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Temi dell'attività Parlamentare

Tunisia - Scheda paese

Il quadro istituzionale

A seguito delle dimissioni del presidente Ben Alì nel gennaio 2011, la Tunisia ha avviato un processo di transizione istituzionale, che ha vissuto un passaggio fondamentale nelle elezioni dell’Assemblea costituente, il 23 ottobre 2011. L’Assemblea è composta da 217 membri eletti in 33 circoscrizioni plurinominali (delle quali 6 estere) con sistema proporzionale con metodo del quoziente con i più alti resti e liste chiuse con presenza paritaria ed alternata di un candidato di sesso maschile e di un candidato di sesso femminile. In attesa dell’approvazione della Costituzione, l’Assemblea costituente ha approvato a metà dicembre una legge sull’organizzazione provvisoria dei poteri che prevede l’elezione a maggioranza assoluta da parte dell’Assemblea del Presidente della Repubblica (con un’eventuale seconda votazione limitata ai candidati che abbiano ottenuto almeno 15 voti). Il Presidente della Repubblica deve essere tunisino, musulmano, figlio di genitori tunisini e con un’età di almeno 35 anni. Il Presidente nomina il primo ministro, il cui governo deve ottenere la fiducia dell’Assemblea. E’ previsto che il Presidente della Repubblica fissi di concerto con il primo ministro la linea di politica estera, sia capo delle forze armate ma non possa nominare gli ufficiali superiori senza il concerto del primo ministro; potrà dichiarare la guerra con l’approvazione dei due terzi dell’Assemblea. (sugli equilibri politici interni della Tunisia cfr. infra paragrafo “La situazione politica interna”)

Precedentemente all’elezione dell’Assemblea costituente, il 9 febbraio 2011 il Parlamento tunisino aveva approvato una legge che consente al presidente ad interim (in base alla Costituzione previgente il presidente della Camera bassa) di emanare, su proposta del governo provvisorio, decreti con forza di legge in materia quali i diritti dell’uomo come definiti dalle convenzioni internazionali; l’organizzazione dei partiti politici; la riforma del sistema elettorale; l’amnistia. Su queste materie il governo ha ricevuto i pareri dell’Alta autorità per il raggiungimento degli obiettivi della Rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica, costituita il 18 febbraio 2011 e composta di rappresentanti di partiti politici, organizzazioni e associazioni di carattere nazionale, esponenti della società civile. La costituzione dell’Alta autorità ha coinciso con la decisione del governo provvisorio di convocare un’Assemblea costituente, la cui legge elettorale è stata definita nell’ambito dei lavori dell’Autorità medesima. L’Alta autorità ha concluso i suoi lavori con le elezioni dell’Assemblea costituente. 

Nell’assetto previgente la Repubblica di Tunisiaera, dal punto di vista della forma di governo, una repubblica presidenziale. Il Presidente della Repubblica era eletto direttamente dai cittadini con un mandato di cinque anni contestualmente all’elezione della Camera dei deputati. In base alla riforma costituzionale del 2002, era stato eliminato il limite di tre mandati consecutivi presidenziali introdotto nel 1988 (in precedenza, durante la presidenza di Bourghiba, era prevista la carica di “presidente a vita”); conseguentemente il presidente poteva essere rieletto senza limiti di mandato. Il Presidente della Repubblica era anche capo del governo e poteva sciogliere la Camera dei Deputati nel caso questa sfiduciasse il governo. Il Parlamento era bicamerale. La Camera dei deputati era composta da 214 membri, eletti con un mandato di cinque anni; 161 seggi erano assegnati con sistema maggioritario uninominale a turno unico e i rimanenti con sistema proporzionale, tra i candidati nei collegi uninominali non eletti che avevano ottenuto il maggior numero dei voti. La Camera dei consiglieri era composta da 126 membri, eletti con un mandato di sei anni; due terzi dei membri sono eletti con suffragio indiretto dalle assemblee locali, mentre un terzo è di nomina presidenziale.

Freedom House definisce la Tunisia (con riferimento all’anno 2010) “Stato non libero”, mentre il Democracy Index 2011 dell’Economist Intelligence Unit la classifica come “regime ibrido”; nell’Index 2010 la Tunisia era considerata “regime autoritario” (la Tunisia è passata da un posizionamento nella graduatoria dei 167 Stati considerati nell’Index di centoquarantacinquesimo ad un posizionamento di novantaduesimo, il miglior risultato conseguito dagli Stati interessati dalla “primavera araba”; risulta invece peggiorata, tra 2010 e 2011 la posizione nell’indice della corruzione percepita di Transparency International: da 59 su 178 a 73 su 183; migliorata infine, da 100 su 178 a 95 su 183, la posizione nell’indice della libertà economica dell’Heritage Foundation cfr. infra la tabella Gli indicatori internazionali del paese).

Al riguardo, con riferimento alle condizioni delle libertà politiche e civili durante il regime di Ben Alì, si ricorda che solo i partiti ufficialmente riconosciuti potevano partecipare alle elezioni e la disciplina in materia risultava estremamente restrittiva. Pur esistendo, a fianco di quelle statali, alcune emittenti private, i mezzi di comunicazione di massa risultavano sotto il controllo governativo. La stampa indipendente risultava particolarmente debole in quanto, tra le altre cose, la diffamazione veniva perseguita penalmente e i giornalisti erano perseguibili anche per reati attinenti il “disturbo dell’ordine pubblico”. La libertà di associazione e di riunione risultava ostacolata da una normativa restrittiva in materia di registrazione delle associazioni e di accesso ai finanziamenti (che, in particolare, rende molto difficile prescindere dai finanziamenti governativi).

A seguito dei rivolgimenti del gennaio 2011, che hanno condotto alla dimissioni del presidente Ben Alì, è stata consentita la registrazione e la legalizzazione di tutti i partiti politici, saliti rapidamente al numero di 81.

La situazione politica interna

Presidente della Repubblica eletto dall’Assemblea costituente il 12 dicembre 2011 è Moncef Marzouki, leader del movimento di opposizione laico a Ben Alì del Congresso della Repubblica. Primo ministro dal dicembre 2011 è Hamadi Jebali, segretario del partito islamista moderato Ennahda. Presidente dell’Assemblea costituente è Mustafa Ben Jafaar leader di un altro movimento di opposizione laico a Ben Alì, il Forum democratico per la libertà e il lavoro (Ettakol).

Le elezioni per l’Assemblea costituente hanno visto la conquista da parte del partito islamista Ennahda della maggioranza (relativa ma non assoluta) dei seggi (cfr. infra tabella con i risultati elettorali; per una descrizione dei diversi partiti partecipante alle elezioni cfr. invece box sotto).

Il governo Jebali è sostenuto, oltre che da Ennahda, dal Congresso della Repubblica e dal Forum democratico per la libertà e il lavoro. Esso è composto da quarantuno ministri ed undici segretari. Ad Ennahda sono andati anche i ministeri dell’interno, della giustizia e degli esteri, mentre l’economia è stata attribuita ad un indipendente Hussein Dimassi. Il governo ha ottenuto la fiducia dell’Assemblea costituente il 23 dicembre con 154 voti a favori, 38 contrari e 11 astenuti.

All’opposizione invece il partito democratico del progresso che ha annunciato, il 10 gennaio, la costituzione insieme ad altri movimenti di una coalizione progressista di centro-sinistra.

Il carattere che dovrà assumere l’assetto costituzionale tunisino è al centro dell’agenda politica del Paese per i prossimi mesi e, ovviamente, dei lavori dell’Assemblea Costituente. A tale proposito Ennahda ha più volte indicato come proprio modello l’AKP di Erdogan, nonché la propria volontà di conciliare ispirazione religiosa e laicità dello Stato. Anche il comportamento del partito nel corso della campagna elettorale è apparso orientato in senso moderato. Da segnalare, tuttavia, il rifiuto, nell’ambito dei lavori dell’Alta Autorità, della sottoscrizione del “patto repubblicano”, una sorta di dichiarazione di intenti firmata dai principali partiti tunisini e volta a delineare una società pluralista, libera ed egualitaria, nonché l’abbandono dei lavori dell’Alta Autorità per protesta contro le limitazioni al finanziamento estero contenute nello schema di decreto-legge sui partiti politici (suscettibile di pregiudicare i significativi finanziamenti che Ennahda riceverebbe da altri paesi arabi, come Arabia Saudita e Qatar).

Merita rilevare che un questionario sottoposto ai rappresentanti dei principali partiti tunisini da Human Rights Watch mostra una sostanziale convergenza di tutti i partiti sulla protezione delle libertà pubbliche, compresa la libertà di espressione e la libertà di stampa, mentre appaiono delle divergenze sui limiti da individuare per la libertà di espressione in casi che coinvolgano il diritto alla privacy, la protezione delle minoranze contro incitazioni all’odio e la diffamazione in materia religiosa. L’organizzazione internazionale segnala che Ennahda non ha risposto, nonostante numerosi inviti, al questionario. Al riguardo, Human Rights Watch segnala come il programma ufficiale del partito affermi il riconoscimento e la protezione dei diritti civili e politici cercando di radicarli nella storia e nei valori islamici e sostenga che il “pensiero islamico necessita di un rinnovamento al fine di renderlo pronto per le sfide della modernità e necessita di essere interpretato in conformità con le dichiarazioni internazionali sui diritti umani che sono, in generale, compatibili con i valori e gli obiettivi dell’Islam”. In tal senso, il programma sposa il modello dello “Stato civile” come opposto allo “Stato islamico”. Il programma riafferma i diritti delle donne all’eguaglianza, all’educazione, al lavoro, alla partecipazione nella vita pubblica, mentre non fa riferimento al diritto all’eguale eredità. In una intervista il leader del partito Jebali ha minimizzato i contrasti tra la Sharia e i principi internazionali in materia di diritti umani, affermando allo stesso tempo che “Ennahda non autorizzerà ciò che è espressamente ritenuto illecito da Dio e non proibirà ciò che è espressamente autorizzato da Dio. Altrimenti non saremmo un movimento islamista”.

Nell’approvazione della legge sull’organizzazione provvisoria dei poteri, che disciplinerà il funzionamento istituzionale fino all’approvazione della nuova Costituzione (cfr. supra), si è registrata una significativa differenziazione tra Ennahda, che ha insistito per un assetto dei poteri centrato sul primo ministro e i due alleati laici di governo che invece hanno insistito per un potenziamento della figura del Presidente della Repubblica, allo scopo probabilmente di evitare una concentrazione di poteri eccessiva nel primo ministro appartenente al partito islamista: ne è derivato un assetto provvisorio parzialmente ispirato al semipresidenzialismo francese. 

La situazione economico-sociale del paese rimane complessa, con una contrazione del PIL nel 2011, a causa del calo del turismo e dell’instabilità politica e sociale, ma con prospettive di un ritorno ad una crescita, in caso di buon esito nella transizione alla democrazia e di conseguimento della stabilità politica, per il quadriennio 2012-2016 (con una crescita del 4,2% del PIL). I primi giorni del 2012 si sono caratterizzati per quattro episodi di persone che si sono date fuoco per protesta, mentre il presidente Marzouki è stato contestato nella città di Kasserine; un’ondata di scioperi ha inoltre interessato il settore dell’industria dei fosfati e dell’estrazione dei minerali. In questo contesto uno dei primi atti dell’Assemblea costituente è stato costituito dall’approvazione del bilancio previsionale per il nuovo anno: il bilancio prevede un significativo incremento delle spese per lo sviluppo sociale e per la creazione di nuovi posti di lavoro (la disoccupazione è stimata al 18 per cento), anche se la voce di spesa più significativa è quella per gli stipendi pubblici (il 37% delle spese totali). Il bilancio prevede una crescita del PIL nel 2012 del 4,5 per cento.

L’evoluzione nel 2012 ha visto il progressivo rafforzamento degli elementi più integralisti, lanciati alla conquista delle principali moschee, ma anche impegnati in una serrata azione nelle università che non ha mancato di destare reazioni di docenti e studenti. Tuttavia il 23 marzo, l'onda di piena islamista è sembrata arrestarsi, quando è sostanzialmente fallito un raduno alla Kasbah di Tunisi dedicato alla volontà di far prevalere la legge coranica su quella civile, ponendo la Shaaria a fondamento della futura Costituzione tunisina. Un’ulteriore frenata alle istanze islamico-radicali è stata imposta dallo stesso partito maggioritario Ennahdha e dal suo leader Gannouchi, con la decisione di confermare la formulazione vigente dell’art. 1 della Costituzione, escludendo quindi di porre la legge coranica alla base di essa. Gannouchi, in sintonia in questo con il capo delle forze armate Ammar, ha inoltre lanciato messaggi obliqui ai salafiti, che sembrano volerne spuntare le manifestazioni più aggressive. Nonostante tutto ciò, il governo islamico moderato in carica è stato duramente contestato il 9 aprile da migliaia di manifestanti nella capitale

Per quel che riguarda le relazioni internazionali: il presidente Marzouki si è recato in Libia e ha annunciato prossimi viaggi in Algeria e Marocco. Si sono recati in visita in Tunisia, invece, il leader di Hamas di Gaza Ismail Haniyeh ed una delegazione del Senato USA. Nei rapporti con l’Italia, va segnalata la visita a Roma (15 marzo) del primo ministro tunisino Jebali, durante la quale ha incontrato il proprio omologo, il sen. Mario Monti, nonché il Capo dello Stato Napolitano ed il Presidente della Camera, on. Gianfranco Fini. A breve giro ha fatto seguito la visita del Ministro dell'interno Cancellieri a Tunisi del 22 marzo, nel corso della quale ha incontrato il Ministro degli esteri tunisino e il proprio omologo nel paese arabo: al centro dei colloqui sono stati soprattutto i timori di una ripresa delle partenze di immigrati clandestini verso il territorio italiano, fenomeno attualmente pressoché nullo, ma che con l'arrivo della buona stagione potrebbe ripresentarsi. La parte tunisina ha confermato gli impegni presi nell'aprile 2011 di evitare esodi via mare dalle proprie coste, a fronte di un impegno dell'Italia a fornire collaborazione in specifici settori - in particolare da parte tunisina sono stati chiesti aiuti nel settore della protezione civile, in termini di mezzi e di formazione del personale.

 

 

 

 

Risultati elettorali delle elezioni dell’Assemblea costituente:

 

Partiti

Percentuale di voto

Seggi

Ennahda

             41,70

90

Congresso per la Repubblica

13,82

30

Forum democratico per il lavoro e la libertà

9,68

21

Petizione popolare

8,19

19

Partito democratico progressista

7,86

17

 

 

Principali partiti partecipanti alle elezioni dell’Assemblea costituente tunisina:

 

Ennahda (Rinascita), vincitore netto delle elezioni, è un movimento islamista moderato legato ai fratelli musulmani fondato nel 1981 da Rached Ghannouchi e messo al bando nel 1989. A febbraio Ghannouchi ha affidato la leadership attiva del movimento al portavoce Hamadi Jebali. Sulla base delle dichiarazioni dei principali esponenti del partito, la piattaforma politica del partito appare “flessibile” (o, secondo i critici, ambigua): il movimento ha espresso il proprio sostegno non solo ai valori democratici ed ai diritti umani, ma anche al codice personale e di famiglia come definito dalla legislazione laica tunisina, che rifiuta la poligamia e prevede la piena uguaglianza tra uomo e donna. I due esponenti politici hanno altresì definito l’indossare l’hijab come scelta personale; al tempo stesso però viene confermata l’adesione del partito alla Sharia e il rifiuto della separazione tra Stato e religione, puntando piuttosto ad una conciliazione tra ispirazione religiosa e laicità dello Stato e richiamando il modello del partito del primo ministro turco Erdogan, AKP. Il movimento appare poi subire la pressione di movimenti giovanili “salafiti” più estremisti, come Hizb al-Tahrir che invocano la costituzione di un califfato islamico e la messa al bando dei partiti politici. Movimenti salafiti si sono resi protagonisti negli ultimi mesi di episodi di antisemitismo e di attacchi a negozi di alcolici e a donne prive del velo.Da segnalare anche la differenziazione operata da Ennahda rispetto agli altri partiti impegnati nella transizione con il rifiuto di sottoscrivere, la scorsa estate, il ”patto repubblicano”, un insieme di disposizioni di riferimento discusse ed approvate dall’Alta Istanza allo scopo di guidare i futuri membri della Costituente e che propone una società pluralista, libera ed egualitaria. D’altro canto Ennahda aveva abbandonato altresì l’Alta istanza in segno di protesta contro la volontà di adottare un progetto di decreto legge-quadro sui partiti politici che limitava significativamente la possibilità di finanziamenti esteri.

 

Il secondo vincitore delle elezioni è il Partito del Congresso per la Repubblica (PDR), partito di centro sinistra fondato dal professore universitario e attivista per i diritti umani Moncef Marzouki nel 2001. Illegale dal 2002 e riconosciuto solo nel marzo di questo anno dopo le dimissioni di Ben Alì, il partito guidato da Moncef Marzouki, di impostazione laica, chiede l’instaurazione di un regime democratico, rispettoso dei diritti umani e civili. Ha caratterizzato la sua campagna elettorale per la polemica contro i finanziamenti privati ai partiti politici.

 

Il Forum Democratico per il Lavoro e la Libertà (FDLL), fondato nel 1994 dal medico tunisino Mustafa Ben Jafaar, di impostazione laica, radicato tra gli intellettuali, gli attivisti per i diritti umani e i professionisti; il partito è stato legalizzato nel 2002 ma il suo programma ha continuato a richiedere libere elezioni, amnistia per i prigionieri politici e eliminazione del ruolo egemone nella vita politica tunisina dell’RCD

 

Il Partito Democratico Progressista (PDP), partito laico di centro sinistra fondato nel 1983 dall’avvocato Ahmed Najib Chebbi, è stato uno dei pochi partiti legali durante il regime di Ben Ali, pur subendo persecuzioni per l’assunzione di posizioni critiche contro il regime e di denuncia dell’autoritarismo. Evolutosi da posizioni inizialmente di ispirazione marxista verso una piattaforma liberaldemocratica, con un accento comunque sulla tutela delle fasce più deboli della popolazione, è guidato dal 2006 da Maya Jribi, prima donna leader di partito in Tunisia e da tempo impegnata nella tutela dei diritti delle donne e nella parità di genere.

 

Ettajdid: “Rinnovamento”, nato nel 1994 dalla trasformazione del partito comunista, riconosciuto legalmente, guidato da Ahmed Ibrahim con posizioni di centro-sinistra.

 

Petizione popolare, nuovo movimento fondato nel marzo 2011 dall’uomo di affari e imprenditore televisivo tunisino Mohamed Hamdi, dall’identità politica non nettamente definita, ha preso posizioni ostili sia ad Ennahda sia ai sostenitori del precedente regime di Ben Alì. Ciononostante al movimento sono state lanciate accuse di legami con il precedente regime di Ben Alì. Parte di queste accuse sono legate anche alla biografia del leader del movimento Hamdi. Hamdi infatti ha fondato negli anni novanta un canale televisivo satellitare con sede a Londra (città dalla quale Hamdi ha anche seguito tutta la campagna elettorale), che, dopo essere stato inizialmente critico nei confronti di Ben Alì, ha successivamente evitato la contrapposizione con il regime. Tra i punti del programma elettorale figurano l’assistenza sanitaria gratuita universale e un sussidio di disoccupazione universale di 200 dinari mensili.

 

Indicatori internazionali sul paese[1]:

Libertà politiche e civili: Stato “non libero” (Freedom House); 2011: “regime ibrido” 92 su 167; 2010: “regime autoritario” 144 su 167 (Economist)

Indice della libertà di stampa: 164 su 178

Libertà di Internet 2009: “filtraggio” pervasivo per le questioni politiche, sociali e gli strumenti di internet, selettivo sui conflitti e la sicurezza (OpenNet Initiative)

Libertà religiosa: assenza di eventi significativi (ACS); Islam religione di stato (USA)

Libertà economica: Stato prevalentemente non libero, 2011: 95 su 183; 2010: 100 su 179 (Heritage Foundation)

Corruzione percepita: 2011: 73 su 183; 2010: 59 su 178

Variazione PIL 2009: + 3,1 per cento



[1]   Gli indicatori internazionali sul paese, ripresi da autorevoli centri di ricerca, descrivono in particolare: la condizione delle libertà politiche e civili secondo le classificazioni di Freedom House e dell’Economist Intelligence Unit; la posizione del paese secondo l’indice della corruzione percepita predisposto da Transparency International (la posizione più alta nell’indice rappresenta una situazione di minore corruzione percepita) e secondo l’indice della libertà di stampa predisposto da Reporters sans Frontières (la posizione più alta nell’indice rappresenta una situazione di maggiore libertà di stampa); la condizione della libertà religiosa secondo i due rapporti annuali di “Aiuto alla Chiesa che soffre” (indicato con ACS) e del Dipartimento di Stato USA (indicato con USA); il tasso di crescita del PIL come riportato dall’Economist Intelligence Unit; la presenza di situazioni di conflitto armato secondo l’International Institute for Strategic Studies (IISS). Per ulteriori informazioni sulle fonti e i criteri adottati si rinvia alle note esplicative presenti nel dossier Analisi del rischio globale: Indicatori internazionali e quadri previsionali (29 luglio 2011) e nella nota Le elezioni programmate nel periodo settembre-dicembre 2011 ( 9 settembre 2011). Dove non altrimenti indicato gli indicatori fanno riferimento all’anno 2010.

 

 

Servizio Studi – Analisi dei temi di politica estera nell’ambito dell’Osservatorio di Politica internazionale

( 06 6760-4939 – * st_affari_esteri@camera.it

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