Bosnia-Erzegovina
Se si ricordano le matrici etniche e religiose che connotarono i conflitti balcanici della prima metà degli Anni Novanta, con l’appendice del Kosovo alla fine del decennio, si comprende come sia la Bosnia Erzegovina l'area che attualmente desta lemaggiori preoccupazioni in termini di sicurezza e prospettive di stabilità. Qui infatti la popolazione si riparte in tre gruppi etnico-religiosi ben distinti; i musulmano bosniaci (quasi la metà della popolazione), i serbo-bosniaci (pari ad un terzo della popolazione) e i croato-bosniaci (circa un sesto della popolazione). In base agli accordi di Dayton del 1995, che posero fine al conflitto nell'area bosniaca, il paese è caratterizzato attualmente da una forma istituzionale che può definirsi confederale, basata da una parte sulla Repubblica serba di Bosnia (Republika Srpska -RS), e dall'altra sulla Federazione croato-bosniaca: il carattere confederale dell'assetto del paese è connesso alla notevole debolezza delle istituzioni centrali della Bosnia-Erzegovina, debolezza cui ha sino ad ora supplito la figura dell'Alto Rappresentante dotato di prerogative molto ampie. quali il potere di annullare leggi, imporne di nuove e destituire anche titolari di cariche elettive. Nonostante ciò l'assetto costituzionale della Bosnia-Erzegovina non è tale da poter evitare un'elevata frammentazione, derivante dal fatto che, a suo tempo, nel prendere atto dello status quo esistente alla fine del conflitto bosniaco, gli accordi di Dayton dovettero prevedere la suddivisione delle cariche istituzionali in riferimento ai principali gruppi etnico-religiosi.
In tale contesto va rilevato, inoltre, che all'interno di ciascuno di tali gruppi predominano gli elementi più nazionalisti, evidentemente ritenuti capaci, tra l’altro, di una più aggressiva negoziazione con le controparti. Nello scenario descritto è soprattutto il gruppo dei serbo-bosniaci ad attestarsi su posizioni maggiormente conservatrici dell'assetto esistente: i musulmano-bosniaci, infatti, anche forti del fatto di rappresentare ampiamente la maggioranza relativa della popolazione della Bosnia-Erzegovina, non sembrano contrari ad un incremento dei poteri centrali, che da tempo sia gli Stati Uniti sia l'Unione europea propugnano come condizione sine qua non per la futura integrazione euro-atlantica del paese. Più variegata è invece la posizione della componente croato-bosniaca, aperta a diverse soluzioni, anche nel senso di accentuare ulteriormente la frammentazione etnica del corpo sociale e politico. Tuttavia il quadro politico del paese è caratterizzato da una sostanziale paralisi per la difficoltà delle due entità che la compongono – la Republika Srpska e la Federazione croato-musulmana - a trovare una linea comune d'azione per l'attuazione delle riforme necessarie a far avanzare il paese verso l'integrazione europea.
Preoccupazione per l'immobilismo politico in cui versa il Paese e per un 2010 bloccato dalla campagna elettorale in vista del doppio appuntamento di ottobre, quando si terranno le elezioni sia presidenziali sia legislative, è stata espressa di recente dal Sottosegretario agli Affari esteri, sen. Alfredo Mantica, al termine del colloquio congiunto, il 3 febbraio a Sarajevo, con i tre membri (croato, serbo e bosniaco) della Presidenza tripartita, Zeljko Komsic, Nebojsa Radmanovic e Haris Silajdzic. ''Delusione” è stata espressa anche per la chiusura, a dicembre 2009, dei colloqui di Camp Butmir, iniziativa guidata da Ue e Usa, senza che si sia giunti a ''nulla di nuovo sul piano delle riforme costituzionali necessarie, a quindici anni dagli Accordi di Dayton''.
Le auspicate riforme dovrebbero favorire anche la chiusura dell'Ufficio dell'Alto rappresentante, nato con Dayton, per rafforzare il ruolo del Rappresentante Speciale dell'Unione europea, soluzione sostenuta dal Governo italiano. Il Sottosegretario ha invece espresso ottimismo per quanto riguarda il cammino dell'integrazione euro-atlantica della Bosnia, un tema che sarà oggetto della riunione ministeriale annunciata per la prossima primavera dal ministro degli Esteri Franco Frattini, con la partecipazione del segretario di Stato americano, Hillary Clinton. Quanto alla liberalizzazione dei visti europei (entrata in vigore il 19 dicembre 2009 per i cittadini di Serbia, Montenegro e Macedonia diretti nei Paesi dello spazio Schengen), per i cittadini della Bosnia-Erzegovina, il sen. Mantica ha affermato che essa dovrebbe avvenire ''entro i primi sei mesi dell'anno'', formulando l’auspicio che tale questione sia posta al centro della campagna elettorale perché venga valorizzato il chiaro segnale di apertura da parte dell’Europa che esso rappresenta.
Riferendosi all’ipotesi di referendum attualmente al vaglio delle autorità di Banja Luka il Sottosegretario ha affermato, come riportato da fonti di agenzia, di non stupirsi che “il premier della RS, Milorad Dodik, giochi la carta politica della minaccia del referendum di secessione. Non credo che voglia realmente la secessione della RS per aderire alla Serbia, ma piuttosto che voglia sottolineare la spaccatura, mai ricomposta, tra le due entità e ottenere in futuro una maggiore autonomia''.
Si rammenta che il 10 febbraio 2010 il parlamento della Republika Srpska (RS) ha approvato, emendando la proposta governativa nel senso di trasformare in possibilità l'obbligo di indire il referendum, la legge sull'istituto del referendum proposto dal governo guidato da Milorad Dodik; al voto non hanno partecipato i deputati musulmani e croati, che avevano abbandonato l'aula all’inizio del dibattito definendo la legge anticostituzionale e contraria all'accordo di pace di Dayton e avevano preannunciato il ricorso al diritto di veto nella Camera dei popoli (il secondo ramo del parlamento) e poi alla Corte costituzionale della Republika Srpska.
L'agenzia di stampa Fena ha reso noto, il 10 febbraio, che il Parlamento confederale ha chiesto al governo di avviare una procedura al fine di emendare la Costituzione e la legge elettorale, discriminatorie verso le minoranze secondo un recente giudizio della Corte europea per i diritti dell'uomo, e di farlo prima che vengano indette le elezioni politiche previste per il prossimo ottobre.
Secondo diversi analisti, sono aumentati i segnali di disintegrazione della compagine statale, anche a causa degli effetti della crisi economica globale. Taluni osservatori sottolineano come il 2009 sia stato per la Bosnia Erzegovina un anno caratterizzato da pesanti arretramenti rispetto ai due principali obiettivi dichiarati dai diversi leader politici, il percorso di integrazione europea - Belgrado ha firmato l’Accordo di stabilizzazione e associazione con l’Unione europea (ASA) il 16 giugno 2008 - e l’ingresso nella Nato.
Quanto al primo punto si sottolinea che la Bosnia ancora non è ammessa al regime di liberalizzazione dei visti (i punti ancora in sospeso riguardano la lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, la gestione dell'immigrazione e delle frontiere e la mancanza del passaporto biometrico) mentre, con riguardo alla Nato, l’Alleanza atlantica non ha dato seguito alla richiesta di Sarajevo di entrare nel Membership Action Plan, lo strumento ufficiale per il cammino di adesione verso la piena appartenenza all’Alleanza Atlantica, presentata formalmente il 2 ottobre 2009 dal presidente bosniaco di turno, Zeljko Komsic.
Si rammenta che il 18 novembre 2009 il Consiglio di sicurezza dell’ONU con la risoluzione 1895 ha prorogato di dodici mesi il mandato di EUFOR Althea, la missione europea di stabilizzazione per la Bosnia-Erzegovina. Il giorno prima il Consiglio ONU per i diritti umani aveva rilevato un altro problema per il paese, ossia gli oltre centomila profughi bosniaci che dai tempi del conflitto degli Anni Novanta non hanno ancora potuto fare ritorno.
Ex Repubblica jugoslava di Macedonia (FYROM)
Il quadro politico macedone continua a presentare forti tensioni, come ha dimostrato la breve guerra civile del 2001 che vide contrapporsi elementi della guerriglia di etnia albanese alle forze dell'esercito regolare macedone. In effetti la Macedonia ricorda per molti profili la vicenda del Kosovo, in quanto nel paese, a fronte di una maggioranza di due terzi di macedoni slavi, vive una popolazione di lingua ed etnia albanese pari al 25% del totale, che nelle zone nord-occidentali, dove è concentrata, costituisce una netta maggioranza.
Alla stregua di quelli del Kosovo, gli albanesi macedoni hanno sempre rivendicato una forte autonomia, che in alcune frange non trascurabili prefigura una vera e propria secessione. Le fazioni albanesi più moderate, in alternativa, hanno richiesto e in parte ottenuto che la lingua albanese sia considerata in posizione di parità con quella macedone. Gli accordi di Ocrida, che misero fine al conflitto del 2001, non hanno però impedito che la maggioranza macedone slava resistesse alla completa parificazione della lingua albanese, anche per non aprire un varco a una minoranza che in realtà mostra forti tassi di incremento demografico, assolutamente non paragonabili a quelli degli slavi, che sono invece più o meno allineati alla media europea. In effetti dal 1953 al 2002 la percentuale di albanesi sulla popolazione macedone è esattamente raddoppiata, dal 12,5% al 25,2%. Si ricordi che analoga dinamica aveva portato progressivamente nel Kosovo i serbi a costituire una ristretta minoranza. Si individuano, pertanto, anche in Macedonia linee di separazione etnica, seppure talvolta sotto traccia, tanto nella vita pubblica che in quella privata, nonché il fiorire di opposti nazionalismi nelle due comunità.
L'ultimo episodio di tensione interetnica in ordine di tempo è stata la pubblicazione della nuova “Enciclopedia nazionale macedone”, nella quale la minoranza ha ravvisato un modo inaccettabile di presentare gli albanesi, descritti alla stregua di nomadi e montanari, mentre si attribuisce ad elementi americani e inglesi l'addestramento dei guerriglieri che avevano dato vita al breve conflitto del 2001. Conseguentemente, all'inizio di novembre 2009, l'Accademia nazionale delle scienze e delle arti ha deciso di commissionare il rifacimento completo dell'Enciclopedia, al quale dovranno partecipare anche studiosi e scienziati delle minoranze macedoni.
Un altro elemento di tensione, certamente meno preoccupante ma del tutto specifico della Macedonia, è la questione della denominazione ufficiale del paese, che dal 1991 provoca un grave contrasto con la Grecia, per la quale il termine Macedonia deve designare solo e soltanto la propria regione settentrionale, mentre per la piccola Repubblica slavo-macedone sarebbe necessario specificare con una determinazione geografica la denominazione del paese. In questo caso, la tensione con la Grecia si risolve in un forte rallentamento dell'integrazione euro-atlantica della Macedonia, la quale ad esempio, a differenza di Croazia e Albania, pur avendo maturato tutti i requisiti non ha ancora potuto entrare a far parte della NATO, mentre la Grecia minaccia di esercitare analogo diritto di veto per quanto concerne il cammino di integrazione nell'Unione europea.
Va tuttavia sottolineato che, il 14 ottobre 2009, il Commissario europeo per l’allargamento, Olli Rehn ha dato via libera all'apertura dei negoziati diadesione della Macedonia all'Unione europea - senza che peraltro la minaccia del veto greco sia minimamente diminuita. Proprio il mantenimento del veto sul nome della Macedonia da parte della Grecia alla riunione dei ministri degli esteri svoltasi a Bruxelles l’8 dicembre 2009, infatti, ha ancora una volta bloccato l'avvio dei colloqui di adesione per la Fyrom alla Ue; una nuova data per l’avvio dei negoziato dovrà essere discussa durante l’attuale semestre di presidenza spagnola. Per la fine di febbraio 2010 è prevista una missione nei due paesi del mediatore delle Nazioni Unite nel negoziato fra Macedonia e Grecia sul nome della ex repubblica jugoslava, Matthew Nimetz.
Un fattore positivo del quadro politico macedone è rappresentato dal superamento dell'annosa disputa di confine tra Macedonia e Kosovo; i due paesi a metà ottobre 2009 hanno raggiunto un accordo, subito ratificato dai rispettivi Parlamenti, tale da aprire la strada allo stabilimento di piene relazioni diplomatiche.. Alle positive reazioni dei rappresentanti dell'Unione europea degli Stati Uniti nel Kosovo hanno fatto riscontro le vibrate proteste di Belgrado, che naturalmente, non riconoscendo minimamente l’indipendenza di Pristina, non accetta che i kosovari stipulino intese sui confini con nessuno degli Stati vicini. In particolare, il Ministro degli Esteri serbo, Vuk Jeremic, ha prospettato un nuovo grave peggioramento delle relazioni con la Macedonia, la quale aveva riconosciuto l'indipendenza del Kosovo nell'ottobre 2008, ma poi aveva dato vita ad un parziale riavvicinamento con Belgrado.
Infine, dal 19 dicembre 2009 i cittadini della Macedonia, al pari di quelli di Serbia e Montenegro, possono entrare liberamente nell'area Schengen senza più bisogno del visto, un'esigenza molto sentita nei diversi Stati balcanici come concreto segno di avvicinamento all'integrazione europea.
Il 5 aprile2009gli elettori macedonihanno scelto come loro presidente, nel turno di ballottaggio, Gjorge Ivanov, in carica dal 12 maggio successivo. Ivanov godeva dell’appoggio del partito di maggioranza, il Revolutionary Organization-Democratic party for Macedonian National Unity (VMRO-DPMNE),guidato dal Primo Ministro Nikola Gruevski,di centro-destra.
Serbia
Il 7 luglio 2008 la Serbia ha varato il nuovo Governo filo-europeista del Premier Mirko Cvetkovic, il quale, presentando il suo programma in Parlamento, ha affermato che la coalizione, che include anche il Partito socialista, un tempo guidato da Slobodan Milosevic, ha individuato sei priorità: la ripresa dei negoziati con l’Unione europea, il rilancio economico, la lotta contro la criminalità organizzata e la corruzione, la cooperazione con il Tribunale internazionale dell’Aja per la ex Yugoslavia, una politica sociale responsabile e il proseguimento della lotta diplomatica contro l’indipendenza del Kosovo, che ha contribuito all’inasprimento dei rapporti tra Belgrado e Bruxelles. La Serbia e i serbi kosovari, infatti, non hanno accettato la proclamazione unilaterale d’indipendenza di Pristina e non hanno riconosciuto la nuova Costituzione.
L’8 ottobre 2008 l’Assemblea generale dell’ONU ha dato parere favorevole al ricorso della Serbia alla Corte internazionale di Giustizia dell’Aja in merito alla validità giuridica della dichiarazione di indipendenza del Kosovo del 17 febbraio 2008.
Dopo una latitanza durata tredici anni, nel luglio 2008 RadovanKaradzic è stato arrestato a Belgrado dalle forze di sicurezza serbe. Il leader dei serbi di Bosnia fino al 1996 deve rispondere delle accuse di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, omicidi e stupri di massa, trattamento inumano di civili. L’arresto di Karadzic è sempre stato una delle condizioni per l’avvicinamento della Serbia all’UE e la “pietra miliare” nel processo di integrazione europea, come affermato dai Ministri degli esteri dei 27 paesi membri (23 luglio 2008).
I servizi segreti serbi (BIA) hanno sottolineato lo scorso il 13 gennaio la loro volontà di dispiegare ogni sforzo e di impiegare tutti i mezzi a loro disposizione per catturare Ratko Mladic e Goran Hadzic, gli ultimi due ricercati dal Tribunale penale dell'Aja per i crimini nella ex Jugoslavia (Tpi). Ratko Mladic è l'ex capo militare dei serbi di Bosnia, responsabile fra l'altro del massacro di Srebrenica nel luglio 1995 mentre Goran Hadzic è l'ex leader politico dei serbi di Croazia. Entrambi sono accusati di genocidio e crimini contro l'umanità.
In occasione del vertice intergovernativo tra Italia e Serbia, svoltosi il 13 novembre 2009 alla presenza dei capi di governo e di numerosi ministri dei due Paesi, l’Italia ha confermato il via libera alla candidatura di Belgrado nell’UE.
Il 12 novembre 2009 il Parlamento europeo ha votato a favore della liberalizzazione dei visti per i cittadini della ex Repubblica iugoslava di Macedonia, del Montenegro e della Serbia. La decisione finale adottata dal Consiglio dell'Unione europea il 30 novembre prevede l’entrata in vigore delle nuove regole per l’ingresso nei paesi dell’area Schengen dal 19 dicembre 2009.
Il 1° febbraio 2010 è entrato in vigore l'Accordo interinale sugli scambi e sulle questioni commerciali tra la Comunità europea e la Repubblica di Serbia che prevede l'istituzione di una zona di libero scambio tra l'UE e la Serbia e regola alcuni aspetti importanti della vita economica, in particolare nel settore della concorrenza e degli aiuti di Stato.
Il 22 dicembre 2009 il Presidente serbo Boris Tadic ha ufficialmente presentato la domanda di adesione della Serbia all’Unione europea al Primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt, il cui Paese ha detenuto la presidenza di turno fino al 31 dicembre 2009. Il processo di integrazione sarà lungo e difficile e l’adesione è prevista tra il 2014 e il 2018.
Montenegro
A seguito del risultato del referendum sull’indipendenza dalla Serbia (21 maggio 2006), il Montenegro dal 3 giugno 2006 è uno Stato indipendente.
Il 6 aprile 2008 gli elettori montenegrini hanno rieletto FilipVujanovic presidente uscente (era stato eletto, l’11 maggio 2003, presidente della Repubblica del Montenegro ancora unito con la Serbia). Vujanovic, che appartiene al partito socialdemocratico (DPS) di cui è leader il primo ministro Milo Djukanovic, ha vinto al primo turno, con il 52% circa dei suffragi, le prime elezioni presidenziali del dopo indipendenza in forza di una visione politica caratterizzata da un deciso orientamento filoccidentale e dal sostegno all'indipendenza del Montenegro dalla Serbia.
Quanto all’integrazione euro atlantica, aspirazione che il Montenegro condivide con gli altri Paesi dei Balcani occidentali, si rammenta che il 15 ottobre 2007 UE e Montenegro hanno firmato l’accordo di stabilizzazione ed associazione (ASA) e che il 15 dicembre 2008 il Montenegro ha avanzato alla presidenza francese di turno la richiesta di adesione all’Unione europea. Il 23 aprile 2009 il Consiglio ha invitato la Commissione ad esprimere il parere sull'opportunità di accordare o meno al Montenegro lo statuto di candidato ufficiale (attualmente riconosciuto a Croazia, Macedonia e Turchia); dopo tale valutazione, attesa nel corso del 2010, spetterà agli Stati membri stabilire se e quando aprire i negoziati di adesione. Come accennato, dal 19 dicembre 2009 ai cittadini del Montenegro è consentito l’accesso all’area Schengen senza visto.
Sul fronte NATO il 4 dicembre 2009 si è inverato quanto era stato adombrato da fonti diplomatiche e ministri degli esteri dell'Alleanza atlantica hanno dato il via libera alla richiesta del Montenegro ad entrare nel “Membership Action Plan” (Map), il programma di pre-adesione dell'Alleanza atlantica. Riferendosi alla Bosnia-Erzegovina che pure aspirava ad essere ammessa al Map il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen ha affermato che “la Bosnia otterrà il Map una volta che avrà compiuto i progressi necessari nel processo di riforma”.
Il pieno appoggio italiano al percorso di adesione del Montenegro verso l'Unione europea e verso la NATO era stato garantito dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nel corso della sua visita ufficiale a Podgorica il 16 marzo 2009 ed è stato ribadito, sempre nella capitale del Montenegro, il 21 dicembre 2009 dal Sottosegretario agli Affari esteri, sen. Alfredo Mantica, che ha sottolineato che “l'ingresso nell'Ue di tutti i Paesi dei Balcani occidentali è la stella polare della nostra politica in questa area”'.
Nella medesima circostanza il sottosegretario ha sottolineato che, nella visione italiana, le due iniziative di cui il Montenegro ha la presidenza nel 2010, l'InCE (Iniziativa Centro-Europea) e la IAI (Iniziativa Adriatico-Ionica), devono diventare “strumenti strategici per avvicinare sempre di più l'Europa all'area dei Balcani occidentali”.
Nella convinzione che per rendere possibile il raggiungimento del primario obiettivo dell’ingresso del Montenegro nell’Ue fosse necessario poter operare sull’arco di un intero mandato quadriennale, la maggioranza parlamentare del premier Djukanovic ha presentato una mozione la cui approvazione da parte del Parlamento, il 26 gennaio 2009, ha comportato lo scioglimento dell’organo legislativo permettendo così al Presidente Vujanovic di convocare elezioni anticipate. L'opposizione ha accusato il governo di aver affrettato i tempi delle elezioni per evitare il calo di consensi derivanti dalle conseguenze, sempre più evidenti, della crisi economica internazionale.
I risultati delle elezioni politiche anticipate del 29 marzo 2009 hanno ampiamente confermato le previsioni della vigilia, che davano la formazione guidata da Djukanovic largamente favorita e dunque maggioritaria nel paese la linea filo-europeista e filo-atlantica tenuta dal gabinetto da lui guidato. La distribuzione degli 81 seggi è risultata così articolata:
Dell’Esecutivo che ha avuto la fiducia del Parlamento l’11 giugno 2009, il sesto guidato da Djukanovic dal 1991, composto da 20 ministri, fanno parte anche rappresentanti del Partito socialdemocratico e due delle minoranze.
Il 4 novembre 2009 il presidente serbo, Boris Tadic, ha ricevuto le credenziali del nuovo ambasciatore del Montenegro a Belgrado, Igor Jovovic con ciò suggellando la chiusura della crisi diplomatica apertasi a ottobre 2008 quando il precedente ambasciatore montenegrino a Belgrado aveva dovuto lasciare la Serbia seguito del riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo da parte del suo Paese.
Una nuova fase di crisi tra Serbia e Montenegro, tuttavia, si è aperta il 15 gennaio 2010, con l’annuncio, da parte del governo montenegrino dell’allacciamento di piene relazioni diplomatiche con il Kosovo e la conseguente immediata reazione della Serbia, che ha richiamato per consultazioni il proprio ambasciatore a Podgorica. In una nota di protesta consegnata all'ambasciatore montenegrino a Belgrado si legge, come riportato da fonti di agenzia, che “lo stabilimento di relazioni diplomatiche fra il Montenegro e il Kosovo minaccia la stabilità regionale e nuoce al miglioramento dei rapporti fra paesi vicini, che è l'obiettivo prioritario del governo serbo”.
Il Montenegro non ha ritenuto di attendere il verdetto - peraltro privo di valore vincolante per gli stati - sulla legittimità della dichiarazione di indipendenza che la Corte internazionale di giustizia pronuncerà nei prossimi mesi. La Corte ha iniziato l’esame della legalità della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo dalla Serbia il 1° dicembre 2009.Tra le repubbliche ex jugoslave non hanno riconosciuto il Kosovo indipendente la Serbia e la Bosnia Erzegovina, a causa della ferma opposizione della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba del paese balcanico.
Kosovo
Pur in un quadro che vede, a vent’anni dalla disintegrazione della Jugoslavia tutta l’area balcanica in cerca di una piena stabilizzazione e inclusione nei processi di integrazione europea, le maggiori incertezze riguardano il Kosovo. Dopo circa dieci anni di amministrazione internazionale il Kosovo ha unilateralmente dichiarato l’indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio del 2008. L’indipendenza è stata subito riconosciuta dagli Usa e dalla maggior parte dei paesi europei (Italia inclusa). La Serbia continua però a considerare il Kosovo parte integrante del suo territorio nazionale, come del resto riconosce anche la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, approvata nel 1999 nell’ambito degli accordi che hanno messo fine ai bombardamenti della Serbia da parte della Nato. Larga parte della comunità internazionale, tra cui Russia e Cina, paesi con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, è solidale con Belgrado. All’inizio di ottobre avevano riconosciuto l’indipendenza del Kosovo 62 dei 192 stati membri dell’Onu.
All’interno del territorio kosovaro le autorità di Pristina esercitano un’autorità limitata sia dall’importante ruolo svolto dagli attori internazionali, fra cui gli Usa e l’Ue, sia dall’incapacità di controllare le aree a maggioranza serba. In seguito alle ostilità dei nazionalisti albanesi, la gran parte dei serbo-kosovari si è spostata nei distretti settentrionali, dove hanno dato vita a istituzioni autonome che non riconoscono l’autorità di Pristina. Le tensioni tra le due comunità restano forti soprattutto nell’area di Mitrovica, ma discriminazioni e violenze ai danni dei non albanesi si registrano anche altrove.
La fragilità economica del Paese, dove l’economia non ha fatto progressi nonostante i sostanziosi stanziamenti della comunità internazionale (quasi tre miliardi di dollari tra 2000 e 2007) incrementa le capacità di reclutamento delle organizzazioni criminali e il Kosovo continua ad essere un crocevia per attività illecite di vario genere.
In tale difficile contesto l’Unione europea sta profondendo un grande impegno per normalizzare la situazione del Kosovo. Oltre a partecipare alle missioni della Nato (KFOR) e dell’Onu (UNMIK), i paesi membri hanno dato il via nel 2008 alla missione di polizia e amministrazione civile e giudiziaria Eulex (European Union Rule of Law Mission in Kosovo), che ha il compito di migliorare la sicurezza e promuovere il rispetto dello stato di diritto e che avrebbe dovuto sostituire l'UNMIK dopo un periodo di transizione di 120 giorni. Tuttavia, al momento, non è stato raggiunto alcun accordo tra Onu, che ritiene ancora valido il proprio mandato ed Unione Europea, e il passaggio di poteri è nei fatti bloccato. Il 9 ottobre 2009 il quotidiano di Belgrado Polityka ha riportato dichiarazioni del Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, che ha confermato il permanere della missione Unmik in Kosovo sulla base della risoluzione 1244 del consiglio di sicurezza affermando che “il nostro contributo, in coordinamento con l'Unioneeuropea, è sostanziale. L'Unmik continuerà a cooperare contutte le altre componenti sul campo, anche dopo un suoridimensionamento''; in Kosovo – ha proseguito il Segretario Generale – “non ci sono termini per un ritiro (dell'Onu)” presente su mandato del Consiglio di sicurezza.
Cinque membri dell’Unione europea non sono disposti a riconoscere il nuovo stato senza un previo avallo dell’Onu per timore di alimentare movimenti separatisti interni. Questi paesi – Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro – non sembrano disposti a rivedere la propria posizione se le cose non cambiano, in assenza cioè di un accordo tra le parti, nonostante le pressioni da parte degli altri Stati membri e del Parlamento europeo, che lo scorso febbraio ha adottato una risoluzione in cui chiede che il Kosovo sia riconosciuto da tutti gli stati membri. Un’ulteriore fonte di imbarazzo per i paesi europei deriverebbe da un’eventuale pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia contro la secessione kosovara.
Il 27 gennaio 2010 hanno preso il via a Pristina hanno preso il via i colloqui tra rappresentanti del governo del Kosovo e una delegazione della Commissione europea in vista di una possibile liberalizzazione dei visti per i cittadini del Kosovo verso i Paesi dell'area Schengen. La posizione italiana sul tema della liberalizzazione dei visti per i cittadini kosovari, favorevole ma esigente rispetto ai progressi che Pristina è chiamata a compiere in termini di lotta alla corruzione, di organizzazione della magistratura e rafforzamento dei diritti umani, è stata ribadita dal sen. Mantica, in occasione della sua visita in Bosnia e Kosovo all’inizio di febbraio 2010. Il sottosegretario ha affermato che si tratta di una “scelta politica molto chiara” compiuta già da tempo.Quanto al Kosovo, la cui indipendenza è un processo irreversibile, e la piena sovranità di Pristina è ormai ''una strada obbligata'', il sottosegretario ha sollecitato la giovane Repubblica balcanica evitare di irrigidirsi nei confronti di Belgrado e a prodursi in pazienza e dialogo con particolare riguardo alla zona di Mitrovica, nel nord del Kosovo, dove vive una maggioranza serba e dove Belgrado mantiene proprie strutture parallele.
Il 4 febbraio 2010 la comunità dei serbi del Kosovo ha respinto il piano per l'integrazione del nord del paese nel resto delle strutture istituzionali kosovare, messo a punto dal Rappresentante internazionale Pieter Feith. Fonti di Belgrado hanno riferito che nel corso di un’assemblea svoltasi a Kosovska Mitrovica, la città del Kosovo settentrionale divisa in due dal fiume Ibar, una parte serba a nord e una albanese a sud, i serbi del Kosovo hanno approvato un documento nel quale si auspica che Belgrado difenda gli interessi nazionali dei serbi e rafforzi le istituzioni serbe in Kosovo.
Il piano per il nord del Kosovo - dove più massiccia è la presenza di popolazione serba - prevede di integrare nel resto del paese le strutture parallele (scuole, ospedali) create dai serbi con l'appoggio politico e il sostegno finanziario di Belgrado. L’8 febbraio il piano ha avuto l’avallo del Gruppo internazionale sul Kosovo (International Management Group for Kosovo, Img), provocando l’immediata reazione di Belgrado, che lo ha respinto.
Il 15 novembre 2009 si sono svolte in Kosovo le elezioni comunali per il rinnovo di 36 amministrazioni locali che hanno visto la netta affermazione dei partiti di governo, il Partito democratico del Kosovo (PDK), del Premier Hashim Thaci e la Lega democratica del Kosovo (LDK), fondata dallo scomparso "padre della patria" Ibrahim Rugova, guidato attualmente dal Fatmir Sejdiu. Ampio l'astensionismo all'interno delle enclaves serbe. Su una popolazione di 2 milioni di abitanti, sono 120 mila i serbi che vivono nel paese e la maggioranza ha deciso di astenersi dal voto, come richiesto dal governo serbo e dalla Chiesa Ortodossa.Nel nord del paese in particolare, dove la maggioranza delle municipalità è sostenuta economicamente da Belgrado, le elezioni sono state boicottate diffusamente.
Gli atti parlamentari maggiormente rilevanti con riferimento ai Balcani occidentali sono state sinora due risoluzioni (n. 7-00107 e n. 7-00194) presentate dal Presidente della Commissione Affari esteri, on. Stefano Stefani, riguardanti rispettivamente l'integrazione europea della Serbia e dei Balcani occidentali.
La prima risoluzione è stata discussa ed approvata, in un nuovo testo, nella seduta del 21 luglio 2009: essa impegna il Governo a concorrere al mantenimento degli impegni dell'Unione Europea in materia di integrazione dei paesi dei Balcani occidentali, prevenendo, anche sulla base del piano italiano in otto punti, possibili correnti di euroscetticismo e delusione nei paesi balcanici verso le istituzioni europee. In particolare, la risoluzione approvata auspica il rapido compimento della liberalizzazione dei visti per i cittadini balcanici, nonché più veloci procedure di ratifica per gli Accordi di stabilizzazione e associazione già conclusi con vari paesi della regione, unitamente all’accelerazione dei processi di adesione già in fase avanzata (Croazia).
L’altra risoluzione, è stata discussa e approvata all'unanimità, senza modificazioni, nella seduta della Commissione del 22 gennaio 2009, impegnando l’Esecutivo ad adoperarsi per rendere possibile l'applicazione provvisoria dell'Accordo di stabilizzazione e associazione (ASA) della Serbia all'Unione europea, nonché per consentire ai cittadini serbi un accesso privilegiato nell'area Schengen, mediante una liberalizzazione dei visti.
Da ultimo, nella seduta del 25 novembre scorso, la Commissione Affari esteri ha discusso un’interrogazione a risposta immediata, presenta dal Presidente Stefani, in ordine alla protezione internazionale dei luoghi sacri ortodossi nel Kosovo.
L'interesse per l’area è peraltro emerso alla Camera sin dall'inizio della Legislatura attraverso l’organizzazione di una missione in Serbia, il 10 ed 11 dicembre 2008, guidata dal Presidente della Commissione Affari esteri, On. Stefani, che ha fatto seguito alla sua partecipazione alla Riunione interparlamentare sui Balcani occidentali (26-27 maggio 2008), sulla quale l'On. Stefani aveva riferito il 4 giugno 2008.
Anche l’interlocuzione Governo-Parlamento sull’evoluzione del quadro politico della regione è stata costante: si rammenta infatti che nella seduta delle Commissioni congiunte Affari esteri e Politiche dell’Unione europea della Camera e del Senato del 16 dicembre 2009 il Ministro degli Affari esteri, on. Franco Frattini, ha fornito aggiornamenti sul processo di integrazione dei Balcani occidentali nell’Unione europea.
Nella seduta del 12 novembre 2008 la Commissione Difesa della Camera ha ascoltato comunicazioni del Presidente sulla missione svolta il 21 e 22 ottobre presso il contingente militare italiano presente in Kosovo.