.

Saluto e ringrazio il Presidente Pier Ferdinando Casini unitamente agli insigni studiosi che intervengono nel dibattito: Maurizio degl'Innocenti, Presidente della Fondazione Turati, Carlo Ghisalberti, storico del diritto, Angelo Sabatini, Presidente della Fondazione Matteotti.

La pubblicazione dei Discorsi parlamentari dell'uomo politico ferrarese ci permette di ricostruirne l'azione al servizio delle Istituzioni nella sua ampiezza e completezza. Si tratta di un impegno lungo e articolato, che Preti svolse, ininterrottamente, nell'arco di nove legislature, dopo essere stato deputato all'Assemblea Costituente e dopo essersi distinto in tale sede per numerosi interventi su grandi temi come la libertà religiosa, la famiglia, la scuola, l'ordinamento regionale, il bicameralismo, le prerogative del Presidente della Repubblica, la definizione del compito e della natura della magistratura.

L'esponente del PSDI fu anche Vicepresidente della Camera nell'VIII legislatura e ricoprì, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Settanta, importanti incarichi governativi, tra i quali è doveroso ricordare quello di ministro delle Finanze: fu lui a fornire l'impulso decisivo all'approvazione della legge di riordino del sistema tributario avvenuta nel 1971 durante il suo mandato.

«Nel ricoprire questi incarichi - rileva il Presidente Casini nello scritto di presentazione dell'opera - , dimostrò un altissimo senso delle Istituzioni e la consapevolezza di appartenere ad una classe dirigente che aveva il dovere di consolidare il nuovo Stato democratico».

Luigi Preti fu insomma, a tutto tondo, uomo di Stato. E lo fu non solo nelle funzioni che svolse e nel modo in cui le svolse, ma nei princìpi che affermò e testimoniò; a partire dal senso alto dell'etica pubblica, dalla dedizione al bene comune, dal sostegno alla causa del progresso della società.

Fu uomo di Stato. Ma fu anche uomo di parte. In tale veste non mancò di esprimere con forza la sua passione democratica. Preti fu tra coloro che si unirono a Saragat nella scissione di Palazzo Barberini del gennaio 1947, quando l'anima riformista e moderata del socialismo italiano si separò dal partito di Nenni, opponendosi all'unità d'azione stabilita dal leader socialista con il Partito comunista.

In quegli anni drammatici, caratterizzati dalla prima fase della guerra fredda, uomini come Preti e Saragat si batterono con forza per legare le sorti dell'idea socialista alla civiltà politica dell'Occidente e dell'Europa libera. Fu un convinto sostenitore dell'ingresso dell'Italia nella Nato e denunciò il grave rischio costituito per il nostro Paese da una politica di neutralità in campo internazionale. Intervenendo nel luglio del 1950 alla Camera in un dibattito sulla guerra in Corea, Preti ammonì che la prima potenza a calpestare, nei fatti, il principio di neutralità era proprio l'Unione sovietica.

Quella posizione anticipò il processo di maturazione in senso occidentale ed europeo che avrebbe interessato i socialisti italiani negli anni successivi, soprattutto dopo la feroce repressione del moto di libertà ungherese nel 1956.

C'era, nella visione riformista di Preti, una alta e convinta idealità democratica, testimoniata sia dalla sua azione politico-istituzionale sia dalla sua vasta produzione editoriale. In tal senso, si deve ricordare il romanzo "Giovinezza Giovinezza" pubblicato nel 1964, opera che ebbe all'epoca un notevole successo di pubblico e che permise a Preti di descrivere gli ambienti della sua formazione giovanile durante il Ventennio insieme con le fasi della sua maturazione democratica e antifascista.

C'era inoltre, nel rifiuto di Preti di ogni massimalismo, un evolutivo spirito pragmatico, che gli permetteva di avere costantemente di mira l'esigenza di arrivare a soluzioni reali per i problemi sociali del Paese, nel quadro di un più vasto processo di rinnovamento economico, infrastrutturale e amministrativo.

Scorrendo l'indice dell'opera che oggi presentiamo si rimane colpiti dalla vastità dei temi economici e sociali affrontati dall'esponente socialdemocratico, sia nella sua azione di parlamentare sia nello svolgimento dei numerosi incarichi di governo di volta in volta ricoperti nel corso della sua lunga carriera politica.

La lettura di questi interventi ci riporta a stagioni decisive per lo sviluppo dell'Italia, in particolare alla lunga fase di crescita economica e sociale conosciuta dal nostro Paese tra gli anni Cinquanta e i primi anni Settanta. L'approccio di Preti ai vari problemi va naturalmente ricompreso nel clima storico di decenni lontani, ma presenta anche indubbi profili di attualità, se consideriamo l'opposizione decisa a ogni forma di ideologismo, più volte ribadita insieme con il richiamo al principio di razionalità che deve sempre guidare l'azione di governo in campo economico.

«I suoi interventi in Parlamento - ha scritto il professor Sabatini nella corposa e interessante introduzione all'opera - erano legati da un filo rosso che li accomunava: fastidio per le prese di posizioni ideologiche e amore per la concretezza».

Così ad esempio, intervenendo nel 1954 in un dibattito alla Camera in qualità di sottosegretario al Tesoro del primo Governo Scelba, Preti rilevava che uno dei problemi del sistema italiano, pur nella fase ascendente del boom economico, derivava dall'aumento dei costi industriali a fronte dei salari che continuavano a rimanere bassi. Di qui l'auspicio che ogni ulteriore incremento di competitività dell'industria italiana non si dovesse fondare sulla compressione delle retribuzioni ma su una più decisa razionalizzazione dei processi produttivi e su una più ampia presenza nei mercati. «L'energia umana e meccanica - cito testualmente un passaggio dell'intervento di Preti - spesso non sono impegnate in Italia in modo razionale».

Molti anni sono passati e l'apparato produttivo italiano ha conosciuto nel frattempo intensi processi di trasformazione, ristrutturazione e modernizzazione. E' bene tuttavia ribadire che anche e soprattutto oggi - in una inedita fase che vede l'Italia non più impegnata a conquistare lo status di potenza economica ma a difendere e consolidare le proprie posizioni nel mondo globale - s'avverte più che mai l'esigenza di una politica industriale razionale e ambiziosa, nonché rivolta a far crescere i vantaggi competitivi del sistema-Paese. Pur nel doveroso rispetto della dialettica tra le parti sociali e della spontaneità delle forze del mercato, è opportuno ricordare che l'azione lungimirante della politica continua a rappresentare la marcia in più per qualsiasi moderna democrazia industriale.

Interessanti spunti di riflessione offre inoltre la fase in cui Preti fu ministro del Bilancio e della Programmazione economica. In un intervento del 1969 affermò che la strategia che il suo dicastero intendeva perseguire puntava a legare i progetti di sviluppo economico a incisive politiche nel campo dell'istruzione, dell'ambiente, del lavoro e della sicurezza sociale. E credo che l'attualità di questa affermazione non sfugga ai presenti.

In quell'intervento Preti fece anche riferimento al cosiddetto "Progetto '80", attraverso il quale il governo di allora intendeva prefigurare la società italiana dei decenni successivi. Tale progetto non venne però attuato per le contraddizioni e le difficoltà politiche emerse in quei travagliati anni Settanta. E' interessante che ci si preoccupasse all'epoca di pensare all'Italia prossima ventura e di guardare al di là della contingente azione di governo da affrontare giorno per giorno.

Al di là dell'analisi storica delle politiche economiche del tempo, ritengo interessante sottolineare che quell'idea della programmazione, così come emerge dal pensiero e dall'azione di Preti, conteneva una intuizione feconda: l'investimento per migliorare il tessuto civile non produce solo una migliore qualità della vita sociale ma determina, a medio e a lungo termine, una più alta capacità di creare ricchezza economica.

Poi si può certamente rilevare che il concetto di programmazione, così come era allora concepito, conteneva in sé dei limiti e delle incongruenze non facilmente superabili perché risultava comunque legato alla logica, rivelatasi sterile e controproducente, dell'interventismo pubblico in campo economico.

Ma l'esperienza degli ultimi decenni di vita italiana deve rafforzarci nella convinzione che l'azione di governo e l'azione della politica in genere, se vogliono compiutamente perseguire il bene comune, non devono mai cessare di ispirarsi a un progetto di Paese da realizzare.

Occorre risolvere i problemi della società di oggi senza mai dimenticare la necessità di dirigere gli sforzi verso la costruzione di una società più giusta, più libera e più moderna per il domani e per il futuro dei nostri figli. Credo che questa sia la cifra complessiva del politico e dell'uomo di governo Luigi Preti