Il 19 marzo 2011 si è svolto in Egitto il referendum sulle modifiche alla Costituzione predisposte dalla Commissione istituita dal Consiglio supremo delle forze armate (che detiene, dalle dimissioni del presidente Mubarak, lo scorso 11 febbraio, il controllo del paese) e presieduta dal giudice del Consiglio di Stato in pensione Tareq El Besri.
Le modifiche alla Costituzione proposte, tra le quali si ricorda preliminarmente la limitazione a quattro anni del mandato presidenziale e l’introduzione del limite di due mandati consecutivi, nonché l’introduzione di una regolamentazione in senso restrittivo della possibilità di dichiarare lo stato di emergenza, sono state approvate dall’elettorato: i sì sono prevalsi con il 77,2% contro il 22,18% dei no. L’affluenza alle urne è stata del 41,2% (dei 45 milioni aventi diritto si sono recati alle urne 18.326.000 persone).
Le modifiche alla Costituzione proposte dalla Commissione El Besri
La Commissione composta da Tareq El Besri ha proposto emendamenti a diversi articoli della Costituzione:
Art. 75: tra i requisiti di eleggibilità del presidente viene inserito quello di non avere doppia cittadinanza e di non avere un coniuge non egiziano. La modifica ha suscitato perplessità in alcuni osservatori in quanto escluderebbe dalla partecipazione alle elezioni presidenziali personalità significative come Ahmed Zewail, premio nobel per la chimica naturalizzato statunitense e rientrato dagli USA per partecipare alle proteste anti-Mubarak, e forse anche Mohamed El Baradei, la cui moglie avrebbe una cittadinanza non egiziana.
Art. 76: si propone che per presentare la candidatura alle elezioni presidenziali risultino necessari o il sostegno da parte di trenta parlamentari o la sottoscrizione da parte di trentamila elettori (in almeno 15 province, ed in ciascuna provincia devono essere raccolte almeno 1.000 firme) o, infine, la designazione da parte di un partito che abbia almeno un parlamentare.
Art. 77: si propone di ridurre il mandato presidenziale da sei anni a quattro anni e di porre un limite di due mandati consecutivi.
Art. 88: si propone di affidare ad un comitato indipendente composto da magistrati e non più ad un’autorità “indipendente” (che in realtà risultava però controllata dal partito NPD di Mubarak) definita per legge la supervisione delle elezioni e dei referendum.
Art. 93: viene affidata alla Corte costituzionale e non più al Parlamento il compito di verificare i titoli di ammissione e le cause di ineleggibilità e incompatibilità dei membri del Parlamento.
Art. 139: si propone l’introduzione obbligatoria della figura del vice-presidente, che dovrebbe essere nominato dal presidente entro 60 giorni dalla sua elezione.
Art. 148: si propone che la dichiarazione di stato di emergenza debba essere sottoposta al Parlamento entro una settimana e non possa essere prorogata oltre i sei mesi, salvo il caso in cui la proroga sia approvata da un referendum popolare.
Art. 179: sopprime la previsione, introdotta nel 2007, che consentiva deroghe alle disposizioni in materia di protezione dei diritti umani in funzione anti-terrorismo.
Art. 189: si propone che la richiesta di una nuova Costituzione possa essere presentata dal presidente con l’appoggio del governo ovvero dalla maggioranza dei membri di entrambe le Camere. In tal caso le Camere procederanno all’elezione di un’Assemblea costituente di 100 membri, con il compito di redigere una nuova costituzione entro sei mesi e di sottoporla ad un referendum popolare.
Merita rilevare come, se le modifiche costituzionali proposte incidono significativamente sui limiti di durata del mandato presidenziale e sulla disciplina dello stato di emergenza, non viene soppresso il divieto di costituzione di partiti su base religiosa di cui all’articolo 5 della costituzione. Inoltre, con riferimento alle leggi elettorali, la commissione ha proposto alcune modifiche, volte a garantire maggiori libertà e segretezza del voto, che però non incidono sulla formula elettorale (per dettagli cfr supra), la quale non appare idonea ad una competizione effettivamente multipartitica, così come non risultano ancora prese decisioni sulla liberalizzazione della vita politica del paese. Nel concludere i suoi lavori, la Commissione El Besri ha comunque prospettato l’eventualità che il nuovo Parlamento possa, ai sensi del nuovo art. 189 della Costituzione, convocare un’Assemblea costituente per la redazione di una nuova Costituzione.
Nella tabella sottostante sono riportati, oltre ai risultati del referendum, le prese di posizione dei principali movimenti e leader egiziani sul referendum.
Il Fronte del “SI’” |
Fratelli Musulmani Partito Democratico Nazionale
|
77,2% |
Il Fronte del “NO” |
Kifaya; Movimento 6 aprile Partito Neo-Wafd (Al-Badawy) Partito al-Ghad (Nour) Partito Tagammu Associazione nazionale per il cambiamento (El Baradei) Amr Mussa Rappresentanti della minoranza cristiana copta |
22,18% |
I movimenti di opposizione laica e giovanili protagonisti delle proteste contro Mubarak avevano mostrato insoddisfazione per i risultati dei lavori della Commissione El Besri, ritenendo opportuna una sostituzione integrale della Costituzione con una nuova Costituzione, in particolare la fine di superare la situazione di esorbitante concentrazione di poteri nelle mani del presidente e di instaurare una effettiva separazione dei poteri. Essi avevano quindi dapprima richiesto un rinvio della consultazione referendaria e successivamente invitato a votare no. Per i rappresentanti della minoranza copta vi era inoltre l’insoddisfazione per la mancata modifica dell’articolo 2 della Costituzione che individua nella legge islamica la fonte della legislazione nazionale.
Il consiglio supremo delle forze armate, così come il partito nazionale democratico, partito egemone in Egitto durante la presidenza Mubarak, e i fratelli musulmani hanno invece sostenuto il sì in nome della stabilità e della necessità di chiudere rapidamente la transizione, giungendo in tempi brevi ad elezioni legislative e presidenziali; risulta peraltro evidente come i fratelli musulmani e, in parte, anche il partito dell’ex-presidente Mubarak, profondamente organizzati, nel paese potrebbero risultare avvantaggiati da una rapida convocazione dei comizi elettorali.
Le operazioni elettorali si sono svolte senza significativi incidenti, fatta eccezione per la contestazione ai seggi a Mohammed El Baradei. Freedom House ha però denunciato gli ostacoli frapposti dall’Alta Commissione giudiziaria egiziana, incaricata di monitorare le operazioni elettorali, alla presenza ai seggi di osservatori nazionali ed internazionali.
I rappresentanti del movimento 6 aprile hanno comunque dichiarato di accettare il responso elettorale.
Le elezioni parlamentari si dovrebbero quindi svolgere nel prossimo mese di giugno, o al più tardi in quello di settembre, mentre quelle presidenziali sono previste per dopo l’estate o entro la fine dell’anno.
Principali partiti e movimenti della società civile egiziana[1]
Partito nazionale democratico: partito dell’ex presidente Mubarak, nato nel 1976 quando l’allora presidente Sadat, nell’introdurre forme limitate di pluralismo politico, divise l’Unione socialista araba ereditata da Nasser, in tre movimenti che ne rappresentassero rispettivamente, l’ala sinistra, quella centrista e quella di destra. Il partito nazionale democratico, espressione dell’”ala centrista” ha esercitato da allora un ruolo egemone nella vita politica egiziana.
Fratelli musulmani: movimento islamista fondato nel 1928 da Hasan Al Banna (e modello per movimenti islamisti di varia natura diffusisi con il tempo in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa), sostiene la “rinascita islamica” e “l’Islam come base della riforma politica, economica e sociale”. Il suo rapporto con il regime egiziano instauratosi con la presa del potere da parte di Nasser nel 1952 ha conosciuto fasi alterne. In base alle dichiarazioni dei suoi leader, il programma del movimento richiede riforme costituzionali e politiche “coerenti con i principi islamici”; l’introduzione di limiti alla rieleggibilità del presidente; l’instaurazione di un autentico sistema parlamentare; l’abolizione della censura, il “rinvigorimento dei principi morali della società egiziana” ma anche una politica di intesa con la minoranza cristiana copta. In politica estera il movimento si contrappone all’influenza anglo-americana nella regione e all’”occupazione” israeliana dei Territori palestinesi e sostiene la cooperazione politica e l’integrazione economica dei paesi arabi e anche di tutti i paesi islamici. Guida generale del movimento è, dal gennaio 2010, Mohammed Badie, giudicato conservatore e non riformista, e insieme distante dall’ala più “politica” del movimento e propenso a dare la priorità alla dimensione sociale.
Il New Wafd Party è stato costituito nel 1978, nel momento in cui il presidente Sadat decise l’introduzione di un limitato pluralismo politico; il partito recepiva l’eredità liberale e nazionalista del partito Wafd che aveva dominato la vita politica egiziana ai tempi della monarchia precedentemente alla presa di potere di Nasser nel 1952. Dal maggio 2010 leader del partito è Sayyid-al-Badawi, proprietario della Hayat Network e della Sigma Pharmaceuticals. Il movimento è supportato dalle élite economiche e dalla comunità Coopta. Punti qualificanti del suo programma sono: introduzione di forme di decentramento a favore dei governi locali; introduzione di limiti ai mandati presidenziali; limitazioni dello stato di emergenza a situazioni di guerra o catastrofe naturale; abolizione delle limitazioni alla formazione dei partiti politici; riforma del sistema scolastico; rafforzamento del settore privato e della libera concorrenza.
Il Partito del Domani (al-Ghad’s Moussa) è stato fondato nel 2004 da Ayman Nour, un ex deputato del New Wafd, principale sfidante di Mubarak alle elezioni presidenziali del 2005 (arrestato dopo le elezioni per presunte irregolarità è stato liberato nel 2009; dall’agosto 2010 è di nuovo alla guida del partito); Punti qualificanti del programma del partito sono: limiti temporali per il mandato presidenziale, rimozione delle restrizioni sui media; promozione delle liberalizzazioni e la libera concorrenza.
Il Tagammu, come l’NDP di Mubarak, è nato dalla divisione dell’Unione Socialista Araba nel 1976, ereditandone la componente maggiormente di sinistra. Attualmente il partito è guidato da Mohammed Rifat al-Saeed. Il partito sostiene: una riforma costituzionale; l’indipendenza del potere giudiziario; l’abolizione dello stato di emergenza; mantenimento di un forte settore pubblico.
Il Democratic Peace Party è stato costituito il 4 luglio 2005. Il presidente è Ahmed al-Fadali. Il programma politico prevede: rispetto della Costituzione e dello Stato di diritto; lotta alla corruzione; sussidi e crediti per i disoccupati; riforma scolastica.
Il Social Justice Party è stato costituito nel 1993. Anche se il partito è stato sospeso dall’Alta Commissione per le elezioni, un suo membro ha corso per le presidenziali nel 2005, e membri del partito si sono candidati alle ultime elezioni parlamentari. Sul piano politico ciò che distingue il partito è la volontà di introdurre la shari’a come fonte normativa, favorire la classe contadina e il varo di programmi sociali.
Il Democratic Generation Party è nato nel febbraio del 2002. Nagi al-Shihaby, leader del movimento è noto per le sue posizioni antiamericane. Il partito si batte per una riforma del settore agricolo, per un programma di case popolari da destinare alle fasce sociali più deboli e per una riforma scolastica.
Movimento Kifaya: movimento sorto dalla società civile egiziana nel novembre 2004 allo scopo di aggregare le diverse opposizioni a Mubarak (in questo quadro ha però avuto scarsi contatti con i fratelli musulmani); si è caratterizzato fin da subito per un uso innovativo delle moderne tecnologie come quelle di Internet e dei social network. Il suo programma richiede la fine dello stato di emergenza; il rafforzamento dello stato di diritto; l’introduzione del limite di due mandati presidenziali; la separazione dei poteri. Ha inizialmente sostenuto il movimento di El Baradei, per poi esprime dubbi sulla sua leadership. Coordinatore di Kifaya è Abdel Kalim Qandil.
Movimento 6 aprile gruppo informale nato nel 2008 da una petizione su Facebook di solidarietà con una protesta sindacale di lavoratori della città di Al-Mahalla Al-Kubra. Nonostante la repressione delle autorità, ha introdotto forme nuove di protesta, diffuse attraverso la rete, come quella dell’invito a vestirsi di nero, a rimanere nelle proprie case o a boicottare determinati prodotti. Nel 2010 ha espresso il proprio sostegno all’associazione nazionale per il cambiamento. Tra i principali animatori vi è il blogger Mohammed Adel Amr Ali. E’ stato il movimento 6 aprile a convocare la manifestazione di protesta del 25 gennaio. Nel corso della protesta è emerso come leader anche il blogger e manager di google Wael Ghonim.
L’associazione nazionale per il cambiamento è stata creata nel febbraio 2010 da Mohammed El Baradei per aggregare le forze di opposizione intorno ad un programma di riforme politiche. Il movimento ha avuto il sostegno iniziale da molte forze, inclusi i fratelli musulmani (mentre non hanno partecipato alla sua costituzione il partito New Wafd e il Tagammu, forse sospettosi proprio per la presenza dei fratelli musulmani). Il programma richiede, tra le altre cose, la fine dello stato di emergenza, il monitoraggio di autorità giurisdizionali indipendenti e di organizzazioni anche internazionali della società civile sul processo elettorale; pari accesso ai media per tutti i candidati; garantire parità di accesso alle candidature alle elezioni presidenziali secondo quanto previsto dal Patto internazionale per i diritti civili e politici; fissare un limite di due mandati presidenziali.
Fonti: Affari Internazionali, Ansa, Council on Foreign Relations, Freedom House,
[1] Fonte: Carnegie Endowment for International Peace, Carnegie Guide to Egypt Election, in www.carnegieendowment.org