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Afghanistan tra surge e riconciliazione

Abstract - La crisi afghana, entrata ormai nel suo decimo anno e con 150.000 uomini ISAF sul terreno, è divenuta il più lungo coinvolgimento militare degli Stati Uniti. Nonostante l’aumento dei livelli di violenza e dei caduti NATO, la nuova strategia di contro-insurrezione sta lentamente cominciando a compiere progressi, come dimostrato dall’avvio di colloqui preliminari fra Kabul e i principali gruppi dell’insurrezione.

L’adozione della nuova strategia di contro-insurrezione [1] da parte degli Stati Uniti e della NATO alla fine del 2009 ha richiesto l’invio di ulteriori risorse militari, umane e materiali. Le ultime truppe, parte degli oltre 30.000 rinforzi inviati dal Presidente Obama, hanno completato il dispiegamento nel teatro afghano alla fine di agosto e hanno portato il numero di soldati ISAF a circa 150.000 unità.

L’espansione dell’impronta militare NATO nelle province afghane del sud, e una presenza più diffusa nel nord e ad est nelle province di Paktika, Paktia e Khost (lungo il confine pakistano), consentono un pattu-gliamento più regolare e intensivo dei distretti contestati dall’insurrezione e danno la possibilità al Gen. Petraeus – Comandante di ISAF – di lanciare offensive contro le roccaforti dell’insurrezione, grazie an-che all’espansione delle capacità dei contingenti NATO, specie per quanto riguarda l’intelligence (ISTAR – Intelligence, Surveillance, Target-Acquisition, Reconnaissance). Dall’inizio dell’estate, ISAF sta condu-cendo offensive a Helmand e Kandahar contro i talebani della Shura di Quetta (QST), al nord (Takhar, Kunduz, Baghlan e Balkh) contro le milizie dell’IMU (Islamic Movement of Uzbekistan) alleato di al-Qaeda e dei Talebani, e ad est (Paktika, Paktia e Khost) contro i combattenti che fanno capo al network Haqqani (HQN), altra importante anima dell’insurrezione afghana con noti legami con al-Qaeda e con l’intelligence pakistana ISI.

L’oggettivo incremento dei caduti e dei feriti fra i contingenti ISAF, che in questi ultimi mesi hanno rag-giunto il livello più alto dal 2001, più che all’aumento delle capacità offensive dei gruppi che compongono l’insurrezione afghana, è direttamente ascrivibile all’espansione della presenza militare occidentale nel na forte pressione militare sugli insorti.

Questi ultimi sono stati colpiti duramente dalle offensive NATO, specialmente al nord, dove la situazione di sicurezza è andata peggiorando a partire dal 2009 per l’infiltrazione di insorti dalle province meridiona-li. Il Gen. Petraeus ha dunque autorizzato un rilevante incremento nell’impiego del potere aereo e dei raid delle Forze Speciali della Coalizione. Queste ultime hanno il compito di disarticolare le strutture lo-cali dell’insurrezione, eliminando comandanti a livello provinciale o distrettuale e provocando uno scom-paginamento momentaneo delle attività di guerriglia in quel determinato settore. Il fine di questi raid è quello di indebolire l’eventuale posizione negoziale dell'insorgenza mediante l’aumento dell’attrito milita-re sul campo, ovvero la rimozione fisica di importanti comandanti locali delle cui capacità nell’immediato l’insurrezione sentirà la mancanza. Da quest’estate, infatti, raid mirati condotti da Forze Speciali ISAF, congiuntamente con le Forze di Sicurezza afghane, hanno portato alla eliminazione di un gran numero di governatori-ombra e comandanti talebani, molti dei quali legati all’IMU -gruppo affiliato ad al-Qaeda con base nel Nord Waziristan pakistano- tra cui il governatore-ombra del distretto di Yangi Qalah a Takhar, Qari Ziauddin, governatore-ombra della Provincia di Faryab , nonché è stato catturato Saifullah, gover-natore-ombra del distretto di Chahar Dara a Kunduz.

Nella RC-West, il settore occidentale ISAF a guida italiana, i raid delle Forze Speciali della Coalizione, nel periodo dal 6 al 12 ottobre, hanno portato all'eliminazione di Mullah Ismail, governatore-ombra della Provincia di Badghis, Abdul Hakim, esperto comandante degli insorti nel distretto di Bala Morghab a Ba-dghis (uno dei distretti più insicuri dell’area di responsabilità italiana e fulcro delle operazioni dei talebani e dei gruppi estremisti loro alleati), Mullah Jamaloddin, sostituto di Mullah Ismail a Badghis, e Mullah Za-bihullah, comandante talebano del distretto occidentale di Kashk-i-Khona a Herat.

Per quanto riguarda il sud, dove l’insurrezione ha la sua roccaforte, per la prima volta dal suo ingresso nel Paese ISAF ha sufficienti risorse militari per montare un offensiva in forze nella Provincia di Kanda-har, in particolare nei distretti circostanti l’omonima capitale (Arghandab, Maiwand, Zhari e Panjwahi), aree rurali che hanno visto nascere il movimento talebano del Mullah Omar e che sin dal 1994 sono più o meno rimaste sempre nell’orbita talebana, con o senza il favore della popolazione che vi abita. I pro-gressi in queste aree devono nella maggioranza dei casi ancora concretizzarsi a causa delle difficoltà in-trinseche del condurre operazioni in un terreno coltivato intensamente e pertanto pieno di vegetazione e solcato da canali per l’irrigazione, che però forniscono agevole copertura per le IED (Improvised Explosi-ve Device) e i gruppi di fuoco talebani. In relazione alla lentezza con cui le Forze ISAF (canadesi e americane) e afghane procedono nei distretti citati di Kandahar, il Gen. Petraeus ha autorizzato un rilevante incremento nell’impiego del potere aereo e dei raid delle Forze Speciali della Coalizione al fine di inde-bolire l’eventuale posizione negoziale della Shura di Quetta.

In quest’ottica, l’impiego delle Forze Speciali è aumentato significativamente. Negli ultimi tre mesi raid mirati hanno portato all’eliminazione di 300 comandanti locali, 800 combattenti, e alla cattura di 2.000 in-sorti. Per quanto riguarda invece la forza aerea, 2.100 ordigni sono stati sganciati contro postazioni o assembramenti di insorti nel periodo da giugno a settembre 2010, un aumento del 50% rispetto all’anno precedente. Uno dei fattori contribuenti è certamente l’aumento delle capacità e della qualità di intelligence a disposizione dei comandanti ISAF, grazie soprattutto ai voli di ricognizione dei droni che fino ad ora hanno effettuato oltre 21mila sortite, contro le 19 mila di tutto il 2009. Gli obiettivi di droni e caccia sono i compound dove vengono assemblate le IED e gli individui che le impiantano sotto il manto stradale. Questa postura più aggressiva delle Forze NATO non ha tuttavia causato l’aumento delle vitti-me civili, che dal 2009 sono state più che dimezzate.

Per quanto riguarda le operazioni nel sudovest del Paese, e in particolare nella provincia di Helmand, sono queste ad avere conseguenze rilevanti per la sicurezza nel quadrante ovest, dove opera il contin-gente italiano. Helmand è da sempre una regione cardine per gli insorti grazie alle estese piantagioni di oppio, che aiutano a finanziare la guerriglia, e grazie alla sua posizione geografica che consente di col-legare il Beluchistan pakistano con i focolai dell’insurrezione nel nord dell’Afghanistan. L’adozione della strategia di contro insurrezione da parte delle Forze ISAF ha portato al raddoppiamento della presenza militare della Coalizione nella Provincia.

Ai circa 10.000 soldati britannici si sono affiancati altri di 10.000 Marines della First Marine Expeditionary Force, sopraggiunti a Helmand negli ultimi mesi con oltre 100 assetti aerei. L’espansione dell’impronta militare e l’avvio di una serie di operazioni in distretti precedentemente controllati dall’insurrezione, a Nad-e-Ali (Marjah), Vashir e Now Zad, hanno spinto gli insorti a riorganizzarsi, cercando scampo verso aree meno presidiate dalla Forze ISAF, come Farah e in particolare il distretto di Gulistan, dove ha avuto luogo l’ultimo tragico attacco contro le Forze italiane. Per questa ragione si è registrato un aumento degli incidenti di sicurezza a Farah e sempre per questa ragione i soldati italiani stanno rinforzando i dispositivi dell’area, da poco rientrata sotto la loro responsabilità.

Dall’inizio di settembre, infatti, i militari italiani hanno allargato il settore sotto il loro controllo ai distretti di Gulistan, Delaram e Por Chaman della provincia di Farah, contigui a Helmand. Dopo un mese di transi-zione caratterizzato da lunghe colonne logistiche che da Herat portavano truppe, mezzi e materiali nelle due basi avanzate note come “Ice” e “Camp Lavaredo”, fanti e genieri alpini del VII e II Reggimento han-no assunto la responsabilità di un’area presidiata negli ultimi due anni da 1.800 Marines statunitensi. Quest’area di Farah non è del tutto nuova poiché fino a due anni or sono era teoricamente assegnata agli italiani ma in effetti non v’erano abbastanza truppe per assicurarne il controllo. L’insufficienza nume-rica delle truppe italiane è stata allora compensata dai Marines, che hanno costruito due basi avanzate e alcuni avamposti (Combat Out Post - COP) e ribattezzato l’area Operational Box Tripoli. Il ritorno di quel settore sotto il controllo della RC-West a comando italiano è stato reso possibile dall’arrivo dei rinforzi che porteranno il contingente nazionale a circa 4.000 militari entro fino anno (attualmente sono 3.600).

Le Forze talebane che si infiltrano da Helmand sono strettamente legate alle narcomafie che gestiscono le ampie coltivazioni di oppio presenti nella Provincia di Farah, seconda solo ad Helmand per la produ-zione della coltivazione illegale. Peraltro, nel contesto etnico dell’area sotto la responsabilità italiana, Farah è la provincia con la maggiore concentrazione di Pashtun, l’etnia che costituisce il grosso delle mili-zie talebane, ed è pertanto maggiormente suscettibile all’infiltrazione degli insorti, che possono sfruttare il codice tribale del Pashtunwali per chiedere asilo e impiantarsi in seno alle comunità locali. Tuttavia, anche un’altra provincia sotto la responsabilità italiana, Ghowr, fino ad ora una delle più tranquille del Paese, anche grazie alla quasi completa assenza di enclavi pashtun che possono supportare l’insurrezione, è stata ultimamente interessata da una serie di incidenti di sicurezza, fra cui un attacco suicida contro il PRT lituano di Chaghcharan, il primo nella storia della provincia. L’infiltrazione di com-battenti fedeli alla Shura di Quetta è una conseguenza della maggiore libertà di movimento concessa a-gli insorti dal ritiro olandese (effettuato ad agosto) dalla confinante provincia di Uruzgan, a sua volta a-diacente a Kandahar.

Dunque pur avendo spostato, con la strategia di contro-insurrezione, il focus delle operazioni militari sui distretti maggiormente popolati – in quanto la popolazione stessa rappresenta l’ago della bilancia, l’arbitro, in grado di determinare il successo o la sconfitta della Coalizione – si sta per la verità assisten-do sul piano tattico all’esecuzione di un piano ibrido, con una forte componente di operazioni speciali volte a fiaccare e indebolire le fila dell’insurrezione. Fermo restando il fatto che la strategia riconosce in primis che non vi può essere una soluzione militare al conflitto afghano e che pertanto l’azione delle Forze Armate rimane subordinata alla ricerca di un compromesso politico con l’insorgenza, alcune contin-genze politiche hanno richiesto delle variazioni allo schema classico della contro insurrezione.

La ragione principale che forza in questo senso la mano del Gen. Petraeus, che ha scritto di suo pugno la dottrina di contro-insurrezione delle Forze Armate statunitensi, è di natura politica, e in particolare è rappresentata dall’annuncio del Presidente Obama del luglio 2011 come inizio della fase di ritiro delle truppe americane. Questa data, frutto di considerazioni di politica interna americana e avulse dunque dalle effettive contingenze dello scenario afghano, di per sé incentiva gli insorti a non cercare un compromesso politico con gli occidentali, che di fatto sono in procinto di abbandonare il campo. Il fine ultimo della contro-insurrezione, l’istradamento del conflitto verso un processo negoziale capace di portare ad una soluzione politica della crisi afghana, rimane possibile fintanto che gli insorti saranno persuasi che la vittoria non è ancora in loro pugno. In quest’ottica, il Gen. Petraeus, oltre ad aver ordinato un incremento dei raid delle Forze Speciali che mantiene alta la pressione militare sull’insorgenza, sta insistendo sulla flessibilità della data di luglio 2011, promuovendo invece la proposta del Presidente Karzai del 2014 co-me più realistico termine della fase di transizione alle Forze di Sicurezza afghane.

Contrariamente a quanto comunemente ritenuto, il fatto che ad ottobre siano iniziati colloqui preliminari fra un gruppo di contatto del governo di Kabul e rappresentanti incaricati dalla Shura di Quetta potrebbe essere un primo segnale che l’approccio di Petraeus sta cominciando a portare i primi risultati. Nonostante già negli anni passati si siano tenuti degli incontri, indiretti e infruttuosi (con la mediazione dell’Arabia Saudita e di fuoriusciti dal movimento talebano), questi ultimi contatti sono significativi poiché avvengono per la prima volta con la partecipazione di intermediari ufficialmente designati dalla Shura di Quetta. Inoltre, i colloqui avvengono con il placet esplicito di Washington, che fino a prima dell’estate non vedeva di buon occhio l’avvio di colloqui diretti con l’insurrezione, ma che in questo frangente sembra aver persino facilitato il viaggio di alcuni esponenti talebani a Kabul per i colloqui con il governo e sembra stia considerando la rimozione di alcuni importanti membri del movimento dalla lista delle sanzioni ONU. Ancor più determinante, per la sostenibilità nel tempo del processo negoziale, è il coinvolgi-mento dell’establishment militare pakistano, alleato indispensabile dell’occidente, anche se spesso restio, e vera conditio sine qua non della crisi afghana.

Proprio la riconciliazione dell’agenda strategica pakistana, che ha sempre inteso insediare a Kabul un governo amico, con gli interessi occidentali in Afghanistan potrebbe favorire una soluzione politica. In questo contesto, il rilascio del Mullah Abdul Ghani Baradar, numero due della Shura di Quetta arrestato dai pakistani a febbraio scorso – presumibilmente per il suo tentativo di avviare trattative con Kabul sen-za il benestare di Rawalpindi [2] – sembrerebbe essere il risultato di tale compromesso. Mullah Baradar, che rappresenta l’ala tradizionalista pashtun del movimento talebano ed è pertanto meno propenso a estendere protezione indefinita agli “ospiti” stranieri di al-Qaeda, da sempre irrispettosi del codice Pa-shtunwali, è anche membro della tribù Popalzai e non sorprende dunque che sia proprio lui a condurre le trattative con il governo, alla cui testa siede Karzai, capo della stessa tribù.

In questo contesto, un ritiro prematuro o l’emergere di irriconciliabili spaccature all’interno dell’Alleanza Atlantica al prossimo summit di Lisbona, potrebbero seriamente pregiudicare la sopravvivenza del deli-cato processo negoziale appena avviato. Oltre al collasso dei negoziati, la dipartita anzitempo dei con-tingenti ISAF, consegnerebbe nelle mani dei talebani una straordinaria vittoria propagandistica, in quan-to consentirebbe loro di sostenere che gli occidentali sono scappati dall’Afghanistan incalzati dai muja-heddin. Inoltre, in assenza del consolidamento dei progressi fatti negli ultimi mesi ed anni sotto il profilo sociale e di sicurezza, è ancor più probabile che divamperebbe presto nel Paese una guerra civile fra le componenti non pashtun (tagiki,uzbeki e hazara) della popolazione afghana – in sostanza una rifonda-zione dell’Alleanza del Nord – ed il movimento talebano.

Inoltre, è significativo che in occidente e soprattutto in Europa, si sia in queste ultime settimane parlato di ritiro delle truppe, alla luce dell’allarme terrorismo che ha interessato alcune capitali europee e che ha una diretta tracciabilità negli ambienti dell’insurrezione afghana attivi nelle aree tribali pakistane al confi-ne con l’Afghanistan. Ennesima conferma che la stabilità del Paese centrasiatico ha dirette ripercussioni non solo per la sicurezza dell’Occidente, ma per l’incolumità fisica dei suoi cittadini.


  • [1] Tra gli aspetti più significativi della dottrina della controinsurrezione vi è il porre la protezione della popolazione al cento degli sforzi della Coalizione; ciò comporta la necessità di concentrare le  risorse militari nei distretti demograficamente più rilevanti, diminuendo quindi l'enfasi sulle attività di controterrorismo.
  • [2] Quartier Generale delle Forze Armate pakistane.