Le origini del conflitto del Darfur, in corso dal febbraio 2003, sono riconducibili a matrici di tipo economico (il possesso della terra) ed a rivalità tribali che oppongono pastori arabi prevalentemente nomadi ed agricoltori, da un lato, ed allevatori neri, prevalentemente stanziali, dall’altro. Questi ultimi tradizionalmente marginalizzati dal governo sudanese (egemonizzato dai gruppi arabi). Diversamente da quanto accadde per la guerra civile sudanese (finita nel gennaio 2005 e durata quaranta anni), che ebbe una prevalente origine religiosa (in quanto vide contrapposti il nord musulmano e il sud cristiano e animista) nel Darfur la stragrande maggioranza della popolazione è musulmana. Le principali etnie non arabe sfortunata regione sono quelle degli Zaghawa, dediti a forme di allevamento compatibili con il nomadismo e probabilmente discendenti dei berberi libici; dei Fur – che danno il nome alla regione -, tra i quali prevale l’agricoltura stanziale e forme di artigianato; dei Massalit, agricoltori, allevatori e pratici nella lavorazione del ferro, dei cui minerali abbondano i loro territori.
Occorre ricordare che tensioni – spesso sanguinose - fra popolazioni sedentarie e nomadi interessano l’intera fascia sudano-saheliana (dalla Mauritania, al Mali, fino al Sudan) e che conflitti per il possesso della terra – e quindi collegati da un lato alla desertificazione e ad altre forme di degrado ambientale e dall’altra ai grandi processi di esplosione demografica e urbanizzazione forzata - interessano numerose aree del continente africano (Zimbawe, Costa d’Avorio, Sud Africa, Namibia), oltre ad avere interagito con altre cause (tribali o religiose) anche in altri grandi conflitti del recente passato (a partire dal Ruanda).
In Darfur, in particolare, quasi tutte le popolazioni non arabe sono fortemente interessate al mantenimento dei diritti tradizionali sulla terra, basati sul sistema dei dar (paesi o terre in arabo) e degli hawakir (territori). Contro tali diritti tradizionali si è iniziata a manifestare (ed imporre con la violenza, a partire dal 2003) un’azione ostile delle popolazioni nomadi arabe. Questa azione è imperniata, quindi, sul disconoscimento dei diritti tradizionali e sul tentativo di stabilirsi su territori la cui proprietà era – su base consuetudinaria - riconosciuta ad altri.
In realtà sono ormai in atto da quattro anni in Darfur scontri molteplici, fra stanziali e nomadi, arabi ed africani, sudanesi e ciadiani, musulmani e non musulmani, con una componente quasi comune di volontà di sterminio della parte avversa (simile a quella manifestatasi nel Ruanda).
La ribellione sorta negli ultimi quattro anni è condotta principalmente dai gruppi ribelli dell'Esercito di Liberazione del Sudan (Sudan Liberation Movement/Army - SLM/A), del Movimento per la giustizia e l'equità (Justice and Equality Movement - JEM) e dal minoritario Movimento nazionale per la riforma e lo sviluppo (Mnrd). Questi gruppi hanno iniziato a muoversi quando la trattativa sul conflitto fra Nord e Sud del Sudan (guerra civile sudanese) stava avviandosi verso una soluzione e minacciava di tagliarli fuori dai nuovi accordi che stavano conducendo ad un rifacimento dello Stato sudanese su base federale. La crisi si è sviluppata attraverso alterne vicende, e ha visto una reazione di Khartoum basata sull’armamento e sul sostegno – anche aereo - di gruppi nomadi del Nord, e quindi una progressiva intensificazione delle violenze perpetrate da tali gruppi (i pastori nomadi arabi, i famigerati Janjaweed, i “diavoli a cavallo”, responsabili di indiscriminati attacchi contro la popolazione civile e ormai non controllati completamente neanche dai loro mandanti).
E’ difficile calcolare esattamente le conseguenze della crisi: secondo alcune fonti (Nazioni Unite) essa avrebbe prodotto fino ad oggi circa 2,5 milioni di sfollati e rifugiati (in particolare nel Ciad, dove si conta circa mezzo milione di rifugiati), nonché tra le 180 e le 300 mila vittime; la maggior parte delle ONG stima invece un numero totale di morti vicino ai 400.000, su una popolazione di circa 6 milioni di persone.
Con la risoluzione n. 1564 del 2004, il Consiglio di Sicurezza prospettava la possibilità di prendere in considerazione l’adozione di sanzioni contro il Sudan, e istituiva una Commissione con l’incarico di indagare sulla portata e la natura dei crimini commessi in Darfur, che gli Stati Uniti avevano espressamente qualificato in termini di genocidio.
Il governo sudanese, tuttavia, si è sempre opposto in questa fase all’ingresso di un contingente ONU nel Darfur nonostante le richieste in tal senso della stessa Unione Africana.
Il 5 maggio 2006 ad Abuja veniva raggiunto un accordo (Darfur Peace Agreement - DPA) tra il Governo sudanese e l’ala maggioritaria del più importante dei movimenti ribelli del Darfur, l’SLM/A; il punto debole dell’accordo stava però nel non esser stato siglato dagli altri due movimenti della guerriglia, e nel clima di perdurante violenza da parte dei janjaweed.
Risale al periodo immediatamente successivo all’accordo un’intensificazione delle pressioni delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti per l’invio nel Darfur di caschi blu, a rilevare la presenza dell’Unione africana debole e male equipaggiata. Massacri di civili inermi, scontri dei ribelli con le truppe dell’UA, attacchi contro gli operatori umanitari delle Organizzazioni non governative (ONG), e nei confronti dei membri della missione ONU nel paese (UNMIS) non si sono mai interrotti. Tuttavia, un grosso elemento di incertezza era dato dalla oggettiva difficoltà e improbabilità di un forte impegno internazionale, in un momento in cui altri scenari (Iraq, Afghanistan) apparivano assorbire risorse economiche e militari (statunitensi e di altri attori internazionali) in misura rilevante. Si sottolinea, comunque, che anche la pressione dell’ONU (e degli Stati Uniti) sul governo sudanese incontrava (e incontra tuttora) un limite nei rischi che un collasso di tale governo potrebbe provocare nell’intera area, con effetti di destabilizzazione completa di una regione assai delicata sotto il profilo geopolitica, in quanto cerniera fra mondo arabo e mondo africano e gravi rischi di un nuovo radicamento del fondamentalismo islamico e del terrorismo qaidista nella regione.
Il 31 agosto 2006 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha approvato la risoluzione 1706 che prevedeva l’espansione della consistenza e del mandato della UNMIS, inizialmente (marzo 2005) insediata per il monitoraggio sul rispetto dell’Accordo di pace globale tra il governo sudanese e il movimento di liberazione del sud del Paese guidato da John Garang. L’espansione del mandato della UNMIS aveva lo scopo di assicurare anche nel Darfur una presenza internazionale quanto mai necessaria. La risoluzione precisava tuttavia che le truppe (fino a 22.500 uomini) non sarebbero state dislocate senza un esplicito assenso da parte del governo di Khartoum. Il mandato di UNMIS è stato da ultimo esteso al 30 aprile 2009 (risoluzione del CdS n. 1812 del 30 aprile 2008).
La questione del Darfur è stata successivamente affrontata nel corso dell'VIII Vertice dell'Unione africana che si è svolto ad Addis Abeba il 29 e 30 gennaio 2007. In quell’occasione il segretario generale dell’ONU ha ribadito l’urgenza e la necessità del dispiegamento di una forza ONU sul territorio, mentre da più parti si è manifestata la preoccupazione per le ripercussioni che il conflitto interno sta avendo sugli stati confinanti (Ciad e e Repubblica Centroafricana). Nel vertice il presidente sudanese Bashir si era finalmente impegnato ad accettare l'invio di caschi blu in tre fasi, e il loro affiancamento alla forza di pace di 7.000 uomini dell'UA.
In un rapporto sulla situazione in Ciad del 23 febbraio 2007, il segretario generale dell'ONU raccomandava il dispiegamento nel Ciad orientale e nel nordest della Repubblica centrafricana di una forza internazionale da 6.000 a 11.000 uomini per proteggere i civili coinvolti nel conflitto nel Darfur: la gran parte dei due milioni di persone fuggite dal Darfur – saliti oggi a circa quattro milioni e mezzo - si è infatti rifugiata proprio nel Ciad oggetto, a partire dal febbraio 2006, di sanguinose incursioni dei janjaweed a danno non solo dei rifugiati, ma anche di abitanti del Ciad appartenenti alle medesime etnie dei rifugiati. In quell’occasione, tuttavia, anche il Ciad faceva sapere che avrebbe rifiutato il dispiegamento di una forza militare dell'ONU sul suo territorio alla frontiera con il Sudan; sarebbe stato invece favorevole ad un intervento di forze civili composte di gendarmi e poliziotti che garantissero la sicurezza dei campi profughi sudanesi, degli sfollati e degli operatori umanitari.
Il 12 marzo 2007 sono state presentate a Ginevra le conclusioni dell’indagine compiuta dalla squadra di esperti nominata dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e guidata dal Premio Nobel per la pace Jody Williams. Il documento rappresenta un grave atto di accusa contro il governo sudanese, accusato non solo di avere “orchestrato e partecipato” ai gravi crimini commessi, ma anche di non avere alcuna intenzione di collaborare con le NU.
Nel mese di aprile 2007 si è verificato un riacutizzarsi della crisi tra il Sudan ed il Ciad, in ragione dell’appoggio di ciascuno dei due Paesi ai movimenti armati operanti nell’altro, e anche come reazione ai frequenti reciproci sconfinamenti sia di truppe regolari che di appartenenti alla guerriglia. Tutto ciò ha rimesso in discussione gli accordi per la pacificazione della frontiera comune raggiunti, oltre ad aggiungere un ulteriore elemento destabilizzante alla crisi del Darfur.
Il rifiuto del Sudan di accettare sul proprio territorio la forza di pace autorizzata dall’ONU per affrontare la crisi del Darfur, ha sollevato da più parti la richiesta di sanzioni nei confronti di quel paese.
La Cina, che è tra i primi acquirenti del petrolio sudanese, si è ripetutamente dichiarata contraria alla richiesta di sanzioni contro il Sudan, pur asserendo di aver esercitato ripetute pressioni su Khartoum per un approccio più flessibile alla crisi in Darfur. Nonostante le insistenze delle diplomazie USA e britannica, anche la Russia, il Sudafrica e l’Egitto si sono dichiarate contrarie a un regime sanzionatorio contro il Sudan.
La questione del Darfur è sembrata comunque acquistare progressivamente rilievo nell’opinione pubblica mondiale: il 29 aprile 2007, in una trentina di capitali, si sono svolte manifestazioni organizzate da varie organizzazioni non governative, e con ampia adesione di noti esponenti del mondo dello spettacolo e del cinema. Analoghe iniziative hanno avuto luogo quasi un anno dopo in tutto il mondo.
Il 31 luglio 2007 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato la risoluzione 1769, con la quale la questione della presenza internazionale nel Darfur ha registrato un salto di qualità. La risoluzione, infatti, ha istituito la missione UNAMID (United Nations-African Union Mission in Darfur), con il compito di intraprendere le azioni necessarie per sostenere una tempestiva applicazione dell’Accordo di pace nel Darfur sottoscritto nel 2004, impedire ulteriori attacchi armati e proteggere i civili. I compiti iniziali di UNAMID consistono innanzitutto nel reinstaurare la sicurezza al fine di permettere la continuazione dell'assistenza umanitaria, nel proteggere i civili, nel monitorare l'andamento dell'accordo e nell’aiutare l’implementazione del medesimo. La risoluzione 1769 fissa inoltre degli obiettivi di lungo periodo, tra i quali: quello di fornire all’ONU un ambiente sicuro per la ricostruzione, lo sviluppo e il ritorno dei profughi e dei rifugiati, di promuovere i diritti umani e le libertà basilari, nonché lo Stato di diritto, di monitorare la sicurezza al confine con il Ciad e la Repubblica Centrafricana.
Nel febbraio 2008 il governo del Sudan e il responsabile politico della missione UNAMID hanno firmato un accordo, noto come SOFA (Status of Forces Agreement), che riguarda gli aspetti concreti della presenza delle forze internazionali. La missione assorbe sostanzialmente il contingente ed i poteri della missione AMIS II dell’Unione africana, ma il suo dispiegamento in Darfur sta incontrando notevoli difficoltà e procede a rilento.
Si ricorda che con la risoluzione 1828 del 31 luglio 2008 il Consiglio di Sicurezza ha esteso il mandato di UNAMID al 31 luglio 2009.
Proprio in riferimento all’inevitabile coinvolgimento dei Paesi limitrofi nel conflitto del Darfur va ricordato che nel gennaio 2008 i ministri degli Esteri degli Stati membri dell’Unione europea hanno autorizzato la missione EUFOR, la maggiore in termini quantitativi di tutte le operazioni esterne della UE fino ad allora messe in campo. La missione EUFOR TCHAD/RCA (European Union Force in Tchad and in Central African Republic) è stata autorizzata con la Risoluzione 1778, del 25 settembre 2007, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha approvato il dispiegamento nella Repubblica Centro Africana (RCA) e nella Repubblica del Ciad di un Contingente militare a guida Unione Europea (EUFOR) in supporto alla missione delle Nazioni Unite (MINURCAT). Il Consiglio dell’Unione europea, con l’approvazione dell’azione comune 2007/677/PESC, ha definito l’organizzazione ed i compiti della missione, da dispiegare in Ciad e nella Repubblica Centroafricana, finalizzata alla protezione dei profughi del Darfur. La missione ha tre principali obiettivi: contribuire alla protezione dei civili in pericolo, soprattutto i rifugiati e gli sfollati; favorire gli aiuti umanitari e il libero movimento degli operatori umanitari, garantendo maggiori livelli di sicurezza nelle aree delle operazioni; contribuire alla protezione del personale e delle strutture delle Nazioni Unite in ogni loro movimento. Il pacchetto di Forze della UE previste per l'assolvimento della missione è di circa 4000 unità, articolate su tre battaglioni di manovra e due di supporto. L’Italia partecipa dall’inizio della missione con una struttura ospedaliera da campo dell'esercito di tipo Role 2, installata nell'area dell'aeroporto di Abeche, ai confini con il Sudan; l'ospedale militare è anche dotato di un pronto soccorso e di un laboratorio di analisi.
Mentre alti dirigenti del settore umanitario delle Nazioni Unite lanciano nel marzo-aprile 2008 ripetuti allarmi sul numero delle vittime del conflitto del Darfur, che sarebbero almeno del cinquanta per cento superiori alle precedenti stime (circa duecentomila), e forse addirittura il doppio; la situazione tra Sudan e Ciad si aggrava. Infatti nel febbraio la capitale ciadiana viene attaccata da forze ribelli al governo del Presidente Déby – a parere del quale esse godrebbero del sostegno sudanese, più o meno diretto. Contemporaneamente, altri scontri divampano alla frontiera orientale del Ciad, quella con il Sudan, per poi riaccendersi con virulenza anche in aprile. E’ tuttavia nel mese di maggio che la crisi raggiunge anche la capitale sudanese, quando il giorno 10 una città-sobborgo di Khartoum viene occupata da una colonna autotrasportata di miliziani del movimento JEM, provocando più di duecento vittime e una sorta di mobilitazione generale sudanese, nonché l’annuncio della rottura diplomatica con il Ciad, accusato di sostenere i ribelli.
Un’altra accelerazione nella vicenda del Darfur si è avuta alla metà di luglio 2008, quando – preceduta da indiscrezioni di stampa – vi è stata la richiesta del Procuratore generale della Corte penale internazionale di arresto del Presidente sudanese Bashir con le accuse di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in Darfur. Secondo il Procuratore sarebbe stato messo in atto dalle autorità sudanesi, con l’alibi del contrasto alla guerriglia scatenatasi in territori da sempre emarginati dalla leadership araba del Paese, un piano per un vero e proprio genocidio delle popolazioni locali, attuato in gran parte non con l’assassinio diretto, ma mediante la fame, le malattie e gli stenti conseguenti alla loro riduzione allo status di profughi. In tutta la vicenda Bashir porta secondo il Procuratore una totale responsabilità, in ragione del regime autoritario da lui costruito.
Le reazioni alla richiesta di arresto di Bashir sono state diverse: scontata l’indignazione sudanese, più rilevante è apparsa la generale contrarietà del mondo arabo, nei cui ambienti si è fatto rilevare il pericolo che la nuova escalation rappresenterebbe per le fragili prospettive di pace nel Darfur, oltre a stigmatizzare quella che per i leaders arabi segnerebbe una svolta in direzione della politicizzazione della giustizia internazionale. Le diplomazie arabe non hanno mancato di ricordare il contributo dato da Bashir per la sconfitta dei movimenti integralisti islamici in Sudan e l’allontanamento di Bin Laden dal Paese, che ne era divenuto negli Anni Novanta la principale base. Anche la Cina e l’Unione Africana hanno criticato con durezza l’iniziativa della CPI.
E’ interessante notare che Bashir gode altresì del sostegno del leader turco Erdogan, che, nel quadro di una più vasta revisione degli indirizzi di politica estera promossa dal suo esecutivo, ha ricevuto ad Ankara, lo scorso anno il presidente sudanese.
Il 6 febbraio scorso il Sudan ha reiterato la sua richiesta al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di sospendere tutti i procedimenti legali contro il presidente al Bashir. Su richiesta del procuratore Luis Moreno-Ocampo, nel mese di febbraio i giudici della Corte penale internazionale (Cpi) potrebbero emettere un mandato di arresto nei confronti del capo dello stato sudanese, accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità nel Darfur.