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Temi dell'attività Parlamentare

Balcani occidentali
Il Parlamento ha seguito con grande attenzione l'evoluzione in atto nei Balcani occidentali, area europea a tutti gli effetti ma che deva ancora completare, in massima parte, la propria integrazione nelle istituzioni comunitarie e della difesa euroatlantica. Le numerose tensioni nella regione costituiscono tuttora un potente freno all'avvicinamento all'Unione europea, anche se vi sono stati negli ultimi due anni indubbi progressi. Attualmente la Croazia è la più vicina al traguardo, essendo giunta nel dicembre 2011 alla firma del Trattato di adesione all'Unione europea.
Albania

All’inizio della XVI Legislatura del Parlamento italiano l’Albania incassava l’importante successo dell’invito ad aderire alla NATO, lanciato dal Vertice di Bucarest dell’Alleanza atlantica dell’aprile 2008, e al quale faceva seguito in luglio la firma del relativo Protocollo. Meno spedito era invece il processo di avvicinamento all’Unione europea, come rilevato in novembre dal rapporto periodico della Commissione UE, che criticava soprattutto l’immobilismo albanese in tema di lotta alla corruzione e di riforma dell’ordinamento giudiziario. La sempre difficile dialettica politica interna conosceva tuttavia in aprile un momento di collaborazione tra i due maggiori partiti, che consentiva di approvare un pacchetto di emendamenti costituzionali riguardanti il Presidente della Repubblica, il mandato del Procuratore generale e il sistema elettorale – su quest’ultimo punto in novembre veniva emanato un nuovo codice elettorale, che suscitava aspre poteste da parte delle forze politiche minori.

Nel 2009 l’Albania entrava a pieno titolo nell’Alleanza atlantica (aprile), mentre alla fine di giugno si svolgevano le elezioni legislative, che segnavano un sostanziale pareggio, nel quale però alla leggera prevalenza socialista nei voti corrispondeva un rovesciamento nei seggi – 68 andavano al Partito socialdemocratico di Berisha e 65 ai socialisti. Le maggiori divisioni agitavano il fronte di centrosinistra, ma anche il più compatto centro-destra non aveva la maggioranza dei 140 seggi, almeno fino a che un piccolo gruppo, il Movimento socialista per l’integrazione, non offriva i propri 4 seggi allo schieramento di Berisha, in campagna elettorale indicato come il nemico da abbattere. Protestando per presunti brogli e chiedendo il riconteggio dei voti in alcune regioni, oltre a un’indagine sulla correttezza delle operazioni elettorali, i socialisti boicottavano i lavori parlamentari facendo mancare i loro 65 deputati, e organizzando grandi manifestazioni culminanti in novembre nella capitale.

Il boicottaggio parlamentare proseguiva nel 2010, e in maggio circa duecento tra deputati e sostenitori socialisti si accampavano davanti al palazzo del governo e mettevano in atto uno sciopero della fame di venti giorni, mentre non venivano ascoltati gli appelli europei al superamento dello stallo politico albanese. Proprio questa situazione, unitamente a critiche sul funzionamento dell’istituzione parlamentare e sulla corruzione e politicizzazione di alcune aree del sistema giudiziario, facevano sì che il rapporto periodico della Commissione europea respingesse in novembre la richiesta albanese di piena candidatura all’ingresso nell’Unione - negli stessi giorni, tuttavia, ai cittadini albanesi veniva concessa l’esenzione dal visto per l’ingresso nell’area Schengen.

L’inizio del 2011 vedeva un aggravamento dello scontro politico, quando in gennaio quattro manifestanti dell’opposizione venivano uccisi a Tirana ed emergeva che a colpirli era stato qualcuno che sparava dagli edifici del Governo: Berisha, che aveva accusato l’opposizione di essere scesa in campo con armi nascoste, vedeva crollare la propria tesi e si spingeva ad offendere gravemente il Procuratore generale e il Capo dello Stato, Bamir Topi. Le elezioni municipali di maggio vedevano la sconfitta – anche questa di misura e molto contestata – del leader dell’opposizione socialista Edy Rama, in lizza per un quarto mandato quale sindaco della capitale: i socialisti si aggiudicavano comunque la maggior parte delle città, mentre nel conteggio complessivo dei voti prevalevano le forze di governo. Comunque, in settembre l’opposizione poneva fine al boicottaggio parlamentare, ma il mese successivo la Commissione UE rifiutava ancora una volta di concedere all’Albania lo status di paese candidato all’adesione: la principale motivazione rimaneva la situazione politica, che tuttavia non migliorava di certo con l’esplodere di un aperto contrasto tra la maggioranza di Berisha e il Presidente della Repubblica.

Un anno dopo, nell’ottobre 2012 – dopo l’elezione alla Presidenza della Republica albanese di Bujar Nishami -, la Commissione UE rilevava i numerosi progressi del paese, e raccomandava al Consiglio di concedere all’Albania lo status di paese candidato, ma solo dopo ulteriori passi positivi nel campo della giustizia, della pubblica amministrazione e delle regole parlamentari. Saranno inoltre decisive, per il giudizio dell’Unione europea, le elezioni legislative del 2013.

Bosnia-Erzegovina

Per quanto riguarda la Bosnia-Erzegovina, l’arresto a Belgrado di Radovan Karadzic (luglio 2008) suscitava opposte reazioni nelle due Entità che, in base agli accordi di Dayton del 1995, costituiscono il paese – ovvero la Repubblica Srpska e la Federazione croato-bosniaca -, mostrando una volta di più le insanabili divisioni in seno ad esso. Nulla di diverso usciva dalle elezioni locali del 5 ottobre 2008, nelle quali si affermavano nettamente i rispettivi partiti etnici, suscitando aspre critiche alle élite bosniache da parte delle autorità europee ed internazionali. A queste critiche i leader dei tre maggiori partiti, e soprattutto il serbo-bosniaco Dodik, sembravano rimanere indifferenti: nella Repubblica Srpska crescevano invece i sentimenti secessionisti – paradossalmente alimentati dalla vicenda del Kosovo -, anche sull’onda del successo economico, a fronte delle difficoltà della Federazione croato-bosniaca.

Nel 2009, con le prospettive di integrazione europea assolutamente in alto mare per la Bosnia-Erzegovina, aspre polemiche si trascinavano soprattutto fra Dodik e l'Alto rappresentante della Comunità internazionale, governatore di fatto del paese, Valentin Inzko, con il primo desideroso di limitare i poteri del governatore e di recuperare alcune prerogative che per iniziativa di questi erano state trasferite a livello "nazionale". La posizione del governatore era in realtà la più debole, per gli evidenti segni di stanchezza della Comunità internazionale nei confronti della situazione bosniaca. Meno refrattaria ai dettami della Comunità internazionale si presentava la Bosnia-Erzegovina sul piano economico: infatti il paese risentiva della crisi internazionale, con 70.000 disoccupati aggiuntivi nel 2009 e una drastica discesa delle rimesse degli emigranti: nel mese di maggio la Bosnia-Erzegovina era costretta a negoziare un accordo di credito triennale con il Fondo monetario internazionale del valore di 1,2 miliardi di euro, a fronte del quale il paese doveva accettare notevoli tagli della spesa pubblica, come in effetti messo in atto nelle leggi finanziarie per il 2010 di entrambe le Entità bosniache.

Nel 2010 le elezioni di ottobre – dalle quali doveva uscire una nuova Presidenza tripartita del paese, oltre al rinnovo del Parlamento centrale e dei Parlamenti delle due Entità – confermavano la forza di Dodik nella Repubblica Srpska, mentre il voto croato e musulmano si differenziava in più correnti. Emergeva comunque a livello “nazionale” una leggera prevalenza socialdemocratica, seguita a ruota dal partito serbo di Dodik. Mentre però il paese subiva a più riprese le più violente inondazioni negli ultimi cento anni, e tumulti scoppiavano a Sarajevo per i tagli ai sussidi degli ex combattenti, non si riusciva a formare nessun tipo di governo centrale, anche perché Dodik coglieva prontamente l’occasione di accusare il partito socialdemocratico (musulmano non confessionale) di aver violato lo spirito degli accordi di Dayton, escludendo il maggior partito croato dalle trattative per il governo della Federazione croato-bosniaca.

Per tutto il 2011 la mancanza di un governo centrale – quello precedente rimaneva in carica solo per gli affari correnti – contribuiva a impedire ogni progresso verso l’integrazione europea; solo la collaborazione bosniaca con il Tribunale ONU per i crimini nella ex Jugoslavia veniva giudicata positivamente. Anche la cattura di Mladic in Serbia (maggio 2011), come già quella di Karadzic, aveva rivelato le persistenti divisioni nelle varie componenti bosniache. Finalmente, dopo ben 14 mesi di stallo istituzionale, soprattutto (ma non esclusivamente) dovuto all’irrigidimento di Dodik, leader della Repubblica Srpska, il 28 dicembre si giungeva ad un accordo tra i sei principali partiti politici bosniaci, in base al quale si è proceduto a indicare un premier designato nella persona dell’economista croato-bosniaco Vjekoslav Bevanda, del partito Comunità democratica croata: il 5 gennaio 2012 Bevanda ha ricevuto l’approvazione della Presidenza tripartita della Bosnia, e dopo sette giorni ha ricevuto sulla sua designazione il via libera del Parlamento federale bosniaco, in vista della formazione di un nuovo governo. Dalle reazioni delle forze politiche bosniache è emerso con una certa chiarezza che l’intesa è stata raggiunta soprattutto in vista dello sblocco di finanziamenti del Fondo monetario internazionale e dell’Unione europea, propedeutico a sua volta alla presentazione bosniaca della candidatura per l’ingresso nella UE. Il 10 febbraio 2012 il governo guidato da Bevanda otteneva la fiducia nel Parlamento bosniaco: peraltro, con un rimpasto limitato, nel mese di novembre si inaugurava per il governo una diversa maggioranza parlamentare, con il maggior partito musulmano-bosniaco all’opposizione.

 

Croazia

La Croazia nell'aprile 2008, congiuntamente all'Albania, incassava un notevole successo, quando i due paesi venivano invitati dal vertice NATO di Bucarest ad avviare le procedure per entrare a far parte dell’Alleanza atlantica: tali procedure si completavano il 1° aprile 2009, negli stessi giorni in cui la NATO celebrava sessanta anni di vita, con la presentazione a Washington dei relativi strumenti giuridici da parte degli ambasciatori di Albania e Croazia. In tal modo l'Alleanza atlantica saliva da 26 a 28 membri. Sempre nel 2009 si avevano le dimissioni a sorpresa del premier Ivo Sanader, che indicava quale successore al vertice del governo e del partito conservatore HDZ (Comunità democratica croata) Jadranka Kosor, già vicepresidente del partito ai tempi di Tudjman, nonché vicepremier e ministro per i reduci di guerra, la famiglia e i pensionati proprio con Sanader dopo il 2003. L'11 settembre 2009 la Croazia siglava un’intesa di principio con la Slovenia, unanimemente considerata come un presupposto decisivo per la composizione negli anni futuri – presumibilmente sulla base della proposta del Commissario UE all’allargamento Olli Rehn, che prevedeva un arbitrato di giudici ed esperti - della controversia sulla delimitazione del confine marittimo nel Golfo di Pirano. In seguito all’accordo, e al successivo referendum in Slovenia del giugno 2010, è stato tolto il veto sloveno all’ingresso di Zagabria nella UE.

Nel frattempo all’inizio di gennaio 2010 il candidato socialdemocratico Ivo Josipovic, per conto del centro-sinistra, si era aggiudicato il ballottaggio per le elezioni presidenziali con un ampio margine su Milan Bandic, candidato della frastagliata galassia del centro-destra croato. Il programma di Josipovic prevedeva una politica estera di buon vicinato, particolarmente importante per la storia balcanica recente, e un orientamento chiaramente filoeuropeo.

Il 10 giugno 2011 la Croazia, dopo più di cinque anni di negoziati, ha ottenuto il via libera all’adesione dal presidente della Commissione europea Barroso, che ha fissato presumibilmente la data del 1° luglio 2013 per l’ingresso effettivo di Zagabria. Due settimane dopo il Consiglio europeo confermava il via libera all’adesione croata. Va ricordato il duplice appuntamento che ha visto protagonista il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, dapprima con la visita a Zagabria a metà luglio 2011 – nella quale il Presidente Napolitano ha rimarcato come proceda sempre di più il superamento delle tragedie passate (che non vanno mai dimenticate), come dimostra anche il ritorno di alcuni esuli nelle terre istriane, nel quadro del comune quadro europeo di riferimento, nel quale proprio la Croazia si accinge ad entrare. Nel successivo appuntamento di Pola del 3 settembre Napolitano e il presidente croato Josipovic hanno firmato una dichiarazione congiunta che ribadisce questi concetti, con una condanna ugualmente forte dell’aggressione fascista alla Jugoslavia e delle atrocità compiute successivamente dalle truppe di Tito. Il futuro dovrà ispirarsi alla più stretta collaborazione - anche in ragione della presenza delle due minoranze italiane e croata nei rispettivi territori - sulla scorta della quale nessun contenzioso si rivelerà insuperabile.

La Croazia ha poi svolto, il 4 dicembre 2011, le elezioni per il rinnovo del proprio Parlamento unicamerale (il Sabor): nella difficile congiuntura economica che anche Zagabria attraversa, la maggioranza è andata con il 44,5% dei voti e 80 seggi alla coalizione di centro-sinistra “Alleanza per il cambiamento”, composta dal partito socialdemocratico, guidato da Zoran Milanovic, dal partito democratico d’Istria, dal partito popolare-liberaldemocratico di Radimir Cacic e dal partito dei pensionati di Silvano Hrejia. L’HDZ, di centro-destra, del primo ministro uscente Jadranka Kosor, ha ottenuto il 22,1% dei voti e 47 seggi. Tra i seggi destinati alle minoranze nazionali è stato confermato Furio Radin come rappresentante della minoranza italiana. Non meno rilevante è stato per la Croazia quanto avvenuto dopo il via libera del Parlamento europeo del 1° dicembre, e quello del Consiglio Affari generali UE del 5 dicembre, quando ha potuto finalmente coronare gli sforzi da lungo tempo in atto, e firmare il 9 dicembre il Trattato di adesione all’Unione europea. Il 23 dicembre il premier Milanovic ha iniziato il percorso del nuovo governo croato. Il 22 gennaio 2012 in un referendum la popolazione croata, pur con un’affluenza di solo il 43% degli aventi diritto, ha approvato con una maggioranza netta l'adesione del paese all'Unione europea: la scarsa partecipazione alla consultazione è stata collegata alle prospettive poco ottimistiche dell'ingresso in un’Unione europea alle prese con una grave crisi economica e finanziaria.

Kosovo

In Kosovo, dopo la storica dichiarazione di indipendenza del febbraio 2008, la politica del governo guidato dal 2007 da Hashim Thaci evitava saggiamente di affrontare di petto le rivendicazioni della minoranza serba del nord, come anche di immischiare il neonato paese in altre situazioni balcaniche caratterizzate da minoranze etniche albanesi. In tal modo, pur nella precarietà della situazione, ancora totalmente nelle mani delle missioni internazionali in loco, entro la fine del 2008 il Kosovo era stato riconosciuto da 53 Stati membri dell’ONU, tra cui gli USA e una larga maggioranza di appartenenti all’Unione europea. Tuttavia il paese presentava la più alta disoccupazione dei Balcani (45%), e si confermava nodo essenziale di traffici illegali, sia per il riciclaggio di denaro che per gli stupefacenti.

Nel novembre 2009 si svolgevano le prime elezioni locali in Kosovo dopo l’indipendenza: al di là del risultato, reso difficilmente interpretabile dalla miriade di liste e piccoli partiti, tanto l’affluenza che la regolarità della consultazione risultavano migliori che nel 2007. La vittoria arrideva al Partito democratico del Kosovo (PDK) del premier Thaci, che conquistava 14 delle 36 municipalità interessate, mentre 7 di esse andavano alla Lega democratica del Kosovo. Il fatto che le due formazioni, alleate a livello nazionale, si presentassero divise alle amministrative, era prodromico alla fine della coalizione.

Il 22 luglio 2010 la Corte internazionale di giustizia si pronunciava sulla richiesta presentata dalla serbia in ordine all’illegalità della secessione del Kosovo: le speranze serbe venivano demolite dalla sentenza, in base alla quale la dichiarazione di indipendenza del 2008 non costituiva violazione del diritto internazionale. Prontamente Hashim Thaci capitalizzava il prestigio derivante dalla sentenza: quando in settembre il Capo dello Stato Sejdiu si dimetteva dalla carica per incompatibilità con la posizione di leader della Lega democratica del Kosovo, che veniva ritirata dalla coalizione di governo, Thaci induceva l’autoscioglimento del Parlamento. Le elezioni legislative anticipate si tenevano il 12 dicembre, e il partito di Thaci si affermava con il 34% dei voti, a fronte del 23% della LDK di Seidiu. A parte le numerose contestazioni sulla regolarità del voto, Thaci doveva confrontarsi con il rapporto Marty, nel quale il delegato svizzero del Consiglio d’Europa accusava il premier kosovaro di appartenere a un’organizzazione criminale dedita a traffici illeciti di ogni specie, incluso quello di organi umani, perpetrati anzitutto durante la guerra del Kosovo nel 1999. le gravissime accuse provocavano tuttavia prevalentemente un moto nazionalistico di solidarietà verso Thaci, permettendogli di mascherare la difficile situazione economica, con la disoccupazione sempre altissima e il calo delle rimesse degli emigrati, colpiti dalla crisi economica internazionale nei rispettivi paesi, e soprattutto nella vicina Grecia.

All’inizio del 2011 le trattative per il nuovo governo sfociavano nella formazione di un esecutivo di coalizione tra il partito di Thaci, una serie di piccole formazioni politiche delle minoranze etniche e l’Alleanza per il rinnovamento del Kosovo di Pacolli, un uomo d’affari miliardario in stretti rapporti d’affari con la Russia. Proprio i suoi legami con Mosca – percepita nel paese come il nemico principale sulla scena internazionale - provocavano però una sollevazione dopo la sua elezione a Capo dello Stato, e anche grazie a un’escamotage giuridico la situazione si risolveva con le sue dimissioni. Al suo posto veniva eletta Atifete Jahjaga, una donna di 36 anni, già vicecapo della polizia kosovara. Invece della temuta disgregazione della coalizione di governo, ciò che veramente creava al premier grandi difficoltà era l’azione di polizia del 25 luglio, quando due unità speciali kosovare tentavano di assumere il controllo di due posti di frontiera nella zona nord popolata da serbo-kosovari, che fino a quel momento era stata come una terra di nessuno dal punto di vista doganale. Il tentativo kosovaro era causato dalla necessità di impedire l’afflusso incontrollato di merci serbe, come anche di riscuotere dazi doganali essenziali alla precaria economia kosovara. Sta di fatto che l’irruzione poliziesca provocava immediatamente l’erezione di una ventina tra barricate e blocchi stradali da parte dei serbi, attorno ai quali si accendevano periodici tafferugli per tutto il resto dell’anno, coinvolgendo anche appartenenti alla missione KFOR della NATO.

A metà gennaio 2012 si scatenavano violenti scontri di segno opposto nel nord del Kosovo, per iniziativa di estremisti kosovaro-albanesi intenzionati a impedire l’ingresso di merci serbe nel Kosovo, le quali, in ragione del mancato rispetto degli accordi commerciali da parte di Belgrado, sarebbero state troppo abbondanti in Kosovo, a fronte di una scarsità di merci kosovare in Serbia. Il 15 e 16 febbraio si è svolto il criticatissimo referendum tra i serbi del Kosovo settentrionale, che al 99,74% si sono dichiarati, alla vigilia del quarto anniversario dell’indipendenza di Pristina, contro la sovranità del Kosovo e le sue istituzioni. Il referendum, privo di valore giuridico, minava soprattutto i piani del presidente serbo Tadic, ostacolandone l’accreditamento presso le istituzioni europee proprio sulla cruciale questione dei rapporti con Pristina. All’inizio di giugno 2012 si riaccendeva la violenza nel Nord del Kosovo, ove manifestanti serbo-kosovari si sono scontrati con militari della KFOR impegnati a smantellare alcune barricate erette nell’estate 2011 al confine con la Serbia per protestare contro la presenza di poliziotti kosovari albanesi ai posti di confine: il bilancio non ha fortunatamente registrato vittime, ma tre manifestanti e due militari NATO sono rimasti feriti. Il 10 settembre, quattro anni e mezzo dopo la proclamazione dell’indipendenza del 2008, il Kosovo ha raggiunto, almeno sul piano formale, la piena sovranità: è infatti cessata la supervisione sul paese esercitata fino a quel momento dall’ISG (Gruppo internazionale di orientamento sul Kosovo, composto da 25 Stati sostenitori della prima ora di Pristina).

Se la Comunità internazionale sembra aver riconosciuto a Pristina sostanziali progressi sulla via della democrazia e dello Stato di diritto, non va dimenticato che la sovranità del paese è rimasta a lungo contestata dai serbo-kosovari residenti nel nord, nonché dalla stessa Serbia, il cui premier Ivica Dacic ribadiva in un primo tempo anch’egli che Belgrado non avrebbe mai riconosciuto l’indipendenza kosovara – anche se i colloqui tra le parti, con il decisivo impulso della UE, hanno raggiunto qualche risultato distensivo. L’accordo sulla gestione integrata delle frontiere tra serbi, kosovari e missione europea EULEX, in procinto di entrare in vigore in metà delle sei postazioni dal 10 dicembre 2012, provocava comunque nuove minacce dei serbi del nord del Kosovo, intenzionati a rifiutare in ogni modo il solidificarsi di una vera frontiera con la Serbia e le sue implicazioni, come l’eventuale imposizione di dazi o l’obbligo di servirsi di documenti kosovari. Tuttavia, per uno dei frequenti paradossi della politica, proprio il governo serbo di impronta teoricamente più nazionalista succeduto al periodo di Tadic e capeggiato da Dacic si è spinto nel marzo 2013 ad ammettere che in qualche modo il Kosovo non va più considerato parte della Serbia, e che sarebbe tempo per tutti i serbi di prenderne atto, superando le bugie raccontate a lungo negli anni passati.       

Macedonia

La Macedonia pativa nel 2008 una duplice cocente delusione, a partire dal vertice NATO di Bucarest in aprile, quando la Grecia, sollevando nuovamente la questione annosa della denominazione “Macedonia” - che secondo Atene potrebbe portare con sé in futuro rivendicazioni sulla parte nord del territorio ellenico, per l’appunto la regione storica della Macedonia – poneva il veto all'ingresso di Skopje nell'Alleanza atlantica. Lo smacco subito provocava un terremoto politico interno e nuove elezioni per il Parlamento unicamerale macedone, che si svolgevano all'inizio di giugno in un contesto assai violento, e facevano registrare una netta vittoria del Partito democratico per la unità nazionale macedone di Gruevski, già al governo, che guadagnava 18 seggi sui 120 a disposizione, salendo a 63, mentre il Partito socialdemocratico di opposizione scendeva da 32 a 27 seggi. Il 28 luglio l’esecutivo macedone guidato da Gruevski riceveva l'approvazione del Parlamento, mentre i socialdemocratici in lotta cambiavano il proprio leader, scegliendo Zoran Zaev. Nonostante la sua impostazione nazionalistica il nuovo governo il 9 ottobre procedeva a riconoscere l'indipendenza del Kosovo, con una mossa volta ad aggregare il consenso della consistente minoranza albanese presente anche in Macedonia. Una nuova delusione era però dietro l'angolo, quando in novembre il periodico rapporto della Commissione europea non indicava alcuna data per l'inizio dei negoziati con la Macedonia per l'adesione all'Unione europea.

Cionondimeno, il vento in poppa alla fortuna politica di Gruevski non sembrava scemare, anche in ragione dell'alleanza di governo con il partito etnico albanese dell’Unione democratica per l'integrazione: così nell’aprile 2009 il candidato di Gruevski Ivanov diveniva il nuovo Presidente della Repubblica, sconfiggendo al ballottaggio con grande distacco il candidato socialdemocratico - il Presidente in carica, l’ex leader socialdemocratico Cervnkovski, aveva rinunciato a correre per un secondo mandato. La persistente debolezza dei socialdemocratici veniva posta in relazione soprattutto all'atteggiamento più possibilista nei confronti della Grecia, mentre si rivelava pagante la condotta più ferma di Gruevski - alla quale peraltro non corrispondevano risultati entusiasmanti.

Il panorama politico macedone veniva inoltre agitato da alcuni segnali di consolidamento e di aggressività delle frange più nazionaliste della maggioranza slavo-ortodossa macedone. Alla fine dell'anno, subito dopo la delusione per il nuovo veto greco alla fissazione della data di inizio dei negoziati di adesione della Macedonia alla UE, il paese poteva finalmente festeggiare almeno l'esenzione dal visto per i propri cittadini diretti nei paesi dell'area Schengen, una misura molto importante in un momento di elevata disoccupazione e di recessione economica.

Nel 2010, dopo ormai cinque anni dall'ottenimento dello status di paese candidato all’adesione, la Macedonia vedeva ancora una volta slittare la data di inizio dei relativi negoziati, con la Commissione europea che stavolta metteva l'accento sulle preoccupazioni concernenti la libertà di parola, la politicizzazione dei tribunali e le pressioni di natura politica sui pubblici dipendenti. Non contento dei progetti faraonici di costruzioni monumentali nella capitale Skopje, volte a celebrare la grandezza della Macedonia storica - progetti capaci al tempo stesso di scontentare l'opposizione socialdemocratica per il livello delle spese previste, nonché la minoranza albanese e ovviamente la Grecia-, in novembre il governo organizzava un'azione di polizia nei confronti di una emittente televisiva favorevole all'opposizione. Alle polemiche conseguenti le autorità macedoni reagivano provocando alla fine il ritiro dalla Macedonia del capo delegazione UE in loco.

Il 5 giugno 2011, sulla spinta di ripetute richieste delle opposizioni, convinte di poter ribaltare la situazione politica, si svolgevano elezioni legislative nelle quali la coalizione di maggioranza al governo restava solida, pur arretrando di qualche seggio. In luglio le preoccupazioni per la libertà dei media in Macedonia si confermavano quando, con l’accusa di evasione fiscale, veniva chiusa una stazione televisiva che di recente aveva duramente attaccato il governo – nel frattempo erano stati chiusi con le stesse motivazioni tre giornali dello stesso gruppo editoriale. Nonostante poi la prosecuzione muscolare dei progetti di edilizia monumentale storico-macedone nella capitale, il veto greco legato alla questione del nome impediva ancora una volta l’inizio dei negoziati per l’adesione alla UE – anche se in dicembre la Corte internazionale di giustizia dava ragione a Skopje per la violazione di un impegno greco del 1995 a non ostacolare l’accesso macedone ai consessi internazionali.

Montenegro

In Montenegro la tarda primavera del 2008 vedeva il rafforzamento dello schieramento che, raccolto attorno a Milo Djukanovic, aveva guidato il paese all’indipendenza dalla Serbia: infatti il candidato di Djukanovic, il Capo dello Stato in carica Vujanovic, si aggiudicava al primo turno la rielezione nelle presidenziali. L’indebolimento del blocco pro-serbo era permesso soprattutto dal ritmo sostenuto della crescita economica, veicolata soprattutto dzl turismo e dalle costruzioni. Il 9 ottobre 2008 il Montenegro riconosceva l’indipendenza del Kosovo, proclamata nella primavera precedente.

Il 29 marzo 2009 si svolgevano elezioni politiche anticipate, nelle quali la coalizione “Per un Montenegro europeo” di Djukanovic migliorava la sua posizione in Parlamento, salendo a da 41 a 49 seggi su 81. L’anticipo delle elezioni politiche rivelava secondo molti osservatori il grande fiuto di Djukanovic, poiché subito dopo la rinnovata fiducia dell’elettorato al consumato leader il paese veniva investito pesantemente dagli effetti della crisi economico-finanziaria internazionale, obbligando le autorità a pesanti tagli di bilancio. L’orientamento europeo della coalizione al governo veniva comunque premiato in dicembre, quando anche al Montenegro veniva concessa l’esenzione dal visto per l’ingresso dei propri cittadini nell’area Schengen.

Il singolare tempismo politico e d’immagine di Djukanovic veniva confermato nel dicembre 2010, quando, appena dopo aver raggiunto lo straordinario successo di veder riconosciuto al Montenegro lo status di candidato all’adesione all’Unione europea – sopravanzando altri paesi balcanici ritenuti precedentemente avvantaggiati sul piccolo Stato adriatico -; Djukanovic annunciava il 21 dicembre le sue dimissioni da premier, rimanendo tuttavia ‘dominus’ nel suo Partito democratico dei socialisti. In tal modo Djukanovic svincolava la sua figura dalle correnti difficoltà economiche succedute al periodo d’oro di quasi tre anni che aveva seguito l’indipendenza, alle quali avrebbe dovuto far fronte il suo successore Igor Luksic, già ministro delle finanze. Il 23 maggio 2010, nelle elezioni amministrative, la coalizione di governo aveva ancora una volta pesantemente battuto l’opposizione, sulla quale veniva abilmente fatta gravare l’ipotesi che si trattasse di una quinta colonna del revanscismo serbo in Montenegro.

Il 10 maggio 2012 il Primo ministro montenegrino Luksic ha incontrato a Roma l’omologo italiano Mario Monti, constatando l’eccellente stato dei rapporti commerciali tra i due Paesi, nonché il convinto sostegno di Roma all’integrazione europea di Podgorica. Il Montenegro ha poi registrato grandi progressi sulla via dell’integrazione europea, con l’inizio, il 29 giugno 2012, dei negoziati per la futura adesione all’Unione europea. Il 14 ottobre le elezioni politiche hanno visto la riconferma della coalizione di centro-sinistra dell’inossidabile leader Djukanovic, ma per la prima volta in dieci anni non è stata raggiunta la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, obbligando il consumato leader a stabilire accordi di governo con altre formazioni politiche.

Serbia

La situazione della Serbia all’inizio della XVI Legislatura, quando ormai l’indipendenza del Kosovo era stata dichiarata, vedeva la presidenza filoeuropeista di Boris Tadic, la cui elezione di stretta misura era avvenuta a dispetto della precedente alleanza con il premier Kostunica, di tendenza nazionalista: questi, dopo l’indipendenza del Kosovo, ruppe l’alleanza con i democratici e chiese nuove elezioni, fissate per l’11 maggio. In questa occasione l’affermazione dei democratici filoeuropeisti veniva favorita dalla firma, prima delle elezioni, dell’Accordo di associazione estabilizzazione UE-Serbia, nonché dall’annuncio di un grande investimento della FIAT nella storica fabbrica automobilistica serba della Zastava. Inoltre, l’affermazione dei filoeuropeisti veniva favorita dalle persistenti divisioni nel campo nazionalista, dove Kostunica si metteva a capo di una propria piccola coalizione, separata dai nazionalisti radicali guidati da Nikolic.

Il risultato vedeva i filoeuropeisti conquistare il 39% dei voti, a fronte di poco meno del 30% ai nazionalisti radicali e del 12% al gruppo di Kostunica. L’ago della bilancioa veniva ad essere il vecchio partito socialista già di Milosevic, e ora guidato da Ivica Dacic, che aveva ottenuto l’8% dei voti: la scelta di Dacic, abbastanza sorprendentemente rispetto ai trascorsi del suo partito, cadeva sul blocco filoeuropeo, mentre nelle file dei radicali nazionalisti si verificavano, sull’onda della disfatta, defezioni di rilievo, inclusa q       uella di Nikolic, che dava vita ad un formazione nazionalista ma filoeuropea. I primi passi del nuovo governo (nato nel luglio 2008) non erano tuttavia troppo graditi alle cancellerie occidentali, in quanto, seppur con metodi pacifici e diplomatici, proseguiva la ferma opposizione serba all’indipendenza del Kosovo, incarnata soprattutto dal ministro degli esteri Vuk Jeremic. Va però sottolineato come, in presenza di una forte opposizione di impronta nazionalistica, al governo non restasse probabilmente altro che insistere sulla questione del Kosovo, anche in vista della sentenza della Corte internazionale di giustizia chiesta da Belgrado, al fine di contenere il possibile ritorno dei nazionalisti stessi, ansiosi di cavalcare l’orgoglio ferito dei serbi. D’altra parte l’arresto (21 luglio 2008) a Belgrado di Radovan Karadzic, ex capo e ideologo dei serbo-bosniaci nei tragici anni della guerra civile in Bosnia, costituiva un’ottima credenziale per il nuovo governo serbo.

Nel 2009 proseguiva la politica del doppio binario delle autorità serbe, che guardavano simultaneamente all'Unione europea e alla Russia. Nei confronti di Bruxelles alla fine dell'anno il governo serbo incassava i profitti della collaborazione prestata al Tribunale internazionale sui crimini nella ex Jugoslavia, con il via libera all'Accordo di associazione tra Serbia ed Unione europea che era rimasto congelato per 20 mesi. Inoltre, ai cittadini serbi veniva accordata l'esenzione dal visto di ingresso nell'area Schengen. Il 23 dicembre la Serbia si spingeva a presentare domanda formale per ottenere lo status di candidato all'ingresso nell'Unione europea. Al tempo stesso il governo serbo continuava ad appoggiarsi alla Russia, sia per quanto riguarda la battaglia sul Kosovo, sia come partner economico chiave, soprattutto in riferimento al progetto del gasdotto Southstream, che avrebbe dovuto portare il gas russo in Europa attraversando tra l'altro il territorio serbo.

Le autorità serbe, nel luglio 2010, veniva fortemente deluse dalla sentenza della Corte internazionale di giustizia che non rilevava nella dichiarazione d'indipendenza del Kosovo alcuna violazione del diritto internazionale: la reazione serba era tuttavia assai moderata, e l’Unione europea ricompensava questo atteggiamento con la formale accettazione della richiesta per ottenere lo status di paese candidato presentata dalla Serbia nel dicembre 2009. Un altro gesto di grande valore simbolico era la visita del presidente Tadic in novembre a Vukovar, città croata teatro di un infame massacro nel 1991 da parte delle truppe serbe.

Nel maggio 2011 la Serbia compiva un altro passo fondamentale nella collaborazione con il Tribunale ONU sui crimini nella ex Jugoslavia, catturando in un villaggio a nord della capitale Ratko Mladic, il capo militare dei serbo-bosniaci negli anni della guerra civile, ricercato soprattutto in relazione al terribile massacro di Srebrenica contro i musulmano-bosniaci. Tuttavia le speranze del governo serbo di ottenere finalmente lo status di paese candidato all’adesione alla UE venivano frustrate dalla grave crisi innescata in luglio nel nord del Kosovo dal tentativo delle autorità di Pristina di affermare la loro sovranità sulla frontiera con la Serbia, che provocava una durissima reazione dei serbo-kosovari ivi residenti, coinvolgendo anche alcuni continfenti della missione KFOR. Belgrado veniva indirettamente coinvolta nei tumulti in quanto il suo rifiuto di riconoscere l’indipendenza del Kosovo equivaleva ad un incoraggiamento ai serbo-kosovari, e configurava comunque uno stato di cattive relazioni con un paese vicino (il Kosovo), che secondo la cancelliera Angela Merkel contraddiceva i requisiti per l’ingresso nell’Unione europea.

Il 24 febbraio 2012, nell’ambito del Forum di dialogo tra Kosovo e Serbia, venivano raggiunti degli accordi giudicati molto positivi dall’Unione europea: in particolare, si è concordato sulla partecipazione del Kosovo, assieme a Belgrado, ai Forum regionali, nonché sull’applicazione dell’accordo sulla gestione integrata delle frontiere, anche per porre rimedio agli scontri ripetutamente verificatasi ai confini settentrionali del Kosovo. Non a caso il 1º marzo il Consiglio europeo di Bruxelles riconosceva alla Serbia lo status di paese candidato all’adesione all’Unione europea, premiando chiaramente la politica riformista ed europeista del presidente Tadic. Sette giorni dopo il premier italiano Mario Monti si recava a Belgrado con un’ampia delegazione governativa per il secondo vertice bilaterale Italia-Serbia, e confermava il forte sostegno italiano al processo di integrazione europea del paese balcanico. Il 6 maggio 2012 si sono svolte in Serbia congiuntamente le elezioni presidenziali, legislative e municipali: va infatti ricordato che il presidente in carica Boris Tadic si era dimesso anticipatamente proprio allo scopo di far convergere in un unico giorno le tre scadenze elettorali. Le elezioni legislative e quelle presidenziali si sono svolte anche per i serbi residenti nel Kosovo, dopo un accordo tra Belgrado e Pristina mediato dall’OSCE, impegnata anche nel monitoraggio del processo elettorale nell'intera Serbia.

Naturalmente sul territorio kosovaro l’OSCE ha potuto avvalersi della collaborazione della missione internazionale KFOR e della missione europea EULEX, e le operazioni di voto si sono svolte senza incidenti. I risultati hanno visto una leggera prevalenza di Tadic nelle presidenziali, non tale comunque da risparmiargli di affrontare il suo antagonista Tomislav Nikolic nel ballottaggio; mentre nelle elezioni legislative ha prevalso con oltre il 24% dei consensi il partito del Progresso serbo dello stesso Nikolic, di impronta conservatrice moderata, nei confronti del Partito democratico e più fortemente europeista del presidente uscente Tadic, che non è andato oltre il 22% dei voti. In entrambi i casi, tuttavia, una grande affermazione è stata quella di Ivica Dacic, capo del Partito socialista serbo - a suo tempo fondato da Slobodan Milosevic, ma che dopo la caduta di questi è stato progressivamente traghettato da Dacic su lidi meno nazionalisti e più apertamente progressisti, senza dimenticare neanche la prospettiva europea del paese. Dacic infatti ha riportato il 14% dei consensi sia nelle presidenziali che a favore del suo partito nelle legislative, ponendosi così quale futuro ago della bilancia per la formazione del nuovo governo della Serbia. Il 20 maggio il ballottaggio si è risolto a sorpresa a favore di Nikolic, che ha sconfitto contro quasi tutte le previsioni il presidente uscente Boris Tadic.

Il 31 maggio il neopresidente serbo, il conservatore (ex ultranazionalista) Tomislav Nikolic, ha giurato in Parlamento: qui in un breve discorso ha messo in chiaro che la prospettiva europea della Serbia – recentemente ammessa quale paese candidato all’adesione all’Unione europea - non puo' in nessun modo comportare la rinuncia al Kosovo. In tal senso Nikolic ha auspicato una rapida ripresa dei negoziati con Pristina. Nikolic ha tenuto anche a restituire importanza ai tradizionali legami tra Belgrado e Mosca, favoriti dal suo rapporto personale con il presidente Putin. Il giorno successivo, in un’ intervista alla televisione montenegrina, Nikolic, pur riconoscendo il crimine consumato da esponenti serbi a Srebrenica nel 1995, ne ha negato il carattere di genocidio, destando allarme nel presidente di turno della presidenza tripartita bosniaca, il musulmano Bakir Izetbegovic, secondo il quale le parole di Nikolic sollevano dubbi sulle sue vedute nei confronti dell’Europa.

Dopo quasi tre mesi dalle elezioni legislative, il 27 luglio la Serbia ha visto il via libera parlamentare all’insediamento del nuovo governo presieduto dal socialista Ivica Dacic, a capo di una coalizione di tre forze politiche dominata dai conservatori nazionalisti (il Partito del progresso serbo) del neopresidente Nikolic e dai socialisti. Dacic ha subito tenuto a rassicurare la Comunità internazionale, e soprattutto l’Europa, contro gli spettri del passato, poiché non si dovranno temere ripensamenti sulla via dell’integrazione europea di Belgrado, inserita tra le priorità del nuovo esecutivo. Queste promesse di Dacic sembrano trovare piena conferma proprio ora, nel marzo 2013: Dacic infatti, rilasciando un’intervista, si è spinto ad ammettere che in qualche modo il Kosovo non va più considerato parte della Serbia, e che sarebbe tempo per tutti i serbi di prenderne atto, superando le bugie raccontate a lungo negli anni passati. Si ricorda infine che il 30 luglio vi era stata la visita a Belgrado del Ministro degli Esteri Giulio Terzi, durante la quale è stato ribadito l’appoggio italiano al cammino europeo della Serbia, che avrà bisogno anche della ripresa positiva del dialogo con Pristina per una soluzione definitiva della questione kosovara. Si è inoltre constatato l’elevato livello degli investimenti italiani in Serbia e dell’interscambio commerciale tra i due Paesi, auspicandone un’ulteriore crescita. 

 

L'attività parlamentare

Per quanto concerne l'attività legislativa, nella XVI Legislatura vi sono stati diversi provvedimenti di interesse dell'area dei Balcani occidentali: anzitutto va ricordata la legge 30 dicembre 2008, n. 220, con la quale il Parlamento ha autorizzato la ratifica dei protocolli di adesione dell'Albania e della Croazia alla NATO. Inoltre il decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 208, all'articolo 8, comma 5-quinquies, ha dettato disposizioni in ordine ad attività di cooperazione con la Repubblica di Albania in ambito di protezione civile.

Il Parlamento ha inoltre autorizzato la ratifica della Convenzione con la Croazia per evitare le doppie imposizioni e prevenire le evasioni fiscali (legge 29 maggio 2009, n. 75), nonché dell’Accordo italo-croato in materia di cooperazione culturale e d’istruzione (legge 31 agosto 2012, n. 164).

Va anche ricordato che con legge 10 luglio 2009, n. 98 il Parlamento ha autorizzato la ratifica dell'Accordo sulla Forza multinazionale di pace per l'Europa sud-orientale, come anche degli Accordi di stabilizzazione e associazione dell'Unione europea con il Montenegro (legge 13 ottobre 2009, n. 156), con la Bosnia-Erzegovina (legge 8 giugno 2010, n. 97) e con la Serbia (legge 13 agosto 2010, n. 151). Più recente, e di grande importanza, è stata l’autorizzazione alla ratifica del Trattato di adesione della Croazia all’Unione europea (legge 29 febbraio 2012, n. 17).

Le minoranze italiane in Croazia e Slovenia sono state oggetto del comma 23-ter dell’art. 1 del decreto-legge 30 dicembre 2009, n. 194: il comma 23-ter, tra l’altro, ha rifinanziato per il 2011 e il 2012 la legge 73/2001, recante interventi a favore di dette  minoranze. Sull'argomento la legislazione è ritornata con la legge di stabilità 2013 (legge 24 dicembre 2012, n. 228), che all'art. 1, comma 295 rifinanzia gli interventi previsti dalla legge 73/2001 nella misura di 3,5 milioni di euro per ciascuna annualità del triennio 2013-2015.

Si ricorda infine che il Parlamento ha esaminato a più riprese provvedimenti per la proroga della partecipazione italiana a missioni internazionali, tra le quali molte riguardano Paesi balcanici: da ultimo, si tratta del decreto-legge 28 dicembre 2012, n. 227, che estende l’impegno italiano nelle missioni internazionali dal 1° gennaio al 30 settembre 2013.

 

Per quanto concerne l'attività non legislativa, già dall'inizio della XVI Legislatura l'interesse per le problematiche dell'area dei Balcani occidentali era emerso nelle comunicazioni del Presidente della Commissione Esteri della Camera (seduta del 4 giugno 2008) in merito alla partecipazione di una delegazione composta da deputati e senatori alla Riunione interparlamentare sui Balcani occidentali, svoltasi a Bruxelles il 26 e 27 maggio 2008. Si segnala altresì che nella seduta del 12 novembre 2008 la Commissione Difesa della Camera ha ascoltato comunicazioni del Presidente sulla missione svolta il 21 e 22 ottobre presso il contingente militare italiano presente in Kosovo.

Il 10 e 11 dicembre 2008 una delegazione della Commissione Esteri guidata dal Presidente On. Stefani si è recata in missione in Serbia, e il Presidente ha riferito al proposito nella seduta del 18 dicembre 2008. La delegazione, invitata dalla Commissione Esteri dell'Assemblea nazionale serba, ha incontrato i vertici parlamentari e governativi del Paese - eccezion fatta per il Capo dello Stato -, oltre al Ministro degli Esteri e al Presidente dell'omologa Commissione parlamentare serba. Dai colloqui è emersa la situazione di sostanziale stabilità della regione, nonché la volontà serba di procedere sollecitamente all'integrazione nelle strutture dell'Unione europea.

Quali atti parlamentari rilevanti con riferimento ai Balcani occidentali vanno ricordate due risoluzioni (7-00107 e 7-00194) presentate dal Presidente della Commissione Esteri della Camera, on. Stefano Stefani, riguardanti rispettivamente l'integrazione europea della Serbia e dei Balcani occidentali. La risoluzione 7-00194, nella seduta del 21 luglio 2009 è stata discussa e approvata in un nuovo testo (risoluzione conclusiva 8-00049), con il quale si impegna principalmente il Governo a concorrere al mantenimento degli impegni dell'Unione Europea in materia di integrazione dei paesi dei Balcani occidentali, prevenendo, anche sulla base del piano italiano in otto punti, possibili correnti di euroscetticismo e delusione nei paesi balcanici verso le istituzioni europee. La risoluzione 7-00107, invece, è stata discussa e approvata all'unanimità, senza modificazioni, nella seduta della Commissione Esteri del 22 gennaio 2009. La risoluzione impegna il Governo, tra l’altro, ad adoperarsi per rendere possibile l'applicazione provvisoria dell'Accordo di stabilizzazione e associazione (ASA) della Serbia all'Unione europea - firmato nell'aprile del 2008 e ratificato nel settembre 2008 dall'ssemblea nazionale serba -, nonché per consentire ai cittadini serbi un accesso privilegiato nell'area Schengen, mediante una liberalizzazione dei visti.

Successivamente si svolgeva l’audizione, il 17 febbraio 2010 presso la Commissione Esteri della Camera, del sottosegretario Alfredo Mantica, il quale si soffermava prevalentemente sugli sviluppi nel Kosovo e in Bosnia-Erzegovina, nell'imminenza della missione nei Balcani che una delegazione della Commissione Affari esteri avrebbe svolto di lì a poco dal 1° al 3 marzo.

Il 25 maggio 2010 vi era la discussione e approvazione, presso la Commissione Affari esteri della Camera, della risoluzione 7-00339 del presidente, On. Stefani, riguardante i processi di integrazione europea dei Balcani in vista del Vertice di Sarajevo, che impegna il Governo a una forte azione per favorirne il buon esito, definendo anzitutto con i partner europei un percorso preciso nella direzione sperata.

Proprio in riferimento all’integrazione in Europa della regione balcanica va ricordata la missione svolta dal 20 al 22 marzo 2012 da una delegazione della Commissione Esteri guidata dal Presidente On. Stefani, poche settimane dopo che il Parlamento italiano aveva autorizzato la ratifica del Trattato di adesione di Zagabria alla UE: nella seduta del 28 marzo 2012 il Presidente Stefani ha reso comunicazioni sugli esiti della missione.