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Il caso Sakineh Mohammadi Ashtiani

La vicenda di Sakineh Mohammadi Ashtiani risale al 2006, quando la quarantatreenne iraniana, accusata di una relazione illecita con due uomini, subiva la pena di novantanove frustate. Poiché il marito della donna veniva in seguito ucciso, Sakineh subiva successivamente la condanna a dieci anni di reclusione per complicità nell’assassinio. In seguito, benchè la donna avesse ottenuto il perdono dalla famiglia del marito (secondo quanto riferito da uno dei suoi avvocati) veniva condannata a morte, da eseguire mediante lapidazione, per aver avuto illecite relazioni adulterine in costanza di matrimonio - circostanza sempre negata da Sakineh.

Sul ricorso alla lapidazione nel mondoAmnesty International ha pubblicato nel 2008 un rapporto ad hoc, riferendo che negli ultimi anni tale pratica sia stata messa in atto come regolare esecuzione giudiziale conseguente a un processo solo in Iran, nonostante l’annuncio di una moratoria risalente al 2002: attualmente non meno di otto donne e tre uomini vi si troverebbero detenuti in attesa di lapidazione. La lapidazione rimane peraltro in vigore teoricamente in diversi Stati del mondo, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, la Nigeria, il Pakistan, il Sudan e lo Yemen. Nel 2009 la pena della lapidazione è stata introdotta nella provincia indonesiana di Aceh. Pratiche di lapidazione risultano peraltro essere state eseguite negli ultimi anni anche a livello locale al di fuori di previsioni normative statuali, come ad esempio in Somalia o in Afghanistan.

Sempre secondo Amnesty International, nel corso del processo Sakineh avrebbe ritrattato una precedente confessione, asserendo che le era stata estorta con minacce, e rigettando l’accusa di adulterio: due dei cinque giudici hanno peraltro ritenuto la donna non colpevole, ma il presidente del tribunale e gli altri due magistrati hanno ritenuto di fondare la colpevolezza sul principio della conoscenza del giudice, una disposizione specifica della legge iraniana, sulla scorta della quale il giudicante non ha bisogno di prove certe e decisive.

Dopo la condanna alla lapidazione e la conseguente mobilitazione internazionale, l’8 luglio 2010l’Ambasciata iraniana a Londra rilasciava una dichiarazione nella quale si rilevava che non si sarebbe proceduto alla lapidazione, senza peraltro che l’avvocato di Sakineh avesse ricevuto alcuna comunicazione ufficiale di commutazione della condanna a morte, o almeno della modalità di essa.

Sembra inoltre che il giorno precedente, il 7 luglio, sull’onda delle crescenti proteste internazionali, gli stessi funzionari del carcere di Tabriz, nella regione nord-occidentale dell’Azerbaijan iraniano, avessero chiesto ai vertici della magistratura del paese di commutare in impiccagione la condanna a morte per lapidazione di Sakineh. Non a caso il 10 luglio il Presidente dell’Alto consiglio per i diritti umani dell’Iran ha annunciato il riesame del caso, pur restando pendente la condanna a morte per lapidazione.

Nell’intera vicenda sta giocando un ruolo non secondario il figlio di Sakineh, Sajjad Qaderzadeh, che vive e lavora a Tabriz, ponendosi come punto di riferimento per gli attori internazionali mobilitati nella campagna a favore di sua madre. L’interesse crescente per la vicenda ha fatto sì che il 14 luglio Sajjad sia stato convocato presso la prigione centrale di Tabriz, presumibilmente per comunicazioni non troppo amichevoli. Comunque, il 4 agosto la Corte suprema ha avviato il riesame del caso di Sakineh, dopo la sospensione, in luglio, dell’esecuzione della condanna alla lapidazione: la procedura è apparsa tuttavia meramente formale quando il 12 agosto Sakineh confessava alla televisione di Stato che effettivamente suo marito era stato ucciso in sua presenza da un uomo con il quale ella intratteneva una relazione: i suoi difensori hanno tuttavia affermato che anche tale confessione le sarebbe stata estorta con la tortura.

Le reazioni della Comunità internazionale

La contraddittorietà dei segnali provenienti da Teheran si spiega probabilmente con la difficoltà di replicare alle crescenti richieste, da parte della Comunità internazionale, di una revisione dell’intera vicenda giudiziaria di Sakineh.

Tra le iniziative più incisive va segnalata la raccolta di firme sulla petizione del filosofo francese Bernard Henry-Levy, che ha registrato l’adesione della coppia presidenziale francese, dello scrittore ceco Milan Kundera e delle famose attrici Mia Farrow e Juliette Binoche.

Inoltre, fra il 28 e 29 agosto si sono svolti sit-in di protesta in un centinaio di città francesi, mentre il governo di Parigi ha fatto richiesta all’Unione europea di imporre nuove sanzioni contro l’Iran se verrà eseguita la sentenza contro Sakineh, in merito alla quale l’Alto rappresentante per la politica estera europea Catherine Ashton ha deplorato il ricorso alla lapidazione come pratica anacronistica.

Parallelamente, anche in Italia vi è stata la reazione di numerose personalità ed esponenti della politica, a partire dal Ministro degli Esteri On. Frattini – che si è detto pronto a trattare della questione con l’omologo iraniano nel corso della prossima apertura dei lavori dell’Assemblea Generale dell’ONU, se la cosa si rivelasse utile.

Il 1° settembre una gigantografia di Sakineh è stata esposta sulla facciata dell’edificio che ospita a Roma, in Largo Chigi, il Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio. Analoga iniziativa è stata adottata dall’Amministrazione provinciale di Firenze a Palazzo Medici e, il 2 settembre, dal Comune di Roma al Campidoglio, mentre nella stessa giornata un sit-in di protesta bipartisan ha avuto luogo, per iniziativa dei Verdi, davanti all’Ambasciata iraniana a Roma. Il mondo della cultura ha fatto sentire la sua voce in occasione della finale del Premio letterario Campiello a Venezia, con la protesta dell’organizzazione della manifestazione e con la dedica a Sakineh da parte della vincitrice, la scrittrice sarda Michela Murgia.

In ogni modo, l'Iran ha reagito assai duramente all’onda montante delle pressioni internazionali in ordine al caso di Sakineh, e in modo particolarmente veemente contro la consorte del Presidente francese, Carla Bruni, per la quale il quotidiano Kayhan, assai vicino alla Guida Suprema Ali Khamenei, si è spinto ad utilizzare epiteti come “prostituta italiana”, e asserendo che la Première Dame meriterebbe addirittura di morire.

Lo stesso giornale non ha lesinato critiche al Presidente del Consiglio italiano Berlusconi, sempre in relazione all'interessamento dell'Italia per la sorte di Sakineh, definendolo un uomo moralmente corrotto che si sarebbe unito ai difensori del crimine.

Diversamente dalla Francia, in cui le gravissime accuse contro la Première Dame avevano provocato una forte reazione, il nostro Governo si è attenuto a una linea di risposta moderata, probabilmente nella speranza di ottenere più concreti risultati tramite canali meno pubblicizzati. Analogo atteggiamento sembra essere quello della Santa Sede, pur essa investita da un appello del figlio di Sakineh, nella speranza di mettere a frutto i rapporti nel complesso positivi con la Repubblica islamica. Il direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi ha affermato che “Quando la Santa Sede è richiesta in modo appropriato affinché intervenga su questioni umanitarie presso autorità di altri Paesi, come è avvenuto molte volte in passato, essa usa farlo non in forma pubblica, ma attraverso i propri canali diplomatici”.

La diplomazia italiana è sembrata muoversi già dall'inizio di agosto attraverso contatti frequenti con l'Ambasciata iraniana a Roma, nonché per investire l'Unione Europea del problema, il tutto nell'ottica di potere, al limite, anche utilizzare la vicenda come occasione per un rilancio del dialogo con l'Iran.

I timori per l’esecuzione della condanna a morte di Sakineh si sono riaccesi nell'imminenza della data del 10 settembre, che segna quest’anno la fine del Ramadan, durante il quale vige il divieto di eseguire sentenze di morte: al proposito proprio il Ministro degli Esteri italiano ha tenuto – a seguito di contatti dell’Ambasciatore italiano a Teheran - ad assicurare l’infondatezza di tale immediata preoccupazione, che era stata alimentata sia da Bernard Henry-Levy che dal figlio di Sakineh.

Il 7 settembre anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha preso posizione sulla questione di Sakineh, ribadendo il forte impegno delle istituzioni del nostro Paese contro “La sollecitazione forte del governo, delle istituzioni e dell'opinione pubblica italiana – ha affermato il Capo dello Stato - continua ad essere intensa per evitare che si compia un atto altamente lesivo dei principi di libertà e di difesa della vita”.

Nelle stesse ore anche il Presidente della Commissione europea Barroso si è detto disgustato della condanna di Sakineh alla lapidazione, definita una barbarie indicibile e da condannare. L’8 settembre il Parlamento europeo ha approvato a larghissima maggioranza una risoluzione nella quale si chiede all’Iran un riesame del caso giudiziario di Sakineh, nonché – come già nei giorni precedenti non aveva mancato di fare Parigi – di sospendere l’esecuzione di un giovane di 18 anni accusato di sodomia, e di liberare al più presto i detenuti a seguito delle manifestazioni di protesta dei mesi precedenti.

Ambienti della capitale iraniana hanno tuttavia tenuto a ribadire che la vicenda di Sakineh sarebbe ancora sotto esame, e il giorno successivo (8 settembre) il portavoce del Ministero è stato ancora più chiaro nel dichiarare alla televisione di Stato la sospensione dell’esecuzione della pena.

A fronte della soddisfazione internazionale per le precisazioni che l’Iran è stato in qualche modo costretto a fornire, esponenti del Parlamento iraniano hanno rilanciato le accuse nei confronti della Francia e dell’Italia, mentre il 9 settembre lo stesso ministro degli Esteri Mottaki ha bollato le pressioni occidentali alla stregua di una sceneggiata politica e di una montatura contro l’Iran.

Il caso di Sakineh Ashtiani è chiaramente un copione scritto dall’Occidente per fare pressioni sull’Iran”, ha detto il capo della diplomazia iraniana, “Hanno provato a fare scoppiare questo caso, a politicizzarlo e a trasformarlo in una farsa politica”, ha aggiunto il Ministro.

Va poi notato, come non hanno mancato di fare il figlio di Sakineh ed il portavoce di Iran Human Rights, che la sospensione della lapidazione non sia comprovata da alcun documento ufficiale, e dunque potrebbe facilmente essere revocata – mentre a Sakineh viene negato tuttora il diritto di incontrare i figli. Se dunque la mobilitazione internazionale rimane alta, con l’adesione di numerosi Premi Nobel a vari appelli in favore di Sakineh, nonché con la presa di posizione della Presidenza dell’Unione europea per un annullamento della condanna; le preoccupazioni per la sorte di Sakineh non appaiono affatto sopite.

In sede parlamentare il caso Sakineh è stato portato all’attenzione del Comitato permanente per i diritti umani della Commissione Affari esteri. Nella seduta dell’8 settembre scorso, il suo presidente, Furio Colombo, esprimendo il sostegno di tutti i gruppi parlamentari rappresentati, ha lanciato “un appello per esprimere l’impegno coeso del Parlamento italiano per porre fine alla barbarie sottesa ad una vicenda che riempie di orrore il mondo civile”. “La ragione che induce questo Comitato del Parlamento italiano a dichiarare il proprio impegno in difesa di Sakineh Mohammad Ashtiani – ha dichiarato il presidente Colombo – non è soltanto la doverosa e urgente tutela di una vita umana, non è – non solo – il nostro rifiuto convinto della pena di morte che consideriamo assassinio di stato (…) Questo non è l’ammonimento di chi si crede superiore. Vi chiediamo invece di percorrere insieme il tratto di strada che ci divide ancora, noi, voi, tanti popoli e paesi, dal rispetto pieno e condiviso della vita, una strada lontana dal sangue che – nel restituire dignità anche a coloro che in una sentenza possono apparire colpevoli, restituisce a tutti la dignità che vogliamo per noi, per i nostri paesi, per i nostri figli”.